CRITICA ALLA TEORIA KURGANICA

Mappa dell’espansione indoeuropea secondo Kossinna. Questa cartina è valida solo se si ipotizza che gli Iafeti siano giunti in Europa dall’America Settentrionale, cioè separatamente dai Semiti e dai Camiti. Ma non ci sono prove a dimostrarlo, a parte la logica. La Bibbia, del resto, aserise diversamente.

di Giuseppe Acerbi

A) Linee generali

M.Gimbutas.

Tra le varie teorie sulla patria originaria indoeuropea la piúaccreditata a livello generale a tutt’oggi è la ‘teoria kurganica’ di M.Gimbutas, che ha sfruttato gli studi precedenti di O.Schrader e V.G. Childe (1). Secondo tale teoria, fondata sui presupposti postulati alla Fine dell’Ottocento (2) da parte del filologo tedesco O.Schrader (1855-1919), i popoli di lingua indoeuropea erano nomadi e provenivano dalle steppe ponto-caspiche (a nord del Mar Nero, del Mar Caspio e del Lago d’Aral) per ragioni legate al vocabolario indoeuropeo; che non conosceva né l’asino né il cammello, ma soltanto il cavallo (3).  Di qui ad arrivare alla supposizione generale che gl’Indoeuropei fossero nomadi e avessero addomesticato il cavallo, anche per uso alimentare, il passo fu breve.  Ma ciò non trova alcun riscontro tradizionale, a parte i versi rigvedici dedicati al sacrificio del cavallo. Avremmo anche qualcosa da dire sulla questione del nomadismo.  Il nome di Ari (nell’accezione indo-iranica), o di Eroi (in quella greco-ellenica), la dice lunga su codesto preteso nomadismo. Gli è che, come al solito, si è fatta confusione fra Ari e Turi; sono questi ultimi ad essere stati per loro natura dei nomadi, ovviamente in senso pastorale.  Gli Ari, secondo l’etimologia del nome, erano degli orticoltori od in senso piú ampio degli artigiani: l’agricoltura primitiva era appunto una forma di ars, naturalmente intesa nel senso antico di modus operandi rituale. Ogni forma d’arte aveva un archetipo celeste.  Erano i nomadi, non i sedentari a praticare il sacrificio e l’alimentazione carnea, come insegna la storia biblica di Caino e Abele. In questo caso abbiamo a che fare con un lato orticolo differenziato, proprio degli Eroi (Gibborīm) (4) essendo discendenti di Seth e non di Caino.  Detto etnologicamente si può ipotizzare che essi derivino dagli orticoltori avanzati del continente americano, dotati di aratro (vedi l’etimo) e di bastone trapiantatoio nonché dediti alla coltivazione sia pur rudimentale delle leguminose o dei cereali , ai tempi del Tardo Paleolitico; e non dagli orticoltori primitivi dei Mari del Sud, maggiormente rozzi, che usavano il bastone da scavo onde alimentarsi di tuberi.  Tuttavia il principio d’un relativo sedentarismo vale per entrambi, come insegna Guénon ne Le Règne ( Cap.XXI sgg).  Sennonché dopo l’abbandono della loro patria oltreatlantica, situata probabilmente all’incirca dove è oggi la Groenlandia, è chiaro che gli Ari hanno dovuto sopravvivere in qualche modo; persino deprendando, come è confessato tra le righe nel Rigveda, ed è congetturabile si siano adattati al nuovo ambiente assumendo in seguito le maniere e i costumi delle nuove genti colle quali son venuti a contatto. Principalmente i Turi, biblicamente i Lamekiti (cioè i Ramaiti), nei confronti dei quali devesi essersi sviluppata per convenienza tanto una forma d’imitazione quanto un’aperta ostilità dovuta ad una maggior raffinatezza tradizionaale. Tutte le lotte fra Dei e Titani, che ritroviamo nelle mitologie indoeuropee rispecchiano in divinis tali atteggiamenti umani.  I Titani sono demonici, amano il sangue come tutti gli Antenati (i Padri), sono serpentini ma nel contempo piú regali e fieri. Gli Dei esigono il sacrificio vegetale – seppure nell’ultima Epoca si adeguino ai sacrifici cruenti, che non erano loro propri in origine – ed amano fertilità e fecondità, principi che sono alla base del vivere borghese. Apollo o Dioniso sono un esempio dei primi (la contrapposizione che ne ha fatto Nietzche è aberrante, tant’è che rientrano entrambi nei canoni indiani shivaiti, corrispondendo alla complementarietà planetaria fra il Sole e Saturno), Eracle ovveroKṛṣṇa dei secondi.   Circa la diffusione geografica del cavallo si sa ormai che era presente sul suolo amerindo pressappoo fino al 12.000 a.C., ossia fin quasi all’epoca dell’abbandono di quelle terre da parte degli antenati oltreatlantici degli ari.  Si pensa che la fine di quell’animale sia dovuta al fatto di essere stato oggetto di caccia, ma forse la realtà è un’altra.  È possibile, anzi probabile, che si sia estinto per cause diverse: climatiche, ad esempio.  La caccia in passato era meno diffusa di quel che si vuol far credere. Non esistevano i popoli cacciatori se non solamente in certe contrade ove non c’era modo di sopravvivere altimenti.  Il rispetto verso la natura e gli animali in genere costituiva un punto fondamerntale della religione dei nostri antenati. Unicamente nel mondo moderno e contemporaaneo, col suggerimento degli studi medico-nutrizionali, si è foraggiato il consumo di carne in larga scala con uno scempio senza precedenti nei confronti dei nostri fratelli animali.  Se è vero che gli Ari avevano mantenuto nella loro cultura un legame ideale col mondo iperboreo, come sembra (visto che nelle tradizioni ebraiche, non per nulla, Adamo muore alla nascita di Noè)(5), è chiaro che il loro nutrimento non poteva essere a base di carne. Ciò era contrario a tutte le tradizioni che facevano leva sull’agricoltura, presso le quali la caccia costituiva solamente unoptional occasionale.  Si stigmatizzava il versamento inutile del sangue sulla terra, che era creduta divenire sterile altrimenti.

B) La teoria nei dettagli

Mapa dei kurgan.

L’ipotesi del suddetto indogermanista, per usare la terminologia tedesca, è stata ripresa nella prima metà del Novecento dall’archeologo australiano  Gordon Childe (1892-1957), ritenuto il padre della moderna paletnologia ed autore di opere importanti (6).  Sin dai primi anni del suo operato scrisse, secondo la moda del tempo, The Aryans (7).  Sennonché il punto di vista limitativo di quest’autore è legato al concetto di ‘rivoluzione neolitica’, attraverso cui sarebbero nate le classi sociali, cosa del tutto falsa; giacché l’esistenza delle classi è tradizionalmente messa in relazione all’esistenza delle varie Epoche cicliche, ciascuna in rapporto con una determinata casta. Circa l’esistenza d’una Urheimat  indoeuropea nella zona fra il Mar Nero ed il Caspio invece la tesi può essere grossolanamente accettata, dal momento che concorda involonriamente a grandi linee col dato scritturale dell’Armenia quale sede di espansione del ceppo noaico.  Anche perché è evidente che l’espansione, pur partendo probabilmente dalla zona fra la Turchia, la Georgia e l’Azerbaijan si è diretta necessariamente da un lato verso nordovest e dall’altro verso nordest.  Le fonti di Childe erano il filologo ed archeologo tedesco G.Kossinna (1858-31) per certo diffusionismo, nonostante questi ponesse l’Urheimat nelle regioni attorno al Baltico (Svezia Meridionale ecc.), cosa vera soltanto in tempi protostorici ma non nella preistoria, e la dottrina marxista per certa teoria sociale (8). Nella seconda metà del Novecento gli subentrava l’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas (1921-94), rifugiatasi negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e divenuta assistente all’Università di Harvard a Cambridge (Mass.).  È stata costei ad introdurre il concetto di kurgan per le tombe a tumulo e ad identificarepresumibilmente il processo d’indoeuropizzazione alla diffusione del kurganismo (9).  Alla Fine del XX sec. la teoria è stata aggiornata da J.P. Mallory (1945-) (10), tramite il suo In Search of the Indo-Europeans (11), e da altri studiosi.  Rispetto ai precedenti ricercatori, il professore oxfordiano di Archeologia Preistorica ha utilizzato anche le fonti letterarie oltre a quelle archeologiche e filologiche.  Ciò è un fattore a suo favore, ma a nostro parere è assai piú interessante la tesi contrapposta dell’archeologo britannico C.Renfrew (1937-) (12). Colin Renfrew ha sostenuto che i Proto-indoeuropei abbiano vissuto fra il VI ed il V mill. a.C. in Anatolia, donde si sarebbero irraggiati altrove – parallelamente all’agricoltura neolitica – non per trasferimento fisico, bensí per espansione culturale. 

C) Conclusioni

Una delle sciocchezze che si attribuiscono alla Gimbutas e agli altri che ne seguono gl’insegnamenti è che le <religioni> indoeuropee fossero dei culti patriarcali in opposizione a quelli matriarcali delle <religioni> pre-indoeuropee.  Questa contrapposizione, favorita indirettamente dalla scuola mediterraneista del Pestalozza & C., è assolutamente inadeguata, siccome il patriarcalismo ed il matriarcalismo hanno a che fare semmai con i cicli epocali e non colle etnie.  Ciò precisato, è chiaro che esiste una differenza fra i culti dell’età del Ferro e quelli dell’Età del Bronzo.  È la figura sofoclea di Edipo ad insegnarcelo, ovvero dell’Uomo incapace di comprendere il Padre (Urano, da lui ucciso… ossia trasformato in deus otiosus) e tutto proteso a venerare la Madre (Demetra), cui si ricongiunge… idealmente nei riti di fecondità e fertilità (13).  Per la verità l’ossequio al Padre Celeste risale all’Età dell’Oro.  L’Età del Bronzo vedeva di già un culto duodenario legato agli dei della pioggia, con un tredicesimo nel ruolo supremo.  L’archeologia spezzetta la presunta cultura proto-indoeuropea in una miriade di sottoculture, che è arduo associare ai veri Proto-indoeuropei: dal VI mill. in poi abbiamo la Cultura del Bug-Dnestr, di Samara, di Chvalinsk, del Dnepr-Donec, di Sredny Stog, di Majkop e di Jamna (14).  Analizzandole singolarmente, constatiamo unicamente che si tratta di culture sicuramente tra di loro intrecciate.  Come facciamo però ad esser sicuri che sono davveroquello che si pretende che siano?  Cosa hanno a che fare cogli studi letterari e mitologici degli indoeuropeisti in materia di Storia delle Religioni?  Praticamente nulla.  E come si fa allora a collegare quei ritrovamenti a tali studi?  Non può che essere un azzardo.

La Cultura di Bud-Destr ad esempio si è espansa per un millennio e mezzo (6500-5000) nelle praterie dell’Ucraina e della Moldavia, intorno ai fiumi Dnestr e alla parte meridionale del fiume Bug.  Si trattava, a giudizio di coloro che l’hanno messa in evidenza, d’una cultura venatoria e quindi cade il presupposto essenziale perché sia considerata una cultura aria.  Difatti non è stata rintracciata alcuna traccia d’agricoltura (15).  Attraverso la ceramica, che non compare all’inizio, si è notata un influsso della Cultura di Starčevo, proveniente dall’Europa Orientale e dai Balcani (16).  In quanto alla cultura di Samara, sviluppatasi presso il Volga fra il VI mill e l’inizio del V, è stata ritenuta di certo a torto dalla Gimbutas l’Urheimat proto-indoeuropea (17).  Su che basi non si capisce bene.  Forse per le sepolture a copertura di pietre o a cumulo di terra.  La Cultura di Chvalynsk (18), presso il Volga, è una continuazione di quella di Samara e sfocia nella Cultura di Jamna.   La Cultura del Dnepr-Donec era una dedita a caccia e pesca, alternata alla raccolta (19).  I defunti venivano inumati nei pozzi e ricoperti di ocra (20).  La popolazione era di tipo cro-magnôide, perciò non poteva trattarsi di iafeti (21).  Come volevasi dimostrare.  La Cultura di Srednij Stog (4500-3500) era localizzata fra i fiumi Dnepr e Don, a nord del Mar d’Azov.  Era coeva colla Cultura di Chvalynsk (22) ed ebbe contatti colla Cultura di Cucuteni-Trypillian (5500-2750), di tipo agrario, fiorita in una regione compresa fra parti delle attuali Romania, Ucraina e Moldavia (23).  La Cultura di Majkop (3500-2500)(24) è coeva alla Cultura di Jamna, un poco piú settentrionale. Appartiene alla Russia Meridionale, a ridosso del Caucaso, ed è influenzata dalla cultura di questa regione, la Cultura di Kura-Araxes o transcaucasica £400-2000)(25).  Infine viene la Cultura di Jamna (3600-2300), carattterizzata dalla tomba a fossa (pit-grave) ovvero della tomba ad ocra (ochra-grave), una cultura nomade con annessa qualche pratica agricola sulle sponde dei fiumi.  La sua particolarità è l’inumazione nei tumuli (kurgan)(26).  Continua la Cultura di Chvalynsk e quella di Srednij Stog e si estende poi nei Balcani.   Ribadiamo, tutto ciò non ha praticamente niente a che fare col problema dell’origine indoeuropea e poco con quello dell’espansione di tale etnocultura in Europa e in Asia.  A meno di dimostrazioni significative, che non ci pare siano ancora avvenute.  L’idea malloryana che i guerrieri dell’ascia da combattimento o della ceramica cordata fossero gli antenati dei popoli celtico-germanici e balto-slavi non ha alcun fondamento.  L’Ascia è di origine asiatico-ramaita, come insegna la figura indiana di Rama dell’Ascia (Paraśurāma), che non è legata agli Ari bensí ai Turi persiani, pre-iranici.   La teoria kurganica presuppone inoltre nel IV mill. il passaggio dai Balcani o dal Caucaso degli Hittiti in Anatolia, la formazione d‘un nucleo proto-indoeuropeo nell’Europa Orientale prima e successivamente il trasferimento di questo fino alla Scandinavia e alla Russia; la formazione da parte dei Tocari della Cultura di Afanasevo (3500-2500 (27), estendentesi fino in Mongolia ed in Cina, in Kazakistan e Tagikistan nonché presso il Lago d’Aral.  I legami indubbi colla Cultura di Andronovo (2000-1200) pongono tuttavia dei problemi irrisolti.  La stessa teoria suppone che nel III mill. i nomadi della steppa abbiano abbandonato codesto regime di vita per stanziarsi in zone ove vigeva uno stile di vita urbanizzato di tipo CABM (BMAC).  In tal modo sarebbe stata colonizzata l’Asia Centrale.  Per ragioni a noi ignote, quantunque il prof. Sarianidi abbia ipotizzato un cambiamento di clima dovuto ad avvenimenti calamitosi naturali, si sarebbero alfine spostati dapprima in India e poi in Iran.  Da qui in parte avrebbero invaso il subcontinente indiano sottomettendo i nativi ed imponendo il sistema delle caste, in parte si sarebbero spostati in Iran raggiungendolo all’inizio del I mill. a.C.  La dottrina hindu dei Varṇa, ad ogni modo, connette le classi a ben altro e non le  pone in relazione ad alcuna invasione o conquista.  In Europa la cultura dei tumuli avrebbe dato origine a quella dei campi d’urne.

Inutile aggiungere che in questo amalgama frazionato di sottoculture varie è difficile districarsi se non si è degli specialisti del settore.  Qualcosa di vero ci deve pur essere in questa ricostruzione, benché non ci convinca del tutto. Dato che non ne esiste una alternativa.  Vi è chi parla delle Vie dell’Ambra, ma questa discesa è tardiva.  Non si può immaginare che tali genti provenissero dalla Scandinavia in tempi preistorici.  Non ci sono basi per poterlo sostenere.  Tanto piú che i Germani stessi nelle loro tradizioni sostenevano di esser venuti da Asía.  I germanisti dichiarano che l’interpretazione di codesto termine come riferito all’Asia è solo un’interpretazione popolare, ma spesso la saggezza popolare risulta maggiormente profonda delle tesi accademiche. La pretesa superiorità del combattimento a cavallo da parte degli Ari, secondo gli storici dell’equitazione, non può essere avvenuta prima del periodo fra il 1100 ed il 1000 a.C.  In precedenza il cavallo sarebbe stato adibito al tiro del carro oltreché allevato per uso alimentare non meno dell’altro bestiame.  Abbiamo già espresso le nostre obiezioni a tale congettura, anche perché in questa maniera oltre a trasformare l’invasione aria in India in un avvenimento assai tardivo non si spiega la sottomissione degli indigeni al potere ario. Bisogna alfine ammettere che, nonostante tutto, il quadro degli avvenimenti ricostruito da tale teoria rimane tuttora molto confuso.

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NOTE

(1)   Cfr. Wikipedia, l’Enciclopedia on line, s.v.: TEORIA KURGANICA.

(2)   Per un quadro dettagliato di quella che era la visione generale del problema indoeuropeo alla Fine del’Ottocento cfr. I.Taylor, The Origins of the Aryans– Bahri P., N.Delhi 1980 (I ed. 1889).

(3)   Wikip., s.v.: OTTO SCHRADER. 

(4)   Intens. di gabar (‘potente’).

(5)   R.Graves & R.Patai, I miti ebraici e critica alla Genesi- Longanesi 1969 (ed.or. Hebrew Myths. The Book of Genesis– Cassell, Londra 1964), §19.d, p.132.

(6)   Wikip., s.v.: VERE GORDON CHILDE.

(7)    V.G. Childe, The Aryans: A Study of Indo-Europeans Origin– P.Kegan, Londra 1926

(8)   Wikip., s.v.: GUSTAF KOSSINNA.

(9)   S.v.: MARIJA GIMBUTAS.  Le sue osservazioni sono state raccolte nell’opera postuma, a c. di AA.VV., The Kurgan culture and the Indo-Europeanization of Europe. Selected articles from 1952 to 1993- Institute for the Study of Man, Washington 1997.

(10)   S.v.: JAMES PATRICK MALLORY.

(11)   J.P. Mallory, In Search of the Indo-Europeans: Language, Archaeology and Myth-Thames & Hudson, Londra 1989.

(12)   Wikip., s.v.: COLIN RENFREW.

(13)   Il mito è spiegato in modo conveniente ed approfondito nel nostro Edipo e l’enigma della Sfinge tebana– Heliodromos N.S. (aut. ’98-inv. ’99), N° 15, Catania 1999, pp. 6-14.

(14)   Ibid. come alla 1.

 (15)   Wikip., s.v. CULTURA DEL BUG-DNESTR. 

(16)   S.v.: CULTURA DI STARČEVO.

(17)   S.v.: CULTURA DI SAMARA.

(18)   S.v.: CULTURA DI CHVALYNSK.

(19)   S.v.: CULTURA DEL DNEPR-DONEC.

(20)   Osservava in proposito il Prof. R. del Ponte (Pres. a c. di, L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991, pp. 6-7, n.5) che siffatta pratica – riferita dalla Gimbutas ai kurgan, non rientrava nel costume indoeuropeo ma piuttosto in quello mesopotamico.  Noi preferiremmo dire ‘turano’, cioè centrasiatico.

(21)   G.Acerbi, L’Isola Bianca e l’Isola Verde– Simmetria on line (N°41, apr. 2016), p.10/col.a.

(22)   Wikip., s.v.: CULTURA DI SREDNIJ STOG.

(23)   S.v.: CULTURA DI CUCUTENI-TRYPILLIAN.

(24)   S.v.: CULTURA DI MAJKOP.

(25)   S.v.: CULTURA DI KURA-ARAXES.

(26)   S.v.: CULTURA DI JAMNA.

(27)   S.v.: CULTURA DI AFANASEVO.

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Articolo di Giuseppe Acerbi pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/2017/05/critica-alla-teoria-kurganica.html

 

IL CAPRICORNO NEL BENE E NEL MALE

di HIRANYA MRIGA

La simbologia solstiziale dei ‘Tre Figli’ d’Adamo, con un’indagine sull’origine dei culti demonici in rapporto al Cainismo, all’Abelismo e al Sethismo

A) Il Capricorno e il Solstizio Invernale

Il Capricorno del Solstizio Invernale art by Johfra

Secondo il simbolismo proposto da Guénon il Capricorno, abbinato al color Nero, rappresenta la Porta verso l’Assoluto.  Il problema però è che Guénon nella questione dei Solstizî e degli Equinozî non ci azzecca, poiché non comprende bene la simbologia delle Tre Correnti.  Questa è la chiave per capire il tutto.  Dobbiamo specificare che anche noi, ad esser sinceri, abbiamo avuto molta difficoltà all’inizio a far quadrare i simboli, proprio perché ci rifacevamo al maestro francese.  Guénon, pur  utilizzando una fonte valida quale Porfirio, sembra non rendersi conto della ciclicità dei rapporti simbolici.  O meglio, sappiamo da numerosi articoli, che egli sapeva d’un mutamento emblematico di ciclo in ciclo, ad es. per le Direzioni. Tuttavia, in relazione all’Anno Sacro (forse per la sua adesione a forme tradizionali nelle quali il simbolismo annuale non era molto evidente, pur essendo immancabilmente presente), mostra in proposito delle titubanze.  In quanto assegna giustamente i Misteri Minori (eleusini o meno, intendendo per trasposizione simbolica ogni realizzazione equivalente allo stato paradisiaco sovrannaturale) all’Equinozio di Primavera e quelli Maggiori (concernenti lo stato paradisiaco assoluto) erroneamente al Solstizio Invernale.  Il fatto che inverta in genere le attribuzioni (poiché torna sul punto più volte e sempre commettendo lo stesso errore), pur basandosi sul presupposto giusto dell’ordine annuale, tradisce nel suo approccio una certa confusione nel modo d’intendere.  Non che la supposizione di Guénon sia totalmente sbagliata.  In effetti il Solstizio d’Inverno, quando ancora il simbolo capricorniano non era ancora in uso  (vedi ad es. il Drago nel pitagorismo delfico, che ha infatti per figlio mitico secondo il Fontenrose il Caprone), è stato in un lontano passato – allorché si guardava alle Tenebre come un contrassegno dell’Immanifesto (anche in ciò Guénon dice bene) –  un riferimento al Paradiso Celeste.  In quel senso era giusta l’assimilazione dell’Inverno al Nord e dunque al Polo Artico.  Sebbene l’autore francese manchi di notare, e di qui ne è provenuta parecchia confusione da parte non solo sua ma pure di quelli come Evola od altri che l’hanno seguito, che quel tipo di simbolismo era in vigore necessariamente durante un’epoca ben definita.  In base alla ricostruzione cosmografica che si può fare oggi mediante la dottrina degli Elementi abbinata a quella delle Direzioni, abbinamento il quale costituisce la vera base di tutta la cosmologia antica (purtroppo non molto chiara nei tempi ultimi a coloro che pur dichiarano d’esser d’osservazione tradizionale), risulta evidente che quell’epoca era la ‘Seconda Era’ mitica.

Quindi, ne deduciamo, l’ossequio delle Tenebre è nato presso la Razza Nera, ossia nell’emisfero australe ed a ridosso del ‘Continente Nuovissimo’; in altri termini ha percorso in senso solare l’intero Oceano Indiano fino alla parte centro-meridionale dell’Atlantico, cioè rispettivamente in direzione sud, sud-polare e sud-ovest.  Sebbene è ovvio pensare che si sia trasferita poi man mano, come anche negli altri cicli è accaduto, altrove.  Nella ‘Quarta Era’ invece, deve esser accaduto per forza di cose l’opposto: insomma, la Luce è divenuta il simbolo del Non Manifestato, onde il Solstizio d’Estate ha avuto inevitabilmente la parte che prima aveva quello d’Inverno.  Perciò è il Tropico del Cancro, in tale nuovo ambiente, che ha funto da Nord anziché quello del Capricorno.  Ragion per cui si è creata un’associazione costante fra l’Inverno e l’Inferno, relegato al Polo Nord; mentre prima era il contrario, vale a dire gl’Inferi eran raffigurati dal Polo Sud.  Ecco che allora, sulla scorta di tali considerazioni, comprendiamo come il riferimento invernale (1) avesse per i seguaci americani degl’Illuminati bavaresi un carattere propriamente satanico, poiché è tipico da parte dei satanisti non esser capaci d’aggiornare i simboli e dunque ritrovarsi alla mercé del tempo, finendo col venerare simboli non più appropriati ed opposti nel significato a quelli originarî.  Si spiega cosí il loro ossequio per la Tradizione, che in mancanza della linfa vitale apportata dalla profonda comprensione del simbolo e quindi della possibilità di riadattarlo a situazioni nuove, si riduce seccamente ad una venerazione formale dagli opposti contenuti.  Questo è ciò che fecero i Giganti secondo la mitologia greca allorché, guidati da Tifone (con la Testa d’Asino = Canopo), si spostarono dal Polo Sud verso l’America Meridionale e Centrale.  Non a caso il satanismo quale abbiamo conosciuto in epoca storica è detto dalle tradizioni ebraiche esser cominciato quando i Sethiti si congiunsero tribalmente coi Cainiti ed essersi trasmesso particolarmente ad opera del cacciatore Nimrod dalla Torre di Babele in poi.  Se interpretiamo la leggendaria ‘Torre’ eretta dal mitico ‘Cacciatore’ come l’Asse del Punto Vernale in epoca orionica (attorno al 4.500 a.C.), comprendiamo che in quel peculiare momento ciclico la situazione cosmografica s’era rovesciata.

B) I ‘Tre Figli’ di Adamo e l’origine della Controtradizione

Le genti della ‘Quarta Era’, qualora non avessero riadattato il calendario alla nuova situazione temporale avrebbero fatto come i nebrodisti (2); i quali  hanno continuato ad adottare una simbologia tenebrosa vetusta, legata probabilmente all’arcaico ciclo sethita. Viceversa hanno fatto i luciferiani, che invece venerano il Solstizio Estivo, ma non come contrassegno del Trionfo della Luce, secondo quanto avveniva presso i Misteri di Demetra et similia.  È probabile che il culto solstiziale testé citato sia comunque anch’esso un deposito tradizionale di quel fatidico incontro di cui s’è detto sopra fra Sethiti e Cainiti in un continente oltreatlantico (3), ma in senso opposto.  Potremmo attribuire infatti il Luciferismo ai Cainiti ed il Satanismo ai Sethiti, come d’altronde attestano direttamente le due denominazioni.  Ci spieghiamo meglio. 

In principio non poteva che trattarsi ovviamente di semplici degenerazioni tradizionali, le quali solamente in seguito si sono sviluppate assumendo un senso demonico grave.  Si può immaginare a tal proposito che i Cainiti abbiano trasformato il loro originario culto solare, una volta perso il senso vero dell’Unità Divina, in semplice culto luciferico del Demiurgo.  I Cainiti sicuramente sul piano geografico provenivano per cause cicliche in prevalenza dall’Oceano Indiano.  Si rammenti che nelle tradizioni ebraiche costoro sono descritti in genere di piccola statura, come gli attuali Boscimani, che difatti si dice siano d’origine austronesiana e venerano un nume-antenato affine, sinanco nel nome (Cagn), alla figura di Caino. Probabilmente, ad essi si è aggiunta una minoranza d’origine antartica. Un tempo l’Antartide doveva risultare assai diversa da oggi ed era abitata secondo varî miti di diversa fonte da un ceppo negroide gigantico, quale ritroviamo nell’Africa Nera in tempi successivi alla glaciazione dei poli, il ceppo d’allevatori detti appunto paleo-negritici. Le sensuali ed audaci consorti cainite delle leggende biblico-apocrife, congiuntesi coi maschî sethiti, è logico pensare abbiano accettato dai mariti i loro culti.  Ma non del tutto.  Quei mariti medesimi nel contempo per forza di cose sono stati influenzati dalle pratiche vetuste delle proprie mogli, o concubine, altrimenti non si spiegherebbe l’accusa di corruzione loro attribuita dai testi ebraici (4).  Quindi è probabile che vi fossero delle differenze fra gli uni e le altre, tali da generare un primordiale satanismo nel caso in cui a dominare risultassero le tradizioni dei maschî sethiti ed una primordiale stregoneria qualora prevalessero i riti delle donne cainite (5).

Se i poli geografici a quell’epoca erano realmente liberi dai ghiacci, o pressappoco, è naturale credere che anche nell’Artide come nell’Antartide fosse avvenuta la stessa emigrazione verso altri continenti; visto che i sistemi tribali di vita a livello primitivo erano per lo piú di tipo nomadico, tanto presso le economie pastorizie quanto quelle orticole.  Ancor maggiormente – dobbiamo ritenere perciò – dovettero esserlo le economie di tipo venatorio, dal momento che i cacciatori usavano seguire le prede a grandi distanze.  Per un’analogia si confronti tali presupposti con quanto avviene ed è avvenuto sino ad epoca recente in Siberia.

Si può ipotizzare dunque in base alle suddette deduzioni antropologiche che nel preistorico continente americano, fosse esso formato da una o piú masse insulari non importa stabilire, dei cacciatori nomadici di ceppo paleoasiatico si siano spinti verso terre centro-meridionali mescolandosi colle tribú sudeane di provenienza austronesiana od antartica; ossia tanto con le genti piú stanziali, praticanti una primitiva orticoltura (il ceppo negroide pigmeo, maggiormente primitivo e territorialmente stabile) quanto con le altre dedite ad una rudimentale pastorizia (il ceppo gigantico, capace già di difendere con bastoni le bestie allevate dagli animali feroci, come ancor oggi avviene in Africa presso certe tribú pastorali assai coraggiose).

A questo punto della nostra ricostruzione ciclica, bisogna tuttavia far osservare che i cainiti e le cainite di alta statura – ovvero di provenienza antartica – sono in realtà degli abeliti e delle abelite.  Di un’unione fra Abeliti e Sethiti nelle tradizioni bibliche apocrife per la verità non si parla, dato che nella Genesi Abele muore per mano di Caino, apparentemente senza lasciare discendenti (iv.7).  Però nel testo biblico compare poco innanzi (vs.18) un personaggio, il cacciatore Lamek, che in realtà funge da doppione di Abele, tant’è che il figlio Iabal è il “padre di tutti quelli che abitano sotto le tende e stanno presso il bestiame”.  Insomma un pastore.  Sarebbe illogico d’altronde intendere, da un punto di vista mitico-leggendario, come se la pastorizia sia stata inventata due volte.  Una comparazione colla cosmologia del mondo indiano, ove Vamana e Rama (il primo Rāmaaliâs Parśurāma, da alcuni mitografi indiani apparentato etimologicamente a Perseo) posseggono prerogative analoghe – seppur non identiche – a quelle rispettivamente di Caino e Lamek (6), spiegherebbe anche la vendetta dei pastori contro gli orticoltori rintracciabile nella leggenda apocrifa dell’uccisione di Caino da parte di Lamek con una freccia alla gola in una battuta di caccia (7).

Potremmo allora arguire dal contesto che i Giganti (i Neri antartici) (8) – nelle tradizioni amerinde non sono esclusivamente votati al male come i loro equivalenti tifonici in Grecia – praticassero sia la pastorizia sia la caccia, o meglio un sistema misto quale si ritrova piú tardi anche in altre plaghe.  Donde la loro unione coi Sethiti – o meglio la propaggine artico-occidentale di tribú artico-orientali – si può immaginare abbia prodotto la vera continuazione positiva del Ciclo Adamico, mediante riassorbimento della figura pastorale di Abele (il ‘Secondo Figlio’ d’Adamo) in quella ambivalente di Seth (il ‘Terzo’).  Il che implica, di necessità, il riassesto dei miti e dei simboli in una nuova forma aggiornata.  Mentre l’unione del rozzo ceppo cainita, animalesco e cannibalico, con quello sethita (diremmo, meglio, pre-sethita o post-adamico), persino maggiormente primitivo ma spiritualmente piú elevato (siccome prossimo alle origini paradisiache), potrebbe aver determinato i risultati nefasti che difatti la Tradizione gli attribuisce.

In questo caso è possibile che le mogli cainite praticassero vecchî culti che, ad uopo, potremmo definire ellenicamente orgiastico-dionisiaci e che difatti hanno caratterizzato sino ad epoca storica gli austronesiani. Si tramanda d’un esagerato lassismo morale, includente orge con animali e via dicendo, come si nota in varie parti del mondo in certi graffiti preistorici.  Tale opera di corruzione nei confronti dei puri mariti sethiti potrebbe averle portate a pratiche stregonesche nascoste, nel senso proprio del termine; tanto piú che erano abituate, tradizionalmente, ad ossequiare le Tenebre (sia pur intese in senso benefico) anziché la Luce.  I mariti corrotti, al contrario, è probabile abbiano da parte loro continuato formalmente a rifarsi culturalmente al ciclo artico o meglio nordorientale; con la sola ma importante eccezione che, adottando le nuove pratiche di culto trasmesse loro dalle mogli negroidi, finivano coll’alterare la propria tradizione in senso satanico. Per questo, forse, il Satanismo (in sostanza una degenerazione nebrodistica del Sethismo in chiave cainita) ancora nel XX sec. era considerato maggiormente affine alla Stregoneria (a sua volta degenerazione nebrodistica del Lilithismo) (9) che al Luciferismo; in altre parole adatto a coloro che, nel simbolismo del Tridente a rovescio, seguivano la Via di Sinistra.  Poiché è a sinistra che si colloca la donna in ogni via occulta, iniziatica o contro-iniziatica che sia. È solo casualmente che i seguaci di Satana e di Lilith tendono a rappresentare nel modo suddetto i loro emblemi, mostrando di prediligere la direzione sudoccidentale?  Ed è ancora per caso che i luciferiani (vedi ad es. il Gladio della ‘Società di Thule’ con la sua Elsa ben evidenza) preferiscono rappresentare il Tridente al diritto, cosa che va a collocare la punta di destra in direzione nordorientale?

Ovviamente le nostre deduzioni vanno prese cum grano salis.  Non è possibile credere che tutte le cainite fossero degeneri e le abelite no.  E viceversa dicasi per i “puri“ sethiti congiunti in qualche modo alle une o alle altre.  Chissà però che la scarsa frequentazione da parte dei seguaci del Demonio e della Demonessa della Via di Centro, se intesa quale degenerazione dell’Abelismo/ Lamekismo, non possa ricondursi alle caratteristiche etno-culturali positive del sud-polare Paradiso Abelita (cioè Apollineo) (10)!

HIRANYA MRIGA

NOTE

1)      Il riferimento invernale è rappresentato presso gl’Illuminati dalla Piramide Tronca, sormontata dall’Occhio Onniveggente.  La Piramide, Tronca o dotata di Pietra Angolare (nel caso indicato sostituita dall’All-seeing Eye), è un’immagine della Montagna del Mondo.  La Montagna/ Piramide può esser concepita invertita o raddrizzata, giacché è un rimando ai Poli.  Altri emblemi equivalenti sono l’Albero, il Corno, il Vaso, il Triangolo Equilatero ecc.  Come si fa a dire che nel caso bavarese era il Monte Invertito ad esser oggetto di speculazione da parte dei seguaci di Weishaupt, dato che normalmente la Montagna nelle raffigurazioni che li riguardano viene raffigurata diritta?  Beh, non è facile, in verità.  Bisogna tener conto tuttavia che, a loro insaputa (Plutone non era ancora stato scoperto) il pianeta più esterno del sistema solare – anche se da tempo si parla di 1 o 2 pianeti trans-plutoniani – trovavasi in Capricorno al tempo della fondazione della loro confraternita, necessariamente influenzandone le idee e il simbolismo.  In un art. a seguire,  intitolato Novus Ordo (Mundi ), spiegheremo il significato astrale dei passaggî plutonici.

2)      Non a caso è questa la denominazione piú recente (risale alla ‘Quarta Era’) di quei fallaci seguaci della Tradizione che praticano il Satanismo.

3)      Sembra ormai accertato che nell’Atlantico non può esser esistito geograficamente alcun insieme di terre emerse quale era concepito dai massoni di stampo donnellyano nel XIX sec.  Piuttosto, facendo centro sull’attuale aspetto del suolo americano, è possibile anzi doveroso immaginare una diversa morfologia continentale, magari spezzettata in due o tre separati continenti.

4)      R.Graves & R.Patai, I miti ebraici– Longanesi, Milano 1969 (ed.or.Hebrew Myths– International Authors N.V. and Dr. Raphael Patai,  ? 1963), § 18 sgg., pp. 121-30.

5)      Siccome non è pensabile che la commistione etnica fra i ‘Figli di El’ e i ‘Figli di Qayin’ avvenisse a senso unico, come ci riportano le leggende, è ovviamente da supporre che anche dei cainiti (magari in minor numero) si unissero a delle sethite corrompendole.  Ciò spiegherebbe la formazione d’un satanismo (culto di Satana) ed una stregoneria (culto di Lilith) per cosídire destrorsi rispetto ai loro equivalenti sinistrorsi.

6)      Cosmograficamente Vāmana è associato alla Direzione Sudorientale (il Ciclo Austronesiano) e Paraśurāma a quella Antartica.  Vāmana, in India costituisce un doppione in funzione avatarica di Kāla, come in GreciaHermês lo è di Krónos, quantunque la funzione avatarica sia in questo caso assente.  Fra Kāla (lett. il ‘Tempo’) e Krónos (lett. il ‘Cornuto’) l’identficazione è facile, basta guardare all’etimo latino corrispondentehornus/ cornus, come abbiamo dimostrato nella nostra tesi di laurea; cfr. sul tema G.Acerbi, Kālacakra, la Ruota Cosmica– Univ. “Ca’ Foscari” (Lingue e Lett.Or.), Venezia 1985, 2 voll.  L’equivalenza fra  Vāmana e Hermês è più problematica, benché suggerita indirettamente dal parallelismo consueto nell’induismo fra Vāmana e Budha, nome indiano del pianeta Mercurio. Essa è d’altronde provata direttamente dal confronto fra le erme greche (teste o busti che fossero) poste ai crocicchî ed in varî altri posti quali termini ed i vāmana, intesi quali pietre di demarcazione dei campi, sulle quali compariva fino al XIX sec. un’effigie di Vāmana ; cfr. al riguardo M. & J. Stutley, Dizionario dell’Induismo– Astrolabio-Ubaldini, Roma 1980 (ed.or.A Dictionary of Hinduism– Routledge & Kegan- Londra 1977), s.v.VĀMANA, p.468, col.a, n.2.  Nella forma del suo doppione Krónos–Kāla, con testa taurina (in Crono scomparsa nell’iconografia dei tempi storici, eppur chiaramente evidente in certi allotipi quali Dioniso, Talo o Tauro) o caprina (egualmente venuta meno in Kala ma comparendo anche qui nell’allonimoBala /Bali, var. Vala / Vali; figlio di Varuna ossia Urano) Hermês-Vāmana si oppone occultamente a Perseús-Parśurāma, a differenza di quanto l’epica vorrebbe far credere col dono dei calzari al titano da parte dell’altro, non meno di quanto faccia nella ‘Genesi’ Caino con Abele (o Lamek).  Crono in questo mito è infatti rappresentato nella persona dell’odiato gemello Preto, corrispettivo greco del Prthu indú (ved.Prthī, paredro di Prthivī, la ‘Terra’), il Primo Orticoltore; se si oppone alla Terra, non può che essere ovviamente una figura celeste.  D’altra parte, Kāla, corrisponde al lat.Càelus, denominazione del Cielo in senso ciclico-agrario. A differenza della ‘Bibbia’, Perseo tuttavia annienta Acrisio, l’altro gemello, padre di Danae; Acrisio è ciononostante un allotipo abelita, ovvero equivale a Perseo stesso, sebbene questi disgraziatamente colpisca  lo zio con un disco (sorta di kālacakra, per dirla all’indiana) uccidendolo.  Similmente a come Lamek uccide incautamente il suo antenato Caino, ma nella vicenda greca di Perseo non risulta alcun omicidio preventivo fra i gemelli, emergono solo la lite e l’odio.  Nella storia indiana di Rama viceversa il primo omicidio compare, poiché il padre (Jamadagni) viene ucciso dai figli di Kartāvīrya, dopodiché segue inesorabile la vendetta da parte di Rama.  Di più.  In tal caso c’è anche la decapitazione, che nella ‘Bibbia’ avviene per opera di Lamek nei confronti di Caino (la freccia lo colpisce al collo, al modo come Rudra saetta Prajāpatinel Veda) ed ivi da parte di Rama ai danni della madre Renukā (specie di Medusa), quantunque in seguito rivivificata dallo stesso figlio.  Nel mitologhema greco i decapitati sono addirittura due, Medusa ma anche Acrisio, piuttosto che Preto; tanto che, si potrebbe affermare ironicamente, il primo funge nel mito sia da Abele che (parzialmente) da Caino…

7)      Tale leggenda è illustrata apertamente nell’iconografia religiosa (vedi prospetto del Duomo di Modena, Iniz. XII sec.), ma nel racconto biblico appare soltanto accennata in modo peraltro quasi incomprensibile (Gen.– iv. 23.4).  Che il cacciatore Lamek sia prima di tutto un pastore è spiegato indirettamente dal fatto che il figlio abita in una tenda di pelle, ben diversa dalle capanne di legno e di frasche in uso presso gli orticoltori.  È da questi ultimi, i Cainiti, che nascono i primi villaggî rurali; il testo biblico (verso 17) parla addirittura della fondazione da parte di Caino d’una città che ha il medesimo nome di quello del proprio ‘Figlio’: Henok.

8)      I Giganti (filologicamente i Gibborīm) non sono qui la stessa cosa dei ‘Giganti del Gelo’ della cultura nordeuropea, ma semmai degli omologhi di quelli della ‘Gigantomachia’ greca, narrata da Esiodo.  Dato che la ‘Gigantomachia’ ellenica (lotta di Zeus & C. contro Tifone ecc.) segue alla cd. ‘Titanomachia (lotta di Zeus & C. contro Crono ecc.), è lecito arguire che questa battaglia sia da interpretare come una lotta di potere veemente fra i cultori degli Dei del Ciclo Occidentale (biblicamente, Noaico) ed i cultori dei Titani del Ciclo Sudoccidentale (cioè, Sethita); mentre l’altra a seguire sia stata caratterizzata da un velleitario tentativo di vendetta, con qualche esito parziale positivo, ma alfine mal riuscito.

9)      Lilith viene comunque considerata nella mitologia ebraica a volte la sposa di Caino anziché di Adamo e, d’altronde, spesso è Caino (non Seth, nonostante il nome) ad esser equiparato a Satana.  La figura equivalente di Set in Egitto svolge per contro in un’unica persona divina entrambi i ruoli, demonico e non.  Cfr. con l’altrettale ambivalenza di Shiva e  della Shakti in India.

10)      Ovviamente non va confuso questo Apollo-Abele del Polo Antartico, che è un alter-ego argenteo di Crono-Caino (cfr. G.Acerbi, La simbologia fitomorfica: l’orticoltura nel mito delle origini– V.d.T., A.XXIII, Vol.XXIII, N°90 (apr.-giu. ’93), 

10 

Palermo 1993, P.II, pp. 80-1), coll’Apollo Iperboreo; il quale è naturalmente altra cosa, ricollegandosi per contro al Polo Artico.  L’uno insomma corrisponde nei cicli avatarici indiani alla VI ‘Discesa’, l’altro alla I.

 

Fonte: http://nelnidodelsimorgh.blogspot.com/2015/02/il-capricorno-nel-bene-e-nel-male.html