CAINO, EFESTO E IL CICLO DI RAVANA: CRITICA DELLA TECNICA DALL’ANTICHITÀ A CARL SCHMITT E J. R. R. TOLKIEN

 

di Giuseppe Di Re

Quando negli Atlantidei prevalse l’elemento umano, essi non seppero più sopportare la prosperità e degenerarono
Platone

PARTE 1: INTRODUZIONE

Gli archeologi moderni tendono a suddividere la storia umana secondo uno schema lineare, basato soprattutto sull’uso dei metalli. In questa prospettiva si susseguono, in modo progressivo e “diffusionista”, periodi quali il Paleolitico, il Mesolitico, il Neolitico, quindi l’età del Bronzo e infine l’età del Ferro. La civiltà sarebbe dunque il risultato di un lento e continuo perfezionamento delle capacità tecniche dell’uomo.

Il pensiero tradizionale delle civiltà antiche – e in modo particolarmente chiaro nella tradizione indù – concepisce invece il tempo in maniera radicalmente diversa. Il tempo non è una linea retta che procede indefinitamente verso il progresso, bensì una grande ruota cosmica all’interno della quale si succedono ciclicamente le età dell’umanità. Ogni ciclo descrive un progressivo allontanamento da uno stato originario perfetto, una sorta di “età aurea” nella quale l’uomo viveva in armonia con il cosmo e la natura e non aveva bisogno della tecnica per dominare il mondo.

Nella dottrina indù le età del mondo, gli Yuga, sono quattro e si dispongono in ordine decrescente: Satyayuga (età dell’oro), Tretayuga (età dell’argento), Dvaparayuga (età del bronzo) e Kaliyuga (età del ferro). La loro durata è proporzionata secondo il rapporto simbolico 4:3:2:1. La prima, il Satyayuga, avrebbe una durata di 25.920 anni; il Tretayuga 19.440 anni; il Dvaparayuga 12.960 anni; mentre il Kaliyuga, l’ultima e più oscura, durerebbe 6.480 anni. L’insieme di queste quattro età costituisce un ciclo completo di 64.800 anni (1).

Questo ciclo prende il nome di Manvantara, termine che significa letteralmente “era di Manu”. Manu è il legislatore primordiale, primo re sacro e governante dell’aureo Paradiso Terrestre – Śvetadvīpa (2) – nonché reggente del Settimo Manvantara e archetipo dell’umanità originaria. In molte tradizioni egli trova corrispondenze evidenti: nello Yima iranico, nell’Adamo biblico e nello Ziusudra (o Xisuthros) delle tradizioni della mezzaluna fertile. Non a caso anche il loro regno antidiluviano viene talvolta associato a durate simboliche analoghe a quelle del ciclo cosmico indù. A questa figura primordiale possono essere accostati anche altri archetipi presenti nelle tradizioni indoeuropee. Nella mitologia nordica, ad esempio, compare il gigante primordiale Ymir, nato nel Ginnungagap dall’incontro tra fuoco e ghiaccio e progenitore della stirpe dei Jötunn. Allo stesso modo, nelle tradizioni germaniche, si incontra la figura di Manno (in latino Mannus), considerato il capostipite degli uomini. Egli è menzionato nel I secolo d.C. dallo storico romano Tacito nella sua opera “De origine et situ Germanorum, dove viene presentato come il progenitore delle antiche tribù germaniche. È interessante osservare come Mannus abbia tre figli – Ing, Irmin e Istae – proprio come Adamo nelle tradizioni bibliche, considerato il primo uomo e padre di tre discendenze (Avel, Qayin e Seth). Questo parallelismo suggerisce, se ce ne fosse ancora bisogno, che il mito dell’origine della Primordiale Umanità possiede non solo un valore etnoculturale, ma anche un significato ‘rivelativo’, riscontrabile presso le culture più disparate.

Ogni Manvantara può essere suddiviso in dieci sottoperiodi di 6.480 anni ciascuno – chiamato Ciclo Avatarico (3) – che la tradizione indù collega simbolicamente alle dieci manifestazioni divine di Vishnu, i celebri Avatāra: Matsya (il pesce), Kūrma (la tartaruga), Varāha (il cinghiale), Narasiṃha (l’uomo-leone), Vāmana (il nano), Paraśurāma (Rama con l’ascia), Rāma, Krishna, Balarāma (talvolta il Budda), e infine Kalki, l’avatāra futuro che apparirà alla fine dell’età oscura per restaurare l’ordine cosmico.

Una rappresentazione artistica dei Daśāvatāra

Ciascuna di queste manifestazioni divine è tradizionalmente associata non soltanto a una fase temporale, ma anche a molteplici corrispondenze simboliche: una direzione cosmica, una regione del mondo abitato, una forma di civiltà, una razza, una casta dominante, un elemento naturale e persino un determinato temperamento umano. In questo senso il ciclo cosmico non riguarda soltanto il tempo, ma l’intera struttura simbolica dell’universo e della storia.

Secondo la cosmologia indù, quattordici Manvantara costituiscono a loro volta un Kalpa, cioè un “giorno di Brahma”. Sette di questi cicli sarebbero già trascorsi e l’umanità si troverebbe attualmente nell’ottavo. Alla fine di ogni Kalpa l’universo stesso viene dissolto e rinnovato; alla fine di ogni Manvantara, invece, i “semi” del ciclo precedente vengono raccolti per dare origine a una nuova manifestazione del mondo, simile ma non identica alla precedente.

La tradizione indù esprime simbolicamente questa progressiva decadenza anche attraverso l’immagine del Toro del Dharma, emblema dell’ordine cosmico e della legge divina universale. All’inizio del ciclo, durante il Satyayuga, il toro sta saldo su quattro zampe: la verità, la giustizia e l’armonia regnano pienamente nel mondo. Con il passaggio al Tretayuga una delle sue zampe viene meno; nel Dvaparayuga ne restano soltanto due; infine, nel Kaliyuga, l’ultima età, il Toro del Dharma rimane su una sola gamba, segno di un ordine ormai quasi completamente dissolto. Secondo alcune rappresentazioni tradizionali, al termine di questo processo anche quest’ultima gamba cede, indicando il collasso definitivo dell’ordine del ciclo. Ma proprio quando la decadenza giunge al suo punto estremo, la grande ruota del tempo riprende il suo corso: con l’inizio di un nuovo Manvantara le quattro zampe del toro vengono nuovamente restaurate e il mondo ritorna allo stato primordiale di una nuova e rinnovata età dell’oro.

In questa prospettiva, la storia dell’umanità non è la storia di un progresso, ma quella di una lenta decadenza: il passaggio dall’età dell’oro all’età del ferro rappresenta l’allontanamento progressivo da uno stato primordiale superiore, sia spirituale che antropologico, nel quale l’uomo viveva in una condizione di ordine, misura e armonia cosmica, ben prima che la tecnica e il dominio artificiale della natura diventassero il centro della civiltà.

PARTE 2. IL SOSPETTO VERSO LA TECNICA NELL’ANTICHITÀ

La convinzione secondo cui la tecnica rappresenterebbe una forza neutrale, naturalmente orientata al progresso, è in realtà un’acquisizione relativamente recente. Per gran parte della storia umana, il rapporto con la tecnica – con la metallurgia, con la costruzione artificiale del mondo, con il dominio sulla materia – è stato percepito in termini ben più problematici, se non apertamente sospetti. Nelle grandi tradizioni del mondo antico e nella mitologia dell’Eurasia e dell’Occidente, la tecnica suole infatti apparire legata a figure malviste, a stirpi segnate da una colpa originaria oppure a civiltà destinate, prima o poi, alla rovina.

Questa diffidenza non costituisce affatto un episodio isolato. Essa attraversa culture tra loro lontane e riaffiora, sotto forme differenti, financo nel pensiero moderno. Dal racconto biblico della discendenza di Caino alla figura del dio fabbro nella Grecia arcaica sino ad alcune tradizioni del mondo indiano, emerge un motivo ricorrente: la tecnica non nasce dall’ordine armonico del cosmo, bensì da una frattura, da una deviazione, da una potenza ambigua che può facilmente trasformarsi in strumento di dominio.

  1. L’origine della civiltà tecnica: da Caino a Efesto il dio zoppo creatore di meraviglie meccaniche

Nel racconto della Genesi, la tecnica prende avvio dalla stirpe del “maledetto” Caino. Dopo aver ucciso il fratello Abele, Caino viene scacciato dal Paradiso Terrestre e condannato a vagare sulla terra; e tuttavia è proprio egli a divenire il fondatore della prima città. La sua discendenza è associata alla nascita di alcune delle principali arti tecniche: la lavorazione dei metalli, la fabbricazione degli strumenti, financo la musica e le arti magiche. Tra i suoi discendenti compare infatti Tubal-Cain, descritto come maestro nella lavorazione del bronzo e del ferro. In questo racconto, che conserva echi di tradizioni assai più antiche, la civiltà urbana e la tecnica sembrano emergere da una linea genealogica segnata, ab origine, dal primo atto di violenza della storia umana. Non è difficile intravedere, in tale narrazione, un antico sospetto nei confronti della città, della metallurgia e dell’artificialità stessa della civiltà.

Caino uccide Abele, di Tiziano Vecellio

Un motivo sorprendentemente affine compare anche nella mitologia greca. Il Dio del fuoco sotterraneo, della metallurgia e dell’arte fabbrile è Efesto. Egli è il grande artefice dell’Olimpo: colui che forgia le armi degli dèi, costruisce palazzi, troni automatici e oggetti meravigliosi dotati quasi di vita propria. La tradizione gli attribuiscono infatti la creazione di veri e propri automi. Nei suoi laboratori sotterranei lavorano assistenti metallici che si muovono da soli e collaborano con lui nella fucina, creature artificiali che imitano la vita e che sembrano anticipare l’idea stessa di macchina autonoma. Non si tratta soltanto di oggetti animati da un semplice meccanismo: nelle fonti essi appaiono dotati di movimento, volontà e talvolta persino di parola!

Tra le opere più celebri attribuite al dio vi è ad esempio il gigantesco Talos, il colosso di bronzo posto a guardia dell’isola di Creta. Talos percorreva instancabilmente le coste dell’isola lanciando giganteschi massi contro le navi nemiche e impedendo l’approdo agli stranieri. Secondo alcune versioni della leggenda, il gigante possedeva una sola vena che correva lungo il corpo e che conteneva una sostanza vitale – l’ichor divino – sigillata da un chiodo nel tallone. Finché quel sigillo rimaneva intatto, il gigante metallico continuava a muoversi e a svolgere la sua funzione di guardiano.

Il gigante di bronzo Talos, rappresentato nel film “Gli Argonauti” (Jason and the Argonauts) del 1963, diretto da Don Chaffey

Tuttavia, Efesto è anche un dio imperfetto: zoppo, deforme, escluso dalla piena armonia dell’Olimpo e, secondo alcune versioni del mito, addirittura scagliato giù dal cielo.

Da questo punto di vista, è possibile osservare parallelismi sorprendenti in altre tradizioni. I Túatha Dé Danann, nella mitologia irlandese, sono esseri divini giunti dall’alto portando strumenti e oggetti straordinari – una pietra sovrannaturale, la spada invincibile, la lancia fatale e un recipiente in grado di nutrire chiunque senza esaurirsi – (4). La loro patria, Avalon, centro sacro e isola favoleggiante, riflette il concetto di luogo privilegiato in cui il sapere tecnico e sovrannaturale si intrecciano. Anche i Túatha, come Efesto, sono puniti o esclusi: alcune leggende li identificano con angeli caduti o spiriti neutri, costretti a discendere sulla Terra per il loro distacco o la loro indipendenza, incarnando così la caduta dalla perfezione divina a causa della loro sapienza e autonomia.

I Tuatha Dé Danann raffigurati in Riders of the Sidhe di John Duncan (1911)

Allo stesso modo, nella tradizione cristiana e islamica, il motivo della caduta si ripete. Lucifero, nel cristianesimo, è scagliato giù dal cielo per la sua ribellione, e Iblis, nella tradizione islamica, subisce un destino analogo per essersi rifiutato di piegarsi alla volontà di Dio. La loro caduta segna la punizione per aver trasgredito un ordine superiore, ma al contempo sono presentati come custodi di un sapere superiore e di una libertà che sfugge al controllo divino, destinati così a subire la pena decretata da Dio.

  1. Il ciclo di Ravana e le macchine volanti della preistoria
Una rappresentazione artistica del Pushpaka vimāna posseduto dal demone Ravana

Nel Rāmāyaṇa, il sovrano demoniaco Rāvaṇa, re dei Rākṣasa – che in Grecia equipolle al Titano Tifone e in Egitto al “rosso” Seth (5) – governa una civiltà potente e raffinata, dotata di ricchezze immense e conoscenze fuori dal comune. La sua capitale, Lanka, è simbolo di una potenza materiale quasi senza limiti, ma questa grandezza è accompagnata da una crescente hybris che conduce inevitabilmente allo scontro con l’ordine cosmico incarnato dall’eroe Ramachandra. Il Ciclo di Rāvaṇa, e conseguentemente del Settimo Avatāra di Vishnu, rappresenta cosmograficamente il VII Ciclo Avatarico, sovente obliterato dai millenni, reinterpretato in epoche successive e trasposto geograficamente sul suolo indiano storico. Ma originariamente esso – checché ne possano pensare taluni modernisti – non si svolse a Ceylon (l’attuale Sri Lanka), bensì come colloca la cosmografia puranica nel Dvîpa meridionale, probabilmente nella parte andino-caraibica dell’Atlantide meridionale (6). Rāvaṇa stando al Rāmāyaṇa era in possesso di un Vimāna, In particolare, il Pushpaka vimāna, presentato nei poemi come un grande carro aereo, capace di spostarsi liberamente nei cieli e spesso descritto come splendido e maestoso. Nella tradizione epica indiana, i vimāna sono descritti come veicoli volanti legati ai grandi sovrani che spesso se ne servono per muovere guerra ai loro avversari, oltre che come elementi di prova dello straordinario immaginario tecnologico delle civiltà antiche. Il termine vimāna, di origine sanscrita, appare nei testi tradizionali con significati molteplici: dal palazzo o carro celeste a vere e proprie macchine volanti che navigano i cieli.

Ci sono altri celebri vimāna menzionati nell’epica indiana. Tra questi spicca particolarmente il Saubha vimāna, una leggendaria città volante – o fortezza aerea – descritta soprattutto nel Bhagavata Purana. Costruita dal demone architetto Maya per il re Salva, Saubha era una temibile macchina da guerra: una struttura volante capace di scomparire alla vista, moltiplicarsi in più forme e scagliare armi devastanti simili a fulmini. Secondo il racconto, Salva la impiegò per assalire la favoleggiante città di Dvārakā (7), dimora dell’Ottavo Avatāra, Krishna. La battaglia fu violenta e spettacolare, ma alla fine il dio guerriero riuscì a distruggere la fortezza volante, ponendo fine all’assedio.

Rappresentazione artistica del Saubha vimāna

Alcuni testi, come il Vaimānika Śāstra («trattato sul volo umano»), presentano queste macchine con dettagli tecnici – pur considerando che la loro effettiva storicità è dibattuta – e in esse vedono un’antica tecnologia che, finanche nella cultura popolare moderna, si presta a interpretazioni come quelle delle macchine volanti preistoriche o dei cosiddetti veicoli celesti.

In un’ottica simile, considerando il tempo come ciclico, non sarebbe lecito chiedersi se molte delle scoperte, sia antiche che recenti, non siano in realtà delle “riscoperte”? Del resto, la storia del mondo è costellata di oggetti e costruzioni apparentemente “fuori dal tempo”, gli OOPArt ad esempio, o comunque di opere che sfidano la comprensione razionale se valutate alla luce degli strumenti rudimentali che, secondo l’archeologia tradizionale, gli antichi avrebbero posseduto. Basti pensare ai megaliti sparsi in ogni continente, alle grandi costruzioni come le tre piramidi della piana di Giza, l’impressionante Osireion di Abydos e gli incredibili sarcofagi nel Serapeo di Saqqara in Egitto, la spettacolare Ollantaytambo nella Valle Sacra di Cuzco e la maestosa fortezza di Sacsayhuamán in Perù, o le meravigliose vestigia della civiltà preincaica di Puma Punku e Tiwanaku in Bolivia, sulle rive del Lago Titicaca.

L’impressionante monolito di Baalbek

Anche in Giappone è possibile trovare straordinari megaliti: l’Ishi no Hōden, un monolite di 500 tonnellate privo di segni di lavorazione con strumenti tradizionali; il Masuda-no-iwafune, gigantesco blocco di granito di 800 tonnellate situato ad Asuka, nella prefettura di Nara; e la maestosa struttura megalitica sommersa di Yonaguni, ad Okinawa, spesso chiamata “l’Atlantide giapponese” per la sua enigmatica posizione sul fondale marino. In Italia, invece, sopravvivono alte e maestose le misteriose mura poligonali, miticamente attribuite alla razza dei ciclopi. E ancora, la Macchina di Anticitera rimane un enigma: il suo reale utilizzo è ancora oggi in gran parte sconosciuto.

La letteratura sacra di diverse tradizioni popolari parla di oggetti dalle proprietà a dir poco straordinarie: lo Shamir (8) e l’Efod, il pettorale del Cohen Hagadol (Gran sacerdote) dell’ebraismo (9), passando per l’arca dell’alleanza (10), gli scalpelli di luce divina nella tradizione egizia, il cuneo dorato delle tradizioni orali della cordigliera delle Ande o i già citati Vimāna dell’induismo. Senza dimenticare le mappe antiche, come quella di Piri Reis, analizzata con dovizia di particolari da Charles Hapgood in un suo famoso saggio (11) con introduzione e prefazione di Albert Einstein, o la mappa di Mercatore, più recente ma evidentemente basata su conoscenze molto più antiche, che colloca il circolo polare artico al centro di un vasto continente, richiamando sorprendentemente il Jambūdvīpa indù e il dvipa Ilāvṛta, l’ecumene iperboreo da cui, secondo la letteratura puranica si sarebbe manifestata la prima umanità da Manu Satyavrata, come narrato anche nel Mahābhārata.

La mappa di Piri Reis

Si rammenti, in questo contesto, anche il destino della Biblioteca di Alessandria, per secoli custode di una quantità immensa di testi provenienti da tutto il mondo antico. In quelle sale erano raccolte opere di storia, filosofia, scienza e tradizioni remote che avrebbero sicuramente potuto gettare luce su molte delle questioni ancora oggi oggetto di speculazione. Eppure gran parte di questo patrimonio andò perduto, consumato da incendi e devastazioni che nel corso dei secoli ne dispersero irrimediabilmente il contenuto.

Come viene tramandato nelle tradizioni di molti popoli, la fine delle civiltà viene spesso ricondotta a grandi cataclismi. Nel linguaggio della cosmologia indù tali eventi sono chiamati Pralaya: dissoluzioni cicliche del mondo, momenti di cesura totale o parziale in cui terre, città e conoscenze vengono travolte da diluvi, eruzioni o sconvolgimenti naturali che segnano la chiusura di un’epoca e l’inizio di un’altra. Talvolta, tuttavia, la memoria di quei mondi perduti riemerge letteralmente dalle profondità marine. Negli ultimi decenni l’archeologia subacquea ha riportato alla luce resti di città che per lungo tempo erano state considerate poco più che mere leggende. Tra queste si annovera la già citata Dvārakā, tradizionalmente identificata con la città costruita dal dio Krishna, i cui resti sommersi al largo delle coste del Gujarat hanno alimentato un acceso dibattito tra archeologia e tradizione (12). Analogamente, nelle acque della baia di Abukir, in Egitto, è stata riscoperta la città portuale di Heracleion, conosciuta dagli Egizi come Thonis e per secoli ritenuta una leggenda (13).

Il pesce d’oro Avatarico monodono, Matsya, funge da arca, salvando Manu Satyavrata e i Saptaṛṣi dal Pralaya alla conclusione del primo ciclo avatarico

Queste città sommerse non rappresentano soltanto curiosità archeologiche: esse testimoniano come, dietro molti racconti tramandati dalla tradizione orale o dalla letteratura tradizionale dei popoli, possa celarsi un nucleo di memoria storica. Il mito non inventa, ma conserva – sotto forma di linguaggio simbolico ed esoterico, sovente riservato ai “soli inziati” – il ricordo lontano di mondi e umanità realmente esistiti e poi scomparsi. In questo senso, le rovine che riemergono dal mare sembrano restituire, come tessere di un enorme puzzle, frammenti di un passato che la storiografia ufficiale aveva volutamente o meno cercato di mettere da parte.

Non sorprende quindi che nel corso del tempo siano emerse teorie, compatibili con la lettura tradizionale dei testi e dei reperti, secondo le quali alcune conoscenze straordinariamente avanzate, oggi perdute, potrebbero risalire ad antichissime civiltà prediluviane.

Una rappresentazione artistica della favoleggiante città di Dvārakā

Ad esempio, dal nostro punto di vista troviamo particolarmente interessante la vicenda relativa all’annientamento della civiltà di Harappa e Mohenjo-daro, ove furono rinvenuti appena una quarantina di scheletri, privi di tombe o sarcofagi. L’ipotesi di una distruzione dovuta all’invasione degli Ārya – talvolta sostenuta da alcuni pan-indoeuropeisti – non risultò convincente. Le ossa, infatti, apparivano calcinate, come se fossero state esposte a un calore estremo paragonabile a quello di un’eruzione; ma nella regione come è noto non esistono vulcani. Da qui è possibile fare due ipotesi: o si trattò di un’esplosione di tipo atomico – ipotesi difficile da conciliare con le conoscenze scientifiche attribuibili agli antichi – oppure, come suggeriscono taluni (14), gli antichi disponevano di una tecnologia arcaica oggi perduta, capace di produrre effetti analoghi. Mutatis mutandis, la storia delle civiltà antiche – finanche mitiche – può nascondere tracce di tecnologie straordinarie.

D’altronde, non è forse vero che, secondo Platone, l’Atlantide non soccombe semplicemente perché gli Atlantidei avevano osato spingersi troppo nell’uso dell’alta magia (leggasi alta tecnologia, considerando che nell’antichità l’arte dei fabbri era strettamente legata alle arti magiche)? E, come ben sappiamo, i cicli non si concludono mai senza catastrofi.

PARTE 3: DA CARL SCHMITT A TOLKIEN: MODERNI CRITICI DELLA TECNICA E DELL’INDUSTRIA

J. R. R. Tolkien, creatore di mondi

Non tutte le cose che crescono sono buone
J. R. R. Tolkien

Se dunque i cicli storici sono soliti concludersi con cataclismi e dissoluzioni – come sembrerebbe suggerire la sorte stessa dell’Atlantide platonica e degli altri dvîpa financo antecedenti – non stupisce che alcuni pensatori della modernità abbiano guardato con crescente inquietudine al ruolo assunto dalla tecnica nel mondo contemporaneo. Giacché ciò che nell’antichità appariva sotto il velo della magia o dell’arte sacra dei fabbri, nella modernità tende a manifestarsi apertamente come dominio della macchina, della produzione e dell’organizzazione impersonale della potenza.

È in questo contesto che si inserisce la riflessione di Carl Schmitt, il più importante e rinomato giurista del XX secolo, il quale elaborò una critica particolarmente ficcante della trasformazione dell’ordine politico nella modernità tecnica. Nel suo celebre studio ”Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum” (15), Schmitt analizza infatti la progressiva dissoluzione dell’antico ordine europeo – lo jus publicum europaeum – mostrando come la modernità abbia progressivamente sostituito il radicamento territoriale e giuridico delle civiltà con una logica sempre più astratta, universale e tecnicamente organizzata.

Secondo Schmitt, ogni civiltà storica si fonda su un determinato nomos, ossia su un ordine fondamentale che stabilisce il rapporto tra terra, potere e diritto. Tuttavia, con l’avvento dell’età moderna e con l’espansione delle potenze marittime e commerciali, tale ordine tradizionale iniziò a dissolversi, lasciando il posto a una configurazione geopolitica sempre più dominata da dinamiche economiche, tecniche e globali (16). In questa prospettiva la tecnica non appare più come semplice strumento neutrale, bensì come forza capace di ristrutturare l’intero ordine del mondo. Sovente Schmitt osserva come la crescente meccanizzazione della vita sociale e politica rischi di generare un sistema dominato non più da principi etici o giuridici radicati nella tradizione, ma da una logica impersonale di efficienza e potenza. L’uomo, in tale contesto, tende a trasformarsi in semplice ingranaggio di un apparato tecnico-amministrativo sempre più vasto (17).

Carl Schmitt, il più grande giurista del XX secolo

Non sorprende, pertanto, che il giurista tedesco giunga talvolta a evocare la dimensione quasi escatologica di tali processi. Mutatis mutandis, la tecnica moderna può apparire come una delle possibili manifestazioni storiche di quelle forze dissolutive che le tradizioni religiose hanno sovente associato alla figura dell’Anticristo: non tanto una presenza metafisica in senso stretto, quanto una potenza storica capace di insinuarsi nelle istituzioni, nelle guerre e nelle strutture della vita collettiva, sovvertendo progressivamente l’ordine naturale e spirituale del mondo.

Una critica non del tutto dissimile emerge anche nella dimensione letteraria e simbolica dell’opera di J. R. R. Tolkien. Se Carl Schmitt analizza la tecnica come forza storica capace di trasformare e dominare le strutture politiche della modernità, Tolkien ne rappresenta invece gli effetti sul piano mitopoietico e narrativo. Nei suoi racconti la meccanizzazione del mondo non appare mai come un progresso neutrale, bensì come una forma di corruzione dell’ordine naturale.

Nel mondo della Terra di Mezzo il potere dei grandi antagonisti è spesso legato proprio alla capacità di forgiare e manipolare la materia. Sauron appare come un demiurgo oscuro, creatore dell’Unico Anello che concentra in sé un potere quasi assoluto. Il possesso dell’Anello implica ipso facto la possibilità di dominare gli altri anelli e, con essi, i loro portatori. Un potere così spaventoso e allo stesso tempo pernicioso da poter assoggettare tutte le razze della Terra di Mezzo. Non meno significativa fu la forgiatura dei Silmaril da parte dell’elfo Fëanor, figlio di Finwë – re dei Noldor – e di Míriel. In lui l’ardente talento creativo e la passione per l’arte della lavorazione dei metalli e delle gemme introducono una logica di potere tecnico e demiurgico che, sotto certi aspetti, anticipa quella dello stesso Sauron. Fëanor fu infatti il più grande artigiano, artista e fabbro tra gli Elfi dell’intero universo Tolkieniano. Durante il meriggio di Valinor egli realizzò le tre gemme sacre, i Silmaril, opere uniche e irripetibili nelle quali riuscì a imprigionare e conservare la luce primordiale dei Due Alberi di Valinor, Telperion e Laurelin, trasformando quella luminosità originaria in materia incorruttibile.

Fëanor crea i Silmaril, art by Ted Nasmith

Anche Saruman per certi versi incarna questa stessa logica. Le sue fucine, le macchine e la produzione incessante di armi e mostruose creature guerriere – come i terribili Uruk-hai, una razza di orchi superiore – trasformano Isengard in una gigantesca officina. La sapienza tradizionale che un tempo apparteneva ai maghi viene progressivamente convertita in una tecnica orientata esclusivamente al potere, alla guerra e alle arti materialistiche . La trasformazione di Isengard rappresenta così una vera e propria industrializzazione del paesaggio: le foreste vengono abbattute, il territorio ridisegnato in funzione della produzione bellica, e il verde e lussureggiante paesaggio che un tempo caratterizzava la regione svanisce sotto il peso della meccanizzazione. Saruman incarna simbolicamente la logica della modernità industriale: organizzazione razionale della produzione, sfruttamento intensivo delle risorse naturali e mobilitazione delle masse come forza collettiva.

Tale rappresentazione non è affatto casuale. J. R. R. Tolkien fu infatti un autore profondamente ostile alla modernità industriale. Conservatore di orientamento tradizionale e cattolico convinto – sovente legato alla liturgia latina e alla spiritualità della Chiesa preconciliare – Tolkien guardava con grande sospetto tanto all’ideologia progressista quanto alle dottrine rivoluzionarie che, nel XIX e XX secolo, esaltarono la meccanizzazione del mondo e la mobilitazione delle masse. La sua opera letteraria è, sotto molti aspetti, anche una critica simbolica alla civiltà industriale e alla devastazione dei paesaggi naturali.

L’ira degli Ent, art by Ted Nasmith

In questa prospettiva, la figura di Saruman assume un significato quasi paradigmatico. Il mago, un tempo membro autorevole del Bianco Consiglio, giunge a rompere le antiche alleanze, tradendo financo la fiducia dei suoi pari e ponendosi progressivamente al servizio dell’Oscuro Signore Sauron. La sua metamorfosi – da Saruman il Bianco a Saruman “dai molti colori” – allude pertanto alla perdita di unità spirituale e alla disgregazione dell’ordine originario. Egli diviene così il sostenitore di una società fondata sulla produzione incessante, sulla distruzione delle foreste e sulla subordinazione della natura agli scopi della potenza. Il disboscamento sistematico delle terre attorno a Isengard, l’incendio delle foreste e la trasformazione del territorio in un complesso industriale provocano, non a caso, la rivolta degli Ent, gli antichi custodi degli alberi e della foresta di Fangorn. La loro marcia su Isengard – uno degli episodi più emblematici ed emozionanti de Il Signore degli Anelli – rappresenta simbolicamente la ribellione della natura contro la meccanizzazione del mondo, e si rivelerà decisiva per la sconfitta dello stregone traditore.

Non meno significativa è, sul piano simbolico, la devastazione della Contea nella parte conclusiva del racconto. Quando gli hobbit fanno ritorno nella loro terra natale, trovano il paesaggio profondamente mutato: mulini rumorosi, edifici industriali e opere di disboscamento hanno alterato l’armonia originaria del territorio. Tale trasformazione, orchestrata proprio da Saruman, coadiuvato dal suo servo, lo spregevole Grima Vermilinguo – già traditore di Re Théoden e di Rohan – rappresenta una delle più esplicite metafore tolkieniane della modernità industriale e della distruzione degli antichi equilibri tra uomo e natura.

Saruman usa il Palantir, immagine tratta dalla Trilogia Cinematografica di Peter Jackson

Mutatis mutandis, Saruman può essere interpretato come una figura che riflette, sul piano mitopoietico, alcune delle grandi ideologie moderne: il culto della produzione, la fede cieca nella tecnica e la convinzione che la società possa essere riorganizzata secondo schemi razionali e industriali. In tal senso, la sua figura appare come una sorta di anticipazione simbolica delle dottrine che, nel pensiero di Karl Marx, esaltavano l’industrializzazione di massa e la mobilitazione delle grandi collettività umane come motore della trasformazione storica.

PARTE 4. KARL MARX, LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA E L’USO DELLA TECNICA COME DOMINIO SULL’UOMO

Karl Marx, il padre del comunismo

È proprio in tale prospettiva che si colloca la riflessione su Karl Marx, per il quale lo sviluppo delle forze produttive e l’espansione della grande industria costituivano il motore della trasformazione storica. La concentrazione operaia, la fabbrica e la meccanizzazione del lavoro diventano fattori decisivi della dinamica rivoluzionaria. Tuttavia, dietro l’apparente impalcatura filosofica, spesso ammantata di lessico hegeliano, non è difficile scorgere una concezione materialistica e conflittuale della società, in cui la mobilitazione delle masse e la distruzione degli ordini esistenti diventano strumenti espliciti della trasformazione politica.

La storia del XX secolo mostra con drammatica chiarezza dove tale impostazione poteva condurre. Le ideologie nate dalle opere di Marx non si affermarono attraverso astratte sintesi dialettiche, bensì attraverso rivoluzioni violente, eccidi e sanguinose epurazioni. Basti pensare all’assalto armato al Palazzo d’Inverno durante la rivoluzione bolscevica e alla tragica sorte toccata alla famiglia imperiale dei Romanov, sterminata senza processo nel clima di terrore instaurato dai nuovi detentori del potere; o allo sterminio dei kulaki, ossia i contadini considerati “più ricchi” o sospettati di opporsi alla collettivizzazione forzata di Stalin. Migliaia di famiglie furono spogliate delle loro terre e dei beni, arrestate, deportate verso regioni remote e inospitali come Siberia e il nord del Paese, o uccise. Si rammenti sempre che Il desiderio recondito dei bolscevichi non era di certo quello di liberare un popolo oppresso come sostenuto da certa propaganda comunista onde omogeneizzare le masse, ma rovesciare la corona dei Romanov per sostituirsi a essa come nuovi padroni.

La famiglia Romanov in una foto del 1913

Orwell offrì una lucidissima allegoria di tali dinamiche ne La fattoria degli animali (18), ove i leader della rivoluzione, mossi dal desiderio di sostituirsi ai padroni, finiscono per insediarsi essi stessi come nuovi padroni. Come scrive Orwell, “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”, sintetizzando in modo impietoso l’ipocrisia delle rivoluzioni che si trasformano sovente in dittature burocratiche e sanguinarie. La presunta emancipazione delle masse si trasforma ipso facto in un sistema di terrore, repressione e sopraffazione, richiamando financo i Gulag descritti con dovizia di particolari dal premio Nobel (19) per la letteratura Aleksandr Solženicyn: “L’anima di un popolo può essere distrutta, pezzo dopo pezzo, e la macchina del terrore sarà sempre lì a testimoniare l’infamia dell’uomo sull’uomo”.

Si lega a ciò la critica di Fëdor Dostoevskij, fervente anticomunista: “L’uomo che accetta la tirannia in nome della felicità generale perde se stesso e la propria dignità, e con essi l’umanità intera”. Sono soliti, osservando la storia, rilevare come queste parole anticipino l’orrore dei totalitarismi sovietici, ove l’ideologia maschera la brama di potere e di controllo. È così evidente che le aspirazioni rivoluzionarie – presentate nei testi marxiani come progressi storici e sociali inevitabili – si tradussero, nella pratica, in una forma di dominio totalizzante che ripropone il motivo antico della tecnica e del potere come forza ambivalente: strumento di costruzione o mezzo di distruzione, a seconda di chi la impugna.

Conclusione: riflessioni finali

In questa prospettiva, l’intero percorso storico appare quasi come una rappresentazione ciclica degli andamenti dell’umanità. Dalla condizione post-paradisiaca evocata dal racconto biblico – ove la stirpe di Caino fonda la prima città e inaugura l’era della tecnica – prende avvio un lungo processo nel quale l’umanità si allontana progressivamente dall’ordine originario, costruendo strutture sempre più complesse e artificiali. Un momento emblematico di questo processo, e che vale la pena menzionare, è rappresentato anche dal racconto della Torre di Babele, la cui costruzione è attribuita tradizionalmente alla figura di Nimrod, potente sovrano e fondatore di città. L’edificazione della torre – concepita come una struttura destinata a raggiungere il cielo – viene interpretata nella narrazione biblica come il segno della volontà umana di concentrare potere, tecnica e organizzazione collettiva in un’unica grande opera, fino a configurarsi come una sfida all’ordine stabilito dalla divinità.

Con il passare dei secoli tale dinamica si accentua. Le civiltà si organizzano attorno alla produzione, alla metallurgia, al dominio delle risorse; la tecnica si espande e la società viene progressivamente ridisegnata secondo logiche di efficienza, controllo e mobilitazione collettiva. Ciò che nelle antiche narrazioni appariva come un potere ambiguo –  il fuoco del fabbro, la metallurgia, le macchine prodigiose dei cicli epici – diviene nella modernità il principio stesso dell’organizzazione sociale.

La piena espressione di questa tendenza emerge nell’età industriale, ove la meccanizzazione del lavoro e la concentrazione delle masse nelle fabbriche trasformano radicalmente il volto delle società europee. Non stupisce dunque che pensatori come Karl Marx vedessero proprio nello sviluppo illimitato delle forze produttive e nell’industrializzazione di massa il motore della storia futura. E tuttavia, di fronte a tale prospettiva, non mancarono voci critiche. Da un lato la riflessione giuridico-politica di Carl Schmitt, il quale intravedeva nella tecnica una potenza capace di sovvertire l’ordine umano fino ad assumere tratti quasi escatologici; dall’altro l’immaginazione mitopoietica di J. R. R. Tolkien, ove la meccanizzazione del mondo e la devastazione dei paesaggi naturali diventano simbolo della corruzione spirituale della modernità.

Così, mutatis mutandis, il lungo cammino che dalla città di Caino conduce alle fabbriche dell’era industriale appare come una traiettoria nella quale la tecnica, da strumento subordinato all’ordine cosmico, tende progressivamente a trasformarsi in principio dominante dell’organizzazione umana. Le antiche tradizioni avevano già intuito questa ambivalenza: il potere di plasmare la materia può elevare le civiltà, ma può altresì condurle alla rovina quando l’uomo dimentica il limite. E forse non è casuale che le più antiche sapienze abbiano sempre guardato con sospetto all’illusione prometeica di un progresso illimitato. Esse sapevano che ogni civiltà che affida interamente il proprio destino alla potenza della tecnica, separandola da un principio superiore di ordine e misura, è destinata – prima o poi – a incontrare il proprio crepuscolo.

Perché la storia dell’uomo, in fondo, non è che questo: il lento ritorno delle civiltà al punto da cui erano partite, dopo aver creduto – per un breve tratto – di poter sostituire il cielo con le proprie macchine.

* * *

Note

(1) Riguardo alle date dei cicli cosmici e dei vari periodi e sottoperiodi indù qui menzionati, ci si rifà alla sistematizzazione proposta dal metafisico francese René Guénon. Le relative precisazioni furono da lui esposte in un articolo tradotto in inglese da Stella Kramrisch e pubblicato in occasione del sessantesimo compleanno di Ananda K. Coomaraswamy; il testo venne successivamente ristampato in francese nella rivista Études Traditionnelles. La traduzione italiana, a cura di G. del Ninna, è reperibile in Id., Forme Tradizionali e Cicli Cosmici (Edizioni Mediterranee, Roma 1970), traduzione dell’edizione originale Formes Traditionnelles et Cycles Cosmiques (Gallimard, Parigi 1970).

(2) Nella cosmografia sacra induista, la prima manifestazione geografica delle terre emerse all’interno del Jambudvīpa (la Terra nel suo insieme, chiamata anche ”Continente della Melarosa“) durante l’intero Manvantara – un ciclo “adamico” della durata di 64.800 anni – è rappresentata dal continente nord-occidentale chiamato Śvetadvīpa (Continente Bianco o Isola Bianca). Questa terra si collocava geograficamente nel continente di Ilāvṛta (Terra Nascosta), dove sorgeva, in posizione di Axis Mundi, il Merupārvata (Polo Nord) immerso nel Samudra (Oceano di Latte), identificabile con l’Oceano Artico. Questa terra, abitata dalla prima generazione umana simbolicamente rappresentata da Manu Satyavrata e dalla sua figlia/consorte Parśu, è considerata il vero Paradiso Terrestre all’inizio dell’umanità. Secondo la tradizione (Smṛti), alla fine del primo ciclo avatárico – il ciclo del Matsya Avatara – la Śvetadvīpa affonda nell’Oceano Artico insieme a “quasi tutta la sua gente”, a causa di un Pralaya, un grande cataclisma ciclico d’acqua che si ripete alla conclusione di ogni ciclo avatárico. Astronomicamente, questo fenomeno è calcolato ogni 6.480 anni e sarebbe legato a uno spostamento periodico dei poli terrestri. Non entreremo nei dettagli dei miti tramandati per millenni riguardanti le osservazioni delle aurore boreali e delle costellazioni da parte dei Ṛṣi (veggenti uranici), degli Hāmsa (sovracasta primordiale) e dei Gandharva (geni stellari), perché in questa sede sarebbe troppo. Ciò che rileva, invece, è che in questo contesto si sarebbe sviluppata la prima e più pura forma di Sapiens, identificata come la razza bianca originaria, legata all’elemento Śukla. Da coloro che sopravvissero a quel diluvio discenderebbe tutta l’umanità attuale. Lo stesso mitologema si ritrova presso i popoli semitici, probabilmente tramite antiche tradizioni orali di tipo noahico diffuse anche in Iran e in India. Nella Genesi, infatti, si celebra la prima coppia progenitrice dell’umanità – Adamo ed Eva – corrispettivi ebraici di Manu e Parśu, anch’essi considerati la prima coppia umana secondo le fonti indù. Va sottolineato che, per gli antichi, l’essere umano non “evolve” nel senso moderno del termine (come sostenuto dalle favole illuministe del Settecento), ma decade progressivamente dal suo stato originario: spirituale, mentale e financo antropologico. Non a caso, l’ultimo dei quattro cicli che compongono il Manvantara è il Kaliyuga, l’età oscura in cui viviamo attualmente. Infine, occorre ricordare che i miti relativi al paradiso iperboreo, culla della primordiale umanità nell’età dell’Oro, si ritrovano in ogni parte del pianeta: tanto nei miti occidentali – classici e barbarici – quanto in quelli orientali, inclusi cinesi, giapponesi, indiani, persiani, ebraici e islamici.

(3) Per approfondire dettagliatamente la questione del Ciclo Avatarico dell’India: Cfr. G.Acerbi,Introduzione al Ciclo Avatarico – Da Matsya a Kalki – Heliodromos (n. 16 – primavera 2000, prima parte, n. 17 – primavera 2002, seconda parte), disponibile anche online su siffatto blog: https://www.immagineperduta.it/introduzione-al-ciclo-avatarico-matsya-kalki/

(4) Cfr. Julius Evola, Il mistero del Graal. Saggio sull’idea regale e ghibellina, Edizioni Mediterranee, Roma 1972 (ed. orig. Bari, 1937).

(5) Nel trattato ”De Iside et Osiride”, Plutarco mette in relazione il dio egizio Seth con il mostruoso Tifone della mitologia greca, interpretandoli come figure equivalenti che incarnano il principio del disordine cosmico: Seth nella contesa con Osiride e Horus, Tifone nella rivolta contro Zeus e gli dèi olimpici. Nello stesso contesto l’autore ricorda anche l’episodio della fuga degli dèi in Egitto dinanzi al gigante: per sottrarsi alla sua furia essi assunsero sembianze animali – Zeus ariete, Apollo corvo, Dioniso capro, Hera vacca bianca, Artemide gatto, mentre Afrodite ed Eros si mutarono in pesci – motivo che gli autori antichi interpretarono anche come spiegazione mitica dell’iconografia zoomorfa di diverse divinità egizie.

(6) Sul significato di questo specifico periodo cosmografico cfr. Giuseppe Acerbi, I Vimāna, le macchine volanti della preistoria e il transumanesimo dei Cyborghttps://www.immagineperduta.it/vimana-le-macchine-volanti-della-preistoria-transumanesimo-dei-cyborg/

(7) Le tradizioni epiche dell’India descrivono la città di Dvārakā come una potente metropoli fortificata e accuratamente organizzata dal punto di vista militare. Le sue mura imponenti erano intervallate da torri e archi monumentali, mentre all’interno si snodavano ampie strade carrabili, teatri e vasti giardini pubblici. La difesa della città era affidata a un esercito numeroso e ben equipaggiato. Sulle fortificazioni erano installate catapulte e altre macchine d’assedio pronte a scagliare proiettili e materiali incendiari contro eventuali aggressori. L’approvvigionamento idrico veniva garantito tramite otri di pelle di cervo, mentre grandi carri da guerra erano mantenuti costantemente pronti all’impiego in caso di attacco. Le truppe, disciplinate e regolarmente pagate, erano affiancate da reparti di cavalleria incaricati delle ricognizioni e delle avanguardie. In previsione di un conflitto venivano adottate rigide misure di sicurezza: il consumo di liquori era proibito ai soldati, mentre attori, cantanti e danzatori – considerati personale non combattente – venivano evacuati e messi al sicuro. Allo stesso tempo si procedeva alla chiusura dei passaggi segreti e alla distruzione dei ponti sui fiumi circostanti, così da ostacolare l’avanzata nemica. Intorno alla città venivano scavati fossati e conficcati pali acuminati; trappole, fosse e trincee colme di materiali combustibili completavano un sistema difensivo concepito per rendere la fortezza praticamente inespugnabile. Tutte le strade di accesso erano presidiate da soldati affiancati da cavalli ed elefanti da guerra. In alcuni punti il terreno veniva persino allagato per renderne più difficile l’attraversamento. All’interno delle mura si accumulavano ingenti scorte di viveri, così da poter sostenere lunghi assedi. Le fonti ricordano inoltre che i difensori conoscevano e lavoravano il ferro: il loro arsenale comprendeva asce, mazze, lance, spade e archi, segno di una cultura militare già avanzata e ben strutturata.

(8) Anche la tradizione ebraica, in molti antichi commenti midrashici, riporta l’episodio secondo cui Re Salomone, rispettando la legge mosaica, che era legge divina, diede l’ordine di costruire il suo tempio a Gerusalemme senza l’utilizzo di attrezzi di ferro, materiale di cui sono fatte le armi che portano morte, evitando così di contaminare la sacralità del luogo. L’unica maniera di lavorare la pietra senza l’impiego di strumenti di ferro era quella di usare lo “Shamìr”, uno strumento “magico” che aveva proprietà mirabolanti, capace di tagliare qualsiasi materiale esistente al mondo e anche il più duro dei diamanti. Secondo la tradizione fu Dio stesso a consegnarlo personalmente a Mosè sul monte Sinai, e Mosè se ne servì per incidere i nomi delle dodici tribù di Israele sulle dodici pietre incastonate sull’”Efòd”, che era il pettorale del “Cohen Hagadol”, a sua volta uno strumento che, stando alla tradizione, serviva a comunicare come una radiotrasmittente moderna a fonte elettromagnetica. Riguardo allo Shamir: cfr. La vera natura del “magico Shamìr”
A proposito di un’antichissima tecnologia
per la lavorazione della pietra senza l’uso di strumenti metallici,
Lia Mangolini, disponibile online

(9) vide supra

(10) Secondo alcune interpretazioni moderne, l’Arca dell’Alleanza descritta nel libro dell’Esodopresenterebbe caratteristiche strutturali che ricordano quelle di un dispositivo elettrico. Il rabbino e studioso Moshe Levine, nel suo studio Le Tabernacle, ha osservato che la configurazione dell’Arca – costruita in legno di acacia e rivestita d’oro sia all’interno sia all’esterno – corrisponde, almeno sul piano teorico, alla struttura di un condensatore: due superfici conduttrici separate da un materiale isolante. In tale prospettiva l’Arca avrebbe potuto funzionare come una sorta di accumulatore di energia elettrostatica. Interpretazioni analoghe comparvero anche nella letteratura scientifica e divulgativa tra XIX e XX secolo. Alcuni autori ipotizzarono che l’Arca potesse operare come una gigantesca “bottiglia di Leida”, cioè un primitivo condensatore capace di immagazzinare cariche elettriche; in questo modello le due figure dei cherubini poste sul coperchio avrebbero agito come poli opposti tra i quali poteva scoccare una scarica luminosa. Curiosamente, la tradizione rabbinica più antica conserva immagini simboliche che sembrano evocare fenomeni di luce ed energia concentrata proprio nello spazio tra i cherubini. Nel Midrash Rabbah e nel Talmud Bavli (Yoma 54a) si afferma che la presenza divina – la Shekhinah – si manifestava nello spazio tra le ali dei cherubini dell’Arca. Alcuni passi del Zohar, il testo della mistica ebraica composto in epoca medievale, parlano inoltre di una luce abbagliante che irradiava da quel punto, descrivendola come una sorta di bagliore che si sprigionava dal “trono invisibile” posto tra le figure angeliche. Secondo codeste letture, l’energia si sarebbe concentrata proprio nel breve spazio compreso tra le ali convergenti dei cherubini, luogo che la teologia ebraica identifica come il punto in cui Dio “parla” a Mosè (Esodo 25:22). Alcuni interpreti moderni hanno riletto tale descrizione come un possibile “arco di luce”, cioè una scarica luminosa prodotta dall’accumulo di energia tra le due estremità metalliche del coperchio. Per i fedeli, tuttavia, ciò rappresentava il manifestarsi della presenza benevola di Dio: non un fenomeno tecnico, ma la rivelazione sensibile della Shekhinah.

(11) Cfr. Charles H. Hapgood, Earth’s Shifting Crust: A Key to Some Basic Problems of Earth Science(con presentazione di Albert Einstein), Little, Brown and Company, Boston 1958; trad. it. di Paolo C. Gajani, Lo scorrimento della crosta terrestre, con presentazione di Albert Einstein e prefazione di Kirtley F. Mather, Einaudi, Torino 1965. L’opera di Hapgood propone un’ipotesi di scorrimento della crosta terrestre come chiave interpretativa di antichi cambiamenti geografici ricorrenti del globo terrestre.

(12) Cfr. The Lost City of Dvaraka, National Institute of Oceanography (1999); Scavi subacquei condotti negli anni ’80 e ’90 dal dott. S.R. Rao presso il National Institute of Oceanography hanno portato, già con risultati chiave pubblicati intorno al 1999, all’individuazione di strutture sommerse e fortificate al largo della costa di Dwarka, nello stato del Gujarat. Dalle analisi sul campo è possibile sostenere che queste rovine possono essere messe in relazione all’esistenza della mitica città menzionata nell’epopea del Mahabharata, sebbene non sono mancate polemiche da parte di taluni indiani occidentalizzati.

(13) La leggendaria città di Heracleion, nota anche come “Thonis”, era un’antica città egizia situata sul Delta del Nilo, le cui meravigliose vestigia si trovano ora sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km a largo della costa mediterranea dell’Egitto. La città era uno dei centri commerciali più importanti di tutto il bacino mediterraneo, e trovò prosperità particolarmente tra il VI ed il IV secolo a.C.. Essa affondò tra il VI e il VII secolo d.C., si crede a causa di catastrofi naturali come terremoti o grandi inondazioni. Fino a tempi recenti Heracleion era nota solamente grazie a poche fonti letterarie ed epigrafiche che ne parlavano. Per questo motivo, e per svariati secoli, la sua esistenza fu ritenuta solo un mito. Fu riscoperta nel 2001 dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio.

(14) Cfr. David W. Davenport & Ettore Vincenti, 2000 a.C.: distruzione atomica (prima ed., 1979; ristampa italiana: 2000 a.C.: distruzione atomica, Harmakis/Enigma, Milano 2018) & cfr. Graham Hancock, Fingerprints of the Gods: The Evidence of Earth’s Lost Civilization, Crown, New York 1995; trad. it. Impronte degli dèi: Un’indagine sull’inizio e sulla fine della civiltà, TEA, Milano.

(15) Cfr. Carl Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Duncker & Humblot, Berlino 1950; trad. it. a cura di Emanuele Castrucci, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 1991.

(16) Ivi, pp. relative alla dissoluzione dello jus publicum europaeum e alla trasformazione dell’ordine spaziale europeo.

(17) Ivi, passim, sulla crisi dell’ordine territoriale europeo e sull’emergere di un ordine globale dominato da forze tecniche ed economiche.

(18) Cfr. George Orwell, La fattoria degli animali (Animal Farm), Harvill Secker, Londra 1945; trad. it. di Enrico Filippini, La fattoria degli animali, Mondadori, Milano 1950.

(19) Cfr. Aleksandr Solženicyn, Архипелаг ГУЛАГ (The Gulag Archipelago), Éditions du Seuil, Parigi 1973; trad. it. di Luciano Venturini, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1975. L’opera documenta il sistema dei campi di lavoro forzato sovietici, combinando testimonianze dirette, dati storici e analisi critica, e rappresenta una delle testimonianze più importanti sulla repressione politica nell’URSS del XX secolo.

LA FIGURA DEL RE PESCATORE IN INDIA E NEL NORDEUROPA

DI GIUSEPPE ACERBI

(versione integrale dell’articolo)

Re Çantanu innamorato di Matsyagandha aliâs Satyavati (pitt.ind., R.R. Varma, Epoca Contemporanea).

È nota l’importanza che ha nella leggenda graalica la figura del Roi Pêscheur (il King Fisher degl’inglesi), da tutti gli studiosi messo in relazione seppure solo parzialmente con un nume gallico, il misterioso Bran.  Quantunque, in realtà, la definizione s’estenda ben al di là del mondo celtico-cristiano. Dato che la si ritrova del pari nell’epica hindu, precisamente nel Lib.I del Mahâbhârata, opera attribuita a Vyâsa e compilata all’incirca fra il II sec. a.C. ed il II d.C.  Non sto qui ad analizzare il significato dettagliato del titolo, né la trama del poema per intero o le varianti testuali.  Vorrei piuttosto prender in considerazione esclusivamente le analogie nell’ambito della mitologia hindu e di quella cristiana fra la figura del Fisher-king (Re Pescatore) graaliano ed il corrispondente Dâçârâja (id.) mahabharatiano. 

Il Daçaraja dell’epica hindu

2. Manu a cavalcioni del Mahâmatsya del Diluvio Primevo (scultura indiana, Naurangi Darwaza, Forte Raichur, Museo Archeologico, Hyderabad).

Tale personaggio, sarà bene precisarlo, nell’ambito dell’induismo compare soltanto nell’epica e all’interno di questa unicamente nel Mahabharata.  Non altrove.  O meglio, ricorre pure in ambito folclorico, ma non con chiari connotati.  Tuttavia, sebbene in tal caso il ruolo del personaggio sia un po’ scheletrico, un fattore decisivo viene aggiunto: il nome.  Ed il nome, a chiare lettere, è Satyavrata (lett. “alla verità-votato); piú noto come Manu Satyavrata, o semplicemente Manu, cioè l’Adamo indiano.  Famoso per la saga del Grande Pesce (Mahâmatsya), posto dapprima per le minuscole dimensioni in un piccolo vaso e poi per il continuo aumento delle proporzioni in contenitori sempre maggiori.  Ivi non tratto del Pesce, se non per i brevi riferimenti necessari alla comprensione del soggetto; la discussione a seguire vertirà esclusivamente sul Re Pescatore, vale a dire il protagonista umano della saga.  Il Kathâsaritsâgara (Vol.II, Lib.V, Cap.XXV), nella trad. del Tawney, lo descrive sommariamente quale “ricco re dei Nishâda”.  Ecco il fattore decisivo che permette d’identificarlo al suddetto Daçaraja.  Sarebbe troppo lungo in codesta sede spiegarne le ragioni.  Onde non posso far altro che rimandare tale compito a 2 miei libri ancora inediti: a) Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro, b) L’Uomo e il Pesce.  Il succit. testo kashmiro ad esser sinceri adotta l’espressione “king of the fishermen” alternativamente a quella di “fisher-king”, ma lo stesso problema si riscontra nella trad. del Mahabharata.  D’altronde, che si tratti d’un attribuzione simbolica è provato indirettamente dal fatto che nel contesto dell’opera di Somadeva (XI sec.) il possente sovrano di Utsthala viene contattato da Çaktideva – brahmanico protagonista del racconto – al fine di poter rintracciare Kanakapurî, la Città Aurea.  Satyavrata colla sua nave conduce il giovane brahmano, giunto a lui dopo esser uscito indenne dal ventre d’un grosso pesce, fino ad un grande albero che s’erge su un gorgo marino.  Quivi scompare in mezzo ai flutti, sparendo alla vista.  A sera però grossi uccelli simili ad avvoltoi vanno a posarsi sul gigantesco albero ed allora Çaktideva che nel frattempo ha ottenuto la capacità di capire la lingua degli uccelli, si nasconde fra le ali d’uno di essi ed ottiene cosí la possibilità di raggiungere l’agognata meta.  In Kanakapuri il neofita incontra, dormiente come morta, la principessa Kanakarekhâ (Vena d’oro) che era stata promessa dal re di Vardhamâna – certo Paropakârin – a chi avesse potuto visitare di persona la Città Aurea.  Tornato alfine a Vardhamana, Çaktideva si meraviglia di trovare la figlia del re viva e vegeta, ma costei gli spiega di essere in quella forma umana per la maledizione d’un eremita.  Fatto sta che, secondo l’intreccio tipico dei raccoglitori di fiabe indiane sul modello del Pañcatantra (in seguito trasmesso dall’India al mondo musulmano e piú oltre fino all’Europa tardomedievale), la principessa svanisce e torna alla Città Aurea.  Nel vano tentativo di ritrovare la sua promessa sposa, Çaktideva raggiunge di nuovo Utsthala; sennonché quivi è imprigionato dai figli del Re Pescatore, che l’accusano d’aver condotto a morte il loro padre. Per vendicarlo vorrebbero sacrificare il giovane viaggiatore a Durgâ, tuttavia la loro sorella Vindumatî s’innamora di lui a prima vista e finisce per farsi sposare, ma nemmeno questa è la soluzione finale; poiché inseguendo un demone (daitya) in forma di enorme verro che imperversa attorno a lui il neofita, armatosi  cavaliere con lancia in mano, raggiunge una grotta ove incontra Vindurekhâ.  Anche costei induce il brahmano a sposarla, in tal caso per riconoscenza, essendo la principessa stata salvata dalle grinfie del demone.  Ma finisce per sparire pure lei dopo esser rimasta gravida ed aver visto il proprio feto d’otto mesi sacrificato dal marito, che a causa di ciò diviene un veggente ovvero un possessore della conoscenza soprannaturale (vidyâdhara), superiore alla naturale gnosi (jñana).  Ed ecco che giunge poi immancabile, da parte della figlia del Re Pescatore, la spiegazione di tutti gli strani eventi e la soluzione riparatrice.  Ossia Vindumati rivela allo sposo d’esser la sorella di Kanakarekha e di Vindurekha, ond’è costretta a partire alla volta di Kanakapuri, dove una quarta sorella l’attende.

Satyavati, la figlia del re pescatore (illustrazione contemporanea da antichi modelli, S.B.P. Pratinidhi, India).

Çaktideva però per via dei suoi raggiunti poteri shamanici è ora in grado di seguirla in volo e colà, nella Città d’Oro, diverrà alla maniera indiana il marito di tutte e quattro le sorelle.  Compresa la piú vecchia, Candraprabhâ (Lustro della luna).  Ed otterrà da Çaçikhandapada, re dei Vidyadhara, lo scettro di quel reame col nuovo nome di Çaktivega.  Un approfondimento di questa storia iniziatica chi vorrà lo troverà nel secondo dei miei due libri summenzionati.  Orbene, quanto ci narra il Mahabharata apparentemente è molto diverso, ma s’osservano alcuni punti in comune.  Come già rilevato, il nome proprio del Daçaraja non vien fatto.  Comunque la figlia adottiva è denominata Satyavatî, il che la collega strettamente a Satyavrata, persino sul piano filologico.  Il Re Pescatore non è altro infatti che Manu, come tale equivalente a Varuna, il Signore delle Acque tardivamente spodestato in codesta funzione da Indra o Vishnu.  Ed è significativo che ella sia denominata alternativamente Kâlî (la Vergine, non la Vegliarda), o meglio Matsyakâlî.  Vale a dire la forma ittio-uranica e primeva della dea Kali.  Del resto l’altro nome alternativo di Satyâ la designa, chiaramente, quale dea del Satyayuga (Età della Verità = Aurea).  Ed analogamente il fatto d’esser gemella di Matsyarâja, figura che funge nel poema da doppione del Matsyâvatâra, ne fa un corrispettivo di Parçu (Eva), la figlia-sposa di Manu (Adamo).  Che dire poi di Çantanu, il marito della figliastra del Daçaraja (mitica progenitrice dei Kuru e dei Pândava, le due stirpi apparentate affrontantisi nella fratricida guerra narrata nell’epico poema), se non che egli personifica Sâgara o Samudra (l’Oceano) e che perciò rappresenta la trasposizione umana di Varuna.  Infatti, come acutamente segnala E.W. Hopkins in Epic Mythology (Delhi et al. 1974), l’Oceano è presentato nei testi quale attendente di Varuna, l’Urano indiano.  Anche Platone in effetti, nel Timeo, subordina Okéanos ad Ouranós, mentre nella cosmogonia orfica il secondo funge da doppione del primo ed è Érôs a svolgere un ruolo primario.  Hopkins, illuminandoci sull’argomento, spiega che Varuna viene in genere considerato allotipo di Yama, benché l’uno sia associato cosmologicamente alla Prakriti (Sostanza) e l’altro al Purusha (Essenza).  Tant’è che il dio delle acque – un tempo celesti, poi marino-fluviali – ha come emblema la Conchiglia (Çankha) o l’Oca Selvatica (Hamsa), trasmesso anche al figlio Vala/Bala (o Vali/Bali) ed alla figlia Varunânî (cioè Ouranía, la quale per metatesi consonantica è divenuta la latina Venere); invece il dio dei morti e primo morto (al pari di Manu/Adamo) possiede la Verga, che lo rende simile al nostro Iânus.  In base a quanto appena osservato, si capirà quindi perché il Daçaraja per via della sua universale sovranità sulle acque presieda a fiumi e correnti.  Tra l’altro Çantanu, alter-ego di Satyavrata, tramite la dea Gangâ è altresí padre di Bhîshma (l’Achille indiano), cui è dedicata la cd. Bhîshma Gîtâ; intermezzo di carattere  çaiva alternativo nella forma e nei contenuti alla vaishnava e piú celebre Bhagavad, tesa ad esaltare la figura morente d’un invincibile guerriero alleato ai futuri vinti.  E non a caso in Grecia il “Tetide” Achille è parallelamente figlio d’una nereide avente quasi lo stesso nome della consorte del titano Oceano. 

Il Roi Pescheur dell’epica cristiana

Pelles, sovrano della Terra Desolata, il re pescatore cristiano (ill.cont.?).

Similmente all’Oriente in Occidente la stirpe di re pescatori – denominati alternativamente “ricchi pescatori” – è legata alla discendenza da un antenato illustre, Hebron, cognato di Giuseppe d’Arimatea; che, essendo parente di Gesú (Gardner l’identifica al fratello Giacomo, fondatore della Chiesa di Gerusalemme), connette la loro stirpe al Cristo medesimo.  In India invece, abbiamo visto, Il Re Pescatore è l’equivalente d’Adamo e la sua sede è un’isola paradisiaca.  Sede del culto cristiano viceversa è il Castello Avventuroso, dapprima identificato a quello non ben localizzabile di Corbenic e tardivamente trasferito al pirenaico Munsalwaesche (Môns Salvâtiônis).  Nei testi franco-britannici, facenti capo al Lancelot-St.Graal (XIII sec.), il depositario del culto è Re Pelles.  La bellissima figlia di costui (Elena), andata sposa a Ser Lancillotto del Lago, genererà al prode cavaliere l’ascetico Galaad; ma la trascuratezza del padre, invaghito di Ginevra, determinerà la drammatica morte della soave dama lunare.  Ciononostante sarà il mondano Lancillotto ad avvicinarsi per primo al mistero, la Voce (Interiore) promettendogli che avrebbe esaudito lo scopo della cerca da lui intrapresa analogamente ad altri compagni d’avventura.  E difatti, apertasi la sacra soglia del castello, egli scorge la Tavola d’Argento del Graal ricoperta di seta rossa; ma, ben presto, tutto dispare ed il cavaliere sviene.  Peggio ancora succede ad Estor delle Paludi, fratello di Lancillotto, cui si serrano tutte le porte.  Mentre a Galaad, indossante una cotta rossa di valore alchemico, si schiuderà alfine ogni mistero.  Gli altri cavalieri possono solo contemplare il Graal ricoperto di tela bianca fluttuare magicamente per l’aere, essendo incapaci per loro natura di penetrare il significato recondito della visione.  Il trio eletto invece, Bohors-Parsifal-Galaad, dopo l’avventura sull’incorruttibile Vascello di Salomone – che sta al Santo Vasello come la Confraternita (allusione ai Templari) sta al Cuore (purificato dal Santo Spirito) – e l’incontro colla “Pulzella-che mai-non mente” (Vêritâs) – la quale mostra loro la Corona d’Oro e il Letto a Tre Fusi (Verde, Bianco, Rosso), proveniente dal paradisiaco Albero della Conoscenza – riesce nell’intento di portare a termine la cerca nel Castello del Graal.  I 3 colori indicano la triplice fase realizzativa della trasformazione interiore: ViriditasAlbêdô e Rubêdô.  Essa è connessa colle tappe principali dell’iniziazione ermetica: Risalita, Rinascita ed Illuminazione.  Galaad, che già aveva retto la Spada di Salomone (immagine della Coscienza dell’Unità Divina), riunisce alfine le due metà della Spada Spezzata (la Conoscenza degli Opposti) con cui era stato ferito Giuseppe d’Arimatea; al dire di De Boron (XII sec.), il primo custode della Coppa dell’Ultima Cena, posta in un’arca e denominata in seguito Graal.  La storia narrata dal chierico borgognone differisce da quella del ciclo vulgato.  Entrambe le versioni concordano comunque che Giuseppe fu imprigionato dai giudei in un sotterraneo, ma la prima fonte aggiunge anche della fuga di Nicodemo; inoltre per il chierico è Gesú che gli porta direttamente la Sacra Coppa di nascosto in carcere, mentre per l’anonimo è Giuseppe che se la procura nella casa ove era stata consumata l’Ultima Cena il giovedí prima di Pasqua. In entrambi i testi non si fa menzione di Longino.  Da una parte è il Redentore a raccogliere il proprio sangue nel calice, dall’altra è Giuseppe a convogliarlo in esso dalle ferite stillanti.  Quasi che il corpo del Cristo fosse ancora vivo dopo la deposizione dalla croce, come peraltro paiono sottintendere gli Apocrifi allorché insegnano che la vera Resurrezione può avvenire soltanto in vita, non in morte.  Tant’è che secondo De Boron (iv), il quale del resto a differenza della fonte anonima – piú ambigua ancorché piú esplicita – mette in rapporto la Vergine Madre non collo Spirito Santo bensí col Padre, la coppa è il simbolo della morte di Gesú.  Una morte soltanto simbolica, dunque, poiché il Figlio è increato; sebbene l’anonimo incongruentemente attribuisca a Giuseppe, per volontà del Cristo risorto, il voler farsi credere morto “affinché la sua riapparizione assumesse la natura di un evento al di là dell’ordine naturale delle cose”.  Eppure del Figlio di Dio è scritto, proprio in De Boron, che “apparve a Maria Maddalena, ai Suoi Apostoli, ai Suoi seguaci… in carne ed ossa”.  Come se sulla Croce, col pretesto d’una rappresentazione rituale di carattere iniziatico, fosse scemata esclusivamente la natura corporea del Cristo e non lo spirito vitale. 

La Sacra Coppa del Graal (Anon., oggetto rituale antico, Cattedrale, Valencia, Spagna, dat.inc.).

Il ferimento rituale del primo possessore della santa reliquia, poi ripetuto nei confronti del Re Magagnato a mezzo di Lancia, aveva reso perciò tutta la dinastia dei Ricchi Pescatori dei re paralitici; o zoppi, se vogliamo.  Ad imitazione del Maestro.  Onde rappresentare materialmente lo stato di necessità in cui trovavasi l’uomo decaduto e bisognoso di purificazione, lontano dal regno edenico.  Quel che catechisticamente chiamasi “Peccato Originale”.  I tre cavalieri scelti all’interno del Castello del Graal hanno la visione di Gioseppo, il primo vescovo, figlio di Giuseppe d’Arimatea.  La veste rossa del Re Pescatore, qual è tratteggiata nelle descrizioni varie del personaggio, è quella stessa vescovile.  Trattasi tuttavia, in tal caso, d’un vescovo gnostico.  Gioseppo era stato l’unico ad avere il privilegio di ricevere il sacramento dell’ordine direttamente da Cristo nel Palazzo Spirituale della città di Sarraz, in Mesopotamia, laddove era passato il profeta Daniele cogli altri ebrei condotti schiavi a Babilonia da Nabucodonosor.  Colà, aprendo l’arca istituita dal padre aveva avuto a sua volta la visione dell’Uomo Rosso, di veste e di carne.  Ed aveva ricevuto i paramenti sacri: la bianca mitria, la veste rossa nonché l’anello del pescatore ed il pastorale.  Quest’ultimo simboleggiava simultaneamente il Rigore e la Misericordia, l’anello l’Unione con Dio e colla Chiesa, la mitria la purezza ottenuta colla confessione dei peccati; il color rosso alludeva invece alla Câritâs, ovvero all’Amore Divino, che a mo’ di fuoco spirituale scioglie i limiti d’ogni individualità e trasforma il prossimo in noi stessi.  I tre cavalieri dunque vedono recare nel castello da parte di 4 Angeli una lancia-grondante-sangue e il vescovo la posa nel Sacro Calice.  È per conservare la preziosa reliquia che è stata edificata la roccaforte di Corbenic, cui presiede appunto la figura enigmatica del Re Pescatore.  Da Gioseppo attraverso Hebron, Alano il Grosso ed altri, sono discesi Pellehan e Pelles.  Fra Gioseppo ed Alano si colloca il summenzionato Re Paralitico (ossia Re Evalac, detto lo “Sconosciuto” poiché nulla sapeva delle proprie origini), il quale dopo la visione trinitaria degli Alberi dall’unico fogliame e la conseguente conversione assume il nome di Mordrain.  Un po’ diversa sarà l’impostazione della narrazione nella letteratura tedesca tardomedievale, attestante una situazione posteriore di culto; allorché il Castello del Graal si sposterà in una regione piú meridionale, addirittura ispanica.  Tale sarà il castello di Anfortas (storpiatura letteraria per Alfonso d’Aragona, re di Spagna), alla corte del quale non giungerà Galaad in compagnia degli altri due eletti; bensí il solo Parsifal, detto non per niente il “Cavaliere Rosso”.  Ed allora si capisce quale debba esser stato il Sacro Calice nelle funzioni cerimoniali medievali: quello ovviamente a forma di doppia coppa – corrispondente nella sagoma al Sigillo di Salomone – ora conservato nella Cattedrale di Valencia ed ossequiato in un viaggio pontificio persino da Papa Woityla, sebbene la Chiesa Cattolica affermi dal suo punto di vista (legittimo, ma non vincolante) l’inesistenza del Graal.  Un’ultima cosa resta da dire sul simbolismo evangelico del Pesce.  A codesto emblema si richiama quel passo della Cerca in cui non sono “pesci e pani” ad esser moltiplicati per sfamare gli astanti, come nei Sinottici, ma un unico Grosso Pesce.  È il dodicesimo figlio di Hebron, Alano, a pescarlo un dí in Gran Bretagna su ingiunzione di Gioseppo dopo il trasferimento dalla Palestina in terre settentrionali dell’Europa.  Questo “pesce di notevolissime dimensioni” si richiama al tema del pesce piú grande non rigettato dal pescatore intelligente a differenza dei piccoli, ricorrente in un passo (vii ) del Vang. di Tommaso ed illustrante il Salvatore in dimensione gnosticheggiante.  Di tale pesce allusorio, relativo all’espandersi incontrollato dell’evangelizzazione su un doppio piano interiore ed esteriore, asserisce infatti il rimaneggiamento epico ottocentesco del Boulanger che “crebbe di modo che tutti coloro che avevano fame poterono saziarsi come se avessero avuto davanti a sé le migliori carni del mondo”.  In memoria di ciò Alano è stato denominato il “Ricco Pescatore” per eccellenza, dopodiché l’appellativo è passato a tutti gli altri discendenti a seguire.

                                                                                        Giuseppe Acerbi

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Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

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CRITICA ALLA TEORIA KURGANICA

Mappa dell’espansione indoeuropea secondo Kossinna. Questa cartina è valida solo se si ipotizza che gli Iafeti siano giunti in Europa dall’America Settentrionale, cioè separatamente dai Semiti e dai Camiti. Ma non ci sono prove a dimostrarlo, a parte la logica. La Bibbia, del resto, aserise diversamente.

di Giuseppe Acerbi

A) Linee generali

M.Gimbutas.

Tra le varie teorie sulla patria originaria indoeuropea la piúaccreditata a livello generale a tutt’oggi è la ‘teoria kurganica’ di M.Gimbutas, che ha sfruttato gli studi precedenti di O.Schrader e V.G. Childe (1). Secondo tale teoria, fondata sui presupposti postulati alla Fine dell’Ottocento (2) da parte del filologo tedesco O.Schrader (1855-1919), i popoli di lingua indoeuropea erano nomadi e provenivano dalle steppe ponto-caspiche (a nord del Mar Nero, del Mar Caspio e del Lago d’Aral) per ragioni legate al vocabolario indoeuropeo; che non conosceva né l’asino né il cammello, ma soltanto il cavallo (3).  Di qui ad arrivare alla supposizione generale che gl’Indoeuropei fossero nomadi e avessero addomesticato il cavallo, anche per uso alimentare, il passo fu breve.  Ma ciò non trova alcun riscontro tradizionale, a parte i versi rigvedici dedicati al sacrificio del cavallo. Avremmo anche qualcosa da dire sulla questione del nomadismo.  Il nome di Ari (nell’accezione indo-iranica), o di Eroi (in quella greco-ellenica), la dice lunga su codesto preteso nomadismo. Gli è che, come al solito, si è fatta confusione fra Ari e Turi; sono questi ultimi ad essere stati per loro natura dei nomadi, ovviamente in senso pastorale.  Gli Ari, secondo l’etimologia del nome, erano degli orticoltori od in senso piú ampio degli artigiani: l’agricoltura primitiva era appunto una forma di ars, naturalmente intesa nel senso antico di modus operandi rituale. Ogni forma d’arte aveva un archetipo celeste.  Erano i nomadi, non i sedentari a praticare il sacrificio e l’alimentazione carnea, come insegna la storia biblica di Caino e Abele. In questo caso abbiamo a che fare con un lato orticolo differenziato, proprio degli Eroi (Gibborīm(4) essendo discendenti di Seth e non di Caino.  Detto etnologicamente si può ipotizzare che essi derivino dagli orticoltori avanzati del continente americano, dotati di aratro (vedi l’etimo) e di bastone trapiantatoio nonché dediti alla coltivazione sia pur rudimentale delle leguminose o dei cereali , ai tempi del Tardo Paleolitico; e non dagli orticoltori primitivi dei Mari del Sud, maggiormente rozzi, che usavano il bastone da scavo onde alimentarsi di tuberi.  Tuttavia il principio d’un relativo sedentarismo vale per entrambi, come insegna Guénon ne Le Règne ( Cap.XXI sgg).  Sennonché dopo l’abbandono della loro patria oltreatlantica, situata probabilmente all’incirca dove è oggi la Groenlandia, è chiaro che gli Ari hanno dovuto sopravvivere in qualche modo; persino deprendando, come è confessato tra le righe nel Rigveda, ed è congetturabile si siano adattati al nuovo ambiente assumendo in seguito le maniere e i costumi delle nuove genti colle quali son venuti a contatto. Principalmente i Turi, biblicamente i Lamekiti (cioè i Ramaiti), nei confronti dei quali devesi essersi sviluppata per convenienza tanto una forma d’imitazione quanto un’aperta ostilità dovuta ad una maggior raffinatezza tradizionaale. Tutte le lotte fra Dei e Titani, che ritroviamo nelle mitologie indoeuropee rispecchiano in divinis tali atteggiamenti umani.  I Titani sono demonici, amano il sangue come tutti gli Antenati (i Padri), sono serpentini ma nel contempo piú regali e fieri. Gli Dei esigono il sacrificio vegetale – seppure nell’ultima Epoca si adeguino ai sacrifici cruenti, che non erano loro propri in origine – ed amano fertilità e fecondità, principi che sono alla base del vivere borghese. Apollo o Dioniso sono un esempio dei primi (la contrapposizione che ne ha fatto Nietzche è aberrante, tant’è che rientrano entrambi nei canoni indiani shivaiti, corrispondendo alla complementarietà planetaria fra il Sole e Saturno), Eracle ovveroKṣṇa dei secondi.   Circa la diffusione geografica del cavallo si sa ormai che era presente sul suolo amerindo pressappoo fino al 12.000 a.C., ossia fin quasi all’epoca dell’abbandono di quelle terre da parte degli antenati oltreatlantici degli ari.  Si pensa che la fine di quell’animale sia dovuta al fatto di essere stato oggetto di caccia, ma forse la realtà è un’altra.  È possibile, anzi probabile, che si sia estinto per cause diverse: climatiche, ad esempio.  La caccia in passato era meno diffusa di quel che si vuol far credere. Non esistevano i popoli cacciatori se non solamente in certe contrade ove non c’era modo di sopravvivere altimenti.  Il rispetto verso la natura e gli animali in genere costituiva un punto fondamerntale della religione dei nostri antenati. Unicamente nel mondo moderno e contemporaaneo, col suggerimento degli studi medico-nutrizionali, si è foraggiato il consumo di carne in larga scala con uno scempio senza precedenti nei confronti dei nostri fratelli animali.  Se è vero che gli Ari avevano mantenuto nella loro cultura un legame ideale col mondo iperboreo, come sembra (visto che nelle tradizioni ebraiche, non per nulla, Adamo muore alla nascita di Noè)(5), è chiaro che il loro nutrimento non poteva essere a base di carne. Ciò era contrario a tutte le tradizioni che facevano leva sull’agricoltura, presso le quali la caccia costituiva solamente unoptional occasionale.  Si stigmatizzava il versamento inutile del sangue sulla terra, che era creduta divenire sterile altrimenti.

B) La teoria nei dettagli

Mapa dei kurgan.

L’ipotesi del suddetto indogermanista, per usare la terminologia tedesca, è stata ripresa nella prima metà del Novecento dall’archeologo australiano  Gordon Childe (1892-1957), ritenuto il padre della moderna paletnologia ed autore di opere importanti (6).  Sin dai primi anni del suo operato scrisse, secondo la moda del tempo, The Aryans (7).  Sennonché il punto di vista limitativo di quest’autore è legato al concetto di ‘rivoluzione neolitica’, attraverso cui sarebbero nate le classi sociali, cosa del tutto falsa; giacché l’esistenza delle classi è tradizionalmente messa in relazione all’esistenza delle varie Epoche cicliche, ciascuna in rapporto con una determinata casta. Circa l’esistenza d’una Urheimat  indoeuropea nella zona fra il Mar Nero ed il Caspio invece la tesi può essere grossolanamente accettata, dal momento che concorda involonriamente a grandi linee col dato scritturale dell’Armenia quale sede di espansione del ceppo noaico.  Anche perché è evidente che l’espansione, pur partendo probabilmente dalla zona fra la Turchia, la Georgia e l’Azerbaijan si è diretta necessariamente da un lato verso nordovest e dall’altro verso nordest.  Le fonti di Childe erano il filologo ed archeologo tedesco G.Kossinna (1858-31) per certo diffusionismo, nonostante questi ponesse l’Urheimat nelle regioni attorno al Baltico (Svezia Meridionale ecc.), cosa vera soltanto in tempi protostorici ma non nella preistoria, e la dottrina marxista per certa teoria sociale (8). Nella seconda metà del Novecento gli subentrava l’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas (1921-94), rifugiatasi negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e divenuta assistente all’Università di Harvard a Cambridge (Mass.).  È stata costei ad introdurre il concetto di kurgan per le tombe a tumulo e ad identificarepresumibilmente il processo d’indoeuropizzazione alla diffusione del kurganismo (9).  Alla Fine del XX sec. la teoria è stata aggiornata da J.P. Mallory (1945-) (10), tramite il suo In Search of the Indo-Europeans (11), e da altri studiosi.  Rispetto ai precedenti ricercatori, il professore oxfordiano di Archeologia Preistorica ha utilizzato anche le fonti letterarie oltre a quelle archeologiche e filologiche.  Ciò è un fattore a suo favore, ma a nostro parere è assai piú interessante la tesi contrapposta dell’archeologo britannico C.Renfrew (1937-) (12). Colin Renfrew ha sostenuto che i Proto-indoeuropei abbiano vissuto fra il VI ed il V mill. a.C. in Anatolia, donde si sarebbero irraggiati altrove – parallelamente all’agricoltura neolitica – non per trasferimento fisico, bensí per espansione culturale. 

C) Conclusioni

Una delle sciocchezze che si attribuiscono alla Gimbutas e agli altri che ne seguono gl’insegnamenti è che le <religioni> indoeuropee fossero dei culti patriarcali in opposizione a quelli matriarcali delle <religioni> pre-indoeuropee.  Questa contrapposizione, favorita indirettamente dalla scuola mediterraneista del Pestalozza & C., è assolutamente inadeguata, siccome il patriarcalismo ed il matriarcalismo hanno a che fare semmai con i cicli epocali e non colle etnie.  Ciò precisato, è chiaro che esiste una differenza fra i culti dell’età del Ferro e quelli dell’Età del Bronzo.  È la figura sofoclea di Edipo ad insegnarcelo, ovvero dell’Uomo incapace di comprendere il Padre (Urano, da lui ucciso… ossia trasformato in deus otiosus) e tutto proteso a venerare la Madre (Demetra), cui si ricongiunge… idealmente nei riti di fecondità e fertilità (13).  Per la verità l’ossequio al Padre Celeste risale all’Età dell’Oro.  L’Età del Bronzo vedeva di già un culto duodenario legato agli dei della pioggia, con un tredicesimo nel ruolo supremo.  L’archeologia spezzetta la presunta cultura proto-indoeuropea in una miriade di sottoculture, che è arduo associare ai veri Proto-indoeuropei: dal VI mill. in poi abbiamo la Cultura del Bug-Dnestr, di Samara, di Chvalinsk, del Dnepr-Donec, di Sredny Stog, di Majkop e di Jamna (14).  Analizzandole singolarmente, constatiamo unicamente che si tratta di culture sicuramente tra di loro intrecciate.  Come facciamo però ad esser sicuri che sono davveroquello che si pretende che siano?  Cosa hanno a che fare cogli studi letterari e mitologici degli indoeuropeisti in materia di Storia delle Religioni?  Praticamente nulla.  E come si fa allora a collegare quei ritrovamenti a tali studi?  Non può che essere un azzardo.

La Cultura di Bud-Destr ad esempio si è espansa per un millennio e mezzo (6500-5000) nelle praterie dell’Ucraina e della Moldavia, intorno ai fiumi Dnestr e alla parte meridionale del fiume Bug.  Si trattava, a giudizio di coloro che l’hanno messa in evidenza, d’una cultura venatoria e quindi cade il presupposto essenziale perché sia considerata una cultura aria.  Difatti non è stata rintracciata alcuna traccia d’agricoltura (15).  Attraverso la ceramica, che non compare all’inizio, si è notata un influsso della Cultura di Starčevo, proveniente dall’Europa Orientale e dai Balcani (16).  In quanto alla cultura di Samara, sviluppatasi presso il Volga fra il VI mill e l’inizio del V, è stata ritenuta di certo a torto dalla Gimbutas l’Urheimat proto-indoeuropea (17).  Su che basi non si capisce bene.  Forse per le sepolture a copertura di pietre o a cumulo di terra.  La Cultura di Chvalynsk (18), presso il Volga, è una continuazione di quella di Samara e sfocia nella Cultura di Jamna.   La Cultura del Dnepr-Donec era una dedita a caccia e pesca, alternata alla raccolta (19).  I defunti venivano inumati nei pozzi e ricoperti di ocra (20).  La popolazione era di tipo cro-magnôide, perciò non poteva trattarsi di iafeti (21).  Come volevasi dimostrare.  La Cultura di Srednij Stog (4500-3500) era localizzata fra i fiumi Dnepr e Don, a nord del Mar d’Azov.  Era coeva colla Cultura di Chvalynsk (22) ed ebbe contatti colla Cultura di Cucuteni-Trypillian (5500-2750), di tipo agrario, fiorita in una regione compresa fra parti delle attuali Romania, Ucraina e Moldavia (23).  La Cultura di Majkop (3500-2500)(24) è coeva alla Cultura di Jamna, un poco piú settentrionale. Appartiene alla Russia Meridionale, a ridosso del Caucaso, ed è influenzata dalla cultura di questa regione, la Cultura di Kura-Araxes o transcaucasica £400-2000)(25).  Infine viene la Cultura di Jamna (3600-2300), carattterizzata dalla tomba a fossa (pit-grave) ovvero della tomba ad ocra (ochra-grave), una cultura nomade con annessa qualche pratica agricola sulle sponde dei fiumi.  La sua particolarità è l’inumazione nei tumuli (kurgan)(26).  Continua la Cultura di Chvalynsk e quella di Srednij Stog e si estende poi nei Balcani.   Ribadiamo, tutto ciò non ha praticamente niente a che fare col problema dell’origine indoeuropea e poco con quello dell’espansione di tale etnocultura in Europa e in Asia.  A meno di dimostrazioni significative, che non ci pare siano ancora avvenute.  L’idea malloryana che i guerrieri dell’ascia da combattimento o della ceramica cordata fossero gli antenati dei popoli celtico-germanici e balto-slavi non ha alcun fondamento.  L’Ascia è di origine asiatico-ramaita, come insegna la figura indiana di Rama dell’Ascia (Paraśurāma), che non è legata agli Ari bensí ai Turi persiani, pre-iranici.   La teoria kurganica presuppone inoltre nel IV mill. il passaggio dai Balcani o dal Caucaso degli Hittiti in Anatolia, la formazione d‘un nucleo proto-indoeuropeo nell’Europa Orientale prima e successivamente il trasferimento di questo fino alla Scandinavia e alla Russia; la formazione da parte dei Tocari della Cultura di Afanasevo (3500-2500 (27), estendentesi fino in Mongolia ed in Cina, in Kazakistan e Tagikistan nonché presso il Lago d’Aral.  I legami indubbi colla Cultura di Andronovo (2000-1200) pongono tuttavia dei problemi irrisolti.  La stessa teoria suppone che nel III mill. i nomadi della steppa abbiano abbandonato codesto regime di vita per stanziarsi in zone ove vigeva uno stile di vita urbanizzato di tipo CABM (BMAC).  In tal modo sarebbe stata colonizzata l’Asia Centrale.  Per ragioni a noi ignote, quantunque il prof. Sarianidi abbia ipotizzato un cambiamento di clima dovuto ad avvenimenti calamitosi naturali, si sarebbero alfine spostati dapprima in India e poi in Iran.  Da qui in parte avrebbero invaso il subcontinente indiano sottomettendo i nativi ed imponendo il sistema delle caste, in parte si sarebbero spostati in Iran raggiungendolo all’inizio del I mill. a.C.  La dottrina hindu dei Vara, ad ogni modo, connette le classi a ben altro e non le  pone in relazione ad alcuna invasione o conquista.  In Europa la cultura dei tumuli avrebbe dato origine a quella dei campi d’urne.

Inutile aggiungere che in questo amalgama frazionato di sottoculture varie è difficile districarsi se non si è degli specialisti del settore.  Qualcosa di vero ci deve pur essere in questa ricostruzione, benché non ci convinca del tutto. Dato che non ne esiste una alternativa.  Vi è chi parla delle Vie dell’Ambra, ma questa discesa è tardiva.  Non si può immaginare che tali genti provenissero dalla Scandinavia in tempi preistorici.  Non ci sono basi per poterlo sostenere.  Tanto piú che i Germani stessi nelle loro tradizioni sostenevano di esser venuti da Asía.  I germanisti dichiarano che l’interpretazione di codesto termine come riferito all’Asia è solo un’interpretazione popolare, ma spesso la saggezza popolare risulta maggiormente profonda delle tesi accademiche. La pretesa superiorità del combattimento a cavallo da parte degli Ari, secondo gli storici dell’equitazione, non può essere avvenuta prima del periodo fra il 1100 ed il 1000 a.C.  In precedenza il cavallo sarebbe stato adibito al tiro del carro oltreché allevato per uso alimentare non meno dell’altro bestiame.  Abbiamo già espresso le nostre obiezioni a tale congettura, anche perché in questa maniera oltre a trasformare l’invasione aria in India in un avvenimento assai tardivo non si spiega la sottomissione degli indigeni al potere ario. Bisogna alfine ammettere che, nonostante tutto, il quadro degli avvenimenti ricostruito da tale teoria rimane tuttora molto confuso.

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NOTE

(1)   Cfr. Wikipedia, l’Enciclopedia on line, s.v.: TEORIA KURGANICA.

(2)   Per un quadro dettagliato di quella che era la visione generale del problema indoeuropeo alla Fine del’Ottocento cfr. I.Taylor, The Origins of the Aryans– Bahri P., N.Delhi 1980 (I ed. 1889).

(3)   Wikip., s.v.: OTTO SCHRADER. 

(4)   Intens. di gabar (‘potente’).

(5)   R.Graves & R.Patai, I miti ebraici e critica alla Genesi- Longanesi 1969 (ed.or. Hebrew Myths. The Book of Genesis– Cassell, Londra 1964), §19.d, p.132.

(6)   Wikip., s.v.: VERE GORDON CHILDE.

(7)    V.G. Childe, The Aryans: A Study of Indo-Europeans Origin– P.Kegan, Londra 1926

(8)   Wikip., s.v.: GUSTAF KOSSINNA.

(9)   S.v.: MARIJA GIMBUTAS.  Le sue osservazioni sono state raccolte nell’opera postuma, a c. di AA.VV., The Kurgan culture and the Indo-Europeanization of Europe. Selected articles from 1952 to 1993- Institute for the Study of Man, Washington 1997.

(10)   S.v.: JAMES PATRICK MALLORY.

(11)   J.P. Mallory, In Search of the Indo-Europeans: Language, Archaeology and Myth-Thames & Hudson, Londra 1989.

(12)   Wikip., s.v.: COLIN RENFREW.

(13)   Il mito è spiegato in modo conveniente ed approfondito nel nostro Edipo e l’enigma della Sfinge tebana– Heliodromos N.S. (aut. ’98-inv. ’99), N° 15, Catania 1999, pp. 6-14.

(14)   Ibid. come alla 1.

 (15)   Wikip., s.v. CULTURA DEL BUG-DNESTR. 

(16)   S.v.: CULTURA DI STARČEVO.

(17)   S.v.: CULTURA DI SAMARA.

(18)   S.v.: CULTURA DI CHVALYNSK.

(19)   S.v.: CULTURA DEL DNEPR-DONEC.

(20)   Osservava in proposito il Prof. R. del Ponte (Pres. a c. di, L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991, pp. 6-7, n.5) che siffatta pratica – riferita dalla Gimbutas ai kurgan, non rientrava nel costume indoeuropeo ma piuttosto in quello mesopotamico.  Noi preferiremmo dire ‘turano’, cioè centrasiatico.

(21)   G.Acerbi, L’Isola Bianca e l’Isola Verde– Simmetria on line (N°41, apr. 2016), p.10/col.a.

(22)   Wikip., s.v.: CULTURA DI SREDNIJ STOG.

(23)   S.v.: CULTURA DI CUCUTENI-TRYPILLIAN.

(24)   S.v.: CULTURA DI MAJKOP.

(25)   S.v.: CULTURA DI KURA-ARAXES.

(26)   S.v.: CULTURA DI JAMNA.

(27)   S.v.: CULTURA DI AFANASEVO.

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Articolo di Giuseppe Acerbi pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/2017/05/critica-alla-teoria-kurganica.html

 

PARASHU-RAMA E PERSEO

di Nuccio D’Anna

Lo studioso che voglia intraprendere l’analisi dei miti ellenici secondo una prospettiva tradizionale, si trova di fronte non un corpus organico cui appoggiarsi, ma una serie di narrazioni che in realtà sono semplici frammenti di una tradizione che sembra racchiudere tesori ancora inesplorati.
Attorno all’Vlll-Vl sec. a. Cr. l’Ellade assiste a dei rivolgimenti di tale portata da cambiare strutturalmente le basi sacrali su cui poggiava I’attitudine spirituale dell Elleno. Da questa attitudine, che potremmo definire “mitica”, si passa ad un tipo di esperienza umana dai pronunciati caratteri “laici”. Certo, elementi importanti dell’antica spiritualità restano nell’ambito dei Misteri, dell’Orfismo, del Pitagorismo etc., ma come staccati dal corpo centrale della religiosità ellenica. In realtà sembra che i mitologhemi dell’arcaica Ellade e non siano più capiti. E quando i poeti, i tragici e perfino Esiodo ci conservano elementi di tale religiosità arcaica, questo viene fatto senza la percezione diretta del simbolismo soggiacente alle narrazioni leggendarie e ai miti (1).

Tutto ciò è già evidente per il ciclo mitologico relativo alle divinità pre olimpiche, alle leggende rimaste su Helios, su Eos, su Orione, sui Giganti, la cui strutturazione complessiva pare alludere perfino a situazioni astronomiche oggi non più coglibili. Particolarmente colpite le narrazioni sui Titani, le cui leggende sembrano in realtà racchiudere un simbolismo presente presso altri popoli e in modo specifico presso qli indù, con tutto un aspetto simbolico di tipo cosmico-celeste. Tale per es. il ciclo dei due fratelli Atlante e Prometeo posti da Zeus a presidiare i due poli estremi del mondo, il primo ad ovest e ii secondo ad est, secondo un asse equinoziale che costituisce una precisa indicazione sull’esistenza nell’Ellade di dottrine sui cicli cosmici del tipo presente in lndia. Ciò che in questo mitologhema può interessare anche il nostro problema è che dei due fratelli, Atlante era consideralo il padre delle Esperidi, di Maia e delle Plèiadi, ossia di tutto un gruppo di divinità poste sempre ad occidente, mentre Prometeo addirittura era detto essere il padre di Deucalione, l’unico sopravvissuto al diluvio che distrusse la stirpe bronzea, grazie all’intervento del padre Prometeo che gli ingiunse di costruire l’arca sulla quale potè salvarsi. Aggiungeremo che le connessioni rilevate fra l’Occidente, la stirpe bronzea e il diluvio possono essere chiarite anche dalla considerazione sulla sorte di Menezio, il terzo fratello dei due titani, quello considerato più particolarmente tracotante e aggressivo a tal punto che Zeus col suo fulmine lo precipitò nell’Erebo, procurandogli così una fine non dissimile da quella attribuita, appunto, alla stirpe bronzea.

Il problema sì pone in termini diversi per l’india, la cui tradizione ha conservato nel modo più chiaro la dottrina dei cicli cosmici e in particolare quella degli avatâra, che ci interessa nel modo più diretto. Nel corso degli evi umani il dio Vishnu (che nella Trimurti indiana costituisce il principio della conservazione degli esseri e dell’intero universo) viene a “discendere” nella manifestazione “incarnandosi” in determinati esseri, ognuno dei quali non è altro che il simbolo di un principio spirituale, una “Qualità” divina dell’Avatâra Eterno provvidenzialmente inveratasi in una funzione spirituale. Le “discese” (avatâra) divine con una funzione cosmica sono tradizionalmente precisate nel numero di dieci, ma di esse a noi interessa considerare brevemente le prime cinque, Matsya, Kūrma, Varâha, Narasimha e Vamana, perché la 6a, Parashu-Râma, costituirà l’oggetto specifico del nostro studio. Volendo schematizzare al massimo, e restando su un tipo di interpretazione connessa ai problemi che noi dovremo trattare a proposito di Parashu-Râma, si può dire che i primi 5 avâtara si pongono: (¹°) dopo il mahapralaya accaduto fra il sesto e il settimo manvantara; (²°) la conseguente strutturazione di una diversa situazione astronomica; la nuova sede boreale (³°); gli eventi che hanno contrassegnato la distruzione di quella sede (⁴°) e i trasferimenti in sedi circumpolari (5°) di quella che i Purânas chiamano Hamsa, il “popolo del cigno” della sede boreale. Nella nostra trattazione cercheremo di far vedere come anche nell’Ellade almeno una figura eroica possa simbolizzare la stessa realtà “avatârica” espressa in India da Parashu-Râma, la 6a  “discesa-incarnazione” di Vishnu. II raffronto che faremo potrà mostrare  elementi insospettabili ed indicare una direzione di ricerca per troppo tempo  trascurata, anche a causa dell’ignoranza manifesta dei simboli indiani da parte dei “classicisti” e dei simboli ellenici da parte di orientalisti miopi. 

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Cosi come il Bhâgavata-purâna presenta la storia di Parashu-Râma, questa “discesa” del dio Vishnu non è altro che la raffigurazione simbolica della lotta sostenuta per un periodo di tempo puttosto lungo dai Brâhmana contro la casta kshatriya, quando costoro pretesero di sostituirvisi e di assumerne in proprio I’autorità spirituale. Essa, inoltre, apre la serie delle tre “discese” eroiche del dio Vishnu, che vedranno via via dopo Parashu-Râma il cavalleresco Râma-Chandra appartenente alla Sûrya-vamsha, la “stirpe solare”, e Krishna, “il Nero”, della Chandra-vamsha, la “stirpe lunare”. La lotta intrapresa da queste tre figure eroico-divine contro i nemici dei detentori della sapienza divina, ci introduce in eventi dalla durata di più secoli, il cui svolgimento è stato contrassegnato da particolari cambiamenti della situazione celeste, in coincidenza di sedi diverse occupate dai detentori della sapienza tradizionale, fino a concludersi nell’attuale tradizione indù che in modo specifico è il risultato di queste tre “discese” divine.

La storia di Parashu-Râma comincia con la visita del re Kartavirya degli Hahihaya all’ashram del saggio Jamadâgni, il padre dell’eroe indiano. Nonostante i grandi onori di cui era stato fatto oggetto, il re cerca di impadronirsi della “vacca dell’abbondanza” (Kâma-dhemu), la “pianezza sapienziale” che appartiene in proprio alla casta Brâhmana. Inoltre, oltraggio su oltraggio, contravviene alle regole dell’ospitalità stabilite dal rigido canone sacerdotale insultando la pia Renukâ, la moglie dell’asceta. Per punire questo primo atto di prevaricazione e di arroganza, Parashu-Râma sfida il re Kartavirya “dalle cento braccia” e lo uccide. A loro volta i figli del re invadono l’ashram di Jamadâgni e, con una azione che la tradizione indù in ogni tempo ha considerato come una delle più empie possibili, uccidono il saggio asceta. Parashu-Râma allora giura di sterminare gli kshatriya e, in una guerra durata 21 anni, ne uccide “tre volte sette”, permettendo tuttavia alle loro vedove di risposarsi con i Brâhmana e ricostituire così una casta kshatriya riconsacrata. 

Così come viene presentato dalla tradizione, Parashu-Râma appare non come un personaggio storico determinato ma come una “collettività sapienziale’ che nell’eroe ha voluto simbolìzzare tutta una serie di eventi e di azioni intraprese per la salvaguardia della tradizione spirituale della quale essa stessa era la depositaria e la custode. Anzi, come si vedrà meglio in seguito,  tutta I’azione di rettificazione di cui qui è questione, non può necessariamente porsi che parecchio tempo dopo la fine del Krita-yuga, in coincidenza di squilibri inerenti al popolo che occupò un continente oggi scomparso. Lo stesso attributo di Râma, Parashu = dalla “doppia ascia”, esprime perciò non tanto un’attribuzione estrinseca, quanto una precisa determinazione sacrale, una funzione spirituale espletata da quell”entità divina” “discesa” a combattere contro i portatori del disordine. Tale funzione è caratterizzata dall’arma di Râma, la “doppia ascia” di pietra dono del dio Shiva, che è un simbolo della folgore celeste. Perciò stesso simbolizza la “presenza” divina che regge i vari mondi e, in virtù della propria natura “solare”, interviene provvidenzialmente a rettificarne il corso. La sua stessa forma poi, non riproduce altro che le due metà del corso annuale del sole, “tagliato” dall’asse solstiziale nord-sud, come secondo le più svariate tradizioni spirituali dell’Umanità che qui, nel caso di Parashu-Râma, vengono fatte risalire addirittura ad un’origine iperborea. 

Il nemico per eccellenza di Parashu-Râma è il re Kartavirya, tipica personificazione della protervia e dell’arroganza della casta guerriera quando questa è disgiunta dal sacro. Egli è caratterizzato da “cento braccia”, un’attribuzione che richiama la natura proteiforme degli esseri elementari e dei tanti “mostri” che sbarrano la strada ai legittimi detentori della vera spiritualità. Tale aggettivazione inoltre, sembra in qualche modo simile non casualmente a quell’espressione esiodèa che voleva gli uomini dell’età del bronzo caratterizzati da una forza grandiosa, da mani invincibili e da un corpo gagliardo, mentre il loro comportamento è “terribile”, “violento” e” spaventoso”. L’empietà di Kartavirya viene espressa in due momenti: il furto della  “vacca dell’Abbondanza” e I’oltraggio a Renukâ, la moglie del rishi, che sottolineano un’idea similare. Kâma-dhemu infatti, è propriamente “la pienezza sapienziale”, equivalente alla Vacca-Luce dai “sette raggi” (sapta gavah) del Rig-Vêda, che le posteriori dottrine soteriologiche interpreteranno come la Coscienza Infinita, la Consapevolezza presente in ogni essere della manifestazione. Renukâ, poi, la moglie di Jamadâgni, è la sua shakti, ossia contemporaneamente la sua “sposa” e la sua “potenza”. La “vacca” e la”moglie” esprimono perciò i due aspetti di ogni vera spiritualità che appartengono in proprio ai Rishis primordiali, che I’empio re cerca di far propri “rubandoli” e sostituendosi così ai legittimi rappresentanti. 

Tuttavia I’episodio che scatenerà la guerra è I’occupazione, da parte dei figli del re ucciso, dell’ashram del rishi Jamadâgni e la sua uccisione che, come abbiamo visto, è un’azione considerata in ogni tempo in India come una delle più empie possibili. Tale misfatto, consumato in assenza di Parashu-Râma; ha un suo preciso significato, simbolizza una prevaricazione tesa a sostituire i rishis nella loro stessa sede. Ora, nella tradizione indù i rishis – termine questo che poggia su un radicale che esprime un’idea di “luce”e di “splendore” – sono simbolizzati dal “cinghiale”, ossia da una delle forme assunte da Vishnu nella sua “discesa” nella manifestazione. E siccome Vishnu in tale attitudine “provvidenziale” è identificato al Sole, anche qui abbiamo lo stesso simbolo legato alle “luci” che si inverano nel mondo e lo “illuminano”. L’azione dei figli di Kartavirya perciò non può essere intesa come una semplice vendetta, ma come una prevaricazione tesa a sostituire ai “cinghiali”(= “luci”) primordiali, quelli che la tradizione ci ha dato come le Orse in rivolta. Viceversa, tutta I’azione di Parashu-Râma si presenta come un intervento rettificatore teso a ricostituire le basi di una civiltà tradizionale. Lo stesso tempo indicato dai testi per compimento dell’opera dell’Eroe pare così non essere altro che I’equivalente di un “eone”, di un tempo conchiuso in sé e  perfetto, in relazione alla dottrina dei cicli cosmici e in particolare alla durata  della precessione degli equinozi. Quest’ultimo rilievo va cosi a completare  quanto detto precedentemente a proposito della “doppia ascia” di pietra di Parashu-Râma e del simbolismo solstiziale che le è proprio, perciò con le “stazioni del sole” che parimenti contrassegnano lo svolgimento ciclico.

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Figlio di Zeus e di Danae, secondo la tradizione Perseo dopo il concepimento in una tomba di bronzo, assieme alla madre era stato rinchiuso in un’arca e posto sulle acque. Questa fu avvistata da un pescatore che la scambiò per un grosso pesce, ossia uno dei simboli più antichi dell’umanità, che la tradizione indù pone addirittura all’inizio stesso del nostro manvantara. Il nome di Perseo si lascia scomporre nei suoi elementi costitutivi-base PRS che secondo “Geticus” (autore di una serie di studi di vario valore sulla Dacie hyperboréenne, “Etudes Traditionnelles”, 1936-37) (2) sono gli stessi che è possibile riscontrare nel termine sanscrito PaRaShu, dove ha una funzionalità semantica identica a quella del termine greco. Aggiungeremo che il  procedimento esegetico utilizzato da “Geticus” per spiegare il rapporto PaRaShu-PeRSeo è identico a quello utilizzato da René Guénon per individuare la radice dei termini Kronos e Karneios, KRN. ll nome dell’Eroe ellenico perciò, non sarebbe altro che la “razionalizzazione” di un appellativo che precedentemente era servito per designare una funzione spirituale, il quale poi venne riferito ad un personaggio nel punto in cui non fu più compreso nella sua realtà simbolica.

Abbiamo detto che la tradizione ci dice che Perseo era figlio di Danae e di Zeus. Questi, per poter entrare nella stanza sotterranea nella quale era stata rinchiusa la futura moglie, si era trasformato in pioggia aurea. Zeus è il sovrano di un ciclo spirituale già lontano dalle origini, susseguente la fine dell’età aurea e in connessione con un ciclo cosmico certamente più ridotto di quello di Kronos/Saturno. Tutto ciò può essere comprovato anche da un fatto generalmente poco notato: se si moltiplica la durata del percorso sidereo del pianeta Giove di 12 anni per i 360 gradi del cerchio cosmico, si otterrà la cifra di 4320 anni. Rapportando tale cifra alla durata di un semiperiodo della precessione degli equinozi (= 12960) come era usuale in Grecia, si otterrà una “stagione cosmica” delle tre nelle quali si divideva I’anno in un tempo in cui i progenitori degli Elleni abitavano una regione che tali dati ci dicono non già, polare, ma circumpolare. Ora, è questo precisamente quello che indica il Rig-Vêda quando parla delle “tre terre e dei tre cieli”, oppure delle “tre splendenti regioni celesti” , che poi non è altro che un aspetto del simbolismo compreso nella 5a “discesa” dell’aureo Vishnu quando, sotto la forma di  Vamana-avatâra, “misura” il mondo con i suoi tre passi (= trivikrama) e ristabilisce I’ordine cosmico. 

Tutto ciò ha una sua corrispondenza nel mito ellenico. Il ciclo mitologico di Perseo, infatti, ha inizio con la strana guerra dei due gemelli Acrisio e Preto per la sovranità su Argo. Già tale guerra ha un suo parallelo con quella dei fratelli Atreo e Tieste, quando Zeus intervenne in aiuto del primo cambiando perfino il corso delle stelle, fino a spingere le Pléiadi dove sono attualmente – un’eco di questi avvenimenti fu conservato da PLATONE, Pol., 269A e sgg. La città per cui litigano i due fratelli è Argo, la “città bianca”, dato che tale termine è identico a quello dell’aggettivo argos, “bianco”, con la semplice differenza di accentazione. Questo riferimento appare perciò come il frutto di una precisa scelta, dato che “Argo” è uno dei termini con cui veniva intesa la sede boreale da cui trae ad essere il ciclo che stiamo studiando. Ma C’è di più. La tradizione pone il mitologhema di Perseo almeno in tre occasioni in rapporto a cambiamenti della situazione cosmica; 1) durante la guerra fra Acrisio e Preto fu inventato lo scudo rotondo, quello stesso che fu appeso ad un cippo a ricordo della guerra; 2) al piccolo Perseo cade di mano una palla; 3) alla fine di tanti combattimenti Perseo uccide incidentalmente il nonno Acrisio, colpendolo con un disco. Sono, questi, tre simboli che ci dicono il tempo in cui situare I’azione di Perseo. Qui, infatti, si tratta di alterazioni della volta cosmica che hanno portato a cambiamenti della stessa strutturazione dell’equatore celeste, con la nascita di un nuovo piano equatoriale e di un nuovo axis mundi. La lotta per Argo perciò, pare coincidere con un tempo preciso collocabile già dopo la fine dell’età aurea e I’inizio di un nuovo ciclo, mentre I'”azione” di Perseo pare non limitarsi a questi fatti, ma si dispiega anche in tempi successivi per una durata di molti secoli, in una curiosa sintesi del simbolismo compreso in Vamana-avâtara e in Parashu-Râma, rispettivamente 5a e 6A “discesa” di Vishnu, comunque in rapporto all’istituzione di nuovi centri spirituali sulla cui importanza nel mito di Perseo avremo da tornare.

L’arma che Perseo utilizza per compiere le sue straordinarie imprese è la harpe, la “falce” con la quale egli staccherà la testa della terribile Medusa. La harpe si ritrova nel ciclo precedente legato ai Titani, poiché è proprio quella che Kronos utilizzerà per colpire il padre Urano, restando poi come uno dei simboli più caratteristici di Kronos/Saturno. Il fatto che tale arma dalle caratteristiche cosmiche – come la “doppia ascia” di Parashu-Râma – si trovi adoperata da Perseo può perciò significare solo che qui ci troviamo di fronte ad una forma tradizionale che continua, riadattandolo, un ciclo precedente ormai definitivamente concluso. 

Per le sue caratteristiche questa arma divina può essere accostata alle varie armi che presso diverse tradizioni gli dèi o gli eroi utilizzano per ristabilire I’ordine cosmico. Tale il Miollner di Thor, oppure la “doppia ascia” di pietra di Parashu-Râma, le quali poi non sono altro che un simbolo della folgore che in un suo aspetto è in relazione col “fuoco celeste”, e con gli attributi di “provvidenzialità” che in diverse tradizioni sono propri del Sole e in India di Vishnu. Quest’ultima considerazione può farci capire un altro particolare del mito di Perseo. Nell’unico fr. Delle Forcìdi di Eschilo giunto fino a noi, è detto che “egli penetrò nella caverna [delle Gorgoni] come un cinghiale”, ossia con un’attribuzione che possiamo ritrovare in altri miti ellenici (nel cinghiale bianco di Calidonia: nel mito di Achille etc.), ma il cui valore simbolico sembra non essere stato più compreso nell’Ellade storica. In India il cinghiale (Varâha) è il simbolo che si ritrova come la 3a “discesa” di Vishnu, Varâha-avâtara, mentre tutto il nostro kalpa è designato come Swêta-vâraha-kalpa. Il “ciclo del cinghiale bianco”. Il Guénon, inoltre, farà notare che la stessa “terra sacra” polare, la sede del centro spirituale primordiale del nostro manvantara, è chiamata Varâhi, la “terra del cinghiale”. Varâhi è propriamente un aspetto della shakti (= sposa-potenza) di Vishnu, quella più particolarmente in relazione con I’aspetto “solare” (e perciò “provvidenziale”) di Vishnu, che esprime il suo inveramento nella manifestazione, la Pritvi-Lakshmi, I”’archetipo” della manifestazione corporea. perciò per eccellenza la “terra boreale” che contiene in principio tutte le possibilità della manifestazione spaziale del nostro manvantara. È per questo motivo che i “cinghiali” sono identificati ai Rishis vedici e alle sette stelle del Gran Carro, ossia ai Detentori della Sapienza primordiale che sono propriamente le “luci” che ne trasmettono I’essenza nel corso dei diversi cicli. 

Questa relazione del cingniale-Perseo con la “terra boreale” è pure’ presente nell’Ellade. Pindaro dirà che Perseo si recava spesso nell’lperborìde, la mistica terra dell’estremo nord, identica alla Varâhi indù. Il termine sanscrito, infatti, poggia sulla radice var, I’esatto equivalente dell’ellenico bor, da cui si forma “Borea”, la “terra del cinghiale” posta, appunto, all”’estremo nord”. Nello stesso modo, perciò, in cui Parashu-Râma non fa che esplicare una funzione spirituale derivata da quella dei Detentori (= “cinghiali” = Rishis) della Sapienza primordiale, così Perseo attualizza una “presenza” divina che il mito ellenico ci sta dicendo qui in rapporto all’iperboride. 

L’impresa più caratteristica di Perseo è la lotta contro le Gorgoni, il “nemico” per eccellenza. le divine sorelle delle quali due erano immortali ed una mortale. Erano figlie di Forco, il “vecchio del mare” da cui era nata Echidna, la “serpe” che aveva per fratello Ladone, il “drago” o “serpente”, col quale veniva posta in connessione una terra ad Occidente su cui avremo da tornare. Quello che può essere ritenuto importante in questa genealogia è il fatto che Echidna è ritenuta anche la madre di Orthros, I’esatto equivalente ellenico dell’indiano Vrtra, “colui che avviluppa”, il drago che il dio Indra ucciderà in 360 giorni (= un intero ciclo cosmico) ridando cosi un nuovo ordine al cosmo. 

Tutta questa congerie di esseri elementari dalle attribuzioni sovrapponibili ed estremamente similari, appartiene al ciclo titanico che ha preceduto quello olimpico. Essi, tutti insieme, così come ci vengono dati dalla tradizione, sembrano personificare le forze del caos e del disordine la cui distruzione è indispensabile per ristabilire un nuovo ordine cosmico. Le Gorgoni in particolare hanno una specificità che risalta dai loro nomi: Steno, Euriale e Medusa sono tutti nomi che hanno relazione col mare, mentre lo stesso termine collettivo che le designa esprime un’idea similare. Venivano descritte come particolarmente orribili, tali da “pietrificare” chiunque le guardasse. A parte i serpenti posti sulla testa, che riprendono un motivo presente in Echidna, Ladone e Orthros, venivano loro attribuite “mani di bronzo” e “zampe di cinghiali”. E’ questa la precisa “signatura” della loro appartenenza al ciclo dei “giganti” che la tradizione pone sempre in relazione con un continente scornparso posto sul mare ad Occidente, mentre il cenno alle “zampe di cinghiali” quale attributo di esseri elementari e del disordine, è tipico della casta guerriera in rivolta contro i legittimi detentori della sapienza sacra. Il Guénon a questo proposito ha dimostrato che il simbolismo della casta guerriera è femminile, perché i guerrieri hanno in proprio un tipo di spiritualità che procede da Prakriti, ossia dalla “potenza primigenia” da cui si origina ogni aspetto della manifestazione. Ora, secondo la notizia dataci da Pausania e da Diodoro Siculo, le Gorgoni anticamente sarebbero state “donne guerriere” che, nel linguaggio razionalistico di questi autori, non è che un modo per esprimere la loro appartenenza al ciclo dell’età del bronzo e perciò ad Atlantide e ai “giganti” prediluviali, ossia ancora a quei guerrieri in rivolta contro l’autorità dei brâhmana, sterminati da Parashu-Râma. 

La sola ad essere Mortale tra le Gorgoni è Medusa, quella che sembra aver personificato tutti gli attributi che appartenevano collettivamente alle tre sorelle, e che Omero ci descrive come “gigantesca”. Delle tre sorelle è il suo nome quello più in relazione con la “sovranità”(come il re Kartavirya del ciclo indù), ma una sovranità che pare essere labile a causa della sua natura 
mortale. Per poter recidere la testa di quest’essere, Perseo è guidato da Athena (la “sapienza” divina) che lo protegge e gli dà la “falce” con la quale I’Eroe staccherà la terribile testa-come la “doppia ascia” di Parashu-Râma, donata all’eroe da Shiva. E’ questo un punto fondamentale per la nostra argomentazione: Perseo è sempre in armonia con la sapienza divina, è “guidato” da essa, mentre i suoi nemici sono per eccellenza “ribelli” che, come tali, hanno scatenato il caos e il disordine. Nel loro essere e nella loro azione costoro sembrano aver trasformato la “potenza”, che è inerente alla loro “vocazione” guerriera, in puro tumulto e perciò in ribellione.

Dal collo della Medusa fuoruscirono il cavallo alato Pegaso e I’eroe Crisaore, quest’ultimo forse una specie di “doppio” di Perseo che avrà un ruolo insignificante nella mitologia ellenica e il cui nome sigifica “dall’arma dorata”. Il cavallo bianco è un simbolo abbastanza diffuso e in India è rinvenibile come veicolo specifico del Kaikin-avatâra, la 10a “discesa” di Vishnu che alla conclusione dei tempi metterà fine all’empietà e preparerà un nuovo ciclo cosmico. Nella tradizione di Parashu-Râma però, troviamo il furto, da parte dell’empio re Kartavirya, della “vacca dell’abbondanza” (Kâma-dhemu) che simbolizza la “pienezza· sapienziale”. Per i suoi attributi il simbolo ellenico non è sovrapponibile a quello indù, tuttavia resta il fatto che Pegaso fuoriesce dal collo della Medusa come se finalmente potesse riacquistare una sorta di libertà, quasi che la Medusa (= la “sovrana”) si fosse appropriata di qualcosa che non le apparteneva e che semplicemente stava custodendo. 

Un altro ciclo di leggende può contribuire a sviluppare tutta questa serie di problemi. Nel suo peregrinare Perseo giunge in Etiopia dove regnano Cefeo e sua moglie Cassiopea. A causa dell’empietà di costoro, il dio Poseidone aveva mandato per devastare il paese un mostro marino “con una testa di cinghiale”. Per poter arrestare tale calamità Cassiopea lega ad una rupe la 
figlia Andromeda per immolarla al mostro e ridare pace e fertilità all’Etiopia. Il termine “etiopia” deriva dalla radice aith-col significato di “bruciare”, ma anche di “splendere”, dato che qui la radice aith- è quella propria ad un fuoco che “brucia”. Essa si riferisce non ad un paese abitato da popoli di razza nera, ma ad uno popolato da una razza rossa che il simbolismo spaziale pone sempre ad Occidente, come d’altronde ci dice esplicitamente la tradizione che vuole Poseidone come il dio proprio degli Etiopi, percià stesso assimilati agli Atlantidi. Ciò che puo aiutare a capire questo punto è il fatto che la razza rossa è detta abitare quella “terra del Toro’ di cui è questione presso diverse tradizioni, sulla quale per es. nel mitologema di Zeus ed Europa si hanno elementi abbastanza chiari. La tradizione ellenica ci dice precisamente che Europa era figlia del re Fenice (phoinix = “porpora”), il “rosso”. Il cui radicale ritroviamo ancora in phoinios, “rosso” e, riferito ai raggi del sole al tramonto, phoinos, “rosseggiante”. 

La figura di Cefeo (che almeno secondo una versione del mito risulta essere figlio del re Fenice) è piuttosto sbiadita, non ha rilievo e sostanzialmente sembra essere una specie di opaco riferimento per una narrazione che in realtà intende evidenziare il ruolo di Cassiopea, la “basilissa”, la “regina” che in arcaiche raffigurazioni della volta celeste siede su un trono formato da conchiglie, con i piedi che toccano il circolo polare, mentre un po’ più lontano si trova Coetus, il mostro marino, forse una balena che devasta I’Etiopia. Il mito ci dice che fu l’arroganza di Cassiopea a provocare l’ira degli dèi, la sua pretesa di essere la più “bella” un attributo, questo, che è compreso nel termine kosmos. E’ l’empietà tipica dei re in rivolta, della casta guerriera (che abbiamo visto avere in proprio un simbolismo femminile) che non riconosce più I’autorità spirituale o, peggio, attribuisce a se stessa tale autorità. Ora, le tradizioni di tanti popoli pongono tale rivolta in rapporto proprio al continente di Atlantide e alla razza rossa che lo popolava, mentre nell’Ellade essa viene specificata nel modo migliore nel mitologhema della caccia a certi cinghiali, oppure nel presentare tale simbolo associato all’idea del caos, così che si ritrova proprio nel mito di Perseo, nella balena “a testa di cinghiale” che egli uccide, liberando però Andromeda, che nei termini della tradizione indù non è altro che la sua shakti = la “sposa-potenza”.

Secondo i dati frammentari del ciclo di Perseo a noi giunti, si può affermare che le sue vittorie introducono un nuovo ciclo cosmico, probabilmente in relazione alla distruzione di Atlantide, la quale all’inizio, prima della ribellione di cui abbiamo parlato, era un centro regolare “emanato” da quello polare, un suo riflesso che ne adattava la spiritualità, spesso riproducendone i simboli. Alla distruzione di tale centro (ormai diventato elemento di infezione e di disordine) e ai cambiamenti astronomici relativi allude probabilmente la conclusione del mitologhema di Perseo. Dopo tante avventure I’Eroe torna ad Argo e qui uccide incidentalmente lo zio Acrisio colpendolo alla coscia con un disco. Il Guénon ha spesso rilevato che il termine greco per “coscia” mêros, non fa che riprodurre foneticamente la Montagna cosmica degli indù, il Mêru, I’Axis Mundi, secondo una curiosa assimilazione che può trovare una sua spiegazione nelle leggi compositive delle lingue sacre. Il “disco”, poi, non è che un simbolo dell’equatore celeste che si sposta e “colpisce” I’axis mundi, determinando una nuova strutturazione celeste. Aggiungeremo che sono forse tali cambiamenti che hanno determinato riferimenti astronomici nuovi, ai quali allude la situazione celeste delle costellazioni Cefeo, Perseo, Andromeda, Cassiopea e Coetus, ossia di alcuni protagonisti della “discesa” divina simbolizzata dall’Eroe ellenico. 

Resti del tempio di Sturno, oggi.

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Note

1) Abbiamo analizzato questo periodo di passaggio in N. D’ANNA, La religiosità arcaica dell’Ellade, Edizioni Culturali internazionali di Genova (ECIG), Genova 1986 2a ed., che è bene aver presente per capire quanto diremo in questo studio. Sui cicli cosmici, cfr N. D’ANNA, Virgilio e le Rivelazioni divine, cap ⅠⅠⅠ (“I cicli cosmici e il regno di Saturno”), ECIG, Genova 1989, pp 49-68.

2) Circa ogni valutazione o utilizzazione del pensiero di “Geticus”  lasciamo al nostro collaboratore ogni responsabilità, dal momento che già piú volte la nostra rivista si è espressa molto negativamente (n.d.R).

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Articolo di Nuccio D’Anna “Parashu-Rama e Perseo” – Pubblicato in: Arthos, n. 33-34 – 1989/1990

 

 

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (4° PARTE)

di Antonio Bonifacio

Gli alberi sono nella loro bellezza autunnale, i sentieri del bosco sono inariditi, nel crepuscolo di ottobre l’acqua riflette un cielo immobile; sull’acqua fra le pietre ci sono cinquantanove cigni.

È questo il diciannovesimo autunno da quando la prima volta li contai; li vidi, prima che finissi il conto, tutti all’improvviso alzarsi e disperdersi volteggiando in grandi cerchi spezzati sulle ali strepitose.

Ammirai quelle splendenti creature e ora il mio cuore è triste. Tutto è cambiato da quando io, ascoltando al crepuscolo la prima volta, su questa riva, lo scampagnio delle loro ali sopra il mio capo, camminavo con passo più leggero.

Instancabili, amata e amante, remano nelle fredde correnti amiche o scalano l’aria;
i loro cuori non sono invecchiati; passione o conquista ancora li accompagna nel loro errante vagare.

Ma ora si lasciano andare sull’acqua immobile, misteriosi, stupendi. Fra quali giunchi costruiranno il nido, su quale sponda di lago o stagno incanteranno occhi umani quando al risveglio un giorno scoprirò che son volati via?

( I cigni selvatici Coole di William Butler Yeats)

Il Sid celtico e il cigno psicopompo

Riprendiamo il tema del Sid, introdotto appena in precedenza, per proporre una trattazione un poco più circostanziata delle valenze simboliche del cigno quale accompagnatore dell’anima (e quindi animale psicopompo) alla cui investigazione ci siamo decisamente indirizzati dopo l’esame del pilastro 43 del sito di Gobekli Tepe.

Sid significa “pace”, la caratteristica quindi di questo paradiso “celtico” consiste essenzialmente nell’eliminazione di tutti i contrasti, come conseguenza dell’abbandono degli schemi illusori propri della mente. L’abolizione delle dualità innesca la pace profonda, la vera pace da cui si dispiegano le facoltà proprie di altri piani dell’essere. Questo “stato dell’essere” o paradiso richiama per tali suoi caratteri, la “società senza caste” descritta nell’induismo che, per estensione, rappresenta il tratto distintivo dell’umanità che visse nell’età dell’oro. 

Il sid è “lontano” dalla nostra dimensione di vita, da questo mondo, la sua incommensurabile distanza ci richiama la locuzione magica, incantatoria e profondamente sapiente con cui invariabilmente esordiscono le fiabe (il lontano…lontano che è preceduto da “tanto tempo fa”). Si tratta quindi di una lontananza puramente ontologica, né spaziale, né temporale. Per questo gli abitanti del sid, in qualsiasi modo li si immagini, possono comunque comunicare con questo mondo, sul quale vigilano e con il quale cooperano, superando facilmente i varchi che da loro ci separano.

Non per nulla numerose testimonianze etnografiche e folkloriche ci precisano che i due mondi, sono concepibili come due sfere in perenne relazione tra loro, grazie a dei punti di giunzione presenti tra di esse e individuati in luoghi disparati del mondo. Questi luoghi, stabilmente ierofanici, coincidono con quei siti considerati sacri già da tempi imme
morabili e che rappresentano veri e proprie porte di comunicazione tra un mondo e l’altro.

Si tratta di un pattern mitologico che ha un carattere pressoché ubiquitario e che coinvolge ai nostri giorni anche le religioni rivelate con l’inverarsi, ad esempio, di numerose e persistenti apparizioni mariane presso diverse località, concretando così una versione, per così dire cristiana, dell’Angelo della terra o Anima Mundi che dir si voglia. Queste apparizioni sono oggettivamente veridiche, non meno di altre che assumono spoglie diverse, le differenze sono solo apparenti, in quanto ogni manifestazione si percepisce secondo la capacità di comprendere di chi “vede”.

Si devono al filosofo Glauco Giuliano alcune osservazioni sull’argomento che stimiamo particolarmente penetranti e fondate sugli sviluppi delle sue esplorazioni del mundus imaginalis e sull’influenza che questo mondo di materialità sottile, presidiato dagli “angeli”, esercita sulla percezione ordinaria della nostra sfera.

Dall’insieme delle considerazioni proposte dallo studioso ne riprendiamo una parcella, che valutiamo come eccellente sinossi dell’intero argomento i cui contenuti superano d’un balzo sia il riduzionismo degli scettici, sia le possibili perplessità dei credenti.

Così scrive:” Vediamo subito che questo mondo fisico inferiore (Molk) presenta dei luoghi- le superfici speculari- che fungono da intersezioni con il Malakut (mondo di materia “sottile” ndr.): come, dunque, il Mundus imaginalis partecipa della fisicità (per via della materia sottile), così il molk partecipa dell’immaginalità (poiché è anche esso Luce, in quanto Essere), essendovi un elemento comune ad entrambi. Gli specchi e le altre superfici lucidae possono essere considerati come un “alone” diffuso nel molk dal malakut” (G. Giuliano: 2009; 134 e 137).

In questo “alone”, come lo definisce G. Giuliano, si verificano le apparizioni e i “passaggi” delle figure che sono propri di ogni mondo mitico e/o religioso. Nel caso di specie, stando qui a parlare del mondo celtico, i messaggeri che compaiono nel nostro mondo vestono la forma del volatile e quindi appaiono alla coscienza come cigni, pervenendo in queste sembianze dal mondo intermedio, da un mondo materiale altro.

Non è inopportuno ricordare con Afredo Cattabiani come nell’Europa settentrionale precristiana questi volatili rappresentassero i simboli del dio solare: secondo i Celti essi guidavano la barca solare nell’Oceano celeste, d’altronde questa è la forma che assumevano molti esseri celesti quando penetravano nel mondo visibile per comunicare agli uomini (cfr. A. Cattabiani: 1998, 323).

I cigni, “vesti” delle fanciulle divine, provenivano quindi dal nord da una terra celeste e “senza male”.

Queste giovani donne incantano con la loro voce meravigliosa, un incanto in grado di sospendere il senso del tempo, ipnotizzando quindi gli ascoltatori, allontanandoli in spirito dalla sfera del mondo grossolano e conducendoli con il loro canto nell’universo acronico proprio dell’angelo (sul tema si veda anche François le Roux, Christian J. Guyonvarc’h: 1986, 280-298).

Sebbene queste intrusioni paradisiache avvenissero solo temporaneamente, pur tuttavia questo beneficio momentaneo poteva mostrare nel nostro mondo, la virtù che fu proprio dell’età dell’oro e quindi illuminare il cuore degli uomini svelando loro la loro vera natura e indirizzandoli al risveglio dello spirito.

Questa breve osservazione salda quindi la figura cigniforme del nostro sciamano di Lascaux con Miranda, il personaggio fulcrale di Picnic, che abbiamo trattato nella prima parte, in un audace ma motivato salto secolare, unificando in un’unica prospettiva mondi solo all’apparenza lontani nel tempo, congiunti piuttosto nell’es- senza.  

Il cigno, non è certo peculiare delle culture che abbiamo nominato, tutt’affatto naturalmente, ma la selezione degli argomenti è necessaria per evitare indefinite dispersioni e mantenere la barra dritta su un certo tema. Per questo è opportuno, come già detto, proseguire nel discorso focalizzato sul cigno quale accompagnatore dell’anima. Ne seguiremo il percorso ancora nei secoli, sia pure scandendolo per tappe significative e nel prossimo paragrafo faremo un cenno alle sue fortune “simboliche” presso le nostre latitudini.

Il cigno iperboreo in Italia (la barca solare e i suoi destrieri)

Ci avviciniamo rapidamente a una dimensione storica più recente e per questo approdiamo alle nostre latitudini dove l’immagine del cigno iperboreo è presente in molteplici testimonianze, richiamando con l’occasione alcuni concetti. L’archeologia ci dimostra come il cigno è stato costantemente associato a simboli solari anche in epoche più vicine a quella contemporanea. Le terre nordiche, la Scandinavia in particolare, hanno consegnato un numero assai notevole di reperti (graffiti e oggetti in bronzo) che raffigurano natanti solari trainati da cigni. 

Si tratta di rappresentazioni che mettono l’interprete in immediata comunicazione con il mondo figurativo dedicato ad Apollo, che come detto all’esordio è mostrato in molteplici raffigurazioni come dio della luce che vola verso il paese degli Iperborei su un cocchio tirato da cigni.

Fig. 1 – Vaso bronzeo rinvenuto nella necropoli dei Quattro Fontanili a Veio. Si tratta di un’elegantissima rappresentazione sintetica della barca solare con le due protomi di cigno che, nella loro contrapposizione, mostrerebbero il movimento periodico delle migrazioni di questi volatili che conducono Apollo agli Iperborei.

Si può quindi affermare che le rappresentazioni scandinave sono l’equivalente del mito greco di Apollo iperboreo a dimostrazione della diffusione del tema, diversamente declinato, ma identico nella sostanza, in molteplici ambiti geografici.

Carro e barca esprimono il medesimo pattern, sono i veicoli della pura luce del sole stazionario che può essere “visto”, chiusi gli occhi spenti quindi i sensi. Anche alle nostre latitudini l’archeologia ci ha consegnato numerosi esemplari di manufatti realizzati utilizzando il simbolo della navigazione. Difatti questo tipo di barca solare si ritrova su situle e anfore di bronzo di tipo cultuale, provenienti da alcune tombe atesine e villanoviane dell’VIII° secolo a.C. che, pur nella sintesi figurativa che le caratterizza come oggetti d’uso, mantengono il valore simbolico in maniera piena e inequivocabile: l’astro divino, la pura luce, è affiancato da cigni, che lo trainano lungo nel suo viaggio sul fiume Oceano. 

E’ pur molto diffusa una forma sinottica di nave solare. Essa è costituita da dischi accompagnati da protomi di cigno, a volte anche da cigni siamesi, una raffigurazione che sia pure magistralmente sintetizzata in forma schematica conserva tutta la sua pregnanza di rappresentazione simbolica ancora non scaduta a livello meramente decorativo. Tale raffigurazione è particolarmente diffusa
nella prima età del ferro comparendo su centurioni femminili atesini, villanoviani e laziali. (per questo e altri esempi cfr Cinzio Solano, in La Tradizione artica, Arktos: nn. 27-28).

Qui si presenta a titolo di esempio tale raffigurazione sintetica così presente in un reperto bronzeo veiense che ci perviene dalla necropoli dei Quattro Fontanili

Tuttavia, se la presenza di questi oggetti è relativamente comune, si vuole qui presentare un reperto davvero singolare e prezioso che, crediamo, costituisce pressoché un unicum nel panorama di questa iconografia “paraapollinea”. Esso ricollega la complessa rappresentazione, di cui appena appresso si parlerà, al nostro tema principale, ovvero la conduzione gloriosa dell’anima sulla barca solare verso la regione dell’immortalità spirituale.

Si tratta di un trono ligneo che proviene da una tomba principesca (T. 89, Landi) rinvenuta nell’estesa necropoli villanoviana di Verucchio, una località posta nell’entroterra riminese, di grande importanza per lo studio delle culture villanoviane.

L’insediamento rappresentò uno dei principali centri del commercio dell’ambra e qui furono rinvenuti quattro di questi seggi di cui l’esemplare che qui si presenta è quello nel miglior stato di conservazione.

Fig. 2 – Lo schienale del trono ligneo di Verucchio,così come si presenta oggi. Lo stato di conservazione è eccezionale

La tomba principesca contiene i resti ossei di un personaggio di alto lignaggio conservati in un cinerario bronzeo “vestito”. 

Di ciò scrive l’archeologa Angiola Boiardi “L’antropomorfizzazione, ricollegabile a ‘una generica assimilazione dell’urna ad un corpo umano’, è portatrice, in casi come quello della Tomba 89 di elementi di maggiore complessità; il rito crematorio serve si ‘a liberare il defunto della sua materialità’ e fargli raggiungere una sfera divina, ma, tramite il cinerario vestito, si vuole anche comunque sottolinearne la presenza; questa ‘personificazione’ è messa in atto disponendo sopra e intorno al cinerario abiti ma anche armi e ornamenti collegati all’immagine che chi agiva il rito voleva dare del defunto”. (Guerriero e sacerdote a cura di Patrizia Von Eles pag.22)

Questo, in bella sintesi il mondo spirituale in cui va letto questo singolare reperto.

Sulla spalliera di questo trono sono presenti incisioni che ci forniscono un racconto articolato dei riti di separazione che riguardano certamente il personaggio cui il trono è destinato. L’ulteriore “decorazione” del reperto si concreta in forme geometriche. Tra le varie istoriazioni dell’affollato scenario è ben evidente la rappresentazione di un telaio utilizzato per intessere i paramenti funerari all’aristocratico villanoviano cui era riservato il trono. Si tratta con forte probabilità di un guerriero capo tribù che presentava altresì i caratteri di una guida spirituale della sua comunità, in sintesi ci troviamo di fronte a una sorte di re-sacerdote. La particolarità consiste nel fatto che tali paramenti sono stati realizzati impiegando un telaio la cui struttura è realizzata in forma di cigno stilizzato, come ben si osserva dalle immagini.

Fig. 3 – Estrapolazioni della complessa par-titura narrativa del “racconto funerario” costituente il reperto

Il reperto in sé è “vivo per miracolo” trattandosi di materiale organico ligneo particolarmente soggetto al deperimento. Esso invece si è conservato insieme alle stoffe di corredo, grazie a particolari caratteristiche del terreno d’inumazione. Paradossalmente è stato proprio un primo intervento di conservazione a deteriorare in maniera pressoché irreversibile il pezzo, occultandone importanti dettagli, ma, pur in presenza di tali mutilazioni, il reperto resto sempre un esemplare pressoché unico.

Il trono ligneo della tomba T 89

La funzione di un trono posto all’interno della tomba richiede una decrittazione della sua funzione.

A nostro giudizio è valida la proposta di considerare una sua prima collocazione all’atto del banchetto funebre e quindi prima della sepoltura. Per la circostanza di essere inoccupato esso così manifesterebbe la presenza spirituale del defunto al momento dell’agape funeraria. L’importante personaggio costituirebbe un invisibile convitato di pietra, presente al suo stesso banchetto funebre, una presenza sottile che “assorbirebbe”, verosimilmente, la parte fluidica promanante dal cibo materiale preparato per l’occasione, cogliendosi in ciò un richiamo, solo suggestivo, con l’Egitto e l’alimentazione fluidica del Ka.

La spalliera del trono, che si esaminerà nelle parti salienti di specifico interesse per questa relazione e quindi solo per introdurre l’argomento con imprescindibili considerazioni di contorno, si presenta come un reperto di eccezionale rilevanza, anche e soprattutto per le incisioni che ne affollano lo schienale. Il senso della scena complessiva non è stato chiarito del tutto, in essa probabilmente si narra proprio dell’evento funerario e del suo cronologico svolgimento. Il tutto è descritto come un complesso rito di separazione al quale intervengono molteplici personaggi caratterizzati da funzioni assai differenziate. 

Una caratteristica si impone all’evidenza: la presenza di numerose donne che agiscono in veste di operatori sacrali e che attendono a diversi compiti. Nel bel saggio collettaneo Guerriero e Sacerdote, dedicato con grande accuratezza all’argomento del trono di Verucchio, l’archeologa, Patrizia von Eles, coordinatrice dell’importante lavoro, ha teorizzato che i compiti sacrali cui attendono i personaggi femminili e che appaiono delineati nel racconto ligneo, si siano trasfusi nel mondo romano costituendone degli antecedenti storici.

Abbiamo così una coppia di operatori sacrali che giungono ognuno con un carro convergendo al centro della scena e che fanno pensare a quello
che sarà la coppia sacerdotale flamen e la flaminica dialis. Altrove, altre donne, appaiono intente alla macinatura dei cereali. Esse agiscono in un contesto sicuramente non utilitaristico (ammesso che questo sia esistito sic e simpliciter nel mondo arcaico) e l’ambito iconografico che le rappresenta induce a pensare che si stia assistendo alla preparazione della mola salsa, elemento che evidentemente ci riconduce ai riti propri di competenza del Collegio delle Vestali.

L’importanza del ruolo della donna in questa società, così fortemente caratterizzata dalla cultualità delle armi, è altresì rafforzato dallo svolgimento di attività di tessitura, che è nettamente da ricondurre in ambito sacrale, senza peraltro scomodare, nella circostanza, René Guénon e il suo studio sul relativo simbolismo.Per quanto riguarda i nostri ragionamenti ci soffermeremo su quest’ultima operazione che si trova descritta in due distinte serie di scene, poste a entrambi i lati dell’asse ideale che seziona in due il reperto, che comunque non può considerarsi simmetrico, in quanto le immagini sono solo apparentemente duplicate da una parte e dall’altra. Un esame, non superficiale, mostra elementi di variazione al punto di poter fare affermare agli specialisti che una parte rivestisse carattere “maschile” e l’altra “femminile”.

I due telai, pur rientrando tra i telai verticali, presentano una struttura finora non documentata se non in un oggetto denominato tintinnabulum. Esso è conservato a Bologna, e su di esso è rappresentato un telaio la cui forma è assai simile a quella raffigurata sul trono. Chi opera su di esso (in questo caso due donne che si dedicano ognuna a un diverso tessuto) non lo fa stando con i piedi poggiati in terra, ma seduto su una struttura complessa e rialzata, certamente non imposta da motivi funzionali ma dall’apparente necessità di assumere una posizione peculiare, forse “rituale”, necessaria per preparare i paramenti funerei.

La spiegazione a tale complicazione costruttiva potrebbe trovarsi in prescrizioni che imponevano condizioni specifiche per la realizzazione di particolari abiti o di altri tipi di lavorazione su tessuto da parte di tessitrici ritualmente indirizzate alla realizzazione di tale tipologia di confezioni. Nel mondo romano e greco non mancano prescrizioni rituali che riguardano la confezione e il tipo di abiti da indossare in determinate situazioni o cerimonie, ad esse ci si potrebbe riferire per interpretare tale pregresso contesto.

Di questa separazione ci testimonia anche l’acconciatura delle tessitrici che è piuttosto peculiare (lunga coda con i capelli legati in fondo) il che ci permette di concludere affermando che è verosimile ipotizzare che i telai rappresentati sul trono di Verucchio e sul tintinnabulum di Bologna non siano telai di uso normale e quotidiano, quanto piuttosto telai rituali. Ciò ben spiegherebbe la presenza, per così dire strutturale, di simboli come l’uccello solare, costituente la specifica caratteristica costruttiva di questo telaio bifronte, tipologicamente denominato “a barca solare”. (cfr. Patrizia Von Eles: 2010, 256, nota 623).

Fig. 4 – Lo straordinario telaio con il quale si tessevano esclusivamente i paramenti desti-nati al lungo e complesso rituale funerario ( Museo di Verucchio, foto dell’autore)

Del resto ciò è suggerito dalle stesse contestualizzazioni archeologiche. Il noto studioso della protostoria europea Renato Peroni ha considerato la doppia protome di uccello, presente nel manufatto, come evidente reinterpretazione schematica della barca solare che trova riscontri in ambito villanoviano con le varie tipologie di carro solare (es. urna a capanna bronzea di Vulci).

Si stabilisce così una sorprendente relazione tra elementi, ovvero un circuito per il quale il mantello funebre sembrava ricevere certe “qualità magiche” dalla sua matrice (il telaio) che poi comunica al defunto la cui anima, liberata per mezzo del rito crematorio dalla pesanteur corporale, si poneva in viaggio verso la rotta nordica dell’ambra e del cigno (il significativo titolo di un altro testo dedicato alla Verucchio è: Il dono delle Eliadi, Ambre e oreficerie dei principi etruschi di Verucchio)

La via dell’ambra era propria della località in cui è ubicata questa necropoli. Verucchio era il centro fulcrale nell’Adriatico per il commercio dell’ambra, nel mito (fra gli altri) il prodotto delle lacrime delle Eliadi (le sorelle di Fetonte) come ci ricordano i versi della tragedia euripidea, l’Ippolito:

…sull’acqua dell’Eridano

dove stillano nell’onde

purpuree le infelici fanciulle

per pietà di Fetonte,

 lucenti lacrime d’ambra

Fig. 5 – La ricostruzione della posizione e dell’abbigliamento delle tessitrici(Museo di Verucchio foto dell’autore)

Questo richiamo al mito di Fetonte, che, come è noto, è morto combusto dopo essere stato disarcionato dal carro celeste, ci consente di operare un breve inciso, facendo un cenno a un’altra popolazione italica, profondamente relazionata con la mitologia del cigno per conseguenza dello sgorgare dal suo occhio divino della pietosa lacrima d’ambra.  

Stiamo parlando dei Liguri. Le fonti ci testimoniano che il regnante del popolo ligure, Cicnos, parente di Fetonte, nell’apprendere la notizia della morte del suo giovane amico e congiunto, lo pianse lungamente e tale fu il suo dolore che fu trasformato pietosamente in cigno canoro; canoro, perché grandissima era l’abilità in quest’arte di Cicnos, al punto che si ritenne che tutti i Liguri, quasi per una sorta di proprietà transitiva, eccellessero anch’essi nell’arte musicale. Si tratta di un racconto mitico che si basa su una più vasta tradizione riferita da Luciano di Samosata per la quale i compagni di Apollo erano uomini con dono del canto che da parte, in qualche luogo erano stati mutati in cigni.

Per Pausania tale trasformazione avvenne per volontà di Apollo. Non sfugga a questo punto la relazione tra il cigno, il canto e la luce (in relazione al mito di Fetonte) che costituiscono il tessuto connettivo del mito descritto. Nel richiamare quanto abbiamo appena detto nel breve paragrafo dedicato al cigno e quindi all’abilità del canto delle fanciullecigno, proponiamo all’attenzione la relazione individuata da Jung tra i tre termini, il quale:”… avvicinando il radicale sven al sanscrito svan che significa sussurrare, arriva a concludere che il canto del cigno, in tedesco (Schwan), uccello solare, è la manifestazione mitica dell’isomorfismo etimologico della luce e della parola”. (Jean Chevalier, Alain Gheerbrandt: Vol. 1°:1987, 270). Per inciso vogliamo ricordare che presso i Dogon, cui ci siamo interessati pubblicando un intervento anche grazie all’associazione Simmetria, esiste una consimile equivalenza simbolica formata dai termini luce, parola, seme.

Lasciamo i Dogon e ritorniamo ai Liguri e le loro profonde connessioni con il cigno. Le fonti ci testimoniano che i guerrieri di questo popolo impiegavano un elmo provvisto di piume di cigno (Virgilio: Eneide X, 187) e qualche bronzetto ci mostra di elmi dalla complessa struttura in forma di collo e testa del venerato volatile, che, anche in altri manufatti, è parimenti utilizzato. Ci riferiamo a un reperto rinvenuto in località Trana, che benché attualmente sia ubicata nella regione piemontese, è pienamente ascritta all’area culturale ligure. Qui, in corso di scavo, è stata rinvenuta una forma di fusione destinata a else di spada, che presenta il disco solare raggiato e il cigno, a riprova della diretta connessione di questo popolo con il simbolo solare.

Questo breve inciso “ligure”, pur nella stenografica esposizione in cui l’abbiamo reso, ci dimostra quanto fortemente fosse sentita da alcuni popoli italici la connessione tra ambra e cigni, per questo siamo rimasti un poco stupefatti dalla disinvoltura naturalistica con la quale Patrizia von Eles- curatrice del bel volume da cui abbiamo espunto le informazioni che qui si sono presentate- identifichi le sagome stilizzate, presenti sul reperto oggetto della sua disamina, con dei paperi o addirittura con quei volatili che denomina “paperelle”.

Si tratta, a nostro avviso, di una sorprendente leggerezza, in quanto gli esseri che Ella chiama “papere”, altri non sarebbero, eventualmente, che oche selvatiche che non hanno raggiunto la maturità sessuale, del tutto inidonee quindi a migrare non essendo ancora adulte, sempre concesso, naturalmente, che gli antichi villanoviani di Verucchio volessero rappresentare delle oche migratrici. In verità ciò sarebbe perfettamente compatibile perché i due animali a livello mitologico sono reputati intercambiabili (e l’abbiamo già osservato in precedenza), anche se la sagoma stilizzata che appare di più immediata evidenza all’osservatore è, senza equivoco, quella del cigno. (cfr. sull’“intercambiabilità” tra cigno e oca, si veda Jean Chevalier,
Alain Gheerbrandt: Vol. 1°:1987, 268).

Fig.6 – Elmo “cignesco” di guerrieri liguri

Questi uccelli non sono rappresentati solo sulla struttura del telaio, anzi costituiscono la struttura stessa del telaio, inteso, come già sopra ricordato, quale barca solare, ma si presentano anche in scene periferiche del trono stesso, dove a volte sono raffigurati con il corpo volto in un verso, a volte nel senso opposto.

Tale tipo di rappresentazione, sempre secondo l’opinione della studiosa, esprimerebbe le caratteristiche migratorie della specie, come del resto si è visto nel vaso della necropoli dei Quatto Fontanili. Accanto a questa specie dal collo lungo (oca o cigno che sia) sono presenti altre specie di volatili, quasi che ci si trovi al cospetto di una sorta di catalogo di migratori alati. 

Si identificano, infatti, altre specie: trampolieri, gru e cicogne, tutti uccelli non stanziali. Per ultimo menzioniamo la presenza di altri animali, tutti contornati da ruote solari (sette ruote solari a sei raggi) che sembrano appunto imprimere un movimento dinamico “stagionale” alla scena.

Riassumendo, possiamo affermare che sono presenti elementi sufficienti per teorizzare che il complesso rituale funerario fosse destinato allo scopo di condurre l’anima nelle regioni del nord, in quei luoghi dove può ritenersi, esprimendosi nel condiviso linguaggio del citato Glauco Giuliano, che esista un “passaggio” tra molk (mondo grossolano) e malakut (mondo sottile o immaginale).

Abbiamo, infatti:

– Le ruote solari apollinee.

– Gli uccelli psicopompi conduttori della barca solare

– Il rituale funerario descritto sul trono che si conclude con la combustione delle spoglie

– Gli oggetti destinati all’uso oltre tombale dove è presente una grande profusione di reperti d’ambra, elemento sul quale varrà la di spendere qualche ulteriore conside
razione.

Infatti, l’importanza che assunse questa resina, in ambito mitico-rituale (tralasciando quello economico che non riguarda gli orizzonti di questa esposizione) nel contesto del villanoviano, deve essere ulteriormente sottolineata da altre irrinunciabili osservazioni. Apollonio Rodio riferisce una leggenda celtica secondo la quale le gocce d’ambra dell’Eridano (fiume terrestre o fiume celeste?) sarebbero le lacrime dello stesso Apollo quando egli si recò presso gli Iperborei, per volere di Zeus.

Callimaco ci propone un’altra versione intorno all’origine dell’ambra, non riconducendola, stavolta, alle lacrime di Apollo ma ai suoi capelli dai quali stillavano “gocce d’olio, rimedio d’ogni male”. Entrambe le tradizioni vanno a confluire sulle peculiarità guaritrici di Apollo, quale medicosciamano, come si è già avuto modo di ricordare nell’esordio delle nostre considerazioni sul tema e che come si vede si dispiegano in variegati contesti.

Allo stesso modo l’ambra e le relative virtù guaritrici, erano associate anche ai cigni, come ci ricorda ancora Luciano di Samosata. Un passaggio della fiaba di Andersen, che, ricordiamo, è trattata anche dai Grimm e dal poeta irlandese Yeats, e che quindi è erede di una lunga tradizione foklorica, ha conservato il patrimonio genetico mitico esattamente come un insetto nell’ambra (appunto). Qui si narra del principe cigno che, commosso dalle sofferenze della sorellina costretta malvagiamente a confezionare abiti d’ortica con le mani nude, ne piange la sorte e le sue lacrime altro non sono che gocce d’ambra che, toccando la pelle della fanciullina, la guariscono delle terribili piaghe.

In questa essenziale sintesi è facile scoprire un’assonanza con la concezione tolkieniana della fiaba di cui l’autore può essere considerato un “moderno” resuscitatore. Siamo di fronte a quello che è stato denominato il tema dell’eucatastrofe, ossia l’improvviso capovolgimento che dalla sofferenza conduce alla felicità assoluta, là dove delizie e dolori divengono un’unica cosa e la gioia è acuta come una spada.

Non è certo un’illazione supporre che sia il materiale fiabesco, sia il materiale mitologico, rivelatori entrambi di un’estrema arcaicità (come più volte lo studioso Gianfranco Ersoch ha ricordato nelle sue lezioni riconducendo diversi pattern fiabeschi a un convincente orizzonte arcaico addirittura paleolitico), provengano da una fonte comune, conclusione
che del resto costituisce anche un nostro espresso convincimento.

Un cenno a Roma

Dopo questa lunga cavalcata nei secoli concludiamo con un semplice ma significativo cenno a Roma anch’essa erede consapevole del mito polare e dei benefici spirituali costituiti dalla relazione dell’urbe con il polo celeste. Di questa vocazione polare si hanno testimonianze nella Roma arcaica, cogliendosi una sorta di disputa di primato tra Palatino e Campidoglio, risoltasi in qualche modo a favore di quest’ultimo, fino al termine dell’età repubblicana. Con Augusto, il grande restauratore del mondo primordiale romano e conseguentemente fautore del ritorno della “Vergine” e del ristabilirsi del tempo aureo (Saturnia Regna), si sviluppò, per effetto dell’influenza sapiente del poeta Virgilio, vero mentore dell’operazione di recupero della spiritualità primordiale, questa ri-connessione al mondo polare dei primordi che divenne, per così dire, atmosfera sacrale palpabile.

Il Palatino presenta, rispetto al complesso collinare romano, un carattere marcatamente omphalico. La sua radice etimologica pal, pol ha per significato “cosa rotonda”, e inoltre la sua collocazione denuncerebbe il suo carattere “naturalmente” polare, dal momento che intorno ad esso si dispongono gli altri sei colli siderali dell’urbe. Per conseguenza, apparterrebbe al luogo la possibilità di stabilire una comunicazione con il polo invariabile che fu perduta, come appare riverberato, in modo spesso incerto e contraddittorio dalle stesse fonti, a favore del Campidoglio già in epoca arcaica. 

Accogliendo questa ottica si può constatare che già alla fine della Repubblica Augusto promosse quell’opera restauratrice, di cui si accennava, con la costruzione di un tempio dedicato al dio iperboreo Apollo e il trasferimento del fuoco sacro di Vesta dal foro al Palatino.

Virgilio, mentore dell’operazione, come già ricordato, sembra alludere a questa identificazione con le stelle dell’Orsa in un passo assai enigmatico nel libro VI° dell’Eneide, allorché accenna alla fondazione di Roma e ad Augusto che, dal centro immobile del colle polare, avrebbe restaurato l’aureo regno primordiale raggiungendo perfino le lontane popolazioni dell’impero. Ancora nell’ottavo libro, quando si sofferma, quasi di sfuggita, sulla pelle dell’Orsa su cui era seduto Enea nella capanna di Evandro, scrive dei versi enigmatici, che tuttavia appaiono maggiormente intellegibili se li ricolleghiamo a tutto quanto abbiamo finora esposto sul tema: (…disse e sotto il colmo dell’augusta capanna condusse il grande Enea e lo fece sedere su un saccone di foglie e su pelle di libica orsa). Aggiungiamo a proposito dell’associazione Orsacostellazione–polo che Nicandro di Colofone chiama l’Orsa Minore “l’Orsa dotata di ombelico, ed Esichio “L’Orsa che porta l’ombelico” aggiungendo che Ella si muove in cerchio intorno al Polo Boreale.”.

Ci interrompiamo qui fermi a questi cenni principali nella considerazione del carattere suggestivo e sintetico che abbiamo inteso dare a questa esposizione foriera di indefiniti approfondimenti e correlazioni con altri popoli e civiltà.

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 Marius Schneider: Il significato della musica, Rusconi, 1970

 Giuseppe Sermonti: Il mito della Grande Madre, Mimesis, Milano, 2002

 Adrian Snodgrass: Architettura Tempo Eternità, Bruno Mondadori, Milano, 2008

 Mario Zuffa: La civiltà villanoviana in Popoli e civiltà dell’Italia antica, vol V°, Biblioteca di Storia patria, Roma, 1976.

Riviste:

 Arktos: AA.VV. numero doppio monografico 27-28: La tradizione artica, Genova

 Abstacta: Marco Duichin, Apollo il dio sciamano venuto dal nord, n,34, Stile Regina editrice, Roma, 1989.

 André Leroi-Gourhan: L’evoluzione dell’arte paleolitica in Letture di “Le Scienze” numero monografico, Le scienze editore, Milano, 1980.

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(Articolo di Antonio Bonifacio tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_30_2013_a5.pdf)

Indirizzo Internet: http://www.simmetria.org/

 

 

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (3° PARTE)

di Antonio Bonifacio

Gobekli Tepe (la collina del ventre o dell’ombelico)

“A mio parere, quindi, la vista è alla base dei nostri più grandi benefici poiché non avremmo potuto dire nulla sull’universo se non avessimo mai veduto il sole, le stelle e il cielo. Inoltre, è la percezione del giorno e della notte, dei solstizi e degli equinozi, dei mesi e degli anni che si susseguono, ad aver originato l’invenzione dei numeri e ad averci dato la nozione del tempo e della natura della realtà, da cui abbiamo tratto ogni filosofia, un dono celeste più grande del quale l’uomo non ha mai avuto né avrà.”

(Platone: Timeo)

Il ritrovamento che ha sparigliato alcune delle consolidate cronologie preistoriche è il sito archeologico di Gobekli Tepe, situato in Turchia e precisamente vicino Sanliurfa nella prossimità dei confini con la Siria. Siamo di fronte a un luogo scavato piuttosto di recente da un team di archeologi tedeschi sotto la direzione di Klaus Schmidt. Il sito si trova collocato su una collina artificiale (tell) alta circa 15 m, ed ha un diametro di circa 300 metri. Esso è quindi situato sul punto più alto di un’elevazione di forma allungata, che domina la regione circostante, tra la catena del Tauro, il Karaca Dağ e la valle dove si trova la città di Harran da cui dista una quarantina di chilometri. Questa vicinanza ad Harran appare particolarmente significativa in relazione al quanto conosciamo della religione dei Sabei, che si esprime in forme dal carattere congiuntamente visionario e astronomico, come meglio si dettaglierà nel prosieguo. Il complesso delle edificazioni è stato posto in essere in un passato assai remoto da un gruppo umano che lo ha realizzato a prezzo di evidenti gravosissime difficoltà operative. Esso consiste essenzialmente nella realizzazione di una serie di enigmatici recinti ed è stato scavato solo per circa un quarto dei suoi 9000 mq. di superficie. Naturalmente ci si attendono molte ulteriori sorprese oltre a quelle già da tempo documentate. 

La “novità” di questo sito è presto detta. Siamo di fronte a un complesso archeologico di grandissima complessità strutturale, che non si è mai prestato per funzioni abitative, bensì esclusivamente cultuali. Ciò, in epoche più vicine ai tempi nostri, non avrebbe certo costituto un’eccezione. Invece se si tiene conto della data della sua edificazione, che dagli ar
cheologi è stato individuata nel 9.500 a.C., allora si può affermare che la cosa, non solo è sorprendente, ma è ben di più: senza alcuna enfasi si può dire che è addirittura rivoluzionaria. Come misteriosamente Gobekli Tepe è stato edificato, altrettanto misteriosamente il luogo è stato abbandonato diversi millenni dopo. Questo accadde proprio in coincidenza con il sorgere delle prime civiltà neolitiche nell’8000 a.C. (si pensi a Gerico ad esempio).

Fig.2 – Ricostruzione al computer dei tre recinti scavati sui quattro portati alla luce. Come può ben notarsi si tratta di strutture complesse senza alcuna finalità utilitaristica, ma solo sacrale. Gobekli Tepe sembra non essere altro che un “santuario”

Non si trattò però un semplice abbandono. Il santuario, perché di questo si tratta, fu volontariamente interrato, quasi a volerne cancellare la memoria nei secoli. Esso quindi si trova cronologicamente collocato tra la fine del mesolitico e l’inizio del neolitico preceramico, in un ambito di civiltà che si pone alle estreme propaggini del nomadismo, proprio dei gruppi di cacciatori raccoglitori, evidentemente non ancora stabilizzati in un centro urbano, ma comunque in grado di progettare e realizzare un polo di assoluto rilievo cultuale, ben settemila anni prima della costruzione delle prime piramidi.

Fig.3-4-5 – I grandi triliti di contorno, quasi convitati di pietra sono sempre decorati con immagini animali caratteristiche presenze di un luogo allora lussureggiante. Queste colline, ora aride, offrivano ai cacciatori-raccoglitori la possibilità di contare su abbondanti mezzi di sussistenza residuando molto tempo per attività cultuali. Naturalmente anche la caccia nelle popolazioni etnologiche riveste caratteristiche sacrali, non sussistendo alcuna frattura tra la sfera laica e quella religiosa.

Il sito è stato scoperto negli anni ‘60 ma è stato attenzionato dall’archeologia solo a partire dagli anni 90. Per conseguenza della sua cospicua estensione, esso, allo stato, risulta solo parzialmente scavato, solo un quarto del complesso è stato portato alla luce. Per questo il capo archeologo sostiene, tra il serio e il faceto, che sarà obbligato a trascorre
re il resto della sua vita su questa collina polverosa. Quello che emerge dal terreno liberato, si concreta in quattro recinti al cui centro sono presenti una coppia di enigmatici pilastri a T, circondati, come fosse un’assemblea di convitati di pietra, di altri pilastri a T di più modeste dimensioni. Questi alti pilastri centrali (circa cinque metri), finemente lavorati e di cui, su alcuni, si individuano dei tratti indiscutibilmente antropomorfi, quasi a richiamare la possanza dei giganti biblici, sono di indubbia importanza sacrale.

Infatti, su di essi, sono altresì presenti numerosi bassorilievi (quando non prodigiosi altorilievi, anzi vere e proprie strutture a tutto tondo) che si concretano nella rappresentazione di soggetti scelti quasi esclusivamente nel variegato mondo animale presente in questo territorio, una volta lussureggiante giardino. Questi animali ci offrono l’opportunità di conoscere quello che si configura come una sorta di zoo “cultuale” dell’epoca.

Tali rappresentazioni sono state congetturalmente ricondotte da taluno a raffigurazioni di asterismi celesti, secondo modalità di rappresentazione che in alcuni casi si sono mantenute fino ai nostri giorni e di questo argomento si parlerà appena dopo.

Sebbene solo in uno dei quattro recinti si sia raggiunto lo strato sterile del terreno, il sito non solo non mostra l’esistenza di tracce dell’abitato umano, ma in esso non paiono neanche essere collocati esempi di sepoltura. 

Fig.6-7 Alcuni pilastri centrali recano dei tratti antropomorfi com’è evidente dalle immagini che qui si presentano. La loro altezza è assai cospicua: 5 metri. Il richiamo delle loro sagome ai giganti biblici è istintivo. Si noti il perizoma di una pelle animale che copre uno di essi

Come detto, la realizzazione di questo santuario preistorico impegnò fortemente delle popolazioni non stanziali in cui però si coglie, in forma già evoluta, la presenza di maestranze dedicate a compiti di artigianato specializzato. Abbiamo così scavatori, scalpellini, scultori etc, oltre che, naturalmente, un sacerdozio in grado di ideare e portare avanti il complesso progetto, e questo, a parere dell’archeologia, rappresenta un dato insieme stupefacente ma assolutamente incomprensibile, costituendo un vero e proprio paradosso storico.

Si parla, infatti, a volte di oggetti “fuori posto”, perché irrelati rispetto alla cronologia in cui sono rinvenuti (es. l’incredibile meccanismo di Antikitira), qui però c’è di più, c’e un’intera civiltà fuori posto.

Infatti, la templarità organizzata è propria dell’insediamento umano già consolidato, che ormai basa la propria stanzialità sulla possibilità di approvvigionarsi a fonti di sussistenza di autonoma produzione. In sostanza, l’uomo non dipende più passivamente dall’ambiente per la sua alimentazione piuttosto lo doma, convertendolo alle sue esigenze. In altre parole, l’uomo del neolitico, contrariamente all’uomo del paleolitico e del mesolitico (il nostro caso), non regola la propria esistenza alimentare adeguandosi alle abitudini comportamentali animali (che si spostano per nutrirsi) o sulla raccolta occasionale di complementi di alimentazione (bacche, frutti, radici etc.) ma condiziona l’esistenza di animali e dei prodotti vegetali alle proprie nuove esigenze. L’uomo del neolitico non segue il cibo nei suoi spostamenti, ma fa si che il cibo “segua” lui, là dove egli decide di permanere (allevamento, coltivazione).

La comunità organizzata che ha eretto Gobekli Tepe doveva essere un gruppo umano sicuramente numeroso e fortemente coeso che, in maniera stupefacente e, per molti versi, incomprensibile, è riuscito a porre in essere un’opera grandiosa, nonostante l’assenza di ogni traccia di sedentarizzazione, come si conviene a quest’epoca così distante da noi.

Per dare un’idea del lavoro compito ricordiamo che, secondo le prudenti stime dei ricercatori, questi uomini estrassero da cave piuttosto lontane, lavorarono e “adornarono” un complesso formato da circa 300 monoliti, alti circa 3 metri dal peso di circa 5 tonnellate ciascuno (oltre una quarantina sono stati portati alla luce mentre l’indagine geomagnetica suggerisce che altri 250 giacciono sepolti nel terreno realizzando uno spostamento di pietre pari a circa 1.000 tonnellate).

Fig.8-9 – Immagini dei recinti. Le loro dimensioni offrono un’idea dell’enorme lavoro di scavo e sistemazione dei luoghi. Ricordiamo che siamo approssimativamente nel 9.500 a.C.

Ci si domanda: se si sommano insieme il tempo dell’escavazione, della lavorazione delle pietre, e quello della costituzione dei recinti unitamente al lavoro di scultura, quante
ore uomo occorrevano alla bisogna? Ci si chiede inoltre: quanti lavoratori specializzati erano presenti in questa società che assume, via via che i dati si illuminano a vicenda, il carattere di un’anfizionia spirituale, un’associazione di differenti gruppi umani, uniti da una fortissima motivazione religiosa e da una cosmovisione condivisa del mondo, che mostra dei tratti spiccatamente sciamanici? Anfizionia, se tale è stata, che comunque non doveva costituire un unicum, essendosi trovato un sito gemello ancora non scavato ma già datato. Si sta parlando di Kaharan Tepe in cui si rinvengono sepolti, anche qui volontariamente, alcuni megaliti a forma di T identici a quelli di Gobekli, dimostrando con ciò che questa località è tutt’altro che un unicum. Karahan Tepe, si trova a 63 chilometri ad est di Urfa sui monti Textex, è merita la medesima attenzione riservata al sito di cui si sta parlando. Scoperto nel 1997 e sondato dall’archeologo Bahattin Çelik della Società di storia turca, è stato datato tra il 9.500-9.000 a. C. Anche qui sono presenti un certo numero di pilastri a T, così come compaiono degli altorilievi di un serpente e altre sculture simili a quelle di Göbekli Tepe. Coprendo una superficie di 325.000 mq, Karahan Tepe è molto più grande di Göbekli Tepe ed è quindi il risultato di un progetto ancora più grandioso. Qui i pilastri di pietra sono distanziati ad 1,5 a 2,0 metri e sporgono appena dal terreno aspettando che una missione archeologica li porti del tutto alla luce e con essi riveli il mondo spirituale in essi codificato e rappresentato attraverso gli animali scolpiti.

Fig.10 – L’immagine di un recinto nella suggestione della luce notturna

Dopo questo inciso torniamo al sito oggetto delle nostre riflessioni. Le stime del peso del materiale lavorato che, antecedentemente abbiamo evidenziato per valorizzare l’importanza del lavoro eseguito, seguono un criterio prudenziale. Infatti, non tutte le pietre utilizzate e ancora sepolte sono tra loro, se pur in via di approssimazione, uguali. E’ stata, infatti, rinvenuta una pietra a forma di T, estratta solo a metà dalla cava posta a circa 1 km dal sito. Essa ha una lunghezza di circa 9 m. e una larghezza di 3 m. Era verosimilmente destinata al san
tuario, ma la sua rottura costrinse ad abbandonare il lavoro. Non speculiamo sulle possibilità di trasporto del pesantissimo manufatto in considerazione dell’epoca della sua escavazione, si tratta di conclusioni che lasciamo formulare direttamente al lettore di queste note.

Fig.11 – Gli artigiani di Gobekli Tepe sapevano scolpire ben più che altorilievi sui pilastri. Questa scultura, a tutto tondo, ben proporzionata ci dimostra la qualità delle maestranze che prestarono la loro opera alla realizzazione del santuario stellare. Della loro abilità siamo certi, sul significato delle loro realizzazioni possiamo solo congetturare

Fig.12 – I quattro recinti finora scavati mostrati in pianta. Si noti la posizione dei pilastri centrali la cui inclinazione differisce leggermente da un recinto all’altro. Ciò concreterebbe il risultato di un accurato lavoro di progettazione. La coppia dei pilastri registrerebbe il variare, nel corso di un migliaio d’anni di osservazione, della posizione di Deneb al tramonto

Diverse (e ipotetiche) le possibili funzioni cultuali della struttura. Un dato tuttavia emerge fra tutti, almeno se ci si basa sulla morfologia dei quattro recinti finora scavati. Essi, infatti, a un’analisi condotta da competenti ricercatori, il team dell’ing. Rodney Hale, che è specialista nella ricerca dei puntamenti astrali dei siti preistorici, mostrano di possedere un orientamento ben preciso. I due pilastri centrali dovrebbero essere stati posti in essere per inquadrare, a seconda del periodo di costruzione di ciascun recinto, la costellazione del Cigno e nello specifico la stella Deneb, che cominciò a “tramontare” in coincidenza della costruzione della prima struttura. Siccome intercorre un millennio complessivo tra le datazioni dei quattro manufatti (dal primo al quarto), ogni allineamento realizzato tra le due pietre, aderendo alla convincente ipotesi di Rodne Hale, appare lievemente “ruotato” rispetto al precedente. Lo scorrimento è di qualche grado rispetto al punto di estinzione della stella che lentamente si sposta all’orizzonte per effetto del lento moto precessionale nei cieli. 

Un esame un poco più dettagliato merita senz’altro la cosiddetta “pietra dell’avvoltoio” posta nel recinto D, numerata come Pilastro 43. Essa è stata così denominata perché tra i molti enigmatici bassorilievi si evidenzia quello di un bizzarro avvoltoio. Un’altra particolarità del recinto che circonda i due monoliti è costituito dalla presenza di una sorta di “pietra di mira”. Si tratta di una bassa pietra forata posta appena all’esterno del recinto che si suppone consentisse di osservare il passaggio di Deneb e di cui poi si vedrà la possibile relazione con il pilastro 43. 

Del resto il comportamento celeste di Deneb doveva davvero “ossessionare” le menti delle genti dell’epoca, al meno a quelle latitudini. Alludiamo ad altri edifici appartenenti al neolitico pre-ceramico (8800-8000 a.C.) individuati in una località nei pressi della moderna Diyarbakir, che sono identicamente allineati sulla linea di tramonto di questa stella, secondo le osservazioni compiute dal già citato Rodney Hale.

Fig.13 – Ricostruzione al computer del recinto D. Secondo una convincente ipotesi la pietra forata di sfondo sarebbe stata utilizzata per raccogliere la luce di Deneb al suo passaggio all’orizzonte, mentre l’intera costellazione del Cigno sarebbe stata inquadrata tra le due colonne. Il passaggio “attraverso le colonne” dei templi di costellazioni significative è ampiamente attestato per la costellazione di Orione. Il biblico Sansone abbatté le colonne del tempio dei Filistei e ciò rappresenterebbe una trasposizione di questo antico mitologema di Orione

Per quanto detto la sintassi composita che presiede lo straordinario racconto sotteso da questo complesso manufatto, che si è denominato recinto D, non è certo di agevole lettura pur se, in qualche modo, si sono stabilite certe relazioni peculiari con la stella Deneb. Due elementi specifici ci agevolano nella possibile interpretazione complessiva del manufatto e contribuiscono a fornire elementi verosimili in ordine ad un possibile inquadramento del sito in un orizzonte di ritualità sciamanica.

Vediamoli

Nella parte bassa del Pilastro 43 troviamo raffigurato un grande scorpione che occupa quasi integralmente il pannello inferiore, mentre nella parte superiore, tra altre raffigurazione di uccello, è presente lo strano avvoltoio che dona il nome alla stele e che tiene “zampe” e “ali” in posizione completamente innaturale da far pensare a un’impersonizzazione rituale. Inoltre, l’avvoltoio sembra quasi soppesare sulla sua ala una sfera. In questa sfera gli archeologi riconoscono la simbolizzazione di una testa umana, ricavando questa conclusione dalla presenza di una concezione assai diffusa nell’antico vicino Oriente antico, per la quale si riteneva che l’anima del defunto risiedesse nella testa (il “culto dei crani” comunque offre numerose testimonianze preistoriche).

Infatti, in epoche molto remote, ma comunque piuttosto vicine ai tempi nostri, celebri siti di questa regione del mondo, per es. Chatal Huyuk, hanno mostrato il ripetersi di questa iconografia, ovvero l’associazione tra avvoltoio e corpi senza testa e/o avvoltoi e teste. Inferire la presenza di questo motivo ad un’identica volontà rappresentativa, costantemente presente nell’orizzonte spirituale dei luoghi, non costituisce certamente un’illazione. 

Fig. 14 – Una delle composizioni su pilastro a più complesso contenuto simbolico. La proposta interpretativa nel nostro caso è limitata all’avvoltoio con la sfera (testa). Esso rappresenterebbe, per l’innaturale posizionamento delle ali, la costellazione del Cigno, mentre sotto la linea di cintura in basso sarebbe rappresentata la costellazione dello Scorpione.

In questo modo la pietra ci racconterebbe la modalità secondo la quale lo sciamano-avvoltoio si prenderebbe cura di questa testa-anima al fine di condurla in qualche luogo celeste. Si è detto (ed è facilmente verificabile) che il supposto sciamano-avvoltoio assuma nella raffigurazione una posizione assurda, quasi “clownesca”, tuttavia, a ben vedere, se si sovrap
pone l’immagine del cigno celeste con quella che compare sul pilastro 43, si può osservare che la forzatura posturale indotta nell’uccello non è affatto gratuita. Infatti, in questo modo si sovrappongono perfettamente i contorni dell’uccello con quelli della costellazione; qui la testa del volatile occupa la posizione di Deneb.

Per inciso non ci si stupisca dell’interfungibilità dei due animali. Come già detto all’inizio un uccello c’è sempre stato nel cielo a contrassegno della croce, i Greci, per quanto ne conosciamo, furono generici nel denominare questo raggruppamento di stelle chiamandolo semplicemente “uccello”, prima che Eratostene precisasse con quale voltatile dovesse identificarsi il raggruppamento stellare.

Questo consente di speculare, senza evidenti forzature logiche, circa l’eventualità che, a latitudini diverse, sia stato questo avvoltoio psicopompo a condurre l’anima verso questa costellazione circumpolare, visto anche il già ricordato contesto storico successivo che ne offre convincente dimostrazione.

Rimane da interpretare la presenza del grande Scorpione in basso e verificare se esso possa assumere una correlativa funzione astronomica.

Fig.15 – Atlante di Bode. Qui si può agevolmente osservare come proprio in coincidenza del cigno la via Lattea si biforca individuando un settore del cielo che per molti popoli della terra assunse per interi millenni pregnante significato mitologico.

Fig.16 – Quest’altra figura mostra la “grande fenditura del cigno” come appare visivamente ai tempi nostri in luoghi ragionevolmente bui.

Per far ciò ci serviamo di alcune osservazioni della coppia de Santillana/Von Dechend che, nel loro classico lavoro, avevano già compiuto un’illuminante disamina dell’insolita locuzione “madre-scorpione”, presente nelle tradizioni di molti popoli. Che lo Scorpione possa avere ricevuto attenzione mitologica in quanto “madre” è naturalisticamente assai poco comprensibile (la femmina di scorpione non ha nulla di particolarmente “materno”, anche se su ciò ci permettiamo di esprimere delle riserve), e per questo, almeno secondo la convincente interpretazione degli autori del “Mulino di Amleto” la spiegazione della bizzarra caratterizzazione andava ricondotta in ambito astronomico e quindi nel cielo che contemplavano i creatori di questa locuzione.

In astronomia accade che lo Scorpione incroci l’eclittica per nove giorni all’anno e allo stesso tempo si trova con Antares (una gigante rossa, “antiMarte”) all’estremità meridionale della Via Lattea. Così configuratasi la vicenda, si può assumere, in un’ottica appunto sciamanica, che questa collocazione indichi una via celeste che apra la possibilità di compiere alle anime un percorso “meridionale”, grazie all’intersezione dei due tracciati celesti che consentono un immaginifico “cambio di corsia”.

I Cherokee ci suggeriscono elementi sbalorditivi per appoggiare questa in terpretazione dell’iconografia presente del Pilastro 43. 

Leggiamo questa frase che riassume le loro convinzioni sul destino dell’anima post-mortem: ”Le anime dei morti sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea, la dove essa si biforca; essa indirizza i guerrieri lungo il sentiero fioco e difficile e le donne e coloro che muoiono di vecchiaia lungo il sentiero più luminoso e più facile. Le anime viaggiano dunque verso sud; alla fine del sentiero sono accolte dalla Stella degli Spiriti e la dimorano”. Giorgio de Santillana commenta a sua volta: “potremmo aggiungere in sordina: per un po’ di tempo”, oppure “e li si accampanoperché la stella degli Spiriti è Antares. Questa dea scorpione ha un corrispettivo in molte entità di pantheon arcaici.

Nello specifico, per citare i più noti, nel mondo ittita troviamo Ishara tamtin, ovvero Ishara del mare, mentre in Egitto v’è la precisa corrispondenza con la dea-scorpione egizia Selkis. Queste “dee-scorpione” sono immaginate abitare in fondo alla via Lattea, dove ricevono le anime dei morti e sono rappresentate nella circostanza come esseri multimammelle. Esse attendono al loro compito facendo poppare le anime dei bambini che hanno ripreso il cammino di ritorno (sul tema: G. De Santillana, Von Dechend: 1983, 353; Alfredo Cattabiani;1998, 184).

Fig.17 – Atlante di Bode La “stella spirito” Antares pressoché collocata sul pungiglione dello Scorpione, proprio nel punto in cui la grande fenditura del cielo si riunifica.

Rimarchiamo le localizzazioni del brano. Per primo si legge “Le anime sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea” e questa può tranquillamente identificarsi con Deneb che è posta sulla Via Lattea proprio la dove essa si biforca (ovvero la grande fenditura) per poi estendersi verso sud.

Qui giunti ci troviamo presso Antares, la coda dello Scorpione, dove, come detto, le anime sostano e/o si accampano. L’inizio del percorso fluviale quindi è situato presso la grande fenditura dei cieli, una sorta di vagina cosmica che gli Egizi verosimilmente rappresentarono precisamente in un’illustrazione che raffigura la dea del cielo Nut.

Fig.18 – L’interpretazione della stele 43 impone ulteriori comparazioni. La grotta Chauvet con i suoi straordinari affreschi può contribuire alla comprensione dell’intero miogramma. Per introdurci a quest’arte straordinaria osserviamo ciò che l’artista di allora (32.000 anni fa!) seppe realizzare. Esso, prescindendo dai contenuti, mostra il dominio completo del suo mezzo espressivo, indice di un’arte pienamente matura, che deve far supporre anche capacità mentali altrettanto complete. Ci domandiamo: Cezanne è forse la reincarnazione di questo “cavernicolo”?

Questa regione settentrionale è uno dei punti più misteriosi del cielo e, in forma di parentesi, vogliamo aggiungere che tale fenditura è stata collegata da Andrew Collins a una delle più impressionanti manifestazioni dell’arte rupestre europea, un affresco presente nella grotta Chauvet che, benché sia, allo stato, l’espressione più arcaica dell’immaginario preistorico (circa 32.000 anni fa), al contempo ci ha consegnato una delle manifestazioni stilisticamente più “evolute” dell’arte rupestre. Si tratta di un’immagine talmente complessa che è persino difficile darle un nome, ancorché si tratti di espressione figurativa. Mai come in questo caso vale la lezione del preistoricista A. Leroi Gourain, per il quale, gli animali che “animano” le grotte preistoriche, “non sono buoni da mangiare ma buoni per pensare”.

Fig.19 – Questa rappresentazione composita evidenzia una vulva. Dal bacino si dipartono due esili gambe che rappresenterebbero, secondo la proposta di A Collins, i bracci della galassia.

Fig 20 – Le corna del bisonte così collocate potrebbero raffigurare, secondo una consolidata interpretazione di Marjia Gimbutas, l’apparato interiore delle tube di Falloppio. Si noti l’evidente forma a bucranio dell’apparato genitale femminile. Di questi bucrani è cosparsa l’iconografia neolitica

Fig.21 – La medesima interpretazione proposta per la dea egizia Nut. Siamo consapevoli che queste indicazioni, in questa fase dell’esposizione possono apparire notevolmente congetturali, ci limitiamo qui a riferire osservazioni presentate da accreditati storici delle religioni.

Leggiamo, a commento dell’immagine, questo brano proposto da Graham Hancock: “Questa enigmatica figura è dipinta a carboncino su una sporgenza di roccia li
scia che fuoriesce dal soffitto del’’ultima galleria di Chauvet, quella più profonda, opportunamente chiamata Camera Finale. Piegata rigidamente in avanti all’altezza dell’addome, come se fosse in preda a fitte di dolore, la figura combina la testa cornuta, il torace e la gobba tipici di un bisonte, con gambe umane in posizione eretta e leggermente flessa, unitamente a un braccio e una mano indubbiamente umani con dita lunghe e penzolanti. Inoltre, sebbene sia già abbastanza strano, l’uomo bisonte di Chauvet appare ancora più bizzarro quando ci si abitua all’oscurità e ci si rende conto che la figura sembra cavalcare il fianco sinistro e il triangolo pubico prominente di una gigantesca femmina umana. Quest’ultima è dipinta senza testa: ma il braccio destro troncato, sembra essersi trasformato, per compensazione nella testa di un grande felino, forse un leone delle caverne…” (G. Hanckock: 2006, 75).

Di questa figura composita spicca la vulva che, se ricondotta alla possibile interpretazione paleo-astronomica suggerita da Andrew Collins, starebbe proprio a indicare un settore del cielo significativo per la sosta delle anime, interpretazione supportata dalla precisa, ma innaturale, forma delle esili gambe, che in realtà sembrano davvero confondersi con i bracci separati della galassia nel punto che si approssima alla grande fenditura. La commissione con l’utero sarebbe rappresentata dalla testa del giovane bovino, che si sovrappone al corpo, esso rappresenterebbe le tube di Falloppio, secondo una similitudine morfologica proposta già da tempo da Maria Gimbutas nel suo celebre classico Il linguaggio della dea e piuttosto condivisa dal mondo scientifico. 

Ciò del resto appare in perfetta concordanza con la “psicoastronomia” dei nativi nord americani che si è richiamata nelle pagine precedenti, e il punto dove viene condotta l’anima dopo l’uscita dal corpo. Un passo che forse val la pena de leggere ancora:” Le anime dei morti sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea, la dove essa si biforca…

Parentesi su Harran.

La torre di Harran è posta a circa 40 Km. da Gobekli Tepe. Essa è un luogo di osservazione astrale straordinario che in qualche modo richiama la costruzione cinese denominata Ming Tang (la sala di luce che è allo stesso tempo tempio e osservatorio astronomico). Si tratta di una costruzione posta in essere dai Sabei, un gruppo umano che per lungo tempo fu considerato
appartenere alla comunità dei “popoli del libro”. 

I Sabei oltre a essere grandi astronomi che “veneravano” i sette pianeti e i dodici segni dello Zodiaco, celebravano altresì i loro principali riti religiosi in onore di un’entità, non ben definita, che denominavano Mistero del Nord. Questi era considerato una sorta di causa prima della manifestazione proveniente da Dio stesso. Da questa sorta di nicchia di luce, prima creata, emanavano tutte le “esistenze cosmiche”, che da essa irraggiavano per poi divenire principi divini.

I Sabei assumevano il Nord come se questo fosse l’apice metafisico di una concezione gerarchica dell’universo astrale, verosimile copia dell’invisibile, e tale apice rappresentava la fonte di luce e potere, così come il luogo di ritorno delle anime dopo il passaggio terreno.

Esso è quindi anche la dimora splendente dei morti. Per questo la stella polare era considerata anche la loro kiblah, o direzione della preghiera, verso cui erano in grado di fissare l’attenzione alla Stella del Nord, o Stella polare (A. Collins: 2011,19).

Con ciò si vuole richiamare l’attenzione di chi legge sul carattere polare di alcuni edifici religiosi che si sono citati all’esordio di questo lavoro, per la precisione nella prima parte, per riflettere su una possibile continuità di culto.  

Dai Sabei però veniamo a conoscere un altro particolare assai importante che riguarda lo specifico legame che collega Deneb, quindi la costellazione del cigno, a un uccello (ricordiamo l’uccello sul palo del pozzo di Lascaux). Nel mese di settembre si celebrava appunto un rito in cui un sacerdote, entrando nel tabernacolo, rendeva omaggio a una “certa stella del nord”. Questa stella polare era considerata come il paradiso degli eletti e la dimora dei pii, dopo la morte. Con l’occasione veniva consumato un pasto rituale utilizzando pane e la carne di animali sacrificati (una pecora e una colomba) mentre un’altra colomba veniva liberata. Scrive J, North, a commento delle osservazioni sopra riportate, tratte da un articolo comparso su un quotidiano londinese (lo Standard): “l’associazione tra una stella del nord e un uccello, forse mal interpretata, potrebbe far pensare a un coinvolgimento di Deneb in questo rituale a quel tempo o in periodi più antichi” (J.North: pag. 689,690 nota 3).

Del resto la religione sabea sembrava costantemente volta al cielo e non c’è ragione per non ritenere che essa stessa ereditasse da un passato ancestrale questa lettura astrale della manifestazione divina. Riprendiamo un brano di H. Corbin già citato altrove perché in questa sintesi ci appare magnificamente espressa tutta la relazione dei Sabei con “l’alto dei cieli”, in quanto essi potrebbero essere sono coloro: “…che vedono il cielo non con gli occhi della carne, né con gli occhi del cielo, ma con gli occhi della propria visione interiore”.

Le forme architettoniche che discendono da questa impostazione sono conseguenti a questo assunto.

Tutta la templarità sabea si esprimeva in caratteristiche forme geometriche associando il tempio a un pianeta e, al pianeta, un angelo. In sintesi siamo di fronte ad angelofanie architettoniche espresse in forma geometrica, manifestazioni di potenze viventi su un altro piano di esistenza e rese presenti sul piano “umano”per mezzo di acconci siti e riti.

Di questi templi costruiti a immagine degli astri le testimonianze storiche conservano qualche preziosa traccia. Per enumerare le loro architetture ricordiamo che i Sabei avrebbero avuto templi a pianta circolare dedicati a ognuno dei cinque principi cosmologici supremi: Il Demiurgo, l’anima del mondo, la Materia eterna, lo Spazio e il Tempo.

I templi dei pianeti invece assumevano caratteristiche forme poligonali ed erano così ripartiti: Saturno era realizzato in forma esagonale, Giove triangolare, Marte veniva rappresentato da un rettangolo, il Sole da un quadrato; infine Venere si configurava come un triangolo iscritto in un quadrato e Mercurio un triangolo in un rettangolo, mentre la Luna era rappresentata da un ottagono (cfr. H. Corbin: 1983,17).

I tumuli (Long Barrow) di Wayland’s Smithy I, II e gli altri

Fig.22 – La pianta di Wayland’s Smithy . Si tratta di un tumulo arcaico (c.3800 a.C.) ma non dei più remoti. Esso è di dimensioni piuttosto modeste ( 50 metri di lunghezza), rispetto ad altri esemplari di medesima tipologia ma è ottimamente costruito e ben restaurato. Impressionante è la quantità di moti stellari che le sue strutture riescono a tenere sotto control lo. Il lato destro della pianta è puntato su Deneb, stella piuttosto stabile in relazione al punto di estinzione all’orizzonte dell’epoca. La camera funeraria cruciforme apre invece alle stelle del sud.

Non si può omettere, in questa veloce cavalcata attraverso i secoli, di spendere qualche pertinente parola sul tema delle relazioni stellari della costellazione del Cigno con la ritualità arcaica, soffermandoci, stavolta, sulla cultura dei tumuli. Fonte principale delle informazioni qui riferire sarà il lavoro del ricercatore inglese J. North e contenute nel suo lavoro dal titolo italiano piuttosto fuorviante “I misteri di Stonehenge”, derivato dall’originale, quasi altrettanto fuorviante e cioè “Stonehenge”.

Titoli entrambi ad effetto perché il celebre sito inglese non rappresenta certo l’oggetto focale delle speculazioni di North.

In queste pochi cenni ci si sofferma brevemente in un periodo della preistoria che ebbe nei manufatti megalitici l’espressione saliente, anche se questi non sono appannaggio privilegiato dell’Europa settentrionale.

Le funzioni di queste realizzazioni appaiono a carattere quasi esclusivamente funerario, in quanto, all’interno dei tumuli, sono stati ritrovati spesso i resti (parziali) di diversi individui, ivi intenzionalmente sepolti, come al contempo è evidente la relazione che mostrano queste edificazioni con alcuni degli asterismi su cui ci si è soffermati nelle pagine precedenti.

In effetti, questo è il carattere che più contraddistingue l’accuratissimo lavoro di ricerca di North, che ha individuato il carattere spiccatamente e finemente astronomico con il quale i tumuli furono costruiti che, oltre all’allineamento generale della struttura, erano in grado di far sapientemente penetrare la luce al loro interno in circostanze “calendariali” ben determinate.

Per conseguenza di quanto sopra descritto si può ipotizzare che la funzione funeraria si esplicasse in relazione a quella astronomica, intesa come orientazione e collegamento luminoso tra le “spoglie”, con alcuni (per loro) significativi astri del cielo.

Questo interesse all’apparenza spasmodico per le stelle copre un lungo periodo della preistoria megalitica che scorre dal V° millennio a.C. all’età del ferro (e anche oltre in alcune circostanze) e, in qualche modo, si salda con quanto si è detto in precedenza a proposito del paleolitico e con il mesolitico di Gobekli Tepe. 

Gli astri del cielo per una lunghissima epoca rimangono il tema costante di ogni realizzazione umana relativa al religioso. Pertanto, a proposito della coniugazione di queste cospirazioni umano-siderali, quanto mai pertinenti ci appaiono le parole che Stuart Piggeon formulò a proposito delle possibili funzioni che potessero assumere tali manufatti nell’orizzonte speculativo dell’umanità arcaica. Si tratta di considerazioni cui Michael Hoskin ha conferito una grande rilevanza, evidenziandole nella presentazione del suo libro: Stele e stelle. Le riproduciamo anche nella circostanza: ”Credo che non sia improprio considerare questi monumenti preistorici alla stessa maniera delle chiese della cristianità o delle moschee dell’Islam, con la differenza che sono scomparse completamente dalla nostra conoscenza le religioni che hanno prodotto queste testimonianze architettoniche” (Per inciso il libro citato propone un’ampia sintesi degli oltre 3.000 allineamenti di reperti monumentali neolitici -tombe e templi preistorici- censiti nel Mediterraneo).

Esse, d’altronde, si saldano perfettamente con quanto affermato da W. Maioli sullo stesso tema, dimostrando una continuità d’intenti che verosimilmente si è interrotta solo nel tardo periodo rinascimentale. Affianchiamo quindi le parole che il singolare paleorganolo ha rilasciato in un‘intervista, esse non suonano estranee al lettore che ci ha seguito fino a questo punto, tuttavia è bene ribadirle: “…Per questo motivo la grotta è la fonte dalla quale scaturisce l’universo, la bocca aperta degli dei cantori, la sede dei morti e dei suoni capaci di incantare. I Templi e le chiese, con la loro struttura sonora, ne sono un’imitazione” (dal sito di W. Maioli). 

Non può, infatti, sfuggire che molteplici chiese della cristianità osservano gli stessi criteri d’orientamento dei monumenti preistorici, quasi fossero espressioni di una continuazione nei millenni della medesima “ideologia”. L’esempio di San Tomé, riprodotto sinteticamente nella prima parte, n’è un esempio particolarmente eloquente e conferisce alle parole di Piggeon e Maioli un carattere di eloquente veridicità.

Sempre in via generalizzazione, evitando ogni pur necessario distinguo, si può constatare che questi tumuli di forma allungata hanno preceduto la fase delle realizzazioni circolari (Newgrange, Stonehenge, Brodgar, Avebury etc. comunque-essi stessi – affatto estranei a implicazioni “cignesche”) che sono monumenti noti anche al pubblico meno specializzato e di cui una parte cospicua si trova ospitato in terra albionica.

Da un punto di vista astronomico, diversamente dai monumenti circolari, che paiono più dedicati all’osservazione del sole e della luna, tali grandiosi manufatti sono sorprendentemente puntati sui più remoti astri del cielo (un’ideologia che ha quindi preceduto la fase solare solstizialeequinoziale, similarmente a quanto è accaduto in Egitto dove alla fase stellare è seguita quella solare) concretando la volontà di determinare questo orientamento nord-sud, con deposizioni secondarie, anch’esse significativamente allineate secondo la linea meridiana, mentre la testa appare volta ora all’est, ora all’ovest.

A questo proposito vogliamo incastonare in questa nostro discorso una illuminante osservazione della ricercatrice Chiara Nejrotti. Ella ricordava come nell’orizzonte di quel grande creatore di fiabe, non a caso fieramente anglosassone, quale è stato J.R.R, Tolkien, vi sia descritta una precisa cronologia delle età del mondo in relazione all’importanza degli astri conferita ai medesimi nella cultualità dell’umanità arcaica. Per conseguenza la luce solare e lunare illuminano il mondo successivo alla caduta, il mondo che conosciamo, mentre le stelle richiamano in noi la nostalgia per il paradiso perduto. Si rifletta sul fatto che desiderare deriva etimologicamente da de-sidera, ossia dalle stelle (Chiara Nejrotti: Antares, Prospettive antimoderne, n: 3, pag. 41). 

Il dato è sorprendente perché, tra il mesolitico e il primo neolitico, le comunità non paiono particolarmente interessate al Sole e alla Luna. Gli sforzi di questi gruppi umani si concentrano piuttosto nel costruire e nel manutenere, durante i secoli, se non i millenni, strutture assai impegnative la cui stessa sagoma esterna deriva dal contenere la forma entro i limiti di precisi traguardi stellari. Scrive Jonh North: “E’ stato riscontrato come gli esempi considerati in questo capitolo fossero diretti verso le stelle luminose, e ci sono poche prove che permettono di stabilire che a quel tempo si prestasse altrettanta attenzione al sole e alla luna. Esistono in altri luoghi delle tombe a camera con allineamenti solari, ma queste sono di epoca relativamente più recente: l’esempio più antico precedentemente menzionato, Newgrange in Irlanda, è di un secolo più recente di Beckhampton Road” (J. North: 1997, 176).

C’è da domandarsi: quali siano state le motivazioni speculative che spinsero le popolazioni dell’Inghilterra meridionale ad impegnarsi in maniera così totalizzante in un lavoro sicuramente estenuante che può richiamare lo sforzo compiuto in Europa all’epoca delle cattedrali, uno sforzo prolungatosi addirittura per millenni?

Risponde indirettamente J. North che, dopo aver ricostruito la davvero complessa geometria del tumulo di Wayland’s Smithy II, afferma:” …Se questa ricostruzione è plausibile, allora risulta chiaro che le credenze religiose giocavano un ruolo più importante delle osservazioni astronomiche” (J. North: 1997, 80, didascalia figura 16).

Conclusione basilare!

A dispetto quindi delle etichette pseudo razionaliste apparecchiate da molti specialisti della preistoria per spiegare funzionalmente la finalità di tali realizzazioni, qui si hanno concreti indizi che non ci si trova di fronte a una comunità che indirizza i suoi sforzi cultuali per finalità non utilitaristiche. Si esprime piuttosto la volontà di produrre significativi ancoraggi con il mondo celeste, individuando alcune stelle particolarmente significative, secondo un rapporto che ci è ben testimoniato anche nell’arcaico mondo greco, dove i grandi santuari sono stati progettati per essere orientati sulla levata eliaca di determinate stelle. 

Pertanto Olimpia era associata a Aldebaran, Sparta ai Gemelli. Delo alla Spiga della Vergine e l’elenco potrebbe proseguire. Tutto ciò, quindi, non appare affatto dissimile da ciò che era accaduto già millenni prima (sul tema cfr. J. Richer:1989, 8). Può affermarsi, quindi, conclusivamente che gli scopi di tutto ciò, appaiono quindi appartenere esclusivamente alla dimensione religiosa, qualsiasi contenuto voglia darsi al termine.

Ciò perché, con ogni verosimiglianza, si riteneva che senza un qualche collegamento animicospirituale con il “cielo”, la vita spirituale sulla terra si sarebbe spenta, (il che ci sembra un’idea affatto errata).

Fig. 23 – Le due fessure della tomba di Wayland’s Smithy permettono alla luce delle due stelle più brillanti della costellazione della Croce del Sud di entrare nella tomba che appare così mirabilmente e congiuntamente ancorata con la luce della stella più settentrionale e con quella delle stelle più meridionali.

La luce stellare era mirata da operatori sacrali, che sono da reputare altamente specializzati nell’osservazione dei movimenti celesti, sacerdoti astronomi che si ponevano in fossati scavati accanto ai tumuli per individuare i corretti traguardi di puntamento da cui derivavano i limiti della sagoma delle loro “navi celesti”. i tumuli erano quindi realizzati, per contenere la forma esterna della costruzione entro precisi reticoli luminosi traguardati pazientemente da
terra, Queste linee guida erano individuate attraverso l’osservazione di momenti specifici del moto della stella (alla sua levata o al suo tramonto ad es.) coniugando l’occhio dell’osservatore con essa, costituendo così la dima, entro cui contenere il tumulo.

Correlativamente si stabiliva un’altra relazione, stavolta con l’interno del tumulo. Nella struttura si progettavano gli ingressi della luce di alcuni specifici astri, realizzando accuratissime fessure nella costruzione. Queste aperture, che erano poste in essere con singolare precisione e magistrale perizia da questo quasi ignoto “popolo delle stelle”, completavano una complessa macchina funeraria (o rituaria in senso lato) di cui riusciamo a intravedere solo pochi incerti elementi che comunque ci riempiono di meravigliato stupore.

Gli studi e le misurazioni accuratissime di North e di altri ricercatori succedutesi nel tempo, hanno comunque conferito a queste testimonianze litiche un significato certo (tra i molti altri ancora da decrittare) stabilendo una relazione tra i corpi dei morti e le fessure delle pietre di costruzione che, in un’ottica di lettura religiosa dei manufatti, ha permesso di affermare: “….se le linee di cui abbiamo parlato erano delle visuali e non solo una teorizzazione: i raggi raggiungevano i corpi dei morti, che ormai non avevano più la facoltà della vista. La pietra massiccia serviva a sigillare ciò che era contenuto nella tomba, ma non segnava la fine della sua funzione rituale” (J. North:1997,109).  

Fig.24 – In questa immagine si evidenzia la Croce del Sud invisibile odiernamente alle nostre latitudini. Nella costruzione si rendeva possibile la compresenza delle due croci del cielo

Si deve supporre, infatti, che la “Tomba”, intesa come sepolcro, costituiva solo una parte degli scopi del tumulo. Esso doveva essere considerato un edificio indipendente con una funzione più ampia di quella funeraria (cfr. J. North: 1997,61). Affermazione che viene data quasi per scontata nei tumuli inglesi ma che, se applicata alle piramidi, scuote l’indignazione degli egittologi.

Il trapasso dall’ancoraggio dei tumuli dalle “Imperiture” (e altre stelle comunque significative), ai due luminari del cielo, sembra intervenuto dopo che alcune circumpolari d’osservazione caddero sotto l’orizzonte o, magari, per altre circostanze di cui possiamo fare solo delle supposizioni. In altre parole il mutamento rivoluzionario si verificò quando alcune stelle… “morirono”. Deneb, e la correlativa costellazione, costituivano una singolarità. L’elevato numero di tumuli che alla luce di questa stella facevano riferimento ne è evidente dimostrazione. Come scrive North: “Sarà solo brevemente fatto notare, in relazione all’architettura funeraria, che una linea approssimata nord- sud era associata al corso della stella Deneb…” (J.North: 1997,42). 

Deneb, infatti, doveva costituire un oggetto privilegiato per offrire un aggancio alla sfera celeste alle anime come si è tentato di suggerire nelle precedenti osservazioni. Se questa stella da tempo (10.000 circa) non poteva reclamare il suo ruolo di polo celeste, tuttavia il suo comportamento era tutt’ora in qualche modo “polare” perché fissava stabilente la direzione del Nord, rimanendo costante nei millenni la sua posizione al tramonto.

Per dare solamente un’idea di quanto apparisse immobile la stella nel suo estinguersi all’orizzonte, basti dire che nel 4.200 a.C. la sua declinazione (distanza angolare) dall’equatore celeste era quasi di 37° e mantenne questa posizione pressoché immutata per millenni, variando di pochi decimi di grado in un largo lasso temporale, per infine discostarsene di una quantità apprezzabile solo nel 200 a.C. (a 39°). Ciò accadde quando gli ideatori della cultura dei tumuli non esistevano più. La stabilità di questa stella e della relativa costellazione consente di supporre che i rituali ad essa connessi, fossero praticati per diversi millenni da gruppi umani piuttosto consistenti, anche nella considerazione Wayland’s Smithy si trova in prossimità di centri che furono sede di un’intensa e costante attività umana. Il folclore locale, che ci preserva l’essenza della dottrina, pur a distanza di millenni, è in grado di evocare la persistenza di questi eventi nella memoria delle genti mantenendoli relativamente integri.

Così un’associazione diretta tra i cigni e la trasmigrazione delle anime verso nord può essere rinvenuta dalla tradizione della popolazione delle Isole scozzesi occidentali che considerava i cigni urlatori (ma anche le oche selvatiche), che ogni primavera dall’Irlanda migravano verso nord nelle loro terre d’origine, come trasportatori delle anime dei morti verso il paradiso iperboreo.

Il nord è quindi la direzione del cigno, nella sua funzione di uccello psicopompo, che conduce le anime verso il compimento del loro destino ultraterreno.

Per questo il cigno rappresentava per questi popoli settentrionali l’emblema congiunto del polo celeste (inteso come costellazione che comunque partecipa delle virtù della polarità anche in epoca successiva alla sua dislocazione strettamente polare) e del viaggio celeste dell’anima in un paradiso comunque “reversibile” (quello che abbiamo indicato in precedenza come sid), dal quale provenivano i messaggeri celesti.

In questo contesto si inserisce il tumulo di Wayland’s Smithy di cui si è accennato in precedenza), uno dei monumenti meno appariscenti ma meglio conservati dell’originaria cultura dei tumuli del Wessex, che fa parte di una sorta di gotha di tumuli che furono costruiti e mantenuti per lo scopo che si è precedentemente precisato. Il puntamento su Deneb coinvolge altre strutture come già detto. Scrive North a proposito dei tumuli gemelli di Skendleby 1 e 2:”Questi tumuli gemelli ci comunicano un insegnamento oggettivo sull’importanza della precisione, che può essere illustrata meglio dal fatto che, mentre i tumuli differiscono nella loro direzione di soli pochi gradi e hanno le stesse forme e dimensioni, la stella Deneb era implicata nel progetto dell’uno ma non dell’altro”(J. North: 1997, 137).

Il tumulo di Wayland’s Smithy, da cui siamo partiti, ci offre un esempio di come furono messe in atto queste concezioni “primitive” (ma perfettamente persistenti anche nelle religioni evolute) circa il dinamico destino del viaggio dell’anima nell’aldilà. Come appena detto esso è concepito con grande precisione facendo in modo che, in maniera del tutto magistrale, esso possa imbrigliare la luce delle stelle di entrambi gli emisferi, il boreale e l’australe. In ordine al funzionamento di questa macchina stellare, si può osservare che per quanto riguarda l’emisfero boreale, essa appare stabilmente ancorata a Deneb, attraverso l’allineamento di tre pilastri della struttura del tumulo, mentre, per quello australe, i pertugi litici permettevano il passaggio della luce delle stelle più luminose della Croce del Sud, vera controparte simbolica dell’allineamento boreale. Queste stelle sono poste all’estremo opposto della galassia, ed erano visibili all’epoca nel sud della Gran Bretagna.

Forse questi asterismi e tutti gli altri che il sito tiene sotto controllo formano un sistema di riferimenti in direzione di due diverse collocazioni delle anime, come singolarmente si verificava anche presso gli Inca.

Infatti, benché essi alle loro latitudini non vedessero affatto le stelle dell’emisfero boreale, nutrivano grande devozione per il nord celeste e nello specifico per la costellazione del Cigno, immaginando che vi fosse l’alternativa per le anime di raggiungere due luoghi attraverso due passaggi diversi (quasi una “ricollocazione” stile porfiriano- delle due porte celesti) di cui una situata una all’estremo nord e l’altra all’estremo sud, in coincidenza delle due fessure cosmiche settentrionali e meridionali.

Scrive North, nella sua sintesi sulla rete di allineamenti stellari individuati dal tumulo di Wayland’s’Smithy di cui abbiamo selezionato solo una parte:

Se si considera l’importanza di Deneb, possiamo azzardare la supposizione che fosse connessa al fatto che nessun’altra stella più brillante di lei sorgeva e tramontava più vicino al punto più settentrionale dell’orizzonte. Allo stesso modo nessun’altra stella più luminosa di Alpha Crucis (cioè la stella più luminosa della Croce del Sud), sorgeva e tramontava più vicina al punto più meridionale dell’orizzonte fino a quando smise definitivamente di sorgere nel cielo di Wayland’s Smithy”. (J. North:1997 691, nota 6)

Questo elemento, puramente astronomico, riceve un importante contributo chiarificatore se relazionato al patrimonio etnografico locale sviluppato intorno al tema del cigno. Per ragioni di spazio, saltiamo subito alla sintesi di un lungo racconto folklorico proposta da A. Collins e che riguarda le vicende connesse all’edificazione del luogo. Il protagonista di tale racconto è un fabbro mitico (i fabbri sono anche sciamani), singolare ladro rituale di piume di cigno. Ecco quindi in che cosa si ravvisi l’essenza della vicenda:”Quindi la connessione fra Wayland (o Voland il fabbro mitico ndr) e Wayland’s Smithy costruito circa 4000 anni prima dell’arrivo degli anglosassoni, esemplifica la relazione tra le fanciulle-cigno e il volo magico e suggerisce che l’allineamento del sito verso Deneb fosse indicativo di riti sciamanici durante l’era neolitica.” (A. Collins 2011:146-147).

A seguito di ciò è necessario richiamare il tema di questo paradiso e dei suoi messaggeri in una sintesi che unisce, in maniera coerente, Miranda, la protagonista di Picnic ad Hanging Rock, i tumuli inglesi con i loro allineamenti “paradisiaci” e infine il tema celtico del sid, e questo sarà il tema della successiva sezione in cui è diviso questo intervento.

Si tratta di un complesso di idee di fortissima pregnanza che trovano il punto di giunzione tra Paleolitico e Neolitico in alcuni tumuli mesolitici, quali la tomba posta nel cimitero neolitico di Bogebakken a Vedbaeck in Danimarca. Qui i corpi di una giovane donna e di un neonato sono sepolti con un orientamento secondo l’asse nord-sud e sono avvolti da una possente ala di cigno esplicando così il volatile un’evidente funzione di psicopompo.

Uno specialista dell’archeologia danese, Steven Mithen scrive: “Fra le popolazioni Saami dell’Europa settentrionale del XIX secolo, i cigni e gli uccelli selvatici erano i messaggeri degli dei. Essi, dopo tutto, potevano camminare sulla terra, nuotare nell’acqua e volare nel cielo- perfettamente capaci di muoversi tra mondi differenti. Forse le popolazioni del mesolitico riverivano i loro cigni nello stesso modo lasciando che uno di loro accompagnasse quel povero bambino nell’ultramondo dove poteva vivere la vita negatagli sulla Terra” (A. Collins: 2011, 141).

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(Articolo di Antonio Bonifacio tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_29_2013_a5.pdf)

Indirizzo internet: http://www.simmetria.org/
 

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (2° PARTE)

di Antonio Bonifacio

La grotta dello sciamano (Lascaux 16.500 a.C.)

“Non si ripeterà mai abbastanza quanto abbia danneggiato gli uomini del Paleolitico medio nello spirito moderno la leggenda dell’individuo che si ritirava nelle grotte al momento in cui il freddo si faceva pungente”.

(A.Leroi Gourhan: Il Gesto la parola, vol 1°, 122).

La grotta è il principale simbolo sonoro…ed è anche il posto nel quale possono trovarsi i massimi effetti acustici ambientali. Per questo motivo la grotta è la fonte dalla quale scaturisce l’universo, la bocca aperta degli dei cantori, la sede dei morti e dei suoni capaci di incantare. I Templi e le chiese, con la loro struttura sonora, ne sono un’imitazione.

(Walter Maioli, paleorganologo).

In questa seconda parte la nostra esposizione prende i binari di una trattazione vera e propria e principia con una riflessione che scaturisce dalla meditazione su reperti che si collocano al fondo di un abisso temporale, provenendo da un mondo davvero ormai lontanissimo dal nostro.

Di questo mondo radicalmente “religioso” il riconosciuto protagonista è lo sciamano. Questa è una figura particolarmente longeva nel contesto del panorama storico religioso universale e oggi ne scorgiamo pienamente i tratti anche in epoche davvero immerse nelle nebbie del tempo, dove, fino a pochi decenni fa, non ci saremmo certo attesi di trovarlo.

Infatti, se già la tradizione etnologica ed etnografica ce ne offriva testimonianza in ere comunque lontane, un ulteriore salto nel passato è stato oggi compiuto collocando la sua figura direttamente nel paleolitico superiore, come dimostrano gli studi e le scoperte più recenti che continuano a retrodatare la sua presenza nel mondo. (cfr. sul tema complessivo dell’arcaicità dello shamano il fondamentale volume di Jean Clottes e David LewisWilliams, Les chamans dans la préistoire).

Com’è noto il tratto distintivo del suo operare si concreta nell’estasi, in cui l’anima (comunque la si voglia intendere) distaccata dal corpo, si reca in prossimità dell’albero del mondo e li sale e/o discende nelle regioni celesti o in quelle infere, a seconda dei compiti (sempre pericolosi) che questo viaggiatore animico si è assunto presso la comunità in cui agisce. 

Questo albero traduce simbolicamente la Via Lattea, ovvero la Galassia. Percorrendo, estaticamente, le “stazioni” dell’uno (l’albero), per analogia simbolica è come se si percorresse l’Altro (la via della Galassia fino al polo celeste).

Di uno dei suoi compiti prioritari ci offre testimonianza esemplificativa Eliade che ne scrive: “I Goldi, i Dolgan e i Tungusi affermano che, prima della nascita, le anime dei bambini sostano come piccoli uccellini sui rami dell’Albero Cosmico e gli sciamani salgono a prenderle. Questo aneddoto mitologico non è riportato soltanto in Asia centrale settentrionale: è narrato, ad esempio, in Africa e Indonesia” (M. Eliade: 1974, 509-510).

E’ proprio dalla consultazione di alcune precocissime immagini rupestri, che possiamo intravedere sorprendenti scorci di un complesso mondo spirituale, sovrapponibile a quello appena prospettato da M. Eliade. Qui questo intermediario spirituale appare già pienamente operante e capace di agire secondo una sua lucida logica che era organizzata secondo la trasparente visione del mondo invisibile da questi percepita. 

Ciò ci conferma che il percorso di questo operatore sacrale appare pressoché immutato rispetto a ciò che già di lui si conosceva. Il suo agire sarebbe comunque stato finalizzato al compimento di un viaggio celeste la cui meta si concretava nel raggiungimento di un peculiare punto del cielo contrassegnato da un raggruppamento di stelle che rappresentano la catasterizzione pressoché ubiquitaria di un volatile.

Come evidenzia un ricercatore John North (J. North: 1997, 689-690, nota 3) nella circostanza saremmo di fronte a un arcaico processo di identificazione, tra specie animali e alcuni raggruppamenti stellari (già costellazioni?) di significativa collocazione spaziale, avvenuto ben prima di quanto finora si sospettasse.

Fig.1 – La grotta di Lascaux, oggetto della nostra breve disamina, è, come quasi la totalità degli ingressi delle grotte del paleolitico(122 su 130), orientata verso il sole. A Lascaux il sole penetra nell’antro solo al tramonto del solstizio estivo.

Fig.2 – La sala dei Tori della grotta si presenta come un meraviglioso planetario in cui le sagome degli animali troverebbero un’identificazione con le costellazioni la cui iconografia si è consolidata successivamente. Questo almeno secondo quanto prospettato dagli studi dei ricerca tori Chantal Jegues Wolkiewiez e Luis Antequera Congregato. I risultati delle loro ricerche e alcune delle loro irrefutabili osservazioni, sono, almeno in parte, riconosciuti dalla comunità scientifica.

Si tratta di arcaiche ideazioni simboliche, i cui meccanismi d’ordine spirituale continuarono a operare successivamente, sia nelle culture mediorientali, che in quelle europee, giungendo pressoché alle soglie della contemporaneità. Lo affermiamo a ragione veduta in quanto nel pieno dell’età scientifica si continuarono comunque a riprodurre sugli atlanti stellari gli esseri della mitologia, insieme a simboli nuovi e, a volte, assai bizzarri (es. Uranografia di Bode, del 1802).

Solo di recente il cielo è stato per sempre svuotato dei suoi soggetti e oggetti di meditazione e di essi, nelle 88 costellazioni più o meno arcaiche presenti negli atlanti, rimase solo il nome.

Uno di questi ci interessa con particolare fervore ed la ragione della stesura di queste osservazioni. Si tratta di un peculiare asterismo ben visibile alle nostre latitudini volgendo lo sguardo verso lo zenit del cielo nelle serate estive. Qui, insieme ad altre significative stelle, brilla il Cigno, una caratteristica costellazione a forma di croce. Questo gruppo di astri era indicato nell’Ellade arcaica con il nome di Ornis, “uccello”, ciò fino a quanto Eratostene qualificò più precisamente questo asterismo attribuendogli il nome specifico di Cigno.

Una costellazione che contiene bellissimi astri e che ha la sua stella di più forte magnitudine in Deneb (22° stella più luminosa del cielo). Essa, come si vedrà, è stata oggetto di una prolungata attenzione mitologica e sarà in qualche modo protagonista delle successive riflessioni.

Il Cigno, com’è noto dalla densità delle sue presenze mitologiche, è un volatile di ragguardevole complessità simbolica, diffusamente presente nella simbologia delle religioni arcaiche, ma anche in quelle storiche. E’ noto il suo carattere di volatile migratore che percorre annualmente le rotte congiungenti il nord e il sud del mondo. A questi uccelli si associavano altre varie specie e più specificamente oche e anatre selvatiche che, proprio per il loro identico comportamento migratorio, ricevettero anch’esse in tempi arcaici identica attenzione mitologica. Questi stormi, una volta composti da un numero sterminato di esemplari, formavano vere e proprie scie bianche nel cielo a volte di tale uniforme spessore da velarlo quasi completamente.

All’uomo di allora, questo meraviglioso e ininterrotto corteo celeste che percorreva i cieli come un candido fiume, congiungendo, con precisa periodicità, l’ineffabile Nord iperboreo con il Sud, accompagnato da una coltre fittissima di piume, abbondante come neve, apparve evidentemente come l’omologia più pregnante del fiume uranico che fungeva da mediatore di mondi.

Si parla, nella circostanza, dell’arco luminoso della Galassia che abbracciava i due emisferi congiungendo, senza soluzione di continuità, la grande Croce del Sud, con quella del Nord e che, intersecando l’eclittica in precisi momenti solari dell’anno, realizzava quel peculiare implesso armillare, che gli studi del
duo de Santillana-von Dechend, hanno mostrato come un mitologema costante, incastonato nelle mitologie conosciute e fonte di una retrostante rituaria salvifica di stupefacente complessità.

Le vie dei cieli erano tutt’altro che perennemente disponibili e perché le si potesse percorrere era necessario che varie “porte” fossero aperte. Lo sciamano, per conseguenza delle sue capacità di conduzione dell’anima, era in grado di porsi in interiore omologia con le geometrie spaziali suggerite dall’osservazione del cielo, sperimentando l’esistenza “di quel cielo interiore che ci portiamo dentro”, che è la fonte di ogni omologia.

Fig.3 – La mappa precessionale del cielo boreale e australe ripartita per semiperiodi del “grande anno”. Deneb fu la polare all’incirca 17.500 anni fa come può vedersi scorrendo idealmente l’orologio delle ere.

Possiamo immaginare che egli, come già detto, si appoggiasse visionariamente a un albero specifico, considerato l’albero del mondo, trasposizione dell’albero della galassia, e ne percorresse il tronco contrassegnato da 7 o 9 tacche, come se queste rappresentassero le porte dei cieli di un mondo spirituale essenzialmente geocentrico.

Ma 17.000 anni fa accadeva qualcosa di estremamente significativo, di cui tra poco si dirà. All’epoca, infatti, come già detto, un astro contrassegnava, con un certo margine di approssimazione il punto polare del cielo, il perno della macina del mondo. Si tratta appunto della già citata Deneb (coda di gallina secondo la lingua araba) che rappresenta l’occhio del Cigno in alcune mappe, e la coda del Cigno in altre. Essa, con lo scorrere delle ere, pur rimanendo circumpolare alle alte latitudini, perse il suo ruolo e altre stelle (a volte) la sostituirono, ma per ciò che c’interessa evidenziare essa all’epoca rappresentava la meta ultima di ogni viaggio celeste: da qui la sua assoluta importanza nei secoli.

Per effetto del lento vorticare della ruota celeste su sé stessa, l’asse terrestre, proiettato idealmente in cielo, forma, in un arco di tempo ben conosciuto già dall’antichità, un caratteristico cono spazio-temporale, rappresentante quel fenomeno astronomico denominato precessione degli equinozi. Precessione perché il movimento apparente delle stelle e quindi delle costellazioni è contro-solare.

In periodi di tempo assai vasti, questa ideale matita cosmica, che traccia un’ideale circonferenza ondulata nei cieli (per effetto del moto di nutazione) incontra una stella visibile dalla terra. Questa diverrà la polare di un’epoca, il segno identificativo del polo celeste. Odiernamente il polo poco si discosta dall’ultimo astro della coda dell’Orsa minore, che è la più luminosa dell’asterismo.

Questo astro, rimarcherà la posizione polare ancora per centinaia di anni e, naturalmente, dopo il periodo di ulteriore ravvicinamento odierno, se ne discosterà poi progressivamente nei millenni a venire.

Deneb e il Cigno non smisero però, alle alte latitudini, di partecipare alla qualità spirituale delle Imperiture, continuando comunque a esercitare in ogni caso la loro attrazione nella mentalità dei popoli. La costellazione era, infatti, collocata in un punto altrettanto significativo dell’immaginario simbolico, visto che era posta nella prossimità del suo grembo oscuro, il punto denominato dall’astronomia moderna Grande Fenditura del Cigno, la dove, come due fiumi celesti si dipartono due divaricazioni luminose, che si ricongiungono in prossimità della costellazione dello Scorpione.

Nelle religioni storiche traspare in diverse occasioni la circostanza che il raggiungere la stella polare rappresenti il compiuto decondizionamento per sfuggire agli effetti della “ruota degli inganni”, come nel paragrafo precedente si è tentato di evidenziare.

Vogliamo riprendere una riflessione di Snodgrass, relativa a questo ordine di considerazioni (sia pure riferite al sole stazionario come “uscita dal tempo”), che così si esprime sul tema: “II sole stazionario e istantaneo sta allo zenit della volta celeste, alla sommità dell’asse del mondo. Risalendo l’asse e passando attraverso il Sole all’apice si raggiunge la liberazione dal mondo sensibile e si accede al mondo intellegibile” (A. Snodgrass: 2008,96).

Ci si domanda: quanto ragionevolmente possiamo risalire indietro, per comprendere di quanto possono essere arcaici i tratti di questa psicocosmogeografia spirituale?

Evidentemente senza documenti e in assenza della macchina del tempo non sapremo mai quando l’uomo abbia manifestato questa strutturata nostalgia per il Nord, baricentro stazionario del cosmo, e, a specchio, anche dell’uomo, che, raggiunto il proprio nord interiore, non è più soggetto al mutamento.

Si tratta di un “luogo dell’essere” contrapposto al divenire ciclico, testimoniato dal solenne vorticare dei cieli, pur esso partecipe in forma indiretta dell’eternità decondizionata cui allude il Buddha.

Questo non impedisce però di indagare indietro nelle ere, tentando di scrutare i pensieri di un’umanità che ci ha preceduto millenni orsono, che riteniamo convintamente fosse più prossima all’esperienzialità del mondo spirituale di quella degli uomini dei millenni e dei secoli a loro successivi. Del resto non fu Le Corbusier ad affermare che non esiste l’uomo primitivo ma esistono dei mezzi primitivi?

Questa collocazione è di grande importanza e ora, grazie agli studi paleo- astronomici di Michael Rappenglueck e altri, siamo in grado di avvicinarci ad alcune manifestazioni di pensiero dell’uomo arcaico, con mentalità più aperta e affatto condizionata dall’ideologia progressista contemporanea che ha bisogna di vedere, nelle ere trascorse, la figura semiferina del “primitivo” per giustificare la barbarie spirituale del presente.

Lo scopo del nostro cenno riguarda il commento di una delle immagini più note della preistoria, ovvero lo sciamano rappresentato in quella peculiare zona di Lascaux, significativamente denominata abside.

Questo è l’evento straordinario accaduto 17.000 anni fa, cui si alludeva, straordinario per il valore di testimonianza che assume ai nostri occhi, sempre bramosi (in quanto moderni) di documentazione oggettiva da sceverare.

Che l’intera scena, pur carica di ambiguità, concerna un aspetto della pratica sciamanica è asseverato da diverso tempo. A tale proposito possiamo tranquillamente riferirci a Mircea Eliade, notissimo studioso delle religioni arcaiche, che ha proposto sul tema una sua brillante interpretazione e una convincente bibliografia aderendo, di massima, all’interpretazione sciamanica fornita da Horst Kirchner (M. Eliade, 1979, vol. 1° pag. 29-30)

Chi dice sciamano dice, evidentemente, estasi e chi dice estasi sa che, per questo operatore sacrale, l’estasi si concreta, non solo nella mera usci
ta da sé, ma nella possibilità della sua “anima” di procedere lungo un itinerario preciso, ossia di guadagnare le concentriche sfere celesti, superando di volta in volta i limiti di ogni cielo, spesso facendosi largo tra terribili ostacolatori, per raggiungere infine il polo. In altre parole, come qualcuno disse seccamente: le porte del cielo vanno violate.

Si tratta di un universo assolutamente geocentrico la cui esistenza non è frutto dell’ignoranza eliocentrica. Questa conformazione “tolemaica” è propria dell’astronomia arcaica in cui, come scrive H. Corbin: “non sono le sfere immaginate nei cieli astronomici l’essenziale per spiegarne i movimenti, ma il movimento interno del pensiero, anteriore alla genesi dei mondi, cioè il movimento dei Cieli invisibili conosciuti da un’astronomia spirituale in grado di sopravvivere alle vicissitudini di un’astronomia fisica nella quale si era espressa. Ancora il ricercatore scrive:E’ capitato che degli storici ridicolizzassero tale universo gerarchizzato in Sfere concentriche, senza percepire l’Imago mundi trascendente di cui questo sistema del mondo è la proiezione. (cfr. H. Corbin: 2011, 66-67).

Fig.4 – La celebre ed enigmatica immagine del pozzo (abside) di Lascux cui solo in tempi relativamente recenti è stato attribuito un carattere sciamanico. La sua interpretazione da parte degli studiosi ha fatto davvero scorrere i proverbiali fiumi d’inchiostro.

Fig.5 – Lo studioso tedesco Michael Rappenglueck non solo ha assorbito l’insegnamento di Eliade circa l’estasi come viaggio celeste, ma anche proposto una topografia spaziale per indicare il luogo di destinazione di questo longevo operatore sacrale, da ricercare nel “cielo che ci portiamo dentro” osservando il cielo di fuori. Qui, nel “fondo” dell’immagine, sarebbe presente una sotto-immagine, un metatesto simbolico ossia la topografia di una cosmologia sciamanica. I tre occhi (dell’uomo, dell’uccello e del bisonte ferito) congiunti idealmente insieme compongono il “triangolo estivo” che ha in Deneb la polare.

Se in Eliade riconosciamo uno dei più accreditati sostenitori dell’ipotesi sciamanica, altri autori, nel tempo, sono entrati ancora più in dettaglio nell’interpretazione di questa scena, ipotizzandone una soggiacente struttura “psicoastronomica”. Del resto le figure presenti in Lascaux sono, per molti ricercatori, espressione di simbolizzazioni astronomiche, rese in forma animalesca. Lascaux in altri termini sarebbe un gigantesco planetario preistorico.

Pertanto, quando la coppia de Santillana Von Dechend, al termine dei loro studi, raggiunse l’eclatante conclusione che nelle mitologie arcaiche gli animali sono stelle, tale risultato se assunto come assioma e quindi aderendo alla loro convincente dimostrazione, a maggior ragione si dovrebbe estendere anche all’arte rupestre, espressione veritiera di arcaiche catasterizzazioni.

Gli animali quali stelle e costellazioni dell’arte rupestre rappresentano, seguendo in ciò la logica della ‘evoluzione regressiva’ proposta dalla coppia di ricercatori, l’origine stessa delle mitologie conosciute che ne ereditano pienamente la pregnanza simbolica fino ai tempi storici.

Fig.6 – Una ulteriore esplicitazione del carattere sciamanico proprio dell’astronomia spirituale, quella degli uomini “che vedono il cielo non con gli occhi della carne, né con gli occhi del cielo, ma con gli occhi della propria visione interiore”

Nello specifico, il già citato Michael Rappenglueck, ha, in qualche modo, dato ancor più concretezza alle parole di Eliade e con felice intuizione ha sovrapposto i componenti della scena rappresentata nel pozzo con il cielo dell’epoca sottolineandone le significative coincidenze astronomiche. Vi sono, infatti, caratteristiche specifiche da osservare:

– Gli occhi dei tre soggetti (uccello, uomo, toro, compongono un caratteristico triangolo che vorrebbe rappresentare il triangolo estivo, dove l’occhio dell’uomo coincide con Deneb.

– Lo sciamano in trance è posto in un’angolazione apparentemente innaturale rispetto all’ipotetico orizzonte. La sua inclinazione richiama fortemente, in ambito storico religioso, quella assunta dal corpo di Osiride giacente sulla pendenza di un’elevazione. L’angolo dello sciamano-uccello di Lascaux, rappresenta, secondo gli studi dell’antropologa Felicitas Goodman, l’angolo tipico utilizzato da certe iniziazioni scia
maniche da lei studiate in varie regioni del mondo finalizzate al conseguimento di determinati stati coscienza, di cui questa specialista ha parlato in pubblicazioni dedicate.

– Anche il carattere itifallico accomuna le due immagini con una differenza però sostanziale. Il fallo di Osiride è posto sull’ombelico e quindi nel punto aureo della figura umana e suo “centro”, in una sorta di autorigenerazione (“il nascere di nuovo” giovanneo?), invece il fallo della figura di Lascaux sta dove esso deve stare.

– Un altro elemento che può portare un contributo utile alle considerazioni che si stanno esponendo in questa relazione è la deformazione antropologica che la figura subisce. L’uomo di Lascaux, infatti, è dotato di una testa che sta assumendo una forma d’uccello. Si tratta di una maschera? Oppure stiamo osservando il fotogramma di una pellicola ovvero il “momento” che concreta una transazione teriomorfica (o teriantropia, che significa animale selvaggiouomo, unione del termine greco therion con antrophos), così come è presente in molteplici immagini dell’arte rupestre?

In effetti, osservando le mani deformate ci si accorge che questa ipotesi sembra assumere un maggior valore rispetto alle precedenti interpretazioni. Non saremmo quindi di fronte a un individuo mascherato da uccello, quanto piuttosto dalla trasformazione di un uomo in un uccello, modificazione concepibile in un universo percepito e sperimentato come un’unità vibratile (cfr. M. Schneider:1970, 173).

Fig.7 – In questa immagine si noti il perfetto allineamento a nord ottenuto dai preistorici realizzatori in un pozzo difficilmente accessibile.

Non dimentichiamo il grande potere che offre il suono in merito a questi eventi, riferendoci alla possibilità di “essenziare” la forma fisica di un essere nel suono che la rappresenta, richiamando qui una celebre osservazione dell’etnomusicologo M.Schneider. Egli raccontava un significativo evento accadutogli durante le sue ricerche in piena foresta equatoriale. Qui si avvide che il canto dei suoi accompagnatori era capace di concretare, per mezzo di un modello ritmico straordinariamente lucido, le varie fasi del volo della cicogna, che il ricercatore poteva “vedere”, chiusi gli occhi, in tutti i suoi caratteristici movimenti di volo.

L’etnomusicologo precisa che non si trattava di una precisa imitazione onomatopeica, ma di altro. Il canto dei suoi accompagnatori era piuttosto il suono creatore di una forma dinamica in pieno movimento, ossia:“…la cicogna stessa in volo” (M. Schneider: 1970,159).

L’etnomusicologo precisa che non si trattava di una precisa imitazione onomatopeica, ma di altro. Il canto dei suoi accompagnatori era piuttosto il suono creatore di una forma dinamica in pieno movimento, ossia:“…la cicogna stessa in volo” (M. Schneider: 1970,159).

Esperienze dell’umanità arcaica, ormai forse per sempre perdute nel mondo moderno, come del resto sono del tutto inaccessibili nello studio del mondo preistorico. La loro sopravvivenza in piccoli gruppi umani residuali è solo un indizio della loro possibile esistenza nel remoto passato. 

Non tutto però è congetturale. Il ricorso al suono come elemento portante della scena di Lascaux e quindi della struttura stessa dell’ideologia sciamanica, non è peregrino. Il già citato Horst Kirchner ha interpretato un diffuso e controverso oggetto preistorico, battezzato con il nome “bastone di comando”, come se questi esemplari fossero le bacchette del tamburo sciamanico, la cui esistenza archeologica nella preistoria è comunque ben documentata. Queste bacchette sono da taluno ascritte al rango di strumenti di collimazione astronomica e ciò non sarebbe poi in contraddizione con l’ipotesi sciamanica, ma anzi la suffragherebbe ulteriormente.

I tamburi costituiscono strumenti privilegiati per l’estasi sciamanica in quanto sulla pelle distesa oggetto di percussione, sono rappresentate delle vere e proprie cartografie delle tappe spirituali da compiersi in estasi (M. Eliade: 1974, 391).

Non possiamo omettere di ricordare che le grotte preistoriche erano, in qualche modo, davvero le cattedrali dell’uomo delle origini. Le stalattiti e le stalagmiti costituivano dei veri e
propri litofoni primordiali, che recano ancora impresi i segni delle mani degli esecutori di “spartiti” che rimarranno per sempre sconosciuti e che sono tuttora disponibili a consegnarci i loro suoni primordiali (si “veda” il lavoro svolto dal paleo-organologo Walter Maioli in alcune grotte liguri, Toirano per la precisione).

Non si dimentichi che l’impiego di altri strumenti a osso è riconosciuto persino nell’orizzonte neandertaliano, con il ritrovamento del flauto di Divje Babe detto anche “flautino di Lubiana”, che risale al 45.000 a.C., il quale, insieme ad altri reperti, riporta l’esecuzione di “musica” indietro nel tempo a decine di migliaia di anni. La possibile relazione tra “suono” e “trasformazione” poggia quindi su solide basi.

Scrive A. Collins a proposito della scena di Lascaux: “L’uomo uccello può essere visto come uno sciamano che viaggia in stato di estasi attraverso le varie dimensioni del Cosmo lungo l’asse del mondo e la Via Lattea e raggiunge il reame dell’altro mondo, l’area delle stelle circumpolari e dell’asse del cielo nel Cigno che era situato all’interno della via Lattea nel 14.500 a. c. “. (A. Collins: 2011, 45 )

A tale proposito abbiamo un documento significativo che ci proviene da una fonte etnografica e che troviamo legittimo assorbire nelle presenti considerazioni. Si tratta di un racconto sciamanico tunguso che stabilisce uno strabiliante ponte temporale tra ere lontane, dal momento che si salda con il mito dell’Apollo iperboreo, sovrapponendosi ad esso pressoché perfettamente. 

Al contempo, si può identicamente sovrapporre alla smilza figura rappresentata nell’angusto pozzo della grotta di Lascaux.

Così si legge in questo testo che richiama esplicitamente il carattere di terra senza male degli Iperborei: ”In autunno i cigni migrarono, lo sciamano volò con i cigni oltre il mare (…) Da oltre il mare cominciò poi a dirigersi verso la propria terra dicendo (…) io farò ritorno curerò gli uomini, guarirò i morti”. (cfr. Marco Duichin in Abstracta n. 34).

Viene da commentare: quasi un impegno messianico!

-Infine, tra i molti elementi presenti nel dipinto osserviamo il pennuto posato al vertice di un piccolo palo, verosimile ideazione dell’axis mundi al cui vertice è collocato questo uccello celeste che nel suo viaggio congiunge il cielo con la terra e che rappresenta verosimilmente il compagno del viaggio celeste dello sciamano.

Fig.8 – L’associazione dell’anima con l’uccello posato sull’albero cosmico è ubiquitariamente diffusa presso i popoli antichi dimostrando la persistenza di un tema che affonda in una preistoria davvero irraggiungibile. Qui abbiamo l’esempio egizio, ricordando che nel Libro dei Morti si descrive il defunto come un falco che spicca il volo.

Fig.9 – Il tema è d’altronde parimenti presente in ambito mesopotamico dove lo si rinviene su questo kudurru (pietra confinaria) assiro.

Fig.10 – Un altro documento proposto da A. Collins. Si tratta di due manufatti Yezidi denominati sanjak.

Fig.11 – L’uccello sul palo del pozzo di Lascaux costituirebbe una delle prove più evidenti di una forma di sciamanesimo arcaico, in quanto reca evidenti similitudini simboliche con l’agire rituale dei mediatori sacrali di area siberiana.

Di questo pattern si hanno diverse testimonianze nei secoli fino a giungere alle soglie della contemporaneità. A tale proposito, accostiamo a quanto appena esposto una testimonianza offertaci da un gruppo umano della Manciuria, una tribù dell’etnia tungusa, che ha il suo centro cultuale nella foresta.

Qui gli sciamani hanno organizzato lo spazio del nemeton, secondo le loro esigenze rituali di carattere estatico per cui alcuni pali di betulla, evidentemente assimilati all’asse comico o altrimenti alla “galassia albero” recano alla cima le sagome stilizzate del cigno. Ciò rappresenta un’ulteriore forte similitudine con l’uccello sul palo di Lascaux ad essa posteriore di ben 17 millenni! La presenza di altari in questo spazio rappresenta l’ulteriore conferma della sottrazione ierofanica dei luoghi alla profanità. 

L’illustrazione di questi prodigiosi manufatti simbolici crediamo che valga più di qualsiasi descrizione.

 

La luce del nord (intermezzo)

Il nord come “terra di luce” merita una breve incursione comparativa a causa del carattere ubiquitario che assume la nostalgia della luce iperborea presso le più diverse tradizioni.

Questa rimembranza, appunto, rappresenta il forte tema unificante di svariate esperienze religiose, cronologicamente succedutesi nelle ere sullo stesso territorio. Esse in realtà sono cronosituate in una sorta di contemporaneità, proprio per effetto del tema unificante offerto dalla meditazione sulla luce del nord, che le coniuga tutte, al di là del tempo computato dagli orologi e delle osservazioni degli storici. Nella circostanza si vuole ricordare l’operazione di restaurazione e presentificazione delle antiche dottrine iraniche, compiuta da un grande filosofo iranicoislamico, il visionario Sorhavardi, che fu, in qualche modo, il ripristinatore della filosofia della luce nell’Iran islamico e che ha trovato il suo mentore moderno, quasi fosse un avatar del medesimo, in H. Corbin.

Scrive Corbin, descrivendo il paradiso posto nella terra celeste:” ..Vi sono delle luci increate: è un mondo che secerne la propria luce come quei mosaici bizantini il cui oro illumina lo spazio che essi racchiudono perché cubi di vetro sono armati da una lamina d’oro; ed è un paese senz’ombra, popolato da esseri di luce che hanno raggiunto altitudini spirituali inaccessibili ai terrestri: Sono esseri dell’aldilà; Là dove cessa l’ombra che tiene prigioniera la luce ha inizio l’aldilà, ed è questo il mistero cifrato dei simboli del Nord. Allo stesso modo gli iperborei simboleggiano l’uomo la cui anima ha raggiunto una completezza e un’armonia tali da essere priva di negatività e di ombra, anima che non è né dell’oriente né dell’occidente”. (Corbin: 1971, 48)

Questo stato di assoluta purezza lo si ritrova nella mitologia indiana nella descrizione che riguarda il popolo mitico degli Uttara Kuru. Costoro vivrebbero in un luogo dove brilla costantemente un diverso sole “il sole di mezzanotte”. Questa umanità si compone di coppie di gemelli che tipizzano, in questa loro condizione di “binomialità”, uno stato ontologico di completezza originaria (una sorta di uomini-palla platonici). La configurazione topografica del loro paese è ulteriore dimostrazione. Si tratta di un paradiso situato all’estremo Nord, la cui forma è un quadrato perfetto come il Var di Yama, come le città smeraldine di Jabalqa e Jabarsa, come la Gerusalemme celeste. 

Fig.12 – L’aurora boreale è il fenomeno fisico che simboleggia l’uscita dal pozzo e la risalita al proprio zenith interiore. E’ infine una luce che è fuori di ogni relativismo è il giorno che splende in piena notte e converte quella notte in giorno

In un contesto proprio del mondo iranico, ovvero della filosofia dell’antica Persia sulla cui profondità speculativa si innesta il ramo profondo dell’Islam si concepisce perché l’arcangelo ordini al profeta visionario di spogliarsi della propria veste, ovvero del corpo materiale e degli organi della percezione sensibile, se vuole raggiungere Il polo celeste.

Gli avvenimenti di Eran Vej (“località” del mondo sottile) hanno come sede e organo il corpo sottile di luce. (H. Corbin: 1971, 49). Anche nel buddismo si trova espresso il tema della luce del nord, narrato come una vicenda mitica che riguarda Siddharta.

Qui si narra che alla nascita il Buddha fece sette passi verso nord (uttara, la regione superiore). Al settimo passo si fermò e con una voce simile al ruggito del leone gridò: “Sono al vertice del mondo, sono il migliore del mondo, sono il primo nato del mondo, questa è la mia ultima nascita, per me non ci sarà più nessuna altra esistenza”. Infatti, con quest’ultimo passo Buddha aveva raggiunto la Stella polare a Nord, l’apice della volta celeste, il centro della rotazione della sfera celeste e Porta di uscita del cosmo. Con i suoi sette passi il Buddha si pone al vertice dell’universo, dopo aver percorso le sette direzioni dello spazio, qui immaginate soprapposte come i pioli di una scala sciamanica, coincidenti con le direzioni planetarie.

La settima direzione o settimo raggio è intesa parimenti come il passaggio attraverso la porta del Sole simplegade di cui si è accennato nelle considerazioni precedenti.

Raggiungendo la Stella Polare Egli ha trasceso le condizioni spaziali e temporali ed è tornato al centro originario dell’universo, secondo un programma rituale di revulsione dallo spazio-tempo, su cui Eliade ha portato più volte all’attenzione il lettore nelle sue pubblicazioni. Si tratta di un apparato rituale destinato a sconfiggere il tempo o quanto meno l’illusione del tempo.

Il Buddha è allo zenit dell’universo e anche nel “luogo più antico”, il punto che è all’origine del tempo e perciò può dichiarare di essere “il primo nato, il più antico del mondo”.

Raggiungendo la stella polare è contemporaneo all’inizio del mondo. “Ha abolito il tempo e la creazione, e si trova, ora nell’istante atemporale che precede la cosmogonia” (A. Snodgrass: 2009, 105).

Per concludere aggiungiamo due parole su come intendiamo sviluppare nel prosieguo il nostro discorso. Nelle successive pagine seguiremo la vicenda spirituale degli asterismi che hanno contrassegnato il “polo” cogliendo, nel corso delle ere e delle civiltà, alcuni significativi esempi della presenza del tema presso vari popoli.

Queste testimonianze saranno peculiarmente correlate alla relazione tra destino dell’anima post-mortem e il suo possibile percorso celeste. Un tragitto che l’elemento animico deve seguire per raggiungere il Nord, ritenuto il luogo paradisiaco cui, nostalgicamente, si aspira a fare ritorno. Tutto questo avverrà in una rapida, suggestiva carrellata che, senza rinunciare all’approccio simbolico, unito a un indispensabile contributo scientifico, ci condurrà, in uno snello percorso, dalle ulteriori testimonianze del mondo antico fino nel cuore della Roma augustea.

***

(Articolo di Antonio Bonifacio, tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_28_2013_a5.pdf)

Indirizzo Internet: http://www.simmetria.org/

LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (1° PARTE)

di Antonio Bonifacio

Fig.1 – Immagine di una superficie lacustre habitat preferito del cigno canoro. Gli specchi d’acque e comunque le superfici lucidae sono reputati luoghi di scambio delle “forme” tra questo e l’altro mondo. Tale immagine sembra sovrapporsi alle parole di un passo del poemetto Lo scudo di Eracle là dove si narra di un luogo sperduto posto in prossimità dell’Oceano “dove i cigni dall’alto volo mandavano forti canti nuotando in gran numero sul pelo dell’acqua”

“Si vede che io, in fatto di divinazione, vi sembro molto meno dei cigni, i quali, quando sentono che devono morire, pur cantando anche prima, in quel momento tuttavia cantano i loro canti più lunghi e più belli, pieni di gioia, perché stanno per andarsene presso quel dio del quale sono ministri (Apollon). Invece gli uomini, per la paura che hanno della morte, dicono menzogne perfino sui cigni, e sostengono che essi, cantando il loro canto di morte, cantano per dolore. E non riflettono sul fatto che nessun altro uccello canta quando abbia fame e freddo e lo affligga qualche altro dolore, nemmeno lo stesso usignolo né la rondine né l’upupa, i quali si dice che cantino per sfogare il loro dolore. Ma a me pare che né questi uccelli, né i cigni cantino per sfogare il loro dolore. Anzi, credo che i cigni, poiché sono sacri ad Apollo, sono indovini; e avendo la visione dei beni dell’Ade, nel giorno della loro morte cantano e si rallegrano più che nel tempo passato. Ora, anch’io mi ritengo compagno dei cigni nel loro servizio, e sacro al medesimo dio, e ritengo di aver avuto dal dio il dono della divinazione non meno di essi, e quindi non dover andarmene da questa vita più tristemente di loro”.

(Platone: Il canto dei cigni (Fedone 84 e, 85 b) 

Introduzione (L’Apollo greco e le sue origini)

Il racconto dell’Apollo iperboreo che, aggiogato alle briglie del suo carro celeste uno stormo di cigni, percorre i cieli è assai arcaico. Questi volando come frecce, lo conducono periodicamente dal Nord al territorio ellenico fino all’isola galleggiante di Delo e viceversa. Tale descrizione, ben rappresentata in diversi esemplari di antica ceramica attica, conferisce al dio solare i tratti di un comportamento francamente sciamanico, come ben sintetizzò Marco Duichin, sulla scorta di studi precedenti, in un indimenticato e indimenticabile articolo comparso sulla rivista Abstracta (Apollo il dio sciamano venuto dal Nord, in n.39), al quale siamo riconoscenti per i numerosi suggerimenti in esso contenuti, che ci hanno consentito la stesura di questa relazione. Il tema iperboreo non si concentra solo su questo esemplare unico. Altri esempi di relazione con i cigni possono cogliersi anche in manufatti ceramici più arcaici risalenti al VI° secolo a. C. Apollo, infatti, si presenta come le stesse caratteristiche di questa inossidabile figura, caratteristica dell’orizzonte magico religioso dell’umanità. Egli è musico- poeta e veggente insieme, nonché medico guaritore e arciere, che “viaggia” come Abaris (con la freccia magica donata da Apollo appartenente alla sua faretra) e Aristea (cui Apollo ha conferito la possibilità di trasformarsi in corvo) in remote contrade settentrionali con l’ausilio di un corteo di cigni: animali compagni e cavalcatura magica insieme, perché la contrada di Apollo non può essere raggiunta, né andando per mare, né a piedi per terra. Dalle sue caratteristiche sciamaniche, i suoi attributi: la lira e l’arco. 

Fig.2 – Disegno tratto da una idria a figure rosse risalente al V° sec. a.C. custodita nei Musei Vaticani. Assiso su un tripode volante, ornato con ali di cigno, Apollo ci appare munito di faretra e di arco. Egli proviene da un paese al di là del mare e giunge ai lidi greci per ordine di Zeus

Il legame di questo dio della luce con i cigni, ci è attestato dalle opere di molti autori. Citiamo qui uno scritto di Ecateo di Abdera autore di un‘opera, Sugli Iperborei, pervenutaci in frammenti. Qui si narra che i tre figli di Borea (il gelido vento che soffia sui monti della Tracia) rendono il culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originali dei monti Rifei, monti posti all’estremo nord, che erano stati già menzionati da Ecateo di Mileto in una sua opera dedicata agli Iperborei.

La sintesi della vasta mitografia apollinea, relativa ai rapporti del diosciamano con le contrade del nord, la troviamo in Plinio (in Nat. Hist, 8894) e con l’occasione ricordiamo il pensiero di Eliade circa l’origine di questi operatori sacrali: “gli sciamani nascono nel nord” (M. Eliade: 1974, 57).

Plinio, nel suo discorrere sul tema, intreccia fonti e tradizioni diverse che rimandano tuttavia, al fondo, all’idea di un’imprecisata “isola d’ambra”, posta in un oceano settentrionale al di là dei monti Rifei, oltre il vento del Nord, in prossimità della misteriosa “terra delle piume”, ove si credeva che fosse il cardine del mondo e terminassero i confini del cielo. E’ in questa favolosa regione -così simile all’antico giardino di Apollo- così come raccontato da Sofocle –che egli collocava gli Iperborei: si tratta di veri e propri a
bitanti di un remoto aldilà, in cui soltanto gli sciamani potevano penetrare nel corso del loro viaggio estatico.

Apollo sarebbe quindi un dio del Nord, anzi un “dio sciamano”, importato in una certa fase della storia elladica, sostanzialmente estraneo alla koiné culturale propria della “grecità”, così come ce la siamo rappresentata per lungo tempo. Egli svela la sua sospetta natura in alcuni esemplari di vasellame, come appena ricordato all’esordio, il cui valore documentario è stato per molto tempo dimenticato e/o sottovalutato dai grecisti (su vari esempi di ciò, si veda l’articolo di Marco Duichin appena ricordato).

Giorgio Colli, all’epoca della pubblicazione del suo fondamentale scritto, dedicato appunto alla Sapienza, così come gli Elladici la concepivano alle origini, delineò precisamente i tratti di questo ambiguo personaggio celeste considerandolo quale portatore di sapienza, ma di una sapienza intesa come mania, del tutto al di fuori di quella connotazione razionale della stessa, come fu immaginata da certi studiosi germanici. Furono proprio essi che posero le basi di quell’antinomia simmetrica che contrapponeva Apollo a Dioniso. Studi successivi, quali quelli di Colli, dimostrarono che tale opposizione non avesse ragion d’essere e che per entrambe le figure divine si poteva parlare di déi che, con modalità diverse, erano entrambi portatori di una sapienza e una conoscenza assai peculiari. 

Fig.3 – “Dall’arte arcaica fino al tardo ellenismo, nelle composizioni figurative di pittori e scultori, nei rilievi, negli specchi, nei bronzetti, l’immagine di Apollo ricorre innumerevoli volte come simbolo perfetto della più limpida e radiosa grecità, quasi a volere testimoniare visivamente la predilezione di un intero popolo per l’intellegibile, il determinato, il misurabile, opposti al fantastico, al vago, al senza forma”. Quest’osservazione di E. Fraenkler sposa perfettamente lo spirito dell’Apollo del Belvedere ripreso nell’immagine, ma è in netto contrasto con le risultanze degli studi più recenti sull’origine “straniera” di Apollo.

Apollo porge una sapienza obliqua, oracolare, che discende dal responso divinatorio. Si tratta di un sapere che non si svela al primo ascolto, ma che deflagra d’improvviso nella mente di colui che ha l’ardire di interrogare la numinosa figura, offrendo egli a questi, per intermediazione, anziché una verità immediatamente fruibile, un enigma da risolvere. Solo sciolto questo nodo la verità infine si svela, illuminando la mente con un responso veritiero che è al di là dello steccato della comprensione logica.

In sintesi, come splendidamente sintetizza Giorgio Colli: “Ciò che Apollo suggerisce non è conoscenza luminosa, ma un tenebroso intreccio di parole” (G.Colli:1977,47).

A Dioniso invece compete il sapere iniziatico come Platone ci riferisce nel Fedro. Pertanto mentre il devoto apollineo fuoriesce da sé, per grazia del dio e così contempla una verità che altrimenti non avrebbe conosciuto, l’iniziato eleusino, prototipo del miste dionisiaco, fa entrare il dio in sé acquisendo anch’egli verità altrimenti irraggiungibili.  In estrema sintesi: ad Apollo l’estasi, a Dioniso la trance. 

Apollo è una deità dai caratteri complessi e poliedrici che appare strettamente legato al simbolo solare, costituendone l’astro una peculiare epifania. Per alcuni autori del mondo classico si tratta in verità di un “sole” insolito, che non si identifica affatto con il “sole fisico”, rappresentato piuttosto da Helios, l’astro proprio dell’astronomia percepita dagli organi di senso. Qui, infatti, non si allude all’astro visibile che percorre quotidianamente i cieli, ma a un altro invisibile sole, il ché, in relazione alla intrinseca luminosità propria di una stella, può suonare come un improbabile ossimoro. Ad Apollo è stato, infatti, attribuito un astro zenitale, detto altrimenti sole stazionario, la cui luce si rivela pienamente solo dopo aver oltrepassato il regime dei sensi, e quindi appunto nell’estasi.

Il Sole stazionario si configura come quindi come una stella del tutto invisibile, facente di un altro settore della realtà sottratto all’esperienza sensibile. Pertanto, mentre il sole fisico si muove lungo l’anello dell’eclittica congiuntamente ai pianeti, il Sole metafisico sta immobile nel punto centrale della cupola del cielo. In una sola circostanza e in un solo luogo il Sole invisibile e quello visibile si trovano a “coincidere”. Ciò avviene al mezzogiorno di due solstizi alla latitudine dei tropici. Qui il sole visibile si trova allo zenit e occupa per un istante atemporale la medesima posizione che il sole stazionario occupa perennemente. 

Platone e Plutarco ben conoscevano la portata metafisica di questo simbolo al punto che quest’ultimo arrivò a irridere coloro che non sanno distinguere Apollo, cioè il sole divino, da Elio, il sole visibile. Esso è come il “corpo” del primo, mentre Apollo ne è l’anima.

Platone scrive: “il corpo di Elio è visto da tutti, ma la sua anima da nessuno” (Leggi 898 d). Pretestato, vissuto al tramonto del mondo classico, appena prima che il conflitto tra paganesimo e cristianesimo deflagrasse pienamente, era profondo conoscitore della dottrina rituale romana nei suoi aspetti più occulti e riservati. Egli ebbe a stendere i lineamenti di una vera e propria teologia solare, secondo la prospettiva sopra delineata e che ci illumina sugli aspetti più segreti delle concezioni classiche sul tema.

Macrobio parla appunto nei Saturnali di questo “Trattato sul Sole”, compilato da Pretestato. In questa descrizione l’astro è collocato al centro del panteon, le cui divinità altri non sono se non manifestazione individualizzata di un “Unico Essere Supremo”. (cfr. Marijastina Kalhos: 2010; 193-194). 

Il cristianesimo pare ereditare in qualche modo i lineamenti di questa teologia solare individuando nel Cristo il Sole metafisico, come del resto consimili richiami al sole stazionario si rinvengono in altre culture religiose per esempio presso gli Ebrei e gli Islamici. Questi ultimi lo definiscono “sole dei cuori”, il che induce immediatamente a pensare alle innumerevoli immagini “devozionali “ cristiane rappresentanti cuori raggianti e fiammeggianti (cfr. A. Snodgrass: 2009; 88-90).

Il filosofo ebreo Filone, influenzato appunto dal pensiero greco, considerò il sole come immagine del Logos e sulla scia dei Salmi (“il signore è un sole“, “sole e scudo è il Signore Dio”) affermò che Dio è il Sole, sostenendo che “Dio è l’archetipo sul quale sono modellate le leggi: Egli è il Sole del sole, essendo nel regno della mente ciò che il regno della mente è per il regno di sensi”.

La sovrapposizione del simbolismo solare pagano con il cristianesimo, posteriormente al prevalere del secondo sul primo, giunge persino ad assorbire gli attributi solari apollinei, definendo Apollo e Cristo con un identico attributo: sol iustitiaee. (A. Snodgrass: 2009, 270).

L’espressione di questo sole può verosimilmente essere considerata anche il polo celeste, con il quale il Sole stazionario (che si svela solo ai solstizi) condivide una precisa relazione, ben evidenziata da A. Snodgrass nel seguente passaggio: ”L’estremità settentrionale del polo, che è il punto del centro celeste nel simbolismo polare, è così identificata con il nord inteso come il punto che situa il solstizio d’inverno nel simbolismo solare, con una corrispondente proiezione verso l’alto, la sua estremità meridionale si identifica con il punto sud, quello che coincide con il solstizio d’estate. L’asse polare e quello solstiziale si identificano; l’asse solstiziale è ora il polo dell’anno; i poli del mondo spaziale e di quello temporale sono omologhi” (A. Snodgrass: 2009,99). 

Nel mito greco si racconta che ogni anno giunto l’autunno, Apollo risaliva su un carro d’oro trainato da cigni verso il mitico paese degli Iperborei, dove di là da una barriera di ghiaccio, regnava un’eterna primavera fiorita e ritornava a Delo con la bella stagione, ricondotto dai suoi cigni, i quali simboleggiavano anche la poesia, la musica e le arti, a immagine del dio della parola e del suono protettore e maestro delle Muse.

Questa breve narrazione, che descrive il transito tra i due luoghi simbolo dell’esperienza apollinea, sintetizza la relazione tra i dio solare e il polo. Essa eredita una lontana e ininterrotta tradizione sul tema, come si tenterà di mostrare nelle pagine successive.

Proprio in relazione all’argomento non è dimenticabile la lezione offertaci dalla coppia di studiosi G. de Santillana-H.Von Dechend, intorno alla presenza di materiale miticoastronomico nel mondo greco, quale persistenza di raffinatissimi motivi arcaici. Questo mondo ereditava gli spezzoni mitologici che provenivano da una lontanissima antichità e li riorganizzava nel nuovo ordine che si andava consolidando. I Greci appaiono quindi solo gli ultimi depositari della sapienza di un mondo ormai tramontato da lunghissimo tempo.

Non per nulla in ordine all’attenzione verso il polo abbiamo molto materiale precedente ai tempi della formazione della coscienza elladica, materiale anche di alta antichità, che ci testimonia inequivocabilmente dell’importanza religiosa che esso assunse presso popoli assai arcaici.

Il santuario oracolare a Delfi gioca un preciso ruolo “polare” nella geografia sacra di questa nuova ecumene. Secondo la tradizione che riporta Pausania (IX, 30) il culto di Apollo giunse a Delfi da Tempe. Ricordiamo qui la leggenda secondo la quale avendo Zeus liberato un’aquila (o un cigno) da ciascuna estremità del mondo “…questi si incontrarono a Delfi simultaneamente. Per conseguenza della sua equidistanza dai due estremi del mondo, Delfi rappresenta il centro ombelicale-polare del mondo greco di allora esprimendo quindi una sorta di sintesi e di equilibrio tra due origini apollinee diverse: gli Iperborei e Creta”. (su questo argomento si consulti J. Richer: 1983, pp.gg. 37- 41). Se la Grecia è un Cosmos conchiuso nella sua koiné, il polo ne rappresenta il vertice. Il perno di una struttura del mondo intesa in senso spaziale temporale insieme. 

Infatti, su questo punto del cielo è incardinato “il mulino del mondo”, il motore della manifestazione e insieme il punto di revulsione dalla stessa. Questo centro costituì una “nicchia di preghiera” per popolazioni preistoriche e storiche in una continuità di generazioni. Infatti, l’importanza spirituale del polo e delle circumpolari intramontabili che lo attorniano risale addirittura a tempi preistorici, come tenteremo di suggerire in questo scritto, e questa caratteristica nel corso dei secoli non venne mai meno.

Persino i costruttori d’epoca medioevale incardinarono i loro organismi di pietra, secondo gli assi di questo mondo e dell’altro mondo ed impressero nella circolarità di alcune loro realizzazioni il sigillo del loro sapere. Si tratta di grandi ottagoni colonnari che sottendevano invisibilmente la grande stella ottagonale di Cristo, il Polaris Sidus che rende ragione dell’espressione cristica dell’Apo- calisse dove si dice: ”Io sono la stella splendente del mattino” e altrove “io sono venuto al mondo per esser la luce”. (Su San Tomé, prodigiosa chiesa bergamasca, cfr. A. Gaspani: 2012, 248). Luce del mattino, quindi. Questa non è la luce dell’oriente latitudinale ma quella perenne nell’oriente polare, il cui sole “sorge” a mezzanotte.

Fig.4 – L’osmosi di elementi del mondo “pagano” nel cristianesimo è fenomeno ben conosciuto in ambito storico religioso. Gli attributi polari e solstiziali di Apollo sono stati assunti dal Cristo e confermati in alcune architetture circolari. Per prima osserviamo la pianta di San Tomé in Almenno che forma l’immagine del Polaris Sidus

Fig.5 – Alla precedente segue l’ottagono stellato ricavato dalla geometria degli otto pilastri di Santo Stefano Rotondo, indicato dallo studioso gesuita Sandor Ruitz come la “Stella di Cristo”.

Fig.6 – Infine la triplice ogdade (888), rappresentante il Cristo dell’Apocalisse sempre individuata in Santo Stefano Rotondo

Questo complesso di idee che, nelle sue strutture ideali, può essere fatto risalire alla più alta preistoria conoscibile, costituisce, così almeno ci si augura, parte integrante della nostra costituzione spirituale ed è per questo che possiamo coglierne le tracce storico-archeologiche in diversi contesti. Però, ancor prima di procedere a questa disamina, di iniziare a sciorinare il supporto delle fonti a sostegno delle varie argomentazioni, è necessario porre una sorta di provocazione.

Ci si propone ora di sondare se i contenuti di tale mitologia ci corrono silenziosamente ancora nel sangue. Si tratta di verificare la possibilità di una loro intima persistenza procedendo oltre la sfera del mentale che rappresenta solo l’arido deposito di prodotti inerti, gli scarti di un apprendimento più o meno erudito. Ciò, è per conseguenza, un invito a constatare se siamo tuttora capaci di cogliere in noi la sussistenza, pressoché istintiva, di questo arcaico legame che le antiche anime ebbero con il nord polare e i suoi messaggeri.

Questo “granello di senape” dovrebbe essere comunque conservato nei serbatoi ancora non disseccati della nostra memoria o, per meglio dire, nel nostro dna spirituale. Per questo si procederà ulteriormente in questa esposizione operando in maniera inusuale, accostando all’apparato concettuale, che abbiamo or ora apparecchiato, un elemento della “narrativa mitica” del nostro tempo, ossia una pellicola cinematografica che ci mostra essenzialmente una ierostoria “apollinea”.

Siamo convinti che essa sia stata suscitata alla mente creativa di chi l’ha concepita e realizzata “spontaneamente”, senza ricorrere a esplicite citazioni che vellicano la sola parte cerebrale. Perché, forse, solo con questo approccio il mito può pulsare ancora nel nostro cuore come materia vivente, così che gli ossami disseccati dei nostri atavismi spirituali potrebbero rivestirsi della forma di cui in origine erano ricoperti.

Ci dice H. Corbin: “Portare a compimento il viaggio mistico significa interiorizzare, ovvero,‘uscire verso se stessi’; è questo l’esodo, il viaggio verso l’Oriente-origine che è il Polo Celeste, l’ascensione dell‘anima fuori dal ‘pozzo’ allorché all’orifizio del pozzo sorge la visio smaragdina” (H. Corbin: 1988, 69).

Fig.7 – Il quadro di A. Bocklin “L’isola dei morti”, qui nella sua quarta versione, con la sua caratteristica circolarità, propria del tempio apollineo delle origini, sprigiona un’intensa e profonda aura enigmatica e, suggestionando, rimanda altresì a quella cospicua letteratura che riconduce il regno iperboreo, al tema del soggiorno dei morti.

Apollo musageta australe (le vergini cigno di Sofocle)

Fig.8 – Intenso primo piano di Miranda, la fanciulla che interpreterà il ruolo della conduttrice delle anime, verso il Sid il paradiso celtico, la terra senza male. Lo svolgersi degli eventi ci farà comprendere come il mito iperboreo delle verginicigno agisca ancora sottilmente sulle nostre percezioni innescando così la latente “luccicanza” dei nostri organi sottili

Si chiederà: cosa ci fa l’immagine di questa bella ragazza dai lineamenti botticelliani, dietro la quale si scorge, in voluta trasparenza, la significativa elevazione denominata Hanging Rock, nel contesto di questa relazione? 

La risposta a questa domanda, infine, è da ricercare in primo luogo in quella interrogazione che dobbiamo porre a noi stessi, come si è in qualche modo suggerito nelle pagine appena precedenti. In una parola dobbiamo domandarci: siamo ancora in grado interiormente di accettare l’immaginario simbolico, comunque esso ci pervenga, e quindi di cedere al senso del meraviglioso senza l’opposizione di costrutti razionali? In più semplici parole domandarci se i nostri sensi spirituali sono ancora attivi. 

In termini assoluti dobbiamo chiederci quindi se, benché dormienti, siamo ancora spiritualmente vivi e per conseguenza se abbiamo contezza della nostra condizione di esiliati.

Suggeriamo una breve meditazione intorno alle parole del grecista Jean Richer che qui proponiamo. Esse possono fare da viatico a ciò che tentiamo di suggerire in questa introduzione:

“Al richiamo della voce giusta, gli dei dell’antica Grecia risuscitano dal fondo degli anni. Nati dallo spazio, dalla terra, dal cielo stellato, essi sono lì sempre vivi, solamente assopiti e, nelle grandiose rovine dei templi, sono sempre pronti a ritornare in vita” (J.Richer: 1989, 23). 

Per “déi” naturalmente intendiamo qualsiasi costruzione spirituale che ci perviene dal fondo del tempo in grado di “re-suscitare” nel nostro cuore. Forti di questa premessa, procediamo senza indugi e sveliamo subito la fonte dell’immagine. Si tratta di un fotogramma di uno dei primi film di Peter Weir, ovvero Picnic ad Hanging Rock, una pellicola che comparve sugli schermi italiani quasi quarant’anni fa, suscitando un certo interesse nella “critica” e una decisa curiosità nel pubblico.

Il racconto cinematografico della vicenda ascrive la pellicola a quella tipologia filmica che si potrebbe definire del “mistero”, però l’asciuttezza narrativa impressa dal regista la rende davvero anomala rispetto al genere cinematografico di riferimento. Le immagini, in alcuni passaggi cinematografici, sono da sole in grado di “s-pietrificare” o “depietrificare” il paesaggio che nasconde “presenze” ancestrali, secondo una concezione dei luoghi mitici, che è tipicamente aborigena. Tale peculiarità ha dei riscontri significativi con l’arte rupestre, la quale, in sinte
si estrae dalla roccia la figura che l’artista-sciamano pone figurativamente in essere esaltandone la presenza con il disegno. Non possiamo omettere di citare un pertinente passaggio di M. Schneider sull’argomento: “Rocce che presentano un aspetto esteriore più o meno simile a quello degli uomini o degli animali sono ritenute Dèi o inni pietrificati” (per esaurimento della loro sostanza sonora aggiungiamo noi, si veda sul tema M. Schneider: 1976, 9).

E’ come se un soggetto, un essere mitico ad esempio, fosse immerso nella materia e lo si estraesse da essa, avendone percepito il palpito vitale nel conglomerato roccioso da cui il suo essere appare velato. Per questo si può affermare che alcuni brevi passaggi del film sono più che suggestivi: sono inviti ad aprirsi a percezioni mitiche.

Per meglio “sentire” ciò, ci impossessiamo delle osservazioni di uno studioso di cultura aborigena australiana, Marcello Massenzio, che scrive: “Il modo in cui è comparsa la loro immagine ci pone dinanzi ad un nuovo aspetto della “tecnica” del fare esistere forme, proprie della dimensione mitica della creatività: i Wondschina, completata la loro attività di “eroi culturali”, si sono posti a giacere sulle rocce che ‘in un tempo diverso’ e rano morbide: quindi, mentre esse sprofondavano rimaneva in superficie la loro sagoma, la loro “impronta” cioè un’immagine.”(M. Massenzio:1976, 32.). 

A ciò sia aggiungono le splendide note del flauto di Pan utilizzate come musica d’accompagnamento. Immagini e musica concorrono quindi entrambi a produrre quella efficace sospensione sensoriale, che è bel oltre l’artificiosità di un qualsiasi effetto speciale. Per la cronaca aggiungiamo che soggetto e sceneggiatura sono ricavati da un romanzo della scrittrice Joan Lindsay, che costruisce la sua narrazione facendo apparire la sua finzione letteraria, come la cronaca di un evento davvero avvenuto in Australia il giorno di San Valentino (14 febbraio) del 1900.

Pellicola dal tema evanescente dicevano, frutto della sinergia di un regista allora pressoché sconosciuto, che lavorò con un cast di attori australiani, anch’essi del tutto ignoti al pubblico e che comunque non si rivelarono talenti tali da essere peculiarmente ricordati. Ciò, contrariamente a quanto accade a Peter Weir cui si devono ulteriori pregevoli pellicole, in cui sovente è presente una certa speculazione d’ordine spirituale, lasciata sotto traccia e suggerita, quasi astutamente, dall’intelligente collocazione di alcuni simboli che sono incastonati nel racconto cinematografico.

Tuttavia, malgrado l’asciuttezza narrativa e la legnosità interpretativa rivelata da alcuni interpreti non professionisti, peraltro già doppiati nella pellicola originale, il film, come già detto, ebbe successo e fece parlare di sé. L’esordio della pellicola introduce surrettiziamente al tema sciamanico.

Infatti, si approccia obliquamente ad esso, nel momento in cui una voce fuori campo declama: “la vita è sogno, il sogno di un sogno”, come si afferma a conclusione dell’opera Sogno di una notte di mezza estate, il cui celeberrimo autore, Shakespeare, non fu certo estraneo a frequentazioni filosofiche di connotazione ermetica.

Il tema del sogno, del tempo mitico, identico a quello del sogno e quindi tempo “vero”, tempo della realtà fondante, permea la cultura aborigena australiana in ogni suo aspetto e ne cogliamo il senso più immediato nel campo “artistico”, osservando anche oggi le immagini prodotte dall’arte aborigena (entrata anch’essa nel mercato!), che rappresenta la peculiare espressione di una religiosità sempre in contatto con l’invisibile.

Non è questa la sede per approfondire il discorso, come del resto sarebbe necessario per il tema del “Doppio Sogno” che meriterebbe certamente un più approfondito cenno, magari prendendo spunto da ulteriori riflessioni che trovano scaturigine sia nella speculazione occidentale, che in quella estremo orientale, in cui si rinvengono sviluppi intorno al tema della relazione speculare intrecciata tra sogno e realtà. Un rivolo di discorso che potrebbe diventare un fiume in piena e su cui è bene arrestarsi. 

Fig.9 – Il regista Peter Weir ama suggerire ma non mostrare. Qui, ancora all’esordio della storia cinematografica, Miranda (l’attrice australiana Anne Louise Lambert) è allo specchio e il suo volto riflesso è quasi accostato all’immagine di un cigno, creatura alla quale nel corso della vicenda Ella si identificherà.

Lo snodarsi della vicenda filmica introduce finalmente qualche elemento di pertinenza con quanto è oggetto di questa conversazione. Ciò permette di stringere i primi nodi tra temi all’apparenza disparati.

La pellicola ci descrive come, nel giorno di san Valentino dell’anno 1900, un gruppo di allieve del vittoriano collegio australiano Appleyard, si rechi in gita alla montagna di Hanging Rock, meraviglia geologica per la cultura scientifica occidentale e di converso centro di connessione con il mondo spirituale per gli aborigeni. Durante la preparazione all’evento si dipanano le prime indicazioni simboliche intorno alla relazione tra il cigno e “l’altro mondo”.

Il regista in quell’attività di discreta segnalazione simbolica ci mostra una ragazza, la sofianica Miranda (l’attrice australiana Anne Louise Lambert), colei che sarà la protagonista dell’ascesa sull’elevazione australiana, mentre attende alla propria toeletta. Lo specchio ne riflette il volto, ma proprio sul piano d’appoggio degli oggetti d’uso, si scorge una cornice che contiene l’immagine di un cigno.

Questo è l’emblema stesso della ragazza, ella, insieme ad altre allieve, scomparirà tra gli scoscesi pinnacoli della montagna, la cui morfologia appare come animata da mutevoli forme rocciose, per poi riapparire, sempre discretamente, in forma del magnifico volatile nel corso del procedere degli eventi. Dietro queste trasformazioni c’è tutto un mondo mitologico di cui Weir doveva conoscere perfettamente grammatica e sintassi e che, soprattutto, era in grado di far palpitare nel presente attraverso il sagace utilizzo del suo strumento espressivo.

Miranda si svelerà, in queste sembianze, silenziosamente e discretamente comparendo alla sua amica prediletta Sara, una ragazza che ha un forte legame con il mondo dei sogni e delle visioni, una caratteristica che comunque è raccontata dal regista con totale asciuttezza narrativa, senza minimi cedimenti a compromessi “parapsicologici”. Ma come detto Il centro motore della vicenda è la brusca elevazione montagnosa, vero omphalos “spirituale” su di essa ruotano gli accadimenti.

Qui si realizza l’evento drammatico e misterioso prima anticipato, avvenendo “il trapasso” delle giovani donne, in un clima di sospensione temporale: infatti, nel momento in cui gli eventi descritti si stanno concretando, tutti gli orologi appaiono bloccati a mezzogiorno, il momento dello zenith solare e dello svelarsi della superiore luce apollinea. 

Questa connotazione proposta dal regista ha un carattere spiccatamente spaziale-temporale: il luogo dove è sempre mezzogiorno è appunto quello in cui il sole naturale e il sole metafisico (il sole stazionario) per un attimo si sovrappongono tra loro, un elemento di determinante importanza che compare in diverse dottrine. Solo in quel momento la “porta del sole” è aperta. 

Il mezzogiorno, infatti, separa l’ascesa del sole dalla sua discesa. Esso rappresenta il polo della luce che si trova all’opposto della mezzanotte e quindi del polo delle tenebre. Mentre il sole fisico trapassa in un istante atemporale dalla sua condizione di vertice, per poi ridiscendere, nella circostanza narrata, è come se nel “sole dei sensi” si fosse aperto un passaggio istantaneo e si fosse, per una sorta di inversione temporale, reso evidente il sole metafisico, che è impercepibile alla grossolanità della compagine psico-fisica.

Fig.10 – La comitiva è sotto le pendici di Hanging Rock una delle montagne sacre della geografia spirituale del continente australe. Come si vede dal fotogramma l’orologio segna mezzogiorno perché sulle pendici di questo luogo, vera porta dei cieli, tutto è purificato e i corpi non fanno più ombra.

Si realizza così quanto sintetizza Adrian Snodgrass, in una sua felice frase, ovvero: ”…il giorno che rimane fisso in pieno mezzogiorno di calore e di luce”(A.Snodgrass: 2008,90).

Per i credenti questo momento coincide con l’incontro dell’anima con Dio nell’istante intertemporale in cui l’intramontabile luce spirituale genera nell’anima il solstizio eterno, il cui il giorno non declina più, secondo una metafora della luce sviluppata da San Bernardo e dal suo commentatore Guillaume de Saint-Thierry (cfr. M. M. Davy: 1988, 59, 60).  

Tuttavia è nell’esoterismo islamico che possiamo trovare uno sviluppo completo della dottrina del sole stazionario, relazionato anche alla montagna e al suo simbolismo assiale, cosi come ci viene proposto dalla pellicola, esoterismo cui ragionevolmente sospettiamo abbia attinto il regista per costruire la sua narrazione. La montagna oggetto di tanti racconti mistici è Qaf. Essa (gemella del monte Meru induista), è il luogo e il tempo, in cui i corpi non fanno ombra e per conseguenza dove appunto è sempre mezzogiorno.

Miranda, salendo sugli scoscesi pinnacoli di Hanging Rock, insieme ad alcune sue sodali nell’ora della ierofania apollinea, non reca ormai più con sé la propria ombra e per questo raggiunge il vertice dell’elevazione. Questo è il punto di giunzione tra lo zenith della condizione terrestre e il nadir di quella celeste.

Hanging Rock si ascrive nell’elenco dei luoghi ierofanici della terra, in cui si coniugano spazio e tempo, ovvero: il luogo e il tempo giusto in cui ogni cosa abbia principio e fine.

Man mano che la narrazione procede si comprende come Miranda abbia agito del tutto consapevolmente e si sia recata sulla montagna proprio perché era il tempo e il luogo giusto, affinché ciò che è accaduto, accadesse e si realizzasse questo trapasso nell’altrove. Ella non è “scomparsa”, bensì si mostra, a chi conserva la capacità di vederla, in un’altra forma. Come creatura che vive tra due mondi ha la capacità di trasformarsi, di mutare-forma.

Questa instabilità morfologica non è teriomorfismo. Questo termina indica l’unione della natura umana con quella animale (forse solo espediente “grafico” adottato dall’umanità arcaica per connotare la contemporanea presenza delle sue nature), piuttosto è la capacità di mostrarsi in una peculiare ierofania simbolica. 

Questo ulteriore mondo che si insinua nella nostra sfera rappresenta quello che, in altri contesti, si chiamerebbe ottavo clima e che la tradizione irlandese e il suo successivo folklore, denominano sid ovverosia paradiso. Un luogo non certo situato sulle nostre carte geografiche – un non luogo quindi- dove altresì nel sid si è nel non tempo, una dimensione comunque relazionata a questo mondo e che possiamo concepire come una terra spirituale, una terra senza male (la definizione è di Plinio. E’ lui che afferma in Storia Naturale IV 88-94, che gli abitanti di questa contrada non conoscevano alcun male).

Hanging Rock rappresenta quindi una sorta di “zona franca” spirituale, il “luogo” dove possono avvenire questi trapassi e quindi realizzarsi queste comunicazioni con il sid. Esso è quindi uno spazio sacralmente qualificato.

E’ veramente straordinaria la capacità del regista di innestare il tema del sogno, all’apparenza così prettamente aborigeno, con quello della montagna sacra, così come si è sviluppato anche in altri ambiti culturali fuori della cultura australiana, come l’indubitabile presenza del cigno iperboreo dimostra.

Che si tratti di un tema iperboreo crediamo che non vi possano essere dubbi. Ricordiamo che proprio il folklore nordico abbonda di racconti sul tema della metamorfosi delle fanciulle in cigno. Il tema si rinviene nell’Asia centrale ed è attestato nei carmi norreni, nelle saghe islandesi, e nei racconti buriati. Tale prerogativa però era ritenuta di appartenenza esclusiva agli Iperborei, come sottolineano Gerard van der Leeuw nel suo testo principale Fenomenologia della Religione, dove il ricercatore propone un brano nel quale si allude al tema dell’anima esterna (es. il corvo di Aristea e di Odino) e alla trasformazione che subiscono gli Iperborei “veramente morti”. Così ne coglie il senso dalle fonti il noto fenomenologo “esse viros fama est in Hyporberea Pallene qui soleant levibus velari corposa plumis” (Gerardus van der Leeuw:1975, 232).

A ciò allude anche A.K. Krappe nel suo prezioso studio intitolato Apollon Kiknos. A proposito di quest’ultimo è doveroso ricordare il debito che abbiamo per le preziose indicazioni linguistiche da questi prospettate, tendenti a dimostrare la prossimità etimologica dei termini Apollon, Abalus, Avalon. Queste connessioni comportano molteplici suggerimenti inerenti la persistenza del mito Thule-Avalon in età medioevale, una tematica cui non fu estraneo lo stesso Dante e che la espresse in un passo del Purgatorio (Purg. XXVI vv. 43 e ss.).  

Fig.11 – Il cigno la costellazione cruciforme che aleggia allo zenit del cielo nelle notti estive.

Si è introdotto il tema del paradiso nella sua formulazione celtica e preceltica, perché è solo inquadrando in questo contesto certi elementi della pellicola che essi possono ricevere una possibile interpretazione sia pure assai peculiare, interpretazione comunque in qualche modo “sentita” sotto la pelle dal pubblico che ha “gradito” il film.

In questo universo iperboreo, opposto geograficamente al mondo australe, nel quale si dipana la vicenda filmica, la mitologia paradisiaca articola la sua composizione proponendo la presenza di figure femminili semidivine, che mettono in comunicazione il mondo superiore, cui esse costituzionalmente appartengono, con il mondo umano. 

Fig.12 – Deneb è la stella più brillante della costellazione è una delle più luminose del cielo, una stella che fu oggetto, come la costellazione cui appartiene, di costante attenzione mitologica per lunghi millenni.

Questa sorta di fravarti del mondo nordico si palesano all’umanità in sembianza di cigni, mutandosi poi, in luoghi appartati, in genere nelle vicinanze di specchi lacustri, per apparire, infine, come fanciulle (da qui l’accostamento alle fravarti iraniche). Esse, quindi, quali messaggeri divini percorrono le rotte ultraterrene e, pur apparendo in qualche modo a questa realtà, provengono direttamente da un mondo che potremmo collocare, in una geografia immaginale, oltre la superficie concava della nona sfera, là dove s’inverte il rapporto tra contenuto e contenente.

A proposito di questa migrazione a Nord non possono dimenticarsi le parole di Socrate ricordate all’esordio:” in quel momento tuttavia cantano i loro canti più lunghi e più belli, pieni di gioia, perché stanno per andarsene presso quel dio del quale sono ministri (Apollon)”.

La favola dei Cigni selvatici di Andersen, esprime “poeticamente” questo passaggio senza perdere alcunché dell’allusività simbolica del tema. In particolare una frase messa in bocca alle creature-cigno, appare quasi un viatico per comunicare nel migliore dei modi i contenuti del passaggio tra questi due mondi: “…Voliamo come cigni, mentre il sole splende alto nel cielo (…) Noi non abitiamo qui, una terra bella come questa si stende dall’altra parte del mare”.

Questi cigni migratori, emblemi del collegamento tra uno sconosciuto aldilà, identificato nel paese degli Iperborei, e il mondo degli uomini, intessono profondamente il sentire dei popoli del nord, al punto che la tradizione edilizia della Frisia (la regione geografica che dall’Olanda fino Danimarca si affaccia sul mare del Nord) annovera, nel suo patrimonio architettonico, magnifiche case di legno, ove le travi portanti del tetto della facciata d’ingresso compongono la sagoma stilizzata del volatile e per ciò questo lembo terra è considerata (una delle) la patria d’origine dell’Apollosciamano.

E’ questo un deciso richiamo alla natura trasfigurante della creatura alata e alla sua origine, immaginata in una remota terra polare allora abitabile, identificata dagli antichi con Thule, nome che ha un’evidente assonanza con altre consimili terre poste all’estremo nord di altre tradizioni e altresì con la Tula celeste (vocabolo sanscrito), ovvero la Bilancia, l’asterismo polare in cui gli antichi riunivano in un’unica immagine le due costellazioni circumpolari dell’Orsa.

L’isola di Helioxoia/Helgoland (in realtà un minuscolo arcipelago) toponimo, quest’ultimo, che significa “isola sacra”, è stata considerata dallo scienziato e teologo Osvald Spanuth come il lembo superstite dell’antica terra atlantidea, che egli propone di identificare con una propaggine della remota Thule.

In questo luogo simbolico, immaginario e reale insieme, considerato come l’ingresso al mondo dei morti, sarebbe stato collocato un tempio circo lare dedicato ad Apollo. Difatti questa isola piccolissima avrebbe costituito il nodo sacrale del culto dell’Apollo iperboreo e da questo luogo sembrerebbe provenire l’ambra, il celestiale prodotto resinoso degli alberi delle terre nordiche, circonfuso dell’arcano potere risanatore e ristoratore, proprio della sua metageografica collocazione. 

Questo frammento polverizzato di terraferma è riconoscibile, sia pure indirettamente, nella narrazione di Andersen (ma non solo, anche i fratelli Grimm e il poeta irlandese Yeats citano l’evento migratorio dei volatili nelle loro raccolte di racconti e la loro sosta sullo scoglio) ed effettivamente esso rappresenta il punto di riposo degli immensi stormi di cigni migratori in viaggio verso il più remoto nord.

Da queste lontane terre, secondo Spanuth, sarebbero sciamati quei popoli del mare immortalati dalle istoriazioni del sito egizio di Medineth Habu, in quei pannelli dove si celebra la vittoria di Ramsete III su questi invasori. Proprio il confronto comparativo tra questo materiale documentario e reperti dell’età del bronzo rinvenuti in Europa settentrionale avrebbe evidenziato delle similitudini significative. Tra gli altri spiccano le navi con la prua e poppa a forma di “ testa di cigno”, inequivocabile richiamo all’avita patria iperborea di questi combattenti.

Di ciò accenneremo ancora nei successivi interventi. 

***

(Articolo di Antonio Bonifacio tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_27_2013_a5.pdf)

Indirizzo Internet: http://www.simmetria.org/

L’AMERICA E L’ENIGMA DELLE DUE, ANZI TRE, ATLANTIDI

di Giuseppe Acerbi

Introduzione

Ignatius Donnelly

Nell’Ottocento il massone Ignatius Donnelly aveva catalizzato l’attenzione su una cartina del XVI sec., che raffigurava un’isola in mezzo all’Oceano Atlantico.  Di lí è nata la leggenda dell’Atlantide posizionata al centro dell’oceano omonimo. Nel secolo successivo gli oceanografi ci hanno spiegato che la dorsale atlantica non è sufficiente a spiegare una simile emersione insulare. Per cui la leggenda è rimasta, ispo facto, una pura fantasia letteraria; magari con significati utopici, visto che è stata decantata dall’autore della ‘Repubblica’, ma senza un punto d’appoggio reale nella geografia antropica attuale. Naturalmente vi è chi ha provato a localizzarla un po’ dappertutto nel globo, ma si tratta in genere di fantasie documentaristiche, tendenti a dar significato a determinate scoperte archeologiche o a leggende che altrimenti sarebbero rimaste nell’anonimato. Coll’aiuto di altri studiosi  cercheremo piú innanzi di analizzarle in breve, passandole in rassegna ad una ad una, ma diremo subito fin da ora che a differenza di altri i quali vagano nel buio noi sappiamo bene ove trovarla. Non per questione di arroganza intellettuale o di orgoglio mal riposto, cose che disdegnamo alquanto, ma per il semplice fatto che ci basiamo su una cosmografia ben precisa; la quale non apparteneva solamente all’antica Grecia, ma era dominio comune di altri popoli, ad esempio della popolazione mesopotamica, iranica o di quella indiana.  E non importa dunque stabilire se furono i Pelasgi o gli Elleni, i Paleodravidi o i Protoari a disegnarla, visto che tutti costoro la praticavano senza distinzione gli uni dagli altri con rispetto verso una tradizione percepita come ideale sovraetnico. Per via della loro comune origine noaica, dato che non siamo fra coloro che fanno razzisticamente degl’Indoeuropei un’etnia a parte, rientrando essi nell’alveo iafetico di provenienza atlantica e non asiatica (come certuni studiosi, anche di grande valore come Tilak e Parpola, hanno preteso basandosi su presupposti erronei)(1); secondo quanto abbiamo in altri scritti già dimostrato(2), cosa per cui sarebbe qui fuori luogo ripeterci.

Le teorie sull’Atlantide

L’Atlantide in una raffigurazione immaginaria, nella prospettiva di una nave che proviene da nord – in basso – e va verso sud (Athanasius Kircher, Mundus Subterraneanus, Amsterdam 1665).

Come abbiamo già sottolineato, dopo la smentita di Donnelly attarverso l’analisi oceanografica della dorsale atlantica, altri hanno provato a formulare teorie alternative, ponendo quel perduto arcipelago – non continente, a meno di considerare l’intera America cosí come questa si presentava durante il Tardo Paleolitico nel suo complesso – un po’ dappertutto.  Il che ha di fatto consegnato il racconto di Platone al regno del fantastico e dell’utopico, oltreché dell’oblio. Solamente le ricerche dell’ing. Jim Allen, di ebraica origine, in terre andino-caraibiche hanno scardinato quella vetusta visione delle cose. Allen, a differenza di altri, facendo degli studi sullo stadio greco come mezzo di misura è giunto al problema dell’Atlantide indirettamente, provando con acume a conferire nuova linfa a vecchie idee ormai cristallizzate. In tal modo ha dato alla narrazione platonica, ereditata dagli egizi tramite l’antenato Solone, una base geografica solida. Le altre, invece, appaiono tutte campate per aria; anche se qui proveremo ad enumerarle sommariamente, mostrando pregi e difetti, per quanto sia possibile in uno spazio ristretto.

Cominceremo però col dire che a differenza di R.Ellis (3), il testo presentato dalla pubblicità editoriale del sottotitolo italiano in copertina alla fine dello scorso secolo come «L’ultima e piú accurata sintesi» e che abbiamo adopperato quale canovaccio di base per codesta sintesi, noi non dividiamo gli scrittori che si sono occupati dell’argomento fra ‘buoni’ e ‘cattivi’; come si faceva alle scuole elementari, suddividendo in due la lavagna.  Ci stupisce ad esempio vedere il Berlitz, che ha approntato un’interessante sintesi (4), collocato fra quelli che alla maniera del Donnelly (5) hanno concesso le briglie sciolte alla fantasia (6); mentre fra i razionalisti – classifcati quali “storici classici seri (7) – troviamo un J.V. Luce (8), che sinceramente – ci permettiamo di aggiungere – ci pare non abbia capito quasi nulla del tema in questione. Tant’è che l’ha confuso coi ritrovamenti dell’I.a di Thera, fatto assai grave, perché è palese come ciò rientri in quei propositi sopra stigmatzzati di offrire da un lato una spettcolare propaganda a delle ricerche di minor portata e dall’altro d’assicurasi il favore accademico degli ambienti che autofregiano le proprie ricerche d’un alone di serietà e rigore scientifico.  In questo caso vi è una quasi totale incomprensione del soggetto, che – lo ripetiamo – altro non è che un caso di cosmografia tradizionale ed in tale ambito dovrebbe rientrare.  In effetti, quel che vale per l’Atlantide vale pure per tutte le altre terre denominate <mitiche> in altre tradizioni che non quella greco-ellenica, le quali vanno dall’Avalon od il Tir nan Og celtico all’AiryanaVaēǰah o allo Khwanērah antico-persiano (pre-iranico); dalla Thyle Iperborea all’Ultima Thyle greco-latina, dall’Ilavta all’Uttarā Kuru hindu. L’Ellis, meravigliandosi della particolare durata della leggenda sull’Atlantide (9), se ne domanda la ragione additando il fatto (da lui supposto) che tale racconto non faccia parte di alcuna cosmologia religiosa (e in ciò sbaglia). Vide supra.  La verità è l’esatto opposto. Infatti, è chiaro come Platone abbia inserito la leggenda, ricevuta dagli Egizi tramite lo zio Solone, in un insieme di nozioni cosmologiche che fanno da base al Timeo, non avendo scritto un romanzo né ideato una società utopica.  Perché mai avrebbe dovuto prendersi gioco del proprio antenato altrimenti?  E, soprattutto degli Egizi, che sicuramente stimava.  La leggenda faceva dunque parte del culto egizio delle origini e, in certo senso, divenne parte integrante anche della cosmologia greca.  Basta dire che quello che l’Induismo definisce Yuga, cioè l’Eone, è denominato nella cosmologia greco-latina Magnus Annus Platonis. E da dove proviene tale definizione se non dal Timeoplatonico?  Prendere la leggenda dell’Atlantide di per sé, come un mito filosofico, è già alterare il testo fin dall’inizio della nostra ricerca.  No, il testo va collocato nel suo alveo naturale, che è quello cosmologico. Platone, come il nostro Evola che sempre dichiarò di rifarsi a lui, non era solo un filosofo.  Era anche un cosmologo e un metafisico, per quanto la definizione del secondo vocabolo dipenda storicamente dal suo avversario e per certi versi discepolo – nonché continuatore – Aristotele. 

Conclusioni

Secondo Jim Allen, viceversa, l’estensione dell’Atlantide avrebbe interessato da un lato il Mar Caraibico e dall’altro la parte settentrionale dell’America del Sud, fino alla cordigliera delle Ande. Però, se vogliamo attribuire a tale scoperta un contenuto maggiormente veridico, occorre rifarsi per forza di cose alla cosmologia platonica, la quale – detto per inciso – è la medesima che ritroviamo altrove sotto altro nome.  In particolare, nel Vicino e nel Medio Oriente, ma per qualche via è giunta anche all’Estremo Oriente.  Riguardo l’America nondimeno troviamo nozioni cosmologiche similari, pur in un quadro generale notevolmente diverso a causa della lontananza geografica e delle scarse comunicazioni marittime (31)

Non vogliamo discutere in questa sede  la questione delle influenze cosmiche sulla cosmografia(32), il nome di codesta dicliplina già lo sottintende; perciò diamo per scontato che gli eventi catastrofici ricorrano, per conformazione diretta, alle posizioni astrali.  Le quali ovviamente non corrispondono alla previsioni astrali, siccome è evidente che queste ultime possono anche risultare errate; a seconda delle interpretazioni, corrette o meno che siano. Siccome il periodo che va dal 10.960 a.C. al 2.000 d.C. forma, come si sa, il V Grande Anno (scr.Mahāyuga), è chiaro che il IV andrà dal 23.920 al 10.960 a.C.  Dato che ogni Grande Anno ha a che fare con una Razza, etnicamente parlando, non può che trattarsi in questo caso della cd. ‘Razza Rossa’; donde sono discesi i Nativi americani e, secondo le tradizioni bibliche, Noè ed i suoi figli. È vero che la Genesi non attribuisce alcun luogo geografico preciso alla storia del Diluvio, benché il punto di sbarco dell’Arca sia verosimilmente l’Ararat; tuttavia la tradizione cristana medievale – fino all’ex-gesuita e poi scienziato spagnolo Seguenza – identificava il Diluvio atlantideo a quello noaico, come riteneva del resto anche Guénon (33). Le tradizioni ebraiche fanno del resto di Noāh il figlio del <secondo> Lemek, il quale equivale simbolicamente aŠēt, di cui è discendente; a differenza del <primo>, un cainita (34).

Quindi è evidente che, essendo il patriarca Noāhequiparabile alla <seconda> Atlantide (in termini archeologici dovremmo dire ‘Recenziore’), è plausibileche Šēt – suo antenato in ottava – facesse parte pure lui del Ciclo della Razza Rossa; una razza mista, comunque, a differenza delle 3 precedenti (la Bianca, la Gialla, la Nera). In sostanza, da Adamo ovvero la Razza Bianca provengono tutti i rami razziali della nostra umanità: a partire da Eva, nata dalla sua stretta carne o meglio da una costola e quindi discendente diretta (la Razza Gialla)(35); per passare poi a Caino (allonimo del greco Crono), che ha generato il ceppo negroide da un lato e quello australoide dall’altro (36); ma anche ad Abele (Apollo), il quale <muore> unicamente per la Genesi, che è costretta dunque a far del cacciatore Lamek (Orione) – il <primo> Lamek – non suo figlio come dovrebbe essere e come infatti appare nei Purāa attraverso la storia del <primo>Rāma (Parśu ovvero Perseús), figlio del sacerdote solareJamadagni.  Da Lamek (Rama) discendono i Turi, nonché (una volta passato il Nilo, venendo da est, quando l’India era ancora collegata via terra coll’Egitto e l’Etiopia probabilmente attraverso una serie di isole) i Paleonegritici (37).  Gli uni sono tutto ciò che rimane, insieme ai Paleoasiatici, del versante orientale della Razza Bianca; gli altri dopo esersi spinti fino al Polo Sud nel vecchio continente di Bharata (Lemuria in termini moderni, secondo la supposizione dei biologi)ora in gran parte sommerso costituiscono l’altra metà, antartica anziché australe, della Razza Nera.  Dunque anche per eslusione non può che essere Šēt (omologo secondo del latino Sātur-n-us, dell’egizio Sēth, del fenicio Sath e del norrenico Sathur secondo il D’Olivet)(38) l’antenato mitico di tutti gli altri popoli; ovvero della Razza Rossa e dei suoi discendenti camitici, semitici e jafetici (39).  Dei 2 Eoni concernenti il Ciclo della Razza Rossa (23.920-10.960 a.C.), il primo va assegnato perciò a Šēt, il <terzo> figlio di Adamo; il secondo a Noè, fratello di Melchisedek.

Questa cosmologia postula l’esistenza di una serie di 10 cicli, ciascuno dei quali coincide con quel che va sotto il nome di ‘Eone’.  Ciò specificato, chiameremo ‘Grande Eone’ l’intero ciclo denario, sebbene vada precisato che nella tradizione greco-latina i nomi dei periodi ciclici tendono a fluttuare da una misura di grandezza ad un’altra.  La stessa cosa vale d’altronde per il ‘Grande Anno’, propriamente un ciclo di 2 Eoni, ossia di 12.960 anni, ma si usa applicare tale denominazione (Magnus Annus Platonis) nondimeno al ciclo di 6.480 anni, ovvero al semplice Eone.  Quel che in India va cioè sotto il nome di Yuga (‘Ciclo’), o semplicemente ‘Periodo Avatarico’; ma in questo caso la consapevolezza è venuta meno, visto che non vi è una denominazione particolare in proposito.  La definizione di ‘Ciclo Avatarico’, che ci sembra invece appropriata, l’abbiamo dedotta noi da tale constatazione.  Il doppio Yuga, cioè il vero Grande Anno, è chiamato invece Mahāyuga; mentre il Grande Eone vien denominato, come è risaputo grazie a Guénon, Manvantara.  Le grandezze numeriche indicate dai testi, soprattutto per il Kalpa, che è l’insieme di 14 Manvantara, hanno solamente un valore simbolico, andando molto oltre la nostra vita umana. Si tratta in realtà del maggior ciclo umano a noi noto, ossia quello di 6.480×10(x14)=907.200 anni, insomma quasi un milione di anni; dei quali, secondo la tradizione induista, 453.617 sarebbero già trascorsi.  Non è possibile, dunque, alcuna comparazione colle date dei paletnologi.

Orbene, dal punto di vista della cosmografia ellenica, l’Atlantide considerata in alcuni dei Dialoghi platonici (un terzo pare, disgraziatamente, sia andato perduto e potrebbe essere ritrovato in futuro svelandoci ulteriori misteri su quella data ecumene geografica) riguarda evidententemente l’Eone precedente al Diluvio che la distrusse.  Cioè, in definitiva, il periodo fra il 17.440 e il 10.960 a.C.  È vero che Platone dichiara una data piú tardiva, quasi di 1.500 anni, ossia il 9.500 c.; ma questa si riferisce al momento effettivo dell’inondazione (non calcolabile numericamente), che va a cadere nel ciclo successivo, non alla fine del precedente ciclo.  La discrepanza fra le due date è dovuta al fatto che i fattori astrali scatenanti le calamità (siano quali siano, essi dovrebbero essere oggetto della geologia in concomitanza cogli studi astrologici, ma allo stato attuale delle conoscenze è una pura illusione…) agiscono dapprima sulla superficie terrestre, determinando variazioni della litosfera, tali da provocare nell’arco di 1.000-1.500 anni una catastrofe naturale.  Secondo gli antichi questi fattori (le famose ‘cause seconde’, la Prima Causa essendo l’Ordine Divino) non erano nient’altro che i 7 Pianeti congiunti in un’unica costellazione, secondo la scienza sono altri fattori astronomici concomitanti.  Noi naturalmente propendiamo per la prima tesi, che non è una pura ipotesi, ma un dato tradizionale e come tale assolutamente insindacabile.  Poiché, come insegna la logica indiana, il Niāya, la Tradizione ha un valore gnoseologico indiretto; seppur inferiore a quello della tautologia e della deduzione, di cui l’induzione non è che uno specifico ramo (41). A meno di dimostrare, come talvolta accade – vedi ad es. quel che ha fatto Tilak nei confronti del ‘Cane’ celeste della tradizione hindu – che trattasi di un equivoco tramandato nel tempo.  Personalmente ne possiamo citare un altro di questi equivoci pseudo-tradizionali: la pretesa abbastanza diffusa, nell’ambito del Tetramorfo, d’identificare l’Aquila allo Scorpione e l’Angelo all’Aquario. No, è errato, essendo esatto il contrario; poiché è l’Aquila che reca nel becco l’Acqua, il Soma per dirla all’indiana. Mentre l’angelo preso in considerazione in tale simbolismo è l’Angelo della Morte, omologo dell’Uomo-scorpione.

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NOTE

(1) L’accostamento inusitato fra Tilak e Parpola è dovuto semplicemente al fatto che entrambi hanno sostenuto la provenienza asiatica degl’Indoeuropei, il primo a partire dalla Siberia e il secondo dall’Asia Centrale.  Curioso che il professore finlandese non citi il primo, che pure è famoso per la sua teoria artica, neanche per osteggiarl.  Questo modo d’ignorare le cose, tipico del mondo accademico, non gli fa onore.  Personalmente sono convinto che siano entrambi in errore, dal momento che gl’Indoeuropei non sono mai esistiti, sono uno pseudo-mito secondo quanto hanno teorizzato certuni; sono un’invenzione dell’Ottocento su base linguistica, per nascondere la loro discendenza noaica da Oltreatlantico in forma di Iafeti. 

(2) Cfr. in proposito G.Acerbi, Uttara Kuru, il Paradiso Boreale nella cosmografia e nell’arte indiana– Alle pendici del Monte Meru (8-06-13/29-07-15); inoltre Id., L’Isola Bianca e l’Isola Verde– Simmetria on line.  Per un maggior approfondimento è da consultare il nostro saggio, che speriamo di ultimare fra breve tempo, Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro. Aspetti della Rivelazione Primordiale– Quaderni di Simmetria, Roma 2018? Purtroppo, dopo 24 anni di faticosa preparazione, abbiamo subito quest’anno anche un maledetto hackeraggio a computerspento e scollegato, cosa che ha scompaginato l’intero libro costringendoci ad un lavoro supplementare inatteso. Link:

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2013/06/uttara-kuru-il-paradiso-boreale-nella.html

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2015/07/uttarra-kuru-illustrazioni-e-fonti-pii.html

http://www.simmetria.org/editoria/la-rivista-on-line/976-rivista-on-line-n-41-l-isola-bianca-e-l-isola-verde-di-g-acerbi

Circa il libro di cui sopra, non essendo ancora pubblicato, citiamo qui un articolo (La figura del Re Pescatore in India e nel Nordeuropa) uscito su ‘Alle pendici del Monte Meru’ (19-12-12), che ne è in qualche modo una brevissima sintesi in relazione al capitolo iniziale e a quello conclusivo:

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2012/12/la-figura-del-re-pescatore-in-india-e.html

(3) R.Ellis, Atlantide. L’ultima e piú accurata sintesi sul mistero dell’isola scomparsa– Corbaccio, Milano 1999 (ed.or. Imagining Atlantis, 1998).

4) C.Berlitz, Il mistero dell’Atlantide– Sperling & Kupfer, Milano 1976 (ed.or. The Mistery of Atlantis– Grossett & Dunlap, N.York  1969).

(5) I.Donnelly, Atlantis: the Antediluvian World– Harper & Bros, N.York 1882; II ed. Dover 1976.

(6) Ell., op.cit., Pref., p.15.

(7) Ibid.

(8) J.V. Luce, La fine di Atlantide: nuove luci su unantica leggenda– Newton C., Roma 1976 (ed.or. Lost Atlantis. New Light on an Old Legend Thames & Hudson, Londra 1969).

(31) Stando a Platone (Tim.– iii. 24e-25dCrit.– iii. 108e ss) gli Atlantidei avrebbero non solo comunicato via-mare  con gli antichi abitanti della Grecia e dell’Europa (evidentemente pre-noaici), ma anche guerreggiato con essi venendo sconfitti, pur avendo dalla loro parte una superiore tecnologia bellica.

(32) Per un quadro generale delle influenze cosmiche durante il Manvantara cfr. G.Acerbi, I numi erano numeri: carattere matematico della vetusta astrologia e della conseguente teogonia (Alle pendici del Monte Meru, 24-07-11).

(33) R.Guénon, Forme tradizionali e Cicli cosmici– Mediterranee, Roma 1974 (ed.or. Formes traditionnelles et Cycles cosmiques– Gallimard, Parigi 1970 ), Cap.III n.num., p.40.

(34) Gen.- v. 28-9.  Si noti che i 2 Lemek (corrispondenti ai 2Rāma indiani, Paraśu e Candra) – descritti rispettivamente in iv. 17-8 e v. 6-31 – vengono biblicamente identificati, il che accade pure nel testo sacro con Noè e Giuseppe; ma si tratta in tutti e tre i casi, in realtà, di 2 personaggi ben distinti.  Il primo Lamek infatti è figlio di Metushael, pronipote di Caino, benché poi suo uccisore; e il secondo, discendente in settima diSeth, figlio di Metushelah.  Insomma, essi appartengono a due rami umani distinti, l’uno essendo quello turano-abelita (spintosi prima in Persia e poi fino al sud dell’India per passare indi in Africa a formare il ceppo paleonegritico); l’altro equivalendo al ramo sethita, d’origine atlantidea,sebbene pre-noaica.  Erroneamente, invece, il testo biblico menziona il primo Lamek fra i Cainiti.  Avrebbe dovuto farne un abelita, anzi il figlio di Abele; ma siccome fa uccidere Abele da Caino, si afferma di conseguenza in modo incongruo che Abele non ha avuto figli.  Se fosse cosí, da chi sarebbero discesi le genti pastorali, che sono in parte anche degli avi degli ebrei?  Vedi Askenaziti.  Come può accadere che il testo biblico sbagli?  Secondo uno studioso, il defunto pastore valdese Alberto Soggin, la storia di Caino e Abele non era difatti di provenienza ebraica e ciò spiega a sufficienza l’incongruenza.

(35) Sul significato cosmografico del Periodo Evaico cfr. H.Mriga, Il viaggio degli Adamiti all’Emisfero Australe, I– Nel nido del Simorgh (18-08-15), §a, p.3.

(36) Circa il Periodo Cainita cfr. Mr., art.cit., II, §b sgg.

(37) Circa il Periodo Abelito-Lamekita cfr. art.cit., II, §c sgg.

(38) F. d’Olivet, Storia filosofica del genere umano– Atanòr, Roma 1973, L.Pri., Cap.Pri, p.56, n.4.
 
(39) Circa il Periodo Sethita cfr. cit., II, §d sgg.

(40) G.Acerbi, Dante e Virgilio: profezie antiche e medievali sull’avvento dell’Età dell’Acquario– Arthos, N.S., A.II, Vol.I, NN. 3-4, p.

 (41) G.Acerbi, Logica antica e razionalismo attuale– La cittadella, N.56 (apr.-giu. 1998, XIII) pp. 7-8.

 

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(Articolo di Giuseppe Acerbi tratto dal blog “http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2016/12/lamerica-e-lenigma-delle-due-anzi-tre.html“)

LA MOGLIE DI DIO: POLITEISMO E CULTO DELLA DEA MADRE NELL’EBRAISMO PRE-MOSAICO

di Lawrence Sudbury

Pensare ad un culto della dea madre all’interno della religione ebraica potrebbe a prima vista sembrare completamente insensato: in fondo stiamo parlando della religione monoteistica per eccellenza, che non ammette altra divinità all’infuori di Jahweh e che condanna senza remissione ogni pur velata forma di deviazione politeistica.

Le cose stanno certamente così, ma solo se ci riferiamo all’Ebraismo post-mosaico, mentre, in realtà, poco o nulla si può sapere con certezza sulla natura di culto ebraico prima della migrazione dall’Egitto e quel poco che riusciamo a ipotizzare su basi razionali sembra andare decisamente contro la visione classica dell’Israelitismo.

Nella storia ebraica, Abramo adora una divinità chiamata “Elohim” (e vedremo che questo termine ha una enorme importanza, essendo il plurale di “El”), che viene anche chiamato “El Shaddai” (“l’onnipotente”) o con un paio di altre varianti, mentre l’uso del “tetragrammon” si sviluppa solo dopo l’incontro di Mosé con Dio sul Monte Sinai. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è, per altro, un Dio che vuole sacrifici di animali ed espiazioni regolari, che si intromette sulla vita umana con repentinità sorprendente e che richiede atti spesso assurdi ai suoi fedeli. Il corretto rapporto umano verso questo Dio è l’obbedienza e addirittura la prima storia dell’umanità è una storia di persone oscillanti tra autonomia e obbedienza incondizionata a questo Dio antropomorfico, in cui abbondano le qualità umane e che spesso si mostra adirato verso il suo popolo. Il Dio della Genesi è, inoltre, chiaramente bisessuale, venendo alternativamente indicato con termini sia femminili che maschili: ad esempio si parla di una sua maternità (e non, come erroneamente tradotto in seguito, paternità), di un suo “parto con doglie” dell’umanità, mentre viene indicato come “padre”  solo due volte in tutto il primo libro della Torah [1].

Sulla base delle discrepanze tra visione divina pre-mosaica e post-mosaica, alcuni studiosi hanno concluso che un vero e proprio rigido monoteismo sia iniziato solo dopo l’Esodo, tra il 1300 e il 1200 a.C., mentre in precedenza, non diversamente dagli altri culti semiti, la religione ebraica era animista, cioè basata sul culto delle forze della natura, magistica, cioè sviluppata su pratiche di magia imitativa, e sostanzialmente antropomorfica, con un culto del trascendente che apparirà solo in un secondo tempo [2].

Soprattutto (e qui sta certamente l’elemento più stupefacente) era una religione politeistica, in cui singole tribù probabilmente adoravano divinità diverse. E’ soprattutto questa ipotesi che ha mosso le ire di letteralisti sia ebrei che cristiani, che hanno accusato i suoi sostenitori di trarre conclusioni fondate sul nulla e relative ad epoche su cui nessuna fonte ci può informare correttamente.

Lasciando da parte il fatto che la stessa obiezione può essere rivoltata proprio contro i letteralisti, dal momento che non un solo versetto della Genesi ci conferma che un Dio nazionale esistesse già al tempo dei patriarchi, in effetti qualche prova a sostegno di una teoria politeista esiste e deriva da una lettura attenta della Bibbia.

Cancelliamo per un istante tutta la costruzione teologica che è diventata parte del nostro substrato culturale e poniamo, anche solo per assurdo, come mera ipotesi, l’assunto che la religione ebraica non si sia sviluppata singolarmente ma derivi da un più ampio nucleo religioso-mitologico mediorientale, da cui derivano tutte le religioni del Mediterraneo orientale, incluse quelle sumeriche e greco-arcaiche. Sarebbe possibile trovare elementi a sostegno di questa idea?

Effettivamente sì. Solo per fare qualche esempio e senza scendere nei particolari, è impossibile non notare la quasi perfetta sovrapponibilità del racconto di Noè e del diluvio universale con quello del diluvio di Gilgamesh o di quello di Deucalione e Pirra; la somiglianza delle vicende di Eva con quelle di Pandora; la sovrapponibilità del racconto di Sodoma e Gomorra con il mito di Enki ed Enlil[3].

Ma, soprattutto, una teoria di questo genere renderebbe ragione di alcuni elementi davvero oscuri della Tanakh:

–       in Geremia 10:11 troviamo: “«Così direte loro: ‘Gli dèi che non hanno fatto i cieli e la terra scompariranno dalla terra e da sotto il cielo’»“, che, evidentemente, implica l’esistenza di più dei anche se con ruoli diversi;

–       in Genesi 1:2 abbiamo “In principio Dio creò il cielo e la terra“, che a prima vista potrebbe effettivamente sembrare un’affermazione molto monoteista, ma in cui, come accennato, se si legge l’originale ebraico, Dio è designato con la parola “Elohim” che è plurale (dei) di “El” o “Eloha” (dio), risultando come “il principio gli dei crearono…”, né vale riferirsi al verbo al singolare, visto che esso può tranquillamente indicare un collettivo (l’insieme degli dei) o pensare ad una variazione linguistica intervenuta nel corso del tempo, perché fino almeno a Genesi 2:4 “Elohim” viene usato per indicare dei (stranieri) al plurale;

–       in Esodo 22:28 leggiamo, nell’originale ebraico, “non bestemmierai contro gli dei e non maledirai il principe del tuo popolo“, che, ancora una volta, implica l’esistenza di più dei, né è fondata l’obiezione di alcuni che qui ci si riferisca a dei stranieri e falsi, perché non avrebbe alcun senso una proibizione di bestemmiare contro di loro;

–       in Salmi 136:1, infine, si recita “Lodate il Dio degli dei: perché la sua misericordia dura per sempre“, che ha poco senso se non pensando ad un pantheon di divinità di cui uno degli dei è a capo (un po’ come Zeus in Grecia o come in tutti i casi di politeismo antropomorfico).

Insomma, l’eventualità che in epoca mosaica si sia passati, attraverso canali usuali di inglobamento di divinità tribali minori da parte di divinità di tribù vincenti, da un politeismo di radice indo-europea al classico monoteismo ebraico e che tracce sparse del culto precedente siano rimaste all’interno della Tanakh esiste e appare non così remota.

E’ all’interno di questo quadro che va inserita la possibilità, in fondo piuttosto ovvia se si parte dal presupposto di un origine comune per le varie religioni mediterranee, di esistenza di una dea madre all’interno dell’antica religione israelita.

In questo senso, qualche anno fa, ha fatto piuttosto scalpore un testo scritto dal celebre storico e antropologo ebreo Raphael Patai [4] in cui l’autore ha sostenuto che la religione ebraica non solo storicamente avrebbe avuto elementi di politeismo, ma che tali elementi si sono concentrati specialmente sull’adorazione di dee e, in primo luogo, su un culto della dea madre. Il libro sostiene tale teoria attraverso l’interpretazione di numerosissime e difficilmente oppugnabili fonti archeologiche e testuali che non è qui il caso di ripercorrere e, in effetti, risulta assolutamente evidente che numerosi esseri divini femminili siano da tempi immemorabili presenti nel folklore ebraico e nelle rappresentazioni artistiche semitiche, da Astarte ad Anath, da Ashima o Asherah ai cherubini (che nell’originale ebraico sono “le cherubine”) nel Tempio di Salomone, da Matronit (Shekhinà), alla Sposa dello Shabbat, con, tra l’altro, ben precisi rituali ad esse legati, quali quelli di unione (“Yichudim”) di Dio con la sua Shekinah.

Proviamo a dare una rapida scorsa ad alcune di tali poco conosciute presenze femminili nella cultura ebraica.

Ashima (in ebraico אֲשִׁימָא) era una delle divinità protettrici delle singole città della Samaria menzionate espressamente  nella Bibbia ebraica, in un passo di 2 Re 17:30 in cui il processo di assorbimento delle divinità locali da parte della divinità nazionale Yahweh risulta piuttosto chiaro. In origine Ashima era una dea semitica occidentale della sorte legata alla dea accadica Shimti (“destino”), ma appare come “Ashim-Yahu” e “Ashim-Beth-El” nel tempio ebraico a Elefantina in Egitto[5].

Nel ciclo ugaritico di Baal / Hadad Anath, invece, è una violenta dea della guerra, una vergine guerriera che, in riferimenti più tardi, diventa amante di Baal, figlio di El, oppure una delle sue mogli dal momento che nella cultura semitica nord-occidentale era permesso avere più mogli e legami al di fuori del matrimonio erano normali per le divinità in tutti i pantheon.

Nella nord-cananea “Leggenda di Aqhat”, all’appena nato Aqhat, figlio del giudice Daniel, viene dato un meraviglioso arco con frecce creato per Anath dal dio artigiano Kothar-wa-Khasis. Quando Aqhat cresce la dea Anath cerca di ottenere l’arco da lui, offrendogli in cambio anche l’immortalità, ma Aqhat rifiuta. Come Inanna nell’Epopea di Gilgamesh (i richiami tra i due racconti sono piuttosto palesi), Anath si lamenta con El che le concede di riprendersi l’arco con la forza ma quando Anath invia contro Aqhat il suo aiutante Yatpan, il figlio di Daniel rimane ucciso (innescando una sorta di faida tra la sorella di Aqhat e Yatpan) e l’arco viene perduto in mare. Lo studioso Gibson[6], in una ipotesi a lungo osteggiata da altri antropologi culturali, ha riconosciuto in Atath una delle mogli di El, non a caso spesso definita nei poemi ugarici semplicemente “Elat” (“la dea” per eccellenza, in quanto moglie del dio per eccellenza). Di fatto, sebbene Anath non venga  mai menzionata nelle Scritture ebraiche come dea, il suo nome è apparentemente conservato nei nomi delle città Beth Anat e Anathoth, che fanno pensare ad una antica presenza di templi a lei dedicati e, tra l’altro, l’eroe Shamgar, figlio di Anath, è menzionato in Giudici 3:31 e in Giudici 5:06, facendo pensare alla possibilità di una sua interpretazione come semidio, sebbene John Day abbia pensato piuttosto ad un uomo posto sotto la protezione della dea[7]. Infine, è attestato che, verso il 410 a.C., i mercenari ebrei di Elefantina (l’odierna Assuan) adorassero una dea chiamata Anat-Yahu (Anath-Jahvè), venerata nel tempio originariamente costruito dai profughi della conquista babilonese della Giuda.

Se per Ashima e Anath possiamo parlare, comunque, di divinità in qualche modo straniere, retaggi periferici (samaritani e cananei) di culti precedenti, pienamente appartenente alla tradizione giudaica è la figura sacra della Shekhinah.

Il termine Shekhinah deriva dal verbo ebraico “שכן”, con il significato letterale di “stabilirsi, abitare” (ed è in questo senso molto presente nella Tanakh, ad esempio in Esodo 40:35, Genesi 09:27 e 14:13, Salmi 37:3, Geremia 33:16) e può  significare anche “regalità” o “residenza regale” (come nel Salmo 132:5): conseguentemente, nel classico pensiero ebraico, la Shekhinah si riferisce ad una abitazione o a una dimora della presenza divina, nel senso che, mentre in prossimità della Shekhinah, la connessione a Dio è più facilmente percepibile.

Ciò che risulta più interessante è la personificazione della Shekhinah con attributi femminili presente nel Talmud, che ha fatto pensare[8] ad un retaggio culturale riferito ad una divinità arcaica, una sorta di “sposa di Dio”, la cui antropomorfizzazione sembra riemergere in ambito cabbalistico, in particolare negli scritti di Isaac Luria, nel cui celebre “Inno dello Shabbat” troviamo:

Io canto inni

per entrare nel cancello

del Campo

di mele santo.

Una nuova tavola

ci prepariamo per Lei,

un candelabro getta

la sua bella luce su di noi.

Ondeggiando a destra e sinistra

la sposa si avvicina,

in gioielli sacri

e vestimenti per festa … “[9]

Allo stesso modo, un paragrafo nello Zohar inizia così: “Si deve preparare un comodo sedile con cuscini ricamati […] come uno che prepara un baldacchino per una sposa, perché essa è regina e  sposa per lo Shabbat […] È per questo che i maestri della Mishna erano soliti uscire alla vigilia di Shabbat per riceverla sulla strada, e dicevano: ‘Vieni sposa, vieni sposa’. E si deve cantare e gioire a tavola in suo onore […] si deve ricevere la Dama con molte candele accese, tanta gioia, bei vestiti, e una casa abbellita …“[10]

Proprio su queste basi Patai[11] e molti altri dopo di lui hanno visto in questa figura, chiaramente simbolica, il riassorbimento post-mosaico di un culto tribale riferito ad una dea della conoscenza, a sua volta, come accennato, antropomorfizzazione di un sentire comune probabilmente simile all’eggregoro.

Tra le divinità del pantheon semitico e dell’Israelitismo pre-mosaico, comunque, la più importante doveva essere quella che più da vicino riguarda il nostro discorso sul femminino sacro: Asherah (in ebraico אֲשֵׁרָה), la dea madre semitica per eccellenza, il cui culto doveva essere diffusissimo in tutta l’area del Mediterraneo orientale se, pur con nomi leggermente diversi, la ritroviamo anche area accadica (Ashratum / Ashratu), ittita (Asherdu, Ashertu) e ugarica (Athirat). In a dea ugaritico (più esattamente trascritto come Aṯirat)[12].

Nella letteratura ebraica la troviamo in particolare nel “Libro di Geremia” scritto intorno al 628 a.C. (Ger. 7:18 e Ger. 44:17-19, 25), in cui ci si riferisce a Asherah come “regina del cielo”(לִמְלֶכֶת הַשָּׁמַיִם).

In precedenza, nei testi di Ugarit (prima del 1200 a.C.) Athirat è quasi sempre definita come “Colei che cammina sul mare” ma, soprattutto, come “la creatrice degli dei (Elohim)”, essendo la consorte del dio El (e, infatti, tra i suoi appellativi figura anche “Elat”, forma femminile di El), caratteristica che mantiene anche in ambito ittita (Asherdu è sposa di Elkunirsa, “El il Creatore della Terra”).

Ciò che stupisce è come figurine identificata con Asherah siano sorprendentemente comuni nella documentazione archeologica dell’area palestinese, ad indicare la popolarità del suo culto fin dai primi tempi dell’esilio babilonese e come siano state trovate numerose iscrizione che collegano Yahweh e Asherah: un ostracon dell’VIII secolo a.C., rinvenuto dagli archeologi israeliani a Kuntillet Ajrud nel 1975, ad esempio, recita “io ho pregato su di voi la benedizione di YHVH nostro custode e della sua Asherah“, mentre una iscrizione di Khirbet el-Kom vicino a Hebron, reca impresso “Sia benedetto il Signore e la sua Ashera, che dai suoi nemici che lo hanno salvato!”. Allo stesso modo, tenendo presente che il simbolo di Ashera era normalmente una stele liscia, una colonna o un albero”, è impossibile non notare la quantità di raffigurazioni di questo tipo trovare in Israele e come “pali sacri” siano citati in Esodo, Deuteronomio, Giudici, 2Cronache, Isaia, Geremia e Michea[13].

Sia le prove archeologiche che i documento dei testi biblici dimostrano, dunque,  tensioni in periodo monarchico tra gruppi che supportavano adorazione del Signore accanto a divinità locali come Ashera e quelli che imponevano il culto del solo Yahweh: la ​​fonte deuteronomista dà certamente prova di una forte partito monoteiste durante il regno di re Giosia, alla fine del VII secolo a.C., ma la forza e la prevalenza del culto monoteistico in periodi precedenti è ampiamente dibattuta, sulla base delle interpretazioni di come gran parte della storia del Deuteronomio sia basata su fonti anteriori e di quanto tali fonti possano essere state rielaborate da redattori deuteronomistici per sostenere il loro punto di vista teologico.

E’ in questo quadro che un certo numero di studiosi, tra cui gli archeologi William G. Dever[14] e Judith Hadley[15] sostengono che, in un quadro di diffuso politeismo arcaico, Asherah, vista come dea madre creatrice e, conseguentemente, come trasposizione religiosa della fertilità e della fecondità, rappresentasse una dea consorte del Signore nella religione israelita popolare del periodo monarchico e fosse venerata come la Regina del Cielo. Altri (da Mark S. Smith a John Day e Andre Lemaire[16]) pur non obiettando sull’esistenza di un culto politeista e sulla presenza di divinità femminili nell’Israelitismo arcaico, negano che nell’Età del Ferro si potesse parlare di determinazioni sessuali femminili paritarie in campo teologico e ritengono che, piuttosto, in un progressivo passaggio verso il monoteismo, il culto di Asherah rappresentasse una forma di mediazione subordinata al Signore.

Recentemente, infine, in un documentario della BBC, la Dott.ssa Francesca Stavrakopoulou, Senior Lecturer presso l’Università di Exeter ha dichiarato: “La maggioranza dei biblisti di tutto il mondo ormai accetta come prova convincente che Dio una volta avesse una consorte”  e, intervistato nel medesimo documentario riguardo alla possibilità che gli Ebrei fossero monoteisti, avendo quindi una religione distinta dalla religione cananea, il Prof. Herbert Niehr dell’Università di Tubinga ha dichiarato: “Tra il X secolo e l’inizio del loro esilio nel 586 a.C. il politeismo era la religione normale in tutta Israele; solo in seguito le cose cominciarono a cambiare e molto lentamente. Direi che è corretto parlare di monoteismo solo per gli ultimi secoli, forse solo dal periodo dei Maccabei, cioè solo a partire dal II secolo a.C.“[17].

Ecco, allora, che l’ipotesi di un culto primario atavico mediorientale della dea madre associato ad un culto maschile e proveniente da un nucleo primario diffuso in tutto bacino mediterraneo comincia a prendere sempre più corpo e con esso l’ipotesi che, ancora una volta, in Israele come in molte altre civiltà antiche, solo l’impulso di una società progressivamente sempre più androcratica abbia portato allo schiacciamento di tale culto primario e naturale, sviluppando un monoteismo maschile capace di assorbire completamente le istanze religiose precedenti ma, a quanto pare, non di cancellarne completamente le tracce.

Note


[1] J. E. McFadyen, Introduction to the Old Testament (Classic Reprint), Forgotten Books 2010, pp. 18 ss. passim.

[2] M. Kister, Ancient Gods: Polytheism in Eretz Israel and Neighboring Countries from the Second Millenium Bce to the Islamic Period , Eisenbrauns 2008, passim.

[3] M.S. Smith, The Early History of God: Yahweh and the Other Deities in Ancient Israel,  Wm. B. Eerdmans Publishing Company 2002, pp. 46-84 passim.

[4] R. Patai, The Hebrew Goddess, Wayne State University Press 1990.

[5] M.S. Smith, God in Translation: Deities in Cross-Cultural Discourse in the Biblical World, Wm. B. Eerdmans Publishing Company 2010, ppp. 112 ss.

[6] J.C. L. Gibson, Genesis, Westminster John Knox Press 1982, pp. 203 ss.

[7] J. Day, Yahweh and the Gods and Goddesses of Canaan, Sheffield Academic Press 2002, pp. 161-163.

[8] R. Patai, Citato, p. 93 ss.; J.Day, Citato, pp.63 ss.

[9] Citato in J.D. Dunn, N. Snyder, E. Yattah, Window of the Soul: The Kabbalah of Rabbi Isaac Luria, Weiser Books 2008, pp. 98-99.

[10]Zohar, I, 21.

[11] R. Patai, Citato, p. 211.

[12] D. Penchansky, Twilight of the Gods: Polytheism in the Hebrew Bible, Westminster John Knox Press 2005, pp. 108 ss.

[14] W.J. Dever, Did God Have A Wife? Archaeology And Folk Religion In Ancient Israel, Wm. B. Eerdmans Publishing Company 2005, p.72 ss.

[15] J.M. Hadley, The Cult of Asherah in Ancient Israel and Judah: Evidence for a Hebrew Goddess, Cambridge University Press, passim.

[16] M.S. Smith 2003, Citato, J.Day, Citato, A. Lemaire, The Birth of Monotheism: The Rise and Disappearance of Yahwism, Biblical Archaeology Society 2007.

[17] “Bible’s buried secrets”, BBC – febbraio 2011.

 

(centrostudilaruna.it)