J. R. R. TOLKIEN: CUSTODE DELLA TRADIZIONE PRIMORDIALE

John Ronald Reuel Tolkien Art by Donato Giancola

di Giuseppe Di Re

Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua. Lo sento nella terra. Lo sento nell’aria. Molto di ciò che un tempo era è perduto… perché nessuno ora vive che lo ricordi
Il Signore Degli Anelli: La compagnia dell’anello, di Peter Jackson

PARTE 1: INTRODUZIONE

Che J. R. R. Tolkien non fosse un semplice esclusivista di religione cattolica, lo si può chiaramente evincere dal Silmarillion (1), sua opera massima – al pari, e per certi aspetti finanche superiore al più noto Signore degli Anelli. In questo testo si dispiega infatti una teogonia di straordinaria ampiezza e profondità, tale da oltrepassare i confini di una lettura meramente confessionale.

Il divino assoluto, Eru Ilúvatar, dà origine all’universo (Eä) attraverso l’Ainulindalë, ovvero la “Musica degli Ainur”: un atto creativo che non si configura come semplice produzione materiale, ma come manifestazione ordinata e armonica del reale. Eru, per assolvere a tale compito, convoca gli Ainur – i quali fino ad allora conoscevano il canto solo in forma separata – ed espone loro quello che viene definito il “Grande Tema Musicale”, invitandoli a svilupparlo in forma corale, ciascuno secondo la propria natura e capacità.

Quando la Grande Musica si leva, per la prima volta gli Ainur cantano all’unisono, dando forma a un’armonia complessa ma perfettamente ordinata, nella quale ogni variazione individuale rimane inscritta in un disegno superiore.

È proprio su tale concezione originaria della musica come principio generativo che si innesta, in sede comparativa, un interessante parallelo con le ricerche di Marius Schneider (2), musicologo e mitologo che ha indagato a fondo le strutture simboliche della musica nelle culture tradizionali. Nei suoi studi, in particolare ne La musica primitiva (3) e ne Il cosmo fonoluminoso (raccolta di saggi edita da Edizioni Simmetria, nella traduzione e rielaborazione di Stella Picarò) (4), Schneider mostra come in numerose cosmologie arcaiche il suono non sia mai riducibile a fenomeno estetico o comunicativo, bensì venga inteso come forza ontologica primaria, capace di strutturare e generare la realtà stessa.

Marius Schneider

In tale prospettiva, la musica non descrive il cosmo, ma lo produce; e in alcune tradizioni tale produzione è indissolubilmente legata a una dimensione luminosa, in cui suono e luce appaiono come aspetti complementari di un medesimo processo originario. Senza forzare corrispondenze dirette, è tuttavia possibile riconoscere una significativa analogia strutturale con la Ainulindalë tolkieniana, nella quale la creazione di Arda scaturisce appunto da una Grande Musica primordiale, in cui armonia e dissonanza concorrono alla determinazione stessa dell’essere.

In questo senso, la musica degli Ainur può essere letta come una rielaborazione narrativa di una più ampia intuizione tradizionale: quella secondo cui il cosmo non è muto, ma originariamente sonoro, e la sua struttura profonda risponde a un principio di ordine musicale che precede ogni configurazione materiale del reale.

Da questo punto di vista, gli Ainur – e tra essi in particolare i Valar (5), ossia i numi eminenti del cosmo – devono essere intesi come manifestazioni del divino, subordinate tuttavia al principio originario in una forma che può essere definita “enoteistica”.

Eru Ilúvatar come l’Antico dei Giorni, di Ted Nasmith

Eru, quale principio trascendente e origine di ogni manifestazione, non può essere ridotto esclusivamente al Dio della tradizione giudaico-cristiana (6), come taluni esclusivisti cattolici tendono erroneamente a sostenere. Piuttosto, egli appare riconducibile anche a quel principio metafisico unico che si ritrova, sotto forme differenti, nelle grandi tradizioni pagane e indoeuropee.

In tal senso, Eru – creatore dell’universo e fonte del Verbo, inteso come rivelazione primordiale – oltre a presentare evidenti punti di contatto con il Dio delle religioni abramitiche, risulta equipollente al Brahma della tradizione indù, nonché a figure divine quali Varuna, Urano e Giano, insieme ad altri numi aurei (7) appartenenti alle più diverse tradizioni del mondo antico (8).

Non si tratta, evidentemente, di sovrapposizioni arbitrarie, bensì del riconoscimento di una medesima struttura originaria: quella di un principio unico, trascendente e generativo, dal quale il cosmo deriva come manifestazione ordinata. È proprio in questa prospettiva che l’opera tolkieniana cessa di apparire come semplice costruzione letteraria, per rivelarsi invece come espressione, in forma moderna, di contenuti riconducibili a quella che può essere definita una Tradizione Primordiale (9).

René Guénon, il pensatore che più di tutti ha introdotto e diffuso in Occidente il concetto di perennialismo o Tradizione primordiale.

Durante la “creazione del mondo”, attuata attraverso la Musica degli Ainur – che si è vista costituire il principio ordinatore e armonico dell’intera manifestazione – emerge tuttavia, sin dalle sue origini, un elemento di frattura. Uno solo tra gli Ainur si discosta radicalmente da tale armonia: Melkor, il più potente tra i Valar, incarnazione della dissonanza e della volontà di dominio all’interno dell’universo di Arda.

Figura per molti aspetti affine al Loki della tradizione nordica, e ancor più al Lucifero della tradizione biblica e all’Iblis islamico – noto anche come Shayṭān o al-ʿAdūw (il nemico) – (10), Melkor si distingue non tanto per una natura originariamente malvagia, quanto per la sua tensione verso un’autonomia impossibile. Mentre gli altri Ainur partecipano al Grande Tema secondo l’ordine stabilito da Eru, egli, mosso dalla brama del “Fuoco Segreto” – principio creativo ultimo che appartiene unicamente al Creatore – si sottrae al canto corale, cessando di ascoltare e di accordarsi con gli altri.

È proprio in questa separazione, che è al tempo stesso isolamento e atto di superbia, che prende forma la sua deviazione: Melkor tenta di introdurre elementi propri, sviluppando una sorta di contro-canto, una creazione parallela che non nasce dall’adesione all’armonia, ma dalla volontà di affermazione individuale. La dissonanza, in tal modo, non è esterna al processo creativo, ma si inserisce al suo interno, alterandone la purezza originaria senza tuttavia poterne infrangere la struttura.

Eru Ilúvatar, pur riconoscendo tale deviazione, non interviene per annullarla. Egli consente che essa si manifesti, poiché ha dotato tutte le sue creature del libero arbitrio, inscrivendo così anche la possibilità della ribellione all’interno dell’ordine stesso della creazione. Ne deriva un principio fondamentale: ciò che appare come negazione non è mai assoluto, ma viene riassorbito in un disegno più ampio, nel quale persino la disarmonia contribuisce, suo malgrado, alla totalità.

Da questo punto di vista, il mondo materiale si configura come un ambito necessariamente duale, fondato su un equilibrio dinamico tra forze opposte: luce e oscurità, ordine e dissoluzione, armonia e dissonanza. Nessuno di questi poli può sussistere isolatamente, ed è proprio dalla loro tensione che prende forma la realtà manifestata, così come viene trasmessa nella visione cosmologica tolkieniana.

OLTRE IL MARE: MEMORIA ARCAICA E GEOGRAFIA DEL MITO IN TOLKIEN

Dietro le mura delle Pelóri, i Valar stabilirono il proprio dominio nella regione che è detta Valinor; e lì erano le loro case, i loro giardini, le loro torri. In quella terra ben custodita, raccolsero grandi provviste di luce e di tutte le cose più belle che si erano salvate dalla rovina; e molte altre più belle ancora ne fecero, e Valinor divenne persino più splendida della Terra di mezzo durante la Primavera di Arda J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion

Se, come si è visto, la creazione del mondo nella visione tolkieniana si struttura come manifestazione ordinata, ma al tempo stesso segnata da una frattura originaria – inscritta nella dissonanza introdotta da Melkor – ne deriva necessariamente una conseguenza sul piano della configurazione stessa del cosmo. Il mondo non si presenta infatti come uno spazio omogeneo e indifferenziato, bensì come una realtà articolata, gerarchica, nella quale la distanza dal principio originario diviene elemento determinante.

È proprio a partire da questa distanza che si comprende la funzione simbolica dei luoghi supremi del legendarium tolkieniano, e in particolare di Valinor. Essa non è semplicemente una terra posta a occidente, ma rappresenta piuttosto una regione ontologicamente distinta, nella quale l’ordine primordiale, pur incrinato, permane in forma più pura rispetto al resto del mondo manifestato.

The Shores of Valinor, by Ted Nasmith

In tale prospettiva, il mare che separa le Terre Mortali da Valinor assume un significato che trascende la dimensione geografica: esso si configura come una vera e propria soglia cosmica. Attraversarlo non equivale a compiere uno spostamento nello spazio, ma implica il passaggio da una condizione dell’essere a un’altra, da un mondo segnato dalla separazione e dalla corruzione a una sfera più prossima all’origine.

Questo schema, lungi dall’essere un’invenzione isolata, rinvia a una memoria simbolica ben più antica, riconducibile a quella che abbiamo già delineato come Tradizione Primordiale. L’idea di una terra remota, separata dal mondo degli uomini e situata oltre un limite invalicabile, ricorre infatti in molteplici tradizioni del mondo indoeuropeo.

IPERBOREA, ŚVETADVĪPA E LA MEMORIA DELLA REGIONE POLARE DELLE ORIGINI

Se la funzione simbolica di Valinor – quale regione separata, posta oltre il mare e sottratta al mondo degli uomini – si inscrive in una precisa struttura cosmologica, essa non può essere considerata un unicum all’interno della costruzione mitopoietica tolkieniana. Al contrario, tale configurazione rinvia chiaramente a una memoria ben più antica, comune a molteplici tradizioni del mondo indoeuropeo – e non solo – nelle quali ricorre con insistenza l’idea di una terra primordiale, remota e sacra, dimora degli dèi e sede di una condizione originaria non ancora corrotta.

In ambito classico, questa regione trova la sua espressione nel mito di Iperborea, concepita come una terra situata al di là del mondo conosciuto, sovente identificata con una zona polare e assiale, caratterizzata da immobilità, purezza e prossimità al divino. Non si tratta semplicemente di una localizzazione geografica, ma di una rappresentazione simbolica di uno stato dell’essere: quello proprio dell’età dell’oro, in cui il rapporto tra umano e divino non è ancora segnato dalla separazione.

Del Paradiso Iperboreo, sorto nelle regioni polari del pianeta nella fase aurorale dell’umanità, è possibile rinvenire testimonianza in pressoché ogni area del globo. Miti e leggende ad esso riferiti compaiono infatti tanto in Occidente – nel mondo classico e nelle tradizioni dei popoli “barbarici” – quanto in Oriente, ove se ne trovano tracce nell’ambito indiano, cinese, persiano, islamico ed ebraico. Tale diffusione suggerisce l’esistenza di un nucleo originario comune, successivamente irradiatosi e differenziatosi nelle varie culture.

Nella cultura classica, una delle prime attestazioni scritte può essere fatta risalire a Ecateo di Mileto (11), il quale colloca questo antico popolo ai confini del mondo conosciuto, nell’estremo settentrione, tra l’Oceano e i Monti Rifei. Ma è soprattutto Erodoto di Alicarnasso – che Cicerone non esitò a definire il “Padre della Storia” – a soffermarsi con maggiore ampiezza sulla tradizione iperborea, raccogliendo e trasmettendo testimonianze che, pur nella loro veste mitica, conservano evidenti tracce di un sapere più antico.

Nel corso dell’antichità greco-romana, la regione iperborea venne talvolta associata anche ad altre denominazioni che, pur non essendo sempre perfettamente sovrapponibili sul piano storico, appaiono convergenti sul piano simbolico. Tra queste spicca il nome di Thule, menzionato da Pitea di Massalia (12), il quale, nel suo viaggio verso le estreme latitudini settentrionali, descrisse una terra situata ai limiti dell’οἰκουμένη. A lui si deve inoltre una delle prime attestazioni del sole di mezzanotte, dei fenomeni aurorali e delle condizioni glaciali proprie delle regioni polari – elementi che contribuirono a fissare nell’immaginario antico l’idea di un Nord estremo caratterizzato da condizioni cosmiche eccezionali.

Il termine “Thule” è stato talvolta accostato, in chiave comparativa, al sanscrito tulā (“bilancia”), segno zodiacale che, secondo alcuni dati tradizionali, avrebbe avuto in epoche arcaiche una connessione con la regione polare o con un diverso assetto dell’asse cosmico. Suggestioni analoghe emergono anche in contesti extraeuropei: presso alcune tradizioni mesoamericane compare infatti il nome “Tula”, indicante una sede primordiale associata agli antenati e a una fase originaria dell’umanità.

Un ulteriore elemento degno di nota è rappresentato dall’antica denominazione di “Siria” (Συρία), che, in talune letture di carattere tradizionale, non designerebbe originariamente la regione medio-orientale storica, ma una “terra del Sole”, riconducibile etimologicamente al sanscrito Sūrya. In questa prospettiva, sviluppata in particolare da René Guénon (13), e posta in relazione con passi omerici (14) relativi a regioni situate “al di là di Ogigia”, tale denominazione alluderebbe a un ambito in cui il sole manifesta un comportamento anomalo rispetto all’esperienza ordinaria – come avviene nelle regioni circumpolari, dove esso può permanere sopra l’orizzonte per lunghi periodi.

Pur distinguendo tra dato storico, interpretazione simbolica e lettura tradizionale, l’insieme di queste testimonianze contribuisce a delineare un quadro sorprendentemente coerente: quello di una regione settentrionale estrema concepita non solo come limite geografico, ma come spazio qualitativamente differente, nel quale dimensione cosmica e dimensione sacra tendono a coincidere.

Nell’Isola Bianca il dio Vishnu riposa sul pentacefalico serpente Ananta, simbolo dell’eterica spirale dell’Infinito

È tuttavia nell’ambito della tradizione indù che questa memoria sembra conservarsi in una forma ancora più esplicita e dottrinalmente articolata. Nei grandi testi della letteratura sacra, quali il Mahābhārata – nella monumentale traduzione di Kisari Mohan Ganguli (15) – e nei Purāṇa, in particolare il Vishnu Purana e il Kurma Purana (16), emerge la nozione di Śvetadvīpa, l’“isola bianca”, ubicata nell’estremo Nord del mondo – nell’Oceano di Latte – descritta come una regione primordiale, pura e luminosa e abitata da esseri divini «dalla pelle bianca simile al candore dei raggi lunari» (17) e situata in una dimensione altra rispetto al mondo ordinario, tanto da rappresentare nell’induismo il Paradiso Terrestre delle origini.

Queste genti iperboree, dalla pelle bianca e diafana, sono descritte di aspetto solare, potenti nel corpo, nella mente e nello spirito, e del tutto prive di malvagità. Viene inoltre sottolineato che presso tali popolazioni non esisteva alcuna gerarchia castale, poiché non vi erano né superiori né inferiori tra gli uomini.

Śvetadvīpa è rappresentato anche come il luogo dove «il sole non è caldo e la luna non risplende» (18). Si tramanda inoltre che, al giungere del Tretāyuga, una grande calamità si abbatté sulla Terra, facendo sprofondare l’intera isola nell’Oceano di Latte «con quasi tutte le sue genti». Tuttavia, come già segnalato da taluni (19), sembra attestato che una primissima migrazione ne sarebbe comunque uscita. Appare dunque chiaro, benché nel testo non sia affermato in modo esplicito, che il mito di questa favoleggiata Isola Bianca nel Mahābhārata rappresenta la versione cosmografica di ciò che, a livello cronologico, è il mito della prima Età: il Satyayuga (Età della Verità) o Kṛtayuga (Età della Giustizia).

Nel Rāmāyaṇa (20), durante la descrizione della spedizione di Hanumat nel Quartiere Occidentale alla ricerca di Sītā, paredra di Ramachandra e figlia di Janaka, viene evocata la dimora dell’aureo Varuna, signore delle acque e custode dell’ordine cosmico, sul Monte Sumeru. Tale residenza divina è descritta come una struttura luminosa e maestosa, edificata da Viśvakarman, ornata di laghi, alberi aurei e abitata da una natura cosmica e sovra-terrena. Nella versione di Benares, essa appare come una “bianca mansione” posta sulla sommità del monte Meru, segnata da una disposizione simbolica degli elementi e da una chiara connessione con il percorso del Sole. Anche in questo caso, la simbologia della “bianchezza” e della lontananza non indica un semplice luogo fisico, ma una condizione di purezza originaria e di prossimità al principio.

La descrizione tuttavia, pur presentandosi come narrativa mitica, assume una evidente duplicità di registro: da un lato geografico-simbolico, dall’altro cosmologico. Il Monte Meru si configura infatti come asse del mondo, mentre la dimora di Varuṇa si inserisce in una topografia sacra in cui lo spazio non è semplicemente fisico, ma strutturato secondo principi ordinatori.

In tale contesto, elementi come la palma aurea a “dieci corone” possono essere letti come possibili rappresentazioni dell’asse polare e dei cicli cosmici ad esso connessi, in cui il movimento del Sole e la struttura del cielo assumono una configurazione circolare e gerarchizzata (21). Allo stesso modo, la tradizione dei “dieci avatāra” è stata talvolta messa in relazione simbolica con tale struttura, come espressione della manifestazione ciclica e progressiva del principio divino all’interno dell’intero grande eone (22).

Il quadro complessivo rimanda così a una concezione del cosmo profondamente stratificata, nella quale le direzioni spaziali, le regioni del mondo e le dimore divine non costituiscono elementi separati, ma parti di un’unica architettura simbolica. In questo sistema, Varuṇa si colloca come figura reggente dell’ordine primordiale, associato al ciclo cosmico dell’età originaria e alla strutturazione arcaica del mondo secondo principi di simmetria, misura e corrispondenza universale.

L’analogia tra queste tradizioni e la Valinor tolkieniana si impone dunque non tanto sul piano formale, quanto su quello strutturale: in tutti i casi, si è in presenza di una regione separata dal mondo umano, accessibile solo in condizioni particolari, e associata a una fase primordiale dell’esistenza, precedente alla caduta o alla progressiva degenerazione del ciclo cosmico. In Valinor il tempo non produce decadimento. Non esiste malattia, né morte. È una condizione che richiama l’idea di età dell’oro, presente in molte tradizioni indoeuropee.

È proprio in questo contesto che la nozione di “isola bianca” – Śvetadvīpa – si avvicina in modo significativo al complesso simbolico di Iperborea, fino a poterne rappresentare, in ambito indiano, una variante coerente. Entrambe rinviano infatti a una regione polare o assiale, centro immobile del mondo, nella quale si conserva la memoria dell’origine e nella quale dimorano le potenze divine nell’età dell’oro.

Da questo punto di vista, Valinor può essere letta non solo come un “Occidente remoto”, ma come una forma di memoria arcaica, una traccia, all’interno del mito, di una condizione originaria perduta. In maniera analoga, anche Iperborea – pur configurandosi come regione trascendente e sottratta all’esperienza ordinaria – non è concepita come un luogo puramente astratto, bensì come una realtà al tempo stesso metafisica e fisica, appartenente a una geografia sacra nella quale il piano materiale e quello simbolico risultano inscindibili.

È proprio all’interno di questa prospettiva che la tradizione indiana offre uno dei modelli più articolati e sistematici di organizzazione del cosmo. La geografia sacra, lungi dall’essere statica, si struttura secondo schemi ciclici, nei quali le terre – i cosiddetti Dvīpa – si distribuiscono secondo un ordine che riflette un movimento di natura “solare”, riconducibile simbolicamente a una progressione circolare assimilabile al moto orario.

Il Jambūdvīpa puranico simbolicamente rappresentato a forma di un gigantesco fiore di loto, simbolo di Brahma

Tale concezione trova una formulazione particolarmente densa nel Mahābhārata, e segnatamente nel Bhumiparvan (23) ove viene descritta la struttura del mondo attraverso il sistema delle “sette terre e sette isole”, ognuna di esse distribuite nell’arco dei diversi Manvantara. Analogamente, nei Purāṇa – e in particolare nel Vishnu Purana – il mondo è articolato in nove regioni (Varsha), assimilate ai nove petali simbolici del loto di Brahma, inserite all’interno del più ampio Jambudvīpa, il continente centrale del ciclo attuale, noto anche come “continente della melarosa”, metafora della terra nella sua totalità.

Codesto Jambudvīpa, il cui centro sacro è simboleggiato dal primo dei 5 Dvîpa che sono soliti formare nel complesso la geografia del settimo Manvantara, Ilāvṛta – che assomma a sé in qualità di ecumene polare sia la terra nordoccidentale di Śvetadvīpa che quella nordorientale di Śākadvīpa, entrambe irrimediabilmente perdute nei primi 2 cicli Avatarici (Pesce Avatarico e Tartaruga) a causa di 2 eventi ciclici disastrosi (24) – viene retto da Satyavrata Manu – il Manu del Manvantara presente, figura equivalente all’Adamo primordiale – si configura come il teatro della manifestazione umana attuale, caratterizzata da una specifica configurazione cosmica, nella quale ogni ciclo è contraddistinto da una determinata generazione divina, da una particolare umanità, e da una differenziazione qualitativa che si riflette simbolicamente anche nei colori della pelle e nelle caste della tradizione ermetica.

Alla luce di tale cosmografia, Valinor non appare più soltanto come una terra separata posta ai confini del mondo, ma come l’eco di una regione primordiale e paradisiaca che, pur appartenendo a un ordine superiore, mantiene una propria consistenza reale all’interno della geografia sacra del cosmo. Il suo progressivo sottrarsi al mondo degli uomini – fino a divenire inaccessibile – riflette non tanto un semplice mutamento geografico, quanto una trasformazione ontologica: la separazione definitiva tra il piano umano e quello divino.

Tuttavia, la logica di tale configurazione non si esaurisce nella sola dimensione delle origini assolute, poiché la struttura stessa del sacro, una volta sottrattosi al mondo, tende a riflettersi anche all’interno dello spazio storico sotto forma di centri intermedi, sovente secondari, ancora accessibili ma già segnati dalla perdita della pienezza originaria.

È precisamente in questa dinamica di rifrazione del centro primordiale che si colloca la funzione simbolica di Rivendell nel legendarium tolkieniano.

RIVENDELL E LA PERMANENZA INTERMEDIA DEL SACRO 

Rivendell (Gran Burrone) rappresentata nella trilogia cinematografica di Peter Jackson

La sua casa era perfetta, che vi piacesse il cibo, o il sonno, o il lavoro, o i racconti, o il canto, o che preferiste soltanto star seduti a pensare, o anche se amaste una piacevole combinazione di tutte queste cose. In quella valle il male non era mai penetrato

J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit

All’interno della geografia tolkieniana, la splendida e rigogliosa Rivendell (Gran Burrone) occupa una posizione del tutto peculiare, poiché non appartiene né pienamente al mondo degli Uomini né integralmente a quello degli Elfi d’Occidente. Essa si configura come uno spazio intermedio, una soglia stabilizzata in cui il sacro non è ancora stato ritirato oltre il mondo, ma neppure è ormai pienamente integrato nel suo divenire storico.

Rivendell è infatti descritta come una dimora elfica nascosta nella valle di Imladris, preservata da Elrond come luogo di rifugio e memoria. La sua funzione non è soltanto abitativa o politica, ma eminentemente conservativa: essa custodisce ciò che sopravvive dell’Età Primordiale all’interno di un mondo ormai segnato dalla dispersione e dal declino. In questo senso, Rivendell non è una “città” nel senso ordinario del termine, ma un centro di resistenza ontologica alla dissoluzione del tempo.

Essa rappresenta inoltre uno degli ultimi avamposti della presenza elfica nella Terra di Mezzo, destinato a perdere progressivamente la propria funzione storica con l’esaurirsi dell’Età degli Elfi. In seguito agli eventi narrati nel legendarium, gli Elfi lasciano infatti definitivamente questi territori dirigendosi verso i Porti Grigi (Grey Havens), da dove intraprendono il viaggio oltre il Mare verso l’Occidente. Tale partenza segna una cesura irreversibile: la Terra di Mezzo viene così consegnata in via definitiva al dominio degli Uomini, sancendo il passaggio da un mondo ancora intriso di presenza elfica e sacrale a un’epoca interamente storica e umana.

In tale prospettiva, la condizione degli Elfi della Terra di Mezzo presenta interessanti affinità strutturali con alcune tradizioni mitiche indo-europee, nelle quali si conserva il ricordo di stirpi divine progressivamente ritiratesi dal mondo storico. In ambito celtico-irlandese, un esempio particolarmente significativo è rappresentato dai Tuatha Dé Danann, il popolo divino che, pur non scomparendo del tutto, si sottrae alla dimensione ordinaria dell’esistenza, ritirandosi nei tumuli e nei reami nascosti oltre il velo del mondo visibile.

Senza postulare alcuna dipendenza diretta tra le tradizioni, si può tuttavia osservare una convergenza simbolica nella rappresentazione di un progressivo occultamento del sacro, che non implica una semplice estinzione, bensì una trasformazione della sua modalità di presenza. Come i Tuatha Dé Danann permangono in una dimensione altra, così gli Elfi tolkieniani attraversano un processo di attenuazione storica, nel quale la loro presenza si riduce progressivamente fino al definitivo abbandono della Terra di Mezzo.

In entrambi i casi si configura dunque una medesima struttura simbolica: quella di una razza non semplicemente mortale, ma ontologicamente eccedente rispetto al ciclo umano del tempo, destinata a ritirarsi in spazi liminali o nascosti, nei quali il mondo appare conservato nella sua forma originaria ma sottratto alla piena accessibilità storica.

A differenza di Valinor, che come abbiamo visto si sottrae progressivamente alla possibilità dell’esperienza, Rivendell permane ancora nel mondo, ma in una condizione di rarefazione: il tempo al suo interno appare attenuato, quasi sospeso, e la memoria del passato vi si conserva in forma non storica ma contemplativa. Essa rappresenta dunque una soglia ancora accessibile, ma già orientata verso la separazione definitiva.

È proprio questa condizione intermedia a renderla comparabile, sul piano simbolico, a determinati centri sacri secondari della tradizione indo-tibetana, in particolare alla nozione di Śambhala. Pur con le dovute distinzioni storiche e dottrinali, Śambhala è infatti concepita come una regione nascosta, non più appartenente al ciclo ordinario del mondo, ma neppure completamente sottratta ad esso, poiché destinata a riemergere alla fine dei tempi ultimi. Analogamente, Rivendell si configura come un luogo di conservazione e attesa, nel quale il sacro non è ancora scomparso dal mondo, ma vi permane in forma velata e protetta.

Da questo punto di vista, Rivendell può essere letta come una «Śambhala immanente» del legendarium tolkieniano: non un aldilà geografico o un regno separato, bensì un nucleo residuo di ordine primordiale ancora iscritto nello spazio storico, destinato tuttavia a dissolversi con il progressivo avanzare delle età nella Terra di Mezzo.

NÚMENOR E ATLANTIDE: LA CADUTA DELLA SOGLIA PROIBITA 

Se le tradizioni relative a Śvetadvīpa, Iperborea e alle dimore divine del Monte Sumeru delineano una geografia sacra fondata sulla separazione tra ordine umano e ordine divino, la narrazione tolkieniana introduce a questo punto un elemento decisivo: la violazione di tale separazione e la conseguente caduta. In questa prospettiva, J. R. R. Tolkien rielabora nel mito di Númenor uno schema che presenta evidenti corrispondenze con il racconto platonico dell’Atlantide, così come tramandato nel Timeo e nel Crizia di Platone (25). In entrambi i casi si tratta di una grande isola o terra occidentale, dotata di una civiltà superiore, posta in una posizione privilegiata rispetto al mondo conosciuto, segnata da una condizione iniziale di armonia e grandezza e destinata alla distruzione a seguito di una trasgressione dell’ordine cosmico o divino.

La Caduta di Númenor, opera di Alan Lee

Il punto decisivo è la caduta. I Númenóreani, spinti dalla paura della morte, violano il divieto imposto loro e tentano di raggiungere le Terre Immortali. La stessa struttura si ritrova nel mito platonico: una civiltà che, perdendo la misura, si ribella all’ordine e viene distrutta. Tuttavia, né in Platone né in Tolkien la distruzione assume il carattere di un evento puramente storico o morale. Atlantide, così come Númenor, rappresenta piuttosto una struttura simbolica ricorrente: quella di una civiltà intermedia, situata tra il mondo umano ordinario e il livello superiore del sacro, che tenta di oltrepassare il limite imposto dalla propria condizione. È proprio questo superamento del confine – la volontà di accedere direttamente alla dimensione divina o di appropriarsi di essa – a determinare la rottura dell’equilibrio cosmico.

La distruzione di Númenor, l’Akallabêth, si compie come un’inondazione totale. L’isola scompare sotto il mare. Il motivo richiama non solo l’Atlantide, ma un archetipo più ampio legato ai miti del diluvio e alla fine ciclica delle età del mondo (26). Rammentiamo che Tolkien stesso parlava di un sogno ricorrente di una grande onda che travolge tutto, come se questa immagine appartenesse a uno strato più profondo della sua immaginazione. Eppure, la distruzione non è mai assoluta. Una parte dei Númenóreani sopravvive, guidata da Elendil, e fonda nuovi regni nella Terra di Mezzo. La memoria della civiltà perduta continua attraverso di loro, trasformandosi in tradizione e storia. Il mito della fine è sempre, in Tolkien, anche un mito della trasmissione.

LE ETÀ DEL MONDO: CONVERGENZE STRUTTURALI

Questa corrispondenza geografico-simbolica si rafforza ulteriormente se si considera un ulteriore elemento: la concezione ciclica del tempo. Nelle tradizioni indoeuropee e vediche, infatti, il tempo non procede in modo lineare, ma attraverso una successione di età (yuga) che segnano un progressivo allontanamento dall’origine: Satyayuga (età dell’oro), Tretāyuga, Dvāparayuga e Kaliyuga (età oscura). Allo stesso modo, nel mondo di J. R. R. Tolkien, la storia è scandita da grandi epoche: l’Età degli Alberi, la Prima Età, la Seconda Età – segnata dalla caduta di Númenor – e infine la Terza e la Quarta Età, caratterizzate da un progressivo declino della presenza del sacro.

La struttura sottostante appare in entrambi i casi profondamente analoga: un’origine perfetta, una progressiva decadenza e una crescente distanza tra il mondo umano e la dimensione divina. In questa prospettiva, le corrispondenze non si limitano più a singoli motivi isolati, ma si articolano in un sistema simbolico coerente e strutturato, nel quale Valinor, Iperborea e Śvetadvīpa possono essere letti come varianti di una medesima configurazione archetipica: quella di una regione sacra collocata oltre i confini del mondo abitato, situata in una dimensione che eccede la geografia ordinaria.

Illuin: Lamp of the Valar, by Ted Nasmith

Allo stesso modo, l’Occidente mitico tolkieniano, il Nord polare delle tradizioni classiche e la regione paradisiaca delle cosmologie indù convergono nell’indicare uno spazio che non appartiene più al mondo storico, ma a una sfera ontologicamente distinta, caratterizzata da immobilità, luminosità e prossimità al principio. In questa cornice, l’immortalità elfica può essere interpretata come una forma di permanenza in uno stato vicino all’origine, analogo alla condizione divina propria degli Iperborei dell’età dell’oro nelle tradizioni vediche, mentre la progressiva separazione tra mondi riflette la crescente distanza tra il piano umano e quello del sacro.

Valinor, in tale quadro, appartiene all’ordine originario e risulta separata dal ciclo storico proprio come la Śvetadvīpa nella cosmografia sacra indiana; allo stesso modo, la memoria di Númenor e il suo parallelo con Atlantide introducono nel sistema la dinamica della caduta, ossia il momento in cui una civiltà situata in posizione intermedia tra umano e divino tenta di oltrepassare il limite e viene conseguentemente ricondotta alla dissoluzione. La sua inaccessibilità, così come la distruzione delle terre occidentali sommerse, non è dunque un dettaglio narrativo, ma un principio strutturale: ciò che appartiene all’origine non può essere reintegrato nel mondo della decadenza senza produrre una frattura irreversibile.

IL SANSCRITO E LA STRUTTURA INDOEUROPEA DEL LINGUAGGIO TOLKENIANO

Affrontare l’opera di un maestro come Tolkien significa entrare in un territorio in cui la distinzione tra invenzione e memoria si fa instabile. Il suo legendarium, come abbiamo cercato di spiegare, non si presenta soltanto come costruzione narrativa, ma come un sistema coerente di miti e lingue che sembra riattivare strutture molto più antiche della fantasia moderna. Se le corrispondenze finora delineate mostrano una sorprendente coerenza sul piano mitologico e cosmologico, esse trovano un ulteriore livello di approfondimento nel piano linguistico e filologico, laddove la struttura stessa del linguaggio tolkieniano sembra riflettere, in forma mediata, alcune dinamiche proprie delle tradizioni indoeuropee più arcaiche.

La domanda non riguarda pertanto soltanto le fonti, ma la natura stessa di ciò che leggiamo: fino a che punto si tratta di creazione e fino a che punto di riemersione?

Un contributo significativo a questa lettura, a nostro modo di vedere, è offerto dallo studio Tolkien and Sanskrit: The Silmarillion in the Cradle of Proto-Indo-European (27) di Mark T. Hooker (28), il quale ha evidenziato come la costruzione lessicale e onomastica delle lingue inventate da J. R. R. Tolkien – in particolare il Quenya e il Sindarin – non possa essere compresa unicamente come esercizio estetico o creativo, ma debba essere letta alla luce della sua formazione filologica e della sua profonda conoscenza delle lingue indoeuropee, con particolare attenzione al sanscrito.

Somiglianza estetica tra la scrittura Devanāgarī – il sanscrito – e il Quenya di Tolkien. Immagine presa dal web

Nel lavoro di Hooker, il sanscrito non è interpretato come fonte diretta, ma come una delle forme linguistiche in cui si conserva in modo più trasparente la struttura indoeuropea originaria. Da questo punto di vista, Tolkien non “inventa” lingue nel senso moderno del termine, ma opera secondo un metodo filologico di ricostruzione, costruendo sistemi linguistici che simulano evoluzioni storiche reali a partire da radici arcaiche. Il Quenya e le altre lingue elfiche non sono quindi semplici creazioni estetiche, ma tentativi di ricostruire una profondità linguistica perduta. In questo senso, il lavoro di Tolkien si avvicina più all’archeologia che alla mera fantasia.

Un esempio significativo è il parallelismo tra i Sapta Sindhavaḥ vedici (29) e i “Sette Fiumi” di Ossiriand. Non si tratta soltanto di una somiglianza nominale, ma della ricorrenza di una stessa struttura simbolica: il numero sette, l’acqua come elemento originario, e l’idea di una terra primigenia attraversata da forze vitali. Elementi che suggeriscono la persistenza di un repertorio simbolico condiviso oltre le singole tradizioni storiche.

Il contesto in cui Tolkien opera, secondo noi, rende assolutamente possibile questa convergenza. Professore a Oxford, immerso nella filologia comparata del primo Novecento, egli vive in un ambiente in cui la linguistica indoeuropea è centrale e in cui testi come il Vishnu Purana, tradotto in lingua inglese per la prima volta da Horace Hayman Wilson, il Ṛgveda e le Upaniṣad (30), diffuse in Europa attraverso il monumentale lavoro del filologo tedesco Max Müller, sono già parte del patrimonio accademico disponibile. Non è necessario postulare una lettura diretta sistematica: è sufficiente riconoscere che Tolkien si muove all’interno di un orizzonte culturale in cui tali materiali erano presenti e attivi.

Rig-Veda-Sanhita: gli inni sacri dei Brahmani; con il commentario di Sayanacharya [set di 6 volumi]. Edizione enciclopedica curata dal filologo e storico delle religioni Max Müller

Ridurre tuttavia Tolkien a un autore “influenzato” significherebbe fraintenderne la natura. Più che un creatore o un compilatore, egli appare come un ricostruttore di forme profonde, un autore che lavora su ciò che può essere definito memoria mitica stratificata. In questa prospettiva, il suo lavoro si avvicina alle riflessioni di grandi pensatori come Mircea Eliade e René Guénon, per i quali il mito non è invenzione ma riemersione di strutture originarie.

CONCLUSIONE

Ci limitiamo infine a osservare come ciò che J. R. R. Tolkien ha tramandato nei suoi pregevolissimi testi, comunemente definiti come “fantasy”, e sovente veicolati attraverso quello che la tradizione ha chiamato il “linguaggio degli uccelli” (31), appaia riconducibile a una conoscenza estremamente ampia e stratificata delle cosmografie, delle cosmogonie, delle mitologie e delle dottrine tradizionali dei molti popoli dell’antichità.

In Tolkien, infatti, non si rinvengono soltanto elementi provenienti dalla tradizione biblica – dal Vecchio e Nuovo Testamento fino alla letteratura apocrifa – ma anche, in forma più o meno esplicita o rielaborata, tracce riconducibili al Vedānta, ai Purāṇa, alle Upaniṣad, al Mahābhārata, così come all’universo nordico dell’Edda, alla tradizione avestica e al ciclo arturiano e graaliano. Tale pluralità non può essere letta come semplice accumulo sincretico, ma come rielaborazione organica di un patrimonio simbolico comune.

Evidentemente, il maestro oxoniense è stato non soltanto uno studioso di eccezionale competenza filologica e linguistica – capace tra l’altro di plasmare ex novo sistemi linguistici complessi come il Quenya – ma come un autore in grado di attingere in profondità a quella che si potrebbe definire una “memoria mitica primordiale”, ricomponendo frammenti dispersi di tradizioni diverse in un’unica architettura narrativa coerente. Non per caso, naturalmente, ma grazie a una vita intera di studio rigoroso, meditazione, riflessione, e, verosimilmente, di qualcosa di più.

A questo proposito siamo fermamente convinti che abbia ricevuto un’iniziazione non comune. Non sappiamo se questa sia giunta attraverso l’O.T.O. riformato o per altre vie legate alle scuole tradizionali e sapienzali ancora attive nel suo tempo; resta il fatto che la profondità e la coerenza delle sue acquisizioni sarebbero state difficilmente raggiungibili senza una “chiamata” culturale e spirituale di autentico livello. Senza entrare in ipotesi ulteriori di carattere speculativo, ciò che emerge con evidenza è la straordinaria capacità tolkieniana di riconoscere e riorganizzare motivi appartenenti a una tradizione simbolica diffusa e stratificata, riconducibile a ciò che si potrebbe definire una matrice mitopoietica universale. Pertanto, J. R. R. Tolkien non appare soltanto come un creatore di mondi fantastici, seppur filologicamente coerenti, ma come un autentico custode della tradizione primordiale, capace di restituire in forma narrativa moderna e coerente la memoria profonda di un antico patrimonio simbolico arcaico e condiviso, come se attraverso le sue opere riaffiorasse, sotto nuove forme, un’antica luce mai del tutto spenta.

* * *

Note

(1) Cfr. J. R. R. Tolkien, The Silmarillion, ed. Christopher Tolkien (London: George Allen & Unwin, 1977); trad. it. Il Silmarillion, a cura di Quirino Principe (Milano: Rusconi, 1978; successive edizioni Bompiani).

(2) Marius Schneider (1903–1982) è stato un musicologo e mitologo tedesco, tra i principali studiosi del simbolismo musicale nelle culture tradizionali. Le sue ricerche si concentrano in particolare sul rapporto tra musica, cosmologia e strutture mitiche arcaiche, con l’obiettivo di individuare le forme originarie del pensiero simbolico legato al suono.

(3) Cfr: Marius Schneider, La musica primitiva, cfr. orig. fr. in “Encyclopédie de la Pléiade”, Paris, Gallimard, 1960; prima ed. it. Milano, Adelphi, 1992 (Piccola Biblioteca Adelphi, n. 293), trad. it. S. Tolnay. Il testo raccoglie una serie di studi dedicati all’analisi delle concezioni arcaiche della musica nelle civiltà tradizionali, con particolare attenzione alla funzione simbolica e cosmologica del suono.

(4) Cfr. M. Schneider, Il cosmo fonoluminoso, in Il cosmo fonoluminoso e altri saggi, a cura e traduzione di Stella Picarò, Edizioni Simmetria, 2019, Roma. Il volume raccoglie saggi dedicati alla relazione tra suono, luce e struttura cosmica nelle tradizioni simboliche, sviluppando l’idea di un universo in cui il principio musicale e quello luminoso risultano strettamente interconnessi.

(5) Gli Ainur che partecipano all’Ainulindalë sono: Manwë, Ulmo, Aulë, Oromë, Námo, Irmo, Tulkas e Melkor. Sulla natura degli Ainur e dei Valar cfr. ivi, sezione Valaquenta.

(6) Sull’interpretazione teologica di Eru Ilúvatar e sulle letture comparative con il monoteismo e l’enoteismo cfr. Verlyn Flieger, Splintered Light: Logos and Language in Tolkien’s World (Kent: Kent State University Press, 1983); trad. it. La luce spezzata (edizioni italiane varie).

(7) Parliamo dei Numi – divinità – posti ciclicamente nell’età dell’oro (la prima delle quattro età che compongono un intero Grande Eone = Manvantara) dalla prima generazione Umana. Per il confronto tra strutture divine indo-europee e concetto di divinità suprema cfr. Georges Dumézil, Mythes et épopées, 3 voll. (Paris: Gallimard, 1968–1973).

(8) Sulle strutture mitiche ricorrenti nelle tradizioni indo-europee e sul ritorno all’origine cfr. Mircea Eliade, Le mythe de l’éternel retour (Paris: Gallimard, 1949); trad. it. Il mito dell’eterno ritorno (Milano: Borla, 1966).
Naturalmente anche il veterotestamentario Yahweh – o sarebbe più corretto riferirsi a Elohim Genesiaco – è un dio completo, e dalle chiare origini auree (Equivale al titano Crono, per i Romani ‘Saturno’) ma a differenza delle altre divinità, nella tradizione ebriaca non ha manifestazioni divine di sè; eccetto l’Adamo Primordiale, il quale infatti viene creato a sua immagine e somiglianza, e in quanto tale anch’esso partecipa alla “creazione del mondo”.

(9) Sul simbolismo della creazione e della dissonanza cosmica cfr. René Guénon, Symboles fondamentaux de la science sacrée (Paris: Gallimard, 1962); trad. it. Simboli della scienza sacra (Adelphi, 1975).

(10) Lucifero rappresenta nella tradizione cristiana la figura dell’angelo decaduto per eccellenza, il quale, in seguito alla ribellione contro Dio, assume la denominazione di “Satana” (l’Avversario): Cfr. Bibbia, Isaia 14,12–15; Vangelo di Luca 10,18; Apocalisse 12,7–9. Una dinamica analoga si ritrova nella figura di Melkor nel Silmarillion di J. R. R. Tolkien, il quale, originariamente appartenente all’ordine degli Ainur, decade dal proprio stato primordiale assumendo il nome di “Morgoth” nel momento in cui si oppone al disegno di Eru Ilúvatar e tenta di appropriarsi del principio creativo ultimo, la cosiddetta “Fiamma Imperitura”: Cfr. J. R. R. Tolkien, The Silmarillion, ed. Christopher Tolkien (London: George Allen & Unwin, 1977), “Valaquenta”; trad. it. Il Silmarillion, a cura di Quirino Principe (Milano: Bompiani, 1978). Una struttura narrativa e simbolica affine si riscontra anche nella tradizione islamica, nella figura di Iblīs (arabo: إبليس), che rifiuta di prosternarsi dinanzi ad Adamo per orgoglio e disobbedienza al comando divino, venendo così espulso dalla grazia e identificato come al-Shayṭān, il “tentatore” o “avversario”: Cfr. Corano, Sūrat al-Baqara 2:34; Sūrat al-A‘rāf 7:11–18. Tale schema di ribellione e caduta si inserisce in una più ampia tipologia mitico-religiosa, nella quale la trasgressione dell’ordine divino conduce alla perdita di uno stato originario di perfezione. In ambito biblico ciò si riflette nella dottrina del Peccato Originale e nella conseguente espulsione di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre: Cfr. Genesi 3,1–24; trad. it. Bibbia CEI (Roma: Conferenza Episcopale Italiana, varie edizioni). Un parallelo, sul piano iranico-indo-iranico, può essere ritrovato nella figura di Yima (Jamshid nella tradizione successiva), sovrano primordiale associato a un’età aurea iniziale, la cui vicenda mitica conosce un progressivo declino e una perdita della condizione originaria nell’ambito della tradizione avestica: Cfr. Avesta, Vendīdād 2; trad. inglese in James Darmesteter, The Zend-Avesta, Part I–III (Oxford: Clarendon Press, 1880–1887).

(11) Ecateo di Mileto (Hecatæus Milesius), geografo e storico greco attivo tra VI e V secolo a.C., è considerato uno dei primi autori di prosa storiografica e geografica del mondo ellenico. Le sue opere, oggi frammentarie, sono note soprattutto attraverso citazioni successive (in particolare Erodoto). La tradizione relativa ai popoli iperborei viene spesso ricondotta, in ambito storiografico antico, ai primi riferimenti geografici greci in cui tali popolazioni compaiono come collocate ai confini settentrionali dell’ecumene.
cfr. FGrHist 1 F 12–15; Erodoto, Storie, IV, 32–36.

(12) Pitea di Massalia (Pytheas Massiliensis), geografo ed esploratore greco del IV secolo a.C., è noto per il suo viaggio verso le estreme latitudini settentrionali dell’ecumene, descritto in forma frammentaria attraverso autori successivi. Secondo le testimonianze antiche, egli avrebbe raggiunto una terra denominata Thule, situata a diversi giorni di navigazione a nord delle isole Orcadi, la cui identificazione geografica rimane discussa in ambito moderno (Norvegia, Shetland, Islanda o Groenlandia). Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, riferisce che oltre tale regione si estendeva un mare caratterizzato da condizioni di gelo e difficilmente navigabile.
cfr. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, IV, 30–31; Strabone, Geografia, I, 4; II, 4.

(13) Cfr. René Guénon, Symboles de la science sacrée, Paris: Gallimard, 1962; trad. it. Simboli della scienza sacra, Milano: Adelphi, 1990.

(14) Cfr. Omero, Odissea, libro XV, v. 502.

(15) Cfr. The Mahābhārata of Krishna-Dwaipayana Vyāsa, trad. in inglese da Kisari Mohan Ganguli (Calcutta: Pratap Chandra Roy, 1883–1896); rist. moderna in edizione integrale in 12 voll. a cura di Munshiram Manoharlal Publishers (New Delhi, varie edizioni, tra cui 1990, 2000 e successive ristampe multivolume). L’edizione Munshiram Manoharlal rappresenta una delle ristampe accademiche più diffuse della traduzione completa ottocentesca di Ganguli, pubblicata originariamente in undici volumi e basata sul testo sanscrito tradizionale dell’epica attribuita a Vyāsa. In tale edizione sono conservati integralmente i riferimenti cosmologici e geografico-mitici del Bhūmiparvan e delle sezioni descrittive del Jambudvīpa e delle “sette isole e sette terre”, frequentemente utilizzate negli studi comparativi sulla cosmografia indiana. Cfr. anche le informazioni editoriali in Munshiram Manoharlal Publishers Catalogue e nelle ristampe critiche moderne dell’opera.

(16) Per la cosmologia vedica e il sistema dei yuga cfr. The Vishnu Purana, trad. H. H. Wilson (London: Trübner & Co., 1864–1868); trad. it. parziale in edizioni accademiche moderne (varie).

(17) Mahābhārata, Śāntiparvan, adhyāya 335, ślokāḥ 7–12.

(18) Mahābhārata, Śāntiparvan, adhyāya 343, ślokāḥ 59.

(19) Cfr. J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Roma, Edizioni Mediterranee, 1988

(20) The Ramayana of Valmiki – Munshiram M., N.Delhi 1978 (sec.ed. rived.),, & Cfr. The Rāmāyaṇa of Vālmīki, trad. in inglese da Ralph T. H. Griffith (Benares: E. J. Lazarus and Co., 1870–1874); trad. it. di Gaspare Gorresio, Il Rāmāyana di Valmichi, Torino, Stamperia Reale, 1847–1858; ed. it. moderna in tre volumi, a cura di Mimesis, Milano, 2017–2019. Il Rāmāyaṇa, attribuito al saggio Vālmīki, costituisce uno dei due grandi poemi epici della tradizione indiana insieme al Mahābhārata, e presenta una struttura narrativa e simbolica centrata sul tema dell’ordine cosmico (dharma), della regalità sacra e della lotta tra forze ordinate e caotiche. Le sue sezioni cosmografiche e mitologiche, pur meno sistematiche rispetto ai Purāṇa, contribuiscono alla costruzione dell’immaginario geografico-sacrale dell’India antica, in continuità con le rappresentazioni del Jambudvīpa e delle terre mitiche circostanti.

(21) Per approfondire dettagliatamente la questione: Cfr. G. Acerbi, Varuna, Auro dominatore del Quartiere Orientale, disponibile online su siffatto blog: https://www.immagineperduta.it/varuna-aureo-dominatore-del-quartiere-orientale/

(22) vide supra

(23) Cfr. Pietro Chierichetti, Sette isole, sette oceani. Il Bhūmiparvan: geografia, miti e misteri nel Mahābhārata (Milano: Ester Edizioni, 2017). Il volume costituisce uno studio monografico dedicato alla sezione cosmografica del Mahābhārata, in particolare al Bhūmiparvan, offrendo un’analisi della struttura del mondo secondo la tradizione indiana, articolata nei sette dvīpa (isole-continentali) e nei sette oceani concentrici. L’opera adotta un approccio comparativo e simbolico, mettendo in relazione la cosmografia puranica con altre tradizioni mitiche e con interpretazioni di carattere storico-religioso, risultando particolarmente rilevante per l’analisi delle geografie sacre e delle terre mitiche, tra cui Śvetadvīpa (“Isola Bianca”).

(24) Il primo ciclo avatarico è quello di Manu Satyavrata e del Pesce d’oro (Matsya), monodono e unicornuto, che, trasformatosi in arca, salva Manu e i Saptarishi dal diluvio che sommerge la Svetadvīpa nell’Oceano di Latte. Il secondo ciclo è quello della Tartaruga Kūrma, che cosmograficamente rappresenta l’evento sia astronomico che ciclico noto come Frullamento dell’Oceano di Latte (Samudra Manthan). Entrambi i cicli corrispondono ai primi due quarti dell’Età dell’Oro e si svolsero nell’Ecumene artico. Secondo la tradizione Smṛti, da questi eventi si salvarono soltanto poche genti, per lo più appartenenti alla dinastia solare di Manu. Tali avvenimenti segnano, nell’induismo, la fine dell’età paradisiaca e trovano una significativa corrispondenza con la tradizione veterotestamentaria della Caduta dell’Uomo e dell’abbandono del Paradiso Terrestre da parte di Adamo ed Eva.

(25) Cfr. Plato, Timaeus e Critias, in Plato: Complete Works, ed. John M. Cooper (Indianapolis: Hackett Publishing Company, 1997); trad. it. Platone, Timeo. Crizia, trad. e cura di Giovanni Reale (Torino: UTET, 1997; successive ristampe). I due dialoghi platonici costituiscono la principale fonte antica per il mito di Atlantide e per la descrizione di una civiltà primordiale avanzata, collocata in un passato remoto e distrutta da un cataclisma. In particolare, il Timeo introduce il quadro cosmologico e filosofico della narrazione, mentre il Crizia sviluppa il racconto della potenza atlantidea e del suo declino, configurandosi come uno dei più influenti modelli di mito della “caduta” di una civiltà originaria nella tradizione occidentale.

(26) Cfr. Claudio A. Testi (a cura di), La compagnia, l’anello, il potere. J. R. R. Tolkien creatore di mondi(Rimini: Il Cerchio, 2011). Il volume raccoglie una serie di contributi dedicati all’opera tolkieniana, con particolare attenzione alle sue dimensioni filosofiche, teologiche e mitopoietiche. I saggi analizzano la costruzione del legendarium come sistema simbolico complesso, mettendo in luce i rapporti tra narrazione, metafisica e tradizione, nonché le influenze culturali e linguistiche che concorrono alla formazione dell’universo immaginario di Tolkien.

(27) Cfr. Mark T. Hooker, Tolkien and Sanskrit: The Silmarillion in the Cradle of Proto-Indo-European(studio diffuso in forma di saggi e materiali pubblicati in sedi non accademiche e raccolte digitali, anni 2000). Il lavoro propone un’analisi comparativa tra la linguistica tolkieniana e il sanscrito, ipotizzando parallelismi tra le strutture linguistiche del legendarium e le radici proto-indoeuropee, nonché possibili consonanze simboliche con la tradizione vedica.

(28) Mark T. Hooker, autore e studioso indipendente noto per i suoi lavori di carattere comparativo tra linguistica indoeuropea e opere di J. R. R. Tolkien. I suoi studi si concentrano in particolare sulle possibili relazioni tra il sanscrito e le lingue artificiali tolkieniane, nonché sui parallelismi simbolici tra il legendarium e le tradizioni vediche. Tra i suoi contributi più noti si segnala Tolkien and Sanskrit: The Silmarillion in the Cradle of Proto-Indo-European (anni 2000), diffuso principalmente attraverso pubblicazioni non accademiche e materiali digitali. La sua produzione si colloca al di fuori del circuito accademico canonico, ma è talvolta utilizzata in ambito comparativo e interpretativo.

(29) I Sapta Sindhavaḥ (sanscr. “le sette regioni/fluenti dei fiumi”), vengono menzionati nel Ṛgveda per designare l’area geografico-sacrale dei “sette fiumi”, generalmente identificata con la regione nord-occidentale del subcontinente indiano (area indo-iranica antica, comprendente il bacino dell’Indo e dei suoi affluenti). Cfr. Ṛgveda VII, 36,6; X, 75; trad. ingl. in Ralph T. H. Griffith, The Hymns of the Rigveda(Benares: E. J. Lazarus and Co., 1889–1892); trad. it. in antologie vediche moderne (varie edizioni). Il termine assume anche una valenza simbolica e cosmologica nella letteratura vedica e post-vedica, indicando uno spazio originario ordinato e sacralizzato, frequentemente richiamato negli studi comparativi sull’ecumene indoeuropea originaria, ossia l’Urheimat (primaria I secondaria non ci è dato saperlo) degli Arî

(30) Cfr. F. Max Müller (ed.), The Sacred Books of the East, 50 voll. (Oxford: Clarendon Press, 1879–1910), in particolare i volumi dedicati alle Upaniṣad (The Upanishads, voll. I–II, 1879–1884), contenenti le traduzioni inglesi di alcuni dei principali testi sulla tradizione vedica. Per il Ṛgveda cfr. anche F. Max Müller (ed.), Rig-Veda-Sanhitá: The Sacred Hymns of the Bráhmans, 6 voll. (London: Trübner & Co., 1849–1874), una delle prime edizioni critiche e filologiche del testo sanscrito accompagnata da apparato esegetico. Le opere di Müller rappresentano un momento fondamentale nella trasmissione e nello studio della letteratura vedica in Europa, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo della filologia comparata e degli studî indoeuropei nel XIX secolo. Per le edizioni italiane delle fonti upanishadiche si è fatto riferimento principalmente a: Upanishad antiche e medie, a cura di Pio Filippani-Ronconi, Torino, UTET, 1960; e Upanishad, traduzione e commento di Śaṅkara a cura di Raphael e del Gruppo Kevala, Roma, Asram Vidya, 1980. Per quanto riguarda il Ṛgveda, cfr. anche Ṛgveda. Testo sanscrito e traduzione italiana, a cura di Tommaso Iorco, La Calama, 2016.

(31) Il linguaggio degli uccelli non è altro che il linguaggio esoterico-simbolico tradizionale, da sempre riservato esclusivamente a coloro che sono in grado di comprendere i significati più reconditi: ossia, ai soli iniziati.

 

CAINO, EFESTO E IL CICLO DI RAVANA: CRITICA DELLA TECNICA DALL’ANTICHITÀ A CARL SCHMITT E J. R. R. TOLKIEN

 

di Giuseppe Di Re

Quando negli Atlantidei prevalse l’elemento umano, essi non seppero più sopportare la prosperità e degenerarono
Platone

PARTE 1: INTRODUZIONE

Gli archeologi moderni tendono a suddividere la storia umana secondo uno schema lineare, basato soprattutto sull’uso dei metalli. In questa prospettiva si susseguono, in modo progressivo e “diffusionista”, periodi quali il Paleolitico, il Mesolitico, il Neolitico, quindi l’età del Bronzo e infine l’età del Ferro. La civiltà sarebbe dunque il risultato di un lento e continuo perfezionamento delle capacità tecniche dell’uomo.

Il pensiero tradizionale delle civiltà antiche – e in modo particolarmente chiaro nella tradizione indù – concepisce invece il tempo in maniera radicalmente diversa. Il tempo non è una linea retta che procede indefinitamente verso il progresso, bensì una grande ruota cosmica all’interno della quale si succedono ciclicamente le età dell’umanità. Ogni ciclo descrive un progressivo allontanamento da uno stato originario perfetto, una sorta di “età aurea” nella quale l’uomo viveva in armonia con il cosmo e la natura e non aveva bisogno della tecnica per dominare il mondo.

Nella dottrina indù le età del mondo, gli Yuga, sono quattro e si dispongono in ordine decrescente: Satyayuga (età dell’oro), Tretayuga (età dell’argento), Dvaparayuga (età del bronzo) e Kaliyuga (età del ferro). La loro durata è proporzionata secondo il rapporto simbolico 4:3:2:1. La prima, il Satyayuga, avrebbe una durata di 25.920 anni; il Tretayuga 19.440 anni; il Dvaparayuga 12.960 anni; mentre il Kaliyuga, l’ultima e più oscura, durerebbe 6.480 anni. L’insieme di queste quattro età costituisce un ciclo completo di 64.800 anni (1).

Questo ciclo prende il nome di Manvantara, termine che significa letteralmente “era di Manu”. Manu è il legislatore primordiale, primo re sacro e governante dell’aureo Paradiso Terrestre – Śvetadvīpa (2) – nonché reggente del Settimo Manvantara e archetipo dell’umanità originaria. In molte tradizioni egli trova corrispondenze evidenti: nello Yima iranico, nell’Adamo biblico e nello Ziusudra (o Xisuthros) delle tradizioni della mezzaluna fertile. Non a caso anche il loro regno antidiluviano viene talvolta associato a durate simboliche analoghe a quelle del ciclo cosmico indù. A questa figura primordiale possono essere accostati anche altri archetipi presenti nelle tradizioni indoeuropee. Nella mitologia nordica, ad esempio, compare il gigante primordiale Ymir, nato nel Ginnungagap dall’incontro tra fuoco e ghiaccio e progenitore della stirpe dei Jötunn. Allo stesso modo, nelle tradizioni germaniche, si incontra la figura di Manno (in latino Mannus), considerato il capostipite degli uomini. Egli è menzionato nel I secolo d.C. dallo storico romano Tacito nella sua opera “De origine et situ Germanorum, dove viene presentato come il progenitore delle antiche tribù germaniche. È interessante osservare come Mannus abbia tre figli – Ing, Irmin e Istae – proprio come Adamo nelle tradizioni bibliche, considerato il primo uomo e padre di tre discendenze (Avel, Qayin e Seth). Questo parallelismo suggerisce, se ce ne fosse ancora bisogno, che il mito dell’origine della Primordiale Umanità possiede non solo un valore etnoculturale, ma anche un significato ‘rivelativo’, riscontrabile presso le culture più disparate.

Ogni Manvantara può essere suddiviso in dieci sottoperiodi di 6.480 anni ciascuno – chiamato Ciclo Avatarico (3) – che la tradizione indù collega simbolicamente alle dieci manifestazioni divine di Vishnu, i celebri Avatāra: Matsya (il pesce), Kūrma (la tartaruga), Varāha (il cinghiale), Narasiṃha (l’uomo-leone), Vāmana (il nano), Paraśurāma (Rama con l’ascia), Rāma, Krishna, Balarāma (talvolta il Budda), e infine Kalki, l’avatāra futuro che apparirà alla fine dell’età oscura per restaurare l’ordine cosmico.

Una rappresentazione artistica dei Daśāvatāra

Ciascuna di queste manifestazioni divine è tradizionalmente associata non soltanto a una fase temporale, ma anche a molteplici corrispondenze simboliche: una direzione cosmica, una regione del mondo abitato, una forma di civiltà, una razza, una casta dominante, un elemento naturale e persino un determinato temperamento umano. In questo senso il ciclo cosmico non riguarda soltanto il tempo, ma l’intera struttura simbolica dell’universo e della storia.

Secondo la cosmologia indù, quattordici Manvantara costituiscono a loro volta un Kalpa, cioè un “giorno di Brahma”. Sette di questi cicli sarebbero già trascorsi e l’umanità si troverebbe attualmente nell’ottavo. Alla fine di ogni Kalpa l’universo stesso viene dissolto e rinnovato; alla fine di ogni Manvantara, invece, i “semi” del ciclo precedente vengono raccolti per dare origine a una nuova manifestazione del mondo, simile ma non identica alla precedente.

La tradizione indù esprime simbolicamente questa progressiva decadenza anche attraverso l’immagine del Toro del Dharma, emblema dell’ordine cosmico e della legge divina universale. All’inizio del ciclo, durante il Satyayuga, il toro sta saldo su quattro zampe: la verità, la giustizia e l’armonia regnano pienamente nel mondo. Con il passaggio al Tretayuga una delle sue zampe viene meno; nel Dvaparayuga ne restano soltanto due; infine, nel Kaliyuga, l’ultima età, il Toro del Dharma rimane su una sola gamba, segno di un ordine ormai quasi completamente dissolto. Secondo alcune rappresentazioni tradizionali, al termine di questo processo anche quest’ultima gamba cede, indicando il collasso definitivo dell’ordine del ciclo. Ma proprio quando la decadenza giunge al suo punto estremo, la grande ruota del tempo riprende il suo corso: con l’inizio di un nuovo Manvantara le quattro zampe del toro vengono nuovamente restaurate e il mondo ritorna allo stato primordiale di una nuova e rinnovata età dell’oro.

In questa prospettiva, la storia dell’umanità non è la storia di un progresso, ma quella di una lenta decadenza: il passaggio dall’età dell’oro all’età del ferro rappresenta l’allontanamento progressivo da uno stato primordiale superiore, sia spirituale che antropologico, nel quale l’uomo viveva in una condizione di ordine, misura e armonia cosmica, ben prima che la tecnica e il dominio artificiale della natura diventassero il centro della civiltà.

PARTE 2. IL SOSPETTO VERSO LA TECNICA NELL’ANTICHITÀ

La convinzione secondo cui la tecnica rappresenterebbe una forza neutrale, naturalmente orientata al progresso, è in realtà un’acquisizione relativamente recente. Per gran parte della storia umana, il rapporto con la tecnica – con la metallurgia, con la costruzione artificiale del mondo, con il dominio sulla materia – è stato percepito in termini ben più problematici, se non apertamente sospetti. Nelle grandi tradizioni del mondo antico e nella mitologia dell’Eurasia e dell’Occidente, la tecnica suole infatti apparire legata a figure malviste, a stirpi segnate da una colpa originaria oppure a civiltà destinate, prima o poi, alla rovina.

Questa diffidenza non costituisce affatto un episodio isolato. Essa attraversa culture tra loro lontane e riaffiora, sotto forme differenti, financo nel pensiero moderno. Dal racconto biblico della discendenza di Caino alla figura del dio fabbro nella Grecia arcaica sino ad alcune tradizioni del mondo indiano, emerge un motivo ricorrente: la tecnica non nasce dall’ordine armonico del cosmo, bensì da una frattura, da una deviazione, da una potenza ambigua che può facilmente trasformarsi in strumento di dominio.

  1. L’origine della civiltà tecnica: da Caino a Efesto il dio zoppo creatore di meraviglie meccaniche

Nel racconto della Genesi, la tecnica prende avvio dalla stirpe del “maledetto” Caino. Dopo aver ucciso il fratello Abele, Caino viene scacciato dal Paradiso Terrestre e condannato a vagare sulla terra; e tuttavia è proprio egli a divenire il fondatore della prima città. La sua discendenza è associata alla nascita di alcune delle principali arti tecniche: la lavorazione dei metalli, la fabbricazione degli strumenti, financo la musica e le arti magiche. Tra i suoi discendenti compare infatti Tubal-Cain, descritto come maestro nella lavorazione del bronzo e del ferro. In questo racconto, che conserva echi di tradizioni assai più antiche, la civiltà urbana e la tecnica sembrano emergere da una linea genealogica segnata, ab origine, dal primo atto di violenza della storia umana. Non è difficile intravedere, in tale narrazione, un antico sospetto nei confronti della città, della metallurgia e dell’artificialità stessa della civiltà.

Caino uccide Abele, di Tiziano Vecellio

Un motivo sorprendentemente affine compare anche nella mitologia greca. Il Dio del fuoco sotterraneo, della metallurgia e dell’arte fabbrile è Efesto. Egli è il grande artefice dell’Olimpo: colui che forgia le armi degli dèi, costruisce palazzi, troni automatici e oggetti meravigliosi dotati quasi di vita propria. La tradizione gli attribuiscono infatti la creazione di veri e propri automi. Nei suoi laboratori sotterranei lavorano assistenti metallici che si muovono da soli e collaborano con lui nella fucina, creature artificiali che imitano la vita e che sembrano anticipare l’idea stessa di macchina autonoma. Non si tratta soltanto di oggetti animati da un semplice meccanismo: nelle fonti essi appaiono dotati di movimento, volontà e talvolta persino di parola!

Tra le opere più celebri attribuite al dio vi è ad esempio il gigantesco Talos, il colosso di bronzo posto a guardia dell’isola di Creta. Talos percorreva instancabilmente le coste dell’isola lanciando giganteschi massi contro le navi nemiche e impedendo l’approdo agli stranieri. Secondo alcune versioni della leggenda, il gigante possedeva una sola vena che correva lungo il corpo e che conteneva una sostanza vitale – l’ichor divino – sigillata da un chiodo nel tallone. Finché quel sigillo rimaneva intatto, il gigante metallico continuava a muoversi e a svolgere la sua funzione di guardiano.

Il gigante di bronzo Talos, rappresentato nel film “Gli Argonauti” (Jason and the Argonauts) del 1963, diretto da Don Chaffey

Tuttavia, Efesto è anche un dio imperfetto: zoppo, deforme, escluso dalla piena armonia dell’Olimpo e, secondo alcune versioni del mito, addirittura scagliato giù dal cielo.

Da questo punto di vista, è possibile osservare parallelismi sorprendenti in altre tradizioni. I Túatha Dé Danann, nella mitologia irlandese, sono esseri divini giunti dall’alto portando strumenti e oggetti straordinari – una pietra sovrannaturale, la spada invincibile, la lancia fatale e un recipiente in grado di nutrire chiunque senza esaurirsi – (4). La loro patria, Avalon, centro sacro e isola favoleggiante, riflette il concetto di luogo privilegiato in cui il sapere tecnico e sovrannaturale si intrecciano. Anche i Túatha, come Efesto, sono puniti o esclusi: alcune leggende li identificano con angeli caduti o spiriti neutri, costretti a discendere sulla Terra per il loro distacco o la loro indipendenza, incarnando così la caduta dalla perfezione divina a causa della loro sapienza e autonomia.

I Tuatha Dé Danann raffigurati in Riders of the Sidhe di John Duncan (1911)

Allo stesso modo, nella tradizione cristiana e islamica, il motivo della caduta si ripete. Lucifero, nel cristianesimo, è scagliato giù dal cielo per la sua ribellione, e Iblis, nella tradizione islamica, subisce un destino analogo per essersi rifiutato di piegarsi alla volontà di Dio. La loro caduta segna la punizione per aver trasgredito un ordine superiore, ma al contempo sono presentati come custodi di un sapere superiore e di una libertà che sfugge al controllo divino, destinati così a subire la pena decretata da Dio.

  1. Il ciclo di Ravana e le macchine volanti della preistoria
Una rappresentazione artistica del Pushpaka vimāna posseduto dal demone Ravana

Nel Rāmāyaṇa, il sovrano demoniaco Rāvaṇa, re dei Rākṣasa – che in Grecia equipolle al Titano Tifone e in Egitto al “rosso” Seth (5) – governa una civiltà potente e raffinata, dotata di ricchezze immense e conoscenze fuori dal comune. La sua capitale, Lanka, è simbolo di una potenza materiale quasi senza limiti, ma questa grandezza è accompagnata da una crescente hybris che conduce inevitabilmente allo scontro con l’ordine cosmico incarnato dall’eroe Ramachandra. Il Ciclo di Rāvaṇa, e conseguentemente del Settimo Avatāra di Vishnu, rappresenta cosmograficamente il VII Ciclo Avatarico, sovente obliterato dai millenni, reinterpretato in epoche successive e trasposto geograficamente sul suolo indiano storico. Ma originariamente esso – checché ne possano pensare taluni modernisti – non si svolse a Ceylon (l’attuale Sri Lanka), bensì come colloca la cosmografia puranica nel Dvîpa meridionale, probabilmente nella parte andino-caraibica dell’Atlantide meridionale (6). Rāvaṇa stando al Rāmāyaṇa era in possesso di un Vimāna, In particolare, il Pushpaka vimāna, presentato nei poemi come un grande carro aereo, capace di spostarsi liberamente nei cieli e spesso descritto come splendido e maestoso. Nella tradizione epica indiana, i vimāna sono descritti come veicoli volanti legati ai grandi sovrani che spesso se ne servono per muovere guerra ai loro avversari, oltre che come elementi di prova dello straordinario immaginario tecnologico delle civiltà antiche. Il termine vimāna, di origine sanscrita, appare nei testi tradizionali con significati molteplici: dal palazzo o carro celeste a vere e proprie macchine volanti che navigano i cieli.

Ci sono altri celebri vimāna menzionati nell’epica indiana. Tra questi spicca particolarmente il Saubha vimāna, una leggendaria città volante – o fortezza aerea – descritta soprattutto nel Bhagavata Purana. Costruita dal demone architetto Maya per il re Salva, Saubha era una temibile macchina da guerra: una struttura volante capace di scomparire alla vista, moltiplicarsi in più forme e scagliare armi devastanti simili a fulmini. Secondo il racconto, Salva la impiegò per assalire la favoleggiante città di Dvārakā (7), dimora dell’Ottavo Avatāra, Krishna. La battaglia fu violenta e spettacolare, ma alla fine il dio guerriero riuscì a distruggere la fortezza volante, ponendo fine all’assedio.

Rappresentazione artistica del Saubha vimāna

Alcuni testi, come il Vaimānika Śāstra («trattato sul volo umano»), presentano queste macchine con dettagli tecnici – pur considerando che la loro effettiva storicità è dibattuta – e in esse vedono un’antica tecnologia che, finanche nella cultura popolare moderna, si presta a interpretazioni come quelle delle macchine volanti preistoriche o dei cosiddetti veicoli celesti.

In un’ottica simile, considerando il tempo come ciclico, non sarebbe lecito chiedersi se molte delle scoperte, sia antiche che recenti, non siano in realtà delle “riscoperte”? Del resto, la storia del mondo è costellata di oggetti e costruzioni apparentemente “fuori dal tempo”, gli OOPArt ad esempio, o comunque di opere che sfidano la comprensione razionale se valutate alla luce degli strumenti rudimentali che, secondo l’archeologia tradizionale, gli antichi avrebbero posseduto. Basti pensare ai megaliti sparsi in ogni continente, alle grandi costruzioni come le tre piramidi della piana di Giza, l’impressionante Osireion di Abydos e gli incredibili sarcofagi nel Serapeo di Saqqara in Egitto, la spettacolare Ollantaytambo nella Valle Sacra di Cuzco e la maestosa fortezza di Sacsayhuamán in Perù, o le meravigliose vestigia della civiltà preincaica di Puma Punku e Tiwanaku in Bolivia, sulle rive del Lago Titicaca.

L’impressionante monolito di Baalbek

Anche in Giappone è possibile trovare straordinari megaliti: l’Ishi no Hōden, un monolite di 500 tonnellate privo di segni di lavorazione con strumenti tradizionali; il Masuda-no-iwafune, gigantesco blocco di granito di 800 tonnellate situato ad Asuka, nella prefettura di Nara; e la maestosa struttura megalitica sommersa di Yonaguni, ad Okinawa, spesso chiamata “l’Atlantide giapponese” per la sua enigmatica posizione sul fondale marino. In Italia, invece, sopravvivono alte e maestose le misteriose mura poligonali, miticamente attribuite alla razza dei ciclopi. E ancora, la Macchina di Anticitera rimane un enigma: il suo reale utilizzo è ancora oggi in gran parte sconosciuto.

La letteratura sacra di diverse tradizioni popolari parla di oggetti dalle proprietà a dir poco straordinarie: lo Shamir (8) e l’Efod, il pettorale del Cohen Hagadol (Gran sacerdote) dell’ebraismo (9), passando per l’arca dell’alleanza (10), gli scalpelli di luce divina nella tradizione egizia, il cuneo dorato delle tradizioni orali della cordigliera delle Ande o i già citati Vimāna dell’induismo. Senza dimenticare le mappe antiche, come quella di Piri Reis, analizzata con dovizia di particolari da Charles Hapgood in un suo famoso saggio (11) con introduzione e prefazione di Albert Einstein, o la mappa di Mercatore, più recente ma evidentemente basata su conoscenze molto più antiche, che colloca il circolo polare artico al centro di un vasto continente, richiamando sorprendentemente il Jambūdvīpa indù e il dvipa Ilāvṛta, l’ecumene iperboreo da cui, secondo la letteratura puranica si sarebbe manifestata la prima umanità da Manu Satyavrata, come narrato anche nel Mahābhārata.

La mappa di Piri Reis

Si rammenti, in questo contesto, anche il destino della Biblioteca di Alessandria, per secoli custode di una quantità immensa di testi provenienti da tutto il mondo antico. In quelle sale erano raccolte opere di storia, filosofia, scienza e tradizioni remote che avrebbero sicuramente potuto gettare luce su molte delle questioni ancora oggi oggetto di speculazione. Eppure gran parte di questo patrimonio andò perduto, consumato da incendi e devastazioni che nel corso dei secoli ne dispersero irrimediabilmente il contenuto.

Come viene tramandato nelle tradizioni di molti popoli, la fine delle civiltà viene spesso ricondotta a grandi cataclismi. Nel linguaggio della cosmologia indù tali eventi sono chiamati Pralaya: dissoluzioni cicliche del mondo, momenti di cesura totale o parziale in cui terre, città e conoscenze vengono travolte da diluvi, eruzioni o sconvolgimenti naturali che segnano la chiusura di un’epoca e l’inizio di un’altra. Talvolta, tuttavia, la memoria di quei mondi perduti riemerge letteralmente dalle profondità marine. Negli ultimi decenni l’archeologia subacquea ha riportato alla luce resti di città che per lungo tempo erano state considerate poco più che mere leggende. Tra queste si annovera la già citata Dvārakā, tradizionalmente identificata con la città costruita dal dio Krishna, i cui resti sommersi al largo delle coste del Gujarat hanno alimentato un acceso dibattito tra archeologia e tradizione (12). Analogamente, nelle acque della baia di Abukir, in Egitto, è stata riscoperta la città portuale di Heracleion, conosciuta dagli Egizi come Thonis e per secoli ritenuta una leggenda (13).

Il pesce d’oro Avatarico monodono, Matsya, funge da arca, salvando Manu Satyavrata e i Saptaṛṣi dal Pralaya alla conclusione del primo ciclo avatarico

Queste città sommerse non rappresentano soltanto curiosità archeologiche: esse testimoniano come, dietro molti racconti tramandati dalla tradizione orale o dalla letteratura tradizionale dei popoli, possa celarsi un nucleo di memoria storica. Il mito non inventa, ma conserva – sotto forma di linguaggio simbolico ed esoterico, sovente riservato ai “soli inziati” – il ricordo lontano di mondi e umanità realmente esistiti e poi scomparsi. In questo senso, le rovine che riemergono dal mare sembrano restituire, come tessere di un enorme puzzle, frammenti di un passato che la storiografia ufficiale aveva volutamente o meno cercato di mettere da parte.

Non sorprende quindi che nel corso del tempo siano emerse teorie, compatibili con la lettura tradizionale dei testi e dei reperti, secondo le quali alcune conoscenze straordinariamente avanzate, oggi perdute, potrebbero risalire ad antichissime civiltà prediluviane.

Una rappresentazione artistica della favoleggiante città di Dvārakā

Ad esempio, dal nostro punto di vista troviamo particolarmente interessante la vicenda relativa all’annientamento della civiltà di Harappa e Mohenjo-daro, ove furono rinvenuti appena una quarantina di scheletri, privi di tombe o sarcofagi. L’ipotesi di una distruzione dovuta all’invasione degli Ārya – talvolta sostenuta da alcuni pan-indoeuropeisti – non risultò convincente. Le ossa, infatti, apparivano calcinate, come se fossero state esposte a un calore estremo paragonabile a quello di un’eruzione; ma nella regione come è noto non esistono vulcani. Da qui è possibile fare due ipotesi: o si trattò di un’esplosione di tipo atomico – ipotesi difficile da conciliare con le conoscenze scientifiche attribuibili agli antichi – oppure, come suggeriscono taluni (14), gli antichi disponevano di una tecnologia arcaica oggi perduta, capace di produrre effetti analoghi. Mutatis mutandis, la storia delle civiltà antiche – finanche mitiche – può nascondere tracce di tecnologie straordinarie.

D’altronde, non è forse vero che, secondo Platone, l’Atlantide non soccombe semplicemente perché gli Atlantidei avevano osato spingersi troppo nell’uso dell’alta magia (leggasi alta tecnologia, considerando che nell’antichità l’arte dei fabbri era strettamente legata alle arti magiche)? E, come ben sappiamo, i cicli non si concludono mai senza catastrofi.

PARTE 3: DA CARL SCHMITT A TOLKIEN: MODERNI CRITICI DELLA TECNICA E DELL’INDUSTRIA

J. R. R. Tolkien, creatore di mondi

Non tutte le cose che crescono sono buone
J. R. R. Tolkien

Se dunque i cicli storici sono soliti concludersi con cataclismi e dissoluzioni – come sembrerebbe suggerire la sorte stessa dell’Atlantide platonica e degli altri dvîpa financo antecedenti – non stupisce che alcuni pensatori della modernità abbiano guardato con crescente inquietudine al ruolo assunto dalla tecnica nel mondo contemporaneo. Giacché ciò che nell’antichità appariva sotto il velo della magia o dell’arte sacra dei fabbri, nella modernità tende a manifestarsi apertamente come dominio della macchina, della produzione e dell’organizzazione impersonale della potenza.

È in questo contesto che si inserisce la riflessione di Carl Schmitt, il più importante e rinomato giurista del XX secolo, il quale elaborò una critica particolarmente ficcante della trasformazione dell’ordine politico nella modernità tecnica. Nel suo celebre studio ”Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum” (15), Schmitt analizza infatti la progressiva dissoluzione dell’antico ordine europeo – lo jus publicum europaeum – mostrando come la modernità abbia progressivamente sostituito il radicamento territoriale e giuridico delle civiltà con una logica sempre più astratta, universale e tecnicamente organizzata.

Secondo Schmitt, ogni civiltà storica si fonda su un determinato nomos, ossia su un ordine fondamentale che stabilisce il rapporto tra terra, potere e diritto. Tuttavia, con l’avvento dell’età moderna e con l’espansione delle potenze marittime e commerciali, tale ordine tradizionale iniziò a dissolversi, lasciando il posto a una configurazione geopolitica sempre più dominata da dinamiche economiche, tecniche e globali (16). In questa prospettiva la tecnica non appare più come semplice strumento neutrale, bensì come forza capace di ristrutturare l’intero ordine del mondo. Sovente Schmitt osserva come la crescente meccanizzazione della vita sociale e politica rischi di generare un sistema dominato non più da principi etici o giuridici radicati nella tradizione, ma da una logica impersonale di efficienza e potenza. L’uomo, in tale contesto, tende a trasformarsi in semplice ingranaggio di un apparato tecnico-amministrativo sempre più vasto (17).

Carl Schmitt, il più grande giurista del XX secolo

Non sorprende, pertanto, che il giurista tedesco giunga talvolta a evocare la dimensione quasi escatologica di tali processi. Mutatis mutandis, la tecnica moderna può apparire come una delle possibili manifestazioni storiche di quelle forze dissolutive che le tradizioni religiose hanno sovente associato alla figura dell’Anticristo: non tanto una presenza metafisica in senso stretto, quanto una potenza storica capace di insinuarsi nelle istituzioni, nelle guerre e nelle strutture della vita collettiva, sovvertendo progressivamente l’ordine naturale e spirituale del mondo.

Una critica non del tutto dissimile emerge anche nella dimensione letteraria e simbolica dell’opera di J. R. R. Tolkien. Se Carl Schmitt analizza la tecnica come forza storica capace di trasformare e dominare le strutture politiche della modernità, Tolkien ne rappresenta invece gli effetti sul piano mitopoietico e narrativo. Nei suoi racconti la meccanizzazione del mondo non appare mai come un progresso neutrale, bensì come una forma di corruzione dell’ordine naturale.

Nel mondo della Terra di Mezzo il potere dei grandi antagonisti è spesso legato proprio alla capacità di forgiare e manipolare la materia. Sauron appare come un demiurgo oscuro, creatore dell’Unico Anello che concentra in sé un potere quasi assoluto. Il possesso dell’Anello implica ipso facto la possibilità di dominare gli altri anelli e, con essi, i loro portatori. Un potere così spaventoso e allo stesso tempo pernicioso da poter assoggettare tutte le razze della Terra di Mezzo. Non meno significativa fu la forgiatura dei Silmaril da parte dell’elfo Fëanor, figlio di Finwë – re dei Noldor – e di Míriel. In lui l’ardente talento creativo e la passione per l’arte della lavorazione dei metalli e delle gemme introducono una logica di potere tecnico e demiurgico che, sotto certi aspetti, anticipa quella dello stesso Sauron. Fëanor fu infatti il più grande artigiano, artista e fabbro tra gli Elfi dell’intero universo Tolkieniano. Durante il meriggio di Valinor egli realizzò le tre gemme sacre, i Silmaril, opere uniche e irripetibili nelle quali riuscì a imprigionare e conservare la luce primordiale dei Due Alberi di Valinor, Telperion e Laurelin, trasformando quella luminosità originaria in materia incorruttibile.

Fëanor crea i Silmaril, art by Ted Nasmith

Anche Saruman per certi versi incarna questa stessa logica. Le sue fucine, le macchine e la produzione incessante di armi e mostruose creature guerriere – come i terribili Uruk-hai, una razza di orchi superiore – trasformano Isengard in una gigantesca officina. La sapienza tradizionale che un tempo apparteneva ai maghi viene progressivamente convertita in una tecnica orientata esclusivamente al potere, alla guerra e alle arti materialistiche . La trasformazione di Isengard rappresenta così una vera e propria industrializzazione del paesaggio: le foreste vengono abbattute, il territorio ridisegnato in funzione della produzione bellica, e il verde e lussureggiante paesaggio che un tempo caratterizzava la regione svanisce sotto il peso della meccanizzazione. Saruman incarna simbolicamente la logica della modernità industriale: organizzazione razionale della produzione, sfruttamento intensivo delle risorse naturali e mobilitazione delle masse come forza collettiva.

Tale rappresentazione non è affatto casuale. J. R. R. Tolkien fu infatti un autore profondamente ostile alla modernità industriale. Conservatore di orientamento tradizionale e cattolico convinto – sovente legato alla liturgia latina e alla spiritualità della Chiesa preconciliare – Tolkien guardava con grande sospetto tanto all’ideologia progressista quanto alle dottrine rivoluzionarie che, nel XIX e XX secolo, esaltarono la meccanizzazione del mondo e la mobilitazione delle masse. La sua opera letteraria è, sotto molti aspetti, anche una critica simbolica alla civiltà industriale e alla devastazione dei paesaggi naturali.

L’ira degli Ent, art by Ted Nasmith

In questa prospettiva, la figura di Saruman assume un significato quasi paradigmatico. Il mago, un tempo membro autorevole del Bianco Consiglio, giunge a rompere le antiche alleanze, tradendo financo la fiducia dei suoi pari e ponendosi progressivamente al servizio dell’Oscuro Signore Sauron. La sua metamorfosi – da Saruman il Bianco a Saruman “dai molti colori” – allude pertanto alla perdita di unità spirituale e alla disgregazione dell’ordine originario. Egli diviene così il sostenitore di una società fondata sulla produzione incessante, sulla distruzione delle foreste e sulla subordinazione della natura agli scopi della potenza. Il disboscamento sistematico delle terre attorno a Isengard, l’incendio delle foreste e la trasformazione del territorio in un complesso industriale provocano, non a caso, la rivolta degli Ent, gli antichi custodi degli alberi e della foresta di Fangorn. La loro marcia su Isengard – uno degli episodi più emblematici ed emozionanti de Il Signore degli Anelli – rappresenta simbolicamente la ribellione della natura contro la meccanizzazione del mondo, e si rivelerà decisiva per la sconfitta dello stregone traditore.

Non meno significativa è, sul piano simbolico, la devastazione della Contea nella parte conclusiva del racconto. Quando gli hobbit fanno ritorno nella loro terra natale, trovano il paesaggio profondamente mutato: mulini rumorosi, edifici industriali e opere di disboscamento hanno alterato l’armonia originaria del territorio. Tale trasformazione, orchestrata proprio da Saruman, coadiuvato dal suo servo, lo spregevole Grima Vermilinguo – già traditore di Re Théoden e di Rohan – rappresenta una delle più esplicite metafore tolkieniane della modernità industriale e della distruzione degli antichi equilibri tra uomo e natura.

Saruman usa il Palantir, immagine tratta dalla Trilogia Cinematografica di Peter Jackson

Mutatis mutandis, Saruman può essere interpretato come una figura che riflette, sul piano mitopoietico, alcune delle grandi ideologie moderne: il culto della produzione, la fede cieca nella tecnica e la convinzione che la società possa essere riorganizzata secondo schemi razionali e industriali. In tal senso, la sua figura appare come una sorta di anticipazione simbolica delle dottrine che, nel pensiero di Karl Marx, esaltavano l’industrializzazione di massa e la mobilitazione delle grandi collettività umane come motore della trasformazione storica.

PARTE 4. KARL MARX, LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA E L’USO DELLA TECNICA COME DOMINIO SULL’UOMO

Karl Marx, il padre del comunismo

È proprio in tale prospettiva che si colloca la riflessione su Karl Marx, per il quale lo sviluppo delle forze produttive e l’espansione della grande industria costituivano il motore della trasformazione storica. La concentrazione operaia, la fabbrica e la meccanizzazione del lavoro diventano fattori decisivi della dinamica rivoluzionaria. Tuttavia, dietro l’apparente impalcatura filosofica, spesso ammantata di lessico hegeliano, non è difficile scorgere una concezione materialistica e conflittuale della società, in cui la mobilitazione delle masse e la distruzione degli ordini esistenti diventano strumenti espliciti della trasformazione politica.

La storia del XX secolo mostra con drammatica chiarezza dove tale impostazione poteva condurre. Le ideologie nate dalle opere di Marx non si affermarono attraverso astratte sintesi dialettiche, bensì attraverso rivoluzioni violente, eccidi e sanguinose epurazioni. Basti pensare all’assalto armato al Palazzo d’Inverno durante la rivoluzione bolscevica e alla tragica sorte toccata alla famiglia imperiale dei Romanov, sterminata senza processo nel clima di terrore instaurato dai nuovi detentori del potere; o allo sterminio dei kulaki, ossia i contadini considerati “più ricchi” o sospettati di opporsi alla collettivizzazione forzata di Stalin. Migliaia di famiglie furono spogliate delle loro terre e dei beni, arrestate, deportate verso regioni remote e inospitali come Siberia e il nord del Paese, o uccise. Si rammenti sempre che Il desiderio recondito dei bolscevichi non era di certo quello di liberare un popolo oppresso come sostenuto da certa propaganda comunista onde omogeneizzare le masse, ma rovesciare la corona dei Romanov per sostituirsi a essa come nuovi padroni.

La famiglia Romanov in una foto del 1913

Orwell offrì una lucidissima allegoria di tali dinamiche ne La fattoria degli animali (18), ove i leader della rivoluzione, mossi dal desiderio di sostituirsi ai padroni, finiscono per insediarsi essi stessi come nuovi padroni. Come scrive Orwell, “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”, sintetizzando in modo impietoso l’ipocrisia delle rivoluzioni che si trasformano sovente in dittature burocratiche e sanguinarie. La presunta emancipazione delle masse si trasforma ipso facto in un sistema di terrore, repressione e sopraffazione, richiamando financo i Gulag descritti con dovizia di particolari dal premio Nobel (19) per la letteratura Aleksandr Solženicyn: “L’anima di un popolo può essere distrutta, pezzo dopo pezzo, e la macchina del terrore sarà sempre lì a testimoniare l’infamia dell’uomo sull’uomo”.

Si lega a ciò la critica di Fëdor Dostoevskij, fervente anticomunista: “L’uomo che accetta la tirannia in nome della felicità generale perde se stesso e la propria dignità, e con essi l’umanità intera”. Sono soliti, osservando la storia, rilevare come queste parole anticipino l’orrore dei totalitarismi sovietici, ove l’ideologia maschera la brama di potere e di controllo. È così evidente che le aspirazioni rivoluzionarie – presentate nei testi marxiani come progressi storici e sociali inevitabili – si tradussero, nella pratica, in una forma di dominio totalizzante che ripropone il motivo antico della tecnica e del potere come forza ambivalente: strumento di costruzione o mezzo di distruzione, a seconda di chi la impugna.

Conclusione: riflessioni finali

In questa prospettiva, l’intero percorso storico appare quasi come una rappresentazione ciclica degli andamenti dell’umanità. Dalla condizione post-paradisiaca evocata dal racconto biblico – ove la stirpe di Caino fonda la prima città e inaugura l’era della tecnica – prende avvio un lungo processo nel quale l’umanità si allontana progressivamente dall’ordine originario, costruendo strutture sempre più complesse e artificiali. Un momento emblematico di questo processo, e che vale la pena menzionare, è rappresentato anche dal racconto della Torre di Babele, la cui costruzione è attribuita tradizionalmente alla figura di Nimrod, potente sovrano e fondatore di città. L’edificazione della torre – concepita come una struttura destinata a raggiungere il cielo – viene interpretata nella narrazione biblica come il segno della volontà umana di concentrare potere, tecnica e organizzazione collettiva in un’unica grande opera, fino a configurarsi come una sfida all’ordine stabilito dalla divinità.

Con il passare dei secoli tale dinamica si accentua. Le civiltà si organizzano attorno alla produzione, alla metallurgia, al dominio delle risorse; la tecnica si espande e la società viene progressivamente ridisegnata secondo logiche di efficienza, controllo e mobilitazione collettiva. Ciò che nelle antiche narrazioni appariva come un potere ambiguo –  il fuoco del fabbro, la metallurgia, le macchine prodigiose dei cicli epici – diviene nella modernità il principio stesso dell’organizzazione sociale.

La piena espressione di questa tendenza emerge nell’età industriale, ove la meccanizzazione del lavoro e la concentrazione delle masse nelle fabbriche trasformano radicalmente il volto delle società europee. Non stupisce dunque che pensatori come Karl Marx vedessero proprio nello sviluppo illimitato delle forze produttive e nell’industrializzazione di massa il motore della storia futura. E tuttavia, di fronte a tale prospettiva, non mancarono voci critiche. Da un lato la riflessione giuridico-politica di Carl Schmitt, il quale intravedeva nella tecnica una potenza capace di sovvertire l’ordine umano fino ad assumere tratti quasi escatologici; dall’altro l’immaginazione mitopoietica di J. R. R. Tolkien, ove la meccanizzazione del mondo e la devastazione dei paesaggi naturali diventano simbolo della corruzione spirituale della modernità.

Così, mutatis mutandis, il lungo cammino che dalla città di Caino conduce alle fabbriche dell’era industriale appare come una traiettoria nella quale la tecnica, da strumento subordinato all’ordine cosmico, tende progressivamente a trasformarsi in principio dominante dell’organizzazione umana. Le antiche tradizioni avevano già intuito questa ambivalenza: il potere di plasmare la materia può elevare le civiltà, ma può altresì condurle alla rovina quando l’uomo dimentica il limite. E forse non è casuale che le più antiche sapienze abbiano sempre guardato con sospetto all’illusione prometeica di un progresso illimitato. Esse sapevano che ogni civiltà che affida interamente il proprio destino alla potenza della tecnica, separandola da un principio superiore di ordine e misura, è destinata – prima o poi – a incontrare il proprio crepuscolo.

Perché la storia dell’uomo, in fondo, non è che questo: il lento ritorno delle civiltà al punto da cui erano partite, dopo aver creduto – per un breve tratto – di poter sostituire il cielo con le proprie macchine.

* * *

Note

(1) Riguardo alle date dei cicli cosmici e dei vari periodi e sottoperiodi indù qui menzionati, ci si rifà alla sistematizzazione proposta dal metafisico francese René Guénon. Le relative precisazioni furono da lui esposte in un articolo tradotto in inglese da Stella Kramrisch e pubblicato in occasione del sessantesimo compleanno di Ananda K. Coomaraswamy; il testo venne successivamente ristampato in francese nella rivista Études Traditionnelles. La traduzione italiana, a cura di G. del Ninna, è reperibile in Id., Forme Tradizionali e Cicli Cosmici (Edizioni Mediterranee, Roma 1970), traduzione dell’edizione originale Formes Traditionnelles et Cycles Cosmiques (Gallimard, Parigi 1970).

(2) Nella cosmografia sacra induista, la prima manifestazione geografica delle terre emerse all’interno del Jambudvīpa (la Terra nel suo insieme, chiamata anche ”Continente della Melarosa“) durante l’intero Manvantara – un ciclo “adamico” della durata di 64.800 anni – è rappresentata dal continente nord-occidentale chiamato Śvetadvīpa (Continente Bianco o Isola Bianca). Questa terra si collocava geograficamente nel continente di Ilāvṛta (Terra Nascosta), dove sorgeva, in posizione di Axis Mundi, il Merupārvata (Polo Nord) immerso nel Samudra (Oceano di Latte), identificabile con l’Oceano Artico. Questa terra, abitata dalla prima generazione umana simbolicamente rappresentata da Manu Satyavrata e dalla sua figlia/consorte Parśu, è considerata il vero Paradiso Terrestre all’inizio dell’umanità. Secondo la tradizione (Smṛti), alla fine del primo ciclo avatárico – il ciclo del Matsya Avatara – la Śvetadvīpa affonda nell’Oceano Artico insieme a “quasi tutta la sua gente”, a causa di un Pralaya, un grande cataclisma ciclico d’acqua che si ripete alla conclusione di ogni ciclo avatárico. Astronomicamente, questo fenomeno è calcolato ogni 6.480 anni e sarebbe legato a uno spostamento periodico dei poli terrestri. Non entreremo nei dettagli dei miti tramandati per millenni riguardanti le osservazioni delle aurore boreali e delle costellazioni da parte dei Ṛṣi (veggenti uranici), degli Hāmsa (sovracasta primordiale) e dei Gandharva (geni stellari), perché in questa sede sarebbe troppo. Ciò che rileva, invece, è che in questo contesto si sarebbe sviluppata la prima e più pura forma di Sapiens, identificata come la razza bianca originaria, legata all’elemento Śukla. Da coloro che sopravvissero a quel diluvio discenderebbe tutta l’umanità attuale. Lo stesso mitologema si ritrova presso i popoli semitici, probabilmente tramite antiche tradizioni orali di tipo noahico diffuse anche in Iran e in India. Nella Genesi, infatti, si celebra la prima coppia progenitrice dell’umanità – Adamo ed Eva – corrispettivi ebraici di Manu e Parśu, anch’essi considerati la prima coppia umana secondo le fonti indù. Va sottolineato che, per gli antichi, l’essere umano non “evolve” nel senso moderno del termine (come sostenuto dalle favole illuministe del Settecento), ma decade progressivamente dal suo stato originario: spirituale, mentale e financo antropologico. Non a caso, l’ultimo dei quattro cicli che compongono il Manvantara è il Kaliyuga, l’età oscura in cui viviamo attualmente. Infine, occorre ricordare che i miti relativi al paradiso iperboreo, culla della primordiale umanità nell’età dell’Oro, si ritrovano in ogni parte del pianeta: tanto nei miti occidentali – classici e barbarici – quanto in quelli orientali, inclusi cinesi, giapponesi, indiani, persiani, ebraici e islamici.

(3) Per approfondire dettagliatamente la questione del Ciclo Avatarico dell’India: Cfr. G.Acerbi,Introduzione al Ciclo Avatarico – Da Matsya a Kalki – Heliodromos (n. 16 – primavera 2000, prima parte, n. 17 – primavera 2002, seconda parte), disponibile anche online su siffatto blog: https://www.immagineperduta.it/introduzione-al-ciclo-avatarico-matsya-kalki/

(4) Cfr. Julius Evola, Il mistero del Graal. Saggio sull’idea regale e ghibellina, Edizioni Mediterranee, Roma 1972 (ed. orig. Bari, 1937).

(5) Nel trattato ”De Iside et Osiride”, Plutarco mette in relazione il dio egizio Seth con il mostruoso Tifone della mitologia greca, interpretandoli come figure equivalenti che incarnano il principio del disordine cosmico: Seth nella contesa con Osiride e Horus, Tifone nella rivolta contro Zeus e gli dèi olimpici. Nello stesso contesto l’autore ricorda anche l’episodio della fuga degli dèi in Egitto dinanzi al gigante: per sottrarsi alla sua furia essi assunsero sembianze animali – Zeus ariete, Apollo corvo, Dioniso capro, Hera vacca bianca, Artemide gatto, mentre Afrodite ed Eros si mutarono in pesci – motivo che gli autori antichi interpretarono anche come spiegazione mitica dell’iconografia zoomorfa di diverse divinità egizie.

(6) Sul significato di questo specifico periodo cosmografico cfr. Giuseppe Acerbi, I Vimāna, le macchine volanti della preistoria e il transumanesimo dei Cyborghttps://www.immagineperduta.it/vimana-le-macchine-volanti-della-preistoria-transumanesimo-dei-cyborg/

(7) Le tradizioni epiche dell’India descrivono la città di Dvārakā come una potente metropoli fortificata e accuratamente organizzata dal punto di vista militare. Le sue mura imponenti erano intervallate da torri e archi monumentali, mentre all’interno si snodavano ampie strade carrabili, teatri e vasti giardini pubblici. La difesa della città era affidata a un esercito numeroso e ben equipaggiato. Sulle fortificazioni erano installate catapulte e altre macchine d’assedio pronte a scagliare proiettili e materiali incendiari contro eventuali aggressori. L’approvvigionamento idrico veniva garantito tramite otri di pelle di cervo, mentre grandi carri da guerra erano mantenuti costantemente pronti all’impiego in caso di attacco. Le truppe, disciplinate e regolarmente pagate, erano affiancate da reparti di cavalleria incaricati delle ricognizioni e delle avanguardie. In previsione di un conflitto venivano adottate rigide misure di sicurezza: il consumo di liquori era proibito ai soldati, mentre attori, cantanti e danzatori – considerati personale non combattente – venivano evacuati e messi al sicuro. Allo stesso tempo si procedeva alla chiusura dei passaggi segreti e alla distruzione dei ponti sui fiumi circostanti, così da ostacolare l’avanzata nemica. Intorno alla città venivano scavati fossati e conficcati pali acuminati; trappole, fosse e trincee colme di materiali combustibili completavano un sistema difensivo concepito per rendere la fortezza praticamente inespugnabile. Tutte le strade di accesso erano presidiate da soldati affiancati da cavalli ed elefanti da guerra. In alcuni punti il terreno veniva persino allagato per renderne più difficile l’attraversamento. All’interno delle mura si accumulavano ingenti scorte di viveri, così da poter sostenere lunghi assedi. Le fonti ricordano inoltre che i difensori conoscevano e lavoravano il ferro: il loro arsenale comprendeva asce, mazze, lance, spade e archi, segno di una cultura militare già avanzata e ben strutturata.

(8) Anche la tradizione ebraica, in molti antichi commenti midrashici, riporta l’episodio secondo cui Re Salomone, rispettando la legge mosaica, che era legge divina, diede l’ordine di costruire il suo tempio a Gerusalemme senza l’utilizzo di attrezzi di ferro, materiale di cui sono fatte le armi che portano morte, evitando così di contaminare la sacralità del luogo. L’unica maniera di lavorare la pietra senza l’impiego di strumenti di ferro era quella di usare lo “Shamìr”, uno strumento “magico” che aveva proprietà mirabolanti, capace di tagliare qualsiasi materiale esistente al mondo e anche il più duro dei diamanti. Secondo la tradizione fu Dio stesso a consegnarlo personalmente a Mosè sul monte Sinai, e Mosè se ne servì per incidere i nomi delle dodici tribù di Israele sulle dodici pietre incastonate sull’”Efòd”, che era il pettorale del “Cohen Hagadol”, a sua volta uno strumento che, stando alla tradizione, serviva a comunicare come una radiotrasmittente moderna a fonte elettromagnetica. Riguardo allo Shamir: cfr. La vera natura del “magico Shamìr”
A proposito di un’antichissima tecnologia
per la lavorazione della pietra senza l’uso di strumenti metallici,
Lia Mangolini, disponibile online

(9) vide supra

(10) Secondo alcune interpretazioni moderne, l’Arca dell’Alleanza descritta nel libro dell’Esodopresenterebbe caratteristiche strutturali che ricordano quelle di un dispositivo elettrico. Il rabbino e studioso Moshe Levine, nel suo studio Le Tabernacle, ha osservato che la configurazione dell’Arca – costruita in legno di acacia e rivestita d’oro sia all’interno sia all’esterno – corrisponde, almeno sul piano teorico, alla struttura di un condensatore: due superfici conduttrici separate da un materiale isolante. In tale prospettiva l’Arca avrebbe potuto funzionare come una sorta di accumulatore di energia elettrostatica. Interpretazioni analoghe comparvero anche nella letteratura scientifica e divulgativa tra XIX e XX secolo. Alcuni autori ipotizzarono che l’Arca potesse operare come una gigantesca “bottiglia di Leida”, cioè un primitivo condensatore capace di immagazzinare cariche elettriche; in questo modello le due figure dei cherubini poste sul coperchio avrebbero agito come poli opposti tra i quali poteva scoccare una scarica luminosa. Curiosamente, la tradizione rabbinica più antica conserva immagini simboliche che sembrano evocare fenomeni di luce ed energia concentrata proprio nello spazio tra i cherubini. Nel Midrash Rabbah e nel Talmud Bavli (Yoma 54a) si afferma che la presenza divina – la Shekhinah – si manifestava nello spazio tra le ali dei cherubini dell’Arca. Alcuni passi del Zohar, il testo della mistica ebraica composto in epoca medievale, parlano inoltre di una luce abbagliante che irradiava da quel punto, descrivendola come una sorta di bagliore che si sprigionava dal “trono invisibile” posto tra le figure angeliche. Secondo codeste letture, l’energia si sarebbe concentrata proprio nel breve spazio compreso tra le ali convergenti dei cherubini, luogo che la teologia ebraica identifica come il punto in cui Dio “parla” a Mosè (Esodo 25:22). Alcuni interpreti moderni hanno riletto tale descrizione come un possibile “arco di luce”, cioè una scarica luminosa prodotta dall’accumulo di energia tra le due estremità metalliche del coperchio. Per i fedeli, tuttavia, ciò rappresentava il manifestarsi della presenza benevola di Dio: non un fenomeno tecnico, ma la rivelazione sensibile della Shekhinah.

(11) Cfr. Charles H. Hapgood, Earth’s Shifting Crust: A Key to Some Basic Problems of Earth Science(con presentazione di Albert Einstein), Little, Brown and Company, Boston 1958; trad. it. di Paolo C. Gajani, Lo scorrimento della crosta terrestre, con presentazione di Albert Einstein e prefazione di Kirtley F. Mather, Einaudi, Torino 1965. L’opera di Hapgood propone un’ipotesi di scorrimento della crosta terrestre come chiave interpretativa di antichi cambiamenti geografici ricorrenti del globo terrestre.

(12) Cfr. The Lost City of Dvaraka, National Institute of Oceanography (1999); Scavi subacquei condotti negli anni ’80 e ’90 dal dott. S.R. Rao presso il National Institute of Oceanography hanno portato, già con risultati chiave pubblicati intorno al 1999, all’individuazione di strutture sommerse e fortificate al largo della costa di Dwarka, nello stato del Gujarat. Dalle analisi sul campo è possibile sostenere che queste rovine possono essere messe in relazione all’esistenza della mitica città menzionata nell’epopea del Mahabharata, sebbene non sono mancate polemiche da parte di taluni indiani occidentalizzati.

(13) La leggendaria città di Heracleion, nota anche come “Thonis”, era un’antica città egizia situata sul Delta del Nilo, le cui meravigliose vestigia si trovano ora sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km a largo della costa mediterranea dell’Egitto. La città era uno dei centri commerciali più importanti di tutto il bacino mediterraneo, e trovò prosperità particolarmente tra il VI ed il IV secolo a.C.. Essa affondò tra il VI e il VII secolo d.C., si crede a causa di catastrofi naturali come terremoti o grandi inondazioni. Fino a tempi recenti Heracleion era nota solamente grazie a poche fonti letterarie ed epigrafiche che ne parlavano. Per questo motivo, e per svariati secoli, la sua esistenza fu ritenuta solo un mito. Fu riscoperta nel 2001 dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio.

(14) Cfr. David W. Davenport & Ettore Vincenti, 2000 a.C.: distruzione atomica (prima ed., 1979; ristampa italiana: 2000 a.C.: distruzione atomica, Harmakis/Enigma, Milano 2018) & cfr. Graham Hancock, Fingerprints of the Gods: The Evidence of Earth’s Lost Civilization, Crown, New York 1995; trad. it. Impronte degli dèi: Un’indagine sull’inizio e sulla fine della civiltà, TEA, Milano.

(15) Cfr. Carl Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Duncker & Humblot, Berlino 1950; trad. it. a cura di Emanuele Castrucci, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 1991.

(16) Ivi, pp. relative alla dissoluzione dello jus publicum europaeum e alla trasformazione dell’ordine spaziale europeo.

(17) Ivi, passim, sulla crisi dell’ordine territoriale europeo e sull’emergere di un ordine globale dominato da forze tecniche ed economiche.

(18) Cfr. George Orwell, La fattoria degli animali (Animal Farm), Harvill Secker, Londra 1945; trad. it. di Enrico Filippini, La fattoria degli animali, Mondadori, Milano 1950.

(19) Cfr. Aleksandr Solženicyn, Архипелаг ГУЛАГ (The Gulag Archipelago), Éditions du Seuil, Parigi 1973; trad. it. di Luciano Venturini, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1975. L’opera documenta il sistema dei campi di lavoro forzato sovietici, combinando testimonianze dirette, dati storici e analisi critica, e rappresenta una delle testimonianze più importanti sulla repressione politica nell’URSS del XX secolo.

KÂMA-KÂLA: ÉROS E THÁNATOS OVVERO IL MOTIVO IEROGAMICO

DI GIUSEPPE ACERBI

Il presente scritto di Giuseppe Acerbi, diviso in due parti per la sua lunghezza, apparve sul numero 11 (Autunno-Inverno 1996/1997) e sul numero 14 (Estate 1998) di Heliodromos, aprendo così la sua collaborazione con la nostra rivista. Lo proponiamo adesso in questa sede, per mantenere l’impegno preso con i nostri lettori di riproporre i testi del compianto Giuseppe, il cui valore e le cui smisurate conoscenze risaltano, qualora ce ne fosse bisogno, in maniera evidente dal testo qui presentato.

A costo di smentire il titolo del soggetto richiesto in un seminario indiano su Kâma as a Human goal in Ancient India (tenutosi a Thane, presso Bombay, nell’aprile del ’93), al quale tuttavia codesto scritto si era in origine indirettamente ispirato, occorre invero dire che la sessualità nell’antichità indiana non poteva essere in alcun modo concepita semplicemente come meta umana. La concezione del sesso quale meta umana, cioè terrena (cfr. in latino la relazione fra l’a.m. hûm-ân-us= “umano” ed il s.n. hum-us= “terra” (1), è assolutamente moderna, tanto in Oriente quanto in Occidente.

Oltretutto, l’accezione del scr. Kâma non riguarda propriamente l’aspetto sessuale dell’essere umano, e della natura animale più in generale; bensì l’aspetto passionale, ossia erotico (nel senso originario del gr. érôs = ardore, passione) (2). Come tale, esso è equivalente più all’Elemento Fuoco, personificato dal dio Agni, che non all’Elemento Acqua, rappresentato da Soma (3). In altre parole, le valenze semantiche del nome del Dio del Desiderio sono maggiormente corrispondenti ad un temperamento di tipo asurico e demonico, piuttosto che ad uno di tipo divino ed eroico; solo quest’ultimo, infatti, è caratterizzato nella sua tipologia caratteriale da quei tratti dominanti che potremmo propriamente definire magnetico-sessuali. Trattasi, ad ogni modo, di aspetti riguardanti in entrambi i casi la cd. mitologia della fecondità e della fertilità. Ma, se nel primo caso, ponendo un’equivalenza tra Kâma ed Agni, si finisce per porre in evidenza il simbolismo teriomorfico; nel secondo caso, tracciando un rapporto analogico tra Kâma e Soma, si giunge viceversa ad esaltare il simbolismo fitomorfico. Il che è come dire che, in quanto Agni, Kâma è necessariamente legato al sangue ed a tutto quel che concerne il sacrificio animale; ma, in quanto Soma, si connette invece alla linfa ed a tutto quel che si richiama al sacrificio vegetale. Da ciò risulta, allora, che per un verso ovvero nei suoi caratteri più rozzi ed arcaici – in realtà più misteriosi ed arcani – Kâma corrisponde a Çiva, cioè a Kâla; il quale non per niente è spesso da considerare un allotropo di Agni, quando non è addirittura a lui associato – parimenti a Rudra – nella veste allegorica di un Sacrificatore, che ha Prajâpati od un suo alter-ego demonizzato (in realtà una raffigurazione simbolica dell’Âtmâ) quale oggetto del Sacrificio cosmogonico. Per un altro verso, ossia nei suoi caratteri più lineari e recenti – insomma nei suoi tratti più dirozzati ed ingentiliti – lo stesso dio corrisponde invece a Vishnu; nonché ad Indra, il benefico Dio delle Piogge fecondante la Terra con il suo “Seme”. (4) Questo secondo aspetto di Kâma è in verità una trasposizione sul piano mitico di un fatto che dal punto di vista naturale risulta essere un atto di fertilizzazione, non già di fecondazione. Ma siccome le piogge hanno come effetto immediato la crescita delle erbe e delle piante, e queste offrono il nutrimento essenziale al mondo animale, ovvero di conseguenza uno stimolo indiretto alla riproduzione del medesimo, ecco che fin dai tempi più remoti il ciclo pluviale è apparso sempre inscindibilmente connesso a quello riproduttivo (5), tramite appunto il passaggio intermedio del ciclo vegetativo. Naturalmente, tanto la simbologia fitomorfica ivi delineata, concernente le piogge, la linfa ed il sacrificio vegetale, così come quella teriomorfica cui si è prima accennato, poggiantesi sul valore rituale del fuoco, del sangue e del sacrificio animale, posseggono entrambe aspetti esoterici; che non staremo qui ad illustrare in dettaglio, ma che debbono essere tenuti presenti qualora si voglia provare a comprendere più addentro la funzione allegorica delle due basi culturali sommariamente descritte. Diremo solo che il fuoco e le piogge alludono al Mondo Celeste (ossia a quello noetico), il sangue e la linfa al Mondo Infero (ossia a quello psichico), i corpi animali e vegetali al Mondo Terreno (ossia a quello ilico). È palese, d’altra parte, che il Trimundio (Triloka) sia da porre microcosmicamente in relazione alla Triade formata da Spirito (Buddhi), Anima (Manas) e Corpo (Çarira). Esso è inoltre correlato con i tre principali stati mentali, provocati dai tre Guna. Ora, essendo ogni rito la ripetizione cerimoniale di un analogo atto cosmogonico di natura mitica, tale rito può essere benissimo compiuto in senso inverso, ad un fine realizzativo. Donde si spiegano le pratiche delle oblazioni. Siccome ogni pratica sacrificale dà modo agli individui di realizzare interiormente quel che nel rito si compie esteriormente, si capisce perché anticamente i Sâdhaka adottassero per la loro Siddhi, secondo il loro temperamento sanguigno o linfatico,  dei simboli di tipo venatorio-pastorale (come facevano i Pâçupata) oppure orticolo-agricolo (al modo dei Pâñcarâstra). Il Pâça shivaita (6) evoca, ad esempio, tutto un ambiente di conoscenze e pratiche shamaniche, di vita selvaggia e tribale, vissuta a fianco degli animali, nei confronti dei quali si giunge quasi ad una assimilazione concettuale col mondo umano, in senso iniziatico. Altrettanto potrebbe dirsi del Linga (‘Fallo’) di Çiva, chiaro emblema di una vitalità animalesca, di una fecondità virile ed attiva, nonché di una mentalità focosa; per contro lo Çankha (‘Conchiglia’) vishnuita, parimenti al Padmâ (‘Loto’), suggerisce l’idea di una fecondità femminea e passiva, di una fertilità germinale e vegetativa, insomma di una mentalità umorale. Pure gli altri due emblemi essenziali di Vishnu, il Gadâ (‘Mazza’) ed il Cakra (‘Ruota’; quest’ultima talora personificata nel Cakrapurusha o, diversamente, nel Sudarçanacakra), se in maniera diretta si rifanno al Râçicakra, offrono un rimando in maniera diretta ai culti agrarî; dato che la conoscenza dello Zodiaco e la pratica astrologica andavano nei tempi antichi di pari passo con lo sviluppo della scienza e della tecnica orticola, se proprio non vogliamo dire agricola.

Quanto già detto dà ragione, dunque, della differenza fondamentale che ha sempre caratterizzato il culto degli Asura rispetto a quello dei Deva, vale a dire l’impiego in un caso di sacrifizî cruenti e nell’altro di sacrifizî incruenti. Va comunque sottolineato che, parlando di Asura e di Deva, non ci riferiamo per l’occasione soltanto a delle astratte categorie numinose, quali possono essere parallelamente in Grecia, i Titani e gli Dèi (7); bensì intendiamo implicare entro le due classi citate le ‘Generazioni’ umane corrispondenti, le quali secondo la dottrina degli Yuga si sarebbero sviluppate durante le età conosciute dai testi sacri come Tretâyuga e Dvâparayuga. In Occidente rinveniamo tematiche analoghe in relazione all’Età Argentea ed all’Età Bronzea. Non si può tuttavia dimenticare che la figura di Kâma nasce mitologicamente (nei Purâna) dalla ‘Testa’ di Brahmâ ed è concepibile impersonalmente come il ‘Desiderio di Manifestazione’ da parte del Creatore, ovvero intendendo tale figura come una personificazione di siffatta funzione (8). Da questa interpretazione metafisica ed ideale di Kâma deriva l’altra cui abbiamo sopra accennato di Kâma come ‘Eros, Passione’ in senso igneo. Per continuare con le associazioni prima citate, crediamo che l’atteggiamento passionale, seppure sia proprio in senso lato di tutti gli esseri umani, rappresenti in senso più ristretto un tratto tipico della mentalità degli Kshatriya (‘Guerrieri’), anziché di quella dei Vaiçya (‘Produttori’); giacché i primi sono simbolicamente correlati al culto degli Asura ( o Pitri – ‘Antenati, Padri’ – che dir si voglia) ed i secondi al culto dei Deva (‘Dei’). Kâla, Rudra ed Agni esemplificano la prima categoria numinosa; mentre Indra, Dyaus e Soma rappresentano la seconda.

Certamente il ‘Desiderio di Creazione’ è un parallelo, su un piano più elevato, del desiderio di copulazione; il quale, sottolineiamo ancora, è distinguibile concettualmente sia dalla seduzione sessuale, sia dalla sensualità… Perciò, considerando tale relazione analogica in senso inverso, cioè realizzativo, potremmo ammettere che vi sia, al di là di quanto si creda generalmente, una diretta relazione tra la ricerca del piacere tout court e la ricerca della beatitudine spirituale. È proprio questa relazione, del resto, che sfrutta il Tantrismo in accordo con le necessità umane del Kaliyuga, laddove spinge l’iniziato a cercare mete sempre più alte; pur concedendogli quale base di partenza il sostrato inferiore della psiche umana, simbolicamente rappresentato dall’Elemento Terra. È particolarmente la ‘Via di Sinistra’ (Vâmâcâra), che può essere concepita come dipendente da tale Elemento; dato che la ‘Via Mediana’ (Uttarâcâra) e la ‘Via di Destra’ (Dakshinâcâra) fanno leva, rispettivamente sull’elemento Acqua e sull’Elemento Fuoco (9). I loro Colori  simbolici sono, vicendevolmente (in rapporto ai solstizî e agli equinozî, il Rosso, il Bianco ed il Nero; colori che, mûtâtis mûtândis, ritroviamo persino oggidì, ormai pienamente degenerati, in qualità di emblemi delle principali correnti ideologiche del mondo politico a livello mondiale (*).

Nella propria veste più tipica il dio Kâma è rappresentato iconograficamente quale Arciere, che ha a disposizione nella sua faretra Cinque mitiche ‘Frecce’; una per ciascuno dei ‘Cinque Sensi’, dei quali è considerato essere il dispositore. Evidentemente queste ‘Cinque Frecce’ sono omologabili, sul piano della Manifestazione (Vyakta), a ciò che costituiscono le ‘Cinque Teste’ (Pañcaçiras) di Brahmâ sul piano dell’Immanifesto (Avyakta) (10). Infatti, ciascuno dei ‘Cinque  Sensi’) (Pañcemdriya) dipende da un Bhûta (‘Elemento’), esattamente come i Pañcaçiras del ‘Grande Antenato’ (Pitâmaha). Il ruolo svolto da Kâma all’interno dell’induismo appartiene nel Buddhismo, come sappiamo bene, a Mâra; le cui ‘Figlie’ sono spesso ritratte nella scultura antica nell’atto demonico di tentar di corrompere il pensiero di Siddhârta, confondendo illusoriamente la ricerca spirituale del futuro Buddha con la sete di desiderio sessuale. Talora, le ‘figlie’ compaiono nell’iconografia in numero di quattro, o addirittura di otto,  e sono disposte a cerchio attorno al protagonista del sortilegio; sì da assumere una veste propriamente cosmica e quasi a suggerire – se ci è concesso di interpretare psicologicamente la scena di un celebre rilievo di Nâgârjunakonda – una dispersione onirica da parte di Sâkyamuni, ritratto in un momento di cedimento interiore e di disdicevole soggezione a Mâra, ovvero alle potenze fantasmagoriche del Samsâra (11). Siffatto particolare ci induce a riflettere però sul valore profondo del personaggio di Mâra, un alter-ego, a nostro modo di vedere, di Mrityu e di Marut (cfr. il lat. Mârs, gentile. Mârtis) nella funzione di Dio della Morte; anche se in Mâra (12) parrebbe esservi, a differenza dei suoi omologhi indiani, un tratto più specifico di Dio del Male. La B.Â.U. – i. 3, 9-10 dimostra, tuttavia, come anche nel caso dell’abbinamento tra i concetti di Male e di Morte fosse un fatto assolutamente scontato. Il Male, beninteso, era assimilato dagli antichi alla Morte, in quanto suo aspetto negativo. Cfr. in sanscrito le voci mara/mâra (‘morte’) – lat. malum (‘male’), gr. mòlos (‘pena’), m. at. mal (‘macchia’) – e mrityu (id.) – lat. mors, mortis (id.), gr. mòros (id.) e bròtos (‘mortale’). Mentre il Bene era, ovviamente assimilato alla Vita, quale suo aspetto positivo; quantunque nella Morte medesima si ravvisasse un tempo tale aspetto benefico ed, altrettanto, nella Vita un aspetto reciprocamente malefico. Tutto dipendeva, è chiaro, dal fatto che si considerassero Vita e Morte in senso cosmogonico (creativo) od ontologico (realizzativo).

L’accostamento tra i concetti di Érôs e di Thánatos è rintracciabile non solo nell’antica mitologia hindu, ma pure in quella greco-latina, ove ritroviamo un’analoga giustapposizione. Si pensi, ad esempio, in ambito ellenico ai rapporti rispettivamente coniugali ed adulterini , intercorrenti tra Efesto ed Afrodite o fra la stessa dea ed Ares, con allusioni evidenti a due coppie di Segni zodiacali (Lîbra-Scorpio da un lato ed Ariês-Taurus dall’altro); oppure, diversamente, alla storia di Edipo, di assai antica origine, ma riformulata teatralmente nelle tragedie greche di Eschilo e Sofocle (13). A Roma è invece reperibile l’effigie divina di un certo Pîcus Mârtius, raffigurato come un giovane avente un picchio sul capo, a mo’ dello Horus egizio, che viceversa portava sulla testa un falco; ed alternativamente rappresentato quale ‘Picchio’ appollaiato su una stele lignea (14), con ovvia allusione al Phallus Dei, secondo quanto risulta dall’analisi dell’etimo di certi vocaboli del linguaggio volgare e dialettale italiano. Tale figura divina è descrivibile a grandi linee come un Signore della Pioggia, elemento vitale per la fertilità della terra, al pari di quel che è il seme per la fecondità animale (15). È da ritenere, comunque, che tale nume sia in realtà un doppione di Marte (16), il Dio della Guerra; siccome è lecito supporre che in origine questi sia stato forse più genericamente il Dio della Morte, oltreché della Pioggia. Ed anche dal punto di vista astrologico, rileviamo come in tutta l’area indomediterranea il dispositore celeste del pianeta corrispondente – lat. Mârs, scr. Mangala per dissimilazione, similmente a quanto avviene tra il lat. Sâturnus (dalla rad. sri-) ed il scr. Çâni; ovvero, in maniera rovesciata, tra il lat. Cancer  ed il scr. Karka – abbia i tratti di un Signore della Preservazione e della Morte (o della Guerra) (17). Julius Evola, autore di un magnifico saggio sulle rilevanze metafisiche della sessualità umana, pubblicò a suo tempo un’illustrazione (18) intesa ad evidenziare l’affinità somatica tra i tratti di una donna in atteggiamento di godimento amoroso e quelli della stessa donna nella condizione di estasi religiosa e di beatitudine spirituale. L’argomento è inoltre ampiamente dibattuto nel testo, che è senza dubbio una delle massime espressioni di ricerca sulla questione della relazione tra Érôs e Thánatos (19). L’intento di codesto saggio è però apertamente filosofico e letterario, mentre il punto di vista dal quale il medesimo soggetto è costì considerato è prettamente mitologico ed iconografico. Su questa base notiamo, dunque, che l’identificazione di Kâma con Mâra è insomma quasi un’alterazione concettuale del soggetto, nel senso elementale precedentemente descritto. O, per meglio dire, trattasi di un’interpretazione diversificata e parallela, ma non del tutto equivalente; perché il vero alter-ego di Kâma non e Mâra, bensì Kâla. Sebbene in sanscrito l’uno e l’altro di questi ultimi due nomi designino il Dio della Morte, secondo quanto si può rilevare filologicamente, Kâla rispetto a Mâra ha tuttavia un rapporto più stretto – indipendentemente da quanto si è riferito in precedenza, a proposito del rilievo buddhista di Nâgârjunakonda – con la Ruota Celeste (20). E seppure nel mito di seduzione di Çiva per mezzo di Kâma (21), secondo una convenzione universalmente valida che vuole l’innamoramento associato alla stagione dei fiori, sia proprio Vasanta (personificazione in veste maschile della Primavera) a creare uno scenario floreale adatto alla suggestione amorosa, provocata dal Dio del Desiderio nella mente di Mahâdeva,  siamo convinti che l’abbinamento di Kâma con la Primavera (22) sia cronologicamente più recente di quello con l’Inverno (scr. Hemamt-a, lat. Hiem-s, gr. Cheím-a /- ôn). Si potrà obiettare che quest’ultimo accostamento non sia tanto giustificato nella mitografia, il che è forse vero; tuttavia, esso è deducibile attraverso una più attenta analisi linguistica ed iconologica. Dal punto di vista filologico abbiamo già visto (23) come il termine kâma (dal vr. kam = ‘desiderare’) sia apparentabile ad una rad. km sm-, ampiamente diffusa in tutta l’area euroasiatica, sia nelle lingue indoeuropee sia in quelle di altro ceppo etnolinguistico. Da questa radice pare provenire la stessa parola sham-an (voce da intendersi – secondo noi – nel senso di ‘asceta’, aspirante al ‘Cielo’ e designante lo shamano nelle lingue occidentali moderne, ov’è giunta dal tunguso, attraverso il russo), che sarebbe da porre in correlazione secondo Eliade (24) con il scr. çram-an-a (‘asceta, colui che pratica atti di austerità’); avente quali varianti il pa. Sam-an-a, il tur.-tart- kam, l’alt. kam/gam, il mong. kam-i, etc. Il ricollegamento col sanscrito ci mostra, comunque, che anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un fenomeno di dissimilazione linguistica (25); onde la vera radice dovrebbe essere concepita sostituendo alla nasale una liquida, ovvero nella forma kri/kli-. Dalla qual cosa osserveremo che, in realtà, il scr. Kâm-a è strettamente apparentato alla voce Kâl-a (26), quasi omonima; probabilmente per il fatto che il Dio Kâma non è altro che un aspetto funzionale, di tipo ierogamico del dio Kâla (27). Ciò spiega allora perché mai il primo di essi, allorquando venga chiamato Kâmeçvara, sia presentato iconograficamente in amplesso con Kâla, una forma rituale della dea Kâlî (28). In tale mithuna tra Kâmeçvara e Kâla, il che è come dire di Kâla con Kâlî (29), cioè di Çiva con la sua Çakti, è la prova inconfutabile dell’associazione tra Kâma e l’Inverno, in precedenza postulata. Infatti Kâla, cioè Crono (30), è il dominatore astrologico del Capricorno, ossia il Makara per gli Hindu. E proprio il Makara (approssimativamente il ‘Coccodrillo’) costituisce, a conferma, il veicolo alternativo di Kâma in luogo dello Çuka (‘Pappagallo’) (31). Per essere più esatti, esso è il vessillo principale del nume; la cui insegna, possiede del resto – secondo quanto è possibile osservare in casi analoghi (vedi ad es. il Gallo di Skanda, che dallo stendardo passa a volte a fianco del dio) – una funzione equivalente a quella del vâhana (32). Si vedrà parimenti come lo Çuka ci riporti al latino Pîcus Mârtius, cioè a Marte; e quindi all’Ariete (Mesharâçi), Segno del quale codesto nume è il dispositore zodiacale (vide suprâ). Ragion per cui possiamo interpretare i due veicoli di Kâma, il Coccodrillo (33) ed il Pappagallo, come dei riferimenti annuali differenziati; il primo di essi, basato sul ciclo solstiziale (poggiantesi sull’opposizione Inverno-Estate ed avente come punto di partenza o di arrivo l’Inverno, ovverossia il Makararâçi), ed il secondo sul ciclo equinoziale (con l’opposizione Primavera-Autunno ed il punto di partenza o di arrivo in Primavera, ossia nel Mesharâçi) (34). È da ricordare, ancora, che gli Uccelli nella cultura vedica (così come in molte altre, anche al di fuori dell’area indoeuropea), sono per lo più emblema dei Deva. Trattasi di un’immagine simbolica discendente, senza dubbio, da un arcaico retaggio shamanico di origine paleolitica. Invece il Makara (35), che dispone di valenze simboliche per certi versi del tutto analoghe a quelle del Kâlamukha (36), possiede caratteri nettamente asurici, similmente al Nâga. Col che completiamo la nostra serie di associazioni: a) Ciclo solstiziale > Coccodrillo > Asura (simbolismo saturnio); b) Ciclo equinoziale > Pappagallo > Deva (simbolismo marziale). Le due categorie citate corrispondono spiritualmente a due distinte pratiche individuali di realizzazione interiore, la prima delle quali è il Dakshinâcâra, e la seconda Uttarâcâra, per usare il linguaggio del Tantrismo. Ma, in verità, si tratta di due metodi di rappresentazione simbolica presenti nella stessa tradizione vedica e rispondenti grosso modo ad un punto di vista shivaita, nel primo caso, e ad un punto di vista vishnuita, nel secondo. Questo dà ragione di quanto asserisce il Vayupurâna (xxxii. 21), cioè che la pratica estremistica e rozza (in altre parole, selvaggia e tribale) dello Yajña, vale a dire il mito di Rudra che trafigge Prajâpati, sia stato il tratto culturale tipico del Tretâyuga; mentre la pratica vishnuita, più moderata e dirozzata (ossia rurale e familiare) nell’aspetto sacrificale, sarebbe stata propria del Dvâpara. (37) Una volta di più potremmo tirare in ballo, in proposito, la mentalità kshatriya (aristocratica) e quella vaiçya (produttiva); dal momento che la distinzione tra i due Varna considerati è applicabile, secondo quel che si deduce dalle Scritture induiste, tanto all’antinomia tra Shivaismo e Vishnuismo quanto alle due Età cicliche nelle quali si sono sviluppati procedimenti cultuali similari a quelli impiegati nell’ambito di codeste due vie spirituali.

Ciò, per l’analogia delle une e delle altre coi Mahâbhuta ad esse corrispondenti; ovvero, rispettivamente, Agni e Âp. Dal che si può spiegare, per un verso, la tipologia cruenta (Fuoco > Sangue) dello Yajña primevo e dello Shivaismo posteriore; entrambi basati su una spiritualità originatasi in ambiente orticolovenatorio; e, per altro verso, il carattere in genere non cruento (Acqua > Linfa) del Vishnuismo, sicuramente formatosi in un ambiente già relativamente civilizzato. Nel primo caso (vedi Pitriyâna) prevale, infatti, la simbologia notturna di Agni, vale a dire degli Asura, gli  ‘Antenati’ – che si tramanda fossero adoratori di numi agrari e silvicoli – essendo i detentori per eccellenza del ‘Fuoco del Sacrificio’, emblema della tradizione tramandata dai padri tribali; nel secondo caso (Devayâna) è al contrario preminente la simbologia diurna di Soma, legata ai Deva, in altre parole a divinità di tipo pluvialseminale (38).

Ma torniamo a Kâma. Una volta delucidato in sintesi l’ambiente mitologico di appartenenza del dio, proviamo ora ad entrare dettagliatamente in un’analisi iconografica delle rappresentazioni che lo contrassegnano. Non vogliamo, per ora, sottoporre il soggetto ad un minuzioso esame figurativo, intendendo solo al momento esporre a grandi linee le principali interpretazioni iconologiche relative ad esso. Sicché possiamo distinguere, al riguardo, le seguenti rappresentazioni: 1) Kâma  su Pappagallo (la più celebre, che vede il nume munito dell’arco di canna da zucchero e delle proverbiali Cinque Frecce); 2) Kâma  su Pavone (Mayûra), assai rara; 3) Kâma  saettante Çiva con frecce floreali nel bel mezzo di un paesaggio montano, tentando d’indurlo ad amorosi propositi nei confronti di Umâ; 4) Çiva che distrugge Kâma, incenerendolo col ‘Terzo Occhio’ (denominata  Kâmantakamûrti  oppure Kâma dahanamûrti); 5)  Rati che, cospargendosi delle ceneri dell’amato sposo, prega Mahâdeva di rivivificarlo; 6) Kalâ alias Lalitâ, o Kâmeçvarî, emergente da Kâmeçvara, itifallico, brandendo la Spada; 7) Kâmeçvara in amplesso con Kâmeçvarî;  8) Kâma con Arco, fronteggiante Rati, la quale tiene in mano il Pappagallo; 9) Rati col Pappagallo in mano, tipo cortigiana che attende il beneamato; l0) Rati su Pappagallo, con Arco e Frecce; 11) Rati su Oca Selvatica (Hamsa) a mo’ dell’Afrodite greca; 12) Kâma appaiato alle sue due consorti  (Rati = ‘Piacere’ e Trishnâ = ‘Sete’) e disposto su carro (Ratha) Solare; 13) Kâma  con Arco, appaiato alle due consorti; 14) Id., appaiato a quattro consorti (sono inserite quivi due paredre minori ed in certi casi anche delle repliche del dio); 15) Kâma, affiancato da Rati e Prîti e sormontato dal Makara per emblema; 16) Kâma e Rati  affiancati ad un Gandharva, reggente un vessillo col Makara; 17) Anangavajra, o Vajrânanga (forme quasi omologhe di Mañjuçrî, Dhyâni Bodhisattva costituente a propria volta un’emanazione di Akshobhya, uno dei 5 o 6; per taluno  Dhyâni Buddha), il primo ritratto mentre è seduto in meditazione sotto un Albero in Fiore ed il secondo nell’atto di scagliare una freccia ammaliatrice dalla punta sagomata a gemma di loto; 18) Kâlachakra  su Ananga e Rudra; 19) Kâma e Rati su Rahu, fungenti da veicolo a TârodhbavaKurukullâ, una rossa Dâkinê (39) .

Tra le raffigurazioni simbolicamente equivalenti, dobbiamo inoltre menzionare: a) gli Uttarâkura, genti paradisiache ritratte quali manifestazioni dell’Albero del Kalpa, od in mezzo a una Selva – tra pure fonti zampillanti, copiosa frutta e mansuete fiere – in un’innocente orgia primigenia (40); b) altre immagini ierogamiche, con vegetazione acclusa, alludenti più genericamente al motivo della fecondità quale metonimia dell’Abbondanza; c) una sola coppia umana (Yugalika) ai lati dell’Albero del Kalpa; d) la stessa coppia immersa in un più generico sfondo arboreo (41); e) la figura isolata di un muni praticante il coito con doppia o tripla partner (var. lo Yogî come Bhogî), oppure di una donna con doppio partner; f) la titillazione del clitoride ad opera di una seconda figura femminile, o l’autoerotismo di uomini e donne; g) l’asceta caratterizzato da gigantismo fallico, ovvero dotato di un grosso membro drizzantesi fino al petto e più oltre, sì da ricoprire con una semicirconferenza l’intera schiena; h) i Rishi contemplanti teurgicamente la Yoni della Devî; i) le scene cerimoniali di culto del Linga; l) l’esposizione erotica dei genitali da parte maschile o femminile; m) l’esposizione da parte femminile della Yoni ad un Linga litico; n) la produzione orgiastica dell’Elixir di Lunga Vita (Amrita) nel Vaso dell’Abbondanza (Pûrnakumbha); o) i Mithuna a coppie od orgiastici di uomini e donne: tra di loro, oppure singolarmente uniti a determinati animali sacri (Cinghiale, Cavallo, Cane, Cervo, Toro) (42). Oltre alla zooerastia (praticata ritualmente alla maniera preistorica, ma interpretata superficialmente dai paletnologi come manifestazione di bestialità, ossia d’indistinzione tra l’umano e l’animalesco), bisogna notare, compaiono nelle espressioni erotiche dell’arte indiana scene di utilizzo disinibito delle più ricercate tecniche amatorie; a partire da particolari asana prescritti nel Kâmaçâstra, sino ad arrivare alla più comune fellâtio , all’autofellâtio, ai cunnilinguus, al coito anale o a quello reciprocamente rovesciato e persino, se non andiamo errati, alla pederastia, al lesbismo ed alla pedofilia (43).

Codeste icone, rintracciabili in genere sulle pareti dei templi od, a volte, in certi altri simulacri – sono evidentemente da concepire quali episodi metaforici, seppure aventi una base cerimoniale effettiva nelle pratiche tantriche, dell’insaziabile cerca di una meta trascendente da parte delle anime dei viventi. Una cerca che può essere intesa, alchemicamente, come un progressivo sgravamento dalle proprie componenti psichiche inferiori, costituenti dei lacci interni che frenano l’individuo verso la suprema realizzazione. Inutile aggiungere che l’Amore in tal modo messo in risalto, di cui i succitati numi indiani – non meno di quelli mediterranei – non sono che la personificazione, diventa la stessa cosa della Luce metafisica; o, se preferiamo (secondo quanto suggerisce l’etimo latino del vocabolo, supponendolo derivato dalla forma *A-mor-s, cioè dalla rad. mri), dell’Immortalità.

Per concludere, vogliamo qui segnalare la scena amorosa di uno speciale rilievo di un tempietto a forma di ratha di Tiruvarur, forse del XVI sec. (44); ove notiamo una femmina nuda – la Çakti – avvolta da fronde arboree nell’atto di massaggiare dolcemente il glande di un maschio divino, pure lui svestito e dotato di attributi shivaici. Sullo sfondo, ben mimetizzata e quasi irriconoscibile, spicca l’ombra della Morte, in agguato sotto forma di Kîrttimukha (lett. ‘Bocca di Leone’). Sul piede destro di Çiva è seduto in padmâsana uno Yama dalle minuscole dimensioni, il quale tiene in mano il suo Kâladanda (lett. ‘La Verga del Tempo’) ovvero la Mazza – emblema dell’Unità Divina primeva – con cui il Signore della Vita e della Morte genera gli esseri da sé medesimo e poi li spazza via dal mondo, facendoli prima cadere come birilli, indi riassorbendoli nel Principio. Una volta di più Êrôs e Thánatos celebrano così, ritualmente, il loro perenne connubio. È facile comprendere la relazione intercorrente tra la fenditura di quel funereo ‘Volto Leonino’, tanto misterioso e pieno di terrore per i profani, prigionieri degli aspetti grossolani della realtà, e lo kteís femmineo, che corrompe la mente dell’uomo e lo spinge a desiderare altro da sé. Tuttavia, proprio come il Linga è oggetto di femminile bramosia da parte della kâminî e la Yoni è rifugio ed albergo per il membro del maschio, desideroso di cogliere nelle intimità della donna con cui è in amplesso il sommo piacere della vita, altrettanto – potremmo asserire – la sacra Unione con la Divinità ricolma di un’eccelsa beatitudine per l’anima umana, salvandola dalle angustie della vita temporale e proteggendola dalle grinfie della Morte.

       Giuseppe Acerbi

* * *

Note

(1) Vedi in proposito A. Ventura, il simbolismo dell’agricoltura – Vie della Tradizione (A. IX, vol. IX, N° 35, Lug. -Set.), Palermo 1979, p. 155. A differenza del Ventura, tuttavia, riteniamo personalmente che tra i termini Hom-ô (‘Uomo’) – donde l’a.m. hûm-ân-us ed Humus (‘Terra’) non vi sia solo una convergenza fonetica, ma una vera e propria parentela filologica. Tali voci sono da connettere, infatti, al n.at. Himmel (“Cielo”), sì da potersi intendere l’Uomo shamanicamente come il ‘Figlio del Cielo e della Terra’ in senso triadico. Codesta concezione, di origine evidentemente indoeuropea, è rintracciabile pure in tutta l’aria nordasiatica ed, in particolare, in quella estremo orientale. Così troviamo in Giappone l’ai. Kamui (Cielo), vocabolo cui sembra peraltro correlato nella lingua nipponica il termine Kami, il quale indica i ‘Celesti’. Orbene, in India abbiamo una voce, Kâma, che a nostro avviso (vedi G. Acerbi, La Lingua Celeste. Nûmina Nômina – Sear?, Scandiano [R.E.], [pubblic. in programma in 2 voll., entro il 1996-97], Vol. I, P.I, C. IV, n. 16) è apparentata a tutte quelle sopra citate. Codesto nome divino, infatti, crediamo non indichi altro che un aspetto del dio Kâla, ovvero una variante erotica di tale divinità in rapporto ai miti ierogamici annuali. E a prova di ciò si potrebbero citare varie voci appartenenti all’ambito euroasiatico (alcune delle quali già citate), come ad es. il scr. Sum-a (ass. Çam-u), tutte provenienti comunque da una medesima radice, seppure con parecchie varianti, che potremmo trascrivere, a grado zero, con questa formula consonantica: √k(h/s/ço sh) – ri (li/m/n) -; tale radice ha sostanzialmente un senso celeste ed indica in modo particolare il “Cielo Notturno”. D’altra parte, lo stesso s.m. Kâl-a (gr. Kr-òn-os / Chr-òn-os e Kàl-ôs / Kel-e-òs, lat. arc. Càel-us) può essere inteso in sanscrito col valore non solo di “Tempo”, ma altresì di “Cielo Notturno”; in entrambi i casi, tuttavia, possiamo avere la forma impersonale o la personificazione di codesta forma in chiave mitologica. Cfr. al riguardo l’accezione dell’attributo che gli funge da sinonimo, cioè l’a.m. kâl-a / kri-shn-a (‘nero, blu, scuro’); pa. kâl-a / kan-h-a (id.); gr. kel-ain-òs(‘nero, scuro’) e ker-ùl-os (‘blu’); lat. câl-îgine-us (“nero, denso”) – derivato da câl-îg-o (‘nerezza, tenebra, oscurità’) – nonché càel-es / càel-es-t-is (‘celeste, divino’) – connesso a Càel-it-es / Càel-est-es (‘Celesti, Superi’) – e càer-ul-us / càer-ul-e-us (‘azzurro’); ital.m. cel-ést-e, cer-úle-o (‘azzurro’). Da notare che con la rad. Çm-, una delle varie dissimilazioni della kri- (vide suprâ), abbiamo pure nell’antica lingua indiana la voce çyâm, â (‘nero, blu, scuro; Terra’), in cui è presente un infisso semiconsonantico -y- (corrispondente ad una liquida), il quale non altera però la parentela filologica del morfema çyâm con il lessema foneticamente affine Sum-, già considerato; dalla dentalizzazione della prima consonante radicale si ha ancora in sanscrito l’a.m. tam-as-a (‘di color scuro’). A conferma di quanto detto, rileviamo che nella lingua egizia il termine Khem – donde è poi derivato il nome ellenico di Chímês, il mitico ‘Primo Alchimista’ dell’Alchimia greco-alessandrina – designava un dio con caratteri ierogamici assai simili a quelli del quasi omonimo nume indiano. È probabile, del resto, che egli (venerato a Mendes, sotto forma di Capro) avesse tratti celesti, al modo di Kâma; e che la voce Kêm-i, applicantesi ad una evidente controparte femminea e ctonica del primo, indicasse in origine solo la ‘Nera Terra’ (simbolo  alchemico della’Materia Prima’), divenuta poi secondariamente anche la ‘Terra Nera’. Cioà l’Egitto stesso, siccome abitato dagli scuri Camiti – il Cam biblico è una versione ebraica del Khem egizio e del Camos moabitico – o perché fertilizzato dal limo nerastro. L’epiteto di ‘Nera’ alla Terra Madre era in ogni caso di uso tradizionale pure nella mitologia greco-romana. D’altronde, alla voce Kêm-i può essere ricollegato, oltre al lat. Hum-us, il gr. *Cham-á / Thém-is / Dêm-os o Dâm-os(‘Terra’). Si deve tener conto, comunque, che nelle lingue classiche occidentali tale accezione di ‘nerezza’ scompare, ancorché cetamente sottintesa, secondo quanto abbiamo già visto. Da ciò posiamo dedurre, indirettamente, che gli aggettivi sopra citati – tratti dalle tre principali lingue indoeuropee – significassero dapprima ‘ctonico’ e che solo in un secondo tempo abbiano assunto il valore lessicale di ‘nero’. Segnaliamo, in aggiunta, che il s.f. Khal-a (‘Terra’) – var. dentalizz. in tal-a (‘superficie, base’), equivalente al lat. Tel-l-ûs (‘Terra, Regione’) ed al gr. Thûl-ê (e la mitica ‘Terra’ Iperborea) – può essere concepibile in sanscrito quale termine opposto e complementare al s.m. Kâl-a (var. Ka /Kha=  ‘Tempo, Cielo’ od intesa come nome del Supremo), nel senso precedentemente suggerito – e qui unificato – di ‘Nera Terra’, di fronte al ‘Cielo Notturno’; vedi ancora le voci femminili di Ku/ Kur-u (‘Terra, Regione’), gr. Gê / Chôr-a (Id.), lat. (dentalizz.) Ter-r-a (Id.). Fra questi due estremi, uno celeste e divino e l’altro terreno e umano, oscilla tanto in India come in Occidente la concezione antica dell’Amore, in base a quel che ci è mostrato dalle affinità linguistiche del termine Kâma. Se volessimo, tuttavia, tracciare il quadro di una vera e propria etimologia del termine in questione, dovremmo affidarci allora al vr. chr-á-ô (‘bramare, desiderare’), var. ch-aír-ô (‘esser lieto, prendere diletto’); equivalente greco del scr. har-y (‘piacere, desiderare’), con cui il vr. kam (‘desiderare, volere’) è senz’altro apparentato. Cfr. ancora il lat. câr-us (‘caro, diletto, amato’), che il Monier-Williams (Sanskrit-English dictionary, s.v. kam 2,  pag 252, col.1) connette all’irl. caem-h (‘desiderabile, amabile; desiderio, amore’) ed al scr. kam (‘desiderato, amato’), attraverso la forma ricostruita *camrus; la quale è, però, secondo noi errata e da riscrivere semmai così: *carmus. Infatti in latino abbiamo il s.n. car-m-en (‘inno, canto, formula sacra o magica, poesia amabile od erotica; responso, vaticinio’), da cui provengono il fr. m. char-m-e (‘incanto, magia; attrazione, fascino’) e l’ingl.m. char-m (id.), nonché il s.f. caer-em-ôni-a (‘culto, cerimonia; venerazione, onore’), che provano in maniera evidente la nostra tesi; tali vocaboli sono manifestamente correlati al gr. char-á / chár-m-a (‘gioia, letizia’) ed ai suoi derivati chár-is (‘grazia, amabilità’), chár-is-ma (‘grazia divina’) e char-mo-nê (‘piacere, diletto’), che a loro volta ci rimandano ai due verbi poc’anzi riferiti (chráô  e chaírô). Cfr., infine, il got. Hör-s da T.W. Rhys-Davids e W. Stede (Pali-English Dictionary, s.v. kâma, p. 203, col. 1) ritenuto attinente al lat. cârus; siffatti autori, inoltre, alle voci kâla (ibîd. pp. 210-211, col 2-1) e kamba (ib., p. 180, col 2) presentano delle comparazioni, alcune delle quali rientrano nel lessico da noi qui riportato ed associato alla radice di cui sopra.

(2) Il gr. ér-ôs érôt-os (‘arsione, brama, desiderio’), ricollegantesi al termine ar-á (‘desiderio, pena’), equivale dal punto di vista filologico al lat. ard-or (‘ardore, calore, fuoco’); parallelamente abbiamo nella lingua ellenica il s.m. erôd-i-ós (‘airone’), lat- ard-e-a (id.).

(3) Alludiamo, ovviamente, ai due Mahâbhûta Tejas e Âp, principî i quali in latino hanno la medesima denominazione dei due rispettivi numi ivi citati ed a loro presiedenti nell’Induismo; vale a dire Ignis e Hûmor. Si noti che il termine Hûm-or (‘Acqua, Umore’), scr. Som-a (Id.), ir. Haom-a, è correlato nella lingua latina ad Hum-us (vedi n. 1). E dato che altre voci, con un senso igneo, quali cal-or (‘calore’) e cr-em-o (‘bruciare’), appartengono in tale idioma alla famiglia lessicale che abbiamo raggruppato in precedenza (ibîd.) sotto la rad. kri / kli-, con tutte le sue dissimilazioni nelle sibilanti o nelle nasali già indicate, ecco che tale radice viene a rappresentare delle forme lessicali che fanno riferimento nell’insieme a ciascuno dei ‘Quattro Elementi’ (Aria, Fuoco, Acqua e Terra). E vedremo più oltre quali importanti conseguenze si possono dedurre da ciò, in relazione alle ‘Frecce’ di Kâma.

(4) Tale vocabolo nelle lingue indoeuropee è simultaneamente riferibile sia all’umore organico che determina la riproduzione animale, sia all’agente biologico che procura la germinazione vegetale. È da ritenere, pertanto, che sin dai tempi preistorici i nostri comuni antenati abbiano intuitivamente percepito le leggi elementari di questi due cicli basilari dell’esistenza; codesta percezione va intesa, però, in un senso occulto e magico, anziché razionale. È oggettivamente ipotizzabile, tuttavia, che gli stessi si siano poi di conseguenza orientati verso concezioni cosmologiche coerenti con tale postulato iniziale.

(5) Ciò spiega l’aneddoto divertente, raccontato da un noto giornalista contemporaneo (A. Todisco, Viaggio in India – Mondadori, Milano 1966, P. II, p. 129; ed. Einaudi, Torino 1962), riguardo una circostanza effettivamente verificatasi nell’India odierna. Sembra che qualche decennio fa, allorché venne allestita una campagna governativa di promozione degli anticoncezionali, essendo questi stati adottati in via sperimentale dagli abitanti di un villaggio, in seguito ad un alluvione nella stessa regione finirono per essere respinti dai locali, che li consideravano responsabili dell’avvenuta perturbazione atmosferica. È questo un esempio molto significativo di come una coscienza arcaica possa concepire l’unità dei cicli naturali, onde lo sconvolgimento di uno solo di tale cicli si ripercuote inevitabilmente pure sugli altri.

(6) Sarebbe un grave errore considerare il Pâça un emblema zodiacale. Il Kâlapâça, infatti, è un evidente emblema del Kâlaçakra; ma è secondo noi troppo riduttivo equiparare tale ‘Ruota del Tempo’ al Râçicakra. Vi è del resto menzione nel Rigveda (ii. 27, 1-4 e 12) di un tipo di calendario pre-zodiacale, forse bimestrale (vide infrâ), che sembrerebbe riferirsi alla funzione probabilmente originaria dei Sei Asura; i quali sono ivi (cfr. verso 4 / b) identificati ai Sei Âdytya (‘Soli’), descritti a loro volta come “Re, Custodi dell’Ordine Cosmico” (Rjabhya Ritanibhyo) (verso 12 / a). E la supposizione è confermata dalla Upanishad (B.Â.U.- i. 3, 1 e 6), laddove si dichiara che gli Asura – equivalenti ai Daitya (cfr. il termine con gr. daítys= ‘parte, porzione’), in quanto Demoni – avrebbero generato i Deva per autoframmentazione. Cfr. al riguardo, in greco, il vr. daínymi (‘dividere, separare’), donde il s.m. daímôn (‘demone, genio, antenato’); buono o malvagio, a seconda che sia pacificato o meno), il quale testimonia così l’applicazione nell’ambito della mitologia ellenica di uno stesso concetto in un contesto similare a quello vedico-upanishadico appena delineato. Giacché, in base ad Esiodo (Op. – vv. 127-42), è d’uopo considerare i Daímônes come i ‘Divini Padri’ dell’Età dell’Argento ossia la ‘Seconda Stirpe’ di uomini (“Deúteron aúte génos…/ argyreon poíêsan…”) seguita a quella degli Theoí; la ‘Prima Stirpe’, creata dagli Dei Immortali nell’Età dell’Oro (“Kryseon mèn prôtista génos merópôn anthrôpôn / athánatoi poíêsan…”). A differenza di Esiodo, Platone (Crat. – xvi. 397 / c – 98 / e) propone invece una distribuzione quaternaria, piuttosto che quinaria, delle ‘Stirpi’; non facendo la dovuta distinzione tuttavia, diversamente dal suo predecessore, fra i Daímônes Epichthónioi (vale a dire gli Theoí, i quali sono addivenuti dopo la morte dei Démoni superiori o del tutto pacificati, insomma degli Dei Superi; in quanto perfettamente identificati agli Dei Immortali, cioè alle varie funzioni – seppure immanifeste nell’Età Aurea – della Divinità Suprema) e i Daímônes Ipochthónioi (ossia i Daímones veri e propri, Démoni Inferiori, dimoranti negli inferi e non ancora ben pacificati). Ora, siccome ad ogni umana ‘Stirpe’ corrisponde mitologicamente una data ‘Generazione’ divina, e c’insegna ancora il grande poeta ellenico (Th. – vv. 154-208) che al dio primevo Urano – sorta di deus ôtiôsus – è subentrato Crono (il capo dei ‘Sette Titani’) in funzione di ‘Eroe culturale’, è chiaro che deve esservi un rapporto inequivocabile tra il primo nume e gli Theoí e Rishi, Daímones e Pitri. Ai Daímones seguono in Grecia gli Hêroês o Hemítheioi (‘Semidei’), indi gli Ánthrôpoi (‘Uomini’); analogamente in India ai Pitri seguono i Deva e poi Manushya, sottintesi nel passo della Manusamhitâ sopra citato, ma ricorrenti in altre analoghe formule sparse nei Purâna. Sull’equivalenza poco evidente, comparativamente parlando, fra Hêroês e Deva, occorre aggiungere che la ‘Terza Stirpe’ umana è connessa tra gli Elleni – vedi G. Acerbi, Le ‘Caste’ secondo Platone. Analisi dei paralleli indoeuropei – Convivium [Gen./Mar. 1993], ed. Sear, Scandiano [R.E.] 1993, Anno IV, N° 12, pp. 21-22, n. 10 – alla ‘Generazione’ divina dei ‘Dodici Dèi’ (la ‘Terza’ pure, tra le ‘Stirpi’ celesti); e che anche nell’Induismo i Deva appartengono talora non alla ‘Terza Età’ ciclica, bensì alla ‘Prima’, com’è provato dalla sinonimia tra il termine Devayuga (ibid.) e quello alternativo di Satyayuga. Nella Ri.S. – x. 72, 2 ricorre, del resto, un’espressione che suona così: Devânam purvye Yuge; cioè, per dirla in termini latini, Deôrum priscâ Aetâte, con riferimento appunto al Kritayuga (‘Età Aurea’). Da tutto ciò è logico ipotizzare che originariamente, ossia nella ‘Seconda Età’ mitica (all’inizio della quale, o poco prima, i testi indiani – vide Sû.S. – i. 2-4 – assegnano l’origine dell’Astrologia e, quindi, del sistema calendariale di computo del tempo), debba essere esistito un Anno Sacro con suddivisioni bimestrali, anziché mensili. I ‘Sette Áditya’ ed i ‘Sette Titani’ (dei quali uno supremo), a quanto  è inoltre lecito dedurre, ne potrebbero essere stati i numi tutelari. Per un’omologazione degli Asura ai ‘Sette Soli’, vale a dire alle divinità presiedenti alle ‘Sette Direzioni’ – probabilmente da intendere in relazione alle posizioni estreme (=solstiziali) ed a quelle intermedie (=equinoziali) raggiunte dal Sole annualmente nel suo cammino celeste – vide Ri.S. – ix. 114,3. Questi ‘Sette Soli’ – secondo quel che parrebbe suggerire il passo ora indicato – debbono aver avuto evidentemente un rapporto con i ‘Sette Pianeti’ ed altri settenarî, macrocosmici (le ‘Sette Stelle’ delle due Orse, ovvero di asterismi come Orione e le Pleiadi) o microcosmici (i ‘Sette Centri’ interiori, sicuramente noti anche in Occidente fin dall’antichità – checché se ne dica in proposito – attraverso la dottrina ermetica, nella quale sono visibile le tracce di una lontana eredità shamanica); sì da rappresentare, nel complesso, l’Ebdomade universale. Comprendiamo, pertanto, l’omologia esistente nelle Scritture induiste tra Asura, Daitya, Dânava e Saptapitri (vedi inoltre, per un’ulteriore comparazione, i ‘Sette Figli’ di Brahmâ dei miti cosmogonici). È da notare, però, che i Saptapitri si differenziano dai Pitri veri e proprî, giacché essi sono in certo senso i numi da costoro venerati. D’altronde, codesta doppia serie mitologica – dei ‘Sei Numi’ che diventano ‘Dodici’ – è rintracciabile pure nella cultura iranica (cfr. A. Zaehner, Zoroastro e la fantasia religiosa – Il Saggiatore, Milano 1962, P.II, C.IV, pp. 279-82; ed. or. The Dawn and Twilight of Zoroastrianism – [edit. e l. di ediz. n. c.] 1961). E, persino, in quella amerinda (cfr. R. Girard, La Bibbia maya. Il Popol-Vuh: storia culturale di un popolo – Jaca Book, Milano 1976, P.I, C.III, pp. 52-6 e Sintesi, pp. 358-9; ed. or. Le Popol-Vuh. Histoire culturelle des Maya-Quichés – Payot, Parigi 1972), ove il ‘Dio Sette’ (un dio solare) ed i suoi sei accoliti sono  considerati degli ‘Dei Agrarî’, correlati alla Seconda Era ciclica (concepita come una ‘Seconda Creazione’); mentre il ‘Dio Tredici’ (anch’egli un dio solare, avente però una funzione diversa da quella della precedente divinità) ed i suoi sette accoliti coprono il ruolo di ‘Signori delle Piogge’ e sono collegati alla Terza Era o ‘Terza Creazione’. Nella tradizione indù, occorre sottolineare una volta di più come i ‘Dodici Deva’ risultino dalla combinazione di ‘Sei Deva’ con ‘Sei Daitya’; lo stesso concetto viene analogamente espresso in Grecia dal fatto che il gruppo dei ‘Dodici Dei’ è invero formato da ‘Sei Dei’ e ‘Sei Dee’. Poiché i ‘Dodici Áditya’ (Ç.B. – xi. 6,3, 8) sono i ‘Dodici Soli’, in altre parole le figure divine presiedenti alle inclinazioni mensili del Sole durante l’annata, si deve perciò arguire che i ‘Sette Áditya’ dovettero essere le divinità un tempo preposte alle inclinazioni bimestrali del Sole. A questi due tipi di calendario, uno elementarmente basato sui ‘Sette Soli’ ed i ‘Sette Pianeti’ e l’altro determinato dal passaggio dei ‘Dodici Soli’ attraverso i ‘Dodici Segni’ stellari, certamente debbono aver corrisposto anticamente due tipi differenziati di rituale. Il Pâça di per sé ci richiama alla memoria, crediamo, il primo di questi due tipi, ossia quello basato sul simbolismo settenario; benché esso debba aver incorporato in seguito nella propria simbolica degli sviluppi calendariali più recenti, relativi da una parte allo Zodiaco solare e dall’altra allo Zodiaco lunare, dei quali è peraltro traccia nello stesso Rigveda. Circa lo Zodiaco solare, come abbiamo già detto, vi sono prove indirette della sua presenza nella tradizione vedica (raddoppiamento del numero degli Áditya; culto del ‘Toro Celeste’, identificato palesemente a ciascuno dei membri di una vetusta Trimûrti – Prajâpati, Vishnu e Rudra – nonché alle loro varie ipostasi) e testimonianze dirette, come quelle concernenti la ‘Ruota dell’Ordine’ dai ‘Dodici Raggi’, che gira intorno al cielo perennemente (Ri.S. – i. 164, 11); oltre a numerosissimi altri dettagli, sparsi qua e là nelle principali Samhitâ e nei Brâmana. Sottolineamo ancora, in riferimento al passo rigvedico appena indicato, che i “settecentoventi figli a coppie” dimoranti nella ‘Ruota’ non sono – come certi orientalisti hanno interpretato in passato, del tutto erroneamente – una personificazione dei giorni e delle notti di un arcaico ed approssimativo anno civile di dodici mesi; bensì, piuttosto, la trasposizione divina dei 360° zodiacali (raddoppiati) dell’Anno Sacro, nelle vesti di allegorici “Figli del Cielo e della Terra”. Il raddoppiamento della cifra di cui sopra non allude, infatti, solo ai giorni ed alle notti annuali (che nell’anno civile sarebbero, in ogni caso, 730…); ma vi è in essa una più sottile e recondita allusione al fenomeno della precessione degli equinozî, poiché la retrogradazione di un grado entro un determinato Segno zodiacale ricorre al punto vernale ogni 72 anni. Sappiamo bene, d’altronde, quale valore avessero per gli antichi tali accostamenti cosmologici, di tipo analogico, che a noi sembrano invece assolutamente arbitrarî. Per una trattazione, invece, della rilevanza del tema dello Zodiaco lunare nei Veda cfr. L. B. G. Tilak, The Orion or Researches into the Antiquity of the Vedas – Shri J. S. Tilak [)Tilak Br.], Poona 1972, passim; I ed. 1893), di cui personalmente abbiamo curato una traduzione italiana, con prefazione e commento al testo (L. G. B. Tilak, Orione a proprosito dell’antichità dei Veda – Ecig, Genova 1991). Anche il simbolismo stagionale, che in India ha carattere senario piuttosto che quaternario, rientra nell’ottica considerata del calendario solare settenario (sei stagioni, più una settima, equivalente alla prima nell’ambito del Nuovo Anno).

(7) Sarebbe meglio, in tal caso, parlare – come fanno Esiodo (Op. vv. 156-60) e Platone (Crat. – xvi. 398/c), il primo nell’ambito di uno schema cosmologico quinario ed il secondo all’interno di uno schema invece quaternario – di Semidei, anziché di Dei; poiché gli Theoí greci sono in verità un’altra cosa, essendo nettamente distinti dagli Hemítheoi (riguardo ai quali cfr. n. prec.). Questi ultimi, infatti, secondo Platone (ibid., d) e Proclo avrebbero una doppia origine etnica, l’una divina e l’altra mortale. Per capire quuel che si intende con ciò, si deve pensare a quanto è dichiarato nelle tradizioni bibliche apocrife circa la commistione tra gli angelici
“figli di Dio” (Hel o El), probabilmente equivalenti ai Sethiti, e le demoniche “figlie degli Uomini”, da identificare forse alle Cainite. I Sethiti, longilinei e virtuosi, pare fossero vissuti precedentemente da anacoreti in regioni molto settentrionali, situate ai confini del Paradiso, presso un Sacro Monte (cfr. con il mito ellenico della “Terra Iperborea” o con quello indiano dell’Ilâvrita, dvîpa peraltro spesso confuso con l’Uttarâkuru); mentre i Cainiti, meno alti e più peccaminosi, avrebbero vissuto in terre più occidentali rispetto agli altri, dedicandosi a culti orgiastici e via dicendo. Dalla suddetta commistione tra i “figli di Seth” e le “figlie di Caino”, dovuta alla cronica scarsezza di uomini – per maledizione divina – presso i Cainiti, sarebbero nati i Nefilîm (cioè i “Ribelli”, ovvero i “Caduti”), chiamati anche Gibborîm (Eroi, Giganti). La “Genesi” canonica riporta il passo apocrifo molto succintamente (vi. 1-4), equiparando codeste genti agli “uomini potenti dei tempi antichi” ed attribuendo loro la corruzione mondana prima del Diluvio noaico. Le fonti apocrife – intendendo il termine nel significato originario di “esoteriche”, non già nel senso posteriore e corrotto di “false” – asseriscono, tuttavia, che tale corruzione si manifestava soprattutto nella loro sfrenatezza sessuale, tanto che essi non avrebbero più fatto distinzione tra vergini e matrone, uomini ed animali. Vedi in proposito R. Graves & R. Patai, I miti ebraici – Longanesi, Milano 1980, § 18 passim; ed. or. Hebrew Myths. The Book of Genesis Intern. Auth., [luogo di ed. n.c.] 1963-64. Ora, gli stessi Platone e Proclo spiegano come gli Hêrôes – vedi alla n. prec. la loro relazione d’identità con i Semidei – abbiano ricevuto codesto nome per via del fatto di esser nati dall’unione erotica di un dio con una mortale, oppure dall’amplesso di un mortale con una dea. A parte la lieve differenza di contenuto mitico ed etico, la tradizione greca riferisce però, sia pure in maniera ermeneutica (cfr. col metodo indiano del Nirukta), la stessa cosa sostanzialmente rispetto alla tradizione ebraica; ossia la nascita di una “Stirpe” semidivina. In India, per trovare un soggetto soddisfacentemente equivalente, dobbiamo pensare agli eroi epici del Mahâbhârata, anch’essi generati da unioni similari a quelle degli Hêrôes greci. E, per tornare ad Esiodo (ibid., vv. 161-177), occorre dire infine che questi pure identifica gli Hêrôes con gli eroi epici dell’Iliade e dell’Odissea. Una possibile confusione, comparando la tradizione induista con quella ellenica ed ebraica, può risultare comunque dal fatto che nell’una la medesima denominazione di “Dei” concerne tanto la “Terza (o la Quarta) Generazione” divina, quanto la corrispondente “Generazione” umana; mentre, presso le altre due, ricorre nei testi un semplice riferimento alla “Stirpe” umana ad essa equivalente. Ma è chiaro che, almeno per la tradizione greca, si può sempre, estrapolando dal contesto, applicare la medesima definizione di “Semidei” – o di “Dei”, se vogliamo, per analogia con Indiani e Latini – anche alla corrispettiva “Generazione” divina ellenica. Circa la tradizione ebraica, inoltre, una complicazione ulteriore nell’analisi comparativa proviene dallo stretto monoteismo ufficialmente professato dai sacerdoti israeliti; onde non compaiono presso di essa, così come più tardi presso la tradizione islamica, le suddette “Generazioni” divine. Ma che tale situazione religiosa no fosse quella originaria, in entrambi i casi citati, è provato dal fatto che altre culture semitiche (come quella mesopotamica) non abbiano per nulla disdegnato il soggetto; del resto anche nell’Ebraismo e nell’Islamismo vi sono figure demoniche ed angeliche minori, rispetto alla Divinità Suprema, che tengono il luogo degli Dei e dei Demoni delle religioni indoeuropee. L’ambiguità tra Rishi e Deva è in ogni caso presente anche nell’Induismo, dato che il termine Devayuga, secondo quanto abbiamo già rilevato alla n. prec., è spesso considerato un sinonimo di Satyayuga.

(8) Érôs Protógonos, raffigurato in Grecia come tetracefalo (o pentacefalo) e concepito nell’Orfismo come dio aureo, presenta caratteri affini a quelli del Brahmâ Caturmukha (o Pañcamukha) indiano, nonché dello Ianûs latino; anche se quest’ultimo, a dire il vero, non è mai rappresentato come “Cinque Volti”. Rammentiamo, infine, che il nome Hímeros (“Desiderio”), designante un compagno del nume ellenico, indica in realtà un alter-ego di Érôs stesso (cfr. in proposito K. Kerényi, Gli Dei e gli Eroi della Grecia – Garzanti, Milano 1976, Vol. I, P. I, C. IV, p. 67; I ed. Il Saggiatore, Milano 1963; ed. or. Die Mytologie der Griechen – Rhein-V., Zurigo 1955-8); dal punto di vista etimologico codesto nome si ricollega alla rad. √hm/km-, avente valore lessicale originario di “Cielo” (vedi n. 1), e costituisce dunque un parallelo greco del scr. Kâma.

(9) Ricordiamo che tra i Mahâbhûta l’Elemento Fuoco (Agni) indica una mentalità passionale, qual è tipica degli Kshatriya; mentre l’Elemento Acqua (Àp) e l’Elemento Terra (Bhûmi) si riferiscono rispettivamente ad una mentalità fluidica, di tipo Vaiçya, ed ad una psiche sensuale, come quella degli Çûdra. Per quanto il Tantrismo sia una via spirituale operante in special modo sugli Çûdra, o addirittura sui Fuoricasta (Candâla), le corrispondenze descritte debbono essere considerate oggettive ed omologhe alle suddivisioni dell’Anno Sacro (Yaiña). A parziale correzione di quanto sostenuto in precedenza, dobbiamo comunque specificare che la concezione esclusivamente umana e terrena del sesso è propria di tutta l’Età Ferrea (scr. Kalíyuga), non solo quindi una prerogativa del mondo moderno; anche se, effettivamente, è solamente negli ultimi secoli che la situazione al riguardo è irrimediabilmente degenerata. In ambito tradizionale, infatti, la pratica sessuale è sempre stata esclusivamente una base di partenza, la meta essendo necessariamente il ristabilimento dell’equilibrio primordiale. Tuttavia, bisogna ammettere che, già all’inizio dei tempi storici, i quali in India hanno preso l’avvio con la dinastia degli Çaiçunâga (attorno alla metà del VII sec. a. C.), si intravede una certa pesantezza nell’atteggiamento umano di fronte al sesso; poi, man mano che ci si è avvicinati all’epoca moderna, tale gravità è divenuta sempre più palese, proprio come le Scritture avevano anticamente profetizzato (cfr. Vi. P. iv. 24 sgg).

(*) Evidentememnte siffatti Colori sono giunti a noi per una via che è difficile indovinare, ma che passa, è lecito arguire, attraverso l’Ermetismo antico e medievale; tale dottrina ha svolto, difatti, la parte in ambito mediterraneo del Tantrismo in ambito indiano.

(10) Le “Cinque Frecce” (Pañcaçara) floreali di Kâmadeva, essendo come di consueto in rapporto con i Mahâbhûta, corrispondono ai quattro aspetti di Manmatha ai quali accennavasi alla n. 3; più un quinto, che trascende tutti gli altri, al modo come l’Âkâça contiene in nuce i Quattro Elementi. Circa i Pañcaçiras di Brahmâ, si asserisce (Sk. P. – ii. 3,2, 3-4 e iii. 1, 40, 5-16); allorquando il Creatore, essendosi innamorato della propria figlia Çatarûpâ (Mt. P. – iii. 30-41), o comunque si voglia chiamare la personificazione femminile della Creazione, aveva tenuto lo sguardo fisso su di lei che girava attorno e sopra di lui, in maniera tale che la testa del dio si era quintuplicata miracolosamente. Vedi sul soggetto S. Kramrisch, The Presence of Çiva – Princeton Un. P., Princeton 1981, c. IX, §§ 1-2 passim, pp. 250-265; per l’iconografia relativa alla Brahmaçiraschedakamûrti, in cui Çiva tiene in mano il “Cranio” del Pitâmaha, rimandiamo a T.A.G. Rao, Elements of Hindu Iconography – The Maw P. House, Madras 1916, Vol. II, C. IV, § vi, pp. 174-6.

(11) Per il pannello col rosone, ove sono raffigurati la seduzione di Mâra ai danni dell’asceta e le lusinghe alla quali costui è sottoposto da parte delle figlie malefiche del dio, vedi M. Bussagli, Eros indiano – Bolzoni, Roma 1972, fig. 3.

(12) La sua presenza è rintracciabile già nelle Upanishad, con una figura forse meno specializzata, ma quasi del tutto simile a quella assunta in seguito nella tradizione buddhista; cfr. l’Ait. U. – i, 2, ove si descrive l’ Âtmâ che crea i mondi, il Celeste Organo e la potenza della Morte (appunto Mâra, ivi evidentemente in forma impersonale).

(13) Ci segnala il Kerényi (Ker., op. cit., Vol. II, P. II, L.I, C.X, p. 110), menzionando Pindaro (Ol. – xiii.32), che   Eschilo fu accusato dai propri contemporanei di aver divulgato i Misteri di Demetra (cfr. con il culto egizio di Iside o quello induista di Durgâ – Kâlî) attraverso la narrazione della storia di Edipo. La vicenda di codesto personaggio simbolico, il classico ‘Figlio della Vedova’, che commette incesto con la ‘Madre’ (dopo aver ucciso malauguratamente il ‘Padre’), celerebbe dunque un recondito significato di carattere iniziatico, del tutto sconosciuto ai profani. Tali sono pure – si badi bene – gli studiosi odierni, che interpretano il mito suddetto in chiave esclusivamente letteraria. Si noti anche che  Dêmêtêr ed i suoi allotipi (denominati Kòrê – la ‘Vergine’ – ed Hekátê – dall’aspetto di ‘Vecchia’), non diversamente da Àrtemis od Afrodîtê – dee triformi, al pari della latina Diâna Trivia, le quali erano chiamate alternativamente Leucothéa, Rhoiô e Kêr (Kelainô/Mélanis); ossia, rispettivamente, la ‘Bianca’, la ‘Rossa’, e la ‘Nera’ – coprono nell’insieme presso gli Elleni un ruolo similare a quello che in India è svolto da Gaurî Rohinî e Kâlî; figure che, analogamente, dobbiamo interpretare come alcune delle tante vesti assunte dalle Çakti della Trimûrti, in funzione lunare (o meglio luniterrestre, con un riferimento pure ad Aldebaran, la ‘Settima’ delle Pleiadi). I Tantra attestano, com’è noto, che la Çakti è la forma divina venerata nella ‘Quarta Epoca’; in appoggio a codesto insegnamento, i Purâna (vide infrâ) sostengono che Brahmâ, Çiva e Vishnu siano stati gli aspetti della divinità coltivati nelle Tre Età precedenti, secondo l’ordine citato ed a partire dalla ‘Prima Epoca’. Alla stessa maniera in Grecia, Demetra e le figure ad ella connesse, tutte rappresentazioni della ‘Triplice Dea’, incarnano la ‘Quarta Generazione’ divina (relativa all’Età Ferrea), la quale è preceduta – in ordine discendente – dalle teofanie di Urano, (= Varuna), Crono (=Kâla) e Zeus (= Dyaus); pure in Egitto troviamo una quadruplice sequenza parallela di numi (con funzioni del tutto corrispondenti a quelle sostenute dagli dèi indiani e greci menzionati) in Osiride, Seth, Horus, e Iside. Cfr. Plut., De Is. et Os. – xxi. 421 /d. Parimenti, fra i Latini abbiamo di seguito Giano, Saturno, Pico Marzio e Diana. Cfr. R. del Ponte, Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica, Ecig, Genova 1985, che fa di questi quattro cicli numinosi la base del suo trattato.

(14) Erroneamente è supposto da taluni studiosi che il Picchio e gli altri emblemi teriomorfici del dio Marte, ossia il Lupo ed il Toro, avessero in principio un valore totemistico. Che tali animali abbiano potuto assumere, in seguito, codesto valore è indubbio; ma, certamente, non può essere stato questo il loro significato originario, perché altrimenti l’interpretazione al riguardo sarebbe troppo banale. Si tratta, in verità, di metamorfosi assunte dal nume in relazioni a determinati suoi aspetti simbolici, che sono da intendere comparativamente, analizzando i corrispettivi indiani (Vrisha e Vrika). La parentela filologica dei due vocaboli sanscriti testé menzionati risulta talmente lampante, da corroborare la nostra ipotesi – sottintesa – del significato astrale di codesta simbologia zoomorfica; con rispettivo riferimento dei due suddetti animali al Sole od, alternativamente, a due asterismi (Taurus e Sîrius). Per un’attestazione letteraria del mito del Picchio vedi il passo di Ovidio cit. alla n. seguente.

(15) Di lui è fatta menzione presso Virgilio (Aen. vii. 68-75) ed Ovidio (Met. xiv. 51-70), il quale ultimo lo descrive come un giovane dal purpureo manto; nonché cacciatore di cinghiali, rapito per amore dalla Maga Circe, la Figlia del Sole, oscurante l’aere mediante una densa nube infernale.

(16) Non siamo d’accordo, a tal proposito, sui varî etimi del nome del dio suggeriti comunemente dagli specialisti di Glottologia. Vedi, per una prima sintesi sulle principali ipotesi interpretative, A. Giacalone-Ramat, Studi intorno ai nomi del dio Marte – A.G.I. (Le Monnier), Firenze 1962, vol. 47, pp. 112-42 sgg. L’A., dopo aver esaminato da una parte le tesi del Mannhardt, del Frazer e del Roscher – propendenti per un’interpretazione solare-agraria del nume, parallelamente all’Apollo ellenico – e, dall’altra, quelle contrastanti del Wissowa e del Dumézil – volte, viceversa, a dimostrare la funzione esclusivamente bellica dello stesso – tende invece a sottolineare il carattere composito della divinità in questione, assommando le due tesi ora menzionate. E, alla luce di codesta considerazione, ella interpreta la var. Mâvors del nome del dio come equivalente del scr. Marut, accettando la supposizione del Bradke di un’inversione fonetica del gruppo *vri  (o, meglio, *wri) – ritenuto originario, seppure a torto, a nostro parere –al gruppo *ru, gruppi che sarebbero per l’appunto derivati dalla rad. mavrit-. Ma, onestamente, ciò non ci pare molto corretto. È ormai risaputo, infatti, che i termini indoeuropei dovettero avere dapprima un tema biconsonantico e poi triconsonantico, avendo successivamente incorporato nel tema prefissi, infissi e/o suffissi. Nel nostro caso, dunque, l’unico gruppo biconsonantico persistente tanto nel lat. Mârs /Mâvors cosí come nel scr. Mâra/Marut, è quello dato dalla rad. mri; che potremmo considerare dal nostro punto di vista una variante nasalizzata di quella evidenziata alla n. 1, cioè della kri-. Con una differenza, però; vale a dire che la nasalizzazione coinvolge questa volta la prima consonante del gruppo (m- < Kâma – Kâla-), anziché la seconda. Un errore commesso da Giacalone-Ramat è, a nostro modo di vedere, quello di separare parzialmente i termini latini Mâr-s (gen. Mâr-t-is) e Mâ-vo-r-s (gen. Mâ-vo-r-t-is), sí da considerare i loro etimi distinti, ritenendo la prima delle due voci riconducibile all’etr. Mar-is; ma la testimonianza di forme parallele in sanscrito, rispettivamente Mâr-a e Mar-ut, evidenzia la loro diretta connessione e la rende indiscutibile. Anche la v.arc. Mor-t-a (‘Dea del Destino’), diversamente da quanto ella sostiene, si collega in latino a Mor-s (‘Morte’) e, simultaneamente, alla radice indoeuropea già citata. Cfr. col gr. Mór-os (‘Fato, Morte’), var. Moí-ra (‘Fato, Sorte’) ed il scr. Mâr-a (‘Morte’), con restrizione di senso da parte di quest’ultimo tema. Da notare che, oltre all’accezione di ‘Cielo’ e di ‘Terra’, la rad. kri kli- ha pure quello di ‘Tempo, Destino’, oppure di ‘Morte’. Rammentando poi che la medesima radice indica attributivamente il color scuro (nero o blu che sia), ne ricaveremo che è possibile connettere ulteriormente alla rad. Vmri mli-, per via del suo parallelismo di significati con la precedente kri kli-, il lat. niger, f. nigr-a (‘nero, scuro, fosco; maligno, malvagio’); ove abbiamo in più un inf. –g-, scomparso in seguito nell’italiano ner-o (‘nero, scuro, fosco tenebroso Cfr. inoltre il gr. mél-âs, f. mél-ain-a (‘nero, azzurro, scuro, fosco’), ed il scr. nîl-a, f. nîl-â (‘nero, blu, verde, scuro’).

(17) Cfr. parimenti il mesopotamico Ninib, pur nella diversità dell’etimo.

(18) J. Evola, Metafisica del sesso – Mediterranee, Roma 1969, p. 32 (fig. a fr. non num. ), contenente il dettaglio del viso di una scultura del Bernini, la cd. “estasi di S. Teresa”.

(19) Per altri studi importanti sul soggetto dell’eros indiano vedi Buss., op. cit. e G. Tucci, Eros, Thanatos e trascendimento – Ubaldini, Roma?; inoltre A. Schwarz, L’arte dell’amore in India e Nepal. La dimensione alchemica del mito di Çiva, Laterza, Bari 1980 e M. R. Anand, Kâma Kâla. Some Notes on the Philosophical Basis of Hindu Sculpture, Nagel, Ginevra 1958.

(20) Intorno all’argomento cfr. G. Acerbi, Kâlacakra. La Ruota Cosmica, Univ. St. “Ca’ Foscari” Venezia 1985, Vol. I, P.I, C.I sgg (tesi di laurea di fut. pubbl., programmata per il 1997-8).

(21) Di tale mitologema teniamo qui presenti soprattutto le fonti più arcaiche (vedi per le ulteriori versioni W.D. O’Flaherty, Hindu Myths. A Sourcebook translated from the Sanskrit, Penguin B., Harmondsworth 1975, App. C, § 41, p. 326), ossia il breve cenno ad esso del Râm. – i. 23 (rec. di Ben) o 24 (rec. beng.) e l’ampia trattazione del tema da parte del Mt.P. iii. 2-12 e 30-46, iv 7-20 e v. 26-7; inoltre cliv. 208-99 ss e clviii. 23-41. Tali fonti dovrebbero risalire, secondo la medesima autrice (ibîd., Intr., pp. 17-8), al periodo tra il II sec a. C. ed il II d. C. nel primo caso ed al 250-500 d.C. nel secondo. Cfr. pure, tra le varie versioni del motivo mitico in questione presunte meno recenti (IV-VII sec. d.C.), il Vm.P. – vi. 7-85 e 93-107 ss, xxv. 31-73, xxviii. 29-55 e xxxi. 2-46; il Pd.P. – i. 43, 45-50, 56-67, 199 / b– 264, 270 / b– 9, / b ss ed il L.P. -i. 101, 25-46. Vedi in aggiunta il Kumârasambhava (breve poemetto in otto canti, dedicato all’episodio della nascita di Kârttikeya) di Kâlidâsa, drammaturgo vissuto secondo qualcuno (R. Dwivedi, Kâlidâsagranthâvali – Benares Hindu Un., Varanasi 1986, Nota dell’Ed., pp. xxxv-vi) fra il 110 ed il 55 a.C., perciò di molto antecedente a tutta la letteratura puranica; benché questa sembri risalire, in realtà, nelle sue linee essenziali ad antiche tradizioni orali, che vanno ben al di là dell’inizio dell’Era Volgare.

(22) Il testo puranico che tratti più esaurientemente la vicenda della seduzione di Çiva, ad opera di Kâma, è senza dubbio il Kâlikâ Purâna (i. 23-xi. 18, xvi-viii sgg, xix. 52-xx.14, xxi.39-42 e 100-14 xxii sgg xlii. 117-91, xliii-iv sgg e xlvi. 42-92). Il prof. B.N. Shastri, respingendo la vecchia tesi dello Hazra circa l’esistenza di una fonte bengalese antecedente (VII sec. d.C.) a quella assamese, rileva come l’assegnazione di codesto upapurana da parte dei puranologi oscilli sempre fra il IX ed il XIV sec. d. C. (The Kâlikâ Purâna, testo, intro. e trad. a cura di B.N. Shastri-Nag, Delhi 1991, Vol. I, Intr., pp. 51-67). Il primo capitolo del Kâlikâ Purâna, trattando la nascita di Kâmadeva, si rifà ad una particolare interpretazione del mito dell’incesto cosmogonico (in proposito vide Ac., op. cit., III, c. 315-7 sgg e 328-30, nn. 1-4; parte successivamente rielaborata in Id., La leggenda del Cervo, della Cerbiatta e del Cacciatore. Esposizione del tema estrapolando dalle varie fonti, con sommaria esegesi dei termini della Triade – Vie della Tradizione [lug./ set. 1991], Palermo 1992); ossia, secondo quanto ci segnala giustamente la stessa O’Flaherty (D. O’Flaherty, Çiva. The Erotic Ascetic – Oxford V.,- N.York – Toronto – Melbourne 1981, C. IV, § d, p. 117), il desiderio creativo di Brahmâ – altrove letterariamente sottinteso, mediante l’immagine dell’attrazione incestuosa suscitata agli albori della Creazione sul ‘Progenitore degli esseri (Lokapitâmaha) o sulla progenie mentale di quest’ultimo da parte della “Figlia” Samdhyâ (alter-ego di Ushas e Rohinî) – viene in tale scritto personificato da Manmatha, “Agitatore – della Mente” per eccellenza nell’intero cosmo. In siffatto ruolo Madana (altro nome di Kâma) potrebbe essere ritenuto, non meno di Daksha,  un ennesimo doppione di Prajâpati, la vittima sacrificale;  ma, nello stesso tempo egli assume il ruolo che appartiene altresí a Rudra, il Sacrificatore. Infatti, se da una parte il suddetto nume fa da bersaglio all’iroso Mahâdeva (allorché codesto austero dio respinge l’amore di Kâlî), donde il malcapitato ricava da allora in poi l’epiteto di Ananga (‘Invisibile, Senza-corpo’); dall’altra questi funge invece da ‘Arciere’, al fine di stimolare Çiva a congiungersi con la Çakti (nell’occasione Satî) . Cfr. con il Cupîdus della tradizione romana, il cui nome proviene del resto dal vr. cup-i-o (‘desiderare, bramare’), var. labializzata della rad. ie. Kri (m*)-, da cui il lat. câr-u-s e car-m-en, l’ingl. m char-m, il gr. chár-a  e chár-m-a ed il scr. kam. Vide n. 1. [ A titolo di conferma, rispetto a quanto detto, si possono rinvenire in latino alcune serie di voci, con analoghe varianti dissimilative in forma labiale; es.: car-p-o/ cap-i-o, cêl-o/ cup-us (volg.) /cap-ut, cal-ix/ cup-p-a (tarda, da cûp-a) / cap-êd-o/ cap-ul-a/can-thar-us (dal greco), câl-a/cal-am-us/can-n-a/cip-p-us]. Lo scopo immediato per cui Kâmadeva adempie al misterioso compito di favorire l’unione dei divini amanti, in ciò avvalendosi dell’opera propiziatrice di Vasanta, suo inseparabile compagno (di cui il Kâl. P. -iv. 24-39 narra la genesi dalle ‘Cosce’ del ‘Progenitore’, è naturalmente la nascita provvidenziale di Kârttikeya; ma un secondo fine sembra implicito in tale atto, ovvero l’origine dell’Anno Sacro. Codesto Anno Sacro non è altro che lo Yajña, il quale ha avuto inizio con l’intervento sacrificale di Rudra  ai danni di Prajâpati, le ‘Sei Teste’ di Skanda alludendo al ciclo annuale (prezodiacale) delle sei stagioni bimestrali. Vide n. 6. Del resto, si dovrà osservare come l’intera vicenda si snodi quasi senza l’intervento importante di alcun personaggio della sfera vishnuita. Vishnu compare ivi solo in tre occasioni. Ossia, dapprima alle nozze di Satî, per salvare l’impudico Brahmâ dalle ire di Çiva, geloso degli sguardi indiscreti dell’altro dio per la bella moglie. Poi, per sezionare il cadavere della stessa Satî (secondo il Kâlikâ, permeandolo all’interno mediante l’aiuto degli altri due membri della Trimûrti; ma, in base ad altri purana, spezzettandolo da solo, col proprio Cakra). Ed, infine, per soccorrere l’ascesi di Samdhyâ, al fine di purificarla dall’atto incestuoso con Brahmâ e trasformarla cosí nella casta Arundhatî. L’episodio del Cakra, comunque, potrebbe alludere alla frantumazione simbolica degli Âditya (trasformazione degli Asura in Deva), della quale abbiamo parlato alla nota 6. Anche Indra, considerato dal Mhbh., Âdip. – 66, 37 il capo dei dodici Âditya e per molti versi comparabile a Vishnu, in codesta storia mitica è solamente una figura di contorno, senza alcuna rilevanza particolare. Se la solitudine cosmica primordiale di Brahmâ rappresenta la Non Dualità del Kritayuga  ed il sacrificio di Prajâpati  l’avvento della Dualità nel Tretâ, ecco che l’immolazione celeste del cadavere di Satî e la ricaduta del corpo smembrato in terra (la dea essendo da concepirsi, al pari di Sîtâ, come un’emblema della Çruti vedica, secondo quanto attesta – pur in un diverso contesto – il Mhbh., Vanap. cxlviii.14), ad opera del Cakra di Vishnu, dovranno senz’altro riferirsi al Dvâpara; mentre la storia di Candra, Rohinî e le successive ‘Ventisei Figlie’ di Daksha, nelle quali sono adombrate le Potenze presiedenti ai Nakshatra, non può che alludere evidentemente all’inizio del Kaliyuga. Il ‘Seme’ di Brahmâ, nonché quello di Mahâdeva o di altre divinità raffigura, inoltre, la Luce Divina e la trasmissione per via tradizionale di tecniche segrete per la realizzazione interiore durante le Quattro Epoche del Caturyuga, tramite l’ausilio di mutate pratiche simboliche e rituali. A differenza di altri testi puranici, l’intreccio degli episodi mitici che compare nel Kalikâ Purâna ( incesto di Brahmâ, sollecitato da Kâma; matrimonio di Hara con Satî, stimolato dallo stesso dio; distruzione da parte di Vîrabhadra del ‘Sacrificio’ allestito da Daksha, che fugge in cielo sotto forma di ‘Cervo’; pianto straziante di Çankara sul cadavere della sposa e conseguente pazzia dello stesso, ancora una volta propiziata dal Dio d’Amore; smembramento del corpo morto di Satî da parte della Trimûrti; rinascita della figlia di Brahmâ nei panni della fedele e costumata Arundhatî ; sue nozze con il rishi Vaçishtha; preferenza quasi esclusiva di Candra per Rohinî, rivelata al padre dalle sorelle ed osteggiata inutilmente da Daksha; arsione e riduzione in cenere di Manmatha, nell’ennesimo tentativo da parte di questi di eccitare Mahâdeva, onde spingerlo a recedere dalla severa ascesi intrapresa ed a risposarsi con Kâlî; pratiche di penitenza attuate pure da Pârvatî, che intende in questo modo favorire l’ottenimento del proprio matrimonio con Hara; nozze di Çiva e della Çakti; nascita di Skanda ed, infine, annientamento dell’asura Târaka) è, comunque, più armonicamente congeniato nell’insieme che altrove. Solo il tema della foresta di pini (devadaru) e la storia dell’innamoramento nei confronti di Çambhu da parte delle mogli dei Saptarishi ,vale a dire le Sei Krittikâ  ed Arundhatî,  sono quivi assenti od almeno molto ridimensionati, rispetto ad esempio alla trattazione corrispettiva del Vâmana Purâna. Tutti gli episodi citati sono in qualche modo segnati dalla presenza occulta od invisibile di Manmatha sulla scena, il quale adempie alla funzione di ‘Gran Burattinaio’, benché le sue azioni dichiaratamente ordinate da Brahmâ; sicché, secondo quel ch’è postulato esplicitamente nel Kâl. P.-iv. 39, è lecito asserire che Madana serva “la causa perpetua della Creazione”. Riguardo invece a Vasanta, l’immancabile complice – la cui nascita è descritta con estrema dovizia di particlari nel Kâlikâ (iv sgg) – del Cupido indiano, è chiaro che quegli raffigura in quanto allotropo di Madana un volto distinto di Kâma, ritratto visibilmente in base ad una tipologia vishnuita; codesto ‘Terzo Volto’, pertanto, si contrappone da un lato all’aspetto brahmanico di tale dio in quanto Manasija (‘Nato-dalla-Mente’) e, dall’altro, all’aspetto shivaita di Kandarpa quale Makaradhvaja (‘con il Makara per emblema’). La nascita di Vasanta dalle ‘Cosce’ di Brahmâ (ibîd., verso 24) conferma questa nostra supposizione, giacché è noto che le ‘Cosce’ del Pitâmaha –  e talora pure quelle del Purusha o di Vâmadeva – sono correlate al varna dei Vaçya. Anche la schiera di Genï che accompagna il Dio dell’Amore, i Mâra (ib., vi. 3057), deformi al pari degli incubi che essi provocano attraverso il desiderio sessuale (il che li rende di ostacolo ai saggi, dunque evidente controparte maschile delle leggendarie ‘Figlie’ di Mâra, più famose di costoro per via del loro tentativo di seduzione nei confronti di Siddhârtha), sono un’ulteriore riprova dell’interconnessione di Kâma e di Vasanta con la ‘Terza Casta’; ovvero, per esprimerci nei termini suggeriti dal Dumézil (pur essendo la terminologia di tale autore, a nostro avviso, un po’ imprecisa), con la ‘Terza Funzione’, correlata manifestamente alla simbologia della fertilità. Infatti codesti Mâragana, pure loro fuoriuscenti dalle ‘Cosce’ del ‘Progenitore’ (verso 30) in veste ora di Nani ora di Giganti (verso 33), non sono altro che un doppione dei Marutgana, che la B.Â.U. i. 4, 12 ed il Bd.P  i. 7, 166 mostrano di considerare per l’appunto deità connesse al mondo dei Vaiçya. Orbene, tutto ciò si collega al fatto che Ananga, secondo la profezia comunicata a Rati dal Creatore, sarebbe rinato come figlio di Krishna, vale a dire una forma avatarica di Vishnu: ritenuto dai testi (cfr. la Bh.G. x. 12, ove Keçava dichiara: Âdityânâm aham Vishnur)  non meno di Indra (vide suprâ)  il Signore dei Dodici Âditya, cioè dei Deva. Circa la relazione tra i suddetti Dodici Âditya ed i Vaiçya, non vi è neppure il motivo di affrontare la questione, tanto è un fatto risaputo (in ogni caso vedi il passo puranico or ora citato); analogamente al rapporto tra Prajâpati ed i Brâhmana,  Rudra e gli Kshatriya, la Çakti e gli Çûdra, essendovi un’indubbia affinità tra ‘Stirpi’ divine (od umane) e Caste, dovuta al criterio in base al quale è modellata ogni ripartizione quaternaria (o quinaria), ossia alla dottrina dei Grandi Elementi. È tale modello elementale, infatti, a determinare l’applicabilità dell’una o dell’altra classe simbolica al Caturyuga (o dai Cinque Mahâyuga). Insomma, quel che a livello cosmologico è costituito dalla funzione riproduttiva di Kâma e dell’alter-ego di questi Vasanta (assimilabili ipsô factô alla categoria divina dei Deva), è rappresentato in ambito societario dalla funzione analogicamente produttiva della caste artigianale; donde si spiega, in definitiva, l’accostamento possibile di Kâmadeva sia con Mâra (nome che è venuto ad indicare, cosí, solo un suo travestimento malefico), sia con Keçava (appellativo di Vishnu o di Krishna), cui Kandarpa (o Vasanta) è talora apertamente identiticato (Bh.G. x. 28 e 35). Vedi, inoltre, il Pd.P. i. 23, 123 / b 130 / a. Sebbene, invero, l’equiparazione con Çiva risulta di certo assai più frequente, ciò che è sottolineato pure dalla O’Flaherty (op.cit., C.V`, §§ c, p.145 e k sgg.). Vide Bd.P., Lal. xv. 158 e xxx. 16, ed ancora lo ÇP. iv. 35, 1131. Noteremo, alfine, come pure presso i Latini sia lecito tracciare una comparazione tra Pîcus (detto Mârtius ed in parte equivalente al Kâma ‘induista’, al di là di alcune differenze iconografiche di natura locale), Mârs (legato, come il precedente alla tematica vernale, il cd. Vêr Sacrum) ed Iuppiter (l’appellativo di Pluvius lo rende associabile alle piogge primaverili). Cfr., in Grecia, lo Zeús Hyétos.

(23) Su tale radice vide n.1.

(24) M.Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche arcaiche dell’estasi  Mediterranee, Roma 1974, C.I’ p.22; ed. or. Le chamanisme et les techniques de l’extase – Payot, Parigi 1951.

(25) Come alla 23.

(26) Ibîd Che i due termini – derivati da una radice unica, col valore originario di ‘andare attorno’, probabilmente in    senso celeste e notturno siano etimologicamente collegati, attraverso le voci cr ama (‘ascesi, esercizio; spirazione, sforzo’)  Cfr. con l’a.eg. km (‘adempimento’)  e çamya (‘assenza di desiderio o passione’), è provato del resto dalla corrispondenza filologica tra il scr. çamyâ (‘verga, bastone; piolo, caviglia; gambo, stelo’), il gr. kámax (‘pertica, palo da vite; asta, lancia’) o kâlamos (‘stelo, canna’) ed il lat. câla (‘bastone, pezzo di legna’ [da ardere]), var. câ-ia (id.) o calamus (‘stelo, canna, fusto’). Noteremo, inoltre, come nelle voci appena citate sembri persistere, simultaneamente, una vaga rimembranza di provenienza forse indoeuropea riguardo quel che nell’Induismo è rappresentato per un verso dalla proverbiale ‘Verga’ di Kâla (Mhbh., Bhîshmap – xlv. 8), il Signore del Tempo e della Morte; e, per un altro, dalla natura fitomorfica o falliforme di Kâmadeva. Questi compare, infatti, nel folclore dell’India meridionale (O’Fl., op.cit., § g, pp.15860) con il nome di Nathurâm, in veste di albero, stelo, bastone o fallo. E, addirittura, pare che lo stesso Nâthuram talvolta, essendo per l’appunto concepito simbolicamente in funzione di Arbor Mundi, sia ivi ritratto con rami dai quali spunterebbero a mo’ di gemme alcune figure femminili, da interpretarsi a nostro giudizio come delle Nâhtrika, ossia delle dee presiedenti alle forme della Manifestazione. Tale iconologia è stata trasmessa anche all’Occidente in tempi medievali, tramite la mediazione del mondo islamico – vedi le raffigurazioni dell’Albero Parlante, il cd. Wakwak delle leggende di Alessandro alias Iskandar, in J. Baltrushaitis, Il Medioevo fantastico  Mondadori, Milano 1977, C. IV, § 4 sgg e ff.5562, pp.l3343 (I ed. it. Adelphi; Milano 1973); ed. or. Le Moyen Age fantastique. Antiquités et exotismes dans l’art gothique  [edit. n.c.] Parigi 1972. Essa rientra in quella più generale dell’Albero della Vita paradisiaco (di cui fa parte, ad es., anche l’Albero di Jesse) presentando il suddetto ‘Albero’ in certi casi una fruttificazione zoomorfica o mista e ricevendo altre volte invece una caratterizzazione piú peculiarmente androginica; la quale allude ad una doppia nature astrale ed alchemica, il che è come dire psichica e spirituale. L’idea di arsione, pure presente nella seconda serie del lessico menzionato in questa nota, ci rimanda d’altronde all’Elemento Fuoco, di cui significativamente i ‘Bastoni’ (arcaicamente abbinati alla casta guerriera e regale, in qualità di clave o di scettri) sono un  emblema pure nei Tarocchi. Cfr. i ‘Semi’ del Tarocco esoterico spagnolo, ove la cosa appare del tutto evidente. Orbene, la prima e la seconda serie di vocaboli citati, l’una corrispondente al scr. çramana e l’altra a çamyâ, sono derivate rispettivamente da due radici aventi palesemente opposti signiticati, seppure convergenti foneticamente; o meglio, entrambe dipendono da un’unica radice con sensi antinomici, anche se complementari. Il primo (circa cui vide n.1) è difatti inerente al concetto di Divenire, mentre il secondo ha una valenza ontologica. Dobbiamo aggiungere che, nell’ambito della prima di codeste due accezioni sono da collocare, a nostro avviso, il scr. kri (‘trascorrere, passare [di tempo]; coltivare, venerare, sacrificare’) – equivalente al lat. colo (id.)  e l’omofono car (‘andare, muoversi, camminare’), oltreché la sua var. cal (id.) verbi l’uno e l’altro analoghi rispettivamente, al lat. curro (‘andare di corsa, muoversi o camminare di fretta’) ed a calco (‘camminare, calpestare’); in greco abbiamo, tra le voci affini, kéllô (‘procedere rapidamente’) e kélomai (‘metto in movimento’), connesso a kélor (‘moto’) ed al lat. celer (‘celere’). Sempre nella lingua ellenica rinveniamo, poi, il vr. kámptô (‘ girare attorno, flettere’), filologicamente apparentabile sia al scr. kan (‘andare’) sia al t. lat. cammîno (‘camminare’), verbo quest’ultimo proveniente a sue volta secondo il Devoto dalla lingua gallica. Si noti, infine, che in latino nel tema *col il senso primario di moto e di rotazione, insieme a quello correlato di temporalità, sembra essere venuto meno apparentemente, in favore di ulteriori e più specializzati significati; mentre, nel scr. *kri è perdurata almeno la seconda delle due accezioni considerate. Ma il s.m. col-us (‘conocchia’), riconducibile sotto l’aspetto concettuale al ‘Fuso Adamantino’ delle Parche (le Tre Dee presiedenti al Fato nella mitologia romana), testimonia chiaramente come all’interno dell’idioma latino lo stesso tema *col-, di cui sopra, possedesse in origine tali accezioni appena indicate, donde debbono esser state tratte secondo logica le altre precedentemente menzionate di coltivazione, etc.

(27) Affermiamo ciò con molte riserve, tuttavia, pur sapendo che codesta asserzione concorda perfettamente con quanto dichiara la O’Flaherty, la quale sostiene la tesi dell’identità parziale di Manmatha con Çiva (ibîd., §§ c, p.145 e k, p.171). Cfr., al riguardo, la n.1. A nostro parere infatti, diversamente da quel che pensa l’Autrice citata (ib., p.171), è lecito affermare anche l’opposto; che cioè Kâla – ovvero Çiva – possa essere inteso come aspetto secondario di Kâma  concepito a sua volta come ipostasi di Brahmâ, in quanto Manasija – e posto in correlazione con l’Elemento Fuoco (mentre il Dio dell’Amore sarebbe rappresentato, in tal caso, dall’Elemento Aria), equivalendo il Dio del Tempo alla funzione di Manmatha quale Maharadhvaja. Cfr. nn.3, 10 e 22. Tutto, è chiaro, dipende dal fatto che si consideri l’una o l’altra delle due divinità in veste suprema, subordinando ad essa elementalmente l’aspetto ritenuto secondario. Si deve tuttavia sottolineare che, da un punto di vista imparziale (com’è, ad esempio, quello smârta), la figura di Kâma – nome a parte, il cui etimo del resto abbiamo visto coincidere pressappoco con quello del termine che designa il Dio del Tempo – è necessariamente più arcaica ed essenziale di quella di Kâla; in base a quanto mostra la comparazione con la mitologia greca, ove si tramanda esplicitamente che Okéanos – secondo noi un alterego di Erôs e, nel contempo, di Thánatos – costituisca una ‘Seconda Generazione’ divina, seguita alla ‘Prima’ di Urano ed antecedente alla ‘Terza’ di Crono (Plat., Tîm, xiii. 40 / e 41 / a). Proprio a cotal Okéanos – termine proveniente da una rad. ¯¯km  (preceduta da una vocale protetica o), che è analoga a quella medesima da cui deriva il nome Kâma (cfr., in forma dentalizzata, il cin. T’ien-ed il tur.mon. Tengri) – è associata mitologicamente quale controparte femminile Têthýs; a cotale coppia di numi Platone attribuisce la prima ierogamia. Dal raffronto fra Oceano ed Eros, e fra costoro ed il Cupido latino od il Kâmadeva indiano, è reso palese il senso di codesta attribuzione mitica, trasmessaci da parte del filosofo ateniese. Circa Kâla, ed il suo parallelismo con il Kronos greco, vedi nn. 1, 13 e 30.

(28) In una bellissima gouache nepalese su carta del XVIII sec. (M. Khanna, Yantra. The Tantric Symbol of Cosmic Unity  Thames and Hudson, Londra 1979, C.III, p.64, fig.27) troviamo una suggestiva immagine di Kalâ; avvolta da purpuree fiamme emanate dal nero corpo del nume nell’oscurità dello spazio tutt’attorno; costei è ivi ritratta mentre sorge da Kâmeçvara (personificazione del Desiderio Primigenio, vale a dire del volto hindu di Érôs Protógonos), giacente sotto di lei itifallico e di bianca carnagione. Accanto, in un’icona parallela sulla destra, osserviamo invece lo stesso personaggio maschile impegnato in un tenero abbraccio con la propria Çâkti (Kâmeçvarî); entrambe le figure sono di colore rosso, al pari del cerchio di fuoco che li circonda e li avviluppa l’uno all’altro, quasi fossero due Nâga. La Dea del Desiderio stringe tra le mani il Laccio, con cui ella adesca universalmente ogni creatura, riconducendola all’origine della Manifestazione tramite la magia del sesso. La coppia cosí descritta troneggia su Sâdaçiva (forma pentacefala di Mahâdeva, definita talora più prosaicamente Çiva Pañcanana, in rapporto ai Cinque Elementi), disteso per convenzione sotto di lei, onde rammentare il Principio Eterno da cui proviene la Diade cosmogonica.

(29) O se preferiamo, di Mahâkâla con Mahâkâlî.

(30) Si confronti nel medesimo tempo il personaggio equivalente di Kálôs (Calo), mitico inventore del ‘Compasso’ secondo la mitologia ellenica. Egualmente Keleós (Celéo), personaggio associato alla nascita dei Misteri Eleusini, è probabilmente da connettere allo stesso etimo; poiché vi è un rapporto tra la scoperta dell’orticoltura, attribuita leggendariamente dagli autori greci a Crono, e gli albori della cultura umana, primieramente di carattere iniziatico. Un ultimo accostamento, sotto l’aspetto filologico, è possibile tracciarlo con il nome del Dio della Morte (Kâr), veste maschile di Kêr, la Kâlî egea.

(31) Un doppio aspetto aviforme, in tal caso di Parrocchetto (Çuka)  o Colombo (Kapota)  ed Avvoltoio (Garuda), è proprio anche di Agni, il Dio del Fuoco; come dimostrato dai testi puranici, specificatamente dallo Ç.P , Dh.S.. xi. 2835, dal B.P. cxxviii. 346, dallo Sk.P. i. 2, 29, 81210 passi tutti e tre riportati l’uno di seguito all’altro in O’Fl., op.cit., C.III, § C. 1, pp. 957). Il suddetto aspetto corrisponde nella cultura grecoromana alla duplice natura ornitomorfica di Pîcus gr. Pîkos, che appare difatti ora nella veste titanoprometeica di Pico Feronio alias Foronéo (Signore del Fuoco), figura calendariamente associabile al freddo Inverno; ora col volto eroicodivino di Pico Marzio (Signore delle Piogge), figura invece attinente alla fresca Primavera. Più precisamente i due Uccelli, cosí come le due faciês di Pico, crediamo indichino, nell’ordine citato, il Sole del Solstizio Invernale e quello dell’Equinozio Primaverile. Intatti all’inizio del Kaliyuga il primo ricorreva in Acquario, Segno talvolta avente per emblema l’Aquila, o l’Avvoltoio (cfr. il simbolismo del Tetramorfo vicino orientale, di poi trasmesso al Cristianesimo ed applicato quale contrassegno degli Evangelisti), anziché il Pavone (cfr. il vâhana di Skanda, in alternativa al Gallo); mentre, il secondo trovavasi in Toro, Segno che viceversa ha spesso per equivalente  non solamente nella trazione hindu l’asterismo lunare delle Pleiadi (lett. ‘Colombe’). Donde si può inferire che il Colombo ed il Pappagallo presentino, nelle fonti menzionate, una connotazione solare in relazione col punto vernale in Toro; o, se preferiamo, nelle Krittikâ. Tanto più che la presenza delle stesse, in veste personificata, ricorre effettivamente nei passi sopra citati, concernenti il mito cosmogonico della nascita dell’esacefalo Kârttikeya, ovvero il cd. ‘Figlio delle Pleiadi’. Due millenni più tardi il Solstizio d’Inverno passava in Capricorno e l’Equinozio di Primavera in Ariete, ciò spiegando l’alternanza dei simboli, rispettivamente saturnio e marziale, del Coccodrillo e del Pappagallo quali veicoli di Kâma. Iconograficamente è possibile rinvenire una rappresentazione di Agni, la ‘Bocca degli Dei’, sotto forma di Pappagallo in un dipinto kangra del XVIII sec. (ibîd., a fr. di p.241, fig.15), ove scorgiamo per l’appunto la testa piumata del dio in un quadro appeso ad una parete; all’interno di una stanza osserviamo un letto nuziale, in cui Çiva e Parvatî, abbracciati, sono dediti a sollazzi amorosi. Di fuori gli dèi, radunati davanti alla dimora della coppia dei divini sposi, hanno osato interrompere i loro rapporti sessuali, con l’intento segreto di favorire cosí la nascita di Skanda; mentre Vîrabhadra, accovacciato, fa la guardia al sacro talamo. Un po’ irrealisticamente rispetto ai dati della scena, ritratta in maniera stilizzata ed immersa in un’atmostera medioevalizzante, il Dio del Fuoco in versione di Uccello Solare, attende in una sorta di atrio di raccogliere nel becco l’Aureo Seme di Mâhadeva.

(32) Di parere analogo sembra essere il Liebert (G. I. Liebert, Iconographic Dictionary of the Indian Religion. HinduismBuddhismJainism E.J. Brill, Leida 1976, s.v. MAKARA, pp.l65-6,  coll. ba).

(33) Che anche il vessillo di Kâma abbia funzione di veicolo, è dimostrato indirettamente dal fatto che il Coccodrillo compare nell’arte grecoromana (e poi in quella ‘cristiana’ a livello funerario onde sottolineare il trionfo dell’Amore sulla Morte ) come veicolo di Eros o degli Amorini.

(34) Nella stagione primaverile, in quanto momento della fioritura, è sottesa la potenza fecondatrice di Kâma che una volta arso dall’Occhio Frontale del Trinetra, è divenuto incorporeo (vide n.22) e può pertanto occultarsi nei fiori dei boschi; nonché nella vulva delle femmine, ed in tutto ciò che di bello in genere è capace di eccitare la vista e stimolare i sensi.

(35) Siffatto vâhana è nell’iconografia un attributo, oltreché di Varuna e consorte (sia questa Vâruni o Gaurî), pure di Gangâ e Gangeya Subrahmanya (una delle sei forme di una veste particolare  dravidica del figlio della dea fluviale); parimenti lo è di Pushpadanta, uno degli otto Diggaja (Elefanti dei Quartieri Cosmici) presenti nei templi ad indicare le direzioni, e dell’omologo jaina Suvidhi (IX Tîrthankara). Cfr. col Delfino, veicolo in Grecia delle forme equipollenti di Poseidone, Afrodite e Tetide (sposa di Peleo). L’equivalente di G.S.., vale a dire Achilleús, non ha però alcun veicolo ittico; al posto di quest’ultimo incontriamo, comunque, un Achelóos, pressoché omonimo, dai tratti semizoomorfici (corpo serpentiforme e coda di pesce). Il Makara, siccome ‘Mostro del Mare’, sostituisce nella cultura hindu un precedente ed assai arcaico simbolo ittico da scegliere forse tra Dugongo, Pescesega, Pescespada e Narvàlo. Esso ha sostanzialmente tre componenti figurative: Proboscide Elefantina, Denti e Corpo di Coccodrillo (o di Squalo), Coda di Pesce. Ricordiamo ancora che talvolta il Dio del Desiderio è associato al Matsya, anziché al Mâkara; sia leggendariamente (secondo il Bh P. x. 55, 125 Kâma rinato col nome di Pradyumna, sposo di Mâyâvatî nonché figlio di Krishna e Rukminî, ancora lattante viene gettato in mare dal potente re Çambara  il quale vuole in tal modo sfuggire ad una nefasta maledizione che lo concerneva, connessa alla nascita del suddetto fanciullo  ed è ingoiato da un Pesce; ma alfine alcuni pescatori pescano il Pesce e lo portano cerimonialmente alla reggia, ove la magica creatura viene squartata ed il fanciullo torna alla luce), sia attraverso un vâhana (vide G. Acerbi, La storia avatarica del ‘Pesce aureo’ V.d.T., programmato in 3 fascc. ancora da uscire, Palermo 1997, P.I, § 1, n.23), ed anche sotto forma di emblema  Mìnaketana, equivalente a1 Makaradhvaja  sormontante il vessillo fuoriuscente dalla faretra del Dio d’Amore (cfr. P. Thomas, Kama Kalpa or the Hindu ritual of Love D.B. Taraporevala, Bombay 1960, a fr. dip.32, fig. 1). Ricordiamo, in ultimo, che nel Buddhismo tibetano compare una dâkinî verde chiamata Makaravaktrâ, lett. dalla ‘Testa di Makara’.

(36) I1 Makaramukha (cfr., ad es., S. Kramrisch, Hindu Temple Motilal B., Delhi 1976, Vol. II, tav. LXXVIII, con comm. a p.406), non meno del Kâlamukha, è difatti un simbolo corrispondente alla ‘Gola degli Inferi’ del Medioevo cristiano. Esso, talora, presenta una connotazione del tutto opposta; vale a dire dalla ‘Bocca del Mostro”, concepito quale ‘Essenza delle Acque’, si sviluppa una prabhâvalî, in altre parole una decorazione ornamentale che glorifica un dato soggetto (vide ibid., tav. XLVII e comm. a p. 393). La seconda delle due tavole citate ritrae la parte centrale della facciata orientale di uno çikhara del tempio di Nîlakantheçvara ad Udayapur (Gwalior, XI sec.), in arenaria rossa; Kîrttimukha (tema analogo al Kâlamukha) sovrasta l’intera scena, il cui motivo ornamentale pare diramarsi dalle fauci di due Makara diametralmente opposti e complementari, ma origina visibilmente dal Kîrttimukha stesso. Il contrasto apparente fra i Makara antinomici è ripetuto araldicamente a fianco di tale ‘Bocca di Leone’. Entrambe le immagini hanno indirettamente a che fare, comunque, con ciò che nel Veda passa sotto il nome di ‘Testa del Makha’ o ‘Bocca del Sacrificio’. Trattasi di un motivo letterario alludente insomma allo Yajña, con le due metà annuali che lo contraddistinguono in rapporto al cammino solare, ora ascendente ora discendente.

(37) Circa la distribuzione ciclica del predominio delle divinità della Trimurtî hindu all’interno dei primi tre Yuga – il Quarto essendo, come è noto attraverso la tradizione tantrica, esclusivo appannaggio della Devî (o Çakti, che dir si voglia) oltreché di una forma di Çiva a costei sottomessa – e, comparativamente, di quella delle corrispettive deità indoeuropee nelle Età corrispondenti, vide G. Acerbi, Il Sumeru, la Montagna Polare, nella cosmografia hindu – C.S.L.R., Algiza (N. 8), Chiavari 1997, § b, passim; inoltre la n. 22.

(38) Gli ‘Dei Pluviali’ hanno in proprio una fisionomia stellare, a differenza dei ‘Numi Agrari’, che posseggono per contro un carattere chiaramente planetario. Secondo quanto testimonia la B.Â.U. i. 3, 6, i secondi (cioè i Deva) si sarebbero formati dai primi (ossia gli Asura) per duplicazione, lett. per autoframmentazione e sparpagliamento in tutte le direzioni. Probabilmente la questione trova un parallelo occidentale in ambito latino nella leggenda dell’avvistamento da parte di Rhômos e Rhémos (cfr. l’antica grafia del nome dei Gemelli romani con il scr. Râma), sull’Aventino, dei famosi ‘Avvoltoi’  leggenda successivamente ripresa e rielaborata cristianamente dall’Ermetismo di epoca tardoantica e medievale. In ambito ellenico, invece, è rintracciabile un’eco dello stesso tema nell’irriducibile contrasto, sfociato nella celebre Titanomachia, tra il Regno degli Uranidi e quello dei Cronidi; o, se preferiamo, nella differenza tra Dei e Titani. Rileviamo ancora che i Gemelli romani in coppia (non separatamente!), sia che si riporti la loro genitura paterna alla fatidica ûnio del Lupus  teofania di Marte  con la vestale Rhêa Sylvia oppure li si faccia venire alla luce miracolosamente in un focolare dall’apparizione del Phallus igneo del medesimo dio (cfr. con la veste primaverile ed aviforme del nume indiano Agni, quale Pappagallo propiziatore della nascita di un’aurea progenie, i.e. Suvarna e Suvarnâ), sia che ricolleghi tutelarmente la loro paternità al Picchio augurale che gli autori latini e greci (in particolare Ovidio, Plutarco, etc.) denominavano Pîcus Mârtius, sono in ogni caso miticamente figli di una deità avente necessariamente un profilo pluviale e seminale. Infatti era credenza antica assai diffusa, tanto in Occidente quanto in Oriente, che le piogge simboleggiassero le influenze astrali (zodiacali), alle quali era veicolato il seme dei morti. Tenendo a mente tale assunto, si spiega allora perché mai un dio della morte – o della guerra, la cosa non cambia – come il Marte latino (vide suprâ la nostra supposta connessione filologica del lat. Mârs  Mâr-t-is con la voce môrs môrtis) costituisca nel contempo un dio pluviale (vedi rapporto di non alterità con l’italico Pîcus Mârtius) e presenti per di più un carattere mascolino (si analizzi il rapporto parallelo, che oseremmo definire complementare, del lat. Mâ-s, mâris = ‘maschio’ con l’etimo appena menzionato). Per concludere, va notato che il Picchio di Marte ed i 12 Avvoltoi di Romolo debbono essere posti in correlazione con l’Aquila (o il Cigno) di Iuppiter e Zeús, nel contesto della mitologia grecoromana; e, corrispettivamente, nel contesto di quella indiana, col Pappagallo di Kâma (od Agni) ed il Colombo (o l’Avvoltoio) di Indra (o Vishnu). Si tracci un confronto, al di fuori dell’ambito indoeuropeo, pure col Falco dell’egizio Horus. Ciò in definitiva significa che gli ‘Dei Pluviali’, veicolati universalmente dal punto di vista colturale a simboli generalmente ornitomorfici, appartengono ciclicamente alla leggendaria Terza Età; poiché – si è già riferito in precedenza – gli Uccelli rappresentano un emblema dei Deva, ossia delle deità la prima comparsa delle quali è accreditata, secondo la cronologia tradizionale offerta dai testi vedicopuranici, appunto a codesta Epoca. Del pari, possiamo affermare, i Gemelli surriferiti  nell’Induismo assumono la veste indigena del Mithunarâçi – fanno riferimento miticamente alla Quarta Età; secondo quanto dimostra ampiamente certa iconografia dei ‘Figli della Lupa’, associati in maniera assolutamente manifesta ai Gemini celesti (A.b. Cook, Zeus. A Study in Ancient Religion  Biblo and Tannen, N.York 1965 [I ed. Univ.P., Cambridge 1925], vol.II, P.I.. C.II, § p.3.a[vi zeta] p. 443, figg. 34951), ovvero l’asterismo presiedente all’inizio dell’Età del Ferro. Presi in coppia, essi risultano quindi un doppione funzionale del Signore degli Animali (cfr. il FaunoSilvano / Faustolo latino col Paçupati / Mrigaciras hindu, non importa se intesi l’uno e l’altro nei panni di Cacciatori od accolti nelle vesti di Pastori), astralmente in relazione ad Orione (costellazione situata zodiacalmente nei pressi di quella dei Gemelli); nonché della paredra di costui, svolgendo insomma analoga funzione ciclica relativamente al Kaliyuga (Ac. art. cit.).

(39) Premesso che le ultime tre rappresentazioni appartengono al Buddhismo Mahayanico, per cogliere un esempio di ciascuno dei 19 soggetti da noi scelti arbitrariamente e classificati secondo l’ordine tematico prospettato, cfr. sequenzialmente 1) G. Jouveau-Dubreuil, Iconography of Southern India-Bharat-Bharati-Benares 1978, C. II, p. 101, fig. 31; 2) Lieb., op. cit., s.v. KÂMA (DEVA), p. 121, col. b; 3) O’ Fl., op. cit., p. 242, fig. 13; 4) S.M.Gupta, Legends Around Shiva- Somaiya P., Bombay-N.Delhi 1979, fig. 16; 5) Ibîd. come al punto 3, fig. 14; 6) Khan., op. cit. (fig. a sin.); 7) Ibîd (fig. a des.); 8) P.K. Agrawala, Mithuna. The Male-Female Symbol in Indian Art and Thought-Munshiram M., N. Delhi 1983, fig. 201; 9) Buss., op. cit. fig. 30; 10) Thom., op. cit., a seg. dip. 32, fig. 2; 11) C. Sivaramamurti, India-Mondadori-Shogakukan (Serie: STORIA DELLA SCULTURA NEL MONDO), Milano 1979, p. 164 (fig. n. num.); 12) H.K. Sastri, South-Indian Images of Gods and Goddesses – Bhartiya P. H., Delhi 1974, C.III, § 10, p. 63, fig. 41; 13) Ibîd. Come all’8, fig. 220; 14) P. Donaldson, Hindu Temple Art of Orissa – E.J. Brill, Leida-N:York-Copenaghen-Colonia 1987, Vol. III, fig. 3994; 15) Ibîd come al 4, fig. 15; 16) a) L. Chandra, Buddhist Iconography-Aditya P., N. Delhi 1987, Vol. II, p. 414, fig. 1137; 16 b) A. Getty, The gods of Northern Buddhism– Munshiram M., N. Delhi 1978 (I e II ed. O.U.P., Oxford 1914 e 1928 ), C.X, p. 113; 17) Ibîd. Come al 2, s.v. KÂLACHAKRA, p. 116, col. b; 18) Ib., s.v. TÂROBHAVA-KURUKULLÂp. 296, col. b. Degli ultimi due soggetti non conosciamo però, personalmente, alcuna riproduzione iconografica. A meno che si tratti di una figura con l’Arco quella calpestata da Kâlachakra (tetracefalo), sotto il piede destro, in P. Rawson, The Art of Tantra – Thames and Hudson, Londra 1973 (ed. riv. 1978), p. 183, fig. 148; ma, purtroppo, l’immagine non è ben chiara. Riguardo a T. -K., il rimando figurativo del Liebert è a B. Bhattacharyya, The Indian Buddhist Iconography ed. n. c., Calcutta 1958 (II ed.), tav. 121; tuttavia, da parte nostra, possediamo solo la I ed. del testo (in una rist. del 1985, a cura della Cosmo P., che purtroppo non si è presa la briga di pubblicare il bagaglio di aggiunte apportate nella II ed.). Rimandiamo perciò il lettore, con le necessarie scuse, ad una verifica eventuale dell’immagine del soggetto in questione nell’edizione citata.

(40) Analizzando altri esempî, in base a quanto indicato alla n. prec., si veda per il punto a Agraw., op. cit., figg. 28 e 29.

(41) Per i punti b-d, cfr. op. cit., figg. 35, 26 e 24.

(42) Per i punti e-o cfr. rispettivamente, D. Desai, The Erotic Sculpture of India. A Socio-cultural Study- Munshiram M., N. Delhi 1985 (II ed.), fig. 145, oltre ad Agraw., op. cit., fig. 226 e a Des., ibîd., figg. 101; ibîd., figg. 107, 36, 127; ib., fig. 124; fig. 115; 126 e 125; 138; 122; Buss., op. cit. tav. 36; ibîd., figg. 40, 45, oltre ad Agraw., ibîd., figg 217, 218, 216 e a Des., ib., figg. 131 e 129. Tale modello iconografico è senz’altro apparentato al coito rituale effigiato su certi sigilli della Civiltà della Valle dell’Indo, ove osserviamo un Toro coprire da retro una sorta di Dea Triradiata. Si veda H. Mode, India – Primato, Roma 1960 (ed. or. Das Frühe Indien- G. Kilpper, Stoccarda?), tav. 66  suprâ.

(43) Cfr. Des., op. cit., figg. 108, 103 (a sin.), 103 (a des.), 134; oltre a Buss., op. cit., tavv. 42,47 e a Des., op. cit., 90, 107 e 35.

(44) Buss., op. cit., tav. 33.

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Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul sito: https://www.heliodromos.it/

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LA LEGGENDA DEL CERVO, DELLA CERBIATTA E DEL CACCIATORE

DI GIUSEPPE ACERBI

Premessa

“Il barone rampante di Calvino preferiva la consapevolezza di pochi alla trasformazione di molti. È la storia – tragica per certi versi – di Giuseppe Acerbi, che come molti eroi di Calvino ha vissuto il suo genio nella liminalità di un universo immaginario. Giuseppe scrisse questi articoli tanti anni fa per le pagine di Vie della Tradizione, una delle poche riviste che al tempo davano spazio a tematiche che i più ritenevano “conservatrici” – o per essere più espliciti, “fasciste” – ; allora leggevo Corbin che si collocava, come pochi, nella scissione tra ideale e reale, tra l’essere e il nulla, ovvero tra l’Angelo-guida e l’animalità che siamo. La lettura esistenzialista e nichilista della gnosi era un punto saldo di riferimento. Il tema dell’inizio era quello del dualismo; un inizio che includeva il nulla e l’abisso, polarizzato tra manifestazione del plērōma e del kenōma. In breve, era l’impossibilità di trasformare il mondo. Divenni libresco. Il contrario di Giuseppe: i suoi scritti tracimavano genialità, ed era un paradosso, poiché a tutti i costi voleva allinearsi sul confine della «tradizione»; un intento ovviamente fallimentare, dal momento che presto l’omonima rivista lo estromise. Si sentiva straniero al mondo, non alla natura o al Dio cosmico; a suo modo seguiva il verbo induista, non nichilista; aveva rinunciato a coltivare la complessità del mondo illudendosi di trasformare la propria interiorità. Un viaggio molto difficile”.

Ezio Albrile

Esposizione del tema estrapolando dalle varie fonti, con sommaria esegesi dei termini della Triade

L’antico calendario vedico, come ha dimostrato bene Tilak in The Orion or Researches info the Antiquity of the Vedas (1), era ideato sul sistema sacrificale ed aveva lo scopo, data l’importanza del Sacrificio in quella cultura, di accertare i momenti stagionali più opportuni al cerimoniale. A loro volta i riti sacrificali erano fondati su una concezione provvidenziale del cosmo e dei fenomeni naturali, in base alla quale l’imitazione dei medesimi dovette avere uno scopo essenzialmente spirituale. Non era in ciò questione di un doveroso e passivo conformarsi ad influenze esteriori od a potenze numinose percepite quali sovrastanti il dominio umano, per quanto in effetti queste influenze e queste potenze fossero considerate reali e nient’affatto illusorie, almeno in un certo ambito; bensì l’indice di un atteggiamento pio e filiale nei confronti della Natura Madre e del Principio che la governava. La matrice principale del rituale era infatti la consapevolezza che il mondo, cosmologicamente parlando, non era nato dal caso — almeno intendendo il termine nell’accezione profana, oggi comune — ma da un atto di amore primevo. Si narra nel Veda di un mitico incesto -cosmogonico tra Prajàpati, il Padre di tutti i viventi, è la Figlia-Sposa, nella fattispecie una Cerbiatta-Cerva (Rohini = Harini) (2). Colpito a morte dalla Freccia di un leggendario Arciere, la cui identità varia nelle molteplici versioni ma che sostanzialmente è Rudra in funzione demiurgica, Prajapati, il quale ha nel frattempo assunto anch’egli la forma di Cervo per ce tener dietro » a Rohini, non riesce a portare a termine l’amplesso con lei ed è costretto a versare un quarto del proprio Seme a terra (3). Col che il «mondo di giù» ha avuto inizio, pur se, quasi si bisbiglia nell’orecchio, tre quarti di quel Seme è rimasto nell’Im-manifesto (Avyakta).

Tuttavia, si osserva di seguito che se il Seme è caduto, non è caduto invano . . ., come a voler evidenziare la provvidenzialità dell’evento. Il mondo proviene dunque da un atto di Volontà (Iccha) del Signore (Isvara), che ha voluto in tal modo uniformare tutti gli esseri al proprio Essere (4). Se interpretiamo la Freccia suddetta (dell’Arciere cosmico), peraltro omologabile al Phallus Dèi del Cervo creatore, come il Raggio o più precisamente l’Asse (in funzione demiurgica) della Ruota Celeste e la Yoni di Rohini (Harini) come la Ruota stessa (5), avremo indirettamente in quest’immagine la raffigurazione del Kalacakra (la Ruota Celeste); intendendo ovviamente il versamento del Seme quale Azione esercitata dal Purusa (l’Essenza macrocosmica, perno del mondo manifestato) sulla Prakrti, che racchiude in certo senso la manifestazione, la contiene, pur non partecipandovi direttamente, similmente al Purusa. Ma siccome tutto ciò che esiste è consustanziale alla persona di Prajapati (6), colui che ha presieduto allo Yajna primevo, il mondo intero costituisce di per sé un perpetuo ed immane atto sacrificale; è lecito quindi affermare, in sintesi, che Rudra, ossia Agni alias Kala (i tre nomi si presentano anche associati in Kalagni-rudra, var. Kalagni, Kalarudra o Rudragni, in rapporto alla distruzione finale del cosmo), sia invero l’Artefice della Creazione, operante nei confronti di Sé medesimo (Prajapati) in virtù della propria ambivalente potenzialità creatrice-distruttrice. E che Visnu, del quale tuttavia non si parla apertamente nella leggenda sopra riportata a grandi linee, ma che pur andrebbe sottinteso nell’esegesi dottrinale, rappresenti per cosi dire la risultante eterna di siffatta polarità di Vita e di Morte. Insomma, questi è il « Figlio » ( = Uomo Universale), sia quale preservatore ( = trasmettitore) del Seme ( = Essenza) del Padre Prajapati, il « Signore della Creazione » (da praja = « creazione, procreazione » e pati = « signore »); sia quale divoratore (= conoscitore) del medesimo.

E per via di tale doppia natura, egualmente a Śiva Visnu può essere concepito come Kala (il Dio del Tempo), tanto nell’azione discendente di manifestazione del Principio divino, che è propria di Soma, quanto nella funzione ascendente di trasformazione nel Principio, che è propria di Agni. Si noti però che, nella rappresentazione del Kalacakra, il punto di vista grafico riguardo il verso (discendente od ascendente) della direzione simbolica dell’Azione esercitata dai due principi opposti e complementari di Soma (Humor) ed Agni (Ignis) risulta talora invertito rispetto al punto di vista figurativo prima suggerito; sicché è possibile parlare di verso ascendente per la metà del ciclo retta dal nume presiedente all’elemento fluido ed umorale, od umido (in altre parole il dio lunare, i.e. Soma o Condro), e di verso discendente per quella retta dal nume presiedente all’elemento effusivo ed igneo, o secco (il dio solare, i.e. Agni). Codesto tipo di simbolica, rintracciabile nel Tan-trismo di Destra piuttosto che nel Veda, è molto arcaico e risale ai tempi remoti nei quali il solstizio invernale faceva da punto di partenza dell’Anno Sacro in luogo del solstizio estivo, secondo quanto è accaduto in tempi più recenti. Con ciò non intendiamo naturalmente affermare che nella tradizione vedica non esistano tracce di più arcaiche simbologie, ma certamente che esse siano cadute via via in disuso, a causa dell’aggiornamento della Śruti e della Smrti in rapporto all’inizio del Kaliyuga; mentre più chiaramente, per motivi che non stiamo qui ad indagare, ma facilmente intuibili, le stesse tracce perdurano nella tradizione tantrica (7) quali reminiscenze di un lontanissimo passato. Essendo l’argomento abbastanza ostico ed assolutamente incompreso dai più (anche da parte di studiosi che si sono occupati di questioni tradizionali, pur ad alto livello, probabilmente per mancanza di dimestichezza con il simbolismo astrologico), oltreché estremamente importante per l’esatta comprensione della cosmologia indiana e non, riteniamo di dovervi tornar sopra più in dettaglio quanto prima possibile. NOTE Cfr. L.B.G. TILAK, The Orion or Researches into the Antiquity of the Vedas Shri J.S. Tilak, Poona 1893 (II ed. 1916, III ed, 1925, IV ed. 19ss, V ed. 1972), e. II, passim.

Di tale opera è uscita da poco una nostra traduzione dall’originale, con premessa introduttiva, commento e traslitterazione dei passi citali in sanscrito dall’autore (L.B.G. TILAK, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda, Ecig, Genova 1991. Cfr. G. ACERBI, Kalacakra. La Ruota Cosmica – Tesi di laurea, Venezia 1985, e. I, n. 188, pp. 233-44. In questa lunga nota assimilavamo il ruolo cosmogonico di Rohini a quello di analoghe dee del mondo mediterraneo, in particolare alla latina Rhea Silvia ed alla ninfa greca Rhoio (ovvero a Rhea, la paredra di Crono), tutte figure femminili queste coinvolte nella nascita di un particolare Eroe culturale e connesso alla sacralità dello Yajna o di ciò che gli corrispondeva nella tradizione greco-latina, ossia l’Anno Sacro o Sacrificale. D’altronde, mettevamo pure in risalto l’affinità ira le immagini divine delle tre citate dee di origine indoeuropea e le figure equivalenti, nelle corrispettive mitologie, di Harini (una forma di Usas, l’Aurora, vale a dire di Sarasvati, nonché alternativamente di Laksmi — 150 — LA LEGGENDA DEL CEHVO, DELLA CERBIATTA E DEL CACCIATORE e Kali), Diana l’omologa Potnia Theron quale « Signora degli Animali » (antico appellativo applicato alla cerbìatta e alla daina nelle foreste delle zone a clima temperato) ed Artemide (definita non per nulla « Elafia » ossia « Cerva »). Tale aspetto femminile della Divinità, rilevavamo, è associabile da un punto di vista complementare a quello parallelamente maschile assunto presso [e medesime tradizioni — magari in forma di Antilope, Daino, Capro od Ariete anziché di Cervo — da parte dei vari Rudra, Agni, Vayu; Fauno, Marte, Silvano, Bacco o Saturno ovvero Pan, Ermes, Area, Ciparisso, Apollo, Crono, Dioniso, Orione, Atteone, etc.

Si noti, ancora, che il teriomorfismo (« gentile » di codeste raffigurazioni divine presenta come allotropo un teriomorfismo « terrifico » nel quale al genere cervino, antiloocaprino od ovino vengono sostituiti canidi o fetidi vari, sovente di provenienza indigena. Si dà il caso, pure, in cui al cervo ed alla cerva od ai loro omologhi (daino, antilope, etc.) alano sostituiti il toro e la vacca. Trattasi della stessa simbologia, espressa in forma ridondante. In ultimo osserviamo che spesso sia la dea indomediterranea sia il dio appaiono trasposti in una morfologia aviforme, che ora si pone in contrapposizione alle suddette forme terrifiche, identificandosi a quelle benefiche, ora si colloca altresì su un piano più elevato di entrambe. Un ultimo particolare che si deve notare è che spesso le similarità sfuggono all’inesperto simbolista, essendo talora le divinità mascherate tramite l’identificazione a determinate costellazioni. Cosi, il mito cui sopra si è accennato (vedi n. cit.) della nascita di Skanda da Rudra/Agni e Parvati (var. Śanga/Svaha), della quale si noli la molteplice equivalenza con Kali (la « Nera »), Gauri (la « Bianca ») e Rohini (la «Rossa») — tutte figure queste non meno della prima omologabili astralmente ad Aldebaran, la a Settima Stella » delle Pleiadi (in realtà l’Occhio del Toro Celeste); e così pnre alla Luna (triforme per analogìa con lo triplice fase calante, crescente e di plenilunio, escludendo il novilunio per assimilazione su base assiale della dea infera lunare con quella terrestre ovvero della stessa con la dea reggente il plenilunio) — appare invero la trasposizione induista del mito latino dei Gemelli. E la chiave di tale identificazione la ritroviamo in cielo, ove si intenda per Skanda o l’identico Kartikeya (matronimico ad indicare il figlio adottivo delle Krttika, cioè delle Sette Pleiadi) la deità presiedente alla costellazione di Orione, che a giudizio di Tilak, come indica l’etimo comparato del nome greco dì codesto asterismo, costituiva un tempo — all’inizio del Kaliyuga o dell’Età del Ferro » — l’Agrayana ossia l’inizio dello Yajna; e per Romolo e Remo (cfr. con gli Asvin indiani) i custodi romani della costellazione dei Gemelli. Del resto l’asterismo di Orione (scr. Mrgasira, i.e. Caput Cervi), qualora sia rapportato nella gradazione dallo Zodiaco lunare allo Zodiaco solare, equivale agli ultimi gradi del Toro ed ai primi dei Gemelli. Ciò spiega le consuete associazioni indoeuropee tra le raffigurazioni dei Gemelli mitologici (dei quali nno, al modo dì Krsna, ha solitamente una funzione di tipo sacerdotale e pastorale, contrapposta alla funzione guerriera ed agraria o talvolta venatoria dell’altro, similmente a Baia-rama), del Cervo e della Cerva (Orion, Aldebaran) o del Toro e della Vacca (Taurus, Aldebaran); le suddette coppie e le loro dinamiche simboliche sono, peraltro, spesso presentate nella veste allegorica di una cerca d’amore o di una caccia gentile.

A tali asterismi fa seguito nella volta celeste il Cane (Sirio), che talora compare in forma duplice (Canis Maior, Canis Minor) od antropomorficamente quale Cacciatore, od ancora in veste di Lupo o di Lince (cfr. con la Tigre dell’Asia Orientale od il Coyote amerindo) a svolgere una funzione demiurgica, creativa o distruttiva che sia. In questa luce interpreteremmo la vicenda latina della nascita dei Gemelli come un mito astrale di evidente valore cosmogonico, ma non solo tale. Onde la leggenda di Marte, secondo Ovidio (Fa. — iiii.55-8) tramutatosi in Lupo ed unitosi in amplesso a Rhea Silvia (Ilio) — da identificare da una parte alla mitica Lupa romana, prima nutrice di Romolo e Remo, e dall’altra ad Acca Larentia (i.e. Mater Larum), moglie di Faustulus, che già alcuni decenni or sono il Pestalozza rapportava rispettivamente a Fauna Bona Dea e Flora (nomi di Diana Trivia) — in una grotta (la «Caverna del Mondo»), alluderebbe occultamente al mistero zodiacale del Sole in Toro (o meglio in Aldebaran) al punto vernale. Il che è potuto avvenire dal punto di vista astrologico solo all’inizio del Kaliyuga (4.480 a.C. e), ovvero più precisamente a Kaliyuga inoltrato, tra il 4.000 ed il 3.040 a.C. e. Sul periodo orionico ossia dell’equinozio di primavera negli asterismi lunari di Orione ed Aldebaran (4.960 – 3.040 a.C. e.) cfr. Til., op. cit., e. Vili, pp. 220-1 (trad. cit. alle pp. 233-8); benché il N. sbagli per difetto la datazione di circa 500 anni, concedendo quali limiti cronologici effettivi il 4.000 (poi 4.500) ed 1 2.500 a.C. E’ chiaro comunque che in codesto periodo, e per tradizione culturale anche in tempi posteriori, la configurazione astrale descritta doveva rappresentare un simbolo dell’Anno Sacro, o Sacrificale che dir si voglia. (3) Da notare la convergenza fonetica, che secondo noi è anche etimologica, tra il scr. soma («. essenza ») ed il lat. semen (« seme », sia in senso vegetale sia animale); tanto più che la prima voce designa tutti i tipi di umori, o meglio il loro principio vitale. Vi è un rapporto inequivocabile e sostanziale, d’altronde, in sanscrito fra il Soma siccome « Bevanda d’Immortalità » e l’Anna (« Alimento », nell’accezione sacrificale, tanto exotericamente quanto esotericamente); e, parimenti, tra il Soma (Bevanda; Luna; Mrgasira) e lo Yajna (Sacrificio; Anno Sacrificale, Prajapati), dal momento che le libagioni di Soma non sono che oblazioni annuali di Essenza vitale versate ai Deva. [Mettiamo qui il maiuscolo ad indicare il senso supremo dell’atto rituale, ma si debbono tener in conto anche quelli inferiori, secondo la quadruplice legge del simbolismo (cfr. i. 164, 45)]. Ne consegue che pure tra lo Yajna e l’Anna debba esservi una relazione, a parte la somiglianza epidermica del primo di tali termini sanscriti con il lat. annus, indicante sia il periodo astronomico di una rivoluzione solare sia, per estensione del concetto, il Tempo in generale. La relazione consiste, a parer nostro, nel fatto che l’Anna, cioè il Soma (vide supra), provenendo da Prajapati non è che Ini medesimo in altro aspetto.

A conferma della nostra supposizione ci risulta che l’Arciere, il quale funge da « Avversario del Creatore » nel mito vedico dell’incesto cosmogonico, almeno una volta (i. 71, 5) è impersonato da Agni, vale a dire dal principio opposto a Soma trascendendone i rispettivi significati elementali di Fuoco ed Acqua; donde, nel complesso, ne ricaviamo la doppia equazione Prajapati-Soma = Anna. D’altra parte, in una rara versione dello stesso mito (Vm. P. – v. 26-43) Prajapati (lett. lo Yajna sotto aspetto, ad un tempo divino ed astrale, di Mrga) è trafìtto da Rudra, che piglia la forma di Kala (Kalarupin); senonché questi viene di seguito descritto come Kalapurna, avente per membra simultaneamente le costellazioni solari e gli asterismi lunari, assumendo in questa maniera un ruolo che altrimenti è proprio della sua vittima sacrificale, cui necessariamente s’identifica. Tornando al discorso di prima, il « Seme del Padre » rimasto nella « Vulva della Figlia » è pertanto da concepirsi come una plastica rappresentazione delle «Acque Superiori» (le virtualità dello Immanifesto), mentre la parte del medesimo caduta nel mondo (secondo il J.B. – iii.261-2 sul M. Hìmavat, var. del Meru) ha a che vedere evidentemente con le ed. a Acque Inferiori » (la Manifestazione). Di pari passo la figura di Agni, alla quale già si è accennato poco sopra, è da collegare- con la « Regione del Vajra » (Vajraloka). Non stiamo qui a sviluppare, per brevità, le ulteriori conseguenze di codesta interpretazione, non mancando però di sottolineare le interconnessioni simboliche tra l’Anna in quanto Yajna (l’Alimento divino per eccellenza risulta essere ovunque, come universalmente è sempre stato riconosciuto, il Sacrificio) e la dea chiamata per l’appunto Annapurna (lett. « Alimento perenne» – cfr. con l’Anna Perenna dei Romani); la quale è solo un travestimento di Kali (la Dea Nera, in altre parole del Cielo notturno o del Tempo) in riferimento alla sacralità annuale, al modo come lo Yajna (l’Anno Sacrificale) sì riferisce a Prajapati quale forma di Kala (arcaico Dio del Cielo notturno — con allusione ad astri e costellazioni — o del Tempo). Potremmo fare un ulteriore accostamento tra la Freccia (il « Raggio solare » o « Settimo Raggio ») del Demiurgo (Agni, il Sole che provoca le « Piogge », cioè le influenze numeniche) ed il Seme (Soma, la « Pioggia » come flusso manifestante proveniente dalla Luna, per assimilazione della luce lunare all’Acqua di Vita spirituale) caduto dalla Yoni della Cerbiatto (= Luna Piena ovvero Terra Madre, cui la prima era equiparata in base al concetto di un’unica Mahimata, lat. Magna Mater) a causa di Colui che è al di là di ogni dualità, sia di Fuoco ( = Essenza) sia di Acqua ( = Sostanza), i.«Siva-Mahesvara» (Signore). Si badi bene che ì princìpi complementari di Fuoco ed Acqua sono rappresentati rispettivamente nella cosmologia vedica da Agni e Soma, od alternativamente da Rudra e Prajapati. In conclusione, la riprova dell’identità tra ÌI « Seme Celeste » emesso dal Phallus Dei ed il Soma è data dalla radice (a grado zero dell’apof. voc.) del s. lat. semen, cioè Vsm-, che è la stessa di quella attribuita all’astro lunare in area indo-mesopotamica (scr. Soma/Suma, bab. Sin). Ciò spiega perché mai Daksha (alter-ego di Prajapati) abbia dato in moglie a Re Soma (o a Candra, altra personificazione maschile della Luna in sanscrito, non meno del lat. Lunus), insomma ad un’altra forma di Sé medesimo, le sue 27 «Figlie» (= le dee presiedenti agli asterismi lunari), tra le quali Rohini era la prediletta. Circa l’omologia tra Agni e Rudra non è il caso di aggiungere molto, tanto è nota ed ovvia. Si consideri solamente al riguardo la leggenda della nascita di Skanda (cfr. n. 2), od il fatto che entrambi tali nomi non siano altro che semplici appellativi di Śiva-Mahadeva, non meno di Kala, facendo tuttavia attenzione che costui può svolgere pure il ruolo di Soma ovvero di Prajapati; cosa che invece accade più di rado per Rudra od Agni. Tra le antinomiche e duplici figure di Soma-Prajapati e Rudra-Agni vi è dunque complementarietà, secondo quanto ci rivela l’attribuzione della designazione di Kala a ciascun membro delle due coppie, le quali sono in realtà una sola: l’autore e l’oggetto dello Yajna, cioè l’^ima, donde il Sacrificio (supremo) è definito Atmayajna. Sull’argomento si veda A.K. COOMARASWAMY, Atmayajna: Self-Sacrifice – H.J.A.S., Cambridge (Mass.) 1942, voi. VI, sgg. (4) Non si dice in fondo la stessa cosa nella Torah ebraica (Gen. I. 26-7)? Ac, op. cit., ce. I e III, passim.

E’ nota ai più l’importanza che ha avuto per lo studio dell’iconologia shivaita la scoperta, nei reperti dell’antica Civiltà della Valle dell’Indo, di alcune raffigurazioni del ed. Proto-shiva o (meno correttamente) Proto-mahisha, caratterizzato da corna taurine o di bufalo, a mo’ di Tridente; spesso tutta la fisionomia facciale del dio contribuisce a rappresentarlo nell’intero capo (talora tricefalo) con un’effigie animalesca, senza tuttavia fargli mai perdere completamente i tratti umani rispetto alle raffigurazioni più tarde di Mahisa e Nandikesvara, ove viceversa tutta la testa compare in genere con aspetto teriomorfico (e mai con tre volti), senza mediazione con l’umano. A meno che si tratti di una variante antropomorfica del medesimo personaggio. Vi sono del resto delle interpretazioni iconografiche medievali (specie di epoca Pallava) della figura di Śiva-Mahadeva, provenienti dal sostrato dravidico meridionale, che indurrebbero a considerare il Proto-shiva suddetto l’elemento principale (insieme ad un’altra divinità, supposta dai connotati femminei e prefigurante nei caratteri Durga-Kali, la dea tantrica di epoca posteriore) di un culto paleodravidico. Delle immagini di Śiva tricefalo si rinvengono comunque in periodo medievale, con un tridente lunare sul capo ed un’espressione animalesca e terrifica, in regioni più prossime alla Valle dell’Indo di quelle meridionali. Vedi ad esempio l’icona in lega di metallo, proveniente dall’Himachal Pradesh (X sec. d.C), riportata dalla Jayakar nel suo splendido The Earthen Drum. An Introduction to the Rimai Arts of Rural India, National Museum, N. Delhi 1980, p. 207, f. 201. Per la verità, rappresentazioni di divinità con il capo interamente animalesco esistono in alcuni altri reperti anche nella stessa Civiltà dell’Indo, ma sembrerebbero richiamarsi apparentemente a forme arioeuropee del culto di Rudra-Śiva; quelle precisamente che lo connettono a Prajapati quale suo alter-ego in senso cosmogonico, vale a dire i miti vedico-brahmanici ed epico puranici (su cui cfr. Til., op. cit., passim.). Così, in una scena ritratta su un coccio del coperchio di un vaso rinvenuto nel cimitero H di Harappa (S. PIGGOT, India preistorica fino al 1000 a.C. – Il Saggiatore, Milano 1964, e. VI, p. 253, f. 30 al centro; ed. or. Preistoric India to 1000 B.C., Penguin B., Harmondsworth 1960), troviamo «una figura composita con la « Testa di Cervo » (al modo di Mrgasira o di Rishyasringa) e con in mano un arco; essa sta in mezzo a due Cervidi (od Antilocapridi) stilizzati, seguiti da un Cane.

Di fronte a tale raffigurazione — evidentemente simbolica come riconosce il Pigott, che tuttavia fraintende totalmente l’interpretazione della stessa scambiando i suddetti animali per Vacche, quando invece la presenza del Cane palesa chiaramente il carattere cinegetico della composizione — è impossibile non pensare immediatamente al mito di Prajapati (Orione), Rohini (Aurora), Rudra (Apollo) e lo Svan (Canis Maior, vale a dire Sirio) ; ancorché i Cervidi compaiano ivi raddoppiati. Che si abbia a che fare in questo caso con una sorta di Proto-Prajàpati e di Proto-Rohini, sembra inoltre confermato dal fatto che, in una seconda ripetizione del motivo — dipinto in nero su rosso — nella parte opposta del disegno,, una coppia dei medesimi animali porta tra le corna un Tridente (in forma floreale, di loto ci pare), certamente emblema del Trikala (il « Triplice Tempo », cioè Passato, Presente e Futuro). La qual cosa ha necessariamente a che fare da una parte con lo Yajnacakra (la Ruota del Sacrificio annuale), l’Anno Sacro essendo emblema più in generale del Kalacakra (la «Ruota del Cielo o del Tempo»); dall’altra con la « Parola Divina », di cui un solo. quarto è manifestato di Era in Era, di stagione in stagione, di mondo in mondo, ossia in ogni sede spazio-temporale. Ancora un Cervide, alato e con Sette Tridenti floreali fra le corna, troneggia fra i due temi similari or ora descritti dell’Arciere dal Capo Cervino, disposto fra la coppia animale forse in funzione solare; i Sette Loti, oltre a rimandarci a considerazioni tantriche sui « Sette Càkra », d’altronde perfettamente giustificate dal carattere indubbiamente numinoso del contesto nel dipinto su cera-. mica, parimenti ci suggeriscono che l’insieme possa avere un significato comprensibile solo in riferimento cosmogonico alla costellazione di Orione (per la teoria sulla sua presenza al punto vernale nel periodo cronologico ivi considerato cfr. l’ultima parte della n. 2 di codesto art.).

L’asterismo di Mrgasira, infatti, è composto di Sette Stelle principali, tante quante le « Teste » di Skanda-Kartikeya ; il signore dell’Anno -Sacro nella cultura tantrico-dravidica, alternativamente a Prajapati, dispositore della Yajna nella cultura ario-vedica. Qualora 6Ì ritenga, però, che in nessun modo il mito di Rudra e Prajapati, ovvero dello Yajna. possa essere rappresentato presso una civiltà che, stando alle nostre conoscenze storiche attuali, dovette porse precedere l’invasione aria dell’India, allora si dovrebbe interpretare il motivo iconografico prima analizzato come una esplicita testimonianza del culto arcaico del « Figlio » di Śiva (i.e. Skanda) presso l’antica Civiltà dell’Indo. L’argomento sarà da parte nostra ripreso più approfonditamente in altri scritti futuri, che già stiamo elaborando. Resta solo da aggiungere, al momento, che divinità dal capo cervino od antilocaprino sono reperibili (con significati paralleli) in tutte le parti del Vecchio Continente ed anche del Nuovo, sia in tempi preistorici sia protostorici; e persino più oltre, adattate a nuove situazioni religiose, ma in genere demonizzate, com’è accaduto per il Satana cristiano. Ciò che si è smarrito via via è stato, parrebbe, di senso ciclico del Divenire, onde l’Anno è venuto a perdere la sua sacralità, che pure doveva ancora esser viva al Agrayana.

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Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul sito: https://www.simmetria.org/

Link all’articolo: https://www.simmetria.org/sezione-articoli/articoli-alfabetico/82-simbolismo-alchimia-ermetismo/1133-la-leggenda-del-cervo-della-cerbiatta-e-del-cacciatore-di-g-acerbi

LA FIGURA DEL RE PESCATORE IN INDIA E NEL NORDEUROPA

DI GIUSEPPE ACERBI

(versione integrale dell’articolo)

Re Çantanu innamorato di Matsyagandha aliâs Satyavati (pitt.ind., R.R. Varma, Epoca Contemporanea).

È nota l’importanza che ha nella leggenda graalica la figura del Roi Pêscheur (il King Fisher degl’inglesi), da tutti gli studiosi messo in relazione seppure solo parzialmente con un nume gallico, il misterioso Bran.  Quantunque, in realtà, la definizione s’estenda ben al di là del mondo celtico-cristiano. Dato che la si ritrova del pari nell’epica hindu, precisamente nel Lib.I del Mahâbhârata, opera attribuita a Vyâsa e compilata all’incirca fra il II sec. a.C. ed il II d.C.  Non sto qui ad analizzare il significato dettagliato del titolo, né la trama del poema per intero o le varianti testuali.  Vorrei piuttosto prender in considerazione esclusivamente le analogie nell’ambito della mitologia hindu e di quella cristiana fra la figura del Fisher-king (Re Pescatore) graaliano ed il corrispondente Dâçârâja (id.) mahabharatiano. 

Il Daçaraja dell’epica hindu

2. Manu a cavalcioni del Mahâmatsya del Diluvio Primevo (scultura indiana, Naurangi Darwaza, Forte Raichur, Museo Archeologico, Hyderabad).

Tale personaggio, sarà bene precisarlo, nell’ambito dell’induismo compare soltanto nell’epica e all’interno di questa unicamente nel Mahabharata.  Non altrove.  O meglio, ricorre pure in ambito folclorico, ma non con chiari connotati.  Tuttavia, sebbene in tal caso il ruolo del personaggio sia un po’ scheletrico, un fattore decisivo viene aggiunto: il nome.  Ed il nome, a chiare lettere, è Satyavrata (lett. “alla verità-votato); piú noto come Manu Satyavrata, o semplicemente Manu, cioè l’Adamo indiano.  Famoso per la saga del Grande Pesce (Mahâmatsya), posto dapprima per le minuscole dimensioni in un piccolo vaso e poi per il continuo aumento delle proporzioni in contenitori sempre maggiori.  Ivi non tratto del Pesce, se non per i brevi riferimenti necessari alla comprensione del soggetto; la discussione a seguire vertirà esclusivamente sul Re Pescatore, vale a dire il protagonista umano della saga.  Il Kathâsaritsâgara (Vol.II, Lib.V, Cap.XXV), nella trad. del Tawney, lo descrive sommariamente quale “ricco re dei Nishâda”.  Ecco il fattore decisivo che permette d’identificarlo al suddetto Daçaraja.  Sarebbe troppo lungo in codesta sede spiegarne le ragioni.  Onde non posso far altro che rimandare tale compito a 2 miei libri ancora inediti: a) Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro, b) L’Uomo e il Pesce.  Il succit. testo kashmiro ad esser sinceri adotta l’espressione “king of the fishermen” alternativamente a quella di “fisher-king”, ma lo stesso problema si riscontra nella trad. del Mahabharata.  D’altronde, che si tratti d’un attribuzione simbolica è provato indirettamente dal fatto che nel contesto dell’opera di Somadeva (XI sec.) il possente sovrano di Utsthala viene contattato da Çaktideva – brahmanico protagonista del racconto – al fine di poter rintracciare Kanakapurî, la Città Aurea.  Satyavrata colla sua nave conduce il giovane brahmano, giunto a lui dopo esser uscito indenne dal ventre d’un grosso pesce, fino ad un grande albero che s’erge su un gorgo marino.  Quivi scompare in mezzo ai flutti, sparendo alla vista.  A sera però grossi uccelli simili ad avvoltoi vanno a posarsi sul gigantesco albero ed allora Çaktideva che nel frattempo ha ottenuto la capacità di capire la lingua degli uccelli, si nasconde fra le ali d’uno di essi ed ottiene cosí la possibilità di raggiungere l’agognata meta.  In Kanakapuri il neofita incontra, dormiente come morta, la principessa Kanakarekhâ (Vena d’oro) che era stata promessa dal re di Vardhamâna – certo Paropakârin – a chi avesse potuto visitare di persona la Città Aurea.  Tornato alfine a Vardhamana, Çaktideva si meraviglia di trovare la figlia del re viva e vegeta, ma costei gli spiega di essere in quella forma umana per la maledizione d’un eremita.  Fatto sta che, secondo l’intreccio tipico dei raccoglitori di fiabe indiane sul modello del Pañcatantra (in seguito trasmesso dall’India al mondo musulmano e piú oltre fino all’Europa tardomedievale), la principessa svanisce e torna alla Città Aurea.  Nel vano tentativo di ritrovare la sua promessa sposa, Çaktideva raggiunge di nuovo Utsthala; sennonché quivi è imprigionato dai figli del Re Pescatore, che l’accusano d’aver condotto a morte il loro padre. Per vendicarlo vorrebbero sacrificare il giovane viaggiatore a Durgâ, tuttavia la loro sorella Vindumatî s’innamora di lui a prima vista e finisce per farsi sposare, ma nemmeno questa è la soluzione finale; poiché inseguendo un demone (daitya) in forma di enorme verro che imperversa attorno a lui il neofita, armatosi  cavaliere con lancia in mano, raggiunge una grotta ove incontra Vindurekhâ.  Anche costei induce il brahmano a sposarla, in tal caso per riconoscenza, essendo la principessa stata salvata dalle grinfie del demone.  Ma finisce per sparire pure lei dopo esser rimasta gravida ed aver visto il proprio feto d’otto mesi sacrificato dal marito, che a causa di ciò diviene un veggente ovvero un possessore della conoscenza soprannaturale (vidyâdhara), superiore alla naturale gnosi (jñana).  Ed ecco che giunge poi immancabile, da parte della figlia del Re Pescatore, la spiegazione di tutti gli strani eventi e la soluzione riparatrice.  Ossia Vindumati rivela allo sposo d’esser la sorella di Kanakarekha e di Vindurekha, ond’è costretta a partire alla volta di Kanakapuri, dove una quarta sorella l’attende.

Satyavati, la figlia del re pescatore (illustrazione contemporanea da antichi modelli, S.B.P. Pratinidhi, India).

Çaktideva però per via dei suoi raggiunti poteri shamanici è ora in grado di seguirla in volo e colà, nella Città d’Oro, diverrà alla maniera indiana il marito di tutte e quattro le sorelle.  Compresa la piú vecchia, Candraprabhâ (Lustro della luna).  Ed otterrà da Çaçikhandapada, re dei Vidyadhara, lo scettro di quel reame col nuovo nome di Çaktivega.  Un approfondimento di questa storia iniziatica chi vorrà lo troverà nel secondo dei miei due libri summenzionati.  Orbene, quanto ci narra il Mahabharata apparentemente è molto diverso, ma s’osservano alcuni punti in comune.  Come già rilevato, il nome proprio del Daçaraja non vien fatto.  Comunque la figlia adottiva è denominata Satyavatî, il che la collega strettamente a Satyavrata, persino sul piano filologico.  Il Re Pescatore non è altro infatti che Manu, come tale equivalente a Varuna, il Signore delle Acque tardivamente spodestato in codesta funzione da Indra o Vishnu.  Ed è significativo che ella sia denominata alternativamente Kâlî (la Vergine, non la Vegliarda), o meglio Matsyakâlî.  Vale a dire la forma ittio-uranica e primeva della dea Kali.  Del resto l’altro nome alternativo di Satyâ la designa, chiaramente, quale dea del Satyayuga (Età della Verità = Aurea).  Ed analogamente il fatto d’esser gemella di Matsyarâja, figura che funge nel poema da doppione del Matsyâvatâra, ne fa un corrispettivo di Parçu (Eva), la figlia-sposa di Manu (Adamo).  Che dire poi di Çantanu, il marito della figliastra del Daçaraja (mitica progenitrice dei Kuru e dei Pândava, le due stirpi apparentate affrontantisi nella fratricida guerra narrata nell’epico poema), se non che egli personifica Sâgara o Samudra (l’Oceano) e che perciò rappresenta la trasposizione umana di Varuna.  Infatti, come acutamente segnala E.W. Hopkins in Epic Mythology (Delhi et al. 1974), l’Oceano è presentato nei testi quale attendente di Varuna, l’Urano indiano.  Anche Platone in effetti, nel Timeo, subordina Okéanos ad Ouranós, mentre nella cosmogonia orfica il secondo funge da doppione del primo ed è Érôs a svolgere un ruolo primario.  Hopkins, illuminandoci sull’argomento, spiega che Varuna viene in genere considerato allotipo di Yama, benché l’uno sia associato cosmologicamente alla Prakriti (Sostanza) e l’altro al Purusha (Essenza).  Tant’è che il dio delle acque – un tempo celesti, poi marino-fluviali – ha come emblema la Conchiglia (Çankha) o l’Oca Selvatica (Hamsa), trasmesso anche al figlio Vala/Bala (o Vali/Bali) ed alla figlia Varunânî (cioè Ouranía, la quale per metatesi consonantica è divenuta la latina Venere); invece il dio dei morti e primo morto (al pari di Manu/Adamo) possiede la Verga, che lo rende simile al nostro Iânus.  In base a quanto appena osservato, si capirà quindi perché il Daçaraja per via della sua universale sovranità sulle acque presieda a fiumi e correnti.  Tra l’altro Çantanu, alter-ego di Satyavrata, tramite la dea Gangâ è altresí padre di Bhîshma (l’Achille indiano), cui è dedicata la cd. Bhîshma Gîtâ; intermezzo di carattere  çaiva alternativo nella forma e nei contenuti alla vaishnava e piú celebre Bhagavad, tesa ad esaltare la figura morente d’un invincibile guerriero alleato ai futuri vinti.  E non a caso in Grecia il “Tetide” Achille è parallelamente figlio d’una nereide avente quasi lo stesso nome della consorte del titano Oceano. 

Il Roi Pescheur dell’epica cristiana

Pelles, sovrano della Terra Desolata, il re pescatore cristiano (ill.cont.?).

Similmente all’Oriente in Occidente la stirpe di re pescatori – denominati alternativamente “ricchi pescatori” – è legata alla discendenza da un antenato illustre, Hebron, cognato di Giuseppe d’Arimatea; che, essendo parente di Gesú (Gardner l’identifica al fratello Giacomo, fondatore della Chiesa di Gerusalemme), connette la loro stirpe al Cristo medesimo.  In India invece, abbiamo visto, Il Re Pescatore è l’equivalente d’Adamo e la sua sede è un’isola paradisiaca.  Sede del culto cristiano viceversa è il Castello Avventuroso, dapprima identificato a quello non ben localizzabile di Corbenic e tardivamente trasferito al pirenaico Munsalwaesche (Môns Salvâtiônis).  Nei testi franco-britannici, facenti capo al Lancelot-St.Graal (XIII sec.), il depositario del culto è Re Pelles.  La bellissima figlia di costui (Elena), andata sposa a Ser Lancillotto del Lago, genererà al prode cavaliere l’ascetico Galaad; ma la trascuratezza del padre, invaghito di Ginevra, determinerà la drammatica morte della soave dama lunare.  Ciononostante sarà il mondano Lancillotto ad avvicinarsi per primo al mistero, la Voce (Interiore) promettendogli che avrebbe esaudito lo scopo della cerca da lui intrapresa analogamente ad altri compagni d’avventura.  E difatti, apertasi la sacra soglia del castello, egli scorge la Tavola d’Argento del Graal ricoperta di seta rossa; ma, ben presto, tutto dispare ed il cavaliere sviene.  Peggio ancora succede ad Estor delle Paludi, fratello di Lancillotto, cui si serrano tutte le porte.  Mentre a Galaad, indossante una cotta rossa di valore alchemico, si schiuderà alfine ogni mistero.  Gli altri cavalieri possono solo contemplare il Graal ricoperto di tela bianca fluttuare magicamente per l’aere, essendo incapaci per loro natura di penetrare il significato recondito della visione.  Il trio eletto invece, Bohors-Parsifal-Galaad, dopo l’avventura sull’incorruttibile Vascello di Salomone – che sta al Santo Vasello come la Confraternita (allusione ai Templari) sta al Cuore (purificato dal Santo Spirito) – e l’incontro colla “Pulzella-che mai-non mente” (Vêritâs) – la quale mostra loro la Corona d’Oro e il Letto a Tre Fusi (Verde, Bianco, Rosso), proveniente dal paradisiaco Albero della Conoscenza – riesce nell’intento di portare a termine la cerca nel Castello del Graal.  I 3 colori indicano la triplice fase realizzativa della trasformazione interiore: ViriditasAlbêdô e Rubêdô.  Essa è connessa colle tappe principali dell’iniziazione ermetica: Risalita, Rinascita ed Illuminazione.  Galaad, che già aveva retto la Spada di Salomone (immagine della Coscienza dell’Unità Divina), riunisce alfine le due metà della Spada Spezzata (la Conoscenza degli Opposti) con cui era stato ferito Giuseppe d’Arimatea; al dire di De Boron (XII sec.), il primo custode della Coppa dell’Ultima Cena, posta in un’arca e denominata in seguito Graal.  La storia narrata dal chierico borgognone differisce da quella del ciclo vulgato.  Entrambe le versioni concordano comunque che Giuseppe fu imprigionato dai giudei in un sotterraneo, ma la prima fonte aggiunge anche della fuga di Nicodemo; inoltre per il chierico è Gesú che gli porta direttamente la Sacra Coppa di nascosto in carcere, mentre per l’anonimo è Giuseppe che se la procura nella casa ove era stata consumata l’Ultima Cena il giovedí prima di Pasqua. In entrambi i testi non si fa menzione di Longino.  Da una parte è il Redentore a raccogliere il proprio sangue nel calice, dall’altra è Giuseppe a convogliarlo in esso dalle ferite stillanti.  Quasi che il corpo del Cristo fosse ancora vivo dopo la deposizione dalla croce, come peraltro paiono sottintendere gli Apocrifi allorché insegnano che la vera Resurrezione può avvenire soltanto in vita, non in morte.  Tant’è che secondo De Boron (iv), il quale del resto a differenza della fonte anonima – piú ambigua ancorché piú esplicita – mette in rapporto la Vergine Madre non collo Spirito Santo bensí col Padre, la coppa è il simbolo della morte di Gesú.  Una morte soltanto simbolica, dunque, poiché il Figlio è increato; sebbene l’anonimo incongruentemente attribuisca a Giuseppe, per volontà del Cristo risorto, il voler farsi credere morto “affinché la sua riapparizione assumesse la natura di un evento al di là dell’ordine naturale delle cose”.  Eppure del Figlio di Dio è scritto, proprio in De Boron, che “apparve a Maria Maddalena, ai Suoi Apostoli, ai Suoi seguaci… in carne ed ossa”.  Come se sulla Croce, col pretesto d’una rappresentazione rituale di carattere iniziatico, fosse scemata esclusivamente la natura corporea del Cristo e non lo spirito vitale. 

La Sacra Coppa del Graal (Anon., oggetto rituale antico, Cattedrale, Valencia, Spagna, dat.inc.).

Il ferimento rituale del primo possessore della santa reliquia, poi ripetuto nei confronti del Re Magagnato a mezzo di Lancia, aveva reso perciò tutta la dinastia dei Ricchi Pescatori dei re paralitici; o zoppi, se vogliamo.  Ad imitazione del Maestro.  Onde rappresentare materialmente lo stato di necessità in cui trovavasi l’uomo decaduto e bisognoso di purificazione, lontano dal regno edenico.  Quel che catechisticamente chiamasi “Peccato Originale”.  I tre cavalieri scelti all’interno del Castello del Graal hanno la visione di Gioseppo, il primo vescovo, figlio di Giuseppe d’Arimatea.  La veste rossa del Re Pescatore, qual è tratteggiata nelle descrizioni varie del personaggio, è quella stessa vescovile.  Trattasi tuttavia, in tal caso, d’un vescovo gnostico.  Gioseppo era stato l’unico ad avere il privilegio di ricevere il sacramento dell’ordine direttamente da Cristo nel Palazzo Spirituale della città di Sarraz, in Mesopotamia, laddove era passato il profeta Daniele cogli altri ebrei condotti schiavi a Babilonia da Nabucodonosor.  Colà, aprendo l’arca istituita dal padre aveva avuto a sua volta la visione dell’Uomo Rosso, di veste e di carne.  Ed aveva ricevuto i paramenti sacri: la bianca mitria, la veste rossa nonché l’anello del pescatore ed il pastorale.  Quest’ultimo simboleggiava simultaneamente il Rigore e la Misericordia, l’anello l’Unione con Dio e colla Chiesa, la mitria la purezza ottenuta colla confessione dei peccati; il color rosso alludeva invece alla Câritâs, ovvero all’Amore Divino, che a mo’ di fuoco spirituale scioglie i limiti d’ogni individualità e trasforma il prossimo in noi stessi.  I tre cavalieri dunque vedono recare nel castello da parte di 4 Angeli una lancia-grondante-sangue e il vescovo la posa nel Sacro Calice.  È per conservare la preziosa reliquia che è stata edificata la roccaforte di Corbenic, cui presiede appunto la figura enigmatica del Re Pescatore.  Da Gioseppo attraverso Hebron, Alano il Grosso ed altri, sono discesi Pellehan e Pelles.  Fra Gioseppo ed Alano si colloca il summenzionato Re Paralitico (ossia Re Evalac, detto lo “Sconosciuto” poiché nulla sapeva delle proprie origini), il quale dopo la visione trinitaria degli Alberi dall’unico fogliame e la conseguente conversione assume il nome di Mordrain.  Un po’ diversa sarà l’impostazione della narrazione nella letteratura tedesca tardomedievale, attestante una situazione posteriore di culto; allorché il Castello del Graal si sposterà in una regione piú meridionale, addirittura ispanica.  Tale sarà il castello di Anfortas (storpiatura letteraria per Alfonso d’Aragona, re di Spagna), alla corte del quale non giungerà Galaad in compagnia degli altri due eletti; bensí il solo Parsifal, detto non per niente il “Cavaliere Rosso”.  Ed allora si capisce quale debba esser stato il Sacro Calice nelle funzioni cerimoniali medievali: quello ovviamente a forma di doppia coppa – corrispondente nella sagoma al Sigillo di Salomone – ora conservato nella Cattedrale di Valencia ed ossequiato in un viaggio pontificio persino da Papa Woityla, sebbene la Chiesa Cattolica affermi dal suo punto di vista (legittimo, ma non vincolante) l’inesistenza del Graal.  Un’ultima cosa resta da dire sul simbolismo evangelico del Pesce.  A codesto emblema si richiama quel passo della Cerca in cui non sono “pesci e pani” ad esser moltiplicati per sfamare gli astanti, come nei Sinottici, ma un unico Grosso Pesce.  È il dodicesimo figlio di Hebron, Alano, a pescarlo un dí in Gran Bretagna su ingiunzione di Gioseppo dopo il trasferimento dalla Palestina in terre settentrionali dell’Europa.  Questo “pesce di notevolissime dimensioni” si richiama al tema del pesce piú grande non rigettato dal pescatore intelligente a differenza dei piccoli, ricorrente in un passo (vii ) del Vang. di Tommaso ed illustrante il Salvatore in dimensione gnosticheggiante.  Di tale pesce allusorio, relativo all’espandersi incontrollato dell’evangelizzazione su un doppio piano interiore ed esteriore, asserisce infatti il rimaneggiamento epico ottocentesco del Boulanger che “crebbe di modo che tutti coloro che avevano fame poterono saziarsi come se avessero avuto davanti a sé le migliori carni del mondo”.  In memoria di ciò Alano è stato denominato il “Ricco Pescatore” per eccellenza, dopodiché l’appellativo è passato a tutti gli altri discendenti a seguire.

                                                                                        Giuseppe Acerbi

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Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

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YAMA E LA LEGGENDA BIBLICA DEL PECCATO ORIGINALE

di GIUSEPPE ACERBI

A. Premessa: i dati

Nella cultura hindu esiste, com’è noto, un mito paradisiaco parallelo a quello giudaico-cristiano. Anzi, è possibile ritenere addirittura che il primo abbia in qualche modo influenzato il secondo, sicuramente tramite la cultura zoroastriana in funzione intermediatrice. Almeno, a giudicare dall’etimo (1). Non a caso il personaggio principale di entrambi i miti è un essere umano archetipico dal nome semplicemente di ‘Uomo’ (scr. Manu, ebr. ‘Ādam), donde sembra derivato da una parte il concetto indoeuropeo d’onomastica (2) e dall’altra quello di umanità (3). Sebbene non esista in India apparentemente nulla d’analogo alla leggenda di Adamo e del Peccato Originale, vi è pur tuttavia qualcosa che ad essa rassomiglia. Proviamo a riassumere brevemente il tema biblico, al fine di analizzare strettamente i mitologhemi dei quali è composto e confrontare se per caso nell’induismo non appaia alcunché di lontanamente paragonabile; magari con l’aiuto della tradizione avestico-pahlavica, che è piú sentimentale di quella vedico-puranica e quindi piú prossima all’idea di peccato (4).

  1. a)Adamo è in origine un essere androginico, prima di generare dalla propria costola la propria compagna, Eva.
  2. b)Insieme a lei vive spensieratamente felice in uno spendido Giardino delle Delizie, l’Eden.
  3. c)Il Creatore concede ad essi tutti i frutti del ‘Giardino’, tranne uno, i pomi d’un misterioso albero.
  4. d)Presto però un turbamento penetra nel luogo del loro idillio: Eva è tentata dal Demonio in forma di serpente presso l’Albero del Bene e del Male, detto anche Albero della Conoscenza.
  5. e)Il Serpente Tentatore la induce a mangiar la famosa ‘Mela’, donde provengono tutti i mali annessi da allora in poi alla loro progenie.
  6. f) Dopodiché i due s’accorgono d’esser ignudi e si vanno a nascondere per la vergogna.
  7. g)Il Creatore, accortosi indirettamente del peccato di disobbedienza dal loro nuovo comportamento, li scaccia dall’Eden.

Questi, sostanzialmente, i 7 punti fondamentali della leggenda cosmologica che compare nella ‘Genesi’ (5) riguardo la creazione umana. Inutile aggiungere che molti sono i motivi similari dispersi in altre mitologie relativi alla condizione paradisiaca. Per comprenderne le connessioni col tema biblico appena sommarizzato occorrerà analizzare punto per punto la vicenda, indipendentemente dalla trasgressione di cui sono accusati i Progenitori nella tradizione giudaico-cristiana e che da un punto di vista strettamente teologico renderebbe in apparenza troppo limitative le compararazioni possibili con altre tradizioni. Invece, analizzando ogni punto in comune di altre tematiche pararadisiache con quelli sopra genericamente indicati, ci accorgeremo che si può ricostruire a grandi linee l’intero mito edenico del Peccato Originale cosí come esso doveva apparire in origine, al di là delle molteplici forme nelle quali esso si è via via separato e poi disperso. La tecnica da noi adottata, lo palesiamo senza ritegno, l’abbiamo presa a prestito chiaramente dalla O’Flaherty (6). La scrittrice newyorkese l’ha utilizzata per dare un senso compiuto all’intera mitologia shivaita. Tutti i mitologhemi dei quali essa è foggiata presi separatamente dipingono un quadro molto vario, ma dispersivo, del nume. Unitamente, mostrano una logica consequenziale piuttosto stretta, quasi si trattasse di pagine dimenticate d’un antico e bellissimo mito dispersosi nei meandri del fiume del tempo. Per unire tutti i mitologhemi disponibili bisogna raccoglierli da fonti varie in forma critica, non solamente da un testo; altrimenti ci limiteremmo a stabilire la storia del mito da noi considerato solamente in rapporto a quel dato testo. Qui non si tratta infatti di creare la versione teoricamente completa d’un testo, in base a tutti i manoscritti reperibili, come potrebbe avvenire col Mahābhārata o la Bibbia. A tal compito sono già preposti studiosi di paleografia, filologi, critici letterarî, linguisti, traduttori e storici della letteratura. Al contrario, ivi si vuole estendere il mito a tutti i paralleli possibili, non per far gratuitamente della mitologia comparata; ma ad un fine molto più elevato, di modo che si possa trovare il bandolo della matassa e comprendere appieno il significato intimo dell’intera leggenda. Stabilito il metodo, passiamo all’analisi diretta dei punti indicati. 

B. Analisi della leggenda

1. L’ANDROGINIA ADAMICA

La storia dello sdoppiamento del primo Adamo nella coppia di Adamo ed Eva, che avviene in Gen.- ii. 21-2, implica necessariamente l’androginia primaria di Adamo (7), come del resto attestato in Talmud Ketubot 18, Rashi.   Androginia che difatti troviamo anche in Iran colla coppia avestica Yima-Yimak, nata primordialmente dall’Albero Alchemico (8). Lo stesso può dirsi per i loro equivalenti hindu Yama e Yamī (x. 10, 1-14), i <Figli del Sole> (Vivasvat, ivi chiamato Gandharva), presso i quali la cosa è sottolineata dal fatto che in sanscrito la voce yama significa appunto ‘gemello’; benché nell’inno in questione il fratello-gemello cerchi con scrupolo morale di sottrarsi all’incesto cosmogonico colla scusa della rettitudine (vv. 1-4), ma è lei che con desiderio tutto femmineo lo spinge all’atto sessuale (vs. 5), asserendo che il dio Tvaṣar (il Creatore, il Demiurgo) li ha fatti marito e moglie quand’erano ancora nell’utero. Yamaallora subito obietta esprimendosi con queste sibilline parole (vs.6): “Chi conosce quel primo giorno? chi lo ha visto? chi può dare qui notizie di esso?” Dopodiché, sempre allo stesso verso, egli l’accusa di lussuria, ma lei ribatte calma (vs.7): “A me Yamī è venuto desiderio di Yama, di giacere assieme in uno stesso letto. Come moglie al marito, che io gli possa concedere il corpo; possiamo noi due rompere, come (rompere) due ruote di carro (9).” Al vs.8 Yama la respinge per la seconda volta, ma Yamī  insiste indicando Cielo e Terra come fratelli eppure nel contempo sposi.  Per questo si dichiara al vs.9 disposta volentieri a subire incesto.  Yamacomunque non la vuole (vs.10): “…cerca …un altro sposo diverso da me.”  E fa un ultimo tentativo: “Che fratello può esser mai, se non c’è protezione (da parte sua)? Che sorella sarà mai, se la distruzione può venire? Costrettavi dal desiderio vado sussurrando tutto questo; unisciti col tuo corpo al mio corpo.”  Nulla da fare, il fratello non ci sta (vs.12): “Non voglio unire il mio corpo al tuo corpo, chiamano scellerato chi s’accosta alla sorella.  Con un altro da me soddisfa le tue voglie; tuo fratello… non desidera questo.”   La sorella, dunque, lo accusa di viltà, di mancanza d’animo e di cuore (vs.13), cosa cui il fratello replica seccamente: “Un altro (abbraccia tu), o Yamī, un altro abbracci te, come la liana l’albero…” Giustamente, fa notare il Papesso (10), il testo si contraddice laddove si riferisce ad altri rispetto alla prima coppia umana. Ma è chiaro che questa è una coppia cosmogonica, non una coppia in senso naturalistico.  Basta pensare al significato del nome Adamo, ossia ‘Uomo’; significato che è poi il medesimo del nome Manu, alter-ego di Yama (11).

Passando all’etimo del nome Yama – l’abbiamo rilevato in altri nostri scritti (12) – è lo stesso del norr. Ymir, pure costui un essere androginico; o del lat. Iānus, che al femminile dàIāna (13). Persino nel caso della coppia tardo-iranica Mašya-Mašyanē abbiamo a che fare con una perfetta complementarietà del maschio e della femmina mitici, secondo quanto suggerisce l’onomastica pahlavica.  Tutto ciò ci suggerisce che tanto la coppia induista Manu-Parśu (lett. ‘Costola’) quanto la coppia ebraica ᾽dam-Hawwā (var. Héva) rappresentano un doppione delle altre coppie succitate. E non importa che la prima appartenga alla letteratura indoeuropea (sarebbe meglio, secondo noi, riportare in auge il vecchio termine ‘jafetica’) e la seconda a quella giudaico-cristiana, cioè semitica. Appare evidente che vi è stato un prestito dall’India alla Palestina, probabilmente attraverso Abramo e la Sumeria, insomma per via camitica (14).  Usando i giusti termini, cioè i termini tradizionali (biblici), si capisce benissimo perché vi siano stati dei prestiti fra culture affini (camitiche, semitiche e jafetiche).

2. IL GIARDINO EDENICO

La nascita di Adamo (ii. 7), a ben guardare, precede la creazione del Giardino (vs.8); cosí come la vita di Adamo nell’Eden vero e proprio (vv. 15-20) precede la nascita di Eva (vs.23), che è quasi strettamente legata all’entrata in scena del Serpente (iii. 1). Quando entra in scena quest’ultimo si ha l’impressione di trovarsi già in un ambiente paradisiaco modificato. Da punto di vista ontologico la monogenesi di Adamo indica che Adamo è tutt’uno con Dio al principio, tant’è che ne è fatto a perfetta somiglianza. Di questa vita primordiale poco o nulla è scritto nel testo, se non che “Dio fece crescere dalla terra ogni albero desiderabile a vedersi e buono da cibo” (ii. 9); insomma, per dirla colle parole dei nostri giorni, la natura appariva rigogliosa e la terra produceva frutta e verdura senza bisogno di stimolarla con mezzi artificiali. Ovviamente, il fatto ha un significato criptico, poiché l’abbondanza di nutrimento allude allo stato spirituale dell’uomo delle origini di piena consapevolezza di sé. Non solo, la mancanza di cenni ad ogni forma di produzione umana di cibo, orticola o pastorale che fosse, implica che l’uomo in quell’illud tempus non ne necessitava neanche da un punto di vista mentale. In quanto l’ego non la faceva ancora da padrone e tutti i propositi del vivere erano indirizzati esclusivamente alla conoscenza dell’Albero della Vita nel mezzo del Giardino delle Delizie. L’uomo era solito guardare verso l’alto e non si sentiva estraneo alla vita universale, di cui rappresentava in certo senso la gemma piú splendida; ma, nel contempo, non ne andava eccessivamente orgoglioso. Quantunque, contrariamente ad altre tradizioni, ad es. quella sumerica (15), la tradizione ebraica assegni direttamente al’Uomo (Adamo) il compito di stabilire il giusto nome alle cose. Implicite dunque le allusioni di tipo ermeneutico, che ritroviamo mutatis mutandis nella filosofia greca, vale a dire nel Cratilo di Platone. E al pari di un dio Adamo applica beatamente il nome agli animali (vs.20), ma nessuno lo aiuta e lo gratifica, per cui si sente solo.  Per la verità pure cotale sensazione ci rimanda ad un atteggiamento divino, quello del Dio Supremo che ha bisogno di creare (16). Ed ex-nihiloemana la Creazione sotto forma d’ideale figlia-compagna, cosa che avviene difatti nel mito adamico originario, il mito indiano. Dove Parśu è figlia, prima che sposa, di Manu. Dato che nel giudeo-cristianesimo la dualità fa capolino fra Creatore e creatura, la femmina non proviene direttamente da Dio, bensí dall’Uomo per intermediazione maschile.  Nella leggenda di Manu, invece, i medesimi presupposti non consistono. Manu è l’Uomo-dio dei primordî, l’aggiunta del Matsyāvatāra è soltanto una replica vishnuita. Il Veda originario (17) non lo contempla, dato che il Pesce (non l’Uomo-pesce) è un’immagine di Brahmā, il Creatore. Ed il Pesce è colto direttamente col vaso sacrificale, s’intende col cuore umano. Come a dire che c’è perfetta identificazione fra l’uno e l’altro, fra Manu e Brahmā. L’identificazione fraYahweh-Elohīm ed Adamo non compare invece mai apertamente nel testo biblico, per quanto il vs. v. 1, ed anche quello successivo, l’adombrino chiaramente. Soltanto la Cabala la postula chiaramente; ma in questo caso la fisionomia adamica muta iconologicamente, passando da 1 a 4 Teste (18). Come quelle, non a caso, di Brahma e Giano. 

3. Il FRUTTO PROIBITO

L’astuzia del Serpente e la leggerezza della Donna fanno in modo che l’Uomo non si accontenti di vivere nella spensieratezza del Giardino, ma che vogliano conoscere i misteri divini e in particolare il mistero della Conoscenza. Di qui la fame di voler gustare il “frutto proibito”, la ‘Mela’ cresciuta nell’Albero situato al ‘Centro’ del Giardino. Che è questa Mela se non il Mondo medesimo, basato sul Divenire? L’Asse di Mezzo – l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male – ne è il perno, il tronco; ma la ‘Mela’, cioè il Mondo stesso, ne è il frutto. Di qui la moltiplicazione particolare che ne fa Milton nei cd. ‘Alberi della Scienza’, scalati i quali i Progenitori ormai al di fuori dell’Eden (nell’ambito del Paradise Lost) ottengono soltanto cenere. Perché la scienza ha solo valore pratico, reca lavoro, ma è vuota di contenuti ideali. Impossibile andare oltre nell’analisi di questo tema, perché l’uomo ne è tuttora avviluppato, anzi sempre maggiormente. La ‘Mela’ di Eva non è diversa da quella di Afrodite di classica memoria, a dimostrazione che una diversa interpretazione del frutto proibito (la vulva della donna) non si discosta di molto dall’altra. Sempre e comunque vi è un limite, sorpassato il quale si scatenano contese e mali a non finire, poiché si tratta in ogni caso del passaggio dall’universale all’individuale. Annche la ‘Mela’ di Biancaneve rientra nel novero dei miti della Conoscenza. La ‘Mela’ <mezza avvelenata> è sempre il Mondo, fatto di Bene e di Male, che una volta incontrato nelle sue sfaccettature prima ignote, produce problemi a non finire, praticamente irrisolvibili.

4. LA TENTAZIONE DA PARTE DEL SERPENTE

Vi è una differenza fra il Serpente dell’Eden e il Dragone apocalittico. Il primo spinge i Progenitori alla Dualità, ma una Dualità che è un semplice venir meno del senso dell’Unità Divina o meglio della Non-dualità; mentre il Dragone è foriero di Dualismo, non riconciliabile in nessun modo coll’Unità Divina. Ciò che spinge la Donna a gustare del frutto proibito e poi a darne assaggio all’Uomo è una sete di conoscenza: aprirete gli occhi, è detto in iii. 5; e gli occhi si aprirono, si aggiunge in iii. 7, ma seppero allora di essere nudi. Questa è la conoscenza infatti che si apre ai loro occhi, la conoscenza del dettaglio, dell’inessenziale. La Serpe, colle sue spire, implica la nozione di dualità in tutte le sue forme (bene-male, giorno-notte, cielo-terra ecc.). Una volta introdotta questa nozione nell’animo, non ce ne si può piú liberare. Nascono in tal modo le paure, come si deduce dal fatto che la primma coppia umana abbia paura dei passi di Yahweh e si nasconda, dopodiché essa cela le proprie pudenda con foglie di fico. In ciò si nota chiaramente come la tentazione e la corruzione siano praticamente la medesima cosa. La perdita dell’ingenuità è la perdita irrimediabile della consistenza d’animo.

5. IL PECCATO ORIGINALE 

Il Peccato Orignale viene considerato un peccato di disobbedienza a Dio.  Ma qual è veramente la disobbedienza a ragionar profondo?  L’aver gustato il frutto proibito? Chiaro che ci troviamo di fronte ad una grande metafora umana: ma quale?  Nell’Avesta esiste il cd. ‘Peccato di Yima’, il quale benché stigmatizzato dagli zoroastriani in tempi tardi, doveva essere in origine la prerogativa principale del personaggio. Ora di che è accusato Yima?  …esattamente di aver adorato sé stesso.  Se noi pendiamo tale affermazione cum grano salis, ne possiamo dedurre che in principio l’Uomo faceva della propria adorazione il suo vessillo.   Come si può conciliare ciò colla parabola della disobbedienza biblica? Si può, ma evidentemente la cosa si deve intendere in un senso particolare. Non come chiusura nell’ego, ma al contrario come apertura verso la propria natura spirituale immortalante. Sicché la perdita di tale apertura ha determinato una caduta profonda, la Caduta appunto di cui parla la Bibbia.  Onde si può immaginare che la disobbedienza in realtà sia la misconoscenza, intervenuta ad un certo punto della vicenda umana, della propria natura.

6. LA COPPIA, IGNUDA, SI VERGOGNA DI SÉ

Il pudore fa parte dell’abito mentale d’ogni coppia timorta di Dio, ma in origine le cose non dovettero stare a questo modo. Il senso di disagio che coglie i Progenitori allorché hanno disobbedito alla Divinità – evidentemente si trattava d’un comando implicito allla propria natura, fuor di metafora – è tale che provano vergogna quando Yahweh si palesa loro di nuovo. Questo palesarsi ha luogo dietro contemplazione, non si può prender il racconto troppo alla lettera; contemplazione che era venuta meno quando la volontà li aveva spinti all’azione e all’allontanamento dal precetto di obbedienza, fino a che si rendono conto di quel che hanno fatto. La coscienza dell’essere venuti meno alla loro natura profonda li scoraggia, ponendoli in una condizione di sofferenza intima, sofferenza che ci è stata trasmessa e che viviamo ancor oggi noi popoli civilizzati.

7. CACCIATA DAL PARADISO

La ‘Lama Fiammeggiante’ dei Cherubini (angeli concepiti dagli ebrei sotto forma di tori alati), di cui si tratta in Gen.- iii. 24, allude senz’altro sul piano cosmologico alla costellazione del Toro; che all’inizio del quarto ed ultimo ciclo edenico (19)signoreggiava il Punto Vernale.  Infatti, “ruotava continuamente per custodire la via dell’albero della vita”. Il Toro, naturalmente, è collegato alla Torāh; la ‘Legge’, il Dharma in termini sanscriti. Simultaneamente al Polo Artico stava l’asterismo del Dragone (= il Serpente), causa simbolica della Caduta; al Polo Antartico era invece collocato in parallelo Canopo (= il Vaso), la cui presenza nei cieli non traspare tuttavia dalla leggenda biblica, se non in un caso: nell’iconografia, in un manoscritto italiano del XV riportato dal Neumann (20). L’autore suggerisce una comparazione, d’altronde, colla conca battesimale in quanto fonte dell’Acqua di Vita o persino colla Madonna intesa appunto quale Vaso di Grazia. Nel racconto vedico, viceversa, potrebbe esser presente se in tal modo interpretiamo il recipiente sempre piú vasto nel quale Manu è costretto a riporre il Pesce Avatarico (21).

C. Conclusione: riflessioni finali

Ora possiamo ricostruire per bene il mito edenico nei termini seguenti. L’Uomo in principio era androginico, non soggetto ad alcuna forma di dualità. Coglieva direttamente nel riflesso del proprio cuore la Divnità, cui s’identificava.  Vivendo sulla Terra come in un Giardino di Delizie non gli mancava nulla, ma ecco che si approssima alla sua mente il desiderio di essere qualcosa di diverso da sé, vale a dire di conoscere il mondo in dettaglio. Il che lo porta a contrapporsi alla Divinità e a sperimentare la realtà. Questo è l’inizio d’ogni conoscenza. Ma la scienza mondana è un frutto proibito, denso di valori negativi. Il frutto della contrapposizione a Dio ha come conseguenza una contrapposizione fra Sé e il Mondo, donde origineranno tutti i mali umani. L’Uomo comincia ad autocommiserarsi anziché gloriarsi di Sé, dimenticando il valore fondamentale del proprio cuore.  Questo l’errore fondamentale, donde nasceranno il timor religioso ma anche le paure varie.  A cominciare dalla vergogna per la sua nudità. Il Re ha perso lo Scettro e presto perderà pure la Corona. L’Uscita dal Paradiso, cacciata o meno che sia, ne è la tragica conseguenza.

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Note

  1. Cfr. L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991, Prem. del T., p.15.  
  2. Il termine Manu designa metonimicamente l’umanità primeva, ma si pone in diretto collegamento colla voce sanscrita manuṣya; la quale è invece riferita generalmente all’umanità decaduta, tipica del Kaliyuga, l’arco di millennî con cui si chiude il ciclo manvantararico (lett. ‘periodo di Manu’).  Rispetto ad esso  il scr. nām-a(‘nome’) cosí come il lat. nōm-en (id.) ed gr. o-nom-a (id.), ha base filologica pressoché inversa – *nam < man  – cioè equivalente per la mentalità arcaica.   Probabilmente i nomi, umani e non, sono dunque stati concepiti nella cultura indoeuropea (sarebbe meglio biblicamente dire ‘jafetica’) come un’imitazione di quello dell’Uomo per eccellenza.
  3. Anche l’ebr. ādām significa ‘uomo’.   E il sostantivo è correlato, sicuramente, al lat. hōmo; dato che nell’un caso e nell’altro i termini sono apparentati a parole significanti ‘terra’, o meglio  terra umida.  Vedi l’ebr. dam (‘argilla, terra rossa’), nel senso di terra impastata con l’acqua; o, se vogliamo, con la saliva  (= acque celesti) del dio uranico primevo.  In greco si ha parimenti dām-osdēm-os (‘terra, popolo’, ossia l’insieme degli eseri umani, con riferimento particolare alla Quarta Età ciclica), una voce che pare quasi – desinenza a parte – l’abbreviazione di Dē-mēter. Il concetto arcaico di Dē, donde sorge durante l’Epoca Ferrea la figura numinosa di Dē-mēter ovvero la Terra Madre personificata, deriva d’altronde da quello prisco ed aureo di Γή (egiz. Geb); una figura androginica identificabile all’Oca Primigenia che cova l’Uovo del Mondo, da cui secondo gli orfici nasce Eros Protogeno.  In altre parole Ουρανίa, la Dea del Cielo e dell’Armonia Celeste, appunto quell’Afrodite che secondo una variante del mito greco sarebbe stata generata dal ‘Fallo’ di Urano caduto (insomma penetrato, a mo’ di Axis Mundi ) in ‘Acque’ che potremmo comodamente definire ‘Celesti’.  Per le implicazioni del simbolo fallico in questione cfr. G.Acerbi, Il Re Pescatore, sovrano universale delle Acque, nella letteratura indoeuropea. Paralleli fra Bran e Brahma, nonché Varuna e Urano– Alle Pendici del Monte Meru (blog, 22-07-07), pp. 1-14.

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/12/il-re-pescatore-sovrano-universale_15.html

Egualmente in latino troviamo lo strano aggettivo humānus, il quale non deriva dahōmo, secondo quanto in genere si sostiene, bensí da humus (‘terra umida’) nell’accezione di ‘terreno, umano,’.  Altrimenti sarebbe homānus, oppure avrebbe la vocale lunga anziché breve.  Ed è oltremodo significativo che il dio erotico indiano Kāma, sposo di Revā (avente per cavalcatura l’Oca non meno d’Afrodite), abbia etimo grossomodo apparentato – *km = *hm – a quello del lat. humushomo.  Kama non è che un antico dio uranico-solare, al modo del latino Cupido.  Provoca le nascite degli esseri con le proprie 5 emblematiche frecce, usate come raggî, non essendo altro che il Cielo personificato in senso erotico-volitivo.  Per questo la Terra e l’Uomo, inteso in quanto mediatore tra i due opposti alla maniera della Grande Triade cinese, hanno etimo correlato in latino.  In greco Cupido era denominato Hímeros, voce che evidentemente rientra nel giro dell’etimologia indicata, dato che il pref. *him- (cfr. con l’a.at. him-mel = ‘cielo’) rimanda all’idea d’un ardore (eros) celeste-creativo.  Nella lingua greca rimane ancora, a testimonianza dell’esistenza d’un vocabolo femminile ctonicamente contrapposto, lo stato in luogo kamaí (‘a terra’).

  1. Ciò è esattamente il contrario di quanto ebbe a dimostrare il Gnoli in suo art. (G.Gnoli, Note su Yasht xxxx– S.M.S.R., Roma 19xx, pp. xxx-xx ).  Non che il Gnoli avesse torto, certamente.  L’antica Persia era piú vicina all’antica India che all’antico Israele, però rispetto al modo di pensare indiano quello iranico antico presentava indubbiamente alcuni aspetti sia pur minoritarî  maggiormente prossimi alla mentalità ebraica.
  2. Utlizziamo il femminile in relazione al gr. génesis, che è appunto un sostantivo femminile.  Che importa se il termine equivalente giudaico è  maschile?
  3. Il riferimento ovvio è a D. O’Flaherty, Śiva: The Erotic Ascetic– Oxford-N.York-Toronto-Melbourne 1981. 
  4. Tant’è che in un passo (v. 1-2) c’è un’apparente incongruenza, benché mascherata dalla traduzione: “Nel giorno che Dio creò Adamo lo fece a somiglianza di Dio.  Li creò maschio e femmina.”  Si nota uno strano uso del plurale, visto che il riferimento precedente è al singolare; nel passo si parla solo di Adamo, non della coppia.  Trattasi d’un passo conclusivo nel quale si riassume a mo’ di epigrafe l’esito della creazione umana paradisiaca, descritta nei precedenti 4 capitoli.   Il Dio Supremo d’altronde, in ogni tradizione che si rispetti si situa al di là degli opposti e complementari.  Che ragione vi sarebbe di paragonare la Divinità ad Adamo se questi fosse ivi concepito come un semplice maschio, ossia come uno dei due opposti della coppia cosmogonica?  Se è fatto a somiglianza di Dio e non del Diavolo è insomma un intero, non una metà, come credono scioccamente certuni confondendo Dio col Creatore (Demiurgo).  Cfr. in proposito il comm. della Bibbia Cei.  Noi abbiamo utilizzato la versione del 1973.  
  5. G.Acerbi, La simbologia fitomorfica: l’orticoltura nel mito delle origini – V.d.T. ( gen.-mar./ apr.-giu. ’93 ), A.XXIII, NN. 89-90,  Palermo 1993, pp. 25-38 e 78-90  (il nucleo orinario era stato inviato a Il Giornale della Natura di Milano, ma era rimasto inedito per l’eccesiva lunghezza).
  6. Per la traduzione ci siamo serviti in tutto l’articolo di V.Papesso (a c. di), Inni del Ṛgveda– Ubaldini, Roma 1979 (I ed. Zanichelli, Bologna 1929 e ‘31, 2 tt.).  L’espressione verbale vi vṛh non ci pare però sia tradotta bene dal traduttore italiano, avendo fatto meglio altri (H.H. Wilson, Ṛgveda Saṁhita– Nag P., Delhi 1978, Vol.VI, p.28) che traduce cosí l’ultima parte del verso: ”…let us exert ourselves (‘sfrorzarci’) in union like the two wheels of a waggon.”  La frase implica uno sforzo morale, al di là delle convenzioni, ma è chiaro che si tratta di un’attribuzione sacerdotale postuma; in tempi primordiali non esistevano né Mitra né Varuṇa (citati al vs.6), né scrupoli morali, essendo l’Esistenza medesima (la Divinità-in-Sé, ovvero il Desiderio di esistere come insegna il Ṛgveda) a spingere innocentemente al coito i primi esseri umani.
  7.  Pap., op.cit., p.186.
  8.   A nostro giudizio il doppio nome del ‘Primo Uomo’, che ritroviamo da piú parti, allude ad una doppia provenienza tradizionale; da un lato la tradizione aria (Yama), dall’altra quella anaria, in particolare quella turanica (Manu).
  9.  Ac., Il Re P., p.12, n.8.
  10.   Vi è chi considera questo nome non originario della mitologia di Giano presso gli antichi Latini, però i suoi corrispondenti indoeuropei dimostrano il contrario. Intendere esclusivamente il nume in riferimento a due immagimi maschili imberbi o barbute ed equivalenti è un nonsense, a meno d’intenderli come ‘gemelli’.  La radice dei due termini è la medesima, benché la base primaria sia il vr. īre (scr. i).  Giano, in quanto signore degli inizi, per forza di cose dovette essere un dio androgino.  Questa non-dualità originaria si è esplicata in seguito in varie applicazioni, dai solstizî (ovvero l’arco ascendente e discendente dell’anno, che nei primordi in rapporto all’Artide dovettero significare luce e tenebre) alla gemellarità, dalla coppia erotica (scr. mithuna, indicatrice del Segno dei Gemelli) a quella dei due luminari celesti (Sole-Luna) ecc.  Quindi, ragionare partendo dai dati storici reperiti della tradizione romana archeologicamente falserebbe la nostra prospettiva.  Perché, di questo passo, dovremmo in parallelo trasformare Brah in un dio medievale induista, non compaarendo icone prima d’una certa epoca.  Non bisogna dimenticare che fino ad un certo periodo infatti la Tradizione era essenzialmente orale ed anche dopo la stesura delle Scritture (fra i Latini fra l’altro non vi sono erano Scritture a parte i Libri Sibillini e siamo quindi costretti ad affidarci ai letterati, che sicuramente hanno un po’ deformato il quadro dei dati sacrali) l’esegesi dei testi passa sempre per delle scuole interpretative, a meno di conoscere la ‘Lingua degli Uccelli’, che è riservata ai soli iniziati.
  11.   Come il mitologhema possa esser giunto nel Paese di Sumer è presto detto.  I Sumeri narravano di provenire geograficamente dal Dilmūn, un’isola od arcipelago cosparso in qualche zona del sottostante Oceano Indiano.  Questa sede è forse identificabile allo Dvārakā di cui favoleggaiano leggendariamente le tradizioni krishnaite, o per lo meno apparentabile ad esso cosmologicamente; ebbene, da quella plaga oceanica paiono discese le antiche genti vallinde, strettamente affini culturalmente alle genti sumeriche.  Anche da un punto di vista etnico entrambe parrebbero rientrare in quell’alveo camitico che – come illustrato da Padre Heras all’inizio degli Anni Cinquanta – lambiva ad ovest Paleo-iberi, Proto-celti, Pelasgi, Cretesi, Proto-libici, Paleo-egizî e Paleo-nilotici; mentre, ad est, Paleo-etiopici, Sumeri, Elamiti e Paleodravici.
  12. Cfr. G.Acerbi, Gli Dei e i Mondi: aspetti ciclici della teogonia mesopotamica –Atopon on line (Vol.VI) 2004.

http://www.atopon.it/gli-dei-e-i-mondi/

  1. Cfr. G.Acerbi, La leggenda del Cervo, del Cacciatore e della Cerbiatta…– V.d.T. (lug.-set. ’91), A.XXI, N°83,  Palermo 1992, pp. 147-58.
  2. lo Śat.B.- xxxxxx
  3. Nella Cabala si distingue un ‘Ādam ha-Rishon (Adamo come ‘Primo’’, cioè Terreno) da un ‘Ādām ha-Ḳadmoni (ossia ‘Primordiale’, il che è come dire Celeste, gr.Οὐράντος  Aνθρωπος).  Cfr. Num.R.– x.  È solamente quest’ultimo, archetipo divino dell’uomo, ad esser descritto come tetracefalo.
  4.  La sequenza del passaggio vernale nell’Età Edenica (Aurea) è infatti: Leone, Scorpione, Aquario, Toro.
  5. E.Neumann,The Great Mother…- Princeton Univ., Princeton 1974 (I ed. 1955), tav. a p.169.
  6. Rammentiamo che il simbolismo avatarico è per sua natura interamente di carattere polare.  Il Matsya ha a che fare col primo periodo avatarico, non col quarto; ma è chiaro che il Diluvio connesso a codesta figura rappresenta il passaggio, polarmente parlando dalla Lyra (Vega) al Dragone ed all’opposto dal Cane Maggiore (Sirio) a Canopo.

 

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Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

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CRITICA ALLA TEORIA KURGANICA

Mappa dell’espansione indoeuropea secondo Kossinna. Questa cartina è valida solo se si ipotizza che gli Iafeti siano giunti in Europa dall’America Settentrionale, cioè separatamente dai Semiti e dai Camiti. Ma non ci sono prove a dimostrarlo, a parte la logica. La Bibbia, del resto, aserise diversamente.

di Giuseppe Acerbi

A) Linee generali

M.Gimbutas.

Tra le varie teorie sulla patria originaria indoeuropea la piúaccreditata a livello generale a tutt’oggi è la ‘teoria kurganica’ di M.Gimbutas, che ha sfruttato gli studi precedenti di O.Schrader e V.G. Childe (1). Secondo tale teoria, fondata sui presupposti postulati alla Fine dell’Ottocento (2) da parte del filologo tedesco O.Schrader (1855-1919), i popoli di lingua indoeuropea erano nomadi e provenivano dalle steppe ponto-caspiche (a nord del Mar Nero, del Mar Caspio e del Lago d’Aral) per ragioni legate al vocabolario indoeuropeo; che non conosceva né l’asino né il cammello, ma soltanto il cavallo (3).  Di qui ad arrivare alla supposizione generale che gl’Indoeuropei fossero nomadi e avessero addomesticato il cavallo, anche per uso alimentare, il passo fu breve.  Ma ciò non trova alcun riscontro tradizionale, a parte i versi rigvedici dedicati al sacrificio del cavallo. Avremmo anche qualcosa da dire sulla questione del nomadismo.  Il nome di Ari (nell’accezione indo-iranica), o di Eroi (in quella greco-ellenica), la dice lunga su codesto preteso nomadismo. Gli è che, come al solito, si è fatta confusione fra Ari e Turi; sono questi ultimi ad essere stati per loro natura dei nomadi, ovviamente in senso pastorale.  Gli Ari, secondo l’etimologia del nome, erano degli orticoltori od in senso piú ampio degli artigiani: l’agricoltura primitiva era appunto una forma di ars, naturalmente intesa nel senso antico di modus operandi rituale. Ogni forma d’arte aveva un archetipo celeste.  Erano i nomadi, non i sedentari a praticare il sacrificio e l’alimentazione carnea, come insegna la storia biblica di Caino e Abele. In questo caso abbiamo a che fare con un lato orticolo differenziato, proprio degli Eroi (Gibborīm(4) essendo discendenti di Seth e non di Caino.  Detto etnologicamente si può ipotizzare che essi derivino dagli orticoltori avanzati del continente americano, dotati di aratro (vedi l’etimo) e di bastone trapiantatoio nonché dediti alla coltivazione sia pur rudimentale delle leguminose o dei cereali , ai tempi del Tardo Paleolitico; e non dagli orticoltori primitivi dei Mari del Sud, maggiormente rozzi, che usavano il bastone da scavo onde alimentarsi di tuberi.  Tuttavia il principio d’un relativo sedentarismo vale per entrambi, come insegna Guénon ne Le Règne ( Cap.XXI sgg).  Sennonché dopo l’abbandono della loro patria oltreatlantica, situata probabilmente all’incirca dove è oggi la Groenlandia, è chiaro che gli Ari hanno dovuto sopravvivere in qualche modo; persino deprendando, come è confessato tra le righe nel Rigveda, ed è congetturabile si siano adattati al nuovo ambiente assumendo in seguito le maniere e i costumi delle nuove genti colle quali son venuti a contatto. Principalmente i Turi, biblicamente i Lamekiti (cioè i Ramaiti), nei confronti dei quali devesi essersi sviluppata per convenienza tanto una forma d’imitazione quanto un’aperta ostilità dovuta ad una maggior raffinatezza tradizionaale. Tutte le lotte fra Dei e Titani, che ritroviamo nelle mitologie indoeuropee rispecchiano in divinis tali atteggiamenti umani.  I Titani sono demonici, amano il sangue come tutti gli Antenati (i Padri), sono serpentini ma nel contempo piú regali e fieri. Gli Dei esigono il sacrificio vegetale – seppure nell’ultima Epoca si adeguino ai sacrifici cruenti, che non erano loro propri in origine – ed amano fertilità e fecondità, principi che sono alla base del vivere borghese. Apollo o Dioniso sono un esempio dei primi (la contrapposizione che ne ha fatto Nietzche è aberrante, tant’è che rientrano entrambi nei canoni indiani shivaiti, corrispondendo alla complementarietà planetaria fra il Sole e Saturno), Eracle ovveroKṣṇa dei secondi.   Circa la diffusione geografica del cavallo si sa ormai che era presente sul suolo amerindo pressappoo fino al 12.000 a.C., ossia fin quasi all’epoca dell’abbandono di quelle terre da parte degli antenati oltreatlantici degli ari.  Si pensa che la fine di quell’animale sia dovuta al fatto di essere stato oggetto di caccia, ma forse la realtà è un’altra.  È possibile, anzi probabile, che si sia estinto per cause diverse: climatiche, ad esempio.  La caccia in passato era meno diffusa di quel che si vuol far credere. Non esistevano i popoli cacciatori se non solamente in certe contrade ove non c’era modo di sopravvivere altimenti.  Il rispetto verso la natura e gli animali in genere costituiva un punto fondamerntale della religione dei nostri antenati. Unicamente nel mondo moderno e contemporaaneo, col suggerimento degli studi medico-nutrizionali, si è foraggiato il consumo di carne in larga scala con uno scempio senza precedenti nei confronti dei nostri fratelli animali.  Se è vero che gli Ari avevano mantenuto nella loro cultura un legame ideale col mondo iperboreo, come sembra (visto che nelle tradizioni ebraiche, non per nulla, Adamo muore alla nascita di Noè)(5), è chiaro che il loro nutrimento non poteva essere a base di carne. Ciò era contrario a tutte le tradizioni che facevano leva sull’agricoltura, presso le quali la caccia costituiva solamente unoptional occasionale.  Si stigmatizzava il versamento inutile del sangue sulla terra, che era creduta divenire sterile altrimenti.

B) La teoria nei dettagli

Mapa dei kurgan.

L’ipotesi del suddetto indogermanista, per usare la terminologia tedesca, è stata ripresa nella prima metà del Novecento dall’archeologo australiano  Gordon Childe (1892-1957), ritenuto il padre della moderna paletnologia ed autore di opere importanti (6).  Sin dai primi anni del suo operato scrisse, secondo la moda del tempo, The Aryans (7).  Sennonché il punto di vista limitativo di quest’autore è legato al concetto di ‘rivoluzione neolitica’, attraverso cui sarebbero nate le classi sociali, cosa del tutto falsa; giacché l’esistenza delle classi è tradizionalmente messa in relazione all’esistenza delle varie Epoche cicliche, ciascuna in rapporto con una determinata casta. Circa l’esistenza d’una Urheimat  indoeuropea nella zona fra il Mar Nero ed il Caspio invece la tesi può essere grossolanamente accettata, dal momento che concorda involonriamente a grandi linee col dato scritturale dell’Armenia quale sede di espansione del ceppo noaico.  Anche perché è evidente che l’espansione, pur partendo probabilmente dalla zona fra la Turchia, la Georgia e l’Azerbaijan si è diretta necessariamente da un lato verso nordovest e dall’altro verso nordest.  Le fonti di Childe erano il filologo ed archeologo tedesco G.Kossinna (1858-31) per certo diffusionismo, nonostante questi ponesse l’Urheimat nelle regioni attorno al Baltico (Svezia Meridionale ecc.), cosa vera soltanto in tempi protostorici ma non nella preistoria, e la dottrina marxista per certa teoria sociale (8). Nella seconda metà del Novecento gli subentrava l’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas (1921-94), rifugiatasi negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e divenuta assistente all’Università di Harvard a Cambridge (Mass.).  È stata costei ad introdurre il concetto di kurgan per le tombe a tumulo e ad identificarepresumibilmente il processo d’indoeuropizzazione alla diffusione del kurganismo (9).  Alla Fine del XX sec. la teoria è stata aggiornata da J.P. Mallory (1945-) (10), tramite il suo In Search of the Indo-Europeans (11), e da altri studiosi.  Rispetto ai precedenti ricercatori, il professore oxfordiano di Archeologia Preistorica ha utilizzato anche le fonti letterarie oltre a quelle archeologiche e filologiche.  Ciò è un fattore a suo favore, ma a nostro parere è assai piú interessante la tesi contrapposta dell’archeologo britannico C.Renfrew (1937-) (12). Colin Renfrew ha sostenuto che i Proto-indoeuropei abbiano vissuto fra il VI ed il V mill. a.C. in Anatolia, donde si sarebbero irraggiati altrove – parallelamente all’agricoltura neolitica – non per trasferimento fisico, bensí per espansione culturale. 

C) Conclusioni

Una delle sciocchezze che si attribuiscono alla Gimbutas e agli altri che ne seguono gl’insegnamenti è che le <religioni> indoeuropee fossero dei culti patriarcali in opposizione a quelli matriarcali delle <religioni> pre-indoeuropee.  Questa contrapposizione, favorita indirettamente dalla scuola mediterraneista del Pestalozza & C., è assolutamente inadeguata, siccome il patriarcalismo ed il matriarcalismo hanno a che fare semmai con i cicli epocali e non colle etnie.  Ciò precisato, è chiaro che esiste una differenza fra i culti dell’età del Ferro e quelli dell’Età del Bronzo.  È la figura sofoclea di Edipo ad insegnarcelo, ovvero dell’Uomo incapace di comprendere il Padre (Urano, da lui ucciso… ossia trasformato in deus otiosus) e tutto proteso a venerare la Madre (Demetra), cui si ricongiunge… idealmente nei riti di fecondità e fertilità (13).  Per la verità l’ossequio al Padre Celeste risale all’Età dell’Oro.  L’Età del Bronzo vedeva di già un culto duodenario legato agli dei della pioggia, con un tredicesimo nel ruolo supremo.  L’archeologia spezzetta la presunta cultura proto-indoeuropea in una miriade di sottoculture, che è arduo associare ai veri Proto-indoeuropei: dal VI mill. in poi abbiamo la Cultura del Bug-Dnestr, di Samara, di Chvalinsk, del Dnepr-Donec, di Sredny Stog, di Majkop e di Jamna (14).  Analizzandole singolarmente, constatiamo unicamente che si tratta di culture sicuramente tra di loro intrecciate.  Come facciamo però ad esser sicuri che sono davveroquello che si pretende che siano?  Cosa hanno a che fare cogli studi letterari e mitologici degli indoeuropeisti in materia di Storia delle Religioni?  Praticamente nulla.  E come si fa allora a collegare quei ritrovamenti a tali studi?  Non può che essere un azzardo.

La Cultura di Bud-Destr ad esempio si è espansa per un millennio e mezzo (6500-5000) nelle praterie dell’Ucraina e della Moldavia, intorno ai fiumi Dnestr e alla parte meridionale del fiume Bug.  Si trattava, a giudizio di coloro che l’hanno messa in evidenza, d’una cultura venatoria e quindi cade il presupposto essenziale perché sia considerata una cultura aria.  Difatti non è stata rintracciata alcuna traccia d’agricoltura (15).  Attraverso la ceramica, che non compare all’inizio, si è notata un influsso della Cultura di Starčevo, proveniente dall’Europa Orientale e dai Balcani (16).  In quanto alla cultura di Samara, sviluppatasi presso il Volga fra il VI mill e l’inizio del V, è stata ritenuta di certo a torto dalla Gimbutas l’Urheimat proto-indoeuropea (17).  Su che basi non si capisce bene.  Forse per le sepolture a copertura di pietre o a cumulo di terra.  La Cultura di Chvalynsk (18), presso il Volga, è una continuazione di quella di Samara e sfocia nella Cultura di Jamna.   La Cultura del Dnepr-Donec era una dedita a caccia e pesca, alternata alla raccolta (19).  I defunti venivano inumati nei pozzi e ricoperti di ocra (20).  La popolazione era di tipo cro-magnôide, perciò non poteva trattarsi di iafeti (21).  Come volevasi dimostrare.  La Cultura di Srednij Stog (4500-3500) era localizzata fra i fiumi Dnepr e Don, a nord del Mar d’Azov.  Era coeva colla Cultura di Chvalynsk (22) ed ebbe contatti colla Cultura di Cucuteni-Trypillian (5500-2750), di tipo agrario, fiorita in una regione compresa fra parti delle attuali Romania, Ucraina e Moldavia (23).  La Cultura di Majkop (3500-2500)(24) è coeva alla Cultura di Jamna, un poco piú settentrionale. Appartiene alla Russia Meridionale, a ridosso del Caucaso, ed è influenzata dalla cultura di questa regione, la Cultura di Kura-Araxes o transcaucasica £400-2000)(25).  Infine viene la Cultura di Jamna (3600-2300), carattterizzata dalla tomba a fossa (pit-grave) ovvero della tomba ad ocra (ochra-grave), una cultura nomade con annessa qualche pratica agricola sulle sponde dei fiumi.  La sua particolarità è l’inumazione nei tumuli (kurgan)(26).  Continua la Cultura di Chvalynsk e quella di Srednij Stog e si estende poi nei Balcani.   Ribadiamo, tutto ciò non ha praticamente niente a che fare col problema dell’origine indoeuropea e poco con quello dell’espansione di tale etnocultura in Europa e in Asia.  A meno di dimostrazioni significative, che non ci pare siano ancora avvenute.  L’idea malloryana che i guerrieri dell’ascia da combattimento o della ceramica cordata fossero gli antenati dei popoli celtico-germanici e balto-slavi non ha alcun fondamento.  L’Ascia è di origine asiatico-ramaita, come insegna la figura indiana di Rama dell’Ascia (Paraśurāma), che non è legata agli Ari bensí ai Turi persiani, pre-iranici.   La teoria kurganica presuppone inoltre nel IV mill. il passaggio dai Balcani o dal Caucaso degli Hittiti in Anatolia, la formazione d‘un nucleo proto-indoeuropeo nell’Europa Orientale prima e successivamente il trasferimento di questo fino alla Scandinavia e alla Russia; la formazione da parte dei Tocari della Cultura di Afanasevo (3500-2500 (27), estendentesi fino in Mongolia ed in Cina, in Kazakistan e Tagikistan nonché presso il Lago d’Aral.  I legami indubbi colla Cultura di Andronovo (2000-1200) pongono tuttavia dei problemi irrisolti.  La stessa teoria suppone che nel III mill. i nomadi della steppa abbiano abbandonato codesto regime di vita per stanziarsi in zone ove vigeva uno stile di vita urbanizzato di tipo CABM (BMAC).  In tal modo sarebbe stata colonizzata l’Asia Centrale.  Per ragioni a noi ignote, quantunque il prof. Sarianidi abbia ipotizzato un cambiamento di clima dovuto ad avvenimenti calamitosi naturali, si sarebbero alfine spostati dapprima in India e poi in Iran.  Da qui in parte avrebbero invaso il subcontinente indiano sottomettendo i nativi ed imponendo il sistema delle caste, in parte si sarebbero spostati in Iran raggiungendolo all’inizio del I mill. a.C.  La dottrina hindu dei Vara, ad ogni modo, connette le classi a ben altro e non le  pone in relazione ad alcuna invasione o conquista.  In Europa la cultura dei tumuli avrebbe dato origine a quella dei campi d’urne.

Inutile aggiungere che in questo amalgama frazionato di sottoculture varie è difficile districarsi se non si è degli specialisti del settore.  Qualcosa di vero ci deve pur essere in questa ricostruzione, benché non ci convinca del tutto. Dato che non ne esiste una alternativa.  Vi è chi parla delle Vie dell’Ambra, ma questa discesa è tardiva.  Non si può immaginare che tali genti provenissero dalla Scandinavia in tempi preistorici.  Non ci sono basi per poterlo sostenere.  Tanto piú che i Germani stessi nelle loro tradizioni sostenevano di esser venuti da Asía.  I germanisti dichiarano che l’interpretazione di codesto termine come riferito all’Asia è solo un’interpretazione popolare, ma spesso la saggezza popolare risulta maggiormente profonda delle tesi accademiche. La pretesa superiorità del combattimento a cavallo da parte degli Ari, secondo gli storici dell’equitazione, non può essere avvenuta prima del periodo fra il 1100 ed il 1000 a.C.  In precedenza il cavallo sarebbe stato adibito al tiro del carro oltreché allevato per uso alimentare non meno dell’altro bestiame.  Abbiamo già espresso le nostre obiezioni a tale congettura, anche perché in questa maniera oltre a trasformare l’invasione aria in India in un avvenimento assai tardivo non si spiega la sottomissione degli indigeni al potere ario. Bisogna alfine ammettere che, nonostante tutto, il quadro degli avvenimenti ricostruito da tale teoria rimane tuttora molto confuso.

* * *

NOTE

(1)   Cfr. Wikipedia, l’Enciclopedia on line, s.v.: TEORIA KURGANICA.

(2)   Per un quadro dettagliato di quella che era la visione generale del problema indoeuropeo alla Fine del’Ottocento cfr. I.Taylor, The Origins of the Aryans– Bahri P., N.Delhi 1980 (I ed. 1889).

(3)   Wikip., s.v.: OTTO SCHRADER. 

(4)   Intens. di gabar (‘potente’).

(5)   R.Graves & R.Patai, I miti ebraici e critica alla Genesi- Longanesi 1969 (ed.or. Hebrew Myths. The Book of Genesis– Cassell, Londra 1964), §19.d, p.132.

(6)   Wikip., s.v.: VERE GORDON CHILDE.

(7)    V.G. Childe, The Aryans: A Study of Indo-Europeans Origin– P.Kegan, Londra 1926

(8)   Wikip., s.v.: GUSTAF KOSSINNA.

(9)   S.v.: MARIJA GIMBUTAS.  Le sue osservazioni sono state raccolte nell’opera postuma, a c. di AA.VV., The Kurgan culture and the Indo-Europeanization of Europe. Selected articles from 1952 to 1993- Institute for the Study of Man, Washington 1997.

(10)   S.v.: JAMES PATRICK MALLORY.

(11)   J.P. Mallory, In Search of the Indo-Europeans: Language, Archaeology and Myth-Thames & Hudson, Londra 1989.

(12)   Wikip., s.v.: COLIN RENFREW.

(13)   Il mito è spiegato in modo conveniente ed approfondito nel nostro Edipo e l’enigma della Sfinge tebana– Heliodromos N.S. (aut. ’98-inv. ’99), N° 15, Catania 1999, pp. 6-14.

(14)   Ibid. come alla 1.

 (15)   Wikip., s.v. CULTURA DEL BUG-DNESTR. 

(16)   S.v.: CULTURA DI STARČEVO.

(17)   S.v.: CULTURA DI SAMARA.

(18)   S.v.: CULTURA DI CHVALYNSK.

(19)   S.v.: CULTURA DEL DNEPR-DONEC.

(20)   Osservava in proposito il Prof. R. del Ponte (Pres. a c. di, L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991, pp. 6-7, n.5) che siffatta pratica – riferita dalla Gimbutas ai kurgan, non rientrava nel costume indoeuropeo ma piuttosto in quello mesopotamico.  Noi preferiremmo dire ‘turano’, cioè centrasiatico.

(21)   G.Acerbi, L’Isola Bianca e l’Isola Verde– Simmetria on line (N°41, apr. 2016), p.10/col.a.

(22)   Wikip., s.v.: CULTURA DI SREDNIJ STOG.

(23)   S.v.: CULTURA DI CUCUTENI-TRYPILLIAN.

(24)   S.v.: CULTURA DI MAJKOP.

(25)   S.v.: CULTURA DI KURA-ARAXES.

(26)   S.v.: CULTURA DI JAMNA.

(27)   S.v.: CULTURA DI AFANASEVO.

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Articolo di Giuseppe Acerbi pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/2017/05/critica-alla-teoria-kurganica.html

 

PARASHU-RAMA E PERSEO

di Nuccio D’Anna

Lo studioso che voglia intraprendere l’analisi dei miti ellenici secondo una prospettiva tradizionale, si trova di fronte non un corpus organico cui appoggiarsi, ma una serie di narrazioni che in realtà sono semplici frammenti di una tradizione che sembra racchiudere tesori ancora inesplorati.
Attorno all’Vlll-Vl sec. a. Cr. l’Ellade assiste a dei rivolgimenti di tale portata da cambiare strutturalmente le basi sacrali su cui poggiava I’attitudine spirituale dell Elleno. Da questa attitudine, che potremmo definire “mitica”, si passa ad un tipo di esperienza umana dai pronunciati caratteri “laici”. Certo, elementi importanti dell’antica spiritualità restano nell’ambito dei Misteri, dell’Orfismo, del Pitagorismo etc., ma come staccati dal corpo centrale della religiosità ellenica. In realtà sembra che i mitologhemi dell’arcaica Ellade e non siano più capiti. E quando i poeti, i tragici e perfino Esiodo ci conservano elementi di tale religiosità arcaica, questo viene fatto senza la percezione diretta del simbolismo soggiacente alle narrazioni leggendarie e ai miti (1).

Tutto ciò è già evidente per il ciclo mitologico relativo alle divinità pre olimpiche, alle leggende rimaste su Helios, su Eos, su Orione, sui Giganti, la cui strutturazione complessiva pare alludere perfino a situazioni astronomiche oggi non più coglibili. Particolarmente colpite le narrazioni sui Titani, le cui leggende sembrano in realtà racchiudere un simbolismo presente presso altri popoli e in modo specifico presso qli indù, con tutto un aspetto simbolico di tipo cosmico-celeste. Tale per es. il ciclo dei due fratelli Atlante e Prometeo posti da Zeus a presidiare i due poli estremi del mondo, il primo ad ovest e ii secondo ad est, secondo un asse equinoziale che costituisce una precisa indicazione sull’esistenza nell’Ellade di dottrine sui cicli cosmici del tipo presente in lndia. Ciò che in questo mitologhema può interessare anche il nostro problema è che dei due fratelli, Atlante era consideralo il padre delle Esperidi, di Maia e delle Plèiadi, ossia di tutto un gruppo di divinità poste sempre ad occidente, mentre Prometeo addirittura era detto essere il padre di Deucalione, l’unico sopravvissuto al diluvio che distrusse la stirpe bronzea, grazie all’intervento del padre Prometeo che gli ingiunse di costruire l’arca sulla quale potè salvarsi. Aggiungeremo che le connessioni rilevate fra l’Occidente, la stirpe bronzea e il diluvio possono essere chiarite anche dalla considerazione sulla sorte di Menezio, il terzo fratello dei due titani, quello considerato più particolarmente tracotante e aggressivo a tal punto che Zeus col suo fulmine lo precipitò nell’Erebo, procurandogli così una fine non dissimile da quella attribuita, appunto, alla stirpe bronzea.

Il problema sì pone in termini diversi per l’india, la cui tradizione ha conservato nel modo più chiaro la dottrina dei cicli cosmici e in particolare quella degli avatâra, che ci interessa nel modo più diretto. Nel corso degli evi umani il dio Vishnu (che nella Trimurti indiana costituisce il principio della conservazione degli esseri e dell’intero universo) viene a “discendere” nella manifestazione “incarnandosi” in determinati esseri, ognuno dei quali non è altro che il simbolo di un principio spirituale, una “Qualità” divina dell’Avatâra Eterno provvidenzialmente inveratasi in una funzione spirituale. Le “discese” (avatâra) divine con una funzione cosmica sono tradizionalmente precisate nel numero di dieci, ma di esse a noi interessa considerare brevemente le prime cinque, Matsya, Kūrma, Varâha, Narasimha e Vamana, perché la 6a, Parashu-Râma, costituirà l’oggetto specifico del nostro studio. Volendo schematizzare al massimo, e restando su un tipo di interpretazione connessa ai problemi che noi dovremo trattare a proposito di Parashu-Râma, si può dire che i primi 5 avâtara si pongono: (¹°) dopo il mahapralaya accaduto fra il sesto e il settimo manvantara; (²°) la conseguente strutturazione di una diversa situazione astronomica; la nuova sede boreale (³°); gli eventi che hanno contrassegnato la distruzione di quella sede (⁴°) e i trasferimenti in sedi circumpolari (5°) di quella che i Purânas chiamano Hamsa, il “popolo del cigno” della sede boreale. Nella nostra trattazione cercheremo di far vedere come anche nell’Ellade almeno una figura eroica possa simbolizzare la stessa realtà “avatârica” espressa in India da Parashu-Râma, la 6a  “discesa-incarnazione” di Vishnu. II raffronto che faremo potrà mostrare  elementi insospettabili ed indicare una direzione di ricerca per troppo tempo  trascurata, anche a causa dell’ignoranza manifesta dei simboli indiani da parte dei “classicisti” e dei simboli ellenici da parte di orientalisti miopi. 

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Cosi come il Bhâgavata-purâna presenta la storia di Parashu-Râma, questa “discesa” del dio Vishnu non è altro che la raffigurazione simbolica della lotta sostenuta per un periodo di tempo puttosto lungo dai Brâhmana contro la casta kshatriya, quando costoro pretesero di sostituirvisi e di assumerne in proprio I’autorità spirituale. Essa, inoltre, apre la serie delle tre “discese” eroiche del dio Vishnu, che vedranno via via dopo Parashu-Râma il cavalleresco Râma-Chandra appartenente alla Sûrya-vamsha, la “stirpe solare”, e Krishna, “il Nero”, della Chandra-vamsha, la “stirpe lunare”. La lotta intrapresa da queste tre figure eroico-divine contro i nemici dei detentori della sapienza divina, ci introduce in eventi dalla durata di più secoli, il cui svolgimento è stato contrassegnato da particolari cambiamenti della situazione celeste, in coincidenza di sedi diverse occupate dai detentori della sapienza tradizionale, fino a concludersi nell’attuale tradizione indù che in modo specifico è il risultato di queste tre “discese” divine.

La storia di Parashu-Râma comincia con la visita del re Kartavirya degli Hahihaya all’ashram del saggio Jamadâgni, il padre dell’eroe indiano. Nonostante i grandi onori di cui era stato fatto oggetto, il re cerca di impadronirsi della “vacca dell’abbondanza” (Kâma-dhemu), la “pianezza sapienziale” che appartiene in proprio alla casta Brâhmana. Inoltre, oltraggio su oltraggio, contravviene alle regole dell’ospitalità stabilite dal rigido canone sacerdotale insultando la pia Renukâ, la moglie dell’asceta. Per punire questo primo atto di prevaricazione e di arroganza, Parashu-Râma sfida il re Kartavirya “dalle cento braccia” e lo uccide. A loro volta i figli del re invadono l’ashram di Jamadâgni e, con una azione che la tradizione indù in ogni tempo ha considerato come una delle più empie possibili, uccidono il saggio asceta. Parashu-Râma allora giura di sterminare gli kshatriya e, in una guerra durata 21 anni, ne uccide “tre volte sette”, permettendo tuttavia alle loro vedove di risposarsi con i Brâhmana e ricostituire così una casta kshatriya riconsacrata. 

Così come viene presentato dalla tradizione, Parashu-Râma appare non come un personaggio storico determinato ma come una “collettività sapienziale’ che nell’eroe ha voluto simbolìzzare tutta una serie di eventi e di azioni intraprese per la salvaguardia della tradizione spirituale della quale essa stessa era la depositaria e la custode. Anzi, come si vedrà meglio in seguito,  tutta I’azione di rettificazione di cui qui è questione, non può necessariamente porsi che parecchio tempo dopo la fine del Krita-yuga, in coincidenza di squilibri inerenti al popolo che occupò un continente oggi scomparso. Lo stesso attributo di Râma, Parashu = dalla “doppia ascia”, esprime perciò non tanto un’attribuzione estrinseca, quanto una precisa determinazione sacrale, una funzione spirituale espletata da quell”entità divina” “discesa” a combattere contro i portatori del disordine. Tale funzione è caratterizzata dall’arma di Râma, la “doppia ascia” di pietra dono del dio Shiva, che è un simbolo della folgore celeste. Perciò stesso simbolizza la “presenza” divina che regge i vari mondi e, in virtù della propria natura “solare”, interviene provvidenzialmente a rettificarne il corso. La sua stessa forma poi, non riproduce altro che le due metà del corso annuale del sole, “tagliato” dall’asse solstiziale nord-sud, come secondo le più svariate tradizioni spirituali dell’Umanità che qui, nel caso di Parashu-Râma, vengono fatte risalire addirittura ad un’origine iperborea. 

Il nemico per eccellenza di Parashu-Râma è il re Kartavirya, tipica personificazione della protervia e dell’arroganza della casta guerriera quando questa è disgiunta dal sacro. Egli è caratterizzato da “cento braccia”, un’attribuzione che richiama la natura proteiforme degli esseri elementari e dei tanti “mostri” che sbarrano la strada ai legittimi detentori della vera spiritualità. Tale aggettivazione inoltre, sembra in qualche modo simile non casualmente a quell’espressione esiodèa che voleva gli uomini dell’età del bronzo caratterizzati da una forza grandiosa, da mani invincibili e da un corpo gagliardo, mentre il loro comportamento è “terribile”, “violento” e” spaventoso”. L’empietà di Kartavirya viene espressa in due momenti: il furto della  “vacca dell’Abbondanza” e I’oltraggio a Renukâ, la moglie del rishi, che sottolineano un’idea similare. Kâma-dhemu infatti, è propriamente “la pienezza sapienziale”, equivalente alla Vacca-Luce dai “sette raggi” (sapta gavah) del Rig-Vêda, che le posteriori dottrine soteriologiche interpreteranno come la Coscienza Infinita, la Consapevolezza presente in ogni essere della manifestazione. Renukâ, poi, la moglie di Jamadâgni, è la sua shakti, ossia contemporaneamente la sua “sposa” e la sua “potenza”. La “vacca” e la”moglie” esprimono perciò i due aspetti di ogni vera spiritualità che appartengono in proprio ai Rishis primordiali, che I’empio re cerca di far propri “rubandoli” e sostituendosi così ai legittimi rappresentanti. 

Tuttavia I’episodio che scatenerà la guerra è I’occupazione, da parte dei figli del re ucciso, dell’ashram del rishi Jamadâgni e la sua uccisione che, come abbiamo visto, è un’azione considerata in ogni tempo in India come una delle più empie possibili. Tale misfatto, consumato in assenza di Parashu-Râma; ha un suo preciso significato, simbolizza una prevaricazione tesa a sostituire i rishis nella loro stessa sede. Ora, nella tradizione indù i rishis – termine questo che poggia su un radicale che esprime un’idea di “luce”e di “splendore” – sono simbolizzati dal “cinghiale”, ossia da una delle forme assunte da Vishnu nella sua “discesa” nella manifestazione. E siccome Vishnu in tale attitudine “provvidenziale” è identificato al Sole, anche qui abbiamo lo stesso simbolo legato alle “luci” che si inverano nel mondo e lo “illuminano”. L’azione dei figli di Kartavirya perciò non può essere intesa come una semplice vendetta, ma come una prevaricazione tesa a sostituire ai “cinghiali”(= “luci”) primordiali, quelli che la tradizione ci ha dato come le Orse in rivolta. Viceversa, tutta I’azione di Parashu-Râma si presenta come un intervento rettificatore teso a ricostituire le basi di una civiltà tradizionale. Lo stesso tempo indicato dai testi per compimento dell’opera dell’Eroe pare così non essere altro che I’equivalente di un “eone”, di un tempo conchiuso in sé e  perfetto, in relazione alla dottrina dei cicli cosmici e in particolare alla durata  della precessione degli equinozi. Quest’ultimo rilievo va cosi a completare  quanto detto precedentemente a proposito della “doppia ascia” di pietra di Parashu-Râma e del simbolismo solstiziale che le è proprio, perciò con le “stazioni del sole” che parimenti contrassegnano lo svolgimento ciclico.

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Figlio di Zeus e di Danae, secondo la tradizione Perseo dopo il concepimento in una tomba di bronzo, assieme alla madre era stato rinchiuso in un’arca e posto sulle acque. Questa fu avvistata da un pescatore che la scambiò per un grosso pesce, ossia uno dei simboli più antichi dell’umanità, che la tradizione indù pone addirittura all’inizio stesso del nostro manvantara. Il nome di Perseo si lascia scomporre nei suoi elementi costitutivi-base PRS che secondo “Geticus” (autore di una serie di studi di vario valore sulla Dacie hyperboréenne, “Etudes Traditionnelles”, 1936-37) (2) sono gli stessi che è possibile riscontrare nel termine sanscrito PaRaShu, dove ha una funzionalità semantica identica a quella del termine greco. Aggiungeremo che il  procedimento esegetico utilizzato da “Geticus” per spiegare il rapporto PaRaShu-PeRSeo è identico a quello utilizzato da René Guénon per individuare la radice dei termini Kronos e Karneios, KRN. ll nome dell’Eroe ellenico perciò, non sarebbe altro che la “razionalizzazione” di un appellativo che precedentemente era servito per designare una funzione spirituale, il quale poi venne riferito ad un personaggio nel punto in cui non fu più compreso nella sua realtà simbolica.

Abbiamo detto che la tradizione ci dice che Perseo era figlio di Danae e di Zeus. Questi, per poter entrare nella stanza sotterranea nella quale era stata rinchiusa la futura moglie, si era trasformato in pioggia aurea. Zeus è il sovrano di un ciclo spirituale già lontano dalle origini, susseguente la fine dell’età aurea e in connessione con un ciclo cosmico certamente più ridotto di quello di Kronos/Saturno. Tutto ciò può essere comprovato anche da un fatto generalmente poco notato: se si moltiplica la durata del percorso sidereo del pianeta Giove di 12 anni per i 360 gradi del cerchio cosmico, si otterrà la cifra di 4320 anni. Rapportando tale cifra alla durata di un semiperiodo della precessione degli equinozi (= 12960) come era usuale in Grecia, si otterrà una “stagione cosmica” delle tre nelle quali si divideva I’anno in un tempo in cui i progenitori degli Elleni abitavano una regione che tali dati ci dicono non già, polare, ma circumpolare. Ora, è questo precisamente quello che indica il Rig-Vêda quando parla delle “tre terre e dei tre cieli”, oppure delle “tre splendenti regioni celesti” , che poi non è altro che un aspetto del simbolismo compreso nella 5a “discesa” dell’aureo Vishnu quando, sotto la forma di  Vamana-avatâra, “misura” il mondo con i suoi tre passi (= trivikrama) e ristabilisce I’ordine cosmico. 

Tutto ciò ha una sua corrispondenza nel mito ellenico. Il ciclo mitologico di Perseo, infatti, ha inizio con la strana guerra dei due gemelli Acrisio e Preto per la sovranità su Argo. Già tale guerra ha un suo parallelo con quella dei fratelli Atreo e Tieste, quando Zeus intervenne in aiuto del primo cambiando perfino il corso delle stelle, fino a spingere le Pléiadi dove sono attualmente – un’eco di questi avvenimenti fu conservato da PLATONE, Pol., 269A e sgg. La città per cui litigano i due fratelli è Argo, la “città bianca”, dato che tale termine è identico a quello dell’aggettivo argos, “bianco”, con la semplice differenza di accentazione. Questo riferimento appare perciò come il frutto di una precisa scelta, dato che “Argo” è uno dei termini con cui veniva intesa la sede boreale da cui trae ad essere il ciclo che stiamo studiando. Ma C’è di più. La tradizione pone il mitologhema di Perseo almeno in tre occasioni in rapporto a cambiamenti della situazione cosmica; 1) durante la guerra fra Acrisio e Preto fu inventato lo scudo rotondo, quello stesso che fu appeso ad un cippo a ricordo della guerra; 2) al piccolo Perseo cade di mano una palla; 3) alla fine di tanti combattimenti Perseo uccide incidentalmente il nonno Acrisio, colpendolo con un disco. Sono, questi, tre simboli che ci dicono il tempo in cui situare I’azione di Perseo. Qui, infatti, si tratta di alterazioni della volta cosmica che hanno portato a cambiamenti della stessa strutturazione dell’equatore celeste, con la nascita di un nuovo piano equatoriale e di un nuovo axis mundi. La lotta per Argo perciò, pare coincidere con un tempo preciso collocabile già dopo la fine dell’età aurea e I’inizio di un nuovo ciclo, mentre I'”azione” di Perseo pare non limitarsi a questi fatti, ma si dispiega anche in tempi successivi per una durata di molti secoli, in una curiosa sintesi del simbolismo compreso in Vamana-avâtara e in Parashu-Râma, rispettivamente 5a e 6A “discesa” di Vishnu, comunque in rapporto all’istituzione di nuovi centri spirituali sulla cui importanza nel mito di Perseo avremo da tornare.

L’arma che Perseo utilizza per compiere le sue straordinarie imprese è la harpe, la “falce” con la quale egli staccherà la testa della terribile Medusa. La harpe si ritrova nel ciclo precedente legato ai Titani, poiché è proprio quella che Kronos utilizzerà per colpire il padre Urano, restando poi come uno dei simboli più caratteristici di Kronos/Saturno. Il fatto che tale arma dalle caratteristiche cosmiche – come la “doppia ascia” di Parashu-Râma – si trovi adoperata da Perseo può perciò significare solo che qui ci troviamo di fronte ad una forma tradizionale che continua, riadattandolo, un ciclo precedente ormai definitivamente concluso. 

Per le sue caratteristiche questa arma divina può essere accostata alle varie armi che presso diverse tradizioni gli dèi o gli eroi utilizzano per ristabilire I’ordine cosmico. Tale il Miollner di Thor, oppure la “doppia ascia” di pietra di Parashu-Râma, le quali poi non sono altro che un simbolo della folgore che in un suo aspetto è in relazione col “fuoco celeste”, e con gli attributi di “provvidenzialità” che in diverse tradizioni sono propri del Sole e in India di Vishnu. Quest’ultima considerazione può farci capire un altro particolare del mito di Perseo. Nell’unico fr. Delle Forcìdi di Eschilo giunto fino a noi, è detto che “egli penetrò nella caverna [delle Gorgoni] come un cinghiale”, ossia con un’attribuzione che possiamo ritrovare in altri miti ellenici (nel cinghiale bianco di Calidonia: nel mito di Achille etc.), ma il cui valore simbolico sembra non essere stato più compreso nell’Ellade storica. In India il cinghiale (Varâha) è il simbolo che si ritrova come la 3a “discesa” di Vishnu, Varâha-avâtara, mentre tutto il nostro kalpa è designato come Swêta-vâraha-kalpa. Il “ciclo del cinghiale bianco”. Il Guénon, inoltre, farà notare che la stessa “terra sacra” polare, la sede del centro spirituale primordiale del nostro manvantara, è chiamata Varâhi, la “terra del cinghiale”. Varâhi è propriamente un aspetto della shakti (= sposa-potenza) di Vishnu, quella più particolarmente in relazione con I’aspetto “solare” (e perciò “provvidenziale”) di Vishnu, che esprime il suo inveramento nella manifestazione, la Pritvi-Lakshmi, I”’archetipo” della manifestazione corporea. perciò per eccellenza la “terra boreale” che contiene in principio tutte le possibilità della manifestazione spaziale del nostro manvantara. È per questo motivo che i “cinghiali” sono identificati ai Rishis vedici e alle sette stelle del Gran Carro, ossia ai Detentori della Sapienza primordiale che sono propriamente le “luci” che ne trasmettono I’essenza nel corso dei diversi cicli. 

Questa relazione del cingniale-Perseo con la “terra boreale” è pure’ presente nell’Ellade. Pindaro dirà che Perseo si recava spesso nell’lperborìde, la mistica terra dell’estremo nord, identica alla Varâhi indù. Il termine sanscrito, infatti, poggia sulla radice var, I’esatto equivalente dell’ellenico bor, da cui si forma “Borea”, la “terra del cinghiale” posta, appunto, all”’estremo nord”. Nello stesso modo, perciò, in cui Parashu-Râma non fa che esplicare una funzione spirituale derivata da quella dei Detentori (= “cinghiali” = Rishis) della Sapienza primordiale, così Perseo attualizza una “presenza” divina che il mito ellenico ci sta dicendo qui in rapporto all’iperboride. 

L’impresa più caratteristica di Perseo è la lotta contro le Gorgoni, il “nemico” per eccellenza. le divine sorelle delle quali due erano immortali ed una mortale. Erano figlie di Forco, il “vecchio del mare” da cui era nata Echidna, la “serpe” che aveva per fratello Ladone, il “drago” o “serpente”, col quale veniva posta in connessione una terra ad Occidente su cui avremo da tornare. Quello che può essere ritenuto importante in questa genealogia è il fatto che Echidna è ritenuta anche la madre di Orthros, I’esatto equivalente ellenico dell’indiano Vrtra, “colui che avviluppa”, il drago che il dio Indra ucciderà in 360 giorni (= un intero ciclo cosmico) ridando cosi un nuovo ordine al cosmo. 

Tutta questa congerie di esseri elementari dalle attribuzioni sovrapponibili ed estremamente similari, appartiene al ciclo titanico che ha preceduto quello olimpico. Essi, tutti insieme, così come ci vengono dati dalla tradizione, sembrano personificare le forze del caos e del disordine la cui distruzione è indispensabile per ristabilire un nuovo ordine cosmico. Le Gorgoni in particolare hanno una specificità che risalta dai loro nomi: Steno, Euriale e Medusa sono tutti nomi che hanno relazione col mare, mentre lo stesso termine collettivo che le designa esprime un’idea similare. Venivano descritte come particolarmente orribili, tali da “pietrificare” chiunque le guardasse. A parte i serpenti posti sulla testa, che riprendono un motivo presente in Echidna, Ladone e Orthros, venivano loro attribuite “mani di bronzo” e “zampe di cinghiali”. E’ questa la precisa “signatura” della loro appartenenza al ciclo dei “giganti” che la tradizione pone sempre in relazione con un continente scornparso posto sul mare ad Occidente, mentre il cenno alle “zampe di cinghiali” quale attributo di esseri elementari e del disordine, è tipico della casta guerriera in rivolta contro i legittimi detentori della sapienza sacra. Il Guénon a questo proposito ha dimostrato che il simbolismo della casta guerriera è femminile, perché i guerrieri hanno in proprio un tipo di spiritualità che procede da Prakriti, ossia dalla “potenza primigenia” da cui si origina ogni aspetto della manifestazione. Ora, secondo la notizia dataci da Pausania e da Diodoro Siculo, le Gorgoni anticamente sarebbero state “donne guerriere” che, nel linguaggio razionalistico di questi autori, non è che un modo per esprimere la loro appartenenza al ciclo dell’età del bronzo e perciò ad Atlantide e ai “giganti” prediluviali, ossia ancora a quei guerrieri in rivolta contro l’autorità dei brâhmana, sterminati da Parashu-Râma. 

La sola ad essere Mortale tra le Gorgoni è Medusa, quella che sembra aver personificato tutti gli attributi che appartenevano collettivamente alle tre sorelle, e che Omero ci descrive come “gigantesca”. Delle tre sorelle è il suo nome quello più in relazione con la “sovranità”(come il re Kartavirya del ciclo indù), ma una sovranità che pare essere labile a causa della sua natura 
mortale. Per poter recidere la testa di quest’essere, Perseo è guidato da Athena (la “sapienza” divina) che lo protegge e gli dà la “falce” con la quale I’Eroe staccherà la terribile testa-come la “doppia ascia” di Parashu-Râma, donata all’eroe da Shiva. E’ questo un punto fondamentale per la nostra argomentazione: Perseo è sempre in armonia con la sapienza divina, è “guidato” da essa, mentre i suoi nemici sono per eccellenza “ribelli” che, come tali, hanno scatenato il caos e il disordine. Nel loro essere e nella loro azione costoro sembrano aver trasformato la “potenza”, che è inerente alla loro “vocazione” guerriera, in puro tumulto e perciò in ribellione.

Dal collo della Medusa fuoruscirono il cavallo alato Pegaso e I’eroe Crisaore, quest’ultimo forse una specie di “doppio” di Perseo che avrà un ruolo insignificante nella mitologia ellenica e il cui nome sigifica “dall’arma dorata”. Il cavallo bianco è un simbolo abbastanza diffuso e in India è rinvenibile come veicolo specifico del Kaikin-avatâra, la 10a “discesa” di Vishnu che alla conclusione dei tempi metterà fine all’empietà e preparerà un nuovo ciclo cosmico. Nella tradizione di Parashu-Râma però, troviamo il furto, da parte dell’empio re Kartavirya, della “vacca dell’abbondanza” (Kâma-dhemu) che simbolizza la “pienezza· sapienziale”. Per i suoi attributi il simbolo ellenico non è sovrapponibile a quello indù, tuttavia resta il fatto che Pegaso fuoriesce dal collo della Medusa come se finalmente potesse riacquistare una sorta di libertà, quasi che la Medusa (= la “sovrana”) si fosse appropriata di qualcosa che non le apparteneva e che semplicemente stava custodendo. 

Un altro ciclo di leggende può contribuire a sviluppare tutta questa serie di problemi. Nel suo peregrinare Perseo giunge in Etiopia dove regnano Cefeo e sua moglie Cassiopea. A causa dell’empietà di costoro, il dio Poseidone aveva mandato per devastare il paese un mostro marino “con una testa di cinghiale”. Per poter arrestare tale calamità Cassiopea lega ad una rupe la 
figlia Andromeda per immolarla al mostro e ridare pace e fertilità all’Etiopia. Il termine “etiopia” deriva dalla radice aith-col significato di “bruciare”, ma anche di “splendere”, dato che qui la radice aith- è quella propria ad un fuoco che “brucia”. Essa si riferisce non ad un paese abitato da popoli di razza nera, ma ad uno popolato da una razza rossa che il simbolismo spaziale pone sempre ad Occidente, come d’altronde ci dice esplicitamente la tradizione che vuole Poseidone come il dio proprio degli Etiopi, percià stesso assimilati agli Atlantidi. Ciò che puo aiutare a capire questo punto è il fatto che la razza rossa è detta abitare quella “terra del Toro’ di cui è questione presso diverse tradizioni, sulla quale per es. nel mitologema di Zeus ed Europa si hanno elementi abbastanza chiari. La tradizione ellenica ci dice precisamente che Europa era figlia del re Fenice (phoinix = “porpora”), il “rosso”. Il cui radicale ritroviamo ancora in phoinios, “rosso” e, riferito ai raggi del sole al tramonto, phoinos, “rosseggiante”. 

La figura di Cefeo (che almeno secondo una versione del mito risulta essere figlio del re Fenice) è piuttosto sbiadita, non ha rilievo e sostanzialmente sembra essere una specie di opaco riferimento per una narrazione che in realtà intende evidenziare il ruolo di Cassiopea, la “basilissa”, la “regina” che in arcaiche raffigurazioni della volta celeste siede su un trono formato da conchiglie, con i piedi che toccano il circolo polare, mentre un po’ più lontano si trova Coetus, il mostro marino, forse una balena che devasta I’Etiopia. Il mito ci dice che fu l’arroganza di Cassiopea a provocare l’ira degli dèi, la sua pretesa di essere la più “bella” un attributo, questo, che è compreso nel termine kosmos. E’ l’empietà tipica dei re in rivolta, della casta guerriera (che abbiamo visto avere in proprio un simbolismo femminile) che non riconosce più I’autorità spirituale o, peggio, attribuisce a se stessa tale autorità. Ora, le tradizioni di tanti popoli pongono tale rivolta in rapporto proprio al continente di Atlantide e alla razza rossa che lo popolava, mentre nell’Ellade essa viene specificata nel modo migliore nel mitologhema della caccia a certi cinghiali, oppure nel presentare tale simbolo associato all’idea del caos, così che si ritrova proprio nel mito di Perseo, nella balena “a testa di cinghiale” che egli uccide, liberando però Andromeda, che nei termini della tradizione indù non è altro che la sua shakti = la “sposa-potenza”.

Secondo i dati frammentari del ciclo di Perseo a noi giunti, si può affermare che le sue vittorie introducono un nuovo ciclo cosmico, probabilmente in relazione alla distruzione di Atlantide, la quale all’inizio, prima della ribellione di cui abbiamo parlato, era un centro regolare “emanato” da quello polare, un suo riflesso che ne adattava la spiritualità, spesso riproducendone i simboli. Alla distruzione di tale centro (ormai diventato elemento di infezione e di disordine) e ai cambiamenti astronomici relativi allude probabilmente la conclusione del mitologhema di Perseo. Dopo tante avventure I’Eroe torna ad Argo e qui uccide incidentalmente lo zio Acrisio colpendolo alla coscia con un disco. Il Guénon ha spesso rilevato che il termine greco per “coscia” mêros, non fa che riprodurre foneticamente la Montagna cosmica degli indù, il Mêru, I’Axis Mundi, secondo una curiosa assimilazione che può trovare una sua spiegazione nelle leggi compositive delle lingue sacre. Il “disco”, poi, non è che un simbolo dell’equatore celeste che si sposta e “colpisce” I’axis mundi, determinando una nuova strutturazione celeste. Aggiungeremo che sono forse tali cambiamenti che hanno determinato riferimenti astronomici nuovi, ai quali allude la situazione celeste delle costellazioni Cefeo, Perseo, Andromeda, Cassiopea e Coetus, ossia di alcuni protagonisti della “discesa” divina simbolizzata dall’Eroe ellenico. 

Resti del tempio di Sturno, oggi.

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Note

1) Abbiamo analizzato questo periodo di passaggio in N. D’ANNA, La religiosità arcaica dell’Ellade, Edizioni Culturali internazionali di Genova (ECIG), Genova 1986 2a ed., che è bene aver presente per capire quanto diremo in questo studio. Sui cicli cosmici, cfr N. D’ANNA, Virgilio e le Rivelazioni divine, cap ⅠⅠⅠ (“I cicli cosmici e il regno di Saturno”), ECIG, Genova 1989, pp 49-68.

2) Circa ogni valutazione o utilizzazione del pensiero di “Geticus”  lasciamo al nostro collaboratore ogni responsabilità, dal momento che già piú volte la nostra rivista si è espressa molto negativamente (n.d.R).

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Articolo di Nuccio D’Anna “Parashu-Rama e Perseo” – Pubblicato in: Arthos, n. 33-34 – 1989/1990

 

 

KALI-YUGA: L’ “ETÀ OSCURA”

Dopo aver riassunto la dottrina tradizionale delle quattro età dell’umanità, vediamo come Evola, sulle pagine di Regime Fascista, descriveva l’ultima di queste età, il famoso kali-yuga, l’età oscura, argomento decisamente inflazionato, su cui molti (troppi) hanno scritto e scrivono, spesso a sproposito, sotto l’influenza dei deliri neo-spiritualistici in salsa new-age o simili. Questo articolo fu pubblicato il 24 gennaio del 1934, e poco tempo dopo sarebbe stato pubblicato per l’editore Ulrico Hoepli di Milano il capolavoro di Evola, “Rivolta contro il mondo moderno”. Evidentemente Evola stava lavorando alla sua opera da tempo, e quest’articolo (la cui riproposizione integrale e originale costituisce pertanto, probabilmente, un inedito) introduceva ad un argomento che in effetti fu ripreso, come noto, nell’appendice finale di “Rivolta”. E’ inoltre interessante notare che sul “Roma”, il 14 gennaio 1954, Evola pubblicò l’articolo “Il Mondo è piombato in un’età oscura”, che riprendeva proprio l’articolo apparso praticamente venti anni prima sul “Regime fascista”. Si tratta di uno degli innumerevoli casi in cui Evola riutilizzò e rielaborò materiale già pubblicato in precedenza per successivi articoli. Pertanto, nelle note a fondo pagina, analizzeremo le differenze più interessanti, più significative o anche semplicemente più curiose tra le tre versioni di questo scritto, quello appunto uscito sul “Regime Fascista”, quello che poco dopo costituì l’appendice di “Rivolta”, e quello dell’articolo uscito sul “Roma”. Differenze legate alla traduzione e all’interpretazione dei passi della celebre descrizione dell’età oscura contenuta nel Vishnu-purâna, su cui Evola basò il suo commento, inserendo appunto dei brevi commenti al testo induista, che subiranno modifiche in alcuni casi irrilevanti (e pertanto da noi assolutamente tralasciate), altre volte più significative o, appunto, particolari. Non si tratta di uno sterile esercizio di stile, di mero accademismo fine a sé stesso, ma di un tentativo, ci auguriamo interessante, di analisi delle scelte lessicali, con implicazioni talora solo formali, altre volte più sostanziali, di Evola.

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di Julius Evola

tratto da “Regime fascista” del 24 gennaio 1934

I più conoscono il mito narrato da Esiodo, e poi passato nella tradizione romana, concernente le quattro età del mondo: età dell’oro, età dell’argento, età del rame e età del ferro. Però non è parimenti noto a tutti che questa concezione trova singolari e significative corrispondenze in molte altre tradizioni, concordi nel prevedere, per l’umanità, non solo una specie di caduta progressiva da uno stato primordiale di alta spiritualità e di «solarità», ma anche, e appunto, quattro grandi tappe o fasi di siffatto processo involutivo.

Fra tutte, la tradizione indo-ariana è quella che ci si offre in più esatta corrispondenza con l’insegnamento di Esiodo. Qui le età prendono il nome di yuga, son parimenti quattro, e il senso della storia ultima sarebbe uno scender da una età dell’«essere» o della «verità» – satya-yuga – fino ad una età oscura: kali-yuga. Essa si trova nel Vishnu-purâna, un trattato i cui elementi risalgono ad un dipresso all’inizio dell’era cristiana, riprendendo però temi già formulati in testi che indietreggiano ad un dipresso, a circa tremila anni or sono. I luoghi che ci interessano sono, nel Vishnu-purâna, il c. 24 del libro IV e il c. I del libro VI. Noi ci rifacciano alla traduzione inglese curata da H. H. Wilson (London, 1868) e ci limiteremo ad aggiornare la terminologia ai tempi, aggiungendo solo fra parentesi le più visibili corrispondenze. Ecco dunque, in termini autentici, l’antica profezia riguardante l’«età oscura»:

Razze di servi, di fuori-casta e di barbari si renderanno padroni delle rive della terra indù (1)… I capi (di questa éra) che (allora) regneranno sulla terra, come tempre violente… si impadroniranno dei beni e dei loro soggetti. Limitati nella loro potenza, i più sorgeranno e precipiteranno rapidamente. Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri ed essi quasi ignoreranno che sia la pietà. I popoli dei vari paesi, mescolandosi ad essi ne seguiranno l’esempio”. Si tratta di quelle nuove invasioni barbariche, cioè della colonizzazione europea del mondo (2) con conseguente immissione del virus del materialismo e della selvaggia volontà di potenza propria al mondo occidentale in civiltà ancora fedeli e millenarie, sacre tradizioni (3).

La casta prevalente sarà quella dei servi” (epoca proletario-socialista: bolscevismo) (4). “Coloro che posseggono abbandoneranno agricoltura e commercio e trarranno da vivere facendosi servi o esercitando professioni meccaniche” (proletarizzazione e industrializzazione). “capi, invece di proteggere i loro sudditi, li spoglieranno e sotto pretesti fiscali ruberanno le proprietà alla casta dei mercanti” (crisi della proprietà privata e del capitalismo, statizzazione bolscevica della proprietà) (5). “La sanità (interiore) e la legge(conforme alla propria natura) (6) diminuiranno di giorno in giorno finché il mondo sarà completamente pervertito. Solo gli averi conferiranno il rango” (la quantità di dollari, si direbbe in America) (7). “Solo movente della devozione sarà la preoccupazione per la salute materialesolo legame fra i sessi sarà il piacere, sola via di successo nelle competizioni sarà la falsità. La terra sarà venerata solo per i suoi tesori minerali” (industrializzazione rurale, morte della religione della terra) (8). “Le vesti sacerdotali terranno il luogo della dignità del sacerdote. La debolezza sarà la sola causa del dipendere (9) (viltà e mancanza di onore nelle gerarchie utilitaristiche dei passati regimi) (10). “Una semplice abluzione (priva della forza del vero rito) sarà sinonimo di purificazione” (si è oggi ridotta a troppo più la pretesa salutifera dei sacramenti?) (11).

La razza sarà incapace di produrre nascite divine. Deviati da miscredenti, gli uomini si chiederanno insolentemente: ‘Che autorità hanno i testi tradizionali? Ma che sono questi Déi, che è la superumanità solare (brâhmana)?’ (12). “L’osservanza delle caste, dell’ordine e delle istituzioni(tradizionali) decadrà nell’età oscura. I matrimoni in questa età cesseranno di essere un rito e le norme connettenti un discepolo ad un Maestro spirituale non avranno più forza. Si penserà che chiunque per qualunque via possa raggiungere lo stato dei rigenerati(è il livello democratizzante delle pretese moderne alla “spiritualità”) (13) gli atti di devozione che potranno ancora esser eseguiti non produrranno alcun risultato (vanità della religione umanizzata e irrealizzata) (14).

Ogni ordine di vita sarà uguale promiscuamente per tutti” (15). “Colui che distribuirà più danaro sarà signore degli uomini e la discendenza familiare cesserà di essere un titolo di preminenza” (“superamento” della nobiltà tradizionale, plutocrazia) (16). “Gli uomini concentreranno i loro desideri sull’acquisizione, anche se disonesta, della ricchezzaOgni specie di uomo si immaginerà di essere pari ad un brâhmana” (pretese prevaricatrici del “libero” esame e della “libera” cultura accademica; arroganza della ignoranza erudita) (17). “La gente quanto mai avrà terrore della morte e paventerà la penuria: solo per questo essa conserverà (un’apparenza) di cielo (senso dei residui religiosi ancora presenti fra la plebe moderna) (18).

Le donne non seguiranno gli ordini (19) dei mariti o dei genitori. Saranno egoiste, abiette, discentrate e mentitrici e sarà a dei dissoluti che esse si attaccheranno. Esse diverranno semplicemente oggetti di soddisfacimento sessuale”.

L’empietà prevarrà fra gli uomini deviati dall’eresia e la durata della loro vita sarà conseguentemente più breve”(20).

Non diversi i tratti dell’«età oscura», secondo il Vishnu-purâna. Resta ai lettori giudicare della loro … attualità o meno: cosa, peraltro, non facile, inquantochè per prima cosa bisognerebbe avere il giusto senso del punto di riferimento dal quale queste profezie son state formulate. Non è facile impresa, infatti, far concepire ai più che cosa – di là dal mito – l’uomo tradizionale poteva intendere quando parlava degli stati d’esistenza propri p. es. ad una «età dell’essere» o «età solare». Ciò che volgarmente, un’eco scolastica, si pensa dell’età aurea come età naturalistica di ozio e di ignavia, non ha, p. es., il menomo punto di riferimento col vero insegnamento tradizionale in proposito.

L’insegnamento del Vishnu-purâna, oltre la suddetta descrizione, comprende due punti che vale la pena accennare. Il primo, riguarda una specie di legge di compensazione. Esiodo, dinanzi allo spettacolo dell’età del ferro, esclamava: “Potessimo non esservi mai nati!” Invece nel Vishnu-purâna si dice quasi: “Beati coloro che vi son nati!” – in questo senso: che coloro che nell’età oscura, malgrado tutto, riescono a tener fermo nei valori dello spirito e dell’interiore dignità, conseguirebbero un frutto invisibile ben più alto e vasto di quello possibile in altre età a parità di sforzo. La visione crepuscolare dei tempi ultimi ha dunque una controparte positiva. «Pessimismo eroico» — direbbe un Nietzsche (21).

Il secondo punto si riferisce ad una profezia ulteriore, relativa alla fine della «età oscura». Le quattro età, in effetti, sarebbero dei «momenti» di uno sviluppo ciclico. Una forza più alta passa attraverso di esse e le trascende. Così anche l’«età oscura» avrà la sua fine e il suo superamento. E il testo ci parla di alcuni essere misteriosi che attendono da ère e ère una nuova manifestazione dello spirito per poter dar inizio a nuove e migliori generazioni.

Quando i riti insegnati dai testi tradizionali e le istituzioni della legge staranno per cessare e il termine dell’età oscura sarà vicino, una parte dell’essere divino esistente per la sua propria natura spirituale secondo il carattere di Brahman, che è il principio e la fine… si manifesterà sulla terra… Sulla terra, ristabilirà la «giustizia»:  e le menti di coloro che «vivranno» alla fine dell’età oscura saranno destate e diverranno della trasparenza di un cristallo. Gli uomini così trasmutati in virtù di tale speciale epoca costituiranno quasi una semenza di esseri umani (nuovi) e daranno nascita ad una razza che seguirà le leggi dell’età primordiale”.

Nello stesso testo è detto che la stirpe in cui «nascerà» questo principio divino, questa forza di inalterata spiritualità rinnovatrice, è una stirpe di Chândhala. I lettori saranno certamente curiosi di sapere che cosa sia questo Chandhala. Ma ciò ci porterebbe troppo oltre i limiti delle presenti note. Onde ci riserviamo di tornar, se mai, sull’argomento un’altra volta (22).

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Note

(1) In Rivolta e sul Roma Evola specificherà l’ambito territoriale indiano, avente chiaramente una valenza analogico-simbolica più che geografica: “padroni delle rive dell’Indo, del Darvika, del Candrabhaga e del Kashmir”.

(2) Su Rivolta l’intero commento a questo primo estratto dal  Vishnu-purâna sarà cancellato. Sul Roma il commento verrà invece recuperato, omettendone il riferimento alla “colonizzazione europea del mondo”.

(3) Come già osservato, l’intero commento a questo primo estratto sarà cancellato da Rivolta. Esso verrà recuperato sul Roma, con la precisazione di cui sopra,  e con l’aggiunta dell’osservazione “Tale processo, come si sa, in Asia è in pieno sviluppo”.

(4) In Rivolta verrà espunto tutto il commento, che invece Evola recupererà sul Roma cambiando l’espressione “bolscevismo” in “comunismo”.

(5) In Rivolta si legge: “crisi del capitalismo e della proprietà privata; socializzazione, nazionalizzazione e comunismo”. Evola cambierà il commento in “statizzazione comunista della società” sul Roma.

(6) In Rivolta Evola specificherà significativamente la frase, facendo riferimento allo svâdharma, cioè il dharma individuale delle tradizione induista (“conforme alla propria natura: svâdharma”, scriverà). Al riguardo, rimandiamo all’articolo da noi pubblicato La realizzazione di sé: dall’esistenzialismo allo svâdharma“. Sul Roma tale riferimento aggiuntivo verrà invece espunto.

(7) In Rivolta si legge: “la quantità di dollari – le classi economiche”. L’intero commento viene espunto sul Roma.

(8) In Rivolta Evola specificherà: “sfruttamento ad oltranza del suolo, morte della religione della terra”. Sul Roma tornerà l’espressione “industrializzazione”: “industrializzazione ad oltranza, morte della religione della terra”. Curioso il riferimento persistente alla “morte della religione della terra”.

(9) Così anche su Rivolta. Sul Roma il verbo “dipendere” diventerà, più chiaramente, “obbedire”.

(10) In Rivolta, molto significativamente, Evola chiarirà: “viltà, morte della fides e dell’onore nelle forme politiche moderne”. L’espressione diventerà sul Roma “fine degli antichi rapporti di lealismo e di onore”.

(11) Citazione e commento confermati su Rivolta, ma espunti sul Roma.

(12) Molto interessante la modifica subita dall’espressione, probabilmente troppo forzata rispetto al testo originale, utilizzata da Evola sul Regime fascista. Il commento in Rivolta diventa “superumanità spirituale (Brahmana)”per poi tramutarsi in “la casta detentrice dell’autorità spirituale (Brahmana)” sul Roma.

(13) Particolarità: l’espressione, divenuta “la democrazia applicata al piano della spiritualità” in Rivolta, ritorna quella iniziale sul Roma.

(14) Il commento, che in Rivolta diventa “ciò che è da riferisi ad una religione ‘umanizzata’ e conformista” viene curiosamente espunto sul Roma.

(15) Estratto ancora senza commento su Rivolta, verrà invece così commentato sul Roma: “conformismo, standardizzazione”.

(16) In Rivolta leggiamo “fine della nobiltà tradizionale, borghesia, plutocrazia”. Sul Roma verrà espunto il riferimento alla “borghesia” ed alla “plutocrazia”, forse termine troppo “d’epoca” (Evola scriverà soltanto: “superamento della nobiltà tradizionale”).

(17) In Rivolta leggiamo “Prevaricazione e presunzione degli intellettuali e della cultura moderna”, sul Roma “pretese prevaricatrici della libera cultura accademica; arroganza dell’ignoranza”.

(18) In Rivolta abbiamo “senso dei residui religiosi propri alle masse moderne” (sostituita l’espressione “plebe moderna”, forse ritenuta troppo forte). Sul Roma verrà espunto ogni commento, con correzione del testo: “solo per questo conserverà forma (un’apparenza) di culto”.

(19) Interessante modifica del verbo: In Rivolta leggiamo “Le donne non obbediranno ai mariti e ai genitori”, e sul Roma “Le donne non seguiranno il volere dei mariti o dei genitori”. Quindi Evola passa da “seguire gli ordini” a “obbedire” fino a “seguire il volere”: quasi un progressivo tentativo di alleggerire l’espressione.

(20) Ultimo estratto confermato su Rivolta ma stranamente espunto dal Roma.

(21) Osservazione interessante: sul Roma, Evola integrerà tale commento con un inatteso riferimento al Cristianesimo: ” ‘Pessimismo eroico” direbbe un Nietzsche, e questa idea non è estranea allo stesso cristianesimo”.

(22) Evola sul Roma così sintetizzò tale secondo punto, concludendo l’articolo con un riferimento al rischio di una guerra atomica, d’attualità per l’epoca e peraltro tornato in auge anche in questo periodo: “Il secondo punto è che lo stesso Kali-yuga, per rientrare in uno sviluppo ciclico cosmico più vasto, avrà esso stesso una fine. Per via di un fatto non semplicemente umano si produrrà un mutamento generale. Ne seguirà una specie di rigenerazione, un nuovo principio. Speriamo che sia così e soprattutto che, prima, non si debba giungere proprio sino in fondo alla china, con le delizie che ‘l’era atomica’ ci riserva”.

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Tratto da: http://www.rigenerazionevola.it/kali-yuga-l-eta-oscura/

INTRODUZIONE AL CICLO AVATARICO, DA MATSYA A KALKI

di Giuseppe Acerbi

Fig. A

Come abbiamo già delineato altrove, richiamandoci ad un assunto puranico (che pone il numero delle principali “Discese” di Vishnu in relazione alla dottrina degli Yuga, ossia indirettamente alle “Gambe” del Toro del Dharma, il Ciclo Avatarico vishnuita si conforma distributivamente nella sua cronologia allo schema manvantarico (1). Vi sono tre possibilità generali di interpretazione, a questo riguardo; una delle quali è però la sola veridica, a nostro avviso, a meno di ammettere un”illogicità nella linea mitologica dell’Induismo. Se noi presentiamo infatti graficamente la questione, tracciando un cerchio (di 360°) con dieci settori circolari di eguale ampiezza (36°), corrispondenti simbolicamente all’intero Caturyuga, constateremo che codesti dieci settori – individuanti ciascuno un singolo Avatâra – abbracciano dieci archi di circonferenza reciprocamente equivalenti (vedi fig. A). Tale espediente grafico ci offre l’idea approssimativamente della  manifestazione avatarica lungo tutta l’estensione temporale del Manvantara (2). Ma potremmo anche rappresentare diversamente la distribuzione delle principali “Discese” di Vishnu. Ad esempio, supponendo che gli Avatâra non abbiano a che fare con i 10 Emicicli di 6.480 anni, che sappiamo caratterizzare l’intero Manvantara (sui quali vide infrâ oltreché alla n. 2); bensì semplicemente con le grandi congiunzioni planetarie (ibid), che son dette apparire all’inizio ed alla fine di tali Cicli, ogni fine essendo simultaneamente un nuovo inizio. In questo modo, ciascuno dei Dieci Avatâra andrebbe ad individuare nel nostro cerchio supposto non un arco di circonferenza, ma un singolo punto di questa. Si dovrebbe allora intendere la loro “Discesa” non tanto in senso ontologico, quanto cosmologico; o meglio come presenza effettiva, storica, nel mondo manifestato. 

Fig. B

Senonché, a questo punto, sorgerebbe il problema della giusta collocazione di codesti personaggi mitici nell’ambito dei quattro Yuga. Infatti, se ponessimo per ipotesi che il Primo di essi (Matsya) segnasse l’inizio del Manvantara (vedi fig. B), si avrebbe necessariamente, osservando la relativa distribuzione degli altri Nove, che il Decimo (Kalki) andrebbe ad occupare un posto il quale in nessuna maniera potrebbe competergli; cioè l’inizio del Kaliyuga, vale a dire della nostra Era. Mentre, sappiamo bene dai testi scritturali induisti – pur promulgati in epoca relativamente recente, in accordo con le necessità della Quarta Età – che la manifestazione umana del Decimo Avatâra al momento della loro compilazione non era ancora avvenuta, essendo riservata a tempi futuri. Se d’altra parte facessimo finire il Kaliyuga con Kalki (vedi fig. C), ne deriverebbe uno spostamento conseguente dei Poli avatarici; onde sapremmo con chi inizierebbe il prossimo ed Ottavo Manvantara (dato che in tal modo la fine del vecchio Ciclo e l’inizio del nuovo verrebbero a coincidere), non però con chi sia iniziato il Settimo ed attuale di codesti Cicli. E la cosa non avrebbe in verità molto senso, in quanto è il numero 10, e non il 9, a definire interamente un Ciclo cosmico. Rimane dunque possibile, per esclusione delle altre, solo la prima ipotesi (fig. A), che tuttavia e ancora tutta da verificare. Vi sono però dei dati, all’interno della tradizione induista, i quali sono di per sé inconfutabili; sicché proveremo ora ad esaminare se la nostra prima ipotesi possa essere atta a spiegarli in maniera soddisfacente. 

Fig. C

Ora, è dichiarato nel Mhbh., Âdip. – ii. 3 che la contesa tra Paraçurâma e gli  Kshatriya, divenuti eccessivamente orgogliosi, sia avvenuta alla fine dell’Epoca Tretâ, ossia poco prima del passaggio alla Dvâpara; mentre quella tra i Kuruidi ed i Panduidi è assegnata alla fine della Dvâpara (verso 13), tanto che la morte di Krishna o di Parikshit segna, com’è noto, l’inizio della Kali.  Se vogliamo però comprendere approfonditamente la questione, dobbiamo altresì tener conto di una regola valida in campo astrologico e nota nella pratica oroscopica, applicandola ivi per analogia, su un piano più generale. Questa norma tiene conto del cd. “valore cuspidale”, secondo cui un determinato pianeta entrando in un Segno si esprime con maggiore :intensità all’inizio ed alla fine di esso, più che nel mezzo; con una differenza fondamentale, tuttavia; l’inizio caratterizza l’espressione dell’astro in sede sottile le la fine quella del medesimo sul piano sensibile (3).

Allo stesso modo, si potrebbe pensare che nell’arco del periodo di 6.480 anni l’apertura del Ciclo indichi il passaggio di dominio da un Avatâra ad un altro; il periodo intermedio la durata, per così dire, della carica di tale Avatâra ed il momento finale il termine del mandato celeste conferitogli. Per analogia con la regola suaccennata, ne dedurremo che si avrà dapprima l’esercizio della funzione sul piano sottile ed infine la manifestazione di codesta funzione a livello umano (praticamente, la vera e propria “Discesa”), con la quale il Ciclo determinato dall’entrata in carica di un dato Avatâra giunge a conclusione. Tornando alle figure B e C, osserviamo che queste sono accettabili solo a patto di considerarle in relazione all’inizio ed alla fine dei rispettivi Periodi Avatarici (4). Abbiamo già accennato al tema delle grandi congiunzioni planetarie, base astronomica della suddivisione denaria del Manvantara. Ci pare ora il caso di affrontarlo più da presso. Come attestato da varie parti, non solo in India ma pure nei paesi islamici, nell’antico Vicino Oriente e, per via indiretta, anche nell’Ellade classica e nella tarda latinità – senza volerci spingere più oltre, onde non suscitare questioni fuorvianti per l’argomento in discussione – si ha nozione nell’ambito della scienza cosmologica di congiunzioni astrali particolarmente potenti nelle loro influenze, per via della partecipazione alla loro formazione di tutti i pianeti visibili del sistema solare. Chi ha esperienza diretta di Astrologia sa quale importanza abbiano in codesto dominio le congiunzioni astrali, pur solo parziali di due o tre pianeti lenti (Marte, Giove, Saturno); e quale veicolo di potenti e decisivi influssi – malefici o benefici che siano – costituisca il cumulo planetario (stêllium) in una determinata Casa dello Zodiaco. 

Ragion per cui si può ben immaginare che fattore di squilibrio o di riequilibrio possa rappresentare l’unione (scr. yoga) di tutti e sette i pianeti in un arco di pochi gradi (la famosa “linea retta” di Beroso); ossia non più di 30°, vale a dire nell’ambito di un solo Segno zodiacale. È notizia nella letteratura cosmologica paleoccidentale, la quale fa capo idealmente all’antico Egitto, di un grave cataclisma avvenuto tempo addietro, circa dodicimila anni fa (esattamente, secondo il calcolo astrale, attorno al 10.960 a.C.), in area atlantica; esso avrebbe comportato, secondo quanto risulta in base ai molteplici dati fornitici dal folclore di vari paesi, cambiamenti della superficie terrestre simili che un intero continente sarebbe andato sommerso ed altri resi inospitali dal brusco mutamento di clima. Tanto che alcune ulteriori regioni, prima inabitabili, sarebbero divenute tutto d’un tratto favorevoli all’insediamento umano. La data precisa dell’avvenimento parrebbe registrata scrupolosamente in Egitto da una celebre pittura murale, lo Zodiaco di Dendera. Codesto dipinto mostra, infatti, uno Zodiaco che presenta al Punto Vernale non già l’Ariete, bensì il Leone (5). Come si rileva da un breve calcolo, tenuto conto che oggidì l’Equinozio di Primavera ricorre allorquando il Sole sorge a 0° nel Segno dei Pesci, il periodo astronomico questione risale a circa tredicimila anni fa (2.160 X 6 = 12.960) (6). Si potrebbe mettere in discussione l’accostamento tra lo Zodiaco di Dendera e l’immane calamità – “diluvio di Acqua”, dichiarano le più disparate tradizioni, di contro al “Diluvio di Fuoco” di là da venire, del quale è tracciata un’immagine potentissima pure nel V. Testamento (7). È probabile tuttavia, per ragioni che chiariremo in seguito, che almeno due cataclismi dei quali uno minore o parziale, siano avvenuti in questo enorme arco di tempo; onde le testimonianze riguardo codesti avvenimenti hanno finito per sovrapporsi nella memoria dei posteri. Sta difatto che, nella cosmologia cristiana medievale, identificava tout court il già trascorso “Diluvio di Acqua” delle tradizioni pagane con quello di Noè (8); ed una futura Conflagrazione (od Epìrosi), attribuita dagli antichi ad un avvenire imprecisato, con il “Diluvio di Fuoco” imminente del N. Testamento (9). Comunque sia, vi sono molti dati in altre tradizioni, soprattutto in quella indiana, che possono confermare la validità delle suddette identificazioni e della supposta collocazione cronologica dei due accadimenti descritti.

Dakshinaranjan Shastri parla infatti in una sua ricerca sul culto degli Antenati (10) di alcuni giorni speciali del calendario hindu, denominati Yaganta; ed indicanti, come spiega l’etimologia del vocabolo stesso (Yuga-anta = “Fine degli Yuga”), i Quattro Segni zodiacali i quali allorché trovansi al Punto Vernale presiedono al passaggio da un ciclo epocale all’altro. Formalmente tali giorni si presentano come momenti annuali e rituali, ma è ovvio che la cosa vada intesa in realtà quale aperto richiamo al trascorrere graduale del Caturyuga. l Quattro Segni in questione sono ad ogni modo quelli del Leone (Simha), dello Scorpione (Vriçcika), del Toro (Vriçabha) e dell,”Acquario (Kambha) (11); col quale ultimo dovrebbe iniziare, secondo la tradizione astrologica orientale, il nuovo Satyayuga (12). Codesti dati, estremamente precisi, ci offrono il mezzo per ricostruire lo schema zodiacale completo dell’inizio e della fine di tutte e quattro le Epoche cicliche. A cominciare dalla Prima Età, avremo così per essa la durata di un intero periodo processionale (dal Leone alla Vergine); per la Seconda Età – il Toro del Dharma perde una “Gamba” – solo i tre quarti del medesimo ciclo (dal Leone al Sagittario). Due quarti del ciclo sono invece attribuibili alla Terza Età, a propria volta caratterizzata dalla perdita di un’altra “Gamba” (con conseguente passaggio del Punto Vernale dallo Scorpione ai Gemelli); si deve alfine assegnare un quarto dell’intero ciclo alla Quarta Età, restando agibile un’unica “Gamba” (col passaggio terminale dal Toro ai Pesci) (13). Dallo schema di cui sopra applicato ai Cinque Mahâyuga (14) risulta che l’Età del Leone, il cui inizio ricorreva circa 13.000 anni fa, dovette segnare la fine del IV Grande Anno ed il principio del V. L’uno e l’altro sono simboleggiati rispettivamente dall’Elemento Acqua e dall’Elemento Terra ed, inoltre, dal prevalere tra i Punti Cardinali dell’Ovest e del Nord (15). O, tra i Pañcajana (16) – le mitiche “Cinque Generazioni”, secondo noi corrispondenti parzialmente alle Caste – dall’avvento prima del Varna dei Vaiçya (associato emblematicamente al Colore Blu), il cui apice dovrebbe essere rappresentato secondo la cosmografia induista dal sorgere ad Ovest del Mera (Vi. P. – ii. 2, 23) del Ketumâla-varsha identificabile secondo noi all’Atlantide platonica (17); e dal predominio poi del Varna degli Çudra (avente per emblema il Nero), la cui supremazia sembrerebbe invece essersi manifestata nelle plaghe settentrionali dell”Eurasia (vedi mito dell’Uttarâkuru, un Dvîpa da non confondere in questo caso con quello paradisiaco l’Illâvrita), all’interno dell’attuale distribuzione geografica delle terre emerse. Tale osservazione ci sarà di aiuto nell’esplicazione del fenomeno delle congiunzioni planetarie, precedentemente esaminato; ciò che è infatti il tema cosmologico fondamentale del Timeo platonico, più che non l’Atlantide stessa.

Fig. D

Peuckert (18) c’informa citando Seneca (Naturâles Quaestiônes iii. 29), che il “Diluvio di Acqua” (19) era avvenuto allorché i pianeti (visibili) si trovavano tutti allineati in Capricorno (simbolicamente nel Solstizio Invernale dell’Anno Cosmico, apportatore pertanto di un’inondazione); e che, viceversa, il “Diluvio di Fuoco” sarebbe sopravvenuto allorché i pianeti si fossero trovati tutti congiunti in Cancro (Solstizio Estivo dell’A.C., apportatore analogicamente di una Conflagrazione). A questo proposito e da sottolineare che la Smriti induista colloca in Cancro, approssimativamente a 0°, seppur mediante una congiunzione più ristretta (Surya, Candra e Brihaspati) la fine del Kaliyuga (20). Dovremmo or dunque ritenere che un’unica dottrina cosmologica si sia diffusa dall’Oriente all’Occidente o viceversa, magari con centro d’irradiazione la Mesopotamia sumerica (21). Se poi aggiungiamo che nelle “Centurie” di Nostradamus (il celebre sapiente ed astrologo di origine ebraica del XVI sec.; invero un siciliano dal nome latinizzato, dopo essersi trasferito in Francia) è il Solstizio Estivo che di nuovo è preso di mira (22), il quadro diviene completo. Anche la tradizione vicino e medio orientale, che prima ad opera di Eraclito e Platone indi di Beroso e Zenone è pervenuta sino a Seneca, arriva d’altronde alla medesima conclusione (23). Possiamo da tutto ciò dedurre che, secondo la sapienza tradizionale diffusa in area indomediterranea, allorquando i pianeti si trovano congiunti in Capricorno al principio del V Grande Anno (mentre al Punto Vernale spuntava il Leone) una grande inondazione abbia sconvolto la Terra quale frutto funesto delle tremende influenze planetarie. Se poi alla fine del nostro secolo, quando il Punto Vernale si troverà in Acquario, avverrà o meno la Conflagrazione pronosticata e temuta (24) non sono fatti che riguardano la direttamente la discussione della nostra tesi.  Ne consegue, però, che da siffatta pretesa evenienza sia deducibile in via teorica la nozione del regolare svolgersi di tali Grandi Congiunzioni e del loro ritmico rapporto con i numeri cosmologici prima esaminati. Per codeste Congiunzioni Planetarie è così teorizzabile uno schema progressivo sul tipo di quello già delineato per i Dieci Avatâra, ovverossia il seguente, in riferimento al nostro Caturyuga (vedi figg. D e E): 1) congiunzione (♂) in Capricorno () all’inizio del I G.A., 2) ♂ in Cancro (♋️)  all’inizio del II, 3) ♂ in ♑ all’inizio del III, 4) ♂ in ♋️all’inizio del IV, 5) ♂ in all’inizio del V. Il prossimo Manvantara invece, procedendo ad ordine inverso (25), dovrebbe cominciare con la ♂ in  ♋️ e terminare in   ♋️. In questo modo noteremo che, dei 14 Manvantara dei quali è formato il Kalpa, i 7 a numero dispari (I, III, V, VII, IX, XI e XIII) inizieranno con la ♂ in ;  mentre gli altri sette, a numero pari (II, IV, VI, VIII, X, XII e XIV), inizieranno con la ♂ in ♋️.

Fig. E

Nello schema avatarico dovremo tener conto pure delle congiunzioni di mezzo (26), che avvengono probabilmente – a giudicare dall’importanza loro data nei testi hindu – in Ariete () ed in Bilancia (♎), cioè negli altri due Segni Cardinali (oltre il ♑ ed il ♋️); sicchè il quadro ciclico generale già analizzato può essere così completato; I Avat.: ♂ in , Il Av.: ♂ in ♎, III Av.: ♂ in ♋️, IV Av.: ♂ in , V Av.: ♂ in , VI Av.: ♂ in ♎, VII Av.: ♂ in ♋️, VIII Av.: ♂ in , IX Av.: ♂ in ,  X Av.: ♂ in ♎.  Lo schema suddetto è compilato secondo il punto di vista (fisso) dell’Astrologia Tropicale. Secondo il punto di vista (mobile, ma altrettanto valido) dell’Astrologia Siderea, le Grandi Congiunzioni sopra analizzate ricorrono viceversa in relazione alle posizioni vernali. Vale a dire, seguendo lo stesso ordine e considerando la connessione dei Periodi Avatarici con i 4 Segni Cardinali (, ♎, ♋️, ♉), ciò significa in realtà che le Grandi Congiunzioni avvengono ai Solstizi ed agli Equinozi, secondo il normale simbolismo dei Segni (♑ = Solstizio Invemale, ♎ =  Equinozio Autunnale, ♋️ = Solstizio Estivo, ♉ =  Equinozio Primaverile). E dato che lo schema sidereo dei Segni non è fisso come quello tropicale, bensì varia di 3 Segni al Punto Vernale ogni 6.480 anni ovvero ogni singolo Periodo Avatarico, si deve arguire che le Settemplici Congiunzioni dei Sette Pianeti visibili finiscono per cadere costantemente nel Segno del Toro; precisamente attorno approssimativamente a 30° del Segno (equivalenti per convenzione 0° dei Gemelli), ma sempre comunque nell’ambito del medesimo, come ci potrà confermare un’occhiata alle posizioni planetarie dell’inizio del prossimo Manvantara (di cui abbiamo già offerto una datazione precisa e non e dunque il caso di ripeterci). L’unica precisazione da doversi fare riguardo il prossimo Manvantara è che sia lo schema dei Segni dominanti il Punto Vernale, sia quello simbolico dei Solstizi e degli Equinozi, risultano invertiti rispetto ai corrispondenti cicli del Manvantara attuale. Unico riferimento costante saranno, invece, le Grandi Congiunzioni in Toro. Ora, l’ultima decade del Segno del Toro appartiene secondo la suddivisione degli asterismi lunari ad Orione (scr. Mrigaçiras), più o meno; la mediana ad Aldebaran (Rohiní) e la prima, grosso modo, alle Pleiadi (Krittikâ). Si comprenderà, adunque, l’importanza assunta nella simbologia tradizionale di ogni tempo e luogo dalle tre costellazioni citate e soprattutto dalla prima; definita in India non per nulla Kâlapurusha, cioè “Signore dei Cicli Cosmici (27), secondo quanto si capisce dal quadro cosmologico che abbiamo appena ricostruito. La presenza di Orione nell’emisfero boreale è visibile nella porzione meridionale del cielo; mentre nell’emisfero australe, ov’è la Croce del Sud che funge attualmente da Polo Celeste al posto della Stella da noi definita appunto “Polare”, la situazione astronomica descritta appare ovviamente rovesciata. E noto peraltro attraverso gli studi di Tilak (vedi The Orion) che l’asterismo di Orione, insieme ad Aldebaran (la Settima Pleiade, considerata l’Occhio del Toro Celeste) ed alle Sei Pleiadi (sue mitiche “Sorelle”, nell’Induismo reputate assieme alla “Settima” le Saptamatrikâ ossia le “Sette Madri” della Manifestazione; le quali compaiono analogamente come mogli dei “Sette Saggi” o Saptarishi, presiedenti all’Orsa Maggiore, definita appunto in sanscrito Saptariksha = “Sette Orsi”), trovasi al Punto Vernale nel periodo tra il 4300 ed il 2500 a.C. circa. È questo il momento medesimo in cui, secondo i nostri dati esposti in precedenza, è cominciato realmente il Kaliyuga, la datazione letteraria dell”evento essendo invero fuorviante. Analizzando di poi il movimento celeste del suddetto Nakshatra di Mrigaçiras, in rapporto non solo alle Grandi Congiunzioni (nei Punti Cardinali) dei Periodi Avatarici, ma pure ai Segni presenti al Punto Vernale all’inizio ed alla fine delle suddivisioni interne del Caturyuga (Yuga e Mahâyuga), ci accorgeremo dell’influenza avuta da codesta costellazione – insieme ad altri grandi rivolgimenti cosmici – nella determinazione delle Epoche cicliche (28) Il tutto dà ragione perciò della presenza ossessiva del simbolismo del Cervo (e dell’Antilope) o del Toro, nonché del cacciatore o del Mandriano, nelle culture indoeuropee ed altrove. Si pensi al ruolo del “Selvaggio Cacciatore” (29) dall’India alla Grecia; od alle varie cavalcature cervine, nonché taurine, delle molteplici deità indomediterranee ed arioeuropee. Oppure a Nandin, il Toro di Mahâdeva che è del tutto eguale al Toro del Dharma; ora cavalcatura del “Fratello” di Yama, ora costui medesimo in altra forma.

Dharma, il dio dell’ordine e della Giustizia, è nell’induismo concepito d’altronde come identico a Kâla (cfr. con Krónos, il Nómos o Demone-antenato ellenico, quale nume argenteo ovvero Signore del Tempo e della Morte) e figlio di Yama (corrispettivo indiano del latino Iânus quale nume aureo e “ Signore degli Inizi”). Secondo la Ri.S – vi. 74, 4 per mezzo di Dharma, o più precisamente del Dharmapâça (Kâlapâça, cioè il “Laccio del Tempo”), Varuna (l’Urano indiano, ivi però demonizzato ed identificato a Kâla) tiene a bada gli Asura. La qual cosa ci fa ricordare il Crono ellenico, che domina i Titani. Vedi anche sulll’argomento il Mhbh., Udyogap. – cxxviii. 44-7. Al quadro astrale appena delineato dovremo, tuttavia, aggiungere che anche il Polo Celeste è mobile; e di ciò dovettero avere nozione ben presto, in India ed altrove, gli antichi saggi scrutatori del cielo (cfr. Mait. U. – i. 4). con il solito procedimento a ritroso si possono calcolare quindi i seguenti dieci mutamenti dei Poli (tenendo a riferimento lo schema precedente): I Avat. : Lira (30) , Il Av.: Testa del Dragone, III Av. : Orsa Minore, IV Av.: Testa del Dragone, V Av.: Lira, VI Av.: T. del Drag., VII Av.: O. Minore, VIII Av. : T. del Drag., IX Av.: Lira, X A1 T. del Drag. Ancora una volta, nel prossimo Manvantara, a causa del movimento oscillatorio dei Poli (31) le posizioni delle costellazioni circumpolari saranno differenti rispetto a quelle del nostro; pertanto a partire dall’O. Minore si arriverà alfine al Dragone. Ovviamente, schema ora presentato è valido anche per ogni altro Manvantara il numero dispari (I, III, V, e IX, XI, XIII); oltrechè per il nostro, il V. Al contrario, per i Manvantara sequenzialmente di numero pari (É IV, VI e X, XII, XIV) – oltre al prossimo, l’VIII – valgono posizioni polari opposte a partire dalla Stella Polare. Attualmente il Polo Celeste sarebbe teoricamente costituito dal Dragone” (32), seppur visibilmente sia la Polare ad averne già ereditato la funzione di perno centrale rispetto ai movimenti degli astri; dal momento che siamo molto prossimi alla fine di questo Manvantara e, conseguentemente, all’inizio del successivo. Si veda, per un riscontro mitico in Occidente di tipo motivo astronomico, la leggenda celtico-cristiana del ritorno di Artù – cfr., al riguardo, il celt. Arthos (“Orso”) con il gr. Arktos (“Orsa” particolarmente l’Orsa Minore) – alla “fine dei tempi’. Ossia alla fine di quella che i Romani appellavano “Età Ferrea” ed i Norreni “Eta del Lupo” (33):, insomma, per esprimerci in termini Hindu, alla fine dell’Era di Kali.

Da notare oltretutto che Artú nella saga graaliana è figlio di Uther Pendragon, l’eroe il cui nome significa infatti, letteralmente, “Testa del Dragone del Nord”. Si metta a confronto l”ingl. m. utter (“più in alto, più elevato”) col scr. urtara (id). Nell’antica lingua indiana troviamo altresì il termine Uttarâkuru, designante sia il Paradiso Terrestre sia più modestamente la leggendaria “Terra Settentrionale” di provenienza da parte degli Ârya; ove kuru (“terra, regione”) è sostantivo etimologicamente correlato  al gr. chôra (id.) ed uttarai un comparativo connesso all’ingl. m. utter, nel senso di “più elevato; esterno; nordico”. In ambito greco il ricordo di due Continenti mitici (scr. Dvîpa,) distinti, uno più artico e. l’altro semplicemente boreale, si è confuso ancor più che in India per riassorbimento dei tratti del del secondo mediante la celeberrima nozione di “Terra Iperborea”; inoltre si sono perse a tal proposito tutte le tradizioni concernenti i riferimenti astrali, onde poter collocare in modo cronologicamente preciso codesto mito, a parte un vago riferimento all’Età Aurea. Qualche lieve traccia è tuttavia perdurata, secondo quanto è lecito dedurre da leggende come quella di Astrea; una dea dal carattere virgineo la quale, avendo dimorato un tempo fra gli uomini, si tramanda si sia poi allontanata da essi in cielo prima dell’avvento dell’Età Argentea ormai delusa dal fatto che fosse venuta meno la giustizia sulla terra. È questa una chiara allegoria, onde significare che l’età dell”Oro (cfr. il scr. Kritayuga= “Età della giustizia”) sia giunta a termine allorché il Punto Vernale trovavasi nella costellazione zodiacale della Vergine (34). Il Ciclo Avatarico, preservatosi nell’Induismo (35) dalla letteratura epico-puranica, testimonia or dunque nelle sue dettagliate suddivisioni cronologiche che le Quattro Età mitiche di matrice indoeuropea si basano non su vaghe fantasie religiose, bensì sulla conoscenza di specifiche periodizzazioni dei moti astrali (36). Una prima delle quali concerne la situazione astronomica del Polo Artico, ed una seconda le precessioni delle costellazioni al Punto Vernale nello Zodiaco siderale; mentre una terza riguarda le Settemplici Congiunzioni planetarie nei vari Punti Cardinali dello Zodiaco tropicale.

In tutti questi cicli rinveniamo un’applicazione indiretta del principio ermetico che nel Pitagorismo ellenico è noto come “quadratura del cerchio”. Al primo di essi è riservata una periodizzazione completa dei suddetti moti (in 4/4); sia esso inteso con riferimento polare, precessionale o congiunzionale, fatto che corrisponde all’estendersi unitario del Satyayuga. Al secondo ciclo 3/4 della stessa periodizzazione, in relazione all’estendersi del Tretâ, cui vien meno 1/4 dell’intero moto; al terzo 2/4 in rapporto al Dvâpara, dimezzato nel moto ed all’ultimo 1/4, in corrispondenza al Kali, ridotto di 3/4 nel moto. Come a dire che il Tempo fugge sempre più di Età in Età, senza sosta; ma poi, tornando daccapo, riconverte inesorabilmente la propria corsa nel principio opposto a quello del moto. Vale a dire la stasi, che è difatti un emblema dell’Essere. Si consideri infine il simbolo del Kâlañjara, lett. il “Monte che trascende il Tempo” e che ne è quasi una condensazione in termini spaziali e paradisiaci; giacché detto “Monte” rappresenta in realtà una delle tante varianti del Meru la “Montagna Polare” per antonomasia, intesa in funzione di Axis Mundi (37). La stasi, del resto, non meno del moto è operata da quell’ente metafisico che si situa al di là di ogni antinomia ed è presente in noi tutti come Essere (Sar) Unico, trascendente il mondo fenomenico.

 

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Note

(1) Cfr. G. Acerbi, Kâlacakra. La Ruota cosmica – Tesi di laurea (con rielaborazione di futura pubblicazione), Venezia l985, P. ll, C.V, n. 50, pp. 502-13. Al problema si fa cenno in J. Gonda, Le religioni dell’India. Veda ed antico lnduismo – Jaca B., Milano 1980, P.ll, C.L, § 3, pp. 327-32; ed. or. Die Religionen Indies. Veda und alterer Hinduismus – Kohlhammer, Stoccarda 1960. Inoltre in D.A Soifer, Toward an Understanding of Vishnu’s Avatâras – Stoccarda Pur., Lug. 1976, Vol. XVIII, N° 2, pp. I43-4; e, più diffusamente, in R. M. Huntington, Avatâras and Yugas: an Essay in Purânic Cosmology –  Pur., Gen. 1964, Vol. VI, N° 1, pp. 33-5.  Quest’ultimo autore, tuttavia, nega che le “Discese” degli Avatâra avvengono secondo ritmi cosmici regolari; sicché e costretto, dalla sua incomprensione tecnica della questione, a percepire il numero decrescente delle stesse di Età in Età (4, 3, 2, 1) come un enigmatico paradosso, in contrasto con la crescente instabilità del Dharma (figurativamente del Toro del Dharma a reggersi sulle proprie “Quattro Gambe).

(2) Ci riferiamo al nostro Manvantara., ma lo schema può essere ritenuto valido anche per altri periodi manvantarici; anche se ci pare che la Tradizione non parli in modo specifico degli Avatâra di altri Cicli (cfr., a tal proposito, nel C.l della nostra ricerca segnalata alla n. 1 Kankâlamurti, un’icona riguardante però Mâhadeva piuttosto che Vishnu). Donde si trae la conclusione- che i “Dieci” (Dacâvatâra), normalmente elencati a parte dai testi, siano da considerare le figure avatariche per eccellenza. Tuttavia, bisogna pur sempre rarnmentare che in realtà tali figure sono di numero indefinito, giacché indefiniti sono i cicli temporali medesimi. Ed inoltre va sottolineato che e solo a titolo puramente illusorio, ossia sotto il profilo cosmologico, che viene affidato ad un essere il compito di provvedere al raddrizzamento spirituale di un’Epoca; infatti, sotto un profilo meno duale di quello vaishnava com’è per lo più quello çaiva, non si tiene conto degli Avatâra. O meglio, tutto ciò che esiste è considerato un’immagine perfetta e compiuta dell’Assoluto, per via della presenza interna in ogni essere del Divino (Antaryâmin). Vi sono, d’altronde, anche dei “Nomi di Potenza” (Vibhuti) di Çiva – ossia Yama o Varuna, Kâla o Kâma, Mrityu o Mâra, Vîrabhadra o Mahisha, etc – dei quali alcuni sono visibilmente in relazione con la suddivisione quaternaria del Manvantara (abbiamo affrontato in un altro scritto, ancora da pubblicare, la questione generale delle “Generazioni divine” indoeuropee); mentre altri costituiscono dei. ver.i. e propri paralleli shivaiti a certuni dei Daçâvatâra vishnuiti. Vedi ad esempio, tra questi ultimi, Matsyendranâth, Bhairava, Vâmadeva, Hanumat, e Mrigeçvara; secondo noi simbolicamente equivalenti, in modo rispettivo, a Matsya, Varâha, Vâmana, Râmacandra e Kalki (in cui l’Açva o la “testa di Açva”, corrisponde sacrificalmente al Mriga, od alla “Testa di Mriga”; ciò che è come dire Mrigaçiras, alias Brahmâ). È da notare, a questo proposito, che Bhairava è concepito talora dal punto di vista figurativo, allorquando è ritratto insieme a Kârttikeya e a Ganeça (a lui geneticamente antecedenti in tale raffigurazione), con il Cane per veicolo, anzichè colla ”Testa di Verro”; dato che egli svolge in codesto contesto la parte di terzo ed ultimo figlio di çíva, i quattro essendo in rapporto nel complesso con le quattro fasi principali del Caturyuga.  Per l’inserimento di Bhairava nella famiglia Shivaita cfr. la rara immagine di una pittura kangra del XIX sec. a. C., che illustra una sorta di “Viaggio Cosmico” (il Samsâra); ove Çiva-Mahâdeva è fiancheggiato dai suoi tre figli suddetti, in un ordine invertito rispetto a quello della loro rispettiva nascita culturale (S. Panthey, Iconography of Çiva in Pahâri paintings – Mittal P., Delhi 1987, tav. 53).  Circa le altre due citate filiazioni di Maheçvara è da rammentare che miticamente la prima di esse e quella di Skanda, benchè in realtà il loro significato possa essere benissimo ribaltato; in relazione questa volta con le tre fasi (sacrificali) del. Triyuga, ovviamente ponendo il capostipite divino non come “Signore dell’Eta Aurea” ma piuttosto quale “Signore dell’Età Argentea”, ruolo che d’alt’ronde è quello di norma più congeniale a Çiva. Si deve pure considerare il ruolo degli Avatâra minori (Vibhava = Emanazioni) di Vishnu (Dattatreya, Hayagriva, etc) ovvero quello delle manifestazioni parziali (Caturvyuha = “Quattro Porzioni”) sotto la dominazione generale di Paravâsudeva (= Vasudeva), l’Essere Supremo: vale a dire Krishna alias Vâsudeva (patronimico), uguale il fratello Baladeva o Balarâma alias Samkarshana, il figlio di Pradyumna ed il nipote Aniruddha). Codesti Vyuha sono unitamente chiamati Vaikunthamurti dal V. Dh.P. – iii. 85  e vengono rappresentati iconograficamente con una figura tetracefala, a quattro braccia; questa tetracefalia, ha verosimilmente, il medesimo valore di quella di Brahmâ,  a propria volta correlata sia con i quattro Yuga del Caturyuga, sia con i quattro Cicli minori del Satryayuga. Çiva stesso, per la verità, è talvolta raffigurato con i “Quattro Volti” (Caturânana), come mostrano le sue ipostasi di Kâla (cfr. il Vy.P. – i. 32,11-20, ove ai “Volti” menzionati corrispondono “Dieci Lingue”, ovviamente emblematicamente alle incarnazioni dei Daçâvatâra vishnuiti) o di Kâlacakra; una figura divina, questa seconda, la quale e strettamente apparentata alla prima, sebbene abbia avuto un particolare rilievo solo nel Buddhismo Tantrico.  Ora si rammenti, riguardo Paravâsudeva (non rappresentato nell’icona prima descritta), che egli equivale di per sé alla “Quinta Testa” di Brahmâ (ovvero al cd. Brahmaçiras per eccellenza, da intendere in senso trasposto ad indicare la forrma primordiale della Divinità durante la prima metà del Kritayuga), da Tilak identificata alla “Testa di Cervo” o “Testa di. Antilope” (Mrigaçiras) del Veda; la medesima che Çiva in quanto Kâla (tetracefalo), ha tagliato e sottratto a Brahmâ (pure lui tetracefalo, ma originariamente pentacefalo) sul Monte Meru, divenendo così il pentacefalo (Pancaânana) Mahâkâla. Tale pentacefalia ci rimanda, evidentemente, alla natura quinaria dei Mahâbhuta, i Grandi Elementi; determinanti i Cinque Mahâyuga (Grandi Anni) dei quali è formato il Manvantara (Eone), secondo una differente ripartizione ciclica rispetto a quella del Caturyuga. Ricordiamo ancora, infine, che oltre alla Caturvyuhamurti, Vishnu, Vasudeva possiede Dodici Vyuha secondari; probabilmente- identificabili ai “Dodici Soli” (Âditya) del Rigveda, presiedenti ai Segni zodiacali (Râçicakra) dell’Anno Sacrificale. Insomma, pure i numerosi Veicoli (Vâhana), gli attributi vari, le filiazioni molteplici, le diverse Forme (Murti) e persino le Armi più disparate (Disco,Tridente, etc.) delle quali un nume è dotato rientrano nella categoria generale delle manifestazioni cicliche di quel dio; onde le stesse possono, all’occorrenza, essere personificate separatamente. Parimenti tutte le deità hindu sono da concepirsi nella sorprendente vastità del loro insieme, quali raffigurazioni ipostatiche di una sola Divinità (il Brahmâ), dal carattere informe (Amurti) ed inqualificabile (Nirguna).

(3) Qualora si volesse mettere in dubbio la liceità dell’uso di tale concetto, converrebbe che ci si ricordasse che il vero problema nell’esame delle arti e delle scienze tradizionali e prima di tutto il comprenderle dall’interno, in base ai presupposti sui quali esse sono fondate, indipendentemente dal fatto che approvino o meno tali principi.

(4) Vi è in ciò una corrispondenza con lo spostamento dei corpi celesti e dell’asse equinoziale, dal momento che il grado 0° di un Segno è equivalente al grado 30° di quello precedente ( o susseguente, qualora si consideri la retrogradazione precessionale).

(5)  Per l’illustrazione dello Zodiaco di. Denderah cfr. E. Neumann, The Great Mother. An Analisis of The Archetype – Princeton U.P., 1974 (trad. dal ted. di R. Manheim, ed. or. n.c.), tav. 93. Si deve naturalmente tener conto che, per via della retrogradazione, il passaggio di un Segno al Punto Vernale  (entro 2. 160 anni) avviene da 30° a 0°. Ci sembra utile ora riportare un breve stralcio da un interessante libro del Tomas (A. Tomas, I segreti dell’Atlantide. Dalla leggenda alla scoperta delle tracce del continente misterioso – Mondadori, Milano 1976, C.I, p. 39; ed. fr. Le Secrets de l’Atlantide – R. Laffont, [ Luogo di ed. nc. ] 1969; tit. dell’ed. or. The Treasure of the Sphinx), in cu i. l’A. accenna a probanti testimonianze – tra cui lo Zodiaco suddetto – riguardo un cataclisma avvenuto circa 10-11 millenni av. l`E.V.: «Per generazioni il calendario di Dendera ha costituito per gli studiosi un enigma indecifrabile. I segni dello Zodiaco vi sono raffigurati a spirale e i simboli sono facili da riconoscere, ma il Leone si trova nell’equinozio primaverile. Tenendo conto della precessione degli equinozi, quest.o starebbe ad indicare una data tra il 10.950 e l’8.800 cioè proprio quel periodo nel corso del quale si produsse la catastrofe dell’Atlantide. Lo Zodiaco di Dendera e certo d’origine egiziana, ma potrebbe essere stato scolpito per commemorare un avvenimento lontano: latine dell’Atlantide e la nascita di un nuovo ciclo››, L’A. cita in precedenza (ibid cl., pp. 37-9) altri calcoli calendariali, dedotti dalle tradizioni indiane, persiane, mesopotamiche, egizie ed amerinde, i quali concorrerebbero nell’insieme ad indicare come possibile la datazione sopra proposta per il noto avvenimento descritto da Platone nel “Timeo” e nel “Crizia”. Il Tomas mostra inoltre di concordare con la studiosa sovietica E.F. Hagemeister nel ritenere che «la fine dell’era glaciale in Europa, la comparsa della Corrente del Golfo e l’inabissamento produssero simultaneamente, in modo approssimativo, verso l’anno 10.000 a.C.››. 

(6) Vale a dire, il Punto Vernale si è sino ad oggi spostato in retrogradazione, rispetto alla cronologia illustrata nello Zodiaco di Denderah, da 30° del Leone a 30° dell’Acquario; per quanto vi sia obiettivamente difficoltà nello stabilire l’esatta posizione in termini annuali e stagionali precisi. L’unica reale possibilità onde poter formulare una cronologia efficace e quella di far coincidere il ciclo precessionale con il ciclo delle Settemplici Congiunzioni planetarie, il quale per gli antichi era necessariamente limitato ai soli sette pianeti visibili. Si. consideri per il momento unicamente il punto d’arrivo del movimento precessionale, ossia il grado dello Zodiaco in cui si trova attualmente il Punto Vernale. La tradizione astrologica c’insegna che esso è a 0° dei Pesci. Ma come si son potuti stabilire in passato dei limiti celesti effettivi, che non fossero mera convenzione, bensì segnassero delle influenze reali? ‘Rimandando ad altra occasione futura una disquisizione approfondita sulla veridicità o meno di cotali influenze celesti e tenendo ora per buono, al di là di ogni pregiudizio modernistico, il punto di vista degli antichi al riguardo (il quale presenta nelle varie plaghe del globo un’omogeneità sconcertante, incomprensibile ai contemporanei), diremo solo che codesti limiti tra i Segni non sono che una semplice suddivisione duodenaria dell’unità in senso matematico, intesa cioè come un intero o meglio una totalità divisibile. Infatti, essendo il mondo fatalmente dominato secondo le credenze tradizionali più varie dalla legge di analogia, riflettentesi nei molteplici piani di esistenza, ne risulta necessariamente che l’unita matematica debba essere invero un’espressione sul piano numerico, vale a dire logico-razionale, dell’Unità metafisica dell’Essere. Parallelamente alla formula tardoermetica del primo verso del dodecalogo della Tavola Smeraldina (“Così in alto, come in basso”), abbiamo difatti in India un enunciato tantrico a proposito della legge di analogia che governa il cosmo; esso afferma viceversa, ma in modo specularmente complementare: “Come nel corpo, così nell’universo” (Yathâ pinde, tathâ Brahmânde).  La traduzione sommaria del sanscrito nei termini assai grossolani di una lingua europea moderna non rende abbastanza adeguatamente l’omologia tra l’Embrione sottile degli esseri individuali (‘Pinda) e l’Uovo del Brahma (Brahmânda); tuttavia, va da sé le due massime sopra menzionate rispecchino indubitabilmente uno sfondo culturale del tutto comune, di origine piuttosto arcaica. Nelle Scritture tantriche (Tantrasâravi)  si ha, d’altronde, una riflessione molto trasparente circa il senso simbolico dell’unita cronologica rappresentata dall’Anno Sacrificale (ossia dall’equivalente shivaita dello Yajña vedico) nei suoi sviluppi da un Segno zodiacale ad un altro, a partire dal Capricorno. Ivi la Ruota dei Segni (Râçicakra) – che allo Yajña s’identifica parzialmente, siccome il Râçicakra corrisponde per certi versi allo Yajñacakra, ossia al Kâlacakra – è intesa chiaramente quale passaggio del Sole, emblema dell’Unità metafisica, attraverso dodici stati (o stadi) simboleggianti dodici momenti di vibrazione della Coscienza Divina. Essi vengono così definiti (Abhinavagupta, Essenza dei Tantra, Tantrasâra  [2 voll.] – Boringhieri, Torino 1979  [ a cura di R. Gnoli], pp. 141-2; I ed. 1960): l. embrionalità, 2. desiderio di nascere, 3. tendenza alla nascita, 4. vicinanza alla nascita futura, 5. principio della nascita, 6. fatto di stare per nascere, 7. nascita, 8. esserci, 9. sviluppo, 10. maturità, 11. diminuzione, 12. dissoluzione. Tali stati sono certo presi a modello dalle fasi di sviluppo del seme vegetale, le quali fungono altresì da paradigmi di tutti ii movimenti ciclici di i manifestazione e dissoluzione ricorrenti nel cosmo. Le operazioni. astrologico-temporali (scr. Kal-ana, dal vr. kal = calcolare, come il lat. Cal-cul-us, da cal-cul-o = id.) sono difatti attribuite (ibid., iv.) da parte della tradizione tantrica. alla Dea del Tempo (Kâli=Annapürna), l’antica dea agraria che, sotto l’aspetto di Mâyâ, incanta magicamente il cosmo attraverso la molteplicità fenomenica. Mentre nell’aspetto terrifico Ella sopprime le forme create e, così, annullando il respiro degli esseri, li libera dalla loro soggezione alla Ruota Cosmica. Le stesse pratiche alchemiche dello Yoga sono da interpretare tal senso, al fine di annullare gli stati inferiori di coscienza, ovvero di nescienza, nello stato supremo. Anche le congiunzioni planetarie svolgono, a loro modo, un analogo compito. Sono, come nel caso dell’Illuminazione individuale, un mezzo autosacrificale attraverso cui il Signore si autorivela ciclicamente nelle proprie creature (ib.).
Ma torniamo al problema delle Settemplici Congiunzioni. Delucidato una volta per tutte il fondamento ontologico su cui si era basata l’Astrologia degli antichi – onde sgombrare eventuali pregiudizi nel campo – rimane da stabilire quali siano gl esatti punti di ripartizione tra i Segni zodiacali in sede spaziale celeste e, conseguentemente, quale sia il momento cronologico effettivo di partenza e di arrivo dei Cicli Avatarici. Abbiamo prima ammesso per ipotesi di scegliere come tempo provvisorio per misurare la durata effettiva dello spostamento precessionale di un Segno, in retrogradazione al Punto Vernale, il periodo ciclico in cui ricorre la Settemplice Congiunzione planetaria; ossia ogni 6.480 anni circa. Una conferma alla nostra ipotesi – in realtà una semplice deduzione – la possiamo trarre, del resto, attraverso una consultazione delle Effemeridi, constatando che in effetti l’attribuzione al momento presente del passaggio precessionale dai Pesci all’Acquario –  come avevamo sopra rilevato – si giustifica pienamente col fatto che il 3 maggio del Duemila tutte e Sette i Pianeti visibili si troveranno congiunti, sia pure in modo abbastanza largo, nel Segno del Toro (o del Cancro, qualora si consideri l’evento da un punto di vista tropicale, piuttosto che sidereo); ciò da ragione, quindi, della chiusura del vecchio ciclo precessionale e dell’apertura del nuovo. Siccome, ci tramanda indirettamente la Tradizione (tanto in Oriente, come in Occidente), codeste Settemplici Congiunzioni avverrebbero ogni 6.480 anni (ovvero all’inizio, nel mezzo ed alla fine del cosiddetto Mahâyuga o Magnus Annus Platônis; considerato a grandi linee della durata di 12-13.000 anni – si badi bene… Anni Sacrificali, non astronomici!), è evidente che l’Era zodiacale dei Pesci stia davvero per giungere a conclusione, cosi come vuole la Tradizione stessa. L’ aiuto di un buon astrologo al riguardo permetterà di comprendere meglio la nostra deduzione, senza dover scendere in ulteriori particolari.  Ma dato che molte, anzi tutte le profezie provenienti da più parti del globo – vide n.9 – sembrano convergere tra loro nell’indicizzare l’epoca odierna come il momento nel quale è destinato a terminare ciò che in India va sotto il nome di Kaliyuga ( il che vale pure per gli altri periodi ciclici equivalenti in ambito indoeuropeo e non) e, di conseguenza, l’intero nostro Manvantara (pigliando per buona la data attuale quale fine dell’Età Kali ed inizio dell’VIll Manvantara, dovremo ritenere prossimo un novello Satyayuga. In termini biblici potremmo parlare di fine della mitica Età inaugurata dalla Torre di Babele ed inizio di un successivo Ciclo Adamitico,  aperto da una nuova Era Paradisiaca; scopriremmo in tal modo, calcolando retrogradattivamente da 0° dei Pesci a 0° della Vergine (ossia, ciò che è la medesima cosa, da 30° dell’Acquario a 30° del Leone; secondo l’indicazione fornitaci appunto dallo Zodiaco di Denderah, con il Leone posto ad Est, ovvero nel luogo corrispondente all’Equinozio di Primavera), che l’evento supposto si è verificato, stando ai dati a nostra disposizione, attorno all’anno 10.960 a.C.
L’anno esatto e ottenibile moltiplicando 2.160 x 6. In questa operazione il moltiplicando dedotto dal numero di anni occorrenti a che il Punto Vernale si sposti di un intero Segno Zodiacale (30°). E dal momento che il fatto descritto sembra essere avvenuto attraverso 6 passaggi di Segno (dal Leone all’Acquario), in retrogradazione, il moltiplicatore risulta essere quindi 6. Un grado zodiacale trascorre retrogradattivamente durante 72 anni (cifra conosciuta nell’antichità forse per altra via rispetto alla nostra), per cui un Decano di Segno si sposta ogni 720 anni (72 x 10); e, di conseguenza, tre Decani di un intero Segno (720 x 3) trapassano nel Punto Vernale ogni 2.1.60 anni. La stessa cifra di 2.160 si ottiene più semplicemente moltiplicando il numero 20, indicante secondo lo schema geocentrico antico gli anni occorrenti alla congiunzione dei due pianeti visibili più lenti (cioè Giove e Saturno), per 108; vale a dire per il numero di congiunzioni che ricorrono nel periodo durante cui le stesse si spostano in progressione lungo le Triplicitates elementali (Terra, Acqua, Fuoco, Aria), fino a ritornare più o meno alla posizione iniziale. Nell’arco di una vita umana è possibile osservare questo ritorno, con uno scarto di circa 10° in 60 anni; donde si può facilmente calcolare che tale scarto sarà di 360° – ovvero 36 volte maggiore – allorché la congiunzione ritornerà al punto di partenza, dopo aver percorso a ritroso l’intero Cerchio Zodiacale attraverso i passaggi ventennali nelle varie Triplicità, entro 2.160 anni (60 X 36 = 2.160 oppure 20 X 108 = 2.160). Adesso sarà del tutto chiaro come la questione suaccennata degli esatti confini zodiacali tra i Segni nello spazio celeste sia un falso problema, da demandare alla ricerca sulle motivazioni dell’originaria decifrazione del calendario annuale; dobbiamo d’altra parte tener conto che non sono le costellazioni a generare le influenze, ma i Dodici Soli, o meglio le ipostasi del Sole stesso in funzione suprema. In altri termini, lo spirito divino (l’Âtmâ), che passando attraverso gli asterismi con il suo luminoso corpo visibile emette effluvi di luce eterea. Questi eflluvi, per così dire, sono trasmessi mediamente attraverso le costellazioni (non solo quelle zodiacali) o i pianeti, dalla sede suprema a quella infera, ed influenzando le vibrazioni psichiche di tutti gli esseri regolano armonicamente l’Ordine Cosmico. Le speculazioni di certi astronomi contemporanei sul fatto che in realtà le configurazioni degli asterismi presi in considerazione dagli astrologi antichi sarebbero formati da stelle non appartenenti alla medesima galassia, accomunate alle altre solo in prospettiva ottica umana e quindi fallace, non han dunque ragione di essere. Sono semplicemente da respingere come appropriazione indebita di un campo, l’Astrologia, che non è loro pertinente; poiché tale disciplina (scienza, arte o saggezza, o comunque la si voglia definire – ma tutte. e tre le definizioni sono valide) ha un carattere esoterico, che la rende del tutto estranea alla loro competenza.

(7) Siffatta cronologia postulata dallo Zodiaco di Denderah equivale più o meno a quella calcolata da Guénon per altra via. Infatti questi pone il “Diluvio di Acqua” della tradizione giudaico-cristiana 7.200 anni prima dell’anno 7.200 dell’Età mitica chiamata in India Kaliyuga. L’anno 270 di tale Era costituisce, al dire del ll’A., il momento di avvio del calendario ebraico. Siccome esso risale all’Equinozio Autunnale del 3.761 a.C., com’è risaputo, 7.200 anni prima (con uno scarto di tre mesi, ricorrente ciclicamente) corrisponderanno al Solstizio Invernale dell’anno 10.960 a.C. Il Guénon (cfr. la sua opera postuma sulle dottrine cosmologiche tradizionali) identifica senza mezzi termini il “Diluvio” noaico con quello atlantideo, .riferito da Platone; benché, nel caso dello scrittore greco, la cronologia da lui riportata nel “Crizia” lasci molto a desiderare, essendo colà indicata in termini addirittura di millenni (nove prima del millennio nel quale è composta l’opera). Ma ciò dovrebbe, a nostro avviso, essere inteso nel senso che tra il millennio della stesura del dato (I a.C.) e quello del’effettivo ricorrere  dell’avvenimento (XI a.C.) si erano inframezzati ben nove millenni. Si noterà, in aggiunta, come l’anno 720 prima dell’inizio del calendario ebraico, ossia il 4.480 a.C., venga a cadere esattamente in base al calcolo precessionale 6.480 (2. 160 X 3) anni fa, a 30° del Toro. Il che è come dire, nel linguaggio indiano, al principio del Kaliyuga (cfr. la teoria indù degli Yuganta alla n. 10); all’inizio cioè di un’Età che nella Gen. – xi. 4-9 si presenta sotto la metafora dell’edificazione della Torre di Babele da parte del gigante Nimrod, dai Persiani identificato ad Orione, tale leggenda adombrando cosmologicamente l’assunzione- dell’Axias Mundi (Punto Vernale) da parte dell’asterismo lunare di Orione, equivalente nello Zodiaco solare pressappoco all’ultima decade del Toro. Anche in tale occasione, vedremo, il calendario dei millenni ha segnato una data importante, a causa di insolite calamità cosmiche (vedi, n. seg.). L’anno 720 dopo l’inizio dell’Età designata con l’emblema della Babelica Torre coincide con il passaggio del Punto Vernale nella seconda decade del Toro, cui corrisponde dal punto di vista degli asterismi lunari il dominio di Aldebaran (la Settima delle Pleiadi, stelle particolarmente venerate da tutti i popoli antichi). Vorremmo ora menzionare un arcaico sigillo cilindrico mesopotamico (rinvenuto ad Ur), con incisi motivi iconografici stilisticamente apparentabili alle raffigurazioni dei sigilli della Civiltà dell’Indo. Esso compare in H. Mode, L’Antica India – Primato, Roma 1960, tav. 73, supera (ed. or. Das frühe Indien – G. Klipper, Stoccarda, data n.c.)  e presenta a nostro avviso l’immagine un po’inconsueta del Toro e dello Scorpione, evidentemente di valore zodiacale; dei quali il primo è collocato presso un albero, sicuramente l’Albero della Vita, con il sole ai propri piedi. Tutt’attorno stanno a far da cornice alcune serpi, emblemi palesi della ciclicità naturale; quasi a voler suggerire un’interpretazione cronologica del sigillo, insomma. ancora una volta l’inizio del Kaliyuga. (con il Segno del Toro al Punto Vernale). Purtroppo l’autore del libro, scambiando distrattamente il Sole raggiato per una mangiatoia (sic!), crede di trovarsi di fronte ad un qualsiasi ruminante e non aggiunge alcun altro commento signficativo. L’errore è qui talmente grossolano che, a considerare il ruolo negativo del punto di vista accademico nella cultura odierna, verrebbe quasi da rispolverare l’allegoria di un Vangelo Apocrifo; secondo la quale i falsi sapienti – ovvero i letteralisti – si porrebbero a guardia del sapere al modo dei cani che un tempo solevano adagiarsi all’ingresso delle stalle, non essendo in grado di nutrirsene essi stessi ed impedendo simultaneamente che altri – i buoi nel contesto, evidentemente i veri sapienti – si nutrissero al loro posto.

(8)  Cfr. sull’argomento il nostro art. La questione dei “Tre Diluvi” nella tradizione Ellenica – Algiza, Chiavari (di pross. Pubbl.), sgg.

(9)  G. Acerbi, Del preteso “milleranismo”. Profezie antiche e medievali sull’avvento dell’Età dell’Acquario – Algiza, Chiavari (in att. di pubbl.), § a.

(10) D. Shastri, Origin and Devlopment of the Rituals of Ancestor – Worship – J. Basu, Calcutta 1963 (tesi), p. 148

(11) Questi Quattro Segni ricorrono oltreché nella simbolica del Tetramorfo (vide n.4) pure in quella della Sfinge tebana, la nota “Figlia” di Tifone e di Echidna. L’essere composito da essa rappresentato ha infatti la natura simultanea del Leone (corpo), della Donna (capo e petto), della Serpe (coda) e dell’Aquila (ali). Cfr. in proposito il nostro art. Edipo e l’enigma della Sfinge tebana, già stampato su Heliodromos dell’Aut-Inv. 98-99.

(12) Su questo punto è certo d’accordo anche la Tradizione Occidentale. Cfr. G. Acerbi, Dante e Virgilio: profezie antiche e medievali sull’avvento dell’Età dell’Acquario –  Arthos (N.S., NN. 3-4, gen. – dic. 98), Pontremoli 1998, passim.

(13) Cfr. G. Acerbi, Note sullo sfondo cosmologico del Tetramorfo di Ezechiele – Bari (consegnato da tempo alla Riv. Nicolaus, Bari), passim.

(14) Vedasi il quadro cosmologico riassuntivo alla n. 19, confrontando inoltre la 7.

(15) Ibid.; per l’identificazione del Nord all’Elemento Terra cfr. a conferma R.J. Stewart, Le profezie di Mago Merlino. La predizione, la trasformazione psichica e il fondamento delle leggende del Graal in un’antica collezione di versi visionari – Meb, Padova 1989, P. II, C.VlI, p. 216, n. 17 (ed. or. The Prophetic Vision of Merlin – Routledge & Kegan Londra 1986). Nonostante il sottotitolo della traduzione italiana di questo ambiguo scritto ci sembri alquanto strampalato – ma la cosa non può andare del tutto a demerito dell’Autore – e finisca in definitiva per allontanare dalla lettura del testo il lettore serio, riteniamo tuttavia da parte nostra che il contenuto di codesto libro, dedicato agli aspetti magico-profetici dell”esoterismo britannico precristiano, risulti per certi versi pregevole; anche se talune improvvisate classificazioni, ivi riportate, e lo stile più in generale lasciano molto a desiderare. Si possono infatti ricavare dal testo dei dettagli tecnici come quello citato, che rivelano da parte dello Stewart sia la conoscenza corretta di dati cosmologici assai importanti, ancorché si trovino isolati in un contesto dispersivo; sia il contatto con fonti tradizionali autentiche, pur nei limiti indicati di una prospettiva realizzativa di natura semplicemente magica. Diversamente da lui invece il Georgel (G. Georgel, Les Quatre Âges de l’Humanité. Exposé de la Doctrine Traditionnelle des Cycles Cosmiques – Archè Milano 1976 [ II ed. riv. e compl. ], C.VlI, tav. a p. 232), quantunque sia dotato di uno stile più vigoroso e meno trascurato – insomma decisamente superiore – rispetto a quello dello scrittore anglosassone, nonchè di una prospettiva più chiara in campo esoterico (ma tendenzialmente soltanto speculativa), pone erroneamente l”Elemento Acqua anziché l”Elemento Terra in rapporto al Nord invertendo di conseguenza la loro collocazione anche nei confronti dell”Ovest.

(16)  G. Acerbi, I Pañcajana, “le cinque Razze” e i ‘Semi’ del Tarocco – Algiza, Chiavari, sgg (art. non ancora pubbl.).

(17) Id. La mitica terra dei Dravidi – Algiza, Chiavari, sgg (art. di prossima pubblic.).

(18) Cfr. W.E. Peuckert, L’Astrologia – Mediterranee, Roma 1960, (ed. or. Astrologie – Kohlhammer, Stoccarda 1973), p. 328.

(19) Nonostante qualche illustre parere contrario – cfr. Guénon, Il Re del Mondo – Atanòr, Roma 1952 (ed. or. Le Roi du Monde – Ch. Bosse, Parigi 1927), CC. VIII, p. 65, n. 1 e IX, p. 87, n. 5 [t. di riferim. compr.] – ed il fatto che la tradizione cristiana medievale affermi diversamente, riteniamo in base ad un esame personale dei testi che il Diluvio atlantideo non possa essere identificato a quello noaico se non a grandi linee, per la sovrapposizione che forzatamente debbono subire accadimenti similari con avvenimenti più recenti. Crediamo che il Diluvio noaico debba essere identificato, invece, a quello greco di Deucalione. Il simbolismo dell’Arca (degli Animali) di Noè può spiegarsi, d’altro canto, solo con la fine di quel periodo ciclico conosciuto classicamente come Età del Bronzo ed in India come Dvâparayuga; non altrimenti. Ed, a nostro parere, pure il Diluvio attestato nell’Epopea di Gilgamesh, sebbene anche nelle scritture mesopotamiche la medesima sovrapposizione debba aver avuto luogo, risale forse alla stessa epoca. È lecito tracciare un parallelo, infatti, tra le figure epico-eroiche di Noè, Deucalione ed Utnapishtim in quanto timonieri dell”Arca Zodiacale, il dio che li ispira è il “Signore dello Zodiaco” (rispettivamente Yahweh., Zeús, Ea). Solo per Yahweh occorrerebbe sviluppare un discorso particolare, in quanto la Bibbia non presenta apparentemente una controparte effettiva a Zeus ed Ea, avendo il dio ebraico di per sé un carattere uranico originario ignoto agli altri due dèi; anche se talvolta è descritto manifestarsi attraverso la voce del “Tuono”, come un normale Dio delle Piogge, di cui ha assunto effettivamente la funzione. Ciò per il ‘fatto che la genealogia biblica si limita a citare Yahweh ed Elohim riguardo le “Generazioni divine”, mancando colà ogni riferimento verbale esplicito alle divinità delle Età successive a quelle di Adamo (= Età dell”Oro) o di Caino e Abele (Età dell’Argento); ovvero le Età di Noè e di Nimrod (rispettivamente similari all’Età del Bronzo ed all’Età del Ferro della mitologia greco-latina) non hanno corrispettivi Nomi Divini, a parte ‘quelli sopra citati, essendo costantemente riproposti in alternativa a questi i primi due. Tuttavia, volendo approfondire la questione, si noterà che compaiono invero nel testo biblico altri due Nomi Divini; alludiamo, ovviamente, a quelli di Melki-Tsedeq, (Melchisedec) –  il quale ricopre una funzione analoga al ruolo svolto da Giove (cfr. con l’ebr. Tsedeq, denominazione del pianeta omonimo) tra i Latini ed è pertanto identificato intuitivamente da Guénon al Brihaspati indiano (ibid., C.VI, p. 52, n. 3) – e di Adhonay. Essi si riferiscono, a nostro avviso, proprio ai due cicli di Noè e di Nimrod, in riferimento ai quali abbiamo rilevato poco fa la mancanza di forme specifiche della Divinità nel mondo biblico; se, dunque, Melki-Tsedeq corrisponde – a Zeus o ad Ea, quale Signore delle Piogge (esotericamente, dello zodiaco) nell’ambito di un calendario solare (di natura tridenaria come quello trasmesso agli Esseni, che si dice appunto di origine noaica), a chi mai potrà corrispondere Adhonay? Tale nome è evidentemente apparentato a quello del dio greco Adôn o del siro-palestinese Tammuzzdanu, essendo tutte queste voci legate alla rad dm/dhm-; donde l’ebr. adhon (”signore”), ebl. adanu (id.), acc. dannu (“potente’), ugar. dan (id.) – cfr. G. Semerano, Le origini della cultura europea – L.S. Olschki, Firenze 1.984, Vol. I, C.Il [non num], § a [id.] p. 145, s.v Adhonay. Il Semerano fa però derivare la voce greca, erroneamente, da altra fonte (ibid., §[n.n.], p. 166, s.v. Adone). Mentre giustamente altri (W. Burkert, l Greci – Jaca B., Milano 1984 [ed or. Griechische Religion der Archaischen und Klassische Epoche – W. Kohlhammer, Stoccarda-Berlino-Colonia-Magonza 1977], Vol. ll, C. III, § 3.4, p. 261, n. 6 compr.), pur riconoscendo indubbia l’origine semitica di Adôn, c’informa che sia i grecisti sia gli orientalisti hanno messo in dubbio in passato l’etimo ora indicato; dal momento che non sarebbero documentati – egli asserisce – culti similari in ambiente semitico. Ma l’Autore si contraddice, poi, facendo menzione di Tammuzz: e Dumuzi, che evidentemente ritiene non omologabili al primo. Dobbiamo altresì rilevare che Adone è un personaggio mitico il quale costituisce di per sé una variante, secondo certuni (cfr. J. Fontenrose, Orion. The Myth of the Hunter and the Huntress – California U., Berkeley-L. Angeles-Londra 198.1, C.VIl.l., § b [non num] e S. Ribichini, Adonis. Aspetti “orientali” di un mito greco- C.N.R., Roma 1981, C..l., p. 24), del Cacciatore Celeste per antonomasia ovvero dell’ellenico Orione. Dunque sarà d’uopo considerare il biblico Nimrod, anch’egli rapportabile- allo stesso personaggio appena discusso (vide n. 27), il prototipo – dopo Adamo, Caino, e Noè – di una “Quarta Stirpe” umana; avente come esponente della rispettiva controparte divina proprio Adhonay, alternativamente a Shadday (Guénon., op. Cit. C.VI, p. 48) e di seguito ai più arcaici Yahweh, Elohim, Melki-Tsedeq. A conferma indiretta di ciò, il Semerano (ibid.) interpreta il culto di Adone quale culto primaverile ed il Burkert (ibid.) attribuisce al medesimo un carattere eminentemente femmineo. Ma se da una parte la Primavera, così come l’Aurora, è simbolicamente omologabile presso alcune tradizioni alla Quarta Età mitica (in una prospettiva retrograda ovviamente, dove il Solstizio d’Inverno e la Mezzanotte vengono rapportati alla Prima Età, l’Equinozio d’Autunno ed il Crepuscolo alla Seconda, il Solstizio Estivo alla Terza); dall’altra ecco che proprio gli aspetti femminili del culto sono parimenti associabili, tanto nel mondo indoeuropeo quanto in quello semitico-camitico, allo stesso momento ciclico. In proposito si consulti il nostro Kâma-Kâla. Érôs e Thanatos ovvero il motivo ierogamico – Heliodromos (n. 14, Estate ’98), Catania 1998, P.II, n. 13, pp. 43-4. Si tenga conto, tuttavia, circa la surriferita associazione della Quarta Epoca con la Primavera e l’Alba, che in una visuale completamente ribaltata, è la Seconda Epoca – o addirittura la Prima – a venir simboleggiata. Il precedente punto di vista, retrogrado allude alle quattro fasi della luce solare – la Luce essendo qui immagine della Manifestazione – ed è applicabile in modo particolare alla dottrina dei Colori e delle Caste (scr. Varna= “Colore”). Gli altri due invece hanno carattere progressivo, riferendosi nel primo caso alla crescita stagionale o alle fasi dirette dello sviluppo giornaliero, a partire dal momento culminante della notte; nel secondo, al sorgere della luce, primaverile od aurorale. Sulla tematica dell’Arca e del Diluvio va considerato infine G. Liggeri, Simbolismo dell’Arca– V.d.T., A..XX, Vo. XX, N°80, pp. 1.71-83 (Ott-Dic”90), Palermo 1991.

(20) ll Vi.P. – iv. 24, 79 dichiara espressamente: «Quando il Sole, la Luna, Giove e Tiçya si troveranno in un solo Segno (eka Râça), proprio allora il Kritayuga farà ritorno. E su ciò concordano sia il Bhâgavata Purâna sia il Mahâbhârata. Ma Tiçya è la stessa cosa dell’asterismo lunare denominato altrimenti Puçya (“Fiore”), corrispondente ai primi gradi del Cancro.

(21) L’unicità della dottrina è dimostrata dal fatto che pure in Mesopotamia (cfr. R. Guénon, Some Remarks on the Doctrine of the Cosmic Cycles – J.l.S.O.A., vol. V, .N°2 [Lug.-Dic.], 1937, p. 27) è presente il mito dei Dieci Avatâra, che compaiono colà un po’ confusamente sotto l’aspetto leggendario di “Nove Re” antidiluviani, più il “’Decimo”; il dominio (celeste) dei quali dura la bellezza di 64.480 anni, equivalenti al Regno di Xisouthros alias – secondo l’originale trascrizione fonetica – Khasisatra (sul conto di cui vedi la saga sumerica del Diluvio, nonché le “Babiloniche” di Beroso). L’art. di Guénon e stato tradotto in inglese dalla Kramrisch e pubblicato in onore del 60° compleanno di A.K. Coomaraswamy, ma poi ristampato in francese l’anno successivo in Études Traditionnelles; mentre la traduzione italiana, del testo, a cura di G. del Ninna, è reperibile in Id., Forme Tradizionali e Cicli Cosmici – Mediterranee, Roma 1970 (ed. or. Formes Traditionnelles et
Cycles Cosmiques– Gallimard, Parigi 1970), C.I, pp. 11-20. Per quanto concerne l’attestazione archeologica del Diluvio biblico in zona mesopotamica attorno all’inizio del III mill. av. l’E.V., giustamente rilevano il De Santillana e la Von Dechend (G. de Santillana. & H. von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito…- Adelphi, Milano 1983 [ed. or. Hamlet’s Mill. An Essay on Myth…-?1969], interm., pp. 87-8) che molti. studiosi si sono dati da fare per reperire dati al fine di limitare qua e là questa o quell’inondazione mitica, cercando senza riuscirvi di ridimensionare l’universalità degli eventi catastrofici a dei semplici fenomeni calamitosi locali. I 10 Cicli Avatarici erano noti ai Sumeri sotto forma di 10 Naros. Codesti semiperiodi di 6.480 sono conosciuti più genericamente nella tradizione biblica come 7 “Giorni” del Signore (il “Settimo” rappresentando un Sabbath, vale a dire un momento di rinnovamento temporale), dove Il “Giorno” corrisponde a 1.000 anni dell’Uomo. Di essi da pure notizia F. Giuseppe nelle “Antichità giudaiche” (i. 4). Anche in India il Manvantara è a volte ridotto di 1/1000, laddove si considerano gli “Anni” divini anziché quelli umani. Per un’ulteriore approfondimento della dottrina avatarica, si debbono analizzare altresì i Semicicli dei “Grandi Anni’ celtici e di quelli mesoamerindi. Senza trascurare che la stessa romanità non era estranea al tema degli Eoni. Non solo tramite l’apporto cosmologico dei sapienti greci, ma più direttamente attraverso le profezie della Sibilla cumana (se stiamo alla IV Ecloga virgiliana), in cui, è sottinteso che ciascuno dei 10 semiperiodi ciclici risulta caratterizzato emblematicamente da un Metallo.

(22) Cfr. n. 9, nella prima parte del presente saggio.

(23) Cfr. M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno. . .- Borla, Bologna 1968 (ed. or. Le mythe de l’eternel retour. . – Gallimard, Parigi 1949), CC. N.numm., p.116 segg.; inoltre, p. 147 segg. Come nota il grande scrittore rumeno, di cui però non condividiamo l’idea – espressa pure dal Von Wesendonk – che la dottrina cosmologica indiana sia stata strettamente influenzata da quella mesopotamica, la concezione della perƒezione degli inizí e della conseguente erosione spontanea delle forme fino alla dissoluzione finale implica la ripetizione perpetua nel tempo ciclico di un modello cosmico universale. Da questa prospettiva ci si libera solo, secondo la sapienza hindu, attraverso l’affermazione della propria libertà spirituale. Ossia negando l’Illusione Cosmica (Mâyâ) ed aspirando alla Liberazione da ogni condizionamento mondano (Mukti). Ma liberarsi dalla Mâyâ è oltremodo difficile, secondo quanto insegna il celebre apologo del saggio Nârada; che, nel tentativo di farsi spiegare tutti i segreti di essa da parte di Vishnu in persona, va a prendere un secchio d’acqua per il dio ma si dimentica poi del proprio sforzo metafisico. Fino a che, stanco delle tante gioie e sofferenze di un intera vita, si ricorda alfine della promessa fatta e torna dalla Divinità, presso la quale il tempo trascorso è solo un breve attimo di fronte all’Eternità. Altri, trattando dell’argomento di cui sopra (R. Mondolfo, Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di testi, con Intr. crit. e comm. di D. Pesce – La N. Italia, Firenze 1958, P.II, C.III, § 9 segg), mette in luce a tal proposito come la struttura di un Universo così fatalmente concepito sia quella di un seme. Nel senso che il futuro non è il regno del possibile, ma di un passato che ancora non è ed, altrettanto, il passato risulta essere ciò che in un tempo precedente era futuro. Insomma, mentre il Cristianesimo ha creduto di poter risolvere il problema del Male e dell’Esistenza nel mondo con la teoria agostiniana del Libero Arbitrio, parzialmente sostenuta dallo stesso Alighieri, a detta del pensiero antico – indoeuropeo e non – è la Catarsi conclusiva di ogni Ciclo (scr. Yuga) mediante Inondazione o Conflagrazione a determinare indirettamente la purificazione momentanea dell’umanità. Non la storia, come invece crede ingenuamente e definitivamente il pensiero positivo moderno, tutto teso ad una prospettiva linearistica anziché periodicistica. Siccome concepisce l’Universo non organicamente, bensì in termini caotici.

(24) Sull’interpretazione del “Gennaio tutto svernato” dantesco, in riferimento all’Acquario al P.V. cfr. l’art. cit. alla 3. Alla stessa data punta il “Vaticinio del Mandorlo Fiorito” (vide A. Volbden, Dopo Nostradamus. Le grandi’ profezie sul futuro dell’umanità – Mediterranee, Roma 1972, C.IX, § n.num., pp. 123-4), dovuto ad un monaco benedettino del secolo scorso e rinvenuto fra le macerie della Chiesa di S. Paolo a Berlino durante la II Guerra Mondiale. Infatti prevede per il 1999 l’avvento del “Nuovo Pietro”, il famoso Pietro II (l’Anticristo, almeno nella sua veste più grossolana, ma altre due ve ne sono più occulte) e per il 2000 il “Trionfo dell’Ulivo”; che, certo non sarà un fatto di attualità politica…

(25)  L’ordine delle Congiunzioni Planetarie è invertito in ogni Manvantara successivo. Per cui esse coincidono nel I, III, V, VII, IX, XI, XIII Catutyuga; altrettanto negli altri Sette (II, IV, VI, VIII, X, XII, XIV).

(26) Per “Congiunzioni di Mezzo” s’intendono quelle che avvengono agli Equinozi (in Ariete od in Bilancia, secondo lo schema a Segni Fissi), piuttosto che ai Solstizi. (Capricorno o Cancro). Ben altra cosa sono invece le “Congiunzioni Parziali’, tipo quella avvenuta dopo l’Anno Mille; in quel caso infatti trattavasi di una sestupla anziché settemplice congiunzione in Bilancia, che provocò l’invasione dei Mongoli a danno degli Arabi (vedi distruzione di Bagdad). Al tempo si prospettava teoreticamente una tempesta dell’Elemento Aria, ma si ragionava con l’oroscopo occidentale; mentre si sarebbe dovuto tener conto che nell’oroscopo cinese, allora probabilmente sconosciuto agli occidentali, la Bilancia equivale al Cavallo. Codesto Segno ci rimanda palesemente all’agile equino delle steppe dell’Asia Centrale, di cui effettivamente i Mongoli erano fieri possessori, e che utilizzarono nelle loro scorrerie verso l’Asia Meridionale quale ausilio strategico a fini bellici.

(27) Riguardo Orione quale “Signore dei Cicli Cosmici” vedi R. del Ponte, Gli dèi italici – Ecig, Genova 1985, C.II sgg; il Professore lo compara al dio Satumo, per certi versi. Sul soggetto cfr. anche L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda – Ecig, Genova 1991 , passim. (ed. or. The Orion. Researches into the Aniiquity of the Vedas– Shri J.S. Tilak, Poona 1893; n.ed Munshiram M., N. Delhi 1972). Il testo, benchè datato, sottolinea con probanti argomentazioni l’affinità delle tematiche orioniche greco-romane con quelle indiane relative alla figura di Brahmâ-Prajâpati, o meglio di Mrigaçiras. Del libro citato abbiamo personalmente curato la trad., con intre note; altre cose da parte nostra abbiamo inoltre scritto sul soggetto e ne stiamo tuttora scrivendo. Vedi ad es. G. Acerbi, La leggenda del Cervo, della Cerbiatta e del Cacciatore… V.d.T. (A. XXI, VOL. XXI, n° 83), Palermo 1992; due nostri ulteriori dattiloscritti, intesi a dimostrare il ruolo essenziale della figura di Orione e dei paralleli eurasiatici di questa quale “Signore degli Animali’, sono in una fase di stampa per “I Quaderni di Algiza’ di Chiavari – Le Vie di accesso al Paradiso, P. II – ed uno – Mrigeçvara. Some Notes on a Unique Teriomorphic Icon of Çiva in Nepâl and Its Connections with a Fabolous Deer (Unicorn and One-Footed) of the Varâha Purâna –  ancora in fase di stesura.Dobbiamo ancora aggiungere che l’asterismo di Mrigaçiras è chiamato nell’Astrologia popolare induista con l”appellativo di Kâlapurusha, vale a dire “Essenza del Tempo” (cfr. K.N. Mukherji, Popular Hindu Astronomy. Târâmandalas and Nakshatras – N. Mukherejea, Calcutta 1969, p. 33 et passim; ed. 1905); sia per il fatto di essere stato una volta il primo di tutti i Naskhatra e di aver avuto connessione con il P.V., sia pure per la questione delle Settemplici Congiunzioni poi evidentemente obliata. Vi sono in ogni caso altre leggende vicino e medio orientali che collegano la medesima costellazione con il motivo del trascorrere delle Ere, alle quali sembrerebbe presiedere ciclicamente. Così Nimrod, il biblico edificatore della “Torre di Babele”, personaggio mitico da un lato prossimo al Ninurta assiro nonché al Murudas cassita e considerato dall’altro figlio di Kashshu (cfr. con il Kush della Gen.-x. 8, il dio tribale dei Cassiti; si veda similmente presso gli Elleni ed i Latini il rapporto inverso di genitura da parte di Deucalione e Fauno nei confronti rispettivamente di Elleno e di Latino), è qualificato dal Chronicon Paschale [libro persiano del VII sec. D.C.] come la divinità preposta all’asterismo di Orione. Ciò è del resto confermato dal fatto che nell’iconografia monumentale egli fosse rappresentato come un cacciatore di tori, leoni o serpenti. Ma nella tradizione ebraica circa lo stesso Nimrod, figlio di Kush e nipote di Cam, si racconta che abbia costruito oltre alla mitica “Torre” vari “Troni”; tra i quali uno di Ferro, uno di Rame, uno d’Argento ed uno d’Oro. Cfr. R. Graves & R. Patai, I miti ebraici – Longanesi, Milano 1980, §22. b,p. 152 e nn. 2-3 di App., pp. 155-6; ed. or. Hebrew Myths. The Book of Genesis International Authors N.V. & R. Patai [luogo e data n.c.]. Anche la denominazione latina della costellazione di Orione quale Imbrifer od Aquôsus deve nascondere sicuramente un rimando, piogge stagionali a parte, al tema cosmologico dei Diluvi. Donde si comprendono benissimo i motivi dell’avvicinamento possibile della figura mitologica omonima da una parte a Saturno (Crono e Kâla), per una relazione palese della medesima sia col Divenire ciclico in generale sia con la Settima Sfera planetaria (attribuita a Saturno già in tempi assai remoti, crediamo), avendo la suddetta costellazione 7 stelle; e dall’altra a Fauno (Pan e Mrigaçiras), essendo Orione in quanto “signore degli Animali” il dominatore del primo asterismo dello Zodiaco lunare.

(28) Riassumendo il quadro celeste generale presenterà questi. abbinamenti nelle successive Età, considerando esclusivamente il nostro Caturyuga e per esso l entrata in carica di ogni Avatâra:

Segnaliamo che lo schema si riferisce, com’è naturale in Astrologia, agli inizi dei relativi periodi indicati; secondo la legge metafisica lo sviluppo di qualsivoglia ente, prima
di passare all’atto, è già contenuto in potenza nel principio che lo determina. Per le equivalenze con i termini della cosmologia occidentale, precisiamo a beneficio del lettore che i Mahâyuga corrispondono ai Grandi Anni – come suggerisce il termine sanscrito stesso (letteralmente “Grandi Cicli” o, più precisamente, “Grandi Cicli di Congiunzioni” ) – ed i periodi Avatarici alla loro metà (rispettivamente 12.960 e 6.480 anni); inoltre il Caturyuga è la medesima cosa delle Quattro Età, avendo ciascun Yuga una durata via via decrescente di Periodi Avatarici, secondo uno schema ritmico in Occidente definito come ermetica della “quadratura del cerchio” (6.480 x 4 = 25.480, 6.480 x 3 = 19.440, 6.480 x 2 = 12.960, 6,480 x 1 = 6.480 = 64.800 = 10). Per quel che riguarda la corrispondenza dei Segni astrali (Râçi), nello zodiaco solare indiano abbiamo: Meça, Uriça, Mithuna-, Karka, Simha, Kanyâ, Tulâ, Uriçicika, Dhanu, Makara, Kumbha, Mina; mentre l’Astrolog1a greco-romana presenta i seguenti Segni: Ariês (), Taurus (♉), Gemini (), Cancer (♋️), Leo (♌), Virgo (), Libra (♎), Scorpio (), Sagittarius (♐), Capricorn (), Aquarius (), e Pisces (). Facciamo infine notare che i Cinque Elementi dell’Ermetismo greco-egizio (Etere, Aria, Fuoco, Acqua, Terra) hanno la stessa funzione dei Mahâbhuta indiani riportati nello specchietto poco sopra (appunto Akâça, Vâyu, Agni, Ap e Bhumi), gli uni e gli altri avendo un corrispettivo abbinamento con le Classi o Varna nelle quali erano ripartite le società antiche, indipendentemente dal loro luogo geografico di appartenenza. Sulle correlazioni tra gli Hamsa, i Bráhmana, gli Kshatriya, i Vaiçya, gli Çudra della società indiana e le equivalenti categorie sociali di origine indoeuropea presso i Greci ed altri popoli ari cfr. G. Acerbi, Le “Caste” secondo Platone. Analisi e paralleli nel mondo indoeuropeo – Convivium (A.IV, NN. 12-3, Gen.-Giu. ’93), Scandiano/Borzano (RE) 1993, 2 PP., passim. Trattasi grosso modo di cinque diversi tipi umani, che possiamo intendere come originatisi ciascuno in un dato Mahâyuga – in senso discendente rispetto all’inizio del Manvantara – e che trovano un parallelo generico in Cinque Classi ideali così definibili; 1) Sovracasta originaria, 2) Sacerdoti, 3) Guerrieri, 4) Produttori, 5) Servi. Per quanto riguarda, invece, l’abbinamento dei Daçâvatâra con le Cinque o Dieci Ecumeni (Panca o Daça Dvipa), le Cinque Direzioni (Panca Diç) i Cinque Temperamenti e le Cinque Razze, proponiamo il seguente schema:

(29) Il “Cacciatore” Jara (“Vecchio”), che secondo il Vi.P – v. 37 avendo scambiato Krishna per un “Cervo” (cioè per Mrigaçiras = Orione) lo uccide colpendolo ad un
“Calcagno”, è un alter-ego, a nostro parere, di Mrigavyâdha (= Sirio). Infatti Krishna-Jagannâtha è l’Avatâra del IX Ciclo e Jara equivale a Rudra-Pâçupati, colui che
demiurgicamente presiede al Sacrificio cosmogonico. Tale atto non ha per niente la funzione d’introdurre il Kaliyuga.

(30) La Cetra di Apollo in Grecia così come la Víhâ di Sarasvati in India allude forse emblematicamente alla costellazione della Lyra, comprendente la Stella Vega, la quale si richiama a sua volta all’inizio dell’Età dell’Oro. Anche l’Aquila, una costellazione che sta nei pressi della prima, pare talvolta assumere codesta valenza.

(31) Il movimento oscillatorio dei Poli è di carattere pendolare. Non si tratta di slittamento o addirittura di un sovvertimento dell’Asse, come taluni erroneamente sembra
credere, deformando il presagio di una quartina delle “Centurie” di Nostradamus (V1.) proposito dell’onda pestifera proveniente dal Polo Artico.

(32) Ecco perché l’apocalisse di S. Giovanni ritrae un “Drago a Sette Teste”, che viene annientato nel “Secondo Avvento” dall’incarnazione del Verbo prima della fine dei tempi. Il “Cavallo” di siffatto Cavaliere che ha la natura dell’Unto è Canopo, Il Polo Sud. Altrimenti noto nella mitologia indoaria come Giumenta Sottomarina ed in quella indigena sotto l’aspetto di “Testa d”Asino”, in aggiunta alle altre Dieci Teste umane di Râvana. Cfr. con l’Asino Unicorne e Tripode dell’Avesta. L’equivalente Vishnuita del Verbo apocalittico cristiano è naturalmente Kalkyâvatâra, che a volte cavalca un Equino, a volte possiede lui medesimo Testa Equina. In ogni caso è l’intera Trimurti induista incarnarsi in Canopo: Râvana, Kalki e la Giumenta sono infatti trasposizioni funzionali di Pravâpati, Vishnu. e Rudra.
I Draghi Eptacefali corrispondenti di altre tradizioni, quali lo Yam cananeo, e il Serpente a Sette Teste edenico ( attestato presso il poeta medievale persiano F. Attâr), riferimento a posizioni cicliche precedenti della costellazione dl Dragone ne Centro della sfera celeste.  Le “Dieci Corna della Bestia” apocalittica cristiana sono invece da intendersi in rapporto ai Dieci Periodi Avatarici dell’Eone, personificati dalla potenza ferina Chrónos – Aiôn.  D’altronde in latino l’agg. hornus (“annuale, temporale”) derivato da Hora, è visibilmente apparentato a cornus (“corno”).

(33) Nell’Edda di Snorri e nel Völuspá è dichiarato che alla fine dei tempi due divoreranno il Sole (Sól) e la Luna (Máni) ed un terzo Lupo (Fenrir) inghiottirà il Cielo (Odhinn). Dopo molti incendi e devastazioni varie, la Terra sarà ricoperta da una gran massa d’acqua. E Surtr spargerà il Fuoco ovunque. Tale nume insieme a Loki (e il figlio Hel) costituisce la versione norrenica e demonica di Hêlios-Krónos, vale a dire il doppio volto saturnio-solare del Dio del Tempo, conosciuto dai Celti col nome di Bran. Successivamente averrà una palingenesi (Gylƒ.-liii): «la Terra si scuoterà di dosso il mare e ridiventerà verde e bella››; in essa, allora, <<cresceranno messi non seminate». Una coppia umana (Liƒ e Lezƒthrasir) rinnoverà la vita, nutrendosi di “Rugiada” (s’intende la “Bevanda d’Immortalità”, ovvero il Soma-Haoma degli Indoiranici).

(34) Sulla questione si analizzi la dottrina degli Yuganta prima esposta e lo schema simbolico tratteggiato alla n. 19.

(35) Numerosissime sono le immagini dei Dâçâvatâra vishnuiti sia nel loro complesso, sia nelle singole manifestazioni, per poterne dare un elenco sia pure sommario. Variano le rappresentazioni, siccome spesso variano i nomi, fermo restando però il numero di 10. Comunque il loro elenco ufficiale è il seguente: 1) Matsya, 2) Kūrma, 3) Varâha, 4) Narasimha, 5) Vâmana, 6) Paraçurâma, 7) Râmacandra, 8) Govardana (dhara)-Krishina o Balarâma, 9) Budha – anche Buddha, per erronea semplificazione o Jagannâtha-Krishna, 10) Kalki. Ogni manifestazione plenaria della Divinità sta in rapporto simultaneamente con una Direzione geografica del Sole (a partire dal Polo Artico), un’Ecumene, un Ciclo temporale, una Casta, una Razza, un Elemento simbolico, un Temperamento emblematico, una fase di civilizzazione dell’intero globo. Allorché il numero degli Avatâra nei testi risulta maggiore dobbiamo evidentemente ritenere che tale variante abbia un valore puramente allegorico, includendo senza dubbio dei doppioni. Ad es. un tipico rappresentante del gruppo, che tuttavia non compare nei principali elenchi, è Hamsa; da annoverare invero come un alter-ego di
Matsya, visto che l’Oca Selvatica è associata talvolta al Pesce in certe raffigurazioni tantriche. Del pari succede nel simbolismo erotico di Kâma e di Rati. Altrettanto avviene in Grecia con
Afrodite Anadiomene, affiancata per lo più dal Delfino, ma a volte a cavallo dell’Oca; e pure con Eros, normalmente a cavalcioni del Delfino, ma dotato di cignesche ali di poi ereditate dagli Angeli cristiani. 

(36) Per questo nella tradizione hindu ricorrono parecchi cataclismi, uno per ciascun Periodo Avatarico. A cominciare dal Diluvio del Miatsyâvatra all’inizio del Manvantara (o meglio, alla fine dei primi 6.480 anni, non – come altri sostiene – alla fine del precedente Eone), proseguendo dapprima con quello del Kurmâvatâra ( altrimenti noto come “Rimestamento dell’Oceano Lattico”, indi del Varâhâvatâra. Su Narasihma, ad esser sinceri, non ci è pervenuto nulla; ma è probabile che la “Colonna di Fuoco” con cui egli è associato, talora anche nell’iconografia (con un piede dentro ed uno fuori), testimoni una conflagrazione. Qui finisce l’Età Aurea. Troviamo un parallelo al IV Avatâra, forse, nel passo della Genesi giudaico-cristiana (iii. 24) che ritrae i cherubini con in mano la Spada Fiammeggiante la cui “Lama” ruota ad Oriente per custodire la Via dell’Albero della Vita in veste di Guardiani del Paradiso Terrestre. Altre connessioni con il III. ed il I.V Avatâra sono rintracciabili più apertamente in un personaggio fiabesco della letteratura popolare europea: la Bestia, innamorato della Bella, ora con la Testa di Cinghiale ora di Leone. Poco si sa, di nuovo, circa i miti diluviali del V e del VII Avatâra; mentre su quello del VI si può rinvenire qualcosa nei passi puranici i quali trattano della sommersione di Dakshinâ Gokarna, un tírtha – luogo sacro, che nasconde probabilmente la realtà di un intero Dvípa lungo la dorsale sudoccidentale dell’Oceano Indiano – della costa meridionale (Kerala). Il mito di Perseo e della lotta col Kétos (Mostro marino in forma dragonica od Orca secondo l’iconografia), per mezzo della pietrificante Testa di Medusa, illustra un parallelo greco di Par(a)çurâma. Altre poetiche leggende, come la storia dei pastori minacciati dalle piogge torrenziali inviate da Indra e protetti da Krishna sotto il nome di Monte Govardhana, rivelano un identico simbolismo in relazione all’VIII Ciclo. Il Diluvio del IX Ciclo, attinente allo sprofondamento nelle acque da parte di Dvârakâ – cui seguono la morte di Krishna (il Maestro di Arjuna, trasmettitore ai posteri della Bhagavad Gítâ, non il bucolico Govinda) è direttamente spiegato dal Mahâbhârata nei minimi particolari, essendo stato il più recente evento catastrofico. Un riscontro biblico dei due Diluvi krishnaiti potrebbero essere la leggenda di Noè ed il mito di Sansone, personaggio interpretato dal Fontenrose come un allotipo di quello greco di Orione. La fine del X Periodo Avatarico è naturalmente ancora da venire, seppure assolutamente imminente. Molti Diluvi sono attestati pure nella mitologia ellenica (vide n. 8, nella prima parte del presente saggio) ed in quella amerinda. A proposito di quest’ultima si tramanda che Cortéz, il famoso conquistatore spagnolo del XVII secolo, attribuisce ad una tradizione locale l’associazione fra le Pleiadi e la distruzione del mondo (Stew., op. cit., C.IX § n.num., p. 162; con rifer. a P. Lum, The Stars in Our Heavens). Persino nella cultura magica britannica (ibìd) si considera il suddetto asterismo la matrice simbolica dei Sette Pianeti. Ciò, indubbiamente, è una riprova che in effetti le Grandi Congiunzioni Planetarie avvengono sempre fra Orione e le Pleiadi ovverossia nel Segno del Toro. Donde si spiega l’universale relazione di codesto simbolico animale col Tempo e la Legge (dal Dharma alla Tôrâh).

(37) Vedi G. Acerbi, Il Sumeru, la Montagna Polare nella cosmografia hindu – Algiza (NN. 7-8, Apr./ Ago.), Chiavari 1997, 2 PP. sgg.

 

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(Articolo di Giuseppe Acerbi  – Introduzione al Ciclo Avatarico – Pubblicato originariamente in due parti ( N.16 e 17., Primavera 2000) sulla rivista Heliodromos.