Quale premessa a quest’articolo di Evola, riportiamo la notizia di una scoperta di alcuni paleontologi risalente ad alcuni mesi fa, e resa pubblica dalla rivista Science nel numero 351 del 15 gennaio scorso.
Più precisamente, l’equipe del paleontologo Vladimir V. Pitulko, dell’Accademia russa delle scienze di San Pietroburgo, avrebbe trovato prove di presenza umana a 72° Nord all’interno del Circolo polare artico, risalenti a ben 45.000 anni fa: si tratta di una carcassa di mammut, che reca molti segni di ferite d’arma da punta e da taglio inflitte sia prima che dopo la morte, ad indicare che, dopo la caccia, furono compiuti interventi di macellazione e asportazione di carne, grasso e di parte delle zanne. Sono stati rinvenuti anche resti di un lupo cacciato e ucciso, posto in una posizione separata.
Entrambi i ritrovamenti potrebbero quindi provare che esseri umani (il cd. homo sapiens, secondo il lessico evoluzionistico) capaci di cacciare e sezionare una preda, abili nella costruzione di strumenti, nel fabbricare abiti caldi e rifugi per resistere a climi rigidissimi (oppure, chissà, molto più miti di quanto si potrebbe pensare, come spiegherà Evola nell’articolo), potevano essersi ampiamente diffusi in tutta la Siberia artica molto prima di quanto si pensasse. Per lungo tempo si era ritenuto infatti che l’uomo avesse raggiunto le regioni artiche intorno a 15-12 mila anni fa, attraversando lo stretto di Bering per entrare nelle Americhe. D’altronde, tutti i ritrovamenti più settentrionali con una datazione intorno ai 45.000 anni fa si trovavano a 55 ° Nord, in Siberia occidentale; più a settentrione, nella Siberia artica, erano state trovate tracce di presenze umane risalenti a 30-35.000 anni fa, ma in ogni caso non erano mai state rinvenute oltre i 66° Nord.
Si potrebbe dunque parlare di una traccia “scientifica” della presenza nelle regioni artiche-iperboree, in epoche assai remote, di quelle razze umane “evolute” di cui parlano tutte le grandi tradizioni? La scoperta è senz’altro interessante, ma la cautela è sempre d’obbligo, anche considerando che, come ben sappiamo, ciò che viene rivelato al grande pubblico dalla scienza contemporanea è, al di là di possibili eccezioni che confermano la regola, soltanto ciò che si vuole venga saputo, possibilmente alterato o falsificato. L’archeologia e la paleontologia offrono infiniti esempi di tale condotta, dato che le scoperte che contraddicono le false teorie elaborate e diffuse su ampia scala (con tanto di prove più o meno verosimili create ad hoc), come quella evoluzionistica, vengono sempre sistematicamente sottaciute.
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di Julius Evola
(Tratto da Il Corriere Padano, 13 gennaio 1934)
È cosa assai caratteristica, che in seno a tutto un gruppo di ricerche recentissime sulla preistoria facciano nuova apparizione idee antiche, fino a ieri considerate come puri miti.
Una di tali idee si riferisce alla leggendaria terra primordiale degli Iperborei. Messa sotto cauzione la presunta certezza, che nella preistoria avrebbe soltanto vissuto un’umanità scimmiesca; giunti ad affrontare il problema delle origini con uno sguardo nuovo e spregiudicato, fino a sospettare che già l’età della pietra sia stata testimone di una vera e propria civiltà di tipo superiore, simbolico-spirituale, dei distinti ricercatori come «ipotesi di lavoro» per una grande sintesi, oggi, han ripreso proprio quell’idea. La patria primordiale di una razza bianca preistorica altamente civilizzata, tanto da venir considerata come «divina» dagli antichi, sarebbe stata proprio l’Artide, il Polo Nord, la favolosa Iperboride.
Groenlandia
L’apparenza paradossale di questa tesi viene meno non appena si ricordi ciò che la fisica insegna intorno ai fenomeni derivanti dalla cosiddetta «precessione degli equinozî». A causa dell’inclinazione dell’asse terrestre di epoca in epoca si produce uno spostamento di clima sulla terra. Se sotto ai ghiacci polari è stato rinvenuto del carbon fossile, ciò vuol dire che un tempo in quella zona vi furono foreste e fiamme. Il congelamento non sarebbe intervenuto nella zona artica che in un periodo successivo. Una delle designazioni per l’Asgard, sede delle «divinità» e patria originaria dei ceppi regali nordici, secondo le tradizioni scandinave, è l’«isola verde» o «terra verde», in tedesco moderno Grünes-Land, donde Groenlandia. Ma questa terra, come lo dice il suo nome, ancor sino al tempo dei Goti sembra presentasse una rigogliosa vegetazione e non fosse ancora investita tutta dal congelamento. Ma vi è di più: nella regione dei ghiacci artici recentemente le spedizioni del canadese Jenness, dei danesi Rasmussen, Therkel e dell’americano Birket-Smith han fatto dei rinvenimenti archeologici invero singolari: in fondo sotto i ghiacci si son trovati resti di civiltà di ben più alto grado di quella esquimese e relitti di strati ancor più antichi, preistorici. A tale civiltà è stato dato il nome di civiltà di Thule.
Thule è il nome che i Greci davano appunto a una regione o isola dell’estremo nord, la quale si confonde spesso con quelle terre degli Iperborei, donde sarebbe venuto il solare Apollo, cioè il dio delle razze dorico-achee scese effettivamente dal nord in Grecia. E di Thule Plutarco dice che in essa le notti per circa un mese duravano due sole ore: è proprio la «notte bianca» dei paesi boreali. E se altre tradizioni elleniche chiamano il mare boreale Mare Cronide, cioè Mare di Kronos (Saturno), questa è un’indicazione significativa, poiché Kronos veniva concepito come uno degli dei dell’età dell’oro, cioè dell’età primordiale, dell’età prima dell’umanità.
Ora, se noi ci portiamo in America, nelle civiltà azteche del Messico troviamo corrispondenze così singolari, che esse si estendono fino ai nomi. Infatti gli antichi messicani chiamavano Tlapallan, Tullan e anche Tulla (l’ellenica Thule) la loro patria primordiale. E come la Thule ellenica veniva riferita al solare Apollo, così ecco che anche la Tulla messicana vien considerata come la «Casa del Sole».
Ma confrontiamo tali tradizioni messicane con quelle celtiche. Se i lontanissimi progenitori dei Messicani sarebbero venuti in America da una Terra nordico-atlantica, ecco che le leggende irlandesi ci parlano della «razza divina» del Tuatha dè Danann, la quale sarebbe venuta in Irlanda dall’Occidente, da una mistica terra atlantica o nordico-atlantica, l’Avallon. Si direbbero, dunque, due forme di uno stesso ricordo. Le due civiltà corrisponderebbero a due irradiazioni, americana l’una, europea l’altra, partite da un unico centro, da un’unica sede scomparsa (mito dell’Atlantide), ovvero congelate.
Coppa di Gundestrup (arte celtica della prima età del ferro): esempio di calderone/coppa sacra “graalica” portata in Irlanda da Avallon dai Tuatha de Danann, stirpe iperborea della tradizione celtica
Ma vi è di più, nel senso che, se passiamo nel campo delle indagini positive moderne, troviamo elementi che potrebbero benissimo concordare con questi echi leggendarî. Infatti sul litorale atlantico europeo (soprattutto nella cosiddetta cultura delle Madéleines) esistono tracce ben precise di una civiltà vera e propria e di un tipo di umanità — il cosidetto uomo Cro-Magnon — che appare di uno sviluppo ben superiore rispetto alle razze quasi animalesche del cosiddetto «uomo glaciale» o «musteriano» abitanti allora l’Europa. I frammenti pervenutici di questa civiltà sono di tale natura, da far dire a dei ricercatori, che i Cro-Magnon potrebbero ben definirsi gli Elleni dell’età della pietra. Ora, questa razza dei Cro-Magnon, apparsa enigmaticamente nell’età della pietra lungo il litorale atlantico fra razze inferiori e quasi scimmiesche, non potrebbe forse essere la stessa cosa dei Tuatha dè Danann, della «razza divina» venuta dalla misteriosa terra nordico-atlantica, di cui nelle accennate leggende irlandesi? E i miti circa le lotte fra le «razze divine» sopravvenute e le razze di «demoni» o mostri, non sarebbero per caso da interpretarsi come echi fantastici della lotta svoltasi fra quelle due razze, fra gli uomini Cro-Magnon, «gli Elleni dell’età della pietra», e gli uomini «musteriani» animaleschi?
Tornando ai ricordi tradizionali, non soltanto i Greci e gli Americani ricordano una sede artica primordiale. Secondo i ricordi iranici dell’Avesta, la patria originaria e mistica degli Ariani, concepita come la «prima creazione del Dio di Luce», — l’aryanem vaêjô — sarebbe stata una terra dell’estremo settentrione, e anzi vien detto che in essa, a un dato momento, l’inverno durò dieci mesi dell’anno, proprio come nelle regioni artiche. Si tratta dunque di un ricordo ben preciso del congelamento sopravvenuto con la precessione degli equinozî nella regioni boreale: ricordo, cui peraltro fa riscontro quello del «terribile inverno Fibur» scatenatosi alla fine di un certo ciclo, o «mondo», di cui nelle antichissime tradizioni scandinave. Ma anche in India si ricorda un’isola o terra luminosa posta nell’estremo settentrione, lo çveta-dvipa, e una razza dell’estremo settentrione, gli uttara-kura; lo stesso ricordo si ha nel Tibet, nel mito della mistica città del Nord Chandhala; nell’estremo Oriente Liezi riferisce la tradizione circa la terra posta «all’estremo nord del mare settentrionale» e abitata da «uomini trascendenti», e così si potrebbe continuare con molti altri riferimenti, tanto concordanti, che è da domandarsi se sia solo da attribuirsi al «caso» la presenza del comune motivo fra popoli così diversi e lontani fra di loro.
Il Cristo nordico-solare preistorico, ispirato alle tesi di Herman Wirth, raffigurato sul portale dell’Atlantis Haus di Brema
Fin qui, dunque, i ricordi tradizionali. Esattamente queste idee sono oggi riprese in una ricerca scientifica veramente mastodontica che, riportando a unità un complesso di risultati e di indagini speciali — quali quelle del Frobenius, dello Herrmann, del Karsts, etc. — si è intesa a forzare il problema delle origini. Intendiamo parlare dell’opera consacrata dallo scienziato Herman Wirth appunto all’Aurora dell’Umanità. Qui non si tratta né di un «teosofo», né di un dilettante imaginoso, ma di un tecnico, la cui competenza in fatto di filologia, antropologia, paleografia e discipline affini non può essere messa in dubbio.
I risultati delle ricerche del Wirth, in breve, sarebbero appunto questi: che nella più alta preistoria — verso il 20.000 avanti Cristo — una grande razza bianca unitaria, dal culto solare, dalla regione polare divenuta inabitabile per via del congelamento si sarebbe spinta verso il Sud, in Europa e in America, ma soprattutto in una terra scomparsa, posta al Nord dell’Atlantico. Da tale terra essa si sarebbe successivamente spostata, nel periodo paleolitico, verso l’Europa e l’Africa, con un moto, dunque, dall’Occidente all’Oriente; essa sarebbe penetrata nel bacino del Mediterraneo creando un ciclo di civiltà preistoriche intimamente apparentate, nel quale rientrerebbero quella egizia, etrusco-sarda, pelasgica, ecc., a tacere di altre ancora che nuove ondate avrebbero fondate nel loro avanzare per via continentale fino a raggiungere il Caucaso e poi oltre, fino all’India e alla stessa Cina. Così ciò che si riteneva esser la «culla dell’umanità», l’altopiano del Pamir, sarebbe soltanto uno dei centri abbastanza recenti d’irradiazione di una razza ben più antica.
Le razze ariane e indogermaniche, l’homo europaeus in genere, sarebbero già razze derivate e in una certa misura già miste in confronto a ceppi più antichi e più puri, «iperborei», a cui vanno riferiti i ricordi, i simboli e perfino le figurazioni preistoriche su roccia relative ai «conquistatori dai grandi vascelli stranieri», dall’«ascia», dal «sole» e dall’«uomo solare con braccia innalzate». Una misteriosa unità stringerebbe per tal via un gruppo di grandi civiltà e di antiche religioni fiorenti già là dove fino a ieri si supponeva l’uomo animalesco delle caverne.
In brevi tratti tale è la concezione strana e suggestiva che, traendosi dal mondo del mito, oggi torna a luce: l’Artide, patria prima dell’umanità, anzi della civiltà, nel senso più alto, «solare».
E siccome simbolo richiama simbolo, per finire, ricorderemo questo. Ancor nell’epoca romana l’idea della regione del nord come un paese mistico, abitato dal «padre degli dei», dal nume dell’età prima o età aurea, e l’idea che il giorno artico quasi senza notte non fosse senza relazione con la luce perenne che circonfonde gli immortali, tali idee nell’epoca romana erano ancora così vive, che, secondo la testimonianza di Eumanzio, Costanzo Cloro avrebbe diretto una spedizione verso il Nord della Gran Bretagna, confusa con la stessa leggendaria Thule, non tanto per il desiderio di glorie militari, quanto per raggiungere la terra «che più di ogni altra è vicina al cielo» e quasi presentire la trasfigurazione divina che si riteneva subissero gli Eroi e gli Imperatori alla loro morte.
Ora, queste stesse regioni, che avrebbero visto l’aurora dell’umanità, che racchiuderebbero il mistero di una razza di conquistatori bianchi primordiali il cui simbolo, l’ascia, si ritrova peraltro nello stesso simbolo romano del fascio; queste stesse regioni nordico-artiche, dall’Islanda alla Groenlandia fino all’America del Nord, son quelle stesse che ieri l’ala italiana ha sorvolate vittoriosamente, in un’impresa che qualcosa di fatidico ha dunque voluto legare enigmaticamente appunto ai luoghi di una grandezza primordiale [1].
Note
[1] Il riferimento all’ “ala italiana” che ha sorvolato le “regioni nordico-artiche, dall’Islanda alla Groenlandia fino all’America del Nord”, fa pensare che Evola si riferisca qui alla cd. II crociata atlantica, seconda ed ultima crociera aerea transatlantica di massa, cui presero parte 25 idrovolanti organizzati in otto squadriglie, organizzata da Italo Balbo nel primo decennale della Regia Aeronautica. La trasvolata, che si tenne tra il 1º luglio ed il 12 agosto 1933, toccò in effetti, quale punto più settentrionale, la capitale dell’Islanda, Reykjavik, per poi sfiorare le coste meridionali della Groenlandia dirigendosi verso la cittadina canadese di Cartwrigh e, successivamente, verso New York. E’ meno probabile, invece, che Evola si riferisse alle due celebri trasvolate del Polo Nord compiute da Umberto Nobile nel 1926 (con il dirigibile Norge) e nel 1928 (con il dirigibile Italia, conclusasi tragicamente) (N.d.R.).
Alla fine del XVII secolo l’astronomo britannico Sir Edmund Halley nella sua opera “Philosophical Transactions of Royal Society of London“ (1692) postulò l’idea che la Terra fosse vuota al suo interno, formata da un guscio esterno spesso 800 km, con a sua volta due altri gusci interni concentrici e un nocciolo interno. Questi gusci avrebbero avuto le dimensioni dei pianeti Venere, Marte e Mercurio, e sarebbero separati da atmosfera.
Ogni guscio avrebbe dei poli magnetici propri, e ruoterebbero a velocità differenti.
Halley propose questa teoria per cercare di dare una spiegazione razionale ad alcuni risultati anomali ottenuti dalla bussola, per poi spingersi oltre, teorizzando che l’atmosfera interna fosse luminescente, che i continenti interni fossero abitati e che i gas sfuggiti dai passaggi ai poli fossero la causa dell’aurora boreale.
Rappresentazione della “terra cava”
Questa teoria conosciuta come “la teoria della terra cava” ebbe molta presa sulla gente dell’epoca, al punto che fu di grande ispirazione per una moltitudine di testi a tema fantastico, tra i quali spicca particolarmente il celebre romanzo d’avventura “Viaggio al centro della terra” (1864) dello scrittore francese Jules Verne.
Anche in epoca “moderna” diversi studiosi e ricercatori di “misteri” si sono posti l’interessante quesito riguardo alla vera natura del globo terrestre, e la possibilità che questo possa essere cavo al suo interno (o almeno parzialmente cavo) e abitato.
Molte persone al giorno d’oggi sono a conoscenza delle storie leggendarie riguardo al fatto che i Nazisti negli anni ’30 esplorarono le regioni polari del nostro pianeta. Queste voci, ritenute da alcuni soltanto delle semplici leggende metropolitane, in realtà sembrano trovare ampio riscontro storico, poiché è ampiamente dimostrato (e come vedremo in seguito anche da alcuni documenti recentemente declassificati del KGB) che quando la Germania nazional socialista inviò una spedizione in Antartide nel 1938, rivendicò il territorio della Nuova Svevia (Neuschwabenland), e vi installò nel sottosuolo diverse basi militari segrete, tra le quali figurerebbe la leggendaria “base 211“, nota anche come Nuova Berlino (Neu Berlin in tedesco).
A tal proposito, Il Grand’ammiraglio tedesco Karl Dönitz dichiarò nel 1943: “La flotta sottomarina tedesca è orgogliosa di aver costruito per il Führer in un’altra parte del mondo una Shangri-La in terra, una fortezza impenetrabile”.
È noto che i Nazisti spedirono continuamente uomini e materiali al Polo Sud durante gli anni precedenti alla guerra, e respinsero pure un attacco “post WW2” da parte degli “Alleati” nel 1946, capeggiati dal famoso ammiraglio Byrd, che si ritirerà in disgrazia dopo aver riportato danni e vittime sostanziali (vedi l’operazione Highjump). L’ammiraglio statunitense Richard Byrd, dopo il suo ritorno dalla spedizione militare avvenuta in Antartide nel 1947, dichiarò: “è necessario che gli Stati Uniti intraprendano azioni difensive contro i combattenti aerei nemici provenienti dalle regioni polari”, e che in caso di una nuova guerra, gli Stati Uniti sarebbero stati attaccati da “caccia in grado di volare da un polo all’altro con incredibile velocità”.
Queste dichiarazioni sarebbero presenti nel famoso diario di bordo scritto da Byrd, e pubblicato negli anni ’90, quasi quarant’anni dopo la sua morte.
Nel diario Byrd riporta il resoconto delle spedizioni che esso intraprese nei due “poli” negli anni ’40 per conto del governo degli Stati Uniti, descrivendo di essere stato “scortato” da aviogetti sconosciuti dalle caratteristiche incredibili che lo costrinsero ad atterrare in una terra ignota, nella quale ebbe un incontro e un dialogo con il “capo” di questa terra che gli diede precise istruzioni, e comunicò nella fattispecie le preoccupazioni sue e della sua gente per l’”andazzo” che stavano prendendo i rapporti tra i vari popoli della Terra agli albori dell’epoca atomica, preoccupazioni che, ovviamente, furono del tutto ignorate.
LE MAPPE RITROVATE DEL TERZO REICH
Non molto tempo fa sono state recuperate alcune mappe “Top Secret” appartenute al Terzo Reich, in cui sono descritti diversi passaggi segreti utilizzati dalle U-Boot (Sottomarini) tedeschi per accedere a misteriose regioni sotterranee, nonché mappe complete di entrambi gli emisferi e il misterioso regno di Agarthi.
La possibilità che la terra sia vuota al suo interno e che possa essere raggiunta attraverso i due poli (polo nord e/o sud) e che antiche civiltà segrete risiedono in essa, ha alimentato l’immaginazione della gente per molti anni a seguito della fine ufficiale della seconda guerra mondiale.
Queste mappe recentemente declassificate hanno aggiunto nuovo carburante alla speculazione esistente già da diversi decenni.
È stata anche riportata alla luce una lettera presumibilmente scritta da Karl Unger, che si trovava a bordo della U-Boot tedesca 209 comandata da Heinrich Brodda, nella quale vi è scritto che l’equipaggio era riuscito ad arrivare all’interno della Terra, e che pertanto non aveva intenzione di ritornare indietro.
A sinistra la lettera originale scritta in Tedesco da Karl Unger, a destra la traduzione in Inglese
Le storie di cui sopra infatti sono supportate – e inequivocabilmente confermate – anche dalle mappe redatte dal famoso cartografo e artista Heinrich C. Berann per la National Geographic Society nel 1966. In una di queste mappe infatti possiamo osservare il continente antartico senza lo spessore dei suoi ghiacciai, proprio come riportato nelle mappe naziste.
Ma i dettagli più intriganti sono sicuramente la presenza di passaggi subacquei che attraversano l’intero continente, e convergono nella posizione esatta identificata come l’apertura verso la “Terra Cava” o la “Terra Interna”.
La mappa Antarica redatta da Heinrich C. Berann per la National Geographic Society nel 1966
I NAZISTI ALLA RICERCA DELLE CIVILTÀ PERDUTE
Thule raffigurata nella Carta marina di Olao Magno (del 1539). L’isola è chiamata “Tile”. Accanto all’isola sono raffigurati un “mostro visto nel 1537”, una balena, e un’orca.
Adolf Hitler come è noto era ossessionato dal misticismo e dalla storia antica, e molti dei suoi seguaci lo sapevano e lo sostennero. La possibilità che la terra sia cava, o almeno parzialmente cava, e che sia accessibile attraverso i poli nord e sud, e che delle civiltà segrete altamente avanzate vivano in essa, ispirò fortemente i gerarchi nazisti, uno tra tutti Heinrich Himmler, il braccio destro del Führer, anch’egli ossessionato da sempre dalla storia antica dell’umanità, al punto da fondare la Forschungsgemeinschaft Deutsches Ahnenerbe, “Associazione per la ricerca e la diffusione dell’eredità ancestrale”, che aveva il compito di svolgere ricerche nel campo della storia antica, studiando i fatti da un punto di vista scientifico, in maniera oggettiva e senza falsificazioni. Questa associazione finanziò una moltitudine di scavi archeologici e di spedizioni per tutta l’Europa, sulle Ande, nelle montagne del Mato Grosso nel Nord, e le montagne di Santa Catarina nel Sud del Brasile, in Cecoslovacchia, e in Tibet, in una famosa missione tedesca capeggiata dall’antropologo Ernst Schäfer (vedere al riguardo nostro articolo su Shambhala).
C’erano diversi elementi che ispiravano questa ricerca, due tra tutti: la ricerca della razza progenitrice dei tedeschi, la razza Ariana, e il ritrovamento dei mitici regni sotterranei di “Shambhala” e “Agarthi”nei quali sarebbero vissute popolazioni di superuomini scampati ai disastrosi diluvi dell’antichità.
I nazisti collegavano l’esistenza del regno di Shambhala con quella, in un passato antico, del “regno di Tule Iperborea”, di cui aveva parlato lo storico greco antico Erodoto (V secolo a.C.), il quale aveva riportato la leggenda egiziana secondo la quale il continente di Iperborea sarebbe sorto nelle terre vicine al Polo Nord. A seguito di una forte glaciazione la sua popolazione si sarebbe spostata più a sud. A ciò, nelle motivazioni di ricerca che muovevano i gerarchi nazisti, si aggiunse particolarmente la teoria dell’esistenza del “Vril”.
Nel 1871 il romanziere britannico Edward Bulwer-Lytton nel suo libro “La razza che verrà” descrisse una razza superiore sopravvissuta ai cataclismi mitologici, i “Vril-ya”, che vivrebbero sottoterra e aspirerebbero a conquistare il mondo tramite il “Vril”, una forma di energia psicocinetica.
“Il mondo cambierà“, scriveva Bulwer-Lytton, (discorso ripreso anche da Adolf Hitler) “i nostri Signori usciranno dal centro della Terra. O noi facciamo un’alleanza con loro, diventando così Signori noi stessi, o ci troveremo tra gli schiavi, nel mucchio di letame che nutrirà le radici delle nuove città che sorgeranno”.
L’autore francese Louis Jacolliot aggiunse altri particolari nella sua opera “Le Fils de Dieu” (Il figlio di Dio) del 1873 e in “Les Traditions indo-européeenes” (Le tradizioni indo-europee) del 1876.
In questi testi l’energia “Vril” veniva messa in relazione con l’esistenza di popoli che vivrebbero nel sottosuolo dell’isola di Thule. I Tuleani avrebbero avuto in progetto di convogliare la loro massa di energia “vril” per diventare “superuomini” e risalire nel mondo in superficie.
LA SOCIETÀ VRIL
Maria Orsic, La leader della società Vril
Nel 1921 nacque per volere di Karl Hausofer e Rudolf Freiherr von Sebottendorff – il cui vero nome era Adam Alfred Rudolf Glauer – la Vril Gesellschaft (Società Vril) o Loggia Luminosa, una comunità segreta di medium ed occultisti tedeschi, in stretto contatto con l’Hermetic Order of the Golden Dawn.
Secondo quanto riportato da Jan Van Helsing, pseudonimo di Jan Hudo Holey, ne “Secret Societies and their power in the 20th Century” (“Geheimgesellschaften und ihre Macht im 20. Jahrhundert”), nel 1917 il Barone Von Sebonttendorf, Karl Hausofer, l’asso dell’aviazione Lothar Waiz, il Prelato Gernot della Segreta “Societas Templi Marcioni” (gli eredi dei Cavalieri Templari) e la bella Maria Orsic, si incontrarono per la prima volta a Vienna.
La bionda medium Maria Orsic di Zagabria della “Thule Gesellschaft” divenne la leader delle “Vrilerinnen”, le bellissime giovani donne dai capelli lunghissimi della Vril Gesellschaft. Nella Germania pre-WWII, le sorelle Vril (luce) condussero molte ricerche sul fenomeno psichico, la tecnologia avanzata di propulsione e gli antichi aviogetti perduti dalla forma discoidale.
L’intento primario di questa società era lo studio dell’origine della Razza Ariana, la ricerca dei progenitori Ariani, che ritenevano essere gli antichi superstiti di Atlantide ed il recupero dell’energia libera del Vril per gli “Eletti”.
Il loro motto era: “Non tutto il Bene viene da lassù”, e il loro simbolo era una giovane donna dai lunghi capelli raccolti a coda di cavallo che diventò anche il segno di riconoscimento del gruppo che si definiva “Alldeutsche Gesellschaft für Metaphysik.”
Il simbolo della società Vril
La lunga coda di cavallo non era solo un segno di riconoscimento, ma per le tradizioni esoteriche rappresenta la “forza medianica”. I capelli lunghi fungerebbero infatti da antenne “magiche”. Per questo motivo le poche foto arrivate fino ai nostri giorni ritraggono sempre i membri della Vril con chiome lunghissime.
La loro società Vril, i cui membri comprendevano alcuni che sarebbero divenuti in seguito personalità di spicco del partito nazional socialista tedesco, credevano che molte delle civiltà antiche (tra cui anche i Sumeri e gli Accadi) avessero ereditato le loro avanzate conoscenze dai sopravvissuti della leggendaria Atlantide.
La società Vril portò avanti l’idea dell’esistenza di una civiltà sotterranea governata da un’antichissima razza progenitrice del genere umano che aveva imparato a convogliare l’energia libera, chiamata appunto Vril. Si dice che questa ancestrale civiltà Ariana sia sopravvissuta ai cataclismi antidiluviani che conclusero la cosiddetta “età del ghiaccio” (l’ultimo periodo glaciale, la glaciazione Würm, terminato circa 10.000 anni fa) e continuano a prosperare sotto la superficie terrestre.
Il politologo Giorgio Galli, grande esperto di occultismo e società segrete, nel suo saggio “Hitler e il nazismo magico. Le componenti esoteriche del Reich Millenario” (Rizzoli, 2001), fa riferimento al fatto che quando Bulwer-Lytton ipotizzava il Vril, egli sperimentava la Magia sessuale,“cioè di poteri ‘speciali’ derivanti da pratiche sessuali (rituali) ed il potere che da essa scaturiva.”
In una intervista recente Galli riguardo alle società segrete che si tramandano la conoscenza della storia umana aggiunge che: “(Questa era) una concezione secondo cui la storia che conosciamo è solo una parte della storia dell’umanità. Solo alcune élites di iniziati conoscono “tutta” la storia. La storia antichissima di civiltà pure e incorrotte. Questo sapere e queste conoscenze, a cui è possibile attingere con pratiche e riti occultistici, trasmettono un particolare potere agli iniziati i quali devono svolgere anche un ruolo politico per gestire il futuro di una umanità decaduta cui occorre restituire le doti e le caratteristiche andate perdute nel tempo. I componenti di queste società si ritengono, insomma, depositari di un’antica sapienza primordiale che si manifesta spesso in riti particolari”.
Questo era esattamente il credo della società Vril, così come quello della società Ahnenerbe di Himmler.
“La Società credeva [inoltre] che Vril fosse la lingua parlata dagli Atlantidei o Tuleani. Era un idioma composto di suoni e di clic.
La Società Vril forniva rivelazioni segrete, la venuta della Nuova Era, il ritorno della lancia del destino, il ritorno della magica pietra nero-violetta, e del pugnale in ferro nero della vecchia fede pagana germanica. (…) La Società Vril riteneva che la vera fonte di energia fosse il Sole Nero, un’infinita radiazione di energia reale anche se invisibile per l’occhio umano.” (Encyclopedia of Ancient and Forbidden Secrets, voce “Vril”)
Il Dottor Willy Ley, uno dei massimi esperti della scienza missilistica di sempre, dichiarò che i membri della Società Vril ritenevano di essere in possesso di conoscenze segrete che avrebbe permesso loro di mutare, rendendoli simili ai superuomini che risiedono all’interno della Terra Cava.
“Il dottor (…) Ley, uno dei pionieri della moderna scienza missilistica: studioso tedesco fuggito negli USA nel 1933, scrive (1947) su una rivista americana della nascita nel 1925 della Loggia della Luce (detta anche Societa’ della Verita’) in contatto con i super uomini Vril, e, congiuntamente a questi ultimi, rivolta alla conquista globale. Ley venne sbeffeggiato dalla comunita’ dei suoi colleghi scienziati e la data della presunta costituzione si prestò a critiche feroci; e’ altresì vero che nel 1925 venne sciolta Thule, che confluì nel gruppo dirigente del partito nazista, così come e’ vero che in quel periodo Hitler si distaccò definitivamente dall’insurrezionalismo dei Frei Korps per avvicinarsi alla classe colta degli industriali ed ai Junkers della vecchia germania: è così, l’ideologia dei picchiatori in camicia bruna non era quella dei cosiddetti eletti nel cuore del partito. Ricercatori successivi a Ley si divisero sull’identificazione dei Vril: per alcuni, essi erano una super razza originaria del nostro Pianeta nascostasi probabilmente alla fine dell’Eta’ dell’oro nel sottosuolo, ove aveva costruito enormi cunicoli entro cui si spostavano a velocita’ vertiginosi su dischi volanti; per altri essi erano degli extraterretri veri e propri provenienti dallo spazio. Quest’ultima ottica prendeva le mosse proprio da un mito interno a Thule, cioe’ che i leggendari Iperborei (qui nostro articolo) fossero i discendenti dell’equipaggio di un’astronave schiantatasi sulla Terra, fuggita da un remoto pianeta in preda ad una guerra catastrofica. Dalle migrazioni degli Iperborei, sarebbero nate alcune etnie particolari: Celti, Norreni, Bretoni, Baschi ed Ariani.” (Pensatore, “La Svastica sull’Antartide. Una ‘contaminatio’ Aliena-Nazista-Americana”)
Le medium per raggiungere la massima concentrazione usavano alcune tecniche particolari di meditazione derivate (si dice) dagli Esercizi Spirituali ideati dal religioso basco Ignazio di Loyola.
L’uso di queste tecniche avrebbe permesso nell’iniziato la riattivazione del Vril dormiente. I membri della Loggia Illuminata credevano che la riattivazione del Vril avrebbe riportato i popoli della Terra Cava in superficie e solo chi riusciva a padroneggiare la potenza del Vril, sarebbe diventato simile ad Essi, mentre gli altri, i cosiddetti “non risvegliati” sarebbero rimasti schiavi.
È interessante notare come la descrizioni del Vril, da molti punti di vista sembra somigliare sorprendentemente al “terzo occhio” (e/o ghiandola pineale) celato e descritto nelle antiche tradizioni del mondo antico.
YAHWEH IL MALVAGIO DEMIURGO, GESÙ IL BUON EONE
Ad inizio degli anni ’90, venne fondata a Vienna da Norbert Jurgen-Ratthofer e Ralft Ettl, una società che si ispirò profondamente alla ormai disfatta società della Vril, ovvero la “Tempelhofgesellschaft“. Questa ha avuto come scopo l’insegnamento della dottrina del Marcionismo, una dottrina gnostica che identifica il dio veterotestamentario Yahweh con il “Demiurgo” il creatore del mondo materiale, del Male. Secondo gli iniziati, la razza Ariana destinata a dominare il mondo, si sarebbe stabilita su Atlantide, dopo l’arrivo da Aldebaran, la stella principale della costellazione del toro.
In tutte le dottrine gnostiche, ed in particolare nel Marcionismo, vi è insegnata la netta contrapposizione tra le forze del bene e della luce, e quelle del male e delle tenebre. Le forze del bene sarebbero rappresentate dal “Buon Dio”, L’Eone Gesù, il Soter, mentre invece le forze del male dal Demiurgo, il creatore del Mondo materiale “El Shaddai”, l’elohim che strinse l’antica alleanza con il popolo ebraico, e che secondo questa dottrina sarebbe anche l’Arconte ostile l'”Elsadaios”, l’Arconte che rappresenta il Sole.
I testi e le tradizioni di tutta l’antichità abbondano di leggende riguardanti l’esistenza di dimore situate nelle profondità del sottosuolo, dove dimorerebbero antiche presenze dotate di capacità fuori dal comune.
I Sumeri, gli Egizi, gli antichi Greci, i Norreni, i Buddisti tibetani e i Cristiani credevano che gli inferi fossero ubicati nel mondo sotterraneo, e che potevano essere raggiunti solo tramite alcuni precisi ingressi.
Nel corso del tempo questi luoghi furono trasformati e alterati (in alcuni casi del tutto inspiegabilmente) in regni “dei morti” raggiungibili dagli spiriti dei defunti (in alcuni casi come nella tradizione religiosa cristiano/cattolica sono le anime degli uomini che “peccarono in vita” che da morti sprofonderebbero negli inferi) ma in origine erano luoghi del tutto diversi rispetto a come vengono immaginati dai più.
Luoghi quali l’Ade della mitologia greca, lo Svartálfaheimr della mitologia norrena, lo Sheol ebraico, l’inferno cristiano stesso, l’Apsû Sumero, la Shambhala Tibetana, e la Duat degli antichi egizi sono alcuni chiarissimi esempi.
I pellegrini si recavano nell’isola di San Patrizio (chiamata anche purgatorio di San Patrizio), sulla costa di Co Donegal, dove credevano esistesse un ingresso diretto al Purgatorio, mentre le antiche leggende del Messico descrivono una grotta, situata all’interno di una montagna nei pressi di Ojinago abitata da creature diaboliche che dimorerebbero nelle “profondità” della terra.
Diverse tribù di nativi americani nel corso dei secoli hanno tramandato antiche leggende riguardanti un’antica razza di giganti – oggi estinta – dalla pelle bianca e dalle caratteristiche eccezionali. Ripercorriamo insieme alcune di queste antiche leggende, dalle tradizioni dei Choctaw ai Comanches degli Stati Uniti fino ai Manta del lontano Perù. Continue reading “I GIGANTI BIANCHI NELLE LEGGENDE DEI NATIVI AMERICANI”
Come molte antiche isole paradisiache e mitiche terre perdute, Avalon è sicuramente una tra le più famose, e le leggende su di essa hanno catturato l’immaginazione di generazioni di scrittori e di appassionati di tutto il mondo.
Secondo la leggenda questa magica e affascinante terra si troverebbe nella parte occidentale delle Isole Britanniche, e troviamo testimonianze sulla sua esistenza nel bellissimo ciclo letterario di “Re Artù” (XII secolo d.C.).
Avalon sarebbe stato un luogo di fertilità, e secondo alcuni il suo nome significherebbe “Isola delle mele“, com’è possibile riscontrare nell'”Historia Regum Britanniae” (“Storia dei re della Gran Bretagna”) di Goffredo di Monmouth, scritta nel 1136 d.C..
Infatti, il termine bretone per mela è “Aval“, mentre in gallese è Afal, la cui pronuncia è però lo stesso “Aval”.
Rappresentazione artistica di Avalon
Numerose sono le testimonianze nelle varie mitologie indoeuropee dell’esistenza di un'”isola di beati” situata all’estremo occidente dell’Europa, un’isola designata anche come il luogo in cui germogliava il “Giardino degli Esperidi”, famoso per le sue mele d’oro e citato nella mitologia greca.
Secondo la tradizione, Avalon era un’isola che abbondava di meli selvatici, viti e piante di grano che crescevano per tutto l’anno al posto delle piante selvatiche. Le persone che vivevano nell’isola non conoscevano la vecchiaia e vivevano un’esistenza idilliaca in contatto con la natura e con l’ambiente circostante.
Nelle leggende Avalon era descritto come il luogo in cui giunsero Gesù e Giuseppe d’Arimatea, e quest’ultimo vi sarebbe arrivato dopo aver raccolto il sangue di Cristo, crocifisso e morto sul Golgota, nel famoso calice (il prezioso “Santo Graal”) e quindi avervi fondato ad Avalon la prima chiesa della storia della Britannia.
Secondo altre leggende, dopo che Re Artù fu ferito mortalmente nella battaglia di Camlann nella lotta contro Mordred, il re fu posto su una chiatta dalla sorellastra, la Fata Morgana, e portato sull’isola di Avalon. Arrivati sull’isola, Artù fu guarito e riportato in salute. Si dice che Re Artù sia rimasto sull’isola, che ancora oggi vi dimori e che un giorno ritornerà quando il mondo avrà nuovamente bisogno di lui.
LOCALIZZAZIONE DI AVALON
Vista est fino alla navata dell’Abbazia di Glastonbury, Glastonbury, Somerset, Regno Unito
Molti esploratori e indagatori di misteri nel corso della storia hanno cercato di rintracciare la posizione effettiva di questa isola mitologica, suggerendo alcuni luoghi nell’Oceano Atlantico, nel Mar Mediterraneo e persino in località lontane dell’emisfero australe. Sicuramente però i luoghi più popolari della sua localizzazione sono l'”Isola di Man” (che si trova tra Inghilterra e Irlanda) e la piccola città inglese di Glastonbury.
Malgrado però la popolarità dell’idea, non sembra che ci siano molte prove che confermino la collocazione di Avalon in uno di questi luoghi; potrebbe trattarsi infatti di poco più di un mito derivato da leggende celtiche precedenti, basate su antiche tradizioni che si riferivano a isole paradisiache perdute e sommerse nelle profondità dell’oceano.
Una delle ipotesi più popolari riguardo la localizzazione di Avalon è, come abbiamo già detto, nella città di Glastonbury.
Anche se si tratta di una città e non di un’isola, Glastonbury (che si trova nella zona interna rispetto al canale della Manica) anticamente era una terra circondata da acqua e paludi, che la rendevano appunto simile ad una vera e propria isola. In origine l’unico ingresso a Glastonbury era costituito proprio da un lungo passaggio tra le acque della palude che la circondavano. Fino al 1539, fu attiva l’Abbazia omonima.
“The Last Sleep of Arthur in Avalon”, dipinto di Edward Burne-Jones
L’abbazia di Glastonbury (in inglese “Glastonbury Abbey”) è un complesso monastico di costruzione medievale, oggi in stato di rovina, considerata la “culla della cristianità inglese” nella zona del Somerset (Inghilterra sud-occidentale). Essa fu fondata nel 712 dal re sassone Ine del Wessex e ricostruita dai Monaci Benedettini dopo un incendio (occorso nel 1184) tra il XIII e l’inizio del XV secolo.
Secondo leggende locali, invece, l’abbazia fu fondata da Giuseppe d’Arimatea, giunto qui intorno al 60 d.C. per convertire i Britanni al cristianesimo, e come detto in precedenza, stando alla tradizione, fu visitata addirittura da Gesù in persona.
Nell’abbazia sono sepolti alcuni re sassoni, e anche quelle che sono ritenute comunque le spoglie mortali di re Artù e di sua moglie Ginevra, che avrebbero vissuto in questo luogo (si dice che re Artù governasse sotto i pinnacoli dell’abbazia assieme ai suoi valorosi cavalieri) in quella che è considerata la mitica Avalon negli ultimi anni della loro vita.
Glastonbury fu messa in correlazione alle leggende arturiane quando nel 1190 d.C. i monaci affermarono di aver rinvenuto, oltre alle tombe dei due leggendari sovrani, anche una “scultura incrociata” (si tratta di una croce con la scritta “qui giace re Artù ecc.”) che attribuiva appunto la sepoltura al re.
Infatti, come affermato dallo storico, scrittore e chierico gallese Giraldus Cambrensis (1146 – 1223) sopra di essa, e sotto una pietra, c’era una pesante croce con un’iscrizione inequivocabile: “Hic jacet sepultus inclitus rex Arthurus in insula Avalonia” (“Qui giace sepolto il famoso Re Artù nell’isola Avalonia”).
Luogo del presunto ritrovamento della tomba di Re Artù e di sua moglie la regina Ginevra
La presunta scoperta della tomba di re Artù e della regina Ginevra diede un nuovo impulso ai pellegrinaggi presso l’abbazia di Glastonbury, dopo che le visite erano diminuite notevolmente – a causa anche di un grande incendio avvenuto nel 1184 che aveva distrutto gli edifici dedicati alla vita monastica.
Glastonbury rimane ancor oggi un sito molto popolare, soprattutto come luogo di pellegrinaggio e di turismo, grazie anche alle convinzioni e alle credenze popolari radicate nel corso del tempo, che vedono nella città britannica il luogo del riposo finale del grande re Artù.
Malgrado la popolarità dell’idea, però, non sembra che ci siano molte prove di un collegamento con le leggende arturiane prima del 1190 d.C.. La maggior parte degli archeologi considera il monumento che indica la sepoltura del re Artù come frutto di falsificazioni postume, operate dai monaci al fine di attirare pellegrini e raccogliere fondi per ricostruire la loro abbazia, dopo l’incendio accadutogli nel 1184.
Un’altra località suggerita per la localizzazione della terra di Avalon, anche se meno popolare nell’immaginario, è l’Isola di Man, per via della sua associazione con la leggendaria terra di “Emain Ablach”, che si traduce approssimativamente con “Isola degli alberi di mele”.
Si dice che Emain Ablach fosse la dimora di Manannan mac Lir, il dio irlandese del mare e del tempo atmosferico, uno dei leggendari navigatori dei TÚATHA DÉ DANANN (nostro articolo).
“Manannán mac Lir”, scultura di John Sutton presso Gortmore, Magilligan, County Londonderry (2014)
Secondo la leggenda, l’isola fu stata formata dal gigante irlandese Fionn mac Cumhail durante una battaglia a distanza con un suo rivale scozzese: il leggendario gigante avrebbe strappato dal terreno un’enorme porzione di terra formando il Lough Neagh ma, difettando di buona mira, l’avrebbe scagliata nel Mar d’Irlanda formando in questo modo l’isola di Man.
È stato detto anche che l’isola è stata un regno di guarigione dove non esisteva vecchiaia e regnava un perenne clima primaverile, mai invece l’inverno.
Le leggende dicono anche che nell’isola erano presenti grandi foreste di alberi di meli selvatici. Avalon è stata da sempre associata agli alberi di mele e alla guarigione, quindi sembra ragionevole suggerire che la rappresentazione arturiana delle caratteristiche di Avalon sia derivata dal precedente mito celtico di “Emain Ablach”.
L’albero di mele a Emain Ablach
Per molti secoli Emain Ablach è stata identificata con l’Isola di Man poiché il nome dell’isola sembra suggerire appunto una connessione con il già citato Manannan mac Lir. Il problema principale di questa teoria è che il nome dell’isola di Man in realtà sembra non avere legami con questa divinità celtica. Se l’associazione con Manannan viene rimossa, restano pochi dati a sostegno dell’ipotesi che l’Isola di Man abbia qualcosa a che fare con la leggendaria terra di Emain Ablach, per non parlare dunque dell’isola Avalon.
La dèa degli inferi Inanna raffigurata come “Queen Of The Night” (“La regina della notte”). Originariamente catalogata come “rilievo Burney”, questa immagine fa parte della collezione Norman Colville ed è conservata al British Museum di Londra.
Inanna era un’antica dea sumera, “Anunna” dell’amore, della sensualità, della fertilità, della procreazione e della guerra.
Denominata successivamente “Ištar” dagli Accadi, dagli Assiri e dai Babilonesi, è identificata successivamente dagli Ittiti con “Šauška”, “Astarte” dai Fenici (un’altra traslitterazione è “Ashtart”; nella lingua ebraica biblica il suo nome è עשתרת (traslitterato Ashtoreth), in ugaritico ‘ṯtrt – anche ‘Aṯtart o ‘Athtart, traslitterato Atirat – e in accadico è As-tar-tu); ella era Afrodite per i Greci e Venere per i Romani.
In tutti i racconti antichi viene associata al pianeta Venere, il qual fatto permette di associare il suo nome a quello di “Signora della Luce Risplendente“.
L’iconografia della dea è associata anche alla stella a otto punte (un simbolo che si ritrova successivamente nell’iconografia cristiana correlato alla Vergine Maria).
Il simbolo della stella a otto punte rievoca il fatto che il pianeta Venere ripercorre le stesse fasi in corrispondenza di un ciclo di 8 anni terrestri, cosa già ampiamente conosciuta dagli astronomi in epoca sumera.
Ishtar/Inanna raffigurata come una guerriera che presenta i prigionieri di guerra al re
La più antica attestazione del nome di questa antica divinità è riscontrabile in alcune tavole di argilla rinvenute nell’antico complesso templare dell’Eanna (nell’antica città sumera di Uruk) e risalenti ai periodi del tardo Uruk-Gemdet Nasr, quindi intorno al 3.400-3.000 a.C., risultando tracciato con i segni più antichi come i pittogrammi, mentre quelli le indicazioni più recenti sono riportate in maniera più astratta.
Inanna è considerata come una delle più importanti divinità di tutto il vasto Pantheon mesopotamico. In alcuni miti viene descritta come figlia del dio del cielo ANU, il padre degli Anunnaki, divinità suprema del vasto Pantheon mesopotamico, mentre in altri appare come figlia di Nanna/Sin, Dio della luna e della saggezza, e in altri ancora è indicata come figlia del Dio Enki.
Come figlia di Nanna, era la sorella gemella dell’Anunna solare Utu/Shamash. Era soprannominata dai sumeri “Anunita” (o Anunitu), poiché era la preferita del grande Anu, il padre degli dèi che dimorava in cielo e che usava giacere con lei quando veniva in visita sulla terra.
Ella fa parte del clan degli Anunnaki Enliliti (cioè del clan di Enlil) in contrapposizione agli Anunnaki del clan di Enki, fratellastro ed eterno rivale di Enlil.
A volte viene ritratta come una giovane ragazza che sta sotto l’autorità patriarcale, altre volte invece come una figura ambiziosa che cerca in ogni modo di espandere la propria sfera d’influenza.
Inanna è il soggetto principale ritratto nel “Rilievo Burney” – anche se, a dire il vero, non c’è comune accordo tra gli studiosi su questa rappresentazione, e alcuni vedono nella donna ritratta Kisikil-lilla-ke (Lilith) presente nell’epopea di Ghilgameš, oppure la dea Ereshkigal, sorella di Inanna e regina del mondo sotterraneo.
Il “Rilievo Burney” è un altorilievo di terracotta di fattura si crede paleobabilonese, risalente al regno di Hammurabi di Babilonia (1792-1750 a.C). Alto 50 cm., fa parte della collezione Norman Colville conservata al British Museum di Londra.
Prende il nome dal suo scopritore, ma è famoso sopratutto per essere stato soprannominato ufficialmente “Regina della Notte” (“Queen of the Night” in inglese) durante una mostra tenutasi nel 2003.
Attraverso le opere scritte dall’alta sacerdotessa e poetessa Enheduanna (2.285-2.250 a.C.), figlia del mitico Re Sargon iniziatore della leggendaria dinastia di Akkad (2.334-2.279 a.C.), Inanna fu assimilata ad Ishtar e identificata come una divinità della vegetazione e della rinascita.
Ištar armata, rilievo in terracotta dell’inizio del secondo Millennio a.C., proveniente da Eshnunna
La “Regina del Cielo” divenne sicuramente la dea più popolare di tutta la mezzaluna fertile. La studiosa Gwendolyn Leick – famosa per aver pubblicato molti testi sulla storia della Mesopotamia – ha scritto a tal proposito: “Inanna era la più importante dea sumera e patrona di Uruk. Il suo nome era scritto con un segno che rappresenta un gambo di canne legato in cima con un cerchio. In questo modo esso appare nei più antichi testi che ci sono pervenuti della metà del IV millennio a.C.. Essa è anche citata in tutti gli elenchi relativi ai primi periodi della civiltà sumera ed era menzionata tra le quattro principali divinità sumere insieme a Anu, Enki e Enlil.
Nelle iscrizioni regali del primo Periodo Dinastico, Inanna è spesso invocata come protettrice speciale dei Re. Sargon di Akkad invocava il suo sostegno in guerra e in politica.
Sembra che durante il terzo Millennio a.C. ella abbia prerogative marziali, che potrebbero derivare da un sincretismo con la figura della divinità semitica Ishtar.
Il principale santuario di Inanna era l’Eanna (la “Casa dei cieli”) a Uruk, anche se aveva templi o cappelle a lei dedicati nella maggior parte delle città”.
La dea appare in molti antichi miti mesopotamici, in particolare quello di Inanna e dell’albero di Huluppu (un mito della creazione dell’inizio), di Inanna e del Dio della Sapienza (in cui lei porta la conoscenza e la cultura alla città di Uruk, dopo aver ricevuto i doni – i ME – dal Dio Enki [mentre questi era ubriaco]), del corteggiamento di Inanna e Dumuzi (la storia del matrimonio di Inanna con il dio-vegetale o della vegetazione) e nel poema più noto come “La discesa di Inanna” (circa 1.900-1.600 a.C.), nel quale la Regina del Cielo viaggia nel mondo sotterraneo, dimora della sorella Ereshkigal.
Oltre a queste opere e inni brevi dedicati a Inanna, ella è anche nota grazie al più lungo e complesso inno scritto da Enheduanna in onore della sua dea personale e della patrona di Uruk: Inninsagurra, Ninmesarra e Inninmehusa, che si traducono come “La Madre dal grande cuore”, “L’esaltazione di Inanna” e “La dea dai poteri tremendi”, tutti e tre bellissimi inni che hanno influenzato generazioni di abitanti della Mesopotamia nella loro comprensione della dea e della sua elevazione da una condizione di divinità locale ad una di divinità suprema.
La sua ambizione personale è attestata in una serie di opere che la caratterizzano.
Il Dr. Jeremy Black (1955-), storico e docente di Storia presso l’Università di Exeter, scrive: “Violenta e lussuriosa dopo aver ottenuto il potere, Inanna sta accanto ai suoi Re preferiti mentre essi combattono. In un poema sumero Inanna è descritta mentre lotta contro il “Monte Egih”. Il suo viaggio verso Eridu per ottenere i “ME” e la sua discesa nel mondo sotterraneo sono descritti come destinati ad accrescere la sua energia”.
INANNA E L’ALBERO DI HULUPPU
Nel noto racconto di “Inanna e l’albero di Huluppu” si narra che la dea avesse trovato un albero chiamato “Huluppu” sulle sponde del fiume Eufrate che era stato sradicato dall’erosione dell’acqua; ella lo prese con sé per piantarlo nel suo giardino con l’intenzione di utilizzarne la legna per creare il proprio trono e il proprio letto. Dopo dieci anni però, quando l’albero era cresciuto, non poté essere più utilizzato per quello scopo.
“Quindi un serpente, che non può essere incantato fece il suo nido tra le radici dell’albero Huluppu. L’uccello Anzu mise i suoi piccoli tra i rami dell’albero e la vergine oscura Lilith costruì la sua casa nel tronco”.
Inanna, la giovane dea che sorrideva sempre, a questo punto pianse a dirotto ma non risolse la situazione. Chiamò in aiuto il fratello Utu/Shamash che però non l’aiutò, e così si rivolse al grande eroe semi-divino Gilgameš che, dotato di una forza fuori dal comune, colpì il serpente tra le radici; l’uccello Anzû fuggì quindi insieme ai suoi piccoli verso le montagne e lo stesso fece anche Lilith che si diresse verso i luoghi selvatici. Consegnato l’albero Huluppu alla dea, ella trattenne per sé le sue radici che trasformò in pukku (tamburo) e traendo dai suoi rami il mekku (le bacchette per suonare il tamburo).
Impadronitosi di questo strumento musicale, costrinse i giovani di Uruk a danzare al suo ritmo fino allo sfinimento. Giunta la sera, posò lo strumento, ma il pukku e il mekku precipitarono agli Inferi.
Questo racconto è particolarmente interessante perché in esso possiamo osservare la presenza di “Lilith”, una figura molto nota nella cultura Mesopotamica e che poi sarebbe diventata nelle leggende ebraiche addirittura la prima moglie di Adamo, precedendo dunque “Eva”, considerata dall’esegesi cristiano-cattolica la “prima donna” ovvero la capostipite dell’umanità di genere femminile. Lilith dunque potrebbe essere stata assorbita dalla cultura ebraica direttamente dal corpus letterario babilonese durante la prigionia (cattività) in Babilonia, così come da altri culti ed antichi eventi rimasti nella memoria, come ad esempio il Diluvio universale presente nell'”Epopea di Gilgameš” e altri fatti narrati sopratutto nel libro della Genesi.
* * *
Nella mitologia fenicia e nella tradizione ebraica appare come la divinità Astarte, a cui viene attribuito il ruolo di “Elohim”.
Nel mito greco “Il Giudizio di Paride” – ma anche in altri racconti degli antichi Greci – Inanna viene identificata con la dea Afrodite, tradizionalmente associata a Inanna per via della sua incantevole bellezza ed estrema sensualità. Inanna viene sempre descritta come una giovane donna, mai come madre o come una moglie fedele, pienamente consapevole del suo potere femminile e che fa fronte alla vita con coraggio senza timore di come sarà percepita dagli altri, specialmente dagli uomini.
Nell'”Epopea di Gilgameš”, il famoso ciclo epico di ambientazione sumerica, scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla (2.700 – 1.400 a.C.), Inanna appare come Ištar, una dea dalla sessualità promiscua, gelosa e vendicativa.
I suoi appellativi sono “Argentea” e “Donatrice di Semi” e, come la sua controparte sumera, governava la fertilità e il raccolto.
In epoche successive divenne anche protettrice delle prostitute e dell’amore sessuale. Era la dea delle tempeste, dei sogni e dei presagi e distribuiva agli uomini potere e conoscenza tramite i “ME” sottratti al dio Ea/Enki.
Uno dei suoi simboli era il bastone con i serpenti intrecciati, simile a quello portato dall’Anunna Enkilita Ninsghizidda, a quello tipico dell’eroe divino civilizzatore delle Americhe “il serpente piumato” Quentzacoatl, allo scriba degli dèi Toth e a quello portato da molte altre divinità dell’antichità.
Uno dei monumenti più famosi dedicati alla dea Inanna è senza dubbio la “Porta di Ištar“, che era l’ottava porta della città interna di Babilonia. Essa fu costruita attorno al 575 a.C. sotto il regno di Nabucodonosor II, nella parte nord della città.
La ricostruzione della porta di Inanna fatta dal “Pergamonmuseum” di Berlino
Dal 1930 la porta si trova conservata al “Pergamonmuseum” di Berlino, ricostruita con i materiali recuperati dagli scavi condotti dal noto archeologo tedesco Robert Koldewey, insieme ad una parte della “Via Processionale” che passava sotto di essa.
La struttura era in realtà una doppia porta di cui ciò che è in mostra nel Pergamonmuseum è solo la più piccola parte frontale. L’ingresso posteriore, più ampio, è custodito nei magazzini del museo, mentre altre parti della porta, e due leoni della Via Processionale si trovano in altri musei sparsi nel mondo.
I decori principali della porta sono: leoni, tori, draghi e fiori. Le maioliche sono costruite con lapislazzuli e rivestite con finissima ceramica invetriata. Una più piccola riproduzione della porta è stata costruita in Iraq sotto Saddam Hussein come entrata ad un museo che però non fu completato.
Danni alla riproduzione avvennero durante la guerra in Iraq per colpa degli eserciti statunitensi che, come si venne a sapere in seguito, avevano l’ordine di distruggere gli antichi monumenti conservati nei musei iracheni.
Il culto di Ištar si diffuse anche in Egitto, si pensa durante la XVIII dinastia. Secondo la tradizione il culto potrebbe essere stato importato in Egitto dal faraone Amenhotep III (Tebe, 1.400/1.390 a.C. circa – Malkata, 1.350 a.C. circa) con la richiesta fatta a Tushratta, sovrano del regno dei Mitanni, di poter avere una statua della dea conservata nell’antica e famosa città assira di Ninive allo scopo di sanare una malattia che aveva afflitto il dignitario egizio.
Nell’iconografia egizia la dea è talvolta raffigurata nell’atto di allattare. Nell’epopea di Gilgameš, questi rifiuta le sue proposte sessuali, rinfacciandole che nessun uomo è mai rimasto vivo fino all’indomani mattina dopo avere giaciuto con lei nella notte. Inanna quindi per vendicarsi del rifiuto di Gilgameš gli inviò Gugalanna, il terrificante “toro del cielo”. Gugalanna, “i cui piedi fanno tremare la terra”, era stato il primo marito della sorella di Inanna Ereshkigal, la dea del “regno dei morti”.
Gugalanna però venne trafitto a morte nello scontro dalla spada di Gilgameš e smembrato poi da Enkidu. La dea Inanna/Ištar osservò la scena dall’alto delle mura della sua imponente città; Enkidu, sfidando la dea, prese una coscia di Gugalanna e la mostrò agitandola dinanzi alla dea, minacciandola che avrebbe fatto lo stesso con lei se fosse riuscito a catturarla. Per la sua empietà e sfrontatezza, Enkidu morirà durante il viaggio che svolgerà successivamente insieme all’amico di mille avventure Gilgameš, quando si incamminarono verso il “Paese delle Montagne”, dove si trovava la “Foresta di Cedri”, e lì avrebbero raccolto legname per costruire una enorme porta da dedicare al dio Enlil.
La morte di Enkidu è il fulcro catalizzatore di tutta l’epopea, e fu proprio questo triste evento che fece riflettere l’eroe Gilgameš sul senso della vita, e lo spinse ad incamminarsi in un lungo viaggio per cercare di ottenere l’immortalità.
Inanna, dunque, è fondamentale nella storia e per il destino di uno dei più grandi eroi dell’antichità.
Sicuramente però il racconto più famoso in cui compare Inanna è il poema principale a lei dedicato, e cioè “La discesa di Inanna agli Inferi”, che inizia subito dopo gli eventi appena raccontati.
LA DISCESA DI INANNA AGLI INFERI
Decorazione del cilindro che descrive la discesa di Inanna agli inferi. Credit: Istituto orientale presso l’Università di Chicago
“La discesa di Inanna” (conosciuto anche come “La discesa di Inanna agli inferi” oppure “La discesa di Inanna nel mondo sotterraneo”) è un famoso poema dedicato alla dea Inanna, uno tra i più famosi ed importanti dell’intero corpus letterario dell’antica Mesopotamia. Questo antico evento, raccontato in forma di poema, era scritto originariamente in cuneiforme e inciso su tavole di argilla. La discesa di Inanna racconta del viaggio dell’eroina in forma allegorica nel mondo sotterraneo per visitare o sfidare il potere di sua sorella, che vi era giunta di recente, di nome Ereshkigal.
Si pensa che il poema de “La discesa di Inanna” sia stato composto tra il 3.500 e il 1.900 a.C., anche se è stato suggerito da alcuni studiosi che potrebbe essere stato compilato in una data ancora precedente.
Questo famoso poema contiene 415 righe, mentre la versione accadica, nota come “La discesa di Ištar”, rinvenuta nei pressi dei siti archeologici assiri di Assur e Ninive, viene raccontata invece in sole 145 righe.
Rispetto alla versione sumera vi sono però alcune importanti variazioni sia nello stile della narrazione che nella caratterizzazione dei personaggi, a cominciare proprio dalla protagonista. Alcuni studiosi credono che questa differenza sia dovuta all’influenza crescente del patriarcato, che col tempo diminuì sempre di più l’influenza matriarcale e con ciò l’importanza del ruolo delle divinità femminili durante il II millennio a.C..
“La discesa di Inanna” inizia con i seguenti versi: “Dal grande paradiso ella si immerse nel mondo di sotto. Dal grande paradiso la dea mise la sua mente nel grande abisso. Dal grande paradiso Inanna mise la sua mente nel grande abisso. La mia padrona abbandonò il cielo, abbandonò la Terra e scese nel mondo sotterraneo. Inana abbandonò il cielo, abbandonò la Terra e scese nel mondo sotterraneo”.
Una spiegazione dell’interesse di Inanna per il mondo sotterraneo secondo alcuni ricercatori è da ricercare nelle ambizioni della dèa, in quanto ella sperava di estendere la sua sfera d’influenza fino a quel regno, la cui regina era invece la sorella Ereshkigal. Inanna si mise d’accordo con il suo primo ministro (donna), Ninshuba, dicendole che, se Inanna non fosse tornata entro massimo tre giorni e tre notti dal sottosuolo, il ministro avrebbe dovuto organizzare grandi cerimonie funebri e avrebbe dovuto chiamare gli Anunnaki perché corressero in suo soccorso. Presi questi accordi, Inanna cominciò la sua discesa nel mondo sotterraneo. Al primo dei sette cancelli degli inferi (o del mondo sotterraneo), la giovane dèa venne fermata dal custode, Neti, che le chiese il motivo della sua visita. Inanna informò il guardiano che vi si era recata per rendere omaggio a sua sorella Ereshkigal, signora dell’oltretomba, e per portarle le sue condoglianze per la morte di Gugalanna, suo marito, il “toro del cielo” ucciso da Gilgamesh e da Enkidu.
Questa tavoletta cuneiforme di terracotta raffigura il mito di “Inanna che preferisce l’agricoltore”. In questo mito Enkimdu (il dio dell’agricoltura) e Dumuzi (il dio del cibo e della vegetazione) cercano di conquistare la mano di InannaEreshkigal, sorella di Inanna e regina del mondo sotterraneo (gli inferi)
Quando sua sorella Ereshkigal ricette la notizia non fu affatto soddisfatta e ordinò al suo guardiano che le sette porte degli inferi fossero bloccate per impedirne l’accesso alla sorella. Il guardiano Neti quindi obbedì e chiuse tutte e sette le porte degli inferi. Ad Inanna fu permesso solo di attraversare un cancello alla volta e, prima di ogni cancello, era tenuta a rimuovere un pezzo alla volta del suo abito regale. Così accadde ad ogni cancello. Pezzo dopo pezzo Inanna dovette rinunciare a tutti i suoi gioielli e ai suoi ornamenti finché, attraversando l’ultimo dei cancelli, si ritrovò splendidamente nuda di fronte alla sorella Ereshkigal, sovrana del regno sotterraneo.
Inanna, spogliata dai suoi averi, si ritrovò dunque nuda ed inerme dinnanzi alla sorella. Ereshkigal volse i suoi occhi di pietra su sua sorella venuta dal mondo di sopra trasformandola in un istante in un “cadavere inanimato” lasciandola poi “appesa ad un gancio per tre giorni e tre notti”.
Al suo sguardo Inanna perse la sua vitalità e rimase per tre giorni e per tre notti come un cadavere, giacendo inerme nel regno sotterraneo. Visto che Inanna non aveva fatto ritorno al suo regno celeste nei giorni da lei prestabiliti, la ministra Ninshuba fece ciò che le era stato ordinato dalla dèa.
Si mise quindi alla ricerca di Enki (che in questa versione della storia era il padre della dèa) che, venuto a conoscenza della situazione, corse subito in suo aiuto. Enki, con lo sporco che aveva sotto le unghie, diede vita a due strane creature, “Kurgarra” e “Galatur”, e le inviò nel mondo sotterraneo insieme a cibo e acqua per riportare in vita Inanna che vi giaceva inerte.
Inanna venne recuperata con successo dalle creature create da Enki ma era previstoche nessuno potesse lasciare il mondo sotterraneo se non fosse stato trovato un sostituto che rimanesse per sempre al suo posto nella “Terra del Giudizio” (gli inferi).
Inanna, ormai libera, giunse ad Uruk, la sua città sacra, ma inaspettatamente trovò che il suo amante Dumuzi non era affatto a lutto, anzi in sua assenza si era appropriato del suo posto di comando. Infuriata per tanta presunzione, la dèa ordinò che proprio lui fosse portato come suo sostituto nel regno di Ereshkigal (degli inferi). Fortunatamente per Dumuzi, la sua affezionata sorella Gestinanna lo seguì nel mondo sotterraneo e ottenne da Ereshkigal la vita del fratello per la metà di ogni anno, la metà d’anno in cui le piante del deserto fioriscono, perché Dumuzi era il dio della vegetazione.
In alcune versioni del racconto fu la stessa Inanna, e non Gestinanna, a liberare Dumuzi. In altre versioni ancora della storia fu proprio Dumuzi, per amore nei confronti di Inanna, a sacrificare la propria libertà e permettere così alla dèa di ritornare alla vita.
Inoltre, la tristezza di Geshtinanna, sorella di Dumuzi, commosse Ereshkigal a tal punto da permettere a Dumuzi di tornare sulla terra durante l’estate e la primavera.
Come per il mito greco di Persefone e Demetra, questo evento è generalmente preso ad esempio come spiegazione per il cambiamento e la variazione delle stagioni.
LA “GUERRA DELLE PIRAMIDI”
Inanna combatte contro Marduk/Ra (raffigurazione da un cilindro sumero)
Della dea Inanna dalle tavolette sumere viene fuori, come abbiamo visto, un ritratto vivace e molto battagliero.
La dèa aveva sposato Dumuzi sperando di trarre dall’alleanza col marito nuove opportunità per espandere i propri domini. Accadde però che Dumuzi fosse stato assassinato per motivi non chiari: i miti sumeri narrano che il motivo fu o una vendetta per aveva osato usurpare il trono della dèa stessa quando questa giaceva inanimata nel mondo sotterraneo la cui custode era sua sorella Ereshkigal, o perché Dumuzi era caduto e dunque morto affogato in un fiume.
Fatto sta che Inanna restò da sola e per nulla rassegnata a diminuire le proprie possibilità di espansione: ella inoltre accusò il dio Marduk/Ra di essere responsabile della morte di suo marito e dunque del fallimento (temporaneo) della sua sete di espansione.
Decise quindi di intraprendere una guerra vera e propria contro il dio Marduk/Ra. L’impresa era ardua, e suo padre Anu l’aveva scoraggiata dal compiere un tale azzardo. La donna, equipaggiata di tutto punto di ogni genere di armi, decise di affrontare l’impossibile: le tavolette sumere raccontano che assaltò il monte Ebih e riuscì, alla fine, addirittura a demolirlo.
Ora, che si trattasse di una montagna vera e propria è improbabile, per evidenti motivi; tre informazioni aggiuntive ed esterne alla storia ci potrebbero però far capire che si trattava di altro, forse meno alto di una montagna ma altrettanto sontuoso ed importante, oltre che più familiare: 1) il nome collettivo utilizzato per indicare il “monte Ebih” poteva servire anche ad indicare una “catena” montuosa, un “gruppo di cime”; 2) in un dipinto raffigurante Inanna che fronteggia un nemico armato, si vede sullo sfondo il profilo di tre cime… corrispondenti alle tre piramidi principali della Piana di Giza; 3) c’è il ricordo che, nella Piana di Giza, si trovasse anche una quarta piramide, che era andata “perduta” in circostanze non chiare o di cui non c’era più memoria. Dunque veramente la dea Inanna potrebbe aver demolito (distrutto?) la quarta piramide (nera) che era presente nella Piana di Giza.
Uno dei bisonti raffigurati nelle grotte di Altamira, in Spagna
Nell’antico bacino del Mar Mediterraneo, in un’epoca ormai dimenticata dall’uomo, gli Dèi erano venerati, adorati e rappresentati nelle più svariate forme e modalità. Quasi sempre erano raffigurati in sembianze antropomorfe, cioè simili agli uomini, altre volte in forma di animali.
In questo periodo molti culti e simboli religiosi cominciarono a circolare tra le culture umane, e tra questi uno in particolare fu oggetto di venerazione e adorazione da parte di quasi tutte le culture del Mediterraneo antico.
Si tratta del toro, considerato animale divino e sacro da quasi tutte le culture dell’antichità, e fu anche un simbolo associato alla Luna, alle costellazioni, alla fertilità, alla rinascita e persino al potere dei Re.
Le prime rappresentazioni dell’arte paleolitica e l’enigmatica venerazione del toro in Anatolia (l’attuale Turchia) influenzarono una varietà di culti sacri e religiosi che si estesero in ogni luogo del mondo antico.
Dal toro sacrificato nella Creta minoica al culto del toro Apis in Egitto al ritratto sacrificale presente nel mitraismo romano, il toro era parte integrante di moltissime e importanti tradizioni religiose e di diverse culture, distanziate tra loro dal tempo e dallo spazio.
Prove del culto del toro sono state trovate in varie zone del mondo, come l’Europa, l’Africa e l’India.
Il toro era oggetto di venerazione e il culto dedicatogli cominciò a diffondersi intorno a 15.000 anni fa, alla fine del periodo del Paleolitico superiore.
Una delle prime testimonianze archeologiche che riguardano la raffigurazione del toro nel Paleolitico superiore la si può trovare nelle pitture rupestri presenti nelle Grotte di Altamira (18.500-14.000 anni fa), nel nord della Spagna.
Il soffitto delle grotte di Altamira raffigurante una mandria di bisonti
Il soffitto della grotta è coperto da imponenti dipinti che rappresentano una mandria di grossi bisonti di una razza oggi estinta.
Anche se non è stata trovata alcuna prova che possa far pensare alla presenza di rituali e sacrifici riguardanti il toro ad Altamira, è interessante notare come le cerimonie iniziatiche di alcune religioni dell’Asia Minore e della Grecia avvenivano proprio all’interno di grotte.
È possibile quindi che l’adorazione del toro abbia avuto inizio con queste pitture presenti nelle grotte e si sia successivamente sviluppata per migliaia di anni, influenzando le radici dei rituali religiosi che si svolgevano nelle grotte e nei templi.
La prima testimonianza del culto del toro è stata trovata nel vicino Oriente antico, a Çatal Hüyük in Anatolia, intorno al 7000 a.C..
Pitture rappresentanti i tori sono state rinvenute sulle pareti settentrionali dei santuari che sono assimilabili alle grotte del Paleolitico.
Teste di tori in gesso provenienti da Çatal Hüyük in Anatolia, conservate al museo di Ankara
Molti dipinti raffigurano anche giovani acrobati che giocano e saltano sulle spalle dei grossi animali.
Oltre a queste antiche pitture, nei santuari furono rinvenute anche teste di tori realizzate in gesso.
Alcuni tori sono raffigurati come partoriti da una “dea” della fertilità, indicando con ciò anche una forte connessione tra il toro e l’antico culto preistorico della Dea Madre.
I teschi e le corna di questi animali furono usati anche per decorare i santuari dove si svolgevano i culti. Le pitture della dèa e del toro, così come le pitture raffiguranti grandi avvoltoi, mostrano le credenze religiose degli abitanti di Çatal Hüyük che si concentravano sul concetto ciclico di morte e di rinascita.
Pitture di enormi avvoltoi indicano una pratica religiosa in cui i corpi dei tori morti venivano lasciati all’aperto per poi venire scarnificati dagli uccelli, così da lasciare solo i resti degli scheletri.
La migrazione di uomini e commercianti di Çatal Hüyük potrebbero averli portati ad “esportare” le proprie pratiche rituali e religiose anche in altre aree abitate nei millenni a seguire.
IL CULTO DEL TORO NELLA MEZZALUNA FERTILE
Sfinge di toro con testa umana proveniente dalla città sumera di Girsu, 2.140 a.C. (Museo del Louvre di Parigi)
In Mesopotamia il toro, più che oggetto di culto e di venerazione, veniva considerato come un simbolo associato ad alcune divinità e simboleggiava potenza e regalità.
In particolar modo tra i sumeri esso era associato a due tra le più importanti divinità di tutto il loro vasto “Pantheon”, ossia gli Anunna ENKI ed ENLIL, che in alcuni poemi sarebbero stati definiti anche come il “grande toro”, ed erano onorati con canti e rituali.
A volte Enki ed Enlil erano ritratti anche con fattezze di toro nei sigilli e in alcune statue.
Sono state trovate anche scene di sacrifici di tori incise finemente su sigilli sumeri. Ci sono scene che rappresentano rituali in cui un toro viene pugnalato alla gola e potrebbero costituire le prime testimonianze di sacrifici del toro a scopo rituale.
Sigillo sumero con la raffigurazione di tori
Su sigilli d’argilla sono state trovate anche raffigurazioni di personaggi antropomorfi con corpo di toro e testa umana e viceversa. Queste strane ed enigmatiche rappresentazioni ibride, secondo alcuni studiosi, potrebbero simboleggiare il dominio degli uomini sugli animali selvatici o il potere dell’intelligenza umana che soggiòga gli istinti animaleschi insiti da sempre nell’uomo stesso.
Nella mitologia mesopotamica, in particolare nell’epica babilonese di derivazione sumerica conosciuta come “l’epopea di Gilgameš” (2600-2500 a.C.), il toro è rappresentato da Gugalanna (letteralmente “Grande toro del cielo”, dal sumero gu=”toro”, gal=”grande”, an=cielo” e -a “del”), che era una divinità sumera – così come anche una costellazione conosciuta oggi come costellazione del Toro appunto – e rappresentava uno dei dodici segni dello Zodiaco.
Gugalanna era stato il primo marito della dea Ereshkigal, la dea del “regno dei morti”.
Venne inviato dalla dea Inanna, sorella di Ereshkigall, per vendicarla di Gilgameš, che aveva rifiutato le sue proposte sessuali.
Gugalanna, “i cui piedi fanno tremare la terra”, venne trafitto a morte nello scontro dalla spada di Gilgameš e smembrato da Enkidu. La dea Inanna osservò la scena dall’alto delle mura della sua imponente città ed Enkidu, sfidando la dea, prese le cosce di Gugalanna e le mostrò agitandole dinanzi alla dea, minacciandola che avrebbe fatto lo stesso con lei se fosse riuscito a catturarla.
Per la sua empietà e sfrontatezza, Enkidu morirà, durante il viaggio che svolse insieme all’amico di mille avventure Gilgameš, quando partirono insieme alla ricerca dell’immortalità.
Dopo questa periodo caratterizzato dal culto in simbiosi con quello della Dea Madre, l’adorazione del toro si è poi evoluta a comprendere i simboli della primavera e della rigenerazione.
Molti culti successivamente avrebbero usato il toro come oggetto principale dei sacrifici rituali, specialmente quelli legati al Sole, come nel mitraismo romano.
Nelle successive culture mesopotamiche, il toro assunse significati simbolici secondari.
Il toro e il leone sono stati spesso rappresentati come creature alate che simboleggerebbero il potere reale, e venivano posti solitamente a guardia dei palazzi imperiali.
Per i babilonesi in particolare, le corna del toro venivano messi in correlazione con il simbolo della mezzaluna.
A sinistra: il sigillo assiro su agata marrone del 7° secolo a.C. raffigurante Gilgamesh ed Enkidu che uccidono Gulaganna; a destra: Gilgamesh sconfigge Gulaganna
LA STORIA BIBLICA DEL VITELLO D’ORO
Nicolas Poussin, “L’adorazione del vitello d’oro” (1633-37)
Il vitello d’oro (in ebraico: עֵגֶּל הַזָהָב, ‘ēggel hazâhâv) secondo la Torah Ebriaca fu un idolo fabbricato da Aronne – fratello di Mosè – con l’oro preso in Egitto dal Faraone, per compiacere gli ebrei durante l’assenza di Mosè quando questi salì sul Monte Sinai per ricevere dalla mano del dio Yahwèh le tavole della legge.
In ebraico l’episodio è noto come ḥēṭ’ ha‘ēggel (חֵטְא הַעֵגֶּל) o “Il peccato del Vitello”, e viene citato per la prima volta nel libro dell’Esodo (Esodo 32:4).
Il culto del toro come abbiamo visto era comune in molte culture.
In Egitto, da dove secondo la narrazione dell’Esodo provenivano all’epoca gli ebrei, il Toro Apis era un simile oggetto di culto, e alcuni studiosi ritengono che gli ebrei abbiano fatto rivivere questo culto nell’episodio della forgiatura del toro d’oro.
Altri credono che Yahwèh, il Dio di Israele, fosse associato e rappresentato a volte come una divinità dalle sembianze di vitello o di toro per via di un processo di assimilazione ad altri culti religiosi presenti nello stesso periodo.
Il toro nella cultura egizia veniva usato anche per rappresentare la dea Hathor che diffonde abbondanza e benedizioni
Tra i popoli limitrofi agli egiziani e agli ebrei nell’antico Vicino Oriente e nel Mar Egeo, l’uro – il toro selvatico – era largamente adorato e indicato spesso come simbolo lunare (per via della forma delle corna a disegnare una U simile alla Luna in fase crescente), ed era la raffigurazione propria di EL, la divinità suprema di tutti gli antichi popoli del Medio Oriente.
Nel libro dell’Esodo (cap. 32) si narra che, dopo l’uscita degli ebrei dall’Egitto, mentre Mosè era salito sul Monte Sinai a parlare con il suo Dio e ricevere da esso i dieci comandamenti (Esodo 24:12-18), gli israeliti, credendo che il profeta non sarebbe più sceso nell’accampamento, chiesero ad Aronne di fabbricare loro un dio per poterlo adorare (Esodo 32:1): “Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto“.
Aronne dunque raccolse i loro gioielli d’oro che avevano ottenuto dal Faraone prima di uscire dall’Egitto, li fuse assieme poi forgiando una grande statua raffigurante un vitello, ed essi la adorarono dichiarando: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!” (Esodo 32:4).
Aronne costruì anche un grande altare davanti al vitello e proclamò che il giorno successivo sarebbe stata una giornata di festa dedicata al Signore.
Il giorno dopo quindi tutti si alzarono presto offrendo “olocausti” e presentando sacrifici di comunione. “Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento” (Esodo 32:6). Dio allora disse a Mosè ciò che gli israeliti stavano facendo giù all’accampamento: “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata!. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione” (Esodo 32:9-10). Mosè supplicò Il suo Dio di risparmiare gli israeliti e di perdonarli, ed “il Signore abbandonò il proposito di nuocere al Suo popolo” (Esodo 32:11-14).
In seguito Mosè ridiscese dal monte, ma vedendo il vitello d’oro andò su tutte le furie e, preso da impeto, gettò a terra le tavole della Legge su cui erano incisi i comandamenti, frantumandole, e rimproverò fortemente Aronne e tutti gli israeliti. Mosè dunque prese il vitello, lo gettò nel fuoco bruciandolo e riducendolo in polvere, poi sparse la polvere nell’acqua e costrinse gli israeliti a berla. Infine si mise alla porta dell’accampamento e disse: “Chi sta con il Signore venga da me!”. Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi.
Gridò loro: “Dice il Signore, il Dio d’Israele: ‘ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente’. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo” (Esodo 32:26-28).
IL CULTO DEL TORO NELLA CRETA MINOICA
Una zona in cui gli elementi del culto della Dea Madre e del culto del Toro sono assimilabili è quella rappresentata dall’isola greca di Creta durante la dominazione di Minosse, nel secondo millennio a.C.. Ci sono prove che Creta sia stata abitata da popoli migranti provenienti dall’Anatolia (Turchia) e forse anche proprio dalla città già citata di Çatal Hüyük. Lo storico delle religioni e filologo tedesco Walter Friedrich Max Burkert (Neuendettelsau, 2 febbraio 1931 – Zurigo, 11 marzo 2015) nel suo libro “La religione Greca” pubblicato nel 1985 afferma che: “i reperti ritrovati nella città neolitica di Çatal Hüyük rendono quasi impossibile dubitare che il simbolo cornuto che Evans chiamava ‘le corna della consacrazione’ derivi effettivamente da vere corna di toro“.
Ricostruzione delle “corna della consacrazione” nel Palazzo di Cnosso
L’archeologo inglese Arthur Evans effettuò importanti scavi nell’isola di Creta, riportando alla luce le rovine dell’antico palazzo di Cnosso, eretto dalla popolazione che egli stesso definì “minoica”, dal nome del mitologico re cretese Minosse. Sulle pareti di quel tempio furono ritrovate, dipinte, delle grandi corna di toro poi ribattezzate “Corna della consacrazione”.
Sono stati rinvenuti anche notevoli affreschi in ceramica ancora perfettamente intatti – oggi custoditi al museo archeologico di Candia – che rappresentano scene di giochi con i tori, processioni ecc.. I muri erano ricoperti da intonaci affrescati con soggetti marini, combattimenti con tori e motivi geometrici datati intorno al 2.000 a.C.. Le stesse tinte accese che troviamo in questi affreschi le ritroviamo, nello stesso periodo, sui pilastri dei vari palazzi cretesi eretti a Cnosso.
Famoso in questo senso è il cosiddetto “Affresco della taurocatapsia“, un dipinto a secco su stucco raffigurante una scena di taurocatapsia appunto (nome di una lotta rituale con un toro che si teneva in occasione di festività in Tessaglia, a Smirne e a Sinope), risalente ad un periodo che va dal Medio Minoico III al Tardo Minoico B (XVII-XV secolo a.C.); esso venne scoperto sopra un muro nel lato est del palazzo di Cnosso, nel cortile della “bocca in pietra”. Questo affresco è esposto oggi al Museo Archeologico di Heraklion.
L’affresco della taurocatapsia nel Grande Palazzo di Cnosso, a Creta
Il Museo Archeologico di Herakleion contiene anche una collezione unica di oggetti antichi provenienti da scavi effettuati in tutte le zone dell’isola, tra cui i siti archeologici di Cnosso, Festo, Gortina e molti altri. Gli oggetti ivi esposti provengono principalmente dal periodo preistorico minoico che prende appunto il nome dal leggendario re di Creta Minosse. Il museo è diviso in 20 gallerie e contiene reperti di palazzi, case, tombe e grotte, disposti in gruppi in base al periodo e alla provenienza. Tra i tanti ritrovamenti notevoli spiccano in particolare alcune sorprendenti asce di bronzo dall’aspetto gigantesco, rinvenute nei pressi del sito archeologico di Megaron di Nirou, sempre a Creta. Le doppie asce secondo la tradizione venivano utilizzate a Creta come strumenti “rituali” per sacrificare il toro sacro, che appunto era il simbolo religioso principale dei Cretesi. Quello che impressiona sono le loro dimensioni gigantesche, che potrebbero alludere all’altezza fuori norma degli utilizzatori delle medesime (ne abbiamo parlato nell’articolo dedicato ai “giganti”).
Le pratiche religiose cretesi possono affondare a loro volta le proprie radici nel culto della Dea dell’Anatolia, come suggerisce anche l’istituzione dell’epoca della Governante, che era prevalentemente di sesso femminile.
Oltre che nelle già citate località di Çatal Hüyük e Creta, scene che raffigurano “giochi con i tori” possono essere osservate anche in Egitto nell’antica città di Tell el-Daba’a, l’attuale città di Avaris (un tempo capitale dei sovrani del popolo hyksos). Anche se il toro era chiaramente molto importante per la cultura cretese, non vi è alcuna prova che vi sia stato adorato come un dio, come ad esempio avveniva invece per il toro Apis in Egitto il quale, nel periodo della XX dinastia egizia nel cosiddetto “Nuovo regno”, era considerato l’incarnazione vivente del Dio Ptah.
A Creta, in un sarcofago situato ad Aghia Triada, sembrerebbe rappresentato un sacrificio rituale con un toro. Da un lato del sarcofago il toro è mostrato sdraiato su un tavolo con la gola tagliata mentre il sangue sgorga raccolto in un vaso. L’altro lato del sarcofago mostra una donna che versa quello che è probabilmente il sangue del toro in un altro vaso per un’offerta. Questa scena secondo gli studiosi potrebbe rappresentare un rituale in cui il sangue del toro fu usato come simbolo della rinascita per un defunto. In Grecia, successivamente continuarono alcuni aspetti del culto del toro connesso alla civiltà cretese.
IL TORO NELLA MITOLOGIA GRECA
La mitologia greca abbonda di antichissime storie e tradizioni in cui vengono citati i tori e altre figure antropomorfe dalle caratteristiche ibride tra il toro e l’uomo, come il mitologico e potentissimo “Minotauro“. Le storie narrate attraverso il linguaggio mitologico di “Teseo e il Minotauro”, “Teseo e il toro di Maratona” e di Zeus ed Europa affondano le proprie radici appunto nella cultura cretese.
MEDEA E IL TORO DI MARATONA
Teseo doma il toro di Maratona, di Charles André Van Loo
L’eroe Teseo, figlio di Etra ed Egeo, divenuto adulto quando giunse ad Atene, non volle rivelare subito la propria identità.
Medea però lo riconobbe immediatamente come figlio di Egeo e temette che potesse sostituire suo figlio Medo – il figlio che lei aveva dato al re di Atene – nella successione al trono, e tentò così di provocare la morte di Teseo chiedendogli di sottoporsi ad una difficilissima prova, quella di catturare il temibile Toro di Maratona, uno dei simboli del dominio cretese.
Teseo accettò, poiché in qualità di grande eroe e abile guerriero non si sarebbe mai tirato indietro di fronte ad una sfida, anche se questa potesse apparire quasi impossibile.
Lungo la strada che portava a Maratona Teseo trovò riparo durante una grande tempesta nella capanna di una donna anziana di nome Ecale, che giurò di fare un sacrificio in onore di Zeus se l’eroe fosse riuscito nella sua impresa.
Teseo così si mise in viaggio e sconfisse e catturò il toro ma, tornato alla capanna della vecchia Ecale, la trovò morta. In suo onore allora l’eroe decise di dare il suo nome ad una delle zone dell’Attica, rendendo i suoi abitanti in un certo senso figli adottivi dell’anziana Ecale.
Quando tornò trionfante nella città di Atene ed ebbe sacrificato il toro agli dèi, Teseo prese parte a un banchetto nella dimora di Egeo. Medea allora tentò di avvelenarlo, ma prima che egli potesse bere dal calice all’ultimo momento suo padre Egeo lo riconobbe per via dei sandali e della particolare spada che portava sempre con sé e strappò la coppa di vino avvelenato dalle sue mani. Così padre e figlio riuscirono finalmente a riunirsi.
TESEO E IL MINOTAURO
Teseo sconfigge il Minotauro e libera i giovani ateniesi
Nel mito di Teseo e del Minotauro il Re di Creta Minosse aveva vinto la guerra contro Atene.
Ordinò allora agli ateniesi che ogni nove anni (secondo alcune versioni ogni anno) inviassero sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi a Creta, dove sarebbero stati sacrificati al Minotauro nel Labirinto.
Il leggendario eroe Teseo, divenuto re di Atene, quando arrivò il momento di effettuare la terza spedizione sacrificale si offrì subito volontario per fermare questo abominio ed andare ad uccidere il mostro. Quando arrivò a Creta incontrò la bella Arianna, figlia del re Minosse, che si innamorò subito di lui e lo aiutò a ritrovare la via d’uscita dal labirinto donandogli una matassa di filo che, srotolata, gli avrebbe permesso di seguire a ritroso le proprie tracce, e una spada avvelenata che sarebbe servita all’eroe per uccidere il terrificante mostro.
Trovato il Minotauro, Teseo lo uccise liberando così i ragazzi ateniesi che guidò fuori dal labirinto.
IL MITO DI ZEUS E EUROPA
Europa e Zeus incarnato nel toro
Europa era la figlia di Agenore, re di Tiro, un’antica città fenicia. Quando Zeus arrivò a Creta la vide mentre raccoglieva fiori insieme ad altre sue coetanee vicino ad una spiaggia, e se ne innamorò. Allora il Dio inventò uno dei suoi stratagemmi: ordinò al dio Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia. Zeus quindi prese le sembianze di un bellissimo toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi. Europa salì sul dorso del toro, e questi la portò attraverso il mare fino all’isola di Creta. Zeus rivelò quindi la sua vera identità e tentò di violentarla, ma Europa resistette. Zeus si trasformò quindi in aquila e riuscì a sopraffare la donna in un boschetto di salici o, secondo altre versioni della storia, sotto un platano. Agenore il padre di Europa preoccupato mandò i suoi figli alla ricerca della sorella. Il fratello Fenix, dopo varie e infruttuose ricerche, divenne il capostipite dei Fenici. Un altro fratello, Celix, si installò in un’area sulla costa sudorientale dell’Asia Minore, a nord di Cipro, e divenne il capostipite dei Cilici. Cadmo, il più famoso dei fratelli, arrivò fino in Grecia dove fondò l’antica città di Tebe. Europa divenne dunque la prima regina di Creta. Ella ebbe da Zeus tre figli: Minosse, Radamanto e Sarpedonte, che vennero in seguito adottati da suo marito Asterione re di Creta. Dopo la morte di Asterione, Minosse diventò re di Creta e fu l’iniziatore della civiltà minoica. In onore del padre e della madre di quest’ultimo, i Greci diedero il nome di “Europa” al continente che si trova a nord di Creta.
Radamanto, secondo Omero (Odissea, IV, 563-564) dimorando nei Campi Elisi (Isole dei Beati) divenne il Signore del mondo ultraterreno. Sarpedonte, dopo la morte del padre putativo Asterione, entrò in conflitto con il fratello Minosse per la successione al trono di Creta. Non riuscendo a divenire re di Creta, emigrò in Caria, una regione storica nell’ovest dell’Anatolia, dove fondò l’antica città di Mileto.
I riti del culto del toro nelle zone rurali greche erano sacrificali e spesso avevano luogo all’interno di grotte. Il toro era spesso identificato con un dio, di solito Dioniso, Zeus o Poseidone, e il sacrificio dell’animale simboleggiava la morte e la successiva rinascita della divinità. Dioniso era a volte anche rappresentato in forma di uomo-toro con le corna alte in testa, e veniva onorato nelle “feste della fertilità”. Un sacrificio del toro è stato incluso anche come parte integrante del culto misterico Elusino di Demetra e Persefone.
IL CULTO DEL TORO NELL’ANTICO EGITTO
Il Bue Api presente nel Serapeum di Saqqara, in Egitto. L’animale spesso veniva raffigurato con un disco solare tra le corna. Gli israeliti ne crearono una copia e la adorarono durante l’assenza di Mosé (episodio narrato nell’Esodo)
L’antico Egitto come noto era il centro più importante per il culto del toro di tutta l’antichità, e questo comprendeva un’ampia varietà di aspetti, tra cui riti sacrificali, l’identificazione del toro con le divinità e con il simbolo del dominio del Faraone e il suo stesso potere reale.
La prima testimonianza del culto del toro in Egitto risale al periodo pre-dinastico e si trova in una tomba situata a Hierakonopolis. La tomba “100” – purtroppo oggi distrutta – fu scoperta dall’archeologo Frederick W. Green nell’inverno del 1898 in una necropoli situata nell’antica città egizia di Nekhen chiamata successivamente dagli ellenici “Hierakonpolis”, ovvero la “città del falco”.
Oggi la si può osservare solo nei disegni: essa era costituita da una tomba in cui erano stati sepolti un toro, una vacca e un vitello coperti da un baldacchino.
Tori selvaggi sono dipinti sulle pareti delle tombe, così come vengono rappresentate svariate scene di caccia e di guerra, anche se – al dire il vero – non è ancora del tutto chiaro il significato di tali disegni. Questi dipinti sono ancor oggi dibattuti da stoici e accademici poiché i frammenti originali sono stati occultati e relegati in una sperduta sala al piano superiore del Museo Egizio del Cairo, lontano dalla vista di curiosi, visitatori e turisti appassionati, e per questo per anni non è stato possibile studiarli in maniera approfondita. Quando il leggendario sovrano egizio Narmer unificò l’Alto e il Basso Egitto, il toro divenne la personificazione stessa del Re e divenne un simbolo associato al suo potere reale.
La “Tavoletta di Narmer”, chiamata anche La “Paletta dei Tori” associata al re egizio Narmer, raffigura in ogni suo lato il re come un toro che calpesta i suoi nemici.
Il toro è stato utilizzato anche come decorazione funeraria durante la prima dinastia egizia. Le tombe classificate come “3504” e “3507” scoperte nella città di Saqqara presentavano le teste dei tori che circondavano il perimetro della tomba. La tomba 3504 in particolare comprendeva circa 300 di queste teste. In ogni sito le teste dei tori sono fatte di argilla, e sono state adornate con corna vere di tori, del tutto simili alle teste in gesso trovate a Çatal Hüyük.
Anche a Saqqara è stato trovato un vero cranio di toro sepolto sotto un altare nel complesso funerario della Piramide. Dunque Il cranio del toro aveva chiaramente un significato speciale per gli antichi egizi della prima dinastia. Anche il famoso culto del toro Apis ha origine nella città di Saqqara sia nella prima che nella seconda dinastia. L’Apis fu adorato come l’incarnazione del potente dio Ptah.
Lo storico greco Erodoto descrive così l’Apis nelle sue “Storie”: “Api è un giovane toro la cui madre non può avere altri parti; gli egiziani la credono fecondata da un raggio mandato dal cielo mediante il quale produce Api. Il segno della divinità lo si trovava in molti dettagli: è nero, ma ha sulla fronte una specie di triangolo bianco e sulla schiena l’immagine di un’aquila, e nella coda peli doppi e l’immagine di uno scarabeo sotto la lingua”.
Quando un toro Apis moriva, i sacerdoti cercavano un altro giovane toro che avesse gli stessi segni particolari; trovatolo, lo facevano diventare il nuovo “Apis”.
Il nuovo Apis sarebbe stato portato a Memphis dove sarebbe stato mantenuto nel lusso dal sacerdozio. Il toro dopo la morte e la conseguente imbalsamazione veniva infine trasporto tramite un’imbarcazione lungo la via sacra di Memphis a Saqqara, per poi venire portato in processione e infine sepolto nel tempio sotterraneo di Serapide. Sotto i Tolomei – la dinastia greca dei Faraoni del III secolo a.C. – l’Apis fu messo in correlazione con Osiride, il dio dell’Oltretomba, per formare il dio ibrido antropomorfo influenzato dal greco Serapide. Serapide era un dio greco-egizio il cui culto fu introdotto ad Alessandria d’Egitto da Tolomeo I, che fece costruire nella città il Serapeo, e fu adorato fino alla caduta del paganesimo nel IV secolo a.C..
Il toro Apis viene portato in processione
Oltre agli Apis, c’erano anche altre due coppie di tori adorati in Egitto. Si tratta del toro sacro di Buchis, identificato nel dio Montu e il dio-falco della guerra, incarnazione della vitalità conquistatrice del Faraone, adorato soprattutto nel distretto di Tebe, presso le attuali città di Karnak e Luxor. Il toro veniva scelto a partire dalla XI dinastia egizia, il toro selvatico era bianco e col muso nero e fungeva da incarnazione di Buchis.
Quando poi questi tori e le loro madri (considerate personificazioni della dea Hathor) morivano di vecchiaia, venivano mummificati e collocati in un cimitero speciale conosciuto come il “Bucheum”.
Ci sono prove che questi tori sacri furono sepolti nel Bucheum fin dal 340 a.C.. L’altro era il toro sacro Mnevis (nella trascrizione greco-latina) e fu adorato nella città di Eliopoli. Mnevis era un toro nero con “spighe” sul corpo che ne costituivano i segni distintivi. Come Api, possedeva una mandria sacra. Anche se questo toro era chiaramente fondamentale per molte pratiche religiose egizie, non c’è alcuna rappresentazione di un dio come il toro così come molti altri dèi che secondo gli egizi erano viventi e in carne e ossa, e facevano parte del loro vastissimo Pantheon.
IL CULTO DI MITRA
Mithra
A Roma il toro era una vittima sacrificale ma anche un simbolo di rigenerazione. Il mitraismo romano può aver avuto le sue origini in Persia e successivamente divenne molto popolare tra i soldati romani nel primo secolo d.C.. È stato un culto misterico incentrato sulla figura del dio Mitra, dove viene spesso raffigurato come colui che uccide il toro, e i credenti partecipavano a rituali d’iniziazione tenuti in un “Mitræo”, un santuario che ricordava una grotta. La grotta era un aspetto importante nel mitraismo poiché fu lì che il dio, secondo la tradizione, uccise il toro. Il filosofo neoplatonico ellenico Porfirio (greco: Πορφύριος; Tiro, 233-234 – Roma, 305 circa) riguardo le radici dei riti mithraici nella caverna ebbe a dire: “non solo hanno fatto della grotta un simbolo del cosciente percorso, ma hanno anche usato la grotta come simbolo di tutti i poteri invisibili in quanto le grotte sono scure, e ciò è l’essenza dei poteri e dell’invisibile”. Molto poco si sa sui riti effettivi di questo culto. Potrebbe essere stato un adattamento di Mitra mentre uccide il toro, il quale busto dell’animale copriva il tavolo su cui gli iniziati partecipavano ad un banchetto.
L’atto di uccidere il toro, la cosiddetta “taurotonia”, è stato raffigurato sui rilievi che si trovano in ogni mitræo e la sua trasformazione simbolizzata. Manfred Clauss (1945), professore di Storia antica alla Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte, nel suo libro “Il culto romano di Mithra” pubblicato nel 1990, descrive così l’uccisione del toro sacro da parte del dio:
«Sotto la volta ad arco della grotta Mithras, con una facile grazia piena di vigore giovanile, costringe a terra la potente bestia, inginocchiandosi in trionfo poggiando il ginocchio sinistro sulla schiena o sul fianco dell’animale e costringendo il suo tronco contro il proprio, quasi afferrando le narici dell’animale con la mano sinistra e tirando la testa verso l’alto per ridurre la sua forza; così il dio immerge il pugnale nel collo del toro con la mano destra: la gola dell’animale si ferma, la coda sbatte: esso infine muore».
Nel mithraismo il toro rappresenta la Luna, simbolo della morte e della rinascita. Mithra rappresenta il “Sol Invictus”, il Sole invincibile, a cui il sacrificio del toro porta luce e creazione.
CONCLUSIONE
Quindi, come possiamo vedere, il culto del toro era chiaramente parte integrante di molte pratiche religiose nell’antico Mediterraneo. La domanda è: perché proprio il toro tra tutti gli animali è rimasto un simile simbolo potente per oltre 15.000 anni?
Di tutti gli aspetti del culto del toro, il sacrificio era sicuramente l’evento centrale. Anche in Egitto, dove il toro Apis era adorato e trattato con riverenza, il sacrificio era molto diffuso. Il toro era un animale molto apprezzato al punto tale da venire addirittura divinizzato e veniva ucciso con l’aspettativa che gli dèi sarebbero stati compiaciuti e, una volta soddisfatti, avrebbero concesso loro prosperità. Spargere il sangue di questo animale era un atto considerato sacro che avrebbe portato rinascita e salvezza ai partecipanti al rituale.
Quindi abbiamo ripercorso le origini del culto del toro, e abbiamo visto che le prime traccia di esso possono essere ritrovate nelle grotte dell’Europa paleolitica.
Le pitture rupestri del tardo periodo paleolitico raffiguranti mandrie di tori come quelle rinvenute ad Altamira avrebbero trovato continuità in una forma simile nei santuari di Çatal Hüyük. Le rappresentazioni dei giochi e delle battaglie che si trovano a Çatal Hüyük saranno poi scoperte successivamente in Egitto e nella Creta minoica.
Il toro poi avrebbe poi assunto maggiore importanza nelle tradizioni letterarie della Mesopotamia antica, nella fattispecie nell'”Epopea di Gilgamesh”, e successivamente nella mitologia greca attraverso le storie narrate da Omero di Teseo, Zeus ed Europa.
A partire da Sumer, il toro sarebbe stato associato addirittura alle più importanti divinità, e questa pratica sarebbe poi continuata nella cultura greca ed egizia.
Nella cultura egizia il toro raggiungerà la massima espressione del culto. Dalle somiglianze delle decorazioni delle tombe influenzate dal culto di Çatal Hüyük al culto del toro Apis come rappresentazione vivente del dio Ptah, l’Egitto era senza dubbio il centro più importante del culto del toro nell’antico Mediterraneo. Il sacrificio del toro è stato praticato in tutta l’antichità e il suo simbolismo era centrale anche nel Mitraismo romano. Il toro divino dunque era un simbolo associato alla fertilità, alla Luna e agli antichi e potenti dèi, ma soprattutto era il simbolo della rinascita e della salvezza.
Un “toro sulle nuvole” sormonta la città di Trypillia; opera dal pittore russo Vsevolod Ivanov
Proprio come lo storico e filosofo Platone (428-347 a.C.) aveva riportato nel “Timeo” e nel “Crizia”, due famosi dialoghi avvenuti tra il legislatore ellenico Solone e un anziano sacerdote egizio della casta sacerdotale di Sais riguardo all’esistenza della leggendaria isola poi sommersa di Atlantide, lo storico antico Erodoto (490-424 a.C.) riportò un’antica leggenda sempre egiziana che narrava…
Proprio come lo storico e filosofo Platone (428-347 a.C.) aveva riportato nel “Timeo” e nel “Crizia”, alcuni famosi dialoghi avvenuti tra il legislatore ellenico Solone e un anziano sacerdote egizio della casta sacerdotale di Sais riguardo all’esistenza della leggendaria isola poi sommersa di Atlantide, lo storico antico Erodoto (490-424 a.C.) riportò un’antica leggenda che narrava di una terra perduta chiamata “Iperborea” che sarebbe sorta ai confini del mondo, nelle lontane terre del Polo Nord.
Questa terra era abitata da una popolazione di grandi navigatori caratterizzati dall’alta statura, con spiccate doti scientifiche ed astronomiche e con una potente abilità in campo edilizio.
A seguito di una forte glaciazione, avvenuta in un periodo non meglio precisato, la sua popolazione avrebbe deciso di spostarsi più a sud.
Rappresentazione di Iperborea – 1
Nel 1679 l’autore svedese Olaf Rudbeck identificò gli abitanti di Atlantide (di cui aveva parlato il già citato filosofo greco Platone) con gli abitanti di Iperborea, e collocò la posizione di questa antichissima civiltà al Polo Nord.
Nella mitologia greca gli iperborei sono citati come coloro che vissero “al di là del vento del nord”.
I greci pensavano che Borea, il “dio del vento del Nord” appunto, risiedesse in Tracia, e quindi “Iperborea” indica una regione che si trovava molto più a nord della Tracia (l’attuale zona europea dello stretto del Bosforo che si trova tra la penisola balcanica e la Turchia).
Il continente artico come indicato sulla mappa di Mercatore del 1595
Riguardo ai contatti avuti tra i greci e gli Iperborei,il già citato Erodoto di Alicarnasso, conosciuto come “il “padre della storia”, scrive:
“A parlare degli Iperborei è stato Esiodo, anche Omero negli ‘Epigoni’, sempre che questo poema sia di Omero”.
Erodoto con questa affermazione fa intendere che la leggenda sull’esistenza di questa mitica terra fosse in realtà molto più antica della registrazione fatta dalla storiografia classica, importata in Grecia con l’arrivo dei Dori, che erano una popolazione le cui origini sono ancor oggi materia di dibattito per gli studiosi.
Erodoto riporta nel libro IV (33-35) delle sue “Storie” dell’esistenza di uno stretto legame religioso tra il culto del dio Apollo portato avanti dagli antichi abitanti della città di Delo e quello fatto dagli Iperborei.
Rappresentazione di Iperborea – 2
“Ma più di tutti ne parlano (degli Iperborei) i Delii, affermando che offerte avvolte in paglia di grano provenienti dagli Iperborei giungono in Scizia e che dagli Sciti in poi i popoli vicini, ricevendone uno dopo l’altro, le portano verso occidente assai lontano, fino all’Adriatico, e di là, mandate innanzi verso sud, primi fra i Greci le ricevono i Dodonei, e da questi scendono al golfo Maliaco e passano in Eubea, e una città le manda all’altra sino a Caristo, e dopo Caristo viene lasciata da parte Andro, perché sono i Caristi quelli che la portano a Teno, e i Teni a Delo.
Dicono dunque che in tal guisa queste sacre offerte giungono a Delo, e che la prima volta gli Iperborei mandarono a portare le offerte due fanciulle, che i Delii dicono si chiamassero Iperoche e Laodice e che insieme a queste per ragioni di sicurezza gli Iperborei mandarono anche come scorta cinque cittadini, quelli che ora sono chiamati Perferei e godono in Delo di grandi onori. Ma, poiché gli inviati non tornavano, gli Iperborei – ritenendo cosa assai grave se fosse sempre dovuto accadere che inviando dei delegati non li riavessero più indietro – allora, portando ai confini le offerte sacre avvolte in paglia di grano, le affidarono ai vicini raccomandando loro di mandarli innanzi dal proprio a un altro popolo. Raccontano che queste offerte giungano a Delo mandate innanzi in tal modo, e io stesso so che si pratica un rito simile a questo che ora esporrò: le donne tracie e peonie, quando sacrificano ad Artemide regina, offrono un sacrificio usando paglia di grano. Dunque so che fanno così, mentre in onore delle fanciulle venute dagli Iperborei e morte a Delo, le giovani e i giovani delii si recidono le chiome. Le une, tagliandosi prima delle nozze un ricciolo e avvoltolo intorno a un fuso, lo depongono sulla tomba – la tomba è sulla sinistra per chi entri nell’Artemisio, e le sorge accanto un olivo – mentre tutti i ragazzi delii, avvolta una ciocca di capelli attorno ad uno stelo verde, la depongono anch’essi sul tumulo. Esse quindi ricevono tali onori dagli abitanti di Delo. I Delii stessi poi raccontano che anche Arge e Opi, vergini iperboree, sarebbero giunte a Delo ancora, prima che Iperoche e Laodice, facendo lo stesso viaggio. Ma aggiungono che queste ultime sarebbero venute per portare ad Ilizia il tributo che gli Iperborei si erano imposti in compenso del rapido parto, e che Arge e Opi invece vennero insieme alle divinità stesse; e che a queste vengono resi onori diversi; per loro le donne raccolgono offerte, invocandone i nomi nell’inno composto da Olen, poeta di Licia, ed avendoli appresi da esse gli isolani e gli Ioni invocano nei loro inni Opi e Arge chiamandole a nome e raccogliendo offerte – questo Olen venuto dalla Licia compose gli altri antichi inni che si cantano a Delo – e usano la cenere delle cosce bruciate sull’altare gettandola sulla tomba di Opi e Arge.
La loro tomba è dietro l’Artemisio, rivolta verso oriente, vicinissima alla sala da banchetto dei Cei”.
Rappresentazione di Iperborea – 3
Anche il filologo Erich Jung scrisse a proposito: “un’antichissima saga dei Dori che conservava la memoria delle origini nordeuropee e delle migrazioni dello strato sociale dominante dei Dori nell’Ellade”.
Questa terra è stata descritta come perfetta, con il Sole che splende 24 ore al giorno, il che suggerisce una posizione geografica all’interno del cosiddetto Circolo Polare Artico.
Il poeta greco classico Pindaro ebbe a dire su questa misteriosa e mitologica terra: “Mai la Musa è assente dalle sue vie: lire scontrano e flauti piangono e cori ovunque nubile vorticoso né malattia né amara vecchiaia si mescolano nel loro sangue sacro; lontano dal lavoro e dalle battaglie in cui vivono…”.
Una cartina europea che mostra la diffusione spaziale delle caratteristiche genetiche dei capelli biondi e degli occhi azzurro-chiari; sarebbe un indicatore indiretto della modalità di migrazione della popolazione della mitica “Iperborea” nella sua discesa verso le terre del Sud
Insieme a Thule, Iperborea è stata una delle terre perdute citate più volte anticamente da greci e romani, dove Plinio, Pindaro e Erodoto, così come Virgilio e Cicerone, riferirono che la gente vi viveva fino all’età di mille anni godendosi la vita in perenne contatto con la natura e con l’ambiente circostante. Ecateo di Abdera raccolse in fascicoli tutte le antiche cronache riguardo agli Iperborei, e pubblicò un lungo trattato su di loro nel 4° secolo a.C.. Purtroppo questo non è arrivato ai nostri giorni, ma fortunatamente ne parlò Diodoro Siculo nella sua “Biblioteca Storica”, libro II, 47:
“Dal momento che abbiamo riservato una descrizione alle parti dell’Asia rivolte a nord, crediamo che non sia fuori luogo trattare le storie che si raccontano a proposito degli Iperborei. In effetti, tra coloro che hanno registrato gli antichi miti, Ecateo e alcuni altri affermano che nelle regioni poste al di là del paese dei Celti c’è un’isola non più piccola della Sicilia; essa si troverebbe sotto le Orse e sarebbe abitata dagli Iperborei, così detti perché‚ si trovano al di là del vento di Borea. Quest’isola sarebbe fertile e produrrebbe ogni tipo di frutto; inoltre avrebbe un clima eccezionalmente temperato, cosicché‚ produrrebbe due raccolti all’anno. Raccontano che in essa sia nata Leto: e per questo Apollo vi sarebbe onorato più degli altri dei; i suoi abitanti sarebbero anzi un po’ come dei sacerdoti di Apollo, poiché‚ a questo dio si inneggia da parte loro ogni giorno con canti continui e gli si tributano onori eccezionali. Sull’isola ci sarebbe poi uno splendido recinto di Apollo, e un grande tempio adorno di molte offerte, di forma sferica. Inoltre, ci sarebbe anche una città sacra a questo dio, e dei suoi abitanti la maggior parte sarebbe costituita da suonatori di cetra, che accompagnandosi con la cetra canterebbero nel tempio inni al dio, celebrandone le gesta. Gli Iperborei avrebbero una loro lingua peculiare, e sarebbero in grande familiarità con i Greci, soprattutto con gli Ateniesi e i Delii: avrebbero ereditato questa tradizione di benevolenza dai tempi antichi. Raccontano poi anche che alcuni Greci siano giunti presso gli Iperborei, e vi abbiano lasciato splendide offerte con iscrizioni in caratteri greci. Allo stesso modo anche Abari sarebbe anticamente venuto dagli Iperborei in Grecia, rinnovando la benevolenza e le relazioni con i Delii. Dicono poi che da quest’isola la luna appaia a pochissima distanza dalla terra, e con alcuni rilievi quali quelli della terra chiaramente visibili su di essa. Si dice inoltre che il dio venga nell’isola ogni diciannove anni, periodo in cui giungono a compimento le rivoluzioni degli astri – e per questo motivo il periodo di diciannove anni viene chiamato dagli Elleni “anno di Metone”. In questa sua apparizione, il dio suonerebbe la cetra e danzerebbe di continuo ogni notte dall’equinozio di primavera fino al sorgere delle Pleiadi, compiacendosi dei propri successi. Regnerebbero sulla città e governerebbero il recinto sacro i cosiddetti Boreadi, discendenti di Borea, e si trasmetterebbero di volta in volta le cariche per discendenza”.
Il dio Apollo raffigurato come colui che trainava il Sole
Ecateo di Abdera scrisse anche che gli Iperborei costruirono un “tempio circolare” sulla loro isola, e questo portò alcuni studiosi ad identificarlo con il famoso sito megalitico di Stonehenge.
Lo storico Tolomeo, e Marciano di Eraclea collocarono la mitica Iperborea nel Mare del Nord, che denominarono “L’oceano di Iperborea”. Inoltre, si dice che il sole saliva e si stabiliva soltanto una volta all’anno nella terra di Iperborea; che si sarebbe posizionato sopra o sul circolo polare, o più in generale nelle regioni polari artiche.
Unico tra gli dei dell’Olimpo, Apollo era venerato tra gli iperborei, gli Elleni credevano che egli trascorresse gli inverni in mezzo a loro.
L’antico scrittore greco Teopompo nel suo lavoro “Philippica” riporta che la terra di Iperborea fu assaltata per essere conquistata da un grande esercito di soldati arrivati da un’altra isola (alcuni ricercatori sostengono che questa era proprio l’isola di Atlantide).
Il piano si dice che fu però abbandonato poiché i soldati invasori si resero conto che gli Iperborei erano troppo forti per loro. Questo particolare racconto – che alcuni credono sia solo un semplice mito – è stato riportato dal romano Claudio Eliano, filosofo e scrittore di lingua greca (nella Varia Historia).
Una leggenda greca afferma inoltre che i Boréades, che erano i figli discendenti del dio Borea e della ninfa della neve Chione (o Khione), fondarono la prima monarchia teocratica sull’isola. Questa leggenda si trova conservata negli scritti di Eliano: “Questo dio [Apollo] ha come sacerdoti, i figli di Borea (Il vento del nord) e Chione (neve), alti sei cubiti [circa 3 metri]”.
I Boréades che erano i re che governavano l’isola di Iperborea, erano quindi dei giganti di oltre tre metri di altezza.
Il grammatico greco antico Aelius Herodianus (Elio Erodiano) di Alessandria d’Egitto, nel 3 ° secolo scrisse che la leggendaria popolazione degli Arimaspi erano identici agli Iperborei riguardo l’aspetto fisico (De Prosodia Catholica, 1. 114) e Stefano di Bisanzio nel 6 ° secolo scrisse lo stesso (Ethnica, 118. 16).
Rappresentazione di Iperborea – 4
L’antico poeta e filologo ellenico Callimaco descrisse gli Arimaspi come un popolo dall’alta statura, dalla pelle chiara e dai capelli biondi.
Gli europei del Nord (scandinavi), quando si confrontarono con la cultura greco-romana classica del Mediterraneo, furono subito identificati con gli iperborei.
Questo particolare non è da sottovalutare, visto che gli europei del nord, in modo particolare gli irlandesi, dicevano di essere i discendenti dei leggendari popoli di eroi, i grandi navigatori del mare dei “Tuatha Dé Danann”.
Che la genesi di questi eroi mitologici sia da ricercare proprio tra gli iperborei?
LA STORIA DI OLAF JANSEN
“Il dio Fumoso – Viaggio nella Terra Cava” è la storia del norvegese Olaf Jansen e di suo padre, e il loro viaggio in barca a vela attraverso i ghiacciai delle regioni nordiche. Qui, in una rappresentazione artistica, vengono raffigurati i giganti incontrati da Olaf e da suo padre.
Olaf Jansen, nacque nel 1811 e all’età di diciannove anni decise di intraprendere un lungo viaggio di pesca insieme al padre tra l’aprile e il giugno del 1829.
I due si misero in viaggio, e fu dopo aver raggiunto la “Terra di Francesco Giuseppe” da Stoccolma che i due decisero di avventurarsi ancora più a nord, dove credevano che avrebbero trovato una terra chiamata “La Terra Scelta”.
Dopo che riuscirono a scampare ad una violenta tempesta e a pericolosissimi iceberg, navigarono senza problemi per undici giorni, sempre in quella che sembrava loro essere una direzione verso nord. Pochi giorni dopo raggiunsero le rive di un grande fiume che li introdusse ulteriormente nella navigazione per altri dieci giorni, intorno ai primi di settembre.
Essi approdarono infine su una vasta spiaggia, dopo di che furono accolti da sei uomini giganteschi, dell’altezza di circa quattro metri, con cui strinsero amicizia.
Questa terra secondo il racconto era illuminata da un “fumoso” sole centrale ed era composta da una fitta rete di colonie abitate da uomini circa 4 metri.
La capitale di questo regno si chiamava “Kalapa”, considerata anche come l’originario Giardino dell’Eden.
Secondo il padre di Olaf, questa popolazione viveva in grandi e bellissime case ornate di oro, che a suo dire era un metallo molto comune in quei luoghi. La principale occupazione era l’agricoltura; essi avevano vigneti e coltivavano ogni tipo di grano.
Il terreno era fertile e rigoglioso, e regalava in abbondanza frutta e verdura, squisitamente deliziose.
Vi vivevano anche specie di animali che Olaf e il padre non avevano mai visto prima di allora, come i Mammut, i famosi proboscidati estinti da tempo immemore nelle altre zone del mondo.
Gli alberi, le foreste e i già citati animali erano anch’essi enormi e l’aria era pura e tonificante.
Olaf, che visse in questa terra per alcuni anni, quando ritornò in superficie raccontò le sue incredibili avventure ma, tuttavia, non fu creduto, anzi fu ritenuto folle e rinchiuso in manicomio per quasi trent’anni.
Molti anni dopo lo scrittore Willis George Emerson avrebbe incontrato il vecchio Jensen e avrebbe raccolto le sue memorie, che poi furono pubblicate nel libro “Il Dio fumoso” del 1908.
* * *
Il matematico e saggista John G. Bennett scrisse un particolarissimo documento di ricerca dal titolo “L’iperboreo – l’origine della cultura indo-europea” in cui sosteneva che la patria originaria indoeuropea era sorta nel lontano nord, quella che nell’antichità classica veniva chiamata appunto l'”Iperborea”.
Questa stessa tesi è stata precedentemente proposta da Bal Gangadhar Tilak nel suo “The Arctic Home in the Vedas” (1903), così come dall’etnologo austroungarico Karl Penka in “Le origini degli Ariani” scritto nel 1883.
Anche H. P. Blavatsky, René Guénon e Julius Evola condividevano una forte fede nell’esistenza di Iperborea, e sostenevano che il genere umano avesse avuto origine proprio nei circoli polari, che successivamente, in seguito ad un disastro, i popoli che vi vivevano abbandonarono per dirigersi in altri luoghi.
Iperborea era la terra dove ebbe inizio “L’età dell’oro” della civiltà umana e della spiritualità, dove la primordiale umanità non sorse affatto dalla scimmia (come sostenuto nei miti creati a tavolino dagli illuministi nel lontano Settecento) ma al contrario ricadde progressivamente in quella condizione quando si allontanò fisicamente e spiritualmente dalla sua terra d’origine.
Julius Evola, in particolar modo, rintracciò nelle particolari popolazioni dal cranio dolicocefalo, cioè allungato, unito ad una slanciata figura, al colorito biondo dei capelli, al colorito chiaro della pelle e agli occhi azzurri, le caratteristiche degli ultimi discendenti delle razze nordiche direttamente calate dalle regioni artiche.
Molti di questi fenotipi ad esempio furono rinvenuti nel sud e centro America, dove erano caratteristici soprattutto dalle caste sacerdotali che, leggenda vuole, furono tramandati dal mitico navigatore venuto dal mare “Con Tiqui Viracocha”, un eroe dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri, alto di statura e con capigliatura e barba bionde, arrivato sulle Ande in un’epoca di tenebra successiva ad un grande cataclisma a bordo di una nave “senza remi” a civilizzare il continente sudamericano.
È possibile che questo enigmatico Viracocha sia proprio uno degli Iperborei, arrivato nel continente americano in tempi antichi per civilizzarlo?
Nell’immagine, da sinistra a destra: bassorilievo raffigurante Viracocha a Puma Punku; un cranio dolicocefalo (=di forma allungata) esposto in un museo del Perù; disegno raffigurante il dio Viracocha a bordo della sua imbarcazione senza remi (era a motore?)
Robert Charroux infine identificò gli Iperborei con una razza di antichi astronauti “reputati molto grandi e dalla pelle chiarissima che avevano scelto la zona meno calda sulla Terra perché corrispondeva più strettamente al clima che c’era sul loro pianeta d’origine“.
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Dunque questa storia ci tramanda la “leggenda” dell’esistenza di una terra mitica, collocata nell’attuale Circolo Polare Artico, nella quale avrebbero vissuto popolazioni speciali per altezza, longevità, conoscenze, ambiente salubre e vita serena condotta in armonia con la natura.
Rappresentazione di Iperborea – 5
Sembra, detto così, che si tratti appunto di una leggenda, cioè di una storia fantastica o romanzata, ammesso dunque che i racconti di Olaf fossero falsi. Quindi anche tutti gli altri racconti che ne riportano l’esistenza dovrebbero essere necessariamente falsi, compreso il famoso racconto del capitano Byrd, che negli anni 1930-50 intraprese diverse spedizioni per conto del governo statunitense nel due “poli”, e che raccontò di essere stato “scortato” da avioggetti sconosciuti che lo costrinsero ad atterrare in una terra ignota, nella quale ebbe un incontro e un dialogo con il “capo” di quest’isola, che gli diede precise istruzioni – e comunicò nella fattispecie le preoccupazioni sue e della sua gente per l'”andazzo” che stavano prendendo i rapporti tra i vari popoli della Terra agli albori dell’epoca atomica, preoccupazioni che, ovviamente, furono del tutto ignorate -.
Che questa storia sia vera, e che Iperborea sia esistita in passato per poi la sua popolazione spostarsi su altre terre, non lo sappiamo con certezza, e allo stato attuale delle conoscenze diffuse sappiamo che al Polo Nord, come al Polo Sud, ci sarebbero solo ghiacci.
Se questa storia è “vera”, cioè se Iperborea sia realmente esistita, lo sanno solo i governi o quegli esploratori e studiosi a cui è stato concesso di avventurarsi in quelle zone o magari intraprendere avvincenti incontri. Ai posteri l’ardua sentenza.
Shambhala, che in sanscrito significa “luogo di pace” o “luogo del silenzio”, è una terra leggendaria descritta in molti testi antichi, tra cui il “Kalachakra Tantra” e le antiche scritture della cultura Zhang Zhung che precedettero il buddismo tibetano del Tibet occidentale. Secondo la leggenda, Shambhala sarebbe un regno mistico e misterioso nascosto da fitte nebbie tra le montagne più elevate dell’Himalaya, a cui solo i puri di cuore possono accedere…
Shambhala, che in sanscrito significa “luogo di pace” o “luogo del silenzio”, è una terra leggendaria descritta in molti testi antichi, tra cui il “Kalachakra Tantra” e le antiche scritture della cultura Zhang Zhung che precedettero il buddismo tibetano del Tibet occidentale.
Secondo la leggenda, Shambhala sarebbe un regno mistico e misterioso nascosto da fitte nebbie tra le montagne più elevate dell’Himalaya, a cui solo i puri di cuore possono accedere, un luogo eterno e protetto in cui predominano pace, quiete e felicità incontaminate, un paradiso sulla terra in buona sostanza.
Rappresentazione artistica di Shambhala
Essa sarebbe circondata da montagne innevate e percorsa a nord dal fiume Sita.
Shambhala viene anche soprannominata “la terra dei mille nomi” poiché nel corso della storia è stata chiamata in diversi modi da molti antichi popoli.
Infatti, oltre che i tibetani anche russi, cinesi e indiani tramandano tradizioni simili riguardo all’esistenza di un’antichissima dimora che sarebbe abitata da uomini e donne perfetti, che vivono in costante presenza di energie di un altro mondo.
Tra i soprannomi più noti di Shambhala troviamo “la terra proibita”, “la Terra dalle acque bianche”, “la Terra degli spiriti radianti”, “Terra del Fuoco vivente”, “Terra degli Dei viventi” e “Terra delle Meraviglie”.
Gli indù la chiamano “Āryāvarta” (una terra che sarebbe abitata dagli Ariani), i cinesi la conoscono come Hsi Tien, “il Paradiso Occidentale di Hsi Wang Mul”, e per gli antichi russi è nota come “Belovoyde”.
In tutta l’Asia è meglio conosciuta con il suo nome derivato direttamente dai testi sanscriti, ovvero Shambhala, Shamballa o Shangri-la.
La leggenda di Shambhala è antichissima di migliaia di anni e i riferimenti che ne attestano l’esistenza possono essere trovati in vari testi antichi.
Le Scritture Bön ad esempio descrivono un vasto territorio chiamato Olmolungring che comprendeva diversi regni, tra cui proprio Shamhala.
I testi indù come il “Vishnu Purana” menzionano Shambhala come il luogo di nascita di Kalki, l’incarnazione finale del dio Vishnu, che secondo antichissime profezie guiderà in futuro l’umanità verso una nuova età dell’oro.
Il mito buddista di Shambhala è considerato un adattamento di un mito ancora più antico dell’induismo.
Tuttavia Shambhala viene più volte menzionata all’interno della raccolta di pratiche e insegnamenti buddisti tibetani del “Kalachakra”.
“Kalachakra”, che significa “ruota del tempo”, è un termine usato nel buddismo Vajrayana.
Viene generalmente utilizzato per indicare un insieme complesso di pratiche e di insegnamenti nel buddismo tibetano (detto anche buddismo vajrayana, o anche buddismo tantrico, Tantrayana o “Via del Diamante”, che delle tre categorie buddiste è quella più esoterica).
Si dice che fu Shakyamuni Buddha in persona ad insegnare il Kalachakra proprio su richiesta del re Suchandra di Shambhala.
Come per altri concetti descritti nel Kalachakra, Shambhala potrebbe avere molti e differenti significati, che potremmo riassumere in “esterni”, “interni” ed alternativi.
Il significato “esterno” considera Shambhala come un luogo fisico, reale, tangibile, raggiungibile però soltanto da individui dotati dalle più alte virtù e in possesso di un karma puro.
Concept art di Shambhala dei Naughty Dog per il videogioco “Uncharted 2”
I significati “interiori” e “alternativi” invece rappresentano concetti molto più sottili e porrebbero il regno di Shambhala nei termini di una realtà eterea e spirituale.
Queste due ultime accezioni sono considerate generalmente come simboliche ed esoteriche e sono trasmesse attraverso insegnamenti orali da maestro ad allievo.
Il terzo “Panchen Lama” Losang Jetsun Yeshe (1738-1780) ad esempio scrisse una guida che indicava come raggiungere Shambala intitolata “La via per Shambala” (Shambala i lam-yig).
In questo particolare scritto si legge che per recarsi in questa misteriosa terra con il proprio corpo fisico si dovrebbe possedere un karma positivo e una mente sottile dotata di chiaroveggenza, sostenuta da una buona conoscenza del sentiero “tantrico”.
Se così non fosse, allora chi cercherà di cimentarsi nell’impresa dovrà temere i demoni e gli spiriti guardiani (yaksa e naga) ed altre creature terrificanti posti alla sua protezione che potrebbero anche ucciderlo.
L’attuale Dalai Lama a proposito dell’ubicazione di Shambala ha suggerito che, sebbene si trovi su questo pianeta e sia un luogo reale e fisico, potrebbe essere raggiunto direttamente solo da colui che è dotato di una mente e di un karma puri (i puri di cuore e di anima appunto).
Ci sono anche riferimenti occidentali alla ricerca di Shamhala e uno di questi risale agli inizi del I secolo d.C., fornito da una testimonianza diretta del filosofo ellenico Apollonio di Tiana per via del viaggio che fece in India e riportato nella sua biografia “Vita di Apollonio di Tiana” dello storico greco Lucio Flavio Filostrato.
Apollonio descrive nei suoi resoconti di essersi trattenuto per diversi mesi in un paese ai confini dell’Himalaya dove sarebbe venuto in contatto con “uomini estremamente saggi che hanno il dono della preconoscenza” e dai quali rimase particolarmente colpito per i traguardi scientifici e mentali che avevano raggiunto i suoi abitanti, al punto che si limitò ad annuire stupito quando il loro re gli disse: “Chiedici quel che vuoi, poiché ti trovi tra persone che sanno tutto”.
LA PROFEZIA DI SHAMBHALA
Il re Kalki combatte contro gli uomini malvagi per salvare l’umanità
Il concetto di Shambhala svolge un ruolo importante negli insegnamenti religiosi tibetani e ricopre una particolare rilevanza nella mitologia tibetana per quanto riguarda il futuro dell’intera umanità.
Secondo Il Kalachakra attualmente a Shambala sta regnando il ventunesimo Kulika (“re”). La profezia dice che durante il regno del venticinquesimo Kulika il nostro mondo verrà travolto da un conflitto di proporzioni gigantesche, preceduto da grandi carestie, epidemie e disastri naturali di ogni tipo.
Durante quest’epoca l’umanità perderà quasi completamente il senso della spiritualità, essendo in vigore unicamente la legge del più forte e del materialismo spinto.
Allora i “barbari” che seguiranno queste ideologie saranno uniti da un malvagio despota e, quando non ci sarà più niente da conquistare, le fitte nebbie si solleveranno e riveleranno le montagne innevate di Shambhala.
I barbari allora attaccheranno il regno di Shambhala (l’unico luogo puro e intatto rimasto in un mondo avvolto dalle tenebre più oscure) con un esercito dotato di armi terrificanti.
Sarà allora che il regno di Shamhala sarà costretto a rivelarsi per salvare l’umanità.
L’esercito guidato dal Rudrachakrin (l’imperatore universale, chiamato anche “il Re del mondo”) uscirà dai confini del magico regno per affrontare in guerra il malvagio esercito.
Il segno dell’avvenimento verrà dato da “grandi ruote di ferro che scenderanno dal cielo”: queste saranno le terrificanti armi di Shambhala.
I cruenti combattimenti avverranno nei pressi della Mecca, in Persia (Iran) e in Turchia.
Verranno usati mezzi bellici molto potenti e sofisticati, e alla fine Shambala avrà la vittoria.
Sotto la guida del suo sovrano, che in profonda meditazione creerà un esercito irresistibile accompagnato dalle reincarnazioni di molti importanti maestri del mondo antico, gli avversari verranno sconfitti definitivamente.
Si narra anche che tutti coloro che avranno ricevuto l’iniziazione attraverso gli insegnamenti del Kalachakra faranno parte dell’esercito di Shambala e insieme, oltre che a salvare il mondo, lo trasformeranno in un nuovo paradiso, inaugurando così di una nuova e duratura “Età dell’oro”.
Anche se il Kalachakra profetizza una guerra futura, ciò appare in contrasto con i voti e gli insegnamenti buddisti che proibiscono l’uso della violenza.
Ciò ha portato alcuni teologi ad interpretare la guerra solo “simbolicamente” in quanto il Kalachakra non sosterebbe mai l’uso della violenza contro le persone ma piuttosto si riferirebbe ad eventi che avvengono ciclicamente alla fine di ogni Manvantara, essendo Kalki la manifestazione terrena dell’ultimo Avatara.
IL LUOGO IN CUI SI TROVEREBBE SHAMBHALA
Le montagne dell’Himalaya dove secondo alcune leggende sarebbe situata Shambhala
Nel corso della storia numerosi esploratori e ricercatori di saggezza spirituale hanno intrapreso spedizioni e missioni alla ricerca del paradiso perduto di Shambhala, e mentre molti hanno sostenuto di essere stati lì (come nel caso di Apollonio e di alcuni soldati dell’esercito Nazional Socialista Tedesco all’epoca di Hitler) nessuno ha però fornito prove della sua esistenza o è stato in grado di individuarne la posizione fisica su una mappa.
Tuttavia la maggior parte dei riferimenti collocano Shambhala nelle regioni montuose dell’Eurasia.
I testi antichi Zhang Zhung identificano Shambhala con la “Valle del Sutlej” in Punjab o in Himachal Pradesh, una regione dell’India.
I mongoli ne collocano la posizione in alcune valli della Siberia meridionale.
Nel folklore di Altai si crede che il Monte Belukha nasconda una porta sotterranea che conduce proprio al regno di Shambhala. I moderni praticanti buddhisti sembrano convinti però che la vera ubicazione di Shambhala sia nelle alte sfere della catena dell’Himalaya, in quelle che oggi sono le montagne intorno al Dhauladhar Mcleodganj.
Alcune leggende tramandano la notizia secondo cui l’ingresso a Shambhala sia nascosto all’interno di un remoto monastero abbandonato in Tibet, custodito da esseri leggendari conosciuti come i “Guardiani Shambhala”.
I NAZIONAL SOCIALISTI TEDESCHI ALLA RICERCA DI SHAMBHALA
Il corpo dell’intera spedizione tedesca nazista in Tibet degli anni 1938-39 capeggiata da Ernst Schäfer.
Anche i Nazional Socialisti Hitleriani si dice che si interessarono con particolare veemenza alla ricerca del mitico regno di Shambhala per una serie di motivi legati agli interessi personali di Hitler e alle ambizioni culturali del regime tedesco dell’epoca. Ciò portò il governo del Führer ad intrecciare intensi rapporti con il corrispettivo tibetano al fine di ottenere aiuto nei propri progetti di espansione politico-culturale.
C’erano diversi elementi che ispiravano questa ricerca, due tra tutti: la ricerca della stirpe progenitrice dei tedeschi, la cosiddetta “razza ariana”, e il ritrovamento dei mitici regni sotterranei di “Shambala” e “Agarthi” nei quali sarebbero vissute a loro dire popolazioni scelte specializzate nel convogliare l’energia interiore (detta “Vril”).
I Nazional Socialisti collegavano l’esistenza del regno di Shambhala con quella, in un passato antico, del “regno di Thule Iperborea”, di cui aveva parlato lo storico greco antico Erodoto (V secolo a.C.), il quale aveva riportato in occidente una antichissima tradizione secondo la quale il continente di Iperborea sarebbe sorto nelle terre vicine al Polo Nord. A seguito di una forte glaciazione la sua popolazione si sarebbe spostata più a sud.
In epoca moderna, nel 1679, lo svedese Olaf Rudbeck identificò gli abitanti di Atlantide (di cui aveva parlato invece il filosofo greco Platone) con gli abitanti di Iperborea, e collocò la dimora di questi antichi abitanti al Polo Nord.
Anche René Guénon, Julius Evola, i Teosofi come la H. P. Blavatsky e Rudolf Steiner, il pioniere della libertà indiana Lokmanya Bal Gangadhar Tilak e William Fairfield Warren – fondatore e primo presidente dell’universalità di Boston – scrissero molto riguardo all’esistenza di Iperborea, e sostenevano che il genere umano avesse avuto origine proprio nei circoli polari, che successivamente, in seguito ad un disastro, i popoli che vi vivevano abbandonarono per dirigersi in altri luoghi.
Iperborea era la terra dove ebbe inizio “L’età dell’oro” della civiltà umana e della spiritualità, dove la primordiale umanità non sorse affatto dalla scimmia (come sostenuto nei miti creati a tavolino dagli illuministi nel lontano Settecento) ma al contrario ricadde progressivamente in quella condizione quando si allontanò fisicamente e spiritualmente dalla propria terra d’origine.
Si dice che un altro elemento alla base della ricerca di Shambhala da parte dei tedeschi era la convinzione che la Terra fosse cava all’interno.
Alla fine del XVII secolo l’astronomo britannico Sir Edmund Halley aveva suggerito per la prima volta che la Terra fosse vuota all’interno e che sia formata da quattro sfere concentriche. Una conferma letteraria più recente a questa teoria è venuta dal celebre scrittore francese Giulio Verne, che ha pubblicato il suo romanzo “Viaggio al centro della Terra” nel 1864.
A ciò, nelle motivazioni di ricerca che muovevano i gerarchi nazisti, si aggiunse la teoria dell’esistenza del “Vril”. Nel 1871 il romanziere britannico Edward Bulwer-Lytton nel suo libro “La razza che verrà” descrisse una razza superiore, i “Vril-ya”, che vivrebbero sottoterra e aspirerebbero a conquistare il mondo tramite il “vril”, una forma di energia psicocinetica. L’autore francese Louis Jacolliot aggiunse altri particolari nella sua opera “Le Fils de Dieu” (Il figlio di Dio) del 1873 e in “Les Traditions indo-européeenes”(Le tradizioni indo-europee) del 1876. Anche il noto Hitlerista esoterico Miguel Serrano scrisse molto a tal proposito.
Altra rappresentazione di Shambhala nel videogioco Uncharted 2
In questi testi l’energia “Vril” veniva messa in relazione con l’esistenza di popoli che vivrebbero nel sottosuolo. I sopravvisuti all’ultima glaciazione, avrebbero avuto in progetto di convogliare la loro massa di energia “Vril” per diventare “superuomini” e palesarsi finalmente in superficie.
Infine il celebre filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) ha anch’egli enfatizzato il concetto di “Übermensch” (il “Superuomo”) iniziando la sua celebre opera “Der Antichrist” (L’anticristo, del 1888) con la frase: “Vediamoci per quello che siamo. Siamo Iperborei. Sappiamo fin troppo bene come stiamo vivendo lontani da questa rotta”.
Dunque, secondo queste leggende, sembrerebbe che molti tedeschi ad inizio Novecento erano convinti di essere i discendenti della stirpe Ariana che si era spostata verso sud partendo dalla terra originaria di “Iperborea”, collocata al Polo Nord – o perlomeno da una terra circumpolare molto vicina all’Artide – e che erano destinati a diventare la “razza ventura” tramite l’utilizzo del “Vril” (un’energia interna agli esseri umani, parallela a quella presente al centro della Terra). Secondo Serrano Hitler ne era a conoscenza e le fece proprie.
Una rappresentazione buddista di Shambhala dal monastero di Sera
Purtroppo ad oggi nessuno sembra essere riuscito ad individuare l’accesso fisico al mitico regno di Shambhala né la sua esatta ubicazione sulla Terra, ma restano le indicazioni spirituali per poter parlare di esso come di un regno interiore, dunque immateriale e apparentemente intangibile, nel quale vivrebbero su questa Terra i saggi e gli illuminati.
Non è difficile inoltre individuare nelle descrizioni di Shambhala come di un luogo spirituale quello che Gesù chiamava il “regno dei cieli” o “regno di Dio”, che era al centro della sua predicazione, o quello che era stato annunciato dai profeti dell’Antico Testamento, o quello che viene descritto – a proposito della profezia sull’avvento futuro di Shambhala – nel libro dell’Apocalisse come “la Gerusalemme celeste” che “scenderà dal cielo” come nuova città degli uomini alla fine dei tempi (da intendersi come fine dell’era dell’acquario, astrologicamente ed esotericamente parlando, ovvero la fine del ciclico “Kali-Yuga”).
Che potesse essere anche una città simbolico-spirituale ne aveva parlato ad esempio Agostino di Ippona nel suo “La città di Dio”.
Un autore che recentemente ha approfondito l’aspetto interiore del “regno di Dio”, descrivendolo come il luogo della “battaglia spirituale” per eccellenza, è stato Leone Tolstoj nella sua opera “Il regno di Dio è in voi” (1893).
Uno dei suoi discepoli successivamente ha unito questi insegnamenti a quelli della tradizione induista applicandoli alla prassi politica ed ottenendo risultati molto validi, e parliamo del Mahatma indiano Gandhi, che operò dapprima in Sudafrica, luogo nel quale successivamente si sviluppò la lotta di liberazione dall’apartheid capeggiata da Nelson Mandela e poi in India, ottenendo con la sua lotta addirittura l’indipendenza del suo Paese dall’impero coloniale britannico.
Tutto il cristianesimo prevede questa dialettica tra la “città celeste” e la città terrena, e ciò costituirebbe un elemento di convergenza tra le religioni cristiana, induista e tibetano-buddhista, in particolare tra la visione storico-escatologica propria del cristianesimo e la tradizione maggiormente intimista, meditativa ed individualista propria delle religioni orientali.
Antichi poemi e tradizioni sparse in ogni zona del mondo raccontano di leggendarie creature in possesso di grandi abilità ed enormi poteri e che avrebbero abitato le antiche terre dell’Europa del Nord in un’epoca antichissima. Gli Elfi, com’è noto, sono una di queste categorie, e continuano ora come allora a catturare l’immaginario collettivo di grandi e piccini
Antichi poemi e tradizioni sparse in ogni zona del mondo raccontano di leggendarie creature in possesso di grandi abilità ed enormi poteri e che avrebbero abitato le antiche terre dell’Europa del Nord in un’epoca antichissima. Gli Elfi, com’è noto, sono una di queste categorie, e continuano ora come allora a catturare l’immaginario collettivo di grandi e piccini, grazie anche all’abbondante letteratura fantasy che ha permesso di farli conoscere al grande pubblico.
Famosi in questo senso sono gli scritti del grande romanziere inglese John Ronald Reuel Tolkien, famoso per aver scritto “Il Signore degli anelli“, una delle saghe letterarie più importanti della storia della letteratura mondiale. Egli conosceva benissimo la mitologia, sia quella classica che quella germanica e norrena, celtica e persino finlandese, ed era un grande esperto di lingue antiche e, grazie ad una vita di studio e di meditazione, attinse proprio a queste antiche tradizioni per creare gli “Eldar”, la sua personale “razza elfica” protagonista delle sue opere.
I personaggi mitologici del regno di Feeria
Oggi la grande maggioranza delle persone non crede all’esistenza degli Elfi, anzi trova perfino risibile discuterne. Il “piccolo popolo” insieme alle fate, alle banshee e ai lupi mannari è spesso relegato a semplice fantasia, e solitamente tutte queste creature sono lasciate nel dimenticatoio a meno che qualche sviluppatore di videogiochi o regista hollywoodiano o scrittore non decida di usarli a fini commerciali.
Qualunque sia la credenza che ognuno di noi ha, le storie e le leggende che riguardano creature fantastiche e mitologiche sono ampiamente presenti nella maggior parte delle culture antiche, in particolare in regioni europee come la Germania, la Scandinavia e l’Irlanda. La diffusa incredulità dell’uomo moderno su queste tematiche ha spesso però gettato discredito su chi invece cerca di portare avanti una seria ricerca storica sulle origini degli elfi e più in generale su tutte le creature citate nelle mitologie antiche, al punto che si può affermare, senza paura di essere smentiti, che al giorno d’oggi le ricerche su questi argomenti sono ormai quasi del tutto inesistenti. Tuttavia recenti analisi scientifiche, storiche e linguistiche sul folklore dell’Irlanda rivelano che gli elfi non sono personaggi fittizi ma si basano su creature realmente esistite, appartenute ad un’epoca antichissima, di cui la storiografia ufficiale è riuscita a registrare solo un flebile e distorto ricordo.
LE ORIGINI DEL NOME “ELFO”
Gli elfi abbandonano la Terra di mezzo dirigendosi verso ovest a Valinor, la “Terra degli immortali”. Scena tratta dalla trilogia cinematografica de “Il Signore degli Anelli”
In primo luogo per fare chiarezza si deve rilevare che la parola “elf” non è originaria dell’Irlanda come spesso si crede. Questo termine deriva infatti dall’antico lemma proto-germanico “albiz” usato nelle antiche lingue indoeuropee, che costituiscono il linguaggio antenato del moderno tedesco, dell’inglese e di diverse lingue scandinave. “Elf” diventò un termine affibbiato alle fate irlandesi quando si iniziò a scrivere e tramandare in inglese il folklore e la letteratura irlandese.
In origine la parola “elfo” fu utilizzata per descrivere indistintamente tutte le tipologie di “fate”. Nel corso del tempo il termine è stato utilizzato per specificare un unico sottoinsieme di fate, quelle dalla piccola statura e in possesso di poteri soprannaturali. Altre caratteristiche comuni degli elfi sono la capacità di mutare forma oppure quella di possedere grandi ricchezze (non solo materiali). Nelle leggende gli elfi sono simili agli uomini, ma più alti e magri, dotati di grande forza e velocità, molto intelligenti, dal volto pulito e orecchie a punta. Sono descritti con una vista acutissima e un udito molto sensibile. Non hanno barba, e hanno capelli biondi o argentei e occhi chiari, sono grandi costruttori e possiedono doti telepatiche.
Nella lingua delle antiche radici germaniche si faceva distinzione tra gli elfi di sesso maschile e quelli di sesso femminile, così come c’era distinzione tra gli elfi buoni e quelli malvagi.
Secondo la mitologia scozzese gli elfi si dividono in “Corte Benedetta” e “Corte Maledetta”. La Corte benedetta è un gruppo di Faeries “buoni” che sono opposti alla Corte maledetta. Secondo le antiche mitologie la Corte benedetta è il popolo della mitologia celtica chiamato “Túatha Dé Danann“, e a quanto pare furono proprio loro a dare origine al mito degli elfi “splendenti” delle antiche mitologie.
“I TÚATHA DÉ DANANN” TRA STORIA E MITO
Stando alle antiche tradizioni del luogo ci sono state sei ondate di “civiltà colonizzatrici” che hanno occupato le antiche regioni europee, e ognuna di queste culture ha delle connessioni con la storia biblica di Noè e del Diluvio universale.
Incisione celtica rappresentante i “Tuatha Dé Danann”
La quarta invasione che giunse dal mare a occupare “Ériu” (il nome antico dell’Irlanda che deriva dal nome della dea che aiutò gli invasori Milesi nella loro opera di conquista) fu quella dei “Túatha Dé Danann”, le “tribù degli dèi di Danann”. Questi erano gli antenati degli irlandesi – e di tutti i popoli che si stanziarono in quelle terre successivamente – e adoravano la Grande Madre, la Dea Danu. La stessa Irlanda ad una attenta analisi ad esempio è piena di toponimi Dun (Esempi sono Duncan, leggi “Dancan”), ma anche Dan stesso (Danny boy ecc.). Originariamente questi grandi conquistatori erano conosciuti semplicemente come Tuatha Dé (=Popolo di Dio), ma ciò pose un problema per i monaci irlandesi che misero per iscritto la loro storia poiché secondo le tradizioni cattoliche erano gli israeliti il popolo di Dio. Così i primi abitanti dell’Irlanda furono rinominati “le Túatha Dé Danann”.
L’arrivo dei “Tuatha Dé Dannan”
Si dice che i Túatha Dé Danann presero questo nome da tre loro giovani, figli di una certa Danann, così abili e sapienti nelle arti druidiche, nelle arti della guerra e dalla grandissima capacità in campo edilizio che furono addirittura chiamati i “tre dèi di Danann”.
Le donne soprattutto vi svolgevano un ruolo di primo piano, che rifletteva l’uguaglianza e la parità dei sessi presente sull’isola prima della loro integrazione con il resto dei popoli europei.
Gli studiosi di oggi conoscono per la maggior parte l’ondata finale dei vincitori, i Milesi (figli di Mil, uno dei discendenti del biblico Noè), che raggiunsero l’Irlanda dalla Spagna nel IV secolo a.C.. I discendenti di questi Milesi erano i Celti di Erin, chiamati anche Gaeli. A tal proposito in uno dei poemi irlandesi, il “Lebor Gabála Érenn” (“il libro della presa dell’Irlanda”), si narra ad esempio che le divinità femminili dei “Túatha Dé Danann” presero per marito proprio i gaelici quando questi invasero e colonizzarono l’Irlanda.
Secondo la tradizione, inoltre, i Tuatha Dé Danann sono considerati i costruttori dei molti siti megalitici presenti in Irlanda, e in varie zone europee, come ad esempio quello di “Stonehenge”.
CORRISPONDENZE
Núada dal braccio d’argento, uno dei valorosi condottieri dei Tuatha Dé Danann
Ci sono molte corrispondenze linguistiche e non solo tra i leggendari Tuatha de Danann e molti popoli presenti un po’ ovunque nel mondo antico.
Una di queste ad esempio si trova nella tradizione ebraica quando si cita la famosa “tribù dei Dan”, una delle dodici tribù di Israele descritta nella Torah ebraica, nota sopratutto per le sue elevate capacità costruttive, al punto tale che Moshè in persona affidò a Ooliab di Dan (insieme a Jezalel della tribù di Juda) la costruzione dell’Arca dell’Alleanza, che successivamente verrà custodita dagli stessi Daniti, prima a Dan e poi a Silo.
Anche la costruzione del Tempio di Salomone è considerata opera proprio di un Danita di Tiro (Hiram Abi). Altra sorprendente corrispondenza si trova con gli Shardana o Sherden (che significa “i prìncipi di Dan”), i grandi popoli navigatori del mare, noti per aver colonizzato anche la Sardegna antica (alcuni studiosi credono che la Sardegna sia la loro patria d’origine) costruendo molti monumenti come i nuraghi (costruzioni in pietra di forma a tronco di cono presenti in gran quantità in tutta la Sardegna) e alcune “ziggurat”, di cui ereditarono lo stile direttamente dalla Mesopotamia.
Queste tribù erano dunque direttamente collegate tra di loro? Sì, sembrerebbe proprio di sì, e ci sono infatti molti altri dati importanti a supporto di questa tesi.
Uno di questi simboli universali è quello ad esempio del “del dragone alato intrecciato” (uguale a quello del dio Sumero Ningishzidda, del dio egizio Thoth, del divino Hermes, della divinità mesoamericana Quetzalcoatl e dell’eroe divino Viracocha), che è appannaggio di queste antiche e misteriose tribù.
Il Nehustan, simbolo della tribù dei Dan, fatto issare da Moshè nell’accampamento degli Israeliti durante l’epidemia
Nella Bibbia si narra ad esempio che, durante un’epidemia scoppiata nell’accampamento degli israeliti, Moshè fece issare un “serpente di bronzo”. Chiunque vedeva questo simbolo veniva automaticamente sanato. Le tribù di Israele conservarono il Serpente di Bronzo, il “Nehustan”, nel santuario di Dan, facendone oggetto di culto finché il re Ezechia, della tribù di Juda, non decise di distruggerlo. Anche i Tuatha de Danann secondo le tradizioni avevano come simbolo proprio il serpente intrecciato, conosciuto in tutto il mondo col nome di “Caduceo“.
Anche oggi questo simbolo è molto noto, visto che è lo stemma principale della medicina, e delle insegne di tutte le farmacie.
Un altro gruppo di antichi coloni arrivati in Irlanda nelle leggende dei Celti furono i “Fomori”, che sono stati al centro di molte leggende come acerrimi nemici dei Tuatha De Dannan, e che nei poemi irlandesi sono descritti come una razza di giganti e predoni del mare.
Alcuni credono che fossero i reduci di un avamposto commerciale dimenticato dell’impero africano di Cartagine.
Un gigante fomoriano contro un guerriero dei “Tuatha Dé Danann”
I sopravvissuti delle successive ondate di colonizzatori furono sconfitti e asserviti dai giganteschi Fomoriani. Questi assunsero connotati negativi per chi raccontò e mise per iscritto queste cronache, e furono descritti come tutto ciò che c’era di male nel mondo – per molti erano gli elfi malvagi, la “corte malvagia” appunto. Nel raccontare le lotte tra i Tuatha Dé Dannan (quindi gli elfi buoni) e i Fomoriani, questi ultimi acquisirono per i sacerdoti cattolici lo status di “dèmoni”, mentre invece i Tuatha de Danann acquisirono uno status “divino”, positivo.
Forse i Tuatha non furono dèi, ma il popolo “primitivo” finì per scambiarli per tali. O forse erano veramente divinità e furono i copisti cristiani a trasformarli in una schiera di eroi dell’antichità, dotati di grandi capacità e di poteri quasi divini?
Fatto sta che la loro presenza sembra essere attestata non solo in Irlanda ma anche in altre tradizioni distanti nel tempo e nello spazio.
Rāma, una delle principali figure dell’induismo, appare principalmente nel poema epico in sanscrito detto “Rāmāyaṇa” (che significa “il cammino di Rāma”) ed è una figura venerata in tutta l’India e più in generale nel mondo intero.
Rāma, una delle principali figure dell’induismo, appare principalmente nel poema epico in sanscrito detto “Rāmāyaṇa” (che significa “il cammino di Rāma”) ed è una figura venerata in tutta l’India e più in generale nel mondo intero.