UBINAM GENTIUM SUMUS? UN EDEN ED UN POPOLO O PIÙ LUOGHI E PIÙ GENTI?

di Bruno d’Ausser Berrau

Profondo è il pozzo del passato.
O non dovremmo dirlo imperscrutabile?
Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli: incipit

Prima Parte

Per chi, a vario titolo, si occupa delle incerte origini della presente umanità, sarà accaduto, a proposito della localizzazione della sede primitiva, di trovarsi spesso a confronto con proposte tra loro contrastanti e questo può essere indifferentemente avvenuto sia se il suggerimento è scaturito da un approccio mitico / tradizionale affine al nostro,(1) sia pur anco da uno di carattere scientifico. Tanto più si può essere indotti a perplessità se tutte queste proposte si presentano supportate da apparenti, obiettivi riscontri. Dati dunque questi ultimi, dov’è allora la ratio che, da tali – a nostro avviso – spesso insussistenti contraddizioni, possa far emergere un ordine e un significato?

La risposta, per essere esauriente, deve abbandonare, com’è già avvenuto in nostri precedenti scritti, sia i cammini consueti della preistoria, sia quelli della cosmologia contemporanea. Cammini la cui visuale è di una civiltà fatta di pochi, recenti millenni mentre il paesaggio umano, pur avendo orizzonti che si perdono nelle lontananze di un passato indefinito, appare segnato da deprimenti connotati belluini.

È sufficiente una qualche confidenza con la geografia per rendersi conto della frequenza con la quale, attraverso le più disparate contrade (abbiamo in mente soprattutto l’Eurasia e l’Africa), si ripresentano gli stessi nomi di luogo e che questo debba essere un semplice attributo del caso, pare – data anche la molteplicità delle lingue e delle genti coinvolte e quindi sul piano della stessa eventualità statistica – davvero improponibile. L’origine più contingente di questo fenomeno è quella che, in tempi recenti, trova esempio nelle terre oggetto dell’imponente migrazione europea, susseguente alle grandi scoperte geografiche: le Americhe e le terre australi sono, infatti, territori saturi di richiami alla toponomastica del vecchio continente, talvolta aggettivati con un nuovo ma tutti, inevitabilmente, collegati o a mere nostalgie, o a più pregnanti congruenze geografiche tra l’insediamento oltremare e quello perduto. In tali esempi, la motivazione è dunque psicologica, ma in altri – e qui torniamo al vecchio mondo – nei quali il nome implica significati di diversa e più complessa natura, la giustificazione si colloca, per l’opera di remote élites, sul piano di una meditata scelta di carattere intellettuale. In tutti i casi, c’è dunque un prototipo la cui replica scaturisce da ragioni profondamente radicate nella tradizione del popolo
vettore.

A questo punto, tornando al problema della sede originaria, alla mente viene spontanea una domanda: quale, degli Eden ( עדן גן ,gén édèn, lett. giardino di delizia) (2) propostici, è il giardino primevo o, piuttosto, non sono tutti, di quel remoto prototipo, soltanto la pallida, approssimativa replica?

In effetti, è l’ultima ipotesi quella che più s’avvicina al vero, con la precisazione che quell’approssimazione, quella lontananza dal modello debba intendersi in un’accezione estrema. E, nel racconto biblico, tale profonda alterità è resa dal precipitare dei nostri mitici progenitori in tuniche di pelle,עור כתנות 3 Qui si deve capire essere quelle l’epidermide, עור` wôr, ovvero skin,(4) e non, come si legge in qualche interpretazione una pelliccia, fur, per meglio dire a fur coat.

«au début, il y a une tunique de lumière à la ressemblance de l’en-haut, après qu’ils fautèrent, il y a une tunique de peau.» (5)

Quindi l’essere stati prima nudi ha solo il senso di non avere avuto un corpo, per noi, sensibile come quello di adesso, ma uno di materia sottile: una tunica di luce. Naturalmente un corpo altrettanto reale e concreto per coloro che si trovavano in quella condizione. Pertanto, che la Caduta, הקדמוֹןֺ החטא ) lett. peccato originale) sia il transito da tale status (materia subtilis) al presente mondo sensibile è detto con chiarezza pure da Origene, (6) ripreso, agli inizi della Scolastica, da Scoto Eriugena (7) e, per rendersi meglio conto della pregnanza dei
termini utilizzati dalla Scrittura, si può aggiungere come il vb.-עור – il quale si differenzia dal precedente sostantivo per la diversa vocalizzazione, `awar – abbia anche il senso di make blind, un rendere ciechi che ben esprime l’avvenuta decadenza spirituale, parimenti nell’altra accezione dig, (8) lavorare la terra, vangare c’è un preannuncio della successiva condanna:

Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. (9)

Per riassumere; il presente ciclo d’umanità, iniziatosi, al pari di quelli che l’avevano preceduto, nello stato sottile, era poi transitato o meglio era – allo scadere di un determinato periodo – caduto nella condizione grossolana e questa nozione di un corpo sottile, non è esclusiva delle tradizioni giudeo-cristiane, ma con Proclo, si trova anche nel neoplatonismo, dov’egli parla dell’οχηµα superiore (lett. veicolo), detto anche συµφυης (lett. congenito), un corpo luminoso che è poi quello in cui, agli inizi, il Demiurgo ha posto l’anima e che si conserverà oltre la morte, mentre l’ οχηµα inferiore o πνευµατικον con questa sparirà. Fare però riferimento a un ciclo d’umanità rende opportuno ricordare questa specifica natura (la ciclicità) del tempo. Infatti, tralasciando ogni altra considerazione, per asseverarla basta avere presente come il concetto sia, di per sé, insito anche nella terminologia; infatti, annus e anulus hanno lo stesso etimo. Ciò comporta che il sistema di misura a esso più appropriato sia, naturalmente, quello sessagesimale impostato sui 360° gradi del cerchio, mentre il sistema decimale è il più consono alla dimensione rettilinea. Sempre riguardo al cadere, si deve, di fatto, intendere anche il prodursi dell’attuale inclinazione dell’asse, che, non più perpendicolare all’eclittica, determinò così le attuali alternanze stagionali e pertanto il venir meno di quell’eterna primavera caratteristica della fase edenica. Ulteriore modifica fu la polarizzazione dell’orbita in due fuochi, sicché questa da circolare che era, divenne ellittica e, da qui, due Soli:10 quello grossolano (il nostro) e quello ormai nascosto (il sottile) che, prima della Caduta, si trovava unico (solus) al centro:

cette lumière, le Saint béni soit-il l’a dissimulée : quand au commencement elle était apparue, elle brillait d’un bout du monde à l’autre, lorsqu’Il tourna ses regards sur….tous les pécheurs, Il dissimula cette lumière .., (11)

La primordialità del cerchio è anche intimamente connessa alle condizioni geo-astronomiche di quella prima fase in cui un anno era di 360gg.netti, mentre con la successiva inclinazione dell’asse e l’orbita ellittica la durata si modificò negli attuali 365gg 5h 48’ 46” e, sempre sul tema, cfr. il frammento del fenicio Σαγχουνιάθων, Sanchoniaton ( l’originale suona SKNYTN, vocalizzato Sanchun-yaton, [le dieu] Sanchun [l’]a donné):

Prima figura fuit longe perfectior, eheu!
Orbem non orbem me grave fecit onus
Ante rotundus eram nunc sum depressus in ovum
Criminis hoc opus est Numinis illud erat … (12)

Ciò, a scanso d’equivoci, facilmente generati da un avventato, astratto spiritualismo, non significa che la nostra umanità abbia avuto il suo immediato inizio sul piano di una vaga, indefinibile trascendenza: no, nella modalità sottile non solo siamo ancora all’interno della manifestazione ma, per la precisione, ci troviamo nella manifestazione formale (uomini in forma d’uomini insomma),(13) ossia ben addentro al dominio della φυσις come parimenti, ma a un grado diverso e inferiore, lo siamo adesso. È nel tentativo di ricostituire questa specifica condizione paradisiaca sì d’annullare in sé i nefasti effetti della Caduta che, nei millenni, innumeri asceti hanno indirizzato, quacumque ratione, il loro duro lavoro interiore. Questo sul piano individuale mentre, su quello macrocosmico, la Terra con tutti gli esseri che essa contiene, al compimento di questo ciclo, secondo gli Atti degli Apostoli,(14) sarà restituita alla condizione originaria:

ὃν δεῖ οὐρανὸν µὲν δέξασθαι ἄχρι χρόνων ἀποκαταστάσεως πάντων ὧν ἐλάλησεν ὁ θεὸς διὰ στόµατος τῶν ἁγίων ἀπ᾽ αἰῶνος
αὐτοῦ προφητῶν
Egli deve essere accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per
bocca dei suoi santi profeti.

Tale restaurazione prende nome di Aποκατάστασις, Apocatastasi e, a meno che non si voglia cadere nell’omonima eresia, essa non implica un’indiscriminata assoluzione di chiunque, ma solo il ripristino di una situazione cosmologica generale e, all’interno della quale, varranno comunque le realizzazioni o i fallimenti del predetto lavoro interiore di ognuno. In questo senso il Concilio di Costantinopoli del 553 fu molto chiaro:

Si quis dicit aut sentit, ad tempus esse daemonum et impiorum hominum supplicium, eiusque finem aliquando futurum, sive restitutionem et redintegrationem esse (fore) daemonum aut impiorum hominum, anathema sit. (15)

In ogni caso il problema è complesso e ampissimamente dibattuto in tutte le articolazioni della Cristianità; basti qui precisare come il nostro discorso sia ristretto a quello che è lo svolgersi di un ciclo di umanità, mentre le predette discussioni investono invece il destino dell’intero cosmo.

Per comprendere cosa, nella cosmologia antica, tutto questo abbia voluto significare, dobbiamo però rendere, alla medesima φυσις, un’ampiezza che, soltanto concependola secondo l’indefinita propagazione di un movimento di natura vibratoria e d’andamento sferoidale, faccia di questi due stati – il sottile ed il grossolano – nient’altro che due momenti successivi della stessa appartenenza cosmica. È la contiguità e interdipendenza tra le due posizioni, che pone la più prossima ragion sufficiente della modalità grossolana in quella sottile ma, nel frattempo, la cesura, provocata dalla Caduta, rende il distacco tra questo mondo e l’altro – com’anco nel comune linguaggio si definisce – quanto di più netto possa darsi essendo le due collocazioni ormai separate dall’abisso di ciò cui noi attribuiamo nome di morte. A tal proposito anche la tradizione cinese, utilizzando una metafora impostata sulla geografia nazionale, esprime lo stesso
concetto:

Lao-Tze parle notamment d’un «abîme immense» et sans fond situé a à l’est du golf du Ho-pei [Hé-bĕi, 河北 , a nord del fiume (giallo)], «à l’endroit où le ciel se sépare de la terre» et que l’on appelle «le confluent universel…» (16)

San Tommaso specifica come Adamo, prima del peccato, non conoscesse la morte17 e come tale pristino stato sia paragonabile al presente post mortem, ovvero alla condizione attinente il corpus resurrectionis.18 C’è d’aggiungere che, nella discesa ciclica, avviene anche una proporzionale solidificazione dell’ambiente, rendendo sempre più ardui ed incerti i rapporti tra le due realtà. In altri nostri precedenti articoli, abbiamo fatto ripetuto riferimento all’ubicazione polare del primo centro d’irradiazione della presente umanità. Il perché ciò, nei racconti delle più diverse scritture tradizionali, non sia sempre presente e perché quand’anche lo sia, non sempre l’accenno appaia trasparente, attiene alla suddivisione del ciclo e alle leggi che lo reggono: la ripartizione è complessa poiché e quella degli Yugas,यग ु , e quella dei Grandi Anni aggettano l’una sull’altra. Infatti, la divisione in Yugas, ha carattere eminentemente qualitativo e si compone di quattro periodi scanditi secondo quello che, in Occidente, è noto come il τετρακτυς pitagorico 10 = 4+3+2+1: (19)

Essi, com’è evidente, hanno – secondo i suddetti rapporti pitagorici – durate decrescenti, mentre i Grandi Anni partiscono il Manvantara in conformità a cinque intervalli temporali tra loro eguali sicché, a ognuno, viene a essere assegnata una durata pari ad un semiperiodo della precessione degli equinozi, pertanto 25.920 / 2 = 12960 anni. Questa è la cifra esatta, mentre Macrobio nel suo In Somnium Scipionis calcola il µέγας ἐξιαυτός20 pari 15000 a. C’è, per la Dante Society of America della Princeton University, un’interessante studio di Alberto Pimpinelli, (21) dove si dimostra come Dante, con i versi 37-40 di Inf. I, sollevi in realtà un singolare problema astronomico; infatti, affermando che, al momento, il Sole si trovava con quelle stelle con le quali già si trovò congiunto al momento della Creazione, egli – nel mezzo del cammin di nostra vita – riallaccia, alla fase iniziale di questa umanità, l’inizio del suo viaggio e dimostra come da ciò scaturisca una valutazione del Grande Anno pari a 13000 anni e pertanto – pel confronto con la nostra correzione – già più esatta dei 15000 di Macrobio. È in ogni caso necessario avere presente che, nei testi tradizionali indù, al fine di evitare che si effettuino calcoli intesi a determinare la fine dei tempi – conoscenza da sempre interdetta – le varie ere sono espresse con enormi multipli del valore effettivo. Qui, col preciso riferimento precessionario, le durate sono ricondotte alla loro più precisa entità e ciò senza che varianti astronomiche, sempre difficilmente computabili, siano però da escludere.

A questo punto può apparire abbastanza evidente come l’esordio di ogni frazionamento – esito di un passaggio sempre traumatico – venga proposto quale inizio del ciclo principale: è da quest’ambiguità che nasce la fuorviante molteplicità degli “Eden”, mentre per un retto intendere è necessario tenere conto della subordinazione gerarchica e della diversa collocazione cronologica di questi molteplici inizi e tutti afferenti i rispettivi periodi. Alcuni di essi, sono stati fulcro d’intere civiltà, altri invece solo il punto di riferimento di ambiti culturali assai più modesti ma, nondimeno, a un’attenta indagine, tutti si mostrano costituiti nel rispetto di una serie significante di precisi parametri geografici e linguistici.

Quello che però, rispetto a questi, fa la differenza con il prototipo è l’invalicabile cesura che adesso si frappone. Cesura che spesso viene resa con la metafora della sotterraneità mentre, in Dante – expressis verbis – il Paradiso Terrestre è, ora, nell’Oltretomba, ovvero nella dimensione sottile del nostro mondo.

Nella rappresentazione che, nella Commedia, se ne fa, ci sono però diverse importanti indicazioni; vediamone alcune: la localizzazione è antartica e si sottintende semplicemente il (un) Polo senza specificazione del segno rispetto all’Equatore, ma la diversità modale (i.e. la condizione sottile), e solo quella, è resa qui con gli antipodi. Nel frattempo, è lo stesso orbe terracqueo l’ambiente nel quale continua a svolgersi il viaggio, anzi, rispetto alla sotterranea condizione infernale, in quel momento (e quindi uscimmo a riveder le stelle.) (22) ci si trova proprio sulla superficie; dunque nella parte del globo normalmente abitata da tutti noi. Ma allora, in quale modalità si stanno svolgendo gli avvenimenti narrati?

La contraddizione con ciò che doveva essere una peregrinatio nel regno dei morti, è solo fittizia. L’effettivo riferimento è a quanto più sopra accennato, vale a dire la continuità cosmica tra la valenza grossolana e la sottile. La Terra totale abbraccia l’una e l’altra modalità. In tal senso è davvero esplicito Platone quando, nel Fedone, (23) descrive, appunto, la vera struttura della Terra. Altri suoi riferimenti alla cosiddetta geografia sacra, si trovano nel Timeo. Quindi, se le cose stanno così, la completezza dovrà includere anche aspetti adesso non percepibili. Tale particolare, nel poema, è sotteso alla struttura della montagna del Purgatorio sulla cui sommità, ricordiamolo, si trova quel Giardino che corrisponde sia all’Olimpo della tradizione classica, sia all’iranico الــــبرز ,Alburz, all’acc. Arallû e al मे, Meru indù; in ordine alla predetta metafora della sotterraneità, è interessante rilevare come Arallû derivi dal sumerico monte Aral ← arala, arali: the netherworld.

L’australe e purgatoriale monte-isola di Dante, ha sette balze, le quali sono poi soltanto un modo per rappresentare sette differenti condizioni d’esistenza. Specularmente anche l’Inferno ha sette cerchi, il tutto in analogia con i sette cieli ma, con essi però, pur permanendo nella φυσις, siamo fuori dell’ambito terrestre e dal dominio dell’uomo. Analoga orografia a balze ha, in Cina, la mitica montagna K’ouen-louen, 焜倫 sede degli Immortali. E sette, secondo una quantità di miti e tradizioni, sono le העולמים שבעה ,sette terre della Qabbalah, i ورکش اب تھف ,sette keshvar iranici24…. In altri termini, la terra, sulla quale si svolge il ciclo della presente umanità (Manvantara), è solo un settimo della terra totale e, nelle dottrine cosmologiche indù, le sette terre prendono nome di dwipas, वशस् che letteralmente significa continenti Perché tali essi sono se le sette valenze (la grossolana + le sottili) debbano essere intese soltanto quali parti di un’unica Terra, la Terra totale. I loro nomi sono: Jambu, नब, ् l’attuale Terra grossolana; Plaksha, ला; Shalmali, शामल; Kusha, कस: Krouncha, ौ”चा; Shaka, शाखा e Pushkara, प%कर ु . (25) Tutte e sette, all’interno di un ciclo d’ordine superiore – il Kalpa, काप – fungono da supporto per i quattordici Manvantaras che lo costituiscono. In questo modo, ognuna di esse, nello sviluppo completo, viene a essere utilizzata due volte.

La montagna, in quella prima era (Krita o Satya), proprio per l’evidenza del suo imporsi (satya, verità), è un preciso riferimento all’evidenza del vero, sicché la vetta, sede del pardes, (26) ne diventa l’eccelso luogo di verità o satyaloka, सयलोक. Secondo Platone (27) era lì, in quello stato, che l’uomo contemplava la verità a faccia a faccia. Parimente s’esprimono Plotino (28) e i Padri della Chiesa orientale. Del resto è la conoscenza – nonostante il susseguente, progressivo allontanamento dal privilegiato status degli inizi – a essere il धम), Dharma dell’uomo: essa è quindi natura e dovere. Infatti, con Dharma s’intende la natura essenziale di un essere o di una specie; il termine proviene da una √dhri, to hold, bear, carry, maintain, preserve, keep, possess, have…….Il Dharma è dato a ogni umanità dal मनु, Manu (mánu → मानव, mānavá, a human being, man), ossia il legislatore primordiale. Nell’insieme del Kalpa tali legislatori sono quattordici come i Manvantaras. Il Manu del nostro tempo ha nome वैव+वत, Vaivasvata (attribute of the planet Saturn) oppure सय,त, Satyavrata (devoted to a vow of truth) la cui assonanza sempre con Saturno, (29) ritenuto colui che introdusse in Italia la civiltà e l’ordine sociale (i Saturnia regna, la classica età dell’oro) è notevole per congruità funzionale. Ma anche manu, in virtù delle comuni origini indoeuropee, non è privo di analoghe concordanze: a Roma il primo re, Numa, ne è l’anagramma, mentre in greco, il νοµος è la lex. Così re-legislatori sono sia Μινως a Creta, sia Menes in Egitto, mentre in certi racconti celtici Menw is Merlin the wizard.

Questa posizione di vertice di quel primo centro, unita al fatto che sette sono le terre, fa sì che la struttura del satyaloka venga a corrispondere, per usare l’espressione di Corbin, (30) a qualcosa come a un huitième climat veso il quale convergono sette vette. E ciò con un’importantissima ricaduta sulla tipologia del successivo riprodursi del modello originale: pressoché tutte le città sante ovvero i centri secondari, scaglionati nel tempo e nello spazio, sono costruite su sette colli o, almeno, affermano di esserlo.

La montagna, graficamente, nell’estrema semplificazione, è resa da un triangolo. È questa una figura la quale ben evidenzia il carattere assiale della culminazione polare; col farla ruotare sulla base se n’ottiene un’immagine speculare: un triangolo rovesciato. Esso sarà allora in evidente opposizione a ciò che il monte, concettualmente, ha rappresentato. È per tale motivo che la caverna diventa un modo per alludere ad una condizione d’occultamento, d’inattingibilità; in via di metafora, la precitata sotterraneità. È per questo che – ne vedremo poi la ragione – nell’Induismo, il Centro del nostro mondo è designato col nome di आगता), Agartha e, su tutti questi nomi, correlati al centro supremo, merita diffondersi con una certa ampiezza.

Intanto è necessario fare una premessa; nonostante che quella tradizione sia la più diretta erede della prima umanità, nonostante ciò dunque, non solo gli indù non sono ormai, fisicamente, quelli che erano quando arrivarono nel sub-continente, ma né loro, né alcun’altra popolazione attuale, appartengono, per evidenti ragioni, alla razza del primo Grande Anno. Il nome tramandato, di questa popolazione, a livello razziale ancora indifferenziata, è, in sanscrito, हंस, haņsá, swan, goose. Nell’Induismo, il cigno, quale veicolo di 01म, Brahmā, è anche un emblema dello Spirito Divino alitante – in stretta analogia con le immagini cosmogoniche della Bibbia – sulle acque primordiali. Parimenti, nella mitologia classica la patria del cigno è nel paese degli Υυπερβοροι, Iperborei (31 ) è infatti là, sulle rive dell’oceano artico, ancora più a nord della Terra del Vento del Nord, quella Βορεας da noi chiamata bora, che i cigni, trainando il carro di Apollo, vi conducono il dio (32) al quale questi uccelli rimarranno sempre sacri.

A questo punto sembra opportuno precisare come l’uso, che in questo studio viene fatto del termine razza, sia motivato da ragioni di fedeltà alle relative tradizioni, e pertanto in disaccordo con le attuali posizioni scientifiche e non. Queste ultime, per un atteggiamento di mera ideologia e per ipercorrettivismo politico, ne disconoscono l’attribuzione alla specie umana. L’unicità della specie, essendo questa basata sul genotipo ossia sul corredo genetico, è per noi fuori discussione: infatti, essa fa riferimento all’insieme dei geni contenuti nel DNA che ogni specie eredita insieme alle loro combinazioni, così ottenendone la propria singolarità. In tale contesto, ogni gene contribuisce in maniera diversa allo sviluppo e alla fisiologia dell’organismo e l’interazione dei prodotti genici è responsabile della formazione dell’intera struttura e di tutte le sue caratteristiche. Il fenotipo, che è poi quello che appare (φαινότυπο da φαινοµαι, apparire) e che determina la razza, è ovviamente il risultato sia delle combinazioni genetiche, sia in misura minore dalle loro interazioni con l’ambiente. La sua palese evidenza è quella che, in epoche nelle quali era ignota la biologia molecolare, ne determinò la preminenza pel concetto di razza. Razza che comunque è un’assurdità negare sia perché è un concetto tutt’altro che privo di peculiari contenuti caratterizzanti, sia perché resta pur sempre anche un valido elemento classificatorio. Pertanto, l’uso del termine non ha, per noi, un senso discriminatorio e serve semplicemente a designare i vari tipi umani di base le cui indubitabili differenze formali e temperamentali, stante l’appartenenza alla comune umanità, non possono, in via di principio, giustificare alcuna inciviltà. Questo detto, sia ben chiaro che nemmeno vediamo alcun vantaggio nell’incoraggiare sia un facile e sprovveduto irenismo, sia un universale meticciato.

Tornando al cigno, la primordialità connessa alla sua simbologia è ben resa dal nome e un haņsá (33) è a aquatic bird, in particolare è un uccello dei fiumi, (34) quei quattro fiumi che sono una costante edenica (35) tant’è che sul monte Meru – il quale

is the residence of Brahmā, and a place of meeting for the Gods, Ŗishis, Gandharvas36 & c. (37) – on its summit, the river Ganges falls from heaven and flows thence to the surrounding worlds in four streams. (38)

Mercator’s Map of the North Pole (39)

La specificità di Meru, fondamento dello status primordiale, è rimasta nell’agg. lt. merus, pur, sans mélanges: …antiqui dicebant solum…at nunc merum purum appellamus. (40) Quanto al Meru come luogo d’incontro per Gods, Rishis, Gandharvas e altri personaggi di quella mitologia, nel Mahabharata è detto:

that the stars of the Ursa Maior were the seven sages called Rishis. They were happily married to seven sisters named Krttika.
They originally lived all together in the northern sky. But one day, the god of fire, Agni, fell in love with the seven Krttika.
Trying to forget his love, Agni wandered in the forest where he met Svaha, the star Zeta Tauri. Svaha was at once infatuated
with Agni. To conquer Agni’s love, Svaha disguised herself as six of the seven Krttika. Agni who believed he had conquered the
attractive wives of the seven Rishis. Svaha had a child. Rumors began to spread that six of the Rishis’ wives were his mother.
The seven Rishis divorced their wives. Arundhati was the only one that remained with her husband as the star Alcor. The other
six Krttika went away to become the Pleiades.

Riguardo a questa leggenda, che troppo lungo sarebbe compiutamente analizzare, è qui sufficiente capire come vi sia sottinteso il passaggio da un centro settentrionale a quello d’altra collocazione e le Pleiadi (le sette sorelle) sono, infatti, figlie di Atlante. La cronologica scansione anche geografica di questi centri è ciò che ha appunto determinato quella molteplicità di eden della quale ci stiamo occupando.

Anche il nome ebraico del cigno ברבור ,bēre bûr, ricondotto alle sue componenti consonantiche BRBWR, contiene un indubbio suggerimento di settentrionalità: intanto, BR è son,
(41) da intendere quindi – lato sensu – nell’accezione di filiazione, appartenenza. Vediamo poi BWR; qui l’omofonia con boréas è davvero impressionante ma passiamo ai suoi significati: in ebr. abbiamo cleaness ma anche purify, select. Ancora più esplicito, nella conformità alle caratteristiche attribuite alla prima umanità, il senso connesso al correlato ar.بر , barr, he was pious, good, virtuous, honest, true. (42) Di conseguenza, nel suo insieme, BRBWR esprime sia la stretta relazione con quell’habitat, sia la conformità alle caratteristiche antropologiche della primordiale ecumene boreale.

Inoltre, sempre nell’ambito delle relazioni linguistiche, lo stesso rapporto (i quattro fiumi) si rivela anche nei riferimenti idrici: BWR nell’accadico būru, diventa uno specchio d’acqua mentre, nel sumero, si precisa decisamente verso l’accezione fluviale con bura, dove bu è to rush around e ra, to flood, overflow, tant’è che Buranun è il nome sumero (bura- e -nun, great, noble) dell’Eufrate (uno dei quattro fiumi edenici del racconto biblico), giunto a questa forma attraverso, il parsi, per una modifica dell’acc. Purātu. Nella stessa espressione pairi-daeza, walled around, è coerentemente sottinteso che the wall is originally made of clay e l’argilla, il fango sono, sia a earthy moistsubstance, quale espressione di un ambiente alluvionale, sia the human character regarded as serving the purpose of a divine creator ossia la plasticità. L’accadico è una lingua agglutinante avente strette affinità

with the family of languages made up of the Uralic [Ural è nome di origine sumera, cfr. infra a proposito dei monti Urali]
languages, comprising the Finno-Ugric group (which includes Finnish, Estonian, and Hungarian in Europe) and Samoyedic (in
Europe and Asia), and the Altaic languages, comprising the Turkic, Mongolian, and Tungusic languages, spoken from southeastern
Europe to the northern Pacific coast of Asia. Korean and Japanese are sometimes tentatively included in the family.

Per meglio rendersi conto della complessità dei movimenti di popolazioni che ci hanno preceduto nel corso dei millenni è bene ricordare come, a dette famiglie linguistiche, debba aggiungersi il gruppo dravidico. I Dravidi sono quella popolazione ricacciata nel sud dell’India, dopo le invasioni i.e. Per questo è ipotizzabile un’antica continuità culturale, caratterizzata, sul piano delle tecniche rituali, da ciò che ha oggi nome di Sciamanesimo. È però singolare che in skr. सुमे, sumeru, essendo un nome composto da सू- , sú-, corresponding in sense to Gk. ευ−, eu-,43 bene e da -मे, –meru, la montagna polare, si possa quindi rendere con l’espressione beata sede iperborea; il che, riguardo al ruolo – a suo tempo svolto dall’omonima civiltà – non è sicuramente da sottovalutare. E sempre in questo contesto migratorio e per i riferimenti idrici c’è, per l’appunto in Italia, e precisamente nelle Marche, un affluente del Metauro che ha nome Burano il quale, vorticoso scende dalla Serra omonima. Si possono inoltre aggiungere: il paese di Burana sito nei pressi di un’ansa del Po, in provincia di Ferrara ed anche per le località di Burano e Murano, site su isole dell’ampia laguna veneta, non si può pretendere che tale nome sia un caso e così pure per l’oasi naturalistica di Burano, posta di fronte al Tirreno, nel Parco dell’Uccellina, in provincia di Grosseto.

Burano nel Parco dell’Uccellina

In greco, la prossimità tra κύκνος, cigno e κύκλος, cerchio, anello, because interchanges between the consonants of this series occur in various languages and those involving n and l are especially frequent fanno sì che, proprio per la forma arrotondata assunta, mentre nuota, dalla parte anteriore dell’uccello, questo sia anche le nom d’un bateau (44) la cui prora, appunto, ne ricorda la linea. E come allora non pensare a quelle concave, veloci navi, che, nel corso dei millenni e in varie ondate, dall’estremo settentrione d’Europa, con le loro alte e sinuose prore hanno solcato l’oceano per scendere nel Mediterraneo o, dal Baltico, hanno percorso le interne vie d’acqua che, attraverso laghi e fiumi, conducono sino al Mar Nero e al Caspio? Come tanti reperti dell’età del bronzo nordica ci testimoniano, spesso si associava il cigno al disegno delle rituali barche solari e, del resto, anche le vere navi s’ispiravano a quella forma elegante tanto confacente all’idrodinamica. L’assonanza κύκνος / κύκλος, si ripete negli etimi, dove per κύκνος abbiamo il skr. श ु , shúkrá, clear, bright, white mentre κύκλος ci manda a चक्, cākrá, wheel, circular. In entrambi i casi, sia la figura geometrica, sia il colore (vd. che, anche per il romancio, il cigno è alva, weiss) si collegano ai primordiali concetti di completezza e purità. Per l’ambito semitico c’è l’ebr. לַלגַג ,gilgal, weel ma anche תֶגוּלגוֹל , golgolth, skull, mentre è dall’aramaico (la lingua di Gesù) תאֶגוּלגוֹל ,golgothā, che è venuto il ns. Golgota, ovvero il monte del cranio, il quale è sia tondeggiante, sia biancastro.45 In queste confluenze semantiche non può mancare l’accadico con kulūlu, der Kranz, corona. La primordialità del cerchio è anche intimamente connessa alle già citate condizioni geoastronomiche del primo Grande Anno: orbita terrestre circolare + asse perpendicolare all’eclittica e anno di 360 giorni.

Vediamo ora un altro aspetto del conferimento, nell’Induismo, di un nome d’uccello a quella prima razza umana. Ancor oggi, in svariate tradizioni, è questione di un’enigmatica lingua degli uccelli e s’attribuisce, a chi ne possieda la conoscenza, un livello spirituale46 non comune: infatti, per il loro muoversi nell’aria è connesso ai volatili un simbolismo che ne fa un tramite tra cielo e terra ovvero tra questo piano d’esistenza e gli stati superiori dell’essere. Pertanto, con l’affermare che gli uomini della prima età fossero cigni, si voleva sottintendere che ne possedessero la lingua e, con la lingua, anche siffatta privilegiata facoltà; è ciò che al-Qōran (47) attribuisce a Salomone:

…noi siamo stati istruiti nel linguaggio degli uccelli (يرالط قالمنط (e ricolmati di tutto…, (48)

significandone così la sua piena reintegrazione nello stato dell’uomo prima della Caduta. Quello stato pel quale tutto era parlante e vivente. Una condizione unitiva che, insomma, intrinsecamente fruiva della chiave dei simboli. Il fatto poi che si parli di un canto del cigno sta proprio in relazione con quell’aspetto ritmato ed armonico, che è la più alta espressione del linguaggio, tale, quale
compiutamente si dovrebbe esprime nella poesia. Ritmi, le cui vibrazioni e frequenze sono in grado di corrispondere e interagire con quella più intima natura del Cosmo cui, or ora, abbiamo fatto cenno. In tale prospettiva, cfr. la prossimità tra il lt. carmen, il fr. charme ed il skr. kārma, ritual action. Si può anche aggiungere come, il dare per scontato che questo canto sia mera leggenda, risulti parzialmente smentito dall’esistenza di quel tipo di cigno selvatico noto come Cygnus musicus, (49) in grado d’emettere un verso singolare ma assai armonico, a volte vicino ad un rintocco di campana ed altre al suono di un indefinibile strumento a fiato.

Whooper Swan (Cygnus cygnus or Olor cygnus or Cygnus musicus)

Questo vale per il linguaggio inteso secondo il criterio più generale ma – se si vuole precisare quale fosse, di fatto, quella prima lingua, evidentemente comune a tutta l’umanità – si viene a toccare un problema strettamente connesso con la constatazione della paradossale pluralità degli Eden; ambigua impasse che ha motivato questo nostro tentativo di chiarificazione. Il pregiudizio di primordialità, in ambiente giudaico-cristiano, favorisce l’ebraico ma, parimenti, in civiltà diverse, lo troviamo suggerito anche per altre lingue, cosa che, con evidenza implica, incompatibilità. Ad esempio, detta preferenza, in ambito mussulmano, s’indirizza, naturalmente, verso l’arabo ma quest’opinione popolare è contraddetta da  

le véritable enseignement traditionnel de l’Islam, suivant lequel la langue « adamique » était la « langue syriaque » sûryâniyah50 loghah] ] لغة السريانية] (50)

Ora, com’afferma lo stesso Guénon, il paese citato non ha niente a che vedere con la Siria dei nostri giorni ma è, invece, quella terra del sole il cui nome è connesso alla √sur, to rule, possess supreme or superhuman power, to shine, la quale, in una lingua storica come il sanscrito, ha dato luogo a सरु, sura, god, divinity, deity ed a सय) ू , sūrya, the sun. E la terra del sole non è tra quelle dove esso esprime tutta la sua forza, ma è in quelle pallide zone circumpolari nelle quali, durante l’annuale fase notturna, la sua lunga assenza produce la spasmodica attesa del primo apparire dell’aurora che, come una tenue fiaccola sorge sopra l’orizzonte e poi, nel suo moto giornaliero, che tutto lo percorre, sempre più splendente, danza secondo l’espressione vedica, sino a che, dopo un tempo variabile in rapporto alla latitudine, è lo stesso disco solare che, per dare inizio alla lunga stagione diurna, comincia a emergere fino ad innalzarsi compiutamente. Nel Rig Veda, queste sono le danze di उषस,्Uşas, the dawn (51) e, negli stessi termini s’esprime Omero: (52)

Αὐτὰρ ἐπεὶ ποταµοῖο λίπεν ῥόον Ὠκεανοῖο
νηῦς, ἀπὸ δ’ ἵκετο κῦµα θαλάσσης εὐρυπόροιο
νῆσόν τ’ Αἰαίην, ὅθι τ’ Ἠοῦς ἠριγενείης
οἰκία καὶ χοροί εἰσι καὶ ἀντολαὶ Ἠελίοιο,

Ma come dal fiume Oceano lasciò la corrente
la nave, giunse all’onde del mare ampie vie
e all’isola Eèa, dove l’Aurora nata di luce
ha la casa e le danze, dov’è il levarsi del sole

Resta dunque impossibile conoscere quale fosse la prima lingua dell’umanità. Le notizie assai vaghe concernenti l’alfabeto watan, supposta fonte degli alfabeti contemporanei, lo attribuiscono all’eredità atlantidea e pertanto esso e la lingua che doveva servire risalgono ad un’epoca molto lontana dalle origini, tuttavia determinante per l’immediata continuità con il presente e ultimo grande anno.

Queste notizie le dà Saint-Yves d’Alveydre. 53 È storicamente certo che, di fatto, le forme alfabetiche esistenti siano tutte riconducibili ad un’origine semitica54 e quindi, in rapporto con la discendenza occidentale di quella cultura, questo dovrebbe essere il prototipo di tale sistema di segni. Del resto in ar. وطنلل ,al watan, sta, con coerenza, a significare la madrepatria, mentre in turco – evidente cessione dall’arabo – vatan è casa. Presa quindi per buona la versione fornita da questo autore, il disegno delle lettere trova riscontri sia nel gruppo linguistico semitico, sia in quello i.e. fruitore del prestito: vd. l’alfabeto greco, da cui quello latino e poi tutti i loro derivati, più il 0ा1मी, brāmī che, in India, precedé il देवनागर8, devanāgarī e inoltre, naturalmente, quest’ultimo. Con certezza, notiamo come l’attribuzione di primordialità, nei vari contesti storici e culturali, segua un processo analogo a quello sotteso al transfert toponomastico; cosicché possiamo cominciare a comprendere quali debbano essere le linee guida per orientarci in ciò che è stata l’articolata costituzione dei centri spirituali secondari, relati sia a differenti fasi temporali, sia – quando sincroni – a diversificazioni di popoli e civiltà, ma tutti immagini o riflessi di un archetipo ormai inconoscibile ed inaccessibile.

Ma, per adesso, torniamo a occuparci dell’Agartha, आगता), detta Агaрти, Agarthi dai mongoli. È con qualche probabile accento di contestazione nei confronti della nota esposizione di Guénon, (55) che qualcuno ha obiettato come essa non sia parola sanscrita. In effetti, ove si vada a controllare sul MMW, tale lemma non appare, c’è però गता), gárta; hole, cave, grave, entrance. Inoltre, in tale lingua, esiste l’α− privativo, nella fattispecie आ- del quale possiamo trovare un esempio in una modifica del composto गत)मत, ्gartamit, buried in a hole (-मथ,्–mit, deriva da una √mi, to fix or fasten in the earth): अगत)मत, ्ágartamit diventa, infatti, not buried in a hole. Da questo, pel nostro agartha, è facile ricavare il valore come di un qualcosa privo d’aperture o, viceversa, trovarvi l’essenza della chiusura.

Siamo perciò di nuovo all’idea di nascondimento, d’intangibilità e, di conseguenza, di luogo nascosto, protetto. È dunque da questo archetipo che provengono sia il simbolo della caverna, sia la metafora della sotterraneità. L’altra accezione di gárta è a high seat, throne (of Mitra and Varuna) or the seat of war-chariot e qui, in conformità con ciò che – secondo tutte le apparenze, dovendo designare the Holy See of the King of the World – noi siamo a confrontarci, in piena congruità, con la maestà, l’eccellenza e lo spirito di comando. Per questo monarca universale, appaiono singolari sia l’assonanza che in ebr. si ha tra il Giardino – עדן) גן) , (gan)‛êden, Eden – e tale suo Signore: אדון‘,adôn, Signore, reso in it. da Adonai e, nella mitologia greca, l’abbinamento tra la figura di Αδον, Adone (o Αδωνις) e i giardini: i ben noti Αδονιδος κηποι. Per questa versione ellenica, c’è però da precisare come le coincidenze tra due tradizioni apparentemente lontane, si spieghino col fatto che Αδον fosse inizialmente un dio fenicio: Adon Tammouz di Gublu [originally a earthwall, serving as defense], la biblica גבל ,Gebal,56 per i greci Βυβλος e adesso per gli arabi لجبي ,Jubayl: la prima località dell’insediamento fenicio e quindi già appartenente ad un ambito culturale semitico. Inoltre, Nina Jidejian, scrive che

Some of the inhabitants of Byblos maintain that the Egyptian Osiris is buried in their town, and that the public mourning and secret rites are performed in memory not of Adonis but of Osiris; (57)

per di più, Luciano di Samosata (58) afferma esplicitamente che Adone è Osiris. Tutto ciò è, in questa fattispecie, di notevole interesse perché, nel ns. De verbo mirifico,(59) abbiamo mostrato, attraverso Plutarco, le inaspettate relazioni che intercorrono tra il Dio biblico e l’egizio Osiride. Si può anche aggiungere che

Byblos also gave its name to the Bible and it was here that the first linear alphabet, ancestor of our alphabet, was invented. In 1922 the oldest alphabetic inscription was found on the 13th century B.C. coffin of King Ahiram: (60)

Una bara ha fatto di Tobaal, figlio di Ahiram, il re di Byblos, per Ahirom suo padre; ecco guarda: così egli lo ha escluso. Ora, se un re tra i re
e un governatore tra i governatori o un comandante di esercito dovesse venire contro Byblos; quando poi scoprisse questa bara – [allora :]
può togliergli lo scettro della sua potestà di giustizia e può essere ribaltato il trono del suo regno, e la pace e la tranquillità possono fuggire
da Byblos. E quanto a lui, dovrebbe essergli annullato il suo diritto alla coppa di libagione per il sacrificio memoriale.

Non privo di significato è il nome della madre di Adone; Μυρρα, Mirra, dall’acc. murrânu, a tree or shrub, presente – con fortiassonanze boreali – anche nella forma burrânu.61 Essa corrisponde all’ambrosia greca (αµβροσια) ed all’ आ;ात, amritâ indù ed è, pertanto, il nutrimento d’immortalità: anche qui l’a- ha funzione privativa आ- ;ात, ovvero a-morte, immortale. Essa, non a caso, è
proprio quella mirra, che è uno dei doni portato a Gesù dai Tre Re; quindi quello che lo consacra per la sua più alta missione redentrice: la salvezza dalla morte dell’anima. D’altra parte, nell’Epifania, tale triplice presenza appare in perfetta sintonia con le tre supreme gerarchie dell’Agarttha: मन, Brahâtmâ, ् महा मन, ्Mahâtma, महानाग, Mahânga.

Die „heiligen drei Könige”

Sempre per i raffronti col Cristianesimo, è ancora Luciano,62 che racconta come gli abitanti di Βυβλος celebrassero i funerali del dio al modo di un’effettiva morte, per poi, il giorno dopo, affermare ch’egli fosse, in realtà, vivo e asceso al cielo. Infine, oltre alle differenti personæ, le quali ne sottendono il ruolo pontificale nelle più diverse tradizioni (Prete Gianni, Imam Nascosto….), di lui, di questo monarca universale, ci sono anche non pochi avatars laici tutti titolabili sotto la comune divisa du roi caché, come, in Portogallo, le leggende sullo scomparso Re Sebastiano e in Germania, la storia del Barbarossa dormiente in Thuringia nel castello sotterraneo del Kyffhäusergebirge; in Russia, l’apparizione dei falsi Dimitri oppure, in Francia, il preteso François de Valois63 … emersioni folkloriche che attengono a uno psichismo collettivo alimentato dalla stessa nascosta radice.

Il Kyffhäuserdenkmal intorno al 1900

Per tutto questo e qui giunti, si può prendere atto che, se Agartha non è parola sanscrita, col sanscrito essa si spieghi benissimo e quindi ciò prova gli stretti rapporti e tutto quanto le attiene con la civiltà indù. Inoltre non è che ci si debba limitare all’Induismo perché, dal nucleo concettuale originario, promanano tutta una serie di ricadute. In ambito i.e. Asgaard è der Garden des Asen, il giardino degli dei; quel giardino che ritroviamo anche nella virgiliana, idilliaca e pastorale Arcadia. La speciale condizione dell’earthly paradise è sottesa anche alla stessa terminologia biblica: l’ebr. עדן’ ,êden proviene dall’acc. ēdēnu che, potendosi rendere con alone, einfach, solo n’esprime sinteticamente tutta la singolarità. Del resto, nella mitologia greca, il regno d’Oltretomba è, com’attesta Omero, la casa di Ade. (64)

χαῖρέ µοι ὦ Πάτροκλε καὶ εἰν Ἀΐδαο δόµοισι
«Siimi felice, o Patroclo, anche nella dimora dell’Ade»

Πηλεΐδης δ’ ἐπὶ θινὶ πολυφλοίσβοιο θαλάσσης
κεῖτο βαρὺ στενάχων πολέσιν µετὰ Μυρµιδόνεσσιν
ἐν καθαρῷ, ὅθι κύµατ’ ἐπ’ ἠϊόνος κλύζεσκον·
εὖτε τὸν ὕπνος ἔµαρπτε λύων µελεδήµατα θυµοῦ
νήδυµος ἀµφιχυθείς· µάλα γὰρ κάµε φαίδιµα γυῖα
Ἕκτορ’ ἐπαΐσσων προτὶ Ἴλιον ἠνεµόεσσαν·
ἦλθε δ’ ἐπὶ ψυχὴ Πατροκλῆος δειλοῖο
πάντ’ αὐτῷ µέγεθός τε καὶ ὄµµατα κάλ’ ἐϊκυῖα
καὶ φωνήν, καὶ τοῖα περὶ χροῒ εἵµατα ἕστο·
στῆ δ’ ἄρ’ ὑπὲρ κεφαλῆς καί µιν πρὸς µῦθον ἔειπεν·
εὕδεις, αὐτὰρ ἐµεῖο λελασµένος ἔπλευ Ἀχιλλεῦ.
οὐ µέν µευ ζώοντος ἀκήδεις, ἀλλὰ θανόντος·
θάπτέ µε ὅττι τάχιστα πύλας Ἀΐδαο περήσω.
τῆλέ µε εἴργουσι ψυχαὶ εἴδωλα καµόντων,
οὐδέ µέ πω µίσγεσθαι ὑπὲρ ποταµοῖο ἐῶσιν,
ἀλλ’ αὔτως ἀλάληµαι ἀν’ εὐρυπυλὲς Ἄϊδος δῶ.
καί µοι δὸς τὴν χεῖρ’· ὀλοφύροµαι, οὐ γὰρ ἔτ’ αὖτις
νίσοµαι ἐξ Ἀΐδαο, ἐπήν µε πυρὸς λελάχητε.
«Tu dormi Achille e ti scordi di me:

mai, vivo, mi trascuravi, ma mi trascuri da morto.
Lontano mi tengono l’anime, fantasmi di morti
Non vogliono che tra loro mi mescoli di là del fiume,
ma erro così, per la casa larghe porte dell’Ade.
E dammi la mano, te ne scongiuro piangendo: mai piiù

Verrò fuor dall’Ade, quando del fuoco m’avreste fatto partecipe».

L’omofonia di Eden con Αδον è rafforzata dalla congruenza etimologica; Αιδης, è infatti d’avvicinare al vb. οραω: aor.2 ειδον, ειδοµεν, guardai, e pf. οιδα, io so. C’è poi ειδον, vedere (√vid, cfr. il lt. video) dove l’inf. è ιδειν, dal quale, per l’α priv., si giunge a αιδηες, invisibile, occulto, ma anche eterno. Pertanto, tutto questo fa di Ade l’epiteto di un qualcosa caché, invisibile, ormai disparu, ma che permane. Altra importante considerazione da fare è quella che attiene all’analisi radicale: in ebr. la √’D (עד (è strettamente connessa al senso del tempo e della durata mentre, come suffisso, -N (ן (esprime accrescimento, sviluppo. Risulta quindi significativo che, con tale vocabolo עדן‘ ,DN, Eden si stia a indicare la fase sorgente di un ciclo temporale.

Il centro supremo è conosciuto anche sotto il nome di Tule, che – come toponimo – troviamo nelle più diverse aree geografiche65 e il cui significato è rinvenibile nel skr. तला ु , tulấ, a balance; infatti, il nome Lybra solo in più tarda epoca è passato a un asterismo zodiacale (♎) poiché, in principio, esso stava a designare l’insieme di due costellazioni costituite dall’ Orsa Maior e da un’altra combinazione di stelle cui faceva parte l’attuale Cassiopea. È noto, infatti, come il disegno delle costellazioni sia ottenuto dall’arbitraria unione di punti rappresentati dalle stelle e quindi senza alcuna reale corrispondenza dei corpi celesti tra loro. Tant’è che, transitando il nome di Bilancia nella fascia zodiacale, il ruolo dei “piatti” della medesima – lo testimoniano i nomi delle sue stelle più brillanti – originariamente era svolto dalla costellazione dello Scorpione (♏) nella quale essi costituivano le “chele”. Quindi, Orsa Maior e Cassiopea allargata, facendo basculla sulla Polaris, producevano, pel moto della volta celeste, una rivoluzione completa ogni ventiquattro ore. Il senso di questo moto, segnato dall’opposta direzione dei due “piatti” della bilancia, è all’origine del segno dello Swastika;

http://it.wikipedia.org/wiki/Stella_polare Cliccare qui per l’animazione

un termine sanscrito, +वि+तक che, in India e ancor oggi, è ritenuto fare riferimento a una kind of mystical cross or mark made on persons and things to denote good luck. (66)

La voce, una volta scomposta, spiega il perché di questa credenza: si tratta della sostantivazione di una brevissima frase, सु- अि+त, swasti, è buono, è giusto. (67) Inoltre, se essa è scritta con i caratteri di Asoka (272/273 a. C.), ovvero con i geometrici tratti della scrittura brâhmî diventa, a conferma, un geometrico monogramma a forma, appunto, di swastika e la geometrica scrittura brâhmî ben si presta a questo tipo di composizioni. Altro elemento interessante è la sua antichità; l’inizio del suo uso viene, infatti, collocato intorno al V sec. a.C. ma potrebbe risalire assai più indietro poiché, sia da.Cunningham e Dowson,68 sia da J.G.Février69 è stata autorevolmente congetturata: 

l’existence d’une vieille écriture indigène, ancêtre de la brâhmî

Inoltre sw-/su- è un prefisso che, come in greco ευ−, sta per buono, giusto … Ecco che così compare ancor più evidente – nel rapporto sotteso all’evidente assonanza iovis/yahweh – un’inaspettata convergenza di due tradizioni oggi lontane. Infatti, come nel cielo, dopo ogni rivoluzione giornaliera, si legge su asti, nel Genesi, al termine di ogni giorno della creazione – E fu sera e fu mattina – c’è l’icastico ebraico טוב כי ,ki tôb, è buono,70 con cui Dio afferma che l’opera delle sue mani è buona e giusta: טוב םי אלהים ויא ,and God saw that it
was good. È facile immaginare come, nell’estremo Nord – pertanto molto in alto rispetto all’orizzonte – e con inoltre la limpidezza del cielo di quegli anni lontani e la completa rotazione della volta ogni ventiquattro ore, tale spettacolo dovesse produrre un notevole impatto psicologico.

The Arcadian or Pastoral State di Thomas Cole, 1834.

Del resto è già il Fiat Lux iniziale che determina, col transito dal χαος al κοσµος, il fondamentale passaggio all’ordine. Per χαος (71) ιl senso originario è quello di cavo, vuoto e pertanto si deve supporre una forma *χαƒος, mentre κοσµος, (72) exprime originellement la notion d’ ordre, de mise en ordre; l’etimo è incerto; forse in κοσµ [−ος], si può ritrovare il pref. ζυν−, insieme, cfr. lt. simul, che proviene dal miceneo (1500-1200 a.C.) kusu, insieme e, nello stesso tempo, ipotizzare un *kosum[os], ciò che è messo insieme, sottinteso ordinatamente. Quel primigenio ordine universale, quello stato di grazia nel quale, 

Tutte le dimensioni della vita dell’uomo erano potenziate dall’irradiamento di questa grazia. Finché fosse rimasto nell’intimità divina l’uomo non avrebbe dovuto né morire, (73) né soffrire. (74 ) L’armonia interiore della persona umana, l’armonia tra l’uomo e la donna, infine l’armonia tra la prima coppia e tutta la creazione costituiva la condizione detta «giustizia originale». (75)

Da lì, per li rami, si arriverà a quell’ordine sociale, a quell’etica naturale che, come afferma San Tommaso:

«Unde patet quod lex naturalis nihil aliud est quam partecipatio legis aeternae in rationalis creatura» (76)

La legge naturale è quindi definibile come una partecipazione razionale dell’uomo al piano ordinativo stabilito da Dio-Creatore e fissato ἀπ’ αἰῶνος, da tutta l’eternità per l’intero universo. Riguardo alla morte si ritornerà alla primigenia sua assenza solo alla fine dei tempi, quando Dio

µε’αντων εσται, και εξαλειψει παν δακρυον εκ των οφταλµων αυτον, και ο θανατος ουκ εσται ετι, ουτε πεντος ουτε
κραυγη ουτε πονος ουκ εσται ετι, ουτε πενθος ουτε κραυγη ουτε πονος ουκ εσται ετι οτι τα πρωτα απηλθον. Και
ειπεν ο καθηµενος επι τω θρονω ιδου καινα ποιω παντα. (77)

«… tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono
passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «ecco io faccio nuove tutte le cose». (78)

Naturalmente mentre per tutti, o alla fine dei tempi, oppure con la fine individuale, ci sarà il transito dal mondo grossolano a quello sottile o animico che dir si voglia – attuato dal passaggio a una valenza adesso occulta della Terra – coloro che, in termini cristiani, saranno salvi, risiederanno nel terrestre παραδεισος dove, in attesa di conseguire una più alta e celeste condizione, godranno di un’indefinita permanenza, mentre per gli altri, in analogia con quanto avviene in questa vita, a una certa scadenza, seguirà la mors secunda. Secondo le
dottrine indù con essa ci sarà l’annichilimento dell’individualità e il rischio maggiore sarà quello della perdita della condizione umana e anche per la Chiesa la locuzione seconda morte designa la dannazione eterna, quella che segue al giudizio finale. Per i Padri, nella fattispecie Lattanzio: (79)

Primam [mortem] sic definimus: Mors est naturæ animantium dissolutio, vel ita: Mors est corporis animæque seductio. Secundum vero sic: Mors est æterni doloris perpessio; vel ita: Mors est animarum pro meritis ad æterna supplicia damnatio. (80) Sicuti duæ vitæ praæpositæ sunt homini, quarum alter est animæ, altera corporis: ita et mortes duæ propositæ sunt, una pertinens ad corpus, quæ cunctus secundum naturam fungi necesse est, altera pertinens ad animam, quæ scelere acquiritur, virtute vitatur. (81)

Perché – e qui tutte le tradizioni concordano nel definire centrale questa nostra condizione di uomini – essa ci permette la realizzazione di quegli stati superiori dell’essere che, nel Cristianesimo, sono rappresentati dalle corti angeliche.

Allo stesso etimo di Arcadia, e a conferma che quel mito bucolico discende proprio dalla memoria ancestrale del Paradiso boreale, si rifanno pure articus e arctos mentre arcanus unisce la sacralità al nascondimento. Gaard è allora l’hortus conclusus e ben guardato: l’it. guardia proviene dal germanico, cfr. l’ing. ward ed il td. warten, custodire e die Warte, sentinella In ambito semitico e sul piano della stretta affinità etimologica, abbiamo l’accadico ĥarādu, to wake up, to keep watch; ĥardattu, alertness; ĥardu, wachsam. Questo luogo privilegiato e protetto è posto al culmine di quella terra subtilis cui, dall’epoca della Caduta, è sempre più arduo l’accesso ai viventi. Accesso loro negato anche riguardo le sfere più basse dell’altro mondo, tant’è che, nella Commedia, quando il Poeta si trova tra i sodomiti e incontra tre illustri concittadini e lo scalpiccio dei suoi piedi sulle rocce ne rivela l’inusitata condizione di vivente, qualcuno di loro esclama:

la fama nostra il tuo animo pieghi,
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi.(82)

Dante e i tre fiorentini; anonimo del XIV sec.

Adito che, dall’inizio del Kaly Yuga, secondo concordanti tradizioni, si è reso ancora più difficile così da ben giustificare la meraviglia di quei trapassati. (83) L’espressione sanscrita letteralmente significa l’età oscura; inizio: – 448084. È intorno a tale data che si può collocare anche l’episodio biblico della Torre di Babele e della confusione delle lingue. Quest’insorgente, reciproca incomprensione non è però da prendere alla lettera perché, all’epoca, la lingua unica primordiale era ormai lontanissima, ma qui lingue va letto nell’accezione che, pur oggi è in uso in ambito islamico, ovvero nel senso di forme tradizionali. Quella capacità insomma, ancora presente nel mondo classico di “tradurre” nei propri personaggi mitologici e senza tante ansie, gli dei stranieri con i quali esso entrava in contatto. Attitudine non solo mancante ma della quale, per l’esclusivistica forma mentis delle tre religioni abraminiche, a esse ripugna anche soltanto il prenderne in considerazione la possibilità. Sempre per il paradiso boreale è molto interessante un verso di Isaia (85)

… dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione …

Tale monte, in ebraico è esattamente מועד הר ,hèr mô´ēd, ovverosia:

the mount of meeting or assembly (of the gods; the mountain of the gods in the extreme north, the oriental Olympus, persian Alborg, hindu Meru, babylon.[accadico] Arallû). (86)

Il fiume Ob e i Monti Urali

Inoltre, per Arallû, poiché in accadico the vowel a and u often alternate, è chiaro come, in quel contesto, può avere avuto un ruolo anche la catena degli Urali (Урал, Ural). Gli Assiri ritenevano che the Arallû mountains containing gold ( the red gold) (87) e tale particolare ci rimanda al paese di חוילה ,Avila del Genesi, (88) una terra sabbiosa come suggerisce חול , ḥol, noted for eccellent gold, bdellium and shoham-stones, ovvero una resina odorosa e pietre di onice. (89) Inoltre Arallû è anche the abode of dead. (90) Infine, è molto singolare l’assonanza che si ha tra Avila ed il skr. इवला, ilvala, f. pl. name of the five stars in Orion’s head. E la costellazione di Orione è quella che assegna il nome al periodo (orionico) della fase “edenica” centro-asiatica, cfr. infra. Appare inoltre importante mettere in evidenza la stretta connessione etimologica rilevabile – tramite lo slavo gora e appunto boréas – tra il monte ed il Nord.

In particolare settentrione è צפון ,tzaphon, da una √TzPhN, il cui significato è nascondere con un riflesso di nascondere qualcosa di prezioso. Tant’è che in Ezechiele91 tzaphon ha il senso di cherished place sottintendendo Gerusalemme. Il Nord (tzaphon) è anche uno degli attributi della principale divinità Cananea: בעל ,Baal, da una √Ba΄L, rule over. Poi, dalla forma di צפון בעל ,Ba΄l-tzaphon, god of the nord, a motivo del sempre presente processo di demonizzazione degli antichi dei, siamo giunti – anche per assonanza – alla derisoria
trasformazione in זבובים בעל ,Ba΄l-z e bubim, (il ns. Belzebù) lord of flies. Tale damnatio memoriæ si legge anche in Matteo: (92)

οι δε φαρισαιοι ακουσαντες ειπον ουτος ουκ εκβαλλει τα δαιµονια ει µη εν τω Βεελξεβουλ αρχοντι των
δαιµονιων (93)

Ma i farisei udendo questo, presero a dire: Costui scaccia i demoni in nome di «Beelzebul, principe dei demoni».

Si può aggiungere che the name is found as a prefix to place-names (e.g. Baalbek) and as the last element in Phoenician names such as Hannibal and Jezebel. E la città – santa per eccellenza – cfr. l’ar. al-Muqaddas, دسمق آل ,o più brevemente, دسالق ,al-Quds, la Santa – è, appunto, un’immagine dell’Eden ossia – in altri termini – immagine di quel tesoro ora nascosto, cioè l’Agarttha, che sta a Nord, sul Monte Meru e corrisponde al precitato hèr mô´ēd, ovvero al Monte dell’Assemblea di Isaia.

Dopo la Caduta e nel corso del Manvantara, dalla prima umanità haņsá, seguendo la scansione dei Grandi Anni (GG.AA.), si differenziano le razze e, a ognuna – in successione: haņsá, gialla, nera, rossa, bianca – passa la “reggenza” di questi ampi periodi. È in tal modo che, sul piano geografico, si verificano le principali proiezioni, i suddetti riflessi dell’archetipo boreale così chiarendo la logica sottesa alla loro integrante molteplicità. Più in dettaglio e avendo presente lo schema prima riportato, si può aggiungere che ogni razza è poi in relazione con un temperamento, fatto che – rispettando la precedente sequenza – dà questa successione: equilibrato, nervoso, sanguigno, bilioso, flemmatico. Parimenti corrispondono i tradizionali elementi: etere, aria, fuoco, terra, acqua. I cataclismi, che segnano i transiti da un GA all’altro, sono provocati dallo scatenamento del relativo elemento antagonista: l’etere che contraddistingue lo stato sottile non può essere “vinto” (la Caduta) che da se stesso, pertanto la serie sarà: l’etere dall’etere, l’aria è soffocata dalla terra, il fuoco è spento dall’aria, la terra sommersa dall’acqua mentre l’acqua non potrà essere fatta evaporare che dal fuoco. C’è infine anche una relazione tra razze e punti cardinali:

1. Nord, Polo Artico. Razza haņsá.
2. Est, ambito eurasiatico. Razza gialla.
3. Sud, emisfero australe. Razza nera.
4. Ovest, nord-atlantico. Razza rossa.
5. di nuovo Nord, ambito eurasiatico, zona boreal-centrale. Razza bianca.

Bal Gangadhar Tilak

Riguardo al punto 1 è necessario ricordare come quel Nord non sia di questo mondo, ma appartenga a una delle valenze sottili della Terra totale, consistente a sua volta di sette condizioni o Terre che dir si voglia. Da quell’inizio, con la Caduta, siamo stati precipitati nella Terra presente e grossolana e quindi è necessario avere ben chiaro come l’originaria dimora settentrionale della razza bianca (punto 5) sia solo una riproposizione, in altro ambito cronologico, dell’effettivo habitat, che ha invece inaugurato il Manvantara. A complicare la situazione, bisogna aggiungere che, centri secondari (i vari “Eden”) si sono creati, all’inizio d’ogni GA, sulla falsariga del modello iniziale e sempre seguendone in qualche modo le caratteristiche e ciò anche per cicli assai più ristretti, svolgentisi in fasi intermedie dei singoli GG.AA. Allo stato attuale dei fatti, orientarsi in tale intreccio non appare facile, si possono però stabilire alcuni punti fissi. Il primo e il più importante è che, in prevalenza, pur rapportandosi a un incipit assoluto, ossia alla cosmogenesi, le più diverse tradizioni, riducono poi tutta la narrazione all’avvio di quest’attuale umanità e spesso lo fanno in termini ancor più ristretti, ossia riferendosi a situazioni che appartengono solo alle fasi iniziali del nostro, ultimo GA. (94) Anche la tradizione indù, nella ricostruzione del Tilak, col fornirci indicazioni sulla sede originaria della razza, s’esprime secondo parametri che hanno attinenza ai diretti antenati di quel popolo, da intendersi però nell’estensiva accezione degli i.e. indivisi e alla collocazione boreale di tutti questi e non certo all’originaria dimora degli haņsá. Il Tilak propende per una zona prossima alle coste del Mar Glaciale Artico e posta intorno al 70° di long. Est, designata nel nostro elenco come boreal-centrale: id est la Penisola Jamal e, solo più a Est, la Penisola di Tajmyr, quindi nel settentrione dell’Eurasia. Pertanto, in merito alla distanza cronologica dai giorni nostri, non si superano i valori connessi alla durata del presente, quinto GA.

L’altro punto da prendere in considerazione concerne la lingua e già abbiamo visto cosa si debba, correttamente, intendere per loghah sûryâniyah; però, in anni recenti, con gli approfondimenti nello studio dell’accadico o lingua assira (stesso etimo di sûryâniyah), si è visto come quest’affermazione tradizionale corrisponda anche a qualcosa di più contingente e, nel tempo, a noi più prossima. Nel modo in cui anche i precedenti numerosi rimandi etimologici stanno dimostrando, essa ci appare quasi un momento di giunzione tra le lingue semitiche e quelle indoeuropee. E questo è, appunto, il risultato dell’incontro avvenuto tra le due grandi correnti culturali, le quali hanno segnato tutte le vicende dell’ultimo GA: l’una, erede dei dominatori del precedente GA ovvero la razza rossa occidentale e marittima e l’altra, costituita dalla discesa proto-indeuropea dal suo habitat continentale sito nell’estremo settentrione dell’Eurasia.

Luoghi privilegiati di questi contatti sono stati, intorno al –8000/-6000, il Nord scandinavo (95) e, in seguito nel periodo “orionico” (96) intorno al –4500/-3500 l’Asia Centrale.97 Naturalmente le curiose caratteristiche “meticce” (semitico/indoeuropee) dell’accadico risalgono, in gran parte, a quest’ultimo momento, nel quale, infatti, si colloca anche lo starting point della tradizione ebraica, ossia il –3760, data d’inizio del suo calendario. Per la Scandinavia, s’intende l’ipotesi edenica del Vinci, essendo la sua altra, l’omerica, relativa ad un periodo assai più tardo, ovvero collocabile intorno al –2000, allorquando l’incontro tra le due grandi correnti si era già verificato con fusioni su tutti i piani (razziale, culturale, linguistico) e quando quella branca degli indoeuropei, che erano gli Achei, ancora sostava nell’area.

Bisogna precisare come, così stando le cose, sia assai difficile, per chi non abbia conoscenza del retroterra preistorico qui sommariamente esposto, non vedere, nelle numerose coincidenze etimologiche del lessico i.e. con quello semitico dell’accadico, la prova del ruolo principiale di quest’idioma e tale è, appunto, l’equivoco del Semerano,(98) che fa della κοινη semitica, intesa poi limitatamente alla sua storica accezione mediorientale, la fonte prima di ogni espressione linguistica della cultura europea, con la conseguenza di negare qualsivoglia originalità e autonomia all’insieme degli idiomi di matrice i.e.

Il dominio accadico

Resta da fare un’ulteriore precisazione riguardo alla prossimità tra lo stesso periodo orionico e l’inizio della tradizione cinese, la quale, basandoci come abbiamo fatto per l’ebraismo sul calendario (quello antico), è collocabile nel – 3468, ovvero con la tradizionale data di nascita del primo mitico Imperatore, 伏羲, Fo-hi, il cui regno corrisponde però ad un vero e proprio periodo storico della durata di alcuni secoli. Siamo, con tutta evidenza, in una fase sorgiva delle civiltà determinanti tutti quei successivi sviluppi storici, che giungono sino ai nostri giorni.

È proprio intorno a quel periodo che possono esser fatte risalire le più antiche mummie tra le numerose che, di recente, sono state scoperte, nel bacino del Tarim, nella Cina occidentale. Il fatto singolare è che queste mummie, (99) oltre a essere straordinariamente ben conservate, presentano caratteristiche fisiche nettamente nord-europee: biondismo e rutilismo, dolicocefalia, altezze intorno a m. 1,80 ÷ 1,90 per le donne e spesso oltre i 2 m. per gli uomini; particolari i quali fanno pensare alle leggende dei giganti che, a nostro avviso, appartengono appunto alla prima fase di scontro, nel Nord-Europa, tra la corrente occidentale e quella boreale, ma da quell’epoca siamo qui lontani alcune migliaia di anni. Sono le guerre che, nell’Induismo, si dicono condotte da परशुराम, Parashu Rama (परश parashu ु , ascia; periodo: -8700/-6540, punto vernale in , Cancer) mentre l’assai più tardo momento bellico, condotto quando l’invasione aria giunse nel sub-continente (-1800/-1500) e si scontrò coi nativi di razza nera, è sotteso alle vicende attribuite all’altro Rama, il protagonista del रामायण, Ramayana, ovvero राम च, Rama Candrá; dove च, candrá è glittering, shining as gold……said of gods, kings…il ns. illustre insomma. Tornando alle necropoli del Tarim, si suppone che l’ultima traccia linguistica di quella remota comunità sia stato il
tocarico, lingua appunto i.e. i cui reperti documentali, rinvenuti in area centro-asiatica, ci hanno poi permesso di accertarne, da alcune palesi influenze lessicali, i sicuri rapporti con il mondo cinese. In particolare

…the transmission of terms in the sphere of cattle-breeding from IE (mostly Tokharic) to Chinese: terms for dog, horse, cow, milk, honey. This doesn’t add new information on the Urheimat question but neatly confirms the long-suspected presence of Tokharic in Western China since at least the 2nd millennium BC. (100)

Da alcuni elementi dell’abbigliamento, tra l’altro spesso perfettamente conservato, l’insieme rammenta il costume lappone con tratti del celtico (il tartan), del tirolese (i copricapo) e del russo (i Валенки, valenki, gli stivali di feltro), mentre per una specifica cintura ci si potrebbe spingere sino al Giappone dove tratti della cultura nazionale e i lineamenti europoidi degli Ainu troverebbero così una possibile spiegazione. (101) A tutto ciò si può aggiungere una presenza della razza bianca sul continente americano testimoniata dal ritrovamento del cosiddetto uomo di «Uomo di Kennewick» dal nome della località dello stato di Washington nella quale, nel 1996 fu scoperto uno scheletro risalente a circa 12000 anni fa, con evidenti caratteristiche europee. Sembra però che le successive (2015) analisi del DNA abbiano ridimensionato questa attribuzione. In ogni caso, se così stanno le cose, siamo al solito discutibile rapporto tra fenotipo e genotipo. (102)

Mummia maschile del Tarim

Un paziente lettore di questo studio, ricordando le ns. cronologie, potrebbe adesso domandarsi: ma non è della razza gialla la dominanza del secondo GA mentre qui siamo ben al quinto GA del Manvantara? In effetti, la civiltà cinese da noi conosciuta è, dopo un lunghissimo periodo d’oscuramento, la risorgenza di un remoto retaggio latente in alcune regioni centrali dell’Asia. E, per tale risveglio, è molto probabile sia stato decisivo proprio il contribuito di quelle popolazioni provenienti da Occidente, reduci, a loro volta, da quel primo incontro/scontro nel precedente “Eden” scandinavo. Del resto qualcosa della tradizione primordiale, nel corso dei tre GG.AA. successivi alla Caduta, era rimasta in sonno nell’estremo settentrione mantenendo, soprattutto in quello che è poi stato l’Induismo, certi suoi elementi essenziali.

Rimane a dire che, in ogni caso, qualche incertezza indubitabilmente sussiste su cosa potesse significare che, dalle medesime indicazioni bibliche, sia risultato possibile individuare due distanti, ma parimenti ammissibili sedi edeniche. (103) La nostra ipotesi di una diacronia tra le due, dove quella scandinava preceda, appare, per certi versi, la più razionale: alla fine della fase di scontro tra le due predette correnti subentrò un periodo di pace; infatti, dovrebbe esserci questo significato (i.e. l’affratellamento dei due popoli: razze rossa e bianca) nell’aver dato nome di Gemini ( ) alla costellazione in cui, allora, sostò il punto vernale (-6540/-4380). Poi, mantenendosi a latitudini ancora piuttosto elevate, ci fu una migrazione verso Oriente – del resto anche nel Genesi (104) si legge di un giardino posto a Oriente – dove, gli elementi in prevalenza occidentali (i proto-semiti, i rossi) nel suddetto –3760 dettero origine a quella che sarà la tradizione ebraica propriamente detta e, in seguito, si sposteranno verso sud, nelle regioni site nella parte più alta della Mesopotamia (fase accadica) mentre, come abbiamo visto, all’incirca alla stessa epoca (-3468, appunto) l’incontro tra Tocarici e proto-Cinesi dovrebbe aver dato inizio a quest’ultima civiltà o, quanto meno, alle sue caratterizzazioni storicamente note e giunte poi sino a noi. In ogni caso, l’accertatacollocazione storica dell’accadico, non esclude che, in una certa misura, le sue coincidenze con le lingue i.e. risalgano anche al primo contatto tra le due correnti avvenuto nel Nord dell’Europa.

La vera e propria nascita dell’Israele storico implica però un nuovo rapporto con coloro che, caratterizzati in senso più nettamente i.e., nel frattempo, erano rimasti nel primo “Eden” scandinavo. Quelle che seguono l’arrivo dei popoli del mare (105) sono, infatti, guerre ma anche mistioni, soprattutto per le settentrionali tra le dodici tribù, ad es. Dan, la cui affinità con i ∆αναοι, Danai è evidente. La loro non facile presenza accanto a Israele, ci è nota sotto il nome di Filistei: nome dal quale viene quello attuale di Palestina e dei suoi nativi ormai arabofoni. Per tutte queste interessanti relazioni L’epoca è quella della prima metà del secondo millennio a. C., nella quale i proto-Greci, ossia i Micenei e tutte le altre genti i.e. tra cui i proto-romani, cominciano a popolare i paesi intorno al Mediterraneo. Ma, a questo punto, l’intrico delle complesse relazioni precedenti è ormai velato dal mito e incomprensibile ai più.

Seconda Parte

Nella parte precedente, abbiamo elencato le razze egemoni succedutesi in questo ruolo nel corso del Manvantara ma, a proposito di tale lista (haņsá, gialla, nera, rossa, bianca), appare necessario fare alcune considerazioni. Intanto, mentre per quattro di loro l’abbinamento a un colore – sebbene meritevole di maggiori spiegazioni – è esplicito, la prima, traendo titolo da un uccello, rimane d’apparenza meno raffigurabile.

A tal proposito, riteniamo che uno dei significati, in varie lingue sottesi al nome del cigno, ovverosia il candore, sia rivelatore. Ma di quale candidezza si tratta se l’ultima razza del ciclo è, a sua volta, definita bianca? Allo scopo d’evidenziare una qualche differenza, è bene subito chiarire come, per la sensibilità cromatica della cultura islamica, il tipo umano dagli anglosassoni chiamato caucasico e nordico in altri contesti, sia – a ragione della trasparenza del sangue venoso – quello degli uomini blu. Il blu che, per la scarsa presenza di pigmento nell’epitelio, in varie tonalità, ritroviamo, quale caratteristica di questo stesso fenotipo, anche nell’iride. Inoltre e in linea di massima, la pelle è rosea ma spesso suscettibile di dorarsi al sole mentre il biondo, sempre a causa del pigmento, non può certo essere totalmente assimilato al bianco.

Quel bianco che – nella cromia luminosa additiva e pertanto per quanto concerne l’aspetto – come risultante della sovrapposizione di tutti i colori, diventa il colore massimo e principiale rispetto alla serie che, per differenziazione, da esso, in seguito, si produrrà. Sul piano strettamente fisiologico, per il medesimo, vale invece il criterio della cromia sottrattiva e infatti, causa l’assenza delle cellule melanofore, diviene difetto di colore ed è ciò che, appunto, si ritrova nell’albinismo totale. Nel suo caso, l’assoluta trasparenza produce una pupilla caratteristica con nuances che possono variare dal roseo al rosso vivo mentre quelle dell’iride trascolorano dall’azzurro pallido ad un tenue viola.

A questo punto, spontanea, sorgerà in molti un’obiezione: allora la razza haņsá sarebbe stata una razza di albini, com’è però possibile se l’albinismo non è una razza ma un’anomalia congenita ed ereditaria, un handicap che, appunto, può manifestarsi presso tutte le etnie anche le più scure? Intanto, il fatto che esso sia presente ovunque starebbe, semmai, a confermarne la principialità rispetto ad ogni successiva differenziazione. Inoltre, certe sue precise caratteristiche – quali l’intolleranza alla luce, sia a livello della vista, sia della cute – sono evidenti tracce della predisposizione ad una vita in ambienti con una differente qualità luminosa come può trovarsi o in zone boreali, o in quello status sottile dove, per una serie di narrazioni mitiche sappiamo che la luce splende, ma non disturba.

È la lux victorialis o l’iranico xvarnah, che permea di sé i mondi superiori (nel linguaggio dantesco i cieli), ma il cui attenuato riflesso illumina le valenze attualmente non sensibili della Terra: (106)

le Var de Yima comprend en effet, à la façon d’une cité, des maisons, des réserves, des remparts. Il a portes et fenêtres luminescentes qui sécrètent d’elles-mêmes la lumière à l’intérieur, car il est illuminé à la fois par des lumières incréées et par des lumières créées (107)

e a quelle latitudini dove

une fois seulement chaque année, on voit se coucher et se lever les étoiles, la lune et le soleil ; c’est pourquoi une année ne semble qu’un jour: (108)

Terre di penombra e di raggi obliqui e non certo d’accecanti meriggi. La connessione, dei tardi epigoni degli haņsá, con l’elemento eterico (109) ne fa, nel folklore di molti popoli, un tramite privilegiato con l’altro mondo e con le sue inquietanti irruzioni in questo:

Kennst du die Blassen in Heideland,
Mit blonden flächsenen Haaren?
Mit Augen so klar, wie an Weihers Rand
Die Blitze der Welle fahren?
O, sprich ein Gebet, inbrünstig, echt,
Für die Seher der Nacht, das gequälte Geschlecht. (110)

Conosci, alla brughiera, certi tipi slavati
dai capelli di stoppa
dagli occhi chiari
come luccica l’acqua ai bordi dello stagno?
Di’ una preghiera, allora, accesa e schietta
per chi vede nella notte, razza tormentata.,

Anna Elisabeth (Annette) Freiin von Droste zu Hülshoff e il natale, tipico wasserschloβ westfalico a Havixbeck

Così comincia la ballata Vorgeschichte (Second sight) che Annette von Droste-Hülshoff, dedica all’episodio in cui, un albino di ceppo falico, un membro della casa baronale dei von Kerkering zu Borg, in una notte di luna piena, avrebbe avuto la visione del suo funerale, sicché, preso atto della premonizione:

Dann hat er die Lampe still entfacht
Und schreibt sein Testament in der Nacht. (111)

Accende la sua lampada in silenzio
e scrive nella notte il testamento..

Ma la chiave di tutto sta nella gequälte Geschlecht., in quella stirpe tormentata dove la patologia dell’albinismo, quale elemento biologico e concreto, trascendendo le effettive intenzioni e conoscenze dell’autrice, serba la possibilità di portare a soluzione i nodi complessi di un destino legato a situazioni remote e strettamente connesse alle radici profonde della decadenza.

Decadenza o Caduta che coinvolse la prima razza e che, di età in età, si ripeté per le successive nella staffetta dei GG.AA. L’ultima a manifestarsi è quella adombrata dai נפלים ,Nephilim, i caduti del Genesi (112) dove, parimenti, pur con stimmate albine, è della razza rossa che si sta parlando quando, lo stesso Noè, alla nascita, rischia, da parte del padre, per la sua somiglianza con coloro, i quali erano ormai giunti alla conclusione della loro vicenda, il rifiuto:

Dopo del tempo, mio figlio [è Enoc che parla] Matusalemme prese una moglie per suo figlio Lamek e costei rimase incinta da lui e generò un figlio. Ed era la sua carne, bianca come neve e rossa come rosa e i capelli del suo capo e la sua chioma erano come bianca lana e belli erano i suoi occhi e, quando li apriva, illuminava tutta la casa come il sole, e tutta la casa risplendeva assai. E quando suo padre, Lamek, ebbe paura di lui, fuggì. E venne da suo padre Matusalemme. (113)

Riguardo all’aspetto di Noè, si deve considerare la frequenza dello pseudo-albinismo neonatale nei rossi e – tratto indicativo della monogenesi della specie umana – esso è costante presso i neri aborigeni australiani. La specifica caratteristica del profeta, quantunque rintracciabile in un testo di non larga diffusione, ha determinato la scelta – con l’acrostico NOAH – della sigla relativa alla propria associazione, dagli statunitensi affetti da questa sindrome: National Organisation for Albinism and Hypopigmentation.

E così, è sempre il rifiuto dell’albinismo che mette a repentaglio la vita di un protagonista della teosofia iranica ishrâqî ma, nel contempo, ne segna l’eccezionalità:

Sam, the son of Nariman, was the lord of Zabol and the preeminent champion of Iran, but he had no sons, and this was a source
of great grief to him. At last a beautiful woman of his entourage became pregnant by him and she gave birth to a handsome son.
But although the baby had rosy cheeks and black eyes and a fine face, his hair was as white as snow. His mother was very
distressed by this. No one dared go to Sam and say that he had a son whose hair was as white as that of an old man. Finally the
boy’s wet nurse, who was a courageous woman, conquered her fear and went to Sam and said, «My lord, I bring good news.
You have a handsome, healthy son as splendid as the sun. And if he has white hair, well, this was your Destiny fated by God.
You must rejoice and not grieve about this» (114)

Parimenti, si racconta dello stupore generato dai capelli bianchi del neonato Lao-Tze ed in tal modo, si potrebbe continuare citando le innumerevoli tradizioni, nelle quali angeli ed eroi hanno la stessa scioccante singolarità.

A questo punto, appare evidente come l’abbandono della materia subtilis, propria allo stato edenico e l’assunzione della condizione grossolana sia stata segnata, sul piano geo-astronomico, dall’inclinazione dell’asse (la Caduta) e dal passaggio dal cerchio all’ellisse per quello che riguarda l’orbita, mentre su quello corporeo, c’è stata la comparsa del pigmento che è poi ciò che dà senso a quella categoria formale rappresentata dalle razze. Tutto questo non esclude altre importantissime conseguenze sul piano più strettamente qualitativo ma qui c’importava metterne in luce aspetti che, di norma, non vengono affrontati.

La razza haņsá, ma, visto come stanno le cose, sarebbe più giusto definirla una pre-razza, è quindi letteralmente immacolata, sine labe originali concepta, (115) secondo la definizione cattolica della Vergine e labes, la quale è

tache, sens physique et moral…..a identité complète de forme avec labes « chute », puis « ce qui cause la chute » ou « ruine » (116)

C’è da aggiungere come l’accezione di chute sia, rispetto alle testimonianze di tache,117 quella più anticamente attestata. (118) Del resto, l’origine è nel vb. labo (-as, -aui, -atum, -are), tomber, s’écruler dal quale viene anche labor quale logica conseguenza della Caduta. (119) Tâche mongolique, mongolian spot, mancha mongólica, , cinese e giapponese [stessa grafia] 蒙古斑, cin., meng guban, giapp., mou kohan. Ha un diametro variabile ma, in genere, è intorno ai 10 cm. È di un colore blu-ardesia (it is a particular type of blue naevus) e risulta posizionata all’altezza dell’osso sacro e nella parte alta delle natiche, raramente altrove. Piatta e pigmentosa, dai bordi nebulosi e dalla forma irregolare, non è nient’altro che una concentrazione, nel derma, di melanociti. In seguito, essi migreranno distribuendosi nell’epidermide; infatti, il colore vira, gradatamente, al rosaceo ed infine, già dopo il primo anno, la macchia scompare completamente
esaurendo così la sua funzione di deposito. È solo in casi molto rari che permane anche in età adulta. Essa fu documentata per la prima volta nel 1885 dall’antropologo tedesco Baelz col nome, appunto, di mongolische Flecken. Interessante è l’osservazione fatta dal Prof. Spedicato, (120) con la quale egli mette in relazione la macchia con il passo del Genesi (121)

…il Signore impose a Caino un segno …

e ricorda il caso di Gengis Khan che l’ebbe per tutta la vita ed in una posizione rara: sulla mano.

In effetti, la realtà del drammatico mito di Caino e Abele, sottende una fase della progressiva “solidificazione” del mondo iniziatasi, appunto, con la Caduta. Nella fattispecie, verso la fine del Manvantara, i popoli nomadi, allevatori di bestiame, sono sempre più costretti a sedentarizzarsi dai popoli praticanti l’agricoltura e le arti urbane. Di ciò si ha una traccia linguistica: Abele (nomade), in ebr. הבל ,Hèbèl, la √HBL dà lightness, vapour, breath, vanity; mentre Caino (sedentario), קין ,Qèîn e in ebr. la √QYN dà fit together, fabricate, forge: is a descriptive appellation rather than a real personal name . La macchia, attribuita quindi al popolo che ha inaugurato la fase di solidificazione e al personaggio biblico che la rappresenta, è del tutto congrua con quanto andiamo esponendo in assegnazioni etniche e cronologia. La sedentarietà è così connaturata all’umanità successiva alla Caduta che ogni sua perdita è vissuta come tribolazione. La diaspora ebraica, che del nomadismo è una peculiare variante, riflette tale sofferenza nella costanza con la quale quel popolo, quanto meno in prospettiva escatologica, se ne è sempre proposto la rettifica. Anche per gli zingari l’erranza è solo apparentemente connaturata, infatti, la si vuole scaturita dal drammatico allontanamento da un centro spirituale e la sua nostalgia è evidente in questi versi del poetarrom Eslam Drudak, sicché dietro quella che può anche sembrare solo un’immagine letteraria, c’è l’aspirazione e il rimpianto per una stabile patria perduta:

– Motho, manqe, Rromela
Kaj si amari phuv,
Amare plaja, amare lenă
Amare umala.
Thaj amare veśa?
Kaj si amare limóra?
– And – e lava tane,
and – e lava a mare čhibăqere! (122)

Dimmi, dimmi tu Rrom,
dov’è la nostra terra,
dove le nostre montagne,
i nostri fiumi, i nostri campi e le nostre foreste?
E dove sono le nostre tombe?
Tutto è nelle parole,
nelle parole della nostra lingua!

Zingari nomadi e islamici del Kashmir

Del resto la loro stessa designazione in francese, bohèmiens, che parrebbe fare banale riferimento a uno dei tanti loro insediamenti europei – nella fattispecie la Boemia – trova invece, un curioso riscontro sanscrito: बोहम, bohami, vai via da me, quasi a conferma di un’antica cacciata.

Per esprimerci, in sintesi, due sono gli elementi distintivi, che contrassegnarono la decadenza spirituale di questa umanità. Su quello astronomico – la Caduta – ci siamo già dilungati. Resta quello fisiologico: il segno, la macchia di Caino; mettiamo ora in evidenza quest’ultimo. La macchia è, appunto, la macchia mongolica che caratterizza, pur nella loro relativa chiarità, molti individui di questa razza, la quale, non a caso, ne è l’eponimo avendo inaugurato, col secondo GA, dopo la cacciata dal Giardino, i tempi dell’umanità contraddistinta da un colore. Del resto, nell’Induismo è con il colore (वण), varna) che si dà una struttura gerarchica alla società: vd. infra. Gerarchia che, per l’appunto, si definisce qualitativa. Nonostante che nel nome ci sia un’esplicita attribuzione nazionale, la macchia è invece assai più presente tra i neri come se, col terzo GA, l’allontanamento dallo stato primevo si fosse consolidato. In ogni caso, sebbene nettamente minoritaria, essa non manca tra gli europei dell’area mediterranea.

Eccone la distribuzione:

• Neri, 96%
• Asiatici, 80%
• Bianchi, 9.5%, però num estudo realizado numa maternidade portuguesa, a mancha mongólica foi encontrada em 22% dos recém-nascidos; insomma, per un paese europeo, davvero non poco.
• Latinos, 46%. Per avere un’idea del peso che il problema razziale ha sempre avuto, basti considerare come, al tempo della dominazione spagnola, nelle Antille, allo stato civile, il grado d’ibridismo, fosse contrassegnato da nomi specifici intesi a limitare i diritti civili dei titolari: terceron ¾ bianco e ¼ nero, quarteron 4/5 bianco, quinteron 5/6 bianco. Solo il sesteron (6/7 bianco) ritornava nella pienezza dei diritti.

In Brasile, alla nascita, sul neonato, con ansia, si cerca a mancha proprio perché è intesa quale un sigillo di contaminazione ossia come la non gradita testimonianza di un magari remoto vulnus alla limpeça do sangre. Nel ricollegarci al suddetto aspetto di decadenza, si può rilevare che, così come un handicap è oggi l’albinismo, anche la macchia accompagna un’alterazione genetica gravemente inabilitante: la sindrome di Down. Questo però, sia chiaro, avviene senza compromettere la piena normalità fisica e psichica a tutti gli altri portatori. Nella letteratura brasiliana, si mettono spesso in relazione le caratteristiche dell’appartenenza etnica (bianco/nero) con le gerarchie sociali (padrone/schiavo). L’argomento è così degno d’attenzione che l’IBGE (Istituto Brasileiro de Geografia e Estatística) elenca ben 135 colori di pelle espressamente dichiarati dalla popolazione e rileva che il 90% degli intervistati si autoclassifica in 6 di questi: bianco,
bruno chiaro, bruno, bruno scuro, mulatto, nero. È allora il caso di ricordare come, per due anni (1850-52), prima di scrivere il suo famoso saggio, (123)
il Conte De Gobineau fosse stato ambasciatore in quel paese. Anche tra alcune tribù degli indiani d’America – i Navajos ad esempio – a conferma della loro probabile origine asiatica, la macchia è presente mentre tra gli Ainu, la popolazione davvero indigena del Giappone, a ulteriore dimostrazione delle loro non mongoliche ascendenze, tale particolarità non si presenta.

Per meglio rendere il rapporto non facile che, in relazione al colore, si stabilisce tra i non europei e quest’ultimi, ci sembra opportuno riprodurre per intero questo brano del giapponese Junichiro Tanizaki:

Mi sono spesso chiesto quale influenza abbia esercitato, sulla nostra civiltà, il colorito della pelle. Sempre, ai giapponesi, la pelle chiara è piaciuta più della scura. Del resto esistono, fra noi, individui con pelli più chiare dell’occidentale medio. Vi sono anche, in Occidente, uomini più scuri della media giapponese. Non credo che la differenza profonda stia nel maggiore o minor
grado di bianchezza; a distinguere veramente la nostra carnagione è una certa tonalità. Tempo fa, quando abitavo nella zona alta di Yokohama, dov’è il quartiere degli stranieri, mi accadeva di recarmi, la sera, nei ristoranti o nelle sale da ballo frequentati dagli occidentali. Partecipavo alle loro feste, e avevo agio di osservare la loro pelle da vicino: non era poi così bianca! Ma, se appena mi scostavo, subito il contrasto con la pelle giapponese appariva evidente. V’erano delle giapponesi là, che esibivano abiti da sera all’occidentale, non diversi da quelli delle straniere, e carnagioni chiarissime. Perché dunque, da lontano, erano immediatamente distinguibili dalle occidentali? Per qualcosa di denso e di intorbidito, che v’era nella loro carnagione. Benché si fossero sforzate di schiarire le schiene, le braccia, persino le ascelle, insomma tutte le parti esposte del corpo un pigmento d’ombra continuava a ristagnare sotto l’epidermide. Osservarle era come scoprire, dall’alto, sul fondo di un limpido specchio d’acqua, un sudiciume lungamente accumulato. Il trucco pesante non riusciva a celare chiazze, scurimento, cerchiature, alla base delle dita, intorno alle narici, in fondo alla nuca, lungo la spina dorsale. La pelle degli occidentali, anche quando è particolarmente bruna, conserva tuttavia una bianchezza e una purità sottocutanee; in nessuna parte del corpo appaiono le nostre opacità dubbie, le nostre untuosità. Fra gli occidentali, un giapponese si sente come una macchia di inchiostro diluito, su un foglio candido. È una sensazione vaga, incongrua, sgradevole. (124)

È in queste radici ancestrali, che ovviamente affondano nello psichismo collettivo, che trova spiegazione l’importanza data al colore nei rapporti tra etnie diverse e nella conseguente classificazione sociale degli individui.

In India, वण), varna, colore, è il nome col quale si definiscono le quattro grandi suddivisioni che riguardano solo il popolo degli Ari. In origine i varnas:

• देवदेव, Brahmani, sacerdoti.
• क्षत्रिय, Kshatriya, nobili, guerrieri.
• वश, Vaishya, terzo stato.
• श@ू, Shudra, plebe.

Gli Ari sono nei twice born groups perché, con la maggiore età, hanno ricevuto, secondo il varna di appartenenza la rispettiva iniziazione: sacerdotale, cavalleresca, artigianale.

erano categorie funzionali secondo le quali, in ordine alle più pregnanti caratteristiche individuali, ognuno assumeva il proprio ruolo sociale. È solo nel proseguimento del tempo che il sistema si è sclerotizzato nella जाती, jati, la casta, essa ha poi proliferato una miriade (letteralmente) di sottoripartizioni: il concetto è che ogni combinazione generativa di varna abbia prodotto una specifica jati, ma la cosa, nei fatti, è stata resa ancor più complicata e costrittiva. Pertanto, è la jati che lega indissolubilmente a una condizione, un’attività o a un mestiere specifico. (125) Gli ultimi degli ultimi, coloro i quali, fondamentalmente, non appartengono al popolo indù che conquistò il paese, essi sono i अमेCयम, ्amedhyam o intoccabili. La loro situazione è così penosa che, per designarli, spesso, si ricorre a eufemismi e, per iniziativa di Gandhi, oggi, va molto हDरजन, harijan, figlio di हDर, Hari, che potremmo anche meglio rendere con il nostro creatura di Dio e qui, nella fattispecie, s’allude a विष्णु, Vishnu.

Dopo la razza mongolica, a testimonianza di una completa affermazione della corporeità che, non a caso, investe il GA posto esattamente al centro del Manvantara, la pigmentazione giunge – come abbiamo già accennato – a piena affermazione con i neri. Per loro, situandosi in ambito meridionale (126) il punto d’irradiazione, l’inversione, rispetto alle condizioni iniziali del ciclo, essendo segnata dal passaggio all’altro polo, risalta, nella sua estremizzazione, anche sul piano geografico.

Questa specularità arriva financo a concretamente riflettersi negli stessi elementi simbolici: bianca ed immacolata è la specie di cigno che vive nelle regioni boreali, mentre è nera – the black swan la Chenopis atrata dei naturalisti – quella indigena dei mari del Sud.

Cosa assai curiosa, quest’opposizione delle due varietà, come riporta Louis Charbonneau – Lassay (127) è resa anche in un artistico monogramma del Cristo (IHS), impresso quale super libris nella rilegatura dei volumi della biblioteca personale di Henri III, Re di Francia: tralasciando la descrizione dell’altrettanto elaborato disegno della I e della H, colpisce che la S sia formata da due colli di cigno contrapposti; bianco quello in alto e – naturalmente – nero il secondo. Henri III ha regnato dal 1574 al 1589 e la conoscenza del mondo australe inizia con certezza nel secolo successivo mentre, pel XVI sec., ci possono essere state solo vaghe notizie recepite da qualche navigatore portoghese. Altra curiosa constatazione è che, come avviene per i neri aborigeni i cui figli nascono biondi, così i piccoli del cigno australe nascono bianchi.

In tali popolazioni assai più che in altre, la remota perdita della condizione di privilegio e assai prima del sorgere dei tempi moderni, è stata segnata dalla forte incidenza nella stirpe dello status degenerativo di selvaggi nonché, per la conseguente diminuita capacità di reazione, rispetto a popolazioni culturalmente meglio attrezzate, al flagello della schiavitù: cfr. il Genesi: (128)

Sia maledetto Cam! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!

Sembra opportuno fare presente che le culture tradizionali abbiano sempre considerato il selvaggio non come un primitivo, ma solo come un decaduto: di fatto, esso è un residuo di quelle popolazioni, le quali, a seguito dei cataclismi che hanno segnato il transito dei GG.AA, essendo rimaste isolate e inoltre, già prive di un sufficiente supporto culturale,129 sono poi scivolate in condizioni sempre più precarie sino a giungere alla penosa situazione che conosciamo. Altro che le moderne fantasie sulla felicità del buon selvaggio; quella condizione è solo una delle forme più estreme della degenerescenza.

Per tutte queste ragioni, nei neri, nonostante i molti, attuali, insistiti tentativi, di organizzazioni e di singoli intellettuali, tutti intesi a ribaltare il pregiudizio con la polemica affermazione di una supremazia (black is beautiful, la negritude…), il disagio del colore – così sottilmente espresso da Tanizaki – ha raggiunto il massimo con vere, interne gerarchie, nelle quali l’accettabilità sociale è inversamente proporzionale all’intensità presente nei toni dell’incarnato. Tra le tante manifestazioni dell’imbarazzo per il colore è la frequenza con la quale i neri americani, per dissimularsi, oscurano i vetri delle loro auto.

Non si deve però credere che – dal marchio e dal pesante destino di vinti, provocato dalla ciclica riproposizione della Caduta – sfuggano le altre razze. Singolare è il caso dei rossi, signori del precedente GA. La specificità del tipo reddish, sul piano biologico, è data dal fatto che i capelli fulvi derivano dalla presenza di un tipo particolare di melanina, la feumelanina mentre il capello biondo è determinato solo da una scarsa attività dei melanociti ossia di quelle eumelanine, le quali, quando sono presenti in maggior quantità, producono anche i capelli
castani o neri. Inoltre, la pelle, sebbene molto chiara, forse la più bianca in assoluto dopo quella degli albini, ha spesso, a sua volta, lo stigma della labe in quella forma sporadica rappresentata dalle efelidi. Esse compaiono solo nelle zone esposte alla luce, soprattutto nel volto e nella parte alta del tronco; esse, nonostante siano caratteristiche dei rossi, non sono infrequenti neppure nei biondi. La loro formazione è stimolata da un processo d’ossidazione scatenato dai raggi UVA, che colpiscono la pelle e pertanto sono più evidenti nel periodo estivo, mentre in inverno, s’attenuano o scompaiono. La differenza con le lentiggini (dal lt. lens, lente e precisamente dal dim. lenticula), con le quali non devono essere confuse, è che queste ultime sono forti accumuli di melanina la cui intensità non dipende dall’irraggiamento. Tali addensamenti sono molto superficiali e possono apparire ovunque comprese le zone nascoste alla luce e le mucose. In certe circostanze, sono presenti fin dalla nascita o insorgono nell’infanzia e, con la pubertà, possono aumentare di numero e d’intensità.

Dei pregiudizi nei confronti dei rossi è pieno il folklore, tant’è che, nel mondo anglosassone, esistono associazioni di tutela (vd. supra il NOAH) da una delle quali, per meglio rendere gli estremi del disagio, riproduciamo la perorazione che segue:

Ask yourself now, are red-haired people any different from the rest of society? Should they be discriminated against in the same
way that black people have similarly been oppressed in the past? Our society has a duty to this minority group which has been
ignored for longer than Jewish or Black people. This prejudice is as old as the human race, and today is the moment when we
should recognize that it should be eliminated from our so-called “just and democratic society”. (130)

Non a caso, conformemente alla collocazione nord-occidentale della civiltà atlantidea, nell’Europa occidentale la massima incidenza della presenza reddish si ha in Scozia con un valore di circa il 10%, parimenti elevata è presso altri popoli d’origine celtica o, comunque, di habitat atlantico come, ad esempio, gli irlandesi e i norvegesi. Tale colorazione è egualmente significativa tra gli ebrei, in specie tra gli ashkenaziti mentre, le rimanenti popolazioni europee hanno una media che s’aggira intorno all’1%. Nell’Europa orientale (Russia) molto forte è la presenza rossa tra Komi, Mari, Mordvini e Udmurti, i quali non parlano lingue i.e., ma uralo-altaiche. Per tutti questi ultimi popoli e in ordine alla loro collocazione geografica, si può interpretare tale traccia di colore come un lascito del movimento verso Est la cui più antica e orientale testimonianza è nella predetta necropoli del bacino del Tarim. Pare comunque accertato che la lingua di tale popolazione fosse il tocarico ovvero una lingua appartenente al gruppo occidentale kentum (come il latino e il germanico) delle lingue i.e. In epoche relativamente più recenti i Tocari divennero buddisti e scrivevano usando l’alfabeto (anche indù) brahmi antecedente al devanagari.

Distribuzione e percentuali del rutilismo

Nel paragone con gli altri gruppi discriminati è interessante la relazione con gli ebrei essendo, quella coi neri, fatto di mera sociologia. Rivelatore è che molti dei pregiudizi avversi ai rossi siano ricorrenti topoi dell’antisemitismo (131) e la ragione sta nel diretto rapporto esistente tra la tradizione ebraica a quella atlantidea. Uno degli indici è il nome stesso di Adamo (אדם ,Adam) che, sebbene utilizzato nell’accezione più estesa di progenitore della presente umanità, è, per i significati che sottende, anche il mitico capostipite della razza rossa e quindi di quella specifica tradizione nonché dei prolungamenti di essa nel presente ed ultimo GA. Entrando negli interni dispositivi della lingua, vediamo come דם ,dam, sangue – il suo colore è noto – sia parola comune all’ebraico e all’arabo (دم (ma la radice è √’DM il cui significato è fondamentalmente esprimibile col lt. rubere, da qui proviene anche un’altra voce che è adoym (אדום חימר (con la quale si designa la caratteristica argilla rossa, quella terra usata, per la sua plasticità, dai vasai e che pertanto ben simboleggia la materia plasmata dal Primo Artefice.

Nel caso della pregiudiziale discriminazione e del diffuso disprezzo per l’individuo di razza nera, l’intera questione è talmente conosciuta che non è questa l’occasione di soffermarsi sulla casistica mentre appare diverso e meno comprensibile il negativo atteggiamento che investe la tipologia del rosso anche perché, per la fusione (in , Gemini: -6540/-4380) citata in precedenza, l’interazione etnica tra i protagonisti del penultimo GA e quelli dell’ultimo e attuale è stata, da molti millenni, totale.

Per meglio rendere però i termini del problema, è bene entrare in qualche più concreto particolare: l’idea più diffusa, ovunque in Europa, era che, in primis, i capelli rossi ma anche voglie e segni, fossero l’indizio di un concepimento avvenuto durante le regole. È da qui, che origina la locuzione popolare, riferita a qualche individuo dal particolare destino: era segnato! A tutto questo s’associava: un malsano calore corporeo che avrebbe generato una libido incontenibile, un alito pesante e un particolare odore fisico che, per gli ebrei, diventava il preteso fœtor iudaicus. Altro marchio considerato negativo era quella forma che l’orecchio assume quando, spesso accompagnandosi al rutilismo, si presenta privo del lobo. In questo dettaglio, si voleva fosse messa in evidenza la relazione esistente tra ebrei, lebbrosi e maiali: il morbo di Hansen porta alla caduta di parti del corpo e il maiale – colpito da una specifica forma ulcerosa,132 volgarmente assimilata alla ben più pericolosa patologia umana, al fine d’interdirne la commestibilità – veniva segnato dal taglio dell’orecchio. Inoltre, in certe legislazioni anche al ladro, si tagliava l’orecchio. Chi commette furto, detto in italiano, è un ladro mentre la ladrerie, in fr., designa la suddetta patologia suina; entrambi i vocaboli derivano e sempre per questa curiosa relazione con il taglio dell’orecchio, da una deformazione del nome proprio ebr. אלעזר‘ ,Èleazar, il cui senso è con l’aiuto di Dio da cui il lt. eccl. Lazarus. Il protagonista, secondo una popolare aneddotica anche iconica e del quale si narra nella parabola del Vangelo di Luca, (133) è appunto coperto di ulcere.

Il senso della ricerca e della messa in evidenza di queste tracce fisiognomiche sta nel paragone con la temutissima lebbra, che subdola si trasmette nella stirpe, cosicché le testimonianze di una tabe ancestrale, si crede che mai manchino di palesarsi nella razza. È importante verificare come una malattia, che incomincia col manifestarsi in segni, qual è il caso appunto della lebbra, sia ricollegata all’area semantica qui indagata; il lt. lepra è un calco del gr. λεπρα ma, poiché non ci sono etimi i.e. certi, è ancora una volta l’ambito semitico con l’accadico a darcene la chiave: infatti, la’bu, a skin disease; la’abum, be infected, ma, e qui il cerchio si chiude, ecco anche – ben evidente – l’etimo della stessa labes come predetto. Del resto, la sua accezione di caduta, si ritrova anche in accadico con lābat, to fall, to be thrown down. A questo punto, diventa intrigante supporre come, in virtù di tutte queste interconnessioni,, proprio la congenita mancanza o il taglio (punizione), di quella parte dell’orecchio (gr. λοβός) che pende (lt. labat dal vb. labo, cadere, vacillare), sia uno degli stigmi della labes originalis. Non per caso allora, la presenza invece del lobo è sottolineata e impreziosita da orecchini o enfatizzata allungandolo come in alcune culture e com’avveniva nell’Isola di Pasqua: vd. i Moai e tutta quella tragica storia insulare.

Un singolare gruppo umano, presente in Bretagna, in tutta la Francia del Sud-Ovest, nel Béarn, nel Paese Basco e nelle vallate pirenaiche, che accolsero anche i rifugiati dalla persecuzione contro i Catari, vittima per secoli di pesantissime discriminazioni, fu quello che ebbe nome di Cagots. Ecco come vengono descritti:

Los agotes eran rubios, de piel blanquecina, con el lóbulo de las orejas pegado y de mal aliento; incluso se dice que tenían rabo. Al considerárseles portadores del pecado original, se recomendaba mantenerse alejado de ellos por su mala sangre. (134)

In effetti, questi poveretti, in niente si distinguevano dai loro simili se non per la prevalenza delle suddette caratteristiche, ma erano i veri paria di quelle regioni: sebbene cattolici, in quanto

race maudite à vie, leur condition était mentionnée dès la naissance dans l’acte de baptême, célébré à la nuit tombée, sans
carillons. Ils ne portaient pas de nom mais un prénom suivi du terme Chrestiaa, Cagot, Gézitain. Une fois morts ils étaient
inhumés à l’écart des ” vrais chrétiens “. Parmi la longue liste des interdits on peut citer : le mariage avec des non cagots,
l’exercice de certains métiers en rapport avec l’eau, la terre, le feu, les aliments, porter une arme ou un objet tranchant… (135)

Processione di Cagots

Entravano in chiesa, dove avevano uno spazio riservato e modesto, da una porta laterale e loro dedicata, ricevevano inoltre l’eucaristia per mezzo di una pertica. I villaggi che li ospitavano sorgevano spesso su antichi lebbrosari. Erano costretti a portare sugli abiti una zampa d’oca di stoffa rossa e mestieri permessi o tollerati erano, in prevalenza, quelli di muratori, tessitori e carpentieri: infatti, il legno era ritenuto non suscettibile d’essere un veicolo di trasmissione delle supposte patologie dalle quali erano ritenuti infetti, tra esse, ovviamente, primeggiava la lebbra. Curiosamente perché in contraddizione con il supposto rischio di contagio ma, di nuovo, in similitudine con il trattamento riservato agli ebrei – che spesso erano medici – si trovavano anche tra loro chirurghi e levatrici. Aleggiava inoltre una diffusa fama di guaritori. L’etimo popolare del nome voleva che cagots venisse da cangots ovvero da un insulto: cani di goti. In ogni caso, l’espressione appare oscura; in bretone caqueux sta per cattivo. Ci può essere prossimità al gr. κακος, spregevole, sordido che, privo d’etimo i.e., rimanda al solito accad. kakku, ominoso. Anche la zampa d’oca che li contraddistingueva e della quale, scioccamente, si favoleggiava avessero i piedi era, insieme al cigno un ben illustre, tradizionale rimando al mondo boreale. Sciocchi ma non bonari i loro persecutori: la trafittura dei piedi, era, infatti, la punizione per un cagot, che fosse stato colto a trasgredire uno dei numerosi interdetti cui era ristretto.

Ci siamo dilungati sull’assai singolare caso dei Cagots, sia perché poco conosciuto in Italia, sia perché ci permette, con l’arricchirla, di meglio definire la problematica della decadenza. L’aspetto fisico e molte leggende, li volevano, non senza plausibilità, discendenti appunto o di Goti, o di Normanni. Quanto dunque di più “ariano” (136) fosse reperibile nella zona, ma tant’è; la loro difficile benché enigmatica condizione di paria sta allora a dimostrare come, nella prevalenza dei casi di emarginazione sociale, sia quello stesso status a generare un comportamento morale, vero o presunto, particolarmente basso e pertanto dovuto non a speciali, congenite disarmonie psichiche e, men che meno, alla dominanza di supposti caratteri razziali inferiori (tutte le caratteristiche “nordiche” erano prevalenti), ma sul piano etico e nel generale stile di vita, il rischio per la vittima di lasciarsi andare scaturisce allora dall’impossibilità – per l’altrui costrizione – di condurre una normale vita pubblica.

Intere civiltà, nel corso dei millenni, sono scomparse senza lasciare tracce apparenti e il processo d’obnubilamento dei loro tardi e dispersi epigoni c’è stato descritto, con brevità ed efficacia, da Platone, (137) ma talvolta qualcosa della loro grandezza e dell’antico ruolo può permanere sotto altre vesti e, in qualche modo, trasparire.

Una parte della classe sacerdotale della cancellata civiltà atlantidea, quella parte che, nel sottrarsi al proscenio della storia, seppe mantenere fedeltà al deposito sapienziale avuto in consegna. In tal senso non fu vinta, ma proprio col dare prova d’aver saputo rispondere all’arduo invito del destino, mostrò la sua forza o meglio, per esprimersi nei suoi stessi termini ( יêm−se
gulāh, עם־סגלה (la sua elezione. Fu insomma quello e ante litteram il primo e più significativo resto d’Israele. (138) La coscienza di questa missione universale di popolo prescelto a sacerdote e maestro delle nazioni, nel filum che darà poi vita alla forma religionis dell’Ebraismo storico, risale quindi a epoca assai più remota di quella testimoniata dal mito del Patto sul Sinai.

In un altro nostro contributo, abbiamo mostrato le relazioni esistenti tra caldei, ebrei (Abramo esce da Ur dei caldei) e celti, presso questi ultimi era il cinghiale a simboleggiare la casta sacerdotale druidica (l’orso faceva riferimento ai guerrieri), (139) mentre, tra le accuse infamanti del pregiudizio antisemita, la Fabre-Vessas (140) riporta, come abbiamo già scritto, l’assimilazione dell’ebreo a tale bête intesa nella sua versione domestica. Il motivo, occultato da strati di millenaria ignoranza, sta, con evidenza, nel suddetto rapporto simbolico tra il popolo sacerdotale e il cinghiale (dal lt. singularis): da qui, con ogni probabilità le avverse disposizioni della כשרות ,kashruth verso l’edibilità dell’intera famiglia dei suidæ. Inoltre, nell’Induismo – che non ha questo specifico problema – l’attuale कल्प, Kalpa (il ciclo superiore al Manvantara) è lo वेत वराह का?प, swêta varâha kalpa, il kalpa del cinghiale bianco.

Per questo ciclo merita spendere qualche spiegazione: esso rappresenta lo sviluppo totale di un mondo e, nella fattispecie, quello della nostra Terra nella sua totalità, ovverosia nelle sue precitate sette componenti (sensibili e non) o द्वीपज, Dwîpas nel corso di successive umanità. Tali ere di umanità – i Manvantaras – sono quattordici, divise in due serie settenarie, e sono rette ognuna da un मन, Manu, che presiede al धम), Dharma, ossia l’attributo, il compito o il dovere specifico di quella stessa umanità. L’attuale Manvantara è l’ultimo della prima serie e pertanto, dato che le Terre sono solo sette, nell’intero processo, ognuna di esse dovrà “emergere” due volte alla condizione sensibile, nel frattempo le altre, da qua, pel mondo grossolano, restano latenti e non possono essere percepite che eccezionalmente, o in certe particolari condizioni. (141) L’elemento fisso su cui ruota tutto il sistema è il  मेरु, Meru e i Dwîpas possiamo immaginarli come disposti
secondo le sei direzione dello spazio, ovvero secondo la croce solida, più il centro della medesima. Il centro, di volta in volta, spetta al
Dwîpa divenuto sensibile, il quale prende nome di जम्बुद्वीप, Jambudvîpa, ossia la nostra presente Terra. La montagna del Meru, nella ronda due volte settenaria, resta pertanto immota e costituisce quindi quella che, nella gnosi iranica, come riporta Henry Corbin,(142) è noto come huitième climat. È quindi da lì che, in luogo inaccessibile, il Manu regge le sorti del nostro mondo. Luogo designato dagli Indù come la già citata, irraggiungibile आगता), Agartha.

Prima della Caduta – ma ancor’oggi l’Agartha nelle valenze sottili – il Pardes ossia il centro degli haņsá (il “giardino dei cigni”), era situato sul monte polare (Meru): il monte-isola coassiale al fulcro della rotazione terrestre. Dopo tale evento, nella Terra grossolana, l’intera area appare vuota ed occupata dall’Oceano Artico, mentre the Arctic Home degli eredi della Tradizione Primordiale (i bianchi), per innumeri millenni, non poté che esser posta in un ambito circumpolare, prospiciente a quello che, tuttora, se riprodotto secondo una confacente proiezione, appare quale un vero e proprio mediterraneo iperboreo.

È per la precitata simmetria strutturale del ciclo che, dopo la Caduta, ai poli, le disposizioni dei “vuoti” e dei “pieni” s’invertono, cosicché adesso, in contrapposizione alla situazione dell’emisfero settentrionale, c’è al Sud, il vasto continente Antartico. Alternante distribuzione geografica che fa da interno corrispettivo con quella ben più radicale dell’apocalittica inversione dei poli, da cui il conseguente sconvolgimento del moto apparente degli astri. Sconvolgimento affermato anche dai Vangeli (143)

… και αι δυναµεις των ουρανων σαλευθησονται …
… et virtutes cælorum commovebantur …
… e le potenze dei cieli saranno sconvolte …

e che si colloca a suggello (inizio e fine / fine e inizio) d’ogni transito tra un Manvantara e l’altro. Abbiamo già visto come il prefisso su (स-ू) abbia valore positivo e che pertanto, aggiunto al nome della montagna polare मेरु, –meru: समे , sumeru, connota favorevolmente l’Artico, mentre il suo opposto, l’Antartico è chiamato kumeru, dove invece कु-, ku- is a prefix implying deterioration, depreciation, deficiency e quindi il luogo è a region of the demons (144)… Altra simmetria è quella che vede, in ( ♒), Aquarius, sia l’inizio (dopo la Caduta) della fase precessionaria, sia la sua fine al termine dell’intero ciclo.

Riguardo ancora ai neri, nella stessa Thorà e nel precitato brano del Genesi, (145) se si continua la lettura, il testo prosegue inesorabile (146)

Benedetto il Signore, Dio di [םֵ שׁ [Sem, [םָח [Cam sia suo schiavo! Dio dilati Iafet [אפט’ג [e questi dimori nelle tende di Sem, Cam sia suo schiavo!

E dove si preannuncia – oltre all’addirittura iterato, duro futuro di Cam – sia l’espansione indoeuropea di Iafet, sia il fatto che poi egli, prevalentemente, verrà ad abitare le tende – ovverosia farà sua la religio – di Sem; quello che, con la parziale eccezione dell’India, è poi puntualmente avvenuto con la germinazione, dallo stesso tronco, prima del Cristianesimo e poi dell’Islam. Riguardo alle filiazioni dell’Ebraismo, più che di dispersione dovremmo parlare di una presenza che, in forme più o meno palesi, continuerà ad agire per disseminazione.

La differenza tra le due razze è data appunto dalla presenza del pigmento che, come abbiamo visto, nel tipo nordico la dissomiglianza rispetto a quello presente nei neri e nei mongolici è mera questione di quantità mentre ha sue specifiche caratteristiche solo nei rossi. Quale sigillo del ciclo, l’ultima stirpe boreale (la c.d. razza nordica) non soltanto, in modo attenuato, ha mantenuto e poi riproposto l’imago corporis di coloro che l’avevano inaugurato ma, durante tutto il suo svolgimento, ha conservato nel nord dell’Eurasia un habitat attiguo a quello originario e, elemento ancor più importante, ha veicolato nel corpus induista ciò che di più prossimo sia dato d’incontrare rispetto alla formulazione di quella prisca sapientia la cui ricostituzione dovrebbe essere lo scopo d’ogni uomo di conoscenza. In particolare, nell’India non islamizzata, pur tra mille intrusioni e deformazioni, si è salvaguardata la parte più significativa di quel deposito ancestrale.

C’è nella struttura del Manvantara una qualche simmetria, infatti, mentre nel centro cronologico, si colloca il GA, che vede la massima espansione e dominanza dei neri, i bianchi si partiscono i due estremi: l’inizio, nella condizione sottile, è appannaggio degli immacolati haņsá e la chiusura, nel mondo grossolano, appartiene ai loro remoti ma, dalla labe, in qualche misura contaminati eredi: gli uomini della razza bianca. In quel centrale punto di equilibrio del Manvantara, al quale – per la precitata piena assunzione della corporeità – possiamo anche dare l’attributo della gravità tant’è che, infatti, si “scende” sino all’altro Polo. In questo senso, non si deve però dimenticare un’importante riserva: sul piano di quella che potremmo definire solidificazione, ovvero con la chiusura sia verso il mondo sottile e sia, soprattutto, verso gli stati superiori dell’essere, la situazione non è poi, all’epoca, così decaduta. In realtà, per la partizione qualitativa del Manvantara, col terzo GA, ci si trovava soltanto nella prima metà del Têtrâ Yuga o, in termini classici, nell’età dell’argento.

In analogia al modo col quale la prisca sapientia, d’età in età, si è diffusa e trasmessa attraverso tutto il Manvantara, parimenti le caratteristiche fondamentali, che sono state gli elementi distintivi d’ogni GA, hanno influenzato quello seguente e, in misura ridotta, anche i successivi. Similmente, per questo presente GA, di gran rilevanza è, come abbiamo visto, la funzione che è venuta ad assegnarsi agli esiti della civiltà atlantidea. Esiti i quali vengono a sommarsi con il ruolo di suggello dell’intero ciclo che la nostra epoca riveste. Poiché, durante la discesa verso la conclusione, c’è una progressiva dispersione della conoscenza originaria e una perdita progressiva sia della metafisica, sia della percezione dell’effettiva natura e struttura del cosmo, in parallelo con il lascito positivo sopra citato, dalla stessa antica civiltà, ci sono pervenuti anche i germi scaturiti invece da una qualche degenerazione avvenuta prima che tutto quel mondo fosse travolto.

Per quest’argomento vd. anche PRIMA PARTE, e in particolare sul tema giganti, si trascrive quanto ne riporta la Jewish Enciclopedia: (147)

The giants of the Bible are not monsters; they are rather the children of evil than perpetrators of evil. In the later literature they
appear as bereft of reason (Bar. iii. 26-28); of an insolent spirit, rebelling against God (Wisdom of Solomon xiv. 6; III Macc. ii.
4; Ecclus. [Sirach] xvi. 7). The Hebrew text has םקד נסיכי” , the princes of olden days”, which may be a reference to the chief
angels enumerated in Enoch; and these are described as עולם המורי” ,that guided the world”. But the final ם in the fragments
as reproduced by Schechter looks like a possible ש followed by the line for abbreviations, which would give the reading [ ש , ים
],המוריש , meaning “who ruined the world” (by their violence, כנכורהם ;comp. Enoch vii. 3, 4). These giants are descended
from the fallen angels…….the original giants, who begot the Nefilim, to whom in turn were born the Eliud (Book of Enoch, vii.
2; and the Greek Syncellus [Charles, “Book of Enoch,” p. 65]). In the Book of Jubilees the last-mentioned are called “Elyo” (vii.
22). These three classes correspond to the three names employed in Gen. vi. 4 = “Nephilim,” “Gibborim” and “Anshe ha-Shem”
(i.e., “Anakim”; “Elyo” is certainly a misreading for the abbreviation א׳ה.

Il lascito positivo è simbolizzato dal mito dell’Arca (נח−תבת ,(nella quale, ciò che appunto di valido la civiltà condannata possedeva, attraverso una navigazione sui flutti della cataclismatica cesura, si congiunge al mondo nascente.

In negativo ci sono invece pervenuti anche i germi vettori di quella patologia dell’intelligenza, che dovrà trovare un effimero trionfo, prima della chiusura e raddrizzamento finali come

testet David cum Sybilla … (148)

La trasmissione di tale malattia dello spirito ha – nei “contaminati” ma soprattutto qui intendiamo riferirci al “gruppo operativo” – se così si può chiamare, tagliato le radici dell’intelletto, chiudendo ogni possibilità di effettiva comprensione metafisica. Nel contempo, non ha però danneggiato la possibilità d’accedere e di penetrare a fondo le conoscenze d’ordine cosmologico. Per esse, pur con il limite dell’ignoranza delle più intime relazioni esistenti tra sostanza ed essenza e di questa con il non manifestato, (149) si è semmai verificato un rafforzamento, dando, a tutto ciò che investe la valenza corporea e parti di quella sottile, anche sul piano applicativo, una crescita inusitata. Evoluzione il cui pallido e parziale riflesso sono gli attuali, palesi sviluppi tecnologici mentre di quant’è celato si può tutt’al più parlare von Dingen, die am Himmel gesehen werden (150) e non solo in cielo. Il riferimento alla nota opera di Carl Gustav Jung (151) non comporta, pel complesso fenomeno, una nostra condivisione della sua spiegazione psicologica. Inoltre, pur con molte perplessità, in merito a tutto un certo approccio interpretativo, inficiato da una notevolissima dose di sue personali fantasie, si può suggerire la bibliografia del francese Jean Robin,(152) ma soprattutto l’esposizione non tecnologica, né “astronautica” che ne dà Jacques Vallée, il quale colloca in provenienza dal mondo sottile (la magonie) tutta quella strana fenomenologia.(153) Vorremmo aggiungere come, a nostro avviso, ale fenomenologia abbia tutte le stigmate di una provenienza dai livelli più bassi e pericolosi, diremmo infestanti, di tale mondo. 

Del resto, l’impoverimento conoscitivo – segnato, agli albori dell’età moderna, da un lascito tradizionale isterilito sul piano dottrinario e, su quello sociale, in strutture di una grettezza incapacitante – non molto offriva a chi avesse voluto recuperare e ricostruire in un puzzle coerente ciò che una sconosciuta storia plurimillenaria ha sparso e disperso in frammenti innumeri e spesso di sconnessa apparenza, ma del resto anche San Paolo ci esorta a tentare:

παντα δε δοκιµαζετε, το καλον κατεχετε (154)
vagliate tutto e trattenete ciò che vale

Il frullone. Inoltre l’emblema poggia su uno staccio. Logo dell’Accademia della Crusca

Dove, appunto, quanto traditum est appare fondamentale per ricollegarsi alla prisca sapientia, avendo però ben presente in qual misura, questo tesoro risulti oggi disperso in mille rivoli e, per di più, velato e spesso stravolto da forme mitologiche, folkloriche ed evemeristiche nonché sovraccarico di risvolti etici e contingenti preoccupazioni sociali che, a loro volta, generano costruzioni pseudo-teologiche spesso irrispettose del fondamento metafisico da cui, per avere piena legittimità, dovrebbero scaturire. L’importanza del deposito tradizionale era però molto chiaro anche ad alcuni insospettabili fondatori del pensiero moderno: in Leibniz, per i suoi legami rosacrociani e in Newton, per espresse convinzioni, le quali, solo ora, appaiono in tutta la loro portata come si evince d’assai recenti studi, quale quello notevole di Betty Jo Teeter-Dobbs. (155) Importanza però che i loro epigoni non hanno compreso o hanno volutamente dimenticata.

Questo studio è stato pertanto condotto non su personali teorie e supposizioni, ma su dati tradizionali o, come tali, pervenuti e riportati; di nostro c’è quindi soprattutto la loro raccolta e naturalmente l’esposizione. A lavoro concluso, ne riteniamo probante la notevole coerenza del quadro che, così ricomposto, ne è scaturito, ben consapevoli inoltre di quanto esso contrasti, sia per le scienze e sia per la preistoria, con l’imago mundi contemporanea. Da parte nostra, tutto ciò non implica adesione allo stucchevole scolasticismo “tradizionale” di certuni, i quali, di questo punto di vista, hanno fatto, svilendolo, non un metodo ma un rigido e sterile protocollo dal quale dedurre stereotipate lezioncine e col quale, soprattutto, nutrire astiosissime, sebbene insondabili ai più, controversie settarie. Non parliamo poi dell’incongruo uso politico (assolutamente estremista) da altri usurpato e dal quale siamo, se possibile, ancor più lontani. Riteniamo pertanto la modernità un momento riepilogativo nel quale, in parallelo a un oscuramento della metafisica e cosmologia tradizionali, si sono presentate delle opportunità di effettiva conoscenza (intendiamo anche – senza voler essere paradossali – in senso sapienziale) del tutto impensabili nel mondo asfittico ed ormai irrigidito delle cosiddette società tradizionali. Ci preme infine fare presente che la scelta di non avere affrontato qui il tema della natura intima della colpa o peccato originale che dir si voglia, ma di esserci volutamente mantenuti nei limiti dei suoi riflessi cosmologici e fenotipici, proprio perché, nel corso di millenni di studi teologici, l’aspetto spirituale della medesima è stato già ampiamente indagato e illustrato da schiere di competenti studiosi, mentre altrettanto non può dirsi di quello nel quale ci siamo provati.

***

Note

1 Cfr. ad es. gli articoli di Felice Vinci e Emilio Spedicato nel n. 6, parte I di Episteme: HTTP://ITIS.VOLTA.ALESSANDRIA.IT/EPISTEME/EP6/EP6-I.HTM

2 Gen. 2,8-14, pare che, nell’ebraico, il termine sia transitato dal sumero, dove aveva il significato di pianura, steppa, mentre l’Eden
biblico è collocato su un monte.

3 Gen. 3.21

4 Cfr. s. v. עור ,Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, by F. Brown, S. R. Driver, G. A. Briggs, Clarendon Press, Oxford,
1951. In seguito HEL.

5 Le Zohar, Le Livre de Ruth, trad. Charles Mopsik, Verdier, 1987, p. 84.

6 De principiis. II. 9. 2.

7 De divisione naturae, II.25.

8 Ibidem in Hebrew and English Lexicon

9 Gen. 3. 23.

10 Pur se la cosa sembra abbastanza ovvia, ci appare opportuno fare presente che la presenza di più Terre non può limitarsi alle medesime, ma che, per ognuna di esse, ci sarà anche un ambiente cosmico analogo a quello del mondo grossolano. Ci rendiamo conto che quest’affermazione, sebbene ben altrimenti contestualizzata, può trovare un contemporaneo riscontro nelle teorie fisiche le quali affrontano qualcosa di analogo con la dizione universi paralleli, o col neologismo multiverso. Vd. Brian Greene, La realtà nascosta, trad. Simonetta Frediani, Saggi, Einaudi, 2012, pp. 436; Martin Rees, Prima dell’Inizio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998; Fred Alan Wolf, Universi paralleli, Geo, 1991; Max Tegmark, L’universo matematico, 2014, Bollati Boringhieri; Hugh Everett III, in The Many-Worlds Interpretation of Quantum Mechanics, B. S. DeWitt & N. Graham, The Hidden Reality: Parallel Universes and the Deep Laws of the Cosmos (eds.),Princeton Univ. Press, 1973.

11 Miqets § 35, Le Soleil caché dal Tome III de Le Zohar, Verdier, 1991.

12 Cit. da Johann Malfatti von Monteregio, Studien über Anarchie und Hierarchie des Wissens mit besonderer Beziehung auf die Medicin. Leipzig 1845, Paris 1849.

13 Cfr. Rm, 8.11 e Conc. Lateranense IV, Cap. I, De fide catholica: DS 801.

14 Atti, 3.21.

15 Vd. Denzinger, 402.411, 211, Can. 9.

16 Cit. da X. Yvanoff, La Chair des Anges, Paris, 2002.

17 Summa C.G., IV, 83. II, § 1 e del resto il Gen. 3. e 3.21 è molto chiaro.

18 ibidem, IV, 83, III, § 1.

19 Per quanto attiene la teoria dei cicli nell’Induismo vd. René Guénon, Formes traditionnelles et cycles comique, Gallimard, 1970. Srisa Chandra Vasu, et al., The Matsya Puranam, Part II, Delhi, Oriental Publishers, 1972. M. Eliade, Myth of the Eternal Return: Cosmos and History, Princeton University Press, 2005. A. Daniélou, While the Gods Play: Shaiva Oracles and Predictions on the Cycles of History and the Destiny of Mankind, Inner Traditions, 1987. The Rig Veda, Penguin Classics, 2005. Ludo Rocher, The Purāṇas, Otto Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 1986.

20 Con l’uso di ἐξιαυτός e non di έτος se ne vuole sottolineare la periodica ripetizione.

21 http://www.princeton.edu/~dante/ebdsa/pimpinelli010112.html .

22 Inf. 34.139

23 58 e ss.

24 Vd. Henry Corbin, En Islam iranien, Gallimard, 1971, tom. I,II,III, IV; Corps spirituel et Terre céleste, Buchet/Chastel, 1979; Temps cyclique et gnose ismaélienne, Berg International, 1982; L’immagination créatrice dans le soufisme d’Ibn ‘Arabi, Flammarion, 1977; G. Messina, I Magi a Betlemme e una predizione di Zoroastro, Roma, 1933; Libro Apocalittico persiano Ayâtkâr i Zâmâspîk, Roma, 1939; A.V.W. Jackson, Zoroastrian Studies, New York, 1928.

25 La traduzione e la spiegazione dei termini sanscriti, qui riportata, s’intende tratta, anche in seguito e salvo diversa indicazione, da Sir Monier Monier-Williams, A Sanskrit-English Dictionary, Delhi, 1995, abbr. MMW.

26 Dal medo pairi-daeza, walled around: an enclosed garden, s’arriva al nostro paradiso. E anche l’it. giardino, che viene dall’ antico alto td. garto (vd. ingl. garden e td., der Garten ), ci riconduce comunque al senso di hortus conclusus.

27 Fed. 248a e ss.

28 Enn. VI. 9. 9.

29 Saturnus ← Sateurnus, qui figure sur un fragmant d’œnochœ (C.I.L. I, I, 449 – C.I.L. XI, 2, 6708, 9: Saeturni pocolom.), graphie également attestée par le passage de Festus, 432.17: qui deus in Saliaribus Sateurnus nominatur…Vd. Raymond Bloch, Recherches sur les religions de l’Italie antique, Librairie Droz, Geneve, 1976.

30 Vd. supra n. 21, H. Corbin, opere cit.

31 Da cui deriva uno degli attributi Apollo: Απόλλων Υπερβορείων.

32 Alceo, Framm. 142 p.

33 Cfr. il lt. anser o anche hanser, oca.

34 S.v. anser, Dizionario [etimologico] della lingua latina, in vol. II de Le Origini della Cultura Europea, quattro volumi, Firenze, 1994 di G. Semerano.

35 Cfr. il Gen. 10-14; dove si narra che, da un unico corso, si dividono, per irrigare il Giardino, il Tigri, l’Eufrate, il Pison e il Ghihon.

36 Dei dell’amore e della musica.

37 Cfr. infra la ns. citazione di IS. 14.13

38 MMW, s.v. मे, meru

39 Questa mappa è di Mercatore disegnata nel 1595, sicché risulta curiosa l’analogia con le descrizioni indù del Meru e della sua collocazione polare; oltre ai quattro fiumi, al centro è collocata una vetta d’apparenza dolomitica con questa iscrizione: Rupes tagra (†) et altissima, purtroppo non meglio leggibile.

40 Festus, 111.12.

41 Vd. HEL; s. v. בּר .

42 S.v, בּוּר BWR →בּרר BRR, in HEL.

43 Neutro di ευς, ηυς, buono, prode, valente, nobile.

44 P. Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue greque, Klinckesieck, Paris, 1990, s.v. κύκνος.

45Vd. Dr. Jacob Barth, Die Nominalbildung in den semitischen Sprachen, J. C. Hinrichs Verlag, Leipzig, 1891.

46 È in questo senso che l’intelletto (sinonimo di spirito) è il più veloce tra gli uccelli: mano javişţham patayatsv antah; Ŗig Veda, 6.9,5.

47 Corano 27.16: ulimma mantiqat-tayri, istruiti nel linguaggio degli uccelli.

48 In René Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Ch. 7, Paris, 1962. In seguito, tale autore sarà indicato con RG.

49 Mark Brazil, The Whooper Swan, A & C Black Publisher Ltd, London, 2003.

50 RG, testo citato, vd. supra n. 48, Ch. 6.

51 Cfr. B. G: Tilak, The arctic home in the Vedas, Poona, 1905; ingiustamente molto meno citato, quand’anche non trascurato dallo stesso Tilak (vd. la sua n. 20, Ch. IV), ma altrettanto importante è l’ampio studio di Sir George W. Cox, The Mythology of the Aryan Nations, Reprint. 1999, 2 volumes, New Delhi (first edition; UK, 1870).

52 Ὀδύσσεια, Ῥαψωδία µ (12), 1- 4. La trad. è di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, 1996.

53 L’Archéomètre, Ed. Dorbon, 1901.

54 James G. Février, Histoire dell’Écriture, Payot, 1984.

55 In Le Roi du Monde, Gallimard, 1950.

56 Ez. 27.9.

57 Byblos Through the Ages, UCD, 2000, ISBN: 2-84289-293-3.

58 Luciano di Samosata, Tutti gli scritti, traduzione di Luigi Settembrini. Milano, Bompiani, 2007, testo greco a fronte.

59 Episteme, n. 6.

60 Barry Cunliffe, The Celtic World, New York: St. Martin’s Press, 1993. ISBN: 031209700X.

61 cfr supra per boréas, Burano et alia.

62 De Dea Syria, 6.

63 vd. Yves-Marie Bercé, Le Roi Caché, Paris, 1990.

64 Ἰλιάς, Ῥαψωδία Ψ (23).19 e 69-76. La trad. è di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, 1996.

65 C’è una Tula (SS) anche in Sardegna.

66 MMW; op. cit.

67 Vd. Thomas Wilson, The Swastika, Oriental Publisher, Darya Gani, Delhi, India, 1973; ch. V.

68 J. Dowson, Journal Royal Asiatic Society, 1881, p. 119, A. Cunningham, Corpus Inscriptionum Indicarum, I, p. 52 e ss.

69 J.G.Février, Histoire de l’Écriture, Éd. Payot, Paris, France,1984, p.340.

70 Gen. 1.4.10.12.18.21.25 in HEL, op. cit., s.v. טוב

71 Vd. Werner Karl, Chaos und Tartaros in Hesiods Theogonie, [s.n.], München, D, 1967. Riscontri semitici: accad. ḫašȗ, to become dark; vd. Jeremy Blak, Andrew George, Nicholas Postgate, A Concise Dictionary of Accadian, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, D, 2000 e ebr. חשוך ,obscure, somber, vd. Marc M. Cohn, Nouveau Dictionnaire Français – Hebreu / Hebreu – Français, Librairie Larousse, Paris, F, 1988.

72 Vd. P. Chantraine, op. cit. vd. supra n. 19.

73 Cfr. Gen. 2.17, 3.19.

74 Cfr. Ge. 3.16.

75 Catechismo della Chiesa Cattolica, Libr. Editrice Vaticana, 2015: rif. 376.

76 Summa Th. I – II, q. 91, a. 3.

77 Vd. Novum Testamentum Graece et Latine (NTGL), ex Typographia P.U.G. Roma, 1984.

78 Ap. 21.4.5.

79 Divin. Inst. II. XIII Patrol. Lat.

80 Ibidem, VI 321 A.

81 Ibid. VII. X. 769 A.

82 Inf. 16.33

83 Questo però non esclude che tra questo mondo e l’altro ci siano varchi, infiltrazioni, inferenze.

84 Vd. supra lo schema cronologico.

85 IS. 14.13

86 Come specifica lo HEL. s.v. . Vd. F. Lenormand, מועד Les Horigines de l’Histoire et les Traditions des Peuples Orientaux, 1880,

87 Vd. Chicago Assyrian Dictionary (CAD), s.v. Arallû, e).

88 Gen. 2.10 e 10.7.

89 Es, 25.1-7.

90 Vd. CAD, s.v. Arallû , b).

91 Ez. 7.22

92 Mt. 12.24

93 NTGL

94 In una lettera a Gaston Georgel – facendo riferimento a quale fine del mondo tratti la tradizione cristiana – RG ha modo d’affermare come essa non vada al di là del presente Manvantara. Dobbiamo la segnalazione all’Amm. Licio Zuliani.

95 Vd. Vinci, supra n.1.

96 Cfr. B. G. Tilak, The Orion or researches into the antiquity of the Vedas, New Delhi, 1972.

97 Vd. Spedicato, supra n. 1.

98 Cfr. supra n. 34.

99 Elizabeth W. Barber, The Mummies of Ürümchi, MacMillan, 1999; J. P. Mallory, Victor H. Mair, The Tarim Mummies: Ancient China and the Mystery of the Earliest Peoples from the West, Thames & Hudson, 2008; Julie Lee Wei, Counting and Knotting: Correspondences Between Old Chinese and Indo-European, University of Michigan, Sino-Platonic papers no. 162, 2008.

100 Koenraad Elst, Update on the Aryan Invasion Debate, Aditya Prakashan, New Delhi, s.d.

101 cfr. SECONDA PARTE

102 James C. Chatters, Ancient Encounters: Kennewick Man & the First Americans, Simon & Schuster, 2002; Jean-Pierre Payot, La Guerre des Ruines : Archéologie et géopolitique, Choiseul, 2010; David H. Thomas, Skull Wars Kennewick Man, Archaeology and the Battle for Native American, Basic Books, 2000.

103 Il ns. riferimento è sempre agli articoli di Felice Vinci e Emilio Spedicato nel n. 6 di Episteme.

104 Gen. 2.8.

105 Vd. Giovanni Garbini, I Filistei, Milano, 1997.

106 In un diverso contesto, ma suo modo pur sempre esperienziale, ci sono gli innumeri racconti relativi a questa particolarissima luce da parte di chi è passato per una OBE: out of body experience.

107 H. Corbin, Terre céleste et corps de résurrection, Paris, 1960, p. 47 e inoltre vd. Hans Jonas, Mandaean text in The Gnostic Religion, Beacon Press, p.88; Andrew Harvey, The Way of Passion, A Celebration of Rumi, Souvenir Press, 1994, p. 59; Vladimir Lossky. The Vision of God, The Faith Press, American Orthodox Book Service, 1963, p.118; Georgos Mantzaridis, The Deification of Man, St. Vladimir s Seminary Press,New York, 1984, p.100.

108 H. Corbin, Ibidem.

109 Cfr. supra PRIMA PARTE a proposito di temperamenti e cataclismi.

110 Trad. it. Giorgio Culatelli in Annette von Droste-Hülshoff, La casa nella brughiera, Milano, 1988.

111 Ibidem

112 Gen.6.1-4

113 Libro di Enoc, 106.1-4 in Apocrifi dell’Antico Testamento, vol. 1°, Torino, 1981. Il Libro di Enoc etiopico – qui citato – è posto, in quel canone, prima del Libro di Giobbe: quindi, significativamente, tra i Libri Sapienziali.

114 The Birth of Zal, in Ehsan Yar-Shater, Dick Davis, Firdawsī, The lion and the throne, Volume 1 di Stories from the Shahnameh of Ferdowsi, Mage Publishers, 1998, pp. 84-88.

115 È uno degli attributi presenti nelle Litanie Lauretane.

116 S.v. labes in A. Ernout et A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la Langue latine, Paris, 1959. GEN. 3. 19. Per gli sviluppi del tema vd. infra a proposito dei Cagots e della lebbra.

117 Plotino, Enn.

118 Cicerone e altri in epoca imperiale.

119 Gen. 3. 19.

120 al § 10 del suo già citato articolo su Episteme.

121 Gen. 4.15.

122 1905 – 1943.

123 Traité sur l’inégalité des races, trad. it. Edizioni di Ar, Padova, 1964, 2010.

124 da Libro d’Ombra, trad. dal giapp. di Atsuko Ricca Suga, Milano, 1982.

125 Vd. Louis Dumont, Homo Hierarchicus, Il sistema delle caste e le sue implicazioni, Adelphi, 1991.

126 Cfr. supra la relazione tra razze e punti cardinali.

127 Le Bestiaire du Christ, Archè, Milano, 1975, s.v. le Cygne.

128 Gen. 9.25.

129 cfr. Timeo, 22C e ss.; Crizia, 109D-110C

130 Da http://www.redheadsunited.com/ Per tutta questa tematica, ci siamo ampiamente espressi anche nel ns. De Verbo mirifico sul n. 5 di Episteme e nel più recente Dalla Scandia alle Ambe.

131 Per tutti questi temi vd. Claudine Fabre-Vassas, La bête singulière, Paris, 1994.

132 Ulcere e cisti che si presentano, nei muscoli o sotto la lingua dell’animale, per lo sviluppo delle larve di un tenia.

133 Lc. 16. 20.

134 Da Euskonew & Media: Ainara Iraeta Usabiaga, Los Agotes; vd. http://suse00.su.ehu.es/euskonews/0070zbk/gaia7004es.html

135 Le Grand guide des Pyrénées, édit. Milan et Rando-Editions

136 L’uso più proprio del termine ariano è quello già qui citato a proposito della denominazione collettiva dei tre varnas superiori dell’Induismo.

137 Cfr. supra n. 129

138 Per il concetto teologico di quest’accezione di resto, vd. Is, 4. 2-3, 7.3, 10. 19-22, 11. 11-16, 28. 5-6, 37, 4.31-32.

139 Michel Pastoureau, L’Ours. Histoire d’un roi déchu, Seuil, 2015.

140 vd. supra n. 131.

141 vd. supra n. 83.

142 vd. supra op. cit.

143 cfr. Mt. 24. 29 e Mc. 13. 24-25, Lc. 21. 25-26: nei tre testi citati quest’espressione è ripetuta identica.

144 vd. MMW

145 vd. supra n. 118.

146 Gen. 9.26.

147 Isidore Singer, Cyrus Adler, The Jewish Encyclopedia: A Descriptive Record of the History, Religion, Literature, and Customs of the Jewish People from the Earliest Times to the Present Day, Volume 3, Funk & Wagnalls, 1907, s.v. Giants.

148 Tommaso di Celano (?), Dies Iræ.

149 In termini danteschi ciò che qui chiamiamo non manifestato è quanto si colloca (non fisicamente, ma secondo logica) oltre il primum mobile, ovvero oltre il cosmo e la φυσις.

150 delle cose che vengono vedute in cielo.

151 C. G. Jung, Ein moderner Mythus: von Dingen, die am Himmel gesehen werden, Rascher-Verlag, 1958.

152 Jean Robin, UFO, la grande parodie, Trédaniel, 1984 ; Le Royaume du Graal, Trédaniel, 1992.

153 J. Vallée, Visa pour la Magonie, Les Autres Mondes et Leurs Énigmes, Robert Laffont, 1969. Vd. inoltre supra n. 83.

154 1Ts. 5.21.

155 The Janus faces of Genius, Cambridge, 1991.

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Tutto il  materiale riprodotto è tratto dal PDF: http://www.cartesio-episteme.net/ep8/Eden.pdf

 

 

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (4° PARTE)

di Antonio Bonifacio

Gli alberi sono nella loro bellezza autunnale, i sentieri del bosco sono inariditi, nel crepuscolo di ottobre l’acqua riflette un cielo immobile; sull’acqua fra le pietre ci sono cinquantanove cigni.

È questo il diciannovesimo autunno da quando la prima volta li contai; li vidi, prima che finissi il conto, tutti all’improvviso alzarsi e disperdersi volteggiando in grandi cerchi spezzati sulle ali strepitose.

Ammirai quelle splendenti creature e ora il mio cuore è triste. Tutto è cambiato da quando io, ascoltando al crepuscolo la prima volta, su questa riva, lo scampagnio delle loro ali sopra il mio capo, camminavo con passo più leggero.

Instancabili, amata e amante, remano nelle fredde correnti amiche o scalano l’aria;
i loro cuori non sono invecchiati; passione o conquista ancora li accompagna nel loro errante vagare.

Ma ora si lasciano andare sull’acqua immobile, misteriosi, stupendi. Fra quali giunchi costruiranno il nido, su quale sponda di lago o stagno incanteranno occhi umani quando al risveglio un giorno scoprirò che son volati via?

( I cigni selvatici Coole di William Butler Yeats)

Il Sid celtico e il cigno psicopompo

Riprendiamo il tema del Sid, introdotto appena in precedenza, per proporre una trattazione un poco più circostanziata delle valenze simboliche del cigno quale accompagnatore dell’anima (e quindi animale psicopompo) alla cui investigazione ci siamo decisamente indirizzati dopo l’esame del pilastro 43 del sito di Gobekli Tepe.

Sid significa “pace”, la caratteristica quindi di questo paradiso “celtico” consiste essenzialmente nell’eliminazione di tutti i contrasti, come conseguenza dell’abbandono degli schemi illusori propri della mente. L’abolizione delle dualità innesca la pace profonda, la vera pace da cui si dispiegano le facoltà proprie di altri piani dell’essere. Questo “stato dell’essere” o paradiso richiama per tali suoi caratteri, la “società senza caste” descritta nell’induismo che, per estensione, rappresenta il tratto distintivo dell’umanità che visse nell’età dell’oro. 

Il sid è “lontano” dalla nostra dimensione di vita, da questo mondo, la sua incommensurabile distanza ci richiama la locuzione magica, incantatoria e profondamente sapiente con cui invariabilmente esordiscono le fiabe (il lontano…lontano che è preceduto da “tanto tempo fa”). Si tratta quindi di una lontananza puramente ontologica, né spaziale, né temporale. Per questo gli abitanti del sid, in qualsiasi modo li si immagini, possono comunque comunicare con questo mondo, sul quale vigilano e con il quale cooperano, superando facilmente i varchi che da loro ci separano.

Non per nulla numerose testimonianze etnografiche e folkloriche ci precisano che i due mondi, sono concepibili come due sfere in perenne relazione tra loro, grazie a dei punti di giunzione presenti tra di esse e individuati in luoghi disparati del mondo. Questi luoghi, stabilmente ierofanici, coincidono con quei siti considerati sacri già da tempi imme
morabili e che rappresentano veri e proprie porte di comunicazione tra un mondo e l’altro.

Si tratta di un pattern mitologico che ha un carattere pressoché ubiquitario e che coinvolge ai nostri giorni anche le religioni rivelate con l’inverarsi, ad esempio, di numerose e persistenti apparizioni mariane presso diverse località, concretando così una versione, per così dire cristiana, dell’Angelo della terra o Anima Mundi che dir si voglia. Queste apparizioni sono oggettivamente veridiche, non meno di altre che assumono spoglie diverse, le differenze sono solo apparenti, in quanto ogni manifestazione si percepisce secondo la capacità di comprendere di chi “vede”.

Si devono al filosofo Glauco Giuliano alcune osservazioni sull’argomento che stimiamo particolarmente penetranti e fondate sugli sviluppi delle sue esplorazioni del mundus imaginalis e sull’influenza che questo mondo di materialità sottile, presidiato dagli “angeli”, esercita sulla percezione ordinaria della nostra sfera.

Dall’insieme delle considerazioni proposte dallo studioso ne riprendiamo una parcella, che valutiamo come eccellente sinossi dell’intero argomento i cui contenuti superano d’un balzo sia il riduzionismo degli scettici, sia le possibili perplessità dei credenti.

Così scrive:” Vediamo subito che questo mondo fisico inferiore (Molk) presenta dei luoghi- le superfici speculari- che fungono da intersezioni con il Malakut (mondo di materia “sottile” ndr.): come, dunque, il Mundus imaginalis partecipa della fisicità (per via della materia sottile), così il molk partecipa dell’immaginalità (poiché è anche esso Luce, in quanto Essere), essendovi un elemento comune ad entrambi. Gli specchi e le altre superfici lucidae possono essere considerati come un “alone” diffuso nel molk dal malakut” (G. Giuliano: 2009; 134 e 137).

In questo “alone”, come lo definisce G. Giuliano, si verificano le apparizioni e i “passaggi” delle figure che sono propri di ogni mondo mitico e/o religioso. Nel caso di specie, stando qui a parlare del mondo celtico, i messaggeri che compaiono nel nostro mondo vestono la forma del volatile e quindi appaiono alla coscienza come cigni, pervenendo in queste sembianze dal mondo intermedio, da un mondo materiale altro.

Non è inopportuno ricordare con Afredo Cattabiani come nell’Europa settentrionale precristiana questi volatili rappresentassero i simboli del dio solare: secondo i Celti essi guidavano la barca solare nell’Oceano celeste, d’altronde questa è la forma che assumevano molti esseri celesti quando penetravano nel mondo visibile per comunicare agli uomini (cfr. A. Cattabiani: 1998, 323).

I cigni, “vesti” delle fanciulle divine, provenivano quindi dal nord da una terra celeste e “senza male”.

Queste giovani donne incantano con la loro voce meravigliosa, un incanto in grado di sospendere il senso del tempo, ipnotizzando quindi gli ascoltatori, allontanandoli in spirito dalla sfera del mondo grossolano e conducendoli con il loro canto nell’universo acronico proprio dell’angelo (sul tema si veda anche François le Roux, Christian J. Guyonvarc’h: 1986, 280-298).

Sebbene queste intrusioni paradisiache avvenissero solo temporaneamente, pur tuttavia questo beneficio momentaneo poteva mostrare nel nostro mondo, la virtù che fu proprio dell’età dell’oro e quindi illuminare il cuore degli uomini svelando loro la loro vera natura e indirizzandoli al risveglio dello spirito.

Questa breve osservazione salda quindi la figura cigniforme del nostro sciamano di Lascaux con Miranda, il personaggio fulcrale di Picnic, che abbiamo trattato nella prima parte, in un audace ma motivato salto secolare, unificando in un’unica prospettiva mondi solo all’apparenza lontani nel tempo, congiunti piuttosto nell’es- senza.  

Il cigno, non è certo peculiare delle culture che abbiamo nominato, tutt’affatto naturalmente, ma la selezione degli argomenti è necessaria per evitare indefinite dispersioni e mantenere la barra dritta su un certo tema. Per questo è opportuno, come già detto, proseguire nel discorso focalizzato sul cigno quale accompagnatore dell’anima. Ne seguiremo il percorso ancora nei secoli, sia pure scandendolo per tappe significative e nel prossimo paragrafo faremo un cenno alle sue fortune “simboliche” presso le nostre latitudini.

Il cigno iperboreo in Italia (la barca solare e i suoi destrieri)

Ci avviciniamo rapidamente a una dimensione storica più recente e per questo approdiamo alle nostre latitudini dove l’immagine del cigno iperboreo è presente in molteplici testimonianze, richiamando con l’occasione alcuni concetti. L’archeologia ci dimostra come il cigno è stato costantemente associato a simboli solari anche in epoche più vicine a quella contemporanea. Le terre nordiche, la Scandinavia in particolare, hanno consegnato un numero assai notevole di reperti (graffiti e oggetti in bronzo) che raffigurano natanti solari trainati da cigni. 

Si tratta di rappresentazioni che mettono l’interprete in immediata comunicazione con il mondo figurativo dedicato ad Apollo, che come detto all’esordio è mostrato in molteplici raffigurazioni come dio della luce che vola verso il paese degli Iperborei su un cocchio tirato da cigni.

Fig. 1 – Vaso bronzeo rinvenuto nella necropoli dei Quattro Fontanili a Veio. Si tratta di un’elegantissima rappresentazione sintetica della barca solare con le due protomi di cigno che, nella loro contrapposizione, mostrerebbero il movimento periodico delle migrazioni di questi volatili che conducono Apollo agli Iperborei.

Si può quindi affermare che le rappresentazioni scandinave sono l’equivalente del mito greco di Apollo iperboreo a dimostrazione della diffusione del tema, diversamente declinato, ma identico nella sostanza, in molteplici ambiti geografici.

Carro e barca esprimono il medesimo pattern, sono i veicoli della pura luce del sole stazionario che può essere “visto”, chiusi gli occhi spenti quindi i sensi. Anche alle nostre latitudini l’archeologia ci ha consegnato numerosi esemplari di manufatti realizzati utilizzando il simbolo della navigazione. Difatti questo tipo di barca solare si ritrova su situle e anfore di bronzo di tipo cultuale, provenienti da alcune tombe atesine e villanoviane dell’VIII° secolo a.C. che, pur nella sintesi figurativa che le caratterizza come oggetti d’uso, mantengono il valore simbolico in maniera piena e inequivocabile: l’astro divino, la pura luce, è affiancato da cigni, che lo trainano lungo nel suo viaggio sul fiume Oceano. 

E’ pur molto diffusa una forma sinottica di nave solare. Essa è costituita da dischi accompagnati da protomi di cigno, a volte anche da cigni siamesi, una raffigurazione che sia pure magistralmente sintetizzata in forma schematica conserva tutta la sua pregnanza di rappresentazione simbolica ancora non scaduta a livello meramente decorativo. Tale raffigurazione è particolarmente diffusa
nella prima età del ferro comparendo su centurioni femminili atesini, villanoviani e laziali. (per questo e altri esempi cfr Cinzio Solano, in La Tradizione artica, Arktos: nn. 27-28).

Qui si presenta a titolo di esempio tale raffigurazione sintetica così presente in un reperto bronzeo veiense che ci perviene dalla necropoli dei Quattro Fontanili

Tuttavia, se la presenza di questi oggetti è relativamente comune, si vuole qui presentare un reperto davvero singolare e prezioso che, crediamo, costituisce pressoché un unicum nel panorama di questa iconografia “paraapollinea”. Esso ricollega la complessa rappresentazione, di cui appena appresso si parlerà, al nostro tema principale, ovvero la conduzione gloriosa dell’anima sulla barca solare verso la regione dell’immortalità spirituale.

Si tratta di un trono ligneo che proviene da una tomba principesca (T. 89, Landi) rinvenuta nell’estesa necropoli villanoviana di Verucchio, una località posta nell’entroterra riminese, di grande importanza per lo studio delle culture villanoviane.

L’insediamento rappresentò uno dei principali centri del commercio dell’ambra e qui furono rinvenuti quattro di questi seggi di cui l’esemplare che qui si presenta è quello nel miglior stato di conservazione.

Fig. 2 – Lo schienale del trono ligneo di Verucchio,così come si presenta oggi. Lo stato di conservazione è eccezionale

La tomba principesca contiene i resti ossei di un personaggio di alto lignaggio conservati in un cinerario bronzeo “vestito”. 

Di ciò scrive l’archeologa Angiola Boiardi “L’antropomorfizzazione, ricollegabile a ‘una generica assimilazione dell’urna ad un corpo umano’, è portatrice, in casi come quello della Tomba 89 di elementi di maggiore complessità; il rito crematorio serve si ‘a liberare il defunto della sua materialità’ e fargli raggiungere una sfera divina, ma, tramite il cinerario vestito, si vuole anche comunque sottolinearne la presenza; questa ‘personificazione’ è messa in atto disponendo sopra e intorno al cinerario abiti ma anche armi e ornamenti collegati all’immagine che chi agiva il rito voleva dare del defunto”. (Guerriero e sacerdote a cura di Patrizia Von Eles pag.22)

Questo, in bella sintesi il mondo spirituale in cui va letto questo singolare reperto.

Sulla spalliera di questo trono sono presenti incisioni che ci forniscono un racconto articolato dei riti di separazione che riguardano certamente il personaggio cui il trono è destinato. L’ulteriore “decorazione” del reperto si concreta in forme geometriche. Tra le varie istoriazioni dell’affollato scenario è ben evidente la rappresentazione di un telaio utilizzato per intessere i paramenti funerari all’aristocratico villanoviano cui era riservato il trono. Si tratta con forte probabilità di un guerriero capo tribù che presentava altresì i caratteri di una guida spirituale della sua comunità, in sintesi ci troviamo di fronte a una sorte di re-sacerdote. La particolarità consiste nel fatto che tali paramenti sono stati realizzati impiegando un telaio la cui struttura è realizzata in forma di cigno stilizzato, come ben si osserva dalle immagini.

Fig. 3 – Estrapolazioni della complessa par-titura narrativa del “racconto funerario” costituente il reperto

Il reperto in sé è “vivo per miracolo” trattandosi di materiale organico ligneo particolarmente soggetto al deperimento. Esso invece si è conservato insieme alle stoffe di corredo, grazie a particolari caratteristiche del terreno d’inumazione. Paradossalmente è stato proprio un primo intervento di conservazione a deteriorare in maniera pressoché irreversibile il pezzo, occultandone importanti dettagli, ma, pur in presenza di tali mutilazioni, il reperto resto sempre un esemplare pressoché unico.

Il trono ligneo della tomba T 89

La funzione di un trono posto all’interno della tomba richiede una decrittazione della sua funzione.

A nostro giudizio è valida la proposta di considerare una sua prima collocazione all’atto del banchetto funebre e quindi prima della sepoltura. Per la circostanza di essere inoccupato esso così manifesterebbe la presenza spirituale del defunto al momento dell’agape funeraria. L’importante personaggio costituirebbe un invisibile convitato di pietra, presente al suo stesso banchetto funebre, una presenza sottile che “assorbirebbe”, verosimilmente, la parte fluidica promanante dal cibo materiale preparato per l’occasione, cogliendosi in ciò un richiamo, solo suggestivo, con l’Egitto e l’alimentazione fluidica del Ka.

La spalliera del trono, che si esaminerà nelle parti salienti di specifico interesse per questa relazione e quindi solo per introdurre l’argomento con imprescindibili considerazioni di contorno, si presenta come un reperto di eccezionale rilevanza, anche e soprattutto per le incisioni che ne affollano lo schienale. Il senso della scena complessiva non è stato chiarito del tutto, in essa probabilmente si narra proprio dell’evento funerario e del suo cronologico svolgimento. Il tutto è descritto come un complesso rito di separazione al quale intervengono molteplici personaggi caratterizzati da funzioni assai differenziate. 

Una caratteristica si impone all’evidenza: la presenza di numerose donne che agiscono in veste di operatori sacrali e che attendono a diversi compiti. Nel bel saggio collettaneo Guerriero e Sacerdote, dedicato con grande accuratezza all’argomento del trono di Verucchio, l’archeologa, Patrizia von Eles, coordinatrice dell’importante lavoro, ha teorizzato che i compiti sacrali cui attendono i personaggi femminili e che appaiono delineati nel racconto ligneo, si siano trasfusi nel mondo romano costituendone degli antecedenti storici.

Abbiamo così una coppia di operatori sacrali che giungono ognuno con un carro convergendo al centro della scena e che fanno pensare a quello
che sarà la coppia sacerdotale flamen e la flaminica dialis. Altrove, altre donne, appaiono intente alla macinatura dei cereali. Esse agiscono in un contesto sicuramente non utilitaristico (ammesso che questo sia esistito sic e simpliciter nel mondo arcaico) e l’ambito iconografico che le rappresenta induce a pensare che si stia assistendo alla preparazione della mola salsa, elemento che evidentemente ci riconduce ai riti propri di competenza del Collegio delle Vestali.

L’importanza del ruolo della donna in questa società, così fortemente caratterizzata dalla cultualità delle armi, è altresì rafforzato dallo svolgimento di attività di tessitura, che è nettamente da ricondurre in ambito sacrale, senza peraltro scomodare, nella circostanza, René Guénon e il suo studio sul relativo simbolismo.Per quanto riguarda i nostri ragionamenti ci soffermeremo su quest’ultima operazione che si trova descritta in due distinte serie di scene, poste a entrambi i lati dell’asse ideale che seziona in due il reperto, che comunque non può considerarsi simmetrico, in quanto le immagini sono solo apparentemente duplicate da una parte e dall’altra. Un esame, non superficiale, mostra elementi di variazione al punto di poter fare affermare agli specialisti che una parte rivestisse carattere “maschile” e l’altra “femminile”.

I due telai, pur rientrando tra i telai verticali, presentano una struttura finora non documentata se non in un oggetto denominato tintinnabulum. Esso è conservato a Bologna, e su di esso è rappresentato un telaio la cui forma è assai simile a quella raffigurata sul trono. Chi opera su di esso (in questo caso due donne che si dedicano ognuna a un diverso tessuto) non lo fa stando con i piedi poggiati in terra, ma seduto su una struttura complessa e rialzata, certamente non imposta da motivi funzionali ma dall’apparente necessità di assumere una posizione peculiare, forse “rituale”, necessaria per preparare i paramenti funerei.

La spiegazione a tale complicazione costruttiva potrebbe trovarsi in prescrizioni che imponevano condizioni specifiche per la realizzazione di particolari abiti o di altri tipi di lavorazione su tessuto da parte di tessitrici ritualmente indirizzate alla realizzazione di tale tipologia di confezioni. Nel mondo romano e greco non mancano prescrizioni rituali che riguardano la confezione e il tipo di abiti da indossare in determinate situazioni o cerimonie, ad esse ci si potrebbe riferire per interpretare tale pregresso contesto.

Di questa separazione ci testimonia anche l’acconciatura delle tessitrici che è piuttosto peculiare (lunga coda con i capelli legati in fondo) il che ci permette di concludere affermando che è verosimile ipotizzare che i telai rappresentati sul trono di Verucchio e sul tintinnabulum di Bologna non siano telai di uso normale e quotidiano, quanto piuttosto telai rituali. Ciò ben spiegherebbe la presenza, per così dire strutturale, di simboli come l’uccello solare, costituente la specifica caratteristica costruttiva di questo telaio bifronte, tipologicamente denominato “a barca solare”. (cfr. Patrizia Von Eles: 2010, 256, nota 623).

Fig. 4 – Lo straordinario telaio con il quale si tessevano esclusivamente i paramenti desti-nati al lungo e complesso rituale funerario ( Museo di Verucchio, foto dell’autore)

Del resto ciò è suggerito dalle stesse contestualizzazioni archeologiche. Il noto studioso della protostoria europea Renato Peroni ha considerato la doppia protome di uccello, presente nel manufatto, come evidente reinterpretazione schematica della barca solare che trova riscontri in ambito villanoviano con le varie tipologie di carro solare (es. urna a capanna bronzea di Vulci).

Si stabilisce così una sorprendente relazione tra elementi, ovvero un circuito per il quale il mantello funebre sembrava ricevere certe “qualità magiche” dalla sua matrice (il telaio) che poi comunica al defunto la cui anima, liberata per mezzo del rito crematorio dalla pesanteur corporale, si poneva in viaggio verso la rotta nordica dell’ambra e del cigno (il significativo titolo di un altro testo dedicato alla Verucchio è: Il dono delle Eliadi, Ambre e oreficerie dei principi etruschi di Verucchio)

La via dell’ambra era propria della località in cui è ubicata questa necropoli. Verucchio era il centro fulcrale nell’Adriatico per il commercio dell’ambra, nel mito (fra gli altri) il prodotto delle lacrime delle Eliadi (le sorelle di Fetonte) come ci ricordano i versi della tragedia euripidea, l’Ippolito:

…sull’acqua dell’Eridano

dove stillano nell’onde

purpuree le infelici fanciulle

per pietà di Fetonte,

 lucenti lacrime d’ambra

Fig. 5 – La ricostruzione della posizione e dell’abbigliamento delle tessitrici(Museo di Verucchio foto dell’autore)

Questo richiamo al mito di Fetonte, che, come è noto, è morto combusto dopo essere stato disarcionato dal carro celeste, ci consente di operare un breve inciso, facendo un cenno a un’altra popolazione italica, profondamente relazionata con la mitologia del cigno per conseguenza dello sgorgare dal suo occhio divino della pietosa lacrima d’ambra.  

Stiamo parlando dei Liguri. Le fonti ci testimoniano che il regnante del popolo ligure, Cicnos, parente di Fetonte, nell’apprendere la notizia della morte del suo giovane amico e congiunto, lo pianse lungamente e tale fu il suo dolore che fu trasformato pietosamente in cigno canoro; canoro, perché grandissima era l’abilità in quest’arte di Cicnos, al punto che si ritenne che tutti i Liguri, quasi per una sorta di proprietà transitiva, eccellessero anch’essi nell’arte musicale. Si tratta di un racconto mitico che si basa su una più vasta tradizione riferita da Luciano di Samosata per la quale i compagni di Apollo erano uomini con dono del canto che da parte, in qualche luogo erano stati mutati in cigni.

Per Pausania tale trasformazione avvenne per volontà di Apollo. Non sfugga a questo punto la relazione tra il cigno, il canto e la luce (in relazione al mito di Fetonte) che costituiscono il tessuto connettivo del mito descritto. Nel richiamare quanto abbiamo appena detto nel breve paragrafo dedicato al cigno e quindi all’abilità del canto delle fanciullecigno, proponiamo all’attenzione la relazione individuata da Jung tra i tre termini, il quale:”… avvicinando il radicale sven al sanscrito svan che significa sussurrare, arriva a concludere che il canto del cigno, in tedesco (Schwan), uccello solare, è la manifestazione mitica dell’isomorfismo etimologico della luce e della parola”. (Jean Chevalier, Alain Gheerbrandt: Vol. 1°:1987, 270). Per inciso vogliamo ricordare che presso i Dogon, cui ci siamo interessati pubblicando un intervento anche grazie all’associazione Simmetria, esiste una consimile equivalenza simbolica formata dai termini luce, parola, seme.

Lasciamo i Dogon e ritorniamo ai Liguri e le loro profonde connessioni con il cigno. Le fonti ci testimoniano che i guerrieri di questo popolo impiegavano un elmo provvisto di piume di cigno (Virgilio: Eneide X, 187) e qualche bronzetto ci mostra di elmi dalla complessa struttura in forma di collo e testa del venerato volatile, che, anche in altri manufatti, è parimenti utilizzato. Ci riferiamo a un reperto rinvenuto in località Trana, che benché attualmente sia ubicata nella regione piemontese, è pienamente ascritta all’area culturale ligure. Qui, in corso di scavo, è stata rinvenuta una forma di fusione destinata a else di spada, che presenta il disco solare raggiato e il cigno, a riprova della diretta connessione di questo popolo con il simbolo solare.

Questo breve inciso “ligure”, pur nella stenografica esposizione in cui l’abbiamo reso, ci dimostra quanto fortemente fosse sentita da alcuni popoli italici la connessione tra ambra e cigni, per questo siamo rimasti un poco stupefatti dalla disinvoltura naturalistica con la quale Patrizia von Eles- curatrice del bel volume da cui abbiamo espunto le informazioni che qui si sono presentate- identifichi le sagome stilizzate, presenti sul reperto oggetto della sua disamina, con dei paperi o addirittura con quei volatili che denomina “paperelle”.

Si tratta, a nostro avviso, di una sorprendente leggerezza, in quanto gli esseri che Ella chiama “papere”, altri non sarebbero, eventualmente, che oche selvatiche che non hanno raggiunto la maturità sessuale, del tutto inidonee quindi a migrare non essendo ancora adulte, sempre concesso, naturalmente, che gli antichi villanoviani di Verucchio volessero rappresentare delle oche migratrici. In verità ciò sarebbe perfettamente compatibile perché i due animali a livello mitologico sono reputati intercambiabili (e l’abbiamo già osservato in precedenza), anche se la sagoma stilizzata che appare di più immediata evidenza all’osservatore è, senza equivoco, quella del cigno. (cfr. sull’“intercambiabilità” tra cigno e oca, si veda Jean Chevalier,
Alain Gheerbrandt: Vol. 1°:1987, 268).

Fig.6 – Elmo “cignesco” di guerrieri liguri

Questi uccelli non sono rappresentati solo sulla struttura del telaio, anzi costituiscono la struttura stessa del telaio, inteso, come già sopra ricordato, quale barca solare, ma si presentano anche in scene periferiche del trono stesso, dove a volte sono raffigurati con il corpo volto in un verso, a volte nel senso opposto.

Tale tipo di rappresentazione, sempre secondo l’opinione della studiosa, esprimerebbe le caratteristiche migratorie della specie, come del resto si è visto nel vaso della necropoli dei Quatto Fontanili. Accanto a questa specie dal collo lungo (oca o cigno che sia) sono presenti altre specie di volatili, quasi che ci si trovi al cospetto di una sorta di catalogo di migratori alati. 

Si identificano, infatti, altre specie: trampolieri, gru e cicogne, tutti uccelli non stanziali. Per ultimo menzioniamo la presenza di altri animali, tutti contornati da ruote solari (sette ruote solari a sei raggi) che sembrano appunto imprimere un movimento dinamico “stagionale” alla scena.

Riassumendo, possiamo affermare che sono presenti elementi sufficienti per teorizzare che il complesso rituale funerario fosse destinato allo scopo di condurre l’anima nelle regioni del nord, in quei luoghi dove può ritenersi, esprimendosi nel condiviso linguaggio del citato Glauco Giuliano, che esista un “passaggio” tra molk (mondo grossolano) e malakut (mondo sottile o immaginale).

Abbiamo, infatti:

– Le ruote solari apollinee.

– Gli uccelli psicopompi conduttori della barca solare

– Il rituale funerario descritto sul trono che si conclude con la combustione delle spoglie

– Gli oggetti destinati all’uso oltre tombale dove è presente una grande profusione di reperti d’ambra, elemento sul quale varrà la di spendere qualche ulteriore conside
razione.

Infatti, l’importanza che assunse questa resina, in ambito mitico-rituale (tralasciando quello economico che non riguarda gli orizzonti di questa esposizione) nel contesto del villanoviano, deve essere ulteriormente sottolineata da altre irrinunciabili osservazioni. Apollonio Rodio riferisce una leggenda celtica secondo la quale le gocce d’ambra dell’Eridano (fiume terrestre o fiume celeste?) sarebbero le lacrime dello stesso Apollo quando egli si recò presso gli Iperborei, per volere di Zeus.

Callimaco ci propone un’altra versione intorno all’origine dell’ambra, non riconducendola, stavolta, alle lacrime di Apollo ma ai suoi capelli dai quali stillavano “gocce d’olio, rimedio d’ogni male”. Entrambe le tradizioni vanno a confluire sulle peculiarità guaritrici di Apollo, quale medicosciamano, come si è già avuto modo di ricordare nell’esordio delle nostre considerazioni sul tema e che come si vede si dispiegano in variegati contesti.

Allo stesso modo l’ambra e le relative virtù guaritrici, erano associate anche ai cigni, come ci ricorda ancora Luciano di Samosata. Un passaggio della fiaba di Andersen, che, ricordiamo, è trattata anche dai Grimm e dal poeta irlandese Yeats, e che quindi è erede di una lunga tradizione foklorica, ha conservato il patrimonio genetico mitico esattamente come un insetto nell’ambra (appunto). Qui si narra del principe cigno che, commosso dalle sofferenze della sorellina costretta malvagiamente a confezionare abiti d’ortica con le mani nude, ne piange la sorte e le sue lacrime altro non sono che gocce d’ambra che, toccando la pelle della fanciullina, la guariscono delle terribili piaghe.

In questa essenziale sintesi è facile scoprire un’assonanza con la concezione tolkieniana della fiaba di cui l’autore può essere considerato un “moderno” resuscitatore. Siamo di fronte a quello che è stato denominato il tema dell’eucatastrofe, ossia l’improvviso capovolgimento che dalla sofferenza conduce alla felicità assoluta, là dove delizie e dolori divengono un’unica cosa e la gioia è acuta come una spada.

Non è certo un’illazione supporre che sia il materiale fiabesco, sia il materiale mitologico, rivelatori entrambi di un’estrema arcaicità (come più volte lo studioso Gianfranco Ersoch ha ricordato nelle sue lezioni riconducendo diversi pattern fiabeschi a un convincente orizzonte arcaico addirittura paleolitico), provengano da una fonte comune, conclusione
che del resto costituisce anche un nostro espresso convincimento.

Un cenno a Roma

Dopo questa lunga cavalcata nei secoli concludiamo con un semplice ma significativo cenno a Roma anch’essa erede consapevole del mito polare e dei benefici spirituali costituiti dalla relazione dell’urbe con il polo celeste. Di questa vocazione polare si hanno testimonianze nella Roma arcaica, cogliendosi una sorta di disputa di primato tra Palatino e Campidoglio, risoltasi in qualche modo a favore di quest’ultimo, fino al termine dell’età repubblicana. Con Augusto, il grande restauratore del mondo primordiale romano e conseguentemente fautore del ritorno della “Vergine” e del ristabilirsi del tempo aureo (Saturnia Regna), si sviluppò, per effetto dell’influenza sapiente del poeta Virgilio, vero mentore dell’operazione di recupero della spiritualità primordiale, questa ri-connessione al mondo polare dei primordi che divenne, per così dire, atmosfera sacrale palpabile.

Il Palatino presenta, rispetto al complesso collinare romano, un carattere marcatamente omphalico. La sua radice etimologica pal, pol ha per significato “cosa rotonda”, e inoltre la sua collocazione denuncerebbe il suo carattere “naturalmente” polare, dal momento che intorno ad esso si dispongono gli altri sei colli siderali dell’urbe. Per conseguenza, apparterrebbe al luogo la possibilità di stabilire una comunicazione con il polo invariabile che fu perduta, come appare riverberato, in modo spesso incerto e contraddittorio dalle stesse fonti, a favore del Campidoglio già in epoca arcaica. 

Accogliendo questa ottica si può constatare che già alla fine della Repubblica Augusto promosse quell’opera restauratrice, di cui si accennava, con la costruzione di un tempio dedicato al dio iperboreo Apollo e il trasferimento del fuoco sacro di Vesta dal foro al Palatino.

Virgilio, mentore dell’operazione, come già ricordato, sembra alludere a questa identificazione con le stelle dell’Orsa in un passo assai enigmatico nel libro VI° dell’Eneide, allorché accenna alla fondazione di Roma e ad Augusto che, dal centro immobile del colle polare, avrebbe restaurato l’aureo regno primordiale raggiungendo perfino le lontane popolazioni dell’impero. Ancora nell’ottavo libro, quando si sofferma, quasi di sfuggita, sulla pelle dell’Orsa su cui era seduto Enea nella capanna di Evandro, scrive dei versi enigmatici, che tuttavia appaiono maggiormente intellegibili se li ricolleghiamo a tutto quanto abbiamo finora esposto sul tema: (…disse e sotto il colmo dell’augusta capanna condusse il grande Enea e lo fece sedere su un saccone di foglie e su pelle di libica orsa). Aggiungiamo a proposito dell’associazione Orsacostellazione–polo che Nicandro di Colofone chiama l’Orsa Minore “l’Orsa dotata di ombelico, ed Esichio “L’Orsa che porta l’ombelico” aggiungendo che Ella si muove in cerchio intorno al Polo Boreale.”.

Ci interrompiamo qui fermi a questi cenni principali nella considerazione del carattere suggestivo e sintetico che abbiamo inteso dare a questa esposizione foriera di indefiniti approfondimenti e correlazioni con altri popoli e civiltà.

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(Articolo di Antonio Bonifacio tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_30_2013_a5.pdf)

Indirizzo Internet: http://www.simmetria.org/

 

 

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (3° PARTE)

di Antonio Bonifacio

Gobekli Tepe (la collina del ventre o dell’ombelico)

“A mio parere, quindi, la vista è alla base dei nostri più grandi benefici poiché non avremmo potuto dire nulla sull’universo se non avessimo mai veduto il sole, le stelle e il cielo. Inoltre, è la percezione del giorno e della notte, dei solstizi e degli equinozi, dei mesi e degli anni che si susseguono, ad aver originato l’invenzione dei numeri e ad averci dato la nozione del tempo e della natura della realtà, da cui abbiamo tratto ogni filosofia, un dono celeste più grande del quale l’uomo non ha mai avuto né avrà.”

(Platone: Timeo)

Il ritrovamento che ha sparigliato alcune delle consolidate cronologie preistoriche è il sito archeologico di Gobekli Tepe, situato in Turchia e precisamente vicino Sanliurfa nella prossimità dei confini con la Siria. Siamo di fronte a un luogo scavato piuttosto di recente da un team di archeologi tedeschi sotto la direzione di Klaus Schmidt. Il sito si trova collocato su una collina artificiale (tell) alta circa 15 m, ed ha un diametro di circa 300 metri. Esso è quindi situato sul punto più alto di un’elevazione di forma allungata, che domina la regione circostante, tra la catena del Tauro, il Karaca Dağ e la valle dove si trova la città di Harran da cui dista una quarantina di chilometri. Questa vicinanza ad Harran appare particolarmente significativa in relazione al quanto conosciamo della religione dei Sabei, che si esprime in forme dal carattere congiuntamente visionario e astronomico, come meglio si dettaglierà nel prosieguo. Il complesso delle edificazioni è stato posto in essere in un passato assai remoto da un gruppo umano che lo ha realizzato a prezzo di evidenti gravosissime difficoltà operative. Esso consiste essenzialmente nella realizzazione di una serie di enigmatici recinti ed è stato scavato solo per circa un quarto dei suoi 9000 mq. di superficie. Naturalmente ci si attendono molte ulteriori sorprese oltre a quelle già da tempo documentate. 

La “novità” di questo sito è presto detta. Siamo di fronte a un complesso archeologico di grandissima complessità strutturale, che non si è mai prestato per funzioni abitative, bensì esclusivamente cultuali. Ciò, in epoche più vicine ai tempi nostri, non avrebbe certo costituto un’eccezione. Invece se si tiene conto della data della sua edificazione, che dagli ar
cheologi è stato individuata nel 9.500 a.C., allora si può affermare che la cosa, non solo è sorprendente, ma è ben di più: senza alcuna enfasi si può dire che è addirittura rivoluzionaria. Come misteriosamente Gobekli Tepe è stato edificato, altrettanto misteriosamente il luogo è stato abbandonato diversi millenni dopo. Questo accadde proprio in coincidenza con il sorgere delle prime civiltà neolitiche nell’8000 a.C. (si pensi a Gerico ad esempio).

Fig.2 – Ricostruzione al computer dei tre recinti scavati sui quattro portati alla luce. Come può ben notarsi si tratta di strutture complesse senza alcuna finalità utilitaristica, ma solo sacrale. Gobekli Tepe sembra non essere altro che un “santuario”

Non si trattò però un semplice abbandono. Il santuario, perché di questo si tratta, fu volontariamente interrato, quasi a volerne cancellare la memoria nei secoli. Esso quindi si trova cronologicamente collocato tra la fine del mesolitico e l’inizio del neolitico preceramico, in un ambito di civiltà che si pone alle estreme propaggini del nomadismo, proprio dei gruppi di cacciatori raccoglitori, evidentemente non ancora stabilizzati in un centro urbano, ma comunque in grado di progettare e realizzare un polo di assoluto rilievo cultuale, ben settemila anni prima della costruzione delle prime piramidi.

Fig.3-4-5 – I grandi triliti di contorno, quasi convitati di pietra sono sempre decorati con immagini animali caratteristiche presenze di un luogo allora lussureggiante. Queste colline, ora aride, offrivano ai cacciatori-raccoglitori la possibilità di contare su abbondanti mezzi di sussistenza residuando molto tempo per attività cultuali. Naturalmente anche la caccia nelle popolazioni etnologiche riveste caratteristiche sacrali, non sussistendo alcuna frattura tra la sfera laica e quella religiosa.

Il sito è stato scoperto negli anni ‘60 ma è stato attenzionato dall’archeologia solo a partire dagli anni 90. Per conseguenza della sua cospicua estensione, esso, allo stato, risulta solo parzialmente scavato, solo un quarto del complesso è stato portato alla luce. Per questo il capo archeologo sostiene, tra il serio e il faceto, che sarà obbligato a trascorre
re il resto della sua vita su questa collina polverosa. Quello che emerge dal terreno liberato, si concreta in quattro recinti al cui centro sono presenti una coppia di enigmatici pilastri a T, circondati, come fosse un’assemblea di convitati di pietra, di altri pilastri a T di più modeste dimensioni. Questi alti pilastri centrali (circa cinque metri), finemente lavorati e di cui, su alcuni, si individuano dei tratti indiscutibilmente antropomorfi, quasi a richiamare la possanza dei giganti biblici, sono di indubbia importanza sacrale.

Infatti, su di essi, sono altresì presenti numerosi bassorilievi (quando non prodigiosi altorilievi, anzi vere e proprie strutture a tutto tondo) che si concretano nella rappresentazione di soggetti scelti quasi esclusivamente nel variegato mondo animale presente in questo territorio, una volta lussureggiante giardino. Questi animali ci offrono l’opportunità di conoscere quello che si configura come una sorta di zoo “cultuale” dell’epoca.

Tali rappresentazioni sono state congetturalmente ricondotte da taluno a raffigurazioni di asterismi celesti, secondo modalità di rappresentazione che in alcuni casi si sono mantenute fino ai nostri giorni e di questo argomento si parlerà appena dopo.

Sebbene solo in uno dei quattro recinti si sia raggiunto lo strato sterile del terreno, il sito non solo non mostra l’esistenza di tracce dell’abitato umano, ma in esso non paiono neanche essere collocati esempi di sepoltura. 

Fig.6-7 Alcuni pilastri centrali recano dei tratti antropomorfi com’è evidente dalle immagini che qui si presentano. La loro altezza è assai cospicua: 5 metri. Il richiamo delle loro sagome ai giganti biblici è istintivo. Si noti il perizoma di una pelle animale che copre uno di essi

Come detto, la realizzazione di questo santuario preistorico impegnò fortemente delle popolazioni non stanziali in cui però si coglie, in forma già evoluta, la presenza di maestranze dedicate a compiti di artigianato specializzato. Abbiamo così scavatori, scalpellini, scultori etc, oltre che, naturalmente, un sacerdozio in grado di ideare e portare avanti il complesso progetto, e questo, a parere dell’archeologia, rappresenta un dato insieme stupefacente ma assolutamente incomprensibile, costituendo un vero e proprio paradosso storico.

Si parla, infatti, a volte di oggetti “fuori posto”, perché irrelati rispetto alla cronologia in cui sono rinvenuti (es. l’incredibile meccanismo di Antikitira), qui però c’è di più, c’e un’intera civiltà fuori posto.

Infatti, la templarità organizzata è propria dell’insediamento umano già consolidato, che ormai basa la propria stanzialità sulla possibilità di approvvigionarsi a fonti di sussistenza di autonoma produzione. In sostanza, l’uomo non dipende più passivamente dall’ambiente per la sua alimentazione piuttosto lo doma, convertendolo alle sue esigenze. In altre parole, l’uomo del neolitico, contrariamente all’uomo del paleolitico e del mesolitico (il nostro caso), non regola la propria esistenza alimentare adeguandosi alle abitudini comportamentali animali (che si spostano per nutrirsi) o sulla raccolta occasionale di complementi di alimentazione (bacche, frutti, radici etc.) ma condiziona l’esistenza di animali e dei prodotti vegetali alle proprie nuove esigenze. L’uomo del neolitico non segue il cibo nei suoi spostamenti, ma fa si che il cibo “segua” lui, là dove egli decide di permanere (allevamento, coltivazione).

La comunità organizzata che ha eretto Gobekli Tepe doveva essere un gruppo umano sicuramente numeroso e fortemente coeso che, in maniera stupefacente e, per molti versi, incomprensibile, è riuscito a porre in essere un’opera grandiosa, nonostante l’assenza di ogni traccia di sedentarizzazione, come si conviene a quest’epoca così distante da noi.

Per dare un’idea del lavoro compito ricordiamo che, secondo le prudenti stime dei ricercatori, questi uomini estrassero da cave piuttosto lontane, lavorarono e “adornarono” un complesso formato da circa 300 monoliti, alti circa 3 metri dal peso di circa 5 tonnellate ciascuno (oltre una quarantina sono stati portati alla luce mentre l’indagine geomagnetica suggerisce che altri 250 giacciono sepolti nel terreno realizzando uno spostamento di pietre pari a circa 1.000 tonnellate).

Fig.8-9 – Immagini dei recinti. Le loro dimensioni offrono un’idea dell’enorme lavoro di scavo e sistemazione dei luoghi. Ricordiamo che siamo approssimativamente nel 9.500 a.C.

Ci si domanda: se si sommano insieme il tempo dell’escavazione, della lavorazione delle pietre, e quello della costituzione dei recinti unitamente al lavoro di scultura, quante
ore uomo occorrevano alla bisogna? Ci si chiede inoltre: quanti lavoratori specializzati erano presenti in questa società che assume, via via che i dati si illuminano a vicenda, il carattere di un’anfizionia spirituale, un’associazione di differenti gruppi umani, uniti da una fortissima motivazione religiosa e da una cosmovisione condivisa del mondo, che mostra dei tratti spiccatamente sciamanici? Anfizionia, se tale è stata, che comunque non doveva costituire un unicum, essendosi trovato un sito gemello ancora non scavato ma già datato. Si sta parlando di Kaharan Tepe in cui si rinvengono sepolti, anche qui volontariamente, alcuni megaliti a forma di T identici a quelli di Gobekli, dimostrando con ciò che questa località è tutt’altro che un unicum. Karahan Tepe, si trova a 63 chilometri ad est di Urfa sui monti Textex, è merita la medesima attenzione riservata al sito di cui si sta parlando. Scoperto nel 1997 e sondato dall’archeologo Bahattin Çelik della Società di storia turca, è stato datato tra il 9.500-9.000 a. C. Anche qui sono presenti un certo numero di pilastri a T, così come compaiono degli altorilievi di un serpente e altre sculture simili a quelle di Göbekli Tepe. Coprendo una superficie di 325.000 mq, Karahan Tepe è molto più grande di Göbekli Tepe ed è quindi il risultato di un progetto ancora più grandioso. Qui i pilastri di pietra sono distanziati ad 1,5 a 2,0 metri e sporgono appena dal terreno aspettando che una missione archeologica li porti del tutto alla luce e con essi riveli il mondo spirituale in essi codificato e rappresentato attraverso gli animali scolpiti.

Fig.10 – L’immagine di un recinto nella suggestione della luce notturna

Dopo questo inciso torniamo al sito oggetto delle nostre riflessioni. Le stime del peso del materiale lavorato che, antecedentemente abbiamo evidenziato per valorizzare l’importanza del lavoro eseguito, seguono un criterio prudenziale. Infatti, non tutte le pietre utilizzate e ancora sepolte sono tra loro, se pur in via di approssimazione, uguali. E’ stata, infatti, rinvenuta una pietra a forma di T, estratta solo a metà dalla cava posta a circa 1 km dal sito. Essa ha una lunghezza di circa 9 m. e una larghezza di 3 m. Era verosimilmente destinata al san
tuario, ma la sua rottura costrinse ad abbandonare il lavoro. Non speculiamo sulle possibilità di trasporto del pesantissimo manufatto in considerazione dell’epoca della sua escavazione, si tratta di conclusioni che lasciamo formulare direttamente al lettore di queste note.

Fig.11 – Gli artigiani di Gobekli Tepe sapevano scolpire ben più che altorilievi sui pilastri. Questa scultura, a tutto tondo, ben proporzionata ci dimostra la qualità delle maestranze che prestarono la loro opera alla realizzazione del santuario stellare. Della loro abilità siamo certi, sul significato delle loro realizzazioni possiamo solo congetturare
Fig.12 – I quattro recinti finora scavati mostrati in pianta. Si noti la posizione dei pilastri centrali la cui inclinazione differisce leggermente da un recinto all’altro. Ciò concreterebbe il risultato di un accurato lavoro di progettazione. La coppia dei pilastri registrerebbe il variare, nel corso di un migliaio d’anni di osservazione, della posizione di Deneb al tramonto

Diverse (e ipotetiche) le possibili funzioni cultuali della struttura. Un dato tuttavia emerge fra tutti, almeno se ci si basa sulla morfologia dei quattro recinti finora scavati. Essi, infatti, a un’analisi condotta da competenti ricercatori, il team dell’ing. Rodney Hale, che è specialista nella ricerca dei puntamenti astrali dei siti preistorici, mostrano di possedere un orientamento ben preciso. I due pilastri centrali dovrebbero essere stati posti in essere per inquadrare, a seconda del periodo di costruzione di ciascun recinto, la costellazione del Cigno e nello specifico la stella Deneb, che cominciò a “tramontare” in coincidenza della costruzione della prima struttura. Siccome intercorre un millennio complessivo tra le datazioni dei quattro manufatti (dal primo al quarto), ogni allineamento realizzato tra le due pietre, aderendo alla convincente ipotesi di Rodne Hale, appare lievemente “ruotato” rispetto al precedente. Lo scorrimento è di qualche grado rispetto al punto di estinzione della stella che lentamente si sposta all’orizzonte per effetto del lento moto precessionale nei cieli. 

Un esame un poco più dettagliato merita senz’altro la cosiddetta “pietra dell’avvoltoio” posta nel recinto D, numerata come Pilastro 43. Essa è stata così denominata perché tra i molti enigmatici bassorilievi si evidenzia quello di un bizzarro avvoltoio. Un’altra particolarità del recinto che circonda i due monoliti è costituito dalla presenza di una sorta di “pietra di mira”. Si tratta di una bassa pietra forata posta appena all’esterno del recinto che si suppone consentisse di osservare il passaggio di Deneb e di cui poi si vedrà la possibile relazione con il pilastro 43. 

Del resto il comportamento celeste di Deneb doveva davvero “ossessionare” le menti delle genti dell’epoca, al meno a quelle latitudini. Alludiamo ad altri edifici appartenenti al neolitico pre-ceramico (8800-8000 a.C.) individuati in una località nei pressi della moderna Diyarbakir, che sono identicamente allineati sulla linea di tramonto di questa stella, secondo le osservazioni compiute dal già citato Rodney Hale.

Fig.13 – Ricostruzione al computer del recinto D. Secondo una convincente ipotesi la pietra forata di sfondo sarebbe stata utilizzata per raccogliere la luce di Deneb al suo passaggio all’orizzonte, mentre l’intera costellazione del Cigno sarebbe stata inquadrata tra le due colonne. Il passaggio “attraverso le colonne” dei templi di costellazioni significative è ampiamente attestato per la costellazione di Orione. Il biblico Sansone abbatté le colonne del tempio dei Filistei e ciò rappresenterebbe una trasposizione di questo antico mitologema di Orione

Per quanto detto la sintassi composita che presiede lo straordinario racconto sotteso da questo complesso manufatto, che si è denominato recinto D, non è certo di agevole lettura pur se, in qualche modo, si sono stabilite certe relazioni peculiari con la stella Deneb. Due elementi specifici ci agevolano nella possibile interpretazione complessiva del manufatto e contribuiscono a fornire elementi verosimili in ordine ad un possibile inquadramento del sito in un orizzonte di ritualità sciamanica.

Vediamoli

Nella parte bassa del Pilastro 43 troviamo raffigurato un grande scorpione che occupa quasi integralmente il pannello inferiore, mentre nella parte superiore, tra altre raffigurazione di uccello, è presente lo strano avvoltoio che dona il nome alla stele e che tiene “zampe” e “ali” in posizione completamente innaturale da far pensare a un’impersonizzazione rituale. Inoltre, l’avvoltoio sembra quasi soppesare sulla sua ala una sfera. In questa sfera gli archeologi riconoscono la simbolizzazione di una testa umana, ricavando questa conclusione dalla presenza di una concezione assai diffusa nell’antico vicino Oriente antico, per la quale si riteneva che l’anima del defunto risiedesse nella testa (il “culto dei crani” comunque offre numerose testimonianze preistoriche).

Infatti, in epoche molto remote, ma comunque piuttosto vicine ai tempi nostri, celebri siti di questa regione del mondo, per es. Chatal Huyuk, hanno mostrato il ripetersi di questa iconografia, ovvero l’associazione tra avvoltoio e corpi senza testa e/o avvoltoi e teste. Inferire la presenza di questo motivo ad un’identica volontà rappresentativa, costantemente presente nell’orizzonte spirituale dei luoghi, non costituisce certamente un’illazione. 

Fig. 14 – Una delle composizioni su pilastro a più complesso contenuto simbolico. La proposta interpretativa nel nostro caso è limitata all’avvoltoio con la sfera (testa). Esso rappresenterebbe, per l’innaturale posizionamento delle ali, la costellazione del Cigno, mentre sotto la linea di cintura in basso sarebbe rappresentata la costellazione dello Scorpione.

In questo modo la pietra ci racconterebbe la modalità secondo la quale lo sciamano-avvoltoio si prenderebbe cura di questa testa-anima al fine di condurla in qualche luogo celeste. Si è detto (ed è facilmente verificabile) che il supposto sciamano-avvoltoio assuma nella raffigurazione una posizione assurda, quasi “clownesca”, tuttavia, a ben vedere, se si sovrap
pone l’immagine del cigno celeste con quella che compare sul pilastro 43, si può osservare che la forzatura posturale indotta nell’uccello non è affatto gratuita. Infatti, in questo modo si sovrappongono perfettamente i contorni dell’uccello con quelli della costellazione; qui la testa del volatile occupa la posizione di Deneb.

Per inciso non ci si stupisca dell’interfungibilità dei due animali. Come già detto all’inizio un uccello c’è sempre stato nel cielo a contrassegno della croce, i Greci, per quanto ne conosciamo, furono generici nel denominare questo raggruppamento di stelle chiamandolo semplicemente “uccello”, prima che Eratostene precisasse con quale voltatile dovesse identificarsi il raggruppamento stellare.

Questo consente di speculare, senza evidenti forzature logiche, circa l’eventualità che, a latitudini diverse, sia stato questo avvoltoio psicopompo a condurre l’anima verso questa costellazione circumpolare, visto anche il già ricordato contesto storico successivo che ne offre convincente dimostrazione.

Rimane da interpretare la presenza del grande Scorpione in basso e verificare se esso possa assumere una correlativa funzione astronomica.

Fig.15 – Atlante di Bode. Qui si può agevolmente osservare come proprio in coincidenza del cigno la via Lattea si biforca individuando un settore del cielo che per molti popoli della terra assunse per interi millenni pregnante significato mitologico.
Fig.16 – Quest’altra figura mostra la “grande fenditura del cigno” come appare visivamente ai tempi nostri in luoghi ragionevolmente bui.

Per far ciò ci serviamo di alcune osservazioni della coppia de Santillana/Von Dechend che, nel loro classico lavoro, avevano già compiuto un’illuminante disamina dell’insolita locuzione “madre-scorpione”, presente nelle tradizioni di molti popoli. Che lo Scorpione possa avere ricevuto attenzione mitologica in quanto “madre” è naturalisticamente assai poco comprensibile (la femmina di scorpione non ha nulla di particolarmente “materno”, anche se su ciò ci permettiamo di esprimere delle riserve), e per questo, almeno secondo la convincente interpretazione degli autori del “Mulino di Amleto” la spiegazione della bizzarra caratterizzazione andava ricondotta in ambito astronomico e quindi nel cielo che contemplavano i creatori di questa locuzione.

In astronomia accade che lo Scorpione incroci l’eclittica per nove giorni all’anno e allo stesso tempo si trova con Antares (una gigante rossa, “antiMarte”) all’estremità meridionale della Via Lattea. Così configuratasi la vicenda, si può assumere, in un’ottica appunto sciamanica, che questa collocazione indichi una via celeste che apra la possibilità di compiere alle anime un percorso “meridionale”, grazie all’intersezione dei due tracciati celesti che consentono un immaginifico “cambio di corsia”.

I Cherokee ci suggeriscono elementi sbalorditivi per appoggiare questa in terpretazione dell’iconografia presente del Pilastro 43. 

Leggiamo questa frase che riassume le loro convinzioni sul destino dell’anima post-mortem: ”Le anime dei morti sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea, la dove essa si biforca; essa indirizza i guerrieri lungo il sentiero fioco e difficile e le donne e coloro che muoiono di vecchiaia lungo il sentiero più luminoso e più facile. Le anime viaggiano dunque verso sud; alla fine del sentiero sono accolte dalla Stella degli Spiriti e la dimorano”. Giorgio de Santillana commenta a sua volta: “potremmo aggiungere in sordina: per un po’ di tempo”, oppure “e li si accampano” perché la stella degli Spiriti è Antares. Questa dea scorpione ha un corrispettivo in molte entità di pantheon arcaici.

Nello specifico, per citare i più noti, nel mondo ittita troviamo Ishara tamtin, ovvero Ishara del mare, mentre in Egitto v’è la precisa corrispondenza con la dea-scorpione egizia Selkis. Queste “dee-scorpione” sono immaginate abitare in fondo alla via Lattea, dove ricevono le anime dei morti e sono rappresentate nella circostanza come esseri multimammelle. Esse attendono al loro compito facendo poppare le anime dei bambini che hanno ripreso il cammino di ritorno (sul tema: G. De Santillana, Von Dechend: 1983, 353; Alfredo Cattabiani;1998, 184).

Fig.17 – Atlante di Bode La “stella spirito” Antares pressoché collocata sul pungiglione dello Scorpione, proprio nel punto in cui la grande fenditura del cielo si riunifica.

Rimarchiamo le localizzazioni del brano. Per primo si legge “Le anime sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea” e questa può tranquillamente identificarsi con Deneb che è posta sulla Via Lattea proprio la dove essa si biforca (ovvero la grande fenditura) per poi estendersi verso sud.

Qui giunti ci troviamo presso Antares, la coda dello Scorpione, dove, come detto, le anime sostano e/o si accampano. L’inizio del percorso fluviale quindi è situato presso la grande fenditura dei cieli, una sorta di vagina cosmica che gli Egizi verosimilmente rappresentarono precisamente in un’illustrazione che raffigura la dea del cielo Nut.

Fig.18 – L’interpretazione della stele 43 impone ulteriori comparazioni. La grotta Chauvet con i suoi straordinari affreschi può contribuire alla comprensione dell’intero miogramma. Per introdurci a quest’arte straordinaria osserviamo ciò che l’artista di allora (32.000 anni fa!) seppe realizzare. Esso, prescindendo dai contenuti, mostra il dominio completo del suo mezzo espressivo, indice di un’arte pienamente matura, che deve far supporre anche capacità mentali altrettanto complete. Ci domandiamo: Cezanne è forse la reincarnazione di questo “cavernicolo”?

Questa regione settentrionale è uno dei punti più misteriosi del cielo e, in forma di parentesi, vogliamo aggiungere che tale fenditura è stata collegata da Andrew Collins a una delle più impressionanti manifestazioni dell’arte rupestre europea, un affresco presente nella grotta Chauvet che, benché sia, allo stato, l’espressione più arcaica dell’immaginario preistorico (circa 32.000 anni fa), al contempo ci ha consegnato una delle manifestazioni stilisticamente più “evolute” dell’arte rupestre. Si tratta di un’immagine talmente complessa che è persino difficile darle un nome, ancorché si tratti di espressione figurativa. Mai come in questo caso vale la lezione del preistoricista A. Leroi Gourain, per il quale, gli animali che “animano” le grotte preistoriche, “non sono buoni da mangiare ma buoni per pensare”.

Fig.19 – Questa rappresentazione composita evidenzia una vulva. Dal bacino si dipartono due esili gambe che rappresenterebbero, secondo la proposta di A Collins, i bracci della galassia.
Fig 20 – Le corna del bisonte così collocate potrebbero raffigurare, secondo una consolidata interpretazione di Marjia Gimbutas, l’apparato interiore delle tube di Falloppio. Si noti l’evidente forma a bucranio dell’apparato genitale femminile. Di questi bucrani è cosparsa l’iconografia neolitica
Fig.21 – La medesima interpretazione proposta per la dea egizia Nut. Siamo consapevoli che queste indicazioni, in questa fase dell’esposizione possono apparire notevolmente congetturali, ci limitiamo qui a riferire osservazioni presentate da accreditati storici delle religioni.

Leggiamo, a commento dell’immagine, questo brano proposto da Graham Hancock: “Questa enigmatica figura è dipinta a carboncino su una sporgenza di roccia li
scia che fuoriesce dal soffitto del’’ultima galleria di Chauvet, quella più profonda, opportunamente chiamata Camera Finale. Piegata rigidamente in avanti all’altezza dell’addome, come se fosse in preda a fitte di dolore, la figura combina la testa cornuta, il torace e la gobba tipici di un bisonte, con gambe umane in posizione eretta e leggermente flessa, unitamente a un braccio e una mano indubbiamente umani con dita lunghe e penzolanti. Inoltre, sebbene sia già abbastanza strano, l’uomo bisonte di Chauvet appare ancora più bizzarro quando ci si abitua all’oscurità e ci si rende conto che la figura sembra cavalcare il fianco sinistro e il triangolo pubico prominente di una gigantesca femmina umana. Quest’ultima è dipinta senza testa: ma il braccio destro troncato, sembra essersi trasformato, per compensazione nella testa di un grande felino, forse un leone delle caverne…” (G. Hanckock: 2006, 75).

Di questa figura composita spicca la vulva che, se ricondotta alla possibile interpretazione paleo-astronomica suggerita da Andrew Collins, starebbe proprio a indicare un settore del cielo significativo per la sosta delle anime, interpretazione supportata dalla precisa, ma innaturale, forma delle esili gambe, che in realtà sembrano davvero confondersi con i bracci separati della galassia nel punto che si approssima alla grande fenditura. La commissione con l’utero sarebbe rappresentata dalla testa del giovane bovino, che si sovrappone al corpo, esso rappresenterebbe le tube di Falloppio, secondo una similitudine morfologica proposta già da tempo da Maria Gimbutas nel suo celebre classico Il linguaggio della dea e piuttosto condivisa dal mondo scientifico. 

Ciò del resto appare in perfetta concordanza con la “psicoastronomia” dei nativi nord americani che si è richiamata nelle pagine precedenti, e il punto dove viene condotta l’anima dopo l’uscita dal corpo. Un passo che forse val la pena de leggere ancora:” Le anime dei morti sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea, la dove essa si biforca…”

Parentesi su Harran.

La torre di Harran è posta a circa 40 Km. da Gobekli Tepe. Essa è un luogo di osservazione astrale straordinario che in qualche modo richiama la costruzione cinese denominata Ming Tang (la sala di luce che è allo stesso tempo tempio e osservatorio astronomico). Si tratta di una costruzione posta in essere dai Sabei, un gruppo umano che per lungo tempo fu considerato
appartenere alla comunità dei “popoli del libro”. 

I Sabei oltre a essere grandi astronomi che “veneravano” i sette pianeti e i dodici segni dello Zodiaco, celebravano altresì i loro principali riti religiosi in onore di un’entità, non ben definita, che denominavano Mistero del Nord. Questi era considerato una sorta di causa prima della manifestazione proveniente da Dio stesso. Da questa sorta di nicchia di luce, prima creata, emanavano tutte le “esistenze cosmiche”, che da essa irraggiavano per poi divenire principi divini.

I Sabei assumevano il Nord come se questo fosse l’apice metafisico di una concezione gerarchica dell’universo astrale, verosimile copia dell’invisibile, e tale apice rappresentava la fonte di luce e potere, così come il luogo di ritorno delle anime dopo il passaggio terreno.

Esso è quindi anche la dimora splendente dei morti. Per questo la stella polare era considerata anche la loro kiblah, o direzione della preghiera, verso cui erano in grado di fissare l’attenzione alla Stella del Nord, o Stella polare (A. Collins: 2011,19).

Con ciò si vuole richiamare l’attenzione di chi legge sul carattere polare di alcuni edifici religiosi che si sono citati all’esordio di questo lavoro, per la precisione nella prima parte, per riflettere su una possibile continuità di culto.  

Dai Sabei però veniamo a conoscere un altro particolare assai importante che riguarda lo specifico legame che collega Deneb, quindi la costellazione del cigno, a un uccello (ricordiamo l’uccello sul palo del pozzo di Lascaux). Nel mese di settembre si celebrava appunto un rito in cui un sacerdote, entrando nel tabernacolo, rendeva omaggio a una “certa stella del nord”. Questa stella polare era considerata come il paradiso degli eletti e la dimora dei pii, dopo la morte. Con l’occasione veniva consumato un pasto rituale utilizzando pane e la carne di animali sacrificati (una pecora e una colomba) mentre un’altra colomba veniva liberata. Scrive J, North, a commento delle osservazioni sopra riportate, tratte da un articolo comparso su un quotidiano londinese (lo Standard): “l’associazione tra una stella del nord e un uccello, forse mal interpretata, potrebbe far pensare a un coinvolgimento di Deneb in questo rituale a quel tempo o in periodi più antichi” (J.North: pag. 689,690 nota 3).

Del resto la religione sabea sembrava costantemente volta al cielo e non c’è ragione per non ritenere che essa stessa ereditasse da un passato ancestrale questa lettura astrale della manifestazione divina. Riprendiamo un brano di H. Corbin già citato altrove perché in questa sintesi ci appare magnificamente espressa tutta la relazione dei Sabei con “l’alto dei cieli”, in quanto essi potrebbero essere sono coloro: “…che vedono il cielo non con gli occhi della carne, né con gli occhi del cielo, ma con gli occhi della propria visione interiore”.

Le forme architettoniche che discendono da questa impostazione sono conseguenti a questo assunto.

Tutta la templarità sabea si esprimeva in caratteristiche forme geometriche associando il tempio a un pianeta e, al pianeta, un angelo. In sintesi siamo di fronte ad angelofanie architettoniche espresse in forma geometrica, manifestazioni di potenze viventi su un altro piano di esistenza e rese presenti sul piano “umano”per mezzo di acconci siti e riti.

Di questi templi costruiti a immagine degli astri le testimonianze storiche conservano qualche preziosa traccia. Per enumerare le loro architetture ricordiamo che i Sabei avrebbero avuto templi a pianta circolare dedicati a ognuno dei cinque principi cosmologici supremi: Il Demiurgo, l’anima del mondo, la Materia eterna, lo Spazio e il Tempo.

I templi dei pianeti invece assumevano caratteristiche forme poligonali ed erano così ripartiti: Saturno era realizzato in forma esagonale, Giove triangolare, Marte veniva rappresentato da un rettangolo, il Sole da un quadrato; infine Venere si configurava come un triangolo iscritto in un quadrato e Mercurio un triangolo in un rettangolo, mentre la Luna era rappresentata da un ottagono (cfr. H. Corbin: 1983,17).

I tumuli (Long Barrow) di Wayland’s Smithy I, II e gli altri

Fig.22 – La pianta di Wayland’s Smithy . Si tratta di un tumulo arcaico (c.3800 a.C.) ma non dei più remoti. Esso è di dimensioni piuttosto modeste ( 50 metri di lunghezza), rispetto ad altri esemplari di medesima tipologia ma è ottimamente costruito e ben restaurato. Impressionante è la quantità di moti stellari che le sue strutture riescono a tenere sotto control lo. Il lato destro della pianta è puntato su Deneb, stella piuttosto stabile in relazione al punto di estinzione all’orizzonte dell’epoca. La camera funeraria cruciforme apre invece alle stelle del sud.

Non si può omettere, in questa veloce cavalcata attraverso i secoli, di spendere qualche pertinente parola sul tema delle relazioni stellari della costellazione del Cigno con la ritualità arcaica, soffermandoci, stavolta, sulla cultura dei tumuli. Fonte principale delle informazioni qui riferire sarà il lavoro del ricercatore inglese J. North e contenute nel suo lavoro dal titolo italiano piuttosto fuorviante “I misteri di Stonehenge”, derivato dall’originale, quasi altrettanto fuorviante e cioè “Stonehenge”.

Titoli entrambi ad effetto perché il celebre sito inglese non rappresenta certo l’oggetto focale delle speculazioni di North.

In queste pochi cenni ci si sofferma brevemente in un periodo della preistoria che ebbe nei manufatti megalitici l’espressione saliente, anche se questi non sono appannaggio privilegiato dell’Europa settentrionale.

Le funzioni di queste realizzazioni appaiono a carattere quasi esclusivamente funerario, in quanto, all’interno dei tumuli, sono stati ritrovati spesso i resti (parziali) di diversi individui, ivi intenzionalmente sepolti, come al contempo è evidente la relazione che mostrano queste edificazioni con alcuni degli asterismi su cui ci si è soffermati nelle pagine precedenti.

In effetti, questo è il carattere che più contraddistingue l’accuratissimo lavoro di ricerca di North, che ha individuato il carattere spiccatamente e finemente astronomico con il quale i tumuli furono costruiti che, oltre all’allineamento generale della struttura, erano in grado di far sapientemente penetrare la luce al loro interno in circostanze “calendariali” ben determinate.

Per conseguenza di quanto sopra descritto si può ipotizzare che la funzione funeraria si esplicasse in relazione a quella astronomica, intesa come orientazione e collegamento luminoso tra le “spoglie”, con alcuni (per loro) significativi astri del cielo.

Questo interesse all’apparenza spasmodico per le stelle copre un lungo periodo della preistoria megalitica che scorre dal V° millennio a.C. all’età del ferro (e anche oltre in alcune circostanze) e, in qualche modo, si salda con quanto si è detto in precedenza a proposito del paleolitico e con il mesolitico di Gobekli Tepe. 

Gli astri del cielo per una lunghissima epoca rimangono il tema costante di ogni realizzazione umana relativa al religioso. Pertanto, a proposito della coniugazione di queste cospirazioni umano-siderali, quanto mai pertinenti ci appaiono le parole che Stuart Piggeon formulò a proposito delle possibili funzioni che potessero assumere tali manufatti nell’orizzonte speculativo dell’umanità arcaica. Si tratta di considerazioni cui Michael Hoskin ha conferito una grande rilevanza, evidenziandole nella presentazione del suo libro: Stele e stelle. Le riproduciamo anche nella circostanza: ”Credo che non sia improprio considerare questi monumenti preistorici alla stessa maniera delle chiese della cristianità o delle moschee dell’Islam, con la differenza che sono scomparse completamente dalla nostra conoscenza le religioni che hanno prodotto queste testimonianze architettoniche” (Per inciso il libro citato propone un’ampia sintesi degli oltre 3.000 allineamenti di reperti monumentali neolitici -tombe e templi preistorici- censiti nel Mediterraneo).

Esse, d’altronde, si saldano perfettamente con quanto affermato da W. Maioli sullo stesso tema, dimostrando una continuità d’intenti che verosimilmente si è interrotta solo nel tardo periodo rinascimentale. Affianchiamo quindi le parole che il singolare paleorganolo ha rilasciato in un‘intervista, esse non suonano estranee al lettore che ci ha seguito fino a questo punto, tuttavia è bene ribadirle: “…Per questo motivo la grotta è la fonte dalla quale scaturisce l’universo, la bocca aperta degli dei cantori, la sede dei morti e dei suoni capaci di incantare. I Templi e le chiese, con la loro struttura sonora, ne sono un’imitazione” (dal sito di W. Maioli). 

Non può, infatti, sfuggire che molteplici chiese della cristianità osservano gli stessi criteri d’orientamento dei monumenti preistorici, quasi fossero espressioni di una continuazione nei millenni della medesima “ideologia”. L’esempio di San Tomé, riprodotto sinteticamente nella prima parte, n’è un esempio particolarmente eloquente e conferisce alle parole di Piggeon e Maioli un carattere di eloquente veridicità.

Sempre in via generalizzazione, evitando ogni pur necessario distinguo, si può constatare che questi tumuli di forma allungata hanno preceduto la fase delle realizzazioni circolari (Newgrange, Stonehenge, Brodgar, Avebury etc. comunque-essi stessi – affatto estranei a implicazioni “cignesche”) che sono monumenti noti anche al pubblico meno specializzato e di cui una parte cospicua si trova ospitato in terra albionica.

Da un punto di vista astronomico, diversamente dai monumenti circolari, che paiono più dedicati all’osservazione del sole e della luna, tali grandiosi manufatti sono sorprendentemente puntati sui più remoti astri del cielo (un’ideologia che ha quindi preceduto la fase solare solstizialeequinoziale, similarmente a quanto è accaduto in Egitto dove alla fase stellare è seguita quella solare) concretando la volontà di determinare questo orientamento nord-sud, con deposizioni secondarie, anch’esse significativamente allineate secondo la linea meridiana, mentre la testa appare volta ora all’est, ora all’ovest.

A questo proposito vogliamo incastonare in questa nostro discorso una illuminante osservazione della ricercatrice Chiara Nejrotti. Ella ricordava come nell’orizzonte di quel grande creatore di fiabe, non a caso fieramente anglosassone, quale è stato J.R.R, Tolkien, vi sia descritta una precisa cronologia delle età del mondo in relazione all’importanza degli astri conferita ai medesimi nella cultualità dell’umanità arcaica. Per conseguenza la luce solare e lunare illuminano il mondo successivo alla caduta, il mondo che conosciamo, mentre le stelle richiamano in noi la nostalgia per il paradiso perduto. Si rifletta sul fatto che desiderare deriva etimologicamente da de-sidera, ossia dalle stelle (Chiara Nejrotti: Antares, Prospettive antimoderne, n: 3, pag. 41). 

Il dato è sorprendente perché, tra il mesolitico e il primo neolitico, le comunità non paiono particolarmente interessate al Sole e alla Luna. Gli sforzi di questi gruppi umani si concentrano piuttosto nel costruire e nel manutenere, durante i secoli, se non i millenni, strutture assai impegnative la cui stessa sagoma esterna deriva dal contenere la forma entro i limiti di precisi traguardi stellari. Scrive Jonh North: “E’ stato riscontrato come gli esempi considerati in questo capitolo fossero diretti verso le stelle luminose, e ci sono poche prove che permettono di stabilire che a quel tempo si prestasse altrettanta attenzione al sole e alla luna. Esistono in altri luoghi delle tombe a camera con allineamenti solari, ma queste sono di epoca relativamente più recente: l’esempio più antico precedentemente menzionato, Newgrange in Irlanda, è di un secolo più recente di Beckhampton Road” (J. North: 1997, 176).

C’è da domandarsi: quali siano state le motivazioni speculative che spinsero le popolazioni dell’Inghilterra meridionale ad impegnarsi in maniera così totalizzante in un lavoro sicuramente estenuante che può richiamare lo sforzo compiuto in Europa all’epoca delle cattedrali, uno sforzo prolungatosi addirittura per millenni?

Risponde indirettamente J. North che, dopo aver ricostruito la davvero complessa geometria del tumulo di Wayland’s Smithy II, afferma:” …Se questa ricostruzione è plausibile, allora risulta chiaro che le credenze religiose giocavano un ruolo più importante delle osservazioni astronomiche” (J. North: 1997, 80, didascalia figura 16).

Conclusione basilare!

A dispetto quindi delle etichette pseudo razionaliste apparecchiate da molti specialisti della preistoria per spiegare funzionalmente la finalità di tali realizzazioni, qui si hanno concreti indizi che non ci si trova di fronte a una comunità che indirizza i suoi sforzi cultuali per finalità non utilitaristiche. Si esprime piuttosto la volontà di produrre significativi ancoraggi con il mondo celeste, individuando alcune stelle particolarmente significative, secondo un rapporto che ci è ben testimoniato anche nell’arcaico mondo greco, dove i grandi santuari sono stati progettati per essere orientati sulla levata eliaca di determinate stelle. 

Pertanto Olimpia era associata a Aldebaran, Sparta ai Gemelli. Delo alla Spiga della Vergine e l’elenco potrebbe proseguire. Tutto ciò, quindi, non appare affatto dissimile da ciò che era accaduto già millenni prima (sul tema cfr. J. Richer:1989, 8). Può affermarsi, quindi, conclusivamente che gli scopi di tutto ciò, appaiono quindi appartenere esclusivamente alla dimensione religiosa, qualsiasi contenuto voglia darsi al termine.

Ciò perché, con ogni verosimiglianza, si riteneva che senza un qualche collegamento animicospirituale con il “cielo”, la vita spirituale sulla terra si sarebbe spenta, (il che ci sembra un’idea affatto errata).

Fig. 23 – Le due fessure della tomba di Wayland’s Smithy permettono alla luce delle due stelle più brillanti della costellazione della Croce del Sud di entrare nella tomba che appare così mirabilmente e congiuntamente ancorata con la luce della stella più settentrionale e con quella delle stelle più meridionali.

La luce stellare era mirata da operatori sacrali, che sono da reputare altamente specializzati nell’osservazione dei movimenti celesti, sacerdoti astronomi che si ponevano in fossati scavati accanto ai tumuli per individuare i corretti traguardi di puntamento da cui derivavano i limiti della sagoma delle loro “navi celesti”. i tumuli erano quindi realizzati, per contenere la forma esterna della costruzione entro precisi reticoli luminosi traguardati pazientemente da
terra, Queste linee guida erano individuate attraverso l’osservazione di momenti specifici del moto della stella (alla sua levata o al suo tramonto ad es.) coniugando l’occhio dell’osservatore con essa, costituendo così la dima, entro cui contenere il tumulo.

Correlativamente si stabiliva un’altra relazione, stavolta con l’interno del tumulo. Nella struttura si progettavano gli ingressi della luce di alcuni specifici astri, realizzando accuratissime fessure nella costruzione. Queste aperture, che erano poste in essere con singolare precisione e magistrale perizia da questo quasi ignoto “popolo delle stelle”, completavano una complessa macchina funeraria (o rituaria in senso lato) di cui riusciamo a intravedere solo pochi incerti elementi che comunque ci riempiono di meravigliato stupore.

Gli studi e le misurazioni accuratissime di North e di altri ricercatori succedutesi nel tempo, hanno comunque conferito a queste testimonianze litiche un significato certo (tra i molti altri ancora da decrittare) stabilendo una relazione tra i corpi dei morti e le fessure delle pietre di costruzione che, in un’ottica di lettura religiosa dei manufatti, ha permesso di affermare: “….se le linee di cui abbiamo parlato erano delle visuali e non solo una teorizzazione: i raggi raggiungevano i corpi dei morti, che ormai non avevano più la facoltà della vista. La pietra massiccia serviva a sigillare ciò che era contenuto nella tomba, ma non segnava la fine della sua funzione rituale” (J. North:1997,109).  

Fig.24 – In questa immagine si evidenzia la Croce del Sud invisibile odiernamente alle nostre latitudini. Nella costruzione si rendeva possibile la compresenza delle due croci del cielo

Si deve supporre, infatti, che la “Tomba”, intesa come sepolcro, costituiva solo una parte degli scopi del tumulo. Esso doveva essere considerato un edificio indipendente con una funzione più ampia di quella funeraria (cfr. J. North: 1997,61). Affermazione che viene data quasi per scontata nei tumuli inglesi ma che, se applicata alle piramidi, scuote l’indignazione degli egittologi.

Il trapasso dall’ancoraggio dei tumuli dalle “Imperiture” (e altre stelle comunque significative), ai due luminari del cielo, sembra intervenuto dopo che alcune circumpolari d’osservazione caddero sotto l’orizzonte o, magari, per altre circostanze di cui possiamo fare solo delle supposizioni. In altre parole il mutamento rivoluzionario si verificò quando alcune stelle… “morirono”. Deneb, e la correlativa costellazione, costituivano una singolarità. L’elevato numero di tumuli che alla luce di questa stella facevano riferimento ne è evidente dimostrazione. Come scrive North: “Sarà solo brevemente fatto notare, in relazione all’architettura funeraria, che una linea approssimata nord- sud era associata al corso della stella Deneb…” (J.North: 1997,42). 

Deneb, infatti, doveva costituire un oggetto privilegiato per offrire un aggancio alla sfera celeste alle anime come si è tentato di suggerire nelle precedenti osservazioni. Se questa stella da tempo (10.000 circa) non poteva reclamare il suo ruolo di polo celeste, tuttavia il suo comportamento era tutt’ora in qualche modo “polare” perché fissava stabilente la direzione del Nord, rimanendo costante nei millenni la sua posizione al tramonto.

Per dare solamente un’idea di quanto apparisse immobile la stella nel suo estinguersi all’orizzonte, basti dire che nel 4.200 a.C. la sua declinazione (distanza angolare) dall’equatore celeste era quasi di 37° e mantenne questa posizione pressoché immutata per millenni, variando di pochi decimi di grado in un largo lasso temporale, per infine discostarsene di una quantità apprezzabile solo nel 200 a.C. (a 39°). Ciò accadde quando gli ideatori della cultura dei tumuli non esistevano più. La stabilità di questa stella e della relativa costellazione consente di supporre che i rituali ad essa connessi, fossero praticati per diversi millenni da gruppi umani piuttosto consistenti, anche nella considerazione Wayland’s Smithy si trova in prossimità di centri che furono sede di un’intensa e costante attività umana. Il folclore locale, che ci preserva l’essenza della dottrina, pur a distanza di millenni, è in grado di evocare la persistenza di questi eventi nella memoria delle genti mantenendoli relativamente integri.

Così un’associazione diretta tra i cigni e la trasmigrazione delle anime verso nord può essere rinvenuta dalla tradizione della popolazione delle Isole scozzesi occidentali che considerava i cigni urlatori (ma anche le oche selvatiche), che ogni primavera dall’Irlanda migravano verso nord nelle loro terre d’origine, come trasportatori delle anime dei morti verso il paradiso iperboreo.

Il nord è quindi la direzione del cigno, nella sua funzione di uccello psicopompo, che conduce le anime verso il compimento del loro destino ultraterreno.

Per questo il cigno rappresentava per questi popoli settentrionali l’emblema congiunto del polo celeste (inteso come costellazione che comunque partecipa delle virtù della polarità anche in epoca successiva alla sua dislocazione strettamente polare) e del viaggio celeste dell’anima in un paradiso comunque “reversibile” (quello che abbiamo indicato in precedenza come sid), dal quale provenivano i messaggeri celesti.

In questo contesto si inserisce il tumulo di Wayland’s Smithy di cui si è accennato in precedenza), uno dei monumenti meno appariscenti ma meglio conservati dell’originaria cultura dei tumuli del Wessex, che fa parte di una sorta di gotha di tumuli che furono costruiti e mantenuti per lo scopo che si è precedentemente precisato. Il puntamento su Deneb coinvolge altre strutture come già detto. Scrive North a proposito dei tumuli gemelli di Skendleby 1 e 2:”Questi tumuli gemelli ci comunicano un insegnamento oggettivo sull’importanza della precisione, che può essere illustrata meglio dal fatto che, mentre i tumuli differiscono nella loro direzione di soli pochi gradi e hanno le stesse forme e dimensioni, la stella Deneb era implicata nel progetto dell’uno ma non dell’altro…”(J. North: 1997, 137).

Il tumulo di Wayland’s Smithy, da cui siamo partiti, ci offre un esempio di come furono messe in atto queste concezioni “primitive” (ma perfettamente persistenti anche nelle religioni evolute) circa il dinamico destino del viaggio dell’anima nell’aldilà. Come appena detto esso è concepito con grande precisione facendo in modo che, in maniera del tutto magistrale, esso possa imbrigliare la luce delle stelle di entrambi gli emisferi, il boreale e l’australe. In ordine al funzionamento di questa macchina stellare, si può osservare che per quanto riguarda l’emisfero boreale, essa appare stabilmente ancorata a Deneb, attraverso l’allineamento di tre pilastri della struttura del tumulo, mentre, per quello australe, i pertugi litici permettevano il passaggio della luce delle stelle più luminose della Croce del Sud, vera controparte simbolica dell’allineamento boreale. Queste stelle sono poste all’estremo opposto della galassia, ed erano visibili all’epoca nel sud della Gran Bretagna.

Forse questi asterismi e tutti gli altri che il sito tiene sotto controllo formano un sistema di riferimenti in direzione di due diverse collocazioni delle anime, come singolarmente si verificava anche presso gli Inca.

Infatti, benché essi alle loro latitudini non vedessero affatto le stelle dell’emisfero boreale, nutrivano grande devozione per il nord celeste e nello specifico per la costellazione del Cigno, immaginando che vi fosse l’alternativa per le anime di raggiungere due luoghi attraverso due passaggi diversi (quasi una “ricollocazione” stile porfiriano- delle due porte celesti) di cui una situata una all’estremo nord e l’altra all’estremo sud, in coincidenza delle due fessure cosmiche settentrionali e meridionali.

Scrive North, nella sua sintesi sulla rete di allineamenti stellari individuati dal tumulo di Wayland’s’Smithy di cui abbiamo selezionato solo una parte:

“Se si considera l’importanza di Deneb, possiamo azzardare la supposizione che fosse connessa al fatto che nessun’altra stella più brillante di lei sorgeva e tramontava più vicino al punto più settentrionale dell’orizzonte. Allo stesso modo nessun’altra stella più luminosa di Alpha Crucis (cioè la stella più luminosa della Croce del Sud), sorgeva e tramontava più vicina al punto più meridionale dell’orizzonte fino a quando smise definitivamente di sorgere nel cielo di Wayland’s Smithy”. (J. North:1997 691, nota 6)

Questo elemento, puramente astronomico, riceve un importante contributo chiarificatore se relazionato al patrimonio etnografico locale sviluppato intorno al tema del cigno. Per ragioni di spazio, saltiamo subito alla sintesi di un lungo racconto folklorico proposta da A. Collins e che riguarda le vicende connesse all’edificazione del luogo. Il protagonista di tale racconto è un fabbro mitico (i fabbri sono anche sciamani), singolare ladro rituale di piume di cigno. Ecco quindi in che cosa si ravvisi l’essenza della vicenda:”Quindi la connessione fra Wayland (o Voland il fabbro mitico ndr) e Wayland’s Smithy costruito circa 4000 anni prima dell’arrivo degli anglosassoni, esemplifica la relazione tra le fanciulle-cigno e il volo magico e suggerisce che l’allineamento del sito verso Deneb fosse indicativo di riti sciamanici durante l’era neolitica.” (A. Collins 2011:146-147).

A seguito di ciò è necessario richiamare il tema di questo paradiso e dei suoi messaggeri in una sintesi che unisce, in maniera coerente, Miranda, la protagonista di Picnic ad Hanging Rock, i tumuli inglesi con i loro allineamenti “paradisiaci” e infine il tema celtico del sid, e questo sarà il tema della successiva sezione in cui è diviso questo intervento.

Si tratta di un complesso di idee di fortissima pregnanza che trovano il punto di giunzione tra Paleolitico e Neolitico in alcuni tumuli mesolitici, quali la tomba posta nel cimitero neolitico di Bogebakken a Vedbaeck in Danimarca. Qui i corpi di una giovane donna e di un neonato sono sepolti con un orientamento secondo l’asse nord-sud e sono avvolti da una possente ala di cigno esplicando così il volatile un’evidente funzione di psicopompo.

Uno specialista dell’archeologia danese, Steven Mithen scrive: “Fra le popolazioni Saami dell’Europa settentrionale del XIX secolo, i cigni e gli uccelli selvatici erano i messaggeri degli dei. Essi, dopo tutto, potevano camminare sulla terra, nuotare nell’acqua e volare nel cielo- perfettamente capaci di muoversi tra mondi differenti. Forse le popolazioni del mesolitico riverivano i loro cigni nello stesso modo lasciando che uno di loro accompagnasse quel povero bambino nell’ultramondo dove poteva vivere la vita negatagli sulla Terra” (A. Collins: 2011, 141).

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(Articolo di Antonio Bonifacio tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_29_2013_a5.pdf)

Indirizzo internet: http://www.simmetria.org/
 

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (2° PARTE)

di Antonio Bonifacio

La grotta dello sciamano (Lascaux 16.500 a.C.)

“Non si ripeterà mai abbastanza quanto abbia danneggiato gli uomini del Paleolitico medio nello spirito moderno la leggenda dell’individuo che si ritirava nelle grotte al momento in cui il freddo si faceva pungente”.

(A.Leroi Gourhan: Il Gesto la parola, vol 1°, 122).

La grotta è il principale simbolo sonoro…ed è anche il posto nel quale possono trovarsi i massimi effetti acustici ambientali. Per questo motivo la grotta è la fonte dalla quale scaturisce l’universo, la bocca aperta degli dei cantori, la sede dei morti e dei suoni capaci di incantare. I Templi e le chiese, con la loro struttura sonora, ne sono un’imitazione.

(Walter Maioli, paleorganologo).

In questa seconda parte la nostra esposizione prende i binari di una trattazione vera e propria e principia con una riflessione che scaturisce dalla meditazione su reperti che si collocano al fondo di un abisso temporale, provenendo da un mondo davvero ormai lontanissimo dal nostro.

Di questo mondo radicalmente “religioso” il riconosciuto protagonista è lo sciamano. Questa è una figura particolarmente longeva nel contesto del panorama storico religioso universale e oggi ne scorgiamo pienamente i tratti anche in epoche davvero immerse nelle nebbie del tempo, dove, fino a pochi decenni fa, non ci saremmo certo attesi di trovarlo.

Infatti, se già la tradizione etnologica ed etnografica ce ne offriva testimonianza in ere comunque lontane, un ulteriore salto nel passato è stato oggi compiuto collocando la sua figura direttamente nel paleolitico superiore, come dimostrano gli studi e le scoperte più recenti che continuano a retrodatare la sua presenza nel mondo. (cfr. sul tema complessivo dell’arcaicità dello shamano il fondamentale volume di Jean Clottes e David LewisWilliams, Les chamans dans la préistoire).

Com’è noto il tratto distintivo del suo operare si concreta nell’estasi, in cui l’anima (comunque la si voglia intendere) distaccata dal corpo, si reca in prossimità dell’albero del mondo e li sale e/o discende nelle regioni celesti o in quelle infere, a seconda dei compiti (sempre pericolosi) che questo viaggiatore animico si è assunto presso la comunità in cui agisce. 

Questo albero traduce simbolicamente la Via Lattea, ovvero la Galassia. Percorrendo, estaticamente, le “stazioni” dell’uno (l’albero), per analogia simbolica è come se si percorresse l’Altro (la via della Galassia fino al polo celeste).

Di uno dei suoi compiti prioritari ci offre testimonianza esemplificativa Eliade che ne scrive: “I Goldi, i Dolgan e i Tungusi affermano che, prima della nascita, le anime dei bambini sostano come piccoli uccellini sui rami dell’Albero Cosmico e gli sciamani salgono a prenderle. Questo aneddoto mitologico non è riportato soltanto in Asia centrale settentrionale: è narrato, ad esempio, in Africa e Indonesia” (M. Eliade: 1974, 509-510).

E’ proprio dalla consultazione di alcune precocissime immagini rupestri, che possiamo intravedere sorprendenti scorci di un complesso mondo spirituale, sovrapponibile a quello appena prospettato da M. Eliade. Qui questo intermediario spirituale appare già pienamente operante e capace di agire secondo una sua lucida logica che era organizzata secondo la trasparente visione del mondo invisibile da questi percepita. 

Ciò ci conferma che il percorso di questo operatore sacrale appare pressoché immutato rispetto a ciò che già di lui si conosceva. Il suo agire sarebbe comunque stato finalizzato al compimento di un viaggio celeste la cui meta si concretava nel raggiungimento di un peculiare punto del cielo contrassegnato da un raggruppamento di stelle che rappresentano la catasterizzione pressoché ubiquitaria di un volatile.

Come evidenzia un ricercatore John North (J. North: 1997, 689-690, nota 3) nella circostanza saremmo di fronte a un arcaico processo di identificazione, tra specie animali e alcuni raggruppamenti stellari (già costellazioni?) di significativa collocazione spaziale, avvenuto ben prima di quanto finora si sospettasse.

Fig.1 – La grotta di Lascaux, oggetto della nostra breve disamina, è, come quasi la totalità degli ingressi delle grotte del paleolitico(122 su 130), orientata verso il sole. A Lascaux il sole penetra nell’antro solo al tramonto del solstizio estivo.
Fig.2 – La sala dei Tori della grotta si presenta come un meraviglioso planetario in cui le sagome degli animali troverebbero un’identificazione con le costellazioni la cui iconografia si è consolidata successivamente. Questo almeno secondo quanto prospettato dagli studi dei ricerca tori Chantal Jegues Wolkiewiez e Luis Antequera Congregato. I risultati delle loro ricerche e alcune delle loro irrefutabili osservazioni, sono, almeno in parte, riconosciuti dalla comunità scientifica.

Si tratta di arcaiche ideazioni simboliche, i cui meccanismi d’ordine spirituale continuarono a operare successivamente, sia nelle culture mediorientali, che in quelle europee, giungendo pressoché alle soglie della contemporaneità. Lo affermiamo a ragione veduta in quanto nel pieno dell’età scientifica si continuarono comunque a riprodurre sugli atlanti stellari gli esseri della mitologia, insieme a simboli nuovi e, a volte, assai bizzarri (es. Uranografia di Bode, del 1802).

Solo di recente il cielo è stato per sempre svuotato dei suoi soggetti e oggetti di meditazione e di essi, nelle 88 costellazioni più o meno arcaiche presenti negli atlanti, rimase solo il nome.

Uno di questi ci interessa con particolare fervore ed la ragione della stesura di queste osservazioni. Si tratta di un peculiare asterismo ben visibile alle nostre latitudini volgendo lo sguardo verso lo zenit del cielo nelle serate estive. Qui, insieme ad altre significative stelle, brilla il Cigno, una caratteristica costellazione a forma di croce. Questo gruppo di astri era indicato nell’Ellade arcaica con il nome di Ornis, “uccello”, ciò fino a quanto Eratostene qualificò più precisamente questo asterismo attribuendogli il nome specifico di Cigno.

Una costellazione che contiene bellissimi astri e che ha la sua stella di più forte magnitudine in Deneb (22° stella più luminosa del cielo). Essa, come si vedrà, è stata oggetto di una prolungata attenzione mitologica e sarà in qualche modo protagonista delle successive riflessioni.

Il Cigno, com’è noto dalla densità delle sue presenze mitologiche, è un volatile di ragguardevole complessità simbolica, diffusamente presente nella simbologia delle religioni arcaiche, ma anche in quelle storiche. E’ noto il suo carattere di volatile migratore che percorre annualmente le rotte congiungenti il nord e il sud del mondo. A questi uccelli si associavano altre varie specie e più specificamente oche e anatre selvatiche che, proprio per il loro identico comportamento migratorio, ricevettero anch’esse in tempi arcaici identica attenzione mitologica. Questi stormi, una volta composti da un numero sterminato di esemplari, formavano vere e proprie scie bianche nel cielo a volte di tale uniforme spessore da velarlo quasi completamente.

All’uomo di allora, questo meraviglioso e ininterrotto corteo celeste che percorreva i cieli come un candido fiume, congiungendo, con precisa periodicità, l’ineffabile Nord iperboreo con il Sud, accompagnato da una coltre fittissima di piume, abbondante come neve, apparve evidentemente come l’omologia più pregnante del fiume uranico che fungeva da mediatore di mondi.

Si parla, nella circostanza, dell’arco luminoso della Galassia che abbracciava i due emisferi congiungendo, senza soluzione di continuità, la grande Croce del Sud, con quella del Nord e che, intersecando l’eclittica in precisi momenti solari dell’anno, realizzava quel peculiare implesso armillare, che gli studi del
duo de Santillana-von Dechend, hanno mostrato come un mitologema costante, incastonato nelle mitologie conosciute e fonte di una retrostante rituaria salvifica di stupefacente complessità.

Le vie dei cieli erano tutt’altro che perennemente disponibili e perché le si potesse percorrere era necessario che varie “porte” fossero aperte. Lo sciamano, per conseguenza delle sue capacità di conduzione dell’anima, era in grado di porsi in interiore omologia con le geometrie spaziali suggerite dall’osservazione del cielo, sperimentando l’esistenza “di quel cielo interiore che ci portiamo dentro”, che è la fonte di ogni omologia.

Fig.3 – La mappa precessionale del cielo boreale e australe ripartita per semiperiodi del “grande anno”. Deneb fu la polare all’incirca 17.500 anni fa come può vedersi scorrendo idealmente l’orologio delle ere.

Possiamo immaginare che egli, come già detto, si appoggiasse visionariamente a un albero specifico, considerato l’albero del mondo, trasposizione dell’albero della galassia, e ne percorresse il tronco contrassegnato da 7 o 9 tacche, come se queste rappresentassero le porte dei cieli di un mondo spirituale essenzialmente geocentrico.

Ma 17.000 anni fa accadeva qualcosa di estremamente significativo, di cui tra poco si dirà. All’epoca, infatti, come già detto, un astro contrassegnava, con un certo margine di approssimazione il punto polare del cielo, il perno della macina del mondo. Si tratta appunto della già citata Deneb (coda di gallina secondo la lingua araba) che rappresenta l’occhio del Cigno in alcune mappe, e la coda del Cigno in altre. Essa, con lo scorrere delle ere, pur rimanendo circumpolare alle alte latitudini, perse il suo ruolo e altre stelle (a volte) la sostituirono, ma per ciò che c’interessa evidenziare essa all’epoca rappresentava la meta ultima di ogni viaggio celeste: da qui la sua assoluta importanza nei secoli.

Per effetto del lento vorticare della ruota celeste su sé stessa, l’asse terrestre, proiettato idealmente in cielo, forma, in un arco di tempo ben conosciuto già dall’antichità, un caratteristico cono spazio-temporale, rappresentante quel fenomeno astronomico denominato precessione degli equinozi. Precessione perché il movimento apparente delle stelle e quindi delle costellazioni è contro-solare.

In periodi di tempo assai vasti, questa ideale matita cosmica, che traccia un’ideale circonferenza ondulata nei cieli (per effetto del moto di nutazione) incontra una stella visibile dalla terra. Questa diverrà la polare di un’epoca, il segno identificativo del polo celeste. Odiernamente il polo poco si discosta dall’ultimo astro della coda dell’Orsa minore, che è la più luminosa dell’asterismo.

Questo astro, rimarcherà la posizione polare ancora per centinaia di anni e, naturalmente, dopo il periodo di ulteriore ravvicinamento odierno, se ne discosterà poi progressivamente nei millenni a venire.

Deneb e il Cigno non smisero però, alle alte latitudini, di partecipare alla qualità spirituale delle Imperiture, continuando comunque a esercitare in ogni caso la loro attrazione nella mentalità dei popoli. La costellazione era, infatti, collocata in un punto altrettanto significativo dell’immaginario simbolico, visto che era posta nella prossimità del suo grembo oscuro, il punto denominato dall’astronomia moderna Grande Fenditura del Cigno, la dove, come due fiumi celesti si dipartono due divaricazioni luminose, che si ricongiungono in prossimità della costellazione dello Scorpione.

Nelle religioni storiche traspare in diverse occasioni la circostanza che il raggiungere la stella polare rappresenti il compiuto decondizionamento per sfuggire agli effetti della “ruota degli inganni”, come nel paragrafo precedente si è tentato di evidenziare.

Vogliamo riprendere una riflessione di Snodgrass, relativa a questo ordine di considerazioni (sia pure riferite al sole stazionario come “uscita dal tempo”), che così si esprime sul tema: “II sole stazionario e istantaneo sta allo zenit della volta celeste, alla sommità dell’asse del mondo. Risalendo l’asse e passando attraverso il Sole all’apice si raggiunge la liberazione dal mondo sensibile e si accede al mondo intellegibile” (A. Snodgrass: 2008,96).

Ci si domanda: quanto ragionevolmente possiamo risalire indietro, per comprendere di quanto possono essere arcaici i tratti di questa psicocosmogeografia spirituale?

Evidentemente senza documenti e in assenza della macchina del tempo non sapremo mai quando l’uomo abbia manifestato questa strutturata nostalgia per il Nord, baricentro stazionario del cosmo, e, a specchio, anche dell’uomo, che, raggiunto il proprio nord interiore, non è più soggetto al mutamento.

Si tratta di un “luogo dell’essere” contrapposto al divenire ciclico, testimoniato dal solenne vorticare dei cieli, pur esso partecipe in forma indiretta dell’eternità decondizionata cui allude il Buddha.

Questo non impedisce però di indagare indietro nelle ere, tentando di scrutare i pensieri di un’umanità che ci ha preceduto millenni orsono, che riteniamo convintamente fosse più prossima all’esperienzialità del mondo spirituale di quella degli uomini dei millenni e dei secoli a loro successivi. Del resto non fu Le Corbusier ad affermare che non esiste l’uomo primitivo ma esistono dei mezzi primitivi?

Questa collocazione è di grande importanza e ora, grazie agli studi paleo- astronomici di Michael Rappenglueck e altri, siamo in grado di avvicinarci ad alcune manifestazioni di pensiero dell’uomo arcaico, con mentalità più aperta e affatto condizionata dall’ideologia progressista contemporanea che ha bisogna di vedere, nelle ere trascorse, la figura semiferina del “primitivo” per giustificare la barbarie spirituale del presente.

Lo scopo del nostro cenno riguarda il commento di una delle immagini più note della preistoria, ovvero lo sciamano rappresentato in quella peculiare zona di Lascaux, significativamente denominata abside.

Questo è l’evento straordinario accaduto 17.000 anni fa, cui si alludeva, straordinario per il valore di testimonianza che assume ai nostri occhi, sempre bramosi (in quanto moderni) di documentazione oggettiva da sceverare.

Che l’intera scena, pur carica di ambiguità, concerna un aspetto della pratica sciamanica è asseverato da diverso tempo. A tale proposito possiamo tranquillamente riferirci a Mircea Eliade, notissimo studioso delle religioni arcaiche, che ha proposto sul tema una sua brillante interpretazione e una convincente bibliografia aderendo, di massima, all’interpretazione sciamanica fornita da Horst Kirchner (M. Eliade, 1979, vol. 1° pag. 29-30)

Chi dice sciamano dice, evidentemente, estasi e chi dice estasi sa che, per questo operatore sacrale, l’estasi si concreta, non solo nella mera usci
ta da sé, ma nella possibilità della sua “anima” di procedere lungo un itinerario preciso, ossia di guadagnare le concentriche sfere celesti, superando di volta in volta i limiti di ogni cielo, spesso facendosi largo tra terribili ostacolatori, per raggiungere infine il polo. In altre parole, come qualcuno disse seccamente: le porte del cielo vanno violate.

Si tratta di un universo assolutamente geocentrico la cui esistenza non è frutto dell’ignoranza eliocentrica. Questa conformazione “tolemaica” è propria dell’astronomia arcaica in cui, come scrive H. Corbin: “non sono le sfere immaginate nei cieli astronomici l’essenziale per spiegarne i movimenti, ma il movimento interno del pensiero, anteriore alla genesi dei mondi, cioè il movimento dei Cieli invisibili conosciuti da un’astronomia spirituale in grado di sopravvivere alle vicissitudini di un’astronomia fisica nella quale si era espressa. Ancora il ricercatore scrive: “E’ capitato che degli storici ridicolizzassero tale universo gerarchizzato in Sfere concentriche, senza percepire l’Imago mundi trascendente di cui questo sistema del mondo è la proiezione”. (cfr. H. Corbin: 2011, 66-67).

Fig.4 – La celebre ed enigmatica immagine del pozzo (abside) di Lascux cui solo in tempi relativamente recenti è stato attribuito un carattere sciamanico. La sua interpretazione da parte degli studiosi ha fatto davvero scorrere i proverbiali fiumi d’inchiostro.
Fig.5 – Lo studioso tedesco Michael Rappenglueck non solo ha assorbito l’insegnamento di Eliade circa l’estasi come viaggio celeste, ma anche proposto una topografia spaziale per indicare il luogo di destinazione di questo longevo operatore sacrale, da ricercare nel “cielo che ci portiamo dentro” osservando il cielo di fuori. Qui, nel “fondo” dell’immagine, sarebbe presente una sotto-immagine, un metatesto simbolico ossia la topografia di una cosmologia sciamanica. I tre occhi (dell’uomo, dell’uccello e del bisonte ferito) congiunti idealmente insieme compongono il “triangolo estivo” che ha in Deneb la polare.

Se in Eliade riconosciamo uno dei più accreditati sostenitori dell’ipotesi sciamanica, altri autori, nel tempo, sono entrati ancora più in dettaglio nell’interpretazione di questa scena, ipotizzandone una soggiacente struttura “psicoastronomica”. Del resto le figure presenti in Lascaux sono, per molti ricercatori, espressione di simbolizzazioni astronomiche, rese in forma animalesca. Lascaux in altri termini sarebbe un gigantesco planetario preistorico.

Pertanto, quando la coppia de Santillana Von Dechend, al termine dei loro studi, raggiunse l’eclatante conclusione che nelle mitologie arcaiche gli animali sono stelle, tale risultato se assunto come assioma e quindi aderendo alla loro convincente dimostrazione, a maggior ragione si dovrebbe estendere anche all’arte rupestre, espressione veritiera di arcaiche catasterizzazioni.

Gli animali quali stelle e costellazioni dell’arte rupestre rappresentano, seguendo in ciò la logica della ‘evoluzione regressiva’ proposta dalla coppia di ricercatori, l’origine stessa delle mitologie conosciute che ne ereditano pienamente la pregnanza simbolica fino ai tempi storici.

Fig.6 – Una ulteriore esplicitazione del carattere sciamanico proprio dell’astronomia spirituale, quella degli uomini “che vedono il cielo non con gli occhi della carne, né con gli occhi del cielo, ma con gli occhi della propria visione interiore”

Nello specifico, il già citato Michael Rappenglueck, ha, in qualche modo, dato ancor più concretezza alle parole di Eliade e con felice intuizione ha sovrapposto i componenti della scena rappresentata nel pozzo con il cielo dell’epoca sottolineandone le significative coincidenze astronomiche. Vi sono, infatti, caratteristiche specifiche da osservare:

– Gli occhi dei tre soggetti (uccello, uomo, toro, compongono un caratteristico triangolo che vorrebbe rappresentare il triangolo estivo, dove l’occhio dell’uomo coincide con Deneb.

– Lo sciamano in trance è posto in un’angolazione apparentemente innaturale rispetto all’ipotetico orizzonte. La sua inclinazione richiama fortemente, in ambito storico religioso, quella assunta dal corpo di Osiride giacente sulla pendenza di un’elevazione. L’angolo dello sciamano-uccello di Lascaux, rappresenta, secondo gli studi dell’antropologa Felicitas Goodman, l’angolo tipico utilizzato da certe iniziazioni scia
maniche da lei studiate in varie regioni del mondo finalizzate al conseguimento di determinati stati coscienza, di cui questa specialista ha parlato in pubblicazioni dedicate.

– Anche il carattere itifallico accomuna le due immagini con una differenza però sostanziale. Il fallo di Osiride è posto sull’ombelico e quindi nel punto aureo della figura umana e suo “centro”, in una sorta di autorigenerazione (“il nascere di nuovo” giovanneo?), invece il fallo della figura di Lascaux sta dove esso deve stare.

– Un altro elemento che può portare un contributo utile alle considerazioni che si stanno esponendo in questa relazione è la deformazione antropologica che la figura subisce. L’uomo di Lascaux, infatti, è dotato di una testa che sta assumendo una forma d’uccello. Si tratta di una maschera? Oppure stiamo osservando il fotogramma di una pellicola ovvero il “momento” che concreta una transazione teriomorfica (o teriantropia, che significa animale selvaggiouomo, unione del termine greco therion con antrophos), così come è presente in molteplici immagini dell’arte rupestre?

In effetti, osservando le mani deformate ci si accorge che questa ipotesi sembra assumere un maggior valore rispetto alle precedenti interpretazioni. Non saremmo quindi di fronte a un individuo mascherato da uccello, quanto piuttosto dalla trasformazione di un uomo in un uccello, modificazione concepibile in un universo percepito e sperimentato come un’unità vibratile (cfr. M. Schneider:1970, 173).

Fig.7 – In questa immagine si noti il perfetto allineamento a nord ottenuto dai preistorici realizzatori in un pozzo difficilmente accessibile.

Non dimentichiamo il grande potere che offre il suono in merito a questi eventi, riferendoci alla possibilità di “essenziare” la forma fisica di un essere nel suono che la rappresenta, richiamando qui una celebre osservazione dell’etnomusicologo M.Schneider. Egli raccontava un significativo evento accadutogli durante le sue ricerche in piena foresta equatoriale. Qui si avvide che il canto dei suoi accompagnatori era capace di concretare, per mezzo di un modello ritmico straordinariamente lucido, le varie fasi del volo della cicogna, che il ricercatore poteva “vedere”, chiusi gli occhi, in tutti i suoi caratteristici movimenti di volo.

L’etnomusicologo precisa che non si trattava di una precisa imitazione onomatopeica, ma di altro. Il canto dei suoi accompagnatori era piuttosto il suono creatore di una forma dinamica in pieno movimento, ossia:“…la cicogna stessa in volo” (M. Schneider: 1970,159).

L’etnomusicologo precisa che non si trattava di una precisa imitazione onomatopeica, ma di altro. Il canto dei suoi accompagnatori era piuttosto il suono creatore di una forma dinamica in pieno movimento, ossia:“…la cicogna stessa in volo” (M. Schneider: 1970,159).

Esperienze dell’umanità arcaica, ormai forse per sempre perdute nel mondo moderno, come del resto sono del tutto inaccessibili nello studio del mondo preistorico. La loro sopravvivenza in piccoli gruppi umani residuali è solo un indizio della loro possibile esistenza nel remoto passato. 

Non tutto però è congetturale. Il ricorso al suono come elemento portante della scena di Lascaux e quindi della struttura stessa dell’ideologia sciamanica, non è peregrino. Il già citato Horst Kirchner ha interpretato un diffuso e controverso oggetto preistorico, battezzato con il nome “bastone di comando”, come se questi esemplari fossero le bacchette del tamburo sciamanico, la cui esistenza archeologica nella preistoria è comunque ben documentata. Queste bacchette sono da taluno ascritte al rango di strumenti di collimazione astronomica e ciò non sarebbe poi in contraddizione con l’ipotesi sciamanica, ma anzi la suffragherebbe ulteriormente.

I tamburi costituiscono strumenti privilegiati per l’estasi sciamanica in quanto sulla pelle distesa oggetto di percussione, sono rappresentate delle vere e proprie cartografie delle tappe spirituali da compiersi in estasi (M. Eliade: 1974, 391).

Non possiamo omettere di ricordare che le grotte preistoriche erano, in qualche modo, davvero le cattedrali dell’uomo delle origini. Le stalattiti e le stalagmiti costituivano dei veri e
propri litofoni primordiali, che recano ancora impresi i segni delle mani degli esecutori di “spartiti” che rimarranno per sempre sconosciuti e che sono tuttora disponibili a consegnarci i loro suoni primordiali (si “veda” il lavoro svolto dal paleo-organologo Walter Maioli in alcune grotte liguri, Toirano per la precisione).

Non si dimentichi che l’impiego di altri strumenti a osso è riconosciuto persino nell’orizzonte neandertaliano, con il ritrovamento del flauto di Divje Babe detto anche “flautino di Lubiana”, che risale al 45.000 a.C., il quale, insieme ad altri reperti, riporta l’esecuzione di “musica” indietro nel tempo a decine di migliaia di anni. La possibile relazione tra “suono” e “trasformazione” poggia quindi su solide basi.

Scrive A. Collins a proposito della scena di Lascaux: “L’uomo uccello può essere visto come uno sciamano che viaggia in stato di estasi attraverso le varie dimensioni del Cosmo lungo l’asse del mondo e la Via Lattea e raggiunge il reame dell’altro mondo, l’area delle stelle circumpolari e dell’asse del cielo nel Cigno che era situato all’interno della via Lattea nel 14.500 a. c. “. (A. Collins: 2011, 45 )

A tale proposito abbiamo un documento significativo che ci proviene da una fonte etnografica e che troviamo legittimo assorbire nelle presenti considerazioni. Si tratta di un racconto sciamanico tunguso che stabilisce uno strabiliante ponte temporale tra ere lontane, dal momento che si salda con il mito dell’Apollo iperboreo, sovrapponendosi ad esso pressoché perfettamente. 

Al contempo, si può identicamente sovrapporre alla smilza figura rappresentata nell’angusto pozzo della grotta di Lascaux.

Così si legge in questo testo che richiama esplicitamente il carattere di terra senza male degli Iperborei: ”In autunno i cigni migrarono, lo sciamano volò con i cigni oltre il mare (…) Da oltre il mare cominciò poi a dirigersi verso la propria terra dicendo (…) io farò ritorno curerò gli uomini, guarirò i morti”. (cfr. Marco Duichin in Abstracta n. 34).

Viene da commentare: quasi un impegno messianico!

-Infine, tra i molti elementi presenti nel dipinto osserviamo il pennuto posato al vertice di un piccolo palo, verosimile ideazione dell’axis mundi al cui vertice è collocato questo uccello celeste che nel suo viaggio congiunge il cielo con la terra e che rappresenta verosimilmente il compagno del viaggio celeste dello sciamano.

Fig.8 – L’associazione dell’anima con l’uccello posato sull’albero cosmico è ubiquitariamente diffusa presso i popoli antichi dimostrando la persistenza di un tema che affonda in una preistoria davvero irraggiungibile. Qui abbiamo l’esempio egizio, ricordando che nel Libro dei Morti si descrive il defunto come un falco che spicca il volo.
Fig.9 – Il tema è d’altronde parimenti presente in ambito mesopotamico dove lo si rinviene su questo kudurru (pietra confinaria) assiro.
Fig.10 – Un altro documento proposto da A. Collins. Si tratta di due manufatti Yezidi denominati sanjak.
Fig.11 – L’uccello sul palo del pozzo di Lascaux costituirebbe una delle prove più evidenti di una forma di sciamanesimo arcaico, in quanto reca evidenti similitudini simboliche con l’agire rituale dei mediatori sacrali di area siberiana.

Di questo pattern si hanno diverse testimonianze nei secoli fino a giungere alle soglie della contemporaneità. A tale proposito, accostiamo a quanto appena esposto una testimonianza offertaci da un gruppo umano della Manciuria, una tribù dell’etnia tungusa, che ha il suo centro cultuale nella foresta.

Qui gli sciamani hanno organizzato lo spazio del nemeton, secondo le loro esigenze rituali di carattere estatico per cui alcuni pali di betulla, evidentemente assimilati all’asse comico o altrimenti alla “galassia albero” recano alla cima le sagome stilizzate del cigno. Ciò rappresenta un’ulteriore forte similitudine con l’uccello sul palo di Lascaux ad essa posteriore di ben 17 millenni! La presenza di altari in questo spazio rappresenta l’ulteriore conferma della sottrazione ierofanica dei luoghi alla profanità. 

L’illustrazione di questi prodigiosi manufatti simbolici crediamo che valga più di qualsiasi descrizione.

 

La luce del nord (intermezzo)

Il nord come “terra di luce” merita una breve incursione comparativa a causa del carattere ubiquitario che assume la nostalgia della luce iperborea presso le più diverse tradizioni.

Questa rimembranza, appunto, rappresenta il forte tema unificante di svariate esperienze religiose, cronologicamente succedutesi nelle ere sullo stesso territorio. Esse in realtà sono cronosituate in una sorta di contemporaneità, proprio per effetto del tema unificante offerto dalla meditazione sulla luce del nord, che le coniuga tutte, al di là del tempo computato dagli orologi e delle osservazioni degli storici. Nella circostanza si vuole ricordare l’operazione di restaurazione e presentificazione delle antiche dottrine iraniche, compiuta da un grande filosofo iranicoislamico, il visionario Sorhavardi, che fu, in qualche modo, il ripristinatore della filosofia della luce nell’Iran islamico e che ha trovato il suo mentore moderno, quasi fosse un avatar del medesimo, in H. Corbin.

Scrive Corbin, descrivendo il paradiso posto nella terra celeste:” ..Vi sono delle luci increate: è un mondo che secerne la propria luce come quei mosaici bizantini il cui oro illumina lo spazio che essi racchiudono perché cubi di vetro sono armati da una lamina d’oro; ed è un paese senz’ombra, popolato da esseri di luce che hanno raggiunto altitudini spirituali inaccessibili ai terrestri: Sono esseri dell’aldilà; Là dove cessa l’ombra che tiene prigioniera la luce ha inizio l’aldilà, ed è questo il mistero cifrato dei simboli del Nord. Allo stesso modo gli iperborei simboleggiano l’uomo la cui anima ha raggiunto una completezza e un’armonia tali da essere priva di negatività e di ombra, anima che non è né dell’oriente né dell’occidente”. (Corbin: 1971, 48)

Questo stato di assoluta purezza lo si ritrova nella mitologia indiana nella descrizione che riguarda il popolo mitico degli Uttara Kuru. Costoro vivrebbero in un luogo dove brilla costantemente un diverso sole “il sole di mezzanotte”. Questa umanità si compone di coppie di gemelli che tipizzano, in questa loro condizione di “binomialità”, uno stato ontologico di completezza originaria (una sorta di uomini-palla platonici). La configurazione topografica del loro paese è ulteriore dimostrazione. Si tratta di un paradiso situato all’estremo Nord, la cui forma è un quadrato perfetto come il Var di Yama, come le città smeraldine di Jabalqa e Jabarsa, come la Gerusalemme celeste. 

Fig.12 – L’aurora boreale è il fenomeno fisico che simboleggia l’uscita dal pozzo e la risalita al proprio zenith interiore. E’ infine una luce che è fuori di ogni relativismo è il giorno che splende in piena notte e converte quella notte in giorno

In un contesto proprio del mondo iranico, ovvero della filosofia dell’antica Persia sulla cui profondità speculativa si innesta il ramo profondo dell’Islam si concepisce perché l’arcangelo ordini al profeta visionario di spogliarsi della propria veste, ovvero del corpo materiale e degli organi della percezione sensibile, se vuole raggiungere Il polo celeste.

Gli avvenimenti di Eran Vej (“località” del mondo sottile) hanno come sede e organo il corpo sottile di luce. (H. Corbin: 1971, 49). Anche nel buddismo si trova espresso il tema della luce del nord, narrato come una vicenda mitica che riguarda Siddharta.

Qui si narra che alla nascita il Buddha fece sette passi verso nord (uttara, la regione superiore). Al settimo passo si fermò e con una voce simile al ruggito del leone gridò: “Sono al vertice del mondo, sono il migliore del mondo, sono il primo nato del mondo, questa è la mia ultima nascita, per me non ci sarà più nessuna altra esistenza”. Infatti, con quest’ultimo passo Buddha aveva raggiunto la Stella polare a Nord, l’apice della volta celeste, il centro della rotazione della sfera celeste e Porta di uscita del cosmo. Con i suoi sette passi il Buddha si pone al vertice dell’universo, dopo aver percorso le sette direzioni dello spazio, qui immaginate soprapposte come i pioli di una scala sciamanica, coincidenti con le direzioni planetarie.

La settima direzione o settimo raggio è intesa parimenti come il passaggio attraverso la porta del Sole simplegade di cui si è accennato nelle considerazioni precedenti.

Raggiungendo la Stella Polare Egli ha trasceso le condizioni spaziali e temporali ed è tornato al centro originario dell’universo, secondo un programma rituale di revulsione dallo spazio-tempo, su cui Eliade ha portato più volte all’attenzione il lettore nelle sue pubblicazioni. Si tratta di un apparato rituale destinato a sconfiggere il tempo o quanto meno l’illusione del tempo.

Il Buddha è allo zenit dell’universo e anche nel “luogo più antico”, il punto che è all’origine del tempo e perciò può dichiarare di essere “il primo nato, il più antico del mondo”.

Raggiungendo la stella polare è contemporaneo all’inizio del mondo. “Ha abolito il tempo e la creazione, e si trova, ora nell’istante atemporale che precede la cosmogonia” (A. Snodgrass: 2009, 105).

Per concludere aggiungiamo due parole su come intendiamo sviluppare nel prosieguo il nostro discorso. Nelle successive pagine seguiremo la vicenda spirituale degli asterismi che hanno contrassegnato il “polo” cogliendo, nel corso delle ere e delle civiltà, alcuni significativi esempi della presenza del tema presso vari popoli.

Queste testimonianze saranno peculiarmente correlate alla relazione tra destino dell’anima post-mortem e il suo possibile percorso celeste. Un tragitto che l’elemento animico deve seguire per raggiungere il Nord, ritenuto il luogo paradisiaco cui, nostalgicamente, si aspira a fare ritorno. Tutto questo avverrà in una rapida, suggestiva carrellata che, senza rinunciare all’approccio simbolico, unito a un indispensabile contributo scientifico, ci condurrà, in uno snello percorso, dalle ulteriori testimonianze del mondo antico fino nel cuore della Roma augustea.

***

(Articolo di Antonio Bonifacio, tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_28_2013_a5.pdf)

Indirizzo Internet: http://www.simmetria.org/

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (1° PARTE)

di Antonio Bonifacio

Fig.1 – Immagine di una superficie lacustre habitat preferito del cigno canoro. Gli specchi d’acque e comunque le superfici lucidae sono reputati luoghi di scambio delle “forme” tra questo e l’altro mondo. Tale immagine sembra sovrapporsi alle parole di un passo del poemetto Lo scudo di Eracle là dove si narra di un luogo sperduto posto in prossimità dell’Oceano “dove i cigni dall’alto volo mandavano forti canti nuotando in gran numero sul pelo dell’acqua”

“Si vede che io, in fatto di divinazione, vi sembro molto meno dei cigni, i quali, quando sentono che devono morire, pur cantando anche prima, in quel momento tuttavia cantano i loro canti più lunghi e più belli, pieni di gioia, perché stanno per andarsene presso quel dio del quale sono ministri (Apollon). Invece gli uomini, per la paura che hanno della morte, dicono menzogne perfino sui cigni, e sostengono che essi, cantando il loro canto di morte, cantano per dolore. E non riflettono sul fatto che nessun altro uccello canta quando abbia fame e freddo e lo affligga qualche altro dolore, nemmeno lo stesso usignolo né la rondine né l’upupa, i quali si dice che cantino per sfogare il loro dolore. Ma a me pare che né questi uccelli, né i cigni cantino per sfogare il loro dolore. Anzi, credo che i cigni, poiché sono sacri ad Apollo, sono indovini; e avendo la visione dei beni dell’Ade, nel giorno della loro morte cantano e si rallegrano più che nel tempo passato. Ora, anch’io mi ritengo compagno dei cigni nel loro servizio, e sacro al medesimo dio, e ritengo di aver avuto dal dio il dono della divinazione non meno di essi, e quindi non dover andarmene da questa vita più tristemente di loro”.

(Platone: Il canto dei cigni (Fedone 84 e, 85 b) 

Introduzione (L’Apollo greco e le sue origini)

Il racconto dell’Apollo iperboreo che, aggiogato alle briglie del suo carro celeste uno stormo di cigni, percorre i cieli è assai arcaico. Questi volando come frecce, lo conducono periodicamente dal Nord al territorio ellenico fino all’isola galleggiante di Delo e viceversa. Tale descrizione, ben rappresentata in diversi esemplari di antica ceramica attica, conferisce al dio solare i tratti di un comportamento francamente sciamanico, come ben sintetizzò Marco Duichin, sulla scorta di studi precedenti, in un indimenticato e indimenticabile articolo comparso sulla rivista Abstracta (Apollo il dio sciamano venuto dal Nord, in n.39), al quale siamo riconoscenti per i numerosi suggerimenti in esso contenuti, che ci hanno consentito la stesura di questa relazione. Il tema iperboreo non si concentra solo su questo esemplare unico. Altri esempi di relazione con i cigni possono cogliersi anche in manufatti ceramici più arcaici risalenti al VI° secolo a. C. Apollo, infatti, si presenta come le stesse caratteristiche di questa inossidabile figura, caratteristica dell’orizzonte magico religioso dell’umanità. Egli è musico- poeta e veggente insieme, nonché medico guaritore e arciere, che “viaggia” come Abaris (con la freccia magica donata da Apollo appartenente alla sua faretra) e Aristea (cui Apollo ha conferito la possibilità di trasformarsi in corvo) in remote contrade settentrionali con l’ausilio di un corteo di cigni: animali compagni e cavalcatura magica insieme, perché la contrada di Apollo non può essere raggiunta, né andando per mare, né a piedi per terra. Dalle sue caratteristiche sciamaniche, i suoi attributi: la lira e l’arco. 

Fig.2 – Disegno tratto da una idria a figure rosse risalente al V° sec. a.C. custodita nei Musei Vaticani. Assiso su un tripode volante, ornato con ali di cigno, Apollo ci appare munito di faretra e di arco. Egli proviene da un paese al di là del mare e giunge ai lidi greci per ordine di Zeus

Il legame di questo dio della luce con i cigni, ci è attestato dalle opere di molti autori. Citiamo qui uno scritto di Ecateo di Abdera autore di un‘opera, Sugli Iperborei, pervenutaci in frammenti. Qui si narra che i tre figli di Borea (il gelido vento che soffia sui monti della Tracia) rendono il culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originali dei monti Rifei, monti posti all’estremo nord, che erano stati già menzionati da Ecateo di Mileto in una sua opera dedicata agli Iperborei.

La sintesi della vasta mitografia apollinea, relativa ai rapporti del diosciamano con le contrade del nord, la troviamo in Plinio (in Nat. Hist, 8894) e con l’occasione ricordiamo il pensiero di Eliade circa l’origine di questi operatori sacrali: “gli sciamani nascono nel nord” (M. Eliade: 1974, 57).

Plinio, nel suo discorrere sul tema, intreccia fonti e tradizioni diverse che rimandano tuttavia, al fondo, all’idea di un’imprecisata “isola d’ambra”, posta in un oceano settentrionale al di là dei monti Rifei, oltre il vento del Nord, in prossimità della misteriosa “terra delle piume”, ove si credeva che fosse il cardine del mondo e terminassero i confini del cielo. E’ in questa favolosa regione -così simile all’antico giardino di Apollo- così come raccontato da Sofocle –che egli collocava gli Iperborei: si tratta di veri e propri a
bitanti di un remoto aldilà, in cui soltanto gli sciamani potevano penetrare nel corso del loro viaggio estatico.

Apollo sarebbe quindi un dio del Nord, anzi un “dio sciamano”, importato in una certa fase della storia elladica, sostanzialmente estraneo alla koiné culturale propria della “grecità”, così come ce la siamo rappresentata per lungo tempo. Egli svela la sua sospetta natura in alcuni esemplari di vasellame, come appena ricordato all’esordio, il cui valore documentario è stato per molto tempo dimenticato e/o sottovalutato dai grecisti (su vari esempi di ciò, si veda l’articolo di Marco Duichin appena ricordato).

Giorgio Colli, all’epoca della pubblicazione del suo fondamentale scritto, dedicato appunto alla Sapienza, così come gli Elladici la concepivano alle origini, delineò precisamente i tratti di questo ambiguo personaggio celeste considerandolo quale portatore di sapienza, ma di una sapienza intesa come mania, del tutto al di fuori di quella connotazione razionale della stessa, come fu immaginata da certi studiosi germanici. Furono proprio essi che posero le basi di quell’antinomia simmetrica che contrapponeva Apollo a Dioniso. Studi successivi, quali quelli di Colli, dimostrarono che tale opposizione non avesse ragion d’essere e che per entrambe le figure divine si poteva parlare di déi che, con modalità diverse, erano entrambi portatori di una sapienza e una conoscenza assai peculiari. 

Fig.3 – “Dall’arte arcaica fino al tardo ellenismo, nelle composizioni figurative di pittori e scultori, nei rilievi, negli specchi, nei bronzetti, l’immagine di Apollo ricorre innumerevoli volte come simbolo perfetto della più limpida e radiosa grecità, quasi a volere testimoniare visivamente la predilezione di un intero popolo per l’intellegibile, il determinato, il misurabile, opposti al fantastico, al vago, al senza forma”. Quest’osservazione di E. Fraenkler sposa perfettamente lo spirito dell’Apollo del Belvedere ripreso nell’immagine, ma è in netto contrasto con le risultanze degli studi più recenti sull’origine “straniera” di Apollo.

Apollo porge una sapienza obliqua, oracolare, che discende dal responso divinatorio. Si tratta di un sapere che non si svela al primo ascolto, ma che deflagra d’improvviso nella mente di colui che ha l’ardire di interrogare la numinosa figura, offrendo egli a questi, per intermediazione, anziché una verità immediatamente fruibile, un enigma da risolvere. Solo sciolto questo nodo la verità infine si svela, illuminando la mente con un responso veritiero che è al di là dello steccato della comprensione logica.

In sintesi, come splendidamente sintetizza Giorgio Colli: “Ciò che Apollo suggerisce non è conoscenza luminosa, ma un tenebroso intreccio di parole” (G.Colli:1977,47).

A Dioniso invece compete il sapere iniziatico come Platone ci riferisce nel Fedro. Pertanto mentre il devoto apollineo fuoriesce da sé, per grazia del dio e così contempla una verità che altrimenti non avrebbe conosciuto, l’iniziato eleusino, prototipo del miste dionisiaco, fa entrare il dio in sé acquisendo anch’egli verità altrimenti irraggiungibili.  In estrema sintesi: ad Apollo l’estasi, a Dioniso la trance. 

Apollo è una deità dai caratteri complessi e poliedrici che appare strettamente legato al simbolo solare, costituendone l’astro una peculiare epifania. Per alcuni autori del mondo classico si tratta in verità di un “sole” insolito, che non si identifica affatto con il “sole fisico”, rappresentato piuttosto da Helios, l’astro proprio dell’astronomia percepita dagli organi di senso. Qui, infatti, non si allude all’astro visibile che percorre quotidianamente i cieli, ma a un altro invisibile sole, il ché, in relazione alla intrinseca luminosità propria di una stella, può suonare come un improbabile ossimoro. Ad Apollo è stato, infatti, attribuito un astro zenitale, detto altrimenti sole stazionario, la cui luce si rivela pienamente solo dopo aver oltrepassato il regime dei sensi, e quindi appunto nell’estasi.

Il Sole stazionario si configura come quindi come una stella del tutto invisibile, facente di un altro settore della realtà sottratto all’esperienza sensibile. Pertanto, mentre il sole fisico si muove lungo l’anello dell’eclittica congiuntamente ai pianeti, il Sole metafisico sta immobile nel punto centrale della cupola del cielo. In una sola circostanza e in un solo luogo il Sole invisibile e quello visibile si trovano a “coincidere”. Ciò avviene al mezzogiorno di due solstizi alla latitudine dei tropici. Qui il sole visibile si trova allo zenit e occupa per un istante atemporale la medesima posizione che il sole stazionario occupa perennemente. 

Platone e Plutarco ben conoscevano la portata metafisica di questo simbolo al punto che quest’ultimo arrivò a irridere coloro che non sanno distinguere Apollo, cioè il sole divino, da Elio, il sole visibile. Esso è come il “corpo” del primo, mentre Apollo ne è l’anima.

Platone scrive: “il corpo di Elio è visto da tutti, ma la sua anima da nessuno” (Leggi 898 d). Pretestato, vissuto al tramonto del mondo classico, appena prima che il conflitto tra paganesimo e cristianesimo deflagrasse pienamente, era profondo conoscitore della dottrina rituale romana nei suoi aspetti più occulti e riservati. Egli ebbe a stendere i lineamenti di una vera e propria teologia solare, secondo la prospettiva sopra delineata e che ci illumina sugli aspetti più segreti delle concezioni classiche sul tema.

Macrobio parla appunto nei Saturnali di questo “Trattato sul Sole”, compilato da Pretestato. In questa descrizione l’astro è collocato al centro del panteon, le cui divinità altri non sono se non manifestazione individualizzata di un “Unico Essere Supremo”. (cfr. Marijastina Kalhos: 2010; 193-194). 

Il cristianesimo pare ereditare in qualche modo i lineamenti di questa teologia solare individuando nel Cristo il Sole metafisico, come del resto consimili richiami al sole stazionario si rinvengono in altre culture religiose per esempio presso gli Ebrei e gli Islamici. Questi ultimi lo definiscono “sole dei cuori”, il che induce immediatamente a pensare alle innumerevoli immagini “devozionali “ cristiane rappresentanti cuori raggianti e fiammeggianti (cfr. A. Snodgrass: 2009; 88-90).

Il filosofo ebreo Filone, influenzato appunto dal pensiero greco, considerò il sole come immagine del Logos e sulla scia dei Salmi (“il signore è un sole“, “sole e scudo è il Signore Dio”) affermò che Dio è il Sole, sostenendo che “Dio è l’archetipo sul quale sono modellate le leggi: Egli è il Sole del sole, essendo nel regno della mente ciò che il regno della mente è per il regno di sensi”.

La sovrapposizione del simbolismo solare pagano con il cristianesimo, posteriormente al prevalere del secondo sul primo, giunge persino ad assorbire gli attributi solari apollinei, definendo Apollo e Cristo con un identico attributo: sol iustitiaee. (A. Snodgrass: 2009, 270).

L’espressione di questo sole può verosimilmente essere considerata anche il polo celeste, con il quale il Sole stazionario (che si svela solo ai solstizi) condivide una precisa relazione, ben evidenziata da A. Snodgrass nel seguente passaggio: ”L’estremità settentrionale del polo, che è il punto del centro celeste nel simbolismo polare, è così identificata con il nord inteso come il punto che situa il solstizio d’inverno nel simbolismo solare, con una corrispondente proiezione verso l’alto, la sua estremità meridionale si identifica con il punto sud, quello che coincide con il solstizio d’estate. L’asse polare e quello solstiziale si identificano; l’asse solstiziale è ora il polo dell’anno; i poli del mondo spaziale e di quello temporale sono omologhi” (A. Snodgrass: 2009,99). 

Nel mito greco si racconta che ogni anno giunto l’autunno, Apollo risaliva su un carro d’oro trainato da cigni verso il mitico paese degli Iperborei, dove di là da una barriera di ghiaccio, regnava un’eterna primavera fiorita e ritornava a Delo con la bella stagione, ricondotto dai suoi cigni, i quali simboleggiavano anche la poesia, la musica e le arti, a immagine del dio della parola e del suono protettore e maestro delle Muse.

Questa breve narrazione, che descrive il transito tra i due luoghi simbolo dell’esperienza apollinea, sintetizza la relazione tra i dio solare e il polo. Essa eredita una lontana e ininterrotta tradizione sul tema, come si tenterà di mostrare nelle pagine successive.

Proprio in relazione all’argomento non è dimenticabile la lezione offertaci dalla coppia di studiosi G. de Santillana-H.Von Dechend, intorno alla presenza di materiale miticoastronomico nel mondo greco, quale persistenza di raffinatissimi motivi arcaici. Questo mondo ereditava gli spezzoni mitologici che provenivano da una lontanissima antichità e li riorganizzava nel nuovo ordine che si andava consolidando. I Greci appaiono quindi solo gli ultimi depositari della sapienza di un mondo ormai tramontato da lunghissimo tempo.

Non per nulla in ordine all’attenzione verso il polo abbiamo molto materiale precedente ai tempi della formazione della coscienza elladica, materiale anche di alta antichità, che ci testimonia inequivocabilmente dell’importanza religiosa che esso assunse presso popoli assai arcaici.

Il santuario oracolare a Delfi gioca un preciso ruolo “polare” nella geografia sacra di questa nuova ecumene. Secondo la tradizione che riporta Pausania (IX, 30) il culto di Apollo giunse a Delfi da Tempe. Ricordiamo qui la leggenda secondo la quale avendo Zeus liberato un’aquila (o un cigno) da ciascuna estremità del mondo “…questi si incontrarono a Delfi simultaneamente. Per conseguenza della sua equidistanza dai due estremi del mondo, Delfi rappresenta il centro ombelicale-polare del mondo greco di allora esprimendo quindi una sorta di sintesi e di equilibrio tra due origini apollinee diverse: gli Iperborei e Creta”. (su questo argomento si consulti J. Richer: 1983, pp.gg. 37- 41). Se la Grecia è un Cosmos conchiuso nella sua koiné, il polo ne rappresenta il vertice. Il perno di una struttura del mondo intesa in senso spaziale temporale insieme. 

Infatti, su questo punto del cielo è incardinato “il mulino del mondo”, il motore della manifestazione e insieme il punto di revulsione dalla stessa. Questo centro costituì una “nicchia di preghiera” per popolazioni preistoriche e storiche in una continuità di generazioni. Infatti, l’importanza spirituale del polo e delle circumpolari intramontabili che lo attorniano risale addirittura a tempi preistorici, come tenteremo di suggerire in questo scritto, e questa caratteristica nel corso dei secoli non venne mai meno.

Persino i costruttori d’epoca medioevale incardinarono i loro organismi di pietra, secondo gli assi di questo mondo e dell’altro mondo ed impressero nella circolarità di alcune loro realizzazioni il sigillo del loro sapere. Si tratta di grandi ottagoni colonnari che sottendevano invisibilmente la grande stella ottagonale di Cristo, il Polaris Sidus che rende ragione dell’espressione cristica dell’Apo- calisse dove si dice: ”Io sono la stella splendente del mattino” e altrove “io sono venuto al mondo per esser la luce”. (Su San Tomé, prodigiosa chiesa bergamasca, cfr. A. Gaspani: 2012, 248). Luce del mattino, quindi. Questa non è la luce dell’oriente latitudinale ma quella perenne nell’oriente polare, il cui sole “sorge” a mezzanotte.

Fig.4 – L’osmosi di elementi del mondo “pagano” nel cristianesimo è fenomeno ben conosciuto in ambito storico religioso. Gli attributi polari e solstiziali di Apollo sono stati assunti dal Cristo e confermati in alcune architetture circolari. Per prima osserviamo la pianta di San Tomé in Almenno che forma l’immagine del Polaris Sidus
Fig.5 – Alla precedente segue l’ottagono stellato ricavato dalla geometria degli otto pilastri di Santo Stefano Rotondo, indicato dallo studioso gesuita Sandor Ruitz come la “Stella di Cristo”.
Fig.6 – Infine la triplice ogdade (888), rappresentante il Cristo dell’Apocalisse sempre individuata in Santo Stefano Rotondo

Questo complesso di idee che, nelle sue strutture ideali, può essere fatto risalire alla più alta preistoria conoscibile, costituisce, così almeno ci si augura, parte integrante della nostra costituzione spirituale ed è per questo che possiamo coglierne le tracce storico-archeologiche in diversi contesti. Però, ancor prima di procedere a questa disamina, di iniziare a sciorinare il supporto delle fonti a sostegno delle varie argomentazioni, è necessario porre una sorta di provocazione.

Ci si propone ora di sondare se i contenuti di tale mitologia ci corrono silenziosamente ancora nel sangue. Si tratta di verificare la possibilità di una loro intima persistenza procedendo oltre la sfera del mentale che rappresenta solo l’arido deposito di prodotti inerti, gli scarti di un apprendimento più o meno erudito. Ciò, è per conseguenza, un invito a constatare se siamo tuttora capaci di cogliere in noi la sussistenza, pressoché istintiva, di questo arcaico legame che le antiche anime ebbero con il nord polare e i suoi messaggeri.

Questo “granello di senape” dovrebbe essere comunque conservato nei serbatoi ancora non disseccati della nostra memoria o, per meglio dire, nel nostro dna spirituale. Per questo si procederà ulteriormente in questa esposizione operando in maniera inusuale, accostando all’apparato concettuale, che abbiamo or ora apparecchiato, un elemento della “narrativa mitica” del nostro tempo, ossia una pellicola cinematografica che ci mostra essenzialmente una ierostoria “apollinea”.

Siamo convinti che essa sia stata suscitata alla mente creativa di chi l’ha concepita e realizzata “spontaneamente”, senza ricorrere a esplicite citazioni che vellicano la sola parte cerebrale. Perché, forse, solo con questo approccio il mito può pulsare ancora nel nostro cuore come materia vivente, così che gli ossami disseccati dei nostri atavismi spirituali potrebbero rivestirsi della forma di cui in origine erano ricoperti.

Ci dice H. Corbin: “Portare a compimento il viaggio mistico significa interiorizzare, ovvero,‘uscire verso se stessi’; è questo l’esodo, il viaggio verso l’Oriente-origine che è il Polo Celeste, l’ascensione dell‘anima fuori dal ‘pozzo’ allorché all’orifizio del pozzo sorge la visio smaragdina” (H. Corbin: 1988, 69).

Fig.7 – Il quadro di A. Bocklin “L’isola dei morti”, qui nella sua quarta versione, con la sua caratteristica circolarità, propria del tempio apollineo delle origini, sprigiona un’intensa e profonda aura enigmatica e, suggestionando, rimanda altresì a quella cospicua letteratura che riconduce il regno iperboreo, al tema del soggiorno dei morti.

Apollo musageta australe (le vergini cigno di Sofocle)

Fig.8 – Intenso primo piano di Miranda, la fanciulla che interpreterà il ruolo della conduttrice delle anime, verso il Sid il paradiso celtico, la terra senza male. Lo svolgersi degli eventi ci farà comprendere come il mito iperboreo delle verginicigno agisca ancora sottilmente sulle nostre percezioni innescando così la latente “luccicanza” dei nostri organi sottili

Si chiederà: cosa ci fa l’immagine di questa bella ragazza dai lineamenti botticelliani, dietro la quale si scorge, in voluta trasparenza, la significativa elevazione denominata Hanging Rock, nel contesto di questa relazione? 

La risposta a questa domanda, infine, è da ricercare in primo luogo in quella interrogazione che dobbiamo porre a noi stessi, come si è in qualche modo suggerito nelle pagine appena precedenti. In una parola dobbiamo domandarci: siamo ancora in grado interiormente di accettare l’immaginario simbolico, comunque esso ci pervenga, e quindi di cedere al senso del meraviglioso senza l’opposizione di costrutti razionali? In più semplici parole domandarci se i nostri sensi spirituali sono ancora attivi. 

In termini assoluti dobbiamo chiederci quindi se, benché dormienti, siamo ancora spiritualmente vivi e per conseguenza se abbiamo contezza della nostra condizione di esiliati.

Suggeriamo una breve meditazione intorno alle parole del grecista Jean Richer che qui proponiamo. Esse possono fare da viatico a ciò che tentiamo di suggerire in questa introduzione:

“Al richiamo della voce giusta, gli dei dell’antica Grecia risuscitano dal fondo degli anni. Nati dallo spazio, dalla terra, dal cielo stellato, essi sono lì sempre vivi, solamente assopiti e, nelle grandiose rovine dei templi, sono sempre pronti a ritornare in vita” (J.Richer: 1989, 23). 

Per “déi” naturalmente intendiamo qualsiasi costruzione spirituale che ci perviene dal fondo del tempo in grado di “re-suscitare” nel nostro cuore. Forti di questa premessa, procediamo senza indugi e sveliamo subito la fonte dell’immagine. Si tratta di un fotogramma di uno dei primi film di Peter Weir, ovvero Picnic ad Hanging Rock, una pellicola che comparve sugli schermi italiani quasi quarant’anni fa, suscitando un certo interesse nella “critica” e una decisa curiosità nel pubblico.

Il racconto cinematografico della vicenda ascrive la pellicola a quella tipologia filmica che si potrebbe definire del “mistero”, però l’asciuttezza narrativa impressa dal regista la rende davvero anomala rispetto al genere cinematografico di riferimento. Le immagini, in alcuni passaggi cinematografici, sono da sole in grado di “s-pietrificare” o “depietrificare” il paesaggio che nasconde “presenze” ancestrali, secondo una concezione dei luoghi mitici, che è tipicamente aborigena. Tale peculiarità ha dei riscontri significativi con l’arte rupestre, la quale, in sinte
si estrae dalla roccia la figura che l’artista-sciamano pone figurativamente in essere esaltandone la presenza con il disegno. Non possiamo omettere di citare un pertinente passaggio di M. Schneider sull’argomento: “Rocce che presentano un aspetto esteriore più o meno simile a quello degli uomini o degli animali sono ritenute Dèi o inni pietrificati” (per esaurimento della loro sostanza sonora aggiungiamo noi, si veda sul tema M. Schneider: 1976, 9).

E’ come se un soggetto, un essere mitico ad esempio, fosse immerso nella materia e lo si estraesse da essa, avendone percepito il palpito vitale nel conglomerato roccioso da cui il suo essere appare velato. Per questo si può affermare che alcuni brevi passaggi del film sono più che suggestivi: sono inviti ad aprirsi a percezioni mitiche.

Per meglio “sentire” ciò, ci impossessiamo delle osservazioni di uno studioso di cultura aborigena australiana, Marcello Massenzio, che scrive: “Il modo in cui è comparsa la loro immagine ci pone dinanzi ad un nuovo aspetto della “tecnica” del fare esistere forme, proprie della dimensione mitica della creatività: i Wondschina, completata la loro attività di “eroi culturali”, si sono posti a giacere sulle rocce che ‘in un tempo diverso’ e rano morbide: quindi, mentre esse sprofondavano rimaneva in superficie la loro sagoma, la loro “impronta” cioè un’immagine.”(M. Massenzio:1976, 32.). 

A ciò sia aggiungono le splendide note del flauto di Pan utilizzate come musica d’accompagnamento. Immagini e musica concorrono quindi entrambi a produrre quella efficace sospensione sensoriale, che è bel oltre l’artificiosità di un qualsiasi effetto speciale. Per la cronaca aggiungiamo che soggetto e sceneggiatura sono ricavati da un romanzo della scrittrice Joan Lindsay, che costruisce la sua narrazione facendo apparire la sua finzione letteraria, come la cronaca di un evento davvero avvenuto in Australia il giorno di San Valentino (14 febbraio) del 1900.

Pellicola dal tema evanescente dicevano, frutto della sinergia di un regista allora pressoché sconosciuto, che lavorò con un cast di attori australiani, anch’essi del tutto ignoti al pubblico e che comunque non si rivelarono talenti tali da essere peculiarmente ricordati. Ciò, contrariamente a quanto accade a Peter Weir cui si devono ulteriori pregevoli pellicole, in cui sovente è presente una certa speculazione d’ordine spirituale, lasciata sotto traccia e suggerita, quasi astutamente, dall’intelligente collocazione di alcuni simboli che sono incastonati nel racconto cinematografico.

Tuttavia, malgrado l’asciuttezza narrativa e la legnosità interpretativa rivelata da alcuni interpreti non professionisti, peraltro già doppiati nella pellicola originale, il film, come già detto, ebbe successo e fece parlare di sé. L’esordio della pellicola introduce surrettiziamente al tema sciamanico.

Infatti, si approccia obliquamente ad esso, nel momento in cui una voce fuori campo declama: “la vita è sogno, il sogno di un sogno”, come si afferma a conclusione dell’opera Sogno di una notte di mezza estate, il cui celeberrimo autore, Shakespeare, non fu certo estraneo a frequentazioni filosofiche di connotazione ermetica.

Il tema del sogno, del tempo mitico, identico a quello del sogno e quindi tempo “vero”, tempo della realtà fondante, permea la cultura aborigena australiana in ogni suo aspetto e ne cogliamo il senso più immediato nel campo “artistico”, osservando anche oggi le immagini prodotte dall’arte aborigena (entrata anch’essa nel mercato!), che rappresenta la peculiare espressione di una religiosità sempre in contatto con l’invisibile.

Non è questa la sede per approfondire il discorso, come del resto sarebbe necessario per il tema del “Doppio Sogno” che meriterebbe certamente un più approfondito cenno, magari prendendo spunto da ulteriori riflessioni che trovano scaturigine sia nella speculazione occidentale, che in quella estremo orientale, in cui si rinvengono sviluppi intorno al tema della relazione speculare intrecciata tra sogno e realtà. Un rivolo di discorso che potrebbe diventare un fiume in piena e su cui è bene arrestarsi. 

Fig.9 – Il regista Peter Weir ama suggerire ma non mostrare. Qui, ancora all’esordio della storia cinematografica, Miranda (l’attrice australiana Anne Louise Lambert) è allo specchio e il suo volto riflesso è quasi accostato all’immagine di un cigno, creatura alla quale nel corso della vicenda Ella si identificherà.

Lo snodarsi della vicenda filmica introduce finalmente qualche elemento di pertinenza con quanto è oggetto di questa conversazione. Ciò permette di stringere i primi nodi tra temi all’apparenza disparati.

La pellicola ci descrive come, nel giorno di san Valentino dell’anno 1900, un gruppo di allieve del vittoriano collegio australiano Appleyard, si rechi in gita alla montagna di Hanging Rock, meraviglia geologica per la cultura scientifica occidentale e di converso centro di connessione con il mondo spirituale per gli aborigeni. Durante la preparazione all’evento si dipanano le prime indicazioni simboliche intorno alla relazione tra il cigno e “l’altro mondo”.

Il regista in quell’attività di discreta segnalazione simbolica ci mostra una ragazza, la sofianica Miranda (l’attrice australiana Anne Louise Lambert), colei che sarà la protagonista dell’ascesa sull’elevazione australiana, mentre attende alla propria toeletta. Lo specchio ne riflette il volto, ma proprio sul piano d’appoggio degli oggetti d’uso, si scorge una cornice che contiene l’immagine di un cigno.

Questo è l’emblema stesso della ragazza, ella, insieme ad altre allieve, scomparirà tra gli scoscesi pinnacoli della montagna, la cui morfologia appare come animata da mutevoli forme rocciose, per poi riapparire, sempre discretamente, in forma del magnifico volatile nel corso del procedere degli eventi. Dietro queste trasformazioni c’è tutto un mondo mitologico di cui Weir doveva conoscere perfettamente grammatica e sintassi e che, soprattutto, era in grado di far palpitare nel presente attraverso il sagace utilizzo del suo strumento espressivo.

Miranda si svelerà, in queste sembianze, silenziosamente e discretamente comparendo alla sua amica prediletta Sara, una ragazza che ha un forte legame con il mondo dei sogni e delle visioni, una caratteristica che comunque è raccontata dal regista con totale asciuttezza narrativa, senza minimi cedimenti a compromessi “parapsicologici”. Ma come detto Il centro motore della vicenda è la brusca elevazione montagnosa, vero omphalos “spirituale” su di essa ruotano gli accadimenti.

Qui si realizza l’evento drammatico e misterioso prima anticipato, avvenendo “il trapasso” delle giovani donne, in un clima di sospensione temporale: infatti, nel momento in cui gli eventi descritti si stanno concretando, tutti gli orologi appaiono bloccati a mezzogiorno, il momento dello zenith solare e dello svelarsi della superiore luce apollinea. 

Questa connotazione proposta dal regista ha un carattere spiccatamente spaziale-temporale: il luogo dove è sempre mezzogiorno è appunto quello in cui il sole naturale e il sole metafisico (il sole stazionario) per un attimo si sovrappongono tra loro, un elemento di determinante importanza che compare in diverse dottrine. Solo in quel momento la “porta del sole” è aperta. 

Il mezzogiorno, infatti, separa l’ascesa del sole dalla sua discesa. Esso rappresenta il polo della luce che si trova all’opposto della mezzanotte e quindi del polo delle tenebre. Mentre il sole fisico trapassa in un istante atemporale dalla sua condizione di vertice, per poi ridiscendere, nella circostanza narrata, è come se nel “sole dei sensi” si fosse aperto un passaggio istantaneo e si fosse, per una sorta di inversione temporale, reso evidente il sole metafisico, che è impercepibile alla grossolanità della compagine psico-fisica.

Fig.10 – La comitiva è sotto le pendici di Hanging Rock una delle montagne sacre della geografia spirituale del continente australe. Come si vede dal fotogramma l’orologio segna mezzogiorno perché sulle pendici di questo luogo, vera porta dei cieli, tutto è purificato e i corpi non fanno più ombra.

Si realizza così quanto sintetizza Adrian Snodgrass, in una sua felice frase, ovvero: ”…il giorno che rimane fisso in pieno mezzogiorno di calore e di luce”(A.Snodgrass: 2008,90).

Per i credenti questo momento coincide con l’incontro dell’anima con Dio nell’istante intertemporale in cui l’intramontabile luce spirituale genera nell’anima il solstizio eterno, il cui il giorno non declina più, secondo una metafora della luce sviluppata da San Bernardo e dal suo commentatore Guillaume de Saint-Thierry (cfr. M. M. Davy: 1988, 59, 60).  

Tuttavia è nell’esoterismo islamico che possiamo trovare uno sviluppo completo della dottrina del sole stazionario, relazionato anche alla montagna e al suo simbolismo assiale, cosi come ci viene proposto dalla pellicola, esoterismo cui ragionevolmente sospettiamo abbia attinto il regista per costruire la sua narrazione. La montagna oggetto di tanti racconti mistici è Qaf. Essa (gemella del monte Meru induista), è il luogo e il tempo, in cui i corpi non fanno ombra e per conseguenza dove appunto è sempre mezzogiorno.

Miranda, salendo sugli scoscesi pinnacoli di Hanging Rock, insieme ad alcune sue sodali nell’ora della ierofania apollinea, non reca ormai più con sé la propria ombra e per questo raggiunge il vertice dell’elevazione. Questo è il punto di giunzione tra lo zenith della condizione terrestre e il nadir di quella celeste.

Hanging Rock si ascrive nell’elenco dei luoghi ierofanici della terra, in cui si coniugano spazio e tempo, ovvero: il luogo e il tempo giusto in cui ogni cosa abbia principio e fine.

Man mano che la narrazione procede si comprende come Miranda abbia agito del tutto consapevolmente e si sia recata sulla montagna proprio perché era il tempo e il luogo giusto, affinché ciò che è accaduto, accadesse e si realizzasse questo trapasso nell’altrove. Ella non è “scomparsa”, bensì si mostra, a chi conserva la capacità di vederla, in un’altra forma. Come creatura che vive tra due mondi ha la capacità di trasformarsi, di mutare-forma.

Questa instabilità morfologica non è teriomorfismo. Questo termina indica l’unione della natura umana con quella animale (forse solo espediente “grafico” adottato dall’umanità arcaica per connotare la contemporanea presenza delle sue nature), piuttosto è la capacità di mostrarsi in una peculiare ierofania simbolica. 

Questo ulteriore mondo che si insinua nella nostra sfera rappresenta quello che, in altri contesti, si chiamerebbe ottavo clima e che la tradizione irlandese e il suo successivo folklore, denominano sid ovverosia paradiso. Un luogo non certo situato sulle nostre carte geografiche – un non luogo quindi- dove altresì nel sid si è nel non tempo, una dimensione comunque relazionata a questo mondo e che possiamo concepire come una terra spirituale, una terra senza male (la definizione è di Plinio. E’ lui che afferma in Storia Naturale IV 88-94, che gli abitanti di questa contrada non conoscevano alcun male).

Hanging Rock rappresenta quindi una sorta di “zona franca” spirituale, il “luogo” dove possono avvenire questi trapassi e quindi realizzarsi queste comunicazioni con il sid. Esso è quindi uno spazio sacralmente qualificato.

E’ veramente straordinaria la capacità del regista di innestare il tema del sogno, all’apparenza così prettamente aborigeno, con quello della montagna sacra, così come si è sviluppato anche in altri ambiti culturali fuori della cultura australiana, come l’indubitabile presenza del cigno iperboreo dimostra.

Che si tratti di un tema iperboreo crediamo che non vi possano essere dubbi. Ricordiamo che proprio il folklore nordico abbonda di racconti sul tema della metamorfosi delle fanciulle in cigno. Il tema si rinviene nell’Asia centrale ed è attestato nei carmi norreni, nelle saghe islandesi, e nei racconti buriati. Tale prerogativa però era ritenuta di appartenenza esclusiva agli Iperborei, come sottolineano Gerard van der Leeuw nel suo testo principale Fenomenologia della Religione, dove il ricercatore propone un brano nel quale si allude al tema dell’anima esterna (es. il corvo di Aristea e di Odino) e alla trasformazione che subiscono gli Iperborei “veramente morti”. Così ne coglie il senso dalle fonti il noto fenomenologo “esse viros fama est in Hyporberea Pallene qui soleant levibus velari corposa plumis” (Gerardus van der Leeuw:1975, 232).

A ciò allude anche A.K. Krappe nel suo prezioso studio intitolato Apollon Kiknos. A proposito di quest’ultimo è doveroso ricordare il debito che abbiamo per le preziose indicazioni linguistiche da questi prospettate, tendenti a dimostrare la prossimità etimologica dei termini Apollon, Abalus, Avalon. Queste connessioni comportano molteplici suggerimenti inerenti la persistenza del mito Thule-Avalon in età medioevale, una tematica cui non fu estraneo lo stesso Dante e che la espresse in un passo del Purgatorio (Purg. XXVI vv. 43 e ss.).  

Fig.11 – Il cigno la costellazione cruciforme che aleggia allo zenit del cielo nelle notti estive.

Si è introdotto il tema del paradiso nella sua formulazione celtica e preceltica, perché è solo inquadrando in questo contesto certi elementi della pellicola che essi possono ricevere una possibile interpretazione sia pure assai peculiare, interpretazione comunque in qualche modo “sentita” sotto la pelle dal pubblico che ha “gradito” il film.

In questo universo iperboreo, opposto geograficamente al mondo australe, nel quale si dipana la vicenda filmica, la mitologia paradisiaca articola la sua composizione proponendo la presenza di figure femminili semidivine, che mettono in comunicazione il mondo superiore, cui esse costituzionalmente appartengono, con il mondo umano. 

Fig.12 – Deneb è la stella più brillante della costellazione è una delle più luminose del cielo, una stella che fu oggetto, come la costellazione cui appartiene, di costante attenzione mitologica per lunghi millenni.

Questa sorta di fravarti del mondo nordico si palesano all’umanità in sembianza di cigni, mutandosi poi, in luoghi appartati, in genere nelle vicinanze di specchi lacustri, per apparire, infine, come fanciulle (da qui l’accostamento alle fravarti iraniche). Esse, quindi, quali messaggeri divini percorrono le rotte ultraterrene e, pur apparendo in qualche modo a questa realtà, provengono direttamente da un mondo che potremmo collocare, in una geografia immaginale, oltre la superficie concava della nona sfera, là dove s’inverte il rapporto tra contenuto e contenente.

A proposito di questa migrazione a Nord non possono dimenticarsi le parole di Socrate ricordate all’esordio:” in quel momento tuttavia cantano i loro canti più lunghi e più belli, pieni di gioia, perché stanno per andarsene presso quel dio del quale sono ministri (Apollon)”.

La favola dei Cigni selvatici di Andersen, esprime “poeticamente” questo passaggio senza perdere alcunché dell’allusività simbolica del tema. In particolare una frase messa in bocca alle creature-cigno, appare quasi un viatico per comunicare nel migliore dei modi i contenuti del passaggio tra questi due mondi: “…Voliamo come cigni, mentre il sole splende alto nel cielo (…) Noi non abitiamo qui, una terra bella come questa si stende dall’altra parte del mare”.

Questi cigni migratori, emblemi del collegamento tra uno sconosciuto aldilà, identificato nel paese degli Iperborei, e il mondo degli uomini, intessono profondamente il sentire dei popoli del nord, al punto che la tradizione edilizia della Frisia (la regione geografica che dall’Olanda fino Danimarca si affaccia sul mare del Nord) annovera, nel suo patrimonio architettonico, magnifiche case di legno, ove le travi portanti del tetto della facciata d’ingresso compongono la sagoma stilizzata del volatile e per ciò questo lembo terra è considerata (una delle) la patria d’origine dell’Apollosciamano.

E’ questo un deciso richiamo alla natura trasfigurante della creatura alata e alla sua origine, immaginata in una remota terra polare allora abitabile, identificata dagli antichi con Thule, nome che ha un’evidente assonanza con altre consimili terre poste all’estremo nord di altre tradizioni e altresì con la Tula celeste (vocabolo sanscrito), ovvero la Bilancia, l’asterismo polare in cui gli antichi riunivano in un’unica immagine le due costellazioni circumpolari dell’Orsa.

L’isola di Helioxoia/Helgoland (in realtà un minuscolo arcipelago) toponimo, quest’ultimo, che significa “isola sacra”, è stata considerata dallo scienziato e teologo Osvald Spanuth come il lembo superstite dell’antica terra atlantidea, che egli propone di identificare con una propaggine della remota Thule.

In questo luogo simbolico, immaginario e reale insieme, considerato come l’ingresso al mondo dei morti, sarebbe stato collocato un tempio circo lare dedicato ad Apollo. Difatti questa isola piccolissima avrebbe costituito il nodo sacrale del culto dell’Apollo iperboreo e da questo luogo sembrerebbe provenire l’ambra, il celestiale prodotto resinoso degli alberi delle terre nordiche, circonfuso dell’arcano potere risanatore e ristoratore, proprio della sua metageografica collocazione. 

Questo frammento polverizzato di terraferma è riconoscibile, sia pure indirettamente, nella narrazione di Andersen (ma non solo, anche i fratelli Grimm e il poeta irlandese Yeats citano l’evento migratorio dei volatili nelle loro raccolte di racconti e la loro sosta sullo scoglio) ed effettivamente esso rappresenta il punto di riposo degli immensi stormi di cigni migratori in viaggio verso il più remoto nord.

Da queste lontane terre, secondo Spanuth, sarebbero sciamati quei popoli del mare immortalati dalle istoriazioni del sito egizio di Medineth Habu, in quei pannelli dove si celebra la vittoria di Ramsete III su questi invasori. Proprio il confronto comparativo tra questo materiale documentario e reperti dell’età del bronzo rinvenuti in Europa settentrionale avrebbe evidenziato delle similitudini significative. Tra gli altri spiccano le navi con la prua e poppa a forma di “ testa di cigno”, inequivocabile richiamo all’avita patria iperborea di questi combattenti.

Di ciò accenneremo ancora nei successivi interventi. 

***

(Articolo di Antonio Bonifacio tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_27_2013_a5.pdf)

Indirizzo Internet: http://www.simmetria.org/

INTRODUZIONE AL CICLO AVATARICO, DA MATSYA A KALKI

di Giuseppe Acerbi

Fig. A

Come abbiamo già delineato altrove, richiamandoci ad un assunto puranico (che pone il numero delle principali “Discese” di Vishnu in relazione alla dottrina degli Yuga, ossia indirettamente alle “Gambe” del Toro del Dharma, il Ciclo Avatarico vishnuita si conforma distributivamente nella sua cronologia allo schema manvantarico (1). Vi sono tre possibilità generali di interpretazione, a questo riguardo; una delle quali è però la sola veridica, a nostro avviso, a meno di ammettere un”illogicità nella linea mitologica dell’Induismo. Se noi presentiamo infatti graficamente la questione, tracciando un cerchio (di 360°) con dieci settori circolari di eguale ampiezza (36°), corrispondenti simbolicamente all’intero Caturyuga, constateremo che codesti dieci settori – individuanti ciascuno un singolo Avatâra – abbracciano dieci archi di circonferenza reciprocamente equivalenti (vedi fig. A). Tale espediente grafico ci offre l’idea approssimativamente della  manifestazione avatarica lungo tutta l’estensione temporale del Manvantara (2). Ma potremmo anche rappresentare diversamente la distribuzione delle principali “Discese” di Vishnu. Ad esempio, supponendo che gli Avatâra non abbiano a che fare con i 10 Emicicli di 6.480 anni, che sappiamo caratterizzare l’intero Manvantara (sui quali vide infrâ oltreché alla n. 2); bensì semplicemente con le grandi congiunzioni planetarie (ibid), che son dette apparire all’inizio ed alla fine di tali Cicli, ogni fine essendo simultaneamente un nuovo inizio. In questo modo, ciascuno dei Dieci Avatâra andrebbe ad individuare nel nostro cerchio supposto non un arco di circonferenza, ma un singolo punto di questa. Si dovrebbe allora intendere la loro “Discesa” non tanto in senso ontologico, quanto cosmologico; o meglio come presenza effettiva, storica, nel mondo manifestato. 

Fig. B

Senonché, a questo punto, sorgerebbe il problema della giusta collocazione di codesti personaggi mitici nell’ambito dei quattro Yuga. Infatti, se ponessimo per ipotesi che il Primo di essi (Matsya) segnasse l’inizio del Manvantara (vedi fig. B), si avrebbe necessariamente, osservando la relativa distribuzione degli altri Nove, che il Decimo (Kalki) andrebbe ad occupare un posto il quale in nessuna maniera potrebbe competergli; cioè l’inizio del Kaliyuga, vale a dire della nostra Era. Mentre, sappiamo bene dai testi scritturali induisti – pur promulgati in epoca relativamente recente, in accordo con le necessità della Quarta Età – che la manifestazione umana del Decimo Avatâra al momento della loro compilazione non era ancora avvenuta, essendo riservata a tempi futuri. Se d’altra parte facessimo finire il Kaliyuga con Kalki (vedi fig. C), ne deriverebbe uno spostamento conseguente dei Poli avatarici; onde sapremmo con chi inizierebbe il prossimo ed Ottavo Manvantara (dato che in tal modo la fine del vecchio Ciclo e l’inizio del nuovo verrebbero a coincidere), non però con chi sia iniziato il Settimo ed attuale di codesti Cicli. E la cosa non avrebbe in verità molto senso, in quanto è il numero 10, e non il 9, a definire interamente un Ciclo cosmico. Rimane dunque possibile, per esclusione delle altre, solo la prima ipotesi (fig. A), che tuttavia e ancora tutta da verificare. Vi sono però dei dati, all’interno della tradizione induista, i quali sono di per sé inconfutabili; sicché proveremo ora ad esaminare se la nostra prima ipotesi possa essere atta a spiegarli in maniera soddisfacente. 

Fig. C

Ora, è dichiarato nel Mhbh., Âdip. – ii. 3 che la contesa tra Paraçurâma e gli  Kshatriya, divenuti eccessivamente orgogliosi, sia avvenuta alla fine dell’Epoca Tretâ, ossia poco prima del passaggio alla Dvâpara; mentre quella tra i Kuruidi ed i Panduidi è assegnata alla fine della Dvâpara (verso 13), tanto che la morte di Krishna o di Parikshit segna, com’è noto, l’inizio della Kali.  Se vogliamo però comprendere approfonditamente la questione, dobbiamo altresì tener conto di una regola valida in campo astrologico e nota nella pratica oroscopica, applicandola ivi per analogia, su un piano più generale. Questa norma tiene conto del cd. “valore cuspidale”, secondo cui un determinato pianeta entrando in un Segno si esprime con maggiore :intensità all’inizio ed alla fine di esso, più che nel mezzo; con una differenza fondamentale, tuttavia; l’inizio caratterizza l’espressione dell’astro in sede sottile le la fine quella del medesimo sul piano sensibile (3).

Allo stesso modo, si potrebbe pensare che nell’arco del periodo di 6.480 anni l’apertura del Ciclo indichi il passaggio di dominio da un Avatâra ad un altro; il periodo intermedio la durata, per così dire, della carica di tale Avatâra ed il momento finale il termine del mandato celeste conferitogli. Per analogia con la regola suaccennata, ne dedurremo che si avrà dapprima l’esercizio della funzione sul piano sottile ed infine la manifestazione di codesta funzione a livello umano (praticamente, la vera e propria “Discesa”), con la quale il Ciclo determinato dall’entrata in carica di un dato Avatâra giunge a conclusione. Tornando alle figure B e C, osserviamo che queste sono accettabili solo a patto di considerarle in relazione all’inizio ed alla fine dei rispettivi Periodi Avatarici (4). Abbiamo già accennato al tema delle grandi congiunzioni planetarie, base astronomica della suddivisione denaria del Manvantara. Ci pare ora il caso di affrontarlo più da presso. Come attestato da varie parti, non solo in India ma pure nei paesi islamici, nell’antico Vicino Oriente e, per via indiretta, anche nell’Ellade classica e nella tarda latinità – senza volerci spingere più oltre, onde non suscitare questioni fuorvianti per l’argomento in discussione – si ha nozione nell’ambito della scienza cosmologica di congiunzioni astrali particolarmente potenti nelle loro influenze, per via della partecipazione alla loro formazione di tutti i pianeti visibili del sistema solare. Chi ha esperienza diretta di Astrologia sa quale importanza abbiano in codesto dominio le congiunzioni astrali, pur solo parziali di due o tre pianeti lenti (Marte, Giove, Saturno); e quale veicolo di potenti e decisivi influssi – malefici o benefici che siano – costituisca il cumulo planetario (stêllium) in una determinata Casa dello Zodiaco. 

Ragion per cui si può ben immaginare che fattore di squilibrio o di riequilibrio possa rappresentare l’unione (scr. yoga) di tutti e sette i pianeti in un arco di pochi gradi (la famosa “linea retta” di Beroso); ossia non più di 30°, vale a dire nell’ambito di un solo Segno zodiacale. È notizia nella letteratura cosmologica paleoccidentale, la quale fa capo idealmente all’antico Egitto, di un grave cataclisma avvenuto tempo addietro, circa dodicimila anni fa (esattamente, secondo il calcolo astrale, attorno al 10.960 a.C.), in area atlantica; esso avrebbe comportato, secondo quanto risulta in base ai molteplici dati fornitici dal folclore di vari paesi, cambiamenti della superficie terrestre simili che un intero continente sarebbe andato sommerso ed altri resi inospitali dal brusco mutamento di clima. Tanto che alcune ulteriori regioni, prima inabitabili, sarebbero divenute tutto d’un tratto favorevoli all’insediamento umano. La data precisa dell’avvenimento parrebbe registrata scrupolosamente in Egitto da una celebre pittura murale, lo Zodiaco di Dendera. Codesto dipinto mostra, infatti, uno Zodiaco che presenta al Punto Vernale non già l’Ariete, bensì il Leone (5). Come si rileva da un breve calcolo, tenuto conto che oggidì l’Equinozio di Primavera ricorre allorquando il Sole sorge a 0° nel Segno dei Pesci, il periodo astronomico questione risale a circa tredicimila anni fa (2.160 X 6 = 12.960) (6). Si potrebbe mettere in discussione l’accostamento tra lo Zodiaco di Dendera e l’immane calamità – “diluvio di Acqua”, dichiarano le più disparate tradizioni, di contro al “Diluvio di Fuoco” di là da venire, del quale è tracciata un’immagine potentissima pure nel V. Testamento (7). È probabile tuttavia, per ragioni che chiariremo in seguito, che almeno due cataclismi dei quali uno minore o parziale, siano avvenuti in questo enorme arco di tempo; onde le testimonianze riguardo codesti avvenimenti hanno finito per sovrapporsi nella memoria dei posteri. Sta difatto che, nella cosmologia cristiana medievale, identificava tout court il già trascorso “Diluvio di Acqua” delle tradizioni pagane con quello di Noè (8); ed una futura Conflagrazione (od Epìrosi), attribuita dagli antichi ad un avvenire imprecisato, con il “Diluvio di Fuoco” imminente del N. Testamento (9). Comunque sia, vi sono molti dati in altre tradizioni, soprattutto in quella indiana, che possono confermare la validità delle suddette identificazioni e della supposta collocazione cronologica dei due accadimenti descritti.

Dakshinaranjan Shastri parla infatti in una sua ricerca sul culto degli Antenati (10) di alcuni giorni speciali del calendario hindu, denominati Yaganta; ed indicanti, come spiega l’etimologia del vocabolo stesso (Yuga-anta = “Fine degli Yuga”), i Quattro Segni zodiacali i quali allorché trovansi al Punto Vernale presiedono al passaggio da un ciclo epocale all’altro. Formalmente tali giorni si presentano come momenti annuali e rituali, ma è ovvio che la cosa vada intesa in realtà quale aperto richiamo al trascorrere graduale del Caturyuga. l Quattro Segni in questione sono ad ogni modo quelli del Leone (Simha), dello Scorpione (Vriçcika), del Toro (Vriçabha) e dell,”Acquario (Kambha) (11); col quale ultimo dovrebbe iniziare, secondo la tradizione astrologica orientale, il nuovo Satyayuga (12). Codesti dati, estremamente precisi, ci offrono il mezzo per ricostruire lo schema zodiacale completo dell’inizio e della fine di tutte e quattro le Epoche cicliche. A cominciare dalla Prima Età, avremo così per essa la durata di un intero periodo processionale (dal Leone alla Vergine); per la Seconda Età – il Toro del Dharma perde una “Gamba” – solo i tre quarti del medesimo ciclo (dal Leone al Sagittario). Due quarti del ciclo sono invece attribuibili alla Terza Età, a propria volta caratterizzata dalla perdita di un’altra “Gamba” (con conseguente passaggio del Punto Vernale dallo Scorpione ai Gemelli); si deve alfine assegnare un quarto dell’intero ciclo alla Quarta Età, restando agibile un’unica “Gamba” (col passaggio terminale dal Toro ai Pesci) (13). Dallo schema di cui sopra applicato ai Cinque Mahâyuga (14) risulta che l’Età del Leone, il cui inizio ricorreva circa 13.000 anni fa, dovette segnare la fine del IV Grande Anno ed il principio del V. L’uno e l’altro sono simboleggiati rispettivamente dall’Elemento Acqua e dall’Elemento Terra ed, inoltre, dal prevalere tra i Punti Cardinali dell’Ovest e del Nord (15). O, tra i Pañcajana (16) – le mitiche “Cinque Generazioni”, secondo noi corrispondenti parzialmente alle Caste – dall’avvento prima del Varna dei Vaiçya (associato emblematicamente al Colore Blu), il cui apice dovrebbe essere rappresentato secondo la cosmografia induista dal sorgere ad Ovest del Mera (Vi. P. – ii. 2, 23) del Ketumâla-varsha identificabile secondo noi all’Atlantide platonica (17); e dal predominio poi del Varna degli Çudra (avente per emblema il Nero), la cui supremazia sembrerebbe invece essersi manifestata nelle plaghe settentrionali dell”Eurasia (vedi mito dell’Uttarâkuru, un Dvîpa da non confondere in questo caso con quello paradisiaco l’Illâvrita), all’interno dell’attuale distribuzione geografica delle terre emerse. Tale osservazione ci sarà di aiuto nell’esplicazione del fenomeno delle congiunzioni planetarie, precedentemente esaminato; ciò che è infatti il tema cosmologico fondamentale del Timeo platonico, più che non l’Atlantide stessa.

Fig. D

Peuckert (18) c’informa citando Seneca (Naturâles Quaestiônes iii. 29), che il “Diluvio di Acqua” (19) era avvenuto allorché i pianeti (visibili) si trovavano tutti allineati in Capricorno (simbolicamente nel Solstizio Invernale dell’Anno Cosmico, apportatore pertanto di un’inondazione); e che, viceversa, il “Diluvio di Fuoco” sarebbe sopravvenuto allorché i pianeti si fossero trovati tutti congiunti in Cancro (Solstizio Estivo dell’A.C., apportatore analogicamente di una Conflagrazione). A questo proposito e da sottolineare che la Smriti induista colloca in Cancro, approssimativamente a 0°, seppur mediante una congiunzione più ristretta (Surya, Candra e Brihaspati) la fine del Kaliyuga (20). Dovremmo or dunque ritenere che un’unica dottrina cosmologica si sia diffusa dall’Oriente all’Occidente o viceversa, magari con centro d’irradiazione la Mesopotamia sumerica (21). Se poi aggiungiamo che nelle “Centurie” di Nostradamus (il celebre sapiente ed astrologo di origine ebraica del XVI sec.; invero un siciliano dal nome latinizzato, dopo essersi trasferito in Francia) è il Solstizio Estivo che di nuovo è preso di mira (22), il quadro diviene completo. Anche la tradizione vicino e medio orientale, che prima ad opera di Eraclito e Platone indi di Beroso e Zenone è pervenuta sino a Seneca, arriva d’altronde alla medesima conclusione (23). Possiamo da tutto ciò dedurre che, secondo la sapienza tradizionale diffusa in area indomediterranea, allorquando i pianeti si trovano congiunti in Capricorno al principio del V Grande Anno (mentre al Punto Vernale spuntava il Leone) una grande inondazione abbia sconvolto la Terra quale frutto funesto delle tremende influenze planetarie. Se poi alla fine del nostro secolo, quando il Punto Vernale si troverà in Acquario, avverrà o meno la Conflagrazione pronosticata e temuta (24) non sono fatti che riguardano la direttamente la discussione della nostra tesi.  Ne consegue, però, che da siffatta pretesa evenienza sia deducibile in via teorica la nozione del regolare svolgersi di tali Grandi Congiunzioni e del loro ritmico rapporto con i numeri cosmologici prima esaminati. Per codeste Congiunzioni Planetarie è così teorizzabile uno schema progressivo sul tipo di quello già delineato per i Dieci Avatâra, ovverossia il seguente, in riferimento al nostro Caturyuga (vedi figg. D e E): 1) congiunzione (♂) in Capricorno (♑) all’inizio del I G.A., 2) ♂ in Cancro (♋️)  all’inizio del II, 3) ♂ in ♑ all’inizio del III, 4) ♂ in ♋️all’inizio del IV, 5) ♂ in ♑all’inizio del V. Il prossimo Manvantara invece, procedendo ad ordine inverso (25), dovrebbe cominciare con la ♂ in  ♋️ e terminare in   ♋️. In questo modo noteremo che, dei 14 Manvantara dei quali è formato il Kalpa, i 7 a numero dispari (I, III, V, VII, IX, XI e XIII) inizieranno con la ♂ in ♑;  mentre gli altri sette, a numero pari (II, IV, VI, VIII, X, XII e XIV), inizieranno con la ♂ in ♋️.

Fig. E

Nello schema avatarico dovremo tener conto pure delle congiunzioni di mezzo (26), che avvengono probabilmente – a giudicare dall’importanza loro data nei testi hindu – in Ariete (♈) ed in Bilancia (♎), cioè negli altri due Segni Cardinali (oltre il ♑ ed il ♋️); sicchè il quadro ciclico generale già analizzato può essere così completato; I Avat.: ♂ in ♑, Il Av.: ♂ in ♎, III Av.: ♂ in ♋️, IV Av.: ♂ in ♈, V Av.: ♂ in ♑, VI Av.: ♂ in ♎, VII Av.: ♂ in ♋️, VIII Av.: ♂ in ♈, IX Av.: ♂ in ♑,  X Av.: ♂ in ♎.  Lo schema suddetto è compilato secondo il punto di vista (fisso) dell’Astrologia Tropicale. Secondo il punto di vista (mobile, ma altrettanto valido) dell’Astrologia Siderea, le Grandi Congiunzioni sopra analizzate ricorrono viceversa in relazione alle posizioni vernali. Vale a dire, seguendo lo stesso ordine e considerando la connessione dei Periodi Avatarici con i 4 Segni Cardinali (♑, ♎, ♋️, ♉), ciò significa in realtà che le Grandi Congiunzioni avvengono ai Solstizi ed agli Equinozi, secondo il normale simbolismo dei Segni (♑ = Solstizio Invemale, ♎ =  Equinozio Autunnale, ♋️ = Solstizio Estivo, ♉ =  Equinozio Primaverile). E dato che lo schema sidereo dei Segni non è fisso come quello tropicale, bensì varia di 3 Segni al Punto Vernale ogni 6.480 anni ovvero ogni singolo Periodo Avatarico, si deve arguire che le Settemplici Congiunzioni dei Sette Pianeti visibili finiscono per cadere costantemente nel Segno del Toro; precisamente attorno approssimativamente a 30° del Segno (equivalenti per convenzione 0° dei Gemelli), ma sempre comunque nell’ambito del medesimo, come ci potrà confermare un’occhiata alle posizioni planetarie dell’inizio del prossimo Manvantara (di cui abbiamo già offerto una datazione precisa e non e dunque il caso di ripeterci). L’unica precisazione da doversi fare riguardo il prossimo Manvantara è che sia lo schema dei Segni dominanti il Punto Vernale, sia quello simbolico dei Solstizi e degli Equinozi, risultano invertiti rispetto ai corrispondenti cicli del Manvantara attuale. Unico riferimento costante saranno, invece, le Grandi Congiunzioni in Toro. Ora, l’ultima decade del Segno del Toro appartiene secondo la suddivisione degli asterismi lunari ad Orione (scr. Mrigaçiras), più o meno; la mediana ad Aldebaran (Rohiní) e la prima, grosso modo, alle Pleiadi (Krittikâ). Si comprenderà, adunque, l’importanza assunta nella simbologia tradizionale di ogni tempo e luogo dalle tre costellazioni citate e soprattutto dalla prima; definita in India non per nulla Kâlapurusha, cioè “Signore dei Cicli Cosmici (27), secondo quanto si capisce dal quadro cosmologico che abbiamo appena ricostruito. La presenza di Orione nell’emisfero boreale è visibile nella porzione meridionale del cielo; mentre nell’emisfero australe, ov’è la Croce del Sud che funge attualmente da Polo Celeste al posto della Stella da noi definita appunto “Polare”, la situazione astronomica descritta appare ovviamente rovesciata. E noto peraltro attraverso gli studi di Tilak (vedi The Orion) che l’asterismo di Orione, insieme ad Aldebaran (la Settima Pleiade, considerata l’Occhio del Toro Celeste) ed alle Sei Pleiadi (sue mitiche “Sorelle”, nell’Induismo reputate assieme alla “Settima” le Saptamatrikâ ossia le “Sette Madri” della Manifestazione; le quali compaiono analogamente come mogli dei “Sette Saggi” o Saptarishi, presiedenti all’Orsa Maggiore, definita appunto in sanscrito Saptariksha = “Sette Orsi”), trovasi al Punto Vernale nel periodo tra il 4300 ed il 2500 a.C. circa. È questo il momento medesimo in cui, secondo i nostri dati esposti in precedenza, è cominciato realmente il Kaliyuga, la datazione letteraria dell”evento essendo invero fuorviante. Analizzando di poi il movimento celeste del suddetto Nakshatra di Mrigaçiras, in rapporto non solo alle Grandi Congiunzioni (nei Punti Cardinali) dei Periodi Avatarici, ma pure ai Segni presenti al Punto Vernale all’inizio ed alla fine delle suddivisioni interne del Caturyuga (Yuga e Mahâyuga), ci accorgeremo dell’influenza avuta da codesta costellazione – insieme ad altri grandi rivolgimenti cosmici – nella determinazione delle Epoche cicliche (28) Il tutto dà ragione perciò della presenza ossessiva del simbolismo del Cervo (e dell’Antilope) o del Toro, nonché del cacciatore o del Mandriano, nelle culture indoeuropee ed altrove. Si pensi al ruolo del “Selvaggio Cacciatore” (29) dall’India alla Grecia; od alle varie cavalcature cervine, nonché taurine, delle molteplici deità indomediterranee ed arioeuropee. Oppure a Nandin, il Toro di Mahâdeva che è del tutto eguale al Toro del Dharma; ora cavalcatura del “Fratello” di Yama, ora costui medesimo in altra forma.

Dharma, il dio dell’ordine e della Giustizia, è nell’induismo concepito d’altronde come identico a Kâla (cfr. con Krónos, il Nómos o Demone-antenato ellenico, quale nume argenteo ovvero Signore del Tempo e della Morte) e figlio di Yama (corrispettivo indiano del latino Iânus quale nume aureo e “ Signore degli Inizi”). Secondo la Ri.S – vi. 74, 4 per mezzo di Dharma, o più precisamente del Dharmapâça (Kâlapâça, cioè il “Laccio del Tempo”), Varuna (l’Urano indiano, ivi però demonizzato ed identificato a Kâla) tiene a bada gli Asura. La qual cosa ci fa ricordare il Crono ellenico, che domina i Titani. Vedi anche sulll’argomento il Mhbh., Udyogap. – cxxviii. 44-7. Al quadro astrale appena delineato dovremo, tuttavia, aggiungere che anche il Polo Celeste è mobile; e di ciò dovettero avere nozione ben presto, in India ed altrove, gli antichi saggi scrutatori del cielo (cfr. Mait. U. – i. 4). con il solito procedimento a ritroso si possono calcolare quindi i seguenti dieci mutamenti dei Poli (tenendo a riferimento lo schema precedente): I Avat. : Lira (30) , Il Av.: Testa del Dragone, III Av. : Orsa Minore, IV Av.: Testa del Dragone, V Av.: Lira, VI Av.: T. del Drag., VII Av.: O. Minore, VIII Av. : T. del Drag., IX Av.: Lira, X A1 T. del Drag. Ancora una volta, nel prossimo Manvantara, a causa del movimento oscillatorio dei Poli (31) le posizioni delle costellazioni circumpolari saranno differenti rispetto a quelle del nostro; pertanto a partire dall’O. Minore si arriverà alfine al Dragone. Ovviamente, schema ora presentato è valido anche per ogni altro Manvantara il numero dispari (I, III, V, e IX, XI, XIII); oltrechè per il nostro, il V. Al contrario, per i Manvantara sequenzialmente di numero pari (É IV, VI e X, XII, XIV) – oltre al prossimo, l’VIII – valgono posizioni polari opposte a partire dalla Stella Polare. Attualmente il Polo Celeste sarebbe teoricamente costituito dal Dragone” (32), seppur visibilmente sia la Polare ad averne già ereditato la funzione di perno centrale rispetto ai movimenti degli astri; dal momento che siamo molto prossimi alla fine di questo Manvantara e, conseguentemente, all’inizio del successivo. Si veda, per un riscontro mitico in Occidente di tipo motivo astronomico, la leggenda celtico-cristiana del ritorno di Artù – cfr., al riguardo, il celt. Arthos (“Orso”) con il gr. Arktos (“Orsa” particolarmente l’Orsa Minore) – alla “fine dei tempi’. Ossia alla fine di quella che i Romani appellavano “Età Ferrea” ed i Norreni “Eta del Lupo” (33):, insomma, per esprimerci in termini Hindu, alla fine dell’Era di Kali.

Da notare oltretutto che Artú nella saga graaliana è figlio di Uther Pendragon, l’eroe il cui nome significa infatti, letteralmente, “Testa del Dragone del Nord”. Si metta a confronto l”ingl. m. utter (“più in alto, più elevato”) col scr. urtara (id). Nell’antica lingua indiana troviamo altresì il termine Uttarâkuru, designante sia il Paradiso Terrestre sia più modestamente la leggendaria “Terra Settentrionale” di provenienza da parte degli Ârya; ove kuru (“terra, regione”) è sostantivo etimologicamente correlato  al gr. chôra (id.) ed uttarai un comparativo connesso all’ingl. m. utter, nel senso di “più elevato; esterno; nordico”. In ambito greco il ricordo di due Continenti mitici (scr. Dvîpa,) distinti, uno più artico e. l’altro semplicemente boreale, si è confuso ancor più che in India per riassorbimento dei tratti del del secondo mediante la celeberrima nozione di “Terra Iperborea”; inoltre si sono perse a tal proposito tutte le tradizioni concernenti i riferimenti astrali, onde poter collocare in modo cronologicamente preciso codesto mito, a parte un vago riferimento all’Età Aurea. Qualche lieve traccia è tuttavia perdurata, secondo quanto è lecito dedurre da leggende come quella di Astrea; una dea dal carattere virgineo la quale, avendo dimorato un tempo fra gli uomini, si tramanda si sia poi allontanata da essi in cielo prima dell’avvento dell’Età Argentea ormai delusa dal fatto che fosse venuta meno la giustizia sulla terra. È questa una chiara allegoria, onde significare che l’età dell”Oro (cfr. il scr. Kritayuga= “Età della giustizia”) sia giunta a termine allorché il Punto Vernale trovavasi nella costellazione zodiacale della Vergine (34). Il Ciclo Avatarico, preservatosi nell’Induismo (35) dalla letteratura epico-puranica, testimonia or dunque nelle sue dettagliate suddivisioni cronologiche che le Quattro Età mitiche di matrice indoeuropea si basano non su vaghe fantasie religiose, bensì sulla conoscenza di specifiche periodizzazioni dei moti astrali (36). Una prima delle quali concerne la situazione astronomica del Polo Artico, ed una seconda le precessioni delle costellazioni al Punto Vernale nello Zodiaco siderale; mentre una terza riguarda le Settemplici Congiunzioni planetarie nei vari Punti Cardinali dello Zodiaco tropicale.

In tutti questi cicli rinveniamo un’applicazione indiretta del principio ermetico che nel Pitagorismo ellenico è noto come “quadratura del cerchio”. Al primo di essi è riservata una periodizzazione completa dei suddetti moti (in 4/4); sia esso inteso con riferimento polare, precessionale o congiunzionale, fatto che corrisponde all’estendersi unitario del Satyayuga. Al secondo ciclo 3/4 della stessa periodizzazione, in relazione all’estendersi del Tretâ, cui vien meno 1/4 dell’intero moto; al terzo 2/4 in rapporto al Dvâpara, dimezzato nel moto ed all’ultimo 1/4, in corrispondenza al Kali, ridotto di 3/4 nel moto. Come a dire che il Tempo fugge sempre più di Età in Età, senza sosta; ma poi, tornando daccapo, riconverte inesorabilmente la propria corsa nel principio opposto a quello del moto. Vale a dire la stasi, che è difatti un emblema dell’Essere. Si consideri infine il simbolo del Kâlañjara, lett. il “Monte che trascende il Tempo” e che ne è quasi una condensazione in termini spaziali e paradisiaci; giacché detto “Monte” rappresenta in realtà una delle tante varianti del Meru la “Montagna Polare” per antonomasia, intesa in funzione di Axis Mundi (37). La stasi, del resto, non meno del moto è operata da quell’ente metafisico che si situa al di là di ogni antinomia ed è presente in noi tutti come Essere (Sar) Unico, trascendente il mondo fenomenico.

 

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Note

(1) Cfr. G. Acerbi, Kâlacakra. La Ruota cosmica – Tesi di laurea (con rielaborazione di futura pubblicazione), Venezia l985, P. ll, C.V, n. 50, pp. 502-13. Al problema si fa cenno in J. Gonda, Le religioni dell’India. Veda ed antico lnduismo – Jaca B., Milano 1980, P.ll, C.L, § 3, pp. 327-32; ed. or. Die Religionen Indies. Veda und alterer Hinduismus – Kohlhammer, Stoccarda 1960. Inoltre in D.A Soifer, Toward an Understanding of Vishnu’s Avatâras – Stoccarda Pur., Lug. 1976, Vol. XVIII, N° 2, pp. I43-4; e, più diffusamente, in R. M. Huntington, Avatâras and Yugas: an Essay in Purânic Cosmology –  Pur., Gen. 1964, Vol. VI, N° 1, pp. 33-5.  Quest’ultimo autore, tuttavia, nega che le “Discese” degli Avatâra avvengono secondo ritmi cosmici regolari; sicché e costretto, dalla sua incomprensione tecnica della questione, a percepire il numero decrescente delle stesse di Età in Età (4, 3, 2, 1) come un enigmatico paradosso, in contrasto con la crescente instabilità del Dharma (figurativamente del Toro del Dharma a reggersi sulle proprie “Quattro Gambe).

(2) Ci riferiamo al nostro Manvantara., ma lo schema può essere ritenuto valido anche per altri periodi manvantarici; anche se ci pare che la Tradizione non parli in modo specifico degli Avatâra di altri Cicli (cfr., a tal proposito, nel C.l della nostra ricerca segnalata alla n. 1 Kankâlamurti, un’icona riguardante però Mâhadeva piuttosto che Vishnu). Donde si trae la conclusione- che i “Dieci” (Dacâvatâra), normalmente elencati a parte dai testi, siano da considerare le figure avatariche per eccellenza. Tuttavia, bisogna pur sempre rarnmentare che in realtà tali figure sono di numero indefinito, giacché indefiniti sono i cicli temporali medesimi. Ed inoltre va sottolineato che e solo a titolo puramente illusorio, ossia sotto il profilo cosmologico, che viene affidato ad un essere il compito di provvedere al raddrizzamento spirituale di un’Epoca; infatti, sotto un profilo meno duale di quello vaishnava com’è per lo più quello çaiva, non si tiene conto degli Avatâra. O meglio, tutto ciò che esiste è considerato un’immagine perfetta e compiuta dell’Assoluto, per via della presenza interna in ogni essere del Divino (Antaryâmin). Vi sono, d’altronde, anche dei “Nomi di Potenza” (Vibhuti) di Çiva – ossia Yama o Varuna, Kâla o Kâma, Mrityu o Mâra, Vîrabhadra o Mahisha, etc – dei quali alcuni sono visibilmente in relazione con la suddivisione quaternaria del Manvantara (abbiamo affrontato in un altro scritto, ancora da pubblicare, la questione generale delle “Generazioni divine” indoeuropee); mentre altri costituiscono dei. ver.i. e propri paralleli shivaiti a certuni dei Daçâvatâra vishnuiti. Vedi ad esempio, tra questi ultimi, Matsyendranâth, Bhairava, Vâmadeva, Hanumat, e Mrigeçvara; secondo noi simbolicamente equivalenti, in modo rispettivo, a Matsya, Varâha, Vâmana, Râmacandra e Kalki (in cui l’Açva o la “testa di Açva”, corrisponde sacrificalmente al Mriga, od alla “Testa di Mriga”; ciò che è come dire Mrigaçiras, alias Brahmâ). È da notare, a questo proposito, che Bhairava è concepito talora dal punto di vista figurativo, allorquando è ritratto insieme a Kârttikeya e a Ganeça (a lui geneticamente antecedenti in tale raffigurazione), con il Cane per veicolo, anzichè colla ”Testa di Verro”; dato che egli svolge in codesto contesto la parte di terzo ed ultimo figlio di çíva, i quattro essendo in rapporto nel complesso con le quattro fasi principali del Caturyuga.  Per l’inserimento di Bhairava nella famiglia Shivaita cfr. la rara immagine di una pittura kangra del XIX sec. a. C., che illustra una sorta di “Viaggio Cosmico” (il Samsâra); ove Çiva-Mahâdeva è fiancheggiato dai suoi tre figli suddetti, in un ordine invertito rispetto a quello della loro rispettiva nascita culturale (S. Panthey, Iconography of Çiva in Pahâri paintings – Mittal P., Delhi 1987, tav. 53).  Circa le altre due citate filiazioni di Maheçvara è da rammentare che miticamente la prima di esse e quella di Skanda, benchè in realtà il loro significato possa essere benissimo ribaltato; in relazione questa volta con le tre fasi (sacrificali) del. Triyuga, ovviamente ponendo il capostipite divino non come “Signore dell’Eta Aurea” ma piuttosto quale “Signore dell’Età Argentea”, ruolo che d’alt’ronde è quello di norma più congeniale a Çiva. Si deve pure considerare il ruolo degli Avatâra minori (Vibhava = Emanazioni) di Vishnu (Dattatreya, Hayagriva, etc) ovvero quello delle manifestazioni parziali (Caturvyuha = “Quattro Porzioni”) sotto la dominazione generale di Paravâsudeva (= Vasudeva), l’Essere Supremo: vale a dire Krishna alias Vâsudeva (patronimico), uguale il fratello Baladeva o Balarâma alias Samkarshana, il figlio di Pradyumna ed il nipote Aniruddha). Codesti Vyuha sono unitamente chiamati Vaikunthamurti dal V. Dh.P. – iii. 85  e vengono rappresentati iconograficamente con una figura tetracefala, a quattro braccia; questa tetracefalia, ha verosimilmente, il medesimo valore di quella di Brahmâ,  a propria volta correlata sia con i quattro Yuga del Caturyuga, sia con i quattro Cicli minori del Satryayuga. Çiva stesso, per la verità, è talvolta raffigurato con i “Quattro Volti” (Caturânana), come mostrano le sue ipostasi di Kâla (cfr. il Vy.P. – i. 32,11-20, ove ai “Volti” menzionati corrispondono “Dieci Lingue”, ovviamente emblematicamente alle incarnazioni dei Daçâvatâra vishnuiti) o di Kâlacakra; una figura divina, questa seconda, la quale e strettamente apparentata alla prima, sebbene abbia avuto un particolare rilievo solo nel Buddhismo Tantrico.  Ora si rammenti, riguardo Paravâsudeva (non rappresentato nell’icona prima descritta), che egli equivale di per sé alla “Quinta Testa” di Brahmâ (ovvero al cd. Brahmaçiras per eccellenza, da intendere in senso trasposto ad indicare la forrma primordiale della Divinità durante la prima metà del Kritayuga), da Tilak identificata alla “Testa di Cervo” o “Testa di. Antilope” (Mrigaçiras) del Veda; la medesima che Çiva in quanto Kâla (tetracefalo), ha tagliato e sottratto a Brahmâ (pure lui tetracefalo, ma originariamente pentacefalo) sul Monte Meru, divenendo così il pentacefalo (Pancaânana) Mahâkâla. Tale pentacefalia ci rimanda, evidentemente, alla natura quinaria dei Mahâbhuta, i Grandi Elementi; determinanti i Cinque Mahâyuga (Grandi Anni) dei quali è formato il Manvantara (Eone), secondo una differente ripartizione ciclica rispetto a quella del Caturyuga. Ricordiamo ancora, infine, che oltre alla Caturvyuhamurti, Vishnu, Vasudeva possiede Dodici Vyuha secondari; probabilmente- identificabili ai “Dodici Soli” (Âditya) del Rigveda, presiedenti ai Segni zodiacali (Râçicakra) dell’Anno Sacrificale. Insomma, pure i numerosi Veicoli (Vâhana), gli attributi vari, le filiazioni molteplici, le diverse Forme (Murti) e persino le Armi più disparate (Disco,Tridente, etc.) delle quali un nume è dotato rientrano nella categoria generale delle manifestazioni cicliche di quel dio; onde le stesse possono, all’occorrenza, essere personificate separatamente. Parimenti tutte le deità hindu sono da concepirsi nella sorprendente vastità del loro insieme, quali raffigurazioni ipostatiche di una sola Divinità (il Brahmâ), dal carattere informe (Amurti) ed inqualificabile (Nirguna).

(3) Qualora si volesse mettere in dubbio la liceità dell’uso di tale concetto, converrebbe che ci si ricordasse che il vero problema nell’esame delle arti e delle scienze tradizionali e prima di tutto il comprenderle dall’interno, in base ai presupposti sui quali esse sono fondate, indipendentemente dal fatto che approvino o meno tali principi.

(4) Vi è in ciò una corrispondenza con lo spostamento dei corpi celesti e dell’asse equinoziale, dal momento che il grado 0° di un Segno è equivalente al grado 30° di quello precedente ( o susseguente, qualora si consideri la retrogradazione precessionale).

(5)  Per l’illustrazione dello Zodiaco di. Denderah cfr. E. Neumann, The Great Mother. An Analisis of The Archetype – Princeton U.P., 1974 (trad. dal ted. di R. Manheim, ed. or. n.c.), tav. 93. Si deve naturalmente tener conto che, per via della retrogradazione, il passaggio di un Segno al Punto Vernale  (entro 2. 160 anni) avviene da 30° a 0°. Ci sembra utile ora riportare un breve stralcio da un interessante libro del Tomas (A. Tomas, I segreti dell’Atlantide. Dalla leggenda alla scoperta delle tracce del continente misterioso – Mondadori, Milano 1976, C.I, p. 39; ed. fr. Le Secrets de l’Atlantide – R. Laffont, [ Luogo di ed. nc. ] 1969; tit. dell’ed. or. The Treasure of the Sphinx), in cu i. l’A. accenna a probanti testimonianze – tra cui lo Zodiaco suddetto – riguardo un cataclisma avvenuto circa 10-11 millenni av. l`E.V.: «Per generazioni il calendario di Dendera ha costituito per gli studiosi un enigma indecifrabile. I segni dello Zodiaco vi sono raffigurati a spirale e i simboli sono facili da riconoscere, ma il Leone si trova nell’equinozio primaverile. Tenendo conto della precessione degli equinozi, quest.o starebbe ad indicare una data tra il 10.950 e l’8.800 cioè proprio quel periodo nel corso del quale si produsse la catastrofe dell’Atlantide. Lo Zodiaco di Dendera e certo d’origine egiziana, ma potrebbe essere stato scolpito per commemorare un avvenimento lontano: latine dell’Atlantide e la nascita di un nuovo ciclo››, L’A. cita in precedenza (ibid cl., pp. 37-9) altri calcoli calendariali, dedotti dalle tradizioni indiane, persiane, mesopotamiche, egizie ed amerinde, i quali concorrerebbero nell’insieme ad indicare come possibile la datazione sopra proposta per il noto avvenimento descritto da Platone nel “Timeo” e nel “Crizia”. Il Tomas mostra inoltre di concordare con la studiosa sovietica E.F. Hagemeister nel ritenere che «la fine dell’era glaciale in Europa, la comparsa della Corrente del Golfo e l’inabissamento produssero simultaneamente, in modo approssimativo, verso l’anno 10.000 a.C.››. 

(6) Vale a dire, il Punto Vernale si è sino ad oggi spostato in retrogradazione, rispetto alla cronologia illustrata nello Zodiaco di Denderah, da 30° del Leone a 30° dell’Acquario; per quanto vi sia obiettivamente difficoltà nello stabilire l’esatta posizione in termini annuali e stagionali precisi. L’unica reale possibilità onde poter formulare una cronologia efficace e quella di far coincidere il ciclo precessionale con il ciclo delle Settemplici Congiunzioni planetarie, il quale per gli antichi era necessariamente limitato ai soli sette pianeti visibili. Si. consideri per il momento unicamente il punto d’arrivo del movimento precessionale, ossia il grado dello Zodiaco in cui si trova attualmente il Punto Vernale. La tradizione astrologica c’insegna che esso è a 0° dei Pesci. Ma come si son potuti stabilire in passato dei limiti celesti effettivi, che non fossero mera convenzione, bensì segnassero delle influenze reali? ‘Rimandando ad altra occasione futura una disquisizione approfondita sulla veridicità o meno di cotali influenze celesti e tenendo ora per buono, al di là di ogni pregiudizio modernistico, il punto di vista degli antichi al riguardo (il quale presenta nelle varie plaghe del globo un’omogeneità sconcertante, incomprensibile ai contemporanei), diremo solo che codesti limiti tra i Segni non sono che una semplice suddivisione duodenaria dell’unità in senso matematico, intesa cioè come un intero o meglio una totalità divisibile. Infatti, essendo il mondo fatalmente dominato secondo le credenze tradizionali più varie dalla legge di analogia, riflettentesi nei molteplici piani di esistenza, ne risulta necessariamente che l’unita matematica debba essere invero un’espressione sul piano numerico, vale a dire logico-razionale, dell’Unità metafisica dell’Essere. Parallelamente alla formula tardoermetica del primo verso del dodecalogo della Tavola Smeraldina (“Così in alto, come in basso”), abbiamo difatti in India un enunciato tantrico a proposito della legge di analogia che governa il cosmo; esso afferma viceversa, ma in modo specularmente complementare: “Come nel corpo, così nell’universo” (Yathâ pinde, tathâ Brahmânde).  La traduzione sommaria del sanscrito nei termini assai grossolani di una lingua europea moderna non rende abbastanza adeguatamente l’omologia tra l’Embrione sottile degli esseri individuali (‘Pinda) e l’Uovo del Brahma (Brahmânda); tuttavia, va da sé le due massime sopra menzionate rispecchino indubitabilmente uno sfondo culturale del tutto comune, di origine piuttosto arcaica. Nelle Scritture tantriche (Tantrasâravi)  si ha, d’altronde, una riflessione molto trasparente circa il senso simbolico dell’unita cronologica rappresentata dall’Anno Sacrificale (ossia dall’equivalente shivaita dello Yajña vedico) nei suoi sviluppi da un Segno zodiacale ad un altro, a partire dal Capricorno. Ivi la Ruota dei Segni (Râçicakra) – che allo Yajña s’identifica parzialmente, siccome il Râçicakra corrisponde per certi versi allo Yajñacakra, ossia al Kâlacakra – è intesa chiaramente quale passaggio del Sole, emblema dell’Unità metafisica, attraverso dodici stati (o stadi) simboleggianti dodici momenti di vibrazione della Coscienza Divina. Essi vengono così definiti (Abhinavagupta, Essenza dei Tantra, Tantrasâra  [2 voll.] – Boringhieri, Torino 1979  [ a cura di R. Gnoli], pp. 141-2; I ed. 1960): l. embrionalità, 2. desiderio di nascere, 3. tendenza alla nascita, 4. vicinanza alla nascita futura, 5. principio della nascita, 6. fatto di stare per nascere, 7. nascita, 8. esserci, 9. sviluppo, 10. maturità, 11. diminuzione, 12. dissoluzione. Tali stati sono certo presi a modello dalle fasi di sviluppo del seme vegetale, le quali fungono altresì da paradigmi di tutti ii movimenti ciclici di i manifestazione e dissoluzione ricorrenti nel cosmo. Le operazioni. astrologico-temporali (scr. Kal-ana, dal vr. kal = calcolare, come il lat. Cal-cul-us, da cal-cul-o = id.) sono difatti attribuite (ibid., iv.) da parte della tradizione tantrica. alla Dea del Tempo (Kâli=Annapürna), l’antica dea agraria che, sotto l’aspetto di Mâyâ, incanta magicamente il cosmo attraverso la molteplicità fenomenica. Mentre nell’aspetto terrifico Ella sopprime le forme create e, così, annullando il respiro degli esseri, li libera dalla loro soggezione alla Ruota Cosmica. Le stesse pratiche alchemiche dello Yoga sono da interpretare tal senso, al fine di annullare gli stati inferiori di coscienza, ovvero di nescienza, nello stato supremo. Anche le congiunzioni planetarie svolgono, a loro modo, un analogo compito. Sono, come nel caso dell’Illuminazione individuale, un mezzo autosacrificale attraverso cui il Signore si autorivela ciclicamente nelle proprie creature (ib.).
Ma torniamo al problema delle Settemplici Congiunzioni. Delucidato una volta per tutte il fondamento ontologico su cui si era basata l’Astrologia degli antichi – onde sgombrare eventuali pregiudizi nel campo – rimane da stabilire quali siano gl esatti punti di ripartizione tra i Segni zodiacali in sede spaziale celeste e, conseguentemente, quale sia il momento cronologico effettivo di partenza e di arrivo dei Cicli Avatarici. Abbiamo prima ammesso per ipotesi di scegliere come tempo provvisorio per misurare la durata effettiva dello spostamento precessionale di un Segno, in retrogradazione al Punto Vernale, il periodo ciclico in cui ricorre la Settemplice Congiunzione planetaria; ossia ogni 6.480 anni circa. Una conferma alla nostra ipotesi – in realtà una semplice deduzione – la possiamo trarre, del resto, attraverso una consultazione delle Effemeridi, constatando che in effetti l’attribuzione al momento presente del passaggio precessionale dai Pesci all’Acquario –  come avevamo sopra rilevato – si giustifica pienamente col fatto che il 3 maggio del Duemila tutte e Sette i Pianeti visibili si troveranno congiunti, sia pure in modo abbastanza largo, nel Segno del Toro (o del Cancro, qualora si consideri l’evento da un punto di vista tropicale, piuttosto che sidereo); ciò da ragione, quindi, della chiusura del vecchio ciclo precessionale e dell’apertura del nuovo. Siccome, ci tramanda indirettamente la Tradizione (tanto in Oriente, come in Occidente), codeste Settemplici Congiunzioni avverrebbero ogni 6.480 anni (ovvero all’inizio, nel mezzo ed alla fine del cosiddetto Mahâyuga o Magnus Annus Platônis; considerato a grandi linee della durata di 12-13.000 anni – si badi bene… Anni Sacrificali, non astronomici!), è evidente che l’Era zodiacale dei Pesci stia davvero per giungere a conclusione, cosi come vuole la Tradizione stessa. L’ aiuto di un buon astrologo al riguardo permetterà di comprendere meglio la nostra deduzione, senza dover scendere in ulteriori particolari.  Ma dato che molte, anzi tutte le profezie provenienti da più parti del globo – vide n.9 – sembrano convergere tra loro nell’indicizzare l’epoca odierna come il momento nel quale è destinato a terminare ciò che in India va sotto il nome di Kaliyuga ( il che vale pure per gli altri periodi ciclici equivalenti in ambito indoeuropeo e non) e, di conseguenza, l’intero nostro Manvantara (pigliando per buona la data attuale quale fine dell’Età Kali ed inizio dell’VIll Manvantara, dovremo ritenere prossimo un novello Satyayuga. In termini biblici potremmo parlare di fine della mitica Età inaugurata dalla Torre di Babele ed inizio di un successivo Ciclo Adamitico,  aperto da una nuova Era Paradisiaca; scopriremmo in tal modo, calcolando retrogradattivamente da 0° dei Pesci a 0° della Vergine (ossia, ciò che è la medesima cosa, da 30° dell’Acquario a 30° del Leone; secondo l’indicazione fornitaci appunto dallo Zodiaco di Denderah, con il Leone posto ad Est, ovvero nel luogo corrispondente all’Equinozio di Primavera), che l’evento supposto si è verificato, stando ai dati a nostra disposizione, attorno all’anno 10.960 a.C.
L’anno esatto e ottenibile moltiplicando 2.160 x 6. In questa operazione il moltiplicando dedotto dal numero di anni occorrenti a che il Punto Vernale si sposti di un intero Segno Zodiacale (30°). E dal momento che il fatto descritto sembra essere avvenuto attraverso 6 passaggi di Segno (dal Leone all’Acquario), in retrogradazione, il moltiplicatore risulta essere quindi 6. Un grado zodiacale trascorre retrogradattivamente durante 72 anni (cifra conosciuta nell’antichità forse per altra via rispetto alla nostra), per cui un Decano di Segno si sposta ogni 720 anni (72 x 10); e, di conseguenza, tre Decani di un intero Segno (720 x 3) trapassano nel Punto Vernale ogni 2.1.60 anni. La stessa cifra di 2.160 si ottiene più semplicemente moltiplicando il numero 20, indicante secondo lo schema geocentrico antico gli anni occorrenti alla congiunzione dei due pianeti visibili più lenti (cioè Giove e Saturno), per 108; vale a dire per il numero di congiunzioni che ricorrono nel periodo durante cui le stesse si spostano in progressione lungo le Triplicitates elementali (Terra, Acqua, Fuoco, Aria), fino a ritornare più o meno alla posizione iniziale. Nell’arco di una vita umana è possibile osservare questo ritorno, con uno scarto di circa 10° in 60 anni; donde si può facilmente calcolare che tale scarto sarà di 360° – ovvero 36 volte maggiore – allorché la congiunzione ritornerà al punto di partenza, dopo aver percorso a ritroso l’intero Cerchio Zodiacale attraverso i passaggi ventennali nelle varie Triplicità, entro 2.160 anni (60 X 36 = 2.160 oppure 20 X 108 = 2.160). Adesso sarà del tutto chiaro come la questione suaccennata degli esatti confini zodiacali tra i Segni nello spazio celeste sia un falso problema, da demandare alla ricerca sulle motivazioni dell’originaria decifrazione del calendario annuale; dobbiamo d’altra parte tener conto che non sono le costellazioni a generare le influenze, ma i Dodici Soli, o meglio le ipostasi del Sole stesso in funzione suprema. In altri termini, lo spirito divino (l’Âtmâ), che passando attraverso gli asterismi con il suo luminoso corpo visibile emette effluvi di luce eterea. Questi eflluvi, per così dire, sono trasmessi mediamente attraverso le costellazioni (non solo quelle zodiacali) o i pianeti, dalla sede suprema a quella infera, ed influenzando le vibrazioni psichiche di tutti gli esseri regolano armonicamente l’Ordine Cosmico. Le speculazioni di certi astronomi contemporanei sul fatto che in realtà le configurazioni degli asterismi presi in considerazione dagli astrologi antichi sarebbero formati da stelle non appartenenti alla medesima galassia, accomunate alle altre solo in prospettiva ottica umana e quindi fallace, non han dunque ragione di essere. Sono semplicemente da respingere come appropriazione indebita di un campo, l’Astrologia, che non è loro pertinente; poiché tale disciplina (scienza, arte o saggezza, o comunque la si voglia definire – ma tutte. e tre le definizioni sono valide) ha un carattere esoterico, che la rende del tutto estranea alla loro competenza.

(7) Siffatta cronologia postulata dallo Zodiaco di Denderah equivale più o meno a quella calcolata da Guénon per altra via. Infatti questi pone il “Diluvio di Acqua” della tradizione giudaico-cristiana 7.200 anni prima dell’anno 7.200 dell’Età mitica chiamata in India Kaliyuga. L’anno 270 di tale Era costituisce, al dire del ll’A., il momento di avvio del calendario ebraico. Siccome esso risale all’Equinozio Autunnale del 3.761 a.C., com’è risaputo, 7.200 anni prima (con uno scarto di tre mesi, ricorrente ciclicamente) corrisponderanno al Solstizio Invernale dell’anno 10.960 a.C. Il Guénon (cfr. la sua opera postuma sulle dottrine cosmologiche tradizionali) identifica senza mezzi termini il “Diluvio” noaico con quello atlantideo, .riferito da Platone; benché, nel caso dello scrittore greco, la cronologia da lui riportata nel “Crizia” lasci molto a desiderare, essendo colà indicata in termini addirittura di millenni (nove prima del millennio nel quale è composta l’opera). Ma ciò dovrebbe, a nostro avviso, essere inteso nel senso che tra il millennio della stesura del dato (I a.C.) e quello del’effettivo ricorrere  dell’avvenimento (XI a.C.) si erano inframezzati ben nove millenni. Si noterà, in aggiunta, come l’anno 720 prima dell’inizio del calendario ebraico, ossia il 4.480 a.C., venga a cadere esattamente in base al calcolo precessionale 6.480 (2. 160 X 3) anni fa, a 30° del Toro. Il che è come dire, nel linguaggio indiano, al principio del Kaliyuga (cfr. la teoria indù degli Yuganta alla n. 10); all’inizio cioè di un’Età che nella Gen. – xi. 4-9 si presenta sotto la metafora dell’edificazione della Torre di Babele da parte del gigante Nimrod, dai Persiani identificato ad Orione, tale leggenda adombrando cosmologicamente l’assunzione- dell’Axias Mundi (Punto Vernale) da parte dell’asterismo lunare di Orione, equivalente nello Zodiaco solare pressappoco all’ultima decade del Toro. Anche in tale occasione, vedremo, il calendario dei millenni ha segnato una data importante, a causa di insolite calamità cosmiche (vedi, n. seg.). L’anno 720 dopo l’inizio dell’Età designata con l’emblema della Babelica Torre coincide con il passaggio del Punto Vernale nella seconda decade del Toro, cui corrisponde dal punto di vista degli asterismi lunari il dominio di Aldebaran (la Settima delle Pleiadi, stelle particolarmente venerate da tutti i popoli antichi). Vorremmo ora menzionare un arcaico sigillo cilindrico mesopotamico (rinvenuto ad Ur), con incisi motivi iconografici stilisticamente apparentabili alle raffigurazioni dei sigilli della Civiltà dell’Indo. Esso compare in H. Mode, L’Antica India – Primato, Roma 1960, tav. 73, supera (ed. or. Das frühe Indien – G. Klipper, Stoccarda, data n.c.)  e presenta a nostro avviso l’immagine un po’inconsueta del Toro e dello Scorpione, evidentemente di valore zodiacale; dei quali il primo è collocato presso un albero, sicuramente l’Albero della Vita, con il sole ai propri piedi. Tutt’attorno stanno a far da cornice alcune serpi, emblemi palesi della ciclicità naturale; quasi a voler suggerire un’interpretazione cronologica del sigillo, insomma. ancora una volta l’inizio del Kaliyuga. (con il Segno del Toro al Punto Vernale). Purtroppo l’autore del libro, scambiando distrattamente il Sole raggiato per una mangiatoia (sic!), crede di trovarsi di fronte ad un qualsiasi ruminante e non aggiunge alcun altro commento signficativo. L’errore è qui talmente grossolano che, a considerare il ruolo negativo del punto di vista accademico nella cultura odierna, verrebbe quasi da rispolverare l’allegoria di un Vangelo Apocrifo; secondo la quale i falsi sapienti – ovvero i letteralisti – si porrebbero a guardia del sapere al modo dei cani che un tempo solevano adagiarsi all’ingresso delle stalle, non essendo in grado di nutrirsene essi stessi ed impedendo simultaneamente che altri – i buoi nel contesto, evidentemente i veri sapienti – si nutrissero al loro posto.

(8)  Cfr. sull’argomento il nostro art. La questione dei “Tre Diluvi” nella tradizione Ellenica – Algiza, Chiavari (di pross. Pubbl.), sgg.

(9)  G. Acerbi, Del preteso “milleranismo”. Profezie antiche e medievali sull’avvento dell’Età dell’Acquario – Algiza, Chiavari (in att. di pubbl.), § a.

(10) D. Shastri, Origin and Devlopment of the Rituals of Ancestor – Worship – J. Basu, Calcutta 1963 (tesi), p. 148

(11) Questi Quattro Segni ricorrono oltreché nella simbolica del Tetramorfo (vide n.4) pure in quella della Sfinge tebana, la nota “Figlia” di Tifone e di Echidna. L’essere composito da essa rappresentato ha infatti la natura simultanea del Leone (corpo), della Donna (capo e petto), della Serpe (coda) e dell’Aquila (ali). Cfr. in proposito il nostro art. Edipo e l’enigma della Sfinge tebana, già stampato su Heliodromos dell’Aut-Inv. 98-99.

(12) Su questo punto è certo d’accordo anche la Tradizione Occidentale. Cfr. G. Acerbi, Dante e Virgilio: profezie antiche e medievali sull’avvento dell’Età dell’Acquario –  Arthos (N.S., NN. 3-4, gen. – dic. 98), Pontremoli 1998, passim.

(13) Cfr. G. Acerbi, Note sullo sfondo cosmologico del Tetramorfo di Ezechiele – Bari (consegnato da tempo alla Riv. Nicolaus, Bari), passim.

(14) Vedasi il quadro cosmologico riassuntivo alla n. 19, confrontando inoltre la 7.

(15) Ibid.; per l’identificazione del Nord all’Elemento Terra cfr. a conferma R.J. Stewart, Le profezie di Mago Merlino. La predizione, la trasformazione psichica e il fondamento delle leggende del Graal in un’antica collezione di versi visionari – Meb, Padova 1989, P. II, C.VlI, p. 216, n. 17 (ed. or. The Prophetic Vision of Merlin – Routledge & Kegan Londra 1986). Nonostante il sottotitolo della traduzione italiana di questo ambiguo scritto ci sembri alquanto strampalato – ma la cosa non può andare del tutto a demerito dell’Autore – e finisca in definitiva per allontanare dalla lettura del testo il lettore serio, riteniamo tuttavia da parte nostra che il contenuto di codesto libro, dedicato agli aspetti magico-profetici dell”esoterismo britannico precristiano, risulti per certi versi pregevole; anche se talune improvvisate classificazioni, ivi riportate, e lo stile più in generale lasciano molto a desiderare. Si possono infatti ricavare dal testo dei dettagli tecnici come quello citato, che rivelano da parte dello Stewart sia la conoscenza corretta di dati cosmologici assai importanti, ancorché si trovino isolati in un contesto dispersivo; sia il contatto con fonti tradizionali autentiche, pur nei limiti indicati di una prospettiva realizzativa di natura semplicemente magica. Diversamente da lui invece il Georgel (G. Georgel, Les Quatre Âges de l’Humanité. Exposé de la Doctrine Traditionnelle des Cycles Cosmiques – Archè Milano 1976 [ II ed. riv. e compl. ], C.VlI, tav. a p. 232), quantunque sia dotato di uno stile più vigoroso e meno trascurato – insomma decisamente superiore – rispetto a quello dello scrittore anglosassone, nonchè di una prospettiva più chiara in campo esoterico (ma tendenzialmente soltanto speculativa), pone erroneamente l”Elemento Acqua anziché l”Elemento Terra in rapporto al Nord invertendo di conseguenza la loro collocazione anche nei confronti dell”Ovest.

(16)  G. Acerbi, I Pañcajana, “le cinque Razze” e i ‘Semi’ del Tarocco – Algiza, Chiavari, sgg (art. non ancora pubbl.).

(17) Id. La mitica terra dei Dravidi – Algiza, Chiavari, sgg (art. di prossima pubblic.).

(18) Cfr. W.E. Peuckert, L’Astrologia – Mediterranee, Roma 1960, (ed. or. Astrologie – Kohlhammer, Stoccarda 1973), p. 328.

(19) Nonostante qualche illustre parere contrario – cfr. Guénon, Il Re del Mondo – Atanòr, Roma 1952 (ed. or. Le Roi du Monde – Ch. Bosse, Parigi 1927), CC. VIII, p. 65, n. 1 e IX, p. 87, n. 5 [t. di riferim. compr.] – ed il fatto che la tradizione cristiana medievale affermi diversamente, riteniamo in base ad un esame personale dei testi che il Diluvio atlantideo non possa essere identificato a quello noaico se non a grandi linee, per la sovrapposizione che forzatamente debbono subire accadimenti similari con avvenimenti più recenti. Crediamo che il Diluvio noaico debba essere identificato, invece, a quello greco di Deucalione. Il simbolismo dell’Arca (degli Animali) di Noè può spiegarsi, d’altro canto, solo con la fine di quel periodo ciclico conosciuto classicamente come Età del Bronzo ed in India come Dvâparayuga; non altrimenti. Ed, a nostro parere, pure il Diluvio attestato nell’Epopea di Gilgamesh, sebbene anche nelle scritture mesopotamiche la medesima sovrapposizione debba aver avuto luogo, risale forse alla stessa epoca. È lecito tracciare un parallelo, infatti, tra le figure epico-eroiche di Noè, Deucalione ed Utnapishtim in quanto timonieri dell”Arca Zodiacale, il dio che li ispira è il “Signore dello Zodiaco” (rispettivamente Yahweh., Zeús, Ea). Solo per Yahweh occorrerebbe sviluppare un discorso particolare, in quanto la Bibbia non presenta apparentemente una controparte effettiva a Zeus ed Ea, avendo il dio ebraico di per sé un carattere uranico originario ignoto agli altri due dèi; anche se talvolta è descritto manifestarsi attraverso la voce del “Tuono”, come un normale Dio delle Piogge, di cui ha assunto effettivamente la funzione. Ciò per il ‘fatto che la genealogia biblica si limita a citare Yahweh ed Elohim riguardo le “Generazioni divine”, mancando colà ogni riferimento verbale esplicito alle divinità delle Età successive a quelle di Adamo (= Età dell”Oro) o di Caino e Abele (Età dell’Argento); ovvero le Età di Noè e di Nimrod (rispettivamente similari all’Età del Bronzo ed all’Età del Ferro della mitologia greco-latina) non hanno corrispettivi Nomi Divini, a parte ‘quelli sopra citati, essendo costantemente riproposti in alternativa a questi i primi due. Tuttavia, volendo approfondire la questione, si noterà che compaiono invero nel testo biblico altri due Nomi Divini; alludiamo, ovviamente, a quelli di Melki-Tsedeq, (Melchisedec) –  il quale ricopre una funzione analoga al ruolo svolto da Giove (cfr. con l’ebr. Tsedeq, denominazione del pianeta omonimo) tra i Latini ed è pertanto identificato intuitivamente da Guénon al Brihaspati indiano (ibid., C.VI, p. 52, n. 3) – e di Adhonay. Essi si riferiscono, a nostro avviso, proprio ai due cicli di Noè e di Nimrod, in riferimento ai quali abbiamo rilevato poco fa la mancanza di forme specifiche della Divinità nel mondo biblico; se, dunque, Melki-Tsedeq corrisponde – a Zeus o ad Ea, quale Signore delle Piogge (esotericamente, dello zodiaco) nell’ambito di un calendario solare (di natura tridenaria come quello trasmesso agli Esseni, che si dice appunto di origine noaica), a chi mai potrà corrispondere Adhonay? Tale nome è evidentemente apparentato a quello del dio greco Adôn o del siro-palestinese Tammuzzdanu, essendo tutte queste voci legate alla rad dm/dhm-; donde l’ebr. adhon (”signore”), ebl. adanu (id.), acc. dannu (“potente’), ugar. dan (id.) – cfr. G. Semerano, Le origini della cultura europea – L.S. Olschki, Firenze 1.984, Vol. I, C.Il [non num], § a [id.] p. 145, s.v Adhonay. Il Semerano fa però derivare la voce greca, erroneamente, da altra fonte (ibid., §[n.n.], p. 166, s.v. Adone). Mentre giustamente altri (W. Burkert, l Greci – Jaca B., Milano 1984 [ed or. Griechische Religion der Archaischen und Klassische Epoche – W. Kohlhammer, Stoccarda-Berlino-Colonia-Magonza 1977], Vol. ll, C. III, § 3.4, p. 261, n. 6 compr.), pur riconoscendo indubbia l’origine semitica di Adôn, c’informa che sia i grecisti sia gli orientalisti hanno messo in dubbio in passato l’etimo ora indicato; dal momento che non sarebbero documentati – egli asserisce – culti similari in ambiente semitico. Ma l’Autore si contraddice, poi, facendo menzione di Tammuzz: e Dumuzi, che evidentemente ritiene non omologabili al primo. Dobbiamo altresì rilevare che Adone è un personaggio mitico il quale costituisce di per sé una variante, secondo certuni (cfr. J. Fontenrose, Orion. The Myth of the Hunter and the Huntress – California U., Berkeley-L. Angeles-Londra 198.1, C.VIl.l., § b [non num] e S. Ribichini, Adonis. Aspetti “orientali” di un mito greco- C.N.R., Roma 1981, C..l., p. 24), del Cacciatore Celeste per antonomasia ovvero dell’ellenico Orione. Dunque sarà d’uopo considerare il biblico Nimrod, anch’egli rapportabile- allo stesso personaggio appena discusso (vide n. 27), il prototipo – dopo Adamo, Caino, e Noè – di una “Quarta Stirpe” umana; avente come esponente della rispettiva controparte divina proprio Adhonay, alternativamente a Shadday (Guénon., op. Cit. C.VI, p. 48) e di seguito ai più arcaici Yahweh, Elohim, Melki-Tsedeq. A conferma indiretta di ciò, il Semerano (ibid.) interpreta il culto di Adone quale culto primaverile ed il Burkert (ibid.) attribuisce al medesimo un carattere eminentemente femmineo. Ma se da una parte la Primavera, così come l’Aurora, è simbolicamente omologabile presso alcune tradizioni alla Quarta Età mitica (in una prospettiva retrograda ovviamente, dove il Solstizio d’Inverno e la Mezzanotte vengono rapportati alla Prima Età, l’Equinozio d’Autunno ed il Crepuscolo alla Seconda, il Solstizio Estivo alla Terza); dall’altra ecco che proprio gli aspetti femminili del culto sono parimenti associabili, tanto nel mondo indoeuropeo quanto in quello semitico-camitico, allo stesso momento ciclico. In proposito si consulti il nostro Kâma-Kâla. Érôs e Thanatos ovvero il motivo ierogamico – Heliodromos (n. 14, Estate ’98), Catania 1998, P.II, n. 13, pp. 43-4. Si tenga conto, tuttavia, circa la surriferita associazione della Quarta Epoca con la Primavera e l’Alba, che in una visuale completamente ribaltata, è la Seconda Epoca – o addirittura la Prima – a venir simboleggiata. Il precedente punto di vista, retrogrado allude alle quattro fasi della luce solare – la Luce essendo qui immagine della Manifestazione – ed è applicabile in modo particolare alla dottrina dei Colori e delle Caste (scr. Varna= “Colore”). Gli altri due invece hanno carattere progressivo, riferendosi nel primo caso alla crescita stagionale o alle fasi dirette dello sviluppo giornaliero, a partire dal momento culminante della notte; nel secondo, al sorgere della luce, primaverile od aurorale. Sulla tematica dell’Arca e del Diluvio va considerato infine G. Liggeri, Simbolismo dell’Arca– V.d.T., A..XX, Vo. XX, N°80, pp. 1.71-83 (Ott-Dic”90), Palermo 1991.

(20) ll Vi.P. – iv. 24, 79 dichiara espressamente: «Quando il Sole, la Luna, Giove e Tiçya si troveranno in un solo Segno (eka Râça), proprio allora il Kritayuga farà ritorno. E su ciò concordano sia il Bhâgavata Purâna sia il Mahâbhârata. Ma Tiçya è la stessa cosa dell’asterismo lunare denominato altrimenti Puçya (“Fiore”), corrispondente ai primi gradi del Cancro.

(21) L’unicità della dottrina è dimostrata dal fatto che pure in Mesopotamia (cfr. R. Guénon, Some Remarks on the Doctrine of the Cosmic Cycles – J.l.S.O.A., vol. V, .N°2 [Lug.-Dic.], 1937, p. 27) è presente il mito dei Dieci Avatâra, che compaiono colà un po’ confusamente sotto l’aspetto leggendario di “Nove Re” antidiluviani, più il “’Decimo”; il dominio (celeste) dei quali dura la bellezza di 64.480 anni, equivalenti al Regno di Xisouthros alias – secondo l’originale trascrizione fonetica – Khasisatra (sul conto di cui vedi la saga sumerica del Diluvio, nonché le “Babiloniche” di Beroso). L’art. di Guénon e stato tradotto in inglese dalla Kramrisch e pubblicato in onore del 60° compleanno di A.K. Coomaraswamy, ma poi ristampato in francese l’anno successivo in Études Traditionnelles; mentre la traduzione italiana, del testo, a cura di G. del Ninna, è reperibile in Id., Forme Tradizionali e Cicli Cosmici – Mediterranee, Roma 1970 (ed. or. Formes Traditionnelles et
Cycles Cosmiques– Gallimard, Parigi 1970), C.I, pp. 11-20. Per quanto concerne l’attestazione archeologica del Diluvio biblico in zona mesopotamica attorno all’inizio del III mill. av. l’E.V., giustamente rilevano il De Santillana e la Von Dechend (G. de Santillana. & H. von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito…- Adelphi, Milano 1983 [ed. or. Hamlet’s Mill. An Essay on Myth…-?1969], interm., pp. 87-8) che molti. studiosi si sono dati da fare per reperire dati al fine di limitare qua e là questa o quell’inondazione mitica, cercando senza riuscirvi di ridimensionare l’universalità degli eventi catastrofici a dei semplici fenomeni calamitosi locali. I 10 Cicli Avatarici erano noti ai Sumeri sotto forma di 10 Naros. Codesti semiperiodi di 6.480 sono conosciuti più genericamente nella tradizione biblica come 7 “Giorni” del Signore (il “Settimo” rappresentando un Sabbath, vale a dire un momento di rinnovamento temporale), dove Il “Giorno” corrisponde a 1.000 anni dell’Uomo. Di essi da pure notizia F. Giuseppe nelle “Antichità giudaiche” (i. 4). Anche in India il Manvantara è a volte ridotto di 1/1000, laddove si considerano gli “Anni” divini anziché quelli umani. Per un’ulteriore approfondimento della dottrina avatarica, si debbono analizzare altresì i Semicicli dei “Grandi Anni’ celtici e di quelli mesoamerindi. Senza trascurare che la stessa romanità non era estranea al tema degli Eoni. Non solo tramite l’apporto cosmologico dei sapienti greci, ma più direttamente attraverso le profezie della Sibilla cumana (se stiamo alla IV Ecloga virgiliana), in cui, è sottinteso che ciascuno dei 10 semiperiodi ciclici risulta caratterizzato emblematicamente da un Metallo.

(22) Cfr. n. 9, nella prima parte del presente saggio.

(23) Cfr. M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno. . .- Borla, Bologna 1968 (ed. or. Le mythe de l’eternel retour. . – Gallimard, Parigi 1949), CC. N.numm., p.116 segg.; inoltre, p. 147 segg. Come nota il grande scrittore rumeno, di cui però non condividiamo l’idea – espressa pure dal Von Wesendonk – che la dottrina cosmologica indiana sia stata strettamente influenzata da quella mesopotamica, la concezione della perƒezione degli inizí e della conseguente erosione spontanea delle forme fino alla dissoluzione finale implica la ripetizione perpetua nel tempo ciclico di un modello cosmico universale. Da questa prospettiva ci si libera solo, secondo la sapienza hindu, attraverso l’affermazione della propria libertà spirituale. Ossia negando l’Illusione Cosmica (Mâyâ) ed aspirando alla Liberazione da ogni condizionamento mondano (Mukti). Ma liberarsi dalla Mâyâ è oltremodo difficile, secondo quanto insegna il celebre apologo del saggio Nârada; che, nel tentativo di farsi spiegare tutti i segreti di essa da parte di Vishnu in persona, va a prendere un secchio d’acqua per il dio ma si dimentica poi del proprio sforzo metafisico. Fino a che, stanco delle tante gioie e sofferenze di un intera vita, si ricorda alfine della promessa fatta e torna dalla Divinità, presso la quale il tempo trascorso è solo un breve attimo di fronte all’Eternità. Altri, trattando dell’argomento di cui sopra (R. Mondolfo, Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di testi, con Intr. crit. e comm. di D. Pesce – La N. Italia, Firenze 1958, P.II, C.III, § 9 segg), mette in luce a tal proposito come la struttura di un Universo così fatalmente concepito sia quella di un seme. Nel senso che il futuro non è il regno del possibile, ma di un passato che ancora non è ed, altrettanto, il passato risulta essere ciò che in un tempo precedente era futuro. Insomma, mentre il Cristianesimo ha creduto di poter risolvere il problema del Male e dell’Esistenza nel mondo con la teoria agostiniana del Libero Arbitrio, parzialmente sostenuta dallo stesso Alighieri, a detta del pensiero antico – indoeuropeo e non – è la Catarsi conclusiva di ogni Ciclo (scr. Yuga) mediante Inondazione o Conflagrazione a determinare indirettamente la purificazione momentanea dell’umanità. Non la storia, come invece crede ingenuamente e definitivamente il pensiero positivo moderno, tutto teso ad una prospettiva linearistica anziché periodicistica. Siccome concepisce l’Universo non organicamente, bensì in termini caotici.

(24) Sull’interpretazione del “Gennaio tutto svernato” dantesco, in riferimento all’Acquario al P.V. cfr. l’art. cit. alla 3. Alla stessa data punta il “Vaticinio del Mandorlo Fiorito” (vide A. Volbden, Dopo Nostradamus. Le grandi’ profezie sul futuro dell’umanità – Mediterranee, Roma 1972, C.IX, § n.num., pp. 123-4), dovuto ad un monaco benedettino del secolo scorso e rinvenuto fra le macerie della Chiesa di S. Paolo a Berlino durante la II Guerra Mondiale. Infatti prevede per il 1999 l’avvento del “Nuovo Pietro”, il famoso Pietro II (l’Anticristo, almeno nella sua veste più grossolana, ma altre due ve ne sono più occulte) e per il 2000 il “Trionfo dell’Ulivo”; che, certo non sarà un fatto di attualità politica…

(25)  L’ordine delle Congiunzioni Planetarie è invertito in ogni Manvantara successivo. Per cui esse coincidono nel I, III, V, VII, IX, XI, XIII Catutyuga; altrettanto negli altri Sette (II, IV, VI, VIII, X, XII, XIV).

(26) Per “Congiunzioni di Mezzo” s’intendono quelle che avvengono agli Equinozi (in Ariete od in Bilancia, secondo lo schema a Segni Fissi), piuttosto che ai Solstizi. (Capricorno o Cancro). Ben altra cosa sono invece le “Congiunzioni Parziali’, tipo quella avvenuta dopo l’Anno Mille; in quel caso infatti trattavasi di una sestupla anziché settemplice congiunzione in Bilancia, che provocò l’invasione dei Mongoli a danno degli Arabi (vedi distruzione di Bagdad). Al tempo si prospettava teoreticamente una tempesta dell’Elemento Aria, ma si ragionava con l’oroscopo occidentale; mentre si sarebbe dovuto tener conto che nell’oroscopo cinese, allora probabilmente sconosciuto agli occidentali, la Bilancia equivale al Cavallo. Codesto Segno ci rimanda palesemente all’agile equino delle steppe dell’Asia Centrale, di cui effettivamente i Mongoli erano fieri possessori, e che utilizzarono nelle loro scorrerie verso l’Asia Meridionale quale ausilio strategico a fini bellici.

(27) Riguardo Orione quale “Signore dei Cicli Cosmici” vedi R. del Ponte, Gli dèi italici – Ecig, Genova 1985, C.II sgg; il Professore lo compara al dio Satumo, per certi versi. Sul soggetto cfr. anche L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda – Ecig, Genova 1991 , passim. (ed. or. The Orion. Researches into the Aniiquity of the Vedas– Shri J.S. Tilak, Poona 1893; n.ed Munshiram M., N. Delhi 1972). Il testo, benchè datato, sottolinea con probanti argomentazioni l’affinità delle tematiche orioniche greco-romane con quelle indiane relative alla figura di Brahmâ-Prajâpati, o meglio di Mrigaçiras. Del libro citato abbiamo personalmente curato la trad., con intre note; altre cose da parte nostra abbiamo inoltre scritto sul soggetto e ne stiamo tuttora scrivendo. Vedi ad es. G. Acerbi, La leggenda del Cervo, della Cerbiatta e del Cacciatore… V.d.T. (A. XXI, VOL. XXI, n° 83), Palermo 1992; due nostri ulteriori dattiloscritti, intesi a dimostrare il ruolo essenziale della figura di Orione e dei paralleli eurasiatici di questa quale “Signore degli Animali’, sono in una fase di stampa per “I Quaderni di Algiza’ di Chiavari – Le Vie di accesso al Paradiso, P. II – ed uno – Mrigeçvara. Some Notes on a Unique Teriomorphic Icon of Çiva in Nepâl and Its Connections with a Fabolous Deer (Unicorn and One-Footed) of the Varâha Purâna –  ancora in fase di stesura.Dobbiamo ancora aggiungere che l’asterismo di Mrigaçiras è chiamato nell’Astrologia popolare induista con l”appellativo di Kâlapurusha, vale a dire “Essenza del Tempo” (cfr. K.N. Mukherji, Popular Hindu Astronomy. Târâmandalas and Nakshatras – N. Mukherejea, Calcutta 1969, p. 33 et passim; ed. 1905); sia per il fatto di essere stato una volta il primo di tutti i Naskhatra e di aver avuto connessione con il P.V., sia pure per la questione delle Settemplici Congiunzioni poi evidentemente obliata. Vi sono in ogni caso altre leggende vicino e medio orientali che collegano la medesima costellazione con il motivo del trascorrere delle Ere, alle quali sembrerebbe presiedere ciclicamente. Così Nimrod, il biblico edificatore della “Torre di Babele”, personaggio mitico da un lato prossimo al Ninurta assiro nonché al Murudas cassita e considerato dall’altro figlio di Kashshu (cfr. con il Kush della Gen.-x. 8, il dio tribale dei Cassiti; si veda similmente presso gli Elleni ed i Latini il rapporto inverso di genitura da parte di Deucalione e Fauno nei confronti rispettivamente di Elleno e di Latino), è qualificato dal Chronicon Paschale [libro persiano del VII sec. D.C.] come la divinità preposta all’asterismo di Orione. Ciò è del resto confermato dal fatto che nell’iconografia monumentale egli fosse rappresentato come un cacciatore di tori, leoni o serpenti. Ma nella tradizione ebraica circa lo stesso Nimrod, figlio di Kush e nipote di Cam, si racconta che abbia costruito oltre alla mitica “Torre” vari “Troni”; tra i quali uno di Ferro, uno di Rame, uno d’Argento ed uno d’Oro. Cfr. R. Graves & R. Patai, I miti ebraici – Longanesi, Milano 1980, §22. b,p. 152 e nn. 2-3 di App., pp. 155-6; ed. or. Hebrew Myths. The Book of Genesis International Authors N.V. & R. Patai [luogo e data n.c.]. Anche la denominazione latina della costellazione di Orione quale Imbrifer od Aquôsus deve nascondere sicuramente un rimando, piogge stagionali a parte, al tema cosmologico dei Diluvi. Donde si comprendono benissimo i motivi dell’avvicinamento possibile della figura mitologica omonima da una parte a Saturno (Crono e Kâla), per una relazione palese della medesima sia col Divenire ciclico in generale sia con la Settima Sfera planetaria (attribuita a Saturno già in tempi assai remoti, crediamo), avendo la suddetta costellazione 7 stelle; e dall’altra a Fauno (Pan e Mrigaçiras), essendo Orione in quanto “signore degli Animali” il dominatore del primo asterismo dello Zodiaco lunare.

(28) Riassumendo il quadro celeste generale presenterà questi. abbinamenti nelle successive Età, considerando esclusivamente il nostro Caturyuga e per esso l entrata in carica di ogni Avatâra:

Segnaliamo che lo schema si riferisce, com’è naturale in Astrologia, agli inizi dei relativi periodi indicati; secondo la legge metafisica lo sviluppo di qualsivoglia ente, prima
di passare all’atto, è già contenuto in potenza nel principio che lo determina. Per le equivalenze con i termini della cosmologia occidentale, precisiamo a beneficio del lettore che i Mahâyuga corrispondono ai Grandi Anni – come suggerisce il termine sanscrito stesso (letteralmente “Grandi Cicli” o, più precisamente, “Grandi Cicli di Congiunzioni” ) – ed i periodi Avatarici alla loro metà (rispettivamente 12.960 e 6.480 anni); inoltre il Caturyuga è la medesima cosa delle Quattro Età, avendo ciascun Yuga una durata via via decrescente di Periodi Avatarici, secondo uno schema ritmico in Occidente definito come ermetica della “quadratura del cerchio” (6.480 x 4 = 25.480, 6.480 x 3 = 19.440, 6.480 x 2 = 12.960, 6,480 x 1 = 6.480 = 64.800 = 10). Per quel che riguarda la corrispondenza dei Segni astrali (Râçi), nello zodiaco solare indiano abbiamo: Meça, Uriça, Mithuna-, Karka, Simha, Kanyâ, Tulâ, Uriçicika, Dhanu, Makara, Kumbha, Mina; mentre l’Astrolog1a greco-romana presenta i seguenti Segni: Ariês (♈), Taurus (♉), Gemini (♊), Cancer (♋️), Leo (♌), Virgo (♍), Libra (♎), Scorpio (♏), Sagittarius (♐), Capricorn (♑), Aquarius (♒), e Pisces (♓). Facciamo infine notare che i Cinque Elementi dell’Ermetismo greco-egizio (Etere, Aria, Fuoco, Acqua, Terra) hanno la stessa funzione dei Mahâbhuta indiani riportati nello specchietto poco sopra (appunto Akâça, Vâyu, Agni, Ap e Bhumi), gli uni e gli altri avendo un corrispettivo abbinamento con le Classi o Varna nelle quali erano ripartite le società antiche, indipendentemente dal loro luogo geografico di appartenenza. Sulle correlazioni tra gli Hamsa, i Bráhmana, gli Kshatriya, i Vaiçya, gli Çudra della società indiana e le equivalenti categorie sociali di origine indoeuropea presso i Greci ed altri popoli ari cfr. G. Acerbi, Le “Caste” secondo Platone. Analisi e paralleli nel mondo indoeuropeo – Convivium (A.IV, NN. 12-3, Gen.-Giu. ’93), Scandiano/Borzano (RE) 1993, 2 PP., passim. Trattasi grosso modo di cinque diversi tipi umani, che possiamo intendere come originatisi ciascuno in un dato Mahâyuga – in senso discendente rispetto all’inizio del Manvantara – e che trovano un parallelo generico in Cinque Classi ideali così definibili; 1) Sovracasta originaria, 2) Sacerdoti, 3) Guerrieri, 4) Produttori, 5) Servi. Per quanto riguarda, invece, l’abbinamento dei Daçâvatâra con le Cinque o Dieci Ecumeni (Panca o Daça Dvipa), le Cinque Direzioni (Panca Diç) i Cinque Temperamenti e le Cinque Razze, proponiamo il seguente schema:

(29) Il “Cacciatore” Jara (“Vecchio”), che secondo il Vi.P – v. 37 avendo scambiato Krishna per un “Cervo” (cioè per Mrigaçiras = Orione) lo uccide colpendolo ad un
“Calcagno”, è un alter-ego, a nostro parere, di Mrigavyâdha (= Sirio). Infatti Krishna-Jagannâtha è l’Avatâra del IX Ciclo e Jara equivale a Rudra-Pâçupati, colui che
demiurgicamente presiede al Sacrificio cosmogonico. Tale atto non ha per niente la funzione d’introdurre il Kaliyuga.

(30) La Cetra di Apollo in Grecia così come la Víhâ di Sarasvati in India allude forse emblematicamente alla costellazione della Lyra, comprendente la Stella Vega, la quale si richiama a sua volta all’inizio dell’Età dell’Oro. Anche l’Aquila, una costellazione che sta nei pressi della prima, pare talvolta assumere codesta valenza.

(31) Il movimento oscillatorio dei Poli è di carattere pendolare. Non si tratta di slittamento o addirittura di un sovvertimento dell’Asse, come taluni erroneamente sembra
credere, deformando il presagio di una quartina delle “Centurie” di Nostradamus (V1.) proposito dell’onda pestifera proveniente dal Polo Artico.

(32) Ecco perché l’apocalisse di S. Giovanni ritrae un “Drago a Sette Teste”, che viene annientato nel “Secondo Avvento” dall’incarnazione del Verbo prima della fine dei tempi. Il “Cavallo” di siffatto Cavaliere che ha la natura dell’Unto è Canopo, Il Polo Sud. Altrimenti noto nella mitologia indoaria come Giumenta Sottomarina ed in quella indigena sotto l’aspetto di “Testa d”Asino”, in aggiunta alle altre Dieci Teste umane di Râvana. Cfr. con l’Asino Unicorne e Tripode dell’Avesta. L’equivalente Vishnuita del Verbo apocalittico cristiano è naturalmente Kalkyâvatâra, che a volte cavalca un Equino, a volte possiede lui medesimo Testa Equina. In ogni caso è l’intera Trimurti induista incarnarsi in Canopo: Râvana, Kalki e la Giumenta sono infatti trasposizioni funzionali di Pravâpati, Vishnu. e Rudra.
I Draghi Eptacefali corrispondenti di altre tradizioni, quali lo Yam cananeo, e il Serpente a Sette Teste edenico ( attestato presso il poeta medievale persiano F. Attâr), riferimento a posizioni cicliche precedenti della costellazione dl Dragone ne Centro della sfera celeste.  Le “Dieci Corna della Bestia” apocalittica cristiana sono invece da intendersi in rapporto ai Dieci Periodi Avatarici dell’Eone, personificati dalla potenza ferina Chrónos – Aiôn.  D’altronde in latino l’agg. hornus (“annuale, temporale”) derivato da Hora, è visibilmente apparentato a cornus (“corno”).

(33) Nell’Edda di Snorri e nel Völuspá è dichiarato che alla fine dei tempi due divoreranno il Sole (Sól) e la Luna (Máni) ed un terzo Lupo (Fenrir) inghiottirà il Cielo (Odhinn). Dopo molti incendi e devastazioni varie, la Terra sarà ricoperta da una gran massa d’acqua. E Surtr spargerà il Fuoco ovunque. Tale nume insieme a Loki (e il figlio Hel) costituisce la versione norrenica e demonica di Hêlios-Krónos, vale a dire il doppio volto saturnio-solare del Dio del Tempo, conosciuto dai Celti col nome di Bran. Successivamente averrà una palingenesi (Gylƒ.-liii): «la Terra si scuoterà di dosso il mare e ridiventerà verde e bella››; in essa, allora, <<cresceranno messi non seminate». Una coppia umana (Liƒ e Lezƒthrasir) rinnoverà la vita, nutrendosi di “Rugiada” (s’intende la “Bevanda d’Immortalità”, ovvero il Soma-Haoma degli Indoiranici).

(34) Sulla questione si analizzi la dottrina degli Yuganta prima esposta e lo schema simbolico tratteggiato alla n. 19.

(35) Numerosissime sono le immagini dei Dâçâvatâra vishnuiti sia nel loro complesso, sia nelle singole manifestazioni, per poterne dare un elenco sia pure sommario. Variano le rappresentazioni, siccome spesso variano i nomi, fermo restando però il numero di 10. Comunque il loro elenco ufficiale è il seguente: 1) Matsya, 2) Kūrma, 3) Varâha, 4) Narasimha, 5) Vâmana, 6) Paraçurâma, 7) Râmacandra, 8) Govardana (dhara)-Krishina o Balarâma, 9) Budha – anche Buddha, per erronea semplificazione o Jagannâtha-Krishna, 10) Kalki. Ogni manifestazione plenaria della Divinità sta in rapporto simultaneamente con una Direzione geografica del Sole (a partire dal Polo Artico), un’Ecumene, un Ciclo temporale, una Casta, una Razza, un Elemento simbolico, un Temperamento emblematico, una fase di civilizzazione dell’intero globo. Allorché il numero degli Avatâra nei testi risulta maggiore dobbiamo evidentemente ritenere che tale variante abbia un valore puramente allegorico, includendo senza dubbio dei doppioni. Ad es. un tipico rappresentante del gruppo, che tuttavia non compare nei principali elenchi, è Hamsa; da annoverare invero come un alter-ego di
Matsya, visto che l’Oca Selvatica è associata talvolta al Pesce in certe raffigurazioni tantriche. Del pari succede nel simbolismo erotico di Kâma e di Rati. Altrettanto avviene in Grecia con
Afrodite Anadiomene, affiancata per lo più dal Delfino, ma a volte a cavallo dell’Oca; e pure con Eros, normalmente a cavalcioni del Delfino, ma dotato di cignesche ali di poi ereditate dagli Angeli cristiani. 

(36) Per questo nella tradizione hindu ricorrono parecchi cataclismi, uno per ciascun Periodo Avatarico. A cominciare dal Diluvio del Miatsyâvatra all’inizio del Manvantara (o meglio, alla fine dei primi 6.480 anni, non – come altri sostiene – alla fine del precedente Eone), proseguendo dapprima con quello del Kurmâvatâra ( altrimenti noto come “Rimestamento dell’Oceano Lattico”, indi del Varâhâvatâra. Su Narasihma, ad esser sinceri, non ci è pervenuto nulla; ma è probabile che la “Colonna di Fuoco” con cui egli è associato, talora anche nell’iconografia (con un piede dentro ed uno fuori), testimoni una conflagrazione. Qui finisce l’Età Aurea. Troviamo un parallelo al IV Avatâra, forse, nel passo della Genesi giudaico-cristiana (iii. 24) che ritrae i cherubini con in mano la Spada Fiammeggiante la cui “Lama” ruota ad Oriente per custodire la Via dell’Albero della Vita in veste di Guardiani del Paradiso Terrestre. Altre connessioni con il III. ed il I.V Avatâra sono rintracciabili più apertamente in un personaggio fiabesco della letteratura popolare europea: la Bestia, innamorato della Bella, ora con la Testa di Cinghiale ora di Leone. Poco si sa, di nuovo, circa i miti diluviali del V e del VII Avatâra; mentre su quello del VI si può rinvenire qualcosa nei passi puranici i quali trattano della sommersione di Dakshinâ Gokarna, un tírtha – luogo sacro, che nasconde probabilmente la realtà di un intero Dvípa lungo la dorsale sudoccidentale dell’Oceano Indiano – della costa meridionale (Kerala). Il mito di Perseo e della lotta col Kétos (Mostro marino in forma dragonica od Orca secondo l’iconografia), per mezzo della pietrificante Testa di Medusa, illustra un parallelo greco di Par(a)çurâma. Altre poetiche leggende, come la storia dei pastori minacciati dalle piogge torrenziali inviate da Indra e protetti da Krishna sotto il nome di Monte Govardhana, rivelano un identico simbolismo in relazione all’VIII Ciclo. Il Diluvio del IX Ciclo, attinente allo sprofondamento nelle acque da parte di Dvârakâ – cui seguono la morte di Krishna (il Maestro di Arjuna, trasmettitore ai posteri della Bhagavad Gítâ, non il bucolico Govinda) è direttamente spiegato dal Mahâbhârata nei minimi particolari, essendo stato il più recente evento catastrofico. Un riscontro biblico dei due Diluvi krishnaiti potrebbero essere la leggenda di Noè ed il mito di Sansone, personaggio interpretato dal Fontenrose come un allotipo di quello greco di Orione. La fine del X Periodo Avatarico è naturalmente ancora da venire, seppure assolutamente imminente. Molti Diluvi sono attestati pure nella mitologia ellenica (vide n. 8, nella prima parte del presente saggio) ed in quella amerinda. A proposito di quest’ultima si tramanda che Cortéz, il famoso conquistatore spagnolo del XVII secolo, attribuisce ad una tradizione locale l’associazione fra le Pleiadi e la distruzione del mondo (Stew., op. cit., C.IX § n.num., p. 162; con rifer. a P. Lum, The Stars in Our Heavens). Persino nella cultura magica britannica (ibìd) si considera il suddetto asterismo la matrice simbolica dei Sette Pianeti. Ciò, indubbiamente, è una riprova che in effetti le Grandi Congiunzioni Planetarie avvengono sempre fra Orione e le Pleiadi ovverossia nel Segno del Toro. Donde si spiega l’universale relazione di codesto simbolico animale col Tempo e la Legge (dal Dharma alla Tôrâh).

(37) Vedi G. Acerbi, Il Sumeru, la Montagna Polare nella cosmografia hindu – Algiza (NN. 7-8, Apr./ Ago.), Chiavari 1997, 2 PP. sgg.

 

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(Articolo di Giuseppe Acerbi  – Introduzione al Ciclo Avatarico – Pubblicato originariamente in due parti ( N.16 e 17., Primavera 2000) sulla rivista Heliodromos.

 

 

HERMETICA ITALICA

di Ezio Albrile

Colui che si addentra nei penetrali della religiosità misterica in genere è mosso da un insopprimibile anelito di salvezza e da una promessa di immortalità (1). In questo è rintracciabile un rifiuto dell’idea di «religione», definibile in relazione alla ricerca di una via individuale, un percorso iniziatico, «ermetico»; con particolare riferimento al cosiddetto ermetismo «popolare», astrologico e alchemico (2). Ermete, nella ipostasi di Trismegisto, il «Tre volte grande» antenato mitico della scienza astrologica, aveva formulato, o forse trasmesso, la teoria della «simpatia cosmica» e dell’indissolubile legame fra macrocosmo e microcosmo. Assimilato al dio egizio Thoth, Ermete era ritenuto il divino protettore degli alchimisti e l’alchimia, che ha alla base di ogni sua operazione e trasformazione i quattro elementi e le loro diverse combinazioni (3), era denominata «Scienza ermetica». Tali le sue origini mitologiche. L’iniziazione ermetico-alchemica (4) è continuata nei secoli in forme e metodi a volte di dubbia provenienza, sedicenti «Maestri» e «Adepti» hanno ascritto il loro sapere al verbo di Ermete, con esiti a volte in palese attrito con il dogma originario. È un discorso teoretico per introdurre due brevi messe a punto su un paio di indagatori i segreti dell’anima, due moderni «filosofi ermetici» noti principalmente per la loro produzione deiettiva, raffazzonata da zelanti, nonché apocrifi, discepoli.

I.

Giuliano Kremmerz, al secolo Ciro Formisano (1861-1930) è una figura controversa nella costellazione esoterica nostrana. Fondatore o continuatore di una «Schola» sapienziale italica (5), sembra aver tratto gran parte dell’insegnamento da quel fluido e cangiante mondo culturale che era la Napoli ottocentesca, crocevia di culture, turismi sessuali mascherati da «Grand Tour» e rigurgiti di religiosità ipogee (6). Proprio da un universo sotterraneo, nel quale il vittorioso verbo cristiano aveva confinato la religione antica, «pagana», proviene la cerchia neoplatonica a cui pare far riferimento il Kremmerz. Figura di spicco di questo cenacolo erudito è certamente Giustiniano Lebano (1832-1910), avvocato e rivificatore di arcaici fasti teurgici, rivissuti in una sequela filosofica che ha quali punti di riferimento il De caelo di Aristotele e il Cratilo di Platone (7).

Per una maggiore comprensione del fenomeno si deve sottolineare come in periodo tardoantico i dettami di quel cangiante mondo filosofico che va sotto il nome di neoplatonismo si fossero configurati in una sorta di «Chiesa», le cui liturgie traevano origine dai riti e dalle operazioni teurgiche, un mondo al bivio fra il sapienziale e il visionario a noi pervenuto nei cosiddetti Oracoli caldaici, raccolta di duecentoventisette piccoli componimenti quasi esclusivamente esametrici, in cui compare la prima attestazione del termine «teurgo», cioè «creatore di dèi» o, in un senso più attenuato, «esecutore di operazioni divine» (8). Questa singolare silloge, notevolmente apprezzata da neoplatonici e mistici della tarda antichità, ci è purtroppo pervenuta in condizioni frammentarie, in tradizione indiretta, attraverso le citazioni di autori neoplatonici e cristiani. Soprattutto questi ultimi hanno largamente contribuito al diffondersi della confusione tra magia e teurgia, una volta privata quest’ultima di ogni valenza salvifica e della capacità di conferire doti straordinarie. 

Il Kremmerz sembra aver sincretizzato questa preziosa eredità culturale con le sue indubbie doti medianiche e taumaturgiche: l’esito è una figura complessa e a volte discutibile di (neo)teurgo, un misto di conoscenza ieratica e funanbolismo talismanico, concretizzata dallo stesso nella creazione di una cerchia di adepti e di una «Fratellanza» con finalità terapeutiche e magiche. L’opera di Kremmerz è nota in un corpus a stampa (9) e in un più segreto corpus, più o meno apocrifo, che ha avuto ed ha una sua circolazione più o meno riservata fra i vari adepti delle cerchie (in perenne conflitto fra loro) che al suo insegnamento si rifanno.

Accanto alle fascinazioni neoplatoniche e teurgiche nel pensiero di Kremmerz trova posto una reviviscenza e una trasmissione di materiali magici arcaici ascritti a una pretesa sapienza «caldea». Il termine «caldeo», la cui posterità nel mondo dei sortilegi antichi e moderni è vasta, è verisimilmente da attribuire a quel variegato e fluido ambito culturale aramaico in cui fiorirono le grandi religioni di salvezza del tardo ellenismo (gnosticismo, cristianesimo, mandeismo, manicheismo). Un intreccio di culture che ha la sua scaturigine nel fenomeno «ecumenico» dei cosiddetti Mαγουσαìοι, i Magusei, i Magi ellenizzati o Magi delle colonie greche, cioè quei sacerdoti persiani che vivevano in Siria o in Anatolia ed erano a tutti gli effetti degli emigrati, forse degli esuli. Sottratti al controllo della chiesa ufficiale, lo zoroastrismo «ortodosso» (di epoca partica e sassanide), contaminati dall’incontro con nuovi culti, i Magusei persero presto anche l’ultimo contatto con la tradizione originaria, dimenticando la lingua dei testi sacri per apprendere l’aramaico, la lingua franca delle colonie. Con il passare del tempo, i Magi della diaspora si allontanarono sempre più dai rigidi precetti dell’ortodossia zoroastriana per vestire il manto dei saggi e degli astrologi che i Greci, affascinati dalla sapienza orientale, li invitavano a indossare. I Magi divennero quindi la figurazione di un sapere arcaico e luminoso, l’immagine di un’attesa messianica che ha nella profezia zoroastriana del Saoƒyant, il Salvatore iranico, il più significativo antecedente e punto di contatto con il mondo giudaico-cristiano. Quindi «caldeo» starebbe a significare «arameo» o «aramaico», piuttosto che un generico «babilonese», anche se la koiné mesopotamica è sempre sottintesa. 

La gnšsis di Kremmerz sarebbe così a tutti gli effetti una «Scienza dei Magi». E in un contesto molto caleidoscopico, in cui l’autenticità dei materiali «caldei» proposti dal medesimo è impossibile da verificare, trova collocazione un documento certamente suggestivo e cattivante, i «Dodici aforismi magici di Iriz ben Assir». Di essi, le opere a stampa del Kremmerz espongono i primi sei (10). Il sedicente Iriz ben Assir è presentato quale «sommo sacerdote del periodo di Beroso» (11). Dalle fonti in nostro possesso si sa che Beroso era sacerdote del grande tempio di B¢l (Marduk) (12) nella Babilonia della fine del quarto secolo a.C. (poco dopo la vittoriosa campagna di Alessandro Magno). Egli si era proposto il compito «ecumenico» di tradurre in greco, in un’opera espressamente chiamata Babyloniaka, le principali tradizioni cosmogoniche, mitiche e religiose del suo paese. Il suo scritto purtroppo non ci è pervenuto: ne rimane soltanto un certo numero di frammenti riportati da antichi autori (13). La Babilonia ellenistica, crocevia di culture e sincretismi, è dunque lo scenario nella quale si muove questa scheggia di sapienza kremmerziana, il cui esordio, nel primo aforisma, è una sorta di rompicapo: 

«Uno è il mondo, uno è l’uomo e uno è l’uovo. Il mondo, l’uomo e l’uovo fanno tre. In ogni uno vedi il tre, nel mondo, nell’uomo e nell’uovo tu trovi tre volte tre. Se vuoi imparare il secreto dell’uovo rimonta a tre. Se vuoi comprendere il mistero dell’uomo risali a sei. Se vuoi intuire il grande arcano del mondo sali a nove. Aspira e respira tre volte per conoscere il secreto dell’uovo. Sei volte pel mistero dell’uomo, nove volte per l’arcano del mondo. Così Ea (Jeova) creò prima il mondo, poi l’uomo e poscia l’uovo e dette a questo il secreto dell’uomo e del mondo. Perciò, figliuolo, il primo aforisma delle cose sacre e riposte è nel numero 369. Senza luce, senza rumore, senza pensiero di sorta che non sia aspirazione ad Ea, seppellisciti vivo con le orecchie turate con cera di api e lana di agnello in cavità in cui non entri luce di mondo e là 369 respiri e aspiri fino a quando non vedi il Mondo nell’Uovo di Ea» (14). 

Ea, versione accadica del sumero Enki, è un personaggio parecchio importante nel pantheon mesopotamico: è il dio liquido che ha sembianze di pesce (15), signore dell’Aps, il più astuto, il più ingegnoso e il più abile fra gli dèi. Ea è l’egemone degli apkallu (sorta di «eroi civilizzatori»), detentore del potere sul tutto, cioè della forza e dell’attività demiurgica16. Egli è il dio fecondatore, creatore, legislatore, rivelatore e mediatore, ed è in queste vesti che è evocato nello scritto kremmerziano. In reminiscenza e in funzione di ciò, i sacerdoti di Oannes (così è noto Ea nelle fonti greche 17) indossavano paramenti a forma di pesce e nei rituali magici invocavano i «Sette splendenti apkallu, pesci venuti dal mare» (18).

Oannes/Ea e gli altri esseri pisciformi provocano una specie di metanoia, una trasformazione liberatrice, che sottrae gli uomini all’ignoranza e all’incoscienza. È questo forse anche il senso della nascita di Oannes da un uovo, di cui parla purtroppo solo una fonte tarda (bizantina) (19): nell’uovo è contenuta una vita embrionale di un’esistenza somatica che si ritiene perfetta («Uno è il mondo, uno è l’uomo e uno è l’uovo», recita l’aforisma); dietro al simbolismo «ovulare» pare quindi celarsi la via di accesso verso un principio generativo che agisce attivamente sulle trasformazioni fenomeniche. Un’azione plastica, fecondante, nota e raccontata sin dagli albori del pensiero ermetico e alchemico. L’alchimia ellenistica, espressa dalle manipolazioni di un Olimpiodoro o di uno Zosimo panopolitano, scova la prima materia nell’uovo, ricettacolo in cui è compendiato germinalmente il tutto:

 

Tòv γαp μδλυβδον εîπον ωòν τò εκ των τεσσαpων σωματων «Il piombo è l’uovo formato dai quattro corpi…» (20)

Ma nel linguaggio segreto di alchimisti e neoplatonici è usuale il gioco di parole tra «uovo» (ωòv ) e «essere» ( òv ). Sicché l’asserto può tradursi anche così:

«Il piombo è l’essere formato dai quattro corpi…»

Una sciarada all’interno di una visione cosmologica volta a mostrare come nel cuore oscuro della materia si celi l’eterno principio dell’illuminazione. È il caso della figura chiave del simbolismo alchemico, l’Ouroboros, il serpente ciclico che si autodivora mangiandosi la coda — secondo Agatodemone, mitico patrocinatore dell’arte ermetica, il suo segreto sarebbe celato in una «parola al plurale: Uova» (21). In greco il plurale di Uovo (ωòv ) è ωα, cioè la sequenza di A (inizio) e Ω (fine) rovesciata, espressione linguistica del compimento unito al principio, come plasticamente espresso nell’immagine dell’Ouroboros che inghiotte la propria coda.

Un significato cosmogonico che affiora nella testimonianza di Plutarco sulle dottrine dualistiche iraniche: Ohrmazd (Horomazes), dopo aver creato ventiquattro dèi, li pose in un Uovo, ma Ahriman (Areimanios), creati altrettanti esseri demoniaci, li fece penetrare al suo interno, provocando così la mescolanza di beni e di mali (22) . Una mescolanza che corrisponde al gumezišn, il «miscuglio» zoroastriano tra menog e getig, tra «invisibilità» e «corporeità», tra mondo virtuale e mondo manifesto.

Il De Iside et Osiride di Plutarco trascrive fedelmente la memoria cosmogonica iranica: in un commentario zoroastriano, la Rivāyat pahlavi che accompagna il Dādestān i denig, si dice che con uno «strumento» (abzar) forgiato nella «Luce Infinita» (asar rošnih), fu fatta tutta la creazione, inserita poi in un corpo umano, dove restò e crebbe per tremila anni. Questo gohr i xwarrah, questa sostanza luminosa, è immaginata simile ad un Uovo che racchiude un uccello in embrione (23). La cultura iranica è talmente rorida di questa figurazione, che il mito possiede addirittura un suo riflesso gastronomico. Secondo i Persika di Dinone di Colofone (24), il dinaste persiano gustava la potibazis, un pane di orzo e frumento, libando del vino servito in un «uovo d’oro» (ωωχpυσω) (25). Permane, nella metamorfosi culinaria, il dualismo cromatico fra rosso (il vino, il tuorlo) e bianco (il guscio aureo, l’albume), fra sangue e sperma, tra fuoco e acqua, tra tenebre e luce. Un’antitesi che segna l’intero sviluppo della cosmologia e dell’antropogonia mazdee. 

L’embrione all’interno dell’Uovo è l’immagine gestativa di Ea, emblema di un percorso di reclusione e di separazione dal mondo. Ciò implica una tecnica meditativa e rigenerativa: il seppellimento di cui parlano gli «Aforismi» equivale a una morte temporanea, una sorta di suicidio rituale. Un itinerario misterico affine sembra evocato nelle dure parole di uno scritto molto in auge fra gli gnostici (antichi e moderni), il Vangelo di Tomaso. Il logion 56 suona infatti: «Chi ha conosciuto il cosmo ha trovato un cadavere e per chi ha trovato un cadavere il mondo non è degno di lui» (26). Il corpo è una carcassa fastidiosa che inibisce la vera cosnoscenza: le percezioni che da esso provengono sono chimeriche e devono essere temporaneamente (oppure definitivamente) soppresse. Un rito che pare molto apprezzato dai teurghi dell’ultima chiesa neoplatonica. Una testimonianza in tal senso è rintracciabile nei citati Oracoli caldaici (27). È la «più segreta delle iniziazioni», l’estasi finale attraverso cui l’adepto si eleva al di sopra del «gregge della fatalità» (ειμαpτη αγελη) (28).

Sono i Teurghi, attraverso i Magusei, che mettono in comunicazione il mondo orientale e l’ultimo platonismo, dando al tutto un sembiante «caldeo». È ancora nei più antichi insegnamenti di Zoroastro, nelle sue Guthā, i «Canti» o «Inni», che troviamo qualcosa di affine. In uno di essi, Zoroastro fa dono della mobilità del suo «corpo» (uštana) ad Ahura Mazdā e perciò divenne taxma, cioè immobile, «rigido». Questa immobilità, simile a una morte apparente, individua un aspetto per così dire «sciamanico» all’interno del sacrificio. Un’oblazione, sulla quale è fondata la tradizione zoroastriana sui viaggi dell’anima, scandita da una precisa liturgia visionaria, in cui il procedimento rituale e i fenomeni fisiologici garantiscono il successo dell’esperienza estatica.

I successivi «Aforismi» di Kremmerz (dal secondo al quarto) si addentrano in una fisiologia della conoscenza il cui aspetto saliente è la respirazione: Ea creò un mondo duale, bicromatico «e dette il suo soffio caldo all’uomo e il freddo alla donna, che il primo doveva accendere e riscaldare e la seconda prendere e conservare» (29). Penetrare il «Mondo di Ea» significa aver conseguito il controllo del respiro, secondo un meccanismo che potremmo definire «yogico»: «Soffiando gonfi le gote ma non gonfiare il ventre, diversamente il soffio ritorna dove è partito e tu morrai» (30). Chi conosce il «Mondo di Ea», conosce «la vita del doppio soffio e come accendere soffiando (insufflando) il fuoco nel cielo»; questa gnšsis implica l’acquisizione di poteri demiurgici, di segrete vie alle quali giungere per mutare il flusso della generazione, sia terrestre che celeste. Ma è nel quinto aforisma che, accanto a una prosa di sicuro effetto evocativo, fa la sua comparsa un nuovo e più suggestivo personaggio chiamato Egs:

«Appena Ea ti avrà parlato, lo spirito suo, il gigante Egs (Ariel) comincerà a stabilire dei venti intorno a te. Questi venti sono la sorgente della tua potenza, della tua forza e della tua luce, ma guardati di abbandonarti fidente ad essi, che Ea e il suo spirito Egs sono più forti di te e tu morresti elevato vivo dove non può vivere l’uomo» (31).

Sulle prime si sarebbe portati a pensare che lo «spirito» di Ea qui richiamato, veicolo della sua sapienza e favella, il «gigante Egs», rappresenti una specie di burla partenopea collocata nel cuore dell’ermetismo kremmerziano: Egs altro non sembrerebbe che la parola inglese Eg(g)s «Uova», privata di una consonante, la g. Ma il nesso babilonico sembra far capolino in una possibile etimologia. Se ipotizziamo Egs legato alla radice semitica GZR, «giudicare, condannare», ma anche «circoncidere, recidere la gola (di una vittima)», da cui l’aramaico biblico gazrin, cioè gli aruspici semitici, gli «astromanti» sacrificali. 

La parola ha un peculiare sviluppo in ambiente aramaico: Agziel è il nome e l’angelo della Luna (agzaiil, agz‘il) presso una comunità gnostica mesopotamica, i Mandei (32). Se Egs e Agz sono la stessa entità, gli aforismi sembrano tràdire una qualche veridicità babilonica: pensiamo a quel mondo sincretico e fluido che ha visto le origini della gnosi, il sostrato ideale in cui differenti tradizioni religiose, dalla misteriosofia ellenistica alla koiné aramaico-iranica (33) , hanno trovato un vitale strumento di propagazione. Nello Scriptum sine Titulo, un notevole trattato cosmogonico gnostico ritrovato a Nag-Hammadi, i «perfetti», i teleioi che hanno raggiunto il compimento celestiale chiamano il demiurgo omicida Ialdabašth con il nome di Aria¢l (34), in ebraico il «Leone di Dio». Il teriomorfismo si chiarisce ulteriormente in relazione a un altro logion del Vangelo di Tomaso: 

«Gesù disse: “Beato il leone divorato da un uomo: diventerà uomo; maledetto l’uomo divorato da un leone: diventerà leone» (35).

Nel leone è qui effigiata la forza demiurgica caotica, dominio della violenza e delle passioni: se l’uomo riuscirà a governarla, a interiorizzarla, la trasformerà «umanizzandola»; al contrario, se ne verrà soggiogato e «divorato» prevarrà il leone, trasformando l’uomo in un animale, preda della furia disordinata. Ma se Egs e Ariel sono la stessa entità, non si può non pensare all’ultima opera drammatica di William Shakespeare, The Tempest, e alle sorti del suo naviglio. L’equipaggio della nave dirottata dalla tempesta subisce infatti per tutta l’azione del dramma l’effetto allucinatorio di quel demone dell’aria che risponde al nome di Ariel. Al pari del vento, l’aria soffiata o smossa da Ariel sospinge il soggetto fuori di sé, verso zone coscienziali remote, tra onirismo e follia.

Non a caso nel successivo e ultimo aforisma (il sesto) si intima all’adepto di costruirsi una nave «con una vela che il vento di Egs non può rompere e appena vedrai il vento gonfiare le acque e le acque salire al cielo, entra nella nave e di’ a Egs: portami dove l’acqua non arriva. Allora la vela sarà gonfiata da sette spiriti di Egs» (36). Una coincidenza questa fra l’imbarcazione di Egs/Ariel e la nave del La tempesta di Shakespeare? Oppure abbiamo a che fare con una sorta di rottame, di residuo misterico incuneato fra chimere babiloniche e teatro elisabettiano? Ai posteri l’ardua sentenza. Comunque si tratta di un enigma che è difficile sciogliere. 

L’ultimo aforisma prosegue con l’elencare i «sette spiriti di Egs», secondo un modulo misterico ben noto nel mondo antico, il cosiddetto «settenario», nel quale la serie fondamentale dei sette pianeti dell’astrologia tolemaica è messa in relazione con le sette note musicali, i sette metalli, le sette vocali, le sette piante, etc… La serie delle corrispondenze è espressa nel documento kremmerziano in modo assai impenetrabile:

«Fou — spinge Xi — raddrizza Mne — sostiene Ag — conduce Mor — trattiene Mô — sente e parla Râ — vede» (37).

La natura criptica in cui si è trasmesso il documento kremmerziano, non permette di capire quale sia il reale significato dei sette nomi degli «spiriti di Egs». Dal tenore dello scritto si può postulare una loro natura concreta e un riferimento a una tangibile pratica operativa magica.

Assecondando una disciplina ermetica che pone quale argomento privilegiato l’interazione fra macrocosmo e microcosmo, l’Anima mundi, che in questo sentire è l’ultimo riflesso di un principio ineffabile e divino, dovrebbe avere una manifestazione visibile nella flora e nelle sue molteplici epifanie. È forse quindi nel mondo vegetale che dobbiamo ricercare i «sette spiriti di Egs»? A titolo di pura erudizione antiquaria, si può notare come il primo di essi, Fou potrebbe corrispondere al greco φου, nome che secondo Dioscoride designa il «Nardo selvatico» (38) (αγpìαν ναpδον). «Nardo» è nome comune di piante molto odorose e molto diverse fra loro dalle cui radici si estraggono olii essenziali usati nella preparazione di profumi: è l’olio con cui la Maddalena unge i piedi di Gesù (39) in Luca 7, 36-50. 

Ma il nardo è anche un ingrediente della theriaka, una panacea universale a base di oppio (Papaver somniferum) e altri ingredienti psicoattivi (tra cui il croco, comunemente noto come zafferano) (40). Nicandro di Colofone (III-II sec. a.C.) è il primo a parlare della theriaka. Ampiamente utilizzata da Galeno (131-200 d.C.), che la somministrava a Marco Aurelio, forse per curarne la tossicodipendenza da oppio, la theriaka è il contravveleno più diffuso nell’antichità. Da questo elettuario oppiaceo partirà Paracelso (1493-1521) per produrre una ricetta segreta «per evitare la morte», che chiamerà laudano.

La ricetta del laudano verrà perfezionata dal medico inglese Thomas Sydenham (1624-1689), il più importante patrocinatore dell’oppio agli albori della medicina moderna. Il «laudano di Sydenham» o tinctura opii crocata sarà la droga che farà descrivere a Thomas De Quincey (1785-1859) nelle sue Confessioni di un oppiomane i mutati stati di coscienza, nei quali immagini plastiche evocate nel buio della mente assurgono a realtà oniriche. Il senso dello spazio e del tempo mutano repentinamente nell’esperienza enteogena di De Quincey. Il tempo è percepito dal poeta come dilatato all’infinito: «talvolta credevo di essere vissuto settanta o cento anni in una sola notte: anzi, certe volte avevo l’impressione che fosse trascorso un intero millennio, una durata che oltrepassa di molto i limiti dell’esperienza umana». Un intreccio visionario e rituale che si ritrova nell’ermetismo barocco del marchese Massimiliano Palombara (1614-1685), un nobile romano edificatore di una più famosa «Porta magica» (41), un manufatto cosparso di misteriosi segni provenienti dalla tradizione ermetica e astrologica, enigmi che, nelle intenzioni del costruttore, una volta svelati avrebbero dovuto condurre al mitico giardino delle Esperidi. La dottrina del Palombara, sincretico crocevia di neopitagorismo, ermetismo e alchimia, è in gran parte enunciata in una serie di poemetti o Rime ermetiche, nelle quali si esprime lo gnostico anelito verso la palingenesi, il rinnovamento spirituale e corporeo conseguito attraverso la creazione di un elisir universale, il Mercurio filosofico, singolarmente definito «Hermetico papavero» (42), libato con il croco, versione «misterica» del nostro laudano. L’iscrizione e i simboli cifrati sulla «Porta magica» acquisiscono inoltre un nuovo e più profondo significato pensando a Virgilio e alla sua Eneide, nel verso in cui la sacerdotessa, custode del tempio delle Esperidi, porge al drago — sentinella dell’albero recante i pomi aurei — il Papaver somniferum quale cibo apportatore di sonno (43). 

Se questa ipotesi «enteogena» su Kremmerz fosse veritiera, potremmo convenire con K. Kerényi, che l’esigenza tutta umana di espandere la propria sfera di conoscenza avrebbe un preciso complemento nell’altra esigenza di ampliare anche i «confini della propria esistenza». Questo secondo tipo di sviluppo del mondo cognitivo richiede un particolare tipo di «vissuto», esperibile secondo modalità diverse: esso, per i popoli che usano la scrittura, può essere sperimentato come «immersione» nella lettura, che espande la coscienza alla «visione» delle esistenze descritte nel racconto (= il mito, il romanzo). Ma prima ancora, e oltre, vi sarebbero altri modi per modificare la propria esistenza, attraverso la dilatazione visionaria del mondo interiore, enteogeno: le estasi allucinatorie che espandono la mente «drogata» attraverso il mezzo naturale del lungo digiuno oppure attraverso lo stimolo di piante o succedanei psicoattivi, quali appunto gli oppiacei e, nelle culture moderne, l’LSD.

II.

Strettamente relato all’ermetismo kremmerziano è l’insegnamento trasmesso da un aristocratico romano, il conte Umberto Alberti di Catenaia (1879-1938), iniziatore di un preteso «Ordine dei Telei» (44). Figura marginale dell’ermetismo nostrano, la sua opera è principalmente conosciuta dagli scritti di Paolo Virio, pseudonimo di Paolo Marchetti (1910-1969) e nella sferzante testimonianza che ne ne dà il cognato del Virio, il più noto Massimo Scaligero (1906-1980). Lo Scaligero, al secolo Antonio Scabelloni, seguace dell’insegnamento di Rudolf Steiner, contribuì in modo determinante a far conoscere in Italia il verbo antroposofico. Scrittore prolifico e giornalista, nell’ultimo scorcio della vita egli raccolse parte dei pensieri e riflessioni autobiografici in un libro, Dallo Yoga alla Rosacroce (Perseo-Tilopa, Roma 1972), prezioso squarcio su di un mondo esoterico al crepuscolo. Scaligero dedicò anche un capitolo al cognato Paolo Virio, che però venne espunto per ragioni varie, non ultima, credo, la repentina scomparsa del Virio. Da informazioni ottenute attraverso un discepolo di Scaligero, il dr. Marco Allasia (che ringrazio), pare le Edizioni Tilopa stiano approntando una nuova e aggiornata edizione de Dallo Yoga alla Rosacroce, nella quale sarà reintegrato il capitolo escluso, in una nuova versione. La precedente però sembra più esaustiva e didascalica riguardo alla disciplina del conte Alberti: in essa la mente di Scaligero torna al 1934, quando assieme al futuro cognato conobbe

«un anziano occultista, il conte Umberto Alberti, che amava usare lo pseudonimo Erim di Catenaia, per quanto non avesse pubblicato altro che tredici puntate sull’Occultismo su un settimanale non molto diffuso… L’Alberti, esoterista cristiano, cabbalista, martinista, coltivava le scienze esoteriche insieme con la moglie Ersilia: una coppia simpatica, ma stranamente collegata con l’Occultismo, perché al livello pratico finiva sempre sul piano delle sedute spiritiche» (45).

L’Alberti, nonostante l’enfasi e il rivestimento esoterico cristiano, pare coltivasse una segreta pratica sessuale, simile a certa gnosi libertina incline ad utilizzare l’eros mondano per cancellare il regno del Demiurgo, facitore del mondo e del desiderio. Eros e cosmogonia nei miti gnostici sono infatti coinvolti nella ricerca di un medesimo fine, cioè il trascendimento di questa modalità di esistenza: un paradosso, poiché la stessa energia che ha creato ed alimenta l’illusione di «questo mondo» è alla base del suo annientamento. Non si deve dimenticare infatti come l’alchimia della Luce, la sua purificazione, nello gnosticismo e poi nel manicheismo si configuri come una sorta di purgatio dello sperma umano (46).

Scaligero, che per scelta esistenziale è ben lontano da questo sentire, giustifica la pratica dell’Alberti come tristo succedaneo a frustrazioni interiori:

«egli, cultore… dell’eros verso il sovrasensibile, a causa del fallimento di talune pratiche operative, era afflitto da una sorta di ossessione erotica, per cui tra l’altro la moglie doveva scegliere delle cameriere orbe, sciancate e senza denti, perché egli non subisse eccitazioni nell’ambito familiare: del resto di questa sua ossessione l’Alberti non faceva un mistero e la spiegava non senza un senso di umorismo, da noi condiviso, soprattutto riguardo alle “veneri” domestiche».

La descrizione che Scaligero fa dell’Alberti è squallida e impietosa, fortemente condizionata dal disprezzo che egli nutriva verso le pratiche di magia sessuale, che al contrario il conte giustificava e collocava in un quadro esoterico cristiano:

«Era indubbiamente un uomo di valore, ma non poteva non condizionare il mio apprezzamento circa il suo Esoterismo il fatto che egli trascorresse diverse ore alla finestra del suo appartamento al mezzanino a sbirciare i seni e le anche delle bellocce che passavano. Tuttavia aveva una carica di simpatia e di fascinoso dialettismo esoterico… La coppia Umberto ed Ersilia Alberti era invero una coppia anziana, in stato di malinconica solitudine e avida di compagnia: perciò si attaccò sentimentalmente a noi. Lui in particolare sentiva di poter riguadagnare un certo livello, comunicando il suo sapere a dei discepoli: ma era evidente che io non potessi diventare un tale discepolo…»

A diventare a tutti gli effetti discepolo dell’Alberti, cioè di Erim, sarà invece il Virio, che assieme alla moglie «Luciana», cioè Adelina Scabelloni, sorella di Scaligero, continuerà la via iniziatica e sessuale tracciata dal maestro e da questi ridipinta in vesti cristiane.

S’è detto l’esoterismo dell’Alberti fortemente condizionato e debitore di certe pratiche gnostiche estreme. Una silloge degli insegnamenti del maestro fu compilata dal Virio sotto il nome di Erim, Il conseguimento celestiale. Dottrina e tradizioni dell’esoterismo cristiano (Editrice Zephyr, Roma 1970). La raccolta contiene ampi stralci dalle opere manoscritte dell’Alberti-Erim, vergate in uno stile non privo di fascino, oscuro e accattivante. L’insegnamento che il linguaggio volutamente criptico e barocco di Erim sembra voler trasmettere è che il corpo femminile è un corpo di profanazione (47): la sodomia è l’apice di questa opera blasfema attraverso la quale si compie la ars magna sexualis, un itinerario attraverso gli arcani maggiori dei tarocchi, immaginati come «geroglifici» che dipingono metaforicamente una rituaria sessuale fatta di fellatio, irrumatio e sodomia (48). Un percorso di abiezione affine si ritrova nelle opere dello scrittore e saggista francese Georges Bataille. Secondo Bataille il mito erotico si configurava come esperienza ultima in quanto non era semplice rappresentazione ma consumazione totale dell’essere. A partire dall’essere demiurgico che l’ha generato o «plasmato», il cosmo di Bataille non è un prodotto esteriore, ma la forma che questo essere indegno assume nelle sue trasmutazioni lubriche, nel dono estatico che fa di se stesso in quanto vittima oscena, in balìa della blasfemia mondana (49)

Gli Gnostikoi di cui parlava Epifanio sacrificavano a 365 Arconti, uno per ogni giorno dell’anno (Pan. haer. 26, 9). La cerimonia comprendeva un coito interrotto seguito da una comunione spermatica, in una rituaria ciclica che si ripeteva per ciascuno degli Arconti. Il paradosso è che così facendo si celebrava il Grande Arconte, il Demiurgo omicida e ignorante facitore di questo mondo, finalità riflessa nella formula di invito che l’uomo rivolgeva alla donna: «Abbi rapporto sessuale con me, affinchè possa condurti dall’Arconte». Iniziava così un cammino sessuale — simile a quello prospettato da Erim (50) — che doveva portare l’anima del telete prima verso l’alto e poi verso il basso, ripercorrendo all’ingiù tutta la scala degli Arconti (gli Arcani dei tarocchi di Erim) (51). Si sommavano così 730 passaggi (due volte 365) e solo allora il celebrante poteva dire di sé: «Io sono il Cristo» (52).

L’interessante di tutta questa congerie di insegnamenti è che la celebrazione del malvagio Arconte coincide con il suo trascendimento. In questo senso si spiega nell’opera di Erim il continuo, ossessivo, riferirsi alle opere diaboliche o «kakodemoniche» (53) quale tramite necessario per la salvazione, riflesso di una religiosità ipogea che ha nel culto delle tenebre il suo tratto fondante. L’attraversamento di questa zona oscura si compie tramite una «operazione di terra» (la nigredo alchemica), percorrendo a ritroso ciò che era avvenuto all’inizio: 

«La Differenziazione della Luce, e la differenziazione di forza, equivalgono alla decomposizione della Luce, (operazione Terra), infatti generarono in embrione la terra» (54).

La nostalgia per l’elemento originario, ritenuto scaturigine del tutto, sembra un’ossessione condivisa dai filosofi presocratici (anche se può dirsi una chimera evincerlo dagli sparuti frammenti sopravvissuti). Nel passo di Erim è la Luce, il «Fuoco» di Eraclito 55, a rappresentare l’elemento iniziale, secondo un modello fluido del cosmo in cui l’anima è collocata in un ritmo di perenne scambio fra gli elementi 56, anima → acqua → terra → acqua → anima, i quali a loro volta rappresentano mutazioni del fuoco (22 B 31 DK), in una sorta di πυpομαγεìα, che secoli più tardi metterà sulla bocca di un Hermes apocrifo, cioè Trismegisto, i famosi versi sul «ciò che sta in alto e che è identico a ciò che sta in basso» (57).

Logico ritrovare questa visione liquida dell’universo applicata ai corpi e all’uomo. Il myste passa così da uno stadio di esistenza all’altro attraverso «prove» e mutazioni purificatorie delle proprie secrezioni fisiologiche, in uno scenario sessuale dai forti contenuti evocativi. Ci sono testi barocchi dal languore inquisitorio come il De nefando lamiarum cum diabolo coitu, di J.H. Pott (Jena 1689), che sembrano richiamare proprio queste atmosfere celebrate da Erim.

L’astuto ermetista ha saputo costruire un abile e meraviglioso scenario attraverso il quale ingannare i saccenti di un certo occultismo nostrano, saputelli illusi alla ricerca di un esoterismo che possa colmare lo iato fra la realtà e l’apparenza, fra il mondo esterno e lo spazio interno. Una trappola che agirebbe secondo un meccanismo magico «sostitutivo» splendidamente descritto ne Il diavolo nella bottiglia, un magistrale racconto di R.L. Stevenson. 

In un itinerario magico nel quale l’unico fine è l’acquisizione di un potere mondano, il punto nevralgico è la ricerca di un materiale sacrificale sostitutivo da offrire al grande Arconte, il «Signore di questo mondo»: è il principio del satanismo volgare, qui rivestito di elucubrazioni mitografiche e filosofiche. Ciò che si cerca è la coppia da dedicare alle tenebre, quale gradita oblazione alle potenze infere. Un universo cangiante e fantasmatico che già la religione antica («pagana») aveva confinato nel regni del non-essente.

La pratica insegnata dall’Alberti tenterebbe, con questo stratagemma, di «rapire» la trascendenza: la coppia sarebbe violentemente afferrata dall’emergenza della realtà ultima, senza però che sia possibile concretizzare durevolmente questo fenomeno. Ai telei si dischiuderebbe quindi il baratro della dispersione, nella diffusione «orizzontale», mondana, delle energie, riunite nell’illusorio istante di una «verticalità» luminosa.

D’altra parte i detrattori della disciplina ermetica insegnata dall’Alberti-Erim propendono per una sua «reinvenzione» in àmbito moderno, ottocentesco. Una fonte insolita, per capire come l’esoterismo sia a volte servito per ammantare di mistero certe pratiche sessuali «estreme» è il crudele e cinico Curzio Malaparte, il quale testimonia una peculiare recezione di un qualcosa di affine, nel mondo partenopeo alla fine del secondo conflitto mondiale.

Racconta Malaparte (58): «Avevo già udito molte volte parlare di “’a figliata” la famosa cerimonia sacra che si celebra ogni anno, segretamente, a Torre del Greco e alla quale convengono, da ogni parte d’Europa, i più alti sacerdoti della misteriosa religione degli Uraniani… La celebrazione di quell’antichissima cerimonia (il culto asiatico della religione uraniana è stato introdotto in Europa dalla Persia poco prima di Cristo e già durante il regno di Tiberio la cerimonia della “figliata” era celebrata nella stessa Roma in molti templi segreti, di cui il più antico nella Suburra) era stata sospesa durante la guerra: ed ora era la prima volta, dopo la liberazione, che quel misterioso rito tornava in onore.». Lo scrittore descrive dettagliamente la cerimonia (59): un nerboruto giovine, militare anch’egli come i myste mithriaci, imitando il travaglio partorisce una sorta di mostriciattolo, un βpεφοç deforme, dal ventre gonfio enorme, dotato di un gigantesco fallo. 

Alla nascita dell’abominevole pargolo segue una sorta di processione dionisiaca che culmina in un pasto sacro: è la «cena mithriaca» a base di spaghetti, fritto di triglie e calamari, manzo alla genovese e da ultimo la parodia del dršn, il pasto sacro zoroastriano, la pastiera napoletana. Corollario della figliata, è la cerimonia che Malaparte eufemisticamente chiama del «baciamano», cioè un’orgia omosessuale. Tale pederastia rituale, rifondata dal credo uraniano nell’Inghilterra vittoriana, è lo stigma di un esoterismo che si immerge nel flusso vitale dell’eros. L’infante della figliata, il βpεφοç gnostico, è la parodia di Lazzaro; la nascita del bambino, è una specie di resurrezione. L’uscita dal mondo è l’uscita dall’utero, la fuga dal cetaceo dracontico, cioè dalla balena di Giona, di Pinocchio e del Barone di Münchausen, il tutto rivisitato in chiave omosessuale.

Tornando a un ambito più propriamente gnostico e magico, credo che questo insegnamento «ermetico» possa in qualche modo riallacciarsi all’iconografia di una classe di gemme magiche dedicate al «dio volatile» Hop (60) e alle quali è sovente associato il teonimo ERIM, che recentemente il prof. Attilio Mastrocinque ha spiegato come una possibile corruzione del greco βpìμη, «forza» nel senso di «collera, ira» (61), da cui βpιμωδηç , «collerico» (62). In una di queste gemme il presunto dio Hop reca nella mano destra una freccia a forma di lancia rivolta verso il basso (63).

Queste gemme appartennero alla collezione di un personaggio rilevante nella storia dell’antichistica nostrana, Filippo Buonarroti (Firenze 1661-1733), un erudito al crocevia tra filologia e fascinazioni esoteriche. Discendente del grande Michelangelo, visse nel palazzo dove il nonno Michelangelo Buonarroti il Giovane aveva creato una galleria d’arte, nella Firenze di Cosimo III e Giangastone de’ Medici. Fu a Roma a partire dalla fine degli anni settanta; qui la regina Cristina di Svezia stava costituendo una grande collezione antiquaria, anche di gemme. La stessa regina Cristina — come hanno svelato le indagini di Anna Maria Partini — era nota per aver fondato un cenacolo esoterico nella Roma barocca di padre Athanasius Kircher e del marchese Palombara (64). Nel 1684 il cardinale Gaspare Carpegna nominò Filippo Buonarroti bibliotecario e conservatore del suo museo. Il Buonarroti partecipò a indagini nelle catacombe e alle prime pubblicazioni scientifiche di antichità italiche (65). Alla fine del XVIII secolo tornò a Firenze, dove, nel 1700, fu nominato senatore. Fu maestro di A.F. Gori e in contatto coi più grandi studiosi italiani di antichità. Tra il 1688 e il 1731 redasse il taccuino (Firenze, Bibl. Marucelliana Ms. A 48) dedicato alle gemme gnostiche e magiche, le cui pagine iniziali procedono per collezioni, per passare poi, da p. 34 in poi, a un ordinamento per soggetti. Oltre alle gemme del suo museo, egli disegnò quelle di varie collezioni, e soprattutto del Fabretti e di Pier Andrea Andreini (le cui 300 gemme passarono poi alle raccolte medicee) (66). 

Nel 1766 l’abate Richard vide ancora le gemme gnostiche «basilidiane» nel museo del Buonarroti (67); in seguito la collezione fu dispersa; alcune gemme furono acquisite dal barone Stosch e poi passarono a Berlino, dove sono tuttora conservate, negli Staatlichen Museen, altre passarono a Napoli (68). Esse però non facevano parte delle gemme medicee, che, attraverso Margherita d’Austria (poco dopo il 1537), moglie del duca Farnese di Parma e Piacenza, passarono ai Farnese e poi, nel 1735, in eredità ai Borboni di Napoli (69), per cui si trovano attualmente al Museo Archeologico di Napoli.

Un tragitto difficile per capire come da una collezione di antichità ermetiche e magiche sia probabilmente scaturita parte della affabulazione esoterica e gnostica di Erim. Una sapienza però molto lontana dai dettami prima della filosofia antica (neoplatonismo) e poi del cristianesimo. L’insegnamento neoplatonico è infatti coerentemente sviluppato nel V secolo d.C. da Proclo, noto anche per aver codificati i principii simpatetici della teurgia. 

Il sistema neoplatonico è di tipo monistico ed emanativo: dall’Uno, che è al medesimo tempo Bene assoluto e Dio, per mezzo dell’intelletto (Nουç) e l’Anima del mondo, con l’aiuto delle trasformazioni dialettiche, nascono tutti gli elementi della vita sino alla Materia, che è perciò il non-essente di Dio. Tutto in natura, in misura maggiore o minore, viene divinizzato e il male, naturalmente, non interviene come sostanza autonoma, ma soltanto come rifiuto del Bene supremo per beni di ordine infimo. Divina, per la sua origine, è anche l’anima umana, che può attingere la conoscenza direttamente a Dio e non ha bisogno di alcuna mediazione.

Il superamento del dualismo fra la Materia e lo Spirito viene conseguito nel cristianesimo — e in questo sta la differenza radicale dal neoplatonismo — non dialetticamente, per mezzo di una serie di trasformazioni, ma immediatamente, in modo miracoloso, attraverso un salto qualitativo. Per il cristianesimo perciò il sovrannaturale è normale, il metafisico è naturale; il miracolo appare come la forma più alta della realtà. La frase attribuita a Tertulliano «credo perché è assurdo», cioè miracoloso, non è un controsenso, ma la formula di una concezione del mondo di tipo particolare, che non ha nulla a che vedere con bizzarre rituarie o cervellotiche manipolazioni sessuali di un insegnamento che, seppur in modo recondito e segreto, ad una presunta essenza cristiana vorrebbe rifarsi (70).

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Note

1 Per una introduzione generale vd. W. BURKERT, Antichi culti misterici (Biblioteca Universale Laterza 336), trad. M.R. Falivene, Roma-Bari 1991.

2 Cfr. J. DORESSE, «L’ermetismo di derivazione egiziana», in H.-Ch. Puech (cur.), Storia delle religioni: 8. Gnosticismo e manicheismo (Universale Laterza 397), trad. M.N. Pierini, Roma-Bari 1977, pp. 88 ss.

3 Cfr. anche A.-J. FESTUGIÈRE, La révélation d’Hermès Trismégiste, I. L’astrologie et les sciences occultes, Paris 1944, p. 128.

4 Cfr. M. PEREIRA, Arcana sapienza. L’alchimia dalle origini a Jung, Roma 2001, pp. 40 ss.

5 Per la deriva della scuola si veda quanto dice uno dei suoi ultimi sedicenti esponenti, Alessandro Boella, in R.A. SCHWALLER DE LUBICZ, Insegnamenti e scritti inediti, a cura di A. Galli e A. Boella, Edizioni Mediterranee, Roma 2008, pp. 9-10 n. 3.

6 Cfr. D. MACRITCHIE, s.v. «Caves», in ERE, III, T. & T. Clark Ltd., Edinburgh (repr. 1980), p. 270 a.

7 La produzione del Lebano è abbastanza cospicua, parte dei testi e manoscritti sopravvissuti sono però gestiti (in modo totalmente ascientifico e «occultistico») da svariati adepti di combriccole esoteriche che alla sua opera fanno riferimento; per ora è disponibile l’edizione di una sua libera versione di Empedocle: G. LEBANO, Il cielo urbico (Opere, vol.I), Victrix-Palladia, Forlì 2004.

8 Cfr. S. LILLA, s.v. «Teurgia», in A. DI BERARDINO (cur.)., Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, II, Marietti, Casale Monf. (AL) 1983, coll. 3438-3439.

9 Pubblicato in gran parte dalle Edizioni Mediterranee (= La scienza dei Magi, IIV, Roma 1976), più altro materiale edito per piccole case editrici come la Rebis di Viareggio o la Myriamica di Bari.

10 Cfr. G. KREMMERZ, Introduzione alla scienza ermetica, antologia a cura di F. Picchi, Edizioni Mediterranee, Roma 20002, pp. 166-168; ID., La scienza dei Magi, IV: Dizionario dei termini ermetici, cur. U.D. Cisaria, pp. 14-17 (con i rif. ai passi dell’opera omnia).

11 KREMMERZ, Introduzione alla scienza ermetica, p. 165. 12 Beroso è infatti la grecizzazione dell’accadico B¢l-uñur, «B¢l proteggi», o B¢luður-ƒu, «B¢l proteggilo»; cfr. G. FURLANI, s.v. «Beroso», in Enciclopedia Italiana, VI, Roma 1930, p. 771.

13 Raccolti in P. SCHNABEL, Berossos und die babylonisch-hellenistische Literatur, Leipzig 1923 (repr. Hildesheim 1968).

14 Il corsivo è nel testo originale: KREMMERZ, Introduzione alla scienza ermetica, p. 166.

15 Un pioniere degli studi storico-religiosi, l’orientalista I. Scheftelowitz, aveva a suo tempo sottolineato il coinvolgimento mesopotamico del pesce cristico («Das Fisch-Symbol im Judentum und Christentum», in Archiv für Religionswissenschaft 14 î1911º, p. 343); l’intuizione venne in qualche modo fatta propria dallo «spretato» (= modernista) S. Minocchi («I miti babilonesi e le origini della Gnosi îseconda parteº», in Bilychnis 4 î1915º, pp. 291-292); all’orizzonte di entrambi c’è in ogni caso l’ossessione panbabilonista di W. Bousset e del suo Hauptprobleme der Gnosis (FRLANT 10), Göttingen 1907.

16 Cfr. J. BOTTÉRO-S.N. KRAMER, Uomini e dèi della Mesopotamia, trad. it. cur. G. Bergamini, Torino 1992, pp. 202-205.

17 L’identificazione fra Oannes ed Ea è contestata da G. FURLANI («Ea nei miti babilonesi e assiri», in Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti 87 î1927-1928º, parte seconda, p. 660).

18 Lett. «carpe», purŸdu, cfr. E. REINER, «The Etiological Myth of the “Seven Sages”», in Orientalia 30 (1961), p. 2 (testo); 4 (trad. e comm.).

19 Fozio, Bibl. 279 (PG 104, 321) in SCHNABEL, Berossos, p. 254.

20 Hiera tech. 44 (BERTHELOT-RUELLE II, p. 95, 2-3; trad. E. ALBRILE îcur.º, Olimpiodoro. Commentario al libro di Zosimo “Sulla forza”, alle sentenze di Ermete e degli altri filosofi, Mimesis, Milano 2008, p. 86).

21 Hiera tech. 18 (BERTHELOT-RUELLE II, p. 80, 2-3; ALBRILE, p. 66).

22 Cfr. Plut. De Is. et Osir. 46-47: 369 D-370 C (= C. CLEMEN îed.º, Fontes Historiae Religionis Persicae îFontes Historiae Religionum ex Auctoribus Graecis et Latinis Collectos, Fasc. Iº, Bonn 1920, pp. 48-49).

23 Cfr. GH. GNOLI, «Un particolare aspetto del simbolismo della luce nel Mazdeismo e nel Manicheismo», in Annali dell’Istituto Orientale di Napoli, N.S. 12 (1962), pp. 113 ss.

24 FGrHist 690 F4.

25 Persika III, 3 (= Athen. 11, 503 F; FHG II, p. 92 a).

26 Ev. Thom. II, 90, 30-32 (secondo l’ed. GUILLAUMONT-PUECH-QUISPEL-TILL‘ABD AL MAS³, Leiden-London 1959, pp. 30-31).

27 Fr. 159 DES PLACES (cfr. MAJERCIK, pp. 108-109 e 200; KROLL, p. 61 + n. 3 = Psello in PG 122, 1141 b 10-11, add. schol. Epicteti IV, 7, 27, p. 422 Sch2).

28 Fr. 153 (KROLL, p. 59 = Lido, De mensibus II, 10, 31, 16-19 WÜNSCH, Stuttgart 1898 îrepr. 1967º).

29 KREMMERZ, Introduzione alla scienza ermetica, p. 166.

30 KREMMERZ, Introduzione alla scienza ermetica, p. 167 (il corsivo è nel testo).

31 KREMMERZ, Introduzione alla scienza ermetica, p. 167.

32 Cfr. E.S. DROWER-R. MACUCH, A Mandaic Dictionary, Oxford 1963, p. 5 b.

33 Cfr. E. ALBRILE, «ZurwŸn sulla Luna. Aspetti della gnosi aramaico-iranica», in Rivista degli Studi Orientali 75 (2001), pp. 27-54.

34 Cfr. Orig. Mund. II, 100, 25.

35 Ev. Thom. II, 33, 25-29 (secondo l’ed. B. LAYTON îNag Hammadi Studies XXº, Leiden-New York-København-Köln 1989, pp. 56-57); vd. anche la versione di J. DORESSE, Il Vangelo secondo Tommaso (La Cultura, XVI), trad. it. di A. Romanò e M. Andreose, Il Saggiatore, Milano 1960, p. 87; alla interpretazione della pericope ha dedicato un esaustivo studio H.M. JACKSON, The Lion Becomes Man. The Gnostic Leontomorphic Creator and the Platonic Tradition (SBL Dissertation Series 81), Scholar Press, Atlanta (Georgia) 1985, pp. 1-12 e passim.

36 KREMMERZ, Introduzione alla scienza ermetica, p. 167.

37 KREMMERZ, Introduzione alla scienza ermetica, p. 168.

38 Dioscor. 1, 11 (WELLMANN, I îBerlin 1958º, pp.15-16).

39 In Giov. 12, 1-8; Marco 14, 1-9; Matteo 26, 1-3 è Maria di Betania.

40 CH. RÄTSCH, Enzyklopädie der psychoaktiven Pflanzen. Botanik, Ethnopharmakologie und Anwendung, AT Verlag, Aarau (Schweiz) 20078, p. 805.

41 Cfr. E. CAETANI LOVATELLI, «La porta magica dell’Esquilino», in ID., Ricerche archeologiche, Roma 1903, pp. 129-144; P. BORNIA, «La Porta Magica. Studio storico», in Luce e Ombra 15 (1915), pp. 180-187; 229-235; 279-284; 323-328; 367-373; 419-421; 462-467 (importante messa a punto); M. GABRIELE, Il giardino di Hermes. Massimiliano Palombara alchimista e rosacroce nella Roma del Seicento, Ianua, Roma 1986; N. CARDANO (cur.), La Porta Magica. Luoghi e memorie nel giardino di piazza Vittorio, Roma 1991.

42 Cfr. A.M. PARTINI (cur.), Marchese Massimiliano Palombara. La Bugia. Rime ermetiche e altri scritti. Da un Codice Reginense del sec. XVII (Biblioteca Ermetica/13), Edizioni Mediterranee, Roma 1983, p. 64.

43 Eneid. 4, 486.

44 Cfr. I. BRANDANO (pseudonimo), «Das Alchimistische Geheimnis in der Schule von Giuliano Kremmerz», in Gnostika 3: 11 (1999), p. 24 a.

45 M. SCALIGERO, «P.M. Virio (1910-1969)», p. 1 (del dattiloscritto).

46 Cfr. F. DECRET, L’Afrique manichéenne (IVe-Ve siècles). Étude historique et doctrinale, Études Augustiniennes, Paris 1978, pp. 130-131 (tome I); per analoghe pratiche nello gnosticismo, cfr. L. FENDT, Gnostische Mysterien. Ein Beitrag zur Geschicte des christlichen Gottesdienstes, München 1922, pp. 3 ss.; S. BENKO, «The Libertine Gnostic Sect of the Phibionites according to Epiphanius», in Vigiliae Christianae 21 (1967), pp. 104 ss.; l’intero dossier è stato ripreso e contestualizzato in chiave comparativa da M. ELIADE, «Spirito, luce, seme», in Occultismo, stregoneria e mode culturali. Saggi di religioni comparate, Firenze 19902, p. 130 e passim. 

47 Mi preme osservare quanto parte delle pratiche insegnate in Erim (Il conseguimento celestiale, pp. 69 ss. “Le respirazioni”), ricordino i dettami degli «Aforismi» di Kremmerz.

48 Qualcuno ha anche ipotizzato che dietro alla prassi sessuale di Erim, si nasconda in realtà un arcaico medtodo per ravvivare l’eros di coppia: il matrimonio, si sa, è la «tomba dell’amore», e l’affievolirsi del desiderio (anche in una coppia molto affiatata), qualcosa da preventivare. Il metodo proposto da Erim potrebbe essere una sorta di antidoto «esoterico» a ciò; a questa, sinceramente scolorita, ipotesi si oppone però la complessità dottrinale e rituale del sistema di Erim (cfr. Il conseguimento celestiale, pp. 64 ss.).

49 Cfr. anche E. ALBRILE, «Problematiche gnostiche», in appendice a S. HUTIN, Lo gnosticismo. Miti culti misteri, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, p. 181.

50 Si vd. ad esempio quanto delineato in ERIM, Il conseguimento celestiale, p. 76.

51 ERIM, Il conseguimento celestiale, pp. 74 ss.

52 Cfr. F. MICHELINI TOCCI, «Simboli di trasformazione cabalistici ed alchemici nell’Žƒ meðar¢f con un excursus sul “libertinismo” gnostico», in Annali dell’Istituto Orientale di Napoli, N.S. 31 (1981), p. 79.

53 ERIM, Il conseguimento celestiale, pp. 21-22; 45-47; 59-60; 73 e passim.

54 ERIM, Il conseguimento celestiale, p. 51.

55 22 B 36 DK; 22 B 60 DK.

56 Eraclito è espressamente citato in ERIM, Il conseguimento celestiale, p. 42.

57 Cfr. J. RUSKA, Tabula Smaragdina. Ein Beitrag zur Geschichte der hermetischen Literatur (Heidelberg Akten der Von-Portheim-Stiftung 16/Arbeiten aus dem Institut für Geschichte der Naturwissenschaft IV), Heidelberg 1926, pp. 28 ss.

58 C. MALAPARTE, La pelle, edizione utilizzata: Oscar Mondadori, Milano 1978, p. 97.

59 MALAPARTE, La pelle, pp. 136-141.

60 Cfr. A. MASTROCINQUE, «Studi sulle gemme gnostiche: VII. Metamorfosi del dio siriano Hop (“uccello”)», in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 130 (2000), pp. 131 ss.

61 Cfr. F. MONTANARI, GI. Vocabolario della Lingua Greca, Torino 1995, p. 423 c.

62 Cfr. MASTROCINQUE, «Studi sulle gemme gnostiche», p. 136.

63 MASTROCINQUE, «Studi sulle gemme gnostiche», p. 133; un motivo iconografico che ho studiato in E. ALBRILE, «La forma delle illusioni. Demiurgie visionarie tra ermetismo e gnosi», in Laurentianum 49 (2008), pp. 368-369.

64 Cfr. PARTINI (cur.), La Bugia, pp. 17-19; ID., Athanasius Kircher e l’alchimia (Biblioteca Ermetica/28), Edizioni Mediterranee, Roma 2004, pp. 15-16; ID., Alchimia, architettura, spiritualità in Alessandro VII (Biblioteca Ermetica / 29), Edizioni Mediterranee, Roma 2007, pp. 85 ss.

65 Le notizie sono tratte da L. MORETTI, «Note sull’archeologo Filippo Buonarroti», in AA.VV., Studi in onore di A.Corsano, Manduria 1970, pp. 443450; L. QUARTINO, «Studi inediti sulla glittica antica. Filippo Buonarroti senatore fiorentino», in Miscellanea di Storia Italiana e Mediterranea, Genova 1978, pp. 287-346; ringrazio il prof. Attilio Mastrocinque per avermi a suo tempo segnalato la poderosa opera del Buonarroti.

66 Cfr. A. MASTROCINQUE (cur.), Sylloge Gemmarum Gnosticarum, Parte I (Bollettino di Numismatica, Monografia 8.2.I), Ministero per i Beni e le Attività Culturali-Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2003, pp. 305 ss.

67 Cfr. D. GALLO, Filippo Buonarroti e la cultura antiquaria sotto gli ultimi Medici, Firenze 1986, p. 30, n. 140.

68 Cfr. Documenti inediti per servire alla storia dei musei d’Italia, a c. del Ministero della Pubblica Istruzione, III, Firenze-Roma 1880, pp. 81 ss.

69 Cfr. G. PESCE, «Gemme medìcee nel Museo Nazionale dì Napoli», in Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e di Storia dell’Arte 5 (1935), pp. 53-55; M.E. MICHELI, «Storia delle collezioni», in A. GIULIANO (cur.), I cammei della Collezione Medicea nel Museo Archeologico di Firenze, Roma 1989, pp. 115116.

70 Ringrazio per il supporto logistico e morale il dr. Hans-Thomas Hakl e il prof. Giovanni Casadio. La responsabilità delle idee e degli eventuali errori presenti nel testo è ovviamente mia.

 

(Pubblicato originariamente su ARCHÆVS XIV (2010), p. *1-*20)