CAINO, EFESTO E IL CICLO DI RAVANA: CRITICA DELLA TECNICA DALL’ANTICHITÀ A CARL SCHMITT E J. R. R. TOLKIEN

 

di Giuseppe Di Re

Quando negli Atlantidei prevalse l’elemento umano, essi non seppero più sopportare la prosperità e degenerarono
Platone

PARTE 1: INTRODUZIONE

Gli archeologi moderni tendono a suddividere la storia umana secondo uno schema lineare, basato soprattutto sull’uso dei metalli. In questa prospettiva si susseguono, in modo progressivo e “diffusionista”, periodi quali il Paleolitico, il Mesolitico, il Neolitico, quindi l’età del Bronzo e infine l’età del Ferro. La civiltà sarebbe dunque il risultato di un lento e continuo perfezionamento delle capacità tecniche dell’uomo.

Il pensiero tradizionale delle civiltà antiche – e in modo particolarmente chiaro nella tradizione indù – concepisce invece il tempo in maniera radicalmente diversa. Il tempo non è una linea retta che procede indefinitamente verso il progresso, bensì una grande ruota cosmica all’interno della quale si succedono ciclicamente le età dell’umanità. Ogni ciclo descrive un progressivo allontanamento da uno stato originario perfetto, una sorta di “età aurea” nella quale l’uomo viveva in armonia con il cosmo e la natura e non aveva bisogno della tecnica per dominare il mondo.

Nella dottrina indù le età del mondo, gli Yuga, sono quattro e si dispongono in ordine decrescente: Satyayuga (età dell’oro), Tretayuga (età dell’argento), Dvaparayuga (età del bronzo) e Kaliyuga (età del ferro). La loro durata è proporzionata secondo il rapporto simbolico 4:3:2:1. La prima, il Satyayuga, avrebbe una durata di 25.920 anni; il Tretayuga 19.440 anni; il Dvaparayuga 12.960 anni; mentre il Kaliyuga, l’ultima e più oscura, durerebbe 6.480 anni. L’insieme di queste quattro età costituisce un ciclo completo di 64.800 anni (1).

Questo ciclo prende il nome di Manvantara, termine che significa letteralmente “era di Manu”. Manu è il legislatore primordiale, primo re sacro e governante dell’aureo Paradiso Terrestre – Śvetadvīpa (2) – nonché reggente del Settimo Manvantara e archetipo dell’umanità originaria. In molte tradizioni egli trova corrispondenze evidenti: nello Yima iranico, nell’Adamo biblico e nello Ziusudra (o Xisuthros) delle tradizioni della mezzaluna fertile. Non a caso anche il loro regno antidiluviano viene talvolta associato a durate simboliche analoghe a quelle del ciclo cosmico indù. A questa figura primordiale possono essere accostati anche altri archetipi presenti nelle tradizioni indoeuropee. Nella mitologia nordica, ad esempio, compare il gigante primordiale Ymir, nato nel Ginnungagap dall’incontro tra fuoco e ghiaccio e progenitore della stirpe dei Jötunn. Allo stesso modo, nelle tradizioni germaniche, si incontra la figura di Manno (in latino Mannus), considerato il capostipite degli uomini. Egli è menzionato nel I secolo d.C. dallo storico romano Tacito nella sua opera “De origine et situ Germanorum, dove viene presentato come il progenitore delle antiche tribù germaniche. È interessante osservare come Mannus abbia tre figli – Ing, Irmin e Istae – proprio come Adamo nelle tradizioni bibliche, considerato il primo uomo e padre di tre discendenze (Avel, Qayin e Seth). Questo parallelismo suggerisce, se ce ne fosse ancora bisogno, che il mito dell’origine della Primordiale Umanità possiede non solo un valore etnoculturale, ma anche un significato ‘rivelativo’, riscontrabile presso le culture più disparate.

Ogni Manvantara può essere suddiviso in dieci sottoperiodi di 6.480 anni ciascuno – chiamato Ciclo Avatarico (3) – che la tradizione indù collega simbolicamente alle dieci manifestazioni divine di Vishnu, i celebri Avatāra: Matsya (il pesce), Kūrma (la tartaruga), Varāha (il cinghiale), Narasiṃha (l’uomo-leone), Vāmana (il nano), Paraśurāma (Rama con l’ascia), Rāma, Krishna, Balarāma (talvolta il Budda), e infine Kalki, l’avatāra futuro che apparirà alla fine dell’età oscura per restaurare l’ordine cosmico.

Una rappresentazione artistica dei Daśāvatāra

Ciascuna di queste manifestazioni divine è tradizionalmente associata non soltanto a una fase temporale, ma anche a molteplici corrispondenze simboliche: una direzione cosmica, una regione del mondo abitato, una forma di civiltà, una razza, una casta dominante, un elemento naturale e persino un determinato temperamento umano. In questo senso il ciclo cosmico non riguarda soltanto il tempo, ma l’intera struttura simbolica dell’universo e della storia.

Secondo la cosmologia indù, quattordici Manvantara costituiscono a loro volta un Kalpa, cioè un “giorno di Brahma”. Sette di questi cicli sarebbero già trascorsi e l’umanità si troverebbe attualmente nell’ottavo. Alla fine di ogni Kalpa l’universo stesso viene dissolto e rinnovato; alla fine di ogni Manvantara, invece, i “semi” del ciclo precedente vengono raccolti per dare origine a una nuova manifestazione del mondo, simile ma non identica alla precedente.

La tradizione indù esprime simbolicamente questa progressiva decadenza anche attraverso l’immagine del Toro del Dharma, emblema dell’ordine cosmico e della legge divina universale. All’inizio del ciclo, durante il Satyayuga, il toro sta saldo su quattro zampe: la verità, la giustizia e l’armonia regnano pienamente nel mondo. Con il passaggio al Tretayuga una delle sue zampe viene meno; nel Dvaparayuga ne restano soltanto due; infine, nel Kaliyuga, l’ultima età, il Toro del Dharma rimane su una sola gamba, segno di un ordine ormai quasi completamente dissolto. Secondo alcune rappresentazioni tradizionali, al termine di questo processo anche quest’ultima gamba cede, indicando il collasso definitivo dell’ordine del ciclo. Ma proprio quando la decadenza giunge al suo punto estremo, la grande ruota del tempo riprende il suo corso: con l’inizio di un nuovo Manvantara le quattro zampe del toro vengono nuovamente restaurate e il mondo ritorna allo stato primordiale di una nuova e rinnovata età dell’oro.

In questa prospettiva, la storia dell’umanità non è la storia di un progresso, ma quella di una lenta decadenza: il passaggio dall’età dell’oro all’età del ferro rappresenta l’allontanamento progressivo da uno stato primordiale superiore, sia spirituale che antropologico, nel quale l’uomo viveva in una condizione di ordine, misura e armonia cosmica, ben prima che la tecnica e il dominio artificiale della natura diventassero il centro della civiltà.

PARTE 2. IL SOSPETTO VERSO LA TECNICA NELL’ANTICHITÀ

La convinzione secondo cui la tecnica rappresenterebbe una forza neutrale, naturalmente orientata al progresso, è in realtà un’acquisizione relativamente recente. Per gran parte della storia umana, il rapporto con la tecnica – con la metallurgia, con la costruzione artificiale del mondo, con il dominio sulla materia – è stato percepito in termini ben più problematici, se non apertamente sospetti. Nelle grandi tradizioni del mondo antico e nella mitologia dell’Eurasia e dell’Occidente, la tecnica suole infatti apparire legata a figure malviste, a stirpi segnate da una colpa originaria oppure a civiltà destinate, prima o poi, alla rovina.

Questa diffidenza non costituisce affatto un episodio isolato. Essa attraversa culture tra loro lontane e riaffiora, sotto forme differenti, financo nel pensiero moderno. Dal racconto biblico della discendenza di Caino alla figura del dio fabbro nella Grecia arcaica sino ad alcune tradizioni del mondo indiano, emerge un motivo ricorrente: la tecnica non nasce dall’ordine armonico del cosmo, bensì da una frattura, da una deviazione, da una potenza ambigua che può facilmente trasformarsi in strumento di dominio.

  1. L’origine della civiltà tecnica: da Caino a Efesto il dio zoppo creatore di meraviglie meccaniche

Nel racconto della Genesi, la tecnica prende avvio dalla stirpe del “maledetto” Caino. Dopo aver ucciso il fratello Abele, Caino viene scacciato dal Paradiso Terrestre e condannato a vagare sulla terra; e tuttavia è proprio egli a divenire il fondatore della prima città. La sua discendenza è associata alla nascita di alcune delle principali arti tecniche: la lavorazione dei metalli, la fabbricazione degli strumenti, financo la musica e le arti magiche. Tra i suoi discendenti compare infatti Tubal-Cain, descritto come maestro nella lavorazione del bronzo e del ferro. In questo racconto, che conserva echi di tradizioni assai più antiche, la civiltà urbana e la tecnica sembrano emergere da una linea genealogica segnata, ab origine, dal primo atto di violenza della storia umana. Non è difficile intravedere, in tale narrazione, un antico sospetto nei confronti della città, della metallurgia e dell’artificialità stessa della civiltà.

Caino uccide Abele, di Tiziano Vecellio

Un motivo sorprendentemente affine compare anche nella mitologia greca. Il Dio del fuoco sotterraneo, della metallurgia e dell’arte fabbrile è Efesto. Egli è il grande artefice dell’Olimpo: colui che forgia le armi degli dèi, costruisce palazzi, troni automatici e oggetti meravigliosi dotati quasi di vita propria. La tradizione gli attribuiscono infatti la creazione di veri e propri automi. Nei suoi laboratori sotterranei lavorano assistenti metallici che si muovono da soli e collaborano con lui nella fucina, creature artificiali che imitano la vita e che sembrano anticipare l’idea stessa di macchina autonoma. Non si tratta soltanto di oggetti animati da un semplice meccanismo: nelle fonti essi appaiono dotati di movimento, volontà e talvolta persino di parola!

Tra le opere più celebri attribuite al dio vi è ad esempio il gigantesco Talos, il colosso di bronzo posto a guardia dell’isola di Creta. Talos percorreva instancabilmente le coste dell’isola lanciando giganteschi massi contro le navi nemiche e impedendo l’approdo agli stranieri. Secondo alcune versioni della leggenda, il gigante possedeva una sola vena che correva lungo il corpo e che conteneva una sostanza vitale – l’ichor divino – sigillata da un chiodo nel tallone. Finché quel sigillo rimaneva intatto, il gigante metallico continuava a muoversi e a svolgere la sua funzione di guardiano.

Il gigante di bronzo Talos, rappresentato nel film “Gli Argonauti” (Jason and the Argonauts) del 1963, diretto da Don Chaffey

Tuttavia, Efesto è anche un dio imperfetto: zoppo, deforme, escluso dalla piena armonia dell’Olimpo e, secondo alcune versioni del mito, addirittura scagliato giù dal cielo.

Da questo punto di vista, è possibile osservare parallelismi sorprendenti in altre tradizioni. I Túatha Dé Danann, nella mitologia irlandese, sono esseri divini giunti dall’alto portando strumenti e oggetti straordinari – una pietra sovrannaturale, la spada invincibile, la lancia fatale e un recipiente in grado di nutrire chiunque senza esaurirsi – (4). La loro patria, Avalon, centro sacro e isola favoleggiante, riflette il concetto di luogo privilegiato in cui il sapere tecnico e sovrannaturale si intrecciano. Anche i Túatha, come Efesto, sono puniti o esclusi: alcune leggende li identificano con angeli caduti o spiriti neutri, costretti a discendere sulla Terra per il loro distacco o la loro indipendenza, incarnando così la caduta dalla perfezione divina a causa della loro sapienza e autonomia.

I Tuatha Dé Danann raffigurati in Riders of the Sidhe di John Duncan (1911)

Allo stesso modo, nella tradizione cristiana e islamica, il motivo della caduta si ripete. Lucifero, nel cristianesimo, è scagliato giù dal cielo per la sua ribellione, e Iblis, nella tradizione islamica, subisce un destino analogo per essersi rifiutato di piegarsi alla volontà di Dio. La loro caduta segna la punizione per aver trasgredito un ordine superiore, ma al contempo sono presentati come custodi di un sapere superiore e di una libertà che sfugge al controllo divino, destinati così a subire la pena decretata da Dio.

  1. Il ciclo di Ravana e le macchine volanti della preistoria
Una rappresentazione artistica del Pushpaka vimāna posseduto dal demone Ravana

Nel Rāmāyaṇa, il sovrano demoniaco Rāvaṇa, re dei Rākṣasa – che in Grecia equipolle al Titano Tifone e in Egitto al “rosso” Seth (5) – governa una civiltà potente e raffinata, dotata di ricchezze immense e conoscenze fuori dal comune. La sua capitale, Lanka, è simbolo di una potenza materiale quasi senza limiti, ma questa grandezza è accompagnata da una crescente hybris che conduce inevitabilmente allo scontro con l’ordine cosmico incarnato dall’eroe Ramachandra. Il Ciclo di Rāvaṇa, e conseguentemente del Settimo Avatāra di Vishnu, rappresenta cosmograficamente il VII Ciclo Avatarico, sovente obliterato dai millenni, reinterpretato in epoche successive e trasposto geograficamente sul suolo indiano storico. Ma originariamente esso – checché ne possano pensare taluni modernisti – non si svolse a Ceylon (l’attuale Sri Lanka), bensì come colloca la cosmografia puranica nel Dvîpa meridionale, probabilmente nella parte andino-caraibica dell’Atlantide meridionale (6). Rāvaṇa stando al Rāmāyaṇa era in possesso di un Vimāna, In particolare, il Pushpaka vimāna, presentato nei poemi come un grande carro aereo, capace di spostarsi liberamente nei cieli e spesso descritto come splendido e maestoso. Nella tradizione epica indiana, i vimāna sono descritti come veicoli volanti legati ai grandi sovrani che spesso se ne servono per muovere guerra ai loro avversari, oltre che come elementi di prova dello straordinario immaginario tecnologico delle civiltà antiche. Il termine vimāna, di origine sanscrita, appare nei testi tradizionali con significati molteplici: dal palazzo o carro celeste a vere e proprie macchine volanti che navigano i cieli.

Ci sono altri celebri vimāna menzionati nell’epica indiana. Tra questi spicca particolarmente il Saubha vimāna, una leggendaria città volante – o fortezza aerea – descritta soprattutto nel Bhagavata Purana. Costruita dal demone architetto Maya per il re Salva, Saubha era una temibile macchina da guerra: una struttura volante capace di scomparire alla vista, moltiplicarsi in più forme e scagliare armi devastanti simili a fulmini. Secondo il racconto, Salva la impiegò per assalire la favoleggiante città di Dvārakā (7), dimora dell’Ottavo Avatāra, Krishna. La battaglia fu violenta e spettacolare, ma alla fine il dio guerriero riuscì a distruggere la fortezza volante, ponendo fine all’assedio.

Rappresentazione artistica del Saubha vimāna

Alcuni testi, come il Vaimānika Śāstra («trattato sul volo umano»), presentano queste macchine con dettagli tecnici – pur considerando che la loro effettiva storicità è dibattuta – e in esse vedono un’antica tecnologia che, finanche nella cultura popolare moderna, si presta a interpretazioni come quelle delle macchine volanti preistoriche o dei cosiddetti veicoli celesti.

In un’ottica simile, considerando il tempo come ciclico, non sarebbe lecito chiedersi se molte delle scoperte, sia antiche che recenti, non siano in realtà delle “riscoperte”? Del resto, la storia del mondo è costellata di oggetti e costruzioni apparentemente “fuori dal tempo”, gli OOPArt ad esempio, o comunque di opere che sfidano la comprensione razionale se valutate alla luce degli strumenti rudimentali che, secondo l’archeologia tradizionale, gli antichi avrebbero posseduto. Basti pensare ai megaliti sparsi in ogni continente, alle grandi costruzioni come le tre piramidi della piana di Giza, l’impressionante Osireion di Abydos e gli incredibili sarcofagi nel Serapeo di Saqqara in Egitto, la spettacolare Ollantaytambo nella Valle Sacra di Cuzco e la maestosa fortezza di Sacsayhuamán in Perù, o le meravigliose vestigia della civiltà preincaica di Puma Punku e Tiwanaku in Bolivia, sulle rive del Lago Titicaca.

L’impressionante monolito di Baalbek

Anche in Giappone è possibile trovare straordinari megaliti: l’Ishi no Hōden, un monolite di 500 tonnellate privo di segni di lavorazione con strumenti tradizionali; il Masuda-no-iwafune, gigantesco blocco di granito di 800 tonnellate situato ad Asuka, nella prefettura di Nara; e la maestosa struttura megalitica sommersa di Yonaguni, ad Okinawa, spesso chiamata “l’Atlantide giapponese” per la sua enigmatica posizione sul fondale marino. In Italia, invece, sopravvivono alte e maestose le misteriose mura poligonali, miticamente attribuite alla razza dei ciclopi. E ancora, la Macchina di Anticitera rimane un enigma: il suo reale utilizzo è ancora oggi in gran parte sconosciuto.

La letteratura sacra di diverse tradizioni popolari parla di oggetti dalle proprietà a dir poco straordinarie: lo Shamir (8) e l’Efod, il pettorale del Cohen Hagadol (Gran sacerdote) dell’ebraismo (9), passando per l’arca dell’alleanza (10), gli scalpelli di luce divina nella tradizione egizia, il cuneo dorato delle tradizioni orali della cordigliera delle Ande o i già citati Vimāna dell’induismo. Senza dimenticare le mappe antiche, come quella di Piri Reis, analizzata con dovizia di particolari da Charles Hapgood in un suo famoso saggio (11) con introduzione e prefazione di Albert Einstein, o la mappa di Mercatore, più recente ma evidentemente basata su conoscenze molto più antiche, che colloca il circolo polare artico al centro di un vasto continente, richiamando sorprendentemente il Jambūdvīpa indù e il dvipa Ilāvṛta, l’ecumene iperboreo da cui, secondo la letteratura puranica si sarebbe manifestata la prima umanità da Manu Satyavrata, come narrato anche nel Mahābhārata.

La mappa di Piri Reis

Si rammenti, in questo contesto, anche il destino della Biblioteca di Alessandria, per secoli custode di una quantità immensa di testi provenienti da tutto il mondo antico. In quelle sale erano raccolte opere di storia, filosofia, scienza e tradizioni remote che avrebbero sicuramente potuto gettare luce su molte delle questioni ancora oggi oggetto di speculazione. Eppure gran parte di questo patrimonio andò perduto, consumato da incendi e devastazioni che nel corso dei secoli ne dispersero irrimediabilmente il contenuto.

Come viene tramandato nelle tradizioni di molti popoli, la fine delle civiltà viene spesso ricondotta a grandi cataclismi. Nel linguaggio della cosmologia indù tali eventi sono chiamati Pralaya: dissoluzioni cicliche del mondo, momenti di cesura totale o parziale in cui terre, città e conoscenze vengono travolte da diluvi, eruzioni o sconvolgimenti naturali che segnano la chiusura di un’epoca e l’inizio di un’altra. Talvolta, tuttavia, la memoria di quei mondi perduti riemerge letteralmente dalle profondità marine. Negli ultimi decenni l’archeologia subacquea ha riportato alla luce resti di città che per lungo tempo erano state considerate poco più che mere leggende. Tra queste si annovera la già citata Dvārakā, tradizionalmente identificata con la città costruita dal dio Krishna, i cui resti sommersi al largo delle coste del Gujarat hanno alimentato un acceso dibattito tra archeologia e tradizione (12). Analogamente, nelle acque della baia di Abukir, in Egitto, è stata riscoperta la città portuale di Heracleion, conosciuta dagli Egizi come Thonis e per secoli ritenuta una leggenda (13).

Il pesce d’oro Avatarico monodono, Matsya, funge da arca, salvando Manu Satyavrata e i Saptaṛṣi dal Pralaya alla conclusione del primo ciclo avatarico

Queste città sommerse non rappresentano soltanto curiosità archeologiche: esse testimoniano come, dietro molti racconti tramandati dalla tradizione orale o dalla letteratura tradizionale dei popoli, possa celarsi un nucleo di memoria storica. Il mito non inventa, ma conserva – sotto forma di linguaggio simbolico ed esoterico, sovente riservato ai “soli inziati” – il ricordo lontano di mondi e umanità realmente esistiti e poi scomparsi. In questo senso, le rovine che riemergono dal mare sembrano restituire, come tessere di un enorme puzzle, frammenti di un passato che la storiografia ufficiale aveva volutamente o meno cercato di mettere da parte.

Non sorprende quindi che nel corso del tempo siano emerse teorie, compatibili con la lettura tradizionale dei testi e dei reperti, secondo le quali alcune conoscenze straordinariamente avanzate, oggi perdute, potrebbero risalire ad antichissime civiltà prediluviane.

Una rappresentazione artistica della favoleggiante città di Dvārakā

Ad esempio, dal nostro punto di vista troviamo particolarmente interessante la vicenda relativa all’annientamento della civiltà di Harappa e Mohenjo-daro, ove furono rinvenuti appena una quarantina di scheletri, privi di tombe o sarcofagi. L’ipotesi di una distruzione dovuta all’invasione degli Ārya – talvolta sostenuta da alcuni pan-indoeuropeisti – non risultò convincente. Le ossa, infatti, apparivano calcinate, come se fossero state esposte a un calore estremo paragonabile a quello di un’eruzione; ma nella regione come è noto non esistono vulcani. Da qui è possibile fare due ipotesi: o si trattò di un’esplosione di tipo atomico – ipotesi difficile da conciliare con le conoscenze scientifiche attribuibili agli antichi – oppure, come suggeriscono taluni (14), gli antichi disponevano di una tecnologia arcaica oggi perduta, capace di produrre effetti analoghi. Mutatis mutandis, la storia delle civiltà antiche – finanche mitiche – può nascondere tracce di tecnologie straordinarie.

D’altronde, non è forse vero che, secondo Platone, l’Atlantide non soccombe semplicemente perché gli Atlantidei avevano osato spingersi troppo nell’uso dell’alta magia (leggasi alta tecnologia, considerando che nell’antichità l’arte dei fabbri era strettamente legata alle arti magiche)? E, come ben sappiamo, i cicli non si concludono mai senza catastrofi.

PARTE 3: DA CARL SCHMITT A TOLKIEN: MODERNI CRITICI DELLA TECNICA E DELL’INDUSTRIA

J. R. R. Tolkien, creatore di mondi

Non tutte le cose che crescono sono buone
J. R. R. Tolkien

Se dunque i cicli storici sono soliti concludersi con cataclismi e dissoluzioni – come sembrerebbe suggerire la sorte stessa dell’Atlantide platonica e degli altri dvîpa financo antecedenti – non stupisce che alcuni pensatori della modernità abbiano guardato con crescente inquietudine al ruolo assunto dalla tecnica nel mondo contemporaneo. Giacché ciò che nell’antichità appariva sotto il velo della magia o dell’arte sacra dei fabbri, nella modernità tende a manifestarsi apertamente come dominio della macchina, della produzione e dell’organizzazione impersonale della potenza.

È in questo contesto che si inserisce la riflessione di Carl Schmitt, il più importante e rinomato giurista del XX secolo, il quale elaborò una critica particolarmente ficcante della trasformazione dell’ordine politico nella modernità tecnica. Nel suo celebre studio ”Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum” (15), Schmitt analizza infatti la progressiva dissoluzione dell’antico ordine europeo – lo jus publicum europaeum – mostrando come la modernità abbia progressivamente sostituito il radicamento territoriale e giuridico delle civiltà con una logica sempre più astratta, universale e tecnicamente organizzata.

Secondo Schmitt, ogni civiltà storica si fonda su un determinato nomos, ossia su un ordine fondamentale che stabilisce il rapporto tra terra, potere e diritto. Tuttavia, con l’avvento dell’età moderna e con l’espansione delle potenze marittime e commerciali, tale ordine tradizionale iniziò a dissolversi, lasciando il posto a una configurazione geopolitica sempre più dominata da dinamiche economiche, tecniche e globali (16). In questa prospettiva la tecnica non appare più come semplice strumento neutrale, bensì come forza capace di ristrutturare l’intero ordine del mondo. Sovente Schmitt osserva come la crescente meccanizzazione della vita sociale e politica rischi di generare un sistema dominato non più da principi etici o giuridici radicati nella tradizione, ma da una logica impersonale di efficienza e potenza. L’uomo, in tale contesto, tende a trasformarsi in semplice ingranaggio di un apparato tecnico-amministrativo sempre più vasto (17).

Carl Schmitt, il più grande giurista del XX secolo

Non sorprende, pertanto, che il giurista tedesco giunga talvolta a evocare la dimensione quasi escatologica di tali processi. Mutatis mutandis, la tecnica moderna può apparire come una delle possibili manifestazioni storiche di quelle forze dissolutive che le tradizioni religiose hanno sovente associato alla figura dell’Anticristo: non tanto una presenza metafisica in senso stretto, quanto una potenza storica capace di insinuarsi nelle istituzioni, nelle guerre e nelle strutture della vita collettiva, sovvertendo progressivamente l’ordine naturale e spirituale del mondo.

Una critica non del tutto dissimile emerge anche nella dimensione letteraria e simbolica dell’opera di J. R. R. Tolkien. Se Carl Schmitt analizza la tecnica come forza storica capace di trasformare e dominare le strutture politiche della modernità, Tolkien ne rappresenta invece gli effetti sul piano mitopoietico e narrativo. Nei suoi racconti la meccanizzazione del mondo non appare mai come un progresso neutrale, bensì come una forma di corruzione dell’ordine naturale.

Nel mondo della Terra di Mezzo il potere dei grandi antagonisti è spesso legato proprio alla capacità di forgiare e manipolare la materia. Sauron appare come un demiurgo oscuro, creatore dell’Unico Anello che concentra in sé un potere quasi assoluto. Il possesso dell’Anello implica ipso facto la possibilità di dominare gli altri anelli e, con essi, i loro portatori. Un potere così spaventoso e allo stesso tempo pernicioso da poter assoggettare tutte le razze della Terra di Mezzo. Non meno significativa fu la forgiatura dei Silmaril da parte dell’elfo Fëanor, figlio di Finwë – re dei Noldor – e di Míriel. In lui l’ardente talento creativo e la passione per l’arte della lavorazione dei metalli e delle gemme introducono una logica di potere tecnico e demiurgico che, sotto certi aspetti, anticipa quella dello stesso Sauron. Fëanor fu infatti il più grande artigiano, artista e fabbro tra gli Elfi dell’intero universo Tolkieniano. Durante il meriggio di Valinor egli realizzò le tre gemme sacre, i Silmaril, opere uniche e irripetibili nelle quali riuscì a imprigionare e conservare la luce primordiale dei Due Alberi di Valinor, Telperion e Laurelin, trasformando quella luminosità originaria in materia incorruttibile.

Fëanor crea i Silmaril, art by Ted Nasmith

Anche Saruman per certi versi incarna questa stessa logica. Le sue fucine, le macchine e la produzione incessante di armi e mostruose creature guerriere – come i terribili Uruk-hai, una razza di orchi superiore – trasformano Isengard in una gigantesca officina. La sapienza tradizionale che un tempo apparteneva ai maghi viene progressivamente convertita in una tecnica orientata esclusivamente al potere, alla guerra e alle arti materialistiche . La trasformazione di Isengard rappresenta così una vera e propria industrializzazione del paesaggio: le foreste vengono abbattute, il territorio ridisegnato in funzione della produzione bellica, e il verde e lussureggiante paesaggio che un tempo caratterizzava la regione svanisce sotto il peso della meccanizzazione. Saruman incarna simbolicamente la logica della modernità industriale: organizzazione razionale della produzione, sfruttamento intensivo delle risorse naturali e mobilitazione delle masse come forza collettiva.

Tale rappresentazione non è affatto casuale. J. R. R. Tolkien fu infatti un autore profondamente ostile alla modernità industriale. Conservatore di orientamento tradizionale e cattolico convinto – sovente legato alla liturgia latina e alla spiritualità della Chiesa preconciliare – Tolkien guardava con grande sospetto tanto all’ideologia progressista quanto alle dottrine rivoluzionarie che, nel XIX e XX secolo, esaltarono la meccanizzazione del mondo e la mobilitazione delle masse. La sua opera letteraria è, sotto molti aspetti, anche una critica simbolica alla civiltà industriale e alla devastazione dei paesaggi naturali.

L’ira degli Ent, art by Ted Nasmith

In questa prospettiva, la figura di Saruman assume un significato quasi paradigmatico. Il mago, un tempo membro autorevole del Bianco Consiglio, giunge a rompere le antiche alleanze, tradendo financo la fiducia dei suoi pari e ponendosi progressivamente al servizio dell’Oscuro Signore Sauron. La sua metamorfosi – da Saruman il Bianco a Saruman “dai molti colori” – allude pertanto alla perdita di unità spirituale e alla disgregazione dell’ordine originario. Egli diviene così il sostenitore di una società fondata sulla produzione incessante, sulla distruzione delle foreste e sulla subordinazione della natura agli scopi della potenza. Il disboscamento sistematico delle terre attorno a Isengard, l’incendio delle foreste e la trasformazione del territorio in un complesso industriale provocano, non a caso, la rivolta degli Ent, gli antichi custodi degli alberi e della foresta di Fangorn. La loro marcia su Isengard – uno degli episodi più emblematici ed emozionanti de Il Signore degli Anelli – rappresenta simbolicamente la ribellione della natura contro la meccanizzazione del mondo, e si rivelerà decisiva per la sconfitta dello stregone traditore.

Non meno significativa è, sul piano simbolico, la devastazione della Contea nella parte conclusiva del racconto. Quando gli hobbit fanno ritorno nella loro terra natale, trovano il paesaggio profondamente mutato: mulini rumorosi, edifici industriali e opere di disboscamento hanno alterato l’armonia originaria del territorio. Tale trasformazione, orchestrata proprio da Saruman, coadiuvato dal suo servo, lo spregevole Grima Vermilinguo – già traditore di Re Théoden e di Rohan – rappresenta una delle più esplicite metafore tolkieniane della modernità industriale e della distruzione degli antichi equilibri tra uomo e natura.

Saruman usa il Palantir, immagine tratta dalla Trilogia Cinematografica di Peter Jackson

Mutatis mutandis, Saruman può essere interpretato come una figura che riflette, sul piano mitopoietico, alcune delle grandi ideologie moderne: il culto della produzione, la fede cieca nella tecnica e la convinzione che la società possa essere riorganizzata secondo schemi razionali e industriali. In tal senso, la sua figura appare come una sorta di anticipazione simbolica delle dottrine che, nel pensiero di Karl Marx, esaltavano l’industrializzazione di massa e la mobilitazione delle grandi collettività umane come motore della trasformazione storica.

PARTE 4. KARL MARX, LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA E L’USO DELLA TECNICA COME DOMINIO SULL’UOMO

Karl Marx, il padre del comunismo

È proprio in tale prospettiva che si colloca la riflessione su Karl Marx, per il quale lo sviluppo delle forze produttive e l’espansione della grande industria costituivano il motore della trasformazione storica. La concentrazione operaia, la fabbrica e la meccanizzazione del lavoro diventano fattori decisivi della dinamica rivoluzionaria. Tuttavia, dietro l’apparente impalcatura filosofica, spesso ammantata di lessico hegeliano, non è difficile scorgere una concezione materialistica e conflittuale della società, in cui la mobilitazione delle masse e la distruzione degli ordini esistenti diventano strumenti espliciti della trasformazione politica.

La storia del XX secolo mostra con drammatica chiarezza dove tale impostazione poteva condurre. Le ideologie nate dalle opere di Marx non si affermarono attraverso astratte sintesi dialettiche, bensì attraverso rivoluzioni violente, eccidi e sanguinose epurazioni. Basti pensare all’assalto armato al Palazzo d’Inverno durante la rivoluzione bolscevica e alla tragica sorte toccata alla famiglia imperiale dei Romanov, sterminata senza processo nel clima di terrore instaurato dai nuovi detentori del potere; o allo sterminio dei kulaki, ossia i contadini considerati “più ricchi” o sospettati di opporsi alla collettivizzazione forzata di Stalin. Migliaia di famiglie furono spogliate delle loro terre e dei beni, arrestate, deportate verso regioni remote e inospitali come Siberia e il nord del Paese, o uccise. Si rammenti sempre che Il desiderio recondito dei bolscevichi non era di certo quello di liberare un popolo oppresso come sostenuto da certa propaganda comunista onde omogeneizzare le masse, ma rovesciare la corona dei Romanov per sostituirsi a essa come nuovi padroni.

La famiglia Romanov in una foto del 1913

Orwell offrì una lucidissima allegoria di tali dinamiche ne La fattoria degli animali (18), ove i leader della rivoluzione, mossi dal desiderio di sostituirsi ai padroni, finiscono per insediarsi essi stessi come nuovi padroni. Come scrive Orwell, “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”, sintetizzando in modo impietoso l’ipocrisia delle rivoluzioni che si trasformano sovente in dittature burocratiche e sanguinarie. La presunta emancipazione delle masse si trasforma ipso facto in un sistema di terrore, repressione e sopraffazione, richiamando financo i Gulag descritti con dovizia di particolari dal premio Nobel (19) per la letteratura Aleksandr Solženicyn: “L’anima di un popolo può essere distrutta, pezzo dopo pezzo, e la macchina del terrore sarà sempre lì a testimoniare l’infamia dell’uomo sull’uomo”.

Si lega a ciò la critica di Fëdor Dostoevskij, fervente anticomunista: “L’uomo che accetta la tirannia in nome della felicità generale perde se stesso e la propria dignità, e con essi l’umanità intera”. Sono soliti, osservando la storia, rilevare come queste parole anticipino l’orrore dei totalitarismi sovietici, ove l’ideologia maschera la brama di potere e di controllo. È così evidente che le aspirazioni rivoluzionarie – presentate nei testi marxiani come progressi storici e sociali inevitabili – si tradussero, nella pratica, in una forma di dominio totalizzante che ripropone il motivo antico della tecnica e del potere come forza ambivalente: strumento di costruzione o mezzo di distruzione, a seconda di chi la impugna.

Conclusione: riflessioni finali

In questa prospettiva, l’intero percorso storico appare quasi come una rappresentazione ciclica degli andamenti dell’umanità. Dalla condizione post-paradisiaca evocata dal racconto biblico – ove la stirpe di Caino fonda la prima città e inaugura l’era della tecnica – prende avvio un lungo processo nel quale l’umanità si allontana progressivamente dall’ordine originario, costruendo strutture sempre più complesse e artificiali. Un momento emblematico di questo processo, e che vale la pena menzionare, è rappresentato anche dal racconto della Torre di Babele, la cui costruzione è attribuita tradizionalmente alla figura di Nimrod, potente sovrano e fondatore di città. L’edificazione della torre – concepita come una struttura destinata a raggiungere il cielo – viene interpretata nella narrazione biblica come il segno della volontà umana di concentrare potere, tecnica e organizzazione collettiva in un’unica grande opera, fino a configurarsi come una sfida all’ordine stabilito dalla divinità.

Con il passare dei secoli tale dinamica si accentua. Le civiltà si organizzano attorno alla produzione, alla metallurgia, al dominio delle risorse; la tecnica si espande e la società viene progressivamente ridisegnata secondo logiche di efficienza, controllo e mobilitazione collettiva. Ciò che nelle antiche narrazioni appariva come un potere ambiguo –  il fuoco del fabbro, la metallurgia, le macchine prodigiose dei cicli epici – diviene nella modernità il principio stesso dell’organizzazione sociale.

La piena espressione di questa tendenza emerge nell’età industriale, ove la meccanizzazione del lavoro e la concentrazione delle masse nelle fabbriche trasformano radicalmente il volto delle società europee. Non stupisce dunque che pensatori come Karl Marx vedessero proprio nello sviluppo illimitato delle forze produttive e nell’industrializzazione di massa il motore della storia futura. E tuttavia, di fronte a tale prospettiva, non mancarono voci critiche. Da un lato la riflessione giuridico-politica di Carl Schmitt, il quale intravedeva nella tecnica una potenza capace di sovvertire l’ordine umano fino ad assumere tratti quasi escatologici; dall’altro l’immaginazione mitopoietica di J. R. R. Tolkien, ove la meccanizzazione del mondo e la devastazione dei paesaggi naturali diventano simbolo della corruzione spirituale della modernità.

Così, mutatis mutandis, il lungo cammino che dalla città di Caino conduce alle fabbriche dell’era industriale appare come una traiettoria nella quale la tecnica, da strumento subordinato all’ordine cosmico, tende progressivamente a trasformarsi in principio dominante dell’organizzazione umana. Le antiche tradizioni avevano già intuito questa ambivalenza: il potere di plasmare la materia può elevare le civiltà, ma può altresì condurle alla rovina quando l’uomo dimentica il limite. E forse non è casuale che le più antiche sapienze abbiano sempre guardato con sospetto all’illusione prometeica di un progresso illimitato. Esse sapevano che ogni civiltà che affida interamente il proprio destino alla potenza della tecnica, separandola da un principio superiore di ordine e misura, è destinata – prima o poi – a incontrare il proprio crepuscolo.

Perché la storia dell’uomo, in fondo, non è che questo: il lento ritorno delle civiltà al punto da cui erano partite, dopo aver creduto – per un breve tratto – di poter sostituire il cielo con le proprie macchine.

* * *

Note

(1) Riguardo alle date dei cicli cosmici e dei vari periodi e sottoperiodi indù qui menzionati, ci si rifà alla sistematizzazione proposta dal metafisico francese René Guénon. Le relative precisazioni furono da lui esposte in un articolo tradotto in inglese da Stella Kramrisch e pubblicato in occasione del sessantesimo compleanno di Ananda K. Coomaraswamy; il testo venne successivamente ristampato in francese nella rivista Études Traditionnelles. La traduzione italiana, a cura di G. del Ninna, è reperibile in Id., Forme Tradizionali e Cicli Cosmici (Edizioni Mediterranee, Roma 1970), traduzione dell’edizione originale Formes Traditionnelles et Cycles Cosmiques (Gallimard, Parigi 1970).

(2) Nella cosmografia sacra induista, la prima manifestazione geografica delle terre emerse all’interno del Jambudvīpa (la Terra nel suo insieme, chiamata anche ”Continente della Melarosa“) durante l’intero Manvantara – un ciclo “adamico” della durata di 64.800 anni – è rappresentata dal continente nord-occidentale chiamato Śvetadvīpa (Continente Bianco o Isola Bianca). Questa terra si collocava geograficamente nel continente di Ilāvṛta (Terra Nascosta), dove sorgeva, in posizione di Axis Mundi, il Merupārvata (Polo Nord) immerso nel Samudra (Oceano di Latte), identificabile con l’Oceano Artico. Questa terra, abitata dalla prima generazione umana simbolicamente rappresentata da Manu Satyavrata e dalla sua figlia/consorte Parśu, è considerata il vero Paradiso Terrestre all’inizio dell’umanità. Secondo la tradizione (Smṛti), alla fine del primo ciclo avatárico – il ciclo del Matsya Avatara – la Śvetadvīpa affonda nell’Oceano Artico insieme a “quasi tutta la sua gente”, a causa di un Pralaya, un grande cataclisma ciclico d’acqua che si ripete alla conclusione di ogni ciclo avatárico. Astronomicamente, questo fenomeno è calcolato ogni 6.480 anni e sarebbe legato a uno spostamento periodico dei poli terrestri. Non entreremo nei dettagli dei miti tramandati per millenni riguardanti le osservazioni delle aurore boreali e delle costellazioni da parte dei Ṛṣi (veggenti uranici), degli Hāmsa (sovracasta primordiale) e dei Gandharva (geni stellari), perché in questa sede sarebbe troppo. Ciò che rileva, invece, è che in questo contesto si sarebbe sviluppata la prima e più pura forma di Sapiens, identificata come la razza bianca originaria, legata all’elemento Śukla. Da coloro che sopravvissero a quel diluvio discenderebbe tutta l’umanità attuale. Lo stesso mitologema si ritrova presso i popoli semitici, probabilmente tramite antiche tradizioni orali di tipo noahico diffuse anche in Iran e in India. Nella Genesi, infatti, si celebra la prima coppia progenitrice dell’umanità – Adamo ed Eva – corrispettivi ebraici di Manu e Parśu, anch’essi considerati la prima coppia umana secondo le fonti indù. Va sottolineato che, per gli antichi, l’essere umano non “evolve” nel senso moderno del termine (come sostenuto dalle favole illuministe del Settecento), ma decade progressivamente dal suo stato originario: spirituale, mentale e financo antropologico. Non a caso, l’ultimo dei quattro cicli che compongono il Manvantara è il Kaliyuga, l’età oscura in cui viviamo attualmente. Infine, occorre ricordare che i miti relativi al paradiso iperboreo, culla della primordiale umanità nell’età dell’Oro, si ritrovano in ogni parte del pianeta: tanto nei miti occidentali – classici e barbarici – quanto in quelli orientali, inclusi cinesi, giapponesi, indiani, persiani, ebraici e islamici.

(3) Per approfondire dettagliatamente la questione del Ciclo Avatarico dell’India: Cfr. G.Acerbi,Introduzione al Ciclo Avatarico – Da Matsya a Kalki – Heliodromos (n. 16 – primavera 2000, prima parte, n. 17 – primavera 2002, seconda parte), disponibile anche online su siffatto blog: https://www.immagineperduta.it/introduzione-al-ciclo-avatarico-matsya-kalki/

(4) Cfr. Julius Evola, Il mistero del Graal. Saggio sull’idea regale e ghibellina, Edizioni Mediterranee, Roma 1972 (ed. orig. Bari, 1937).

(5) Nel trattato ”De Iside et Osiride”, Plutarco mette in relazione il dio egizio Seth con il mostruoso Tifone della mitologia greca, interpretandoli come figure equivalenti che incarnano il principio del disordine cosmico: Seth nella contesa con Osiride e Horus, Tifone nella rivolta contro Zeus e gli dèi olimpici. Nello stesso contesto l’autore ricorda anche l’episodio della fuga degli dèi in Egitto dinanzi al gigante: per sottrarsi alla sua furia essi assunsero sembianze animali – Zeus ariete, Apollo corvo, Dioniso capro, Hera vacca bianca, Artemide gatto, mentre Afrodite ed Eros si mutarono in pesci – motivo che gli autori antichi interpretarono anche come spiegazione mitica dell’iconografia zoomorfa di diverse divinità egizie.

(6) Sul significato di questo specifico periodo cosmografico cfr. Giuseppe Acerbi, I Vimāna, le macchine volanti della preistoria e il transumanesimo dei Cyborghttps://www.immagineperduta.it/vimana-le-macchine-volanti-della-preistoria-transumanesimo-dei-cyborg/

(7) Le tradizioni epiche dell’India descrivono la città di Dvārakā come una potente metropoli fortificata e accuratamente organizzata dal punto di vista militare. Le sue mura imponenti erano intervallate da torri e archi monumentali, mentre all’interno si snodavano ampie strade carrabili, teatri e vasti giardini pubblici. La difesa della città era affidata a un esercito numeroso e ben equipaggiato. Sulle fortificazioni erano installate catapulte e altre macchine d’assedio pronte a scagliare proiettili e materiali incendiari contro eventuali aggressori. L’approvvigionamento idrico veniva garantito tramite otri di pelle di cervo, mentre grandi carri da guerra erano mantenuti costantemente pronti all’impiego in caso di attacco. Le truppe, disciplinate e regolarmente pagate, erano affiancate da reparti di cavalleria incaricati delle ricognizioni e delle avanguardie. In previsione di un conflitto venivano adottate rigide misure di sicurezza: il consumo di liquori era proibito ai soldati, mentre attori, cantanti e danzatori – considerati personale non combattente – venivano evacuati e messi al sicuro. Allo stesso tempo si procedeva alla chiusura dei passaggi segreti e alla distruzione dei ponti sui fiumi circostanti, così da ostacolare l’avanzata nemica. Intorno alla città venivano scavati fossati e conficcati pali acuminati; trappole, fosse e trincee colme di materiali combustibili completavano un sistema difensivo concepito per rendere la fortezza praticamente inespugnabile. Tutte le strade di accesso erano presidiate da soldati affiancati da cavalli ed elefanti da guerra. In alcuni punti il terreno veniva persino allagato per renderne più difficile l’attraversamento. All’interno delle mura si accumulavano ingenti scorte di viveri, così da poter sostenere lunghi assedi. Le fonti ricordano inoltre che i difensori conoscevano e lavoravano il ferro: il loro arsenale comprendeva asce, mazze, lance, spade e archi, segno di una cultura militare già avanzata e ben strutturata.

(8) Anche la tradizione ebraica, in molti antichi commenti midrashici, riporta l’episodio secondo cui Re Salomone, rispettando la legge mosaica, che era legge divina, diede l’ordine di costruire il suo tempio a Gerusalemme senza l’utilizzo di attrezzi di ferro, materiale di cui sono fatte le armi che portano morte, evitando così di contaminare la sacralità del luogo. L’unica maniera di lavorare la pietra senza l’impiego di strumenti di ferro era quella di usare lo “Shamìr”, uno strumento “magico” che aveva proprietà mirabolanti, capace di tagliare qualsiasi materiale esistente al mondo e anche il più duro dei diamanti. Secondo la tradizione fu Dio stesso a consegnarlo personalmente a Mosè sul monte Sinai, e Mosè se ne servì per incidere i nomi delle dodici tribù di Israele sulle dodici pietre incastonate sull’”Efòd”, che era il pettorale del “Cohen Hagadol”, a sua volta uno strumento che, stando alla tradizione, serviva a comunicare come una radiotrasmittente moderna a fonte elettromagnetica. Riguardo allo Shamir: cfr. La vera natura del “magico Shamìr”
A proposito di un’antichissima tecnologia
per la lavorazione della pietra senza l’uso di strumenti metallici,
Lia Mangolini, disponibile online

(9) vide supra

(10) Secondo alcune interpretazioni moderne, l’Arca dell’Alleanza descritta nel libro dell’Esodopresenterebbe caratteristiche strutturali che ricordano quelle di un dispositivo elettrico. Il rabbino e studioso Moshe Levine, nel suo studio Le Tabernacle, ha osservato che la configurazione dell’Arca – costruita in legno di acacia e rivestita d’oro sia all’interno sia all’esterno – corrisponde, almeno sul piano teorico, alla struttura di un condensatore: due superfici conduttrici separate da un materiale isolante. In tale prospettiva l’Arca avrebbe potuto funzionare come una sorta di accumulatore di energia elettrostatica. Interpretazioni analoghe comparvero anche nella letteratura scientifica e divulgativa tra XIX e XX secolo. Alcuni autori ipotizzarono che l’Arca potesse operare come una gigantesca “bottiglia di Leida”, cioè un primitivo condensatore capace di immagazzinare cariche elettriche; in questo modello le due figure dei cherubini poste sul coperchio avrebbero agito come poli opposti tra i quali poteva scoccare una scarica luminosa. Curiosamente, la tradizione rabbinica più antica conserva immagini simboliche che sembrano evocare fenomeni di luce ed energia concentrata proprio nello spazio tra i cherubini. Nel Midrash Rabbah e nel Talmud Bavli (Yoma 54a) si afferma che la presenza divina – la Shekhinah – si manifestava nello spazio tra le ali dei cherubini dell’Arca. Alcuni passi del Zohar, il testo della mistica ebraica composto in epoca medievale, parlano inoltre di una luce abbagliante che irradiava da quel punto, descrivendola come una sorta di bagliore che si sprigionava dal “trono invisibile” posto tra le figure angeliche. Secondo codeste letture, l’energia si sarebbe concentrata proprio nel breve spazio compreso tra le ali convergenti dei cherubini, luogo che la teologia ebraica identifica come il punto in cui Dio “parla” a Mosè (Esodo 25:22). Alcuni interpreti moderni hanno riletto tale descrizione come un possibile “arco di luce”, cioè una scarica luminosa prodotta dall’accumulo di energia tra le due estremità metalliche del coperchio. Per i fedeli, tuttavia, ciò rappresentava il manifestarsi della presenza benevola di Dio: non un fenomeno tecnico, ma la rivelazione sensibile della Shekhinah.

(11) Cfr. Charles H. Hapgood, Earth’s Shifting Crust: A Key to Some Basic Problems of Earth Science(con presentazione di Albert Einstein), Little, Brown and Company, Boston 1958; trad. it. di Paolo C. Gajani, Lo scorrimento della crosta terrestre, con presentazione di Albert Einstein e prefazione di Kirtley F. Mather, Einaudi, Torino 1965. L’opera di Hapgood propone un’ipotesi di scorrimento della crosta terrestre come chiave interpretativa di antichi cambiamenti geografici ricorrenti del globo terrestre.

(12) Cfr. The Lost City of Dvaraka, National Institute of Oceanography (1999); Scavi subacquei condotti negli anni ’80 e ’90 dal dott. S.R. Rao presso il National Institute of Oceanography hanno portato, già con risultati chiave pubblicati intorno al 1999, all’individuazione di strutture sommerse e fortificate al largo della costa di Dwarka, nello stato del Gujarat. Dalle analisi sul campo è possibile sostenere che queste rovine possono essere messe in relazione all’esistenza della mitica città menzionata nell’epopea del Mahabharata, sebbene non sono mancate polemiche da parte di taluni indiani occidentalizzati.

(13) La leggendaria città di Heracleion, nota anche come “Thonis”, era un’antica città egizia situata sul Delta del Nilo, le cui meravigliose vestigia si trovano ora sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km a largo della costa mediterranea dell’Egitto. La città era uno dei centri commerciali più importanti di tutto il bacino mediterraneo, e trovò prosperità particolarmente tra il VI ed il IV secolo a.C.. Essa affondò tra il VI e il VII secolo d.C., si crede a causa di catastrofi naturali come terremoti o grandi inondazioni. Fino a tempi recenti Heracleion era nota solamente grazie a poche fonti letterarie ed epigrafiche che ne parlavano. Per questo motivo, e per svariati secoli, la sua esistenza fu ritenuta solo un mito. Fu riscoperta nel 2001 dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio.

(14) Cfr. David W. Davenport & Ettore Vincenti, 2000 a.C.: distruzione atomica (prima ed., 1979; ristampa italiana: 2000 a.C.: distruzione atomica, Harmakis/Enigma, Milano 2018) & cfr. Graham Hancock, Fingerprints of the Gods: The Evidence of Earth’s Lost Civilization, Crown, New York 1995; trad. it. Impronte degli dèi: Un’indagine sull’inizio e sulla fine della civiltà, TEA, Milano.

(15) Cfr. Carl Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Duncker & Humblot, Berlino 1950; trad. it. a cura di Emanuele Castrucci, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 1991.

(16) Ivi, pp. relative alla dissoluzione dello jus publicum europaeum e alla trasformazione dell’ordine spaziale europeo.

(17) Ivi, passim, sulla crisi dell’ordine territoriale europeo e sull’emergere di un ordine globale dominato da forze tecniche ed economiche.

(18) Cfr. George Orwell, La fattoria degli animali (Animal Farm), Harvill Secker, Londra 1945; trad. it. di Enrico Filippini, La fattoria degli animali, Mondadori, Milano 1950.

(19) Cfr. Aleksandr Solženicyn, Архипелаг ГУЛАГ (The Gulag Archipelago), Éditions du Seuil, Parigi 1973; trad. it. di Luciano Venturini, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1975. L’opera documenta il sistema dei campi di lavoro forzato sovietici, combinando testimonianze dirette, dati storici e analisi critica, e rappresenta una delle testimonianze più importanti sulla repressione politica nell’URSS del XX secolo.

LA LEGGENDA DEL CERVO, DELLA CERBIATTA E DEL CACCIATORE

DI GIUSEPPE ACERBI

Premessa

“Il barone rampante di Calvino preferiva la consapevolezza di pochi alla trasformazione di molti. È la storia – tragica per certi versi – di Giuseppe Acerbi, che come molti eroi di Calvino ha vissuto il suo genio nella liminalità di un universo immaginario. Giuseppe scrisse questi articoli tanti anni fa per le pagine di Vie della Tradizione, una delle poche riviste che al tempo davano spazio a tematiche che i più ritenevano “conservatrici” – o per essere più espliciti, “fasciste” – ; allora leggevo Corbin che si collocava, come pochi, nella scissione tra ideale e reale, tra l’essere e il nulla, ovvero tra l’Angelo-guida e l’animalità che siamo. La lettura esistenzialista e nichilista della gnosi era un punto saldo di riferimento. Il tema dell’inizio era quello del dualismo; un inizio che includeva il nulla e l’abisso, polarizzato tra manifestazione del plērōma e del kenōma. In breve, era l’impossibilità di trasformare il mondo. Divenni libresco. Il contrario di Giuseppe: i suoi scritti tracimavano genialità, ed era un paradosso, poiché a tutti i costi voleva allinearsi sul confine della «tradizione»; un intento ovviamente fallimentare, dal momento che presto l’omonima rivista lo estromise. Si sentiva straniero al mondo, non alla natura o al Dio cosmico; a suo modo seguiva il verbo induista, non nichilista; aveva rinunciato a coltivare la complessità del mondo illudendosi di trasformare la propria interiorità. Un viaggio molto difficile”.

Ezio Albrile

Esposizione del tema estrapolando dalle varie fonti, con sommaria esegesi dei termini della Triade

L’antico calendario vedico, come ha dimostrato bene Tilak in The Orion or Researches info the Antiquity of the Vedas (1), era ideato sul sistema sacrificale ed aveva lo scopo, data l’importanza del Sacrificio in quella cultura, di accertare i momenti stagionali più opportuni al cerimoniale. A loro volta i riti sacrificali erano fondati su una concezione provvidenziale del cosmo e dei fenomeni naturali, in base alla quale l’imitazione dei medesimi dovette avere uno scopo essenzialmente spirituale. Non era in ciò questione di un doveroso e passivo conformarsi ad influenze esteriori od a potenze numinose percepite quali sovrastanti il dominio umano, per quanto in effetti queste influenze e queste potenze fossero considerate reali e nient’affatto illusorie, almeno in un certo ambito; bensì l’indice di un atteggiamento pio e filiale nei confronti della Natura Madre e del Principio che la governava. La matrice principale del rituale era infatti la consapevolezza che il mondo, cosmologicamente parlando, non era nato dal caso — almeno intendendo il termine nell’accezione profana, oggi comune — ma da un atto di amore primevo. Si narra nel Veda di un mitico incesto -cosmogonico tra Prajàpati, il Padre di tutti i viventi, è la Figlia-Sposa, nella fattispecie una Cerbiatta-Cerva (Rohini = Harini) (2). Colpito a morte dalla Freccia di un leggendario Arciere, la cui identità varia nelle molteplici versioni ma che sostanzialmente è Rudra in funzione demiurgica, Prajapati, il quale ha nel frattempo assunto anch’egli la forma di Cervo per ce tener dietro » a Rohini, non riesce a portare a termine l’amplesso con lei ed è costretto a versare un quarto del proprio Seme a terra (3). Col che il «mondo di giù» ha avuto inizio, pur se, quasi si bisbiglia nell’orecchio, tre quarti di quel Seme è rimasto nell’Im-manifesto (Avyakta).

Tuttavia, si osserva di seguito che se il Seme è caduto, non è caduto invano . . ., come a voler evidenziare la provvidenzialità dell’evento. Il mondo proviene dunque da un atto di Volontà (Iccha) del Signore (Isvara), che ha voluto in tal modo uniformare tutti gli esseri al proprio Essere (4). Se interpretiamo la Freccia suddetta (dell’Arciere cosmico), peraltro omologabile al Phallus Dèi del Cervo creatore, come il Raggio o più precisamente l’Asse (in funzione demiurgica) della Ruota Celeste e la Yoni di Rohini (Harini) come la Ruota stessa (5), avremo indirettamente in quest’immagine la raffigurazione del Kalacakra (la Ruota Celeste); intendendo ovviamente il versamento del Seme quale Azione esercitata dal Purusa (l’Essenza macrocosmica, perno del mondo manifestato) sulla Prakrti, che racchiude in certo senso la manifestazione, la contiene, pur non partecipandovi direttamente, similmente al Purusa. Ma siccome tutto ciò che esiste è consustanziale alla persona di Prajapati (6), colui che ha presieduto allo Yajna primevo, il mondo intero costituisce di per sé un perpetuo ed immane atto sacrificale; è lecito quindi affermare, in sintesi, che Rudra, ossia Agni alias Kala (i tre nomi si presentano anche associati in Kalagni-rudra, var. Kalagni, Kalarudra o Rudragni, in rapporto alla distruzione finale del cosmo), sia invero l’Artefice della Creazione, operante nei confronti di Sé medesimo (Prajapati) in virtù della propria ambivalente potenzialità creatrice-distruttrice. E che Visnu, del quale tuttavia non si parla apertamente nella leggenda sopra riportata a grandi linee, ma che pur andrebbe sottinteso nell’esegesi dottrinale, rappresenti per cosi dire la risultante eterna di siffatta polarità di Vita e di Morte. Insomma, questi è il « Figlio » ( = Uomo Universale), sia quale preservatore ( = trasmettitore) del Seme ( = Essenza) del Padre Prajapati, il « Signore della Creazione » (da praja = « creazione, procreazione » e pati = « signore »); sia quale divoratore (= conoscitore) del medesimo.

E per via di tale doppia natura, egualmente a Śiva Visnu può essere concepito come Kala (il Dio del Tempo), tanto nell’azione discendente di manifestazione del Principio divino, che è propria di Soma, quanto nella funzione ascendente di trasformazione nel Principio, che è propria di Agni. Si noti però che, nella rappresentazione del Kalacakra, il punto di vista grafico riguardo il verso (discendente od ascendente) della direzione simbolica dell’Azione esercitata dai due principi opposti e complementari di Soma (Humor) ed Agni (Ignis) risulta talora invertito rispetto al punto di vista figurativo prima suggerito; sicché è possibile parlare di verso ascendente per la metà del ciclo retta dal nume presiedente all’elemento fluido ed umorale, od umido (in altre parole il dio lunare, i.e. Soma o Condro), e di verso discendente per quella retta dal nume presiedente all’elemento effusivo ed igneo, o secco (il dio solare, i.e. Agni). Codesto tipo di simbolica, rintracciabile nel Tan-trismo di Destra piuttosto che nel Veda, è molto arcaico e risale ai tempi remoti nei quali il solstizio invernale faceva da punto di partenza dell’Anno Sacro in luogo del solstizio estivo, secondo quanto è accaduto in tempi più recenti. Con ciò non intendiamo naturalmente affermare che nella tradizione vedica non esistano tracce di più arcaiche simbologie, ma certamente che esse siano cadute via via in disuso, a causa dell’aggiornamento della Śruti e della Smrti in rapporto all’inizio del Kaliyuga; mentre più chiaramente, per motivi che non stiamo qui ad indagare, ma facilmente intuibili, le stesse tracce perdurano nella tradizione tantrica (7) quali reminiscenze di un lontanissimo passato. Essendo l’argomento abbastanza ostico ed assolutamente incompreso dai più (anche da parte di studiosi che si sono occupati di questioni tradizionali, pur ad alto livello, probabilmente per mancanza di dimestichezza con il simbolismo astrologico), oltreché estremamente importante per l’esatta comprensione della cosmologia indiana e non, riteniamo di dovervi tornar sopra più in dettaglio quanto prima possibile. NOTE Cfr. L.B.G. TILAK, The Orion or Researches into the Antiquity of the Vedas Shri J.S. Tilak, Poona 1893 (II ed. 1916, III ed, 1925, IV ed. 19ss, V ed. 1972), e. II, passim.

Di tale opera è uscita da poco una nostra traduzione dall’originale, con premessa introduttiva, commento e traslitterazione dei passi citali in sanscrito dall’autore (L.B.G. TILAK, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda, Ecig, Genova 1991. Cfr. G. ACERBI, Kalacakra. La Ruota Cosmica – Tesi di laurea, Venezia 1985, e. I, n. 188, pp. 233-44. In questa lunga nota assimilavamo il ruolo cosmogonico di Rohini a quello di analoghe dee del mondo mediterraneo, in particolare alla latina Rhea Silvia ed alla ninfa greca Rhoio (ovvero a Rhea, la paredra di Crono), tutte figure femminili queste coinvolte nella nascita di un particolare Eroe culturale e connesso alla sacralità dello Yajna o di ciò che gli corrispondeva nella tradizione greco-latina, ossia l’Anno Sacro o Sacrificale. D’altronde, mettevamo pure in risalto l’affinità ira le immagini divine delle tre citate dee di origine indoeuropea e le figure equivalenti, nelle corrispettive mitologie, di Harini (una forma di Usas, l’Aurora, vale a dire di Sarasvati, nonché alternativamente di Laksmi — 150 — LA LEGGENDA DEL CEHVO, DELLA CERBIATTA E DEL CACCIATORE e Kali), Diana l’omologa Potnia Theron quale « Signora degli Animali » (antico appellativo applicato alla cerbìatta e alla daina nelle foreste delle zone a clima temperato) ed Artemide (definita non per nulla « Elafia » ossia « Cerva »). Tale aspetto femminile della Divinità, rilevavamo, è associabile da un punto di vista complementare a quello parallelamente maschile assunto presso [e medesime tradizioni — magari in forma di Antilope, Daino, Capro od Ariete anziché di Cervo — da parte dei vari Rudra, Agni, Vayu; Fauno, Marte, Silvano, Bacco o Saturno ovvero Pan, Ermes, Area, Ciparisso, Apollo, Crono, Dioniso, Orione, Atteone, etc.

Si noti, ancora, che il teriomorfismo (« gentile » di codeste raffigurazioni divine presenta come allotropo un teriomorfismo « terrifico » nel quale al genere cervino, antiloocaprino od ovino vengono sostituiti canidi o fetidi vari, sovente di provenienza indigena. Si dà il caso, pure, in cui al cervo ed alla cerva od ai loro omologhi (daino, antilope, etc.) alano sostituiti il toro e la vacca. Trattasi della stessa simbologia, espressa in forma ridondante. In ultimo osserviamo che spesso sia la dea indomediterranea sia il dio appaiono trasposti in una morfologia aviforme, che ora si pone in contrapposizione alle suddette forme terrifiche, identificandosi a quelle benefiche, ora si colloca altresì su un piano più elevato di entrambe. Un ultimo particolare che si deve notare è che spesso le similarità sfuggono all’inesperto simbolista, essendo talora le divinità mascherate tramite l’identificazione a determinate costellazioni. Cosi, il mito cui sopra si è accennato (vedi n. cit.) della nascita di Skanda da Rudra/Agni e Parvati (var. Śanga/Svaha), della quale si noli la molteplice equivalenza con Kali (la « Nera »), Gauri (la « Bianca ») e Rohini (la «Rossa») — tutte figure queste non meno della prima omologabili astralmente ad Aldebaran, la a Settima Stella » delle Pleiadi (in realtà l’Occhio del Toro Celeste); e così pnre alla Luna (triforme per analogìa con lo triplice fase calante, crescente e di plenilunio, escludendo il novilunio per assimilazione su base assiale della dea infera lunare con quella terrestre ovvero della stessa con la dea reggente il plenilunio) — appare invero la trasposizione induista del mito latino dei Gemelli. E la chiave di tale identificazione la ritroviamo in cielo, ove si intenda per Skanda o l’identico Kartikeya (matronimico ad indicare il figlio adottivo delle Krttika, cioè delle Sette Pleiadi) la deità presiedente alla costellazione di Orione, che a giudizio di Tilak, come indica l’etimo comparato del nome greco dì codesto asterismo, costituiva un tempo — all’inizio del Kaliyuga o dell’Età del Ferro » — l’Agrayana ossia l’inizio dello Yajna; e per Romolo e Remo (cfr. con gli Asvin indiani) i custodi romani della costellazione dei Gemelli. Del resto l’asterismo di Orione (scr. Mrgasira, i.e. Caput Cervi), qualora sia rapportato nella gradazione dallo Zodiaco lunare allo Zodiaco solare, equivale agli ultimi gradi del Toro ed ai primi dei Gemelli. Ciò spiega le consuete associazioni indoeuropee tra le raffigurazioni dei Gemelli mitologici (dei quali nno, al modo dì Krsna, ha solitamente una funzione di tipo sacerdotale e pastorale, contrapposta alla funzione guerriera ed agraria o talvolta venatoria dell’altro, similmente a Baia-rama), del Cervo e della Cerva (Orion, Aldebaran) o del Toro e della Vacca (Taurus, Aldebaran); le suddette coppie e le loro dinamiche simboliche sono, peraltro, spesso presentate nella veste allegorica di una cerca d’amore o di una caccia gentile.

A tali asterismi fa seguito nella volta celeste il Cane (Sirio), che talora compare in forma duplice (Canis Maior, Canis Minor) od antropomorficamente quale Cacciatore, od ancora in veste di Lupo o di Lince (cfr. con la Tigre dell’Asia Orientale od il Coyote amerindo) a svolgere una funzione demiurgica, creativa o distruttiva che sia. In questa luce interpreteremmo la vicenda latina della nascita dei Gemelli come un mito astrale di evidente valore cosmogonico, ma non solo tale. Onde la leggenda di Marte, secondo Ovidio (Fa. — iiii.55-8) tramutatosi in Lupo ed unitosi in amplesso a Rhea Silvia (Ilio) — da identificare da una parte alla mitica Lupa romana, prima nutrice di Romolo e Remo, e dall’altra ad Acca Larentia (i.e. Mater Larum), moglie di Faustulus, che già alcuni decenni or sono il Pestalozza rapportava rispettivamente a Fauna Bona Dea e Flora (nomi di Diana Trivia) — in una grotta (la «Caverna del Mondo»), alluderebbe occultamente al mistero zodiacale del Sole in Toro (o meglio in Aldebaran) al punto vernale. Il che è potuto avvenire dal punto di vista astrologico solo all’inizio del Kaliyuga (4.480 a.C. e), ovvero più precisamente a Kaliyuga inoltrato, tra il 4.000 ed il 3.040 a.C. e. Sul periodo orionico ossia dell’equinozio di primavera negli asterismi lunari di Orione ed Aldebaran (4.960 – 3.040 a.C. e.) cfr. Til., op. cit., e. Vili, pp. 220-1 (trad. cit. alle pp. 233-8); benché il N. sbagli per difetto la datazione di circa 500 anni, concedendo quali limiti cronologici effettivi il 4.000 (poi 4.500) ed 1 2.500 a.C. E’ chiaro comunque che in codesto periodo, e per tradizione culturale anche in tempi posteriori, la configurazione astrale descritta doveva rappresentare un simbolo dell’Anno Sacro, o Sacrificale che dir si voglia. (3) Da notare la convergenza fonetica, che secondo noi è anche etimologica, tra il scr. soma («. essenza ») ed il lat. semen (« seme », sia in senso vegetale sia animale); tanto più che la prima voce designa tutti i tipi di umori, o meglio il loro principio vitale. Vi è un rapporto inequivocabile e sostanziale, d’altronde, in sanscrito fra il Soma siccome « Bevanda d’Immortalità » e l’Anna (« Alimento », nell’accezione sacrificale, tanto exotericamente quanto esotericamente); e, parimenti, tra il Soma (Bevanda; Luna; Mrgasira) e lo Yajna (Sacrificio; Anno Sacrificale, Prajapati), dal momento che le libagioni di Soma non sono che oblazioni annuali di Essenza vitale versate ai Deva. [Mettiamo qui il maiuscolo ad indicare il senso supremo dell’atto rituale, ma si debbono tener in conto anche quelli inferiori, secondo la quadruplice legge del simbolismo (cfr. i. 164, 45)]. Ne consegue che pure tra lo Yajna e l’Anna debba esservi una relazione, a parte la somiglianza epidermica del primo di tali termini sanscriti con il lat. annus, indicante sia il periodo astronomico di una rivoluzione solare sia, per estensione del concetto, il Tempo in generale. La relazione consiste, a parer nostro, nel fatto che l’Anna, cioè il Soma (vide supra), provenendo da Prajapati non è che Ini medesimo in altro aspetto.

A conferma della nostra supposizione ci risulta che l’Arciere, il quale funge da « Avversario del Creatore » nel mito vedico dell’incesto cosmogonico, almeno una volta (i. 71, 5) è impersonato da Agni, vale a dire dal principio opposto a Soma trascendendone i rispettivi significati elementali di Fuoco ed Acqua; donde, nel complesso, ne ricaviamo la doppia equazione Prajapati-Soma = Anna. D’altra parte, in una rara versione dello stesso mito (Vm. P. – v. 26-43) Prajapati (lett. lo Yajna sotto aspetto, ad un tempo divino ed astrale, di Mrga) è trafìtto da Rudra, che piglia la forma di Kala (Kalarupin); senonché questi viene di seguito descritto come Kalapurna, avente per membra simultaneamente le costellazioni solari e gli asterismi lunari, assumendo in questa maniera un ruolo che altrimenti è proprio della sua vittima sacrificale, cui necessariamente s’identifica. Tornando al discorso di prima, il « Seme del Padre » rimasto nella « Vulva della Figlia » è pertanto da concepirsi come una plastica rappresentazione delle «Acque Superiori» (le virtualità dello Immanifesto), mentre la parte del medesimo caduta nel mondo (secondo il J.B. – iii.261-2 sul M. Hìmavat, var. del Meru) ha a che vedere evidentemente con le ed. a Acque Inferiori » (la Manifestazione). Di pari passo la figura di Agni, alla quale già si è accennato poco sopra, è da collegare- con la « Regione del Vajra » (Vajraloka). Non stiamo qui a sviluppare, per brevità, le ulteriori conseguenze di codesta interpretazione, non mancando però di sottolineare le interconnessioni simboliche tra l’Anna in quanto Yajna (l’Alimento divino per eccellenza risulta essere ovunque, come universalmente è sempre stato riconosciuto, il Sacrificio) e la dea chiamata per l’appunto Annapurna (lett. « Alimento perenne» – cfr. con l’Anna Perenna dei Romani); la quale è solo un travestimento di Kali (la Dea Nera, in altre parole del Cielo notturno o del Tempo) in riferimento alla sacralità annuale, al modo come lo Yajna (l’Anno Sacrificale) sì riferisce a Prajapati quale forma di Kala (arcaico Dio del Cielo notturno — con allusione ad astri e costellazioni — o del Tempo). Potremmo fare un ulteriore accostamento tra la Freccia (il « Raggio solare » o « Settimo Raggio ») del Demiurgo (Agni, il Sole che provoca le « Piogge », cioè le influenze numeniche) ed il Seme (Soma, la « Pioggia » come flusso manifestante proveniente dalla Luna, per assimilazione della luce lunare all’Acqua di Vita spirituale) caduto dalla Yoni della Cerbiatto (= Luna Piena ovvero Terra Madre, cui la prima era equiparata in base al concetto di un’unica Mahimata, lat. Magna Mater) a causa di Colui che è al di là di ogni dualità, sia di Fuoco ( = Essenza) sia di Acqua ( = Sostanza), i.«Siva-Mahesvara» (Signore). Si badi bene che ì princìpi complementari di Fuoco ed Acqua sono rappresentati rispettivamente nella cosmologia vedica da Agni e Soma, od alternativamente da Rudra e Prajapati. In conclusione, la riprova dell’identità tra ÌI « Seme Celeste » emesso dal Phallus Dei ed il Soma è data dalla radice (a grado zero dell’apof. voc.) del s. lat. semen, cioè Vsm-, che è la stessa di quella attribuita all’astro lunare in area indo-mesopotamica (scr. Soma/Suma, bab. Sin). Ciò spiega perché mai Daksha (alter-ego di Prajapati) abbia dato in moglie a Re Soma (o a Candra, altra personificazione maschile della Luna in sanscrito, non meno del lat. Lunus), insomma ad un’altra forma di Sé medesimo, le sue 27 «Figlie» (= le dee presiedenti agli asterismi lunari), tra le quali Rohini era la prediletta. Circa l’omologia tra Agni e Rudra non è il caso di aggiungere molto, tanto è nota ed ovvia. Si consideri solamente al riguardo la leggenda della nascita di Skanda (cfr. n. 2), od il fatto che entrambi tali nomi non siano altro che semplici appellativi di Śiva-Mahadeva, non meno di Kala, facendo tuttavia attenzione che costui può svolgere pure il ruolo di Soma ovvero di Prajapati; cosa che invece accade più di rado per Rudra od Agni. Tra le antinomiche e duplici figure di Soma-Prajapati e Rudra-Agni vi è dunque complementarietà, secondo quanto ci rivela l’attribuzione della designazione di Kala a ciascun membro delle due coppie, le quali sono in realtà una sola: l’autore e l’oggetto dello Yajna, cioè l’^ima, donde il Sacrificio (supremo) è definito Atmayajna. Sull’argomento si veda A.K. COOMARASWAMY, Atmayajna: Self-Sacrifice – H.J.A.S., Cambridge (Mass.) 1942, voi. VI, sgg. (4) Non si dice in fondo la stessa cosa nella Torah ebraica (Gen. I. 26-7)? Ac, op. cit., ce. I e III, passim.

E’ nota ai più l’importanza che ha avuto per lo studio dell’iconologia shivaita la scoperta, nei reperti dell’antica Civiltà della Valle dell’Indo, di alcune raffigurazioni del ed. Proto-shiva o (meno correttamente) Proto-mahisha, caratterizzato da corna taurine o di bufalo, a mo’ di Tridente; spesso tutta la fisionomia facciale del dio contribuisce a rappresentarlo nell’intero capo (talora tricefalo) con un’effigie animalesca, senza tuttavia fargli mai perdere completamente i tratti umani rispetto alle raffigurazioni più tarde di Mahisa e Nandikesvara, ove viceversa tutta la testa compare in genere con aspetto teriomorfico (e mai con tre volti), senza mediazione con l’umano. A meno che si tratti di una variante antropomorfica del medesimo personaggio. Vi sono del resto delle interpretazioni iconografiche medievali (specie di epoca Pallava) della figura di Śiva-Mahadeva, provenienti dal sostrato dravidico meridionale, che indurrebbero a considerare il Proto-shiva suddetto l’elemento principale (insieme ad un’altra divinità, supposta dai connotati femminei e prefigurante nei caratteri Durga-Kali, la dea tantrica di epoca posteriore) di un culto paleodravidico. Delle immagini di Śiva tricefalo si rinvengono comunque in periodo medievale, con un tridente lunare sul capo ed un’espressione animalesca e terrifica, in regioni più prossime alla Valle dell’Indo di quelle meridionali. Vedi ad esempio l’icona in lega di metallo, proveniente dall’Himachal Pradesh (X sec. d.C), riportata dalla Jayakar nel suo splendido The Earthen Drum. An Introduction to the Rimai Arts of Rural India, National Museum, N. Delhi 1980, p. 207, f. 201. Per la verità, rappresentazioni di divinità con il capo interamente animalesco esistono in alcuni altri reperti anche nella stessa Civiltà dell’Indo, ma sembrerebbero richiamarsi apparentemente a forme arioeuropee del culto di Rudra-Śiva; quelle precisamente che lo connettono a Prajapati quale suo alter-ego in senso cosmogonico, vale a dire i miti vedico-brahmanici ed epico puranici (su cui cfr. Til., op. cit., passim.). Così, in una scena ritratta su un coccio del coperchio di un vaso rinvenuto nel cimitero H di Harappa (S. PIGGOT, India preistorica fino al 1000 a.C. – Il Saggiatore, Milano 1964, e. VI, p. 253, f. 30 al centro; ed. or. Preistoric India to 1000 B.C., Penguin B., Harmondsworth 1960), troviamo «una figura composita con la « Testa di Cervo » (al modo di Mrgasira o di Rishyasringa) e con in mano un arco; essa sta in mezzo a due Cervidi (od Antilocapridi) stilizzati, seguiti da un Cane.

Di fronte a tale raffigurazione — evidentemente simbolica come riconosce il Pigott, che tuttavia fraintende totalmente l’interpretazione della stessa scambiando i suddetti animali per Vacche, quando invece la presenza del Cane palesa chiaramente il carattere cinegetico della composizione — è impossibile non pensare immediatamente al mito di Prajapati (Orione), Rohini (Aurora), Rudra (Apollo) e lo Svan (Canis Maior, vale a dire Sirio) ; ancorché i Cervidi compaiano ivi raddoppiati. Che si abbia a che fare in questo caso con una sorta di Proto-Prajàpati e di Proto-Rohini, sembra inoltre confermato dal fatto che, in una seconda ripetizione del motivo — dipinto in nero su rosso — nella parte opposta del disegno,, una coppia dei medesimi animali porta tra le corna un Tridente (in forma floreale, di loto ci pare), certamente emblema del Trikala (il « Triplice Tempo », cioè Passato, Presente e Futuro). La qual cosa ha necessariamente a che fare da una parte con lo Yajnacakra (la Ruota del Sacrificio annuale), l’Anno Sacro essendo emblema più in generale del Kalacakra (la «Ruota del Cielo o del Tempo»); dall’altra con la « Parola Divina », di cui un solo. quarto è manifestato di Era in Era, di stagione in stagione, di mondo in mondo, ossia in ogni sede spazio-temporale. Ancora un Cervide, alato e con Sette Tridenti floreali fra le corna, troneggia fra i due temi similari or ora descritti dell’Arciere dal Capo Cervino, disposto fra la coppia animale forse in funzione solare; i Sette Loti, oltre a rimandarci a considerazioni tantriche sui « Sette Càkra », d’altronde perfettamente giustificate dal carattere indubbiamente numinoso del contesto nel dipinto su cera-. mica, parimenti ci suggeriscono che l’insieme possa avere un significato comprensibile solo in riferimento cosmogonico alla costellazione di Orione (per la teoria sulla sua presenza al punto vernale nel periodo cronologico ivi considerato cfr. l’ultima parte della n. 2 di codesto art.).

L’asterismo di Mrgasira, infatti, è composto di Sette Stelle principali, tante quante le « Teste » di Skanda-Kartikeya ; il signore dell’Anno -Sacro nella cultura tantrico-dravidica, alternativamente a Prajapati, dispositore della Yajna nella cultura ario-vedica. Qualora 6Ì ritenga, però, che in nessun modo il mito di Rudra e Prajapati, ovvero dello Yajna. possa essere rappresentato presso una civiltà che, stando alle nostre conoscenze storiche attuali, dovette porse precedere l’invasione aria dell’India, allora si dovrebbe interpretare il motivo iconografico prima analizzato come una esplicita testimonianza del culto arcaico del « Figlio » di Śiva (i.e. Skanda) presso l’antica Civiltà dell’Indo. L’argomento sarà da parte nostra ripreso più approfonditamente in altri scritti futuri, che già stiamo elaborando. Resta solo da aggiungere, al momento, che divinità dal capo cervino od antilocaprino sono reperibili (con significati paralleli) in tutte le parti del Vecchio Continente ed anche del Nuovo, sia in tempi preistorici sia protostorici; e persino più oltre, adattate a nuove situazioni religiose, ma in genere demonizzate, com’è accaduto per il Satana cristiano. Ciò che si è smarrito via via è stato, parrebbe, di senso ciclico del Divenire, onde l’Anno è venuto a perdere la sua sacralità, che pure doveva ancora esser viva al Agrayana.

* * *

Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul sito: https://www.simmetria.org/

Link all’articolo: https://www.simmetria.org/sezione-articoli/articoli-alfabetico/82-simbolismo-alchimia-ermetismo/1133-la-leggenda-del-cervo-della-cerbiatta-e-del-cacciatore-di-g-acerbi

LA FIGURA DEL RE PESCATORE IN INDIA E NEL NORDEUROPA

DI GIUSEPPE ACERBI

(versione integrale dell’articolo)

Re Çantanu innamorato di Matsyagandha aliâs Satyavati (pitt.ind., R.R. Varma, Epoca Contemporanea).

È nota l’importanza che ha nella leggenda graalica la figura del Roi Pêscheur (il King Fisher degl’inglesi), da tutti gli studiosi messo in relazione seppure solo parzialmente con un nume gallico, il misterioso Bran.  Quantunque, in realtà, la definizione s’estenda ben al di là del mondo celtico-cristiano. Dato che la si ritrova del pari nell’epica hindu, precisamente nel Lib.I del Mahâbhârata, opera attribuita a Vyâsa e compilata all’incirca fra il II sec. a.C. ed il II d.C.  Non sto qui ad analizzare il significato dettagliato del titolo, né la trama del poema per intero o le varianti testuali.  Vorrei piuttosto prender in considerazione esclusivamente le analogie nell’ambito della mitologia hindu e di quella cristiana fra la figura del Fisher-king (Re Pescatore) graaliano ed il corrispondente Dâçârâja (id.) mahabharatiano. 

Il Daçaraja dell’epica hindu

2. Manu a cavalcioni del Mahâmatsya del Diluvio Primevo (scultura indiana, Naurangi Darwaza, Forte Raichur, Museo Archeologico, Hyderabad).

Tale personaggio, sarà bene precisarlo, nell’ambito dell’induismo compare soltanto nell’epica e all’interno di questa unicamente nel Mahabharata.  Non altrove.  O meglio, ricorre pure in ambito folclorico, ma non con chiari connotati.  Tuttavia, sebbene in tal caso il ruolo del personaggio sia un po’ scheletrico, un fattore decisivo viene aggiunto: il nome.  Ed il nome, a chiare lettere, è Satyavrata (lett. “alla verità-votato); piú noto come Manu Satyavrata, o semplicemente Manu, cioè l’Adamo indiano.  Famoso per la saga del Grande Pesce (Mahâmatsya), posto dapprima per le minuscole dimensioni in un piccolo vaso e poi per il continuo aumento delle proporzioni in contenitori sempre maggiori.  Ivi non tratto del Pesce, se non per i brevi riferimenti necessari alla comprensione del soggetto; la discussione a seguire vertirà esclusivamente sul Re Pescatore, vale a dire il protagonista umano della saga.  Il Kathâsaritsâgara (Vol.II, Lib.V, Cap.XXV), nella trad. del Tawney, lo descrive sommariamente quale “ricco re dei Nishâda”.  Ecco il fattore decisivo che permette d’identificarlo al suddetto Daçaraja.  Sarebbe troppo lungo in codesta sede spiegarne le ragioni.  Onde non posso far altro che rimandare tale compito a 2 miei libri ancora inediti: a) Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro, b) L’Uomo e il Pesce.  Il succit. testo kashmiro ad esser sinceri adotta l’espressione “king of the fishermen” alternativamente a quella di “fisher-king”, ma lo stesso problema si riscontra nella trad. del Mahabharata.  D’altronde, che si tratti d’un attribuzione simbolica è provato indirettamente dal fatto che nel contesto dell’opera di Somadeva (XI sec.) il possente sovrano di Utsthala viene contattato da Çaktideva – brahmanico protagonista del racconto – al fine di poter rintracciare Kanakapurî, la Città Aurea.  Satyavrata colla sua nave conduce il giovane brahmano, giunto a lui dopo esser uscito indenne dal ventre d’un grosso pesce, fino ad un grande albero che s’erge su un gorgo marino.  Quivi scompare in mezzo ai flutti, sparendo alla vista.  A sera però grossi uccelli simili ad avvoltoi vanno a posarsi sul gigantesco albero ed allora Çaktideva che nel frattempo ha ottenuto la capacità di capire la lingua degli uccelli, si nasconde fra le ali d’uno di essi ed ottiene cosí la possibilità di raggiungere l’agognata meta.  In Kanakapuri il neofita incontra, dormiente come morta, la principessa Kanakarekhâ (Vena d’oro) che era stata promessa dal re di Vardhamâna – certo Paropakârin – a chi avesse potuto visitare di persona la Città Aurea.  Tornato alfine a Vardhamana, Çaktideva si meraviglia di trovare la figlia del re viva e vegeta, ma costei gli spiega di essere in quella forma umana per la maledizione d’un eremita.  Fatto sta che, secondo l’intreccio tipico dei raccoglitori di fiabe indiane sul modello del Pañcatantra (in seguito trasmesso dall’India al mondo musulmano e piú oltre fino all’Europa tardomedievale), la principessa svanisce e torna alla Città Aurea.  Nel vano tentativo di ritrovare la sua promessa sposa, Çaktideva raggiunge di nuovo Utsthala; sennonché quivi è imprigionato dai figli del Re Pescatore, che l’accusano d’aver condotto a morte il loro padre. Per vendicarlo vorrebbero sacrificare il giovane viaggiatore a Durgâ, tuttavia la loro sorella Vindumatî s’innamora di lui a prima vista e finisce per farsi sposare, ma nemmeno questa è la soluzione finale; poiché inseguendo un demone (daitya) in forma di enorme verro che imperversa attorno a lui il neofita, armatosi  cavaliere con lancia in mano, raggiunge una grotta ove incontra Vindurekhâ.  Anche costei induce il brahmano a sposarla, in tal caso per riconoscenza, essendo la principessa stata salvata dalle grinfie del demone.  Ma finisce per sparire pure lei dopo esser rimasta gravida ed aver visto il proprio feto d’otto mesi sacrificato dal marito, che a causa di ciò diviene un veggente ovvero un possessore della conoscenza soprannaturale (vidyâdhara), superiore alla naturale gnosi (jñana).  Ed ecco che giunge poi immancabile, da parte della figlia del Re Pescatore, la spiegazione di tutti gli strani eventi e la soluzione riparatrice.  Ossia Vindumati rivela allo sposo d’esser la sorella di Kanakarekha e di Vindurekha, ond’è costretta a partire alla volta di Kanakapuri, dove una quarta sorella l’attende.

Satyavati, la figlia del re pescatore (illustrazione contemporanea da antichi modelli, S.B.P. Pratinidhi, India).

Çaktideva però per via dei suoi raggiunti poteri shamanici è ora in grado di seguirla in volo e colà, nella Città d’Oro, diverrà alla maniera indiana il marito di tutte e quattro le sorelle.  Compresa la piú vecchia, Candraprabhâ (Lustro della luna).  Ed otterrà da Çaçikhandapada, re dei Vidyadhara, lo scettro di quel reame col nuovo nome di Çaktivega.  Un approfondimento di questa storia iniziatica chi vorrà lo troverà nel secondo dei miei due libri summenzionati.  Orbene, quanto ci narra il Mahabharata apparentemente è molto diverso, ma s’osservano alcuni punti in comune.  Come già rilevato, il nome proprio del Daçaraja non vien fatto.  Comunque la figlia adottiva è denominata Satyavatî, il che la collega strettamente a Satyavrata, persino sul piano filologico.  Il Re Pescatore non è altro infatti che Manu, come tale equivalente a Varuna, il Signore delle Acque tardivamente spodestato in codesta funzione da Indra o Vishnu.  Ed è significativo che ella sia denominata alternativamente Kâlî (la Vergine, non la Vegliarda), o meglio Matsyakâlî.  Vale a dire la forma ittio-uranica e primeva della dea Kali.  Del resto l’altro nome alternativo di Satyâ la designa, chiaramente, quale dea del Satyayuga (Età della Verità = Aurea).  Ed analogamente il fatto d’esser gemella di Matsyarâja, figura che funge nel poema da doppione del Matsyâvatâra, ne fa un corrispettivo di Parçu (Eva), la figlia-sposa di Manu (Adamo).  Che dire poi di Çantanu, il marito della figliastra del Daçaraja (mitica progenitrice dei Kuru e dei Pândava, le due stirpi apparentate affrontantisi nella fratricida guerra narrata nell’epico poema), se non che egli personifica Sâgara o Samudra (l’Oceano) e che perciò rappresenta la trasposizione umana di Varuna.  Infatti, come acutamente segnala E.W. Hopkins in Epic Mythology (Delhi et al. 1974), l’Oceano è presentato nei testi quale attendente di Varuna, l’Urano indiano.  Anche Platone in effetti, nel Timeo, subordina Okéanos ad Ouranós, mentre nella cosmogonia orfica il secondo funge da doppione del primo ed è Érôs a svolgere un ruolo primario.  Hopkins, illuminandoci sull’argomento, spiega che Varuna viene in genere considerato allotipo di Yama, benché l’uno sia associato cosmologicamente alla Prakriti (Sostanza) e l’altro al Purusha (Essenza).  Tant’è che il dio delle acque – un tempo celesti, poi marino-fluviali – ha come emblema la Conchiglia (Çankha) o l’Oca Selvatica (Hamsa), trasmesso anche al figlio Vala/Bala (o Vali/Bali) ed alla figlia Varunânî (cioè Ouranía, la quale per metatesi consonantica è divenuta la latina Venere); invece il dio dei morti e primo morto (al pari di Manu/Adamo) possiede la Verga, che lo rende simile al nostro Iânus.  In base a quanto appena osservato, si capirà quindi perché il Daçaraja per via della sua universale sovranità sulle acque presieda a fiumi e correnti.  Tra l’altro Çantanu, alter-ego di Satyavrata, tramite la dea Gangâ è altresí padre di Bhîshma (l’Achille indiano), cui è dedicata la cd. Bhîshma Gîtâ; intermezzo di carattere  çaiva alternativo nella forma e nei contenuti alla vaishnava e piú celebre Bhagavad, tesa ad esaltare la figura morente d’un invincibile guerriero alleato ai futuri vinti.  E non a caso in Grecia il “Tetide” Achille è parallelamente figlio d’una nereide avente quasi lo stesso nome della consorte del titano Oceano. 

Il Roi Pescheur dell’epica cristiana

Pelles, sovrano della Terra Desolata, il re pescatore cristiano (ill.cont.?).

Similmente all’Oriente in Occidente la stirpe di re pescatori – denominati alternativamente “ricchi pescatori” – è legata alla discendenza da un antenato illustre, Hebron, cognato di Giuseppe d’Arimatea; che, essendo parente di Gesú (Gardner l’identifica al fratello Giacomo, fondatore della Chiesa di Gerusalemme), connette la loro stirpe al Cristo medesimo.  In India invece, abbiamo visto, Il Re Pescatore è l’equivalente d’Adamo e la sua sede è un’isola paradisiaca.  Sede del culto cristiano viceversa è il Castello Avventuroso, dapprima identificato a quello non ben localizzabile di Corbenic e tardivamente trasferito al pirenaico Munsalwaesche (Môns Salvâtiônis).  Nei testi franco-britannici, facenti capo al Lancelot-St.Graal (XIII sec.), il depositario del culto è Re Pelles.  La bellissima figlia di costui (Elena), andata sposa a Ser Lancillotto del Lago, genererà al prode cavaliere l’ascetico Galaad; ma la trascuratezza del padre, invaghito di Ginevra, determinerà la drammatica morte della soave dama lunare.  Ciononostante sarà il mondano Lancillotto ad avvicinarsi per primo al mistero, la Voce (Interiore) promettendogli che avrebbe esaudito lo scopo della cerca da lui intrapresa analogamente ad altri compagni d’avventura.  E difatti, apertasi la sacra soglia del castello, egli scorge la Tavola d’Argento del Graal ricoperta di seta rossa; ma, ben presto, tutto dispare ed il cavaliere sviene.  Peggio ancora succede ad Estor delle Paludi, fratello di Lancillotto, cui si serrano tutte le porte.  Mentre a Galaad, indossante una cotta rossa di valore alchemico, si schiuderà alfine ogni mistero.  Gli altri cavalieri possono solo contemplare il Graal ricoperto di tela bianca fluttuare magicamente per l’aere, essendo incapaci per loro natura di penetrare il significato recondito della visione.  Il trio eletto invece, Bohors-Parsifal-Galaad, dopo l’avventura sull’incorruttibile Vascello di Salomone – che sta al Santo Vasello come la Confraternita (allusione ai Templari) sta al Cuore (purificato dal Santo Spirito) – e l’incontro colla “Pulzella-che mai-non mente” (Vêritâs) – la quale mostra loro la Corona d’Oro e il Letto a Tre Fusi (Verde, Bianco, Rosso), proveniente dal paradisiaco Albero della Conoscenza – riesce nell’intento di portare a termine la cerca nel Castello del Graal.  I 3 colori indicano la triplice fase realizzativa della trasformazione interiore: ViriditasAlbêdô e Rubêdô.  Essa è connessa colle tappe principali dell’iniziazione ermetica: Risalita, Rinascita ed Illuminazione.  Galaad, che già aveva retto la Spada di Salomone (immagine della Coscienza dell’Unità Divina), riunisce alfine le due metà della Spada Spezzata (la Conoscenza degli Opposti) con cui era stato ferito Giuseppe d’Arimatea; al dire di De Boron (XII sec.), il primo custode della Coppa dell’Ultima Cena, posta in un’arca e denominata in seguito Graal.  La storia narrata dal chierico borgognone differisce da quella del ciclo vulgato.  Entrambe le versioni concordano comunque che Giuseppe fu imprigionato dai giudei in un sotterraneo, ma la prima fonte aggiunge anche della fuga di Nicodemo; inoltre per il chierico è Gesú che gli porta direttamente la Sacra Coppa di nascosto in carcere, mentre per l’anonimo è Giuseppe che se la procura nella casa ove era stata consumata l’Ultima Cena il giovedí prima di Pasqua. In entrambi i testi non si fa menzione di Longino.  Da una parte è il Redentore a raccogliere il proprio sangue nel calice, dall’altra è Giuseppe a convogliarlo in esso dalle ferite stillanti.  Quasi che il corpo del Cristo fosse ancora vivo dopo la deposizione dalla croce, come peraltro paiono sottintendere gli Apocrifi allorché insegnano che la vera Resurrezione può avvenire soltanto in vita, non in morte.  Tant’è che secondo De Boron (iv), il quale del resto a differenza della fonte anonima – piú ambigua ancorché piú esplicita – mette in rapporto la Vergine Madre non collo Spirito Santo bensí col Padre, la coppa è il simbolo della morte di Gesú.  Una morte soltanto simbolica, dunque, poiché il Figlio è increato; sebbene l’anonimo incongruentemente attribuisca a Giuseppe, per volontà del Cristo risorto, il voler farsi credere morto “affinché la sua riapparizione assumesse la natura di un evento al di là dell’ordine naturale delle cose”.  Eppure del Figlio di Dio è scritto, proprio in De Boron, che “apparve a Maria Maddalena, ai Suoi Apostoli, ai Suoi seguaci… in carne ed ossa”.  Come se sulla Croce, col pretesto d’una rappresentazione rituale di carattere iniziatico, fosse scemata esclusivamente la natura corporea del Cristo e non lo spirito vitale. 

La Sacra Coppa del Graal (Anon., oggetto rituale antico, Cattedrale, Valencia, Spagna, dat.inc.).

Il ferimento rituale del primo possessore della santa reliquia, poi ripetuto nei confronti del Re Magagnato a mezzo di Lancia, aveva reso perciò tutta la dinastia dei Ricchi Pescatori dei re paralitici; o zoppi, se vogliamo.  Ad imitazione del Maestro.  Onde rappresentare materialmente lo stato di necessità in cui trovavasi l’uomo decaduto e bisognoso di purificazione, lontano dal regno edenico.  Quel che catechisticamente chiamasi “Peccato Originale”.  I tre cavalieri scelti all’interno del Castello del Graal hanno la visione di Gioseppo, il primo vescovo, figlio di Giuseppe d’Arimatea.  La veste rossa del Re Pescatore, qual è tratteggiata nelle descrizioni varie del personaggio, è quella stessa vescovile.  Trattasi tuttavia, in tal caso, d’un vescovo gnostico.  Gioseppo era stato l’unico ad avere il privilegio di ricevere il sacramento dell’ordine direttamente da Cristo nel Palazzo Spirituale della città di Sarraz, in Mesopotamia, laddove era passato il profeta Daniele cogli altri ebrei condotti schiavi a Babilonia da Nabucodonosor.  Colà, aprendo l’arca istituita dal padre aveva avuto a sua volta la visione dell’Uomo Rosso, di veste e di carne.  Ed aveva ricevuto i paramenti sacri: la bianca mitria, la veste rossa nonché l’anello del pescatore ed il pastorale.  Quest’ultimo simboleggiava simultaneamente il Rigore e la Misericordia, l’anello l’Unione con Dio e colla Chiesa, la mitria la purezza ottenuta colla confessione dei peccati; il color rosso alludeva invece alla Câritâs, ovvero all’Amore Divino, che a mo’ di fuoco spirituale scioglie i limiti d’ogni individualità e trasforma il prossimo in noi stessi.  I tre cavalieri dunque vedono recare nel castello da parte di 4 Angeli una lancia-grondante-sangue e il vescovo la posa nel Sacro Calice.  È per conservare la preziosa reliquia che è stata edificata la roccaforte di Corbenic, cui presiede appunto la figura enigmatica del Re Pescatore.  Da Gioseppo attraverso Hebron, Alano il Grosso ed altri, sono discesi Pellehan e Pelles.  Fra Gioseppo ed Alano si colloca il summenzionato Re Paralitico (ossia Re Evalac, detto lo “Sconosciuto” poiché nulla sapeva delle proprie origini), il quale dopo la visione trinitaria degli Alberi dall’unico fogliame e la conseguente conversione assume il nome di Mordrain.  Un po’ diversa sarà l’impostazione della narrazione nella letteratura tedesca tardomedievale, attestante una situazione posteriore di culto; allorché il Castello del Graal si sposterà in una regione piú meridionale, addirittura ispanica.  Tale sarà il castello di Anfortas (storpiatura letteraria per Alfonso d’Aragona, re di Spagna), alla corte del quale non giungerà Galaad in compagnia degli altri due eletti; bensí il solo Parsifal, detto non per niente il “Cavaliere Rosso”.  Ed allora si capisce quale debba esser stato il Sacro Calice nelle funzioni cerimoniali medievali: quello ovviamente a forma di doppia coppa – corrispondente nella sagoma al Sigillo di Salomone – ora conservato nella Cattedrale di Valencia ed ossequiato in un viaggio pontificio persino da Papa Woityla, sebbene la Chiesa Cattolica affermi dal suo punto di vista (legittimo, ma non vincolante) l’inesistenza del Graal.  Un’ultima cosa resta da dire sul simbolismo evangelico del Pesce.  A codesto emblema si richiama quel passo della Cerca in cui non sono “pesci e pani” ad esser moltiplicati per sfamare gli astanti, come nei Sinottici, ma un unico Grosso Pesce.  È il dodicesimo figlio di Hebron, Alano, a pescarlo un dí in Gran Bretagna su ingiunzione di Gioseppo dopo il trasferimento dalla Palestina in terre settentrionali dell’Europa.  Questo “pesce di notevolissime dimensioni” si richiama al tema del pesce piú grande non rigettato dal pescatore intelligente a differenza dei piccoli, ricorrente in un passo (vii ) del Vang. di Tommaso ed illustrante il Salvatore in dimensione gnosticheggiante.  Di tale pesce allusorio, relativo all’espandersi incontrollato dell’evangelizzazione su un doppio piano interiore ed esteriore, asserisce infatti il rimaneggiamento epico ottocentesco del Boulanger che “crebbe di modo che tutti coloro che avevano fame poterono saziarsi come se avessero avuto davanti a sé le migliori carni del mondo”.  In memoria di ciò Alano è stato denominato il “Ricco Pescatore” per eccellenza, dopodiché l’appellativo è passato a tutti gli altri discendenti a seguire.

                                                                                        Giuseppe Acerbi

* * *

Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/2012/12/la-figura-del-re-pescatore-in-india-e.html

 

 

YAMA E LA LEGGENDA BIBLICA DEL PECCATO ORIGINALE

di GIUSEPPE ACERBI

A. Premessa: i dati

Nella cultura hindu esiste, com’è noto, un mito paradisiaco parallelo a quello giudaico-cristiano. Anzi, è possibile ritenere addirittura che il primo abbia in qualche modo influenzato il secondo, sicuramente tramite la cultura zoroastriana in funzione intermediatrice. Almeno, a giudicare dall’etimo (1). Non a caso il personaggio principale di entrambi i miti è un essere umano archetipico dal nome semplicemente di ‘Uomo’ (scr. Manu, ebr. ‘Ādam), donde sembra derivato da una parte il concetto indoeuropeo d’onomastica (2) e dall’altra quello di umanità (3). Sebbene non esista in India apparentemente nulla d’analogo alla leggenda di Adamo e del Peccato Originale, vi è pur tuttavia qualcosa che ad essa rassomiglia. Proviamo a riassumere brevemente il tema biblico, al fine di analizzare strettamente i mitologhemi dei quali è composto e confrontare se per caso nell’induismo non appaia alcunché di lontanamente paragonabile; magari con l’aiuto della tradizione avestico-pahlavica, che è piú sentimentale di quella vedico-puranica e quindi piú prossima all’idea di peccato (4).

  1. a)Adamo è in origine un essere androginico, prima di generare dalla propria costola la propria compagna, Eva.
  2. b)Insieme a lei vive spensieratamente felice in uno spendido Giardino delle Delizie, l’Eden.
  3. c)Il Creatore concede ad essi tutti i frutti del ‘Giardino’, tranne uno, i pomi d’un misterioso albero.
  4. d)Presto però un turbamento penetra nel luogo del loro idillio: Eva è tentata dal Demonio in forma di serpente presso l’Albero del Bene e del Male, detto anche Albero della Conoscenza.
  5. e)Il Serpente Tentatore la induce a mangiar la famosa ‘Mela’, donde provengono tutti i mali annessi da allora in poi alla loro progenie.
  6. f) Dopodiché i due s’accorgono d’esser ignudi e si vanno a nascondere per la vergogna.
  7. g)Il Creatore, accortosi indirettamente del peccato di disobbedienza dal loro nuovo comportamento, li scaccia dall’Eden.

Questi, sostanzialmente, i 7 punti fondamentali della leggenda cosmologica che compare nella ‘Genesi’ (5) riguardo la creazione umana. Inutile aggiungere che molti sono i motivi similari dispersi in altre mitologie relativi alla condizione paradisiaca. Per comprenderne le connessioni col tema biblico appena sommarizzato occorrerà analizzare punto per punto la vicenda, indipendentemente dalla trasgressione di cui sono accusati i Progenitori nella tradizione giudaico-cristiana e che da un punto di vista strettamente teologico renderebbe in apparenza troppo limitative le compararazioni possibili con altre tradizioni. Invece, analizzando ogni punto in comune di altre tematiche pararadisiache con quelli sopra genericamente indicati, ci accorgeremo che si può ricostruire a grandi linee l’intero mito edenico del Peccato Originale cosí come esso doveva apparire in origine, al di là delle molteplici forme nelle quali esso si è via via separato e poi disperso. La tecnica da noi adottata, lo palesiamo senza ritegno, l’abbiamo presa a prestito chiaramente dalla O’Flaherty (6). La scrittrice newyorkese l’ha utilizzata per dare un senso compiuto all’intera mitologia shivaita. Tutti i mitologhemi dei quali essa è foggiata presi separatamente dipingono un quadro molto vario, ma dispersivo, del nume. Unitamente, mostrano una logica consequenziale piuttosto stretta, quasi si trattasse di pagine dimenticate d’un antico e bellissimo mito dispersosi nei meandri del fiume del tempo. Per unire tutti i mitologhemi disponibili bisogna raccoglierli da fonti varie in forma critica, non solamente da un testo; altrimenti ci limiteremmo a stabilire la storia del mito da noi considerato solamente in rapporto a quel dato testo. Qui non si tratta infatti di creare la versione teoricamente completa d’un testo, in base a tutti i manoscritti reperibili, come potrebbe avvenire col Mahābhārata o la Bibbia. A tal compito sono già preposti studiosi di paleografia, filologi, critici letterarî, linguisti, traduttori e storici della letteratura. Al contrario, ivi si vuole estendere il mito a tutti i paralleli possibili, non per far gratuitamente della mitologia comparata; ma ad un fine molto più elevato, di modo che si possa trovare il bandolo della matassa e comprendere appieno il significato intimo dell’intera leggenda. Stabilito il metodo, passiamo all’analisi diretta dei punti indicati. 

B. Analisi della leggenda

1. L’ANDROGINIA ADAMICA

La storia dello sdoppiamento del primo Adamo nella coppia di Adamo ed Eva, che avviene in Gen.- ii. 21-2, implica necessariamente l’androginia primaria di Adamo (7), come del resto attestato in Talmud Ketubot 18, Rashi.   Androginia che difatti troviamo anche in Iran colla coppia avestica Yima-Yimak, nata primordialmente dall’Albero Alchemico (8). Lo stesso può dirsi per i loro equivalenti hindu Yama e Yamī (x. 10, 1-14), i <Figli del Sole> (Vivasvat, ivi chiamato Gandharva), presso i quali la cosa è sottolineata dal fatto che in sanscrito la voce yama significa appunto ‘gemello’; benché nell’inno in questione il fratello-gemello cerchi con scrupolo morale di sottrarsi all’incesto cosmogonico colla scusa della rettitudine (vv. 1-4), ma è lei che con desiderio tutto femmineo lo spinge all’atto sessuale (vs. 5), asserendo che il dio Tvaṣar (il Creatore, il Demiurgo) li ha fatti marito e moglie quand’erano ancora nell’utero. Yamaallora subito obietta esprimendosi con queste sibilline parole (vs.6): “Chi conosce quel primo giorno? chi lo ha visto? chi può dare qui notizie di esso?” Dopodiché, sempre allo stesso verso, egli l’accusa di lussuria, ma lei ribatte calma (vs.7): “A me Yamī è venuto desiderio di Yama, di giacere assieme in uno stesso letto. Come moglie al marito, che io gli possa concedere il corpo; possiamo noi due rompere, come (rompere) due ruote di carro (9).” Al vs.8 Yama la respinge per la seconda volta, ma Yamī  insiste indicando Cielo e Terra come fratelli eppure nel contempo sposi.  Per questo si dichiara al vs.9 disposta volentieri a subire incesto.  Yamacomunque non la vuole (vs.10): “…cerca …un altro sposo diverso da me.”  E fa un ultimo tentativo: “Che fratello può esser mai, se non c’è protezione (da parte sua)? Che sorella sarà mai, se la distruzione può venire? Costrettavi dal desiderio vado sussurrando tutto questo; unisciti col tuo corpo al mio corpo.”  Nulla da fare, il fratello non ci sta (vs.12): “Non voglio unire il mio corpo al tuo corpo, chiamano scellerato chi s’accosta alla sorella.  Con un altro da me soddisfa le tue voglie; tuo fratello… non desidera questo.”   La sorella, dunque, lo accusa di viltà, di mancanza d’animo e di cuore (vs.13), cosa cui il fratello replica seccamente: “Un altro (abbraccia tu), o Yamī, un altro abbracci te, come la liana l’albero…” Giustamente, fa notare il Papesso (10), il testo si contraddice laddove si riferisce ad altri rispetto alla prima coppia umana. Ma è chiaro che questa è una coppia cosmogonica, non una coppia in senso naturalistico.  Basta pensare al significato del nome Adamo, ossia ‘Uomo’; significato che è poi il medesimo del nome Manu, alter-ego di Yama (11).

Passando all’etimo del nome Yama – l’abbiamo rilevato in altri nostri scritti (12) – è lo stesso del norr. Ymir, pure costui un essere androginico; o del lat. Iānus, che al femminile dàIāna (13). Persino nel caso della coppia tardo-iranica Mašya-Mašyanē abbiamo a che fare con una perfetta complementarietà del maschio e della femmina mitici, secondo quanto suggerisce l’onomastica pahlavica.  Tutto ciò ci suggerisce che tanto la coppia induista Manu-Parśu (lett. ‘Costola’) quanto la coppia ebraica ᾽dam-Hawwā (var. Héva) rappresentano un doppione delle altre coppie succitate. E non importa che la prima appartenga alla letteratura indoeuropea (sarebbe meglio, secondo noi, riportare in auge il vecchio termine ‘jafetica’) e la seconda a quella giudaico-cristiana, cioè semitica. Appare evidente che vi è stato un prestito dall’India alla Palestina, probabilmente attraverso Abramo e la Sumeria, insomma per via camitica (14).  Usando i giusti termini, cioè i termini tradizionali (biblici), si capisce benissimo perché vi siano stati dei prestiti fra culture affini (camitiche, semitiche e jafetiche).

2. IL GIARDINO EDENICO

La nascita di Adamo (ii. 7), a ben guardare, precede la creazione del Giardino (vs.8); cosí come la vita di Adamo nell’Eden vero e proprio (vv. 15-20) precede la nascita di Eva (vs.23), che è quasi strettamente legata all’entrata in scena del Serpente (iii. 1). Quando entra in scena quest’ultimo si ha l’impressione di trovarsi già in un ambiente paradisiaco modificato. Da punto di vista ontologico la monogenesi di Adamo indica che Adamo è tutt’uno con Dio al principio, tant’è che ne è fatto a perfetta somiglianza. Di questa vita primordiale poco o nulla è scritto nel testo, se non che “Dio fece crescere dalla terra ogni albero desiderabile a vedersi e buono da cibo” (ii. 9); insomma, per dirla colle parole dei nostri giorni, la natura appariva rigogliosa e la terra produceva frutta e verdura senza bisogno di stimolarla con mezzi artificiali. Ovviamente, il fatto ha un significato criptico, poiché l’abbondanza di nutrimento allude allo stato spirituale dell’uomo delle origini di piena consapevolezza di sé. Non solo, la mancanza di cenni ad ogni forma di produzione umana di cibo, orticola o pastorale che fosse, implica che l’uomo in quell’illud tempus non ne necessitava neanche da un punto di vista mentale. In quanto l’ego non la faceva ancora da padrone e tutti i propositi del vivere erano indirizzati esclusivamente alla conoscenza dell’Albero della Vita nel mezzo del Giardino delle Delizie. L’uomo era solito guardare verso l’alto e non si sentiva estraneo alla vita universale, di cui rappresentava in certo senso la gemma piú splendida; ma, nel contempo, non ne andava eccessivamente orgoglioso. Quantunque, contrariamente ad altre tradizioni, ad es. quella sumerica (15), la tradizione ebraica assegni direttamente al’Uomo (Adamo) il compito di stabilire il giusto nome alle cose. Implicite dunque le allusioni di tipo ermeneutico, che ritroviamo mutatis mutandis nella filosofia greca, vale a dire nel Cratilo di Platone. E al pari di un dio Adamo applica beatamente il nome agli animali (vs.20), ma nessuno lo aiuta e lo gratifica, per cui si sente solo.  Per la verità pure cotale sensazione ci rimanda ad un atteggiamento divino, quello del Dio Supremo che ha bisogno di creare (16). Ed ex-nihiloemana la Creazione sotto forma d’ideale figlia-compagna, cosa che avviene difatti nel mito adamico originario, il mito indiano. Dove Parśu è figlia, prima che sposa, di Manu. Dato che nel giudeo-cristianesimo la dualità fa capolino fra Creatore e creatura, la femmina non proviene direttamente da Dio, bensí dall’Uomo per intermediazione maschile.  Nella leggenda di Manu, invece, i medesimi presupposti non consistono. Manu è l’Uomo-dio dei primordî, l’aggiunta del Matsyāvatāra è soltanto una replica vishnuita. Il Veda originario (17) non lo contempla, dato che il Pesce (non l’Uomo-pesce) è un’immagine di Brahmā, il Creatore. Ed il Pesce è colto direttamente col vaso sacrificale, s’intende col cuore umano. Come a dire che c’è perfetta identificazione fra l’uno e l’altro, fra Manu e Brahmā. L’identificazione fraYahweh-Elohīm ed Adamo non compare invece mai apertamente nel testo biblico, per quanto il vs. v. 1, ed anche quello successivo, l’adombrino chiaramente. Soltanto la Cabala la postula chiaramente; ma in questo caso la fisionomia adamica muta iconologicamente, passando da 1 a 4 Teste (18). Come quelle, non a caso, di Brahma e Giano. 

3. Il FRUTTO PROIBITO

L’astuzia del Serpente e la leggerezza della Donna fanno in modo che l’Uomo non si accontenti di vivere nella spensieratezza del Giardino, ma che vogliano conoscere i misteri divini e in particolare il mistero della Conoscenza. Di qui la fame di voler gustare il “frutto proibito”, la ‘Mela’ cresciuta nell’Albero situato al ‘Centro’ del Giardino. Che è questa Mela se non il Mondo medesimo, basato sul Divenire? L’Asse di Mezzo – l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male – ne è il perno, il tronco; ma la ‘Mela’, cioè il Mondo stesso, ne è il frutto. Di qui la moltiplicazione particolare che ne fa Milton nei cd. ‘Alberi della Scienza’, scalati i quali i Progenitori ormai al di fuori dell’Eden (nell’ambito del Paradise Lost) ottengono soltanto cenere. Perché la scienza ha solo valore pratico, reca lavoro, ma è vuota di contenuti ideali. Impossibile andare oltre nell’analisi di questo tema, perché l’uomo ne è tuttora avviluppato, anzi sempre maggiormente. La ‘Mela’ di Eva non è diversa da quella di Afrodite di classica memoria, a dimostrazione che una diversa interpretazione del frutto proibito (la vulva della donna) non si discosta di molto dall’altra. Sempre e comunque vi è un limite, sorpassato il quale si scatenano contese e mali a non finire, poiché si tratta in ogni caso del passaggio dall’universale all’individuale. Annche la ‘Mela’ di Biancaneve rientra nel novero dei miti della Conoscenza. La ‘Mela’ <mezza avvelenata> è sempre il Mondo, fatto di Bene e di Male, che una volta incontrato nelle sue sfaccettature prima ignote, produce problemi a non finire, praticamente irrisolvibili.

4. LA TENTAZIONE DA PARTE DEL SERPENTE

Vi è una differenza fra il Serpente dell’Eden e il Dragone apocalittico. Il primo spinge i Progenitori alla Dualità, ma una Dualità che è un semplice venir meno del senso dell’Unità Divina o meglio della Non-dualità; mentre il Dragone è foriero di Dualismo, non riconciliabile in nessun modo coll’Unità Divina. Ciò che spinge la Donna a gustare del frutto proibito e poi a darne assaggio all’Uomo è una sete di conoscenza: aprirete gli occhi, è detto in iii. 5; e gli occhi si aprirono, si aggiunge in iii. 7, ma seppero allora di essere nudi. Questa è la conoscenza infatti che si apre ai loro occhi, la conoscenza del dettaglio, dell’inessenziale. La Serpe, colle sue spire, implica la nozione di dualità in tutte le sue forme (bene-male, giorno-notte, cielo-terra ecc.). Una volta introdotta questa nozione nell’animo, non ce ne si può piú liberare. Nascono in tal modo le paure, come si deduce dal fatto che la primma coppia umana abbia paura dei passi di Yahweh e si nasconda, dopodiché essa cela le proprie pudenda con foglie di fico. In ciò si nota chiaramente come la tentazione e la corruzione siano praticamente la medesima cosa. La perdita dell’ingenuità è la perdita irrimediabile della consistenza d’animo.

5. IL PECCATO ORIGINALE 

Il Peccato Orignale viene considerato un peccato di disobbedienza a Dio.  Ma qual è veramente la disobbedienza a ragionar profondo?  L’aver gustato il frutto proibito? Chiaro che ci troviamo di fronte ad una grande metafora umana: ma quale?  Nell’Avesta esiste il cd. ‘Peccato di Yima’, il quale benché stigmatizzato dagli zoroastriani in tempi tardi, doveva essere in origine la prerogativa principale del personaggio. Ora di che è accusato Yima?  …esattamente di aver adorato sé stesso.  Se noi pendiamo tale affermazione cum grano salis, ne possiamo dedurre che in principio l’Uomo faceva della propria adorazione il suo vessillo.   Come si può conciliare ciò colla parabola della disobbedienza biblica? Si può, ma evidentemente la cosa si deve intendere in un senso particolare. Non come chiusura nell’ego, ma al contrario come apertura verso la propria natura spirituale immortalante. Sicché la perdita di tale apertura ha determinato una caduta profonda, la Caduta appunto di cui parla la Bibbia.  Onde si può immaginare che la disobbedienza in realtà sia la misconoscenza, intervenuta ad un certo punto della vicenda umana, della propria natura.

6. LA COPPIA, IGNUDA, SI VERGOGNA DI SÉ

Il pudore fa parte dell’abito mentale d’ogni coppia timorta di Dio, ma in origine le cose non dovettero stare a questo modo. Il senso di disagio che coglie i Progenitori allorché hanno disobbedito alla Divinità – evidentemente si trattava d’un comando implicito allla propria natura, fuor di metafora – è tale che provano vergogna quando Yahweh si palesa loro di nuovo. Questo palesarsi ha luogo dietro contemplazione, non si può prender il racconto troppo alla lettera; contemplazione che era venuta meno quando la volontà li aveva spinti all’azione e all’allontanamento dal precetto di obbedienza, fino a che si rendono conto di quel che hanno fatto. La coscienza dell’essere venuti meno alla loro natura profonda li scoraggia, ponendoli in una condizione di sofferenza intima, sofferenza che ci è stata trasmessa e che viviamo ancor oggi noi popoli civilizzati.

7. CACCIATA DAL PARADISO

La ‘Lama Fiammeggiante’ dei Cherubini (angeli concepiti dagli ebrei sotto forma di tori alati), di cui si tratta in Gen.- iii. 24, allude senz’altro sul piano cosmologico alla costellazione del Toro; che all’inizio del quarto ed ultimo ciclo edenico (19)signoreggiava il Punto Vernale.  Infatti, “ruotava continuamente per custodire la via dell’albero della vita”. Il Toro, naturalmente, è collegato alla Torāh; la ‘Legge’, il Dharma in termini sanscriti. Simultaneamente al Polo Artico stava l’asterismo del Dragone (= il Serpente), causa simbolica della Caduta; al Polo Antartico era invece collocato in parallelo Canopo (= il Vaso), la cui presenza nei cieli non traspare tuttavia dalla leggenda biblica, se non in un caso: nell’iconografia, in un manoscritto italiano del XV riportato dal Neumann (20). L’autore suggerisce una comparazione, d’altronde, colla conca battesimale in quanto fonte dell’Acqua di Vita o persino colla Madonna intesa appunto quale Vaso di Grazia. Nel racconto vedico, viceversa, potrebbe esser presente se in tal modo interpretiamo il recipiente sempre piú vasto nel quale Manu è costretto a riporre il Pesce Avatarico (21).

C. Conclusione: riflessioni finali

Ora possiamo ricostruire per bene il mito edenico nei termini seguenti. L’Uomo in principio era androginico, non soggetto ad alcuna forma di dualità. Coglieva direttamente nel riflesso del proprio cuore la Divnità, cui s’identificava.  Vivendo sulla Terra come in un Giardino di Delizie non gli mancava nulla, ma ecco che si approssima alla sua mente il desiderio di essere qualcosa di diverso da sé, vale a dire di conoscere il mondo in dettaglio. Il che lo porta a contrapporsi alla Divinità e a sperimentare la realtà. Questo è l’inizio d’ogni conoscenza. Ma la scienza mondana è un frutto proibito, denso di valori negativi. Il frutto della contrapposizione a Dio ha come conseguenza una contrapposizione fra Sé e il Mondo, donde origineranno tutti i mali umani. L’Uomo comincia ad autocommiserarsi anziché gloriarsi di Sé, dimenticando il valore fondamentale del proprio cuore.  Questo l’errore fondamentale, donde nasceranno il timor religioso ma anche le paure varie.  A cominciare dalla vergogna per la sua nudità. Il Re ha perso lo Scettro e presto perderà pure la Corona. L’Uscita dal Paradiso, cacciata o meno che sia, ne è la tragica conseguenza.

* * *

Note

  1. Cfr. L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991, Prem. del T., p.15.  
  2. Il termine Manu designa metonimicamente l’umanità primeva, ma si pone in diretto collegamento colla voce sanscrita manuṣya; la quale è invece riferita generalmente all’umanità decaduta, tipica del Kaliyuga, l’arco di millennî con cui si chiude il ciclo manvantararico (lett. ‘periodo di Manu’).  Rispetto ad esso  il scr. nām-a(‘nome’) cosí come il lat. nōm-en (id.) ed gr. o-nom-a (id.), ha base filologica pressoché inversa – *nam < man  – cioè equivalente per la mentalità arcaica.   Probabilmente i nomi, umani e non, sono dunque stati concepiti nella cultura indoeuropea (sarebbe meglio biblicamente dire ‘jafetica’) come un’imitazione di quello dell’Uomo per eccellenza.
  3. Anche l’ebr. ādām significa ‘uomo’.   E il sostantivo è correlato, sicuramente, al lat. hōmo; dato che nell’un caso e nell’altro i termini sono apparentati a parole significanti ‘terra’, o meglio  terra umida.  Vedi l’ebr. dam (‘argilla, terra rossa’), nel senso di terra impastata con l’acqua; o, se vogliamo, con la saliva  (= acque celesti) del dio uranico primevo.  In greco si ha parimenti dām-osdēm-os (‘terra, popolo’, ossia l’insieme degli eseri umani, con riferimento particolare alla Quarta Età ciclica), una voce che pare quasi – desinenza a parte – l’abbreviazione di Dē-mēter. Il concetto arcaico di Dē, donde sorge durante l’Epoca Ferrea la figura numinosa di Dē-mēter ovvero la Terra Madre personificata, deriva d’altronde da quello prisco ed aureo di Γή (egiz. Geb); una figura androginica identificabile all’Oca Primigenia che cova l’Uovo del Mondo, da cui secondo gli orfici nasce Eros Protogeno.  In altre parole Ουρανίa, la Dea del Cielo e dell’Armonia Celeste, appunto quell’Afrodite che secondo una variante del mito greco sarebbe stata generata dal ‘Fallo’ di Urano caduto (insomma penetrato, a mo’ di Axis Mundi ) in ‘Acque’ che potremmo comodamente definire ‘Celesti’.  Per le implicazioni del simbolo fallico in questione cfr. G.Acerbi, Il Re Pescatore, sovrano universale delle Acque, nella letteratura indoeuropea. Paralleli fra Bran e Brahma, nonché Varuna e Urano– Alle Pendici del Monte Meru (blog, 22-07-07), pp. 1-14.

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/12/il-re-pescatore-sovrano-universale_15.html

Egualmente in latino troviamo lo strano aggettivo humānus, il quale non deriva dahōmo, secondo quanto in genere si sostiene, bensí da humus (‘terra umida’) nell’accezione di ‘terreno, umano,’.  Altrimenti sarebbe homānus, oppure avrebbe la vocale lunga anziché breve.  Ed è oltremodo significativo che il dio erotico indiano Kāma, sposo di Revā (avente per cavalcatura l’Oca non meno d’Afrodite), abbia etimo grossomodo apparentato – *km = *hm – a quello del lat. humushomo.  Kama non è che un antico dio uranico-solare, al modo del latino Cupido.  Provoca le nascite degli esseri con le proprie 5 emblematiche frecce, usate come raggî, non essendo altro che il Cielo personificato in senso erotico-volitivo.  Per questo la Terra e l’Uomo, inteso in quanto mediatore tra i due opposti alla maniera della Grande Triade cinese, hanno etimo correlato in latino.  In greco Cupido era denominato Hímeros, voce che evidentemente rientra nel giro dell’etimologia indicata, dato che il pref. *him- (cfr. con l’a.at. him-mel = ‘cielo’) rimanda all’idea d’un ardore (eros) celeste-creativo.  Nella lingua greca rimane ancora, a testimonianza dell’esistenza d’un vocabolo femminile ctonicamente contrapposto, lo stato in luogo kamaí (‘a terra’).

  1. Ciò è esattamente il contrario di quanto ebbe a dimostrare il Gnoli in suo art. (G.Gnoli, Note su Yasht xxxx– S.M.S.R., Roma 19xx, pp. xxx-xx ).  Non che il Gnoli avesse torto, certamente.  L’antica Persia era piú vicina all’antica India che all’antico Israele, però rispetto al modo di pensare indiano quello iranico antico presentava indubbiamente alcuni aspetti sia pur minoritarî  maggiormente prossimi alla mentalità ebraica.
  2. Utlizziamo il femminile in relazione al gr. génesis, che è appunto un sostantivo femminile.  Che importa se il termine equivalente giudaico è  maschile?
  3. Il riferimento ovvio è a D. O’Flaherty, Śiva: The Erotic Ascetic– Oxford-N.York-Toronto-Melbourne 1981. 
  4. Tant’è che in un passo (v. 1-2) c’è un’apparente incongruenza, benché mascherata dalla traduzione: “Nel giorno che Dio creò Adamo lo fece a somiglianza di Dio.  Li creò maschio e femmina.”  Si nota uno strano uso del plurale, visto che il riferimento precedente è al singolare; nel passo si parla solo di Adamo, non della coppia.  Trattasi d’un passo conclusivo nel quale si riassume a mo’ di epigrafe l’esito della creazione umana paradisiaca, descritta nei precedenti 4 capitoli.   Il Dio Supremo d’altronde, in ogni tradizione che si rispetti si situa al di là degli opposti e complementari.  Che ragione vi sarebbe di paragonare la Divinità ad Adamo se questi fosse ivi concepito come un semplice maschio, ossia come uno dei due opposti della coppia cosmogonica?  Se è fatto a somiglianza di Dio e non del Diavolo è insomma un intero, non una metà, come credono scioccamente certuni confondendo Dio col Creatore (Demiurgo).  Cfr. in proposito il comm. della Bibbia Cei.  Noi abbiamo utilizzato la versione del 1973.  
  5. G.Acerbi, La simbologia fitomorfica: l’orticoltura nel mito delle origini – V.d.T. ( gen.-mar./ apr.-giu. ’93 ), A.XXIII, NN. 89-90,  Palermo 1993, pp. 25-38 e 78-90  (il nucleo orinario era stato inviato a Il Giornale della Natura di Milano, ma era rimasto inedito per l’eccesiva lunghezza).
  6. Per la traduzione ci siamo serviti in tutto l’articolo di V.Papesso (a c. di), Inni del Ṛgveda– Ubaldini, Roma 1979 (I ed. Zanichelli, Bologna 1929 e ‘31, 2 tt.).  L’espressione verbale vi vṛh non ci pare però sia tradotta bene dal traduttore italiano, avendo fatto meglio altri (H.H. Wilson, Ṛgveda Saṁhita– Nag P., Delhi 1978, Vol.VI, p.28) che traduce cosí l’ultima parte del verso: ”…let us exert ourselves (‘sfrorzarci’) in union like the two wheels of a waggon.”  La frase implica uno sforzo morale, al di là delle convenzioni, ma è chiaro che si tratta di un’attribuzione sacerdotale postuma; in tempi primordiali non esistevano né Mitra né Varuṇa (citati al vs.6), né scrupoli morali, essendo l’Esistenza medesima (la Divinità-in-Sé, ovvero il Desiderio di esistere come insegna il Ṛgveda) a spingere innocentemente al coito i primi esseri umani.
  7.  Pap., op.cit., p.186.
  8.   A nostro giudizio il doppio nome del ‘Primo Uomo’, che ritroviamo da piú parti, allude ad una doppia provenienza tradizionale; da un lato la tradizione aria (Yama), dall’altra quella anaria, in particolare quella turanica (Manu).
  9.  Ac., Il Re P., p.12, n.8.
  10.   Vi è chi considera questo nome non originario della mitologia di Giano presso gli antichi Latini, però i suoi corrispondenti indoeuropei dimostrano il contrario. Intendere esclusivamente il nume in riferimento a due immagimi maschili imberbi o barbute ed equivalenti è un nonsense, a meno d’intenderli come ‘gemelli’.  La radice dei due termini è la medesima, benché la base primaria sia il vr. īre (scr. i).  Giano, in quanto signore degli inizi, per forza di cose dovette essere un dio androgino.  Questa non-dualità originaria si è esplicata in seguito in varie applicazioni, dai solstizî (ovvero l’arco ascendente e discendente dell’anno, che nei primordi in rapporto all’Artide dovettero significare luce e tenebre) alla gemellarità, dalla coppia erotica (scr. mithuna, indicatrice del Segno dei Gemelli) a quella dei due luminari celesti (Sole-Luna) ecc.  Quindi, ragionare partendo dai dati storici reperiti della tradizione romana archeologicamente falserebbe la nostra prospettiva.  Perché, di questo passo, dovremmo in parallelo trasformare Brah in un dio medievale induista, non compaarendo icone prima d’una certa epoca.  Non bisogna dimenticare che fino ad un certo periodo infatti la Tradizione era essenzialmente orale ed anche dopo la stesura delle Scritture (fra i Latini fra l’altro non vi sono erano Scritture a parte i Libri Sibillini e siamo quindi costretti ad affidarci ai letterati, che sicuramente hanno un po’ deformato il quadro dei dati sacrali) l’esegesi dei testi passa sempre per delle scuole interpretative, a meno di conoscere la ‘Lingua degli Uccelli’, che è riservata ai soli iniziati.
  11.   Come il mitologhema possa esser giunto nel Paese di Sumer è presto detto.  I Sumeri narravano di provenire geograficamente dal Dilmūn, un’isola od arcipelago cosparso in qualche zona del sottostante Oceano Indiano.  Questa sede è forse identificabile allo Dvārakā di cui favoleggaiano leggendariamente le tradizioni krishnaite, o per lo meno apparentabile ad esso cosmologicamente; ebbene, da quella plaga oceanica paiono discese le antiche genti vallinde, strettamente affini culturalmente alle genti sumeriche.  Anche da un punto di vista etnico entrambe parrebbero rientrare in quell’alveo camitico che – come illustrato da Padre Heras all’inizio degli Anni Cinquanta – lambiva ad ovest Paleo-iberi, Proto-celti, Pelasgi, Cretesi, Proto-libici, Paleo-egizî e Paleo-nilotici; mentre, ad est, Paleo-etiopici, Sumeri, Elamiti e Paleodravici.
  12. Cfr. G.Acerbi, Gli Dei e i Mondi: aspetti ciclici della teogonia mesopotamica –Atopon on line (Vol.VI) 2004.

http://www.atopon.it/gli-dei-e-i-mondi/

  1. Cfr. G.Acerbi, La leggenda del Cervo, del Cacciatore e della Cerbiatta…– V.d.T. (lug.-set. ’91), A.XXI, N°83,  Palermo 1992, pp. 147-58.
  2. lo Śat.B.- xxxxxx
  3. Nella Cabala si distingue un ‘Ādam ha-Rishon (Adamo come ‘Primo’’, cioè Terreno) da un ‘Ādām ha-Ḳadmoni (ossia ‘Primordiale’, il che è come dire Celeste, gr.Οὐράντος  Aνθρωπος).  Cfr. Num.R.– x.  È solamente quest’ultimo, archetipo divino dell’uomo, ad esser descritto come tetracefalo.
  4.  La sequenza del passaggio vernale nell’Età Edenica (Aurea) è infatti: Leone, Scorpione, Aquario, Toro.
  5. E.Neumann,The Great Mother…- Princeton Univ., Princeton 1974 (I ed. 1955), tav. a p.169.
  6. Rammentiamo che il simbolismo avatarico è per sua natura interamente di carattere polare.  Il Matsya ha a che fare col primo periodo avatarico, non col quarto; ma è chiaro che il Diluvio connesso a codesta figura rappresenta il passaggio, polarmente parlando dalla Lyra (Vega) al Dragone ed all’opposto dal Cane Maggiore (Sirio) a Canopo.

 

* * *

Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/2016/11/yama-e-la-leggenda-biblica-del-peccato.html

CRITICA ALLA TEORIA KURGANICA

Mappa dell’espansione indoeuropea secondo Kossinna. Questa cartina è valida solo se si ipotizza che gli Iafeti siano giunti in Europa dall’America Settentrionale, cioè separatamente dai Semiti e dai Camiti. Ma non ci sono prove a dimostrarlo, a parte la logica. La Bibbia, del resto, aserise diversamente.

di Giuseppe Acerbi

A) Linee generali

M.Gimbutas.

Tra le varie teorie sulla patria originaria indoeuropea la piúaccreditata a livello generale a tutt’oggi è la ‘teoria kurganica’ di M.Gimbutas, che ha sfruttato gli studi precedenti di O.Schrader e V.G. Childe (1). Secondo tale teoria, fondata sui presupposti postulati alla Fine dell’Ottocento (2) da parte del filologo tedesco O.Schrader (1855-1919), i popoli di lingua indoeuropea erano nomadi e provenivano dalle steppe ponto-caspiche (a nord del Mar Nero, del Mar Caspio e del Lago d’Aral) per ragioni legate al vocabolario indoeuropeo; che non conosceva né l’asino né il cammello, ma soltanto il cavallo (3).  Di qui ad arrivare alla supposizione generale che gl’Indoeuropei fossero nomadi e avessero addomesticato il cavallo, anche per uso alimentare, il passo fu breve.  Ma ciò non trova alcun riscontro tradizionale, a parte i versi rigvedici dedicati al sacrificio del cavallo. Avremmo anche qualcosa da dire sulla questione del nomadismo.  Il nome di Ari (nell’accezione indo-iranica), o di Eroi (in quella greco-ellenica), la dice lunga su codesto preteso nomadismo. Gli è che, come al solito, si è fatta confusione fra Ari e Turi; sono questi ultimi ad essere stati per loro natura dei nomadi, ovviamente in senso pastorale.  Gli Ari, secondo l’etimologia del nome, erano degli orticoltori od in senso piú ampio degli artigiani: l’agricoltura primitiva era appunto una forma di ars, naturalmente intesa nel senso antico di modus operandi rituale. Ogni forma d’arte aveva un archetipo celeste.  Erano i nomadi, non i sedentari a praticare il sacrificio e l’alimentazione carnea, come insegna la storia biblica di Caino e Abele. In questo caso abbiamo a che fare con un lato orticolo differenziato, proprio degli Eroi (Gibborīm(4) essendo discendenti di Seth e non di Caino.  Detto etnologicamente si può ipotizzare che essi derivino dagli orticoltori avanzati del continente americano, dotati di aratro (vedi l’etimo) e di bastone trapiantatoio nonché dediti alla coltivazione sia pur rudimentale delle leguminose o dei cereali , ai tempi del Tardo Paleolitico; e non dagli orticoltori primitivi dei Mari del Sud, maggiormente rozzi, che usavano il bastone da scavo onde alimentarsi di tuberi.  Tuttavia il principio d’un relativo sedentarismo vale per entrambi, come insegna Guénon ne Le Règne ( Cap.XXI sgg).  Sennonché dopo l’abbandono della loro patria oltreatlantica, situata probabilmente all’incirca dove è oggi la Groenlandia, è chiaro che gli Ari hanno dovuto sopravvivere in qualche modo; persino deprendando, come è confessato tra le righe nel Rigveda, ed è congetturabile si siano adattati al nuovo ambiente assumendo in seguito le maniere e i costumi delle nuove genti colle quali son venuti a contatto. Principalmente i Turi, biblicamente i Lamekiti (cioè i Ramaiti), nei confronti dei quali devesi essersi sviluppata per convenienza tanto una forma d’imitazione quanto un’aperta ostilità dovuta ad una maggior raffinatezza tradizionaale. Tutte le lotte fra Dei e Titani, che ritroviamo nelle mitologie indoeuropee rispecchiano in divinis tali atteggiamenti umani.  I Titani sono demonici, amano il sangue come tutti gli Antenati (i Padri), sono serpentini ma nel contempo piú regali e fieri. Gli Dei esigono il sacrificio vegetale – seppure nell’ultima Epoca si adeguino ai sacrifici cruenti, che non erano loro propri in origine – ed amano fertilità e fecondità, principi che sono alla base del vivere borghese. Apollo o Dioniso sono un esempio dei primi (la contrapposizione che ne ha fatto Nietzche è aberrante, tant’è che rientrano entrambi nei canoni indiani shivaiti, corrispondendo alla complementarietà planetaria fra il Sole e Saturno), Eracle ovveroKṣṇa dei secondi.   Circa la diffusione geografica del cavallo si sa ormai che era presente sul suolo amerindo pressappoo fino al 12.000 a.C., ossia fin quasi all’epoca dell’abbandono di quelle terre da parte degli antenati oltreatlantici degli ari.  Si pensa che la fine di quell’animale sia dovuta al fatto di essere stato oggetto di caccia, ma forse la realtà è un’altra.  È possibile, anzi probabile, che si sia estinto per cause diverse: climatiche, ad esempio.  La caccia in passato era meno diffusa di quel che si vuol far credere. Non esistevano i popoli cacciatori se non solamente in certe contrade ove non c’era modo di sopravvivere altimenti.  Il rispetto verso la natura e gli animali in genere costituiva un punto fondamerntale della religione dei nostri antenati. Unicamente nel mondo moderno e contemporaaneo, col suggerimento degli studi medico-nutrizionali, si è foraggiato il consumo di carne in larga scala con uno scempio senza precedenti nei confronti dei nostri fratelli animali.  Se è vero che gli Ari avevano mantenuto nella loro cultura un legame ideale col mondo iperboreo, come sembra (visto che nelle tradizioni ebraiche, non per nulla, Adamo muore alla nascita di Noè)(5), è chiaro che il loro nutrimento non poteva essere a base di carne. Ciò era contrario a tutte le tradizioni che facevano leva sull’agricoltura, presso le quali la caccia costituiva solamente unoptional occasionale.  Si stigmatizzava il versamento inutile del sangue sulla terra, che era creduta divenire sterile altrimenti.

B) La teoria nei dettagli

Mapa dei kurgan.

L’ipotesi del suddetto indogermanista, per usare la terminologia tedesca, è stata ripresa nella prima metà del Novecento dall’archeologo australiano  Gordon Childe (1892-1957), ritenuto il padre della moderna paletnologia ed autore di opere importanti (6).  Sin dai primi anni del suo operato scrisse, secondo la moda del tempo, The Aryans (7).  Sennonché il punto di vista limitativo di quest’autore è legato al concetto di ‘rivoluzione neolitica’, attraverso cui sarebbero nate le classi sociali, cosa del tutto falsa; giacché l’esistenza delle classi è tradizionalmente messa in relazione all’esistenza delle varie Epoche cicliche, ciascuna in rapporto con una determinata casta. Circa l’esistenza d’una Urheimat  indoeuropea nella zona fra il Mar Nero ed il Caspio invece la tesi può essere grossolanamente accettata, dal momento che concorda involonriamente a grandi linee col dato scritturale dell’Armenia quale sede di espansione del ceppo noaico.  Anche perché è evidente che l’espansione, pur partendo probabilmente dalla zona fra la Turchia, la Georgia e l’Azerbaijan si è diretta necessariamente da un lato verso nordovest e dall’altro verso nordest.  Le fonti di Childe erano il filologo ed archeologo tedesco G.Kossinna (1858-31) per certo diffusionismo, nonostante questi ponesse l’Urheimat nelle regioni attorno al Baltico (Svezia Meridionale ecc.), cosa vera soltanto in tempi protostorici ma non nella preistoria, e la dottrina marxista per certa teoria sociale (8). Nella seconda metà del Novecento gli subentrava l’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas (1921-94), rifugiatasi negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e divenuta assistente all’Università di Harvard a Cambridge (Mass.).  È stata costei ad introdurre il concetto di kurgan per le tombe a tumulo e ad identificarepresumibilmente il processo d’indoeuropizzazione alla diffusione del kurganismo (9).  Alla Fine del XX sec. la teoria è stata aggiornata da J.P. Mallory (1945-) (10), tramite il suo In Search of the Indo-Europeans (11), e da altri studiosi.  Rispetto ai precedenti ricercatori, il professore oxfordiano di Archeologia Preistorica ha utilizzato anche le fonti letterarie oltre a quelle archeologiche e filologiche.  Ciò è un fattore a suo favore, ma a nostro parere è assai piú interessante la tesi contrapposta dell’archeologo britannico C.Renfrew (1937-) (12). Colin Renfrew ha sostenuto che i Proto-indoeuropei abbiano vissuto fra il VI ed il V mill. a.C. in Anatolia, donde si sarebbero irraggiati altrove – parallelamente all’agricoltura neolitica – non per trasferimento fisico, bensí per espansione culturale. 

C) Conclusioni

Una delle sciocchezze che si attribuiscono alla Gimbutas e agli altri che ne seguono gl’insegnamenti è che le <religioni> indoeuropee fossero dei culti patriarcali in opposizione a quelli matriarcali delle <religioni> pre-indoeuropee.  Questa contrapposizione, favorita indirettamente dalla scuola mediterraneista del Pestalozza & C., è assolutamente inadeguata, siccome il patriarcalismo ed il matriarcalismo hanno a che fare semmai con i cicli epocali e non colle etnie.  Ciò precisato, è chiaro che esiste una differenza fra i culti dell’età del Ferro e quelli dell’Età del Bronzo.  È la figura sofoclea di Edipo ad insegnarcelo, ovvero dell’Uomo incapace di comprendere il Padre (Urano, da lui ucciso… ossia trasformato in deus otiosus) e tutto proteso a venerare la Madre (Demetra), cui si ricongiunge… idealmente nei riti di fecondità e fertilità (13).  Per la verità l’ossequio al Padre Celeste risale all’Età dell’Oro.  L’Età del Bronzo vedeva di già un culto duodenario legato agli dei della pioggia, con un tredicesimo nel ruolo supremo.  L’archeologia spezzetta la presunta cultura proto-indoeuropea in una miriade di sottoculture, che è arduo associare ai veri Proto-indoeuropei: dal VI mill. in poi abbiamo la Cultura del Bug-Dnestr, di Samara, di Chvalinsk, del Dnepr-Donec, di Sredny Stog, di Majkop e di Jamna (14).  Analizzandole singolarmente, constatiamo unicamente che si tratta di culture sicuramente tra di loro intrecciate.  Come facciamo però ad esser sicuri che sono davveroquello che si pretende che siano?  Cosa hanno a che fare cogli studi letterari e mitologici degli indoeuropeisti in materia di Storia delle Religioni?  Praticamente nulla.  E come si fa allora a collegare quei ritrovamenti a tali studi?  Non può che essere un azzardo.

La Cultura di Bud-Destr ad esempio si è espansa per un millennio e mezzo (6500-5000) nelle praterie dell’Ucraina e della Moldavia, intorno ai fiumi Dnestr e alla parte meridionale del fiume Bug.  Si trattava, a giudizio di coloro che l’hanno messa in evidenza, d’una cultura venatoria e quindi cade il presupposto essenziale perché sia considerata una cultura aria.  Difatti non è stata rintracciata alcuna traccia d’agricoltura (15).  Attraverso la ceramica, che non compare all’inizio, si è notata un influsso della Cultura di Starčevo, proveniente dall’Europa Orientale e dai Balcani (16).  In quanto alla cultura di Samara, sviluppatasi presso il Volga fra il VI mill e l’inizio del V, è stata ritenuta di certo a torto dalla Gimbutas l’Urheimat proto-indoeuropea (17).  Su che basi non si capisce bene.  Forse per le sepolture a copertura di pietre o a cumulo di terra.  La Cultura di Chvalynsk (18), presso il Volga, è una continuazione di quella di Samara e sfocia nella Cultura di Jamna.   La Cultura del Dnepr-Donec era una dedita a caccia e pesca, alternata alla raccolta (19).  I defunti venivano inumati nei pozzi e ricoperti di ocra (20).  La popolazione era di tipo cro-magnôide, perciò non poteva trattarsi di iafeti (21).  Come volevasi dimostrare.  La Cultura di Srednij Stog (4500-3500) era localizzata fra i fiumi Dnepr e Don, a nord del Mar d’Azov.  Era coeva colla Cultura di Chvalynsk (22) ed ebbe contatti colla Cultura di Cucuteni-Trypillian (5500-2750), di tipo agrario, fiorita in una regione compresa fra parti delle attuali Romania, Ucraina e Moldavia (23).  La Cultura di Majkop (3500-2500)(24) è coeva alla Cultura di Jamna, un poco piú settentrionale. Appartiene alla Russia Meridionale, a ridosso del Caucaso, ed è influenzata dalla cultura di questa regione, la Cultura di Kura-Araxes o transcaucasica £400-2000)(25).  Infine viene la Cultura di Jamna (3600-2300), carattterizzata dalla tomba a fossa (pit-grave) ovvero della tomba ad ocra (ochra-grave), una cultura nomade con annessa qualche pratica agricola sulle sponde dei fiumi.  La sua particolarità è l’inumazione nei tumuli (kurgan)(26).  Continua la Cultura di Chvalynsk e quella di Srednij Stog e si estende poi nei Balcani.   Ribadiamo, tutto ciò non ha praticamente niente a che fare col problema dell’origine indoeuropea e poco con quello dell’espansione di tale etnocultura in Europa e in Asia.  A meno di dimostrazioni significative, che non ci pare siano ancora avvenute.  L’idea malloryana che i guerrieri dell’ascia da combattimento o della ceramica cordata fossero gli antenati dei popoli celtico-germanici e balto-slavi non ha alcun fondamento.  L’Ascia è di origine asiatico-ramaita, come insegna la figura indiana di Rama dell’Ascia (Paraśurāma), che non è legata agli Ari bensí ai Turi persiani, pre-iranici.   La teoria kurganica presuppone inoltre nel IV mill. il passaggio dai Balcani o dal Caucaso degli Hittiti in Anatolia, la formazione d‘un nucleo proto-indoeuropeo nell’Europa Orientale prima e successivamente il trasferimento di questo fino alla Scandinavia e alla Russia; la formazione da parte dei Tocari della Cultura di Afanasevo (3500-2500 (27), estendentesi fino in Mongolia ed in Cina, in Kazakistan e Tagikistan nonché presso il Lago d’Aral.  I legami indubbi colla Cultura di Andronovo (2000-1200) pongono tuttavia dei problemi irrisolti.  La stessa teoria suppone che nel III mill. i nomadi della steppa abbiano abbandonato codesto regime di vita per stanziarsi in zone ove vigeva uno stile di vita urbanizzato di tipo CABM (BMAC).  In tal modo sarebbe stata colonizzata l’Asia Centrale.  Per ragioni a noi ignote, quantunque il prof. Sarianidi abbia ipotizzato un cambiamento di clima dovuto ad avvenimenti calamitosi naturali, si sarebbero alfine spostati dapprima in India e poi in Iran.  Da qui in parte avrebbero invaso il subcontinente indiano sottomettendo i nativi ed imponendo il sistema delle caste, in parte si sarebbero spostati in Iran raggiungendolo all’inizio del I mill. a.C.  La dottrina hindu dei Vara, ad ogni modo, connette le classi a ben altro e non le  pone in relazione ad alcuna invasione o conquista.  In Europa la cultura dei tumuli avrebbe dato origine a quella dei campi d’urne.

Inutile aggiungere che in questo amalgama frazionato di sottoculture varie è difficile districarsi se non si è degli specialisti del settore.  Qualcosa di vero ci deve pur essere in questa ricostruzione, benché non ci convinca del tutto. Dato che non ne esiste una alternativa.  Vi è chi parla delle Vie dell’Ambra, ma questa discesa è tardiva.  Non si può immaginare che tali genti provenissero dalla Scandinavia in tempi preistorici.  Non ci sono basi per poterlo sostenere.  Tanto piú che i Germani stessi nelle loro tradizioni sostenevano di esser venuti da Asía.  I germanisti dichiarano che l’interpretazione di codesto termine come riferito all’Asia è solo un’interpretazione popolare, ma spesso la saggezza popolare risulta maggiormente profonda delle tesi accademiche. La pretesa superiorità del combattimento a cavallo da parte degli Ari, secondo gli storici dell’equitazione, non può essere avvenuta prima del periodo fra il 1100 ed il 1000 a.C.  In precedenza il cavallo sarebbe stato adibito al tiro del carro oltreché allevato per uso alimentare non meno dell’altro bestiame.  Abbiamo già espresso le nostre obiezioni a tale congettura, anche perché in questa maniera oltre a trasformare l’invasione aria in India in un avvenimento assai tardivo non si spiega la sottomissione degli indigeni al potere ario. Bisogna alfine ammettere che, nonostante tutto, il quadro degli avvenimenti ricostruito da tale teoria rimane tuttora molto confuso.

* * *

NOTE

(1)   Cfr. Wikipedia, l’Enciclopedia on line, s.v.: TEORIA KURGANICA.

(2)   Per un quadro dettagliato di quella che era la visione generale del problema indoeuropeo alla Fine del’Ottocento cfr. I.Taylor, The Origins of the Aryans– Bahri P., N.Delhi 1980 (I ed. 1889).

(3)   Wikip., s.v.: OTTO SCHRADER. 

(4)   Intens. di gabar (‘potente’).

(5)   R.Graves & R.Patai, I miti ebraici e critica alla Genesi- Longanesi 1969 (ed.or. Hebrew Myths. The Book of Genesis– Cassell, Londra 1964), §19.d, p.132.

(6)   Wikip., s.v.: VERE GORDON CHILDE.

(7)    V.G. Childe, The Aryans: A Study of Indo-Europeans Origin– P.Kegan, Londra 1926

(8)   Wikip., s.v.: GUSTAF KOSSINNA.

(9)   S.v.: MARIJA GIMBUTAS.  Le sue osservazioni sono state raccolte nell’opera postuma, a c. di AA.VV., The Kurgan culture and the Indo-Europeanization of Europe. Selected articles from 1952 to 1993- Institute for the Study of Man, Washington 1997.

(10)   S.v.: JAMES PATRICK MALLORY.

(11)   J.P. Mallory, In Search of the Indo-Europeans: Language, Archaeology and Myth-Thames & Hudson, Londra 1989.

(12)   Wikip., s.v.: COLIN RENFREW.

(13)   Il mito è spiegato in modo conveniente ed approfondito nel nostro Edipo e l’enigma della Sfinge tebana– Heliodromos N.S. (aut. ’98-inv. ’99), N° 15, Catania 1999, pp. 6-14.

(14)   Ibid. come alla 1.

 (15)   Wikip., s.v. CULTURA DEL BUG-DNESTR. 

(16)   S.v.: CULTURA DI STARČEVO.

(17)   S.v.: CULTURA DI SAMARA.

(18)   S.v.: CULTURA DI CHVALYNSK.

(19)   S.v.: CULTURA DEL DNEPR-DONEC.

(20)   Osservava in proposito il Prof. R. del Ponte (Pres. a c. di, L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991, pp. 6-7, n.5) che siffatta pratica – riferita dalla Gimbutas ai kurgan, non rientrava nel costume indoeuropeo ma piuttosto in quello mesopotamico.  Noi preferiremmo dire ‘turano’, cioè centrasiatico.

(21)   G.Acerbi, L’Isola Bianca e l’Isola Verde– Simmetria on line (N°41, apr. 2016), p.10/col.a.

(22)   Wikip., s.v.: CULTURA DI SREDNIJ STOG.

(23)   S.v.: CULTURA DI CUCUTENI-TRYPILLIAN.

(24)   S.v.: CULTURA DI MAJKOP.

(25)   S.v.: CULTURA DI KURA-ARAXES.

(26)   S.v.: CULTURA DI JAMNA.

(27)   S.v.: CULTURA DI AFANASEVO.

* * *

Articolo di Giuseppe Acerbi pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/2017/05/critica-alla-teoria-kurganica.html

 

PARASHU-RAMA E PERSEO

di Nuccio D’Anna

Lo studioso che voglia intraprendere l’analisi dei miti ellenici secondo una prospettiva tradizionale, si trova di fronte non un corpus organico cui appoggiarsi, ma una serie di narrazioni che in realtà sono semplici frammenti di una tradizione che sembra racchiudere tesori ancora inesplorati.
Attorno all’Vlll-Vl sec. a. Cr. l’Ellade assiste a dei rivolgimenti di tale portata da cambiare strutturalmente le basi sacrali su cui poggiava I’attitudine spirituale dell Elleno. Da questa attitudine, che potremmo definire “mitica”, si passa ad un tipo di esperienza umana dai pronunciati caratteri “laici”. Certo, elementi importanti dell’antica spiritualità restano nell’ambito dei Misteri, dell’Orfismo, del Pitagorismo etc., ma come staccati dal corpo centrale della religiosità ellenica. In realtà sembra che i mitologhemi dell’arcaica Ellade e non siano più capiti. E quando i poeti, i tragici e perfino Esiodo ci conservano elementi di tale religiosità arcaica, questo viene fatto senza la percezione diretta del simbolismo soggiacente alle narrazioni leggendarie e ai miti (1).

Tutto ciò è già evidente per il ciclo mitologico relativo alle divinità pre olimpiche, alle leggende rimaste su Helios, su Eos, su Orione, sui Giganti, la cui strutturazione complessiva pare alludere perfino a situazioni astronomiche oggi non più coglibili. Particolarmente colpite le narrazioni sui Titani, le cui leggende sembrano in realtà racchiudere un simbolismo presente presso altri popoli e in modo specifico presso qli indù, con tutto un aspetto simbolico di tipo cosmico-celeste. Tale per es. il ciclo dei due fratelli Atlante e Prometeo posti da Zeus a presidiare i due poli estremi del mondo, il primo ad ovest e ii secondo ad est, secondo un asse equinoziale che costituisce una precisa indicazione sull’esistenza nell’Ellade di dottrine sui cicli cosmici del tipo presente in lndia. Ciò che in questo mitologhema può interessare anche il nostro problema è che dei due fratelli, Atlante era consideralo il padre delle Esperidi, di Maia e delle Plèiadi, ossia di tutto un gruppo di divinità poste sempre ad occidente, mentre Prometeo addirittura era detto essere il padre di Deucalione, l’unico sopravvissuto al diluvio che distrusse la stirpe bronzea, grazie all’intervento del padre Prometeo che gli ingiunse di costruire l’arca sulla quale potè salvarsi. Aggiungeremo che le connessioni rilevate fra l’Occidente, la stirpe bronzea e il diluvio possono essere chiarite anche dalla considerazione sulla sorte di Menezio, il terzo fratello dei due titani, quello considerato più particolarmente tracotante e aggressivo a tal punto che Zeus col suo fulmine lo precipitò nell’Erebo, procurandogli così una fine non dissimile da quella attribuita, appunto, alla stirpe bronzea.

Il problema sì pone in termini diversi per l’india, la cui tradizione ha conservato nel modo più chiaro la dottrina dei cicli cosmici e in particolare quella degli avatâra, che ci interessa nel modo più diretto. Nel corso degli evi umani il dio Vishnu (che nella Trimurti indiana costituisce il principio della conservazione degli esseri e dell’intero universo) viene a “discendere” nella manifestazione “incarnandosi” in determinati esseri, ognuno dei quali non è altro che il simbolo di un principio spirituale, una “Qualità” divina dell’Avatâra Eterno provvidenzialmente inveratasi in una funzione spirituale. Le “discese” (avatâra) divine con una funzione cosmica sono tradizionalmente precisate nel numero di dieci, ma di esse a noi interessa considerare brevemente le prime cinque, Matsya, Kūrma, Varâha, Narasimha e Vamana, perché la 6a, Parashu-Râma, costituirà l’oggetto specifico del nostro studio. Volendo schematizzare al massimo, e restando su un tipo di interpretazione connessa ai problemi che noi dovremo trattare a proposito di Parashu-Râma, si può dire che i primi 5 avâtara si pongono: (¹°) dopo il mahapralaya accaduto fra il sesto e il settimo manvantara; (²°) la conseguente strutturazione di una diversa situazione astronomica; la nuova sede boreale (³°); gli eventi che hanno contrassegnato la distruzione di quella sede (⁴°) e i trasferimenti in sedi circumpolari (5°) di quella che i Purânas chiamano Hamsa, il “popolo del cigno” della sede boreale. Nella nostra trattazione cercheremo di far vedere come anche nell’Ellade almeno una figura eroica possa simbolizzare la stessa realtà “avatârica” espressa in India da Parashu-Râma, la 6a  “discesa-incarnazione” di Vishnu. II raffronto che faremo potrà mostrare  elementi insospettabili ed indicare una direzione di ricerca per troppo tempo  trascurata, anche a causa dell’ignoranza manifesta dei simboli indiani da parte dei “classicisti” e dei simboli ellenici da parte di orientalisti miopi. 

* * *

Cosi come il Bhâgavata-purâna presenta la storia di Parashu-Râma, questa “discesa” del dio Vishnu non è altro che la raffigurazione simbolica della lotta sostenuta per un periodo di tempo puttosto lungo dai Brâhmana contro la casta kshatriya, quando costoro pretesero di sostituirvisi e di assumerne in proprio I’autorità spirituale. Essa, inoltre, apre la serie delle tre “discese” eroiche del dio Vishnu, che vedranno via via dopo Parashu-Râma il cavalleresco Râma-Chandra appartenente alla Sûrya-vamsha, la “stirpe solare”, e Krishna, “il Nero”, della Chandra-vamsha, la “stirpe lunare”. La lotta intrapresa da queste tre figure eroico-divine contro i nemici dei detentori della sapienza divina, ci introduce in eventi dalla durata di più secoli, il cui svolgimento è stato contrassegnato da particolari cambiamenti della situazione celeste, in coincidenza di sedi diverse occupate dai detentori della sapienza tradizionale, fino a concludersi nell’attuale tradizione indù che in modo specifico è il risultato di queste tre “discese” divine.

La storia di Parashu-Râma comincia con la visita del re Kartavirya degli Hahihaya all’ashram del saggio Jamadâgni, il padre dell’eroe indiano. Nonostante i grandi onori di cui era stato fatto oggetto, il re cerca di impadronirsi della “vacca dell’abbondanza” (Kâma-dhemu), la “pianezza sapienziale” che appartiene in proprio alla casta Brâhmana. Inoltre, oltraggio su oltraggio, contravviene alle regole dell’ospitalità stabilite dal rigido canone sacerdotale insultando la pia Renukâ, la moglie dell’asceta. Per punire questo primo atto di prevaricazione e di arroganza, Parashu-Râma sfida il re Kartavirya “dalle cento braccia” e lo uccide. A loro volta i figli del re invadono l’ashram di Jamadâgni e, con una azione che la tradizione indù in ogni tempo ha considerato come una delle più empie possibili, uccidono il saggio asceta. Parashu-Râma allora giura di sterminare gli kshatriya e, in una guerra durata 21 anni, ne uccide “tre volte sette”, permettendo tuttavia alle loro vedove di risposarsi con i Brâhmana e ricostituire così una casta kshatriya riconsacrata. 

Così come viene presentato dalla tradizione, Parashu-Râma appare non come un personaggio storico determinato ma come una “collettività sapienziale’ che nell’eroe ha voluto simbolìzzare tutta una serie di eventi e di azioni intraprese per la salvaguardia della tradizione spirituale della quale essa stessa era la depositaria e la custode. Anzi, come si vedrà meglio in seguito,  tutta I’azione di rettificazione di cui qui è questione, non può necessariamente porsi che parecchio tempo dopo la fine del Krita-yuga, in coincidenza di squilibri inerenti al popolo che occupò un continente oggi scomparso. Lo stesso attributo di Râma, Parashu = dalla “doppia ascia”, esprime perciò non tanto un’attribuzione estrinseca, quanto una precisa determinazione sacrale, una funzione spirituale espletata da quell”entità divina” “discesa” a combattere contro i portatori del disordine. Tale funzione è caratterizzata dall’arma di Râma, la “doppia ascia” di pietra dono del dio Shiva, che è un simbolo della folgore celeste. Perciò stesso simbolizza la “presenza” divina che regge i vari mondi e, in virtù della propria natura “solare”, interviene provvidenzialmente a rettificarne il corso. La sua stessa forma poi, non riproduce altro che le due metà del corso annuale del sole, “tagliato” dall’asse solstiziale nord-sud, come secondo le più svariate tradizioni spirituali dell’Umanità che qui, nel caso di Parashu-Râma, vengono fatte risalire addirittura ad un’origine iperborea. 

Il nemico per eccellenza di Parashu-Râma è il re Kartavirya, tipica personificazione della protervia e dell’arroganza della casta guerriera quando questa è disgiunta dal sacro. Egli è caratterizzato da “cento braccia”, un’attribuzione che richiama la natura proteiforme degli esseri elementari e dei tanti “mostri” che sbarrano la strada ai legittimi detentori della vera spiritualità. Tale aggettivazione inoltre, sembra in qualche modo simile non casualmente a quell’espressione esiodèa che voleva gli uomini dell’età del bronzo caratterizzati da una forza grandiosa, da mani invincibili e da un corpo gagliardo, mentre il loro comportamento è “terribile”, “violento” e” spaventoso”. L’empietà di Kartavirya viene espressa in due momenti: il furto della  “vacca dell’Abbondanza” e I’oltraggio a Renukâ, la moglie del rishi, che sottolineano un’idea similare. Kâma-dhemu infatti, è propriamente “la pienezza sapienziale”, equivalente alla Vacca-Luce dai “sette raggi” (sapta gavah) del Rig-Vêda, che le posteriori dottrine soteriologiche interpreteranno come la Coscienza Infinita, la Consapevolezza presente in ogni essere della manifestazione. Renukâ, poi, la moglie di Jamadâgni, è la sua shakti, ossia contemporaneamente la sua “sposa” e la sua “potenza”. La “vacca” e la”moglie” esprimono perciò i due aspetti di ogni vera spiritualità che appartengono in proprio ai Rishis primordiali, che I’empio re cerca di far propri “rubandoli” e sostituendosi così ai legittimi rappresentanti. 

Tuttavia I’episodio che scatenerà la guerra è I’occupazione, da parte dei figli del re ucciso, dell’ashram del rishi Jamadâgni e la sua uccisione che, come abbiamo visto, è un’azione considerata in ogni tempo in India come una delle più empie possibili. Tale misfatto, consumato in assenza di Parashu-Râma; ha un suo preciso significato, simbolizza una prevaricazione tesa a sostituire i rishis nella loro stessa sede. Ora, nella tradizione indù i rishis – termine questo che poggia su un radicale che esprime un’idea di “luce”e di “splendore” – sono simbolizzati dal “cinghiale”, ossia da una delle forme assunte da Vishnu nella sua “discesa” nella manifestazione. E siccome Vishnu in tale attitudine “provvidenziale” è identificato al Sole, anche qui abbiamo lo stesso simbolo legato alle “luci” che si inverano nel mondo e lo “illuminano”. L’azione dei figli di Kartavirya perciò non può essere intesa come una semplice vendetta, ma come una prevaricazione tesa a sostituire ai “cinghiali”(= “luci”) primordiali, quelli che la tradizione ci ha dato come le Orse in rivolta. Viceversa, tutta I’azione di Parashu-Râma si presenta come un intervento rettificatore teso a ricostituire le basi di una civiltà tradizionale. Lo stesso tempo indicato dai testi per compimento dell’opera dell’Eroe pare così non essere altro che I’equivalente di un “eone”, di un tempo conchiuso in sé e  perfetto, in relazione alla dottrina dei cicli cosmici e in particolare alla durata  della precessione degli equinozi. Quest’ultimo rilievo va cosi a completare  quanto detto precedentemente a proposito della “doppia ascia” di pietra di Parashu-Râma e del simbolismo solstiziale che le è proprio, perciò con le “stazioni del sole” che parimenti contrassegnano lo svolgimento ciclico.

* * *

Figlio di Zeus e di Danae, secondo la tradizione Perseo dopo il concepimento in una tomba di bronzo, assieme alla madre era stato rinchiuso in un’arca e posto sulle acque. Questa fu avvistata da un pescatore che la scambiò per un grosso pesce, ossia uno dei simboli più antichi dell’umanità, che la tradizione indù pone addirittura all’inizio stesso del nostro manvantara. Il nome di Perseo si lascia scomporre nei suoi elementi costitutivi-base PRS che secondo “Geticus” (autore di una serie di studi di vario valore sulla Dacie hyperboréenne, “Etudes Traditionnelles”, 1936-37) (2) sono gli stessi che è possibile riscontrare nel termine sanscrito PaRaShu, dove ha una funzionalità semantica identica a quella del termine greco. Aggiungeremo che il  procedimento esegetico utilizzato da “Geticus” per spiegare il rapporto PaRaShu-PeRSeo è identico a quello utilizzato da René Guénon per individuare la radice dei termini Kronos e Karneios, KRN. ll nome dell’Eroe ellenico perciò, non sarebbe altro che la “razionalizzazione” di un appellativo che precedentemente era servito per designare una funzione spirituale, il quale poi venne riferito ad un personaggio nel punto in cui non fu più compreso nella sua realtà simbolica.

Abbiamo detto che la tradizione ci dice che Perseo era figlio di Danae e di Zeus. Questi, per poter entrare nella stanza sotterranea nella quale era stata rinchiusa la futura moglie, si era trasformato in pioggia aurea. Zeus è il sovrano di un ciclo spirituale già lontano dalle origini, susseguente la fine dell’età aurea e in connessione con un ciclo cosmico certamente più ridotto di quello di Kronos/Saturno. Tutto ciò può essere comprovato anche da un fatto generalmente poco notato: se si moltiplica la durata del percorso sidereo del pianeta Giove di 12 anni per i 360 gradi del cerchio cosmico, si otterrà la cifra di 4320 anni. Rapportando tale cifra alla durata di un semiperiodo della precessione degli equinozi (= 12960) come era usuale in Grecia, si otterrà una “stagione cosmica” delle tre nelle quali si divideva I’anno in un tempo in cui i progenitori degli Elleni abitavano una regione che tali dati ci dicono non già, polare, ma circumpolare. Ora, è questo precisamente quello che indica il Rig-Vêda quando parla delle “tre terre e dei tre cieli”, oppure delle “tre splendenti regioni celesti” , che poi non è altro che un aspetto del simbolismo compreso nella 5a “discesa” dell’aureo Vishnu quando, sotto la forma di  Vamana-avatâra, “misura” il mondo con i suoi tre passi (= trivikrama) e ristabilisce I’ordine cosmico. 

Tutto ciò ha una sua corrispondenza nel mito ellenico. Il ciclo mitologico di Perseo, infatti, ha inizio con la strana guerra dei due gemelli Acrisio e Preto per la sovranità su Argo. Già tale guerra ha un suo parallelo con quella dei fratelli Atreo e Tieste, quando Zeus intervenne in aiuto del primo cambiando perfino il corso delle stelle, fino a spingere le Pléiadi dove sono attualmente – un’eco di questi avvenimenti fu conservato da PLATONE, Pol., 269A e sgg. La città per cui litigano i due fratelli è Argo, la “città bianca”, dato che tale termine è identico a quello dell’aggettivo argos, “bianco”, con la semplice differenza di accentazione. Questo riferimento appare perciò come il frutto di una precisa scelta, dato che “Argo” è uno dei termini con cui veniva intesa la sede boreale da cui trae ad essere il ciclo che stiamo studiando. Ma C’è di più. La tradizione pone il mitologhema di Perseo almeno in tre occasioni in rapporto a cambiamenti della situazione cosmica; 1) durante la guerra fra Acrisio e Preto fu inventato lo scudo rotondo, quello stesso che fu appeso ad un cippo a ricordo della guerra; 2) al piccolo Perseo cade di mano una palla; 3) alla fine di tanti combattimenti Perseo uccide incidentalmente il nonno Acrisio, colpendolo con un disco. Sono, questi, tre simboli che ci dicono il tempo in cui situare I’azione di Perseo. Qui, infatti, si tratta di alterazioni della volta cosmica che hanno portato a cambiamenti della stessa strutturazione dell’equatore celeste, con la nascita di un nuovo piano equatoriale e di un nuovo axis mundi. La lotta per Argo perciò, pare coincidere con un tempo preciso collocabile già dopo la fine dell’età aurea e I’inizio di un nuovo ciclo, mentre I'”azione” di Perseo pare non limitarsi a questi fatti, ma si dispiega anche in tempi successivi per una durata di molti secoli, in una curiosa sintesi del simbolismo compreso in Vamana-avâtara e in Parashu-Râma, rispettivamente 5a e 6A “discesa” di Vishnu, comunque in rapporto all’istituzione di nuovi centri spirituali sulla cui importanza nel mito di Perseo avremo da tornare.

L’arma che Perseo utilizza per compiere le sue straordinarie imprese è la harpe, la “falce” con la quale egli staccherà la testa della terribile Medusa. La harpe si ritrova nel ciclo precedente legato ai Titani, poiché è proprio quella che Kronos utilizzerà per colpire il padre Urano, restando poi come uno dei simboli più caratteristici di Kronos/Saturno. Il fatto che tale arma dalle caratteristiche cosmiche – come la “doppia ascia” di Parashu-Râma – si trovi adoperata da Perseo può perciò significare solo che qui ci troviamo di fronte ad una forma tradizionale che continua, riadattandolo, un ciclo precedente ormai definitivamente concluso. 

Per le sue caratteristiche questa arma divina può essere accostata alle varie armi che presso diverse tradizioni gli dèi o gli eroi utilizzano per ristabilire I’ordine cosmico. Tale il Miollner di Thor, oppure la “doppia ascia” di pietra di Parashu-Râma, le quali poi non sono altro che un simbolo della folgore che in un suo aspetto è in relazione col “fuoco celeste”, e con gli attributi di “provvidenzialità” che in diverse tradizioni sono propri del Sole e in India di Vishnu. Quest’ultima considerazione può farci capire un altro particolare del mito di Perseo. Nell’unico fr. Delle Forcìdi di Eschilo giunto fino a noi, è detto che “egli penetrò nella caverna [delle Gorgoni] come un cinghiale”, ossia con un’attribuzione che possiamo ritrovare in altri miti ellenici (nel cinghiale bianco di Calidonia: nel mito di Achille etc.), ma il cui valore simbolico sembra non essere stato più compreso nell’Ellade storica. In India il cinghiale (Varâha) è il simbolo che si ritrova come la 3a “discesa” di Vishnu, Varâha-avâtara, mentre tutto il nostro kalpa è designato come Swêta-vâraha-kalpa. Il “ciclo del cinghiale bianco”. Il Guénon, inoltre, farà notare che la stessa “terra sacra” polare, la sede del centro spirituale primordiale del nostro manvantara, è chiamata Varâhi, la “terra del cinghiale”. Varâhi è propriamente un aspetto della shakti (= sposa-potenza) di Vishnu, quella più particolarmente in relazione con I’aspetto “solare” (e perciò “provvidenziale”) di Vishnu, che esprime il suo inveramento nella manifestazione, la Pritvi-Lakshmi, I”’archetipo” della manifestazione corporea. perciò per eccellenza la “terra boreale” che contiene in principio tutte le possibilità della manifestazione spaziale del nostro manvantara. È per questo motivo che i “cinghiali” sono identificati ai Rishis vedici e alle sette stelle del Gran Carro, ossia ai Detentori della Sapienza primordiale che sono propriamente le “luci” che ne trasmettono I’essenza nel corso dei diversi cicli. 

Questa relazione del cingniale-Perseo con la “terra boreale” è pure’ presente nell’Ellade. Pindaro dirà che Perseo si recava spesso nell’lperborìde, la mistica terra dell’estremo nord, identica alla Varâhi indù. Il termine sanscrito, infatti, poggia sulla radice var, I’esatto equivalente dell’ellenico bor, da cui si forma “Borea”, la “terra del cinghiale” posta, appunto, all”’estremo nord”. Nello stesso modo, perciò, in cui Parashu-Râma non fa che esplicare una funzione spirituale derivata da quella dei Detentori (= “cinghiali” = Rishis) della Sapienza primordiale, così Perseo attualizza una “presenza” divina che il mito ellenico ci sta dicendo qui in rapporto all’iperboride. 

L’impresa più caratteristica di Perseo è la lotta contro le Gorgoni, il “nemico” per eccellenza. le divine sorelle delle quali due erano immortali ed una mortale. Erano figlie di Forco, il “vecchio del mare” da cui era nata Echidna, la “serpe” che aveva per fratello Ladone, il “drago” o “serpente”, col quale veniva posta in connessione una terra ad Occidente su cui avremo da tornare. Quello che può essere ritenuto importante in questa genealogia è il fatto che Echidna è ritenuta anche la madre di Orthros, I’esatto equivalente ellenico dell’indiano Vrtra, “colui che avviluppa”, il drago che il dio Indra ucciderà in 360 giorni (= un intero ciclo cosmico) ridando cosi un nuovo ordine al cosmo. 

Tutta questa congerie di esseri elementari dalle attribuzioni sovrapponibili ed estremamente similari, appartiene al ciclo titanico che ha preceduto quello olimpico. Essi, tutti insieme, così come ci vengono dati dalla tradizione, sembrano personificare le forze del caos e del disordine la cui distruzione è indispensabile per ristabilire un nuovo ordine cosmico. Le Gorgoni in particolare hanno una specificità che risalta dai loro nomi: Steno, Euriale e Medusa sono tutti nomi che hanno relazione col mare, mentre lo stesso termine collettivo che le designa esprime un’idea similare. Venivano descritte come particolarmente orribili, tali da “pietrificare” chiunque le guardasse. A parte i serpenti posti sulla testa, che riprendono un motivo presente in Echidna, Ladone e Orthros, venivano loro attribuite “mani di bronzo” e “zampe di cinghiali”. E’ questa la precisa “signatura” della loro appartenenza al ciclo dei “giganti” che la tradizione pone sempre in relazione con un continente scornparso posto sul mare ad Occidente, mentre il cenno alle “zampe di cinghiali” quale attributo di esseri elementari e del disordine, è tipico della casta guerriera in rivolta contro i legittimi detentori della sapienza sacra. Il Guénon a questo proposito ha dimostrato che il simbolismo della casta guerriera è femminile, perché i guerrieri hanno in proprio un tipo di spiritualità che procede da Prakriti, ossia dalla “potenza primigenia” da cui si origina ogni aspetto della manifestazione. Ora, secondo la notizia dataci da Pausania e da Diodoro Siculo, le Gorgoni anticamente sarebbero state “donne guerriere” che, nel linguaggio razionalistico di questi autori, non è che un modo per esprimere la loro appartenenza al ciclo dell’età del bronzo e perciò ad Atlantide e ai “giganti” prediluviali, ossia ancora a quei guerrieri in rivolta contro l’autorità dei brâhmana, sterminati da Parashu-Râma. 

La sola ad essere Mortale tra le Gorgoni è Medusa, quella che sembra aver personificato tutti gli attributi che appartenevano collettivamente alle tre sorelle, e che Omero ci descrive come “gigantesca”. Delle tre sorelle è il suo nome quello più in relazione con la “sovranità”(come il re Kartavirya del ciclo indù), ma una sovranità che pare essere labile a causa della sua natura 
mortale. Per poter recidere la testa di quest’essere, Perseo è guidato da Athena (la “sapienza” divina) che lo protegge e gli dà la “falce” con la quale I’Eroe staccherà la terribile testa-come la “doppia ascia” di Parashu-Râma, donata all’eroe da Shiva. E’ questo un punto fondamentale per la nostra argomentazione: Perseo è sempre in armonia con la sapienza divina, è “guidato” da essa, mentre i suoi nemici sono per eccellenza “ribelli” che, come tali, hanno scatenato il caos e il disordine. Nel loro essere e nella loro azione costoro sembrano aver trasformato la “potenza”, che è inerente alla loro “vocazione” guerriera, in puro tumulto e perciò in ribellione.

Dal collo della Medusa fuoruscirono il cavallo alato Pegaso e I’eroe Crisaore, quest’ultimo forse una specie di “doppio” di Perseo che avrà un ruolo insignificante nella mitologia ellenica e il cui nome sigifica “dall’arma dorata”. Il cavallo bianco è un simbolo abbastanza diffuso e in India è rinvenibile come veicolo specifico del Kaikin-avatâra, la 10a “discesa” di Vishnu che alla conclusione dei tempi metterà fine all’empietà e preparerà un nuovo ciclo cosmico. Nella tradizione di Parashu-Râma però, troviamo il furto, da parte dell’empio re Kartavirya, della “vacca dell’abbondanza” (Kâma-dhemu) che simbolizza la “pienezza· sapienziale”. Per i suoi attributi il simbolo ellenico non è sovrapponibile a quello indù, tuttavia resta il fatto che Pegaso fuoriesce dal collo della Medusa come se finalmente potesse riacquistare una sorta di libertà, quasi che la Medusa (= la “sovrana”) si fosse appropriata di qualcosa che non le apparteneva e che semplicemente stava custodendo. 

Un altro ciclo di leggende può contribuire a sviluppare tutta questa serie di problemi. Nel suo peregrinare Perseo giunge in Etiopia dove regnano Cefeo e sua moglie Cassiopea. A causa dell’empietà di costoro, il dio Poseidone aveva mandato per devastare il paese un mostro marino “con una testa di cinghiale”. Per poter arrestare tale calamità Cassiopea lega ad una rupe la 
figlia Andromeda per immolarla al mostro e ridare pace e fertilità all’Etiopia. Il termine “etiopia” deriva dalla radice aith-col significato di “bruciare”, ma anche di “splendere”, dato che qui la radice aith- è quella propria ad un fuoco che “brucia”. Essa si riferisce non ad un paese abitato da popoli di razza nera, ma ad uno popolato da una razza rossa che il simbolismo spaziale pone sempre ad Occidente, come d’altronde ci dice esplicitamente la tradizione che vuole Poseidone come il dio proprio degli Etiopi, percià stesso assimilati agli Atlantidi. Ciò che puo aiutare a capire questo punto è il fatto che la razza rossa è detta abitare quella “terra del Toro’ di cui è questione presso diverse tradizioni, sulla quale per es. nel mitologema di Zeus ed Europa si hanno elementi abbastanza chiari. La tradizione ellenica ci dice precisamente che Europa era figlia del re Fenice (phoinix = “porpora”), il “rosso”. Il cui radicale ritroviamo ancora in phoinios, “rosso” e, riferito ai raggi del sole al tramonto, phoinos, “rosseggiante”. 

La figura di Cefeo (che almeno secondo una versione del mito risulta essere figlio del re Fenice) è piuttosto sbiadita, non ha rilievo e sostanzialmente sembra essere una specie di opaco riferimento per una narrazione che in realtà intende evidenziare il ruolo di Cassiopea, la “basilissa”, la “regina” che in arcaiche raffigurazioni della volta celeste siede su un trono formato da conchiglie, con i piedi che toccano il circolo polare, mentre un po’ più lontano si trova Coetus, il mostro marino, forse una balena che devasta I’Etiopia. Il mito ci dice che fu l’arroganza di Cassiopea a provocare l’ira degli dèi, la sua pretesa di essere la più “bella” un attributo, questo, che è compreso nel termine kosmos. E’ l’empietà tipica dei re in rivolta, della casta guerriera (che abbiamo visto avere in proprio un simbolismo femminile) che non riconosce più I’autorità spirituale o, peggio, attribuisce a se stessa tale autorità. Ora, le tradizioni di tanti popoli pongono tale rivolta in rapporto proprio al continente di Atlantide e alla razza rossa che lo popolava, mentre nell’Ellade essa viene specificata nel modo migliore nel mitologhema della caccia a certi cinghiali, oppure nel presentare tale simbolo associato all’idea del caos, così che si ritrova proprio nel mito di Perseo, nella balena “a testa di cinghiale” che egli uccide, liberando però Andromeda, che nei termini della tradizione indù non è altro che la sua shakti = la “sposa-potenza”.

Secondo i dati frammentari del ciclo di Perseo a noi giunti, si può affermare che le sue vittorie introducono un nuovo ciclo cosmico, probabilmente in relazione alla distruzione di Atlantide, la quale all’inizio, prima della ribellione di cui abbiamo parlato, era un centro regolare “emanato” da quello polare, un suo riflesso che ne adattava la spiritualità, spesso riproducendone i simboli. Alla distruzione di tale centro (ormai diventato elemento di infezione e di disordine) e ai cambiamenti astronomici relativi allude probabilmente la conclusione del mitologhema di Perseo. Dopo tante avventure I’Eroe torna ad Argo e qui uccide incidentalmente lo zio Acrisio colpendolo alla coscia con un disco. Il Guénon ha spesso rilevato che il termine greco per “coscia” mêros, non fa che riprodurre foneticamente la Montagna cosmica degli indù, il Mêru, I’Axis Mundi, secondo una curiosa assimilazione che può trovare una sua spiegazione nelle leggi compositive delle lingue sacre. Il “disco”, poi, non è che un simbolo dell’equatore celeste che si sposta e “colpisce” I’axis mundi, determinando una nuova strutturazione celeste. Aggiungeremo che sono forse tali cambiamenti che hanno determinato riferimenti astronomici nuovi, ai quali allude la situazione celeste delle costellazioni Cefeo, Perseo, Andromeda, Cassiopea e Coetus, ossia di alcuni protagonisti della “discesa” divina simbolizzata dall’Eroe ellenico. 

Resti del tempio di Sturno, oggi.

* * *

Note

1) Abbiamo analizzato questo periodo di passaggio in N. D’ANNA, La religiosità arcaica dell’Ellade, Edizioni Culturali internazionali di Genova (ECIG), Genova 1986 2a ed., che è bene aver presente per capire quanto diremo in questo studio. Sui cicli cosmici, cfr N. D’ANNA, Virgilio e le Rivelazioni divine, cap ⅠⅠⅠ (“I cicli cosmici e il regno di Saturno”), ECIG, Genova 1989, pp 49-68.

2) Circa ogni valutazione o utilizzazione del pensiero di “Geticus”  lasciamo al nostro collaboratore ogni responsabilità, dal momento che già piú volte la nostra rivista si è espressa molto negativamente (n.d.R).

* * *

Articolo di Nuccio D’Anna “Parashu-Rama e Perseo” – Pubblicato in: Arthos, n. 33-34 – 1989/1990

 

 

KALI-YUGA: L’ “ETÀ OSCURA”

Dopo aver riassunto la dottrina tradizionale delle quattro età dell’umanità, vediamo come Evola, sulle pagine di Regime Fascista, descriveva l’ultima di queste età, il famoso kali-yuga, l’età oscura, argomento decisamente inflazionato, su cui molti (troppi) hanno scritto e scrivono, spesso a sproposito, sotto l’influenza dei deliri neo-spiritualistici in salsa new-age o simili. Questo articolo fu pubblicato il 24 gennaio del 1934, e poco tempo dopo sarebbe stato pubblicato per l’editore Ulrico Hoepli di Milano il capolavoro di Evola, “Rivolta contro il mondo moderno”. Evidentemente Evola stava lavorando alla sua opera da tempo, e quest’articolo (la cui riproposizione integrale e originale costituisce pertanto, probabilmente, un inedito) introduceva ad un argomento che in effetti fu ripreso, come noto, nell’appendice finale di “Rivolta”. E’ inoltre interessante notare che sul “Roma”, il 14 gennaio 1954, Evola pubblicò l’articolo “Il Mondo è piombato in un’età oscura”, che riprendeva proprio l’articolo apparso praticamente venti anni prima sul “Regime fascista”. Si tratta di uno degli innumerevoli casi in cui Evola riutilizzò e rielaborò materiale già pubblicato in precedenza per successivi articoli. Pertanto, nelle note a fondo pagina, analizzeremo le differenze più interessanti, più significative o anche semplicemente più curiose tra le tre versioni di questo scritto, quello appunto uscito sul “Regime Fascista”, quello che poco dopo costituì l’appendice di “Rivolta”, e quello dell’articolo uscito sul “Roma”. Differenze legate alla traduzione e all’interpretazione dei passi della celebre descrizione dell’età oscura contenuta nel Vishnu-purâna, su cui Evola basò il suo commento, inserendo appunto dei brevi commenti al testo induista, che subiranno modifiche in alcuni casi irrilevanti (e pertanto da noi assolutamente tralasciate), altre volte più significative o, appunto, particolari. Non si tratta di uno sterile esercizio di stile, di mero accademismo fine a sé stesso, ma di un tentativo, ci auguriamo interessante, di analisi delle scelte lessicali, con implicazioni talora solo formali, altre volte più sostanziali, di Evola.

***

di Julius Evola

tratto da “Regime fascista” del 24 gennaio 1934

I più conoscono il mito narrato da Esiodo, e poi passato nella tradizione romana, concernente le quattro età del mondo: età dell’oro, età dell’argento, età del rame e età del ferro. Però non è parimenti noto a tutti che questa concezione trova singolari e significative corrispondenze in molte altre tradizioni, concordi nel prevedere, per l’umanità, non solo una specie di caduta progressiva da uno stato primordiale di alta spiritualità e di «solarità», ma anche, e appunto, quattro grandi tappe o fasi di siffatto processo involutivo.

Fra tutte, la tradizione indo-ariana è quella che ci si offre in più esatta corrispondenza con l’insegnamento di Esiodo. Qui le età prendono il nome di yuga, son parimenti quattro, e il senso della storia ultima sarebbe uno scender da una età dell’«essere» o della «verità» – satya-yuga – fino ad una età oscura: kali-yuga. Essa si trova nel Vishnu-purâna, un trattato i cui elementi risalgono ad un dipresso all’inizio dell’era cristiana, riprendendo però temi già formulati in testi che indietreggiano ad un dipresso, a circa tremila anni or sono. I luoghi che ci interessano sono, nel Vishnu-purâna, il c. 24 del libro IV e il c. I del libro VI. Noi ci rifacciano alla traduzione inglese curata da H. H. Wilson (London, 1868) e ci limiteremo ad aggiornare la terminologia ai tempi, aggiungendo solo fra parentesi le più visibili corrispondenze. Ecco dunque, in termini autentici, l’antica profezia riguardante l’«età oscura»:

Razze di servi, di fuori-casta e di barbari si renderanno padroni delle rive della terra indù (1)… I capi (di questa éra) che (allora) regneranno sulla terra, come tempre violente… si impadroniranno dei beni e dei loro soggetti. Limitati nella loro potenza, i più sorgeranno e precipiteranno rapidamente. Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri ed essi quasi ignoreranno che sia la pietà. I popoli dei vari paesi, mescolandosi ad essi ne seguiranno l’esempio”. Si tratta di quelle nuove invasioni barbariche, cioè della colonizzazione europea del mondo (2) con conseguente immissione del virus del materialismo e della selvaggia volontà di potenza propria al mondo occidentale in civiltà ancora fedeli e millenarie, sacre tradizioni (3).

La casta prevalente sarà quella dei servi” (epoca proletario-socialista: bolscevismo) (4). “Coloro che posseggono abbandoneranno agricoltura e commercio e trarranno da vivere facendosi servi o esercitando professioni meccaniche” (proletarizzazione e industrializzazione). “capi, invece di proteggere i loro sudditi, li spoglieranno e sotto pretesti fiscali ruberanno le proprietà alla casta dei mercanti” (crisi della proprietà privata e del capitalismo, statizzazione bolscevica della proprietà) (5). “La sanità (interiore) e la legge(conforme alla propria natura) (6) diminuiranno di giorno in giorno finché il mondo sarà completamente pervertito. Solo gli averi conferiranno il rango” (la quantità di dollari, si direbbe in America) (7). “Solo movente della devozione sarà la preoccupazione per la salute materialesolo legame fra i sessi sarà il piacere, sola via di successo nelle competizioni sarà la falsità. La terra sarà venerata solo per i suoi tesori minerali” (industrializzazione rurale, morte della religione della terra) (8). “Le vesti sacerdotali terranno il luogo della dignità del sacerdote. La debolezza sarà la sola causa del dipendere (9) (viltà e mancanza di onore nelle gerarchie utilitaristiche dei passati regimi) (10). “Una semplice abluzione (priva della forza del vero rito) sarà sinonimo di purificazione” (si è oggi ridotta a troppo più la pretesa salutifera dei sacramenti?) (11).

La razza sarà incapace di produrre nascite divine. Deviati da miscredenti, gli uomini si chiederanno insolentemente: ‘Che autorità hanno i testi tradizionali? Ma che sono questi Déi, che è la superumanità solare (brâhmana)?’ (12). “L’osservanza delle caste, dell’ordine e delle istituzioni(tradizionali) decadrà nell’età oscura. I matrimoni in questa età cesseranno di essere un rito e le norme connettenti un discepolo ad un Maestro spirituale non avranno più forza. Si penserà che chiunque per qualunque via possa raggiungere lo stato dei rigenerati(è il livello democratizzante delle pretese moderne alla “spiritualità”) (13) gli atti di devozione che potranno ancora esser eseguiti non produrranno alcun risultato (vanità della religione umanizzata e irrealizzata) (14).

Ogni ordine di vita sarà uguale promiscuamente per tutti” (15). “Colui che distribuirà più danaro sarà signore degli uomini e la discendenza familiare cesserà di essere un titolo di preminenza” (“superamento” della nobiltà tradizionale, plutocrazia) (16). “Gli uomini concentreranno i loro desideri sull’acquisizione, anche se disonesta, della ricchezzaOgni specie di uomo si immaginerà di essere pari ad un brâhmana” (pretese prevaricatrici del “libero” esame e della “libera” cultura accademica; arroganza della ignoranza erudita) (17). “La gente quanto mai avrà terrore della morte e paventerà la penuria: solo per questo essa conserverà (un’apparenza) di cielo (senso dei residui religiosi ancora presenti fra la plebe moderna) (18).

Le donne non seguiranno gli ordini (19) dei mariti o dei genitori. Saranno egoiste, abiette, discentrate e mentitrici e sarà a dei dissoluti che esse si attaccheranno. Esse diverranno semplicemente oggetti di soddisfacimento sessuale”.

L’empietà prevarrà fra gli uomini deviati dall’eresia e la durata della loro vita sarà conseguentemente più breve”(20).

Non diversi i tratti dell’«età oscura», secondo il Vishnu-purâna. Resta ai lettori giudicare della loro … attualità o meno: cosa, peraltro, non facile, inquantochè per prima cosa bisognerebbe avere il giusto senso del punto di riferimento dal quale queste profezie son state formulate. Non è facile impresa, infatti, far concepire ai più che cosa – di là dal mito – l’uomo tradizionale poteva intendere quando parlava degli stati d’esistenza propri p. es. ad una «età dell’essere» o «età solare». Ciò che volgarmente, un’eco scolastica, si pensa dell’età aurea come età naturalistica di ozio e di ignavia, non ha, p. es., il menomo punto di riferimento col vero insegnamento tradizionale in proposito.

L’insegnamento del Vishnu-purâna, oltre la suddetta descrizione, comprende due punti che vale la pena accennare. Il primo, riguarda una specie di legge di compensazione. Esiodo, dinanzi allo spettacolo dell’età del ferro, esclamava: “Potessimo non esservi mai nati!” Invece nel Vishnu-purâna si dice quasi: “Beati coloro che vi son nati!” – in questo senso: che coloro che nell’età oscura, malgrado tutto, riescono a tener fermo nei valori dello spirito e dell’interiore dignità, conseguirebbero un frutto invisibile ben più alto e vasto di quello possibile in altre età a parità di sforzo. La visione crepuscolare dei tempi ultimi ha dunque una controparte positiva. «Pessimismo eroico» — direbbe un Nietzsche (21).

Il secondo punto si riferisce ad una profezia ulteriore, relativa alla fine della «età oscura». Le quattro età, in effetti, sarebbero dei «momenti» di uno sviluppo ciclico. Una forza più alta passa attraverso di esse e le trascende. Così anche l’«età oscura» avrà la sua fine e il suo superamento. E il testo ci parla di alcuni essere misteriosi che attendono da ère e ère una nuova manifestazione dello spirito per poter dar inizio a nuove e migliori generazioni.

Quando i riti insegnati dai testi tradizionali e le istituzioni della legge staranno per cessare e il termine dell’età oscura sarà vicino, una parte dell’essere divino esistente per la sua propria natura spirituale secondo il carattere di Brahman, che è il principio e la fine… si manifesterà sulla terra… Sulla terra, ristabilirà la «giustizia»:  e le menti di coloro che «vivranno» alla fine dell’età oscura saranno destate e diverranno della trasparenza di un cristallo. Gli uomini così trasmutati in virtù di tale speciale epoca costituiranno quasi una semenza di esseri umani (nuovi) e daranno nascita ad una razza che seguirà le leggi dell’età primordiale”.

Nello stesso testo è detto che la stirpe in cui «nascerà» questo principio divino, questa forza di inalterata spiritualità rinnovatrice, è una stirpe di Chândhala. I lettori saranno certamente curiosi di sapere che cosa sia questo Chandhala. Ma ciò ci porterebbe troppo oltre i limiti delle presenti note. Onde ci riserviamo di tornar, se mai, sull’argomento un’altra volta (22).

***

Note

(1) In Rivolta e sul Roma Evola specificherà l’ambito territoriale indiano, avente chiaramente una valenza analogico-simbolica più che geografica: “padroni delle rive dell’Indo, del Darvika, del Candrabhaga e del Kashmir”.

(2) Su Rivolta l’intero commento a questo primo estratto dal  Vishnu-purâna sarà cancellato. Sul Roma il commento verrà invece recuperato, omettendone il riferimento alla “colonizzazione europea del mondo”.

(3) Come già osservato, l’intero commento a questo primo estratto sarà cancellato da Rivolta. Esso verrà recuperato sul Roma, con la precisazione di cui sopra,  e con l’aggiunta dell’osservazione “Tale processo, come si sa, in Asia è in pieno sviluppo”.

(4) In Rivolta verrà espunto tutto il commento, che invece Evola recupererà sul Roma cambiando l’espressione “bolscevismo” in “comunismo”.

(5) In Rivolta si legge: “crisi del capitalismo e della proprietà privata; socializzazione, nazionalizzazione e comunismo”. Evola cambierà il commento in “statizzazione comunista della società” sul Roma.

(6) In Rivolta Evola specificherà significativamente la frase, facendo riferimento allo svâdharma, cioè il dharma individuale delle tradizione induista (“conforme alla propria natura: svâdharma”, scriverà). Al riguardo, rimandiamo all’articolo da noi pubblicato La realizzazione di sé: dall’esistenzialismo allo svâdharma“. Sul Roma tale riferimento aggiuntivo verrà invece espunto.

(7) In Rivolta si legge: “la quantità di dollari – le classi economiche”. L’intero commento viene espunto sul Roma.

(8) In Rivolta Evola specificherà: “sfruttamento ad oltranza del suolo, morte della religione della terra”. Sul Roma tornerà l’espressione “industrializzazione”: “industrializzazione ad oltranza, morte della religione della terra”. Curioso il riferimento persistente alla “morte della religione della terra”.

(9) Così anche su Rivolta. Sul Roma il verbo “dipendere” diventerà, più chiaramente, “obbedire”.

(10) In Rivolta, molto significativamente, Evola chiarirà: “viltà, morte della fides e dell’onore nelle forme politiche moderne”. L’espressione diventerà sul Roma “fine degli antichi rapporti di lealismo e di onore”.

(11) Citazione e commento confermati su Rivolta, ma espunti sul Roma.

(12) Molto interessante la modifica subita dall’espressione, probabilmente troppo forzata rispetto al testo originale, utilizzata da Evola sul Regime fascista. Il commento in Rivolta diventa “superumanità spirituale (Brahmana)”per poi tramutarsi in “la casta detentrice dell’autorità spirituale (Brahmana)” sul Roma.

(13) Particolarità: l’espressione, divenuta “la democrazia applicata al piano della spiritualità” in Rivolta, ritorna quella iniziale sul Roma.

(14) Il commento, che in Rivolta diventa “ciò che è da riferisi ad una religione ‘umanizzata’ e conformista” viene curiosamente espunto sul Roma.

(15) Estratto ancora senza commento su Rivolta, verrà invece così commentato sul Roma: “conformismo, standardizzazione”.

(16) In Rivolta leggiamo “fine della nobiltà tradizionale, borghesia, plutocrazia”. Sul Roma verrà espunto il riferimento alla “borghesia” ed alla “plutocrazia”, forse termine troppo “d’epoca” (Evola scriverà soltanto: “superamento della nobiltà tradizionale”).

(17) In Rivolta leggiamo “Prevaricazione e presunzione degli intellettuali e della cultura moderna”, sul Roma “pretese prevaricatrici della libera cultura accademica; arroganza dell’ignoranza”.

(18) In Rivolta abbiamo “senso dei residui religiosi propri alle masse moderne” (sostituita l’espressione “plebe moderna”, forse ritenuta troppo forte). Sul Roma verrà espunto ogni commento, con correzione del testo: “solo per questo conserverà forma (un’apparenza) di culto”.

(19) Interessante modifica del verbo: In Rivolta leggiamo “Le donne non obbediranno ai mariti e ai genitori”, e sul Roma “Le donne non seguiranno il volere dei mariti o dei genitori”. Quindi Evola passa da “seguire gli ordini” a “obbedire” fino a “seguire il volere”: quasi un progressivo tentativo di alleggerire l’espressione.

(20) Ultimo estratto confermato su Rivolta ma stranamente espunto dal Roma.

(21) Osservazione interessante: sul Roma, Evola integrerà tale commento con un inatteso riferimento al Cristianesimo: ” ‘Pessimismo eroico” direbbe un Nietzsche, e questa idea non è estranea allo stesso cristianesimo”.

(22) Evola sul Roma così sintetizzò tale secondo punto, concludendo l’articolo con un riferimento al rischio di una guerra atomica, d’attualità per l’epoca e peraltro tornato in auge anche in questo periodo: “Il secondo punto è che lo stesso Kali-yuga, per rientrare in uno sviluppo ciclico cosmico più vasto, avrà esso stesso una fine. Per via di un fatto non semplicemente umano si produrrà un mutamento generale. Ne seguirà una specie di rigenerazione, un nuovo principio. Speriamo che sia così e soprattutto che, prima, non si debba giungere proprio sino in fondo alla china, con le delizie che ‘l’era atomica’ ci riserva”.

***

Tratto da: http://www.rigenerazionevola.it/kali-yuga-l-eta-oscura/

OGIGIA ORIGINE E SIGNIFICATO DI UN NOME

di Bruno d’Ausser Berrau

 

… ἀλλά µοι ἀµφ’ Ὀδυσῆϊ δαΐφρονι δαίεται ἦτορ,
δυσµόρῳ, ὃς δὴ δηθὰ φίλων ἄπο πήµατα πάσχει
νήσῳ ἐν ἀµφιρύτῃ, ὅθι τ’ ὀµφαλός ἐστι θαλάσσης,
νῆσος δενδρήεσσα, θεὰ δ’ ἐν δώµατα ναίει,

… ma il mio cuore si spezza per Odisseo cuore ardente,
misero! Che lunghi dolori sopporta lontano dai suoi,
nell’isola in mezzo alle onde, dov’è l’ombelico del mare:
isola ricca di boschi, una dea v’ha dimora
Οδύσσεια/α, 48-51

 

l toponimo omerico ‘Ωγυγια ha dato luogo a diverse interpretazioni, ma tutte non hanno illuminato granché sul senso che esso potrebbe avere avuto. Resta in ogni caso la concordia degli antichi sul suo estremo arcaismo; in altri termini esso appare remoto già all’epoca dei due poemi omerici. A conferma c’è appunto l’aggettivo ωγυγιος, che ne deriva assumendo il significato di vecchio, antico, vetusto; dai contesti, ne traspare in sostanza qualcosa di lontano nel tempo, con un di più di potente e temibile quale ben si addice alla sede dell’infida Καλυψω, che tutto mette in atto per convincere Οδυσσευς a rimanere con lei:

τον µεν εγω φιλεον τε και ετρεφον, ηδε εφασκον θηεσειν αθαναταον και αγηραον ηµατα παντα1
E io lo raccolsi, lo nutrii e promettevo di farlo immortale e senza vecchiezza per sempre.

E ribadendo nel rivolgersi direttamente a lui:

ἀθάνατός τ᾿εἴης2
immortale saresti

Si deve comunque riconoscere che l’offerta non era da poco e che sfidava la nota ostilità degli dei nei riguardi delle loro consimili che si univano ai mortali, mentre il rifiuto di lui resta nel vago come a conferma dell’intrinseca finitezza della nostra natura.

A riprova dei significati sottesi all’aggettivo ωγυγιος, lo troviamo, infatti, in Esiodo,3 a qualificare l’acqua dello Stige, il fuoco in Empedocle, la forza in Sofocle e certe descrizioni di montagne in Pindaro. La ninfa, già nel nome, kaly-, rivela la sua parentela i.e. con l’oscura, omonima dea indù: काल, Kaly,“la Nera”. Del resto, i greci la consideravano un’ipostasi di Afrodite nel suo aspetto µελαινις 4, la signora dei cimiteri, cui erano cari il cipresso, il mirto, il melograno e il loto: amore e morte, associazione meno paradossale di quanto possa apparire:
Spectarunt nuptas hic se Mors atque Voluptas – Unus (fama ferat), quem quo, vultus erat.5
Del resto anche Lucrezio:

Osculaque adfigunt, quia non est pura voluptas, Et stimuli subsunt, qui instigant laedere id ipsum Quodeumque est, rabies unde illaec germina surgunt.6

Quindi è tutto in perfetto pendant col tenebroso fascino di दौगा, Durga, la seducente e alternativa manifestazione della stessa Kaly. Insomma le scelte aggettivali sembrano bene addirsi all’ardua collocazione geografica, suggerita da Plutarco,7

Ὠγυγίη τις νῆσος ἀπόπροθεν εἰν ἁλὶ κεῖται», δρόµον ἡµερῶν πέντε Βρεττανίας ἀπέχουσα πλέοντι πρὸς ἑσπέραν
Un’isola, Ogigia, che si trova lontana nel mare, a cinque giorni di navigazione verso occidente dalla Britannia

e pertanto convenire all’inquietante aspetto dell’isola delle Fær Øer e all’intero ambiente di quella selvaggia natura boreale: une beauté qui naît du trouble et qui inquiète. Quanto al nome attuale Stora Dimun, stora (stórur) nella lingua locale – affine all’islandese – significa grande

intendendo contrapporsi all’altra, la piccola ossia lítla. Inaccessibile e pertanto mai abitata. Nella prima, in passato, sono vissute sino a 25 persone, mentre la chiesa locale è stata dismessa nel 1922.

Le immagini ci mostrano soltanto precipiti rocce, scoscesi declivi ed erbose praterie sommitali, che oggi sembrano contrastare la descrizione di un’isola ricca di boschi (δενδρήεσσα)8 quale ci perviene da Omero. Non si deve però dimenticare che nelle Fær Øer, in Islanda e in buona misura anche in Scozia e Irlanda, le passate esigenze di legname per la navigazione hanno distrutto gran parte e, in certi casi totalmente, la copertura arborea.

Le due isole, insieme, formano quindi una coppia, un duo, cioè dímun come appare essere l’interpretazione più ragionevole. Di per sé, dímun non ha un preciso riscontro germanico, ma il dí- è, in ogni caso, un prefisso che, secondo un processo molto naturale in i.e., nel lessico colto di molte lingue attuali e nei composti derivati dal greco, sta a significare due, doppio. Parimenti dí è due in celtico e, nelle isole, numerose sono le testimonianze storiche e linguistiche di una precedente presenza di quell’etnia; inoltre – sempre a conferma della verosimiglianza del suddetto processo – c’è pure il passaggio da वे, dvá a द, dí nell’evoluzione dal skr. all’hindi. Sia l’ipotesi celtica, sia il senso del prefisso si devono al linguista faroese Jacob Jacobsen (1864-1918).

Riepilogando, e ferma restando la nostra prospettiva storica dei luoghi, si può esporre così la successione dei popoli che furono presenti in queste terre: proto-Elleni, Celti e, ormai da molto, Germani. Quanto di documentato e di più prossimo alla lingua dei primi è il miceneo (- 1600/ -1200) la cui trascrizione è nota come Lineare B e che, nel 1952, fu tradotto da Michael Ventris, il quale riuscì a dimostrare trattarsi, appunto, di una forma arcaica di greco. In miceneo, mujomeno è un participio che sta per iniziato, a sua volta riferibile a un verbo µυιοµαι o µυεοµαι, entrambi riconducibili a µυω il cui senso generico sottintende il chiudere, il chiudersi verso l’esterno e pertanto anche alla vista, all’ascolto e alla comunicazione, ossia attraverso il mutismo … insomma un’espressione di tutto ciò che è segreto, occulto, indicibile e interdetto ai più. Le assonanze e le omofonie contribuirono all’accettazione da parte dei Celti, per i quali màm era, appunto, una collina, mentre per i subentrati Germani quei suoni rimandarono a un contesto più prossimo all’originale: nell’ant. norv. mon è dovere, mentre nel presente isl. mun è volontà. Il vb. got. munan sta per pensare, credere, comprendere. Siamo quindi in un ambito alto, spirituale qual è appunto quello degli sviluppi della radice *men che ha dato mens in lt. e मनस् , manas in skr. In quest’ultima lingua c’è un altro risultato stimolante: मुन, múni, che indica chi è mosso da un impulso interiore, una persona ispirata e anche un santo, un saggio, un eremita che abbia fatto voto di silenzio9. Dal risultato di quest’analisi, scaturisce, per l’impervia coppia insulare, un’antica ed assai evidente attribuzione sacrale. Tale aura di mistero è confermata dal nome stesso della ninfa: Καλυψω viene da καλύπτω, coprire, dissimulare, occultare che, secondo il Μέγα Ἐτυμολογικὸν10 significa καλύπτουσα το διανοούμενον ovvero dissimulare la conoscenza. Tutto ciò – collazionato con l’epiteto di δολόεσσα, elusiva, misteriosa, ma anche astuta con il quale la gratifica Omero – il quadro è completo.

Qui giunti, non si deve dimenticare che, nei tempi omerici, il nome dell’isola era ‘Ωγυγια, Ogigia e che pertanto quel –mun, sul quale abbiamo sinora indagato e che oggi ha un ruolo toponomastico maggiore, era solo l’aggettivo che la qualificava. Il monte Høgoyggj che la culmina è quello che più ci richiama all’originale; merita dunque analizzarlo con attenzione. In un primo momento, dato che, in faroese, esso ha un preciso significato, ogni ravvicinamento ellenico sembra illusorio. Infatti, si tratta di un nome composto: høg-oyggj, alta isola, dove høg, alto è la contrazione di høgur. La faccenda strana è che oyggj col significato di isola non abbia un soddisfacente riscontro in alcuna altra lingua del gruppo scandinavo e neppure nel celtico; è quindi come se in faroese l’assunzione di oyggj all’attuale corrispondenza per isola fosse dovuta a un processo di antonomasia. Quanto al celtismo non si deve dimenticare che

… nel vero Occidente le favole celtiche collocano la terra nota come il Tir na-nOg [oppure Tír na hÓige],11 la Terra della Gioventù, la Ogygia invisibile che il mito irlandese ricorda ancora con il nome di Tir fo Thuinn, la Terra sotto le Onde, immersa nel mare dell’esistenza ma da esso non maculata. 12

In tale contesto Og- / hÓige appare interpretato come gioventù, id est l’eterna gioventù ossia un pardes.13 La temperie spirituale del luogo pertanto non muta neppure per il popolo che precedé i germani nelle Fær Øer.

Og- / hÓige però suona assai simile al gr.οικος, dimora, il posto dove si abita, la patria ed è singolare notare questa coincidenza in un arcipelago dove, ovviamente, la patria è sempre un’isola. A questo punto risalta però come ‘Ωγυγια si avvicini, in palese congruenza con l’ambiente marino, all’altra lettura di Ωκεανός ossia quella probabilmente originaria di Ωγενός e non sfugge che tale dizione fosse, per la sua prossimità a γενεσις, considerata particolarmente significativa essendo, per Aristotele, ciò che è umido e liquido nutrimento e origine di tutto. Inoltre, l’agg. ωγενιός ci rimanda ancora come per ωγυγιος14 1144 14 al senso di αρχαιος. Quest’impressione di lontananza ed al fondo di vera e propria estraneità, si può spiegare col fatto che, dal lessico dei popoli i.e., si evince come, ab origine, il mare fosse per essi sconosciuto, tant’è che l’etimo di Ωκεανός/Ωγενός viene, molto ragionevolmente, collocato o nel gruppo semitico (accadico) o comunque sempre fuori dall’area i.e (sumero) dove, appunto, trova un preciso riscontro sia nel sum. agienna, acqua alta, sia nell’accad. agû, acqua profonda, scura. La circostanza che Ωκεανός sia un fiume non è dovuta solo alla mancanza originaria del concetto di mare, ma nel contesto atlantico di quell’arcipelago, è chiaro che Omero voglia fare riferimento a quel grande fiume marino che è la corrente del golfo. La quale, appunto come un fiume, sia per riflessi e sia per cromatismi, mostra la sua traccia sulla superficie marina. Il sumero è stata una lingua ergativa come lo è il basco e agglutinante come lo sono le lingue uraloaltaiche; mentre la collocazione geografica, al pari della fama di navigatori che li distingue, danno quindi un certa credibilità all’ipotesi dei proto-Baschi quale ulteriore e più profondo sostrato. Prima ancora quindi degli stessi proto-Elleni e ciò in conformità alla supposizione che vorrebbe i Baschi come la sopravvivenza di preistorici abitanti del nostro continente. Una traccia di questa più ampia, antica relazione dei Baschi con le isole atlantiche si trova forse nel nome dato all’Irlanda dai Romani: Hibernia. L’unico appiglio e molto ipotetico in heuskara è il nome dell’acqua di mare, urgazi (ur, acqua; gazi, sale: acqua salata ) dalla quale, con un processo fonetico non impossibile, si potrebbe essere pervenuti a‘Ωγυγια/Ogigia. Quindi, l’isola, quell’isola come sinonimo del mare aperto, lontano.

In ogni caso, tale alterità linguistica di fondo non è però sufficiente − pel successivo gioco delle assonanze con le lingue dei popoli sopravvenuti, come accade appunto con γενεσις − ad escludere il sovrapporsi di un’etimologia greca15, sicché la struttura del nome attuale suggerisce che pure ‘Ωγυγια sia un composto: Ωγ−υγι−α, quindi υγι ← οικος. Insomma si può affermare che quell’isola fosse un ωγυγιος οικος. un’antica dimora o, se si vuole, un ωγενιός οικος, il quale, nelle successioni alloglotte che l’hanno abitato,16 è poi divenuto Høgoyggj. Resta allora solo da comprendere il prefisso Ωγ− (Ωγ−υγια), che rimarrebbe insondabile se non lo s’intendesse quale contrazione del vb. ογκοω, nella sua accezione di alzarsi, quindi qualcosa come *ογκυγια→ωγυγια, l’isola (la patria) alta. È dunque da qui che sarebbe nata la pedissequa trasposizione nel faroese Høgoyggj. Intrigante infine, per la sua vicinanza al suesposto significato sotteso a –mun e sempre per ογκοω l’accezione traslata esaltare, da intendersi per nascita, nobiltà e quindi, in virtù di anagogia, nella fattispecie sacrale delle funzioni che vi venivano svolte.

***

Note

1 Οδύσσεια/ε, 135. Traduzione Rosa Calzecchi Onesti.

2 Ibidem 209.

3 Esiodo, nella Teogonia, definisce Stige, che presiedeva all’infernale fiume omonimo, la più illustre delle Oceanine in quanto fu la prima a schierarsi con Zeus nella guerra contro i Titani, per questo motivo l’amerà accogliendo i suoi figli e legando al suo nome il giuramento sacro agli dei.

4 Evangelia Anagnostou-Laoutides, Eros and ritual in ancient literature: singing of Atalanta, Daphnis, and Orpheus, Gorgias Dissertations, 11. Classics Volume 3. Piscataway: Gorgias Press, 2005; p. 31, n. 84. Per un’analisi della complessa figura di Calipso, vd. : T. Van Nortwick, The unknown Odysseus. Alternate worlds in Homer’s Odyssey, Ann Arbor, 2009, p. 13-19 e G. Crane, Calypso. Backgrounds and Conventions of the Odyssey, Frankfurt am Main, 1988, p. 31-60.

5 G.d’Annunzio; Le vergini delle rocce, Meridiani Mondadori; dall’iscrizione su una fontana.

6 Rer. Nat. IV. 1081.

7 È stato questo lo starting point, che ha poi permesso al Vinci di elaborare la sua ipotesi baltica per l’ambientazione di entrambi i poemi: F. Vinci, Omero nel Baltico, F.lli Palombi Ed., Roma, 1ª ed. 1995. Si nota inoltre un certo parallelismo tra lo schema geografico seguito da Plutarco e quello di Platone in Timeo 24 E-25A per la collocazione di Atlantide.

8 Vd. supra in esergo.

9 Cfr. Rig-veda; vii, 56.8.

10 Vd. F. Lasserre and N. Livadaras (eds.), Etymologicum Magnum Genuinum, Symeonis Etymologicum una cum Magna Grammatica, Etymologicum Magnum Auctum, vol. 1 (Rome 1976); 2 (Athens 1992)

11 Vd. http://en.wikipedia.org/wiki/T%C3%ADr_na_n%C3%93g .

12 Vd. AA. VV. L’Orientalista guerriero. Omaggio a Pio Filippani-Ronconi, a cura di Angelo Iacovella, Il Cerchio, Rimini 2011, pp. 55-62; cfr. James MacKillop, A dictionary of Celtic mythology, OUP, 1988.

13 Vd. http://www.celticworld.it/sh_wiki.php?act=sh_art&iart=730.

14 Vd. supra per ‘Ωγυγια e n. 3.

15 Vd. P. Chantraine, Dictionnaire éthymologique de la langue grecque ; s.v. Ωκεανός.

16 In successione; ignote: proto-basche? proto-elleniche, celtiche, germaniche.

***

Tutto il materiale riprodotto è tratto dal PDF: http://www.cartesio-episteme.net/ep8/Ogigia-2.pdf

 

 

 

DALLA SCANDIA ALLE AMBE

di Bruno d’Ausser Berrau

Es war einmal ein Volk …

Muoiono le città, muoiono i regni
copre i fasti e le pompe arena e erba,
e l’uomo d’esser mortal par che si sdegni:
oh nostra mente cupida e superba!
T. Tasso, La Gerusalemme Liberata; XV, 155-158

Udir come le schiatte si disfanno,
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.
Le vostre cose tutte han lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto; e le vite son corte.
Dante, Paradiso; XVI, 76-81

Corte sono le vite degli uomini, sicché la conoscenza degli eventi passati ̶ più questi sono lontani e più, nella memoria collettiva, la loro ritenzione difetta ̶si fa vaga, imprecisa sino a confondersi e perdersi del tutto. È inevitabile allora affidarsi a quell’alcunché di presente che di essi permane: impronte, tracce; massime nelle letterature tradizionali e nel linguaggio dove
nomi e toponimi molto possono rivelare, rendendo in qualche modo attuale e presente ciò che fu. In questo studio – accettando recenti ricerche che, per la nordica collocazione geografica dell’epica omerica, sempre meglio, con riscontri e verifiche, ne arricchiscono la congruenza – proponiamo la cosiddetta ipotesi baltica.1 Ed è proprio in virtù di tale ipotesi che questi, altrimenti assai oscuri e piuttosto enigmatici versi, possono illuminarsi di nuovo senso:

θεοὶ δ’ ἐλέαιρον ἅπαντες
νόσφι Ποσειδάωνος· ὁ δ’ ἀσπερχὲς µενέαινεν
ἀντιθέῳ Ὀδυσῆϊ πάρος ἣν γαῖαν ἱκέσθαι.
ἀλλ’ ὁ µὲν Αἰθίοπας µετεκίαθε τηλόθ’ ἐόντας,
Αἰθίοπας, τοὶ διχθὰ δεδαίαται, ἔσχατοι ἀνδρῶν,
οἱ µὲν δυσοµένου Ὑπερίονος, οἱ δ’ ἀνιόντος,
ἀντιόων ταύρων τε καὶ ἀρνειῶν ἑκατόµβης.2

Tutti gli dei ne avevano pietà,
ma non Poseidone ; questi serbava rancore violento
contro il divino Odisseo, prima che in patria arrivasse.
Ma se n’andò Poseidone fra gli Etiopi lontani,
gli Etiopi che in due si dividono, gli estremi tra gli uomini,
quelli del Sole che cade e quelli del Sole che nasce,
per esser presente a un’ecatombe di tori e d’agnelli.3

Essi trovano un singolare riscontro nella presenza nel Nord dell’attuale Norvegia di un grande fiordo – il Tanafjorden – estuario a sua volta di un omonimo fiume – il Tana – che, dopo aver avuto un corso Sud/Nord, si getta nel Mar Glaciale. Questo toponimo rimanda inevitabilmente al grande lago tra le Ambe 4 senza, in tal modo, perdere la congruenza della tipologia geografica, sia perché gli abitanti di quelle terre debbono aver sempre vissuto i rapporti rivieraschi, tra quei profondi bracci di mare, più in una Stimmung lacustre piuttosto che marittima, sia perché – in un remoto, comune ambito linguistico ellenico – l’attribuzione del nome potrebbe esser venuta, in tutta naturalezza, da ταναος, disteso, lungo, ampio; cfr. il nome greco del Don (e questo poi da quello): Ταναις. Un senso dunque, che ben si adatta a tutti e tre i casi: i due fiumi e il fiordo.

Lo studio attento delle mappe fornisce però ulteriori sorprese.

Quello in verde è tutto territorio norvegese: all’estrema dx. in basso c’è il confine con la Russia, mentre da sn. in basso sino quasi al centro c’è quello con la Finlandia. Il Tana scorre
da sn. dove segna appunto il confine con la Finlandia, poi passa sotto il ponte (Tana bru:bru, ponte) e si allarga nell’estuario. In alto a sn.è visibile la penisola di NordkinnhalvØya la cui parte terminale è meglio esaminabile qui

Infatti, come abbiamo letto, Omero afferma che:

gli Etiopi … in due si dividono … quelli del Sole che cade e quelli del Sole che nasce

Ebbene, parallelo al Tana c’è il Laksefjorden: entrambi, con il loro andamento, determinano la penisola di Nordkinhalvøya. Questa, in alto, è profondamente tagliata da due fiordi più piccoli, aventi l’ingresso nei due solchi principali e così, secondo un asse Ovest/Est, ne consegue una contrapposizione. L’incisione è tanto netta e profonda da far sì che, a collegare le due parti della penisola, non rimanga altro che un sottile istmo e questa lingua di terra è così affilata che, durante l’ultima guerra, i tedeschi occupanti ne progettarono il taglio per favorire la navigazione interna. Avrebbero così evitato il passaggio nel mare aperto settentrionale assai più esposto alla minaccia delle flotte nemiche. Il nome del solco occidentale (quelli del sole che tramonta) è Eidsfjorden, l’altro (quelli del sole che nasce) è chiamato Hopsfjorden: Eid-Hops dunque; se si pensa come l’etnonimo suoni αιθιοψ, aithiops, etiope, si rimane stupefatti tanto che è molto difficile ridurre tutto alla casualità di una qualche omofonia. Mentre la sequenza di lettura nella toponomastica e la concordanza con il testo dell’Odissea perfettamente si corrispondono, i due termini del composto appaiono invertiti nel nome del dell’istmo: Hopseidet.

A nostro parere questo è avvenuto perché le popolazioni germaniche, sopravvenute nell’area scandinava dopo l’emigrazione achea, avevano perso cognizione del reale significato della parola, conservando soltanto una vaga coscienza della necessità dell’assemblaggio. Tanto più che il nuovo composto, nel sopraggiunto contesto linguistico, suonava tutt’altro che privo di senso;
Hopseidet: eidet è, appunto, istmo in norvegese bokmål,5 mentre hops è luppolo. Quest’inversione dei componenti – nella fattispecie rispetto ad un originario αιθιοψ è fenomeno assai comune dell’interpretatio vulgaris, specialmente quando, nella lingua succeduta alla precedente, si venga in tal modo ad ottenere un nuovo, comprensibile e qualche volta accettabile significato.
In un’area toscana, già sede di arimannie longobarde (lgb. hari-mann, uomo dell’esercito, guerriero; per hari cfr.il td. das Heer) è presente, con significativa frequenza, il cognome Mannari (mann-hari). Nella fattispecie l’ambiente agricolo ha favorito in senso strumentale la suddetta interpretatio: i Mannari, ovvero quelli dalla † mannàra,6 una sorta di grossa roncola con lama larga, comunque un arnese atto al taglio della legna.

Sempre nella stessa zona, ma attribuito in modo assai incongruo alla cima di un colle, il toponimo Valberga; visto dunque che la valle non c’è, l’antico bergwald, per la solita inversione, si è, con evidenza, trasformato in waldberg(a) da wald, bosco, quest’ultimo ancora testimoniato, sulla cima, da una modesta copertura di querce e pini.
Gli Αιθιοπας traggono con immediatezza il loro nome da αιθιοπψ, dove αιθ(ω) è bruciare e οψ, faccia, ovvero faccia bruciata e questo parrebbe far propendere per un’appartenenza alla razza nera, ma l’etnonimo

…ait jamais été appliquée aux pays habités par des peuples appartenant proprement à la race noire. 7

In effetti, benché strano ciò possa sembrare, gli Etiopi si definiscono rosei e tali si rappresentano nell’iconografia tradizionale.

Del resto, numerosi sono i popoli che, in Africa, pur se scuri per il colore della pelle, però, a dispetto delle evidenti mistioni avvenute, negri da nessuno vengono considerati; alcuni di essi si trovano ai limiti meridionali della zona arabo-camito-cuscita settentrionale, con ciò determinando, come per i Dogon, che incontreremo in chiusura di questo studio, qualche incertezza classificatoria. In ogni caso, la composizione razziale del paese è assai complessa; non per niente l’altra designazione – Abissinia – proviene dall’ar. الحبشــــة ,alhabash e, a sua volta, dalla √ hbsh, che ha il senso di radunare, da cui l’accezione comunemente intesa di popoli misti. Appellativo confermato dalla presenza di circa 84 lingue (attualmente parlate: almeno 70). L’ultimo apporto etnico, di grande rilevanza per i tempi storici, è stato quello semitico sud-arabico (intorno al VI sec. a.C. i primi insediamenti sull’altipiano), vettore della lingua ግዕዝ, ge‘ez (sing. di Ag‘âziyân, una di quelle tribù) e dell’alfabeto ancor oggi in uso. Per complicare le cose,

les anciens donnèrent en fait le même nom d’Éthiopie à des pays très divers 8

in particolare all’India ma – oltre al luogo normalmente noto con tale nome –

l’Atlantide elle-même, dit-on, fut aussi appelée Éthiopie. 9

A questa luce, ci appare assai enigmatico un accenno geografico di Virgilio; è nei versi nei quali si manifesta la disperazione di
Didone per la fuga di Enea:

Oceani finem iuxta solemque cadentem
Ultimus Aethiopum locus est, ubi maximus Atlans
Axem umero torquet, stellis ardentibus aptum …10

Presso le rive d’Oceano e il sole cadente
c’è l’ultimo lembo d’Etiopia, dove il massimo Atlante
regge a spalla a spalla la volta d’ardenti stelle preziosa …11

Questo riferimento all’oceano è molto esplicito in senso extra-mediterraneo ancorché non necessariamente settentrionale, in tale accezione non vengono invece comunemente intesi quelli presenti nelle successive (vd. infra) citazioni omeriche, ma nell’Odissea c’è una ricorrente e assai enigmatica dizione

ποταµοιο Ωκεανοιο
il fiume Oceano

Se si prova ad attribuirla al Gulf Stream, un cui ramo giunge anch’oggi a lambire la Scandinavia spingendosi fino all’estremità artica della Norvegia, ecco che, specie per chi lo sorvoli, esso, diverso per temperatura, riflessi e colori, appare chiaramente percepibile, tanto che ben netto si staglia mentre, tra liquide pareti, scorre per migliaia e migliaia di chilometri nell’Atlantico. Superfluo aggiungere come questo implichi una testimonianza diretta e, per la sua evidenza, tale da diventare idiomatica.

Ma torniamo a ciò che ci suggerisce l’etimo: la √ aidh 12 ha il senso d’un luogo dove si fa fuoco. Infatti, ne derivano ædes che, in una specifica accezione, è anche un tempio, vd. Ædes Vestæ. Poi naturalmente æstus, ma anche, in senso più ampio, Æstas e – con un ancor più indiretto riferimento al ribollire delle acque – æstuarium; il che può, di nuovo, far pensare al Tanafjorden, estuario dell’omonimo fiume. Il derivato però più significativo della radice è, a mio parere, l’etere, αιθηρ, che nelle scienze pre-moderne non è soltanto il primus fons dei quattro elementi (la quinta essentia alchemica) ma, superando l’ambito cosmologico, proprio per questo suo ruolo, può – per analogia – essere preso tout court a simbolo del Principio stesso. Nell’Induismo, infatti, il centro vitale dell’essere umano è ritenuto risiedere nel più piccolo ventricolo del cuore

in questo soggiorno di Brahma c’è un piccolo loto, una dimora nella quale è una cavità occupata dall’Etere; si deve
cercare ciò che è in questo luogo e Lo si conoscerà …13

E per questa funzione del cuore ci si può confrontare anche con Dante:

dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore …14

Chi, dunque, avrà realizzato questa conoscenza del cuore – conoscenza che, con lo stesso nome nell’Esicasmo (ἡσυχασµός, da ἡσυχία, calma, pace …) dell’Ortodossia, è pure il fine di quella pratica ascetica – sarà nella luce del Sol Spiritualis e bruciato da quel fuoco superiore che è l’Etere del Cielo Empireo. Non a caso del resto

Αιθηρ, per il senso originario, richiama i “cieli templa” di Ennio e di Lucrezio 15

Ecco dunque perché nel nome etnico c’è quest’ambivalenza tra geografia e spiritualità: esso può essere inteso sia come nomen, sia come vocabolum. In quest’ultima accezione, ne deriva il riferimento ad un’intera classe di persone; la cui funzione, nell’ambito sociale – quando cioè esse, si trovano riunite in una collettività – viste le loro qualificazioni interiori, altra non può essere se non quella di dare vita ad un sodalicium spiritualis. A quel punto, il nostro vocabolum, si trasformerà nel nomen sodalicii diventando il titolo distintivo di un preciso collegium. A riprova, ci sembra rilevante ricordare come, nel Medio Evo, ma anche sino agli inizi dell’età moderna, fosse detto che il regno del Prete Gianni si trovasse, appunto, in Etiopia.

Immagine dell’etiope Prete Gianni in un atlante del 1558

Ovvero; tale era quindi la sopravvivente virtus, attinente al nome del paese, da potervi collocare quello che veniva inteso come l’irraggiungibile “centro” spirituale di questo nostro mondo; perché la fantasiosa denominazione di tanto occulto pontifex era, all’epoca, la designazione di ciò che gli indù chiamano ancora आगता, Agartha e Агaрти, Agarthi i mongoli. Pure significativo è constatare che, in ebraico, il biblico nome del paese sia Kush, da una √ כש che implica

l’idée d’un mouvement de vibration, qui agite l’air et la dilate 16

E da essa, appunto, כוש ,Kush,

ce qui est de la nature du feu, et communique le même mouvement. Au figuré, ce qui est spirituel, igné 17

In virtù dell’ambivalenza dei simboli, l’aspetto igné – implicito come abbiamo visto all’appellativo – ha determinato, pel rapporto temperamentale18 della razza nera con l’elemento fuoco, la sua attribuzione anche a essa. Infatti, dal racconto biblico – Kūsh era il primogenito di Cam – proviene il nostro Cusciti

peoples of southern Nile-valley, or Upper Egypt, extending from Syene indefinitely to the South 19

col quale s’intendono i numerosi popoli di quell’area nord-orientale dell’Africa e che costituiscono quindi un sottogruppo20 della famiglia linguistica camitica. È inoltre assai singolare come, ai suddetti derivati della √ aidh, sia affine እሳት, esât, che, in etiopico (ge‘ez), significa fuoco. Se tutto questo è vero, della particolare natura di questa remota comunità nordica, dalla lettura dei poemi omerici, dovremmo trarre un qualche riscontro. A mio parere, in tale direzione, ci sono oltre alla visita di Poseidone, citata all’inizio di questo studio 21 anche l’altra: 22

τὸν δ’ ἐξ Αἰθιόπων ἀνιὼν κρείων ἐνοσίχθων
Ma dagli Etiopi tornando il potente Enosícton …

Infine, nell’Iliade, troviamo due ulteriori passi assai significativi; nel primo è Θετις, Teti che parla: 23

Ζεὺς γὰρ ἐς Ὠκεανὸν µετ’ ἀµύµονας Αἰθιοπῆας
χθιζὸς ἔβη κατὰ δαῖτα, θεοὶ δ’ ἅµα πάντες ἕποντο·
Però che Zeus verso l’Oceano, verso gli Etiopi senza macchia
ieri partì, per un pranzo; e tutti gli dèi lo seguivano.

Nel secondo la parola è a Ιρις, Iri, Iride: 24

οὐχ ἕδος· εἶµι γὰρ αὖτις ἐπ’ Ὠκεανοῖο ῥέεθρα
Αἰθιόπων ἐς γαῖαν, ὅθι ῥέζουσ’ ἑκατόµβας
ἀθανάτοις, ἵνα δὴ καὶ ἐγὼ µεταδαίσοµαι ἱρῶν.
Non posso sedere: vado sulle correnti d’Oceano,
degli Etiopi alla terra, dove fanno ecatombi
ai numi, ch’io pure abbia parte alle offerte.

Da tutto ciò, sappiamo che gli Etiopi sono immacolati, eccellenti, 25 che la loro compagnia sia addirittura ambita dall’intero Olimpo così come – sempre per gli eterni – l’aver parte alle loro offerte sacrificali abbia la precedenza su qualsiasi altro impegno: non è sicuramente da popoli normali godere di un tale status e mi sembra pertanto di aver trovato, in questi versi dell’epica omerica, la cercata, interna conferma dell’assunto acquisito dai riscontri storici e linguistici.

Chiarito che siamo in presenza di un centro spirituale, di un collegium, più arduo è comprenderne il riferimento religioso. Nel maggior spazio che abbiamo dedicato all’argomento in un altro lavoro 26 abbiamo messo in evidenza i motivi per i quali l’attuale popolazione europea sia il frutto della fusione di due correnti principali: una – che nettamente prevalse – proveniva dall’estremo settentrione, ed era rappresentata dalla razza bianca o nordica che dir si voglia, l’altra, la razza rossa, quale residuo della tramontata civiltà atlantidea, si trovava e tuttora si trova stanziata grosso modo, su tutto l’arco occidentale del continente eurasiatico. Tracce mitiche di questo scontro/incontro, si trovano nell’epopea 27 del 6°Avatâra di Vishnu cioè Parushu-Râma: परश, ु parusho, ascia e राम, Rama, ossia Rama con l’ascia e la cui incarnazione (अवतार, avatâra, discesa, i.e. incarnazione) avrebbe avuto lo scopo di sconfiggere una dura classe di guerrieri che deteneva il potere. Sono riferimenti a eventi collocabili in un’epoca in cui il punto vernale 28 era in Cancer (♋️), ovvero – 8700/-6540, cioè al tempo delle storie dei Giganti e dei Titani nella tradizione classica e della lotte tra Asi e Vani nella tradizione norrena. In questa i Vani, come i guerrieri delle storie di Rama, sarebbero appunto gli eredi della sconfitta razza rossa: cfr. infra. A riscontro, per i giganti, c’è anche l’enigmatico passo biblico di Gen. 6:1-8 nel quale li si chiama נפלים ,Nefilim, da una radice che può significare sia giganti, sia caduti, i.e. sconfitti. C’è da tenere presente che le mummie del Xinjiang (vd. infra n. 31) hanno rivelato stature fuori del comune con medie di 2÷2.10 mt. per i maschi e di 1.90 per le femmine.

Un altro importante nucleo di rutilismo è in Russia dov’esso raggiunge la sua massima concentrazione (10% della popolazione) nella repubblica federata di Udmurtija (Удму́ртская респу́блика), sita nella zona centro-occidentale del paese e a ovest degli Urali. Per il passato (dal -2000 al + 600), sappiamo 29 che un prolungamento di questa presenza “occidentale” 30 assunse un importante ruolo eurasiatico insediandosi nell’area dell’attuale regione autonoma cinese del Xinjiang dove, nel bacino del Tarim, sono state trovate necropoli che hanno restituito corpi di individui di stirpe europea – sia biondi, sia rossi – tutti eccezionalmente ben conservati. 31 Non si deve però dimenticare nemmeno l’area mediterranea con i Berberi della Cabilia (ل القبائ ,(del Ma’greb (ربي الع (e delle isole Canarie dove i Guanci sono ormai completamente fusi con gli spagnoli.

Il fenotipo di questa

non fu certo meno bianco ed europoide della controparte tant’è che oggi, dopo millenni, il tipo rosso è percepito quasi semplice variante e non più certo quale razza a sé stante anche se, a suo riguardo, sussistono tutta una serie di curiosi, ma significativi pregiudizi. Pregiudizi che spesso si sovrappongono a quelli anti-ebraici e che, insieme ad altri numerosi fattori, stanno a testimoniare la lontana, ma diretta filiazione di questa tradizione da quella civiltà. Qualche esempio: אדם ,Adam è rosso: אדם ,come il sangue, דם ; le minime differenze ortografiche non inficiano né l’omofonia, né il senso; insomma Adamo è l’uomo rosso. E ancora: occidentale è מערבי ,ma’griby, e ebraico, עברי’ ,ibry. Del resto il rutilismo è assai diffuso in specie tra gli Ebrei askenaziti,32 per poi non dilungarsi sul noto concetto d’elezione e sullo spirito di separatezza che è ben presente in tutti. A conferma di precise dissomiglianze fisiche tra i rossi e gli altri, si sa che tra essi soli prevale nettamente una specie di melanina – la feomelanina – che ha diversa composizione dalla eumelanina, la quale è invece comune sia al tipo chiaro, sia a quello scuro e dove, tra i due, l’unica differenza è la quantità. 33 A nostro parere, la suddetta distribuzione dell’espansione coloniale del continente scomparso, suggerita, oltre un secolo fa da Ignatius Donnelly, 34 resta ancor oggi assai valida. Possiamo solo precisare, per evidenti ragioni connesse agli esiti del presente lavoro, che – a nostro avviso – tale insediamento dovesse comprendere anche la parte più settentrionale della Scandinavia, esclusa invece dallo studioso anglosassone. Gli Iperborei, eredi della tradizione primordiale, provenivano quindi da terre, in parte sommerse dopo il
cataclisma – circa 12000 anni fa – poste ancora più a Nord e a Est dell’Eurasia: con qualche approssimazione a 70° Est e 70° Nord, intorno all’attuale penisola Jamal (полуостров Ямал),35 alla foce dell’Ob nella Russia settentrionale.

La Jamal è la grande penisola che si sviluppa verso Nord a partire dal territorio contrassegnato dalla cifra 2.

Infatti,

…le siège de la tradition primordial …a pu devenir … occidental [la fase atlantidea] pour certaines périodes et oriental pour d’autres, et, en tout cas, sûrement oriental en dernier lieu et déjà bien avant le commencement des temps dits “historiques 36

Utilizzando un anodino le siège, Guénon sceglie, per necessità espositiva, di non addentrarsi nella complessità del problema. In effetti, dopo la caduta, la cacciata dal giardino, che Dante colloca in un altrove reso dagli antipodi, la vera sede de la tradition primordial è nelle valenze sottili (l’au-delà) del nostro mondo, 37 che spesso, in altri contesti, è adombrata dalla metafora della sotterraneità. Metafora che Dante utilizza per la collocazione dell’Inferno,38 mentre per tali valenze della Terra (in n. di sette sia nell’Induismo, sia nelle tradizioni iraniche), accessibili anch’esse solo nel post mortem, egli usa, quella degli antipodi dove colloca la montagna, appunto, dalle sette cornici (Purgatorio) culminata dal Paradiso Terrestre. Al presente, nella nostra modalità grossolana, non possono esservi che accessi e/o proiezioni 39 più o meno secondarie, com’è appunto il caso dell’ etiope sodalicium 40 in questione. A questo punto anche l’ormai nota specificazione di questi Etiopi omerici, i quali

in due si dividono … quelli del sole che cade e quelli del sole che nasce,

assume un senso che, senza negarla, travalica la semplice accezione geografica della loro distribuzione e ci suggerisce come potesse essere quello, uno dei centri in cui si operò la fondamentale giunzione – non solo razziale – tra le due correnti:

jonction dont devait résulter la constitution des différentes formes traditionnelles propres à la dernière partie du
Manvantara. 41

Nella complessa dottrina indù dei cicli cosmici,42 il Manvantara – मनवन् तर् , lett. ciclo di un’umanità – si suddivide in quattro ere di durata decrescente l’ultima delle quali – sarebbe l’attuale – è il क लयगु , Kaliyuga o età oscura. Età che, nell’apocalittica cristiana, corrisponde ai tempi ultimi. I testi indù riportano cifre straordinarie che debbono però essere decriptate. Per il particolare senso di riservatezza, dovuto all’interdetto che grava sul dedicarsi a calcoli intesi a conoscere la data della fine del ciclo e con il quale questi argomenti sono sempre affrontati negli originali, la chiave per farlo – almeno in via parziale – è il rapporto che, in queste scansioni, sussiste con la precessione degli equinozi e coi relativi tempi.

Ecco pertanto in chiaro e a mero titolo informativo, le rispettive durate:

Dalla suddetta jonction, oltre alle primarie conseguenze, cui allude il Guénon, dovevano scaturire, per le genti iperboree, alcune importantissime acquisizioni, presenti poi in proporzioni anche molto diverse da popolo a popolo ma che determinarono tutto il successivo svolgersi del ciclo sino ai giorni nostri: l’arte della navigazione, il commercio, il matrimonio esogamico e alcuni corollari comportamentali riassumibili nell’astuzia (caratteristico il personaggio di Ulisse), che erano estranei all’originario ηθος della stirpe vd. Emile Benveniste, 43 così come per il matrimonio endogamico dei primi i.e. 44 Trattasi del matrimonio tra cugini incrociati il cui scopo era la conservazione delle specificità psichiche e fisiche del clan: per esso un uomo può (deve) sposare la figlia della sorella di suo padre o del fratello di sua madre, ma mai (per ragioni legate al ruolo dello zio materno) la figlia del fratello di suo padre o della sorella di sua madre. Una degenerazione dell’endogamia si verificò nell’Iran preislamico dove – ab immemorabili – vigeva l’istituto del xvêdhvaghdas, ovvero dell’unione tra consanguinei immediati. Esso, dal Mazdeismo, era considerato segno di grande religiosità, ma motivo di mai sopito scandalo per ebrei, greci e romani.

Questa fase di sistemazione tradizionale, iniziata, come già accennato intorno al -6500, è proseguita molto a lungo. Due episodi d’estrema rilevanza – la nascita di quella che sarà la religione ebraica e della tradizione cinese – hanno quasi lo stesso starting point: il –3468 la prima e il –3760 la seconda. In tutti questi casi, la duplice componente iperborea/occidentale dà luogo a un apporto determinante se non costituisce il vero e proprio lievito per vivificare situazioni letargiche o di conclamata degenerazione.

In questa prospettiva, tornando al nostro caso, intorno all’inizio del II millennio a.C., si muovono, dalle loro sedi scandinave, quelle genti che, nel Mediterraneo, prenderanno il nome di popoli del mare mettendo a dura prova le capacità belliche degli autoctoni. Essi costituiranno la cultura micenea progenitrice di quella greca e – nel contempo – diventeranno in molti casi il “sale” delle più diverse popolazioni dell’area. A questa visione delle cose risulta fornire un apporto illuminante il lavoro del Prof. Giovanni Garbini: I Filistei. 45 Le considerazioni che seguiranno fanno in larga misura proprie le sue conclusioni e, a quell’esposizione, non resta che – per non troppo appesantire di citazioni il presente studio – rimandare il lettore. Ci sembra infine importante non dimenticare come allora, anche per le origini di Roma, alla luce di tutto ciò il racconto di Virgilio – il cui status di testimone di antiche tradizioni non può essere certo contestato – il ruolo di quest’apporto, si riveli fondamentale. A riprova,

nella zona settentrionale in cui la tradizione ebraica colloca definitivamente la tribù di [דן [Dan è stata trovata ceramica micenea. 46

Tribù questa, che avrebbe origine nei ∆αναοί, Danai, come quelle di רָכִָ י ,Issacar e אשר ,Aser proverrebbero dai Τευκρος,Teucri e זבולון ,Zabulon da Σαρδις, Sardi. Tutte e tre queste genti, citate appunto nella lista onomastica dei popoli del mare, fatta stilare dal Faraone Amenemope (circa X sec. a. C.), s’insediano nel Nord della terra di ןַעַנְ כּ ,Canaan

Dal punto di vista offerto da quest’ipotesi, significative e molto più logiche appaiono,:
• la “fronda” sull’unicità del luogo di culto, condotta con costanza dal Nord (ממלכת ישראל ,Regno d’Israele o שומרון ,Samaria dopo l’Esilio) contro il Sud ossia contro Gerusalemme (ממלכת יהודה ,Regno di Giuda);
• la “perdita” delle dieci tribù settentrionali non più tornate dall’Esilio (deportazione iniziata nel -722 per il Nord e nel -587 per il Sud),
• l’esclusione da ogni sentimento di comunanza etnica e l’odio verso i superstiti di queste rimasti in patria ossia verso i Samaritan considerati poi sempre quali stranieri.
Si stabiliscono a Sud i “connazionali” פלישתים ,Filistei, i quali – non assimilandosi invece al popolo ebraico – manterranno con esso
un lungo ed aspro rapporto conflittuale.
Ma cosa avvenne in quella terra che oggi conosciamo con il nome di Etiopia ?

Agli albori della storia … l’altopiano era abitato da popolazioni cuscitiche. Il Nilo Azzurro ed il suo spartiacque con il Hawash segnavano, all’incirca, la linea di separazione tra le genti (cuscitiche) degli Agau che tenevano la parte settentrionale … e le genti cuscitiche dei Sidama che occupavano la zona meridionale. Nel settore occidentale, sui declivi dell’acrocoro … verso il Sudan, nuclei di negri… si mantenevano indipendenti o assoggettati ad Agau e Sidama … [Gli] Agau che furono la popolazione dell’Abissinia propriamente detta prima della semitizzazione del paese. 47

Gli አገው, Agau o Agiw (ma anche Agaw48 all’uso inglese) rappresentano – da un punto di vista strettamente storiografico e per quanto ne possiamo oggi sapere – uno dei popoli più antichi del paese. Questo dovrebbe esserne anzi la sopravvivenza del vero e proprio primo nucleo non di razza nera giunto sull’altipiano. Inoltre, poiché abbiamo visto che i primi coloni semiti, provenienti dall’Arabia felix, il mitico regno di Saba, non arrivano in zona prima del VI sec. a.C. è dunque certo che, la presenza di quest’ultimi corrisponda ad una fase successiva del popolamento.

Agli Agiw o Agaw, la cui lingua fa appunto parte del gruppo cuscitico centro-settentrionale, appartengono le popolazioni dei ቅማንት, Qemant 49 e dei ፍልሽ, Falasha; 50 un nome che, in amarico, ha il significato di estraneo, straniero ed è stato, con evidenza, loro attribuito dai più tardi invasori sud-arabici; in effetti essi chiamano sé stessi ቤተ፡ እስራኤል, Beta Israel, la Casa d’Israele. Di questi ultimi, noti anche come Black Jews, è piuttosto conosciuta l’appartenenza ad un ebraismo pre-talmudico, ossia pre-esilico e pertanto dai tratti “settentrionali”; 51 un quadro che comporta un’immagine decisamente arcaica. Del resto la tradizione che li vuole discendenti di Dan ne è la conferma e – senza insistere su un tema inesauribile come quello delle differenze cultuali tra Israele e Giuda – è evidente quanto tutto ciò sia importante al fine di una datazione della presenza ebraica nel paese delle ambe. Le puntuali osservazioni di un ricercatore indipendente, quale Graham Hancock 52  ̶  ancorché presentate in una forma assai prossima allo scoop e quindi non la migliore per essere ascoltato in ambiente accademico ̶ sono a nostro parere nettamente condivisibili e ci permettono pertanto di fissare, a parte ante la costruzione del primo Tempio, ovvero intorno al – 931 l’arrivo dei loro antenati nei dintorni del lago Tana. Quanto ai Qemant, le peculiarità pre-ebraiche, 53 che li contraddistinguono, ci riportano, se possibile, ancor più indietro nel tempo: a quando la terra dei Cananei, quella dove scorrono latte e miele,54 era contesa tra gli Ebrei, che entravano da Sud e i popoli del mare, che sbarcavano insediandosi lungo le coste e nel Nord ( circa -1200).

La concomitanza di tutti questi fattori, ci permette di supporre uno scenario nel quale, l’ipotesi “baltica” e quella di Hancock diano luogo, integrandosi, ad un verosimile svolgimento di quegli eventi remoti. Nel momento in cui gli Achei, si mossero dalle sedi scandinave anche il collegium, dal quale traeva senso il nome degli Etiopi, si spostò oppure dette, a sua volta, luogo a una proiezione, la quale seguì o guidò i partenti o almeno quella loro compagine, che scelse di migrare sulle coste orientali del Mediterraneo. Il trasferimento – come fu per i Variaghi millenni più tardi – avvenne attraverso il sistema idrografico, ricco di fiumi, laghi e paludi, che tuttora mette in comunicazione il bacino del Baltico a quello del Mar Nero.55 Dopo una prima sosta nell’area delle sorgenti del Giordano nel cui nome c’è già il riferimento a una delle dieci tribù settentrionali: ירדן ,Giordano da ירד ,viene giù, scorre, discende e דן ,Dan, ossia la tribù di Dan; quindi proprio quella che si suppone originata dai Danai e che è considerata l’ancêtre dei Falasha. Difficile è stabilire se gli Eidhops/Αιθιοψ si siano ebraizzati in quella fase o in seguito, quando già si trovavano nella sede storica a contatto con gli stessi Falasha. In ogni caso, la sosta non fu però sufficiente ad una completa ebraizzazione e gli estremi tra gli uomini, decisero di rimanere tali anche nel nuovo contesto geografico, tant’è che senza voler dare eccessiva importanza alla cosa, è curioso come la distanza tra la sede nordica (la penisola di NordkinnhalvØya) e l’arcipelago danese (Dan-mark) e quella tra la sed africana e il territorio di Dan sia, in linea d’aria, pressoché identica. Pare qui il caso di ricordare come, nell’ “ipotesi baltica”, l’arcipelago danese viene ritenuto essere stato la patria achea. Sede dalla quale sarebbe partita la flotta per recarsi a Troia, a sua volta situata nel sud dell’attuale Finlandia. 56

Il tragitto dal vicino Oriente all’Africa fu lungo, ma approfittando pure qui di un fiume, i migranti seguirono il corso del Nilo fino al grande lago che lo alimenta ad oltre 1800 mt. di altitudine. In breve, su quel remoto acrocoro, si costituirono quale gruppo dominante e, col tempo, acquisirono la lingua cuscita degli indigeni, ma conservarono (vedremo tra poco come) il nome: Agaw o Agiw. Fenomeno non così raro se si pensa all’alto Medioevo europeo e a quanto si verificò per i Franchi (Francia) e i Variaghi detti Rus (i rossi, da cui poi Russi). Quanto all’appellativo di Etiopi – colporté jusque là – riteniamo che, in quella prima fase, fosse limitato – come già spiegato – ad un gruppo specifico, sì da ritenerlo, di fatto, un titolo: l’indicazione d’una funzione insomma. Un funzione che riteniamo – lato sensu – di ordine sacerdotale.

Secondo le ormai perdute leggi della geografia sacra, 57 un luogo santo non è tale ad arbitrio ma perché corrisponde a determinate condizioni: orografia, posizione relativa all’ambito religioso di competenza, correlazioni di geografia astronomica … Sgombrando il campo dalla patina sentimentale cui siamo abituati nel considerare quest’ordine di argomenti, si può quindi affermare che esso dovesse essere scelto in un’ottica strumentale e del tutto oggettiva; secondo criteri meramente tecnici e applicazione questi di una scienza della quale, oggi, emergono residue conoscenze e sorprendenti adattamenti all’urbanistica moderna, soltanto nei paesi di cultura estremo orientale.58 A riprova, è facilmente verificabile, sul piano archeologico, quanto frequente sia la constatazione della pluralità di forme tradizionali, testimoniate da una coerente e plurimillenaria stratificazione sacrale, presenti su uno stesso sito quand’esso appartenga appunto a quella specifica tipologia.

Per tali ragioni, è da supporre che la scelta non fosse avvenuta a caso e, in tal senso, anche il nome di Cusciti è rivelatore essendo, come abbiamo già indicato, 59 pressoché sinonimo di Etiopi con tutto quello che ciò comporta. Le motivazioni all’origine della costituzione di questo “polo” furono probabilmente sempre quelle inerenti alle tematiche della giunzione tra “correnti” spirituali: nello specifico, doveva trattarsi d’un compito correttivo ma anche assuntivo, destinato quest’ultimo a quanto rimaneva di una misconosciuta tradizione meridionale espressa dalla razza nera. Tradizione che, in epoche più remote, ebbe comunque a dare importanti contributi alla costituzione della civiltà egizia mentre, quasi in contemporanea con gli eventi in argomento (circa -1800), li stava trasferendo anche alla civiltà indù,60 essendo il popolo ario61 da poco sceso nel sub-continente dove, in quest’ultima fase del ciclo, avrebbe compiuto il suo destino storico.

Seguendo la ricostruzione dello Hancock, 62 lo stesso percorso verso le ambe fu seguito da un gruppo sacerdotale, che, per sottrarre l’Arca (ארון (alla contaminazione in animo dell’eretico e filo-assiro Re Manasse (-697/-642), riuscì a toglierla dalla מקדש בית ,casa del Santo, ovvero il Tempio e si mosse verso il Nilo dove, più tardi, raggiunto da gruppi di transfughi, cacciati dalla distruzione del Regno di Giuda e del Tempio gerosolimitano (-580), edificò nell’Alto Egitto e, precisamente, nell’isola nilotica di Elefantina, il Tempio detto di יהו ,Yaho63 (prob. pronuncia: Jèho). Quando poi nel -411, l’ostilità dei sacerdoti egiziani ebbe la meglio sulle riluttanze delle occupanti truppe persiane, reticenti ad intervenire, anche quel Tempio fu distrutto e l’Arca, scampata al disastro, fu portata ancora più a Sud, fino a raggiungere l’isola di ጣና ቂርቆስ, Tana Kirkos nel lago omonimo, circondato allora dalle fiorenti comunità ebraiche dei Beta Israel non ancora disprezzati come stranieri. Soltanto con l’avvento del Cristianesimo i nuovi invasori del paese ormai convertiti – i semiti sud-arabici, portatori della lingua ge‘ez – l’avrebbero tolta da lì per trasportarla nella cattedrale della loro capitale Axum. 64 Indipendentemente dall’improbabile, attuale permanenza dell’Arca in questa sede, come prospettato dall’avventuroso autore, è comunque significativo che le isole del lago conservassero, pur con questa perdita di status, i connotati sacrali e rimanessero luogo di pellegrinaggio anche per la nuova religione del paese. Del resto anche nel toponimo ቂርቆስ, Kirkos è rimasta traccia di tale sacralità; esso è il prodotto della stessa agnazione linguistica che, nel td. die Kirche e nell’ingl. Church, ha dato nome sia alla Chiesa, sia al luogo di culto. Tutti provengono dal greco volgare dell’ellenismo egizio κυρικη, attraverso il gr. neotestamentario kυριακή, domenica, perché è il giorno e anche il luogo nel quale si ascolta la parola de Ο Κύριος Ιησούς.

A nostro parere, di ciò, sono ancor oggi riscontrabili alcune tracce che, nel quadro delineato, assumono notevole rilevanza. Più sopra abbiamo affermato come l’etnonimo di riferimento sia Agiw/Agaw; ebbene, riteniamo ci siano i presupposti linguistici perché questo scaturisca dalla deformazione di Achei (Αχαιοι) e del resto, in conformità con il quadro che si è andato delineando, esso

désigne les Grecs de l’épopée homérique et de la civilisation mycénienne, dans divers documents attestés hors du monde
grec. 65

Il termine di partenza è Αχαιƒοι ma anche Αργαιƒοι, che, per l’opportunità offerta dal latino di formulare lezioni attestanti una fase antica della dictio greca, ritroviamo in Achivi e Argivi.66 A questo punto, un esito come Agiw o Agaw non ci sembra implichi forzature o difficoltà. S’impone qui una breve digressione che ci permetterà di ricollegarci con le posizioni scandinave di partenza: l’etimo greco riposa su una √ arg,, il cui senso di fondo è bianco splendente, brillante, lampeggiante (i.e. fulminis lux). Questo ha comportato – in ambito indoeuropeo – una serie di derivazioni, la gran parte delle quali è molto significativa per il punto di vista qui esposto: αργυρος, argentum, cfr. il tokarico A, ârki, il tok.B, arkui, l’ itt. harkiš e il skr. अजुन, arjuna, tutti col significato indicato dalla radice. Da essa vengono anche αρκτος (cfr. skr. ऋक्ष, [a]rkša, av. arša, lat. ursus, arm. arj), ovvero l’ orso, da intendersi quindi tout court – nell’accezione originaria, propria alla specie polare – come il bianco, preso in senso antonomastico. A riprova abbiamo sia che lo stesso termine possa indicare l’omonima costellazione boreale, sia αρτικος e quest’ultimo, per motivi climatici e paesaggistici, non necessita d’ulteriori commenti. Stessa derivazione ha la virgiliana Arcadia, che tanta parte ha nell’Eneide – “continuazione” dell’Iliade – dove Evandro, installato sul Palatino quale capo d’una colonia d’Arcadi (Αρκαδες 67), stabilisce con Enea quell’alleanza dimostratasi fondamentale per la riuscita dell’avventura dei Teucri nel Lazio e l’Arcadia, come l’Argolide e la Laconia, è un νοµος del Peloponneso, che con Sparta troveremo ancora. Per completare il quadro, si può aggiungere che, quale epiteto, poteva essere inteso come dagli occhi brillanti, e qui viene alla mente come i Romani, nei loro contatti con i popoli d’oltre Reno, che avevano ben conservate le originarie caratteristiche della razza, restassero impressionati dalla qualità dello sguardo: l’acies 68 germanica. Essa, nella sua chiarezza e, soprattutto, per una certa, caratteristica fissità, richiamava, infatti, l’acies divina. 69 In definitiva, riteniamo che, per le molteplici implicazioni di carattere razziale e geografico, connesse al nome di Achei, esso dia luogo a significative conferme degli assunti nordici di questo studio.

Ritornando al lago Tana, c’è un’ulteriore e non trascurabile traccia: l’isola Tana Kirkos non è la sola ad avere connotati religiosi; lì presso se ne trova un’altra chiamata Dag (o Daga) Stephanos, così dedicata per il monastero che ospita. Ed è proprio il nome dell’isola, per un altro di quegli indizi convergenti tanto frequenti in questa ricerca, a ricondurci ai popoli del mare. Ma andiamo con ordine: la tradizione propria a questi popoli, per le premesse dalle quali ci siamo mossi, non poteva essere diversa da una delle possibili articolazioni del mondo religioso acheo, quale c’è giunto attraverso i poemi omerici. Aggettivare però la tradizione classica come “religiosa” – ovvero accomunarla, per la colorazione storicamente assunta dall’aggettivo, alle forme e allo spirito delle tre religioni abraminiche – è pura comodità espositiva, ma forza la realtà. La sua natura, come ben vide il Dumezil, era tale da renderla più prossima alle complessità dell’Induismo che non alla univocità semitica.

Oltre alle diversità formali, inevitabili tra tribù e tribù, l’elemento ebraico nei primi Agaw – riscontrabile dalla vivente testimonianza dei più “arretrati” Qemant – doveva dipendere da una di quelle acquisizioni non infrequenti nel mondo antico e che noi ben conosciamo dalla facilità con la quale sappiamo essere penetrati in Roma gli esotici e apparentemente non assimilabili culti orientali.
In ogni caso, i rapporti in Palestina tra un Ebraismo arcaico, le forme proprie ai nativi e quelle degli invasori, che provenivano dal mare, debbono essere visti nella prospettiva d’una avvenuta coalescenza, insita del resto in quel concetto di giunzione, qui più volte evocato e che – non dimentichiamolo – esclude il caso, ma implica un preciso intento di adattamento. Nella fattispecie di quegli Etiopi del “dovunque”, si trattava del progetto che, in virtù della loro natura di centro spirituale, concepirono nella migrazione dall’artico ai tropici.

Presso i Filistei, i quali, fedeli invece alle loro origini, mantennero, nell’antagonismo con gli Ebrei, anche culti alternativi a quest’ultimi, il dio principale, come ci è stato tramandato dalla Bibbia,70 era Dagon (Dag-on). Poiché non si conoscono dèi di questo nome nel mondo greco, sembrerebbe d’esser finiti in una via senza uscita; invece un popolo molto lontano dai nostri Etiopi ma pur
sempre africano, ci fornisce utilissimi suggerimenti. Nell’Africa nord-occidentale, vive infatti una gente tenace, che ha mantenuto una tradizione assai complessa non cedendo alle proposte missionarie di cristiani e mussulmani: è il popolo dei Dogon da noi, precedentemente, 71 citato quale appartenente al novero di quei popoli coloureds, da considerare però d’incerta appartenenza alla négritude. A nostro giudizio, nel loro caso, i dubbi sono da limitare ad un remoto imprinting originario. Infatti, in precedenza, abbiamo parlato di “lievito” e “sale” per esprimere la funzione che la tradizione iperborea ebbe a compiere durante il presente ciclo nei confronti delle più diverse culture con cui venne a contatto; nel caso dei Dogon, l’impressione è che essa sia stata una greffe, un innesto remoto e che il tronco principale sia rimasto largamente dominato e in molte riprese implementato, da componenti ad essa allogene. Nel racconto che il vecchio e saggio dogon Ogotemmêli fa all’antropologo Griaule 72 c’è, comunque, un preciso riferimento a questa eterogeneità originaria:

…les hommes d’autrefois étaient dits “banu”, c’est-à-dire rouges, ainsi qu’on appelle encore les peaux claires. 73

Il richiamo è molto esplicito ed anche il riferimento al rutilismo è tutt’altro che trascurabile, perché, in quel termine banu, si può trovare il relitto linguistico di Vani (guerra Asi/Vani); il nome degli dei che, nella mitologia norrena, sono la rappresentazione della controparte rossa, occidentale. Quelli che, dopo il crollo della civiltà atlantidea (- 10.000), giunsero infine all’armistizio – sinonimo
bellico della giunzione più volte citata – con i seguaci degli Asi. Infatti, molto più tardi ( intorno al –2000), col repentino abbassarsi della temperatura e con tempeste di neve, si pervenne al collasso dell’optimum climatico e la Scandinavia iniziò a diventare germanica. Questo nuovo popolo – come assai prima fu per gli iperborei, antenati degli Achei – proveniva dal “serbatoio” del Nord siberiano: le terre intorno alla predetta penisola Jamal. Questi Germani erano quindi già tempratì a vivere nei freddi delle alte latitudini e furono queste le genti che alla paleo-antropologia sono note per le loro armi più caratteristiche, le asce da combattimento: in norr. breiðöx, ascia larga.

Nella nuova patria, essi si fusero con il consistente nucleo di coloro, ch’erano rimasti dopo la grande migrazione ellenica. Ciò determinò una continuità tradizionale che oggi giustifica la presenza dell’eventuale, suddetto relitto altrimenti anacronistico.

In tutta l’area dell’Alto Volta, compresa nella grande ansa del Niger, la diffusa presenza “chiara” è – nell’immediato – dovuta ad evidenti infiltrazioni berbere (Tuaregh) mentre, per un più remoto passato, il ruolo dei Garamantes (loro tracce sino al V sec.) della Phazania, sarebbe tutto da verificare, mentre di questa loro terra, oggi resta il زان ف ,Fezzan.

Per i Dogon però l’intero svolgersi delle loro vicende è nell’incertezza ed anche in merito a tempi relativamente più prossimi, non c’è concordanza di vedute tra gli studiosi:

• secondo M.Griaule avrebbero lasciato l’alto bacino del Volta Bianco intorno al 1480, dirigendosi verso le attuali sedi dei colli Badiangara per sfuggire alle incursioni dei cavalieri Mossi;
• secondo G.Dieterlen74 si sarebbero formati come popolo Dogon aggregando varie tribù intorno al XII sec. ed avrebbero abbandonato la stessa zona per non accettare la conversione all’Islam.

In ogni caso, sembra che – prima ancora di questi eventi, c’è chi dice nel V sec., sempre della nostra era – gli antenati dei Dogon siano venuti dall’Alto Egitto seguendo una via Est/Ovest percorsa, per altro, da molte popolazioni presenti ora in Africa Occidentale. A questo punto, si può supporre che, in virtù del nome così prossimo a quello del dio dei Filistei e del preciso riferimento razziale di Ogotemmêli, quello stesso primo nucleo o meglio, la gente di cui esso era la presente continuazione, avesse la sua origine nelle avventurose escursioni nilotiche dei popoli del mare. Del resto, quando il Sahara aveva altro clima da adesso, chi lo abitava ha lasciato sulle rocce incisioni e dipinti che mostrano un popolo biondo, europoide e molto diverso dalle popolazioni a noi contemporanee e che lì vivono.

Nella complessa cosmologia e nell’antropologia esposte a Griaule dal vecchio saggio, l’elemento minimo e primordiale, riconoscibile in quel complesso di materiale mitico, sarebbe il mitologema della gemellarità. Già per l’etimo di Achei – ma è questo, in ogni caso, fenomeno frequentissimo – abbiamo visto l’interscambiabilità dei suoni consonantici c (k) e g (j); allora, per tale motivo,

δοκανα, …. , simbolo di Castore e Polluce; i.e. due legni paralleli uniti da due trasversali; cfr. segno dei Gemelli [], Plut. M. 478.

è di fatto l’omofono del nome di questa popolazione e, semanticamente, prossimo al suo mondo culturale. Sorge adesso un problema; il dio Dagon, da ciò che si può leggere nelle Scritture, non ha un gemello e la sua statua, per quanto si sa, rappresenta una figura unica. C’è però l’episodio di Sansone: 75 in esso, vengono in evidenza due colonne e così ravvicinate tra loro da potervi esercitare, soltanto con l’estensione delle braccia, una forza notevolissima. L’immagine che viene alla mente ripete il segno astrologico  ed inoltre quest’azione, nella quale si trovano le componenti forza (שמשון ,Sansone) e stabilità (le due colonne, עמודות שתי ,(ci rimanda alle colonne poste all’ingresso del Tempio di Salomone chiamate appunto forza (Bo‘Z, בעז ( e stabilità (YaKYN, יכין.(76

Se poi

ricordiamo [che] il ciclo narrativo di Sansone, l’eroe della tribù di Dan, che vive in ambiente filisteo e che come un filisteo si comporta; il suo stesso nome [“solare”77]ne rivela l’origine non israelitica …. [comprendiamo come sia] … significativo che, quando l’eroe è stato fatto proprio dalla tradizione ebraica, egli sia stato assegnato alla tribù di Dan. 78

A questo punto, si precisa il già accennato, complicato intreccio che la presenza achea ha determinato in tutta l’area, rilevabile, del resto, dal ripetersi delle due emblematiche colonne anche in templi dei paesi posti a Nord e ad Oriente della Palestina. Ma c’è di più, questo legame viene espressamente dichiarato e la controparte è, per la fattispecie in esame, assai rilevante:

Gionata sommo sacerdote e il consiglio degli anziani del popolo e i sacerdoti e tutto il resto del popolo giudaico, agli Spartani loro fratelli salute. Già in passato era stata spedita una lettera ad Onia sommo sacerdote da parte di Areo, che regnava tra voi, con l’attestazione che siete nostri fratelli …; 79

eccone il testo:

Areo, re degli Spartani, a Onia sommo sacerdote salute. Si è trovato in una scrittura riguardante gli Spartani ed i Giudei, che essi sono fratelli e che discendono dalla stirpe di Abramo …; 80

Siamo comunque perfettamente consapevoli che, per tanti storici, siano queste dell’affermazione d’una comune ascendenza, soltanto antichi, ingenui vezzi diplomatici per ingraziarsi il possibile alleato (cfr. E.J. Bickerman , 81) così come l’Eneide sarebbe solo un’opera letteraria a nient’altro intesa se non al “bello” e all’adulazione del Principe: il criterio da cui parte questo lavoro è invece quello di prendere au sérieaux ciò che traditum est e attraverso un riscontro dell’interna coerenza dei dati e della loro rispondenza a questa prospettiva – appunto tradizionale – deciderne o meno l’accettabilità. Ma continuiamo nelle citazioni; qui il soggetto è Giasone, il sommo sacerdote ellenista cacciato dalla rivolta maccabaica:

… morì in esilio presso gli Spartani, fra i quali si era ridotto quasi a cercare riparo in nome della comunanza di stirpe. 82

Sparta è significativa non soltanto perché erede di una Weltanschauung sicuramente prossima al prisco ηθος acheo ma anche perché sede del culto dei sacri gemelli Castore e Polluce.

Gli Spartani rappresentano i Dioscuri con due travi di legno parallele unite da altre due travi trasversali. I loro co-re [geminale dunque anche la sovranità] portano sempre questo simulacro in battaglia, 83

che è appunto la predetta δοκανα . L’ “ipotesi baltica” per la collocazione dei poemi omerici, pone la Laconia originaria nell’isola danese di Sjælland, la più grande di quell’arcipelago.

Si può notare nel profilo dell’isola una qualche somiglianza con quello del Peloponneso

Ebbene, su questa, è reperibile un toponimo: Sparresholm (Sparr-es-holm) dove holm è isola (in questo contesto non ha rilevanza e inoltre la località è nell’interno), -es è un semplice suffisso è resta però Sparr, che ha il significato – sorprendente – di trave (td. der Sparren). In sv. spår, è il binario (i.e. ferroviario); il che rende, se possibile, ancor più evidente ed anche visivamente percepibile il senso – così significativo per noi – di gémelliparité.84 La √ √√ √ par, il prefisso s- è un durativo come nell’affine it. spartire,85 una dualità data da una parte e dal suo confronto con un tutto. ma bene rende, nella totale omofonia (spart-ire), la lettura del nome della città in argomento, con evidenza concettualmente identico al suo emblema e conforme al culto che la caratterizzava. Tale radice esprime in i.e. il concetto base di coppia, ma da questa base per ampliamento o specializzazione deriva una serie veramente imponente di vocaboli: ingl. pair, td. das Paar, coppia; td. der Spalt, spacco, fenditura: un qualcosa che si apre e diventa due e skr. पर, par: oltre, remoto, opposto; un qui e un là alternativo.

Non è in ogni caso questo l’unico toponimo su base Spar reperibile in Scandinavia, come del resto il ruolo fondamentale di una coppia gemellare, si ritrova anche a Tebe ed a Roma. Tant’è che, alla luce di queste considerazioni, non è assurdo ritenere anche i due capitani reggenti di San Marino eredi – attraverso le coppie consolari sia romane, sia medievali – dello stesso ancestrale mitologema, si pongono a vivente testimonianza del valore perenne e universale dei simboli. Questo studio è iniziato citando proprio l’enigmatica duplicità degli Etiopi omerici della quale abbiamo mostrato il sorprendente, attuale riscontro geografico. Esso si è poi sviluppato disvelando, di questa duplicità, anche il senso etnico e storico. Vorremmo ora sottolineare la pregnanza d’altre valenze ad essa sottese.

Nel momento dello scontro tra lo stanziamento atlantideo e la corrente iperborea – scontro che, come abbiamo visto, trova corrispondenza nell’epopea indù di Parushu-Râma che narra le lotte contro il potere di una proterva classe di guerrieri – pel moto precessionario, il punto vernale percorreva (-8700/-6540) l’asterismo oggi chiamato Cancer (♋️), ma che, al tempo, era rappresentato dal polipo

e, di questa sua diversa immagine, abbiamo testimonianze arcaiche (spesso come petroglifi) diffuse in una vasta area, che va, appunto, dalla Scandinavia alla Grecia micenea. Astrologicamente, questo segno è domicilio della Luna, alla cui sfera compete l’elaborazione delle forme sottili che andranno poi a manifestarsi concretamente in questo nostro mondo. Lo schema strutturale dell’ottopode si presta a mostrarsi in raggianti immagini solari o in disposizioni svastikoidi, ma ne esiste – com’è per tutti i simboli – anche una controparte tenebrosa data dalla Medusa con tutta la sua inquietante ambiguità:

Tis the tempestuous loveliness of terror… 86

Inoltre, per essa e per la natura dei citati riferimenti zoomorfi, l’elemento acqua è dominante e le Acque corrispondono ad analoga funzione poiché stanno a simbolizzare il principio passivo e plastico del cosmo: in effetti, tutto il periodo, caotico per gli eventi guerreschi che lo contraddistinsero, fu determinante per l’elaborazione e la definizione cultuale, ma anche razziale di quella parte del ciclo che, da allora, si estende sino ai nostri giorni. A tale momento embrionale fa riferimento la forma ovulare del corpo del cefalopode e, allo stesso contesto, è da ricondurre il mito di Leda e dell’uovo da cui nasceranno i Dioscuri; ripreso quest’ultimo, nella loro iconografia, dagli elmi, che ne rappresentano le due metà e dai corti mantelli vestigia della membrana. I riferimenti di carattere astrologico qui utilizzati, in virtù del loro rapporto con la precessione

Il cerchio precessionario disegnato sulla volta celeste dal “prillamento” dell’asse terreste, il quale fa sì che la Polare non sia sempre la stessa

sono tra quelli che davano giustamente un ruolo cosmologico a questa scienza tradizionale oggi dimenticata e ormai residuante nelle sue più banali, fantasiose e dubbie applicazioni divinatorie. Al termine di quest’epoca di remissione, ci sarà l’inizio del Kaly Yuga, la confusione delle lingue e l’ingresso nella parte ultima del Manvantara. La costellazione che segue nel cammino precessionario (-6540/-4380)76 è, appunto, quella dei Gemini () ed essa è coerente emblema di un’epoca nella quale le due grandi correnti si fusero facendo sì che i nemici, al termine di un periodo tormentato, diventassero fratelli. In questa corrispondenza, si manifesta una costante e verificabile proprietà ossia la proiezione – con congrua evidenza, nell’immagine dell’asterismo vernale – del quid caratterizzante lo spirito del tempo. Spirito ed immagine poi in mille modi ripresi nei miti, nei culti e nell’arte del periodo considerato.

Un esempio molto noto è la coincidenza tra il segno dei Pisces () ed il suo presentarsi nel Cristianesimo;87 ad es. Ι ΙΙ ΙησουΗ Χ ΧΧ ΧριστοΗ Θ ΘΘ Θηον Υ ΥΥ ΥιοΗ Σ ΣΣ Σωτηρ: ΙΧΘΥΣ ΙΧΘΥΣ ΙΧΘΥΣ ΙΧΘΥΣ, pesce, appunto.

Tale rapporto fa sì che l’era cristiana venga pressoché a coincidere col trascorrere del punto vernale (γ) attraverso tutta questa costellazione.

Qui giunti, ci sembra importante sottolineare come la prospettiva evemeristica di molte delle interpretazioni che abbiamo proposto nel presente studio, non voglia, in alcun modo, escludere gli altri piani – cosmologici e metafisici – impliciti in tutti i miti. Anche quello di Leda comporta chiari riferimenti storici agli eventi testé ricordati: Zeus, s’unisce a lei sotto forma di cigno

ed è questa, dell’Ottimo e Massimo, un’evidente personificazione della tradizione iperborea; infatti nell’Induismo è हासं, Hamsa, cigno, il nome della razza primordiale e polare all’origine di questa umanità.88 Inoltre, Leda (Ληδα) è chiamata anche Νεµεσις, oppure, con essa, che di fatto è un’astratta potenza divina tutrice dell’ordine ed equilibrio universali, è spesso scambiata. Tutto ciò che nelle cose, negli uomini e negli eventi usciva per teratologica dismisura dalla norma, dall’ineluttabile intervento di questa potenza era riportato a giusta dimensione, proporzione e rango. E ciò, per quel senso della ∆ικη, così consonante nella mente dei Greci con l’armonica moderazione d’ogni cosa. In definitiva, il mito ci dice che, la tradizione iperborea (il cigno) ‒ facendo giustizia, nello specifico unendosi alla Nemesi, della difforme e proterva grandezza, naturaliter di Titani e Giganti, ovvero degli Atlantidei, i biblici Nefelim, implicita nelle stesse cause delle epifanie nella storia della temibile partner del dio ‒ tale tradizione dunque ristabilì tra i (giusti dei) due popoli quel rapporto di fratellanza (gemelli) che abbiamo già citato.

Un riferimento a questo equilibrio lo ritroviamo nella versione architettonica della δοκανα: le due colonne Forza e Fermezza; infatti senza la seconda c’è solo eccesso. Non a caso, nelle ritualità delle gilde dei costruttori e, tuttora, in quelle dei loro tardi epigoni, il nome della prima corrisponde alla parola di passo degli apprendisti mentre, quello dell’altra è attribuito ai compagni, riproducendo nella sequenza gerarchica la corretta scala valori.

Approfondire però la misura in cui tutto questo, più ampiamente, si riverberasse in quella lontana filiazione che fu la società filistea e – per ciò che abbiamo constatato – in quella ebraica nonché nelle molte altre, solo accennate relazioni, è certo compito che supera la portata e gli scopi del presente lavoro. Lavoro che, partito dall’ ιδεα o meglio dall’υποθεσις di uno scenario baltico per i poemi omerici, ha cercato – attraverso il riscontro linguistico e quello con varie, connesse, ma anche lontane tradizioni – di dipanare l’ingarbugliata matassa di quei lontanissimi eventi sino alle presenti conseguenze, si da avere un quadro coerente di quanto avvenuto. Infatti un’ipotesi può essere vera, ma la sua verità può risultare soltanto dalla verifica delle sue conseguenze e, se il loro insieme costituisce un’immagine leggibile e dotata di senso, come ci appare essere quella proposta, riteniamo la sua conferma altamente probabile.

***

Note

1 Felice Vinci, Omero nel Baltico, Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade, Fratelli Palombi Editori, Roma; ultima ediz. 2012 e il n. monografico della Rivista di Cultura Classica e Medioevale, F. Serra Editore, Pisa-Roma, 2014, pp. 356 con figure in bianco/nero n.t. (LV/2, 2013); vd. anche un recente articolo di Antonio Socci: http://www.antoniosocci.com/2014/03/se-ulisse-navigo-i-mari-delnord-una-tesi-che-rivoluziona-la-storia-della-civilta/. È in questa prospettiva che va inteso tutto il presente studio, il quale si avvale inoltre della fondamentale opera del Tilak, The Arctic Home in the Vedas, Poona Bombay, 1903, nonché dalle notizie in tal senso più volte fornite da René Guénon nella sua vasta produzione. 

2 Ὀδύσσεια/ α, 19-25 

3  Ibidem, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 1997. 

4 Per completezza si può aggiungere che, in un territorio sempre appartenente all’Africa orientale (Kenia), nascendo dai monti dell’Aberdare Nat. Park, scorre, in direzione SE e per circa 800 km, un fiume omonimo.

5 La Norvegia non ha, nell’accezione nostra, una lingua ufficiale; è più giusto dire che, sia la versione basata sul danese scritto – il bokmål – sia quella “costruita” nel XIX sec. sulla base di vari dialetti rurali, ossia il nynorsk siano, parimenti a qualsiasi dialetto, considerate norvegese a tutti gli effetti e pertanto usabili anche a livello ufficiale senza restrizione alcuna. Il bokmål è espressione dell’85% della popolazione, mentre del 15% lo è il nynorsk. 

6 Variante: mannaia, da*manuaria[m], agg. di manus; altro nome dell’attrezzo: pennato. 

7  da R.Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962; ch. XVI.  

8 Ibid. 

9 Ibid. 

10  P. Virgilio Marone, En. 4.480-482. 

11 Ibid. trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 1997. 

12 Cfr. skr. एध, édha, fuel. e irish, aodh, old high german, eit, ang. sax. âd. Vd. Sir Monier Monier-Williams, Sanskrit-English Dict., N.Delhi, 1995.

13  छा दोग्य उपनष , Chândogya Upanishad, 8.1. 

14 Dante, Vita Nova, 2.4. 

15 G.Semerano, Le Origini della Cultura europea, Diz. della Lingua Greca, Olschki, Firenze, 1994; s.v. αιθηρ. 

16 Fabre-d’Olivet, La Langue hébraïque restituée, L’Age d’Homme, Vevey, CH, 1985. 

17 Ibid.

18 Il riferimento è alle teorie tradizionali che abbinano i quattro temperamenti: il malinconico, il collerico, il flemmatico e il sanguigno alle razze ed esse ai quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco; da ciò risulta che la razza nera apparterrebbe al tipo sanguigno collegato al fuoco.

19  F. Brown, Hebrew English Lexicon of the Old Testament, Oxford Univ.Press, s.v. כוש 

20 Esso, a sua volta, ha ulteriori quattro suddivisioni linguistiche: 1) settentrionale, o begia, che comprende una sola lingua: il beḍawye, nella zona nord-occidentale dell’Eritrea e nelle vicinanze di Kassala; 2) centro-settentrionale, o agau, formato dalle lingue delle popolazioni dell’altopiano etiopico: il bilin, il khamta, il khamir, e parecchie lingue parlate da piccoli gruppi; 3) bassocuscitico o cuscitico sud-orientale, che comprende: il ṣaho (fra la Baia di Arafali e l’altopiano abissino), il ῾afar, parlato nella Dancalia (tra la baia di Adulis e il golfo di Tagiura), il ṣōmālī (tra il golfo di Aden e il Giuba), e il galla (dall’estremità settentrionale del Kenya e dell’Oltregiuba fino alle vicinanze del Lago Ascianghi e ai confini dell’Ogaden); 4) meridionale o sidama, formato dai dialetti parlati dalle popolazioni Sidama fra l’alta valle dello Scebeli e il Lago Zuai. 

21 Cfr. supra, nota 1. 

22 Ὀδύσσεια/ε, 282; trad. op. cit.; ἐνοσίχθων , è un attributo di Poseidone: scuotitore della terra; vd. L. Rocci, Vocab. GrecoItaliano, Soc. Ed. Dante Alighieri; 1985; s,v. Ποσειδων.

23 Ἰλιάς/ α, 423-424; trad. ibid.

24 Ἰλιάς/ψ, 206; trad. ibid. 

25 Cfr. L. Rocci, op. cit., s.v. α−µυµων, ma anche εσχατοι (cfr. supra Ὀδύσσεια/ α, 23: …gli estremi…) che può andar oltre l’accezione geografica: ibidem s.v. ἔσχατοι, traslato: il sommo, il più alto, il più grande. 

26  Il Nome e la Storia, in Episteme, n. 5, Perugia, 2002.

27 Nel रामायण, Ramayana e nel महाभारत, Mahabharata e in alcuni पुराण, Purana.

28 Il punto vernale (indicato con γ) è il momento in cui il moto apparente del Sole, all’interno della fascia zodiacale, incrocia l’equatore celeste determinando l’equinozio di primavera. In tale percorso il Sole, alla “velocità” di 1° ogni 72 anni, impiega 2160 anni a percorrere un segno e l’andamento è a ritroso, sicché si parla appunto di precessione degli equinozi. Ai tempi di Gesù il γ γγ γ stava entrando nel segno dei Pisces (), mentre il prossimo transito sarà nell’Aquarius (). Nell’astrologia comunemente intesa si considera γ γγ γ ancora in Aries () con un ritardo quindi di oltre duemila anni rispetto alla realtà astronomica..  

29 Più che una certezza è una convergenza di fattori. 

30 In effetti e per la precisione, il rutilismo, massimo tra gli Udmurti, è molto presente in tutto il settore permico del gruppo ugrofinnico, sicché le caratteristiche del tipo sono riscontrabili, con buone percentuali, anche tra i Komi, i Mari e i Mordvini. Senza naturalmente escludere i russi dell’area.  

31 Elizabeth Wayland Barber, The Mummies of Ȕrȕmchi, McMillan, 1999; J. P. Mallory , Victor H. Mair, Tarim Mummies: Ancient China and the Mystery of the Earliest Peoples from the West, Thames & Hudson, 2008, pp. 352. È stato fondatamente supposto che la lingua in prevalenza parlata da questa popolazione fosse il tocarico, appartenente, come il latino e il germanico, al gruppo kentum (vd. ill. blu) delle lingue i.e. mentre il russo è del gruppo satem (rosa-rosso). ), La straordinaria conservazione dei corpi è dovuta sia alla salinità del terreno, sia all’aridità del clima. 

32  Da , אשכנז askenaz, Germania, l’altro gruppo, i Sefarditi, proviene dalla penisola iberica, quindi , דרפס sefard, Spagna. 

33 Insomma, per il colore, tra un quasi albino e un negro c’è solo una differenza quantitativa, tant’è che è tra questi ultimi, per singolare contrappasso, che si ha la massima incidenza dei casi di albinismo. Sulla tematica del rutilismo: Valérie André, Réflexions sur la question rousse, Taillandier, 2007 ; Valérie André, La rousseur infamante, Académie royale de Belgique, 2014 ; Xavier Fauche, Roux et rousses : un éclat très particulier, Gallimard, 1997, coll. «Découvertes». Sempre sull’argomento ecco, in inglese, alcune opere non propriamente scientifiche, ma ricche d’informazioni: Cort Cass, Redhead handbook: A fun and comprehensive guide to red hair and more, Blue Mountain Arts, 2003; Stephen Douglas, The Redhead Encyclopedia Paperback, Stonecastle Literary Group, 1996; Jacky Colliss Harvey, Red: A History of the Redhead, Black Dog & Leventhal, 2015; Al Sacharov, The redhead book: A book for and about redheads, Word of Mouth Press, 1982. 

34 Atlantis: the antediluvian world, New York, London, 1882, first edition. Per una recente edizione in originale: Jazzybee Verlag Jürgen Beck, Altenmünster, Deutschland, 2014.

35  Nel Circondario Autonomo dei Nenets nella cui lingua (gruppo samoiedo delle lingue uraliche), Jamal è finis terrae. 

36 René Guénon, Formes traditionnelles et cycles cosmiques, Gallimard, Paris, 1970; p. 36. 

37 Vd supra a proposito di Agartha/Agarthi. 

38 L’Inferno, ovviamente, appartiene anch’esso al mundus subtilis, ma è infra-umano, infra-terrestre.

39 Accessi = da qua a là; proiezioni = da là a qua. 

40 Il sodalicium spiritualis, quel collegium che sarebbe la vera natura della comunità di quegli estremi tra gli uomini. Vd. Supra. In ogni caso quella migrazione non si sarebbe limitata a pochi individui, ma avrebbe comportato anche un normale seguito di popolo. 

41 R. Guénon, Formes traditionnelles et cycles cosmique, Gallimard, 1970, p. 36. 

42 Ibid. 

43 Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi, 1976. 

44 Ibid. vol. I, pp. 158-59, 175-76, 194. 

45 Rusconi Edit., 1997. 

46 Ibidem, p.67. 

47 Enciclopedia Italiana, s.v. Etiopia. Per i Cusciti vd. supra n. 20, mentre per i riferimenti l’elemento fuoco, collegato ai temperamenti tradizionali delle razze, vd. la n. 18. 

48 Robert Hetzron, The Agaw Languages. in Afroasiatic Linguistics 3,3. 1976, p. 31–37; Andreas Joswig & Hussein Mohammed, A Sociolinguistic Survey Report; Revisiting the Southern Agaw Language areas of Ethiopia. SIL International. SIL Electronic Survey Reports 2011-047; M. Paul Lewis edit., Ethnologue: Languages of the World, 16th Edition, 2009, SIL International.

49 Nordhoff, Sebastian; Hammarström, Harald; Forkel, Robert; Haspelmath, Martin, eds. “Qimant”. Glottology. Leipzig: Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, 2013; Frederick C. Gamst, The Qemant, Waveland Press, 1984, 128 pp. 

50 Steven Kaplan, The Beta Israel (Falasha) in Ethiopia: From Earliest Times to the Twentieth Century, New York Univ. Press, 1992. 

51 Il riferimento geografico è alla terra di Canaan. 

52 The Sign and the Seal. A Quest for the lost Ark of Covenant, W.Heinemann Ltd., London, 1992; trad. it. Piemme,1995. Anche in questo caso, per chi desideri approfondire l’argomento, si rimanda alla lettura – del resto piacevole – del saggio, 

53  Frederik C.Gamst, Op. cit. vd. supra n. 46. 

54 Es. 3.8, Lv. 20.24, Nm. 13.27, Sir. 46.8, Bar. 1.20. 

55 Con il nome Variaghi, altrove conosciuti anche coi nomi di Vichinghi o Normanni, si identificano quei popoli scandinavi che migrarono, specialmente dalla Svezia, verso sud/est. Essi erano apprezzati pel commercio, ma temuti per la pirateria; attività praticate anche in contemporanea; mentre, nei domini dell’Impero Romano d’Oriente, offrendosi come mercenari formarono lo scelto corpo della guardia variaga. In queste incursioni, si spinsero sino al Mar Caspio. Nell’attuale Ucraina, costruirono un sistema di fortezze e di stazioni commerciali dal quale si sviluppò il primo stato russo, la Rus’ kievana. 

56 Tali e tante sono le coincidenze geografiche riscontrabili tra il racconto omerico e i dintorni dell’attuale cittadina finlandese di Toja che i resti scoperti da Schlimann, privi di tali riscontri, perdono credibilità, risultando solo ciò che resta di uno dei tanti antichi centri di quella ricca area archeologica. 

57 Vd. http://www.academia.edu/6407369/Fiumi_venature_e_stelle_geografia_sacra_e_fengshui_nella_tradizione_cinese e https://connessionecosciente.wordpress.com/2015/05/10/dalla-geografia-sacra-alla-geopolitica/  

58 Il Feng Shui, conosciuta in Cina come la scienza “del vento e dell’acqua” e per l’Occidente: vd. Vincent Scully, The Earth, the Temple and the Gods, Trinity Univ. Press, 2013; Jean Richer, Geògraphie Sacrée dans le Mond Romain, Guy Trédaniel, 1985; Jean Richer, Geògraphie Sacrée dans le Mond Grec, Guy Trédaniel, 1983; John Michell, The new view over Atlantis. The Essential Guide to Megalithic Science, Earth Mysteries, and Sacred Geometry, Red Wheel/Weiser, 2013; John Michell, The Earth Spirit. Its Ways, Shrines, and Mysteries, 1975; Francis Hitching, Magia della Terra: il mistero dell’uomo megalitico e della sua civiltà perduta, Sonzogno, 1978; Blanche Merz, I luoghi alti, SugarCo edizioni, 1986.

59 Vd. supra e nn. 16, 17. 

60 Un importante contributo delle nere popolazioni indigene del sub-continente e che poi si sovrappose inserendosi in via definitiva alla tradizione degli Ari invasori tanto da essere definito il quinto Veda furono, appunto, i त त्र, Tantra.

61 Su questa denominazione esistono molti equivoci: con un approccio scientifico essa ha senso solo nel contesto della civiltà indù e della sua complessa stratificazione sociale. Delle quattro caste (वर्ण, varna, colore) che la compongono: ब्र&मन्, Brahman, sacerdoti; क्ष’#य, Kshatriaya, nobili o guerrieri; (वश् , Vaishiya, mercanti, borghesi; शूर, Shudra, servitori, popolo; sono आर्य, Ari solo i primi tre. C’è da aggiungere come l’aver chiamato colore questa classificazione sociale sia un evidente portato di quella remota invasione. Esistono poi innumerevoli sotto-caste (जाती, jāti, nascita, famiglia) che non ha qui importanza citare. Vd. Louis Dumont, Homo Hierarchicus, Adelphi, 1966. 

62 Op. cit. vd. supra n. 52. 

63 Sulle molto complesse ragioni di quest’insolita diminutio del Tetragramma (YHWH), cfr. d’Ausser Berrau, op. cit.

64 Nella ricostruzione dello Hancock l’unico punto che ci trova decisamente scettici è la sua convinzione che l’Arca, custodita ancora dalla locale chiesa copta, possa essere quella originale. 

65 Chantraine, op. cit. s.v. Αχαιος.

66 Poetico, per greco in genere, cfr. F.Calonghi, Diz. Latino-Italiano, s.v. Argos. 

67 Per il rapporto con αρτικος vd. F. Sommer, Ahhijawa-Frage und Sprachenwissenschaft, Ab. der Bayr. Akad. der Wiss. Munich, 1934, p. 63 e sg.

68 Acies, ei: pointe, faculté de pénétration (sens physique et morale), en particulier «faculté de pénétration du regard» ; s.v. ac- in A. Ernout, A. Meillet, Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, Klincksieck, Paris, 1959.

69 Priva del battito delle palpebre. 

70 Gdc. 16.23; 1 Sam. 5.2, 5.3-7; 1 Cr. 10.10; 1 Mac. 10.83-85, 11.4. 

71  Cfr. supra. 

72 M.Griaule, Dieu d’Eau, Fayard, 1966 ; tr. Giorgio Agamben, Dio d’acqua: incontri con Ogotemmeli, Milano: Bompiani, 1968; Milano: Garzanti, 1972 e a cura di Barbara Fiore, Torino: Bollati Boringhieri, 2002. Vd. anche Germaine Dieterlen, Les Dogon. Notion de personne et mythe de la création, éd, L’Harmattan, 2000. 

73 M. Griaule, Ibidem, p.88. È piuttosto curioso che un popolo dell’Etiopia orientale (Eritrea ma anche Somalia), i Danàkili (ma loro chiamano sé Afar o Adal), si suddivida in uomini rossi (asà ian mara, sono questi i nobili) ed uomini bianchi (adò ian mara e questi sono i commons): cfr. R.Biasutti, Razze e popoli della Terra, UTET, 1967, vol. III, p. 222. Quanto al nome fa pensare questo Dan-: l’assonanza con Danai è evidente e così le tracce di un culto preislamico affine a quello dei Qemant e la lingua cuscita rimandano agli Agaw. 

74 Vd. supra, op. cit. n. 64. 

75 Gdc. 16. 22-30. 

76 1 Re, 7. 21. 

77 Cfr. l’assonanza germanica: San-son, figlio del sole. 

78 G.Garbini, op. cit. p. 67. 

79 1. Mac. 12.5. 

80 Ibidem, 12.21. 

81 The Jews in the Greek Age, Harvard U.P. 1988, Chap. XX 

82 2Mac. 5.9. 

83 R.Graves, Greek Myths, trad it., Longanesi, 1977; Cap.74, § p. 

84  Neologismo coniato dal Graule per rendere le specificità dei miti dogon. 

85 Vd. Kluge, Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache, de Gruyter, Berlin, 1995; s.v. Sparta 

86 Percy Bysshe Shelley , On The Medusa of Leonardo da Vinci. 

87 Mt. 7.10, 12.40, 13.47, 14.17s, 17.27, Lc. 5.6, 24.42, Gv. 21.9s, 1Cor. 15.39. 

88 Come abbiamo già scritto (vd. supra n. 43) la durata di un ciclo di umanità (Manvantara) è di 64800 anni, ovvero 2½ la precessione che è di 25920 a. e il Manvantara si suddivide, a sua volta, in Yugas (युग/) la cui durata è secondo le proporzioni: 4+3+2+1 = 10 che corrispondono alla stessa scansione della pitagorica τετρακτύς. Sull’intero Manvantara si sovrappone, con diversa lettura temporale, la dominanza delle cinque razze: Hamsa (indifferenziata), Gialla, Nera, Rossa, Bianca. Dove, a ognuna, spetta un periodo che, nella civiltà classica, fu chiamato grande anno (µέγας ἐξιαυτός) e che Macrobio calcolò in circa 15000 a. ma che, in realtà, è di 12960 a, ½ cioè della stessa precessione. Su questa terminologia c’è comunque una certa confusione: con lo stesso nome, o con quello di anno platonico, sempre nel mondo classico, si designava la precessione. 

***

Tutto il materiale riprodotto è tratto dal PDF: http://www.cartesio-episteme.net/ep8/Scandia-Ambe.pdf

 

 

 

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (4° PARTE)

di Antonio Bonifacio

Gli alberi sono nella loro bellezza autunnale, i sentieri del bosco sono inariditi, nel crepuscolo di ottobre l’acqua riflette un cielo immobile; sull’acqua fra le pietre ci sono cinquantanove cigni.

È questo il diciannovesimo autunno da quando la prima volta li contai; li vidi, prima che finissi il conto, tutti all’improvviso alzarsi e disperdersi volteggiando in grandi cerchi spezzati sulle ali strepitose.

Ammirai quelle splendenti creature e ora il mio cuore è triste. Tutto è cambiato da quando io, ascoltando al crepuscolo la prima volta, su questa riva, lo scampagnio delle loro ali sopra il mio capo, camminavo con passo più leggero.

Instancabili, amata e amante, remano nelle fredde correnti amiche o scalano l’aria;
i loro cuori non sono invecchiati; passione o conquista ancora li accompagna nel loro errante vagare.

Ma ora si lasciano andare sull’acqua immobile, misteriosi, stupendi. Fra quali giunchi costruiranno il nido, su quale sponda di lago o stagno incanteranno occhi umani quando al risveglio un giorno scoprirò che son volati via?

( I cigni selvatici Coole di William Butler Yeats)

Il Sid celtico e il cigno psicopompo

Riprendiamo il tema del Sid, introdotto appena in precedenza, per proporre una trattazione un poco più circostanziata delle valenze simboliche del cigno quale accompagnatore dell’anima (e quindi animale psicopompo) alla cui investigazione ci siamo decisamente indirizzati dopo l’esame del pilastro 43 del sito di Gobekli Tepe.

Sid significa “pace”, la caratteristica quindi di questo paradiso “celtico” consiste essenzialmente nell’eliminazione di tutti i contrasti, come conseguenza dell’abbandono degli schemi illusori propri della mente. L’abolizione delle dualità innesca la pace profonda, la vera pace da cui si dispiegano le facoltà proprie di altri piani dell’essere. Questo “stato dell’essere” o paradiso richiama per tali suoi caratteri, la “società senza caste” descritta nell’induismo che, per estensione, rappresenta il tratto distintivo dell’umanità che visse nell’età dell’oro. 

Il sid è “lontano” dalla nostra dimensione di vita, da questo mondo, la sua incommensurabile distanza ci richiama la locuzione magica, incantatoria e profondamente sapiente con cui invariabilmente esordiscono le fiabe (il lontano…lontano che è preceduto da “tanto tempo fa”). Si tratta quindi di una lontananza puramente ontologica, né spaziale, né temporale. Per questo gli abitanti del sid, in qualsiasi modo li si immagini, possono comunque comunicare con questo mondo, sul quale vigilano e con il quale cooperano, superando facilmente i varchi che da loro ci separano.

Non per nulla numerose testimonianze etnografiche e folkloriche ci precisano che i due mondi, sono concepibili come due sfere in perenne relazione tra loro, grazie a dei punti di giunzione presenti tra di esse e individuati in luoghi disparati del mondo. Questi luoghi, stabilmente ierofanici, coincidono con quei siti considerati sacri già da tempi imme
morabili e che rappresentano veri e proprie porte di comunicazione tra un mondo e l’altro.

Si tratta di un pattern mitologico che ha un carattere pressoché ubiquitario e che coinvolge ai nostri giorni anche le religioni rivelate con l’inverarsi, ad esempio, di numerose e persistenti apparizioni mariane presso diverse località, concretando così una versione, per così dire cristiana, dell’Angelo della terra o Anima Mundi che dir si voglia. Queste apparizioni sono oggettivamente veridiche, non meno di altre che assumono spoglie diverse, le differenze sono solo apparenti, in quanto ogni manifestazione si percepisce secondo la capacità di comprendere di chi “vede”.

Si devono al filosofo Glauco Giuliano alcune osservazioni sull’argomento che stimiamo particolarmente penetranti e fondate sugli sviluppi delle sue esplorazioni del mundus imaginalis e sull’influenza che questo mondo di materialità sottile, presidiato dagli “angeli”, esercita sulla percezione ordinaria della nostra sfera.

Dall’insieme delle considerazioni proposte dallo studioso ne riprendiamo una parcella, che valutiamo come eccellente sinossi dell’intero argomento i cui contenuti superano d’un balzo sia il riduzionismo degli scettici, sia le possibili perplessità dei credenti.

Così scrive:” Vediamo subito che questo mondo fisico inferiore (Molk) presenta dei luoghi- le superfici speculari- che fungono da intersezioni con il Malakut (mondo di materia “sottile” ndr.): come, dunque, il Mundus imaginalis partecipa della fisicità (per via della materia sottile), così il molk partecipa dell’immaginalità (poiché è anche esso Luce, in quanto Essere), essendovi un elemento comune ad entrambi. Gli specchi e le altre superfici lucidae possono essere considerati come un “alone” diffuso nel molk dal malakut” (G. Giuliano: 2009; 134 e 137).

In questo “alone”, come lo definisce G. Giuliano, si verificano le apparizioni e i “passaggi” delle figure che sono propri di ogni mondo mitico e/o religioso. Nel caso di specie, stando qui a parlare del mondo celtico, i messaggeri che compaiono nel nostro mondo vestono la forma del volatile e quindi appaiono alla coscienza come cigni, pervenendo in queste sembianze dal mondo intermedio, da un mondo materiale altro.

Non è inopportuno ricordare con Afredo Cattabiani come nell’Europa settentrionale precristiana questi volatili rappresentassero i simboli del dio solare: secondo i Celti essi guidavano la barca solare nell’Oceano celeste, d’altronde questa è la forma che assumevano molti esseri celesti quando penetravano nel mondo visibile per comunicare agli uomini (cfr. A. Cattabiani: 1998, 323).

I cigni, “vesti” delle fanciulle divine, provenivano quindi dal nord da una terra celeste e “senza male”.

Queste giovani donne incantano con la loro voce meravigliosa, un incanto in grado di sospendere il senso del tempo, ipnotizzando quindi gli ascoltatori, allontanandoli in spirito dalla sfera del mondo grossolano e conducendoli con il loro canto nell’universo acronico proprio dell’angelo (sul tema si veda anche François le Roux, Christian J. Guyonvarc’h: 1986, 280-298).

Sebbene queste intrusioni paradisiache avvenissero solo temporaneamente, pur tuttavia questo beneficio momentaneo poteva mostrare nel nostro mondo, la virtù che fu proprio dell’età dell’oro e quindi illuminare il cuore degli uomini svelando loro la loro vera natura e indirizzandoli al risveglio dello spirito.

Questa breve osservazione salda quindi la figura cigniforme del nostro sciamano di Lascaux con Miranda, il personaggio fulcrale di Picnic, che abbiamo trattato nella prima parte, in un audace ma motivato salto secolare, unificando in un’unica prospettiva mondi solo all’apparenza lontani nel tempo, congiunti piuttosto nell’es- senza.  

Il cigno, non è certo peculiare delle culture che abbiamo nominato, tutt’affatto naturalmente, ma la selezione degli argomenti è necessaria per evitare indefinite dispersioni e mantenere la barra dritta su un certo tema. Per questo è opportuno, come già detto, proseguire nel discorso focalizzato sul cigno quale accompagnatore dell’anima. Ne seguiremo il percorso ancora nei secoli, sia pure scandendolo per tappe significative e nel prossimo paragrafo faremo un cenno alle sue fortune “simboliche” presso le nostre latitudini.

Il cigno iperboreo in Italia (la barca solare e i suoi destrieri)

Ci avviciniamo rapidamente a una dimensione storica più recente e per questo approdiamo alle nostre latitudini dove l’immagine del cigno iperboreo è presente in molteplici testimonianze, richiamando con l’occasione alcuni concetti. L’archeologia ci dimostra come il cigno è stato costantemente associato a simboli solari anche in epoche più vicine a quella contemporanea. Le terre nordiche, la Scandinavia in particolare, hanno consegnato un numero assai notevole di reperti (graffiti e oggetti in bronzo) che raffigurano natanti solari trainati da cigni. 

Si tratta di rappresentazioni che mettono l’interprete in immediata comunicazione con il mondo figurativo dedicato ad Apollo, che come detto all’esordio è mostrato in molteplici raffigurazioni come dio della luce che vola verso il paese degli Iperborei su un cocchio tirato da cigni.

Fig. 1 – Vaso bronzeo rinvenuto nella necropoli dei Quattro Fontanili a Veio. Si tratta di un’elegantissima rappresentazione sintetica della barca solare con le due protomi di cigno che, nella loro contrapposizione, mostrerebbero il movimento periodico delle migrazioni di questi volatili che conducono Apollo agli Iperborei.

Si può quindi affermare che le rappresentazioni scandinave sono l’equivalente del mito greco di Apollo iperboreo a dimostrazione della diffusione del tema, diversamente declinato, ma identico nella sostanza, in molteplici ambiti geografici.

Carro e barca esprimono il medesimo pattern, sono i veicoli della pura luce del sole stazionario che può essere “visto”, chiusi gli occhi spenti quindi i sensi. Anche alle nostre latitudini l’archeologia ci ha consegnato numerosi esemplari di manufatti realizzati utilizzando il simbolo della navigazione. Difatti questo tipo di barca solare si ritrova su situle e anfore di bronzo di tipo cultuale, provenienti da alcune tombe atesine e villanoviane dell’VIII° secolo a.C. che, pur nella sintesi figurativa che le caratterizza come oggetti d’uso, mantengono il valore simbolico in maniera piena e inequivocabile: l’astro divino, la pura luce, è affiancato da cigni, che lo trainano lungo nel suo viaggio sul fiume Oceano. 

E’ pur molto diffusa una forma sinottica di nave solare. Essa è costituita da dischi accompagnati da protomi di cigno, a volte anche da cigni siamesi, una raffigurazione che sia pure magistralmente sintetizzata in forma schematica conserva tutta la sua pregnanza di rappresentazione simbolica ancora non scaduta a livello meramente decorativo. Tale raffigurazione è particolarmente diffusa
nella prima età del ferro comparendo su centurioni femminili atesini, villanoviani e laziali. (per questo e altri esempi cfr Cinzio Solano, in La Tradizione artica, Arktos: nn. 27-28).

Qui si presenta a titolo di esempio tale raffigurazione sintetica così presente in un reperto bronzeo veiense che ci perviene dalla necropoli dei Quattro Fontanili

Tuttavia, se la presenza di questi oggetti è relativamente comune, si vuole qui presentare un reperto davvero singolare e prezioso che, crediamo, costituisce pressoché un unicum nel panorama di questa iconografia “paraapollinea”. Esso ricollega la complessa rappresentazione, di cui appena appresso si parlerà, al nostro tema principale, ovvero la conduzione gloriosa dell’anima sulla barca solare verso la regione dell’immortalità spirituale.

Si tratta di un trono ligneo che proviene da una tomba principesca (T. 89, Landi) rinvenuta nell’estesa necropoli villanoviana di Verucchio, una località posta nell’entroterra riminese, di grande importanza per lo studio delle culture villanoviane.

L’insediamento rappresentò uno dei principali centri del commercio dell’ambra e qui furono rinvenuti quattro di questi seggi di cui l’esemplare che qui si presenta è quello nel miglior stato di conservazione.

Fig. 2 – Lo schienale del trono ligneo di Verucchio,così come si presenta oggi. Lo stato di conservazione è eccezionale

La tomba principesca contiene i resti ossei di un personaggio di alto lignaggio conservati in un cinerario bronzeo “vestito”. 

Di ciò scrive l’archeologa Angiola Boiardi “L’antropomorfizzazione, ricollegabile a ‘una generica assimilazione dell’urna ad un corpo umano’, è portatrice, in casi come quello della Tomba 89 di elementi di maggiore complessità; il rito crematorio serve si ‘a liberare il defunto della sua materialità’ e fargli raggiungere una sfera divina, ma, tramite il cinerario vestito, si vuole anche comunque sottolinearne la presenza; questa ‘personificazione’ è messa in atto disponendo sopra e intorno al cinerario abiti ma anche armi e ornamenti collegati all’immagine che chi agiva il rito voleva dare del defunto”. (Guerriero e sacerdote a cura di Patrizia Von Eles pag.22)

Questo, in bella sintesi il mondo spirituale in cui va letto questo singolare reperto.

Sulla spalliera di questo trono sono presenti incisioni che ci forniscono un racconto articolato dei riti di separazione che riguardano certamente il personaggio cui il trono è destinato. L’ulteriore “decorazione” del reperto si concreta in forme geometriche. Tra le varie istoriazioni dell’affollato scenario è ben evidente la rappresentazione di un telaio utilizzato per intessere i paramenti funerari all’aristocratico villanoviano cui era riservato il trono. Si tratta con forte probabilità di un guerriero capo tribù che presentava altresì i caratteri di una guida spirituale della sua comunità, in sintesi ci troviamo di fronte a una sorte di re-sacerdote. La particolarità consiste nel fatto che tali paramenti sono stati realizzati impiegando un telaio la cui struttura è realizzata in forma di cigno stilizzato, come ben si osserva dalle immagini.

Fig. 3 – Estrapolazioni della complessa par-titura narrativa del “racconto funerario” costituente il reperto

Il reperto in sé è “vivo per miracolo” trattandosi di materiale organico ligneo particolarmente soggetto al deperimento. Esso invece si è conservato insieme alle stoffe di corredo, grazie a particolari caratteristiche del terreno d’inumazione. Paradossalmente è stato proprio un primo intervento di conservazione a deteriorare in maniera pressoché irreversibile il pezzo, occultandone importanti dettagli, ma, pur in presenza di tali mutilazioni, il reperto resto sempre un esemplare pressoché unico.

Il trono ligneo della tomba T 89

La funzione di un trono posto all’interno della tomba richiede una decrittazione della sua funzione.

A nostro giudizio è valida la proposta di considerare una sua prima collocazione all’atto del banchetto funebre e quindi prima della sepoltura. Per la circostanza di essere inoccupato esso così manifesterebbe la presenza spirituale del defunto al momento dell’agape funeraria. L’importante personaggio costituirebbe un invisibile convitato di pietra, presente al suo stesso banchetto funebre, una presenza sottile che “assorbirebbe”, verosimilmente, la parte fluidica promanante dal cibo materiale preparato per l’occasione, cogliendosi in ciò un richiamo, solo suggestivo, con l’Egitto e l’alimentazione fluidica del Ka.

La spalliera del trono, che si esaminerà nelle parti salienti di specifico interesse per questa relazione e quindi solo per introdurre l’argomento con imprescindibili considerazioni di contorno, si presenta come un reperto di eccezionale rilevanza, anche e soprattutto per le incisioni che ne affollano lo schienale. Il senso della scena complessiva non è stato chiarito del tutto, in essa probabilmente si narra proprio dell’evento funerario e del suo cronologico svolgimento. Il tutto è descritto come un complesso rito di separazione al quale intervengono molteplici personaggi caratterizzati da funzioni assai differenziate. 

Una caratteristica si impone all’evidenza: la presenza di numerose donne che agiscono in veste di operatori sacrali e che attendono a diversi compiti. Nel bel saggio collettaneo Guerriero e Sacerdote, dedicato con grande accuratezza all’argomento del trono di Verucchio, l’archeologa, Patrizia von Eles, coordinatrice dell’importante lavoro, ha teorizzato che i compiti sacrali cui attendono i personaggi femminili e che appaiono delineati nel racconto ligneo, si siano trasfusi nel mondo romano costituendone degli antecedenti storici.

Abbiamo così una coppia di operatori sacrali che giungono ognuno con un carro convergendo al centro della scena e che fanno pensare a quello
che sarà la coppia sacerdotale flamen e la flaminica dialis. Altrove, altre donne, appaiono intente alla macinatura dei cereali. Esse agiscono in un contesto sicuramente non utilitaristico (ammesso che questo sia esistito sic e simpliciter nel mondo arcaico) e l’ambito iconografico che le rappresenta induce a pensare che si stia assistendo alla preparazione della mola salsa, elemento che evidentemente ci riconduce ai riti propri di competenza del Collegio delle Vestali.

L’importanza del ruolo della donna in questa società, così fortemente caratterizzata dalla cultualità delle armi, è altresì rafforzato dallo svolgimento di attività di tessitura, che è nettamente da ricondurre in ambito sacrale, senza peraltro scomodare, nella circostanza, René Guénon e il suo studio sul relativo simbolismo.Per quanto riguarda i nostri ragionamenti ci soffermeremo su quest’ultima operazione che si trova descritta in due distinte serie di scene, poste a entrambi i lati dell’asse ideale che seziona in due il reperto, che comunque non può considerarsi simmetrico, in quanto le immagini sono solo apparentemente duplicate da una parte e dall’altra. Un esame, non superficiale, mostra elementi di variazione al punto di poter fare affermare agli specialisti che una parte rivestisse carattere “maschile” e l’altra “femminile”.

I due telai, pur rientrando tra i telai verticali, presentano una struttura finora non documentata se non in un oggetto denominato tintinnabulum. Esso è conservato a Bologna, e su di esso è rappresentato un telaio la cui forma è assai simile a quella raffigurata sul trono. Chi opera su di esso (in questo caso due donne che si dedicano ognuna a un diverso tessuto) non lo fa stando con i piedi poggiati in terra, ma seduto su una struttura complessa e rialzata, certamente non imposta da motivi funzionali ma dall’apparente necessità di assumere una posizione peculiare, forse “rituale”, necessaria per preparare i paramenti funerei.

La spiegazione a tale complicazione costruttiva potrebbe trovarsi in prescrizioni che imponevano condizioni specifiche per la realizzazione di particolari abiti o di altri tipi di lavorazione su tessuto da parte di tessitrici ritualmente indirizzate alla realizzazione di tale tipologia di confezioni. Nel mondo romano e greco non mancano prescrizioni rituali che riguardano la confezione e il tipo di abiti da indossare in determinate situazioni o cerimonie, ad esse ci si potrebbe riferire per interpretare tale pregresso contesto.

Di questa separazione ci testimonia anche l’acconciatura delle tessitrici che è piuttosto peculiare (lunga coda con i capelli legati in fondo) il che ci permette di concludere affermando che è verosimile ipotizzare che i telai rappresentati sul trono di Verucchio e sul tintinnabulum di Bologna non siano telai di uso normale e quotidiano, quanto piuttosto telai rituali. Ciò ben spiegherebbe la presenza, per così dire strutturale, di simboli come l’uccello solare, costituente la specifica caratteristica costruttiva di questo telaio bifronte, tipologicamente denominato “a barca solare”. (cfr. Patrizia Von Eles: 2010, 256, nota 623).

Fig. 4 – Lo straordinario telaio con il quale si tessevano esclusivamente i paramenti desti-nati al lungo e complesso rituale funerario ( Museo di Verucchio, foto dell’autore)

Del resto ciò è suggerito dalle stesse contestualizzazioni archeologiche. Il noto studioso della protostoria europea Renato Peroni ha considerato la doppia protome di uccello, presente nel manufatto, come evidente reinterpretazione schematica della barca solare che trova riscontri in ambito villanoviano con le varie tipologie di carro solare (es. urna a capanna bronzea di Vulci).

Si stabilisce così una sorprendente relazione tra elementi, ovvero un circuito per il quale il mantello funebre sembrava ricevere certe “qualità magiche” dalla sua matrice (il telaio) che poi comunica al defunto la cui anima, liberata per mezzo del rito crematorio dalla pesanteur corporale, si poneva in viaggio verso la rotta nordica dell’ambra e del cigno (il significativo titolo di un altro testo dedicato alla Verucchio è: Il dono delle Eliadi, Ambre e oreficerie dei principi etruschi di Verucchio)

La via dell’ambra era propria della località in cui è ubicata questa necropoli. Verucchio era il centro fulcrale nell’Adriatico per il commercio dell’ambra, nel mito (fra gli altri) il prodotto delle lacrime delle Eliadi (le sorelle di Fetonte) come ci ricordano i versi della tragedia euripidea, l’Ippolito:

…sull’acqua dell’Eridano

dove stillano nell’onde

purpuree le infelici fanciulle

per pietà di Fetonte,

 lucenti lacrime d’ambra

Fig. 5 – La ricostruzione della posizione e dell’abbigliamento delle tessitrici(Museo di Verucchio foto dell’autore)

Questo richiamo al mito di Fetonte, che, come è noto, è morto combusto dopo essere stato disarcionato dal carro celeste, ci consente di operare un breve inciso, facendo un cenno a un’altra popolazione italica, profondamente relazionata con la mitologia del cigno per conseguenza dello sgorgare dal suo occhio divino della pietosa lacrima d’ambra.  

Stiamo parlando dei Liguri. Le fonti ci testimoniano che il regnante del popolo ligure, Cicnos, parente di Fetonte, nell’apprendere la notizia della morte del suo giovane amico e congiunto, lo pianse lungamente e tale fu il suo dolore che fu trasformato pietosamente in cigno canoro; canoro, perché grandissima era l’abilità in quest’arte di Cicnos, al punto che si ritenne che tutti i Liguri, quasi per una sorta di proprietà transitiva, eccellessero anch’essi nell’arte musicale. Si tratta di un racconto mitico che si basa su una più vasta tradizione riferita da Luciano di Samosata per la quale i compagni di Apollo erano uomini con dono del canto che da parte, in qualche luogo erano stati mutati in cigni.

Per Pausania tale trasformazione avvenne per volontà di Apollo. Non sfugga a questo punto la relazione tra il cigno, il canto e la luce (in relazione al mito di Fetonte) che costituiscono il tessuto connettivo del mito descritto. Nel richiamare quanto abbiamo appena detto nel breve paragrafo dedicato al cigno e quindi all’abilità del canto delle fanciullecigno, proponiamo all’attenzione la relazione individuata da Jung tra i tre termini, il quale:”… avvicinando il radicale sven al sanscrito svan che significa sussurrare, arriva a concludere che il canto del cigno, in tedesco (Schwan), uccello solare, è la manifestazione mitica dell’isomorfismo etimologico della luce e della parola”. (Jean Chevalier, Alain Gheerbrandt: Vol. 1°:1987, 270). Per inciso vogliamo ricordare che presso i Dogon, cui ci siamo interessati pubblicando un intervento anche grazie all’associazione Simmetria, esiste una consimile equivalenza simbolica formata dai termini luce, parola, seme.

Lasciamo i Dogon e ritorniamo ai Liguri e le loro profonde connessioni con il cigno. Le fonti ci testimoniano che i guerrieri di questo popolo impiegavano un elmo provvisto di piume di cigno (Virgilio: Eneide X, 187) e qualche bronzetto ci mostra di elmi dalla complessa struttura in forma di collo e testa del venerato volatile, che, anche in altri manufatti, è parimenti utilizzato. Ci riferiamo a un reperto rinvenuto in località Trana, che benché attualmente sia ubicata nella regione piemontese, è pienamente ascritta all’area culturale ligure. Qui, in corso di scavo, è stata rinvenuta una forma di fusione destinata a else di spada, che presenta il disco solare raggiato e il cigno, a riprova della diretta connessione di questo popolo con il simbolo solare.

Questo breve inciso “ligure”, pur nella stenografica esposizione in cui l’abbiamo reso, ci dimostra quanto fortemente fosse sentita da alcuni popoli italici la connessione tra ambra e cigni, per questo siamo rimasti un poco stupefatti dalla disinvoltura naturalistica con la quale Patrizia von Eles- curatrice del bel volume da cui abbiamo espunto le informazioni che qui si sono presentate- identifichi le sagome stilizzate, presenti sul reperto oggetto della sua disamina, con dei paperi o addirittura con quei volatili che denomina “paperelle”.

Si tratta, a nostro avviso, di una sorprendente leggerezza, in quanto gli esseri che Ella chiama “papere”, altri non sarebbero, eventualmente, che oche selvatiche che non hanno raggiunto la maturità sessuale, del tutto inidonee quindi a migrare non essendo ancora adulte, sempre concesso, naturalmente, che gli antichi villanoviani di Verucchio volessero rappresentare delle oche migratrici. In verità ciò sarebbe perfettamente compatibile perché i due animali a livello mitologico sono reputati intercambiabili (e l’abbiamo già osservato in precedenza), anche se la sagoma stilizzata che appare di più immediata evidenza all’osservatore è, senza equivoco, quella del cigno. (cfr. sull’“intercambiabilità” tra cigno e oca, si veda Jean Chevalier,
Alain Gheerbrandt: Vol. 1°:1987, 268).

Fig.6 – Elmo “cignesco” di guerrieri liguri

Questi uccelli non sono rappresentati solo sulla struttura del telaio, anzi costituiscono la struttura stessa del telaio, inteso, come già sopra ricordato, quale barca solare, ma si presentano anche in scene periferiche del trono stesso, dove a volte sono raffigurati con il corpo volto in un verso, a volte nel senso opposto.

Tale tipo di rappresentazione, sempre secondo l’opinione della studiosa, esprimerebbe le caratteristiche migratorie della specie, come del resto si è visto nel vaso della necropoli dei Quatto Fontanili. Accanto a questa specie dal collo lungo (oca o cigno che sia) sono presenti altre specie di volatili, quasi che ci si trovi al cospetto di una sorta di catalogo di migratori alati. 

Si identificano, infatti, altre specie: trampolieri, gru e cicogne, tutti uccelli non stanziali. Per ultimo menzioniamo la presenza di altri animali, tutti contornati da ruote solari (sette ruote solari a sei raggi) che sembrano appunto imprimere un movimento dinamico “stagionale” alla scena.

Riassumendo, possiamo affermare che sono presenti elementi sufficienti per teorizzare che il complesso rituale funerario fosse destinato allo scopo di condurre l’anima nelle regioni del nord, in quei luoghi dove può ritenersi, esprimendosi nel condiviso linguaggio del citato Glauco Giuliano, che esista un “passaggio” tra molk (mondo grossolano) e malakut (mondo sottile o immaginale).

Abbiamo, infatti:

– Le ruote solari apollinee.

– Gli uccelli psicopompi conduttori della barca solare

– Il rituale funerario descritto sul trono che si conclude con la combustione delle spoglie

– Gli oggetti destinati all’uso oltre tombale dove è presente una grande profusione di reperti d’ambra, elemento sul quale varrà la di spendere qualche ulteriore conside
razione.

Infatti, l’importanza che assunse questa resina, in ambito mitico-rituale (tralasciando quello economico che non riguarda gli orizzonti di questa esposizione) nel contesto del villanoviano, deve essere ulteriormente sottolineata da altre irrinunciabili osservazioni. Apollonio Rodio riferisce una leggenda celtica secondo la quale le gocce d’ambra dell’Eridano (fiume terrestre o fiume celeste?) sarebbero le lacrime dello stesso Apollo quando egli si recò presso gli Iperborei, per volere di Zeus.

Callimaco ci propone un’altra versione intorno all’origine dell’ambra, non riconducendola, stavolta, alle lacrime di Apollo ma ai suoi capelli dai quali stillavano “gocce d’olio, rimedio d’ogni male”. Entrambe le tradizioni vanno a confluire sulle peculiarità guaritrici di Apollo, quale medicosciamano, come si è già avuto modo di ricordare nell’esordio delle nostre considerazioni sul tema e che come si vede si dispiegano in variegati contesti.

Allo stesso modo l’ambra e le relative virtù guaritrici, erano associate anche ai cigni, come ci ricorda ancora Luciano di Samosata. Un passaggio della fiaba di Andersen, che, ricordiamo, è trattata anche dai Grimm e dal poeta irlandese Yeats, e che quindi è erede di una lunga tradizione foklorica, ha conservato il patrimonio genetico mitico esattamente come un insetto nell’ambra (appunto). Qui si narra del principe cigno che, commosso dalle sofferenze della sorellina costretta malvagiamente a confezionare abiti d’ortica con le mani nude, ne piange la sorte e le sue lacrime altro non sono che gocce d’ambra che, toccando la pelle della fanciullina, la guariscono delle terribili piaghe.

In questa essenziale sintesi è facile scoprire un’assonanza con la concezione tolkieniana della fiaba di cui l’autore può essere considerato un “moderno” resuscitatore. Siamo di fronte a quello che è stato denominato il tema dell’eucatastrofe, ossia l’improvviso capovolgimento che dalla sofferenza conduce alla felicità assoluta, là dove delizie e dolori divengono un’unica cosa e la gioia è acuta come una spada.

Non è certo un’illazione supporre che sia il materiale fiabesco, sia il materiale mitologico, rivelatori entrambi di un’estrema arcaicità (come più volte lo studioso Gianfranco Ersoch ha ricordato nelle sue lezioni riconducendo diversi pattern fiabeschi a un convincente orizzonte arcaico addirittura paleolitico), provengano da una fonte comune, conclusione
che del resto costituisce anche un nostro espresso convincimento.

Un cenno a Roma

Dopo questa lunga cavalcata nei secoli concludiamo con un semplice ma significativo cenno a Roma anch’essa erede consapevole del mito polare e dei benefici spirituali costituiti dalla relazione dell’urbe con il polo celeste. Di questa vocazione polare si hanno testimonianze nella Roma arcaica, cogliendosi una sorta di disputa di primato tra Palatino e Campidoglio, risoltasi in qualche modo a favore di quest’ultimo, fino al termine dell’età repubblicana. Con Augusto, il grande restauratore del mondo primordiale romano e conseguentemente fautore del ritorno della “Vergine” e del ristabilirsi del tempo aureo (Saturnia Regna), si sviluppò, per effetto dell’influenza sapiente del poeta Virgilio, vero mentore dell’operazione di recupero della spiritualità primordiale, questa ri-connessione al mondo polare dei primordi che divenne, per così dire, atmosfera sacrale palpabile.

Il Palatino presenta, rispetto al complesso collinare romano, un carattere marcatamente omphalico. La sua radice etimologica pal, pol ha per significato “cosa rotonda”, e inoltre la sua collocazione denuncerebbe il suo carattere “naturalmente” polare, dal momento che intorno ad esso si dispongono gli altri sei colli siderali dell’urbe. Per conseguenza, apparterrebbe al luogo la possibilità di stabilire una comunicazione con il polo invariabile che fu perduta, come appare riverberato, in modo spesso incerto e contraddittorio dalle stesse fonti, a favore del Campidoglio già in epoca arcaica. 

Accogliendo questa ottica si può constatare che già alla fine della Repubblica Augusto promosse quell’opera restauratrice, di cui si accennava, con la costruzione di un tempio dedicato al dio iperboreo Apollo e il trasferimento del fuoco sacro di Vesta dal foro al Palatino.

Virgilio, mentore dell’operazione, come già ricordato, sembra alludere a questa identificazione con le stelle dell’Orsa in un passo assai enigmatico nel libro VI° dell’Eneide, allorché accenna alla fondazione di Roma e ad Augusto che, dal centro immobile del colle polare, avrebbe restaurato l’aureo regno primordiale raggiungendo perfino le lontane popolazioni dell’impero. Ancora nell’ottavo libro, quando si sofferma, quasi di sfuggita, sulla pelle dell’Orsa su cui era seduto Enea nella capanna di Evandro, scrive dei versi enigmatici, che tuttavia appaiono maggiormente intellegibili se li ricolleghiamo a tutto quanto abbiamo finora esposto sul tema: (…disse e sotto il colmo dell’augusta capanna condusse il grande Enea e lo fece sedere su un saccone di foglie e su pelle di libica orsa). Aggiungiamo a proposito dell’associazione Orsacostellazione–polo che Nicandro di Colofone chiama l’Orsa Minore “l’Orsa dotata di ombelico, ed Esichio “L’Orsa che porta l’ombelico” aggiungendo che Ella si muove in cerchio intorno al Polo Boreale.”.

Ci interrompiamo qui fermi a questi cenni principali nella considerazione del carattere suggestivo e sintetico che abbiamo inteso dare a questa esposizione foriera di indefiniti approfondimenti e correlazioni con altri popoli e civiltà.

***

Bibliografia:

 Antonio Bonifacio: La caverna cosmica, Simmetria, Roma 2005

 Alfredo Cattabiani: Planetario, Mondadori ed., Milano, 1998.

 Jean Chevalier Alain Gheerbrant; Dizionario dei simboli, BUR, Rizzoli Libri, Milano,1987

 Jean Clottes, David Lewis-Williams: Les chamans de la preistorie, editions du Seuil- la maison des roches, s.l., 1996

 Andrew Collins: Il mistero del cigno, Libri per evolvere, Roma, 2011

 Giorgio Colli: La sapienza greca, vol.1°, Adelphi, Milano, 1987

 Henry Corbin: L’immagine del tempio Boringhieri, Torino, 1983

 Henry Corbin: L’uomo di luce nel sufismo iranico, Mediterranee, Roma, 1988

 M.M Davy: Il simbolismo medioevale, ed. Mediterranee, Roma 1988

 Mircea Eliade. Lo sciamanismo e le dottrine arcaiche dell’estasi, Mediterranee, Roma,1974 

 Mircea Eliade: Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni, vol,1°,1979

 Mircea Eliade Mito e Realtà, Rusconi, Milano,1974  François Le Roux, Christian J. Guyonvarc’h : Les Druides, Ouest France université,1986.

 Patrizia von Elles e altri: Guerriero e sacerdote. Edizioni All’insegna del giglio, Borgo San Lorenzo Firenze, 2010.

 Adriano Gaspani: San Tomé Collana Chimera Associazione culturale Fonte di Connla Ivrea, 2013.

 Glauco Giuliano: L’immagine del Tempo in Henry Corbin, Mimesis, Udine, 2009.

 Graham Hancock; Sciamani, Corbaccio, Milano, 2006

 Michael Hoskin: Stele e Stelle, Ananke, Torino, 2001

 Marijastina Kalhos: Vettio Agorio Pretestato, Victrix, Forlì, 2011

 Gerardus van der Leeuw: Fenomenogia della religione, Edizioni Boringhieri Torino, 1975

 Marcello Massenzio: Kurangara un’apocalisse australiana, Bulzoni, Roma, 1976

 Jonh North: Il mistero di Stonehenge, Piemme, Casale Monferrato, 1997

 Jean Richer: Geografia sacra del mondo greco Rusconi 1989

 Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend: Il mulino di Amleto, Adelphi, Milano, 1983.

 Marius Schneider: Il significato della musica, Rusconi, 1970

 Giuseppe Sermonti: Il mito della Grande Madre, Mimesis, Milano, 2002

 Adrian Snodgrass: Architettura Tempo Eternità, Bruno Mondadori, Milano, 2008

 Mario Zuffa: La civiltà villanoviana in Popoli e civiltà dell’Italia antica, vol V°, Biblioteca di Storia patria, Roma, 1976.

Riviste:

 Arktos: AA.VV. numero doppio monografico 27-28: La tradizione artica, Genova

 Abstacta: Marco Duichin, Apollo il dio sciamano venuto dal nord, n,34, Stile Regina editrice, Roma, 1989.

 André Leroi-Gourhan: L’evoluzione dell’arte paleolitica in Letture di “Le Scienze” numero monografico, Le scienze editore, Milano, 1980.

***

(Articolo di Antonio Bonifacio tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_30_2013_a5.pdf)

Indirizzo Internet: http://www.simmetria.org/