Nella cosmologia ellenica si parla fondamentalmente di due Diluvî: uno forse più arcaico, il Diluvio ogigio; e uno forse più recente, quello di Deucalione e Pirra. Platone narra, inoltre, del Diluvio atlantideo, che ha dei paralleli nei racconti degli Aztechi messicani, dei Maya costaricensi e degli Incas peruviani. Anzi, le tradizioni amerinde più esplicitamente pongono un Diluvio alla fine di ogni Era ciclica, il prospetto delle quali ricorda in maniera inequivocabile – a parte qualche importante variante indigena – quello delle cosmologie arcaiche del Vecchio Continente. La Mesopotamia tratta a sua volta del mito del Diluvio nell’Epopea di Gilgameš; allorché l’Eroe eponimo incontra Utnapištîm, il Vegliardo che vive su un’Isola oltre l’Oceano della Morte. A condurlo colà è Uršanabi, una figura di “Nocchiero” – sul tipo di quella di Caronte – che Gilgameš ha modo di conoscere solo dopo aver lasciato alle spalle il “Giardino delle Delizie”. Utnapištîm gli riferisce la storia del Diluvio, essendo l’Eroe alla ricerca del segreto dell’Immortalità; segreto celato misteriosamente, come si capirà poi, in una “Pianta” nascosta definita “Vecchio, ringiovanisci!” e cresciuta sul “Fondo dell’Oceano”. Le peregrinazioni e gl’incontri mitici di Gilgameš; si svolgono, come c’insegna il Gaster, secondo la nota formula dei racconti fiabeschi “Vecchio, più vecchio, vecchissimo”. Solitamente codesto tipo di narrazioni – ne ritroviamo di analoghe pure nelle fiabe di origine celtica del folclore nostrano – costituiscono la volgarizzazione di storie iniziatiche concernenti viaggi diretti verso svariate sedi di tipo paradisiaco (Palazzi, Isole, Monti, Giardini, etc.); espressioni in realtà di mete che hanno un valore non solo spaziale, ma anche temporale. O, per spiegarci meglio, il viaggiatore (cioé l’iniziato, cercatore del segreto dell’Immortalità) finisce sempre nel corso del suo vagabondare per arrivare al Paradiso Terrestre e, talora, a una meta oltremondana più elevata; o, persino, al Paradiso Celeste. Ragion per cui, il viaggio di costui è in verità volto a ritroso nel tempo, ogni luogo di sosta rappresentando in tal modo un particolare periodo ciclico trascorso.
Nel caso di Gilgameš, però, la vicenda è piuttosto complessa, e non è facile comprenderne le più sottili sfumature nell’ambito dell’Epopea. Ivi si racconta comunque, per quel che qui ci riguarda, che “l’Isola in mezzo all’Oceano della Morte” è posta nell’Estremo Occidente, alla “confluenza di due Oceani”. L’episodio del Diluvio, per parte sua, si snoda secondo le consuete direttive: un dio (nella fattispecie Ea, Signore delle Acque, del tutto simile allo Zeus ellenico) avvisa un vecchio saggio (cfr. funzionalmente Utnapištîm con Noè, Deucalione o il Manu Satyavrata indiano) di edificare un’Arca (simbolo ermetico a indicare lo Zodiaco) per trarsi in salvo dall’inondazione imminente (che nel linguaggio alchemico rappresenta le influenze malefiche, ossia le cd. “Acque Corrosive” della Mente). E questi, navigando sopra le “Acque del Diluvio”, al modo di uno Yogi che navighi sul mare intimo delle passioni, riesce alfine a salvarsi e a raggiungere un Monte; dopodiché la Terra sarà di nuovo ripopolata, ossia, fuor di metafora, l’anima di costui sarà rigenerata nello Spirito. La posizione geografica dell’Isola di Utnapištîm, a ogni modo, stuzzica un confronto con l’Atlantide platonica. Ma il racconto dei testi ellenici al riguardo (cfr., per es., Tîm – III-XII) ha un carattere storico, non mitico; sicché il confronto ne risulta oltremodo pericoloso e difficile. Ci viene in aiuto il fatto, tuttavia, che Platone ponga accanto alla sua narrazione delle considerazioni di carattere cosmologico. In un altro dialogo (Criti.– v. 112/a) il filosofo greco afferma che l’enorme inondazione, la quale insieme a terremoti e a piogge torrenziali distrusse l’Atlantide, “fu la terza innanzi al Diluvio di Deucalione”. Di primo acchito, sembrerebbe logico accordare alla frase il senso che prima sia avvenuto il Diluvio atlantideo, poi due altri (l’ogigio compreso, magari) e infine quello di Deucalione. Se cosi fosse, però, la dottrina delle Settemplici Congiunzioni e quella dei Cicli a esse relativi – che l’India chiama “Avatarici” – di 6.480 anni non s’accorderebbero con i dati a disposizione di Platone. Oppure, pur ammettendo un rapporto diretto tra accadimenti diluviali, settemplici congiunzioni e cicli esamillenarî, il Diluvio atlantideo sarebbe comunque da spostare più addietro nel corso dell’Eone; cosa che invece è contraddetta dal Criti. – III.108 – e, precisamente, da un passo dal quale sarebbe lecito dedurre che le idee dei filosofo ateniese si accordassero in linea di massima con le speculazioni cosmologiche tradizionali indoeuropee e non, a parte qualche piccolo errore di calcolo. I1 riferimento cronologico di cui parla Platone (9.000 anni prima del millennio dei proprî contemporanei – tale sarebbe la distanza dell’avvenimento citato) è un riferimento generico, da intendere nel senso che l’evento si era verificato 9 millenni prima; cioè, secondo l’attuale datazione, nell’XI millennio av. l’E.V. Il calcolo astrologico dà esattamente la data del 10.960 a.C., scadenza ciclica del “Diluvio di Acqua”. Il Tîm. – III.23/a-b precisa che i Greci rammentavano nelle loro memorie solo l’ultimo Diluvio, di Deucalione e Pirra, ma che molti altri ne erano capitati in tempi più remoti. Non solo, ma aggiunge che tale tipo di fenomeno sarebbe avvenuto “di nuovo nel solito intervallo d’anni”, mostrandoci dunque che non era questione di favoleggiamenti – come purtroppo molti da allora fino a oggi hanno supposto – bensì di “vera storia” (ibîd., IV.26/e). Se poi ci accorgiamo che la teoria del Magnus Annus (letteralmente “Anno Perfetto”) e quella delle Congiunzioni Planetarie sono esposte a chiare lettere nel medesimo scritto (ib., XI.39/c-e), non è più permesso dubitare del fatto che il Diluvio atlantideo sia stato l’ultima attualizzazione in sede temporale del “Diluvio di Acqua” conosciuto dalle speculazioni astrologiche antiche; quello precedente insomma al Diluvio di Deucalione e Pirra, e collocabile nell’XI millennio a.C.
Che cosa significherà allora quanto prima riferito (Crit. – v.112/a) circa la “Terza Inondazione”? Platone, subito dopo i passi poc’anzi analizzati, dichiara nel Tîm. -XII.39/e-40/a che “Quattro Stirpi” (una prima delle quali celeste e divina, una seconda alata e aerea, una terza acquatica e una quarta pedestre e terrena) sono state create dalla Divinità. Che non si tratti di questioni biologiche è evidente dal tono del dialogo. Si analizzi anche il seguito del passo platonico sopra indicato (XIII sgg), in cui si fa presente che da Urano nasce Oceano; da Oceano Crono, da Crono Zeus e da questi altri “Figli Minori” (=Apollo, Artemide, etc.). Le “Stirpi” sono, in tale circostanza – ci pare – le principali genealogie divine, strettamente connesse alle Ere cicliche. Non è il caso di soffermarci su questo problema. Ma è evidente se non altro che Diluvî, Congiunzioni planetarie, Età mitiche e Generazioni divine sono argomenti assolutamente correlati.
La nostra ipotesi è allora che la “Terza Inondazione” prima del Diluvio di Deucalione debba necessariamente essere interpretata come il cataclisma, ovviamente d’origine astrale secondo il sapere tradizionale, che si narra abbia sconvolto il globo alla fine del IV Grande Anno (cfr. col scr. Mahâyuga); tale cataclisma coincide perfettamente con quello tramite cui si sarebbe concluso al dire della dottrina cosmologica hindu l’VIII Ciclo Avatarico, il quale essendo di 6.480 anni (esattamente la metà di 12.960, che è la durata di un intero Mahâyuga), ne costituisce la seconda parte o sezione finale. Insomma coll’evento che avrebbe segnato, in base alla dottrina induista (puranica), la fine del Ciclo di Balarâma; figura mitica pressoché coincidente, da un punto di vista avatarico, con quella del fratello Krishna in veste di Gopâla (“Pastore di vacche”). Vedi nel Vi.P. -v.10-1 sgg il sollevamento del Monte Govardhana a opera di Krishna, onde proteggere i pastori dal Diluvio scatenato da Mahendra, per ripicca contro di loro, a causa dell’abbandono del culto di cotale dio in favore di quello di Krishna medesimo. Dobbiamo intendere ancora, però, circa la “Terza Inondazione” del “Crizia” platonico, le motivazioni reali di codesta definizione. Sembrerebbe, in prima istanza, di dover interpretare il Diluvio intermedio tra l’atlantideo e quello deucalionico come un avvenimento minore. Ma, confessiamo onestamente che l’ipotesi non ci convince assolutamente. In questo momento, d’altronde, non abbiamo migliore spiegazione da offrire. Siamo tuttavia personalmente convinti che Platone, ovvero gli informatori di questi, circa la definizione di “Terza Inondazione” abbiano fatto una certa confusione tra il Diluvio realmente atlantideo, conosciuto come tale solo presso fonte egizia ma secondo noi corrispondente invero a quello noaico, e il Diluvio successivo di Deucalione. Le tre ipotetiche “Inondazioni” appaiono effettivamente distinte, di primo acchito, in sede tradizionale; è comunque lecito arguire che esse siano da ridurre a due sul piano cronologico, a meno d’invertire l’ordine supposto da Platone tra la “Seconda” e la “Terza Inondazione” (ossia tra il Diluvio atlantideo e quello ogigio). Possiamo viceversa supporre, ed è questa la nostra personale opinione, che: a) il Diluvio atlantideo fosse l’evento posto a chiusura dell’VIII “Ciclo Avatarico” e avvenuto nell’Ecumene Occidentale, in qualsiasi maniera si voglia chiamare questa misteriosa Terra Atlantica; b) l’accadimento ogigio quello suggellante il “IX Ciclo”, legato all’Ecumene Nordoccidentale.
Le ricerche dell’ing. Vinci, qualora abbiano realmente basi storiche, che l’A. stesso invita del resto a reperire, paiono suffragare indirettamente la seconda ipotesi da noi formulata. In tal caso, il Diluvio ogigio e quello di Deucalione sarebbero dei doppioni l’uno dell’altro; la cosa potrebbe essere del tutto possibile, visto che le tradizioni epiche dell’India raccontano di un cataclisma simultaneo avvenuto nel Bhâratavarsha (il “Paese di Bhârata, vale a dire il suolo patrio) e avente quale epicentro Dvârakâ, la principale isola di un mitico arcipelago del M. Arabico (sede originaria di Krishna).
Abbiamo in altra sede cercato di dimostrare come la suddetta Inondazione di Dvârakâ costituisca un parallelo indiano – con conferme nella mitologia sumero-mesopotamica – dell’Inondazione egeo-cretese di Deucalione. E’ probabile, dunque, che il Diluvio ogigio rappresenti la versione eroico-achea, di provenienza nordico-atlantica stando alle congetture del Vinci, della medesima catastrofe ciclica registrata nel Mediterraneo Orientale e nella zona occidentale dell’Oc. Indiano. Non vi sono, crediamo, altre più ragionevoli spiegazioni da offrire. Pure il Diluvio noaico, e fors’anche quello di Gilgameš, sembrerebbero in fondo confermare questa nostra personale supposizione; siccome essi ricalcano nei tratti in modo evidente, da un punto di vista cronologico e direzionale, il Diluvio che avrebbe provocato la fine dell’Atlantide secondo la testimonianza egizia, raccolta da Solone e trasmessa ai posteri da Platone.
Mappa dell’Uttarâkuru (cartina contemporanea, ricostruzione topografica in base ai testi).
La concezione vicino orientale del Paradiso Terrestre quale sede originaria della prima coppia umana trova riscontro anche nel Medio Oriente, tanto in Iran quanto in India. In India però è rintracciabile pure qualcos’altro in proposito, non corrispondente alla ristretta visione delle tradizioni abramitiche, almeno nei loro aspetti essoterici. Avviene insomma nel mito e nell’iconografia una specie di moltiplicazione erotica del tema, ad es. nel famoso complesso architettonico di Khajurāho. Le coppie divengono innumerevoli e si mescolano orgiasticamente le une alle altre, in maniera quasi da trasfondersi nella coppia divina originaria, secondo un modello archetipico che le trascende e le valorizza sino all’estremo grado dell’essere in un giardino sovrannaturale dei piaceri. In pratica esse riflettono, su un piano spaziale poeticamente immerso nel mondo della natura sebbene formalmente stilizzato, la dimensione spirituale primordiale di comunione col mondo animale e vegetale; nel simbolo descritta come uno stato di magnifica beatitudine fisica, non disgiunta tuttavia da un’acquisizione di beni del tutto interiore. L’abbondanza dei piaceri assume il ruolo, cosí, di veicolo di doni celesti e terreni ad un tempo.
La culla geografica del ceppo ario
2. L’Uttarâkuru ed il Devakuru, sua immagine speculare, col Merupârvata al centro (gouache su tessuto, Râjasthan, XVII sec.).
Gli europei negli ultimi due secoli si sono dati molto da fare per rintracciare la pretesa sede originaria della “razza ariana”, pretesa che in quanto tale non poteva essere minimamente soddisfatta; poiché non corrispondeva ad alcunché di vero sul piano cosmografico reale, lo scopo nascosto di questa teoria essendo sottosotto quello di giustificare il colonialismo europeo in Asia ed altrove. Ciò non significa che soltanto gli europei ne siano andati soggetti. Eurocentrismo a parte, purtroppo codesto errore è stato commesso anche dagli studiosi orientali, in particolare indiani; i quali hanno subito le influenze negative del cd. Ārya Samāj, lett. ‘Assemblea degli Arî’. Un movimento apparentemente indigeno (fu fondato nel 1875 da D.Saraswati ed influenzò in parte persino il grande Tilak), ma fortemente condizionato dalla mentalità imperiale anglosassone tramite la Società Teosofica, non a caso insediatasi in India proprio in quegli anni. E come tale votato al pregiudizio razziale. Qui non vogliamo trattare però l’argomento ariano in relazione al razzismo ottocentesco europeo, bensí in riferimento all’Uttarā Kuru (scr.Uttarākuru) (1). L’Uttara Kuru è, secondo la cosmografia hindu, la quinta manifestazione delle terre emerse nell’arco dell’intero Grande Eone (Manvantara). Un Manvantara è un periodo umano nella sua totalità, se vogliamo un intero ciclo adamitico; poiché come avviene nell’iranismo pure nell’induismo si concepisce una molteplicità di 7 cicli umani, corrispondenti a 7 Terre, effigiate da 7 anelli concentrici attorno al Merupārvata. Questi 7 cicli si ripetono poi all’inverso a formare un Kalpa, fatto di 14Manvantara. Ogni Grande Eone a sua volta è suddivisibile in 10 Cicli Avatarici, ossia in 10 Yuga di 6.480 anni ciascuno; quel che nella cultura greco-romana classica era definito Mâgnus Annus Platônis, con relativi Grandi Mesi, evidentemente ciascuno di 540 anni (2).
3. L’Uttarakuru, ove gli uomini vivono sempre accoppiati (yugalikau)(gouache su carta, id., XVIII sec.).
Anche il Ciclo Avatarico era noto a Greci e Romani, probabilmente lo avevano appreso dai “Caldei”, secondo quanto si deduce da certi passi di Platone che abbiamo altrove commentato (3) nonché attraverso la virgiliana IV Ecloga (4). Ogni singolo yuga è determinato dallo yoga (congiunzione) dei 7 pianeti visibili, l’ultimo dei quali è avvenuto in cielo il 3 maggio del 2000 (5). Ciò a conclusione del X Periodo Avatarico, benché il mondo non ne abbia – sinora almeno – assolutamente preso coscienza se non in forma subcosciente. I grandi cambiamenti che paiono all’ordine del giorno in politica e nella natura circostante sono sicuramente interpretabili in tale ottica, anche se bisogna star molto attenti a non cadere nelle illusioni. È su siffatta base dottrinaria che va comunque impostato il problema ario, esattamente come hanno fatto a loro tempo Esiodo e Platone cogli Eroi (anche in quel caso una generazione umana e non una razza), anziché sul pregiudizio storicistico manifestato da certa Destra europea o all’opposto sul pregiudizio anti-storicistico proprio della parte politica avversa. La suddivisione del Manvantara può essere comunque alternativamente quinaria o quaternaria (6). La prima comprende le stesse periodizzazioni della suddivisione denaria, ma raggruppate a due a due; sicché ciascun ciclo raddoppiato – di oltre 12.960 anni – sarà messo in rapporto solamente colle 5 Grandi Direzioni (i Punti Cardinali + il Centro Polare Boreale, vale a dire l’Artide) (7), escludendo dal novero i Punti Intermedî (NE, SE, SO, NO + il Centro Polare Australe, cioè l’Antartide) (8).
4. Il Monte Meru (id.).
La seconda invece è caratterizzata dal simbolismo dharmico ovvero da uno sviluppo regressivo del tempo, tale per cui in ogni ciclo – dall’Età dell’Oro all’Età del Ferro – gli yugavengono raggruppati decrescentemente secondo la nota formula 4+3-2+1=10; quel che chiamasi, geometricamente, quadratura del cerchio. Si tratta d’un problema ermetico diffuso in tutta evidenza tanto nel mondo indo-iranico, quanto in quello greco-latino; e che è presente, seppure in modo meno conclamato, persino nella cultura celto-germano-slava. Le denominazioni cambiano qua e là, ma la sostanza rimane pressappoco la medesima (9). Un analogo mito cosmogonico, checché ne pensasse Eliade, fa d’altronde capolino pure nel mondo semito-camitico, sebbene maggiormente occultato rispetto al mondo jafetico. Proprio quest’ultimo termine introduce d’altronde indirettamente il discorso sul Paradiso Boreale. Giacché delle 5 Grandi Ecumeni (Pañcamahādvīpa) presenzianti via via nelJambudvīpa (o Dvīpa della Melarosa), l’estensione continentale caratteristica del VII Manvantara (benché qualcuno usi il termine in maniera piú ristretta, quale sinonimo diBhārata ossia del territorio indiano), l’Uttara Kuru è la quinta in ordine di tempo. Venendo dopo l’Ilāvṛta (Artide), il Ketumāla (ad E), il Bhāratavarṣa (a S), il Bhadrāśva (ad O) e situandosi a N (10). Un Nord però ben distinto dall’Artide, quantunque per trasposizione un’ecumene rimandi all’altra e si riferisca ad una data direzione semplicemente come centro nevralgico d’espansione culturale in una determinata epoca. Ora, non è di Arî che dovremmo parlare in rapporto al Paradiso Boreale (Nordico), ma piuttosto di Jafeti, termine biblico assai piú conveniente di quello ora citato ed ingiustamente rigettato dagli studiosi odierni (11). Dato che, c’insegna ancora una volta Platone (12), i Semidei od Eroi – ai quali gli Arî paiono apparentati fin etimologicamente (13) – appartenevano all’Età del Bronzo.
5. Il Jambûvriksha coi suoi 5 Rami (id.).
Quindi, stando alla dottrina platonica, cronologicamente apparterrebbero ad un periodo di 12.960 anni antecedente alla mitica Età del Ferro (14). Siccome quest’ultima è l’Età degli Uomini, non degli Eroi. Prima del grande filosofo del VI sec. a.C il poeta Esiodo (15) li collocava, invero un po’ disordinatamente seppur con efficacia, addirittura piú addietro; cioè a mezzo fra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro, ma nello schema quinario da lui adottato sarebbe stato meglio parlare di III e V Era, sí da associare l’Epoca degli Eroi alla IV. Oppure introdurre il simbolismo d’un quinto metallo, come ha fatto la cosmologia iranica. In termini cronologici precisi, il riferimento platonico è ad un ciclo che va dal 17.440 al 4.480 a.C., quello esiodeo ad uno protraentesi dal 23.920 al 10.960 a.C. In altre parole, Platone pone gli Eroi fra l’Avvento dell’Atlantide ed il Diluvio di Deucalione; diversamente, Esiodo li situa per intero all’interno di quello che in termini di cosmologia gitana potremmo chiamare “Ciclo della Razza Rossa”. La Razza Rossa secondo la cultura zingara (16), non per niente d’origine indiana, era da considerare una razza mista (17). Cosa del resto comprovata oggi dall’etno-antropologia, che ipotizza l’arrivo di due ceppi incrociatisi sul suolo americano, uno paleoasiatico proveniente dall’Artide e l’altro austronesiano d’origine antartica. (Un terzo ramo etnico sarebbe giunto addirittura dal Pacifico.) Non dichiarava la mitologia greca, vedi ad es. Eracle, che gli Hérōes od Hemitheoí erano figli di dèi intrattenutisi cogli umani? Le tradizioni ebraiche precisavano ulteriormente il concetto, asserendo seppur oscuramente (Gen.– VI. 4) che per genti eroiche andavano intese i discendenti dei “figlî di Dio incrociatisi colle figliuole degli uomini”.
6. Il Jambûdvîpa (id., Gujarat).
Insomma, secondo quanto in genere s’interpreta, sethiti e cainiti. Nonostante l’incongruenza del vate ellenico del VII sec., visto che questi ha adottato i termini ciclici della suddivisione quaternaria (Oro, Argento, Bronzo e Ferro) pur inserendo di fatto nella sua cosmogonia il numero di generazioni umane proprio invece di quella quinaria (Dei, Demoni Superiori, Demoni Inferiori, Eroi ed Uomini), la collocazione ciclica degli Eroi od Arî che dir si voglia da lui adottata appare corretta; una collocazione che oseremmo definire tardo-paleolitica, interpretando il problema in chiave paletnologica, gl’Indoeuropei – denominazione fasulla inventata per convenzione in epoca contemporanea, partendo dagli studî linguistici e mai unanimemente accettata se non nel Novecento – non essendo altro che l’ultima forma assunta dai biblici Jafeti dopo i varî incroci delle stirpi arie occidentali ed orientali con elementi razziali differenti (pre-arî). Si deve tener conto altresí che nella stessa stirpe eroica platonicamente intesa, ovverosia piazzata 6.480 anni piú tardi, andrebbero annoverati pur con distinzione percentuale Semiti e Camiti. In pratica tutti i discendenti del leggendario Noè, che i Greci chiamavano Eracle e gl’Indiani Kṛṣṇa (questi ultimi due sono stati peraltro identificati tra di loro sin dall’antichità), diversamente mescolatisi in territorio eurasiatico e nordafricano a quel che rimaneva nella V Era delle precedenti razze: la Bianca, la Gialla e la Nera; le uniche reputate pure dagli Zingari siccome mai ibridatesi, a differenza della Rossa e della Bruna, la penultima e l’ultima (18).
7 Il Diluvio di Noè (L.Ghiberti, incisione lignea, Battistero, porta esterna, Firenze, XV sec.).
Secondo quanto comprova indirettamente il simbolismo originario dei colori dei 3 Re Magi, indicante cripticamente un passaggio di consegne sacrali dal bianco Baldassarre latore di Mirra (cioè d’Amore in senso profetico) dapprima al giallo Gaspare latore d’Incenso (Conoscenza in senso sacerdotale) e poi, alfine, al nero Melchiorre latore d’Oro (Potere in senso regale) (19). La figura di Noè non meno di quelle di Eracle e di Kṛṣṇa ha d’altronde biblicamente due aspetti, uno anti-diluviano e l’altro post-diluviano; nella mitologia greca, nondimeno, il personaggio di Eracle mostra alcuni rimandi olimpico-paleoliticied altri eroico-mesolitici (20), già rilevati peraltro da Erodoto (21). Egualmente in India il IXAvatāra, Kṛṣṇa-Jagannātha, appare visibilmente la controfigura post-diluviana – o mesolitica se si preferisce – dell’VIII,Kṛṣṇa-Gopāla. Se dunque intendiamo gli Uttarākura dei testi indiani (dei quali il Bussagli rilevava un’eco negli Ottorokórrai dell’autore greco Amomèto) (22), a partire dal Mahābhārata, come i discendenti eracleo-noaico-krishnaiti nel loro assieme è chiaro che costoro debbano esser presi quale metonimia delle popolazioni dislocate pressappoco a nord dell’equatore nelle attuali contingenze del globo; ovvero, intendendole in senso cronologico, pressappoco gli abitanti eurasiatici (ad esclusione dei Paleoasiatici, che sono altra cosa, e di altri ceppi provenienti da sud ibridatisi colla Razza Gialla) degli ultimi 12.960 anni. Quelli insomma appartenenti alla cd.V Era, dominata secondo i gitani dalla Razza Bruna – la denominazione deriva dall’ebraico, cioè dal significato del nome Cam, che è il primo ad aprire l’ultima epoca – e secondo i greci dagli Ánthropoi. Il loro paradiso (che è anche il nostro, di noi uomini attuali), chiaramente un’eco lontana di quello originariamente iperboreo in un mondo ancora preistorico evidentemente scemato via a poco a poco per lasciare il posto alle nefandezze del Kaliyuga,appare piú una chimera che non una realtà effettiva.
8. Id. (M.Buonarroti, affresco rinascimentale, Cappella Sistina, XVI sec.).
Non è così che appare, infatti, la tanto decantata Thoulē(23) dei Greci e dei Romani? In ogni caso, le suddette popolazioni non rientrerebbero assolutamente fra gli Eroi esiodei, ma sarebbero viceversa da identificare in base a Platone per una metà agliEroi e per l’altra metà agli Uomini; quel che insomma nel linguaggio paletnologico definiamo, grossomodo, Mesolitici e Neolitici. Nell’insieme le due categorie, si noti, corrispondono semplicemente agli Uomini dello schema quinario esiodeo. Lo schema quinario esiodeo è utilizzato in India soprattutto dal Mahābhārata, mentre lo schema quaternario platonico – talora lo usa anche Esiodo e viceversa fa Platone col quinario – ricorre spesso nei Purāṇa; fermo restando il fatto che le due soluzioni possano apparire invertite, qua e là, pure in India. Dato che si tratta d’applicazioni di determinate regole mitiche, non di forme di pensiero distinte. Lo schema quaernario è proporzionale, quello quinario paritetico. Chiarito questo punto essenziale e rimandando ad altri studî (24) per una piú ampia discussione dell’argomento, implicante necessariamente idee divergenti dalle nostre e meno aderenti ad una discussione di carattere propriamente cosmografico, ci accingiamo ad esaminare qui di seguito i riscontri del mito in campo letterario ed artistico. Sempre ricordando che il pregiudizio ario – malafede a parte – è in parte giustificato, ma solo in parte, dall’effettiva confusione intervenuta nei tempi ultimi fra l’Airyānem vaēĵo(25) – la definizione è propria dei testi sacri iranici, per quanto esista in India tutt’oggi una regione chiamataHariyānā– ed il Vara (‘Recinto’ = Giardino) originario, che gl’indú conoscono come Ilāvṛta. Vide suprâ.
9. Sem. Jafet e Cam (illustrazione biblica, Genesi, Epoca Contemporanea ).
Siamo convinti da parte nostra che l’Airyanem Vaezo (questa la pronunzia corretta, colla -e- brevissima del gen.pl. e la -z- dolce) equivalga piú o meno all’Uttara Kuru, insomma all’Ecumene Settentrionale e non a quella Artica, indipendentemente dalla parte di Artide cui si allude. E che il Vara(26) rimandi per contro al Pairi-daeza (il Paradeśa indiano), cioè l’Iperboride (27), sebbene nel testo iranico appaiano la stessa cosa. Ciò per il fatto che la sovrapposizione fra le due terre, poste cronologicamente agli antipodi del manvantara, è avvenuta costantemente cosí in Iran come in India. Tanto che è difficile distinguere al riguardo quando non vi siano altri riferimenti aggiuntivi che ne fanno due ecumeni separate, oltreché piazzate all’inizio ed alla fine del Grande Eone. Colla conseguenza inevitabile, passando il tempo, di sfumare l’una nell’altra. Ultimamente ci siamo convinti che persino sul piano geografico, non solo cronologico e cosmografico, dovette esservi una netta distinzione fra le due terre. Poiché non è plausibile che la Terra Paradisiaca delle origini adamiche sia sprofondata di qualche centinaia di metri sotto il livello marino dell’Artide attuale e poi sia tornata parzialmente a galla, la cosa valendo esclusivamente semmai per la terra denominata Varāhī(28). Se la nostra tesi è corretta allora significa che non meno dei 2 poli celesti gli stessi poli terrestri nell’arco di molti millennî devono essersi spostati all’interno dei rispettivi circoli polari da un dato punto ad un altro (attuamente i due poli geografici si trovano uno nell’Oceano Artico, in corrispondenza della Terra di Baffin, e l’altro nel bel mezzo dell’Antartide), oppure che la perdita dell’Iperboride sia avvenuta a causa di fattori climatici dovuti allo spostamento dell’inclinazione dell’asse terrestre, i dati tradizionali spingendo in tal direzione (29).
10. Yugalika sotto l’Albero del Kalpa (scultura indiana, bassorilievo granitico, Mus. di Mathurâ, Mathurâ, X sec. d.C.).
E la Regione degli Arî qual era allora? La Scandinavia o la Groenlandia (lett. ‘Terra Verde’) (30), od un’altra zona dell’Eurasia oppure dell’America Settentrionale (31)? Personalmente siamo convinti che si trovasse nel Nord America, magari in Groenlandia od in qualche terra ad essa adiacente. Lo presuppongono i miti celtici. E che poi si fosse spostata in una nuova terra, questa volta del Nord Europa (32). Stando alle denominazioni si potrebbe additare quale secondo centro d’irradiazione la Britannia (33), non a caso identificata all’Avallon, la ‘Terra delle Mele’. In quanto al passaggio da una riva all’altra dell’Atlantico, non è detto che si sia provveduto in un’unica soluzione, via Islanda. Potrebbe essere avvenuto anche un passaggio piú a sud, via Azzorre, secondo quanto insegna la Bibbia: vedi leggenda dello sbarco sul Monte Ararat, nel mezzo dell’inondazione, cosa che sottintende un precedente ingresso nel Mediterraneo. Di là sarebbe poi avvenuta una ricongiunzione in Europa dei due filoni etnici di provenienza oltreatlantica.
Il Paradiso Nordico nella letteratura e nell’arte
11. Id. (id., pannello in pietra, Khajurâho, X sec. d. C.).
Riferimenti letterarî al tema sono reperibili al dire della Agrawala (34) nei Brāhmaṇa (Ait.B.– viii. 14 e 23), ma non nei Veda, oltreché nella letteratura epico-puranica (Har.P.– vii, Pd.P.– iii). Anche la tradizione buddhista ha fatto proprio il concetto, dalDīgha Nikāya (At.– xxxiii. 4) al Mahāvānija Jātaka; ed, analogamente, quella jaina (Âdi Pur.– iii). I 2 elementi fondamentali caratterizzanti l’Uttarākuru sono la Coppia (oMithuna, che i jaina chiamano Yugala) nonché l’Albero del Kalpa(Kalpavṛkṣa o Kalpadruma). Sono siffatti emblemi, difatti, che spiccano nelle rappresentazioni artistiche (35). È soltanto nell’arte jaina però che l’Uttara Kuru viene illustrato sul piano cartografico. Non si tratta tuttavia d’una rappresentazione con riscontri geografici autentici, ma piuttosto d’una raffigurazione cosmografica ideale (36), tendente a contrapporre la suddetta ecumene al Devakuru, la Regione degli Dei (37). Secondo l’Agrawala il Paradiso Nordico ha finito per diventare nella mitologia indiana un paradigma di riferimento non meno d’altri paralleli emblemi di beatitudine e d’abbondanza quali il Vaso Ripieno (Pûrṇaghata), la Cornucopia (Nidhiśṛṇga), la Vacca dei Desiderî (Kâmadhenu) o la Gemma del Pensiero (Cintamani). Ciascuno di codesti contrassegni costituisce un rimando prezioso per l’indú a quel misterioso quid interiore avente la proprietà, appunto, di soddisfare ogni desiderio. Ilquid, ovviamente, è dato da quel che gli alchimisti occidentali ritengono il punto d’arrivo della cd.Grande Opera. Adesso comunque a scopo di maggior chiarezza occorrerà spiegare ad uno ad uno gli emblemi citati, includendo quelli paradisiaci ad inizio e conclusione del discorso. Il Kalpa è la maggior unità di misura temporale nella cosmogonia indiana. In 1 kalpa son racchiusi i 14 manvantara ed ogni kalpa indica pertanto un ciclo a sé di manifestazione. Il Kalpavṛkṣa ha perciò la stessa funzione del Jambūvṛkṣa, seppur in un arco di tempo piú ampio. Circa il Purṇaghata è presto detto. Non è che l’equivalente indiano della neopersiana Coppa Oracolare diJamśīd, o del cristico Santo Graal.
12. Uttarâkura, piaceri di coppia (id., pann.granit., pilastro frontale, Cancello Occidentale, Grande Stûpa, Sâñchî, I sec. a.C.).
Viceversa il Nidhiśṛṇga(lett.’Corno del Tesoro’) è associato spesso a Kubera e funge da Corno dell’Abbondanza, pieno di gemme, pur detenendo in sostanza le medesime prerogative della nostra Cornucopia, che invece è piena di frutta. Kamadhenu (lett.’Vacca del Desiderio’), prima-nata dal Rimestamento dell’Oceano di La di Latte (l’Oc.Artico), è alternativamente denominata Surabhī, Nandinīo Ilā(vilā) e possiede delle controparti sia in Egitto che nel Nordeuropa. La bianca vacca Shilluk ad es., c’insegnano gli Stutley (38), è generata dal Nilo, mentre la norrenica Auohumla nasce del pari dalla fusione d’imponenti masse di ghiaccio. Invece la Cintamani non è che la Pietra Filosofale. In conlusione, il Mithuna nella Landa Nordica è poeticamente immaginato vivere in una condizione atemporale di perpetua beatitudine ed invariata prosperità, esente dai bisogni e dalle pene affliggenti la comune natura umana. In tale idillica visione i membri delle varie coppie paradisiache sono descritti nel compimento d’una vita mai lontana da quella del proprio partner, inseguendo un destino parallelo di morte indolore.
13. Id. (id., Canc. Nord.).
Quasi un rapimento estatico, in linea coll’intimo rapimento dei sensi in cui hanno trascorso la loro esistenza. Nel 1972 il prof.Bussagli (ordinario di Storia del’Arte dell’India e dell’Asia C. alla ‘Sapienza’ di Roma), in occasione della pubblicazione del suo bel saggio sull’eros (39), introduceva cosí l’argomento: «Un’antica leggenda indiana, rimasta viva attraverso i secoli, descrive gli esseri che abitano il “continente del nord”, l’Uttarakuru delle fantasiose cosmologie tradizionali, e li immagina come esseri umani di straordinaria bellezza, nati senza dolore, a coppie (maschio e femmina), destinati ad un rapidissimo sviluppo. Ogni coppia, perduta nella reciproca contemplazione, esperta di tutti i piaceri ed i giuochi d’amore vive diecimila anni di fiorente giovinezza. Nati insieme, i due muoiono contemporaneamente, stretti in un abbraccio supremo e i giganteschi garuda, uccelli magici che si nutrono di serpenti e di elefanti, trasportano i loro corpi sulla montagna, che è l’asse del mondo, senza che resti traccia o memoria della loro vita, del loro aspetto, della fiamma d’amore che li ha alimentati ed avvinti per millenni.»
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Note
1) Per l’etimo di codesta espressione vedi da un lato il gr.chṓra (‘terra, territorio’), scr.kur-u/ kurā (id.); dall’altro l’ing.ut-t-er (‘esteriore’), compar. di un’arcaica prep.*ut (‘fuori’, donde l’ingl.mod. o-ut), sup.ut-most o ut-ter-most (‘estremo’). Cfr. col comp.out-er (più esterno’), sup.out-most o out-er-most (‘molto più esterno’). Corrispondentemente in greco abbiamo, in quasi analoga accezione, il comp.m.hýs-t-eros ed il sup.m.hýs-t-atos; del pari, in sanscrito, il comp.m.ut-t-ar-a (f.–ī) ed il sup.m.ut-tam-a (f.–î). La particella di riferimento in tal caso è ud, preposizione che viene erroneamente assimilata all’ing.up(‘su’) ed in rari casi compare da sola. Ud equivale invece allo zend uz, got.ūt, aat.ūz, nat.aus/ ausser. E significa ‘fuori, da’. Da notare che le voci greche citate indicano una “secondarietà nello spazio e nel tempo” secondo il Vocabolario Greco-italiano di D.G. Gemoll (ed.R.Sandron, Milano-Palermo 1922, s.v.hýsteros, p.831, col.b), traduz. del Dizionario greco-tedesco dello stesso autore; mentre quelle sanscrite, in senso figurato, significano rispettivamente ‘del nord’ e dell’estremo nord’. Pertanto, da tutto ciò deduciamo che l’Uttarā Kuru non era la Terra Iperborea, ecumene per la quale l’India ha riservato la denominazione speciale d’Ilāvṛta(‘Terra Nascosta’), bensí la Terra Settentrionale; se dell’America o dell’Eurasia non è ben chiaro, ma crediamo della prima.
14. Mithuna nascenti dai Rami dell’Albero del Kalpa (id., bass.pariet., dett. dell’ill. della campagna vittoriosa dell’Imperatore Mândhâtâ, vihâra intagliato in roccia, Bhaja, III-II sec. a.C.).
2) G.Acerbi, Kālacakra. La Ruota Cosmica– Univ. “Ca’Foscari”, Venezia 1985, P.II, Cap.V, pp. 364.5.
3) Cfr. G.Acerbi, Le ‘Caste’ secondo Platone. Analisi dei paralleli nel mondo indoeuropeo– Convivium (Sear), A.IV, N°12(gen.-mar.), Scandiano 1993, P.II, Cap.V, pp. 364-5.
4) Nel breve studio introduttivo alla IV Ecloga L.Canali (Virgilio, Bucoliche-Rizzoli, Milano 1978, p.93) interpreta il passo delle Buc.- iv. 4-55 ss quale riferimento evidente al nuovo ciclo di 10 grandi anni annunciato dalla Sibilla Cumana, ogni grande anno essendo caratterizzato da un metallo.
6) Nello schema grafico quaternario proprio del calendario annuale europeo compaiono soltanto 4 Direzioni anziché 5, a meno di considerare anche il centro; sicché sarà il Solstizio Invernale, cioè il N (in relazione al Nadir), a rappresentare il Polo Nord. Mentre il Solstizio Estivo, ossia il S (in relazione allo Zènit), rappresenterà il Polo Sud. Cfr. in proposito R.Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici– Mediterranee, Roma 1974, passim; ed. or. Formes traditionnelles et Cycles cosmiques- Gallimard, Parigi 1970). Ragion per cui l’Equinozio di Primavera, in rapporto all’E, comprenderà non solo l’E; ma anche le 2 direzioni intermedie, il NE ed il SE. Parimenti l’Equinozio d’Autunno, in rapporto all’O, compronderà non solo l’O, ma anche il SO ed il NO. Se invece applicassimo alCaturyuga lo schema quaternario zodiacale, come fa anche l’Alighieri (Par.- xxvi, 138-42), dovremmo appaiare la Primavera e quindi l’E all’Età dell’Oro, l’Estate ed il S all’Età dell’Argento, l’Autunno e l’O all’Età del Bronzo, l’Inverno ed il N all’Età del Ferro. Nel primo caso l’applicazione è di carattere direzional-annuale, nel secondo ritmico-stagionale.
7) Oggidì l’Artide coincide colla Siberia per coloro che ostinatamente intendono il polo geografico boreale come fisso, ma se accettiamo l’idea che il polo – o meglio la crosta terrestre – sia mobile è evidente che in passato il circolo artico possa essersi trovato in altra regione: Scandinavia, Terra di Baffin od Alaska. Come determinati studî, d’altronde, hanno rilevato (G.Hancock, Impronte degli Dei– Corbaccio, Milano 1996; ed.or. Fingerprints of the Gods, 1995). Si possono consultare, in proposito, due altri scritti citati dall’autore nella P.V del libro testé indicato: C.H. Hapgood,Lo scorrimento della crosta terrestre– Einaudi, Torino 1965; Id., The Path of the Pole, Chilton B., N.York 1970.
8) Lo stesso discorso di cui alla n.prec. vale per l’Antartide, dove però a causa del prevalere delle terre sommerse gli spostamenti polari sono naturalmente piú difficili da constatare.
9) Purtroppo è questa suddivisione corretta, basata sui 5 punti cardinali (tradizionalmente sono 5, non 4, essendo da considerare pure il Polo Artico) e quelli intermedî che è mancata al tradizionalismo nostrano fin dai tempi di F. d’Olivet a differenza di quello autentico (indiano, ad es.); sicché ne è derivata un’impostazione sbagliata già in partenza, pur facendo capo a grandi personaggi di grande valore come Guénon ed Evola. In ciò va vista, ad ogni modo, la mano sottesa d’un certa organizzazione contro-tradizionale retta da Saint-Yves. Dagli autori citati, parlando di cose tradizionali non si può tuttavia non prescindere, è giusto riservare loro l’onore che meritano; però nello stesso tempo vanno corretti i loro errori, perché questo rientra nell’ottica stessa dei loro insegnamenti.
10) A dimostrazione di ciò, in una cartina riportata da D.C. Sircar nel suo Cosmography and Geography in Early Indian Literature – e riprea in C.Blacker & M.Loewe, Antiche cosmologie– Ubaldini, Roma 1978 (ed.or. Ancient Cosmologies– G.Allen & Unwin- Londra 1975), Cap.5, p.105, n.9 – il Monte Meru è posto al centro d’un cerchio attorniato dalla catena montuosa del Lokāloka ed illustrante la situazione della Terra a livello cosmografico. In alto, cioè al Nord, è posto l’Uttarākuru. Se fosse stato la medesima cosa del Meru, quest’ultimo non sarebbe stato collocato in mezzo ai 4 Dvīpa. Gli autori, non avvedendosi della differenza ora indicata, identificano erroneamente gli Uttarākuru (si dice tuttaviaUttarākura) cogli Iperborei. L’errore di confondere il Nord col Polo Artico è stato commesso praticamente da tutti, anche da Evola e Guénon (rispettive scuole comprese), seppur più dall’uno che dall’altro. Negli anni maturi Guénon ha messo in guardia per la verità gli europei dal loro eurocentrismo, ma nel bailame generale – e forse per una questione karmica visto il tributo da questi offerto in gioventù all’Oto (attraverso il ramo Papus-Reuss) o meglio all’Otr al dire di alcuno (M.Introvigne, Il cappello del mago– Sugarco, Varese 1990, P.II, Cap.7, p.276 e Cap.6, pp. 237-8), non meno di Evola e di altri – ha finito pure lui per cadere parzialmente nelle trappole della Sinarchia. Anche se il suo pensiero deve ancora essere esplorato per intero. Il prof.Introvigne, lo si capisce fin troppo bene, cerca di screditarlo facendolo passare per uno spiritista convertito di poi all’islamismo; con tutto quel che ne consegue in termini di serietà spirituale, evidentemente. Questo non è un buon motivo, da parte di altri, per negare i passaggî necessarî che hanno condotto il maestro francese alle sue posizioni successive. Anche dei profeti le varie scritture non negano la fase infera.
11) Il biblico Iaphet equivale al titano greco ‘Iapétos, figlio di Urano e padre di Atlante oltreché di Prometeo ed Epimeteo. Secondo taluno (A.Morelli, Dei e miti. Enciclopedia di mitologia universale– E.L.I., Torino ?, s.v.Giapéto, pp. 256, col.a– 257, col.b) “Giapeto è “forse da identificare con Jafet, figlio di Noè. A suffragio di quest’ipotesi non sta soltanto la “somiglianza dei nomi. Prometeo, figlio di Giapeto, è considerato il progenitore della stirpe “greca. Orbene, uno dei figli di Jafet è Javan, e Javan è il termine col quale presso i “Semiti si designavano i Greci, cioè gli Ionii. E non basta; il libro della Genesi (10, 5) “precisa: «Da essi (cioè dai figli di Javan) vennero i popoli che si sparsero per le isole delle “genti». Quelle isole non possono che essere l’arcipelago greco.” Il Morelli ha ragione, soprattutto se si tien conto che da Prometeo nasce Deucalione e da questi Elleno. In un’altra versione del mito Deucalione è figlio di Minosse, doppione di Prometeo. Il nome ebraico di Iaphetrimanda altresì a quello indiano di Prajāpati, lett. il ‘Signore (Pati) della Progenie (Prajā), divinità argentea posteriore a Varuṇa. Il s.f. pra-jā è formato difatti in sanscrito dal pref. pra- (lat.prae-, gr.pro-) e dal part.pass.–jā (‘nato’). Perciò ne ricaviamo che il nume presiedente al Kaliyuga, Prajāpati appunto (vecchio titano orionico-solare riciclato nei tempi ultimi non meno di Prometeo, che nella sua veste anteriore equivaleva a Crono), ha funto da antenato archetipico umano dopo la morte di Kṛṣṇa alla Fine del Dvāparayuga. Non per nulla è sostituito nei testi indiani, a volte, da Manu; non il Manu originario, aureo, ma piuttosto il prototipo dei Manuṣa (‘Uomini’) in senso ctonio. Si spiega in tal modo l’equivalenza di Manu con Minosse,Varuṇa con Urano, Prajāpati con Giapeto, Kṛṣṇa (o Noè, se vogliamo) con Atlante; e del cerviforme orionico Elleno (vedi etimo) col cacciatore orionico Nebrod, la figura biblica cui è attribuita la leggendaria edificazione della Babelica Torre. In alte parole, la creazione d’un infermo sub-terreno (palpelin ebraico, c’informa il Semerano, significa ‘confondere’), secondo quanto c’insegna l’iconografia occulta della XVI Lama dei Tarocchi.
12) Crat.- xv/c-xvi/ e.
13) Il gr.Hérōs (‘eroe’) è visibilmente apparentato dal punto di vista filologico al scr.Ārya (‘nobile, rispettabile’). Gli“Hérōes non a caso sono messi da Platone in rapporto alla classe commerciale ed artigianale (agricoltori compresi), utilizzante il fattore della fecondità (érōs) quale principio-guida; ebbene, ciò è proprio pure degli Ārya. Se è vero che il s.m.arya, scritto colla a breve, significa in sanscrito ‘commerciante’. Il fatto che anche gli Eroi utilizzassero le armi o fossero re, principi non provava la loro reale appartenenza all’aristocrazia, cosícome i militi del mondo antico e moderno non appartengono per lo stesso motivo alla generazione eroica seppure si siano autoproclamati imperatori. A meno di speciali meriti, sempre possibili anche al di fuori d’una categoria sociale consolidata od in tempi posteriori a quelli dell’espansione ciclica di un dato ceto. Come insegna la Grecia. Cfr. in proposito Ac.,art.cit., pp. 17-8.
14) Che nulla ha che fare, ovviamente, coll’età archeologica in questo modo denominata.
15) Hês., Op.- vv. 156-73.
16) Cfr. G.Acerbi, I Pañcajāna, le ‘Cinque Razze degli Zingari e i ‘Semi’ del Tarocco– Algiza, (N°12), Chiavari 1999, p.16.
17) Il concetto di razza presso Greci e Latini era assente, tant’è che non vi sono termini greci o latini per indicarlo. Il termine ghšénos (lat.genus), connesso al lat.gens (scr.jāna, jāta/ i), designa in realtà la stirpe o il lignaggio. La voce ‘razza’ infatti è considerata dagli etimologi d’incerta origine, quantunque paia derivare dall‘a.frc.haraz(‘allevamento di cavalli’). Il francese moderno utilizza race,ma mantiene ancora il s.m.haras, col significato di ‘razza, mandria; deposito di stalloni, stabilimento equino da monta.’ Probabilmente è un nome onomatopeico in riferimento alla monta dei cavalli, ma connota in generale un atto ripetitivo. In tal senso cfr. i seguenti due verbi: il frc.harasser(‘stancare’) ed il gr.arássō (‘battere facendo rumore’).
18) Ibîd.
19) Questa nostra interpretazione non è campata per aria, ha un significato tradizionale indipendentemente dal colore proprio della pelle dei Re Magi. Tant’è che ritroviamo un’identica ripartizione simbolica in un contesto non cristiano, una fiaba nordica raccolta e riadattata da O.Wilde nella sua raccolta di fiabe pubblicata nel 1891, Una casa di Melograni. Il racconto, intitolato Il Pescatore e la sua Anima, concepisce un viaggio dell’Anima una volta disgiunta dal Pescatore verso le 4 Direzioni del Mondo. La prima tappa è ad Oriente, da dove origina lo Specchio della Saggezza, in cui si riflette tutto ciò che esiste tranne colui che guarda. Tornata dal Pescatore l’Anima gli chiede di rientrare in lui, che l’aveva abbandonata onde dedicarsi ad un sogno d’amore per una Sirena. Ma il Pescatore le nega il rientro, poiché “l’Amore è meglio della Saggezza”. La seconda tappa è a Sud, dove l’Anima reperisce l’Anello della Ricchezza. Stesso cerimoniale al ritorno, ma ancora una volta il Pescatore la respinge, poiché “l’Amore è meglio della Ricchezza”. Le altre due tappe, teoricamente ad Ovest e a Nord, paiono soppresse in ciò che è rimasto del racconto originario, o meglio ridotte confusamente ad una. Però vi è un ultimo tentativo da parte dell’Anima di rientrare col ricatto del piacere ed ancora una volta il Pescatore le dice di no. Poiché “l’Amore è meglio del Piacere”. Fino a che la Sirena non muore, determinando la morte per disperazione anche del Pescatore, costretto qualche istante prima tuttavia a lasciare un pertugio alla propria Anima per tornare una sola cosa con lui. Orbene, se intendiamo l’Amore in rapporto alla Direzione Suprema, la quinta, che trascende le altre (in altre parole la Direzione Polare), è chiaro che nel contesto l’Amore svolge la parte della Mirra, la Saggezza dell’Incenso e la Ricchezza dell’Oro. In una versione sceneggiata della suddetta narrazione, realizzata nel 2000 e presentata invano a qualche casa cinematografica milanese e romana per la realizzazione d’un film in 35 mm, abbiamo da parte nostra modificato la trama a tal punto da ricreare le 2 Direzioni mancanti colle relative Ecumeni (Occidentale e Nordica, cioè un’Atlantide fantastica e la Gran Bretagna storica), l’insieme essendo ovviamente in relazione ai 5 Elementi. Ma è chiaro che le piú importanti sono le prime 3, le uniche non a caso presenti nella fiaba. Esse equivalgono quindi ai 3 Re Magi, incarnanti simbolicamente le prerogative psichiche delle 3 Razze fondamentali: la Bianca, la Gialla, la Nera.
20) Cfr. C. Bonnet Xella, Le grandi Fatiche di Ercole– Archeo (IX, N°1 [107], gen. ’94), De Agostini-Rizzoli, Roma 1994, pp. 58-71; inoltre, G.Acerbi, Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro…– Atanor, Roma 2013 (pross.), Cap.VI, passim.
21) Ibid., p.72. Questo fatto dà l’impressione che in realtà i Semidei, diversamente da quanto comunicatoci da Esiodo e Platone, erano distinti dagli Eroi. Questi ultimi erano insomma piú vicini agli Uomini, cronologicamente e caratterialmente; mentre gli altri indicavano i diretti discendenti, sul suolo atlantideo od americano che dir si voglia, di coloro che la tradizione ebraica definisce Sethiti e Cainiti. Gli eroi sarebbero, in altre parole, i superstiti del Diluvio.
22) Altri scrittori greci, come Tolomeo, ne hanno in realtà parlato; altri ancora, quali Megastene, si sono riferiti secondo Lassen agl’Iperborei ma intendevano gli ‘Ottorakórrai(L.B.G. Tilak, The Arctic Home…– Tilak Bros., Poona 1971, ed.or. 1903; Cap.XI, pp. 319-20).
23) Lett.‘terra’: lat.tellūs (id.); scr.tala = ‘base, superficie, fondo, pianta del piede, suola della scarpa’ etālā/tallikā= ‘terra fragrante’. Altri (J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno– Mediterraneee, Roma 1969, I ed.1934; P.II, Cap.2, p.232) fa derivare il termine da Tonalan (‘Terra del Sole’), donde la contraz. in Tullan, patria mitica degi Toltechi. Come si può spiegare l’aspirata, in tal modo, nel gr.Thoúlē? Seppure siamo convinti si tratti invero d’un unico etimo originario, alludente da un lato al cielo od al sole e dall’altro alla terra, facciamo notare che l’aspirazione differenzia talora nelle lingue indoeuropee la seconda accezione dalla prima: cfr. ad es. il scr.kāla (‘tempo’ in senso celeste), lat.arc. càelus (‘cielo’ in senso atmosferico), con khala / kuru/ ku (‘terra’), gr.chṓra/ gē(id.). Dunque, osserviamo, la consonante iniziale dei vocaboli ctonî varia dalla gutturale (k-, kh-,gh-) alla dentale (t-, th-, d). Il gr.chtṓn (‘terra’) le riassume tutte, poiché unisce la gutturale alla dentale, seppur la liquida mediale (-r-, -l-) si sia nasalizzata. Invece nel lat.humus (‘terreno, suolo’), solitamente appaiato ad esso per via dell’avv.chamaí…(da *chamá = id., dove la -m- corrisponde alla -n-), è perdurata unicamente l’aspirata.
24) R.C. Jain,The Most Ancient Aryan Society– I.B.R., Delhi 1964, Cap.III sgg.
25) Codesta locuzione è stata intesa come ‘‘culla degli Arî” (Til., op.cit., p.295), intendendo vaēĵo come termine apparentato al scr.bīja (‘seme’); ma sarebbe piú corretto filologicamente a nostro giudizio collegarla col scr.varṣa/varta (‘terra, continente’). Insomma, l’Airyānǝm vaēĵo altro non è che l’Āryavarta, in tutte le accezioni nelle quali si può intendere l’espressione; benché la prima parola in iranico sia un nome declinato al genitivo plurale ed in sanscrito un’apposizione attributiva, alla maniera dell’inglese. Vedi sul tema G.Acerbi, Il mito del Gokarṇaed il drammatico agone fra Perséo e Medúsa– Alle pendici del Meru (17-01-13), su questo blog, pp. 11-2, n.8.
26) Cfr. in proposito il scr.Īśvara, voce ove la prima parte (Īś/ Īśa)del nome compostoallude allo Spirito Supremo ossia al Signore in senso personale; mentre il suff.–vara, apparendo d’incerta origine, potrebbe celare un rimando cosmografico obliterato al suddetto “Recinto”. Tanto piú che la base *var-, indicante occultamento, è rintracciabile nella seconda parte del termine Ilā-varta, variante terminologica di Ilā–vṛta. Il senso dell’espressione è quello stesso del lat.Latium, dal vr.lateo = ’esser nascosto’, ossia di ‘(Terra) Nascosta’. Il scr.ilā (‘terra’, in senso boscoso) è appaiabile, piúprecisamente, al gr.Ýlē(‘selva’).
27) Quel che asserisce Guénon (op.cit, Cap.II n.num., p.31) ovvero che il pref.yper venne aggiunto dai Greci in un tempo – l’Età Classica – in cui non si conosceva piú il senso dell’attr.Borš-éa-s (‘boreale’), ch’egli collega alla radice da cui proviene il nome del verro (scr.var-āh-a), non è corretto; è semmai vero il contrario, ossia che è il tradizionalismo europeo contemporaneo ad aver smarrito la distinzione originaria fra Ciclo Iperboreo e Ciclo del Nord. Ciononostante, questa distinzione fa capolino ogni tanto sia nella cosmografia guénoniana che in quella evoliana, senza che i due autori ne traggano le dovute conseguenze. Ciò che l’autore francese aggiunge subito dopo relativamente al Ciclo del Cinghiale e a quello dell’Orso dimostra che egli confondeva gli assunti della tradizione druidica con quelli della tradizione brahmanica. Del resto, il nome Vārāhīnon allude tanto alla ‘Terra Iperborea’ quanto alla ‘Terra Orientale’. Tutta la questione in verità è maggiormente complessa di quanto non si dica ora in nota, andrebbe trattata in modo specifico come argomento a sé. E se la semplifichiamo, lo facciamo esclusivamente per una ragione di spazio.
28) Confusa con essa ma in realtà un doppione dell’Ecumene Orientale, il Bhadrāśva, chiamato dagl’indigeni polinesianiHawai-ki; tanto che nella contemporaneità questo nome ha finito per diventare, mutatis mutandis, il nome d’un esotico succo di frutta proveniente dal Pacifico.
29) Sul tema magnificamente Evola (op.cit., Cap.3, p.235) cita un passo decisivo (Li-tze– v), menzionando il Gigante Kung-Kung che “infrange la colonna del cielo”.
30) Evola (ibid., p.237) osserva al riguardo: “La Groenlandia, come sembra dirlo lo stesso nome, fino al tempo dei Goti pare presentasse una ricca vegetazione e non fosse investita ancora dal congelamento.” Ciò è estremamente interessante, indipendentemente dal fatto che l’autore confonda l’Artide col Nord. Cosa comprensibile, d’altronde, se è vero che è avvenuta anche nei testi tradizionali e nei dati di trasmissione orale.
31) Vedi in proposito quanto specificato in Ac., art.cit., n.12. A tal quesito proveremo a rispondere prossimamente in un libro che abbiamo intenzione di preparare, intitolato Gli Avatār e lo slittamento dei Poli, di cui fra breve pubblicheremo ivi anticipatamente in forma d’articolo a sé stante il capitolo conclusivo, già provvisoriamente stilato.
32) Anche altri (F.Vinci, Sulle tracce dell’Eden- Hera, N°109, feb. ’09, passim), benché non distinguano fra una terra atlantica post-paradisiaca (il vero Eden, cioè l’Eren al dire del Dupuis, letteralmente la ‘Terra degli Arî’) ed il Paradiso Terrestre, pongono l’ultima patria – ci verrebbe da dire “l’Ultima Thule” – prima dei tempi storici nell’Europa Settentrionale; e non in Asia Centrale, ove l’importazione dei cavalli parrebbe relativamente recente.
33) Evola (cit., p.239, n.18) menziona un altro passo, di Ecateo d’Abdera (IV sec. a.C.), ove è stabilito che la Britannia era stata abitata dagli Iperborei. Queste genti, d’origine subartica, sono state identificate ai Protocelti; un ramo celtico evidentemente strettamente affine se non identico a quello protogermanico, costituito di pescatori e cacciatori, che pare abbia preceduto il ramo celtico piú evoluto (camito-druidico) d’origine mediterranea. Questo secondo ramo era viceversa dedito alla pastorizia e all’agricoltura, secondo quanto l’archeologia subaquea ha provato di recente attraverso i reperti del Doggerland, la striscia di terra che univa tempo fa la Britannia all’Europa prima dell’ultima inondazione. Ed avrebbe raggiunto la zona all’inizio del Neolitico, ovvero c.6.000 anni fa, fondendosi poi colla popolazione locale.
34) P-K. Agrawala, Mithuna. The Male-Female Symbol In Indian Art and Thought– Munshiram M., N.Delhi 1983, Cap.3, pp. 15-6.
38) M.&J. Stutley, Dizionario dell’Induismo– Ubaldini, Roma 1980 (ed.or. A Dictionary of Hinduism– Routledge & Kegan P., Londra 1977), s.v.:KĀMADHENU, pp. 204-col.b-205, col.a.
39) M.Bussagli, Eros indiano– Bulzoni, Roma 1972, Intr., p.11.
Nota è da millenni la rilevanza dello slittamento dei Poli Celesti a livello sidereo, a causa di speciali miti assai antichi come quello induista del Frullamento dell’Oceano di Latte (i.e. l’Oceano Artico)(1), che presenta d’altronde delle convergenze colla mitologia iranica (2). Seppur in questo caso la scena appaia un po’ mascherata, al Soma(Luce) essendo sostituita la Kvarenah (Luce di Gloria). A darne testimonianza sono, parallelamente, le tradizioni amerinde (3).
La scuola anglo-statunitense, che fa capo a Hancock e Wilson, basandosi sugli studi del compianto prof. Charles Hapgood (4) ha postulato uno spostamento dei Poli anche in campo terrestre. Geograficamente questi spostamenti varierebbero dall’Alaska alla Scandinavia, passando da un lato per la Groenlandia e dall’altro per la Siberia. Il punto debole di tali rilevamenti – lo diciamo subito – è che non sono stati fatti in base a qualche teoria cosmografica, ma sul piano semplicemente geofisico. Gli antichi, avendo diversamente dai moderni una ben precisa idea di ordine in relazione al cosmo (da κοσμέω = ‘ordino’), non avrebbero mai lasciato che le loro osservazioni in campo fenomenico s’applicassero ad un mondo caotico. Ogni osservazione naturale era catalogata ed inserita in un preciso schema ordinatore, capace di trasformare la fenomenica in una determinata sequenza temporale o spaziale. In questo caso dunque, volessimo applicare le acquisizioni scientifiche o supposte tali (5) dei giorni nostri al fenomeno dello slittamento polare terrestre e del pari allo schema rivelativo avatarico, dovremmo comportarci come gli antichi. Disgraziatamente la scienza contemporanea possiede un metodo che risulta estraneo all’ordine naturale, quindi non si possono mescolare elementi eterogenei. Anche se noi per necessità di discussione proveremo a confrontarli ora di seguito, pur tenendo distinti i due campi d’indagine.
Chiarita questa importante questione metodologica, passiamo ad esaminare i dati; e, non disponendo della possibilità di osservazioni dirette per evidenti ragioni, ci limiteremo a riflettere sul piano semplicemente teorico. Come abbiamo altrove (6) indicato, il fatto che i popoli paleosiberiani siano stanziati attorno all’Artide costituisce di per sé già una prova dello spostamento del Polo Boreale da una zona che manteniamo per ora incognita a scopo dialettico a quella nel cui ambito essi hanno sempre dimorato in passato ed ancor oggi dimorano. Evidentemente, non si può pensare che gli stessi abbiano voluto emigrare in zone tanto improvvide ed ostili alla vita sociale ed individuale. L’unica cosa sensata al riguardo sarebbe immaginare che quelle popolazioni si siano trovate in condizioni climatiche sfavorevoli in un momento ancestrale della loro vita clanica ed, anziché abbandonare il loro ambiente natale, si siano man mano adattate ai cambiamenti intervenuti per quanto possibile. Un’analoga logica, mutatis mutandis, andrebbe applicata alla fauna ed alla flora. Come si può ritenere che l’orso bianco o la volpe argentata si siano spostati appositamente in quel clima cosí invivibile dove oggi sopravvivono a stento? Circa i cetacei, è risaputo che le zone artiche abbondano di kril. Siffatto minuscolo cibo può averli senza dubbio attratti e condizionati, ma ci pare non basti a giustificare la loro permanenza ai bordi della banchisa di ghiaccio, presso la quale talvolta rimangono intrappolati andando incontro ad una morte orrenda. Ciascun vivente ama una temperatura favorevole alla vita e solo per costrizione, o qualcosa di simile, è credibile si sia adattato ad un clima sfavorevole. Colle conseguenti modificazioni, fisiche e comportamentali, che le scienze naturali c’insegnano s’instaurino in questi casi.
Non a caso gli antichi hanno stabilito delle relazioni elementari fondamentali fra Climi, Caratteri, Direzioni, Ecumeni, Razze, Caste ecc. Il che non implica, indirettamente, la fissità della geografia del globo. Loro stessi ci hanno tramandato notizie di cataclismi innumerevoli, venuti a sconvolgere l’ordine naturale a piú riprese. Rimane tuttavia un punto, che non va toccato: la fissità dell’asse polare, il quale può cambiare inclinazione secondo certuni (vedi ad as. le teorie del Barbiero), ma non spostarsi. La teoria di Hapgood non prevede del resto uno spostamento reale dell’asse, ma piuttosto un drammatico scivolamento della superficie terrestre (litosfera) sul sostrato magmatico sottostante (astenosfera) sospeso sopra uno strato di rocce parzialmente fuse (mesosfera), tale da provocare ingenti mutamenti climatici ed altre gravi calamità di quando in quando in una data zona geografica; viceversa quella dell’ing. F.Barbiero (7) si basa su una variazione dell’inclinazione dell’asse, che otterrebbe effetti egualmente deleteri, ma su un’area maggiormente vasta e con superiore istantaneità. Rimane il problema della periodicità di tali eventi, che il Barbiero difatti pare suggerire parlando di un ciclicità di di c.6.000 anni; ma tale durata è approssimativamente quella propria dei cicli avatarici, i quali nel giro di 6.480 anni conducono da una settemplice congiunzione planetaria ad una successiva. Sicché, vi è da chiedersi, non è che per caso il tutto rientra nella fenomenica provocata dalle grandi congiunzioni astrali? Ossia nella serie di cataclismi che ci hanno tramandato gli antichi, assai simili invero agli accadimenti descritti oggi dalla scienza; dalla moría enorme di piante, animali e uomini, alle spaventose ventate piroplastiche. Ovviamente, il linguaggio arcaico è piú immaginifico di quello odierno, ma a ben guardare si avvicina al nostro oltre ogni attesa.
Proviamo adesso a considerare quale ipotesi di lavoro una variabilità periodica fra 3 punti geografici delle 2 zone circumpolari, artica ed antartica, similmente a quel che avviene nella spostamento ciclico in ambito siderale. Il Polo Celeste infatti si sposta a nord da Vega al Dragone e da questo alla S.Polare, per ripetere poi il movimento all’inverso in un tempo complessivo di 26.960 anni (8); a sud, in parallelo, i 4 segmenti del perno stellare vanno da Sirio a Canopo, da Canopo alla Croce del Sud, dalla Croce del Sud a Canopo e da Canopo a Sirio, per ricominciare il movimento oscillatorio daccapo. Supponiamo che i 3 punti si trovino alle estremità ed al centro degli odierni circoli polari, partendo per una miglior prospettiva dal Circolo Polare Artico, giacché il Circolo Polare Antartico per la conformazione delle terre attualmente emerse non garantisce le medesime possibilità di calcolo teorico. Nel caso in cui i dati geologici vengano meglio precisati in futuro dagli specialisti in materia, oppure da parte nostra vengano involontariamente misconosciuti od alterati quelli effettivi oggi a disposizione, potrà comunque rimanere valida l’ipotesi della periodicità presa in considerazione. In altre parole, supponiamo che lo spostamento dei Poli terrestri avvenga, non meno di quello dei Poli Celesti, lungo un arco di tempo di 6.480 anni. Cosa che naturalmente lo legherebbe, come già precisato, alla questione del Punto Gamma; ovverossia, alla precessione equinoziale. In base a tale congettura, dovremmo dunque immaginare che il Polo Boreale durante gli ultimi 6.000-7.000 anni si sia spostato da un punto-X alle I.le della N.Siberia, presso le quali si trova all’incirca attualmente. Coll’utilizzo d’una cartina in dettaglio del Circolo Polare Artico ci accorgeremo che una variazione significativa del circolo polare avverrebbe se il Polo passasse dall’Alaska alla Terra di Baffin, oppure dalla Scandinavia alle I.le della N.Siberia; questi sono i 3 punti probabili di spostamento, in analogia con quelli del Polo Celeste. Occorre però stabilire preventivamente quale sia il moto giusto da adottare nel rilevare lo spostamento, in senso destrogiro o levogiro? Il movimento destrogiro, descrivente un cerchio tenendo il centro sempre a destra, è proprio del Sole e pertanto è definito ‘solare’; l’altro, che compie il cerchio avendo il centro a sinistra, è la rotazione della Grande Orsa rispetto all Piccola ed è perciò definito ‘polare’.
Se lo spostamento geografico intervenuto negli ultimi 6.480 anni è stato di tipo polare dovrà esser avvenuto da destra a sinistra, al modo delle scritture semitiche; che, difatti, pigliano la S.Polare ad orientamento del loro senso grafico. Non è a caso che le civiltà amerinde abbiano conferito un particolare alone di sacrità alla suddetta stella, visto che le culture precolombiane discendono dalla tradizione sethita; nata in un ciclo (23.920-17.440 a.C.) in cui, esattamente, la Polare dominava l’Artide non meno di oggi nel suo movimento di ritorno al Dragone. Riassumendo, lo spostamento in area artica del polo geografico durante l’ultimo ciclo avatarico (precessionale), il X, dovrebbe dunque esser avvenuto secondo l’ipotesi sopra formulata dalla Scandinavia alle I.le della N.Siberia. E nei 9 cicli avatarici precedenti, nel seguente modo: I Ciclo, dalla Terra di Baffin alla Scandinavia; II, dalla Scandinavia alle I.le della N.Siberia; III, dalle I.le della N.Siberia all’Alaska; IV, dall’Alaska alla Terra di Baffin; V, dalla Terra di Baffin alla Scandinavia; VI, dalla Scandinavia alle I.le della N.Siberia; VII, dalle I.le della N.Siberia all’Alaska; VIII, dall’Alaska alla Terra di Baffin; IX, dalla Terra di Baffin alla Scandinavia. Bisogna alfine verificare se i dati geofisici possano corrispondere a quelli teorici.
Osservazioni scientifiche sul dislocamento della litosfera
In un loro interessantissimo libro alcuni autori (9) hanno tracciato un quadro completamente nuovo sulla formazione delle glaciazioni. In passato si credeva che la terra fosse soggetta, di quando i quando, a glaciazioni di vasta portata per cause allora ignote. Oggi, grazie a Hapgood, sappiamo che le cose non stanno esattamente cosí. Nel senso che le glaciazioni pare non interessino l’intero globo, ma zone limitate che per cause geologiche si vengano a trovare nei pressi dei Poli. Lo scorrimento improvviso della crosta terrestre (10), diversamente da quello lento descritto dalla teoria della tettonica a placche, è dovuto al fatto che la terra al centro è formata da un nucleo solido, metallico (ecco la ragione per cui i pianeti sono soggetti al magnetismo solare e stellare, come l’astrologia insegna peraltro da millenni, da quando la geologia ancora non esisteva come scienza).
Sopra di questo stanno la mesosfera e l’astenosfera, strati meno solidi e responsabili del movimento della litosfera, praticamente la crosta che sottilmente ricopre l’astenosfera. Orbene, la litosfera fa in modo che determinati territori si spostino dalle regioni climatiche nelle quali essi si trovano ad altre, sí da relegarli in regioni magari climaticaticamente piú sfavorevoli. Oppure, il contrario. Se il movimento è diretto verso l’esterno, parrebbe, si verificano i fenomeni testé descritti; altrimenti, allorché il movimento è diretto verso l’interno, si formano corrugamenti e rialzi della crosta che vanno dai teremoti alla formazione di catene montuose. Ovviamente il tutto dipende dalla portata, piú o meno ampia, del fenomeno; che si coniuga, come detto, coll’altro maggiormente lento.
I rilevamenti
Partendo da una considerazione inoppugnabile, la maggior stratificazione di ghiacci in due zone terrestri tra di loro agli antipodi (la Groenlandia e l’Antardide maggiore), i Flem-Ath (11) ci spiegano che tale localizzazione della glaciazione risulta asimmetrica rispetto all’asse terrestre. Perrò, irrazionalmente, la geologia ufficiale non ha fornito alcuna spiegazione di questo strano fenomeno. La teoria di Hapgood interviene appunto nella questione a render conto dell’asimmetria. Vale dire, viè stato in tutta evidenza uno spostamento unilaterale della crosta terrestre, tale per cui la Groenlandia non si trova piú al Polo Boreale come un tempo, mente l’Antartide Maggiore si trova tuttora al Polo Australe. Ciò tuttavia parrebbe smentire la nostra precedente supposizione d’una regolarità nei movimenti tellurici del sottosuolo. Andiamo avanti, per ora, senza commentare.
Fin dal X millennio av. l’E.V. l’Antartide Minore, secondo la teoria suddetta, si sarebbe trovata al di fuori del Circolo Polare Antartico. Anche al polo opposto si sarebbe verificata una situazione analoga, dato che da parte di vari ricercatori si sarebbero rinvenutii parecchi reperti biologiciprobanti una diversa situazione climatica rispetto all’odierna. Lo scopo era di dimostrare il popolamento del Nuovo Mondo tramite il passaggio dallo Stretto di Bering, noto solo dalla prima metà del XVIII sec. in poi, all’Alaska Settentrionale. Le condizioni rinenuti sono d’un clima prima temperato, anziché polare. Ciò significa che il Polo Artico trovavasi altrove. Precisamente in Canada. E il Circolo Polare Artico si spingeva sino alla zona settentrionale degli Stati Uniti. Ad ogni modo, nel XX sec. archeologi ed antropologi hanno scoperto l’esistenza d’un istmo facente da ponte fra il Vecchio e il Nuovo Mondo. L’hanno chiamato Beringia in onore dello scopritore danese dello stretto omonimo, Vitus Jonassen Bering; il quale era nato nello Jutland e con una ciurma di 18 membri raggiunse l’isola di Bering, ove morí – forse di scorbuto – connotando per sempre il luogo col proprio nome. Prima di lui, dopo la scoperta dell’America, vi erano state solamente supposizioni al riguardo. La Beringia prima del X mill. av. l’E.V. era una delle tante terre emerse a causa del minor livello degli oceani. Secondo gli studiosi americani aveva l’aspetto d’una tundra, secondo quelli russi d’una steppa (12).
Una volta scioltisi i ghiacci, attorno al 9.600 a.C., la Beringia fu sommersa lasciando però libero dai ghiacci un corridoio fra Alaska e Canada, che serví alle tribú paleoasiatiche per popolare l’America(13). A quel tempo né l’Alaska né la Siberia erano piú ghiacciate. La presenza del corridoio fra lo Yukon e la Valle del fiume Mackenzie dipendeva da una diversa traiettoria dell’arco solare, dovuta a variazioni della crosta. Prima del 90.000 a.C. il Polo N. si trovava nello Yukon, il territorio canadese separante il Canada dall’Alaska. Ed il Circolo Polare Artico racchiudeva una zona fra la Siberia Nordorientale e il Nordovest dell’America. Beringia ed Alaska, pertanto, erano racchiuse in questa morsa di gelo. Non era possibile alcun passaggio dall’Asia all’America. L’Europa viveva in un clima caldo e la Groenlandia era senza ghiacci. La dislocazione dal 91.600 a.C., durata sino al 50.600, avrebbe viceversa prodotto una glaciazione in Europa e in Groenlandia. Dopo lo scioglimento della calotta glaciale in Alaska si aprí una via di scorrimento fra Asia e America. Onde è probabile che prima del 50.600 l’America sia stata popolata. Vi è un reperto di circa 55.000 ani fa a testimoniarlo (14). Nel 50.600 un nuovo dislocamento avrebbe condotto il Polo Nord piú ad est della Baia di Hudson, coinvolgendo tutto lo «scudo canadese» e liberando l’Oceano Artico. Era cosí possibile attraversare la Beringia e ancor meglio tramite l’Alaska giungere fino alla costa californiana. Donde si era in grado di raggiungere il Sudamerica, fino all’Antartide Minore, che i Flem-Ath identificano all’Atlantide. A nostro parere incoerentemente e vedremo, in seguito, perché.
La dislocazione finale del 9.600 a.C., di cui abbiamo poco sopra riferito, creò l’ennesima variazione climatica. L’Antartide Minore, entrando nel Circolo Polare Antartico, costrinse la popolazione che eventualmente l’abitava a fuggire. Non siamo d’accordo nell’identificare questa porzione di suolo coll’Atlantide. Per noi la vera Atlantide è quella Centrale, andino-caraibica, messa in luce dall’ing.Allen (15). Però è probabile che si possa parlare di 3 Atlantidi (16), al modo come oggi si parla di 3 Americhe, tenendo conto però che la situazione delle terre emerse era oltremodo diversa a quel tempo rispetto ad oggi. L’Atlantide Meridionale comprendeva possibilmente anche l’Antartide Minore; anzi, vi è da credere che da quel luogo provenissero i Cainiti che hanno popolato l’America dal latomeridionale (17). Per poi incontrarsi coi Sethiti, sí da forgiare etnicamente una nuova razza, la Razza Rossa per l’appunto. L’Atlantide Centrale, cioè la vera Atlantide cosí come l’ha menzionata Platone in 2 o 3 dei suoi Dialoghi (uno disperso, parrebbe) ci risulta possa essere invece quella andico-caraibica, oltre la quale è credibile ne sia esistita una terza, la quale deve aver avuto un ruolo particolare nell’accoglienza dei superstiti della terra Iperborea fra il 17.440 e il 10.900 a.C. È la terra che Guénon (18) identifica alla Tullan dei Toltechi.
Giacché Noè nasce, secondo la tradizione ebraica (19) alla morte di Adamo, il legame è interpretabile in codesta maniera: gli Adamiti (Iperborei) – almeno, sul versante occidentale del globo – vengono meno in quanto stirpe primordiale al momento della loro trasformazione in Noachiti (Atlantidei). I Noachiti possono esser intesi come le genti ibride formate dall’unione dei Sethiti e del ramo sudoccidentale dei Cainiti, o forse anche dell’analogo ramo degli Abeliti. Quest’unione, con netta prevalenza sethita, non può che esser divenuta sostanziale nell’Atlantide andino-caraibica, quale frutto dell’emigrazione fatidica dall’Atlantide Meridionale da un lato e dall’Atlantide Settentrionale dall’altro. Insomma le 2 Americhe in tempi antidiluviani, posto che la parte centrale dovette presentarsi in maniera assai meno frastagliata di quella odierna, in cui su un vasto mare galleggiano arcipelaghi relativamente minuscoli. Platone parla di un’isola assai grande e compatta prima del continente vero e proprio. Quell’isola che calcoli erronei erronei d’un passato recente avevano collocato nel mezzo dell’Atlantico (vedi ad es. Donnelly). Il Ciclo Noaico, nella cosmologia tradizionale, dovrebbe corrispondere al periodo fra il 17.440 e il 10.960 a.C. Il periodo seguente, vale a dire dal 10.960 al 4.480 a.C., avrebbe invece a che fare col dominio dei 3 <Figli> di Noè: i biblici Cam, Sem e Iaphet, che è possibile a nostr’avviso identificare rispettivamente ai Kāma, Soma e Pra-jāpati vedici, già preesistenti al Diluvio Noaico. Essi sono i fautori della colonizzazione mesolitica dell’Eurasia, dove già dimoravano popolazioni miste; alcune di provenienza austronesiana, altre di matrice turanica (ossia uralo-altaica) ed altre ancora di derivazione paleoasiatica.
Torniamo alla Baia di Hudson ed al 9.600 a.C. dei Flem-Ath, allorché il Polo Nord si spostò oltre la Groenlandia e la Terra di Baffin, ovvero in pieno Oceano Artico. Una volta sommersa la Beringia, s’interruppe definitivamente il passaggio fra Asia ed America. Conseguenze ulteriori immaginabili furono un secondo popolamento dell’America da parte delle genti intrappolate in Alaska ed obbligate a spingersi verso sud, sebbene esistano scarse prove archeologiche a suffragio di quest’ipotesi. Le nuove condizioni recarono alle popolazioni siberiane ondate di freddo e di gelo.
I dati forniti dai Flem-Ath possono essere confrontati con quelli maggiormente dettagliati riportati da altri studiosi della medesima scuola di idee (21).
Nostre conclusioni
Le nozioni cosmologiche degli antichi, specialmente i dati tratti dalla cultura hindu, che appare la piú completa in tal senso, evocano un mondo assai diverso rispetto a quello ipotizzato dalle scienze moderne ed in particolare dalla paletnologia. Benché molti abbiano provato a conciliarle, rimane pur sempre un certo scarto fra di esse. Le scienze moderne sono di per sé caotiche, quelle tradizionali prospettano al contrario un mondo regolato da fattori ciclici invariabili. Secondo la prospettiva astrologica, che è propria delle scienze antiche, ogni avvenimento naturale dipende dalle posizioni astrali. Come si fa a pensare che, essendo la Terra geologicamente formata nel suo nucleo interno di metalli, non sia soggetta al magnetismo astrale? Personalmente noi non lo crediamo. Perciò, cominciamo a delineare il quadro degli avvenimenti del passato cosí come ce l’insegna l’antica cosmologia hindu.
Innanzitutto, secondo tale punto di vista i Diluvi non dipendono dai movimenti irregolari della crosta terrestre, bensí dalla congiunzione dei Sette Pianeti, cosa che avviene ogni 6.480 anni (22). Quanto avvenuto il 3 Maggio del 2000 tuttavia, allorché essi si sono congiunti strettamente in Toro, ha dimostrato che la nozione va presa cum grano salis; ossia che gli effetti della settemplice congiunzione non agiscono in modo immediato provocando cataclismi, ma lentamente, quasi fossero degli effetti collaterali. Il tempo necessario affinché si operino dunque avvenimenti devastanti non è calcolabile esattamente, dipendendo da fattori secondari; ma si può star certi che essi un giorno o l’altro avverranno, come le piogge in primavera e d’autunno, il caldo e la siccità d’estate o il freddo e la neve d’inverno. È probabile ad ogni modo che codeste grandi congiunzioni smuovano sul piano elettromagnetico la crosta, sebbene la fenomenica che la riguarda si sviluppi posteriormente alla data di tale straordinaria congiunzione. Sta di fatto che dei sommovimenti del globo sono testimoniati, in tali frangenti, dalle Scritture.
Il Ciclo Avatarico (che altro non è se non il Manvantara medesimo di cui parlano i testi puranici ovvero, come veniva definito in Occidente, il ‘Grande Eone’) comprende 10 periodi della durata di 6.480 anni, nei quali a dominare è sempre una data sede geografica. Si va in direzione solare a partire dal Polo Artico, supposto come fisso, sino al NE; poi a E e a seguire tutti gli altri Punti Cardinali ed i Punti Intermedi, comprendendo nel novero il Polo Antartico (SE, S, Polo Antartico, SO, O, NO, N). Alla fine d’ogni ciclo la sede geografica subisce dei mutamenti tali da pregiudicarne il dominio e si passa in tal maniera alla sede successiva.
Se si considera perciò la sede primeva, il Polo Artico, il dominio relativo a questa direzione riguarda il periodo ciclico fra il 62.800 e il 56.320 a.C. In questo periodo il clima al dire della moderna climatologia, abbiamo visto, era favorevole ad un insediamento in un’isola eventuale dell’Oceano Artico (l’Oceano di Latte del mito indiano) o in Siberia, poiché il Polo Nord reale trovavasi nel Canada Nord-occidentale. Pure la Groenlandia e l’Europa erano ghiacciate. Diversamente da quanto hanno teorizzato i Flem-Ath il ciclo è finito con una grande inondazione (fatto che si ripete ogni c.6.500 anni al dire della cosmologia hindu), Il Diluvio di Manu. Ciò non è detto esplicitamente in alcun testo, ma lo si deduce attraverso inequivocabili citazioni sulla fine degli Yuga – i cicli avatarici sono tali – presenti qua e là nel Mahābhārata.
Il successivo Ciclo del Nordovest è perdurato fra il 56.320 ed il 49.840 a.C. Nel periodo indicato la geologia suppone sia avvenuta una dislocazione. Benché vi siano oltre 1.000 anni di differenza fra i 2 assunti, può darsi che ne siano sentiti gli effetti un po’ piú tardi. I miti narrano in proposito del Frullamento dell’Oceano di Latte, vale a dire dell’Artide. L’evento non è delucidato solamente dai miti indiani, ma – se li sappiamo leggere adeguatamente – anche da parte di quelli iranici od amerindi (21). Hanno siffatti miti a che fare ci cambiamenti climatici supposti dalla scienza moderna? In altre parole lo scioglimento dell’Oceano Artico potrebbe aver determinato la fine dello Śvetadvīpa, l’<Isola Bianca> cara a molte tradizioni (indiana, greca, amerinda) dopo c.12.000-13.000 anni di esistenza.
Il Ciclo dell’Est è subentrato fra il 49.840 ed il 43.360 a.C. Riguardava un continente dislocato nell’Oceano Pacifico e noto nei testi hindu come la ‘Terra del Cinghiale (Vārāhī), ma già non aveva piú a che fare coll’Artide, benché qualcuno confondendo i miti indiani e quelli celtici parli della ‘Terra del Cinghiale Bianco’ come dell’Artide. Esiste anche in India appunto, il mito dello Śvetavarāha (alternativamente a quello del Matsya),avendo però un riferimento non precisamente avatarico (22). La nuova ecumene chiamasi Bhadraśvadvīpa. Un parziale sprofondamento di essa alla fine del ciclo condusse a quello successivo, il Ciclo del Sudest (43.360-36.880). Con questo periodo avatarico termina il Ciclo Paradisiaco biblico e sprofonda anche l’intero Bhadraśva. Rimangono solo arcipelaghi vati sparsi per l’oceano, come insegna un mito locale, il mito della “pesca delle isole” (attribuita dai locali ad un nume primordiale). Il Ciclo Australe (che induisticamente potremmo definire ‘shivaita’ e biblicamente ‘cainita’) dura fra il 36.880 e il 30.400 a.C. Seguono il Ciclo Antartico (30.400-23.920 a.C.), il Ciclo del Sudovest (23.920-17.440 a.C.) ed il Ciclo dell’Ovest di stampo krishnaita-eracleo ossia noaico (17.440-10.960 a.C.). Questi ultimi 2 cicli si svolgono in un diverso continente, il Ketumāladvīpa.
Il Ciclo del Nordovest è invece quello dell’Atlantide Iperborea (10.960-4.480 a.C.) ed infine il Ciclo Nordico riguarda l’Uttara Kuru ovvero l’Ultima Thule’ (4.480 a.C.-2.000 d.C.), sebbene codesta definizione sia applicabile anche all’Atlantide Iperborea od all’insieme delle 2 terre del ciclo nordico inteso come dvīpa in senso mahayugico. Si può difatti intendere l’Uttarākurudvīpa come il sorgere d’un vero e proprio continente distinto dagli altri 4 (Śvetadvīpa, Bhadraśvadvīpa, e Ketumāladvīpa)(23).
La situazione dopo l’ultima dislocazione del 9.600 – evidente conseguenza ritardata, a nostro giudizio, della grande congiunzione planetaria del 10.960 a.C. – provocò lo scioglimento dei ghiacci attorno alla Baia di Hudson. Questo è in sostanza il ‘Diluvio’ ricordato da Platone, sebbene la descrizione dell’Atlantide tramandataci dal filosofo greco si riferisca a tutt’altro, ovvero alla fine del ciclo precedente (occidentale). La Siberia, intanto, che prima possedeva un clima variabile fra la tundra e la steppa, andava congelandosi. Anche il Ciclo Nordico, come tutti gli altri 9, è caratterizzato da un Diluvio, che i Greci chiamano di Deucalione e che sommese gran parte dell’isola Creta riducendola alla superficie odierna. Gl’indiani chiamano quest’inondazione il ‘Diluvio di Dvārakā’(o Dvāratī), poiché futrono sommerse le isole rsidenziali di Kṛsṇa (il secondo Krishna) e dei Krishnaiti. Di un’eguale diluvio parlava il popolo sumerico, relativo al Dilmun. Le zone settentrionali dell’Eurasia sono diventate per questo motivo il centro di raccolta di molte popolazioni senza piú fissa dimora, che in seguito si sono di nuovo spostate verso sud, dando vita a nuove compagini etniche miste.
Nel 2.000 d.C., diversamente da quanto parevano indicare i dati cosmologici tradizionali, spacciati accademicamente per ‘millenarismo’, non è successo nulla in apparenza conseguentemente all’incontro celeste dell’Ebdomade Planetario in un unico Segno, quello del Toro. Tuttavia, da tempo continua ad essevi ai Poli uno scioglimento relativamente veloce dei ghiacci in seguito al venir meno dei ghiacciai polari, tanto che – al direc degli scienziati stessi – potrebbero causare in futuro un’inondazione assai calamitosa. Anche se il tempo preciso dell’evento nessuno ancora è in grado di stabilirlo.
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NOTE
1) M. & J. Stutley, Dizionario dell’Induismo-Ubaldini, Roma 1980 (ed.or. A Dictionary of Hinduism– Routledge & Kegan- Londra 1977), s.v.Samudramathana, p.385, coll. a-b.
2) G.Acerbi, Aspetti shamanici nel culto di Ganeça,il dio dalla testa di elefante– Arcana (N°1, gen.), Roma 2012, § sull’Elef.B.; ripubbl. su ‘Alle pendici del Monte Meru’ (blog, 13-06-15).
3) D.A. Mackenzie & C.Squire, Encyclopaedia of Myth and Legend in Art, Religion, Culture and Literature- Caxton P., N.Delhi 1992 (I ed. n.cit.), Vol.VII, Delhi 1992 Cap.11, pp. 190-2
4) Le opere di C.H. Hapgood citate da parte di G.Hancock in Impronte degli Dei. alla ricerca dll’inizio e della fine- Corbaccio, Milano 1996, Bibl., p.640 (ed.or. Fingerprints of the Gods– 1995), sono in ordine cronologico le seguenti: Lo scorrimento della crosta terrestre- Einaudi, Torino 1965 (ed.or. Earth’s Shifting Crust: A Key to Some Basic Problems of Earth Science, con Pref. di A.Einstein, Pantheon 1958; Piri Reis Map of 1513, ? 1962; Maps of the Ancient Sea Kings: Evidence of Advanced Civilization in the Ice Age– Chilton B., Philadelphia-N.York 1966 (rist. Paperback 1997); The Path of the Pole- Chilton B., Philadelphia-N.York 1970 (rist. Paperb. 1999).
5) Qui ci si vuol porre in una posizione di agnosticismo culturale, a scopo d’indagine, senza negare codeste acquisizioni o dar per scontata la loro effettiva veridicità.
6) G.Acerbi, Il mito del Gokarnaed il drammatico agone fra Perseo e Medusa– Alle pendici del Meru (17-01-13), p.12, n.12.
7) F.Barbiero, Una civiltà sotto ghiaccio. Alle soglie della più importante scoperta archeologica di tutti i tempi– Edizioni del Nord, Milano 2000, Cap.Sett. pp. 90-1.
8) Questo numero di anni, qualora venga raddoppiato in 53.840, non è molto distante approssimativamente dai 51.000 che costituiscono pressappoco il tempo di ricorrenza del fenomeno dislocatorio secondo la teoria hapgoodiana.
9) Rand & Rose Flem-Ath, La Fine di Atlantide. Alla riceca della civiltà misteriosamente scomparsa sotto i ghiacci dell’Antartide- Piemme, Casale Monferrato 1997 (ed,or.When the Sky Fell: In Search of Atlantis- S.Martin P. 1995),
10) F.-A., op cit., Cap.I, pp. 14-7.
11) Op.cit., Cap.VI, p.96 ss.
12) La tundra è la regione che va dalla banchisa polare alla taiga (la foresta subartica di conifere), mentre la steppa è una prateria secca ove crescono erba ed arbusti in un clima continentale.
13) bid., p.106, Map.13.
14) Ibid., p.109, n.11.
15) J.Allen, Atlantis: Lost Kingdom of the Andes- Floris Books, Londra 2009 (il libro è stato tradotto dalla Longanesi).
16) H.Mriga, Il Capricorno nel Bene e nel Male. La simbologia solstiziale dei ‘Tre Figli’ d’Adamo, con un’indagine sull’origine dei culti demonici in rapporto al Cainismo, all’Abelismo e al Sethismo – Nel nido del Simorgh (blog, 10-02-15), p.8, n.3. Cfr., inoltre, R.Guénon, Forme tradizionali e Cicli cosmici– Mediterranee, Roma 1974 (ed.or. Formes traditionnelles et Cycles Cosmiques- Gallimard, Parigi 1970), Cap.II n.num., p.29.
17) Mr., art.cit., §a, p.3.
18) Ibid. come alla 16.
19) R.Graves & R.Patai, I mitiebraici e critica alla Genesi- Longanesi 1969 (ed.or. Hebrew Myths. The Book of Genesis– Cassell, Londra 1964, §19.d, p.132.
20) Cfr. G.Hanckock, Impronte degli Dei– Corbaccio, Milano 1996 (ed.or. Fingerprints of the Gods. Evidence of Earth’s Lost Civilization– Three Rivers P., N.York 1995), Cap.51 sgg.
21) G.Acerbi, Aspetti shamanici nel culto di Ganesha, il nume dalla testa elefantina, con paralleli in Iran, in Giappone e in America– Arcana (N°1, gen. 19xx), pp. ?.; riproposto in Alle pendici del Monte Meru (blog, 13-06-15). p.4.
22) In questo caso, infatti, il Pesce e il Cinghiale vanno intesi in senso traslato quali immagini brahmaniche dell’inizio del Manvantara.
Un vecchio articolo di Evola 1 , molto stimolante seppur discontinuo nel valore, c’introduce all’argomento della patria artica. La premessa a dire il vero non è buona, anzi fastidiosa; come al solito l’autore se la prende, per partito preso, coi Semiti e coll’Oriente. Due atteggiamenti che non fanno onore, sinceramente parlando, ad un grande studioso come lui. Anche se bisogna tener conto, ovviamente, del tempo in cui l’articolo è stato pubblicato e della rivista nella quale è uscito. I pregiudizî razziali o di merito rimangono sempre quel che sono, pregiudizî. E talora sono proprio le persone che li hanno espressi a formulare il contrario. In parte è stato il caso anche di Evola. Basta leggersi qualcosa dei suoi ultimi scritti, ad es. la seconda parte del saggio intitolato Il mito di Oriente ed Occidente e l’«incontro delle religioni» 2 .
Eppure da una lettura piú attenta del testo non meno d’altre volte ci si accorge che, concessioni a parte al futurismo culturale nazifascista del tempo in cui lo scritto è stato elaborato, s’intravedono degli spunti assai interessanti sulle origini umane; che, oltre a smentire la presa di posizione iniziale fatta propria dall’autore a titolo polemico (e forse, oseremmo dire un po’ malignamente, anche per accreditarsi nell’ambiente in cui scriveva), testimoniano come ancora al suo tempo si possedeva una determinata visione della preistoria umana in chiave se non strettamente tradizionale almeno prossima ai dati tradizionali. Naturalmente l’origine iperborea non è un’ipotesi, ma una tradizione tramandata ai posteri da tempo immemore, che in un momento successivo l’autore ha fatto propria senza indugio. Segno evidente che al tempo di compilazione dello scritto, a Fine Anni ’30, egli non aveva ancora acquisito una totale sicurezza nelle proprie ricerche; né aveva del tutto assorbito gl’insegnamenti gué- noniani, come avrebbe fatto poi nel Dopoguerra, distinzione delle proprie idee a parte. Sulla Tradizione Primordiale – occorre aggiungere – si possono raccogliere dati da ogni parte, nell’Eurasia, giacché notizie al riguardo si trovano tanto nei miti dell’Occidente (classico e barbarico) quanto in quelli dell’Oriente (cinese, indiano, persiano, ebraico od islamico). Quindi evidentemente non è questione né d’Oriente né d’Occidente, né di Settentrione né di Meridione, ma di Artide semmai.
Circa la polemica antisemitica, gli ultimi studî sul cristianesimo delle origini hanno dimostrato che il giudeocristianesimo primitivo era tematicamente assai piú complesso di quel che si credeva una volta; e se una banalizzazione del Divino è avvenuto in esso, questa è opera senza dubbio dei residui degenerati del mondo pagano – romano e non – in ambiente postcostantiniano e post-niceno. Insomma, dal IV sec. in poi. Non certo della religiosità semitica, il cui esclusivismo al principio era dovuto magari alla consapevolezza d’aver serbato piú intatta d’altre fedi una concezione ancestrale della Divinità. Fatte queste precisazioni, andiamo ora ad analizzare in dettaglio ciò che è stato sostenuto dal Nostro.
Evola proponeva, in sostanza, la tesi d’una origine artica della “razza ariana” 3 . Va premesso, innanzitutto, che il termine ‘razza’ risulta ormai inadeguato; bisogna dire ‘stirpe, ceppo’, non esiste una ‘razza ariana’, cosí come non esiste una ‘razza borghese’. Gli Arî appartengono dal punto di vista etnico, se proprio vogliamo dirlo, alla Razza Rossa considerati in senso lato; oppure alla Razza Bruna, intesi in senso ristretto con riferimento al V Mahâyuga (‘Grande Anno’). Dal punto di vista sociale corrispondono invece alla classe produttrice nel primo caso, a quella servile – ahinoi! – nel secondo. Subito in partenza si nota l’altro errore nella definizione, fatto purtroppo anche da Tilak e da molti altri, d’associare la stirpe ariana – od aria che dir si voglia – all’Artide. La convergenza fonetica apparente inganna, dato che sembrerebbe ovvio avvicinare i termini ‘Arî ed ‘Artide; ma il primo deriva dal scr. Ârya (designazione indiana dei possessori d’un arth-a = ‘arte, mestiere’), il secondo proviene invece dal gr. “Αρκτος (‘Orsa’). Ciononostante, è possibile vi sia una relazione lontana fra i due vocaboli delle rispettive lingue. In quanto, pur essendo lecito da un lato rapportare gli Âr-y-a esclusivamente agli Hêr-ô-es greci 4 , visto che entrambi rappresentano gli antenati illustri (atlantico-iperborei) nel passato arcaico della classe produttrice, come insegnano Esiodo e Platone; dall’altro la voce árkt-os, che al minuscolo denota l’orso, fa lontanamente appello ai guerrieri intesi come orsi. Ma non ai veri guerrieri, in senso aristocratico, bensí agli eroi in senso borghese-produttivo. Tale era, volendo giudicare dall’etimo (celt. arthos = ‘orso’), pure Artú. Infatti il campo coltivato, nella lingua celtica era chiamato ar (lat. ar-v-um). Del resto l’agricoltura per gli antichi era un’arte, un mestiere artigianale ovvero una produzione. La componente equestre della società celtica, vale a dire i cavalieri, un tempo non si differenziava da quella dei Germani secondo taluno 5 ; per questo ancor oggi in tedesco troviamo il nome Herr ad indicare il signore, cioè il maestro artigiano (ingl. Master, donde il prenome Mister). Piú che alla vera nobiltà i prodi cavalieri – almeno quelli della realtà storica, non della finzione letteraria tardo-medievale – furono probabilmente strettamente connessi all’arte dei fabbri, giacché la spada era un fattore determinante della loro abilità in difesa ed in attacco, come ancora certi racconti ci tramandano nel linguaggio del folclore; onde si può immaginare che mentre l’Orso raffigurava sul piano emblematico la classe eroicoborghese, il Cinghiale (relazionato al bardo Merlino) si richiamasse alla classe aristocratica. Oltretutto, la borghesia e la nobiltà dei tempi storici erano solo a grandi linee assimilabili alle corrispettive classi dei tempi preistorici. Nella stagione celto-cristiana o forse ancor prima il venir meno a livello tribale della casta aristocratica vera e propria col feudalesimo, frutto del rimodellamento societario determinato dalle invasioni barbariche, ha finito per trasformare gli eroi borghesi in nobili cavalieri amministratori di contadi oltreché di castelli e di fortezze; di conseguenza ciò che restava della vecchia aristocrazia tribale, per l’attaccamento spontaneo agli antichi riti ed alla cultura etnica da essa magicamente custodita, è venuta ad assumere le valenze sacre proprie in tempi lontani di vere figure sacerdotali al modo di Bran piuttosto che di maghi alla Merlino. Bran difatti è figura uranica, Merlino invece è figura cronia o saturnina, tant’è che discende dal . S’intende da Saturno, non da Satana. Orbene, la dicotomia fra Merlino e Artú fa al caso nostro, siccome ci propone una suddivisione che seppure nei tempi ultimi si è trasformata in una differenziazione sociale, in principio a nostro parere doveva risultare una distinzione etnica fra genti d’origine tura ed altre d’origine aria. È la differenziazione sociale successiva che ha stabilito la connotazione dei sacerdoti come ‘cinghiali’ e dei guerrieri come ‘orsi’ 6 , ma prima le cose stavano forse diversamente, secondo quanto abbiamo sopra supposto.
Se gli Arî sono in quanto classe produttrice i discendenti indo-iranici degli Eroi del passato (come l’etimo comprova), la denominazione essendo applicabile per sillogismo pure alle classi produttrici degli altri ceppi di lingua indo-europea 7 , è facile dedurre che gli Eroi in principio praticassero arti varie in senso artigianale – soprattutto quelle connesse alla pesca e alla caccia – oltreché in particolare l’agricoltura. E che soltanto dopo l’abbandono della loro mitica terra originaria nordatlantica (l’Uttarâ Kuru od Airyâna Vaeǰ ah che dir si voglia), in conseguenza ad un raffreddamento progressivo ma inesorabile che disgraziatamente la colse abbiano perso la sedentarietà e si siano dedicati in terra asiatica per le costrizioni del nomadismo all’allevamento e alla rapina del bestiame; fatto che, al di là dei pregiudizî etnici, ci è testimoniato dai testi sacri indoiranici. Pensare, a tal proposito, che l’Artide sia stata in qualche tempo passato sede di un’agricoltura su base arativa (il lat. ar-ô = ‘arare’ fa pendant, oltreché col gr. άρόω, colle voci celtiche sopra riportate) è semplicemente assurdo. Né si può trasformare l’esclusiva raccolta dei frutti da parte adamica, di cui danno testimonianza gli Apocrifi del Vecchio Testamento 8 , in un’orticoltura tout court seppur primitiva. Le lingue indo-europee dimostrano viceversa che l’antica patria degli Arî era una terra davvero coltivabile, un suolo arativo effettivo. Per questo è nato il mito della Terra (od Isola) Verde, fatto proprio anche da Evola in un altro suo lavoro 9 . Questo mito ci richiama invero ad una patria sub-artica, ma nord-atlantica e non nord-asiatica. Tilak viceversa l’ha confusa coll’originaria patria nord-asiatica, pure questa sub-artica, però maggiormente primordiale dell’altra. Risulta chiaro d’altronde come le due terre si siano sovrapposte nella memoria hindu, per il loro evidente richiamo ad una terra ancor precedente nota nel Mahâbhârata come Çvetadvîpa 10, da cui le due successive sono dipese sia pur in tempi diversi. Con riferimento al II Ciclo Avatarico per la Terra Nord-asiatica ed al IX per quella Nord-atlantica. È unicamente allo Çvetadvîpa, tuttavia, che possiamo assegnare la definizione hindu di ‘Isola Bianca’; o, se preferiamo, quella ellenica di ‘Terra Iperborea’.
Fig.1- Nell’Isola Bianca il dio ario Viṣ ṇ u riposa sul pentacefalico serpente Ananta – simbolo dell’eterica spirale dell’Infinito – sotto forma brahmanizzata di Nârâyaṇ a, ricevendo un visitatore il quale gli pone un piede sul petto, poiché costui ha seguito una via che lo identifica al cuore della Divinità (ill.cont., on line)
Il pref. -Iper indica appunto che non si trattava dell’Ultima Thoule (= Uttarâ Kuru) 11 , cioè dell’ultima terra su-bartica abbandonata colla traversata dell’Atlantico (seppur scambiata dagli scrittori seriori per l’Islanda od altre isole), ma piuttosto della contrada originariamente abitata nell’Estremo Nordovest. Si noti peraltro che nello schema di interdipendenze fra Direzioni/ Cicli/ Ecumeni che è proprio della cosmografia tradizionale hindu e di altre consimili (ad es. quella iranica o greco-latina), l’Uttarâkuru sta in corrispondenza col Nordovest prima ancora che col Nord. E ciclicamente codesta ecumene attiene al IX Ciclo Avatarico, dominato dal Kŗşņâ- vatâra, equivalente al Noâh biblico. Guénon medesimo crediamo abbia equivocato su questo punto e non meno di Evola abbia talvolta confuso il Nord coll’Artide. Non importa, lo hanno fatto peraltro pure i testi sacri, per fatale sovrapposizione dei miti; o, come soleva affermare quest’ultimo, per inevitabile interferenza fra due diversi cicli. L’induismo designa in alternativa lo Çvetadvîpa come ‘Terra Nascosta’ 12, giacché secondo il mito di Manu e del Matsya Ekaçŗńga ed altri omologhi amerindi sarebbe irrimediabilmente sprofondata nell’Oceano Artico e con essa quasi tutte le sue genti.
Quindi, nessuna traccia diretta è rilevabile nel mondo di poi; solo tracce indirette, visto che quasi tutto il genere umano a noi noto, tranne i Neanderthaliani (appartenenti al ciclo precedente oppure a rimasugli di questo in quello appena conclusosi) 13, discende da quella mitica terra. Ad esser onesti Evola dopo l’infelice presa di posizione introduttiva, probabilmente scritta – ripetiamo – allo scopo di giustificare l’inserimento dell’articolo nella rivista ove pubblicava (ne siamo convinti), comincia a parlare molto seriamente mettendo in guardia dal tracciare con superficialità un filo diretto fra la Razza Bianca, definita un po’ impropriamente ‘Iperborea’ o ‘Nordico-primordiale’ alla maniera ottocentesca (cfr. il D’Olivet), ed il ceppo germanico barbarico od addirittura il solo gruppo tedesco. Però a questo punto fa un po’ di confusione, definendo i cro-magnoidi ‘arî’; e non ve ne è alcun motivo, visto che si tratta di abitatori paleolitici dell’Europa. Gli Arî, anche rimanendo alla teoria di Tilak, entrano in Europa nel Mesolitico o addirittura nel Neolitico. Chiarisce però piú innanzi quale sia la sua vera posizione, probabilmente tratta in parte da letture massoniche ed occultistiche, l’idea cioè d’una doppia provenienza aria; la quale non era del tutto inedita, già avendola sostenuta in sordina Fabret d’Olivet (Storia filosofica del genere umano, 1824) ed altri come M.Saunier (La Leggenda dei Simboli filosofici, religiosi e massonici, 1910) nei loro rispettivi saggî sulle origini della società umana. Ma, occorre aggiungere, Evola compie un notevole passo in avanti rispetto ad essi; dato che stabilisce una biforcazione geografica fra i due punti di provenienza, con un punto comune di stanziamento dietro le spalle, l’Artide. O meglio la zona circumpolare, poiché rileva 2 correnti provenienti l’una da nordovest verso sudest e l’altra da nordest verso sudovest. Crediamo da parte nostra che in ciò fosse totalmente nel vero, pur commettendo molte imprecisioni. Non si deve tuttavia mai confondere, in qualunque caso, la zavorra col carico; e di carico ce n’è parecchio nel bell’articolo di Evola, a parte certe concessioni modernistiche. Certamente, utilizzando l’espressione “razza nordica” mostra ancor una volta di confondere il Nord col Polo Nord, benché il minuscolo tradisca un tentativo di distacco dalla vecchia definizione. Purtroppo si tratta d’una confusione che risale, come già detto, a Fabret d’Olivet: il D’Olivet parlava infatti di ‘Razza Boreana’, identificandola a quella ‘Celtica’ 14 e contrapponendola alla ‘Razza Sudea-na’ (derivata da Seth-Saturno) 15 od ‘Atlantica’. In realtà le Razze sono un conto, le Direzioni un altro, seppur vi sia corrispondenza fra le une e le altre. Non si può in ogni caso dire ‘Razza Orientale’ od ‘Occidentale’, né quindi ‘Razza Iperborea’. Benché Razze e Direzioni, cosí come altre suddivisioni quinarie tradizionali (vide supra), si basino tutte egualmente su ciò che in sanscrito sono definiti Mahâbhûta (‘Grandi Elementi’). Insomma, gli ‘Elementi’ dei Greci; senza di questi, si esce per forza di cose dall’ambito tradizionale, formulando solamente vaghe ipotesi. La Razza Bianca, dal punto di vista cronologico, appartiene al I Mahâyuga (lett. ‘Grande Ciclo’). Mentre al V, quello che corrisponde direzionalmente al Nord, è associabile la ‘Razza Bruna’ al dire degli Zingari 16 ; i quali sapevano cose insospettate, al di là dei pregiudizî aleggianti ancor oggi nei loro confronti. Non a caso proprio gli Zingari sono suddivisibili principalmente in 2 rami, i Rom ed i Sinti 17. I primi, di professione allevatori e domatori (cavalli, capre od orsi) 18 , asseriscono in base alle loro tradizioni di discendere da Abele 19 e di provenire dalla Siberia. I secondi, di professione fabbri ed aiutanti nei campi, sono soliti recarsi sulle spiagge dell’Atlantico (precisamente a Saintes-Maries-de-laMer); per glorificare un antico sbarco avvenuto evidentemente dopo un evento diluviale, a parte aggiunte posteriori nel culto di carattere semi-cristiano e relative alla ‘Principessa Nera’ (Sarala-Kali) e a Maria Maddalena) 20. Si tramanda, infatti, che sino al Cinquecento avevano l’abitudine di dipingersi la faccia come i Pellerossa. Ciò dimostra che le due emigrazioni di popoli considerate, diversamente da quanto ipotizzato da Evola, solo in parte hanno a che fare colla discesa degli Arî. Nel caso della patria nord-asiatica o siberiana proprio no, nonostante le suggestioni fornite da Tilak in The Arctic Home; nel caso della patria nord-atlantica o amerinda è necessario fare delle precisioni, prima di annuire. Siccome i Sinti, non meno delle genti paleo-dravidiche dell’antica Civiltà della Valle dell’Indo 21 , non sono propriamente iafeti, bensí camiti. A meno d’intendere gli Arî non in senso stretto, bensí in senso allargato, al pari degli Eroi esiodei del IV Grande Anno. Allora Arî ed Eroi verrebbero a coincidere ed anche i Camiti, come gli altri due ceppi della discendenza noaica (Semiti e Iafeti), potrebbero esser correttamente annoverati fra di essi. Sta di fatto ad ogni modo che, indipendentemente dai Gitani, il ceppo ario è provenuto dall’altra sponda dell’Atlantico 22 . Da una posizione, per esattezza, nordatlantica. Però, ribadiamo, non si può accettare – in base alla logica evoliana dell’arrivo dai due angoli del mondo settentrionali d’una stessa stirpe primordiale – l’assunzione che da tal ceppo siano derivati i Cro-magnôn; i quali senza dubbio sono da connettere con il piú ancestrale ramo sub-artico, quel ramo della Razza Bianca che ha compiuto la traversata opposta da nordest a sudovest, spingendosi dalla Siberia Orientale sino al Mar Egeo. Codesto ramo va chiamato, come è in uso tradizionalmente, turano (da Tû- rân). I Turi erano in origine un ceppo di razza bianca, detto nel linguaggio degli Zingari, ma non rigorosamente affini agli arî come pretenderebbero certuni; appartengono, semmai, al gruppo etnolinguistico uralo-altaico 23 .
Le loro gesta belliche contro gl’Iranici sono state tramandate nella letteratura neo-persiana del X-XI sec. 24. Non sarebbe corretto definire ‘arî’ pure costoro, poiché gli Arî fan parte in verità della Razza Rossa, una razza mista ossia spuria; leggendariamente derivata, a giudizio dei Greci, dalla commistione fra dèi (leggi: iperborei, o meglio sethiti) ed umani (leggi: cainiti o noachiti). I Turi, nella stretta corrispondenza fra Generazioni Umane e Divine, al modo del titano Perseo non possono essere classificati come genti eroiche, bensí quali popolazioni d’origine iperborea (o meglio, post-iperborea). Usciti dalla propria ecumene di provenienza sono addivenuti altro, com’è accaduto a tutte le etnie umane. Per essi dovrebbe valere insomma quel che taluno 25 ha affermato, per l’appunto, di Perseo: è un titano, non un eroe. Vi è infatti una grossa differenza, sia a livello culturale che etnico, fra i due ceppi; peraltro appartenenti a razze diverse, quantunque con una lontana e parziale origine comune. Neanche la lontana origine comune è tuttavia iperborea, come pretendevano a grandi linee Evola e Guénon, ma semmai nordasiatica. Ecco perché li abbiamo definiti, con un neologismo, “postiperborei”.
In definitiva, se gli uni (il ceppo turano) hanno raggiunto il Mediterraneo dalla Siberia, gli altri (il ceppo ario) lo han fatto all’opposto provenendo dall’altra parte dell’Atlantico; a partire, sicuramente, dall’America Settentrionale. Con una differenza sostanziale, però. Questi ultimi (i Bianchi nordamericani), prima di raggiungere l’Europa si sono ibridati con elementi minoritarî di razza rossa, divenendo in questo modo quel che la ‘Genesi’ chiama . Orbene, gli Arî – intendendoli in modo specifico anziché generico – sono esattamente la stessa cosa, visto che hanno quale dio primevo Pra-jâ-pati. Di norma il termine sanscrito viene scomposto in prajâ- pati, nel senso di ‘signore della procreazione’ 26, cosa che non fa una grinza; il problema, tuttavia, è che anche prajâ è scomponibile in 2 parti: pra- (una preposizione = ‘pro-‘) e -jâ- (p.pass. = ‘nato’), nell’insieme col valore di ‘progenie’. Il participio potrebbe anche esser considerato, altresí, una contrazione di jâta/ jâti (‘nascita, produzione, origine’). Il che evidenzia la sua natura di dio dei produttori, od eroico se preferiamo. Da notare che il titano Giapeto, generato da Urano e Gea nonché equivalente greco di Iaphet e Prajâpati, ha avuto dalla ninfa Asia (oppure Climene) i figli Prometeo ed Epimeteo (gl’indiani Promanthu e Manthu) 27 . E proprio questo tal PrometeoPromanthu è collegato, guardacaso, al Diluvio inviato da Zeus al fine di sterminare o quasi il genere umano 28 ; diluvio che purtroppo nella tradizione greca si è sovrapposto a quello di Deucalione, ma si riferiva in origine all’altro di cui narrava Platone nel Timeo e nel Crizia. A dimostrazione di quanto andiamo asserendo si analizzi per bene la figura indicata e si consideri soprattutto il valore zodiacale dell’Aquila, nei pressi del celeste Aquario, la quale gli rode il fegato. Essendo Prometeo-Promanthu una figura di discendenza uranica (è nipote di Urano), come dimostra altresí la sua duplicità gemellare (in tutta evidenza i due archi zodiacali, ascendente e discendente), è chiaro che il fegato di tale macrantropo rappresenta in tal caso la metà del corpo, cioè il Discendente vernale all’epoca del Diluvio Atlantideo.
Fig.2- Eracle libera Prometeo (l’Uomo Cosmico) – figlio di Giapeto = Iaphet – dalla tortura dell’Aquila (asterismo presso l’Aquario), che gli rode il fegato; cioè è posizionata al Discendente Vernale durante l’Era del Leone (10.960-8.800 a.C.), in cui secondo Platone avvenne il Diluvio Atlantideo (cratere ateniese a figure nere, c.500 a.C., Mus. del Louvre, Parigi)
Un merito assolutamente esclusivo di Evola è invece il fatto di distinguere la Terra Verde, che identifica alla Groenlandia o Grünes Land 29, dall’Isola Bianca o Çvetadvîpa; e a ciò è dovuta la ragione di questo nostro scritto, dovendo ammettere per onestà d’esser debitori del concetto allo scrittore siciliano, nonostante l’imprecisione da parte di questi di confondere l’Ecumene del I Ciclo Avatarico con quella del II. In altre parole, la Terra Iperborea colla Terra del Nordovest (Post-iperborea). Non si capisce bene del resto dove egli collochi l’ecumene che ha fatto da terra-madre degli Arî, nel modo in cui lui li intende, se nel Nordeuropa o nell’Asia Settentrionale oppure nell’Artide vera e propria; ma la distinzione fra Terra Bianca e Terra Verde, indipendentemente dalla loro esatta collocazione ciclica, senza dubbio risulta valida ed è un punto di partenza assai importante per cercare di riscoprire le basi etno-geografiche effettive delle nostre origini umane. In quanto alla razza negroide che avrebbe preceduto i cosiddetti cro-magnôidi, in un’espansione primitiva, non è credibile pensare ad un “focolaio africano”; ma, semmai, ad un’emigrazione austronesiana per via asiaticomeridionale. Altri fattori provano ad ogni modo la lungimiranza del geniale autore. Ad es. il fatto di menzionare la doppia possibilità in linea teorica che l’Artide, od Iperboride che dir si voglia, sia mutata climaticamente con conseguenze immani sulla flora e la fauna a causa dello spostamento geografico dell’asse terrestre oppure per la variazione dell’inclinazione di questo stesso asse. La prima teoria viene attribuita a Köppen-Wegener, segno che l’idea d’una dislocazione della litosfera (la parte rocciosa della crosta) – sia pur per ragioni diverse – era già stata proposta seppur troppo vagamente prima di C.Hapgood; la seconda teoria fa parte invece, benché al minimo grado (tanto che è possibile equivocare al in proposito ed anche noi stessi, ad esser sinceri, lo abbiamo fatto per molto tempo in passato), della dottrina tradizionale. La si trova, perciò, tanto in Occidente 30 quanto in Oriente 31.
Un’ultima annotazione importante riguarda la citazione di Tilak, che Evola mostra di conoscere assai bene, piú addirittura di Guénon; ma che purtroppo piglia in tal caso troppo alla lettera, commettendo perciò lo stesso doppio errore dello scrittore marathi: a) la confusione fra lo Çvetadvîpa (l’Isola Bianca) e l’Uttarâkuru (la Terra del Nord), analogo piuttosto all’Isola Verde; b) l’identificazione erronea conseguente fra la Tule Iperborea (lat.Thule Hyperborea, gr. Θούλη) 32 e l’ Airyâ-na Vaeǰah, che invece era tutt’altro. Insistiamo a far notare che fra l’una e l’altra è comunque esistita una terra interposta, secondo la dottrina avatarica hindu, anche se non proprio esattamente intermedia 33. Inoltre l’Airyâna-vaeǰah d’avestica memoria non era tanto il “seme della razza aria”, secondo l’imprecisa traduzione di Tilak 34 carpita sia da Evola sia da altri che lo ha chiaramente influenzato (il Wirth), quanto semplicemente la ‘Regione degli Arî’ (scr. Ârya-varsha o Ârya-varta). L’Âryavarta non è la ‘Terra Verde’, d’altra parte, ma una regione dell’Asia Centrale popolata prima della discesa verso il subcontinente indiano 35; ma, intendendo il termine ‘ario’ come aratore (è l’etimo comunemente accettato dalla maggioranza degli studiosi sino ad ora, tanto a livello tradizionale quanto accademico), un rimando ulteriore alla Grünes Land rimane senz’altro lecito. Dal momento che in una fase ancora successiva l’appellativo è passato ad una plaga nordica dello stesso subcontinente indiano, la piana indogangetica. Questo tipo di adattamento d’una vecchia denominazione ad una nuova sede era quanto avveniva anche presso parecchie altre etnie e, difatti, succedeva pure nell’America Precolombiana. Per di piú Noè, di sicura provenienza atlantica (ciò essendo stato creduto sino al Medioevo anche nell’ambito della cultura cristiana), è stato considerato leggendariamente dagli Ebrei l’ per antonomasia, essendo il tradizionale inventore dell’aratro. Quel che, nell’accezione storico-religiosa, chiamasi ‘eroe culturale’; un po’ come il successivo Prometeo fra i Greci, od il suo doppione solare Eracle, che difatti lo libera dalla tortura dell’Aquila (Aquario)… regredendo vernalmente da un Segno ad un altro precedente (Capricorno).
La teoria dei gruppi sanguigni – desunta anche in tal caso da H.Wirth, se non andiamo errati – non è tradizionale e non la prendiamo, dunque, in considerazione; ci pare del resto confusa, almeno come l’ha esposta Evola. In ciò d’altronde l’autore si mostrava piú scientista, o se preferiamo futurista (considerando il suo apporto culturale al fascismo), che tradizionale. Bisognerebbe, semmai, rifarsi agli studî odierni del Cavalli-Sforza per cercare di far collimare in qualche modo i dati dell’antropologia fisica cogli altri di diversa natura. Nessuna teoria, ovviamente, in linea di principio è sbagliata. La verità ha sempre molteplici sfaccettature e si può arrivare ad essa per molte vie e con molti metodi. Il problema vero è che la scienza moderna non utilizza schemi precisi, come possono essere gli Elementi, ma va un po’ a lume di naso; difatti, come insegnava Guénon il vero empirismo è il metodo della scienza moderna, non quello degli antichi. E perciò è difficile far concordare i risultati da essa raggiunti con i dati della scienza sacra, i primi apparendo sempre oltremodo dispersivi e confusi, anche quando non siano di per sé sbagliati. Innanzitutto sono state le Razze, per il colore della pelle (Bianca, Gialla, Nera, Rossa e Bruna) 36, a determinare una distinzione umana plausibile; in base appunto ai 5 Elementi (scr.Bhûta), i quali secondo la dottrina trasmessaci dagli antichi si appoggiano ad altri fattori quali i Climi, le Ecumeni, i Caratteri ecc. Non è possibile prescindere da questo schema quinario, o quaternario se non si tien conto del ‘Quinto Elemento’, la proverbiale Quintessenza. Altrimenti tutto va in fumo, la Tradizione essendo fatta non di approssimazione ma di verità trasmesse dalla Divinità mediante Rivelazione allo Spirito dell’Uomo agli albori dei tempi e tramandate di secolo in secolo, di millennio in millennio.
Riassumeremo ora il nostro punto di vista sulla questione delle origini europee, a beneficio del lettore che potrebbe anche non aver capito esattamente la nostra posizione, magari forse per certa sottile polemica nei confronti di Evola. Lo rassicuriamo al riguardo. Il nostro intento è, in questa come in altre occasioni, di sottolineare il genio evoliano; non di denigrarlo, per questioni di scolasticismo guénoniano et similia. Non possiamo asserire che la nostra posizione sia equidistante nei confronti delle due scuole, guénoniana ed evoliana, questo non sarebbe vero; ma di certo consideriamo Evola l’unico vero discepolo di Gué- non storicamente parlando, anche se non letteralmente di scuola guénoniana. Nonostante il nostro approccio culturale si rifaccia visibilmente a quest’ultima scuola (ma qualche critica la riserviamo a Guénon medesimo, a differenza di chi lo ha imitato troppo pedissequamente), ivi ci siamo occupati di Evola e della doppia origine degli Europei 37; in parte risalenti all’etnia indo-europea ed in parte a quella uralo-altaica (o meglio, il gruppo ugrofinnico nell’Europa Nordorientale e quello uralo-altaico nell’Europa Sudorientale), seppure in proporzioni diverse. Potremmo aggiungere che il ceppo uralo-altaico ha fatto da cuscinetto fra i due rami, occidentale ed orientale, del ceppo indo-europeo.
Veniamo ora ai punti essenziali del discorso. Questo articolo non meno del nostro precedente basato su temi evoliani e guénoniani ed intitolato Uttara Kuru 38, propone una lettura sulle origini delle razze umane assai diversa da quella più comunemente accettata. Nelle ricerche precedenti da parte di altri autori, ad es. L.B.G. Tilak, s’era creata in un dato momento una confusione fra l’origine iperborea e la provenienza aria. Tanto che, per accreditare la teoria che le poneva sullo stesso piano, lo scrittore marathi era stato costretto in The Arctic Home ad alterare il senso proprio d’un termine decisivo del testo 39. Il vocabolo pralaya indicava il diluvio, ma l’autore citando Pâņinî l’interpretava mediante il sostantivo apparentato prâleya ossia nell’accezione di ‘ghiaccio, neve’ 40. In questa maniera, il Diluvio che aveva segnato la fine del I Ciclo Avatarico 41 diveniva il medesimo evento del freddo glaciale che aveva allontanato dalla propria sede abitativa primaria gli Airya iranici, al dire dell’Avesta. Ma si trattava, in maniera del tutto palese, d’una forzatura; dato che esaminandoli con correttezza i due accadimenti appaiono nettamente distinti, nel luogo e nel tempo 42 .
In altri 2 articoli 43 sui Cainiti, gli Abeliti 44 e i Sethiti ci siamo sforzati di analizzare i dati della ‘Genesi’ al di fuori del loro contesto proprio, alquanto striminzito; così abbiamo potuto compararli con quelli di altre tradizioni, ottenendo risultati che crediamo apprezzabili. La nostra teoria della doppia, anzi tripla origine paradisiaca (ossia iperborea), è nata da qui e concorda in sostanza colla Rivelazione biblica. I 3 Adamiti (Qayin, Hevel, Seth) testimoniano, infatti, d’una triplice linea genetica della nostra Umanità 45 . Nel caso dei Cainiti, la prima fuoriuscita a livello antropico del ceppo adamitico al di fuori dei confini nordasiatici è avvenuta fin dal III e dal IV Ciclo (il Ciclo Orientale e quello Sudorientale); che potremmo definire “evaici” 46, di contro ai primi 2 (Iperboreo e Nord-orientale), propriamente “adamici”. Attraverso dunque due antecedenti passaggî di consegne, leggendariamente raffigurati dal doppio ciclo evaico, gli Adamiti del versante orientale si sono trasformati in Cainiti allorquando sono giunti nell’Ecumene Australe; il quale spaziava un tempo forse in tutto l’arco a meridione dell’equatore, a partire dall’Austronesia (l’Australia c.40.000 anni fa era congiunta geograficamente all’Indonesia, come risaputo) fino al Sudafrica e alla punta meridionale dell’America, od Atlantide che dir si voglia 47 . La seconda e la terza fuoriuscita dall’Ecumene Nord-orientale riguardano direttamente i contenuti di questo nostro articolo. Diciamo che in 2 degli scritti summenzionati 48 abbiamo affrontato un approccio generico all’argomento, mentre in altri 2 (Uttara Kuru e questo sulla doppia Isola) 49 il centro del dibattito verte nel primo caso sul riconoscimento della quasi-identità fra Arî od Eroi in quanto discendenti dei Sethiti e nel secondo sulla distinzione fra Arî e Turi; distinzione che, com’è noto, la letteratura neopersiana ci ha proposto attraverso l’epica firdusiana e prefirdusiana. Sarebbe stato necessario un terzo articolo specifico dedicato al Cainismo, al fine di completare la visione post-adamitica; ma la difficoltà enorme del tema ci ha spinto, per ora, a rimandarlo a data a destinarsi. Circa la suddetta distinzione fra Arî e Turi, occorre precisare che non è affatto scontata. Di norma le genti turane per via dell’indo-europeismo oggi dilagante, alla Dumézil 50 , vengono assimilate lle genti arie e forse è proprio per questo che ricercatori accorti quali A.Parpola hanno commesso l’errore – dal nostro punto di vista – di accreditare come Proto-arî determinate tribú che vivevano già in comunione coi Paleo-dravidi. Mentre si tratta, a nostro avviso, non di Proto-arî bensí tutt’al piú di… Paleo-turi. Come sarebbe logico d’altronde aspettarsi, visto che il movimento di popolazioni costituenti il ceppo uralo-altaico ha invaso l’Asia e l’Europa da tempi lontanissimi 51. Dunque da parte nostra siamo convinti che la tesi evoliana della doppia provenienza aria sia quella piú rispondente al vero, sennonché è la definizione ad esser imprecisa. Evola però, a differenza di Tilak, ha il merito d’aver collocato in una sede artica o sub-artica sia pur imprecisa l’origine di entrambi i ceppi. Mentre gli studî indo-europeistici di stampo accademico (vide Gimbutas et al.), invertendo il flusso tribale da ovest verso nordest e negando la ‘Genesi’, non colgono nel segno. Si trovano infatti a mal partito, siccome non riescono ad arrivare oltre l’Asia Centrale (Battriana e Sogdiana), nonostante gli sforzi tendenti a rintracciare prove archeologiche che testimonino una discesa dalla Siberia. Risulta cosí impossibile dimostrare da un lato che siffatte regioni siano state la culla degl’Indo-europei, avendo funto evidentemente soltanto da sedi di transito; e dall’altro che costoro abbiano abbandonato l’Asia Settentrionale alla fine dell’ultima glaciazione, secondo quanto pretendeva Tilak. In sostanza, all’inizio del Mesolitico. Viceversa Evola non offre datazioni, si limita a teorizzare le direzioni dei flussi migratorî e in questo modo è piú prossimo al vero; almeno, come lo concepiamo da parte nostra. Prove d’un flusso di genti arie da nord a sud in tempi postpaleolitici non sono rintracciabili né in Europa né in Asia, a meno di barare, ciò dimostrando che non è quella la via percorsa dagli Arî. Si potrebbe tuttavia cercare, su base archeologica 52 , qualche evidenza riguardo un percorso cronologicamente di molto antecedente (pressappoco 30.000- 25.000 anni prima dell’epoca supposta da Tilak, ossia il 10.000-8.000 a.C.) in linea nordest-sudovest; questo percorso, comunque, non riguarderebbe gli Arî ma piuttosto gli Uralo-altaici.
Si deve perciò arguire che gli Arî una volta giunti sul territorio eurasiatico si siano spinti da ovest (Asia Minore) verso nordest (Asia Centrale), per poi ridiscendere verso sudest (Deccan) dopo il contatto e lo scontro colle genti centrasiatiche; salvo il gruppo tocario, finito in Cina, come insegnava grosso modo Evola relativamente al ceppo di provenienza atlantica. E che molto prima di loro un piú ancestrale flusso di paleo-siberiani d’alta statura 53 – quello che differenziandosi rispetto alle proprie origini subartiche diventerà in seguito il gruppo uralo-altaico – fosse giunto dalla Siberia Orientale. Salvo gli Ainu, dispersisi nell’Estremo Oriente, ma con caratteri diversi da coloro che li attorniano. Secondo quanto, grossolanamente, teorizzava Evola definendo tal gruppo anch’esso ‘ario’ 54. Questo a dire il vero più che un errore d’impostazione, costituisce una semplice inesattezza terminologica; tant’è che persino i Greci solevano chiamare hêrôon un tempio dedicato a Perseo 55 , l’archetipo ellenico delle genti turane. Facciamo notare ancora che pure Tilak aveva visto giusto a grandi linee, sebbene in modo meno approfondito di Evola, postulando la discesa degli Arî dalla Siberia verso l’Asia Centrale (Altai, Urali); ma, non meno degli accademici, errava sia per quanto concerneva l’esatta etnia del flusso migratorio sia per il periodo cronologico in cui collocarlo. La datazione proposta da Tilak riguardo gli Arî era giusta sul piano cronologico, se posta a confronto con quella degli Eroi esiodei e platonici; ma era errata ciononostante la direzione di discesa, perché lo scrittore indiano diversamente da Evola aveva scambiato il flusso nord-atlantico per quello nordasiatico. Risulta dunque oltremodo evidente che, sul suolo indiano ed altrove, il ricordo dei due flussi si è sovrapposto nella memoria dei posteri; allo stesso modo come era accaduto, in ambito ellenico, fra la scomparsa dell’Atlantide ed il successivo congelamento dell’Atlantide Iperborea – altro nome della ‘Terra Verde – oppure fra questi due eventi ed il primigenio sprofondamento dell’Iperboride.
Fig.5- Krishna solleva vittorioso il Monte Govardhana in aspetto di Terra o Isola Verde, onde riparare i pastori dal Diluvio dell’VIII Ciclo Avatarico (noaico-atlantideo), inviato invano da Indra per difendere gli ancestrali culti vedici (pittura indiana d’epoca contemporanea, on line) P.S. Da notare che sul Monte – Terra od Isola che dir si voglia – risplende il Cakra di Vishnu che altro non è se non la Ruota Zodiacale, ossia degli animali zodiacali (anticamente soltanto 8). Cfr., nella ‘Genesi’, la leggenda della salvazione degli stessi dal Diluvio da parte noaica.
Pure Evola parla, in proposito, d’interferenza 56. Tanto più che i dati sono stati tramandati dapprima oralmente ed allorché si è temuta una loro dispersione, o perdita, sono stati redatti i testi scritti; nei quali i riferimenti relativi a siffatti accadimenti erano scarsi, o assai difficili da interpretare. Ma è chiaro che non tutto ha potuto esser messo per iscritto, forse perché anche i dati preziosamente tramandati di bocca in bocca col passar del tempo e colle scarse conoscenze geografiche dei posteri si sono alterati già prima persino sul piano orale. È naturale che la conoscenza del doppio flusso si sia trasmessa in modo piú chiaro in Occidente (tramite le confraternite) che in Oriente, sebbene proprio dall’India abbiamo ereditato la preziosa nozione dei 2 Râma, che sfortunatamente il primo divulgatore occidentale della dottrina avatarica (il D’Olivet) non ha del tutto compreso al principio dell’Ottocento.
Altrettanto hanno fatto i suoi continuatori come Saunier all’inizio del Novecento, a differenza di Guénon, che invece acutamente rilevava l’errore. D’altra parte i suddetti studiosi appartenevano al ramo occultistico della Massoneria, un ramo cioè degenerato. Dobbiamo pertanto pensare che tradizioni esoteriche parallele a quelle conservate sul piano exoterico dalla Bibbia 57, comunque siano giunte in Europa, esistessero un tempo accanto alle altre in forma segreta. Ed è da queste, non da reminiscenze bibliche, che potrebbe aver attinto il nostro Evola assommandole alle deduzioni rielaborate dal professore olandese di cittadinanza tedesca H.Wirth; che a sua volta ha condotto ricerche personali, un po’ confusamente a voler esser sinceri, su fonti norreniche, iraniche e ugro-finniche 58 .
In quanto allo scrivente precisiamo che dopo aver vagato per quasi vent’anni nell’incertezza, prima ancora d’aver letto il prezioso articolo evoliano sul tema, il sottoscritto aveva formulato la sua tesi; che qui porge per esser esaminata, esponendola ufficialmente per la prima volta. Quali siano state le nostri fonti, sinceramente, non lo sappiamo neppure noi; crediamo, ma non ne siamo sicuri, d’esser stati rafforzati nella nostra tesi di fondo principalmente dal D’Olivet e dal Saunier. Tuttavia il titolo di questo scritto comprova che inconsapevolmente già molti anni fa avevamo elaborato il nucleo della nostra tesi attuale al primo contatto con Evola, allorché leggevamo affascinati la Seconda Parte di Rivolta; laddove, precisamente, si alludeva alla Groenlandia come ‘Terra Verde’ 59. Il passo ulteriore è venuto molto tempo dopo. E di sicuro non era senza rilievo per noi la correzione apportata al D’Olivet da parte guénoniana circa la necessaria distinzione fra il VI ed il VII Avatar, oltre alla nozione assolutamente problematica che Paraçu-Râma era “d’origine iperborea”, cosa la quale di primo acchito ci aveva lasciati invero piuttosto perplessi; si trattava d’una affermazione in apparenza troppo generica, che ovviamente alla luce di quanto su esposto ora comprendiamo meglio. Per capirla abbiamo dovuto riportare il dato però, in modo acconcio, alla vicenda del ‘Frullamento dell’Oceano di Latte’ 60. Su questo tema disgraziatamente è stato posto un debole accento, pur essendo un punto di svolta fondamentale nella perdita dello stato paradisiaco originario 61. In tal modo abbiamo apportato soltanto una piccola correzione a Guénon, cosí come ad Evola, riciclando la provenienza iperborea di Parçu-Perseo come post-iperborea.
Fig.6- Paraçu(râma) coll’Ascia (Paraçu), emblema polare di Canopo (ill.contemp. Timgonkart, 10-11-10) P.S.- Di norma P., nelle raffigurazioni medievali è mostrato colla Doppia Ascia, giacché il VI Avatâra costituisce il rappresentante di quelle popolazioni di alta statura (biblicamente diremmo ‘abelite’) che dall’Ecumene Nordorientale dopo il Frullamento dell’Oceano di Latte si sono spinte verso Sud, fino quasi al Polo Antartico; anziché nell’Ecumene Orientale, come altre, le quali hanno creato nel Sudest del globo durante il V Ciclo Avatarico la cosiddetta ‘Cultura dei Nani’ (biblicamente ‘Cainita’, se preferiamo).
Vale a dire, in rapporto all’Ecumene Nordorientale; donde ha preso le mosse il piú tardivo ’Ciclo dell’Ariete’ 62, sostanzialmente coincidente col VI Ciclo Avatarico.
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Note
1 L’ipotesi iperborea era stato dapprima pubblicato in una rivista di stile fascista, ‘La difesa della razza’ (A.II, N°11, 5 aprile 1939); ma si tratta, al di là della premessa assai discutibile, d’uno scritto molto avvincente, che è stato infatti ripreso in un numero speciale di ‘Arthos’ (NN. 27- 89, pp. 64-70), curato dal Prof. Del Ponte e dedicato a La Tradizione artica.
2 J.Evola, L’Arco e la Clava- V.Scheiwiller (all’insegna del Pesce d’Oro), Milano 1971, Cap.XV sgg. Almeno nei confronti dell’Oriente, nella seconda parte di questo saggio e per certe affermazioni in contraddizione colla prima, l’autore compie un’inattesa apologia; sebbene l’attacco sferrato, in questo caso con assoluta buona ragione, sia come al solito contro certo teismo cattolico esclusivista.
3 Non stiamo qui a cavillare sul termine. Il problema della confusione col sinonimo, l’aggettivo derivato da Ario (l’eretico cristiano o, secondo altri, solo presunto tale) sbandierato dagli storici della letteratura indiana in tempi post-nazisti, è un nonproblema. Primo, per il fatto che i sinonimi sono leciti, anche se tendono col tempo a differenziarsi un poco verbalmente; secondo, per la ragione che il problema sussiste solo in italiano e nelle lingue affini. L’inglese, tanto per fare un esempio, avendo a disposizione come il latino un numero maggiormente elevato di consonanti rispetto alla nostra lingua distingue Aryan da Arian; non in base a dettami ortografici, ma semplicemente trascrivendo le lettere secondo la scrittura originale.
4 G.Acerbi, Uttara Kuru, il Paradiso Boreale nella cosmografia e nell’arte indianaAlle pendici del Monte Meru (blog, 8-06- 13), pp. 18-9, n.13.
5 Cfr. R.Hachmann, I Germani- Nagel, Ginevra 1975, Cap.1, §3 (n.num.), pp. 30-5.
6 R.Guénon, Il Cinghiale l’Orsa, presso Simboli della scienza sacra- Adelphi, Milano 1975 (ed.or. Symboles fondamentaux de la Science Sacrée- Gallimard, Parigi 1962), Cap.III n.num., §24, p.146 ss. Guénon semplificava la questione facendo dei Druidi degli eredi diretti degl’Iperborei ed un equivalente dei Brahmani, ma non spiegava esattamente in che modo e attraverso quali parentele. Crediamo che l’autore facesse riferimento al ‘Cinghiale Bianco’, ma dimenticando che Varâha in India apparteneva al Terzo Ciclo Avatarico, non al Primo; vero che pure nell’induismo vi è uno Çvetavarâha, il quale per trasposizione può esser parificato al Matsya, tuttavia è la classica trasposizione d’un termine inferiore in un senso piú elevato di quello proprio.
7 Gli Indo-europei sono il prodotto finale dell’espansione del ceppo ario, gli Iafeti lo stesso ceppo al punto di partenza della loro emigrazione. Altrettanto si potrebbe dire dei Semiti e dei Camiti. Questi ultimi hanno assunto la fisionomia finale di Asianici per il medesimo motivo, quantunque la loro espansione nello spazio circostante sia stata piú limitata rispetto agli Iafeti. Cosa che era già accertata nella ‘Bibbia’. I Semiti per contro, essendo abituati a vita nomadica, si sono diffusi in modo meno ampio degli altri due ceppi, se si esclude le due diaspore ebraiche.
8 Cfr. P.Sacchi et al. (a c. di), Il Libro dei Giubilei; sta in Apocrifi del Vecchio Testamento- Utet, Torino 1981. Al massimo si potrebbe parlare, volendo, di protoorticoltura; distinguendola comunque sia dall’orticoltura primitiva di tipo cainita, coll’utilizzo del bastone da scavo, sia da quella avanzata di tipo sethita tramite bastone da trapianto. Il Libro dei Giubilei (iii. 15), scoperto nel XVII sec. fra i manoscritti etiopici e poi tornato in auge dopo il ritrovamento dei Rotoli del Mar Morto, si esprime in questi termini al riguardo (ibid., p.230): “E nel primo settennio del primo giubileo Adamo e la sua donna stettero sette anni nel giardino di Eden a coltivarlo e custodirlo e noi gli demmo il compito (da eseguire) insegnandogli tutto quel che era meglio fare per la coltivazione. Ed egli se ne stava a coltivare, era nudo e non (lo) sapeva, non se ne vergognava e proteggeva il giardino dagli uccelli, dalle fiere e dagli animali, ne raccoglieva i frutti, mangiava e metteva da parte, per sé e per la sua donna, ciò che avanzava per conservarlo.” Si tratta dunque della semplice ‘raccolta’ di cui riferisce anche l’Antropologia Culturale, ma non associata alla ‘caccia’, secondo quanto si pretenderebbe da parte di questa scienza umanistica moderna; semmai, e non è la stessa cosa, si può immaginare in base a quel che il testo ebraico ci tramanda (in modo più ampio della ‘Genesi’) che l’Uomo fungesse da guardiano del territorio in cui dimorava. Un po’ come fanno anche gli animali, che scacciano per istinto gli occupanti abusivi di ciò che considerano il loro domicilio. Naturalmente è per questa via, a poco a poco, che nasce la caccia. Al vs.35 (ib., p.233) è scritto: “Ed egli lavorava la terra come aveva imparato nel giardino di Eden.” Ma l’Uomo si trova già al di fuori del Giardino (vs.32) ed ha dato nome di Eva alla sua donna (vs.33). Non solo, quando la Donna ascoltando la parola del Serpente ha mangiato il frutto proibito dell’, l’ (ivi un fico, non un melo), i due vengono maledetti dal Signore ma non sono scacciati da quella terra (vv. 20-5). È la terra che per volere divino si mette a produrre esclusivamente spine ed erba cattiva (vs.25), mentre in precedenza faceva crescere alberi santi (vs.12). D’altro canto, prima di uscire dal Giardino l’Uomo comincia a confezionarsi abiti di pelle, ciò significando – come vuole l’Avesta – che il Paradiso Terrestre è finito colla primeva uccisione degli animali. Dopo che ne è uscito l’Uomo sperimenta il fuoco ed i sacrificî, bruciando incenso ed erbe aromatiche (vs.27). Gli animali da quel momento “smettono di parlare”, mentre prima le bocche di tutte le creature avevano parlato le une colle altre, cosí da sembrare “un sol labbro ed una sola lingua” vs.28).
9 J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno- Mediterranee, Roma 1969 (I ed. Hoepli, Milano 1934), P.Sec, Cap.3, p.237.
10 Corrispondente, dal punto di vista temporale, al I Ciclo Avatarico. Il mito dell’Isola Bianca trovasi in varie tradizioni, talvolta sotto forma simbolica di Bianca Montagna. Cfr. Ev., op.cit., p.236; inoltre Cap.2, p.232.
11 L’aggettivo ut-t-ar-a (ingl. ut-ter, a.aingl. ut-her) funge in sanscrito da comparativo di maggioranza della preposizione ud (‘fuori’), nel senso di ‘più esterno’); ma quest’ultima è stata associata erroneamente da Tilak et al. all’ingl. up (’sopra’), pur rimandando invero all’inglese out (‘fuori’) ed al got. ût (id.). Il superlativo assoluto è ut-t-am-a (ingl. ut-most), col valore di ‘estremo’. Per un approfondimento vedi Ac., art.cit., pp. 13-4, n.1.
12 Un’eco di questo mitologema si può rinvenire nel nome Latium, da latêre (‘nascondere’), e non per nulla è Iânus il dio primevo – caratterizzato da un Aurea Verga, alla maniera del Mínôs egeo-cretese o della Yama hindu – cui è attribuita la regalità sacrale della regione in illo tempore. La forma piú vetusta di Giano è senz’altro l’icona quadrifronte, anche se nelle speculazioni illusorie dello storicismo contemporaneo essa parrebbe maggiormente recente di quella bifronte. Basta considerare il suo equivalente indiano, Ganeça, addivenuto alfine un dio ario ma richiamantesi in realtà al ‘Frullamento dell’Oceano di Latte’, proprio della Fine del II Ciclo Avatarico. Cfr. in proposito G.Acerbi, Aspetti shamanici nel culto di Ganeça, il dio dalla testa d’elefante- Arcana (A.I, N°1, gen.), Roma 2012; riveduto e ripubblicato in un blog (Alle pendici del Monte Meru), 13-06-15, passim. Il riconoscimento umano di divinità tetracefale quale Brahmâ in India o in Grecia di Árgos (ipostasi di Ouranós, corrispettivo a sua volta dell’indiano Varuņa) non può infatti che risalire idealmente a tale periodo. Come’è testimoniato dal culto induista del Kûrma (‘Tartaruga-maschio’), condiviso da Greci e Cinesi. A codesto animale è legato, simbolicamente, il tema delle 5 Direzioni (4+1).
13 I tipi umani risalenti ad oltre 120.000 anni fa appartengono a cicli precedenti al VI Manvantara, mentre i tipi risalenti a non più di 60.000 anni fa appartengono al VII o sono resti degenerescenti del VI e quelli cronologicamente intermedî – ossia collocabili fra i 120.000 ed i 60.000 anni fa – spettano al VI oppure costituiscono dei ceppi involuti del V.
14 F. d’Olivet, Storia filosofica del genere umano (ed.or. n.cit.)- Atanòr, Roma 1973, L.I, Cap.X, p.104 (I ed. 1824, ried. ad opera di Étud.Trad. nel 1966).
15 Ibid. come alla n.prec., inoltre il Cap.I, p.56, n.4.
16 G.Acerbi, I Pañcajana, le ‘Cinque Razze’ degli Zingari e i ‘Semi’ del Tarocco- Algiza (N°12, giu.’99), Chiavari [Ge]) 1999, p.16.
17 Alcuni (R.Guénon, Il Compagnonaggio e gli Zingari- Studi Tradizionali, NN.54-5, gen.-dic. ’81; sta presso Scritti sulla Massoneria ed altre iniziazioni artigianali, Torino 1981, p.16 ss) li distinguono in Zingari Orientali (Zingari propriamente detti) e Meridionali (Gitani), facendo degli uni dei calderai o domatori d’orsi e degli altri dei mercanti di cavalli. Tale suddivisione però è un po’ troppo approssimativa. Per un maggior approfondimento vide R.Djuric & N.B. Tomasevic, Zingari- Rizzoli, Milano 1988, pp. 7-27 (a c. del Djuric).
18 I.Hud (pseud.), Gli Zingari nella storiaC.O.T.L. (blog, 15-06-15), passim.
19 A. di Nola (a c. di), s.v.ZINGARI. Religione degli, presso Enciclopedia delle Religioni- Vallecchi, Firenze 1970, Vol.VI, §2, p.362.
20 Di N., s.v. cit., p365
21 Abbiamo congetturato, al pari di altri studiosi, una correlazione fra Sinti ed antiche popolazioni della Valle dell’Indo (scr. Sindhu) nel nostro scritto menzionato alla n.16. Ma è giocoforza che anche per i Rom, collegati secondo l’ipotesi espressa nel presente articolo al Ciclo di Para- çurâma, debba valere necessariamente la stessa cosa. Pur non essendo costoro discendenti dei Paleo-dravidi, bensí dei Paleo-turi, è da presumere che anticamente si siano mescolati ad essi sul suolo indiano.
22 Ac., Utt., pp. 5 (per i dati cosmografici) e 10 (per l’esatta provenienza geografica).
23 Di norma questo ceppo viene considerato una transizione fra il gruppo paleoasiatico e quello indo-europeo, ma in verità è piú affine al primo dal punto di vista delle origini, benché in realtà in principio è probabile che i 3 gruppi fossero una demarcazione interna ad un unico gruppo. Il tempo di riferimento è ovviamente il Ciclo Nordorientale, corrispondente in India al II Ciclo Avatarico. Poi i 3 sottogruppi hanno preso strade diverse. I Paleoasiatici si sono espansi solamente orizzontalmente, lungo le varie aree della Siberia Settentrionale; mentre gli Uralo-altaici si sono spostati nella Siberia Meridionale, fino ai Monti dell’Asia Centrale (Altai) e a quelli dell’Asia Occidentale (Urali). Infine gl’Indo-europei (ma sarebbe meglio tornare a chiamarli ‘Iafeti’, evitando di privarli della loro vera origine tradizionale, secondo gl’insegnamenti biblici), pur provenendo egualmente in origine dallo stesso ceppo nord-orientale, si sono spostati in America attraverso forse la Beringia. Questi ultimi sono da identificare a quei Sethiti che, volendo ritrovare il Paradiso Terrestre – secondo la leggenda attribuita in certi testi medievali al loro patriarca Seth – hanno finito per andare oltre, cioè fino alla propaggine meridionale del continente americano. Cfr.n.33. Sarebbe banale attribuire a questo un aspetto geografico diverso da quello attuale, ciò valendo anche per il resto del globo e l’Asia medesima. Riteniamo a tal proposito che gli Iafeti (da notare che i 3 di Noè erano già presenti accanto al padre prima del Diluvio) fossero costituiti da quei gruppi sethiti stanziatisi nella parte settentrionale del continente americano. Non è da credere che costoro si fossero differenziati rispetto al ceppo primario soltanto per idiovariazione (Ev., L’ipot., pp. 7-8; pp 67-8 della vers.or.), dovuta a fattori climatici; anche se è possibile, anzi probabile, che tale fu il fattore principale. Diversamente da quanto proposto da Evola, che basandosi sul Wirth – teorizzatore della cd. ‘isovariazione’ – non teneva in nessun conto la classificazione cosmografica tradizionale su base elementale, il ceppo eroico era un ceppo misto. Lo asseriscono gli Zingari, quindi un ramo – sia pur socialmente degenerato – della tradizione indiana, e lo confermano i Greci. Per ovviare alle incongruenze enormi create dalla vecchia tesi indoeuropeista durante il secolo scorso, quali ad es. la scoperta negli Anni ’90 che la Sarasvatî aveva cominciato ad essicarsi c.6.000 anni fa pur essendo di tale fiume data notizia nel Ŗgveda come ancora perfettamente fluente, alcuni studiosi piú accorti come A.Parpola hanno invano ipotizzato che l’Antica Civiltà dell’Indo incorporasse nelle sue file una casta sacerdotale dominante d’origine indoeuropea, i Das (ir. Dah). Insomma, degli arî giunti nel Deccan molto tempo prima della supposta invasione del II millennio. Sotto quest’aspetto la tesi evoliana del doppio binario ario (terminologia a parte) era almeno assai piú suggestiva e – crediamo – persino più prossima al vero di quelle indoeuropeiste attuali, tirate per i capelli al fine di coprire determinati errori d’impostazione generale. Vedi l’illusione della provenienza asiatico-centrale di entrambi i ceppi, sia pur in momenti diversi. Mentre Evola faceva derivare gli uni e gli altri da una cultura comune, artica o subartica che fosse, la distinzione nel suo scritto non essendo ben chiara; e quantunque scambiasse l’Ecumene Nord-orientale per l’Iperboride, differenziava almeno giustamente il cammino geografico dei due flussi etnici. Da parte nostra stiamo invece per pubblicare un testo, nei ‘Quaderni di Simmetria’ (speriamo il prossimo autunno), che cercherà di dimostrar valida una nuova tesi; ossia che il popolamento dell’Eurasia è avvenuto in due ondate ben distinte sia dal punto di vista della provenienza geografica che dal punto di vista cronologico, le varie fasi delle quali risiedono per intero nel primo caso (la discesa degli Uraloaltaici dall’Asia Settentrionale verso sud e verso ovest) nel Tardo Paleolitico e nel secondo caso (la venuta in Asia Minore per via atlanto-mediterranea degli Iafeti e dei gruppi apparentati) in un periodo che va dall’Età Mesolitica fino a quella Protostorica.
24 Abbiamo in progetto per il prossimo anno uno studio sul soggetto, intitolato Lo scontro di culture fra Iran e Turan nelle pagine del Libro dei Re. Studio sulla cultura preistorica della Persia e dell’Asia Centrale (Herakles, N°5, rivista monografica on line [programmato per la seconda metà del 2.017], Digibu.net).
25 J.Fontenrose, Python. A Study of Delphic Myth and Its Origins- Calif.Univ., Berkeley-L.Angeles 1959, Cap.XI, p.296.
26 M. & J. Stutley, Dizionario dell’induismo- Ubaldini, Roma 1980 (ed.or. A Dictionary of Hinduism- Routledge & Kegan P., Londra 1977), s.v.PRAJĀPATI, p.334, col.b.
27 A.Morelli, Dei e miti. Enciclopedia di mitologia universale- Eli, Torino 19?? (dat. n.cit.), p.417/ col.b. 28 Mor., op.cit., p.416/ col.b.
28 Mor., op.cit., p.416/ col.b.
29 Ev., op.cit., Cap.3, p.237. Evola associa la Terra od Isola Verde al norrenico Ginnungagap, inteso dai germanisti – ad es. il Turville-Petre – quale “vuoto carico di potenza e forza magica”. Quando pensavamo ormai che l’autore avesse frainteso il concetto, ci siamo accorti che altri (il De Santillana) l’interpretava come spazio celeste fra i due tropici. Ciò senza dubbio dà ragione, sia pur indirettamente, allo scrittore siciliano; poiché si tratta a ragion veduta, secondo la Gylf.- 5, del passaggio da una terra circumpolare “incrostata di strati di ghiaccio e di brina” (Niflheimr) ad una subtropicale “bagnata dalla pioggerella e battuta dal vento”, oltre la quale era posta una regione illuminata dalle scintille e dai bagliori del Muspell“ (il Sud). Cfr. anche Ev., art.cit., p.9. In questo caso l’autore si limita a parlare, però, di ‘terra sacra posta ad Occidente’. Da notare che l’Edda (i. 5-6) riconosce ad Ymir, il primo gigante del ghiaccio (androgine, secondo il TurvillePetre, ed omologo dello Yama/ Yima indoiranico), la primogenitura.
Fig.3- Gayumart, primo re umano ed equivalente airya di Yima nei panni di uomo-dio, sulle innevate Montagne Paradisiache allorché in un clima uniforme il leone viveva in pace colla gazzella (miniatura persiana del XIV sec., Lib.Gall. d’Arte, Washington, B.Gray, 1977)
Il testo di Snorri si chiede, perciò, dove sia vissuto Ymir e di cosa si sia nutrito. La risposta è sibillina e, a nostro parere, non è stata compresa da nessuno specialista. In quanto è scritto che, non appena la brina gocciolò, si formò una vacca di nome Audhumla e dalle sue mammelle scorrevano 4 fiumi di latte che nutrirono Ymir. I ‘Quattro Fiumi’ sono, naturalmente, quelli del Paradiso Terrestre e cioè le 4 Direzioni. Essendo l’animale in questione una tipica Vacca dell’Abbondanza, è lecito intenderla alla maniera indiana (cfr. con Surabhi) quale ‘Terra d’Abbondanza’; in senso spirituale, ovviamente, anziché materiale. Dalla nacque Búri e da questi Borr, che generò con Bestla la terna numinosa Odhinn, Vili e Vé. In altre parole da una Grande Dea (lo Zero Metafisico) è provenuto un Dio Unico (Creatore del Mondo), donde son derivate dapprima una Diade (nonché una Triade contando il nume precedente) ed infine una Trimorfia (Odino coi suoi due fratelli). Di seguito il poema (ibid., 7) chiarisce che Ymir fu ucciso dai figli di Borr, insomma da Odino & C., e nel diluvio di sangue che ne era conseguito erano morti tutti i Giganti del Gelo. Tranne uno, Bergelmir, salvatosi tramite un ludhr (‘imbarcazione’). Ciò mostra che al I Ciclo dell’Uomo-dio, alla maniera dello Yima iranico, subentra direttamente il culto di Odhinn/ Wodan (corrispettivo del scr. Vâta/ Vâyu, ir. Vayu, secondo gli studiosi); che in India non meno di Varuṇ a regge il II Ciclo, precisamente del Nordovest.
Fig.4- Varuņa, la divinità uranica venerata dall’Uomo – effigiato dallo Haŗńsa – nel II Ciclo Avatarico (altorilievo indiano d’epoca medievale, on line)
Piú avanti (ib., 8 -9) si afferma che i figli di Borr (le genti boreali) portarono Ymir (il seme umano) nel mezzo di Ginnungagap (cioè nel mezzo della zona tropicale), e colà individuarono i 4 Pilastri del Cielo ponendo 4 Nani a sorreggerli. Diedero un posto a tutti gli astri, alcuni fissi in cielo; ad altri che vagavano liberamente diedero una rotta da percorrere e in tal modo, secondo quanto attestano le piú antiche conoscenze, cominciarono la divisione dei giorni ed i calcoli annuali. Il punto di vista descritto nell’Edda, si noti, è divino, non umano. Ragion per cui, da ciò che rimaneva della prima razza umana (i Giganti del Gelo) è stata foggiata una nuova razza (i Giganti della Mon- tagna) ed il luogo ove abitavano è stato chiamato Midhgardhr (‘Giardino di Mezzo’); denominazione che non rimanda alla Terra Artica, bensí ad una terra subtropicale, abitata dalla coppia archetipica Askr ed Embla (sorta di Adamo ed Eva). Dal fatto che il nome maschile significa ‘Frassino’ qualcuno potrebbe dedurre che non poteva trattarsi in alcun modo d’una zona subtropicale. Però lo stesso dovrebbe dirsi allora della coppia biblica, visto che il frutto proibito del ‘Giardino’ (notare il termine) è in quel caso un melo od un fico, ovvero un albero mediterraneo; invece sappiamo che, al di là della leggenda ebraico-semitica, il riferimento cosmografico probabile è ad un’ecumene della zona caraibica ossia alla mitica Atlantide. Sebbene, per sovrapposizione dei due temi, la leggenda archetipica valga pure per la Terra Iperborea. Il corrispondente celeste del Midhgardhr è l’Ásgardhr (‘Giardino degli Ass’), per il quale valgono le medesime doppie prerogative. Essendo il riferimento concreto della “fortezza nel mezzo del mondo” – denominata guardacaso ‘Troia’ – ad una terra paradisiaca occidentale e non polare, è chiaro che i Dodici Asi sui quali svetta Odino (antico nume atmosferico trasposto in funzione d’un deus-pater di tipo olimpico) sono il prodotto d’una cultura oltremodo elaborata e non certo primordiale. Nonostante Snorri confusamente attribuisca al Gladhsheimr (‘Dimora di Gioia’) una ‘età dorata’’, è palese che non può trattarsi dell’Età Aurea greco-latina, poiché il tempio coi dodici troni ed un tredicesimo piú alto scranno menzionato in Gylf., 14 è un modello divino appartenente alle zone tropicali del nostro emisfero e alle culture eroiche, di per sé avanzate. La provenienza dall’Asia Minore degli Asi conferma che abbiamo a che fare, in questo caso, con numi di carattere iafetico. Mentre, per quel che concerne i Vani, crediamo che il Vanaheimr evidenzî la loro natura in qualche modo ‘titano-argentea’. Essi sono, a nostro parere, i tipici numi boschivi di tipo ugro-finnico od uraloaltaico, a loro volta derivati dai piú primitivi genî della foresta paleo-siberiani. Sebbene il loro nome rimandi ai Vanara indiani, i compagni di Hanumat, facente da luogotenente a Râmacandra (il secondo Lamek biblico alias Seth); il che significa che potrebbero anche loro avere un’origine atlantica al pari degli Asi, coi quali potrebbero aver coesistito quali deità piú primitive fin dai tempi della presenza degli Arî sul suolo nordamericano.
30 J.Milton, Il Paradiso Perduto- Bietti, Milano-Roma 1979, L.X, p.411-3, vv. 796- 878. Il passo è stato meritoriamente segnalato pur senza precisa citazione del capitolo e dei versi in A.Bonifacio, Il mito polare. Iperborea, la civiltà sepolta tra i ghiacci- Archeologia proibita, (N°22, Nov.-Dic. ’05), Mondo ignoto srl, Roma 2005, Intr., 14.
31 Li-tze- v. Vedi, in proposito, Ev., op.cit., p.235.
32 La menzione dell’ubicazione di codesta “isola settentrionale, non bene nota agli antichi medesimi, a sei giorni di viaggio a nord delle isole Orcadi, dagli scrittori seriori presa ora per la costa della Norvegia, ora per l’Islanda, e piú verosimilmente per l’isola di Mainland, la maggiore delle Shetland (F.Calonghi, Dizionario Latino-Italiano- Rosenberg & Seller, Torino 1950, III ed. riv., s.v.THULE, p.2.741) testimonia che era possibile raggiungerla per mare molto tempo addietro; cosa che, non essendo possibile per la vera Tule sprofondata nell’Oceano Artico circa 60.000 anni fa, ci spinge all’identificazione di essa con l’Ultima Tule e non colla Tule Iperborea. Oltretutto la nozione , che anche gli autori latini trassero dal grande navigatore del IV sec. a.C. Pitea di Massaglia ovvero l’odierna Marsiglia, tramite Strabone (L. G. De Anna, Thule. Le fonti e le tradizioni-Il Cerchio, Rimini 1998, Cap.I, §2, pp. 11-2), non esclude – anzi rende probabile, data la distanza minore fra le due coste in ambiente molto settentrionale – che il punto di sbarco in mancanza d’un preciso orientamento potesse essere dall’altra parte dell’Atlantico. Un’ulteriore probabilità che Pitea ebbe a che fare con una terra tipo la Groenlandia, è dimostrato dalla citazione di Plinio (ibid., p.12) che dopo quell’isola cominciava l’oceano congelato. Quindi non poteva essere per nessuna regione l’Artide, che viceversa iniziava da là in poi. Scrive in proposito il De Anna, noto filologo ugrofinnico, il quale ci pare propenda – forse a ragione – per l’Islanda: «La via del ritorno, secondo autorevoli studiosi, dovette toccare le isole Färöer, le Orcadi, l’Irlanda, …la Manica e la Danimarca.» Ciò spiegherebbe l’analogo tragitto verso la Groenlandia, usando l’Islanda come meta intermedia del viaggio, da parte vichinga e la testimonianza raccolta dai Goti e menzionata da Evola d’una terra verde ancora all’inizio del Medioevo. In effetti, studî recenti hanno dimostrato la presenza di vegetazione e di batteri in terre assai settentrionali all’inizio del II mill. a.C. Anche il De Anna (ib., §4, p.24) finisce per distinguere la Terra degl’Iperborei da “una terra nel nord dell’Eurasia”, che definiremmo puranicamente ‘Terra del Nordest Asiatico’, fungente da passaggio interposto verso una triplice direzione: dapprima col popolamento dell’Oceania (III e IV Ciclo Avatarico) e, successivamente, con quello dell’Australia nonché dell’Indonesia (V Ciclo); in seguito collo stanziamento nell’Eurasia (Siberia Meridionale, Asia Centrale, Cina, Sudest Asiatico ovvero in parallelo Persia, India, Africa nonché Vicino Oriente, Grecia ed Europa) durante il VI Ciclo ed, infine, coll’insediamento in America (Atlantide Meridionale od Antartica, Atlantide Centrale o Andinocaraibica ed Atlantide Settentrionale od Iperborea), nel corso vicendevolmente del VII, VIII e IX Ciclo. Circa quest’ultima colonizzazione è chiaro che il flusso di popolazione e di cultura non può che essersi spinto da nord verso sud, ma è avvenuto senza dubbio il contrario ciclicamente dal punto di vista avatarico. Anche per via d’un perpendicolare popolamento forse durante il VII Ciclo Avatarico, ignorato dall’antropologia moderna ma non ignoto a quella tradizionale ebraica (vedi conflitto fra Cainiti e Sethiti in uno stesso ambito geografico), venuto dalla zona austronesiana per via antarto-sudafricana.
33 Vedi n.prec. Ciò è provato anche nel caso della Terra Verde (l’Atlantide Iperborea, insomma probabilmente la Groenlandia), dato che nella dottrina ebraica apocrifa è tramandato che Seth cercò di raggiungere il Paradiso Terrestre – s’intende il ‘Giardino’ del primo Adamo, vale a dire l’Iperboride ormai sprofondata – ma non lo trovò. Segno che, come in questo caso concorda anche la scienza moderna, il popolamento dell’America proveniva dalla Siberia Orientale attraverso la Beringia (un tempo non ancora sommersa). E che, fin d’allora, la Terra del Primo Uomo – sia questi l’Adamo biblico o lo YamaYima vedico-avestico – non era piú visibile. Può darsi che tale ricordo interferisca con un altro successivo, d’analoga portata, poiché anche nell’America precolombiana si parla di simili tentativi volti a riscoprire la terra originaria di provenienza di quelle popolazioni. Sempre che non alludessero a terre intermedie, il che è sempre possibile.
34 L.B.G. Tilak, The Arctic Home in the Vedas…- Messrs Tilak Bros, Poona 1971 (I ed. 1903), Cap.XI, p.295.
35 Nonostante lo stanziamento degli Arî nelle regioni centro-asiatiche (Battriana e dintorni) sia un fatto ormai acquisito, essendo stato dimostrato a livello archeologico, non è stato trovato alcun riscontro d’una improbabile discesa da nord; ciò spiega indirettamente perché mai proprio in tale ambito si sia creato quel secolare conflitto fra Iranici – potremmo dire Iranarî, cioè Arî tout court – e Turi testimoniato tardivamente nella letteratura neopersiana. Quindi, perché non tornare alle fonti bibliche? E poi, lasciando perdere l’indo-europeismo di maniera (che essendo basato su pregiudizî coloniali ottocenteschi non è per nulla “tradizionale”, anche se vi hanno messo il becco molti illustri massoni come il Dumézil), non sarebbe meglio intendere la spinta aria verso l’Asia Centrale come il naturale atteggiamento nomade – attestato nella Bibbia – da parte del ceppo iafetico a differenza di quello semitico o camitico?
36 Tale distinzione è d’origine gitana. Cfr. n.16.
37 Diversamente dall’Europa l’Asia comprende altre grandi etnie, oltre all’etnia aria e a quella uralo-altaica. E cioè i Paleoasiatici all’Estremo Nord, gli Austronesiani nel Sudovest; in quanto ai Semiti ed ai Camiti, tali ceppi hanno occupato nell’insieme l’area vicino-orientale e medio-orientale, nonché – ibridandosi coi gruppi paleonegritici – parte della fascia costiera del’Africa Orientale
38 G.Acerbi, Uttara Kuru, il Paradiso Boreale nella cosmografia e nell’arte indiana- Alle pendici del Monte Meru (blog, 8- 06-13), sgg.
39 Til., op.cit., p.317. Un’abitudine che, purtroppo, si riscontra in qualche altra occasione. Vide supra. Ma non per questo l’autore va troppo criticato, essendo evidente la volontà d’offrire al lettore una visione non convenzionale della Smṛ ti hindu.
40 Il Dizionario M. Monier-Williams di Sanscrito-Inglese, edito nel 1899 ad Oxford dalla Clarendon P. e ripubblicato nel 1981 dalla Munshiram M., alla voce pralaya offre questi significati: “dissoluzione, distruzione, morte” oppure “la nuvola che provoca la dissoluzione”; ma non menziona la voce prâleya, a differenza del Diz. IngleseSanscrito di V.S. Apte, che la riporta invece sotto snow in alternativa ad altre piú correnti. Evidente dunque che il diluvio in questione era etimologicamente legato agli effetti glaciali, come per l’appunto spiegava Tilak. Se pensiamo al Diluvio Atlantideo le cose stanno cosí, poiché si è avuta dapprima l’inondazione che ha fatto sprofondare l’ecumene caraibico-andina (in altre parole, l’Atlantide tramandata dagli Egizî secondo Solone) e circa 1.500 anni dopo la glaciazione dell’ignota terra donde provengono gli Arî, a causa dello spostamento verso le coste nordeuropee della calda Corrente del Golfo, un tempo deviata verso il Nord-America dall’ecumene medesima. Tale deviazione ha provocato lo scongelamento del Nord-Europa e la fine della glaciazione europea, mentre il NordAmerica si è congelato. Questi due cataclismi, che nella memoria ellenica sono andati sovrapponendosi (per questo Platone ha posticipato la data del Diluvio dell’Atlantide di oltre un millennio), nulla hanno a che fare comunque col Diluvio – inondazione e non congelamento – che ha posto fine alla Terra Iperborea. Va precisato a scanso d’equivoci che, diversamente da come si supponeva nell’Ottocento, le glaciazioni sono un effetto e non una causa dei cataclismi, essendo questi provocati dagli spostamenti dell’asse terrestre. O secondo altri, da fenomeni di dislocazione della crosta
41 Guénon lo ha confuso con quello che porta a termine il VI Manvantara, per via dell’identificazione del Mahâmatsya collo Çvetavarâha; identificazione che, per quanto compaia a volte nei testi, non coincide colla normale interpretazione sia del Matsya che del Varâha Avatâra.
42 Cfr. la doppia valenza presso i Britanni dell’Isola di Avallon, ora collocata a nord ed ora ad ovest. Una terza valenza – più recente – identificava Avallon alla Terra di Britannia relativamente all’inizio dell’Età del Ferro, quella che i celti irlandesi chiamavano ‘Età di Mile’.
43 H.Mriga (pseud.), Il Capricorno nel Bene e nel Male. La simbologia solstiziale dei ‘Tre Figli’ di Adamo, con un indagine sull’origine dei culti demonici in rapporto al Cainismo, all’Abelismo e al Sethismo- Nel nido del Simorgh, (blog, 10-02-15); Id., Il viaggio degli Adamiti all’emisfero australe- Nel nido del Simorgh, Ago.-Dic. 2015 (in 4 Parti).
44 Nel Vecchio Testamento Abele viene ucciso dal fratello “meno robusto” (R.Patai) per questioni territoriali e non possiede discendenti, ma quest’ultima affermazione appare un assurdo sul piano storico-religioso. La cosa si spiega col fatto che il mitologema, come insegna qualche vecchio professore (J.A. Soggin, Introduzione all’Antico Testamento- Paideia, Brescia 1979, P.sec. passim), non sia di derivazione ebraica. In altre parole la tradizione sethita, da cui discende quella giudaico-cristiana, non ha mai conosciuto gli Abeliti. Tanto è vero che fa discendere il primo Lamek (il vendicatore involontario di Abele, equivalente a nostro parere al primo Râma hindu) dalla progenie cainita, ma codesta discendenza non regge, sebbene anche la tradizione indiana accenni all’ibridazione dei due ceppi. Ad ogni modo In India la storia è narrata diversamente, quantunque a grandi linee le due tematiche corrispondano. Vale a dire il ‘possente e santo’ asceta Jamadagni – lett. ‘il fuoco-che consuma’, dal vr. jam (‘andare; mangiare, consumare’) – ossia il corrispettivo di Abele, di discendenza bhârgava e padre di Paraçu-râma, viene ucciso dagli eredi di Vâmana (Caino); e cioè da un ministro del re Kârtavîrya, sovrano degli Hahaya. Dopodiché Râma vendica il padre, facendo strage di essi per 21 volte. Vâmana costituisce ovviamente la vishnuizzazione a posteriori di Vâmadeva, uno dei 5 volti di Çiva. Si potrebbe tracciare un parallelo fra Vâmana, Kârtavîrya e l’altezzoso kshatriya Pṛ thu, fondatore della prima orticoltura e consorte della Terra (Pṛ thivî) secondo il M.Dh.Ç.- ix. 43. Tutti e tre questi personaggî possono esser riportati ai varî lati del Caino biblico: Vâmana al suo versante shivaico, che gli attribuisce un corno sulla fronte alla maniera di Ŗşya- çŗńga, facendone negli Apocrifi del V.T. il campione della penitenza e della meditazione; Kârtavîrya alla sua propensione guerriera, benché nella storia indiana si abbia una vera e propria guerra causata dal ratto d’una vacca col sacro vitello (figlio di Suçîlâ, sorella di Surabhi, la vacca-dell’abbondanza emersa dal Rimestamento dell’Oceano di Latte ma poi messa a dimorare sul Meru e precisamente nel Goloka) anziché una semplice aggressione al fratello per motivi di gelosia rituale; Pŗthu richiama per contro il suo aspetto di ‘Primo Orticoltore’, benché un lato orticolo appartenga pure ai vâmana, i nani facenti da termini dei terreni similmente a quelli dei nostri giardini. Pŗthu a sua volta richiama alla mente Προĩτος, prozio di Περσεύς. In base a quanto attestato da certuno (Font., op.cit., p.292), il gemellodoppione di Acrisio – annientato involontariamente da Perseo, come Caino da Lamek – secondo Ovidio è stato ucciso da Perseo; secondo altri, però, Preto è stato poi vendicato dal figlio Megapente. Risulta evidente quindi che la vera ragione del conflitto fra i Bhârgava e gli Hahaya dipendeva dal dominio d’un dato territorio fertile del Deccan (la Vacca) e da un altro evidentemente adiacente (il Vitello), che sicuramente gli uni volevano devolvere alla pastorizia e gli altri all’orticoltura (raccolta di tuberi ecc.). Oltre al fatto che i primi avevano una mentalità sacerdotale e gli altri, per contro, una mentalità aristocratica. Onde ci accorgiamo, in fin dei conti, che la leggenda di Caino e Abele riassume approssimativamente bene – sia pur parteggiando per un’economia pastorale, quale era propria degli Ebrei, ma d’origine sethita e non abelita – sia le motivazioni dello scontro che l’esito finale del medesimo.
45 L’Uomo in senso adamitico, dal 62.400 a.C. al 2.000 d.C., appartiene secondo la cosmologia hindu al VII Manvantara. Coloro che sono nati dopo il 3 Maggio 2.000, cioè nell’Anno Zero della Nuova Era, sono invece già da annoverare fra gli esseri aurei dell’VIII Manvantara.
46 La leggenda evaica palesa cosmograficamente tramite il mito della ‘Costola’, chiaramente d’origine indiana (in Iran non è reperibile, perciò non può esser di matrice indo-aria), dei trascorsi oceaniani in un oceano non ancora costellato d’isole come il Pacifico attuale. Vedi mitologema della ‘Pesca delle Isole’. La leggenda del ‘Peccato Originale’ trovasi invece tanto in Iran nella forma del ‘Peccato (d’orgoglio) di Yima, che si credeva Dio ma si è poi trasformato in Ahriman (Aŋgra Mainyu), quanto in India sebbene in forma meno evidente. Quivi Yama da ‘Primo Uomo’ muta in ‘Primo Morto’. Anche Adamo nel giudeo-cristianesimo assume una valenza doppia, di tal genere: vedi Teschio di Adamo.
47 È, piú o meno, la Lemuria ipotizzata dagli scienziati.
48 Vide n.43.
49 Vide n.38.
50 In Epoca Moderna, cioè dal Cinquecento sino al Settecento, trionfava il panbiblismo: il mondo veniva suddiviso in Iafezia (l’Europa), Semia (l’Asia) e Camia (l’Africa). Reagendo contro questo esagerato fideismo nelle Scritture, l’Indoeuropeismo a partire dall’Ottocento sino ad oggi ha creato un mostro, gl’Indoeuropei, dapprima concepiti su base linguistica e poi sempre piú su base etnolinguistica. Vi è in particolare un autore, G.Dumézil, che ha cercato d’inglobare ogni elemento culturale di valore nell’ottica indo-europeista, assommando persino popolazioni e culture come quella scitica che col ceppo iafetico – preventivamente cancellato dalla storia – hanno in realtà a che fare solo per metà. Preso dall’entusiasmo della scoperta del trifunzionalismo, Il Dumézil lo ha adattato ai tempi proto-storici, pur essendo il prodotto di concezioni preneolitiche; e, attraverso comparazioni varie col mondo indiano ed il mondo germanico (meno quello celtico, poco adatto alla mentalità giuridica dell’autore), ha cercato di rivoltare le cose in fatto di ciclicità temporale accusando di primitivismo chi la pensava in maniera tradizionale. In questo modo, il dio eroico Giove è divenuto il dio degl’Indoeuropei per eccellenza e Giano è stato ridotto ad un alter-ego di Quirino, la primazialità agli occhi di Dumézil apparendo pura fantasia mitica che doveva cedere il passo alla superiorità della supremazia divina. Naturalmente tutti gli storici delle religioni sanno cosa sia un deus otiosus di tipo uranico e come siano subentrate a tal tipo di divinità altre maggiormente funzionali, ma in genere non negano – almeno sul piano mitico – la relazione delle prime coll’Età Aurea. Per Dumézil non era mai esistita invece alcuna età dell’oro, fatto che ha influenzato negativamente le concezioni di certi altri massoni dopo di lui.
51 E persino l’Africa, ma questo è argomento troppo difficile da affrontare per il momento e soprattutto in questa sede.
52 Ciò non è compito nostro, dal momento che l’iscrizione alla Scuola di Perfezionamento in Archeologia di Torino ci è stata a suo tempo negata, non avendo ancora una laurea in Lettere; laurea che abbiamo invero tentato di ottenere, ma quando mancavano ancora 7 esami, siamo stati costretti per motivi personali a lasciarli perdere pur avendoli in gran parte pronti.
53 Per ulteriori dettaglî riguardo lo schema degli spostamenti cfr. Ac., op.cit., Cap.II, §§ a-d sgg.
54 Evola aveva comunque intuito in una pagina di Rivolta (op.cit., p.236), ma personalmente non sappiamo di preciso se l’intuizione ricorreva già nella prima ediz. del 1934 oppure no, che la provenienza del doppio flusso di orde umane da una zona subartica era piú o meno la stessa e risultava successiva a quella proveniente dallo Çvetadvîpa; per questo rifacendosi al Rönnow distingueva da esso lo Çâkadvîpa, che è probabilmente il nome giusto da dare all’ecumene (scr. dvîpa) successivo, l’Ecumene Nordorientale.
55 Font., op.cit., pp. 296 e 303.
56 Ev., op.cit., p.235.
57 Gli Apocrifi del V.Testamento, ad es. Il Libro dei Giubilei, offrono una visione maggiormente dettagliata degli avvenimenti e prossima ad un’interpretazione esoterica considerando il termine medesimo con cui li si designa
58 Herman Wirth, da non confondere col piú noto esoterista francese omonimo – di nome Oswald – autore nel 1924 di Le Tarot des imagiers du Moyen Age (ristampata a Parigi nel ’66 ed uscita nel 1973 per le Mediterranee col titolo I Tarocchi a c. di G. de Turris & S.Fusco), ha scritto un’opera memorabile: Der Aufgang der Menschheit, di cui purtroppo a tutt’oggi non ci pare esista traduzione italiana. Rimangono unicamente una Nota Critica di presentazione da parte di J.Evola su ‘Bilychnis’ (A.XX, N°1, Gen.-Feb. 1931) ed una parte del Secondo Capitolo intitolata La patria primitiva della razza nordica nella trad. dall’originale da parte del prof. P.Castruccio. Oltre agl’interessanti Cenni Bio-bibliografici a c. di M.Eemans & R. del Ponte. Il tutto nel numero speciale di ‘Arthos’ cit. alla 1. Le nostrane Edizioni del Veltro hanno pubblicato un saggio, da parte d’un autore di cui al momento ci sfugge il nome, teso a dimostrare le influenze culturali del Wirth su Evola.
59 Avevamo sfruttato il dato nel nostro Uttara Kuru (vide supra), senza però trarne tutte le conclusioni dovute in merito. In pratica, senza ipotizzare il flusso turano dalla Siberia Orientale.
60 Vide n.12.
61 A seconda che si utilizzi lo schema quinario, o denario, si può suddividere il Manvantara in 5 o 10 grandi cicli. Il primo schema è di carattere elementale, il secondo corrisponde ai periodi avatarici. Se usiamo il primo schema ci accorgiamo che anche il Ciclo Nord-orientale appartiene al Ciclo Iperboreo (quintessenziale), onde di massima possiamo considerare gli altri quattro in relazione agli sviluppi successivi di questo attorno ai 4 Punti Cardinali, abbinati ai 4 Elementi. Non si tratta d’una cosmografia veritiera sul piano geografico, bensí astratta, la configurazione reale sul piano concreto essendo rappresentata da quelle specifiche dei 10 Cicli Avatarici.
Fig.7- Pers-eú-s, il titano greco elevato fra le stelle e corrispettivo dell’indiano Par(a)ç-urâma, nonché del biblico Lamek, ossequiato durante il VI Ciclo Avatarico (G.Mercator, 1.551; coll. di mappe celesti, Harvard)
62 È una definizione dolivetiana, imperniata sul fatto che in inglese Ram significava ‘Ariete’; concetto cui non era estranea nell’ottica semi-occultistica dell’autore la dottrina dei Lama tibetani, intesi quali rappresentati in campo storico d’una dottrina asiatico-centrale che si perdeva nella notte dei tempi, rifacendosi agli antichi insegnamenti di Râma. Secondo Fabret d’Olivet la cultura ramaita aveva profondamente influenzato quella celtica, ciò dimostrando che il flusso turano aveva toccato preistoricamente l’intera Europa, oltreché l’Asia e l’Africa.
L’età dell’oro è un tema mitico presente in diverse culture, tra cui quella indiana antica. Nel settimo e ultimo libro del Rāmāyaṇa, l’Uttarakāṇḍa, ne compare una versione piuttosto eccentrica e marginale rispetto a quelle ampiamente documentate dal Mahābhārata e dai Purāṇa.
Gli Indiani dividevano il mondo in quattro Yuga ‘ère’ (Satya o Kr̥ta, Tretā, Dvāpara e Kali), corrispondenti alle quattro età esiodee dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro: il loro nome sanscrito ha origine dal gioco dei dadi e indica tiri di valore progressivamente inferiore[1]. Nel Mahābhārata la catastrofica battaglia di Kurukṣetra segna la fine dello Dvāpara Yuga; per questo, come ha scritto Georges Dumézil, il poema indiano è, fra le altre cose, la “trasposizione epica di una crisi escatologica”. Gli studi del comparatista francese, che trae molto materiale dallo svedese Stig Wikander, hanno permesso di rinvenire centinaia di corrispondenze fra le escatologie indiana, iranica e scandinava e di individuare quindi le tracce di un’epica preistoria, continuata in alcuni rami indoeuropei con adattamenti che la resero aderente alle realtà delle singole tradizioni culturali. L’argomentazione del Dumézil, nel primo volume di Mito ed Epopea[2], si fa particolarmente convincente quando egli dimostra l’insufficienza di un approccio non ereditario alla mitologia germanica, per la quale il ciclo cosmico termina con il Ragnarǫk. Scrive lo studioso:
“Da mezzo secolo i critici sono inclini ad attribuirla [l’escatologia scandinava] ad un prestito: o all’Occidente cristiano o, attraverso il Caucaso, all’Iran … Questo dibattito[3] è d’altronde collegato a quello che riguarda Loki, per i cui atti demoniaci si è anche ricercato un prestito dal cristianesimo e dall’Iran, senza maggior successo … Guardando senza pregiudizi la mitologia dell’Edda, la tragedia di Baldr e … il «destino degli dèi» vi svolgono un ruolo così grande che non è immaginabile che vi siano stati aggiunti nel momento in cui stava per sparire la vecchia religione”.
Inserito nel quadro duméziliano l’episodio che ora esamineremo sarà da attribuire con buona probabilità a una mitologia (almeno) protoindoeuropea. Precisiamo che non si tratta di una attribuzione “generica” basata su somiglianze contenutistiche, ma della ricostruzione di un modulo narrativo scandito da uno stile, una sintassi e un lessico comuni alle varie tradizioni monoglottiche.
Il settimo libro del Rāmāyaṇa, concordemente ritenuto spurio e tardo, contiene in realtà echi di epica antica, come nel brano seguente[4]
Adhyāya 75
a tathoktavati rāme tu bharate ca mahātmani
c lakṣmaṇo ’pi śubhaṃ vākyam uvāca raghunandanam //1//
a aśvamedho mahāyajñaḥ pāvanaḥ sarvapāpmanām
c pāvanas tava durdharṣo rocatāṃ kratupuṃgavaḥ //2//
a śrūyate hi purāvr̥ttaṃ vāsave sumahātmani
c brahmahatyāvr̥taḥ śakro hayamedhena pāvitaḥ //3//
a purā kila mahābāho devāsurasamāgame
c vr̥tro nāma mahān āsīd daiteyo lokasaṃmataḥ //4//
a vistīrṇā yojanaśatam ucchritas triguṇaṃ tataḥ
c anurāgeṇa lokāṃs trīn snehāt paśyati sarvataḥ //5//
a dharmajñaś ca kr̥tajñaś ca buddhyā ca pariniṣṭhitaḥ
c śaśāsa pr̥thivīṃ sarvāṃ dharmeṇa susamāhitaḥ //6//
a tasmin praśāsati tadā sarvakāmadughā mahī
c rasavanti prasūtāni mūlāni ca phalāni ca //7//
a akr̥ṣṭapacyā pr̥thivī susaṃpannā mahātmanaḥ
c sa rājyaṃ tādr̥śaṃ bhuṅkte sphītam adbhutadarśanam //8//
‘Dopo che la conversazione fra Rāma e Bhārata magnanimo ebbe termine,
Lakṣmaṇa rivolse spedita parola a colui che accresce la felicità dei Raghu[5]:
«L’Aśvamedha è il grande sacrificio che purifica tutti i mali;
quale infallibile mezzo di purificazione possa risplendere per te il toro del rito[6]!
È detta una storia antica su Vāsava magnanimo,
che Śakra (Indra), colpevole di aver ucciso un brahmano, fu purificato dal sacrificio del cavallo.
O guerriero dalle lunghe braccia, nei tempi antichi, quando Deva e Asura erano uniti,
viveva un grande Daitya di nome Vr̥tra, universalmente onorato.
Era ampio cento yojana e alto tre volte tanto.
Con devozione e affetto guardava i tre mondi in ogni parte.
Conoscitore del dharma, conoscitore del giusto[7] e sorretto dalla sapienza
governava la terra intera con senso della giustizia.
Mentre era lui a governare, allora la terra generava tutto ciò che si voleva:
prodotti succosi, frutti e radici.
La terra, fortunata per essere governata da quel magnanimo, portava a maturazione [i frutti] senza essere arata;
egli godeva di un tal regno, prospero straordinario a vedersi»’.
Lakṣmaṇa sta raccontando a Rāma gli antefatti del ‘brahmanicidio’ (brahmahatyā, v. 3), ovvero l’uccisione di Vr̥tra. Con essa viene sancita la fine di un’età meravigliosa, ma destinata a concludersi: l’eccessiva austerità del ‘grande Daitya’, infatti, provocando paura negli dèi, induce Indra all’omicidio, che egli riuscirà a perpetrare solo dopo aver ricevuto un accrescimento di forza da Viṣṇu.
Questa versione del mito non suona affatto nuova, poiché, già a partire dal vedismo tardo, Vr̥tra non appare più come il mostro serpentiforme e terribile del R̥gveda, bensì come un pio sacerdote; perciò Indra, eliminandolo, commette una colpa gravissima, che deve essere espiata con riti opportuni. Il prevalere dell’ideologia brahmanica su quella guerriera ha fatto mutare radicalmente lo scenario della vicenda rispetto alla letteratura più antica.
Tuttavia, a ben vedere, già nel R̥gveda si diceva che Indra, dopo aver colpito Vr̥tra, fuggiva in preda alla paura di una vendetta (I,32,14). Per spiegare la stranezza di tale elemento in un’opera che di norma esalta e celebra più volte l’uccisione del serpente come fatto cosmogonico, il Sani ha ipotizzato uno schema molto convincente secondo il quale Indra ha paura e fugge perché Vr̥tra sarebbe suo padre[8]. Accenni al parricidio sono contenuti in RV IV,18, allorché si dice (str. 12):
kás te mātáraṃ vidhávām acakrac chayúṃ kás tvā́m ajighāṃsac cárantam/
kas te devó ádhi mārḍīká āsīd yát prā́kṣiṇāḥ pitáram pādagŕ̥hya//
‘Chi ha reso vedova tua madre? Chi ti volle colpire mentre stavi fermo e ti muovevi?
Quale dio ti aiutò quando uccidesti il padre afferrandolo per i piedi?’[9].
Sappiamo ancora, dalla strofe immediatamente precedente, che Indra aveva chiesto l’aiuto di Viṣṇu perché lo aiutasse a colpire Vr̥tra (str. 11):
utá mātā́ mahiṣám ánv avenad amī́ tvā jahati putra devā́ḥ
‘E la madre si rivolse al bufalo: Figlio, questi dèi ti lasciano solo!
Allora disse Indra, mentre stava per colpire Vr̥tra: O amico Viṣṇu, avanza per uno spazio più ampio!’.
Se ne deduce che il padre di Indra è Vr̥tra stesso ed è interessante notare che anche qui, come nell’Uttarakāṇḍa, sia Viṣṇu a fornire un aiuto decisivo per il compimento del misfatto. Interpretato in questa chiave, l’episodio si inserisce allora tra i grandi miti di successione, come quelli di “Urano-Crono-Zeus” nella mitologia greca e “Anu-Kumarbi-Dio della tempesta” nei testi ittiti. Confortano tale ipotesi anche alcune analogie sussistenti tra Vr̥tra e Varuṇa, il dio che Indra spodesta tirando dalla sua parte Agni (secondo il famoso inno del “tradimento” RV X,124). I tratti di Varuṇa appartengono a quelli di una divinità propriamente titanica, un antico dio celeste annientato dal figlio, suo giovane e rampante rivale assetato di potere: Vr̥tra e Varuṇa condividono perciò alcune caratteristiche e anche l’etimologia dei due nomi può provenire dalla stessa radice, come vedremo in séguito[10].
Ma torniamo al passo del Rāmāyaṇa: qui Vr̥tra non è solo (come già sappiamo) un brahmano perfetto, campione di eccezionale austerità; egli è addirittura presentato come il re dell’età dell’oro. Tale particolare non risulta dal R̥gveda e si potrebbe perciò ritenere un inserimento recente, ma, a ben vedere, esso non ha nulla di rielaborato e posticcio e fornisce anzi un tassello importante per completare il mitologema di successione: se Vr̥tra è il padre di Indra, allora deve essere anche il re dell’età dell’oro. Così risulta infatti dalle varie mitologie che trattano il tema. Per Esiodo l’età dell’oro (o, più precisamente, la ‘stirpe’ – γένος – aurea) si svolge sotto Crono, padre di Zeus (Opere e Giorni, v. 111 ss.):
οἳ μὲν ἐπὶ Κρόνου ἦσαν, ὅτ᾽ οὐρανῷ ἐμβασίλευεν:
ὥστε θεοὶ δ᾽ ἔζωον ἀκηδέα θυμὸν ἔχοντες
νόσφιν ἄτερ τε πόνων καὶ ὀιζύος …
‘Era l’epoca di Crono, quando egli regnava sul cielo.
[Gli uomini] vivevano come dèi, avendo il cuore privo di preoccupazioni,
liberi da fatiche e sventure …’.
Nella tradizione latina, magnificamente narrata da almeno quattro autori (Lucrezio, Virgilio, Tibullo e Ovidio)[11] e in buona parte autoctona, il ruolo di Crono è svolto da Saturno, in origine divinità pacifica dei campi e dei raccolti; cfr. Ovidio, Met. I,89 ss:
Aurea prima sata est aetas, quae vindice nullo,
sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat …
Mox etiam fruges tellus inarata ferebat …
Il dio propizia la giustizia e l’abbondanza e ciò ha riscontro, a livello linguistico, nello scoperto gioco paretimologico fra il suo nome e săta est‘fu seminata/ germinò’[12]. Quando però egli viene scacciato da Giove (I,113: Saturno tenebrosa in Tartara misso), subentra l’età argentea insieme con un lento peggioramento delle condizioni di vita per gli uomini.
Nella mitologia nordica l’età aurea coincide notoriamente con la ‘pace di Froði’, collocata sotto Augusto, al tempo della nascita di Cristo, per influsso degli autori latini penetrati grazie alla progressiva avanzata del Cristianesimo e della cultura classica nell’Europa settentrionale[13]. Così l’Edda in prosa, nell’antefatto al carme noto come Grǫttasngr, narra:
Skjǫldr átti þann son, er Friðleifr hét, er lǫndum réð eftir hann. Sonr Friðleifs hét Fróði. Hann tók konungdóm eftir fǫður sinn í þann tíð, er Ágústus keisari lagði frið of heim allan. Þá var Kristr borinn. En fyrir því at Fróði var allra konunga ríkastr á Norðlǫndum, þá var honum kendr friðrinn um alla danska tungu, ok kalla Norðmenn það Fróðafrið. Engi maðr grandaði ǫðrum, þótt hann hitti fyrir sér fǫðurbana eða bróðurbana lausan eða bundinn. Þá var ok engi þjófr eða ránsmaðr, svá at gullhringr einn lá á Jalangrsheiði lengi.
‘Skjǫldr aveva quel figlio che si chiamava Friðleifr, il quale regnò dopo di lui. Il figlio di Friðleifr si chiamava Fróði. Questi ereditò il regno dal padre all’epoca in cui l’imperatore Augusto impose la pace a tutto il mondo e in cui nacque Cristo. Ma poiché Fróði era il re più potente di tutte le terre del nord, la pace venne chiamata con il suo nome in tutte le lingue danesi e gli uomini del Nord la chiamarono dunque «Pace di Fróði». Nessun uomo nuoceva all’altro, anche se avesse incontrato l’assassino del proprio padre o fratello, sia libero sia imprigionato. Non c’erano ladri o briganti, tanto che un anello d’oro da tempo giaceva, intatto, sulla piana di Jalangr’.
La storicizzazione del mito non deve però trarre in inganno, secondo quanto il Dumézil stesso insegna: se pure i dotti locali adattarono la loro mitologia a quella grecolatina, creando punti di raccordo e armonie cronologiche, tracce di versioni indigene si trovano in testi fondanti della tradizione germanica, per esempio nella Vǫluspá, che apre l’Eddapoetica e che nulla ha di cristiano. Dopo la grande catastrofe in cui la terra sarà inghiottita e uomini e dèi soccomberanno fra stragi e discordie, si ricreeranno condizioni ideali e un nuovo ciclo comincerà (str. 62):
Munu ósánir akrar vaxa;
bǫls mun alls batna
mun Baldr koma;
búa Hǫðr ok Baldr
Hropts sigtoptir
vel valtívar,
vituð ér enn eða hvat?
‘I campi cresceranno inarati,
guarirà ogni male,
Baldr farà ritorno.
Hoðr e Baldr abiteranno
le vittoriose rovine di Hoptr,
felicità dei guerrieri.
Volete saperne ancora?’.
3.1 Mettendo insieme i particolari forniti dalle diverse tradizioni, notiamo due motivi ricorrenti: il trionfo della giustizia, sia essa rettamente esercitata da qualcuno o naturalmente presente fra gli uomini[14], e la produzione spontanea della terra. Entrambi cooccorrono nel passo sanscrito. Il secondo motivo, in particolare, è sintetizzabile con la formula ‘terra inarata’ (akr̥ṣṭapacyāpr̥thivī, tellus inarata, ósánirakrar). Tutti gli aggettivi sono determinanti del sostantivo ‘terra’/‘campi’ e mostrano lo stesso modulo formativo: il prefisso negativo *n̥- seguito da un participio in *-to-/-no– di un verbo che significa ‘arare’ o ‘seminare’.
Ovidio insiste molto sul concetto della ahiṃsā, che egli esprime anche con il sintagma rastroque intacta ‘non violata dal rastrello’ (Met. I,101). Il sanscrito, invece, che ha maggiori potenzialità composizionali, presenta una formazione arricchita da un terzo elemento, la radice pac- ‘cuocere’ (al medio ‘maturare’), e dunque, con strategia quasi polisintetica, condensa un intero periodo in una singola parola: i frutti maturano senza che il suolo venga arato. Dal punto di vista linguistico, l’impiego del prefisso privativo *n̥-(anche nell’aggettivo esiodeo ἀκηδέα) riflette una più generale modalità di rappresentazione dell’età aurea e un’importante chiave di lettura dei relativi testi. L’età dell’oro si configura come quella in cui sono assenti tutti i tratti che nelle età successive caratterizzano sfavorevolmente la natura, l’uomo, la società. Da questo punto di vista il racconto ovidiano è davvero esemplare, perché inanella una catena di negazioni grammaticalmente variate, con sfruttamento a tutto campo di possibilità sinonimiche (nondum … nullaque … non … non … non … non … sine … immunis … intacta): Ovidio potenzia e moltiplica una struttura narrativa già presente nella IV Ecloga virgiliana (vv. 40-42: non rastros patietur humus, non vinea falcem … nec varios discet mentiri lana colores) e nel primo libro delle Georgiche (I,125-154), dove le negazioni si limitano però a un ne … quidem e nullo poscente (vv. 126-128). Anche Tibullo (Elegia I,3,37 ss.) aderisce strettamente a tale architettura discorsiva allorché, malato e solo in un’isola lontana, indulge alla nostalgica rievocazione della Saturnia Tellus (Nondum caeruleas pinus contempserat undas,/ effusum ventis praebueratque sinum,/ nec vagus ignotis repetens conpendia terris/ presserat externa navita merce ratem./ Illo non validus subiit iuga tempore taurus,/ non domito frenos ore momordit equus,/ non domus ulla fores habuit, non fixus in agris,/ qui regeret certis finibus arva, lapis).
Il discorso potrebbe esaurirsi nel constatare una serie di richiami intertestuali fra autori latini, senonché, nel famoso capitolo del Vīdēvdād iranico che descrive il regno “edenico” del saggio Yima, proprio l’anafora della congiunzione negativa serve a definire uno scenario analogo. In II,5 Yima proclama: “Non ci sarà sotto il mio regno né vento freddo né vento caldo né malattia né morte” (nōit̰manaxṣ̌aϑrebuuat̰aotōvātōnōit̰garəmōnōit̰axtišnōit̰mahrkō). Nel Vara, il recinto dei privilegiati che scamperanno al terribile inverno del mondo (II,29), solo alcuni si salveranno: “Non ci saranno qui gobbi davanti e dietro, né impotenti né pazzi; nessuna povertà, nessuna bugia; nessuno squallore, nessuna gelosia; non denti cariati, non la lebbra che isola gli uomini, né alcuno di quei marchi con cui Angra Mainyu bolla i corpi dei mortali” (māaϑrafrakauuōmāapakauuōmāapāuuaiiōmāharəδišmādriβišmādaiβišmākasuuīšmāvīzbārišmāvīmītō.daṇtārōmāpaēsōyōvītərətō.tanušmāδacimaniiąmdaxštanąmyōihəṇtiaŋrahemainiiə̄ušdaxštəmmaš́āišcapaitiniδātəm). La “pulizia” in effetti riesce a puntino, come viene detto in II,37, e tutti i bacati rimangono fuori dal Vara, ben abitato, sigillato e illuminato ‘da una finestra che si dava luce da sé’.
3.2. Una seconda variante descrittiva, complementare alla prima, è poi quella che fa riferimento allo “spontaneismo”, cioè al fatto che durante l’età aurea la terra produce da sola i frutti e le messi che l’uomo dovrà in seguito procurarsi a prezzo di enormi fatiche. Qui è comune a varie tradizioni l’uso del pronome/aggettivo indoeuropeo a base *s(w)e-. Partiamo dal testo antico islandese dello Upphaf (Danakonungasǫgur, ed. Guðnason 1982, 40), in cui del tempo felice di Frǫði si dice:
var ár svá mikit, at akrar urðu sjálfsáðir, ok þurfti eigi við vetri at buásk
‘Il raccolto era così copioso che i campi si seminavano da sé e non c’era bisogno di prepararli per l’inverno’.
Caratterizzazione negativa e caratterizzazione spontaneistica convivono: il þurfti eigi (‘non c’era bisogno’) è preceduto dal sjálfsáðir ‘autoseminati’.
Sjálfsáðir è composto, nel primo elemento, con la forma islandese antica del pronome riflessivo *s(w)elbho-, protogermanico *selbaz. Nel secondo elemento (-sáðir) si individua la radice del verbo sá ‘seminare’, che già compariva nell’aggettivo negativo ó-sá-nir[15] e nell’incipit ovidiano, quasi anagrammatico, sata est aetas.
Il contesto semantico forza anche il valore del pronome ipse verso questa interpretazione. Lo riconosce lo stesso Servio, chiosandolo con “sponte, ultro” in Georg.I,127-128: ipsaque tellus/ omnia liberius, nullo poscente, ferebat. Così ci sembra anche in Ecl. IV,23 (Ipsa tibi blandos fundent cunabola flores) e nell’elegia tibulliana I,3,45 (Ipsae mella dabant quercus). Ovidio, per parte sua, rincara la dose con il distico (già accennato) Met. I,101-102:
Ipsa quoque immunis rastroque intacta nec ullis
saucia vomeribus per se dabat omnia tellus.
Di nuovo attraverso una tecnica allitterante e parzialmente anagrammatica ipsa e per sesi specchiano l’uno dentro l’altro. Allitterante è anche il sintagma ablativale sponte sua, che contiene *swe- e allittera ulteriormente con sine lege (v. 90): sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat.
Abbiamo lasciato al margine la trattazione lucreziana di De rerum natura V,925 ss., che interpreta in maniera del tutto eccentrica il topos mitico in esame. Essa, pur precedendo Virgilio e Ovidio, offre un’immagine radicalmente diversa (materialistica e razionalistica) del cammino umano. Anche il cantore di Epicuro ricorre due volte al sintagma sponte sua (vv. 938 e 961), la seconda rafforzandolo in un sponte sua sibi quisque. Il brano esibisce negazioni a catena (933: nec robustus erat … 935: nec nova defodere … 953: necdum res igni scibant tractare …) per descrivere l’evoluzione dell’uomo da una fase di incapacità (e non “assenza di male”) ad un progresso che lo agevola ma lo rende fiacco, quando non pericoloso per se stesso e per gli altri. A noi sembra che Lucrezio dia un’interpretazione consapevolmente polemica e sui generis di un topos preesistente. Virgilio (soprattutto nella quarta ecloga) e Ovidio (quest’ultimo anche attraverso la fonte virgiliana), hanno sicuramente sotto gli occhi il De rerum natura, ma trasmettono una versione del mito più aderente alle origini.
In greco l’elemento lessicale che equivale a *s(w)e- è αὐτο-; nelle Opere e i Giorni è proprio il composto αὐτόματος a rendere l’idea dello spontaneismo, vv. 117-118:
… καρπὸν δ’ἔφερε ζείδωρος ἄρουρα
αὐτόματος πολλόν τε καὶ ἄφθονον
‘La terra che dona le messi portava frutto
da sé (automaticamente), molto e abbondante’.
Torniamo dunque all’India. Se abbiamo interpretato correttamente il mitologema che soggiace al brano epico, allora anche particolari a prima vista esornativi assumono una valenza semantica e storica piena. Le gigantesche dimensioni di Vr̥tra, che sono date nella prima metà del quinto śloka, potrebbero alludere alla sua natura celeste, ovvero al suo coincidere con l’intera volta del cielo. Sia Vr̥tra sia Varuṇa sono dèi che ‘coprono, ostruiscono, avvolgono’ (PIE *wer-‘coprire’). Il carattere celeste di Varuṇa è indubbio e una sua identificazione esplicita con il cielo si trova in RV X,132,4. Il cielo propriamente detto, Dyau, divinità assai sbiadita fin dal principio della letteratura indiana, è ritenuto ‘padre di Indra’ nel mantra RV IV,17,4. Anche l’artigiano mitico Tvaṣṭar figura in questo ruolo e può assumere i tratti di un dio creatore, da cui discende l’universo intero, in VS XXIX,9[16].
Alla descrizione fisica di Vr̥tra, (il corpo sproporzionato) il distico rāmayaṇico aggiunge nella seconda parte le qualità morali: proprio come un padre premuroso e attento, il grande Daitya guarda le creature con affetto, governa la terra con giustizia e nulla sfugge alla sua attenzione. Seppure attraverso concetti tipicamente indiani quali dharma- e buddhi-, si celebra in questi versi la probità esemplare attribuita dall’Occidente classico ai regni di Crono e Saturno. Vr̥tra, come in tutte le tradizioni di regalità indoeuropea, favorisce l’abbondanza e la prosperità dei suoi dominî grazie a doti etiche e ascetiche fuori dal comune[17].
Per concludere questi brevi note, che sono solo alcuni dei possibili spunti offerti dal tema dell’età dell’oro e dalle sue splendide modulazioni poetiche nelle culture indoeuropee antiche, riteniamo opportuno ritornare su alcuni dei problemi sollevati all’inizio del lavoro.
Abbiamo visto che il gran dibattito della germanistica è consistito, e tutt’ora consiste, nel discernere l’indigeno dall’importato. Le tradizioni indoeuropee più recenti presentano mutuazioni dalla cultura classica e così, se qualcosa coincide tra l’Edda e Ovidio, può essere che gli estensori dell’Edda abbiamo copiato e ripreso, per mediazione del clero e dei dotti, autori latini. Ma fino a che punto va spinto il ragionamento? Fino ad annullare l’identità culturale germanica come era uso fra Otto e Novecento? E forse persino quella latina rispetto a quella greca, rendendo la prima totalmente dipendente dal racconto esiodeo?
La tradizione indiana si inserisce allora come terzo incomodo (o “comodo”) perché offre numerosissime congruenze con la poesia germanica più antica laddove le letterature greca e latina tacciono del tutto. È vero che per spiegare tali congruenze si potrebbero postulare ad hoc, ogni volta che serve, fonti classiche perdute oppure non noti contatti preistorici tra l’India e l’Europa settentrionale, questi ultimi forse a loro volta indiretti (per esempio le lunghe trafile di mutuazione attraverso le steppe centroasiatiche o il Caucaso di cui parlano gli “avversari” del Dumézil): i temi favolistici, si sa, viaggiano e superano i confini tra le lingue e le culture, come il caso delle Mille e una notte dimostra in modo esemplare.
Tale quadro esplicativo, sicuramente vero in qualche circostanza e quindi mai escludibilea priori, ci sembra però del tutto insufficiente nella sua globalità: già le ricerche sulla lingua poetica indoeuropea di Rüdiger Schmitt e di Enrico Campanile hanno in gran parte superato l’espediente dell’intermediario scomparso, individuando precise formule i cui recostrutti o i cui moduli concettuali e linguistici presuppongono un capostipite unitario. In seguito si è anche precisata sempre più, ancora inevitabilmente su base indiana, la presenza di un modello trasmissivo del sapere a carattere familiare o di gruppo ad accesso chiuso, secondo il quale un patrimonio testuale veniva memorizzato e trasmesso oralmente di generazione in generazione sul territorio euroasiatico[18]: i mutamenti di lingua, gli apporti individuali e l’ingresso di nuove tradizioni non impediscono perciò di riconoscere un nucleo ereditario che passa di strato in strato e può emergere anche in opere di composizione relativamente tarda, quale appunto è l’Uttarakāṇḍa. Il principio filologico recentiores non deteriores vale allora anche per i contenuti dei testi, dal momento che i contenuti possono precedere le opere che li contengono.
Nel caso specifico, il tema antichissimo dell’età aurea emerge tramite descrizioni linguisticamente e stilisticamente ben caratterizzate (formulari) e inserite in schema del tutto coerente con quello dei miti di successione. Il che induce a ritenere l’inserto narrativo di R VII,75 non una creazione del momento e della tradizione indigena, bensì una “capsula del tempo”. Il Rāmāyaṇa nulla innova; conserva e dice anzi ben più del R̥gveda, nel quale si sa che Indra scappa dopo aver ucciso Vr̥tra, ma non capiamo il perché della fuga: si parla di un evento capitale le cui cause sono rimosse, forse per una censura ideologica che impedisce di attribuire a Indra azioni negative. Una volta caduta tale censura (con il tramonto dell’indraismo e della società in esso riflessa l’agire violento del dio-guerriero non è più indiscriminatamente giustificato e richiede anzi espiazione), anche le cause taciute possono venire alla luce: Indra ha ammazzato suo padre, provocando la fine di un ciclo cosmico a aprendone un altro peggiore. L’ideologia filosacerdotale che l’Uttarakāṇḍa del Rāmāyaṇa in quel punto veicola rimuove il “tappo” di un canale sotterraneo preesistente al brahmanesimo stesso. Così torna a sgorgare, ancora limpida e riconoscibile, la voce preistorica che celebra quell’aurea prima aetas da molti rimpianta.
***
NOTE
[1] Cfr. González-Reimann, Luis, “The Ancient Vedic Dice Game and the Names of the Four World Ages in Hinduism”, in A. F. Aveni (ed.), Selected Papers from the 2nd Oxford International Conference of Archaeoastronomy, Cambridge, Cambridge University Press 1989, pp. 195-202 e González-Reimann, Luis, voce “Cosmic Cycles, Cosmology, and Cosmography”, in Knut A. Jacobsen, Brill’s Encyclopedia of Hinduism 2009, Vol. I, Leiden, Brill, pp. 411-428.
[2] L’edizione francese è del 1968, ma citiamo dalla traduzione italiana del 1982 (Torino, Einaudi, pp. 214-215).
[3] Dumézil si oppone alle tesi antiindigeniste del filologo germanico Axel Olrik e dell’orientalista Richard Reitzenstein.
[4] Cfr. Saverio Sani, “Echi epici del mito ṛgvedico di Indra”, in Roberto Ajello et alii (a cura di), Quae omnia bella devoratis. Scritti in memoria di Edoardo Vineis, Pisa, Edizioni ETS 2010, pp. 519-530.
[5] Epiteto per indicare Rāma stesso.
[6] Epiteto per indicare l’Aśvamedha.
[7] Il termine kr̥ta- ‘giusto’, in quanto ‘fatto, eseguito’, allude all’età aurea (Kr̥ta Yuga).
[8] Cfr. Saverio Sani, “Il padre di Indra”, Studi e Saggi Linguistici 40-41 (2003-2004), pp. 317-324
[9] Tratto inusuale, che conferma la rappresentazione alternativa e presumibilmente antropomorfica di Vr̥tra: infatti egli è un serpente e quindi apā́d ‘senza piedi’, come si dice in I,32,7a.
[10] Cfr. Heinrich Lüders, Varuṇa. Aus dem Nachlaß herausgegeben von Ludwig Alsdorf. I. Varuṇa und die Wasser, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht 1951 e F[ranciscus] B. J. Kuiper, Varuṇa and Viduṣaka, On the Origin of the Sanskrit Drama, Amsterdam – Oxford – New York, North Holland Publishing Company 1979.
[11] Cfr. Emilio Pianezzola, “Forma narrativa e funzione paradigmatica di un mito: l’età dell’oro latina”, in AA. VV., Studi di poesia latina in onore di Antonio Traglia, Vol. II, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura 1979, pp. 573-592.
[12] Il participio sătus viene dal grado zero di *sē- ‘seminare’, mentre il nome Sāturnus è collegato a sā– ‘saziare’.
[13] Su tutti i passi germanici si veda ora, estesamente, Rosa Ronzitti, Il gallo contro il mulino. Due epigrammi di Antipatro di Tessalonica a confronto con testi latini, iranici, norreni e vedici, Tivoli, TORED 2015, p. 35 ss.
[14] Secondo la tradizione classica le leggi non sono necessarie e l’uomo vive secondo natura. La pax germanica, al contrario, si realizza proprio perché le leggi regolano armoniosamente la vita dell’uomo, mettendo fine al tempo delle faide e dei furti, sicché nessuno ruba l’anello incustodito sulla piana (cfr. Clive Tolley, Grottasǫngr. The Song of Grotti, London, Viking Society for Northern Research 2008, p. 11).
[15] Cfr. Richard Cleasby – Gudbrand Vigfusson, An Icelandic-English Dictionary, Oxford, Clarendon Press 1957, p. 664, s.v. úsáinn).
[16] Cfr. Saverio Sani, “Il padre di Indra”, cit., p. 321.
[17] L’aggettivo sphītam (v. 8), riferito al regno aureo, deriva da sphā- ‘ingrassare’ ed è corradicale di lat. prosper.
[18] Cfr. Gabriele Costa, La sirena di Archimede. Etnolinguistica comparata e tradizione preplatonica, Alessandria, dell’Orso 2008.
Chi avrà letto Il mito del sangue di Julius Evola (se ne veda l’edizione del 1942 riproposta nel 1995 dalle edizioni SeaR di Borzano) ricorderà certamente l’esposizione fatta dall’Autore delle affascinanti (e troppo spesso eccessivamente fantasiose) teorie di Herman Wirth. Lo studioso olandese, dopo aver evocato la famosa “Patria Artica” e l’Atlantide di Platone aveva supposto che numerose migrazioni avessero portato gli Arii fin nelle regioni più remote se non nell’Australia (Evola, op. cit., p. 177). Senza risalire, almeno per ora, a tempi così remoti (e “favolosi”), possiamo dire che gli esploratori europei ebbero spesso modo di notare tra gli isolani del Pacifico, specie tra i ceti più elevati, elementi assai simili agli Europoidi. Nel suo Viaggio attorno al mondo (1772) il francese Louis Antoine Comte de Bouganville scriveva che “gli abitanti di Thaiti consistono in due razze di uomini molto diverse tra loro… la prima produce uomini di grande taglia, ed è molto comune vederli misurare dal metro e 80 di altezza in su. Non ho mai visto uomini fatti meglio. La seconda razza è di taglia media, con capelli crespi e non differiscono molto, per il colore della pelle, dai mulatti” (cit. da A. Salza, Atlante delle popolazioni, ed. Garzanti, Milano 1997, p. 259). Più recentemente l’antropologo francese Luois Figuier (Le razze umane, fratelli Treves, Milano 1874) scriveva a proposito degli abitanti della Micronesia: “I capi… sono più bianchi e meglio fatti degli altri isolani” (p. 244), e intorno alle donne di Thaiti (p. 240): “Il colore della loro pelle ordinariamente color rame chiaro. Alcune tuttavia sono rimarchevoli per la bianchezza e specialmente le spose dei capi”.
L’italiano M. Canella nel suo Razze umane estinte e viventi (Sansoni, Firenze 1942, p. 248) scriveva: “…il biondismo dei Polinesiani, frequente pare in passato e del quale si è conservato il ricordo nelle tradizioni e nei miti, ha fatto supporre l’esistenza di un elemento nordico e protonordico nei loro antenati”. Altri dati li forniva Alain de Benoist nel suo Visto da Destra (Akropolis, Napoli 1981, p. 91): “In un resoconto di Pedro Fernandez de Quiros, che fu pilota di Alvaro Mendana de Neira all’epoca in cui questi scoprì le Isole Salomone, si può leggere che “Gli indigeni dell’Isola della Maddalena sono quasi bianchi. Hanno i lineamenti regolari e gradevoli, dei begli occhi, lo sguardo dolce, i denti bianchi e ben sistemati. La maggioranza ha capelli biondi…”. Esistono decine di testimonianze di questo genere che riguardano le isole Sandwich, le Molucche, le Marchesi… ancora nel 1902 Paul Huguenon osservava che le famiglie dei grandi capi di Nouka Hiva (una delle Isole Marchesi) si chiamano Arri, il loro colorito è più chiaro, gli occhi sono bluastri, i capelli tendono verso il rosso”.
Abbiamo ripreso questi vecchi appunti dopo la lettura di R. Thorsten, Lords of the Soil. The Story of Turehv. The White Tangata Whenua, edito dalla neozelandese Spectrum Press e ottenibile dalla Renaissance Press (P.O. box 1627 Papaparaumu Beach, New Zealand – di quest’ultima segnaliamo il catalogo assai interessante). L’autore inizia prendendo in esame alcune leggende dei Maori della Nuova Zelanda in cui si fa cenno, talvolta in toni fiabeschi, a genti che avrebbero preceduto i Maori stessi nell’occupazione di tali isole così da poter essere considerati gli autentici “Signori della Terra” o “Tangata Whenua”. Costoro, talvolta, verrebbero descritti di carnagione chiara, capelli biondi o rossi e occhi azzurri. Trasparirebbe perciò il ricordo di abitatori precedenti detti anche “Turehu” o “Patapairehe”, i cui caratteri “caucasoidi” riapparirebbero saltuariamente, ancor oggi, tra i Maori anche dove questi sarebbero, ancora, immuni da incrocî coi i successivi colonizzatori europei. Le leggende narrerebbero anche di una sanguinosa battaglia detta “dei 5 forti” nella quale i Maori travolsero le difese dei loro predecessori bianchi. Per tentare una spiegazione l’autore tratta delle ardite ipotesi del famoso Thor Heyerdal che credeva di poter collegare i “Bianchi” delle isole del Pacifico con quegli individui assai simili agli europei che gli invasori spagnoli avrebbero notato tra l’aristocrazia dell’Impero Inca. Scriveva l’Heyerdal (Aku-Aku, ed. Martello, Milano 1958, pp. 413-414): “Quando gli Spagnoli scoprirono il Regno degli Incas, Pedro Pizarro scrisse che, sebbene gli Indiani della Ande fossero scuri e di piccola statura i componenti della famiglia regnante degli Incas erano alti e di pelle più chiara degli stessi Spagnoli”.
Lo studioso norvegese ipotizzava infatti un preistorico impero marittimo nordeuropeo esteso a gran parte del mondo. Se è discutibile l’ipotesi di migrazioni dal Sud America al Pacifico, sono senz’altro interessanti le pagine che l’Heyerdal dedicò all’Isola di Pasqua (Rapa Nui). La cultura di quest’isola sarebbe crollata anche a causa della lotta che avrebbe opposto una casta dirigente di aspetto simile a quella degli Europei (le “orecchie lunghe”) a una popolazione più scura (le “orecchie corte”). Ma le vicende di Rapa Nui meritano, senz’altro, che vi si ritorni in futuro. Il Thorsten chiedendosi a quanto remota antichità possa risalire la presenza di bianchi nelle isole del Pacifico giunge a ipotizzare che essa possa, in primo luogo, ricollegarsi all’espansione della “cultura megalitica” alla quale potrebbero attribuirsi varî siti archeologici, in realtà alquanto misteriosi, presenti in alcune isole del Pacifico. A proposito egli cita un significativo brano dal volume del prof. J. Mc Millan Brown, Maori and Polinesian: “… questa abilità nel trasportare enormi lastre di pietra nei tempi antichi deve essere stata… possesso di un determinato tipo di uomini. Non si tratta di uno stadio nell’evoluzione di tutte le razze. Le uniche zone abitate da mongolodii in ui se ne ritrovano tracce sono le steppe dell’Asia, la Siberia meridionale, la Mongolia, la Manciuria, la Corea, il Giappone e la Malesia, l’America Centrale e il Perù. E l’esistenza di genti dal cranio allungato, capelli ondulati e carnagione chiara in parti isolate di queste regioni indica che lo strato mongoloide è posteriore rispetto a un caucasoide precedente. Dovunque… la traccia della Civiltà Megalitica appare, si può dedurre che ivi sia stata presente la parte caucasica dell’Umanità. In breve si può dire che si tratti di una traccia caucasica attraverso il pianeta”. Lasciando da parte il fatto che il termine “caucasico” è ormai del tutto superato, si può dire che tutto ciò sia assai suggestivo anche se necessitante di ulteriori prove.
Proseguendo, il Nostro ipotizza che la stessa Nuova Zelanda sia stata raggiunta, nell’antichità, da navigatori fenici ed egizî. Più che di Egizî, secondo l’Autore, si dovrebbe parlare di Egitto-libici. Sarebbero stati discendenti di quei “Popoli del Mare” che avevano tentato di invadere il Delta del Nilo verso il 1200 a.C. e che, a quanto pare, sarebbero stati, almeno in parte, indoeuropei. Scriveva J. Vercoutter ne L’Antico Egitto (Garzanti, Milano 1960, p. 84): “Tribù ariane si erano sparse in tutta l’Europa meridionale e traversando il mare erano venute a occupare la Libia. Subito cominciarono a cercare di infiltrarsi in Egitto”. Dei “Popoli del Mare” scriveva Gerard Herm (Il mistero dei Celti, Garzanti, Milano 1975): “A contingenti (dei “Popoli del Mare”, N.d.A.) riuscì di fondare la Lega delle Città Filistee… mentre altri si unirono nel Libano ai Cananei aiutandoli all’edificazione del loro Impero commerciale, quello fenicio… erano infatti in grado di costruire navi necessarie per una simile impresa, molto meglio di qualsiasi altro popolo indigeno del Mediterraneo”. È anche da pensare a influssi dell’India, è infatti possibile che l’espansione indù che fu all’origine della civiltà Khmer nell’attuale Cambogia ed ebbe grande influenza sulle culture indonesiane, sia giunta anche a toccare l’Oceania. E, infine, non si vede perché non si possa ipotizzare che i Vichinghi siano giunti molto più lontano di quanto comunemente si pensi.
Ipotesi affascinanti sulle quali potremo ritornare più dettagliatamente in futuro. Quello che ci pare l’aspetto più significativo è il fatto che le testimonianze degli esploratori europei sulla presenza di elementi più o meno simili agli Europei riguardino soprattutto le famiglie dei capi e le “aristocrazie” in genere. Fenomeni simili si riscontrano anche nel sistema indiano delle caste, tra le varie popolazioni africane e, mutatis mutandis, tra gli Afro-americani degli USA. È un fatto sul quale invitiamo i lettori a riflettere.
La visione generale della vita dei popoli tradizionali contemplò sempre due idee-chiave, quella dell’Origine e quella del Centro. L’Origine, fu intesa come il momento quasi atemporale in cui il cielo era così vicino alle cose terrestri da renderle per metà celesti; parafrasando Hölderlin si potrebbe indicare quest’epoca come il tempo in cui “gli dèi camminavano assieme agli uomini”. Il Centro parimenti fu inteso come il luogo in cui il mondo divino era entrato in contatto con quello umano per sancire l’Alleanza. Oltre al Centro poi si intese l’esistenza di altri centri spirituali minori, laddove s’era rinnovellata con un determinato ramo dell’umanità l’alleanza primordiale. Non altra cosa rappresentano il leggendario paradiso di Shambala, l’Aryavartha indù, la mitica terra d’origine dei Veda, il Paradiso Occidentale di Hsi Wang per la civiltà cinese, in Oriente, o Atlantide, il Regno del Prete Gianni, il castello di Camelot, l’isola di Avalon, il Montsalvat dei miti di Re Artù, il monte Olimpo, per l’Occidente, se non simboli del Centro primordiale, luoghi in cui la Terra s’era misteriosamente unita al Cielo.
Quanto all’Origine, il Polo Nord è stato da sempre tradizionalmente ritenuto il punto di congiunzione tra la Terra e il Cielo, e la porta degli dèi (1). Per le tradizioni indù, all’estremo Nord si eleva il monte Meru, soggiorno degli dèi, Asse del Mondo, eretto sull’ombelico della Terra, posto sotto la Stella Polare, ombelico del Cielo. Con la sua funzione di asse, di punto di congiunzione, di via verso il Cielo, il Polo rappresenta l’immutabile che si oppone al mutamento, l’Essere al divenire. Nell’esoterismo islamico, l’Asse dell’Universo, il Qutb (2) cosmico è indicato come la dimensione più elevata da dove origina il potere del Qutb temporale, secondo una gerarchia che assicura l’esistenza del potere spirituale attraverso il cosmo.
Per quel che concerne il Centro, nel tantra Kalachakra del buddhismo tibetano si fa riferimento ad una enclave nascosta in un punto imprecisato dell’Asia centrale, che prende il nome di Agarthi, ossia “l’Inaccessibile”. Secondo la descrizione fornita si tratterebbe di un regno protetto da una alta cintura montuosa, al cui interno avrebbe sede il palazzo del suo re-sacerdote, e questo regno è situato in India e coincidente col monte Meru o Polo Nord prima dello spostamento dell’asse terrestre, centro del mondo e terra originaria dell’umanità. Agharti costituirebbe il mozzo, immobile e immutabile, della Dharma Chakra, la Ruota della vita e della legge della tradizione induista e buddista, alla cui rotazione è legato il destino dei mortali. Essa esiste simultaneamente sia sul piano fisico sia sul piano spirituale e solo pochissimi Arhat (Illuminati) hanno la possibilità di accedervi. Ad Agharti si dice che sia nata la religione unica, primordiale e perfetta della cosiddetta “Età dell’Oro”, in grado di porre l’uomo in totale comunione con Dio. Tutte le grandi religioni attuali, infatti, trarrebbero le loro origini dalla religione primordiale di Agharti, così come tutte le tradizioni particolari sono in fondo solo adattamenti della grande tradizione primordiale.
Il sovrano che regna ad Agharti è chiamato dagli abitanti della superficie Chakravarti (lett. Signore della Ruota) ovvero “Il Re del Mondo” (3), mentre al suo popolo è noto come Brahmatma (colui che ha il potere di parlare con Dio). Egli regna per il periodo di un Manvatara, una delle quattordici ere da cui è composto un ciclo cosmico. Racconta Ossendowski nel suo celebre racconto Bestie, Uomini e Dèi, che “Vaivaswata, settimo e attuale Re del Mondo, è in comunione spirituale con tutti i Manu che hanno regnato prima di lui, tra cui il primo Brahmatma Swdyambhuva”.
La figura del Re del Mondo, da non confondersi con quella del Princeps huius mundi, stante ad indicare il signore di “questo mondo”, cioè Satana, è da riferirsi alla misteriosa figura biblica di Melchisedec, il re-sacerdote che benedisse Abramo. Melchisedec è presentato dalla tradizione giudeo-cristiana come re di “Salem”, nome che tuttavia non designa una città, ma è da intendersi simbolicamente come la residenza di Melchisedec, e dunque può ben indicare “Agarthi”. Melchisedec, che offre in sacrificio a Dio il pane ed il vino è l’istitutore del sacerdozio cristiano, ritenuto da San Paolo nel Nuovo Testamento, superiore al sacerdozio di Aronne, in quanto istituito da un uomo “vivente”, e non da mortali. Questo «uomo vivente», è “Melki- Tsedeq” (Il Re di Giustizia), il “Manu”, che sussiste «in perpetuo», cioè per la durata del suo ciclo (Manvantara). Per questo motivo Melchisedec è definito anche come «senza genealogia», infatti la sua origine «non è umana», rappresentando egli il prototipo dell’uomo; inoltre essendo il Legislatore del mondo (infatti ha una funzione essenzialmente ordinatrice e regolatrice, tali funzioni essendo ben rese dal termine Dharma: con ciò si intende il riflesso nel mondo manifestato del Principio supremo) egli è immagine del Verbo divino, per questo è definito dalle scritture come «fatto simile al Figlio di Dio». È interessante notare come per le creazioni anteriori alla nostra sia stato fatto riferimento ai biblici «sette re di Edom» in rapporto con i sette «giorni» della Creazione, coincidenti con le ere dei sette “Manu” della tradizione indù, contate dall’inizio del “Kalpa” fino all’epoca attuale (4).
Il Re del Mondo non è da ritenersi dunque un semplice capo religioso, ma egli per la sua funzione regale, regge anche i destini materiali del pianeta, dettando il corso della storia secondo un preciso andamento, difficilmente comprensibile e non necessariamente positivo secondo i nostri canoni, in accordo con un ineffabile piano divino. In Mission de l’Inde en Europe (1910), lo scrittore Saint-Yves d’Alveydre sostiene che “il Re del Mondo è il più alto esponente della Sinarchia, una sorta di Governo centrale di uomini di scienza, potentissimo e ramificato, i cui esponenti terreni ispirano e controllano i grandi moti politici o d’altro genere che segnano l’evoluzione del genere umano. Al sovrano non mancano i mezzi per eseguire la propria missione: quando lo desidera egli può infatti mettersi in comunione con il pensiero di tutti gli uomini che hanno influenza sul destino e la vita dell’umanità: re, zar, khan, capi guerrieri, sacerdoti, scienziati. Egli conosce tutti i loro pensieri e i loro disegni; se questi sono graditi a Dio li asseconda, altrimenti li fa fallire”.
Il Centro di Agharti nel mondo fisico sorgerebbe sul principale incrocio delle correnti terrestri, o forse sarebbe esso stesso a generare questi canali di energia, che percorrono tutto il pianeta diffondendosi in superficie irraggiati dai megaliti. Del resto secondo la geografia sacra, esistono luoghi sul nostro pianeta che costituiscono punti nodali di un reticolo energetico che ricopre tutta la superficie terrestre. In questi luoghi sono stati eretti spesso dei menhir, dei luoghi di culto o santuari, in quanto ritenuti centri di connessione tra la terra, il cielo e gli inferi. Questi centri costituirebbero, infatti, portali di connessione con i mondi infra e super umani. Il principale polo della Grecia antica, Delfi, si presenta a tal proposito molto interessante. Alcune leggende narrano che prima che divenisse una delle dimore di Apollo, vi risiedesse il serpente-drago Pitone. Simbolicamente quest’ultimo rappresenta la materia indistinta primordiale, il caos antecedente la messa in ordine del cosmo. Ciò, simboleggiato astrologicamente dal viaggio di Apollo presso gli Iperborei, durante il periodo invernale, nel quale gli succede Dioniso, principio di vitalità caotica, significa che a Delfi sono presenti i due poli della manifestazione, quello della luce e quello delle tenebre, la cui alternanza indica la vittoria temporanea delle tenebre, prima della restaurazione apollinea. Al pari degli altri centri spirituali, l’ omphalos greco collega i tre mondi: quello dell’uomo, del soggiorno sotterraneo dei morti, e della divinità.
C’è da dire che il mito di una terra perfetta e del suo saggio re ha dato origine a molte delle mitologie evolutesi successivamente in Europa e in Medio Oriente: Manu sarebbe anche il Menes egizio, l’Artù bretone, il Menw celtico e persino l’Arcangelo Michele della tradizione ebraica e cristiana. A tal proposito analizzando il nome di “Melki-Tsedeq” nel suo significato più stretto, gli attributi propri del «Re di Giustizia» sono la bilancia e la spada; gli stessi di “Mikael”, l’«Angelo del Giudizio». Proprio all’Arcangelo Michele sono dedicati molti santuari con la funzione di centri spirituali, dei “betili”. A questo riguardo ci pare opportuno considerare etimologicamente la parola “betile”. “Beth-El” è stata chiamata la pietra che Giacobbe utilizzò per cuscino quando ebbe il sogno profetico, “beth-el” significa letteralmente “Casa di Dio”, un nome che poi verrà esteso all’intera località nella quale egli aveva pernottato. La pietra viene unta con l’olio sacro, “consacrata” ed eretta come stele. Dal termine “beth-el” è derivato poi il greco “betylos”, il latino “betilus” e il nostro “betilo”. Non vi sono dubbi sul fatto che questo betilo possa essere considerato come un omphalos, una pietra sacra eretta su di un luogo ritenuto carico di sacralità. Non è perciò un caso che i centri spirituali sorgano nei pressi di luoghi dedicati al culto di particolari “pietre nere”, ricordiamo a tal riguardo la Pietra Nera della Mecca, la Città Santa della religione musulmana, la pietra conica di Pessinunte, massimo centro del culto di Cibele, la Dea Madre, che fu poi portata a Roma, e posta al centro nel Foro, nel sito ancora oggi chiamato “Lapis Niger”. La pietra simbolicamente rappresenta la Montagna Sacra, o l’Asse del Mondo, ecco che ad essa si lega il significato della frase di Giacobbe «Terribilis est locus iste. Haec Domus Dei est et Porta Coeli» (“Questo è un luogo terribile. Questa è la Casa di Dio e la Porta dei Cieli”) che indicava il luogo dell’Alleanza, frase che per altro affatto casualmente appare scritta su frontoni e architravi di numerose chiese cattoliche, come il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo in Puglia, ex luogo di culto mitraico (del resto l’apparizione dell’Angelo si racconta sia avvenuta proprio in una grotta, come in una grotta si celebravano i misteri di Mithra), dove è presente anche il simbolo della Triplice Cinta, dei cui significati si è detto in precedenza, e nei pressi del quale si trova un santuario dedicato alla Madonna Nera dell’Incoronata, assimilabile al culto delle “pietre nere”.
Tradizioni su luoghi o culti sotterranei esistono nella maggior parte delle civiltà, ciò ci induce a credere, seguendo anche ciò che costituisce il bagaglio sapienziale di alcune dottrine interiori, fra cui l’alchimia, che la grotta stia a simboleggiare l’interiorità dell’uomo, in cui, proprio secondo la scienza alchemica, bisogna discendere prima di aspirare all’evoluzione spirituale. Tale verità era rivelata dagli antichi alchimisti con l’acronimo V.I.T.R.I.O.L.: “Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultam Lapidem” (Visita l’interno della terra e rettificando troverai la pietra nascosta).
Nel racconto della Genesi si afferma che il luogo nel quale Giacobbe aveva soggiornato, e che egli aveva poi chiamato “Beth-El”, casa di Dio, era in precedenza chiamato Luz. Questo accenno che sembra così inessenziale nell’economia del racconto biblico, assume invece un aspetto di natura fondamentale se ci si rifà alla tradizione giudaica che vorrebbe l’esistenza di una misteriosa città chiamata “Luz”, dove persino l’Angelo della Morte non ha potere di entrare. Secondo questa tradizione in questa misteriosa città vi sarebbe un mandorlo (è da notare che anche il nome del mandorlo in lingua ebraica è “luz”) nei pressi del quale si trovava l’accesso ad una enclavesotterranea. Il mandorlo produce ovviamente mandorle, frutti aventi la forma di noccioli; proprio il nome di “nocciolo” col significato di nucleo interiore, veniva dato nella tradizione cabalistica ad una particolare particella corporea ritenuta indistruttibile, rappresentata simbolicamente come un osso durissimo, al quale si avviluppava l’anima al momento del decesso. Tale particella veniva in genere localizzata all’interno della spina dorsale, in particolare nel coccige, non a caso chiamato anche “osso sacro”, sede del chakra muladhara, che per la sua importanza è anche detto “chakra della radice”. In questa parte del corpo, secondo la tradizione yogica, risiederebbe la Kundalini, l’energia divina che si ritiene presente in forma quiescente in ogni essere umano, tradizionalmente rappresentata da un serpente arrotolato su se stesso. Tale energia può essere risvegliata attraverso pratiche yogiche o attraverso un’iniziazione. Questo ci riporta alla tipica pratica della tradizione templare dell’osculum sub cauda, il bacio sull’osso sacro (letteralmente, “bacio sotto la coda”), che veniva effettuato durante le iniziazioni all’Ordine del Tempio. Questo rito come è risaputo fu considerato come la prova dello svolgimento di pratiche sodomite all’interno dell’Ordine Templare attraverso cui si giunse alla distruzione dell’Ordine stesso e all’uccisione di Jeacques De Molay, suo ultimo Gran Maestro e dei suoi uomini. Fu per altro proprio in questo frangente che si determinò fattivamente quella frattura profonda tra la tradizione exoterica rappresentata dalla Chiesa Cattolica e quella esoterica rappresentata dall’Ordine Templare, che ha contraddistinto in maniera determinante la storia occidentale dei secoli a venire.
Ritornando alla Kundalini: si ritiene che una volta ridestata, questa forza comincerà a risalire attraverso la colonna vertebrale passando attraverso i sette chakras, giungendo fino all’ultimo di essi, situato all’interno del cranio in corrispondenza della ghiandola pineale, aprendo il Terzo Occhio generando l’Illuminazione interiore. Altresì, così come il nocciolo contiene in potenza la pianta, così il “luz”, l’osso di cui si è detto, conterrebbe in germe la ricostituzione del corpo dopo la resurrezione, costituendo il “nocciolo” dell’immortalità.
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Note
1) Parimenti, secondo l’esoterismo islamico al Polo, Quth, si trova la montagna Qaf, il monte della rivelazione coranica. Secondo la tradizione cinese, a Nord-Ovest del mondo si trova il Kouen-Louen, la montagna del centro del mondo, che garantisce a chi vi accede di ottenere l’immortalità e di salire al firmamento. Uno dei nomi usati dai Maya per definire la terra originaria del loro popolo è Aztlan, ossia luogo dell’alba, luogo del biancore. Questo confermerebbe il ruolo del Polo come intermediario fra la Terra e il Cielo.
2) Il termine quṭb è utilizzato nel mondo arabo come termine astronomico, ma può essere inteso anche da un punto di vista spirituale, in via della già citata legge di analogia. Nel Sufismo, Qutb è l’essere umano perfetto, al-insān al-kāmil, che guida le sante gerarchie, il centro o il perno del mondo, ma sconosciuto ai più. C’è solo un Quṭb per ogni era che si pensa sia la guida universale di tutti i santi, il tramite tra il divino e l’umano, la cui presenza è necessaria per l’esistenza del mondo. Un’idea simile è rinvenibile anche nel cattolicesimo, in uno scritto San Bernardo di Chiaravalle afferma che: “L’umanità vive grazie a pochi; se non ci fossero quelli, il mondo perirebbe o per un fulmine o per lo spalancarsi della terra”.
3) René Guénon sostiene che la figura del “Re del Mondo” non designa tanto un individuo in particolare, ma innanzitutto un principio. Questo principio si può poi manifestare in un determinato centro tradizionale e può essere effettivamente rappresentato da una persona: “Tale principio può essere manifestato da un centro spirituale stabilito nel mondo terrestre, da un’organizzazione incaricata di conservare integralmente il deposito della tradizione sacra, di origine «non umana» per mezzo della quale la sapienza primordiale si comunica attraverso le epoche a coloro che sono in grado di riceverla. Il capo di tale organizzazione, in quanto rappresenta Manu stesso potrà legittimamente portarne il titolo e gli attributi; inoltre, dato il grado di conoscenza che deve aver raggiunto per esercitare la sua funzione, si identifica realmente col principio di cui è in un certo modo l’espressione umana” (René Guénon, Il Re del Mondo).
4) Le creazioni anteriori al nostro ciclo cosmico sono tradizionalmente raffigurate mediante i “sette re di Edom” cui corrispondono i sette “giorni” della Genesi, ciò rassomiglia in maniera piuttosto evidente alle ere dei sette Manu avvicendatesi dall’inizio del Kalpa sino alla nostra epoca, di cui parla la tradizione indù. Ora, presso la tradizione ebraica la città di Roma è chiamata Edom, e noi sappiamo che nel leggendario periodo monarchico su Roma regnarono sette re, il secondo dei quali fu Numa che diede le leggi alla città, c’è da notare poi come il nome di questo re rappresenti il perfetto anagramma di Manu, e può accostarsi alla parola greca nomos che significa “legge”. Stando a queste premesse la leggenda dei sette re di Roma altro non sarebbe che un particolare riadattamento del mitologema dei sette Manu per quel che concerne la civiltà che da Roma prese vita, parimenti i sette saggi di Grecia rappresenterebbero i sette Rishi del ciclo precedente il nostro.
Al lettore non sarà forse sfuggito come nella letteratura fantascientifica e, in generale, fantastica, affiori ripetitivamente il tema del ‘dopo’: del mondo che ci sarà dopo questo, destinato necessariamente al dissolvimento, con obliterazione della presente civiltà e modo di vita. Questo tema non è tanto nuovo: ai tempi della ‘guerra fredda’, il ‘dopo’ era generalmente presentato come il post-olocausto nucleare, a sua volta prospettato come un ‘fenomeno della natura’, per prevenire il quale non c’era niente da fare. Adesso, la tematica del post-catastrofe ecologica si fa avanti sempre più insistentemente – non senza una valida ragione – presentata anche quella come qualcosa di ‘inevitabile’. Il fatto che masse crescenti di genti civili accettino supinamente questo tipo di cose come ‘fenomeni della natura’ è di per sé un indicatore addizionale che effettivamente stiamo andando incontro a un’epoca di stravolgimento esistenziale: a una cesura nel tempo.
Sotto queste condizioni è stato ritenuto utile di riproporre la casistica dei ‘continenti perduti’ – ‘inabissati’ -, ma affrontandola sotto punti di vista totalmente diversi da quelli semplicemente storici – o fantascientifici o sensazionalistici – generalmente adottati nella letteratura corrente. Sull’Atlantide esistono 20 – 25.000 pubblicazioni, fra libri e opuscoli (pochissime, spesso quasi niente, sugli altri ‘continenti perduti’). A questa pletora di carta stampata non sarebbe stato certo il caso di aggiungere, se non si avesse avuto la convinzione di avere da dire qualcosa di nuovo e di diverso.
Questo libro, originalmente, doveva fare da appendice a un altro, sull’argomento dell’equilibrio antropocosmico, che lo scrivente ha in progetto e che sarà probabilmente completato nel prossimo futuro. Si è poi optato per una stesura separata per non appesantire eccessivamente quel testo e anche perché quello dei ‘continenti perduti’ è un tema che può essere trattato indipendentemente e che possiede un suo specifico interesse.
1. ATLANTIDE, MU, LEMURIA, GONDWANA, IPERBOREA
1.1 Note introduttive
Come schema strutturale – come ‘struttura portante’ o paradigma -, per un esposto generale dell’argomento dei ‘continenti perduti’, si può adottare quello ammesso dalla letteratura teosofica (1). Lì si prospetta una successione di ‘razze radicali’, o ‘razze madri’, a ognuna delle quali si presume sia corrisposto uno specifico habitat – ‘continente’; ‘mondo’ – destinato alla lunga alla distruzione catastrofica, per inabissamento o conflagrazione vulcanica, come conseguenza di sconvolgimenti naturali; facendo così posto alla seguente ‘razza radicale’, abitante di un altro ‘mondo’ non carente però di un qualche nesso di continuità con quello precedente. Ogni ‘razza madre’, dopo la sua caduta, lascia indietro dei residuati umanoidi, dalla psicologia spesso incomprensibile; e i corrispondenti ‘continenti’ dei relitti geologici, sotto forma, generalmente, di isole.
Da notarsi comunque che anche nella letteratura teosofica – peraltro, sia chiaro, pregevole – non sembra esserci il concetto dell’illimitato divenire, senza principio né fine, che è invece proprio di ogni Weltanschauung sanamente tradizionale: anche i teosofi soggiacciono, forse senza avvedersene, alla concezione segmentaria del tempo, secondo la quale ogni cosa deve avere avuto un inizio e deve, alla lunga, finire in gloria dopo un processo di ‘perfezionamento’. Le ‘razze madri’ verrebbero a essere in tutto sette (quattro passate, una presente, due future). L’umanità civile attuale verrebbe a essere la quinta ‘razza madre’, quella atlantidea la quarta e quella lemuriana la terza. E il ciclo dovrebbe finire per chiudersi con degli esseri ‘perfetti’ (qui si mette mano a concetti tipo riincarnazione, karma, ecc., resi fumosi da un’interpretazione moralistica) (2). Viceversa, la teosofia mostra sempre una preoccupazione per coordinare la propria cronologia con quella della scienza geologica ufficiale, quella delle ‘ère geologiche’ (3). Ne risulta che le ‘razze madri’ più antiche convissero con i dinosauri e altri animali preistorici – né la cosa è assurda: l’uomo (‘uomo’ in senso lato) è di immemoriale antichità e l’antropogenesi (ammesso che di antropogenesi si possa parlare) si perde nella notte dei tempi (4). La presunta ‘modernità’ della specie umana, sostenuta maldestramente dalla scienza ufficiale contemporanea, obbedisce al dogma evoluzionistico darwiniano e non ha niente di veramente scientifico.
I testi teosofici (e non solo quelli) molto spesso dicono di fare riferimento a documenti di antichità immemoriale, la cui visione è permessa solo a persone ‘qualificate’ (la Blawacki faceva riferimento a un fantomatico libro tibetano, le cosiddette Stanze di Dzyan [5], mentre il già citato Scott-Elliot parla di antichissime mappe su terracotta o pergamena); nonché a fonti psichiche (6), cioé alle possibilità parapsicologiche di certi ‘veggenti’ particolarmente dotati.
Si tratta, è chiaro, di fonti poco verificabili e anche magari opinabili; il che non togli che, nell’insieme, la visione teosofica sia, a parer nostro, adatta a fare da struttura portante per questo argomento. Essa fu adottata, peraltro, dallo stesso Julius Evola (7).
Né le ‘fonti psichiche’ vanno prese del tutto sottogamba – anche se, ovviamente, ci vuole un certo criterio nel valutarle. In riguardo, è il caso di ricordare che l’Atlantide non fu un’invenzione di Platone, né egli è l’unico autore dell’antichità che ne parla: è invece vero che la ‘nozione’ di una grande civiltà scomparsa posta a ‘occidente’ (‘oltre le Colonne d’Ercole’) era molto diffusa a quei tempi – essa circolava nella ‘psiche collettiva’ dell’Europa antica. Viceversa, nell’Africa nera c’era una diffusissima ‘nozione’ secondo la quale i negri non si consideravano una razza giovane, ma enormemente arcaica e crepuscolare (8) – e i negri sarebbero, secondo la letteratura teosofica, fra i ‘fossili viventi’ che ci ha lasciati indietro la Lemuria.
La geologia ufficiale ci assicura che l’Atlantide platonica (e, a fortiori, il resto dei ‘continenti scomparsi’) non possono essere esistiti (9). Qui è il caso di ricordare che la scienza ufficiale, che spesso e volentieri segue mode culturali, ha un valore del tutto relativo quando si tratta di valutare eventi posti in epoche o luoghi remoti – per esempio, la teoria della deriva dei continenti, lanciata da Alfred Wegener nel 1915, fu inizialmente coperta di ridicolo dai santoni dell’establishment scientifico (allora erano in voga i ‘ponti intercontinentali’), mentre adesso è divenuta una colonna portante della scienza geologica ufficiale (fino a quando, staremo a vedere). Vale comunque l’osservazione che una cosa è prendere alla lettera la svariata letteratura sull’Atlantide ecc. e un’altra ammettere che i ‘continenti perduti’ possano avere avuto un’esistenza obiettiva di qualche genere, in un passato difficilmente precisabile.
Si è già menzionato che sull’Atlantide ci sono migliaia di pubblicazioni e molte meno sugli altri ‘continenti perduti’: si tratta sempre di scritti specifici su di un certo ‘continente’. Che lo scrivente sappia, l’unica opera dove si cerchi di dare una visione d’insieme è quella di Serge Hutin, Hommes et civilisations fantastiques (10).
1.2 Atlantide
1.2.1 L’Atlantide classica
L’Atlantide, come essa è generalmente intesa, viene a essere quella ‘grande isola’ oltre le Colonne d’Ercole descritta da Platone nei suoi dialoghi Critia e Timeo. La letteratura in riguardo è ipertrofica (11), e qui ci si limiterà a qualche pertinente osservazione. – Secondo certe fonti (12), l’Atlantide originalmente sarebbe stata una specie di ponte intercontinentale fra l’America e l’Europa che si sarebbe ‘sgretolato’ a più riprese, l’Atlantide platonica venendo a essere quel che ancora ne rimaneva verso la metà dell’XI millennio a.C., quando essa scomparve per immersione nei flutti del mare.
Qui interessa fare notare che è estremamente improbabile che Platone si sia inventato di sana pianta il suo racconto e che invece si può prendere per certa la verità di quanto egli afferma (che glie lo aveva raccontato Critone, che a sua volta lo aveva ascoltato da suo nonno Solone, che lo aveva appreso da sacerdoti egiziani). E comunque, prima, contemporaneamente e dopo Platone, parecchi autori antichi hanno parlato dell’Atlantide, in termini analoghi a quelli platonici anche se in minore dettaglio: Esiodo, Omero (nella sua Odissea), Solone, Euripide, Strabone, Dioniso di Alicarnasso, Diodoro Siculo, Plinio, Teopompo, Marcello (13) – il tema dell’Atlantide faceva parte della ‘memoria ancestrale collettiva’ di tutto il Mediterraneo da lunghissimo tempo. Questo sembrerebbe invalidare quelle teorie secondo le quali l’Atlantide avrebbe potuto essere nei più svariati luoghi, mentre Platone, a conoscenza di un qualche cataclisma geologico o meteorologico di grandi dimensioni, lo avrebbe utilizzato come spunto per imbastire la sua storia. Qualche notizia in riguardo sarà data più avanti, ma va detto subito che tutte queste teorie si rivelano insoddisfacenti: la svariate ‘Atlantidi’ poste nei più disparati luoghi del mondo non sono l’Atlantide.
1.2.2 Le ‘colonie’ atlantidee
1.2.2.1 Generalità
Nella letteratura sull’Atlantide è rappresentata spesso l’idea che prima del suo inabissamento essa avrebbe fondato una serie di colonie sia in Europa che in America, le quali, in qualche modo, ne avrebbero prolungato la civiltà – pur serbando un ricordo impreciso e confuso delle loro origini. La civiltà delle piramidi – presente dall’Egitto attraverso la Sumeria fino all’estremo Oriente e anche in America (14) – è stata indicata come il più probabile ‘prolungamento culturale’ dell’Atlantide. Meno attenzione invece è stata data al fenomeno megalitico, che pure, in questo riguardo, forse presenta un maggiore interesse. Sul megalitismo ci si dilungherà un po’ nella sezione che segue.
1.2.2.2 I megaliti
Il fenomeno megalitico si è dato in Europa, in Nord Africa, nel Medio Oriente, e poi attraverso l’Asia centrale e meridionale si è esteso agli arcipelaghi del Pacifico e all’Australia e ha attraversato il Sahara per raggiungere l’Africa nera; ed è presente anche in America (15) – di notevole importanza il fatto che il megalitismo è legato, in Eurasia e in Africa, al culto del toro. Secondo alcuni autori, fra i quali Alberto Cesare Ambesi e Pierre Carnac (16), nella civiltà megalitica si dovrebbe ravvedere il nocciolo dell’idea dell’Atlantide, tanto più che essa fu, in parte, fisicamente sommersa ai tempi della fine dell’ultima glaciazione (fatto ammesso ufficialmente anche dalle scienze universitarie). Il megalitismo europeo è perfettamente documentato, quelli asiatico e polinesiano molto meno, scarsissimamente quello americano (17), con l’eccezione di certe formazioni subacquee nella zona di Bimini (isole Bahamas) che potrebbero essere resti megalitici e che certuni hanno addirittura voluto identificare con la platonica Atlantide (18). Si tratta comunque di una faccenda ancora pochissimo chiara.
La civiltà megalitica, in tempi preistorici e protostorici, ebbe come origine l’Europa occidentale da dove, per diffusione culturale, si estese enormemente (anche il megalitismo americano ha da essere visto, probabilmente, come di origine europea, anche se in riguardo qualsiasi affermazione non può essere se non arbitraria). La ‘sostanza genetica’ dei suoi artefici ha da ravvedersi in quella sottorazza della razza europide che ebbe come centro di diffusione quella medesima Europa occidentale, a ovest del Reno – la ‘razza’ mediterranea o, più esattamente, occidentale (19). E la civiltà megalitica ebbe delle caratteristiche tutte proprie che la rendono il candidato più idoneo per incarnare l’Atlantide platonica: culto del toro, orientamento ctonio dei suoi culti religiosi e – molto importante – la spiccata lunarità del suo orientamento astrologico (20). Alcuni fra i monumenti megalitici principali (per esempio, Stonehenge [21]), sembrerebbero essere stati osservatori astronomici nei quali appositi sacerdoti elaboravano oroscopi lunari (22). Tutte queste sono caratteristiche crepuscolari e decadenti, da un punto di vista tradizionale superiore, che indicano in quella civiltà qualcosa di residuale, al seguito di una qualche catastrofe. Nè va sottovalutato il fatto che la costruzione dei megaliti propone degli insolubili problemi tecnici (per chi ragioni sulla falsariga del pensiero tecnico contemporaneo), non dissimili da quelli proposti dalle costruzioni incaiche del Perù (23) – su di questo si ritornerà alla fine di questo scritto.
1.2.3 Le ‘Atlantidi-Ersatz’
1.2.3.1 Generalità
Si è già menzionato come certuni, nell’impossibilità di prendere alla lettera il racconto di Platone, ma non riuscendo a vedere le sue eventuali valenze simboliche, abbiano ipotizzato che egli abbia preso come spunto qualche catastrofe fisica o storica meglio conosciuta per imbastire i suoi racconti. Poi, molti hanno usato il concetto di Atlantide per costruire di sana pianta dei mondi inventati o per dare un qualche ‘paludamento di lusso’ a storie più o meno immaginarie poste nel passato di luoghi che a loro stavano a cuore (24). Sotto questa casistica ricadono le ipotesi dell’Atlantide a Thera, di Spiridon Marinatos, quella nella Spagna meridionale, di Adolf Schulten, e tante altre descritte in dettaglio nelle opere atlantologiche da noi già indicate nelle note. È appena il caso di ripetere che queste ‘Atlantidi-Ersatz’ non convincono assolutamente. Ci si soffermerà brevemente su due casi poco conosciuti, sia per ragione di completezza che per il loro valore particolare.
1.2.3.2 L’Atlantide nel Mare del Nord di Jürgen Spanuth
Il pastore luterano Jürgen Spanuth, parroco in un paesino dello Schleswig posto in quell’incantevole Dithmarsch alla quale il pittore Hans-Heinz Domke dedicò un’eccellente collezione di paesaggi (25), sostenne in un suo poderoso e documentatissimo libro (26) che l’Atlantide era stata nel Mare del Nord, fra la Dithmarsch e l’isola di Helgoland; e che il suo inabissamento non sarebbe stato se non verso la metà del II millennio a.C. Queste sue affermazioni egli basa, essenzialmente, su due presupposti: (a) quando Platone parlava di 10.000 anni prima della sua epoca, si trattava invece di 10.000 mesi, in quanto gli egiziani parlavano, sembra, in termini di mesi e non di anni e che quindi a Solone avrebbero raccontato che l’Atlantide si era inabissata 10.000 mesi, e non anni, addietro (e lui capì male); (b) la validità del cosiddetto eschatologische Schema [schema escatologico] secondo il quale ci sarebbe stata una tendenza in tutte le opere letterarie dell’antichità di proiettare nel futuro disastri realmente accaduti nel passato: per cui, i racconti apocalittici dell’Edda(Ragnarök), nonché di fonti classiche ed egiziane, si riferirebbero a cose realmente accadute nel passato. Basandosi su di queste due assunzioni, egli approda all’idea che i platonici atlanti furono in realtà i filistei e i hiksos che verso la metà del II millennio conquistarono l’Egitto (‘germani’ provenienti dallo Schleswig, secondo lo Spanuth, illiri invece in base ai moderni dati dell’indoeuropeistica). Lo Spanuth conclude dicendo che la platonica Poseidonia, capitale dell’Atlantide, doveva essere nel Mare del Nord, non lontano da dove adesso c’è l’isola di Helgoland, e che nel fondo marino (‘Steingrund‘) della zona ne dovrebbero rimanere le tracce.
1.2.3.3 Le ‘Atlantidi’ sotterranee
Esiste una persistente leggenda a proposito di un ‘Re del Mondo’ e di una civiltà sotterranea fondata – o nella quale avrebbero trovato rifugio – dei non meglio identificabili ‘saggi’ provenienti da qualche luogo imprecisato travolto da una qualche catastrofe (27). – Qui vale la pena di ricordare come, indipendentemente da qualsiasi riferimento mitico, Ivan Sanderson (28) aveva convincentemente ipotizzato l’esistenza di una civiltà sottomarina indipendente e parallela a quella sulla superficie della terra (se c’era, adesso sarà certamente stata affogata dalla montante contaminazione degli oceani). Il Sanderson non faceva ipotesi su quali potessero essere gli esseri portanti di quella ipotetica civiltà; ma il suo libro vale a dimostrare come esista la possibilità obiettiva dell’esistenza di civiltà del tutto dislocate, poste in ‘nicchie ecologiche’ diverse, che menino ognuna una sua esistenza autonoma senza neanche rendersi conto l’una dell’altra.
Comunque, forse abusivamente, anche la casistica delle ‘città sotterranee’ è stata abbinata al fatto ‘Atlantide’ – e così, soprattutto in Sud America, ‘città atlantidee’ poste sotto i massicci montagnosi o nel sottosuolo amazzonico sono state indicate da diversi esploratori, come Percy Fawcett e Paul Gregor (29). Allo scivente toccò, durante il suo soggiorno in Sud America, di fare la conoscenza di un esploratore italiano, Roberto Lovato, che lo assicurò di avere trovato una città ‘atlantidea’ sotterranea vicino alle sorgenti dell’Uraricuari (30).
1.3 Mu
Stando alla documentazione esistente, tutto ciò che si riferisce a Mu, continente ‘inabissatosi’ nel Pacifico centrale grosso modo allo stesso tempo dell’Atlantide (circa XI millennio a.C.), ha la sua origine nelle pubblicazioni di James Churchward, ufficiale coloniale inglese in India nella seconda metà del secolo XIX (31). Egli ne avrebbe appreso l’esistenza attraverso certe tavolette di terracotta – le ‘tavolette dei naacal’ -custodite in un tempio indiano del cui riši egli era divenuto amico. I naacal sarebbero stati una confraternita di ‘saggi’, provenienti da Mu, i quali le avrebbero scritte o a Mu stesso, prima del suo inabissamento, oppure in Birmania dopo il medesimo, da dove poi esse furono esportate in India. Churchward dà una trascrizione dell’alfabeto di Mu nei suoi scritti, ma gli originali delle tavolette non sembra siano stati mai più visti da alcuno dopo di lui. In quelle tavolette sarebbe stata descritta la storia di Mu (vecchia di oltre 50.000 anni) nonché una dettagliata descrizione del medesimo, presentato come una specie di ‘paradiso tropicale’ altamente civile, nel quale convivevano pacificamente tutte le razze umane ma dove la razza bianca aveva in mano il potere. L’inabissamento di Mu viene attribuito a un improbabile processo geologico (collasso di sacche di gas poste sotto la sua superficie), che avrebbe lasciato indietro come relitti gli arcipelaghi del Pacifico (un po’ come, secondo certuni, le isole dell’Atlantico orientale sarebbero relitti dell’Atlantide).
In modo non dissimile a quanto è stato affermato sull’Atlantide, Mu avrebbe, prima del suo inabissamento, ‘colonizzato’ e incivilito altre terre, incominciano dalla costa americana del Pacifico e dall’Asia orientale e centrale, da dove i suoi tentacoli sarebbero arrivati un po’ dappertutto (la stessa Atlantide viene indicata come una colonia di Mu). La civiltà delle piramidi viene indicata come di origine muana, e sarebbe giunta in Egitto dal Medio Oriente e lì dall’Asia centrale. – Il Churchward, dopo avere visionato le tavolette dei naacal, dedicò il resto della sua vita a cercare evidenza per puntellare la sua teoria dell’origine muana di tutta la civiltà. Questo suo lavoro egli descrive nelle sue opere e fu proseguito da un suo discepolo francese, Jean-Claude Vincent (32). Sia il Churchward che il Vincent danno un’importanza determinante a certe pietre incise (del II millennio a.C., secondo si afferma), trovate nel Messico occidentale da un certo William Niven.
Un’analisi comparata di quanto ha da dire Churchward sul conto di Mu e della classica teoria platonica dell’Atlantide – poi sviluppata dagli atlantologi, teosofi o meno – rende l’idea che Mu venga a essere una specie di immagine speculare dell’Atlantide, posta ai suoi antipodi ma conservante tutte le sue caratteristiche principali, reali o presunte.
Sappiamo che il Churchward era un ‘patito’ dell’India e dell’Asia sud-orientale – e si è evidenziato che l’idea del continente di Mu è esclusivamente sua, nel senso che (a differenza del caso dell’Atlantide di Platone) non è sostenuta da alcuna documentazione indipendente. Insorge quindi il sospetto che anche Mu possa essere un’altra ‘Atlantide-Ersatz‘.
1.4 Lemuria
Il continente della Lemuria, sito nell’Oceano Indiano, fu proposto dalla Blawacki come ‘supporto’ per la sua quarta ‘razza radicale’, e lo chiamò Lemuria ricalcando il nome che lo zoologo Philip Sclater aveva dato a un ipotetico continente che un tempo, secondo lui, era esistito nell’Oceano Indiano. Esso sarebbe stato distrutto, eoni addietro, da attività vulcanica (non per inabissamento). Il già citato Scott-Elliot è l’unico che si riferisca in dettaglio a questo continente; e per quanto egli asserisca di basarsi su fonti soprattutto ‘psichiche’, quanto ha da dire non manca di spunti notevolmente interessanti.
Vestigia della Lemuria sarebbero l’Australia e la Nuova Zelanda, il Madagascar, l’Africa meridionale e la Terra del Fuoco. Queste sono proprio le terre dove fino a recentissimamente allignavano (e in parte, ancora allignano) quei tipi umani descritti dagli etnologi come posti all’ultimo gradino della specie: negri, boscimani, australoidi d’Australia e Indostan, pigmei di vario tipo, fueghini (tutti esplicitamenti menzionati dallo Scott-Elliot come ‘fossili viventi’ lemuriani). Particolarmente interessante è il Madagascar, isola che per quel che riguarda la sua flora e la sua fauna viene a essere un microcontinente a sé stante, né africana né asiatica (33). Anche se, storicamente, il Madagascar fu popolato per la prima volta da genti indonesiane solo un migliaio di anni fa (e adesso, attraverso l’importazione di schiavi, la sua popolazione si è quasi interamente africanizzata), la sua atmosfera ‘psichica’ e religiosa non manca di tratti particolari che non sono né indonesiani né bantù (34) – residuo psichico, forse, di un’umanità arcaica ormai fisicamente estinta.
Alla Lemuria è stata anche attribuita una ‘civiltà’, nei suoi tempi di pieno rigoglio – che però non è immaginabile se non come qualcosa di ctonio e sinistro, sul tipo di quella meroitica o zimbabweana. L’uomo lemuriano, supporto di questa civiltà, è descritto come uno strano essere semi-rettiliano, dall’intelligenza larvale, dotato di un ‘terzo occhio’ e coevo dei dinosauri, che egli anche addomesticava (35); mentre le sue comunicazioni avvenivano per via telepatica – col tempo, gli uomini avrebbero perso le facoltà telepatiche generalizzate e la lingua ebbe origine. Ma anche questo non sarebbe stato il primo ‘uomo’ ad abitare la Lemuria: prima di lui vi sarebbero state ‘razze dalle ossa molli’ (36): “il gigantesco corpo gelatinoso di questi esseri mostruosi cominciò lentamente a modificarsi e le sue membra e ossa molli si trasformarono in una più solida struttura” – qui c’è un conturbante parallelismo con certe antropogenesi mitiche australiane (37).
Come nel caso dell’Atlantide, il fatto ‘Lemuria’ non deve essere necessariamente essere preso alla lettera, ma potrebbe stare a indicare una ‘civiltà’ – e una sua ‘umanità’-supporto – fiorita nella notte degli eoni; i cui residui hanno da essere visti in certe etnie animalesche della parte Sud del mondo (38) e il cui ricordo permane nell”immaginario collettivo’ di certe popolazioni.
1.5 Gondwana
‘Continente’ ipotizzato dall’Hutin (39) per rendere anche l’Antartide il relitto di una terra che negli eoni del passato avrebbe potuto essere sede di una difficilmente definibile civiltà. (L’Hutin afferma, senza dare riferimenti bibliografici, che sotto i ghiacci antartici, nel 1961, sarebbero stati identificati resti di pavimentazioni o scalinate.) Il nome ‘Gondwana’ (i gond furono una popolazione australoide di infimo livello dell’Indostan centrale) è stato scelto con riferimento alla teoria wegeneriana della deriva dei continenti: la primeva Pangea si sarebbe spezzata in due monconi, la Gondwana a Sud e la ‘Laurasia’ a Nord.
1.6 Iperborea
Il caso dell’Iperborea è atipico rispetto rispetto agli altri, quando ci si immaginava una catastrofe naturale distruttiva posta alla fine di un periodo di decadenza culturale e spirituale. Qui invece, con riferimento alle mitologie indoeuropee, si vede il Nord come scaturigine di civiltà e di rinascita spirituale, dal quale i nostri antenati ariani sarebbero emigrati come conseguenza di peggioramenti climatici quando essi erano all’apogeo della loro capacità e della loro cultura: quindi non relitti di una qualche razza già involuta, catastroficamente travolta da un improvviso e spaventoso cataclisma naturale. In riguardo, di ottimo riferimento è la spesso citata Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola; mentre l’origine artica degli indoeuropei è proposta quale dato scientifico ‘positivo’ in un prezioso libretto di Jean Haudry (40). La tesi – dovuta a Serge Hutin – di un continente iperboreo ‘sommerso’ (alla stregua dell’Atlantide; e i cui residui sarebbero certe isole periartiche come le Spitzberg, le Jan Mayen. ecc.) obbedisce probabilmente alla volontà di incastrare anche il fatto delle origini indoeuropee nel paradigma dei ‘continenti perduti’.
1.7 Qualche conclusione
Da notarsi innanzi tutto come la successione cronologica dei ‘continenti scomparsi’ – per via catastrofica: Atlantide-Mu, Lemuria, Gondwana – ci porta da Nord a Sud, quasi a significare un ‘movimento’ di civiltà scaturenti dal Nord (‘Iperborea’) e obliterate a Sud. Qui ci troviamo di nuovo davanti a un’enigmatica metafisica della storia dell’involuzione umana, legata all’equilibrio antropocosmico, argomento sul quale, in questa sede, non ci possiamo dilungare.
Si è poi menzionato che le fini catastrofiche incontrate dai ‘continenti perduti’ non hanno necessariamente da essere prese alla lettera. Si tratta piuttosto del fatto che la dissoluzione di quella che poté essere stata una grande e fiorente civiltà, al punto di perdersene addirittura il ricordo storico – la sua trasformazione in un ‘fantasma psichico’ – può passare all’inconscio collettivo di certi gruppi di popolazioni cammuffato da ‘inabissamento’, ‘terremoto’, ‘eruzione vulcanica’, ecc. Sia però chiaro che questo non esclude la concomitanza di una qualche apocalisse anche fisica – per esempio, l’inabissamento dell’Atlantide va appaiato alla fine dell’ultima èra glaciale, quando ci furono vaste inondazioni.
Qui si entra nella casistica della concomitanza fra fatti fisici e fatti metafisici – il già menzionato equilibrio antropocosmico. In riguardo, cè una persistente ‘nozione’ secondo la quale le catastrofi che portarono all’estinzione dei continenti perduti potrebbero essere state conseguenza dell’abuso di certi ‘poteri’ – che Julius Evola chiamò ‘magia nera titanica’ – scappati di mano ai loro originatori e resisi autonomi, con spaventosi séguiti. Qui siamo abbastanza palesemente davanti ai possibili sviluppi di una ‘scienza’ di tipo moderno, la quale, vista come metodologia per l’attuazione di un dominio distruttivo sulla natura, viene a essere né più né meno che una forma particolarmente sinistra di magia nera (41). Non è necessario immaginarsi la catastrofe finale come uno scenario apocalittico illuminato da un’infinità di funghi termonucleari, come fa, per esempio, Charles Berlitz. Le cose potrebbero essere andate in modo molto più ‘indolore’, come sta succedendo adesso con lo snaturamento di tutta la natura come conseguenza di attività finanziarie, commerciali, industriali selvagge – la cosiddetta catastrofe ecologica (42). – Un’altra conturbante analogia fra l’Europa ‘post-atlantidea’ e quella contemporanea è la presenza di grandi masse di non-europidi nel suo territorio. La presenza di non-europidi nell’Europa preistorica fu riconosciuta dai paleontologi ancora alla fine del XIX secolo (43): si trattava di neandertaliani (44) nonché di elementi negroidi e boscimaneschi, dei quali non è rimasta traccia se non come reperti fossili. Adesso, invece, c’è una straordinaria presenza extracomunitaria.
Nè gli apocalittici collassi di civiltà hanno da essere visti necessariamente come fatti di portata globale. C’è da credere che la civiltà possa essere stata qualcosa di permanente al mondo, con alti e bassi localizzati (sia pure su aree anche estremamente grandi). Per quel che riguarda i nostri tempi – quelli post-glaciali – di particolare significanza è il ritrovamento di quella brillante civiltà dei Balcani che, fino a dove se ne sa, è la civiltà più antica del mondo. I reperti archeologici ci permettono di arrivare fino all’VIII millennio a.C., avvicinandoci alla data della sommersione dell’Atlantide, ma le radici di questa civiltà si perdono nella notte dei tempi (45).
Questa civiltà aveva sviluppato, fra l’altro, una scrittura che dovette esistere almeno due millenni prima di quella sumera e che si diramò verso Ovest e verso Est. Nell’Europa occidentale megalitica (‘post-atlantidea’) si svilupparono forme di scrittura direttamente ricollegabili a quella della civiltà dei Balcani (in modo particolare quella di Glozel, nella Francia centrale, ma anche nella Penisola Iberica). Viceversa, siccome la civiltà dei Balcani aveva degli avamposti in Asia Minore, esiste la possibilità che anche la scrittura fenicia sia una variante di quella balcanica (46).
Concludiamo questo capitolo indicando l’assoluta non-essenzialità di un ‘alto livello tecnologico’ (‘magia nera titanica’) per potere sviluppare delle squisite civiltà, sia sul piano materiale che su quello intellettuale e artistico, capaci di perdurare per tempo indefinito in una condizione di perfetto equilibrio con l’ambiente (47). Qui, quel che valeva, era la qualità spirituale delle popolazioni. In riguardo, un’osservazione sull’ascesa e il trionfo di Roma non è fuori contesto. Non sono mancati tanti ottusi, soprattutto di area anglosassone, che hanno preteso di attribuire la formazione dell’Impero di Roma a una conquista non dissimile a quelle che portarono alla formazione degli imperi coloniali europei degli ultimi cinque secoli: delle nazioni ‘progredite’, usando armi ‘moderne’, hanno sottoposto dei selvaggi. Invece è vero che, dal punto di vista tecnico, Roma non era superiore alla maggioranza delle popolazioni europee contro le quali si trovò a combattere. Il successo di Roma si dovette a una superiore qualificazione metafisica, ‘a essere stata segnata dagli dèi’. Se c’è stato un impero che può reggere il confronto con Roma, almeno entro certi limiti, fu quello dei tartari, fondato da Cinghis-Khan. I metodi usati dai tartari e dai romani per affermare il loro dominio non furono particolarmente dissimili, e ambedue furono estremamente duri. Eppure, quando si disintegrarono, ambedue questi imperi furono rimpianti dai discendenti di coloro che erano stati sottomessi nel più violento dei modi: perché, passata la conquista, ambedue avevano portato un sistema sociale molto preferibile a quanto c’era stato prima e incomparabilmente migliore di ciò che venne dopo.
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Note
(1) La dottrina teosofica fu codificata dalla fondatrice della Società Teosofica, Jelena Petrowna Blawacki, nella sua opera principale, La dottrina segreta (edizione italiana Napoleone, Roma, 1971; originale Adyar, Madras [India], 1888), della quale un buon riassunto è stato fatto da Arthur E. Powell, Il sistema solare, Bocca, Milano, 1947. Per quel che riguarda specificamente l’argomento dei continenti perduti, di ottimo riferimento è il libro di W. Scott-Elliot (pseudonimo di W. Williamson), Storia di Atlantide e della Lemuria sommersa, Adyar, Torino, 1997 (originale 1896 per l’Atlantide e 1904 per la Lemuria, prima edizione combinata 1925).
(2) Sull’influenza sotterranea monoteista sul modo di ragionare di tanti che pure si credono dei ‘liberi pensatori’, cfr. Silvano Lorenzoni, Origine del monoteismo e sua diffusione e conseguenze in Europa, Istituto Mediterraneo di Studi Politeisti, Marostica (Vicenza), 2000.
(3) Su quale valore possano avere queste estrapolazioni cronologiche, cfr. Silvano Lorenzoni, Chronos. Saggio sulla metafisica del tempo, di prossima pubblicazione.
(4) In riguardo, indispensabili sono le opere di Edgar Dacqué, un autore che esercitò un’influenza importante anche su Julius Evola, e in particolare Urwelt, Sage und Menschheit, Oldenbourg, München, 1928 e Leben als Symbol, Oldenbourg, München, 1928. Ottimo anche Giuseppe Sermonti, La Luna nel bosco, Rusconi, Milano, 1985.
(5) Delle quali essa ne pubblicò una ‘traduzione’ in inglese presso la Hermetic Publishing Co., San Diego (California, Stati Uniti), 1915; comunque sono riportate anche nella Dottrina segreta, cit.
(6) La Blawacki era essa stessa psichicamente dotata, mentre lo Scott-Elliot, cit., usava le capacità parapsicologiche del teosofo inglese Charles Webster Leadbeater.
(8) Questo è menzionato da Serge Hutin nel suo Hommes et civilisations fantastiques, J’ai lu, Paris, 1970; e lo scrivente ha potuto apprenderlo in prima persona durante la sua decennale permanenza in Africa. L’autore di fantascienza Emilio Tumminelli ha imbastito attorno a questa nozione un divertente romanzo di lettura leggera, La pietra misteriosa, Campironi, Milano, 1975. – Adesso, con la pandemia di AIDS, c’è da credere che quella ‘crepuscolarità’ possa divenire estinzione. Cfr. Silvio Waldner, La deformazione della natura, Ar, Padova, 1997.
(9) Cfr., per esempio, Alberto Cesare Ambesi, Atlantide il continente perduto, Xenia, Milano, 1994.
(10) Serge Hutin, Hommes, cit. È un libro ben fatto al quale si farà frequente riferimento, che però, come spesso capita nelle opere dell’Hutin, lascia alquanto a desiderare per quel che riguarda i riferimenti bibliografici.
(11) Sia pure a livello divulgativo, due libri di Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, Zsolnay, Wien, 1976 e Mysteries from forgotten worlds, Corgi, New York, 1972, sono parecchio ben fatti (anche il Berlitz faceva affidamento su di un veggente americano della prima metà del XX secolo, Edgar Cayce). Di utile riferimento anche Alberto Cesare Ambesi, op. cit. e, soprattutto, Marius Lleget, La Atlàntida, A.T.E., Barcelona, 1977. Quest’ultima opera, forse una delle migliori in argomento, è però estremamente frammentaria e incompleta nella sua bibliografia.
(12) Cfr. W. Scott-Elliot, op. cit.; Marius Lleget, op. cit.
(13) Cfr. Alberto Cesare Ambesi, op. cit., Marius Lleget, op. cit., Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, cit., ecc.
(14) Andrew Tomas (Los secretos de la Atlàntida, Plaza y Janés, Barcelona, 1969) afferma che l’azteca Tenochtitlàn verrebbe a essere una replica quasi perfetta della platonica Poseidonia, capitale dell’Atlantide.
(15) Uno studio dettagliato in riguardo, che include una buona bibliografia, fu pubblicato dallo scrivente sulla rivista “Primordia” (Milano), nn. XV (ottobre 1999) e XVI (marzo 2000) (Ricordiamo i nostri antichi padri pagani). In quello studio si mette in risalto la concomitanza del megalitismo con il culto del toro. Per quel che riguarda il megalitismo negli arcipelaghi del Pacifico esiste un interessante libro (A. Riesenfeld, The megalythic culture of Melanesia, Leiden, 1950) dove l’autore indica come là la civiltà megalitica sarebbe stata portata da invasori dal colorito chiaro dediti a riti religiosi di tipo lunare provenienti da Ovest.
(16) Pierre Carnac, La historia empieza en Bimini, Plaza y Janés, Barcelona, 1976.
(17) Lo scrivente, durante la sua ventennale permanenza in Sud America, ebbe occasione di visitare e fotografare un campo di megaliti nella zona dei Caraibi del quale non ha trovato menzione nella letteratura rintracciabile in Europa.
(18) Cfr. Pierre Carnac, op. cit.; Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, cit. Gli ultimissimi sviluppi dell’archeologia subacquea delle Bahamas sono dati da Andrew Collins, Gateway to Atlantis, Headline, London, 2000.
(19) In riguardo, fondamentali sono le opere di Hans. F. K. Günther, in particolare la sua Rassenkunde des deutschen Volkes, Lehmann, München, 1939.
(20) Julius Evola, op. cit., identificava la civiltà atlantidea con quell’età dell’argento dominata dall’astro notturno.
(21) Ma anche altri, ancora più antichi e più grandi di Stonehenge, fatti però di legno (e dei quali non rimangono se non le fondamenta), nell’Europa settentrionale e centrale (i ‘megaliti di legno’, di cui parla Robert Heine-Geldern, cfr. Silvano Lorenzoni, Ricordiamo i nostri antichi padri pagani, cit.). Una scoperta in riguardo è stata fatta recentemente in Germania (cfr. il quotidiano “La Padania” del 24.09.00).
(22) Cfr., per esempio, Serge Hutin, Hommes, cit.
(23) Cfr. Mario Polia, Gli Incas, Xenia, Milano, 1999.
(24) Lo scrivente, quando era in Sud America, ebbe occasione di conoscere una signora Maria Verschuren che lo assicurò che l’Atlantide era stata la penisola di Paraguanà, nel Mar dei Caraibi.
(26) Jürgen Spanuth, Atlantis, Grabert, Tübingen, 1965. Cfr. anche Gerhard Gadow, Der Atlantis-Streit, Fischer, Frankfurt, 1977.
(27) Cfr., per esempio, Ferdinand Ossendowski, Hommes, betes et dieux, J’ai lu, Paris, 1973; Gastone Ventura, Agartha e Schamballah, Centro internazionale di studi tradizionali, senza indicazione di luogo o data di pubblicazione (anni Novanta) (ma comunque reperibile presso la libreria per corrispondenza Carpe Librum di Nove [Vicenza]); Serge Hutin, Des mondes souterrains au Roi du Monde, Albin Michel, Paris, 1976.
(28) Ivan Sanderson, Invisible residents, Avon, New York, 1973.
(29) Citati da Serge Hutin, Hommes, cit.
(30) Un dettagliato resoconto dell”Atlantide’ di Roberto Lovato è stato pubblicato dallo scrivente sul foglio di diffusione libraria “Cronache dal Sottomondo” (Treviso), marzo 2001.
(31) James Churchward, Mu, le continent perdu, J’ai lu, Paris, 1969. Un riassunto ben fatto delle opere del Churchward è stato fatto da Stephan Santesson, Le dossier Mu, J’ai lu, Paris, 1976.
(32) Louis-Claude Vincent, Le paradis perdu de Mu, La source d’or, Marsat, 1975 (2 voll.).
(33) Cfr., per esempio, Willy Ley, Exotic zoology, Viking, New York, 1959.
(35) Qui c’è un interessante parallelo con le idee di Edgar Dacqué, cit. – È anche probabile che Edgar Rice Burroughs, inventore di Tarzan, si sia ispirato allo Scott-Elliot nell’imbastire i suoi romanzi di fantascienza marziana e veneriana.
(36) Cfr. anche Julius Evola, op. cit.
(37) Cfr. Mircea Eliade, Réligions australiennes, Payot, Paris, 1972.
(38) Questo si ricollega alla dotrina involutiva dell’origine dei selvaggi, visti non come razze ‘giovani’, ma come residui degenerati o degenerescenti di genti che ebbero un livello molto superiore. Su di questo argomento lo scrivente ha in progetto un’opera specifica.
(39) Serge Hutin, Hommes, cit.
(40) Jean Haudry, Les indoeuropéens, Presses Universitaires de France, Paris, 1981 (una traduzione italiana vedrà presto la luce per i tipi di Ar, Padova). Questo testo dà anche un’esauriente bibliografia.
(41) Cfr. Silvano Lorenzoni, Origine del monoteismo, cit.
(42) In riguardo, si consulti per esempio Silvio Waldner, Deformazione, cit. Un parallelo, su scala sociale, può essere fatto fra la rivoluzione francese o russa, violentissime, e la rivoluzione industriale, ‘indolore’, la quale, a lunga scadenza, ebbe risultati ancora più distruttivi, in quanto fattore denaturante della compagine sociale europea, e che anzi fu determinante perché anche tanti fatti sanguinari e violenti potessero avere luogo. Cfr. Massimo Fini, La ragione aveva torto?, Camunia, Belluno, 1985.
(43) Cfr., per esempio, Heinrich Driesmans, Der Mensch der Urzeit, Strecker und Schröder, Stuttgart, 1923; Piero Leonardi, L’evoluzione dei viventi, Morcelliana, Brescia, 1950.
(44) Nel neandertaliano si ha da ravvisare un elemento di tipo australoide, simile, se non identico, all’australiano. Cfr. John R. Baker, Race, Oxford University Press, Oxford (Inghilterra), 1974; Vittorio Di Cesare, Gli aborigeni australiani, Xenia, Milano, 1996 (dove è dato anche un discreto resoconto del megalitismo australiano).
(45) Cfr. Marija Gimbutas, Old Europe, c. 7000-3500 b.C., in “Journal of indo-european studies” I, 1973 e Il linguaggio della dea, Neri Pozza, Vicenza, 1997 (originale 1989); Mircea Eliade, Histoire des croyances et des idées réligieuses, Payot, Paris, 1976 (3 voll.) dove è menzionata anche una civiltà pre-sumera in Mesopotamia (civiltà di El-Obeid).
(46) Cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, Chroniques des civilisations disparues, Laffont, Paris, 1976.
(47) E comunque (cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, op. cit.), anche presso le società preistoriche e protostoriche si riscontravano dei ritrovati tecnici a dir poco sorprendenti.
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(Capitolo 1 del saggio I continenti perduti, la luna e le cesure epocali).
Secondo la leggenda, da qualche parte in prossimità delle lontane regioni ghiacciate del Polo Nord visse una civiltà ormai quasi del tutto dimenticata. Si narra che la mitica civiltà di Iperborea si sviluppò nella regione più settentrionale del pianeta in un momento in cui quei territori erano adatti ad ospitare la vita umana. Secondo alcune dottrine e tradizioni, Iperborea avrebbe segnato l’inizio terreno e celeste di ogni civiltà, in quanto culla dell’Uomo Originario. Alcune teorie ipotizzano che Iperborea coincida con il giardino dell’Eden, il punto in cui in un remoto passato la terra ed il cielo entrarono in contatto.
Il mito riferisce che quando i membri di detta civiltà trasgredivano la legge divina, il prezzo della loro colpa fosse l’esilio a vita verso il mondo esterno. Mondo esterno che andò popolandosi proprio grazie alle comunità create dagli esuli, le quali sviluppandosi posero fine alla grande e gloriosa Età dell’Oro.
Quello dell’Età dell’Oro è un elemento centrale di numerose antiche tradizioni. Significativamente, i riferimenti ad essa sono più frequenti nelle culture appartenenti alle regioni che si estendono dall’India al Nord Europa, cioè le aree direttamente sottostanti le regioni polari. Joscelyn Godwin, nel saggio Arktos, The Polar Myth in Science, Symbolism and Nazi Survival, scrive:
“La memoria o l’immaginazione di un’età dell’oro sembra essere una particolarità appartenente alle culture che coprono l’area che si estende dall’India al Nord Europa … nell’antico Medio Oriente vi è un evidente riferimento all’Età dell’Oro nel libro della Genesi, quando viene descritto il Giardino dell’Eden come quel luogo dove l’umanità camminava con la divinità prima che avesse luogo la caduta. La tradizione egizia narra di epoche remote governate da sovrani divini. Nella mitologia babilonese abbiamo una sorta di calendario composto da ere trisecolari, che coincidono con i quattro quadranti dello zodiaco; la prima di esse, dominata da Anu e nota come età dell’oro, si concluse con il diluvio. I testi Avesta iraniani raccontano del millenario Regno d’oro di Yima, il primo uomo e primo sovrano, sotto il cui dominio il freddo ed il caldo, la vecchiaia, la morte e la malattia erano ignote.”
Il mito più sviluppato di questo genere – e probabilmente il più antico – appartiene alla dottrina indù dei Quattro Yuga. Le quattro Ere che compongono questo sistema sono dette: Krita o Satya Yuga (quattro unità), Treta Yuga (tre unità), Dvapara Yuga (due unità), e Kali Yuga (una unità). La somma delle quattro Ere ripetuta per dieci volte compone un periodo denominato Mayayuga. Il Krita Yuga corrisponderebbe all’Età dell’Oro; il Kali Yuga al periodo storico che stiamo vivendo attualmente.
Ogni descrizione dell’Età dell’Oro racconta di come gli ‘dei’ camminassero con gli uomini in un ambiente perfetto e armonioso equilibrato tra il terrestre ed il celeste. L’umanità non soffriva alcuna malattia e non esisteva invecchiamento in questo paradiso senza tempo. Dopo la caduta, l’uomo ‘precipitò’ nel Tempo e nella sofferenza, perdendo il dono dell’immortalità.
Madame Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, faceva riferimento ad una ‘seconda razza’ originaria di Iperborea, che avrebbe preceduto le successive razze di Lemuria ed Atlantide. Il metafisico russo Alexandre Dugin affermò che la casa del ‘popolo solare’ si trovasse nei territori noti oggi come Russia settentrionale. “La gente solare”, asseriva, “è una tipologia culturale-spirituale creativa, energetica e spirituale.”
Nell’antica Grecia esisteva la leggenda di Iperborea, una terra di sole perpetuo posizionata al di là del “vento del nord.” Ecateo (circa 500 aC) asseriva che il luogo sacro degli iperborei, costruito “secondo il modello delle sfere”, si trovasse “nelle regioni oltre la terra dei Celti” presso “un’isola in mezzo all’oceano.” Secondo alcuni resoconti popolari il tempio del dio Apollo presso Delfi fu edificato da individui originari di Iperborea. Il poeta lirico greco Alceo (600 aC) cantò del viaggio reale o mistico compiuto da Apollo nella terra degli iperborei:
“O re Apollo, figlio del grande Zeus, alla tua nascita tuo padre ti donò la fascia dorata e la lira di conchiglia, e ti donò inoltre un carro trainato da cigni, voglio che tu ti rechi a Delfi … ed una volta in viaggio, la cosa peggiore che potrai fare sarà volare nella terra degli iperborei.”
L’uso di indossare una veste ricamata con le stelle del ‘Re del Mondo’ – la sfera celeste, simbolo dell’unità con la terra – è una consuetudine che qualcuno fa risalire agli iperborei. I ricami in oro su seta blu raffiguravano il sole, la luna e le stelle. Tali abiti furono poi indossati dai re dell’antica Roma e da Giulio Cesare, così come da Augusto ed altri imperatori romani.
Alcune antiche statuette in terracotta rinvenute in una tomba in Jugoslavia mostrano l’Apollo Iperboreo all’interno del suo carro trainato da cigni. Il dio indossa sul collo e sul petto raffigurazioni gialle del sole e delle stelle, e sul suo capo vi è una corona da cui si dipanano raggi. La sua veste, che tocca il suolo, è di colore blu scuro con disegni di colore giallo.
Il Collasso di Iperborea
Una delle teorie più popolari circa l’evento che causò la fine di Iperborea narra di una catastrofica inclinazione assunta dall’asse terrestre. L’umana trasgressione della legge divina avrebbe causato uno spostamento nell’equilibrio metafisico, il cui effetto sarebbe andato a proiettarsi anche sul piano terreno. Julius Evola, noto metafisico italiano, asserì che sia stato proprio quello il momento in cui il primo ciclo della storia giunse a conclusione per dare avvio al secondo ciclo, quello della civiltà atlantidea:
“Il ricordo di questa località situata nell’Artico è patrimonio delle tradizioni di molte genti, sia sotto forma di vere e proprie allusioni geografiche, che di simboli sintetizzanti la funzione e significato originali spesso trasformati in senso super-storico, oppure applicati ad altri centri che possono essere considerati come copie di quella originale … Soprattutto, si noterà l’interazione del tema Artico con il tema Atlantico … E’ nota la nozione astrofisica secondo cui la modificazione dell’inclinazione dell’asse terrestre provocherebbe mutazioni nel clima da un’epoca all’altra. Inoltre, come da tradizione, tale inclinazione ha avuto luogo in un dato momento, di fatto attraverso l’allineamento di un fatto fisico con uno metafisico, come se un male naturale si sia riflesso in una certa situazione di ordine spirituale … In ogni caso, ad un certo momento il ghiaccio e la notte eterna calarono sulla regione polare. Poi, con l’esodo forzato da quella sede, ebbe fine il primo ciclo, dando inizio alla seconda grande Era: il Ciclo di Atlantide.” Julius Evola, Rivolta Contro il Mondo Moderno, 1951.
l ricordo di un’epoca d’oro, sebbene rimodellato in forma archetipica o mitologica, soddisfa uno scopo super-storico. Per questa ragione il ricordo dell’antica civiltà di Atlantide a volte risulta intrecciato a quello di Iperborea. Non possiamo aspettarci di ‘provare’ l’esistenza fisica di queste civiltà, ma tutti i miti sono noti per avere un fondamento storico. Trasmessi originariamente in forma orale, i miti sono poi codificati all’interno di storie abbastanza semplici ed accattivanti da garantire loro la sopravvivenza e traduzione attraverso i secoli. Il mito assolve una funzione vitale – quella di condurre nel futuro il ricordo delle origini, la conoscenza di dove stiamo dirigendoci e di ciò che siamo tenuti a fare. E’ solo oggi – nel Kali Yuga – che la cultura ha tagliato i ponti con le tradizioni, perdendo così la facoltà di distillare correttamente i nuclei di verità storiche contenute nei miti.
Il Ritorno del Mito
La leggenda di Iperborea rivisse nel corso dei secoli XVIII e XIX, quando videro la luce molti testi in cui fu formulata l’ipotesi che la prima civiltà umana non avesse affatto avuto origine in Medio Oriente. Una delle pubblicazioni più popolari postulò che i cosiddetti ‘ariani’ (europei) fossero ‘superiori’ e più intelligenti rispetto ai ‘semiti’ (popoli del Medio Oriente). Quindi, secondo questa teoria, la civiltà ‘non poteva’ avere avuto origine in Medio Oriente, e l’ebraico probabilmente non era stata la prima vera lingua.
I francesi dell’Illuminismo avanzarono l’ipotesi che l’Eden biblico fosse situato in una regione più elevata rispetto a quanto comunemente ritenuto. Allo stesso modo, i nazisti tedeschi alla ricerca della loro Aufklarung (citando Kant, l’Aufklarung è “l’uscire dell’uomo dallo stato di minorità per obbedire al motto sapere aude, ossia imparare a servirsi del proprio intelletto senza la guida di altri” – ndt) cercarono di estromettere dal mito edenico ogni legame con le regioni del Mediterraneo e del Medio Oriente. Diversi studiosi britannici e tedeschi si concentrarono sull’analisi della antica civiltà indiana (vedica), ove si parlava la lingua sanscrita. Molti ritenevano che il sanscrito fosse la lingua originale degli ‘ariani’.
Con le nuove scoperte archeologiche effettuate in Egitto, Caldea, Cina ed India, i ricercatori si diedero a percorrere un campo minato, riaprendo il dibattito sulle reali origini dell’uomo. All’epoca, contraddire con veemenza la versione narrata nella Bibbia poteva condurre a spiacevoli conseguenze.
Scrittori come Jean-Sylvain Bailly (1736-1793), il Rev. Dr. William Warren (1800), Bal Gangadhar Tilak (1856-1929) e H.S. Spencer (1900), svilupparono diverse teorie nel tentativo di dimostrare che l’origine dell’uomo avesse avuto luogo nella regione polare.
Il libro di Tilak: Arctic Home (pubblicato nel 1903) esordisce affermando che durante il periodo interglaciale nelle regioni artiche il clima fosse molto diverso rispetto a quello attuale (nozione confermata da numerosi scienziati). Secondo Tilak vi fu un continente circumpolare dal clima temperato. Dunque le condizioni ambientali dell’epoca non sarebbero state sfavorevoli alla vita, come comunemente ritenuto.
Tilak era convinto che gli antichi testi vedici indiani facessero inequivocabilmente riferimento ad un ‘regno degli dei’ dove il sole sorgeva e tramontava una sola volta l’anno, e questo dettaglio a sua detta dimostrava che quegli antichi autori conoscessero le condizioni astronomiche presenti al Polo Nord. Tilak, che vantava una perfetta padronanza della lingua vedica, collocava l’esistenza di tale civiltà artica intorno al 10.000 aC, prima che l’inizio dell’ultima era glaciale la distruggesse.
Il suo libro ebbe un impatto limitato in occidente, ma riscosse grande popolarità in India. Quando il dotto zoroastriano H.S. Spencer scrisse il libro The Aryan Ecliptic Cycle (1965) – con cui si propose di sviluppare il lavoro di Tilak – riscosse l’approvazione di Sir S. Radhakrishna, l’allora Presidente dell’India. Come pure il plauso di dignitari della locale Società Teosofica.
L’approccio di Spencer non si sviluppò dal vedico ma dalle scritture di Zoroastro, andando oltre Tilak nel tracciare e descrivere i progressi degli ‘ariani’ dal nord ai nuovi stanziamenti, e gli scismi che li sparpagliarono lungo la strada.
Gli ‘ariani’ descritti da Spencer fecero sentire la loro presenza, spostandosi in lungo e in largo. Sarebbero stati proprio gli ariani a modellare le religioni e culture d’Egitto, Sumeria, Babilonia, e dei semiti, fino a quel momento adoratori di divinità lunari femminili.
Tuttavia, la ricerca di una ‘Iperborea’ terrena e di una ‘razza originaria’ da parte di molti studiosi fu estremamente difficile e ottimistica. Dimostrare che tra l’8000 ed il 10000 a.C presso il Polo Nord fossero esistiti insediamenti umani non era impresa da poco, soprattutto se vivevi nel 18° secolo. Le numerose teorie non fecero che presentare elementi contraddittori o tendenziosi, i quali finirono per ottenere il risultato opposto, screditando anziché accreditare l’intera nozione di Iperborea. Stesso discorso potrebbe farsi in merito alle teorie che vorrebbero provare l’esistenza del ‘continente perduto di Atlantide’. L’impellenza di trovare la dimostrazione di una Iperborea terrena finì per sminuire l’importanza occulta dell’Iperborea simbolica.
Il Polo Spirituale
Nel tentativo di individuare l’ubicazione ‘fisica’ di Iperborea, la maggior parte dei ricercatori ha trascurato la possibilità che quel mito potesse servire uno speciale fine simbolico e spirituale. Ci chiediamo se sia ipotizzabile che la verità dietro la leggenda fosse esoterica, e non essoterica come alcuni addirittura sostengono ancora oggi.
Molte tradizioni narrano di un supremo centro spirituale o ‘Luogo Supremo.’ Tale ‘luogo’ potrebbe non essere ubicato in uno specifico punto terreno, ma esistere in una forma primordiale, inattaccabile dai cataclismi fisici.
Il ‘Luogo Supremo’, comunemente considerato come orientamento ‘polare’, simbolicamente è stato sempre rappresentato sotto forma di ‘asse del mondo’ – e nella maggior parte dei casi indicato come una ‘Montagna Sacra.’ Rene Guenon nel testo Il Re del Mondo scrive quanto segue:
“Quasi in ogni tradizione esiste un preciso nome per definire questa montagna, come il Meru induista, l’Alborj persiano, ed il Montsalvat nella leggenda occidentale relativa al Graal. Abbiamo anche la montagna araba Qaf ed il monte Olimpo greco, i quali per molti versi esprimono il medesimo significato. In ognuna delle tradizioni citate si tratta di una regione che – proprio come il Paradiso Terrestre – è divenuta inaccessibile all’umanità ordinaria; una regione che si trova oltre la portata dei cataclismi che sconvolgono il mondo umano al termine di determinati periodi ciclici. Questa regione è l’autentico ‘Luogo supremo’ che, secondo certi testi vedici e avestici, originariamente si trovava nei pressi del Polo Nord, come sottolineato anche dal senso letterale della parola. Per quanto sia possibile che la sua localizzazione possa cambiare a seconda delle fasi della storia umana, la sua polarità resta intatta in senso simbolico, in quanto essenzialmente rappresenta l’asse fisso attorno al quale tutto è imperniato.”
I testi vedici narrano che il ‘Luogo supremo’ sia noto come Paradesha, o ‘Cuore del Mondo’. Ed è proprio da tale nome che i Caldei coniarono il termine Pardes, e gli occidentali Paradiso.
Esiste inoltre un nome alternativo, il quale probabilmente è anche più antico di Paradesha. Questo nome è Tula, dai greci poi modificato in Thule. Concetto che accomuna diverse regioni che vanno dalla Russia fino all’America Centrale, il nome Tula ha sempre rappresentato lo stato primordiale da cui scaturisce ogni facoltà spirituale.
E’ noto che il nome messicano Tula debba la sua origine ai toltechi, i quali provennero – secondo la leggenda – da Aztlan, la ‘terra di mezzo dell’acqua’, la quale corrisponderebbe alla mitica Atlantide. In questo caso Tula – centro di autorità spirituale – non resterebbe fissa in una specifica ubicazione geografica. Guenon associa a Tula il ciclo atlantideo successivo a quello iperboreo. La Tula atlantidea è l’immagine dell’originario stato primordiale situato al nord, in una posizione polare. Con il succedersi delle Ere, la sede suprema del potere spirituale tende a regredire in misura esponenziale verso la segretezza e l’oscurità. Tutto ciò, naturalmente, è un effetto congenito dell’era finale (Kali Yuga) in cui progressivamente l’umanità sprofonda nel piano materiale, fino al ribaltamento provocato dall’avvio di un nuovo ciclo.
Qui Tula, centro di autorità spirituale, costituisce il punto fisso noto simbolicamente a tutte le tradizioni come il ‘perno’ o l’asse del mondo. Metafisicamente parlando, il mondo ruoterebbe intorno a questa sede di potere priva di una vera e propria collocazione geografica.
Nella tradizione buddhista ‘Chakravarti’ letteralmente significa “Colui che fa girare la ruota”, vale a dire colui che – essendo al centro di tutte le cose – dirige ogni movimento senza a propria volta essere coinvolto da quel moto; colui che – per usare le parole di Aristotele – è ‘l’immobile meccanismo’ di ogni cosa.
Nelle tradizioni celtica, caldea ed indù, l’immobile asse attorno a cui si muove la ruota del mondo si combinano per rappresentare un simbolo diventato molto controverso nella modernità. Questo – infatti – è l’autentico significato della svastica, riconosciuta in tutte le antiche tradizioni mondiali come ‘simbolo del Polo’.
Il Polo e l’Illuminazione Mistica
Risale all’Iran medievale la prima documentazione scritta che fece riferimento al Polo Spirituale ed all’esperienza mistica dell’ascesa verso di esso. I sufi iraniani, attingendo dall’Islam e dalle tradizioni mazdea, manichea, ermetica, gnostica e platonica, ne distillarono una dottrina sacra, descritta come scientifica, mistica e filosofica.
“Esotericamente i teosofi persiani collocavano il loro ‘punto di riferimento’ in un luogo che non si trovava ad Oriente, né ad Occidente, né al Sud, quando rivolgevano le loro preghiere verso la Ka’ba. “L’Oriente ricercato dal mistico, l’Oriente che non può essere situato sulle nostre mappe, è nella direzione del nord, oltre il nord.” (The Man of Light in Iranian Sufism, Henry Corbin, 1978) Su questo Polo regna una completa oscurità, asserisce il famoso testo arabo Hayy ibn Yaqzan, tra le opere più visionarie del polemista e filosofo persiano Avicenna (Ibn Sina), vissuto intorno all’anno 1000. “Ogni anno il sole lo illumina per un breve periodo. Colui che si confronta con quella oscurità e non esita ad immergersi in essa giungerà in uno spazio sconfinato e pieno di luce.” [Ibid] Tale oscurità, dice Corbin, è l’ignoranza dell’uomo naturale. “Attraversarla è un’esperienza terrificante e dolorosa, in quanto distrugge tutte le pervietà e le norme su cui l’uomo naturale basa la propria esistenza …” [ibid] Ma deve essere affrontata consapevolmente prima di poter acquisire la gnosi salvifica esistente oltre la luce.”
“Il buio attorno al Polo, perforato annualmente dai raggi del sole, è una figura al tempo stesso terrena e simbolica. Da un lato è la reale situazione astronomica esistente presso il Polo Nord, in cui si alternano sei mesi di notte e sei di giorno. Dall’altro, nella tradizione esoterica l’immagine detiene un valore superiore e simbolico. Ma, come Corbin e Guénon non si stancavano mai di sottolineare, il livello simbolico non è un costrutto fantasioso che trae spunto dal fatto terreno: in realtà è vero l’esatto opposto. Nella fattispecie, l’esperienza mistica di penetrare l’oscurità del Polo è la realtà fondamentale e l’autentica esperienza dell’individuo. Il fatto che il mondo materiale rifletta la geografia celeste non è che un aspetto contingente. In breve, in questa dottrina, come nel platonismo, la vera realtà è quella del regno sovrasensibile, mentre il regno materiale non è che una sua proiezione.”
Il ricercatore, mediante una profonda meditazione spirituale, riesce ad accedere ad un mondo di esperienza mistica, e percorre un pellegrinaggio verso Iperborea, luogo che non può essere collocato sulle mappe. Aristea, poeta greco, in estasi sciamanica narrò di avere viaggiato fino ad Iperborea mentre era ‘posseduto da Apollo.’ Il viaggio mistico-spirituale verso Iperborea è molto presente nell’antica letteratura ellenica. Il viaggio verso il Polo è talvolta illustrato come la scalata di una colonna di luce che si estende dal fondo dell’inferno fino al brillante paradiso nel Nord cosmico.
Come già accennato, il Polo è simboleggiato anche da una montagna, chiamata Monte Qaf nella tradizione mussulmana, la cui ascesa, proprio come la scalata di Dante del Monte del Purgatorio, rappresenta i progressi dei pellegrini nell’atto di attraversare una serie di stati spirituali.
Guénon, ne Il Re del Mondo, spiega che “l’idea evocata dalla rappresentazione in questione è essenzialmente quella della ‘stabilità’, la quale è di per se una caratteristica del Polo.” La montagna, indicata come un’isola, “resta immobile in mezzo all’incessante turbinio delle onde, un caos che riflette quello del mondo esteriore. Di conseguenza è necessario attraversare il ‘mare delle passioni’, al fine di raggiungere il ‘Monte della Salvezza’, il ‘Santuario della Pace’.”
La nostra ricerca di Iperborea è il nostro desiderio di tornare a Paradesha o Paradiso – cioè l’impulso primordiale, originario dell’esistenza umana. L’importanza di conoscere l’ubicazione materiale di una terra perduta nelle regioni settentrionali è quindi messa in ombra dalla rilevanza simbolica del concetto. Cercare Iperborea equivale a ricercare l’illuminazione mistica. La montagna, l’Isola, l’inamovibile roccia fissa in un preciso orientamento polare quale rappresentazione della Realtà Ultima. Ed è proprio tale inamovibilità ad ancorarci al solenne compito che da sempre essa rappresenta.
È prima di tutto necessario precisare cosa debba qui intendersi per «Ultimi Tempi», e situarli pertanto nello sviluppo provvidenziale della storia del Mondo.
In realtà, gli «Ultimi Tempi» attuali devono chiudere il gran ciclo cosmico di 64.800 anni che gli Indù denominano Manvantara, o Era di Manu; più esattamente, il Manvantara rappresenta il ciclo di un’umanità della quale il Manu è il reggente. Inoltre si dice che il nostro Manvantara non è il primo, ma il settimo del Kalpa, o ciclo di un Mondo, e si dice che sarà seguito da sette futuri Manvantara. Conseguentemente, la prossima «Fine» dei Tempi corrisponde esattamente, in ordine di tempo, alla metà dell’intero Kalpa, dato che si situa, da un lato, a 7×64.800 anni = 453.600 anni dalla sua origine, e, d’altra parte, a 7×64.800 anni dalla sua fine.
Da ciò possiamo dedurre una prima conclusione: e cioè che la «Fine» del Mondo vera e propria è ancora lontana! La seconda conclusione che ne potremmo trarre sarebbe che l’espressione «Ultimi Tempi» indica gli ultimi tempi del Manvantara, comprendendo che la durata di questi «Ultimi Tempi» varia a seconda delle differenti tradizioni, come si vedrà in seguito. Prima, bisogna però rispondere all’inevitabile obiezione che ci si presenta, dal momento che gli studiosi moderni attribuiscono al nostro mondo un’età favolosa che essi calcolano in miliardi di anni, invece dei 453.600 anni che ci propone la dottrina dei cicli. Questa discordanza si spiega tuttavia molto bene se, come ho mostrato in un altro studio, si tiene conto del fatto che per gli Antichi il tempo era ciclico, o circolare, mentre, per gli studiosi moderni il tempo sarebbe rettilineo. Partendo da ciò si può stabilire una relazione matematica che permette di passare dalla cronologia ciclica tradizionale alla cronologia rettilinea moderna, e viceversa, in modo tale da confutare l’obiezione suddetta. Ma per quanto riguarda la questione del conoscere la durata del mondo, ci troviamo di fronte ad altre opinioni che è necessario segnalare. Accade così, per esempio, che certi esegeti propongono un’interpretazione letterale della Bibbia, che porta loro a credere in cose per le quali èinevitabile non sorridere: “Secondo la cronologia biblica, cronologia degna di fiducia, Adamo ed Eva furono creati l’anno 4026 prima della nostra era!”[2]. Altri, viceversa, prendono molto sul serio le cifre fantasiose elaborate della tradizione indù, a proposito delle quali René Guénon ha mostrato che gli innumerevoli zeri che appaiono nei testi sacri di detta Tradizione non avevano probabilmente altro fine che quello di far confondere i curiosi. In aggiunta, non c’è, nel nostro mondo spazio-temporale, un ciclo che sia più grande del Kalpa, la cui durata globale, compresi i sette Manvantara futuri, sarebbe in totale di 2 x 453.600 = 907.200 anni. Gli altri periodi più vasti che sono considerati nella tradizione indù sono da intendersi in un senso puramente simbolico, e non letterale.
Fatte queste osservazioni, torniamo alla questione della durata degli «Ultimi Tempi» nelle differenti Tradizioni.
Secondo la tradizione indù, il Manvantara, o ciclo di un’umanità, si divide sia in cinque Grandi Anni di 12.960 anni ciascuno, sia in quattro Età di durata decrescente che sono proporzionali ai numeri 4, 3, 2 e 1 e il cui valore totale è 10, che corrispondono alle quattro età tradizionali della tradizione romana: Età dell’Oro, Età dell’Argento, Età del Bronzo ed Età del Ferro[3]. In un certo senso, questa è dunque l’ultima età dell’umanità attuale, l’Età del Ferro di cui parlavano Ovidio e Virgilio, e che gli Indù denominano Kali-Yuga o Età Oscura, che rappresenterebbe l’insieme degli «Ultimi Tempi». Nella Bibbia, l’inizio di questi tempi è da rintracciarsi nell’episodio della confusione delle lingue, mentre il Diluvio corrisponde alla transizione cataclismica intercorsa tra il quarto e il quinto (ed attuale) Grande Anno.
La durata massima che si può prendere in considerazione a proposito degli «Ultimi Tempi», ovvero l’Età Oscura, è quindi di 6.480 anni. Ma la tradizione ellenica, della quale ci informa Esiodo ne “Le Opere e i Giorni”, suddivide ulteriormente quest’ultima Età in due «Razze»: in primo luogo, la «Razza degli Eroi» che perì sulle mura di Troia, seguita dalla «Razza di Ferro» che sarebbe iniziata verso l’anno 1100 prima della nostra era.
Si tratta forse della tradizione ebraica? Se è così, allora è il profeta Daniele che bisogna consultare: egli ci ha dato, in effetti, una buona descrizione degli «Ultimi Tempi» – evidentemente simbolica – quando ha parlato della statua dai piedi di argilla vista in sogno dal re Nabucodonosor. In questo testo riappare la successione delle quattro Età degli Antichi, e nel mio libro L’Era futura e Il movimento della Storia ho dimostrato che le proporzioni della loro durata è la medesima, ma in senso inverso, di quelle delle quattro parti della statua. Per quanto riguarda la durata globale di questa datazione degli «Ultimi Tempi» insita nei dati tradizionali ebraici, che Daniele non ci fornisce, essa è teoricamente di 2.592 anni, cioè, arrotondando, 26 secoli. Si tenga conto che si tratta della totalità del periodo fino alla «fine dei Giorni», e non solamente della durata dei quattro «Regni», che sono: Caldeo (un secolo), Persiano (due secoli), Greco (tre secoli), e Romano (quattro secoli), e il cui insieme rappresenta il «Millennio pagano» al quale succederà, con un’intersezione di circa un secolo, il «Millennio cristiano» dell’Apocalisse. Il principio del «Ciclo di Daniele», o periodo degli Ultimi Tempi nella Tradizione ebraica, si situa agli inizi del VI secolo a.C.; coincide così col principio della Storia classica, ed è quindi più recente di quello della «Razza di Ferro» di Esiodo. Non ci rimane, infine, che parlare della tradizione cristiana: qui non abbiamo nessuna difficoltà, dato che, secondo il Vangelo, gli Ultimi Tempi sono iniziati con l’Ascensione (cioè quando Cristo è salito al Cielo) e dureranno fino alla sua Parusia (ritorno), ovvero la «Fine dei Tempi». I primi cristiani hanno creduto, per molto tempo, che questo ritorno del Cristo glorioso fosse imminente. Per contro, certi eruditi, e perfino teologi, hanno oggi confinato questo evento ultimo della vita della Chiesa in un futuro lontano, se non indefinibile. La verità, che può dedursi dai testi sacri (e specialmente dalla profezia evangelica relativa alla distruzione di Gerusalemme[4]) come dall’Apocalisse di San Giovanni Evangelista, è molto semplice: la durata teorica degli «Ultimi Tempi» sarebbe, per i cristiani, di 2000 anni, cioè, approssimativamente, dal 30 d.C. al 2030 d.C.. Questi 2000 anni rappresentano dunque la fine dell’Età Oscura indù (o Età del Ferro dei Latini), e conseguentemente dell’intero Manvantara.
In sintesi, la prossima «Fine dei Tempi» verrà a chiudere, verso l’anno 2030 della nostra era, non solamente i 2000 anni di storia della Chiesa, ma anche i 65 secoli dell’Età del Ferro e contemporaneamente, arrotondando, i 65 millenni della presente Umanità; ma questa non sarà la «Fine del Mondo»! (*) D’altra parte, bisogna sapere che i periodi sempre più brevi che rappresentano gli «Ultimi Tempi» possono suddividersi a loro volta in fasi secondarie, in modo che, a poco a poco, quelli che possono ancora chiamarsi «Ultimi Tempi» rimangono limitati fino a diminuirsi ad alcune decine di anni.
La «Fine dei Tempi» si situerebbe così, come ho appena detto, intorno all’anno 2030 della nostra era, e quindi in un futuro relativamente prossimo: non si smetterà senza dubbio di obiettare, a questo riguardo, o che questa data è puramente immaginaria, oppure, al contrario, che si tratta di un «segreto» che non avrebbe dovuto essere svelato.
Quello che può rispondersi al riguardo, è che questa data non è affatto segreta, e ciò da molto tempo. Senza risalire fino ai Padri della Chiesa, che già attribuivano 2000 anni di vita alla Chiesa, farò notare che la «Fine dei Tempi» è stata annunciata molto chiaramente ed esplicitamente nella «Profezia del Re del Mondo», pubblicata dallo scrittore Ferdinand Ossendowski nel suo libro Betes, Hommes, et Dieux[5]. Questa profezia, di origine mongola, diceva in effetti quanto segue: “nell’anno quinquagesimo, (dopo il 1891), faranno la loro scomparsa tre soli grandi regni, che dureranno per settantuno anni felici. Vi saranno quindi altri diciotto anni di guerra e distruzione. Poi le genti di Agharti lasceranno le caverne sotterranee ed appariranno sulla superficie della terra”. Poiché l’ultima fase designa la «Fine dei Tempi», la data di questi sarebbe:
1891+50+71+18=2030.
D’altra parte, la Profezia dei Papi, chiamata anche “Profezia di San Malachia”, la cui chiave numerica, basata sul numero 111, è stata trovata da Raoul Auclair, darebbe 1143+8×111=2031.[6]
Traduzione dallo spagnolo a cura di Talib
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Note
[1] Per quanto riguarda le opere di Gaston Georgel, vedasi anche le recensioni scritte da Guénon e pubblicate nella raccolta postuma “Forme Tradizionali e Cicli Cosmici” (edizioni Mediterranee). NdT
[2] In: Svegliatevi, 8-4-1969
[3] Si confronti anche la quadripartizione delle età nelle tradizioni greca, indù, nordica (nella quale l’età ultima viene detta “Età del Lupo”), et cetera. Presso i Lakota delle Pianure dell’America Settentrionale, il Bisonte Sacro camminava, nei tempi antichi, su tutte e quattro le zampe, ed ora, nei tempi attuali, su di una sola; questo corrisponde esattamente alla dottrina tradizionale delle quattro età (cfr. Arthur Versluis, “Gli Indiani d’America”. Xenia edizioni). D’altra parte, tutte le dottrine tradizionali (compreso il Cristianesimo medioevale) concepiscono il tempo come un movimento ciclico da una età dorata ad una oscura, e non riconoscono l’idea moderna di “progresso storico lineare”, dal chiaro sapore evoluzionista. NdT
[4] L’autore precisa questa interpretazione nel suo studio intitolato “Dottrina dei cicli e movimento della Storia” (anch’esso da noi tradotto in italiano), nel quale scrive: “Ho precedentemente affermato che la durata del Ciclo Cristico sarebbe di 2000 anni. Si può arrivare a questa data, già proposta da alcuni Padri della Chiesa e confermata dalla Profezia dei Papi (come da quella del Re del Mondo), mediante un semplice ragionamento basato sulla Profezia evangelica relativa alla Fine dei Tempi. Tale Profezia si realizzò già per la prima volta dopo 40 anni, e 40 è il numero che indica la perfezione della penitenza; la realizzazione finale, che sarà una nuova Pentecoste, dovrà allora avvenire 2000 anni (50 x 40 = 2000) dopo l’Ascensione, poiché 50, perfezione della ricompensa, è anche il numero della Pentecoste.” NdT
[5] Ed. Plon, Parigi, 1923(*) Per una corretta definizione di «Fine del Mondo» v.: René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi – cap. 40. “La fine di un mondo” – http://scienzasacra.blogspot.it/2015/01/rene-guenon-il-regno-della-quantita-e-i_26.html
[6] L’opera di Ossendowski è stata pubblicata in Italia dalle edizioni Mediterranee (col titolo “Bestie, Uomini, Dei”). Qui, a dire il vero, la data di partenza non è il 1891 ma il 1890, il che darebbe la data della Fine per il 2029. Stando alla “Profezia del Re del Mondo” (e prendendo come data di partenza il 1891 segnato nell’edizione francese del libro di Ossendowski), l’anno nel quale dovrebbero iniziare i 18 anni di guerra e di distruzione che precederanno l’apparizione delle genti di Agharttha sulla superficie della terra sarebbe il 2012, e a tal proposito è interessante notare due cose alquanto sconcertanti: la prima si riferisce al fatto che, secondo l’antico calendario sacro Maya, l’anno equivalente al 2012 della nostra era sarebbe latore di avvenimenti di enorme importanza (anche se non la “fine del mondo”, come alcuni hanno superficialmente interpretato, e come ha dimostrato Pietro Bandini nel suo “Profezie e Cosmologia dei Maya attraverso il Sacro Calendario”. Newton & Compton); il secondo è relativo allapossibilità che nel 2028 un grosso asteroide del diametro di circa un km. e mezzo (nominato dagli astronomi 1997XF11) potrebbe colpire il pianeta, scatenando un’energia pari all’esplosione di tutto l’arsenale atomico mondiale, e provocando una catastrofe planetaria di dimensioni inimmaginabili (vedasi: Nanni Riccobono, 2028. Il pericolo viene dal cielo. Piemme).