Quando negli Atlantidei prevalse l’elemento umano, essi non seppero più sopportare la prosperità e degenerarono
Platone
PARTE 1: INTRODUZIONE
Gli archeologi moderni tendono a suddividere la storia umana secondo uno schema lineare, basato soprattutto sull’uso dei metalli. In questa prospettiva si susseguono, in modo progressivo e “diffusionista”, periodi quali il Paleolitico, il Mesolitico, il Neolitico, quindi l’età del Bronzo e infine l’età del Ferro. La civiltà sarebbe dunque il risultato di un lento e continuo perfezionamento delle capacità tecniche dell’uomo.
Il pensiero tradizionale delle civiltà antiche – e in modo particolarmente chiaro nella tradizione indù – concepisce invece il tempo in maniera radicalmente diversa. Il tempo non è una linea retta che procede indefinitamente verso il progresso, bensì una grande ruota cosmica all’interno della quale si succedono ciclicamente le età dell’umanità. Ogni ciclo descrive un progressivo allontanamento da uno stato originario perfetto, una sorta di “età aurea” nella quale l’uomo viveva in armonia con il cosmo e la natura e non aveva bisogno della tecnica per dominare il mondo.
Nella dottrina indù le età del mondo, gli Yuga, sono quattro e si dispongono in ordine decrescente: Satyayuga (età dell’oro), Tretayuga (età dell’argento), Dvaparayuga (età del bronzo) e Kaliyuga (età del ferro). La loro durata è proporzionata secondo il rapporto simbolico 4:3:2:1. La prima, il Satyayuga, avrebbe una durata di 25.920 anni; il Tretayuga 19.440 anni; il Dvaparayuga 12.960 anni; mentre il Kaliyuga, l’ultima e più oscura, durerebbe 6.480 anni. L’insieme di queste quattro età costituisce un ciclo completo di 64.800 anni (1).
Questo ciclo prende il nome di Manvantara, termine che significa letteralmente “era di Manu”. Manu è il legislatore primordiale, primo re sacro e governante dell’aureo Paradiso Terrestre – Śvetadvīpa (2) – nonché reggente del Settimo Manvantara e archetipo dell’umanità originaria. In molte tradizioni egli trova corrispondenze evidenti: nello Yima iranico, nell’Adamo biblico e nello Ziusudra (o Xisuthros) delle tradizioni della mezzaluna fertile. Non a caso anche il loro regno antidiluviano viene talvolta associato a durate simboliche analoghe a quelle del ciclo cosmico indù. A questa figura primordiale possono essere accostati anche altri archetipi presenti nelle tradizioni indoeuropee. Nella mitologia nordica, ad esempio, compare il gigante primordiale Ymir, nato nel Ginnungagap dall’incontro tra fuoco e ghiaccio e progenitore della stirpe dei Jötunn. Allo stesso modo, nelle tradizioni germaniche, si incontra la figura di Manno (in latino Mannus), considerato il capostipite degli uomini. Egli è menzionato nel I secolo d.C. dallo storico romano Tacito nella sua opera “De origine et situ Germanorum”, dove viene presentato come il progenitore delle antiche tribù germaniche. È interessante osservare come Mannus abbia tre figli – Ing, Irmin e Istae – proprio come Adamo nelle tradizioni bibliche, considerato il primo uomo e padre di tre discendenze (Avel, Qayin e Seth). Questo parallelismo suggerisce, se ce ne fosse ancora bisogno, che il mito dell’origine della Primordiale Umanità possiede non solo un valore etnoculturale, ma anche un significato ‘rivelativo’, riscontrabile presso le culture più disparate.
Ogni Manvantara può essere suddiviso in dieci sottoperiodi di 6.480 anni ciascuno – chiamato Ciclo Avatarico (3) – che la tradizione indù collega simbolicamente alle dieci manifestazioni divine di Vishnu, i celebri Avatāra: Matsya (il pesce), Kūrma (la tartaruga), Varāha (il cinghiale), Narasiṃha (l’uomo-leone), Vāmana (il nano), Paraśurāma (Rama con l’ascia), Rāma, Krishna, Balarāma (talvolta il Budda), e infine Kalki, l’avatāra futuro che apparirà alla fine dell’età oscura per restaurare l’ordine cosmico.

Ciascuna di queste manifestazioni divine è tradizionalmente associata non soltanto a una fase temporale, ma anche a molteplici corrispondenze simboliche: una direzione cosmica, una regione del mondo abitato, una forma di civiltà, una razza, una casta dominante, un elemento naturale e persino un determinato temperamento umano. In questo senso il ciclo cosmico non riguarda soltanto il tempo, ma l’intera struttura simbolica dell’universo e della storia.
Secondo la cosmologia indù, quattordici Manvantara costituiscono a loro volta un Kalpa, cioè un “giorno di Brahma”. Sette di questi cicli sarebbero già trascorsi e l’umanità si troverebbe attualmente nell’ottavo. Alla fine di ogni Kalpa l’universo stesso viene dissolto e rinnovato; alla fine di ogni Manvantara, invece, i “semi” del ciclo precedente vengono raccolti per dare origine a una nuova manifestazione del mondo, simile ma non identica alla precedente.
La tradizione indù esprime simbolicamente questa progressiva decadenza anche attraverso l’immagine del Toro del Dharma, emblema dell’ordine cosmico e della legge divina universale. All’inizio del ciclo, durante il Satyayuga, il toro sta saldo su quattro zampe: la verità, la giustizia e l’armonia regnano pienamente nel mondo. Con il passaggio al Tretayuga una delle sue zampe viene meno; nel Dvaparayuga ne restano soltanto due; infine, nel Kaliyuga, l’ultima età, il Toro del Dharma rimane su una sola gamba, segno di un ordine ormai quasi completamente dissolto. Secondo alcune rappresentazioni tradizionali, al termine di questo processo anche quest’ultima gamba cede, indicando il collasso definitivo dell’ordine del ciclo. Ma proprio quando la decadenza giunge al suo punto estremo, la grande ruota del tempo riprende il suo corso: con l’inizio di un nuovo Manvantara le quattro zampe del toro vengono nuovamente restaurate e il mondo ritorna allo stato primordiale di una nuova e rinnovata età dell’oro.
In questa prospettiva, la storia dell’umanità non è la storia di un progresso, ma quella di una lenta decadenza: il passaggio dall’età dell’oro all’età del ferro rappresenta l’allontanamento progressivo da uno stato primordiale superiore, sia spirituale che antropologico, nel quale l’uomo viveva in una condizione di ordine, misura e armonia cosmica, ben prima che la tecnica e il dominio artificiale della natura diventassero il centro della civiltà.
PARTE 2. IL SOSPETTO VERSO LA TECNICA NELL’ANTICHITÀ
La convinzione secondo cui la tecnica rappresenterebbe una forza neutrale, naturalmente orientata al progresso, è in realtà un’acquisizione relativamente recente. Per gran parte della storia umana, il rapporto con la tecnica – con la metallurgia, con la costruzione artificiale del mondo, con il dominio sulla materia – è stato percepito in termini ben più problematici, se non apertamente sospetti. Nelle grandi tradizioni del mondo antico e nella mitologia dell’Eurasia e dell’Occidente, la tecnica suole infatti apparire legata a figure malviste, a stirpi segnate da una colpa originaria oppure a civiltà destinate, prima o poi, alla rovina.
Questa diffidenza non costituisce affatto un episodio isolato. Essa attraversa culture tra loro lontane e riaffiora, sotto forme differenti, financo nel pensiero moderno. Dal racconto biblico della discendenza di Caino alla figura del dio fabbro nella Grecia arcaica sino ad alcune tradizioni del mondo indiano, emerge un motivo ricorrente: la tecnica non nasce dall’ordine armonico del cosmo, bensì da una frattura, da una deviazione, da una potenza ambigua che può facilmente trasformarsi in strumento di dominio.
- L’origine della civiltà tecnica: da Caino a Efesto il dio zoppo creatore di meraviglie meccaniche
Nel racconto della Genesi, la tecnica prende avvio dalla stirpe del “maledetto” Caino. Dopo aver ucciso il fratello Abele, Caino viene scacciato dal Paradiso Terrestre e condannato a vagare sulla terra; e tuttavia è proprio egli a divenire il fondatore della prima città. La sua discendenza è associata alla nascita di alcune delle principali arti tecniche: la lavorazione dei metalli, la fabbricazione degli strumenti, financo la musica e le arti magiche. Tra i suoi discendenti compare infatti Tubal-Cain, descritto come maestro nella lavorazione del bronzo e del ferro. In questo racconto, che conserva echi di tradizioni assai più antiche, la civiltà urbana e la tecnica sembrano emergere da una linea genealogica segnata, ab origine, dal primo atto di violenza della storia umana. Non è difficile intravedere, in tale narrazione, un antico sospetto nei confronti della città, della metallurgia e dell’artificialità stessa della civiltà.

Un motivo sorprendentemente affine compare anche nella mitologia greca. Il Dio del fuoco sotterraneo, della metallurgia e dell’arte fabbrile è Efesto. Egli è il grande artefice dell’Olimpo: colui che forgia le armi degli dèi, costruisce palazzi, troni automatici e oggetti meravigliosi dotati quasi di vita propria. La tradizione gli attribuiscono infatti la creazione di veri e propri automi. Nei suoi laboratori sotterranei lavorano assistenti metallici che si muovono da soli e collaborano con lui nella fucina, creature artificiali che imitano la vita e che sembrano anticipare l’idea stessa di macchina autonoma. Non si tratta soltanto di oggetti animati da un semplice meccanismo: nelle fonti essi appaiono dotati di movimento, volontà e talvolta persino di parola!
Tra le opere più celebri attribuite al dio vi è ad esempio il gigantesco Talos, il colosso di bronzo posto a guardia dell’isola di Creta. Talos percorreva instancabilmente le coste dell’isola lanciando giganteschi massi contro le navi nemiche e impedendo l’approdo agli stranieri. Secondo alcune versioni della leggenda, il gigante possedeva una sola vena che correva lungo il corpo e che conteneva una sostanza vitale – l’ichor divino – sigillata da un chiodo nel tallone. Finché quel sigillo rimaneva intatto, il gigante metallico continuava a muoversi e a svolgere la sua funzione di guardiano.

Tuttavia, Efesto è anche un dio imperfetto: zoppo, deforme, escluso dalla piena armonia dell’Olimpo e, secondo alcune versioni del mito, addirittura scagliato giù dal cielo.
Da questo punto di vista, è possibile osservare parallelismi sorprendenti in altre tradizioni. I Túatha Dé Danann, nella mitologia irlandese, sono esseri divini giunti dall’alto portando strumenti e oggetti straordinari – una pietra sovrannaturale, la spada invincibile, la lancia fatale e un recipiente in grado di nutrire chiunque senza esaurirsi – (4). La loro patria, Avalon, centro sacro e isola favoleggiante, riflette il concetto di luogo privilegiato in cui il sapere tecnico e sovrannaturale si intrecciano. Anche i Túatha, come Efesto, sono puniti o esclusi: alcune leggende li identificano con angeli caduti o spiriti neutri, costretti a discendere sulla Terra per il loro distacco o la loro indipendenza, incarnando così la caduta dalla perfezione divina a causa della loro sapienza e autonomia.

Allo stesso modo, nella tradizione cristiana e islamica, il motivo della caduta si ripete. Lucifero, nel cristianesimo, è scagliato giù dal cielo per la sua ribellione, e Iblis, nella tradizione islamica, subisce un destino analogo per essersi rifiutato di piegarsi alla volontà di Dio. La loro caduta segna la punizione per aver trasgredito un ordine superiore, ma al contempo sono presentati come custodi di un sapere superiore e di una libertà che sfugge al controllo divino, destinati così a subire la pena decretata da Dio.
- Il ciclo di Ravana e le macchine volanti della preistoria

Nel Rāmāyaṇa, il sovrano demoniaco Rāvaṇa, re dei Rākṣasa – che in Grecia equipolle al Titano Tifone e in Egitto al “rosso” Seth (5) – governa una civiltà potente e raffinata, dotata di ricchezze immense e conoscenze fuori dal comune. La sua capitale, Lanka, è simbolo di una potenza materiale quasi senza limiti, ma questa grandezza è accompagnata da una crescente hybris che conduce inevitabilmente allo scontro con l’ordine cosmico incarnato dall’eroe Ramachandra. Il Ciclo di Rāvaṇa, e conseguentemente del Settimo Avatāra di Vishnu, rappresenta cosmograficamente il VII Ciclo Avatarico, sovente obliterato dai millenni, reinterpretato in epoche successive e trasposto geograficamente sul suolo indiano storico. Ma originariamente esso – checché ne possano pensare taluni modernisti – non si svolse a Ceylon (l’attuale Sri Lanka), bensì come colloca la cosmografia puranica nel Dvîpa meridionale, probabilmente nella parte andino-caraibica dell’Atlantide meridionale (6). Rāvaṇa stando al Rāmāyaṇa era in possesso di un Vimāna, In particolare, il Pushpaka vimāna, presentato nei poemi come un grande carro aereo, capace di spostarsi liberamente nei cieli e spesso descritto come splendido e maestoso. Nella tradizione epica indiana, i vimāna sono descritti come veicoli volanti legati ai grandi sovrani che spesso se ne servono per muovere guerra ai loro avversari, oltre che come elementi di prova dello straordinario immaginario tecnologico delle civiltà antiche. Il termine vimāna, di origine sanscrita, appare nei testi tradizionali con significati molteplici: dal palazzo o carro celeste a vere e proprie macchine volanti che navigano i cieli.
Ci sono altri celebri vimāna menzionati nell’epica indiana. Tra questi spicca particolarmente il Saubha vimāna, una leggendaria città volante – o fortezza aerea – descritta soprattutto nel Bhagavata Purana. Costruita dal demone architetto Maya per il re Salva, Saubha era una temibile macchina da guerra: una struttura volante capace di scomparire alla vista, moltiplicarsi in più forme e scagliare armi devastanti simili a fulmini. Secondo il racconto, Salva la impiegò per assalire la favoleggiante città di Dvārakā (7), dimora dell’Ottavo Avatāra, Krishna. La battaglia fu violenta e spettacolare, ma alla fine il dio guerriero riuscì a distruggere la fortezza volante, ponendo fine all’assedio.

Alcuni testi, come il Vaimānika Śāstra («trattato sul volo umano»), presentano queste macchine con dettagli tecnici – pur considerando che la loro effettiva storicità è dibattuta – e in esse vedono un’antica tecnologia che, finanche nella cultura popolare moderna, si presta a interpretazioni come quelle delle macchine volanti preistoriche o dei cosiddetti veicoli celesti.
In un’ottica simile, considerando il tempo come ciclico, non sarebbe lecito chiedersi se molte delle scoperte, sia antiche che recenti, non siano in realtà delle “riscoperte”? Del resto, la storia del mondo è costellata di oggetti e costruzioni apparentemente “fuori dal tempo”, gli OOPArt ad esempio, o comunque di opere che sfidano la comprensione razionale se valutate alla luce degli strumenti rudimentali che, secondo l’archeologia tradizionale, gli antichi avrebbero posseduto. Basti pensare ai megaliti sparsi in ogni continente, alle grandi costruzioni come le tre piramidi della piana di Giza, l’impressionante Osireion di Abydos e gli incredibili sarcofagi nel Serapeo di Saqqara in Egitto, la spettacolare Ollantaytambo nella Valle Sacra di Cuzco e la maestosa fortezza di Sacsayhuamán in Perù, o le meravigliose vestigia della civiltà preincaica di Puma Punku e Tiwanaku in Bolivia, sulle rive del Lago Titicaca.

Anche in Giappone è possibile trovare straordinari megaliti: l’Ishi no Hōden, un monolite di 500 tonnellate privo di segni di lavorazione con strumenti tradizionali; il Masuda-no-iwafune, gigantesco blocco di granito di 800 tonnellate situato ad Asuka, nella prefettura di Nara; e la maestosa struttura megalitica sommersa di Yonaguni, ad Okinawa, spesso chiamata “l’Atlantide giapponese” per la sua enigmatica posizione sul fondale marino. In Italia, invece, sopravvivono alte e maestose le misteriose mura poligonali, miticamente attribuite alla razza dei ciclopi. E ancora, la Macchina di Anticitera rimane un enigma: il suo reale utilizzo è ancora oggi in gran parte sconosciuto.
La letteratura sacra di diverse tradizioni popolari parla di oggetti dalle proprietà a dir poco straordinarie: lo Shamir (8) e l’Efod, il pettorale del Cohen Hagadol (Gran sacerdote) dell’ebraismo (9), passando per l’arca dell’alleanza (10), gli scalpelli di luce divina nella tradizione egizia, il cuneo dorato delle tradizioni orali della cordigliera delle Ande o i già citati Vimāna dell’induismo. Senza dimenticare le mappe antiche, come quella di Piri Reis, analizzata con dovizia di particolari da Charles Hapgood in un suo famoso saggio (11) con introduzione e prefazione di Albert Einstein, o la mappa di Mercatore, più recente ma evidentemente basata su conoscenze molto più antiche, che colloca il circolo polare artico al centro di un vasto continente, richiamando sorprendentemente il Jambūdvīpa indù e il dvipa Ilāvṛta, l’ecumene iperboreo da cui, secondo la letteratura puranica si sarebbe manifestata la prima umanità da Manu Satyavrata, come narrato anche nel Mahābhārata.

Si rammenti, in questo contesto, anche il destino della Biblioteca di Alessandria, per secoli custode di una quantità immensa di testi provenienti da tutto il mondo antico. In quelle sale erano raccolte opere di storia, filosofia, scienza e tradizioni remote che avrebbero sicuramente potuto gettare luce su molte delle questioni ancora oggi oggetto di speculazione. Eppure gran parte di questo patrimonio andò perduto, consumato da incendi e devastazioni che nel corso dei secoli ne dispersero irrimediabilmente il contenuto.
Come viene tramandato nelle tradizioni di molti popoli, la fine delle civiltà viene spesso ricondotta a grandi cataclismi. Nel linguaggio della cosmologia indù tali eventi sono chiamati Pralaya: dissoluzioni cicliche del mondo, momenti di cesura totale o parziale in cui terre, città e conoscenze vengono travolte da diluvi, eruzioni o sconvolgimenti naturali che segnano la chiusura di un’epoca e l’inizio di un’altra. Talvolta, tuttavia, la memoria di quei mondi perduti riemerge letteralmente dalle profondità marine. Negli ultimi decenni l’archeologia subacquea ha riportato alla luce resti di città che per lungo tempo erano state considerate poco più che mere leggende. Tra queste si annovera la già citata Dvārakā, tradizionalmente identificata con la città costruita dal dio Krishna, i cui resti sommersi al largo delle coste del Gujarat hanno alimentato un acceso dibattito tra archeologia e tradizione (12). Analogamente, nelle acque della baia di Abukir, in Egitto, è stata riscoperta la città portuale di Heracleion, conosciuta dagli Egizi come Thonis e per secoli ritenuta una leggenda (13).

Queste città sommerse non rappresentano soltanto curiosità archeologiche: esse testimoniano come, dietro molti racconti tramandati dalla tradizione orale o dalla letteratura tradizionale dei popoli, possa celarsi un nucleo di memoria storica. Il mito non inventa, ma conserva – sotto forma di linguaggio simbolico ed esoterico, sovente riservato ai “soli inziati” – il ricordo lontano di mondi e umanità realmente esistiti e poi scomparsi. In questo senso, le rovine che riemergono dal mare sembrano restituire, come tessere di un enorme puzzle, frammenti di un passato che la storiografia ufficiale aveva volutamente o meno cercato di mettere da parte.
Non sorprende quindi che nel corso del tempo siano emerse teorie, compatibili con la lettura tradizionale dei testi e dei reperti, secondo le quali alcune conoscenze straordinariamente avanzate, oggi perdute, potrebbero risalire ad antichissime civiltà prediluviane.

Ad esempio, dal nostro punto di vista troviamo particolarmente interessante la vicenda relativa all’annientamento della civiltà di Harappa e Mohenjo-daro, ove furono rinvenuti appena una quarantina di scheletri, privi di tombe o sarcofagi. L’ipotesi di una distruzione dovuta all’invasione degli Ārya – talvolta sostenuta da alcuni pan-indoeuropeisti – non risultò convincente. Le ossa, infatti, apparivano calcinate, come se fossero state esposte a un calore estremo paragonabile a quello di un’eruzione; ma nella regione come è noto non esistono vulcani. Da qui è possibile fare due ipotesi: o si trattò di un’esplosione di tipo atomico – ipotesi difficile da conciliare con le conoscenze scientifiche attribuibili agli antichi – oppure, come suggeriscono taluni (14), gli antichi disponevano di una tecnologia arcaica oggi perduta, capace di produrre effetti analoghi. Mutatis mutandis, la storia delle civiltà antiche – finanche mitiche – può nascondere tracce di tecnologie straordinarie.
D’altronde, non è forse vero che, secondo Platone, l’Atlantide non soccombe semplicemente perché gli Atlantidei avevano osato spingersi troppo nell’uso dell’alta magia (leggasi alta tecnologia, considerando che nell’antichità l’arte dei fabbri era strettamente legata alle arti magiche)? E, come ben sappiamo, i cicli non si concludono mai senza catastrofi.
PARTE 3: DA CARL SCHMITT A TOLKIEN: MODERNI CRITICI DELLA TECNICA E DELL’INDUSTRIA

Non tutte le cose che crescono sono buone
J. R. R. Tolkien
Se dunque i cicli storici sono soliti concludersi con cataclismi e dissoluzioni – come sembrerebbe suggerire la sorte stessa dell’Atlantide platonica e degli altri dvîpa financo antecedenti – non stupisce che alcuni pensatori della modernità abbiano guardato con crescente inquietudine al ruolo assunto dalla tecnica nel mondo contemporaneo. Giacché ciò che nell’antichità appariva sotto il velo della magia o dell’arte sacra dei fabbri, nella modernità tende a manifestarsi apertamente come dominio della macchina, della produzione e dell’organizzazione impersonale della potenza.
È in questo contesto che si inserisce la riflessione di Carl Schmitt, il più importante e rinomato giurista del XX secolo, il quale elaborò una critica particolarmente ficcante della trasformazione dell’ordine politico nella modernità tecnica. Nel suo celebre studio ”Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum” (15), Schmitt analizza infatti la progressiva dissoluzione dell’antico ordine europeo – lo jus publicum europaeum – mostrando come la modernità abbia progressivamente sostituito il radicamento territoriale e giuridico delle civiltà con una logica sempre più astratta, universale e tecnicamente organizzata.
Secondo Schmitt, ogni civiltà storica si fonda su un determinato nomos, ossia su un ordine fondamentale che stabilisce il rapporto tra terra, potere e diritto. Tuttavia, con l’avvento dell’età moderna e con l’espansione delle potenze marittime e commerciali, tale ordine tradizionale iniziò a dissolversi, lasciando il posto a una configurazione geopolitica sempre più dominata da dinamiche economiche, tecniche e globali (16). In questa prospettiva la tecnica non appare più come semplice strumento neutrale, bensì come forza capace di ristrutturare l’intero ordine del mondo. Sovente Schmitt osserva come la crescente meccanizzazione della vita sociale e politica rischi di generare un sistema dominato non più da principi etici o giuridici radicati nella tradizione, ma da una logica impersonale di efficienza e potenza. L’uomo, in tale contesto, tende a trasformarsi in semplice ingranaggio di un apparato tecnico-amministrativo sempre più vasto (17).

Non sorprende, pertanto, che il giurista tedesco giunga talvolta a evocare la dimensione quasi escatologica di tali processi. Mutatis mutandis, la tecnica moderna può apparire come una delle possibili manifestazioni storiche di quelle forze dissolutive che le tradizioni religiose hanno sovente associato alla figura dell’Anticristo: non tanto una presenza metafisica in senso stretto, quanto una potenza storica capace di insinuarsi nelle istituzioni, nelle guerre e nelle strutture della vita collettiva, sovvertendo progressivamente l’ordine naturale e spirituale del mondo.
Una critica non del tutto dissimile emerge anche nella dimensione letteraria e simbolica dell’opera di J. R. R. Tolkien. Se Carl Schmitt analizza la tecnica come forza storica capace di trasformare e dominare le strutture politiche della modernità, Tolkien ne rappresenta invece gli effetti sul piano mitopoietico e narrativo. Nei suoi racconti la meccanizzazione del mondo non appare mai come un progresso neutrale, bensì come una forma di corruzione dell’ordine naturale.
Nel mondo della Terra di Mezzo il potere dei grandi antagonisti è spesso legato proprio alla capacità di forgiare e manipolare la materia. Sauron appare come un demiurgo oscuro, creatore dell’Unico Anello che concentra in sé un potere quasi assoluto. Il possesso dell’Anello implica ipso facto la possibilità di dominare gli altri anelli e, con essi, i loro portatori. Un potere così spaventoso e allo stesso tempo pernicioso da poter assoggettare tutte le razze della Terra di Mezzo. Non meno significativa fu la forgiatura dei Silmaril da parte dell’elfo Fëanor, figlio di Finwë – re dei Noldor – e di Míriel. In lui l’ardente talento creativo e la passione per l’arte della lavorazione dei metalli e delle gemme introducono una logica di potere tecnico e demiurgico che, sotto certi aspetti, anticipa quella dello stesso Sauron. Fëanor fu infatti il più grande artigiano, artista e fabbro tra gli Elfi dell’intero universo Tolkieniano. Durante il meriggio di Valinor egli realizzò le tre gemme sacre, i Silmaril, opere uniche e irripetibili nelle quali riuscì a imprigionare e conservare la luce primordiale dei Due Alberi di Valinor, Telperion e Laurelin, trasformando quella luminosità originaria in materia incorruttibile.

Anche Saruman per certi versi incarna questa stessa logica. Le sue fucine, le macchine e la produzione incessante di armi e mostruose creature guerriere – come i terribili Uruk-hai, una razza di orchi superiore – trasformano Isengard in una gigantesca officina. La sapienza tradizionale che un tempo apparteneva ai maghi viene progressivamente convertita in una tecnica orientata esclusivamente al potere, alla guerra e alle arti materialistiche . La trasformazione di Isengard rappresenta così una vera e propria industrializzazione del paesaggio: le foreste vengono abbattute, il territorio ridisegnato in funzione della produzione bellica, e il verde e lussureggiante paesaggio che un tempo caratterizzava la regione svanisce sotto il peso della meccanizzazione. Saruman incarna simbolicamente la logica della modernità industriale: organizzazione razionale della produzione, sfruttamento intensivo delle risorse naturali e mobilitazione delle masse come forza collettiva.
Tale rappresentazione non è affatto casuale. J. R. R. Tolkien fu infatti un autore profondamente ostile alla modernità industriale. Conservatore di orientamento tradizionale e cattolico convinto – sovente legato alla liturgia latina e alla spiritualità della Chiesa preconciliare – Tolkien guardava con grande sospetto tanto all’ideologia progressista quanto alle dottrine rivoluzionarie che, nel XIX e XX secolo, esaltarono la meccanizzazione del mondo e la mobilitazione delle masse. La sua opera letteraria è, sotto molti aspetti, anche una critica simbolica alla civiltà industriale e alla devastazione dei paesaggi naturali.

In questa prospettiva, la figura di Saruman assume un significato quasi paradigmatico. Il mago, un tempo membro autorevole del Bianco Consiglio, giunge a rompere le antiche alleanze, tradendo financo la fiducia dei suoi pari e ponendosi progressivamente al servizio dell’Oscuro Signore Sauron. La sua metamorfosi – da Saruman il Bianco a Saruman “dai molti colori” – allude pertanto alla perdita di unità spirituale e alla disgregazione dell’ordine originario. Egli diviene così il sostenitore di una società fondata sulla produzione incessante, sulla distruzione delle foreste e sulla subordinazione della natura agli scopi della potenza. Il disboscamento sistematico delle terre attorno a Isengard, l’incendio delle foreste e la trasformazione del territorio in un complesso industriale provocano, non a caso, la rivolta degli Ent, gli antichi custodi degli alberi e della foresta di Fangorn. La loro marcia su Isengard – uno degli episodi più emblematici ed emozionanti de Il Signore degli Anelli – rappresenta simbolicamente la ribellione della natura contro la meccanizzazione del mondo, e si rivelerà decisiva per la sconfitta dello stregone traditore.
Non meno significativa è, sul piano simbolico, la devastazione della Contea nella parte conclusiva del racconto. Quando gli hobbit fanno ritorno nella loro terra natale, trovano il paesaggio profondamente mutato: mulini rumorosi, edifici industriali e opere di disboscamento hanno alterato l’armonia originaria del territorio. Tale trasformazione, orchestrata proprio da Saruman, coadiuvato dal suo servo, lo spregevole Grima Vermilinguo – già traditore di Re Théoden e di Rohan – rappresenta una delle più esplicite metafore tolkieniane della modernità industriale e della distruzione degli antichi equilibri tra uomo e natura.

Mutatis mutandis, Saruman può essere interpretato come una figura che riflette, sul piano mitopoietico, alcune delle grandi ideologie moderne: il culto della produzione, la fede cieca nella tecnica e la convinzione che la società possa essere riorganizzata secondo schemi razionali e industriali. In tal senso, la sua figura appare come una sorta di anticipazione simbolica delle dottrine che, nel pensiero di Karl Marx, esaltavano l’industrializzazione di massa e la mobilitazione delle grandi collettività umane come motore della trasformazione storica.
PARTE 4. KARL MARX, LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA E L’USO DELLA TECNICA COME DOMINIO SULL’UOMO

È proprio in tale prospettiva che si colloca la riflessione su Karl Marx, per il quale lo sviluppo delle forze produttive e l’espansione della grande industria costituivano il motore della trasformazione storica. La concentrazione operaia, la fabbrica e la meccanizzazione del lavoro diventano fattori decisivi della dinamica rivoluzionaria. Tuttavia, dietro l’apparente impalcatura filosofica, spesso ammantata di lessico hegeliano, non è difficile scorgere una concezione materialistica e conflittuale della società, in cui la mobilitazione delle masse e la distruzione degli ordini esistenti diventano strumenti espliciti della trasformazione politica.
La storia del XX secolo mostra con drammatica chiarezza dove tale impostazione poteva condurre. Le ideologie nate dalle opere di Marx non si affermarono attraverso astratte sintesi dialettiche, bensì attraverso rivoluzioni violente, eccidi e sanguinose epurazioni. Basti pensare all’assalto armato al Palazzo d’Inverno durante la rivoluzione bolscevica e alla tragica sorte toccata alla famiglia imperiale dei Romanov, sterminata senza processo nel clima di terrore instaurato dai nuovi detentori del potere; o allo sterminio dei kulaki, ossia i contadini considerati “più ricchi” o sospettati di opporsi alla collettivizzazione forzata di Stalin. Migliaia di famiglie furono spogliate delle loro terre e dei beni, arrestate, deportate verso regioni remote e inospitali come Siberia e il nord del Paese, o uccise. Si rammenti sempre che Il desiderio recondito dei bolscevichi non era di certo quello di liberare un popolo oppresso come sostenuto da certa propaganda comunista onde omogeneizzare le masse, ma rovesciare la corona dei Romanov per sostituirsi a essa come nuovi padroni.

Orwell offrì una lucidissima allegoria di tali dinamiche ne La fattoria degli animali (18), ove i leader della rivoluzione, mossi dal desiderio di sostituirsi ai padroni, finiscono per insediarsi essi stessi come nuovi padroni. Come scrive Orwell, “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”, sintetizzando in modo impietoso l’ipocrisia delle rivoluzioni che si trasformano sovente in dittature burocratiche e sanguinarie. La presunta emancipazione delle masse si trasforma ipso facto in un sistema di terrore, repressione e sopraffazione, richiamando financo i Gulag descritti con dovizia di particolari dal premio Nobel (19) per la letteratura Aleksandr Solženicyn: “L’anima di un popolo può essere distrutta, pezzo dopo pezzo, e la macchina del terrore sarà sempre lì a testimoniare l’infamia dell’uomo sull’uomo”.
Si lega a ciò la critica di Fëdor Dostoevskij, fervente anticomunista: “L’uomo che accetta la tirannia in nome della felicità generale perde se stesso e la propria dignità, e con essi l’umanità intera”. Sono soliti, osservando la storia, rilevare come queste parole anticipino l’orrore dei totalitarismi sovietici, ove l’ideologia maschera la brama di potere e di controllo. È così evidente che le aspirazioni rivoluzionarie – presentate nei testi marxiani come progressi storici e sociali inevitabili – si tradussero, nella pratica, in una forma di dominio totalizzante che ripropone il motivo antico della tecnica e del potere come forza ambivalente: strumento di costruzione o mezzo di distruzione, a seconda di chi la impugna.
Conclusione: riflessioni finali
In questa prospettiva, l’intero percorso storico appare quasi come una rappresentazione ciclica degli andamenti dell’umanità. Dalla condizione post-paradisiaca evocata dal racconto biblico – ove la stirpe di Caino fonda la prima città e inaugura l’era della tecnica – prende avvio un lungo processo nel quale l’umanità si allontana progressivamente dall’ordine originario, costruendo strutture sempre più complesse e artificiali. Un momento emblematico di questo processo, e che vale la pena menzionare, è rappresentato anche dal racconto della Torre di Babele, la cui costruzione è attribuita tradizionalmente alla figura di Nimrod, potente sovrano e fondatore di città. L’edificazione della torre – concepita come una struttura destinata a raggiungere il cielo – viene interpretata nella narrazione biblica come il segno della volontà umana di concentrare potere, tecnica e organizzazione collettiva in un’unica grande opera, fino a configurarsi come una sfida all’ordine stabilito dalla divinità.
Con il passare dei secoli tale dinamica si accentua. Le civiltà si organizzano attorno alla produzione, alla metallurgia, al dominio delle risorse; la tecnica si espande e la società viene progressivamente ridisegnata secondo logiche di efficienza, controllo e mobilitazione collettiva. Ciò che nelle antiche narrazioni appariva come un potere ambiguo – il fuoco del fabbro, la metallurgia, le macchine prodigiose dei cicli epici – diviene nella modernità il principio stesso dell’organizzazione sociale.
La piena espressione di questa tendenza emerge nell’età industriale, ove la meccanizzazione del lavoro e la concentrazione delle masse nelle fabbriche trasformano radicalmente il volto delle società europee. Non stupisce dunque che pensatori come Karl Marx vedessero proprio nello sviluppo illimitato delle forze produttive e nell’industrializzazione di massa il motore della storia futura. E tuttavia, di fronte a tale prospettiva, non mancarono voci critiche. Da un lato la riflessione giuridico-politica di Carl Schmitt, il quale intravedeva nella tecnica una potenza capace di sovvertire l’ordine umano fino ad assumere tratti quasi escatologici; dall’altro l’immaginazione mitopoietica di J. R. R. Tolkien, ove la meccanizzazione del mondo e la devastazione dei paesaggi naturali diventano simbolo della corruzione spirituale della modernità.
Così, mutatis mutandis, il lungo cammino che dalla città di Caino conduce alle fabbriche dell’era industriale appare come una traiettoria nella quale la tecnica, da strumento subordinato all’ordine cosmico, tende progressivamente a trasformarsi in principio dominante dell’organizzazione umana. Le antiche tradizioni avevano già intuito questa ambivalenza: il potere di plasmare la materia può elevare le civiltà, ma può altresì condurle alla rovina quando l’uomo dimentica il limite. E forse non è casuale che le più antiche sapienze abbiano sempre guardato con sospetto all’illusione prometeica di un progresso illimitato. Esse sapevano che ogni civiltà che affida interamente il proprio destino alla potenza della tecnica, separandola da un principio superiore di ordine e misura, è destinata – prima o poi – a incontrare il proprio crepuscolo.
Perché la storia dell’uomo, in fondo, non è che questo: il lento ritorno delle civiltà al punto da cui erano partite, dopo aver creduto – per un breve tratto – di poter sostituire il cielo con le proprie macchine.
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Note
(1) Riguardo alle date dei cicli cosmici e dei vari periodi e sottoperiodi indù qui menzionati, ci si rifà alla sistematizzazione proposta dal metafisico francese René Guénon. Le relative precisazioni furono da lui esposte in un articolo tradotto in inglese da Stella Kramrisch e pubblicato in occasione del sessantesimo compleanno di Ananda K. Coomaraswamy; il testo venne successivamente ristampato in francese nella rivista Études Traditionnelles. La traduzione italiana, a cura di G. del Ninna, è reperibile in Id., Forme Tradizionali e Cicli Cosmici (Edizioni Mediterranee, Roma 1970), traduzione dell’edizione originale Formes Traditionnelles et Cycles Cosmiques (Gallimard, Parigi 1970).
(2) Nella cosmografia sacra induista, la prima manifestazione geografica delle terre emerse all’interno del Jambudvīpa (la Terra nel suo insieme, chiamata anche ”Continente della Melarosa“) durante l’intero Manvantara – un ciclo “adamico” della durata di 64.800 anni – è rappresentata dal continente nord-occidentale chiamato Śvetadvīpa (Continente Bianco o Isola Bianca). Questa terra si collocava geograficamente nel continente di Ilāvṛta (Terra Nascosta), dove sorgeva, in posizione di Axis Mundi, il Merupārvata (Polo Nord) immerso nel Samudra (Oceano di Latte), identificabile con l’Oceano Artico. Questa terra, abitata dalla prima generazione umana simbolicamente rappresentata da Manu Satyavrata e dalla sua figlia/consorte Parśu, è considerata il vero Paradiso Terrestre all’inizio dell’umanità. Secondo la tradizione (Smṛti), alla fine del primo ciclo avatárico – il ciclo del Matsya Avatara – la Śvetadvīpa affonda nell’Oceano Artico insieme a “quasi tutta la sua gente”, a causa di un Pralaya, un grande cataclisma ciclico d’acqua che si ripete alla conclusione di ogni ciclo avatárico. Astronomicamente, questo fenomeno è calcolato ogni 6.480 anni e sarebbe legato a uno spostamento periodico dei poli terrestri. Non entreremo nei dettagli dei miti tramandati per millenni riguardanti le osservazioni delle aurore boreali e delle costellazioni da parte dei Ṛṣi (veggenti uranici), degli Hāmsa (sovracasta primordiale) e dei Gandharva (geni stellari), perché in questa sede sarebbe troppo. Ciò che rileva, invece, è che in questo contesto si sarebbe sviluppata la prima e più pura forma di Sapiens, identificata come la razza bianca originaria, legata all’elemento Śukla. Da coloro che sopravvissero a quel diluvio discenderebbe tutta l’umanità attuale. Lo stesso mitologema si ritrova presso i popoli semitici, probabilmente tramite antiche tradizioni orali di tipo noahico diffuse anche in Iran e in India. Nella Genesi, infatti, si celebra la prima coppia progenitrice dell’umanità – Adamo ed Eva – corrispettivi ebraici di Manu e Parśu, anch’essi considerati la prima coppia umana secondo le fonti indù. Va sottolineato che, per gli antichi, l’essere umano non “evolve” nel senso moderno del termine (come sostenuto dalle favole illuministe del Settecento), ma decade progressivamente dal suo stato originario: spirituale, mentale e financo antropologico. Non a caso, l’ultimo dei quattro cicli che compongono il Manvantara è il Kaliyuga, l’età oscura in cui viviamo attualmente. Infine, occorre ricordare che i miti relativi al paradiso iperboreo, culla della primordiale umanità nell’età dell’Oro, si ritrovano in ogni parte del pianeta: tanto nei miti occidentali – classici e barbarici – quanto in quelli orientali, inclusi cinesi, giapponesi, indiani, persiani, ebraici e islamici.
(3) Per approfondire dettagliatamente la questione del Ciclo Avatarico dell’India: Cfr. G.Acerbi,Introduzione al Ciclo Avatarico – Da Matsya a Kalki – Heliodromos (n. 16 – primavera 2000, prima parte, n. 17 – primavera 2002, seconda parte), disponibile anche online su siffatto blog: https://www.immagineperduta.it/introduzione-al-ciclo-avatarico-matsya-kalki/
(4) Cfr. Julius Evola, Il mistero del Graal. Saggio sull’idea regale e ghibellina, Edizioni Mediterranee, Roma 1972 (ed. orig. Bari, 1937).
(5) Nel trattato ”De Iside et Osiride”, Plutarco mette in relazione il dio egizio Seth con il mostruoso Tifone della mitologia greca, interpretandoli come figure equivalenti che incarnano il principio del disordine cosmico: Seth nella contesa con Osiride e Horus, Tifone nella rivolta contro Zeus e gli dèi olimpici. Nello stesso contesto l’autore ricorda anche l’episodio della fuga degli dèi in Egitto dinanzi al gigante: per sottrarsi alla sua furia essi assunsero sembianze animali – Zeus ariete, Apollo corvo, Dioniso capro, Hera vacca bianca, Artemide gatto, mentre Afrodite ed Eros si mutarono in pesci – motivo che gli autori antichi interpretarono anche come spiegazione mitica dell’iconografia zoomorfa di diverse divinità egizie.
(6) Sul significato di questo specifico periodo cosmografico cfr. Giuseppe Acerbi, I Vimāna, le macchine volanti della preistoria e il transumanesimo dei Cyborg – https://www.immagineperduta.it/vimana-le-macchine-volanti-della-preistoria-transumanesimo-dei-cyborg/
(7) Le tradizioni epiche dell’India descrivono la città di Dvārakā come una potente metropoli fortificata e accuratamente organizzata dal punto di vista militare. Le sue mura imponenti erano intervallate da torri e archi monumentali, mentre all’interno si snodavano ampie strade carrabili, teatri e vasti giardini pubblici. La difesa della città era affidata a un esercito numeroso e ben equipaggiato. Sulle fortificazioni erano installate catapulte e altre macchine d’assedio pronte a scagliare proiettili e materiali incendiari contro eventuali aggressori. L’approvvigionamento idrico veniva garantito tramite otri di pelle di cervo, mentre grandi carri da guerra erano mantenuti costantemente pronti all’impiego in caso di attacco. Le truppe, disciplinate e regolarmente pagate, erano affiancate da reparti di cavalleria incaricati delle ricognizioni e delle avanguardie. In previsione di un conflitto venivano adottate rigide misure di sicurezza: il consumo di liquori era proibito ai soldati, mentre attori, cantanti e danzatori – considerati personale non combattente – venivano evacuati e messi al sicuro. Allo stesso tempo si procedeva alla chiusura dei passaggi segreti e alla distruzione dei ponti sui fiumi circostanti, così da ostacolare l’avanzata nemica. Intorno alla città venivano scavati fossati e conficcati pali acuminati; trappole, fosse e trincee colme di materiali combustibili completavano un sistema difensivo concepito per rendere la fortezza praticamente inespugnabile. Tutte le strade di accesso erano presidiate da soldati affiancati da cavalli ed elefanti da guerra. In alcuni punti il terreno veniva persino allagato per renderne più difficile l’attraversamento. All’interno delle mura si accumulavano ingenti scorte di viveri, così da poter sostenere lunghi assedi. Le fonti ricordano inoltre che i difensori conoscevano e lavoravano il ferro: il loro arsenale comprendeva asce, mazze, lance, spade e archi, segno di una cultura militare già avanzata e ben strutturata.
(8) Anche la tradizione ebraica, in molti antichi commenti midrashici, riporta l’episodio secondo cui Re Salomone, rispettando la legge mosaica, che era legge divina, diede l’ordine di costruire il suo tempio a Gerusalemme senza l’utilizzo di attrezzi di ferro, materiale di cui sono fatte le armi che portano morte, evitando così di contaminare la sacralità del luogo. L’unica maniera di lavorare la pietra senza l’impiego di strumenti di ferro era quella di usare lo “Shamìr”, uno strumento “magico” che aveva proprietà mirabolanti, capace di tagliare qualsiasi materiale esistente al mondo e anche il più duro dei diamanti. Secondo la tradizione fu Dio stesso a consegnarlo personalmente a Mosè sul monte Sinai, e Mosè se ne servì per incidere i nomi delle dodici tribù di Israele sulle dodici pietre incastonate sull’”Efòd”, che era il pettorale del “Cohen Hagadol”, a sua volta uno strumento che, stando alla tradizione, serviva a comunicare come una radiotrasmittente moderna a fonte elettromagnetica. Riguardo allo Shamir: cfr. La vera natura del “magico Shamìr”
A proposito di un’antichissima tecnologia
per la lavorazione della pietra senza l’uso di strumenti metallici, Lia Mangolini, disponibile online
(9) vide supra
(10) Secondo alcune interpretazioni moderne, l’Arca dell’Alleanza descritta nel libro dell’Esodopresenterebbe caratteristiche strutturali che ricordano quelle di un dispositivo elettrico. Il rabbino e studioso Moshe Levine, nel suo studio Le Tabernacle, ha osservato che la configurazione dell’Arca – costruita in legno di acacia e rivestita d’oro sia all’interno sia all’esterno – corrisponde, almeno sul piano teorico, alla struttura di un condensatore: due superfici conduttrici separate da un materiale isolante. In tale prospettiva l’Arca avrebbe potuto funzionare come una sorta di accumulatore di energia elettrostatica. Interpretazioni analoghe comparvero anche nella letteratura scientifica e divulgativa tra XIX e XX secolo. Alcuni autori ipotizzarono che l’Arca potesse operare come una gigantesca “bottiglia di Leida”, cioè un primitivo condensatore capace di immagazzinare cariche elettriche; in questo modello le due figure dei cherubini poste sul coperchio avrebbero agito come poli opposti tra i quali poteva scoccare una scarica luminosa. Curiosamente, la tradizione rabbinica più antica conserva immagini simboliche che sembrano evocare fenomeni di luce ed energia concentrata proprio nello spazio tra i cherubini. Nel Midrash Rabbah e nel Talmud Bavli (Yoma 54a) si afferma che la presenza divina – la Shekhinah – si manifestava nello spazio tra le ali dei cherubini dell’Arca. Alcuni passi del Zohar, il testo della mistica ebraica composto in epoca medievale, parlano inoltre di una luce abbagliante che irradiava da quel punto, descrivendola come una sorta di bagliore che si sprigionava dal “trono invisibile” posto tra le figure angeliche. Secondo codeste letture, l’energia si sarebbe concentrata proprio nel breve spazio compreso tra le ali convergenti dei cherubini, luogo che la teologia ebraica identifica come il punto in cui Dio “parla” a Mosè (Esodo 25:22). Alcuni interpreti moderni hanno riletto tale descrizione come un possibile “arco di luce”, cioè una scarica luminosa prodotta dall’accumulo di energia tra le due estremità metalliche del coperchio. Per i fedeli, tuttavia, ciò rappresentava il manifestarsi della presenza benevola di Dio: non un fenomeno tecnico, ma la rivelazione sensibile della Shekhinah.
(11) Cfr. Charles H. Hapgood, Earth’s Shifting Crust: A Key to Some Basic Problems of Earth Science(con presentazione di Albert Einstein), Little, Brown and Company, Boston 1958; trad. it. di Paolo C. Gajani, Lo scorrimento della crosta terrestre, con presentazione di Albert Einstein e prefazione di Kirtley F. Mather, Einaudi, Torino 1965. L’opera di Hapgood propone un’ipotesi di scorrimento della crosta terrestre come chiave interpretativa di antichi cambiamenti geografici ricorrenti del globo terrestre.
(12) Cfr. The Lost City of Dvaraka, National Institute of Oceanography (1999); Scavi subacquei condotti negli anni ’80 e ’90 dal dott. S.R. Rao presso il National Institute of Oceanography hanno portato, già con risultati chiave pubblicati intorno al 1999, all’individuazione di strutture sommerse e fortificate al largo della costa di Dwarka, nello stato del Gujarat. Dalle analisi sul campo è possibile sostenere che queste rovine possono essere messe in relazione all’esistenza della mitica città menzionata nell’epopea del Mahabharata, sebbene non sono mancate polemiche da parte di taluni indiani occidentalizzati.
(13) La leggendaria città di Heracleion, nota anche come “Thonis”, era un’antica città egizia situata sul Delta del Nilo, le cui meravigliose vestigia si trovano ora sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km a largo della costa mediterranea dell’Egitto. La città era uno dei centri commerciali più importanti di tutto il bacino mediterraneo, e trovò prosperità particolarmente tra il VI ed il IV secolo a.C.. Essa affondò tra il VI e il VII secolo d.C., si crede a causa di catastrofi naturali come terremoti o grandi inondazioni. Fino a tempi recenti Heracleion era nota solamente grazie a poche fonti letterarie ed epigrafiche che ne parlavano. Per questo motivo, e per svariati secoli, la sua esistenza fu ritenuta solo un mito. Fu riscoperta nel 2001 dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio.
(14) Cfr. David W. Davenport & Ettore Vincenti, 2000 a.C.: distruzione atomica (prima ed., 1979; ristampa italiana: 2000 a.C.: distruzione atomica, Harmakis/Enigma, Milano 2018) & cfr. Graham Hancock, Fingerprints of the Gods: The Evidence of Earth’s Lost Civilization, Crown, New York 1995; trad. it. Impronte degli dèi: Un’indagine sull’inizio e sulla fine della civiltà, TEA, Milano.
(15) Cfr. Carl Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Duncker & Humblot, Berlino 1950; trad. it. a cura di Emanuele Castrucci, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 1991.
(16) Ivi, pp. relative alla dissoluzione dello jus publicum europaeum e alla trasformazione dell’ordine spaziale europeo.
(17) Ivi, passim, sulla crisi dell’ordine territoriale europeo e sull’emergere di un ordine globale dominato da forze tecniche ed economiche.
(18) Cfr. George Orwell, La fattoria degli animali (Animal Farm), Harvill Secker, Londra 1945; trad. it. di Enrico Filippini, La fattoria degli animali, Mondadori, Milano 1950.
(19) Cfr. Aleksandr Solženicyn, Архипелаг ГУЛАГ (The Gulag Archipelago), Éditions du Seuil, Parigi 1973; trad. it. di Luciano Venturini, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1975. L’opera documenta il sistema dei campi di lavoro forzato sovietici, combinando testimonianze dirette, dati storici e analisi critica, e rappresenta una delle testimonianze più importanti sulla repressione politica nell’URSS del XX secolo.





















































