LE DECADENZE. LA NUOVA GUINEA

di Denis Saurat

CAPITOLO IV – LE DECADENZE. LA NUOVA GUINEA

Da qualche tempo è di moda fare discendere intellettualmente le diverse civiltà dai selvaggi, così come una volta si faceva discendere l’uomo dalla scimmia. In tal modo si spiegava – non citiamo nessuno – che le meravigliose spiritualità dell’Egitto delle prime dinastie provenissero dai totemismi dei primitivi, i quali avrebbero abitato la valle del Nilo circa diecimila anni or sono. Questa moda sta scomparendo e il tentativo assurdo di far uscire il più dal meno deve essere logicamente abbandonato. Tutto ci porta a credere che l’uomo, creato molto rapidamente, sia stato subito un essere superiore, sia per intelligenza che per spiritualità; e che catastrofi, interiori ed esteriori, l’abbiano fatto degenerare su certe parti della Terra, in date circostanze che intravediamo abbastanza bene. Probabilmente, vi sono sempre stati uomini molto civilizzati da che l’umanità esiste. I selvaggi, lungi dall’essere all’origine delle civiltà, sono residui delle sconfitte, evidentemente numerose, che l’umanità ha subito nella sua lunga carriera. Senza dubbio sono coesistite contemporaneamente comunità raffinate, artistiche, intellettuali, in una parola, “umane”. Quando Malinovski (1) ci descrive un singolare traffico tra le isole del Pacifico che coprono una superficie uguale alla Francia, quello che dice si spiega molto meglio supponendo che un tempo vi fosse stato in quei luoghi un impero ormai scomparso. Infatti, quei selvaggi ancor oggi organizzano spedizioni, qualche volta rischiosissime, attraverso mari molto incerti, per trasportare da un’isola all’altra oggetti senza valore intrinseco, come: bastoni, vasi, anelli, utensili e impiegano parecchi anni per fare il giro dell’arcipelago e ritornare infine all’isola dalla quale erano partiti. La spiegazione più semplice di queste futili azioni sembra quella che, in altri tempi, questi uomini di buona fede dovevano radunare in qualche posto designato gli oggetti o le derrate che rappresentavano il loro tributo alle finanze di uno Stato centrale, probabilmente qualche occupante civilizzato.

1) Argonauts of the Western Pacific.

Poi questo occupante è scomparso, lo Stato è crollato e i selvaggi hanno continuato a trasportare d’isola in isola oggetti il cui trasferimento non era più necessario. Indubbiamente, anche i selvaggi hanno dato sempre meno valore agli oggetti trasportati. Il rito assurdo è ciò che resta di una antica legge ragionevole. Sarebbe inutile attendersi che una legge ragionevole uscisse dal rito assurdo. Gli Egiziani avevano una concezione contraria alla nostra (e con ciò intendiamo la tesi citata della selvatichezza madre della civiltà). Essi dicevamo, come tutti gli antichi, che non i selvaggi ma gli Dei avevano insegnato agli uomini le arti e l’industria. Ed erano gli Egiziani del tempo di Erodoto e di Platone che lo dicevano, cioè uomini civilizzati da tre o quattromila anni, uomini civilizzati come noi, scettici come noi, decadenti come noi. Se noi ci siamo sbarazzati della nostra religione in cento o duecento anni, cosa hanno potuto essi fare in 3000 anni? Non abbiamo nessuna ragione di crederci più intelligenti di loro. Uno degli etnografi e psicologhi più rinomati del nostro tempo, John Layard (1) ha osservato a lungo e molto da vicino, i selvaggi di un gruppo di isole a Sud-Est della Nuova Guinea. Le montagne della Nuova Guinea, secondo la teoria di Hoerbiger, sono state uno dei rifugi della grande cultura umana durante l’alta marea permanente del Terziario. E poiché abbiamo tracce dell’attività marittima degli uomini di Tiahuanaco, le Ande e la Nuova Guinea sono state certamente in comunicazione tra di loro per decine di migliaia d’anni. Sotto l’impulso di capi giganti, doveva esserci una civiltà mondiale. Sarà la conferma di questa avventurosa ipotesi che cercheremo nelle scoperte di John Layard. 1) Gli indigeni del gruppo di Malekula continuano a innalzare megaliti e, fino a poco tempo fa, davano a queste monotone pietre sembianze umane. Le comunità villerecce partecipano tutte insieme a questi faticosi lavori, i quali – con lunghi intervalli di riposo – durano anni e dei quali si sta perdendo la tecnica. Layard ha assistito quasi all’ultimo stadio di questa attività. Stonomen of Maledilla. Cliatto-Windus, London, 1942. Né Malinovski né Layard sono responsabili delle idee generali qui espresse; essi si sono occupati di raccogliere fatti e racconti dei selvaggi. (E ci serviamo di nuovo della parola “selvaggio” sostituita sovente dalla parola “primitivo”. Crediamo che quest’ultima contenga una idea totalmente falsa, poiché consideriamo il selvaggio come un decaduto di antiche civiltà. Il vero “primitivo” era un essere estremamente “civilizzato”, come l’Adamo della Bibbia o l’Osiride egiziano).

La troviamo e, pare, irrefutabile. Evidentemente, l’arrivo degli uomini bianchi porrà fine, qui come altrove, a tutto quello che resta di originale in vecchie tradizioni come queste. I megaliti sono enormi. Uno, alto dieci metri, si ruppe in tre pezzi durante le operazioni, e l’intero villaggio dovette tentare due volte con un lungo intervallo di riposo e con l’appoggio della magia femminile, prima di riuscire a sistemare le tre pietre nei luoghi prescelti. È ancora recente il tempo in cui questi monoliti erano scolpiti per rappresentare gli antenati. Le grandi pietre sono infatti le dimore degli spiriti dei morti ed è importante che uno spirito sappia riconoscere la propria figurazione. Questi “antenati” erano dunque, in origine, dei giganti. Ma l’arte di scolpire la pietra sta perdendosi. Anzi, è già scomparsa in molte isole. Molto spesso, infatti, il monolito non viene più scolpito e si pianta davanti al blocco di pietra grezza un tronco d’albero scolpito in modo che rappresenti vagamente un essere umano. Il pezzo di pietra e quello di legno rappresentano insieme l’antenato. Ma il legno marcisce. Allora, dopo poco, non restano che pietre erette che si trovano nelle pianure allineate a centinaia. Non vengono più rimosse, e gli spiriti, ormai abituati a una dimora fissa, (il pezzo di legno ha loro insegnato quale è quella eretta a loro intenzione) continuano a venire nella loro pietra, anche dopo che il legno è scomparso da anni. Altrove, la degenerazione è a uno stadio più avanzato. Gli indigeni pigri non erigono più le grandi pietre e si accontentano di un palo scolpito che, spesso, finisce per essere solo un rozzo bastone. Viceversa, in certe isole il legno ha assunto maggiore importanza. Il palo di legno è diventato un “gong” verticale che può avere quattro o cinque metri di altezza, naturalmente vuoto internamente e spaccato davanti fino quasi alla sommità, che è, quest’ultima, a forma di volto. Vere orchestre sono formate da questi gong e nelle grandi foreste, tutti insieme, il rumore è meraviglioso: le voci degli “antenati” possono così farsi sentire da tutti. Ma le statue, di monoliti o di legno, sono solo un elemento di una figurazione caratteristica. Normalmente, davanti alla grande immagine di pietra dell’antenato, è collocato un dolmen di un metro o un metro e mezzo, fatto generalmente di tre pietre, ma spesso più composito. Su questo dolmen, che è la tavola del gigante, si sacrificano maiali allevati in modo particolare.

E Layard non ha fatto fatica a scoprire che non molto tempo fa erano uomini che venivano offerti per nutrire il gigante. Poiché il menhir è il gigante e il dolmen è la tavola sulla quale egli mangia. Il dio vi ucciderà se non gli offrirete il sacrificio. I maiali sono sacrificati affinché “l’antenato” non venga a prendere gli uomini. Ma l’idea che un merito molto più grande venga acquisito quando un uomo è offerto è radicata nello spirito degli isolani. La presenza dei bianchi e delle loro navi da guerra sono il solo ostacolo alla continuazione di questo “cannibalismo sacro”. Diagramma di un insieme: menhir, dolmen, statua di legno. Si può anche vedere nell’arrivo dei bianchi la causa primordiale della degenerazione dei riti. Anche senza l’intervento delle forze armate dell’Europa, il negro, a contatto dei bianchi, perde quella sorta di potere psichico che prima possedeva, perde interesse per le sue vecchie pratiche e, in brevissimo tempo, degenera. Certamente, la legge dei bianchi che proibisce il cannibalismo e vieta i sacrifici umani con severi castighi, ha un effetto importante, ma l’influenza psichica è più sottile : i bianchi fanno la figura di nuovi “Dei” e gli antichi Dei spariscono davanti a loro. I Romani, con la forza delle loro legioni e quella dello scetticismo, soppressero i sacrifici umani – che si facevano spesso anche davanti a colossi di legno, di pietra o di metallo. L’alta statura è il simbolo del dio – il “dio” non era che la forma degenerata dei giganti d’altri tempi. Così si spiega il fatto che riti, che erano sopravvissuti per decine di migliaia d’anni, scompaiono rapidamente davanti a noi, davanti alla nostra mentalità più ancora che alle nostre armi. Noi togliamo al selvaggio ciò che gli permetteva di vivere spiritualmente – senza dubbio abbiamo diritto e ragione per farlo – ma poiché la morte fisica segue la morte morale, è facile prevedere prossima la scomparsa totale del selvaggio. La nostra immaginazione ha appena bisogno di mettersi in movimento per interpretare i fatti riportati da Layard. Le spiegazioni ci sono fornite dagli stessi indigeni i quali narrano che in una antichità assai remota, vi furono dei giganti benevoli i quali civilizzarono gli uomini, insegnarono loro le arti, utili o estetiche, la scultura in primo luogo: l’erezione delle statue dei re. Poi, vennero i giganti cattivi e cannibali e fu necessario mettere tavoli, di pietra davanti alle loro statue e offrire uomini in pasto. Tagaro, che era buono, era venuto dal cielo. Suque, che era cattivo, lottò contro Tagaro e fu precipitato nell’abisso: come in Grecia i giganti cattivi furono fatti precipitare dagli Dei buoni.

Poi tutti i giganti scomparvero, ma gli uomini terrorizzati continuarono a diffidare di loro erigendo statue e offrendo sempre le vittime. E adesso i bianchi arrivano, e tutto questo cessa. La testimonianza dei negri di Malekula è scritta nei megaliti, le teorie di Hoerbiger ricevono una evidente conferma. Conferma orale anche, forse ancora più sorprendente, con la trasmissione dei miti attraverso gli abissi del tempo: e questo ci conduce a pensare che non è passato molto da quando degli Dei civilizzati insegnavano la loro religione a quei selvaggi. Infatti, Layard ha raccolto certe leggende curiosamente hoerbigeriane. All’inizio, il mondo e gli esseri viventi furono creati dalla Luna. Gli uomini caddero dalla Luna (1). Ancora adesso, le anime degli uomini sono formate nella Luna donde discendono nel seno della loro madre. Anticipazione della teoria dei raggi cosmici e delle mutazioni repentine, oppure residuo sfigurato di un antico insegnamento? La Luna, in tutti i casi, occupa il primo posto in questa antropologia. E, d’altra parte, vi è la cognizione che la Luna può anche cadere(2). Infine, strabiliante cosa presso quei popoli marinari essi raccontano che all’origine non c’era il mare – tutto era terra – e un giorno, all’improvviso, sopraggiunse il mare e si stabili al posto che occupa adesso. Riepilogo della teoria di Hoerbiger sull’invasione delle pianure del Pacifico emerse quando le acque erano rigonfie verso settentrione e sommerse tutto di un colpo quando, caduta la Luna, le acque si stesero su tutte le pianure. Layard trovò ugualmente reminiscenze di scienze sperimentali diverse dalle nostre. Ed essendo quei negri assolutamente incapaci d’inventare alcuna scienza, osservazioni e pratiche sono verosimilmente conseguenza di tradizioni molto più antiche di uomini civilizzati non nel nostro stesso modo. Arriviamo così a una indicazione senza dubbio vaga ma abbastanza valida di ciò che era la scienza del periodo terziario. E questa indicazione sarà confermata al Messico, e in seguito da tutte le altre tradizioni. Dopo sir James Frazer in Inghilterra e Durkheim in Francia, era di moda considerare le pratiche di magia dei negri come puramente futili e basate su associazioni di idee puerili e senza fondamento.

1) Layard cita il padre Godefroy: Una tribù caduta dalla Luna, Les Missions Catholiques, Lyon, 1933. 2) Layard, op. Cit., p. 273 e p. 572.

Ma, dopo più attente e precise osservazioni si è scoperto che le pratiche magiche hanno qualche volta effetti precisi e controllabili, non sono dovute unicamente all’immaginazione dei selvaggi. Le cose si presentano piuttosto come se i negri fossero in possesso di certi frammenti di scienza un tempo bene organizzata e come se questi frammenti, utilizzati da cervelli poco adatti, fossero deformati e intaccati da errori, ma capaci di essere qualche volta ancora efficaci. John Layard scrive (1): “In certe circostanze, l’efficacia della magia che deve produrre il bel tempo o la pioggia, può non essere così illusoria come generalmente si crede. In Europa, è di moda da parecchi secoli non riconoscere la potenza della psiche umana sui fenomeni della natura. Le ricerche moderne hanno adesso in parte provato la realtà dei fenomeni d’ esteriorizzazione dell’energia psichica, benché vi siano pochissimi uomini che sappiano produrre questi fenomeni. Inoltre, è accertato che certi primitivi, dei quali Yego è meno differenziato di quello dell’uomo moderno, sono in contatto con forze collettive che l’uomo moderno non conosce qua si più e che certi maghi, particolarmente dotati, hanno una tecnica ben definita per utilizzare tali poteri. Maghi che sappiano produrre o disperdere temporali, esistono in tutte le parti del mondo, è noto che essi si preparano con lunghi periodi di digiuno ed esercizi psichici. Non è probabile che tanta energia possa essere stata spiegata da tanti indigeni particolarmente sviluppati, in tanti luoghi e per tanti secoli se non si fosse mai ottenuto nessun risultato. Di conseguenza, io propongo di accettare questa idea, non perché tutti i fenomeni atmosferici sono soggetti a potenza umana, ma perché, in certe circostanze favorevoli, il collegamento tra lo spirito primitivo e le forze della natura può essere tale che un contatto può essere stabilito tra le parti inferiori della coscienza e, in un certo grado, la volontà umana può avere un effetto sul tempo che fa (2).

1) Op. Cit. 2) John Layard è dottore in medicina di Cambridge e ha ottenuto In Imirca honoris causa di Oxford dopo la pubblicazione di questo libro, f uni) degli psichiatri più famosi d’Inghilterra e, inoltre, cristiano convinto. (JiirMn, perché si possa apprezzare tutto il valore della sua testimonianza, iimvulidutn, anche, da Deacon, altro eminente scienziato, in Malekula, 1.1 union, 1934. – Vedi anche: Paramhansa Yoganada, Autobiography of a Yogi. The Philosophical Library, New York. (N.d.T.)

E Layard dedica tutto un capitolo a un esame delle tecniche della magia del Pacifico dell’Ovest (XXIX, p. 628-648), come contributo agli studi delle forze psichiche ancora utilizzate da certi popoli primitivi”. Ciò nonostante, risulta dall’osservazione che questi procedimenti magici sono lontani dall’essere sempre efficaci. I risultati possono essere appurati, ma assai di rado, e soprattutto l’esame degli stregoni, anche i più esperti, rivela che non conoscono le ragioni né dei loro successi né dei loro insuccessi. Sono tutti apprendisti stregoni simili a quei negri, ai quali abbiamo insegnato a guidare l’automobile e in caso d’incidente sanno talvolta riparare i guasti più semplici, ma non comprendono veramente come la macchina possa funzionare né perché non funzioni. La limitata efficacia e la mancanza di teoria, messe in rilievo da Layard e da Deacon, mostrano che questi stregoni sono soltanto cattivi allievi di una scienza che li supera di molto, e che l’eredità raccolta dai maestri di un tempo si limita a qualche procedimento pratico. Qualche volta noi chiamiamo scienze psichiche elementi ancora incerti ottenuti da cercatori temerari. Scienziati di chiara fama se ne sono talvolta occupati. Moderni analisti della psicologia guardano questo lato con interesse. Ma in Europa e in America il vocabolo „scienza“ non può ancora applicarsi a simili osservazioni. Se le indicazioni date qui, e nei capitoli successivi, sono in qualche modo fondate, possiamo pensare che vi fu in altri tempi una civiltà nella quale esistevano veramente le “scienze” psichiche. La testimonianza di tutta l’antichità classica si unisce a quella dei selvaggi d’oggi per affermare la realtà dei fenomeni psichici. Forse, le antiche civiltà erano diverse dalla nostra perché la loro scienza era soprattutto „psichica“, mentre la nostra è soprattutto “fisica”. Verrà forse il giorno in cui saremo costretti ad ammettere la realtà, e anche la necessità, dei due generi di scienza. Forse i selvaggi sono vissuti fino ai nostri giorni per portarci la loro testimonianza prima di scomparire, e per consegnare alle nostre intelligenze la cura di riprendere e di rilevare i frammenti delle più antiche conoscenze umane, quelle che le tradizioni attribuiscono ad Adamo prima della caduta. Lo scatenarsi, che diventa terrificante, della nostra scienza fisica, necessita certamente influenze di ordine del tutto diverso. Come certe leggende narrano, gli uomini dell’Atlantide perirono per la troppa scienza psichica e noi, forse, siamo in pericolo di perire per la troppa scienza fisica. È necessario trovare un equilibrio, sotto una più alta autorità.

(Capitolo estratto dal libro  “L’Atlantide e il regno dei Giganti”, Edito da Le nuove edizioni d’Italia, Milano)

TIAHUANACO

di Denis Saurat

CAPITOLO III – TIAHUANACO

Presso il lago Titicaca, nelle Ande, a circa quattromila metri d’altitudine, si trovano le rovine di diverse città ammucchiate l’una sopra l’altra. Fino al giorno d’oggi, l’esistenza di queste rovine è rimasta inesplicabile. I discepoli di Hoerbiger enunciano una tesi generale che permette di concepire come queste enormi pietre si trovino a quell’altezza, in una regione che dove la vita normale dell’uomo, è pressoché impossibile. Ma una esplorazione scientifica resta ancora da farsi. Alcuni caratteri rivelati rivelati fino a oggi costituiscono, presi nel loro insieme, una schiacciante conferma delle teorie di Hoerbiger, tanto più che la teoria generale dello scienziato viennese non deve niente, per la sua origine, a questa archeologia. Si è trovato che i calcoli di Hoerbiger sulla luna terziaria, sulla marea permanente e sulla caduta del satellite sono confermanti da una esperienza preistorica. Se le tesi di Hoerbiger di dimostrassero false, bisognerebbe inventarne altre, molto simili, per spiegare Tiahuanaco(1). Il primo fatto schiacciante è d’ordine geologico. Si è potuta studiare una linea di sedimenti marini che si stende ininterrottamente per quasi settecento chilometri. Questa linea comincia presso il lago Umayo, nel Perù, a circa cento metri d’altezza al disopra del livello del lago Titicaca, e passa a Sud di questo lago, a 30 metri al di sopra dell’acqua, e termina inclinandosi sempre più in basso, verso meridione, al di là dal lago Coipusa, 250 metri più in basso della sua estremità settentrionale. Inoltre, questa declinazione non è una retta, ma una curva. Per un quarto della distanza, la linea dei sedimenti discende di 30 centimetri per chilometro, e nell’ultimo quarto di circa 60 centimetri. Lungo questa linea vi fu quindi un mare. Quel mare non era orizzontale per rapporto al nostro orizzonte. La superficie di quel mare era curva, e molto più di quanto sia la superficie dei nostri oceani e della Terra in generale. I geologi hanno avanzato l’ipotesi di un innalzamento del continente sud-americano al di sopra del mare attuale. Tesi poco soddisfacente perché non si vede bene da dove sarebbe venuta la tremenda forza necessaria. 1) Tutto questo capitolo è un sunto del bel libro di H. S. Bellamy:Built before the flood-The problem of Tiahuanaco. Faber, London, 1947. Mentre le date sono tratte da libri più recenti:The calendar of Tiahuanaco by Bellamy and Allan, 1956. The Great Idol of Tiahuanaco pure di Bellamy and Allan, 1957. Inoltre, com’è possibile che questo sollevamento di un paese di montagna così accidentato abbia lasciato regolare una linea di sedimenti tanto lunga? Quella linea sarebbe stata spezzata in migliaia di frammenti non identificabili da un simile sollevamento. Infine, perché la linea di sedimenti presenterebbe una curva definita in modo così preciso? I cataclismi, anche lenti, non seguono affatto le geometrie regolari. La spiegazione di Hoerbiger è migliore. La marea permanente causata dalla vicina Luna Terziaria aveva accumulato l’acqua fino a quella altezza e l’anello che l’acqua formava era per legge naturale regolare e convesso, ed è durato un tempo sufficiente per depositare i suoi sedimenti sulle montagne già esistenti. Così, i presupposti del 1948 dei geofisici sono rispettati(1) Ora, questo antico lido passa davanti le rovine di Tiahuanaco, che era dunque, alla fine del Terziario, un porto sul mare. Le pietre stesse di queste rovine presentano caratteristiche che non si riscontrano in nessuna altra parte del mondo. La civiltà primaria delle Ande non rassomiglia a nessun’altra posteriore e le sue singolarità si comprendono soltanto se riferite a una data infinitamente antica. Ecco qui, per prima cosa, una pietra di circa 9 tonnellate, scavata sulle sue sei facce da incastri inspiegabili. Architetti d’ingegno e sapienti archeologi hanno trascorso inutilmente settimane a osservare questi incastri, gli scopi di questi fori geometrici. Questo monolito è alto tre metri e aveva una funzione ormai dimenticata da tutti i costruttori della storia susseguente. Si trovano portali di tre metri d’altezza, quattro metri di larghezza e mezzo metro di spessore, intagliati in un unico masso di pietra con porta e false finestre intagliate e sculture del fregio scolpite nel vivo: il peso supera 10 tonnellate.

Si trovano parti di muro che pesano 60 tonnellate. E si trovano per sostenere altri muri composti di pietre più piccole, massi di arenaria dal peso di oltre 100 tonnellate interrati sotto l’edificio. E, finalmente, ecco le statue gigantesche. Una statua scolpita in una sola pietra è stata trasportata al museo all’aperto di La Paz. Ha 8 metri d’altezza, un metro di spessore e pesa 20 tonnellate. Vi sono decine di statue di questo tipo e ricerche sistematiche non sono ancora state fatte. Ciò nonostante, in scavi appena abbozzati sono state trovate ossa umane in stratificazioni principali, in prossimità di ossa di „toxodonti“, animali scomparsi alla fine del Terziario. Ciò basterebbe a dare una data a questa civiltà, ma l’esame del calendario decifrato nel 1937 porta prove più precise, sebbene non più decisive. Le teste stilizzate di „toxodonti“, sono anche utilizzate nella decorazione dei portali e nella formazione del calendario. L’esistenza simultanea dei costruttori e degli animali terziari non sembra quindi possa essere messa in dubbio. Problema curioso: i monoliti scoperti sembrano essere stati messi in opera da giganti. Mentre le aperture, le porte e le finestre scalpellate, sono di proporzioni umane. E perché gli uomini si sarebbero messi spontaneamente a fare statue alte otto metri, intagliate in un solo masso di pietra? Il lavoro necessario è immane e sarebbe difficilissimo anche oggigiorno, con i mezzi a nostra disposizione. Non è più semplice pensare che queste pietre siano state lavorate dai giganti stessi, sebbene per l’uso e il buon esempio di uomini di proporzioni ordinarie? Vedremo come, per tradizione universale, le arti sono state insegnate agli uomini da “Dei-re-giganti”. I circhi senza tetto potevano servire da sale d’assemblea dove il gigante parlava ai suoi sudditi. Più oltre esamineremo le gesta e le azioni dei selvaggi degenerati del Pacifico occidentale, che continuano a erigere monoliti qualche volta scolpiti in onore di antenati divini, i quali, un tempo lontano, erano stati i loro Re giganteschi. Anche la Bibbia, lo vedremo, ci parla di tribù della Palestina che avevano per Re dei giganti.

1) Nel Settembre del 1956, P.M.S. Blackett, presidente della
British Association, ha riferito al congresso annuale
(Sheffield) che scoperte poste-riori al 1950 sul magnetismo
delle rocce provavano, viceversa, che immensi cambiamenti
erano avvenuti nella posizione e la forma dei Continenti. La
geofisica entrerebbe così in un nuovo periodo, e nessuna delle
date o delle teorie accettate prima del ’50 sarebbe valevole.
Comunque, tutto questo non muta nulla per la nostra tesi
principale sui giganti. Nel 1956, il dott. Pei, dell’Accademia
delle Scienze di Pechino, ha scoperto oltre una cinquantina di
resti di giganteschi ominidi (sia di uomini che di scimmie di
400.000 anni fa) nella Cina del Sud. La cifra da 300.000 a
500.000 testa accettabile per le razze gigantesche.

Perché vi sarebbe stato un gigantismo delle statue se non vi fosse mai stato un gigantismo degli uomini? Ancora ai giorni nostri, i selvaggi di Malekula cercano di sottrarsi al compito di erigere monoliti e li sostituiscono con statue o anche semplici pali di legno, più leggeri da trasportare, più facili da scolpire. Valide e potenti ragioni hanno dovuto motivare la erezione dei giganti di pietra dell’isola di Pasqua. Lo stato di civiltà perfetta di Tiahuanaco, riflesso nel volto stesso dei colossi, ci spinge a immaginare che esse rappresentano uno dei punti di partenza dell’umanità. I colossi scolpiti sono stati eretti in comunità civilizzate, dove il lavoro si faceva in comune e in armonia, tra giganteschi e benevoli maestri e folle umane riconoscenti, così come sono state costruite le nostre cattedrali. Ma in queste comunità del Titicaca, le caste regali erano giganti e sembra che abbiano voluto anch’essi aiutare a fare il lavoro. Possiamo pensare che gli stessi Egiziani, allorché costruirono i loro colossi per i loro Dei-Re, si ricordarono dei tempi felici quando il gigante Osiride aveva loro insegnato la scultura, e pensarono che era necessario offrire al dio morto una statua delle sue dimensioni, in modo che egli potesse tornare senza trovarvisi impacciato. Ma prima di passare alle caratteristiche intellettuali e spirituali, insistiamo su un altro punto della strana civiltà dell’altipiano delle Ande. Tiahuanaco era un porto di mare, un porto d’acqua salata. Il lago Titicaca è salato e l’esplorazione geologica dei terreni circostanti non rivela sale che possa essersi accumulato nel lago. Il lago è salato perché è l’ultimo resto di un oceano scomparso, l’ultima pozza lasciata a seccare dal mare che scendeva. Le banchine del porto di Tiahuanaco esistono ancora e non sono a livello del lago, ma sulla linea di sedimenti che segnava la marea permanente del Terziario. Hoerbiger ha calcolato che la fascia che formava il sollevamento dell’acqua aveva sommerso cinque grandi isole: si tratta quindi di valutare i volumi di acqua, le altezze delle montagne e la forza di attrazione della Luna d’allora. Restavano al di sopra dell’oceano: le Ande del Titicaca, l’Alto Messico, la sommità della Nuova Guinea e il Tibet. Troveremo conferme quasi scientifiche nelle tradizioni dell’Antico Messico, con periodi suddivisi in un ordine pressoché geologico. Troveremo testimonianze tra i selvaggi della regione della Nuova Guinea. Avremo il diritto di pensare che i giganti mediterranei erano scesi dalle montagne dell’Abissinia, quinta isola. Possiamo legittimamente immaginare che gli uomini di Tiahuanaco, porto di mare, avessero navi che facevano il giro del mondo sul loro mare curvo. Una cultura che si stendeva a tutta la terra abitabile era unificata dai traffici marittimi. Come spiegare altrimenti le sorprendenti rassomiglianze? I cromlechs (1) del Morbihan e quelli di Malekula? I giganti dell’isola di Pasqua? Le leggende della Grecia e quelle del Messico? Frammenti degenerati di una alta civiltà probabilmente mondiale e che si può collocare circa trentamila anni or sono. Sul valore intellettuale di questa civiltà, abbiamo una preziosa testimonianza che sembra irrefutabile: un calendario scolpito sulla pietra. Mezzo conficcato nella melma disseccata, spezzato in due da una fessura in alto, ma tenuto insieme dal suo peso di dieci tonnellate, è stato trovato un portale scolpito, monolitico, alto e largo più di tre metri. Posnansky, il veterano degli studi archeologici boliviani, ha scoperto per primo che si trattava di un calendario e ha potuto determinare i segni dei solstizi e degli equinozi. Il tedesco Kiss, dopo studi sul posto nel 1928 e 1929 ha proposto nel 1937 il deciframento generale dei mesi e delle settimane. Infine, l’inglese Ashton nel 1949 ha interpretato e catalogato tutti i particolari del simbolismo che permettono la conoscenza precisa del funzionamento di questa „macchina scientifica“. Nel 1927, Hoerbiger, servendosi degli elementi che costituiscono le basi delle nostre conoscenze sulla rotazione della Terra, è arrivato alla conclusione che alla fine del Terziario la Terra girava intorno al Sole in 298 giorni, e ogni giorno aveva un po’ più di 29 ore nostre(2). Hoerbiger mori nel 1931 e i suoi calcoli sono negli archivi dell’Istituto Hoerbiger, a Vienna. Solamente nel 1937 Kiss è stato in grado di dichiarare che il calendario di pietra di Tiahuanaco contava 290 giorni. Siccome Tiahuanaco precede di forse cinquantamila o centomila anni la fine del Terziario, la differenza, in teoria, è .accettabile e diventa una prova di più. Fino ad oggi, nessun’altra interpretazione del calendario è stata prospettata, e l’analisi di Ashton, nel 1949, ha confermato interamente le scoperte di Posnansky e di Kiss. Si deve quindi ammettere, fino ,a nuove conclusioni, che i calcoli di Hoerbiger (fatti prima di qualunque interpretazione o anche prima della conoscenza approfondita del calendario), si sono dimostrati confermati dalle osservazioni fatte e registrate alla fine del Terziario. E, reciprocamente, i calcoli provano che è alla fine del Terziario che gli astronomi di Tiahuanaco hanno fatto le loro osservazioni. Ora, questo calendario è migliore del nostro. 1) Enormi pietre, monumenti megalitici, disposte in cerchio, talvolta attorno ad una più grande, che si trovano in Bretagna. I dolmens sono formati da tre massi, i cromlechs da uno.(N. d. T.) 2) Bellamy: op. cit., p. 105.

Non è migliore di quello che i nostri astronomi potrebbero fare se li si pregasse di farne uno. Ma è migliore di quello quotidianamente in uso. Non possiamo certo dire che gli astronomi di Tiahuanaco fossero superiori ai nostri: non ne sappiamo nulla. Ma possiamo dire che il pubblico, per il quale questo calendario era stato fatto, era intellettualmente superiore al nostro pubblico e possedeva una migliore cultura scientifica. Il solo dato “scientifico” — in corrispondenza con l’osservazione — che il nostro calendario fornisce, è il numero dei giorni dell’anno. Ma i nostri “mesi” sono pura convenzione, non corrispondono a nulla. Essi non concordano in nessun modo con il corso della Luna. Perché abbiamo dodici mesi? Enigma. Inoltre, le nostre settimane sono sfalsate e non spiegano niente. I solstizi e gli equinozi, momenti decisivi del volgere dell’anno, non sono indicati dal nostro calendario, sono sovrapposti alla loro data, apparentemente per caso, il 20, 21 oppure il 22 di un mese. Infine, il nostro anno non comincia con nessuna coincidenza astrale e potremmo spostare questo inizio a nostro beneplacito senza inconvenienti: cosa che abbiamo d’altronde già fatta. Le nostre feste mobili, Pasqua e le altre, navigano in una amabile indecisione. Il calendario di Tiahuanaco comincia logicamente dall’equinozio d’autunno dell’emisfero sud. È diviso in quattro parti separate dai solstizi e dagli equinozi, i quali segnano così le stagioni astronomiche dell’anno. Ognuna delle quattro stagioni è divisa in tre sezioni, da qui le 12 divisioni, e da qui forse sono venuti fuori i nostri 12 mesi. Ma le suddivisioni dell’anno di Tiahuanaco erano di 24 giorni, e il satellite terziario girava esattamente 37 volte intorno alla Terra in 24 giorni. In tal modo, lo schema fatto una volta in un mese deimovimenti della Luna d’allora era valevole per tutti gli altri mesi. E si sapeva, guardando il calendario, dov’era la Luna in qualunque ora del giorno. Se oggi noi avessimo un calendario razionale, dovremmo ritrovare anche la medesima fase della Luna il medesimo giorno di qualunque mese. Ma qualcosa di ben più complicato si presenta a questo punto(1). Il satellite Terziario girava 37 volte il “mese” intorno alla Terra. Poiché anche la Terra gira, agli osservatori d’allora, sembrava che la Luna si alzasse e calasse solamente 13 volte. I due moti, quello apparente e quello reale, sono tutti e due indicati sul calendario di Tiahuanaco. A questo punto siamo obbligati a sentirci in stato di inferiorità. Da sempre o quasi, i nostri astronomi sanno bene che il movimento apparente della nostra Luna non è il suo movimento reale, poiché il nostro posto d’osservazione, la Terra, gira su se stesso. Ma la nostra civiltà si accontenta di stabilire il movimento apparente e di riportarlo, alla rinfusa, sui nostri calendari. Non siamo ancora arrivati a rendere le nostre masse sufficientemente colte per trasportare nel dominio di tutti questa distinzione tra il moto apparente e quello reale. Possiamo dedurre qualcosa di più sul valore morale e spirituale di questa civiltà? Il suo valore intellettuale non lascia dubbi, dopo l’analisi del calendario. Il valore artistico è ugualmente evidente. Non possiamo affermare che questi uomini, giganti od ordinari, fossero più sapienti di noi – (forse lo erano?) – ma, ad ogni modo essi ne sapevano di più di tutti gli uomini che ci hanno preceduti. Per quel che sappiamo, né gli Egiziani né i Greci né gli Indiani avrebbero potuto costruire questo calendario. L’orgoglio per le nostre scoperte del XIX e XX Secolo ci porta a crederci superiori agli uomini delle Ande del Terziario in fatto di conoscenze scientifiche. 1) Bellamy, op, cit., p.135

Ciò nonostante, non possiamo esserne certi. Come valore artistico, noi li giudichiamo superiori, così come giudichiamo superiori gli Egiziani. Credo che in nessun momento della civiltà europea, neppure al tempo del Rinascimento italiano, avremmo potuto produrre un capolavoro di scultura paragonabile al volto umano del colosso battezzato El jraite dagli Spagnoli e riprodotto in questo libro. Le linee del volto suscitano ai nostri occhi e al nostro cuore, un senso di sovrana bontà e di sovrana saggezza. Una armonia di tutto l’essere scaturisce dall’insieme del colosso, le cui mani e il corpo altamente stilizzati sono fissati in un equilibrio che è qualità morale. Riposo e pace emanano dal meraviglioso monolito. Se questo fu il ritratto di uno dei re-giganti che governarono quel popolo, si potrebbe pensare all’inizio della frase di Pascal: “Se dio ci desse dei governanti fatti di sua mano…”. E se pensiamo che l’arte non deve imitare la natura, troviamo questo volto composto di linee geometriche dove nulla della forma umana resta in ogni organo: gli occhi sono dei cerchi, il naso una piramide, la bocca un ovale, la fronte un rettangolo, e il profilo è un perfetto pezzo di ellisse con una linea dritta per nuca. Tuttavia, una espressione di straordinaria forza emana dall’insieme, ed è difficile trovare volto cubista o rappresentazione posteriore agli impressionisti di cosi grande sensibilità artistica. Sia sotto l’aspetto figurativo realista sia di arte astratta, quella gente aveva artisti superiori ai nostri. Bellamy scrive: “Le teste scolpite mostrano fronti alte, visi aperti, arditi profili. C’è una testa, in particolare – forse la testa di un dignitario perché porta un copricapo ufficiale – che è indimenticabile. Sembra uscire dalla pietra dalla quale è stata tratta, impaziente dello scalpello dello scultore e ben sapendo che non perirà mai”. Osserviamo qui una volta per sempre la differenza che c’è tra questi colossi e quelli che si trovano altrove, per esempio, nell’isola di Pasqua. A Tiahuanaco, l’intelletto europeo è superato. La stilizzazione è tale, l’elaborazione è cosi viva che non la comprendiamo perché il nostro spirito è abituato a un livello più basso. Questo si vede non soltanto nella maschera astratta che qui riproduciamo, ma, per esempio, nelle dita della statua. Invece, nei colossi pur cosi potenti dell’isola di Pasqua, il nostro spirito è abituato a un livello più alto: l’intelletto di questi scultori è inferiore al nostro, anche se sentiamo la loro anima più potente della nostra: il loro sentimento è più forte, il loro cervello più debole. Per contro, a Tiahuanaco siamo noi che risultiamo inferiori e per sentimento e per intelletto, ancora più che davanti alle statue dei primi Faraoni. Ma sul valore definitivo di questi esseri, di tutti quelli j della loro categoria, c’è un’altra testimonianza, ed è universale. In tutte le razze umane sono rimasti ricordi dell’età d’oro, durante la quale gli Dei potentissimi venivano a intrattenersi con gli uomini, insegnare loro l’agricoltura, la metallurgia, le scienze. E questa età d’oro è durata molto a lungo, e probabilmente gli uomini erano felici sotto la benevole dominazione dei super-uomini. I Greci ricordavano una età di Saturno che aveva preceduto le feroci guerre tra i giganti e gli Dei, e il nome di Ercole non era associato che a sentimenti di gratitudine, come quello del Titano Prometeo. Gli Egiziani e gli abitanti della Mesopotamia raccontavano anch’essi storie dei re-Dei che li avevano civilizzati. I selvaggi del Pacifico si attribuiscono per antenati i giganti buoni dell’inizio del mondo. Appare evidente in questa tradizione generale dell’età d’oro e degli Dei che regnavano, una confusa nozione residuo dei tempi felici delle origini. Le rovine di Tiahuanaco ci permettono anche di intravvedere la fine di questa età d’oro e di immaginare quello che avvenne in seguito, forse tra duecentocinquantamila anni e dieci o dodicimila anni prima della nostra epoca. Man mano che la Luna terziaria si riavvicinava troppo pericolosamente alla Terra, i mari erano sottoposti a una agitazione sempre più disordinata. Intorno a Titicaca si ritrovano tracce evidenti di tre diverse catastrofi: strati di cenere vulcanica, depositi di precedenti inondazioni e, infine, le prove della scomparsa definitiva del mare. C’è un luogo particolarmente impressionante(1) dove pietre semilavorate in grande quantità sono state abbandonate in disordine, utensili sono sparpagliati nella melma disseccata. Sembrerebbe che gli operai si siano dati precipitosamente alla fuga o siano stati sorpresi e annegassero mentre stavano lavorando. Poi il satellite girando intorno fini per sprofondarsi su tutto il contorno della Terra, distruggendo evidentemente tutto quello sul quale cadeva. Terminato questo bombardamento, il mare si ritirò press’a poco all’attuale livello, dato che l’attrazione del satellite era cessata. Anche l’aria si ritirò e andò a distribuirsi al di sopra di tutta la Terra. I sopravvissuti di Titicaca sentirono l’aria loro mancare, il calore abituale sparire: si trovavano adesso a più di 4000 metri al di sopra del livello del mare; non possedevano più mezzi di trasporto: le loro navi distrutte, spazzate via o diventate completamente inutili. Non avevano più di che nutrirsi: non arrivava più niente e non cresceva più niente. Certamente scesero dalle montagne, e si trovarono in pianure non ancora prosciugate nel continente immenso, appena liberato dalle acque. 1) Bellamy, op, cit., p.70

Prima che una terra adatta potesse trovarsi o crearsi e una vegetazione utile formarsi dovettero trascorrere secoli e millenni. Non soltanto tutta l’organizzazione sociale spari gradualmente, ma gli utensili non esistevano più, le macchine non potevano più essere costruite, gli scienziati stessi erano senza dubbio sperduti o scomparsi e le scienze dimenticate. Come narra Platone:”Essi e i loro discendenti si trovarono per molte generazioni privati delle più elementari necessità di vita e dovettero consacrare tutta la loro intelligenza all’unico scopo di procurarsi quello che soddisfava i loro materiali bisogni immediati”. Adesso, possiamo generalizzare un po’. Logicamente questi avvenimenti accaddero intorno ai cinque centri civilizzati.¨ E dall’Abissinia, dalla Nuova Guinea, dal Messico, dal Tibet come dalle Ande, discesero uomini diventati quasi selvaggi e giganti, in procinto di perdere la loro civiltà(1). Abbiamo già visto (e più innanzi diremo con maggiori particolari) le spaventose lotte tra giganti e uomini, e quelle dei giganti tra di loro, e quelle degli uomini tra di loro, con tutte le alleanze, sante o diaboliche, inevitabilmente sopravvenute. Tutte le mitologie conosciute sono piene di ricordi delle epoche terribili che fecero seguito all’età d’oro. Alla caduta fisica, alla degradazione materiale, corrispondeva la caduta morale. Gli uomini, pronti ad accusarsi, finirono per trovare nella caduta morale la causa delle catastrofi fisiche. Platone, alla fine del frammento che ci resta del suo racconto, dice che gli Dei, scandalizzati dai crimini degli uomini, decisero di punirli. Ma com’è possibile che la perversità umana abbia potuto causare la caduta della Luna terziaria, predisposta e inevitabile già da miliardi di anni?

1) Nel 1956, furono scoperte da Rogers Grosjean (della Recherche Scientifique, Parigi) nel Sud Ovest della Corsica numerose statue gigantesche la cui bellezza e importanza hanno portato la Corsica al livello dei principali centri d’arte preistorica. Il prof. Daniele Ruzo, di Lima, ci ha scritto: “Dopo trentanni di studi e ricerche ho acquisito la certezza che il Perù è pieno di enormi sculture ed altre opere intagliate nelle rocce fatte da preistorici uomini giganti”. V. pure: La Cultura Masma, Lima, 1954.

Questa idea è assurda e, tuttavia, ha provocato, moralmente e intellettualmente più bene dell’idea inversa. L’uomo ha fatto paura a se stesso con questa concezione che gli Dei lo avrebbero punito per i suoi crimini. E chi può dire quanto questo lo abbia aiutato a uscire dallo stato di selvatichezza del Quaternario? Filosoficamente, bisogna andare oltre il problema. Non è la catastrofe che ha provocato la degradazione: si può concepire che se gli uomini fossero stati adeguatamente evoluti, sarebbero discesi dalle loro montagne dietro ai loro giganti-re e avrebbero preso possesso metodicamente della nuova terra. È in questo modo che Milton rappresenta Adamo ed scacciati dal Paradiso: guardano con coraggio, e anche con fiducia in Dio, il mondo diventato più vasto e magnifico, consegnato per la loro impresa. È che l’uomo non era ancora all’altezza di questo compito. Tuttavia, in molti campi, è riuscito a spuntarla. Nulla ci vieta di pensare che anche civiltà organizzate siano esistite attraverso il Quaternario, da trecentomila a dodicimila anni or sono. Sembrerebbe anzi assai probabile che sia stato così, altrimenti sarebbe difficilissimo concepire che puri selvaggi abbiano potuto conservare durante più di duecentomila anni ricordi di cui parleremo più avanti. Si può molto meglio immaginare dei paleolitici viventi in un modo molto semplice, ma ancora bene organizzati, infatti i loro disegni e le loro sculture nelle caverne dànno di essi un elevato concetto. E in altri luoghi, città hanno potuto essere riedificate e aver conservato a lungo l’antica scienza. E altrove ancora, in favorevoli circostanze per clima e suolo, comunità hanno potuto durare lungamente, sotto la tenda per così dire, nutrirsi di datteri e succhi, conservando e anche intensificando una vita spirituale e intellettuale che ben s’addiceva alla semplicità della vita materiale.

(Capitolo estratto dal libro  “L’Atlantide e il regno dei Giganti”, Edito da Le nuove edizioni d’Italia, Milano)

 

LA LUNA E LA CIVILTÀ

di Denis Saurat

CAPITOLO I – LA LUNA E LA CIVILTÀ

La scienza sta creando oggigiorno una nuova mitologia. L’universo astronomico è misurato in miliardi di anni luce. Il numero di galassie calcolato nel cielo raggiunge il miliardo. Nell’infinitamente piccolo l’atomo è divenuto un mondo incomprensibile, quasi totalmente vuoto e, ciò nonostante, carico di inconcepibili forze esplosive che possono essere scatenate. Nel regno dell’uomo, per noi inevitabilmente posto tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, la cronologia ha spinto indietro le date delle origini. L’uomo esisteva sulla terra cinquecentomila anni or sono e, forse, anche un milione di anni. La residenza dell’uomo, il pianeta Terra, è ai nostri occhi più misteriosa di quanto non fosse in passato. Noi non sappiamo quasi più nulla di come sia nell’interno. L’antico fuoco centrale, terrore della nostra infanzia, che somigliava stranamente all’inferno, è sparito e oggi si dice che probabilmente il centro della Terra non sia più caldo di un confortevole fuoco di legna. Le teorie dell’evoluzione della superficie terrestre, della deriva dei continenti, degli sprofondamenti sensazionali, passano al livello dei miti, senza tuttavia cessare di presentare aspetti possibili. Non si sa più nulla con certezza: tutto torna ad essere possibile. Allora l’immaginazione umana — che un secolo o due di scienza razionale avevano resa un poco ottusa riprende forza e comincia a utilizzare taluni elementi della nuova scienza. Ma l’immaginazione sembra essere una costante: essa è disposta, non tanto a creare nuove immagini, quanto a dare nuovo valore ad antichissime tradizioni alle quali l’uomo è legato da quando ha cominciato a conoscere se stesso. Così, una delle più antiche leggende della nostra civiltà, la storia dell’Atlantide raccontata da Platone, ai giorni nostri, ha cambiato aspetto ed è tornata ad essere credibile. Prima di tutto, una nuova teoria cosmogonica soggetta, è vero, a violente controversie, dà una spiegazione accettabile, non solo di ciò che narra Platone, ma, cosa più importante, di certi passi della Genesi finora considerati pure fantasie. Inoltre, l’etnografia più recente contribuisce a dare a questa teoria e alla Bibbia conferme del tutto inaspettate. Infine, la psicologia attuale e forse la stessa biologia vegetale, animale e umana rivelano elementi che sono stranamente in armonia con quanto disse Platone e con le narrazioni della Genesi. L’insieme di questi vari elementi dà un quadro avvincente e nuovo e, tuttavia, così intimamente concordante con le più antiche leggende che sembra preferibile cominciare con il presentare sinteticamente questo quadro per passare successivamente alle conferme e ai riscontri. Eviteremo, così, all’inizio di falsare la prospettiva e di mettere troppo in evidenza aspetti che dovrebbero essere solidamente appurati, e che, per la natura stessa delle testimonianze accessibili, non possono restare che ipotesi. Ed ecco la sorprendente storia che si presenterà, per grandi linee, quando l’immaginazione avrà colmato le lacune della conoscenza. In seguito, vedremo i numerosissimi frammenti delle prove che permettono il legittimo lavoro dell’immaginazione. Per primo notiamo che le megalomanie che affliggono tanto gli astronomi quanto i fisici dell’atomo non possono essere nemmeno vietate ai nuovi storici. Se le galassie raggiungono il miliardo, se l’atomo può produrre o distruggere tutto un mondo, anche l’uomo può concedere alla sua storia qualche centinaio di migliaia di anni in più o in meno. Perché l’uomo dovrebbe essere più modesto dell’universo di cui fa parte? Circa trentamila anni or sono, una civiltà molto sviluppata e diversa dalla nostra era stabilita nelle Ande, a una altezza di 3.000 o 4.000 metri al di sopra dell’attuale Oceano Pacifico. L’oceano di allora raggiungeva questa altitudine sulle montagne, e la civiltà di Tiahuanaco viveva in riva al mare. Ciò vuol dire che in quelle regioni l’aria, allora, era respirabile senza difficoltà. Per quali ragioni l’acqua e l’aria si trovavano accumulate a simile altezza? Perché il satellite della Terra di allora, simile alla nostra Luna attuale, distava solo da 5 a 6 raggi terrestri da noi. Invece di una marea simile a quella di oggi, che sale e scende con la Luna a 60 raggi terrestri da noi, la marea di allora, attirata da una gravitazione lunare molto più forte, non aveva il tempo di ridiscendere: quella Luna, d’azione potente, girava troppo veloce attorno alla Terra. Così, tutte le acque del globo erano ammassate in una marea permanente che formava una fascia intorno al nostro pianeta. Questa fascia raggiungeva nelle Ande più di 3.000 metri di altezza. Fatto, questo, confermato da uno strato continuo di depositi marini che si può seguire, a quella altitudine, per 800 chilometri. Di questa civiltà di Tiahuanaco, della regione del lago Titicaca in generale ci restano gigantesche rovine. I più antichi cronisti dell’America del Sud ci tramandano che quando gli Incas si spinsero fino a quei paesi, vi trovarono rovine presso a poco nello stato in cui sono oggi, e risalivano, già allora, ad una incommensurabile antichità. Gli Incas, superstiziosi, decisero di andare a stabilirsi più oltre. Invero, le pietre tagliate presentano aspetti che fino ad ora non si riscontravano in nessun altro luogo. Prima cosa: le dimensioni. Una statua, ricavata da un solo masso, ha più di sette metri di altezza e pesa dieci tonnellate. Vi sono dozzine di statue monolitiche simili, tutte trasportate da lontano. Anche il modo di lavorare la pietra ci rivela qualcosa di eccezionale. Parecchi porticati, o muri con porte e finestre, sono fatti con un unico blocco di pietra. Invece di sistemare le pietre in modo da lasciare l’orifizio libero, come oggi noi facciamo, quelle genti prendevano enormi pietre, di parecchi metri di altezza e di lunghezza, spesse in proporzione, ed erigevano i muri: poi intagliavano le aperture volute.

Tiahuanaco: La puerta del Sol (monolitica; veduta posteriore)

Tiahuanaco. Sopra: particolare del calendario. Sotto: veduta anteriore de La puerta del Sol“ con il calendario

Ci troviamo di fronte a prove di mezzi di lavoro che l’umanità non ha più conosciuto in seguito. Forse soltanto ai nostri giorni, con i nostri più moderni strumenti, potremmo di nuovo seguire questo procedimento; ma, evidentemente, non lo faremmo per molte ed ovvie ragioni. Esisteva, allora, una civiltà i cui principi erano diversi dai nostri. Di questa civiltà, anche dal punto di vista intellettuale, noi possediamo oggi elementi che ci illuminano. Le sculture di uno di questi portici monolitici sono state decifrate nel 1937. Cosa rappresentano? Un calendario concepito molto meglio del nostro: quel calendario comincia da un solstizio ed è diviso in solstizi ed equinozi. I suoi dodici mesi e le sue settimane corrispondono alle fasi cicliche del satellite in cielo. Le figurazioni rappresentano non solo il movimento apparente, ma anche il movimento reale del satellite. Mentre il nostro calendario non ha, astronomicamente parlando, un preciso inizio; i nostri mesi e le nostre settimane non corrispondono alle fasi della Luna e, generalmente, non sappiamo che la Luna ha un movimento reale diverso dal suo movimento apparente. Dobbiamo pensare che gli uomini di Tiahuanaco fossero intellettualmente più sviluppati di noi. Artisticamente, la levigatezza delle loro statue, l’armonia delle proporzioni, l’espressività che lo scultore ha saputo dare al volto dei suoi personaggi sono superiori a quanto noi sappiamo fare oggi. Sono al livello di Michelangelo e delle più impressionanti sculture d’Egitto(1). Questo fatto ci spinge a supporre non solo uno sviluppo intellettuale, ma anche uno sviluppo spirituale superiore al nostro. (1) Ci si accorge ormai — ha scritto Roberto Papini a proposito della Mostra dell’arte preistorica a Palazzo Strozzi, giugno 1957, — che in nessun tempo della storia dello spirito umano l’intuizione è stata più limpida, comunicativa e pura di allora… Vogliamo retrodatare di 30 mila anni l’impressionismo, la monumentalità, il senso statuario, il bilanciarsi della composizione, l’astrazione della figura umana? Tutto è possibile dopo l’apparizione del mondo preistorico. (N. d. T.) A vero dire, oggigiorno, orgogliosi come siamo delle nostre conquiste intellettuali, non pretendiamo di avere un alto sviluppo spirituale: siamo portati a negare lo spirito opponendogli l’intelletto. Ma la cosmografia dell’austriaco Hoerbiger, il creatore di queste nuove concezioni sul sistema solare, ci prospetta un’idea ancora più sbalorditiva. La Luna non è il primo satellite della Terra. Vi sono state molte lune: ad ogni periodo geologico un satellite ha girato intorno alla Terra. Perché, infatti, vi sono periodi geologici così bruscamente distinti gli uni dagli altri? Ciò è dovuto al fatto che alla fine di ognuno dei periodi — ed è questo che ne determinava la fine — un satellite è venuto a cadere sulla Terra. La Luna non descrive intorno alla Terra una ellisse chiusa, ma una spirale che va via via restringendosi e finirà per cadere sulla Terra. Vi è stata una Luna dell’era Primaria che è caduta sulla Terra, poi una dell’era Secondaria e una di quella Terziaria. Prima di cadere, quando la sua spirale era troppo vicina alla Terra, ciascuna di queste lune si dissolveva, i solidi, i liquidi, i gas si separavano in ragione della loro differente resistenza alla forza di gravitazione; così il satellite, girando troppo velocemente, „acchiappava quelle parti che si erano staccate e si muovevano più lentamente, il tutto si trasformava in un anello, simile a quelli che vediamo intorno a Saturno, i quali sono in questo stato attualmente. Infine, restringendosi la spirale, l’anello toccava la Terra e il satellite si schiacciava, più o meno attorno al nostro pianeta. Tutto ciò che rimaneva preso sotto, piante o animali, era sotterrato e si fossilizzava, per la mancanza d’aria e per la pressione. Infatti si trovano fossili solo in questi periodi. L’organismo sotterrato nei nostri tempi non si fossilizza, imputridisce. Così abbiamo per mezzo dei fossili testimonianze frammentarie sulla storia della vita. Molto prima di questo urto, durante periodi di centinaia di migliaia di anni, la Luna girava intorno alla Terra a una distanza da 4 a 6 raggi terrestri abbastanza regolarmente, perché il mese lunare era allora uguale al giorno terrestre. I due astri giravano insieme fin quando la caduta della Luna si accelerava e la Luna cominciava, allora, a girare più velocemente della Terra. Durante questo periodo fisso in cui il satellite era ravvicinato, il peso di tutti gli oggetti e di tutti gli esseri terrestri era diminuito, poiché la forza di gravitazione lunare li attirava verso l’alto e compensava gran parte della gravitazione terrestre. Ora, è la gravitazione che determina la nostra statura: noi cresciamo fino all’altezza e al peso del corpo che possiamo portare. Quindi, in questi periodi di forza di gravità alleggerita, gli organismi crescevano di più. Così si sono formati i giganti. Quali prove? Alla fine dell’era Primaria, noi troviamo i vegetali giganti che, sepolti per la caduta del satellite, daranno il carbon fossile. Alla fine dell’era Secondaria, noi troviamo animali di trenta metri di lunghezza, diplodochi e altri, divenuti fossili, essendo stati sepolti durante la caduta del satellite dell’era secondaria. Allo stesso modo possono essere esistiti i mammiferi giganti e i primi uomini giganti. Poiché, in quei periodi, gli esseri viventi alleggeriti del loro peso hanno potuto rizzarsi sulle gambe e sui piedi, e la loro scatola cranica allargatasi ha permesso l’espansione del cervello. Altre bestie hanno cominciato a volare: gli insetti giganti del Primario, gli uccelli del Secondario. Poi, nei periodi senza Luna, sopravvissero soltanto esemplari di queste brusche mutazioni: ha avuto modo di sopravvivere chi poté adattarsi alla nuova gravitazione; indubbiamente con conseguente diminuzione delle proporzioni troppo grandi. Gli uomini normali sono stati formati durante l’era Terziaria prima dell’avvicinarsi della nuova Luna, uomini più piccoli, più pesanti, meno intelligenti: i nostri antenati. Ma alcune razze giganti e intelligenti dell’era Secondaria, forse quindici milioni di anni fa, hanno continuato a esistere, e sono questi giganti che hanno civilizzato gli uomini (1). Tutte le antiche mitologie, dall’Egitto e dalla Grecia alla Scandinavia, dalla Polinesia al Messico, riferiscono unanimi che gli uomini sono stati civilizzati dai giganti e dagli Dei. (1) La presenza dell’homo sapiens è accertata fra 500.000 e un milione di anni. L’ipotesi può spingere l’esistenza dell’uomo gigante alla fine del Secondario, dieci o quindici milioni di anni or sono. È il Titano Prometeo che ha tratto gli uomini dal loro stato selvaggio. La Bibbia ci dà testimonianza di giganti, re dei popoli combattuti dai primi Ebrei. Così, le rovine gigantesche, e tuttavia sovente fatte per esseri di proporzioni umane, di Tiahuanaco si spiegano: maestri giganti hanno aiutato e diretto i loro sudditi umani in questi lavori. I grandi circhi del Titicaca non sono coperti, ma solo circondati di mura. I Re giganti potevano sedere lì al cospetto degli uomini sudditi. Il carattere pacifico e benevolo di questo primo regno dei giganti sugli uomini trova conferma ovunque. D’altronde, è sufficiente leggere sul viso dei giganti di pietra di Tiahuanaco l’espressione di suprema bontà e di saggezza, che è sorprendente. È l’età d’oro degli Antichi. E le statue gigantesche sono le statue dei giganti Re, perché gli uomini si sarebbero affaticati a trasportarle e a scolpirle? Per solo uomini, sarebbero bastate proporzioni umane. Furono gli stessi giganti che scolpirono le loro immagini. Più tardi, in Egitto e un po’ ovunque, quando i giganti erano già scomparsi, gli uomini tentarono di evocare e far rivivere il tempo e le immagini degli Dei. Noi troviamo ai nostri giorni, nelle isole vicine alla Nuova Guinea, poveri selvaggi che erigono ancora dolmen e menir senza sapere il perché, proprio come i nostri antenati fecero un tempo in Bretagna, in Inghilterra e altrove. L’età d’oro dei giganti bonaccioni e civilizzatori non durò che una sola volta. La Luna terziaria, che i giganti e gli uomini di Tiahuanaco conobbero, finì anch’essa per venire a schiacciarsi sulla Terra. Allora, la gravitazione lunare cessò. Le acque degli oceani si abbassarono poiché nulla più tratteneva la fascia marina dei tropici. I mari rifluirono senza dubbio fino ai poli, lasciando scoperti solo i più alti massicci montagnosi. La enorme massa d’acqua in movimento distrusse uomini e civiltà un po’ ovunque sulla Terra e, infine, il livello dei mari si stabili presso a poco a quello attuale. Chi sopravvisse? Coloro che si erano rifugiati, o già vivevano isolati, sulle alte montagne, come Platone stesso dice. Nelle Ande l’aria era divenuta irrespirabile: poiché, adesso, si era a 4.000 metri sul livello del mare. Una civiltà quasi completamente marittima ormai non era più possibile: il mare era scomparso. I sopravvissuti non poterono fare altro che scendere verso le paludi che il mare, ritirandosi, aveva create: la loro civiltà era perduta e, con essa, la loro terra, le loro navi, i loro arnesi, la maggior parte dei loro sapienti certamente: i sopravvissuti dovettero essere ben pochi. I grandi spostamenti del mare avevano repentinamente distrutto le città: intorno al Titicaca si trovano cantieri che rivelano essere stati abbandonati d’improvviso. Si doveva ricominciare quasi dal nulla. Le antiche mitologie acquistano or,a un significato e ci aiutano a capire. Alcune razze di giganti degenerarono ,a tal punto che divennero cannibali e si nutrirono di carne umana. I giganti-orchi si trovano in tutte le tradizioni. Altri giganti rimasero più civili e lottarono contro le barbarie della decadenza. Tutti i popoli ricordano orrende lotte tra giganti e Dei: gli uomini considerarono Dei coloro che li proteggevano. Ercole è uno degli Dei più antichi, sia in Grecia che in Egitto: è il gigante buono che distrugge i giganti cattivi. Giove stesso non può vincere i Titani senza l’aiuto di Ercole. Poi, naturalmente, i giganti s’indebolirono: fisiologicamente, nei periodi di Luna lontana, non potevano più sopportare il loro peso e anche il loro cervello degenerò. E, allora, gli uomini sterminarono i mostri. Davide uccise Golia. L’arma da getto, la fionda, dei piccoli uomini fece scomparire i giganti divenuti più o meno ebeti. Anche Victor Hugo, nei racconti delle fate, si meraviglia: Di vedere orribili, instupiditi giganti Vinti da nani intelligenti e coraggiosi. Così giungiamo all’alba della nostra Storia, quella che comincia circa sei o settemila anni fa. I giganti sono sterminati. Restano narrazioni alle quali a stento si può credere: come Urano e Giove divorarono i loro figli; come gli Ebrei, entrando nella terra promessa, trovarono il letto di ferro di un re gigante alto quattro o cinque metri; come antiche civiltà erano scomparse a causa di cataclismi; e la storia dell’Atlantide non è che un episodio di queste distruzioni. E restano inspiegabili testimonianze. Le statue gigantesche, l’isola di Pasqua, Karnak e Stonehenge, gli ultimi selvaggi del Pacifico. Più inspiegabili, infine, di tutte le narrazioni tramandate e di tutte le testimonianze, sono i sogni incoercibili. Tutte le generazioni degli uomini che conosciamo hanno sognato — e sognano ancora — la grande civiltà scomparsa, origine di tutte le civiltà successive dell’Atlantide e dei buoni giganti; e in tutte le generazioni continuano anche gli incubi di catastrofi, di sfaceli e di decadenze. E la psicanalisi e l’analisi psicologica più recenti si sono progressivamente ridotte all’ultima ipotesi, così difficile d’accettare, ma divenuta sempre più inevitabile: che dietro tutto questo ci sia qualcosa di irrimediabilmente vero. Il mondo e la sua storia sono pieni di catastrofi e meraviglie molto più di quanto fino ad ora abbiamo creduto. Se noi cerchiamo un Atlantide che sia la fonte di tutte le civiltà e sintetizzi tutte le tradizioni, possiamo credere che questa società delle Ande, trentamila anni fa, sia stata l’Atlantide. Invece di scomparire sotto il mare, essa è stata abbandonata dal mare ed è comunque perita. Quando le acque si furono calmate, gli uomini decaduti, che vivevano in Europa e si ricordavano dell’antica madre dei popoli dalla quale erano stati colonizzati e civilizzati, dovettero avventurarsi verso l’Ovest per ritrovarla. Ma fino a Cristoforo Colombo, nessuno aveva più ritrovato quella terra: i navigli erano troppo piccoli, gli equipaggiamenti troppo scarsi, la capacità di navigare insufficiente. E così la tradizione stabili che quel continente si era inabissato: poiché per quanto lontano si andasse verso l’Occidente non si trovava più nulla. L’oceano era vuoto. I Greci finirono per dire che da quella parte si giungeva ad isole felicissime, alle quali approdavano solo i morti. Ma è una tradizione più breve e succinta che Platone narra. Egli pone la catastrofe solo circa diecimila anni fa, provocata da una inondazione. La teoria di Hoerbiger ci permette anche di collocare, in quel tempo e in quello spazio del Nord Atlantico, un’altra Atlantide più modesta, che tuttavia ci colpisce in modo particolare. La catastrofe delle Ande può essersi verificata duecentomila anni fa. Dopo questa data la Terra si è trovata senza satellite fino all’avvento della nostra Luna attuale. Questa Luna era un piccolo pianeta che, come tutti i pianeti, girava intorno al Sole in una spirale che si restringeva. I piccoli pianeti ruotano in spirale più rapidamente di quelli grandi perché la loro forza d’inerzia è minore: essi portano in sé una carica minore della primitiva potenza esplosiva che li ha lanciati lontano dal Sole. Dunque, nella loro spirale che si avvolge più rapidamente, i piccoli pianeti raggiungono quelli grandi. Accade fatalmente che un piccolo pianeta passi troppo vicino a uno grande e allora la gravitazione del grande pianeta, a questa distanza, è più forte della gravitazione del Sole. Il piccolo pianeta si mette a ruotare attorno all’altro: diventa un satellite. Così la nostra Luna fu captata dalla Terra, forse dodicimila anni fa. E nuova catastrofe sulla Terra a quell’epoca: il globo terrestre prese la sua forma rigonfia ai tropici, l’aria, le acque e il suolo stesso attratti dalla gravitazione lunare, come ancora oggigiorno. I mari del Nord e del Sud rifluirono verso la parte mediana della terra. Concepiamo che una civiltà si era stabilita in un’epoca compresa fra trentamila e dodicimila anni or sono su altopiani fra il 40° e il 60° grado di latitudine Nord; ed ecco questa civiltà di nuovo di¬strutta, questa volta per sommersione: le acque del Nord, come racconta Platone, la ricoprono in una sola notte, e più a Nord hanno di nuovo inizio le ere glaciali su terre prive di aria e di acqua per l’attrazione della nuova Luna. Così si presentano a noi due Atlantide: ambedue possibili; l’una di gran lunga posteriore all’altra e derivata da essa. D’altronde, ambedue ci saranno necessarie se vorremo integrare tutte le tradizioni delle quali ancora possediamo, fin da tempo antichissimo, frammenti disseminati in ogni parte della Terra.

 

(Capitolo estratto dal libro  “L’Atlantide e il regno dei Giganti”, Edito da Le nuove edizioni d’Italia, Milano)

 
 

LA «MIGRAZIONE DORICA»

di Adriano Romualdi

 

Incisioni rupestri di Naquane. Capo di Ponte, Valcamonica.

Il nucleo dei Veda doveva già esistere, almeno come tradizione orale, quando il processo d’indoeuropeizzazione dell’Europa tocca il suo apice, quello che prelude immediatamente al sorgere del mondo greco-romano.

È la cosidetta «migrazione dorica» ossia quel movimento di popoli del Nord – caratterizzati dai loro Urnenfelder – che spinge in Grecia i Dori, avvia le migrazioni italiche nella penisola appenninica e causa la irradiazione dei Celti in tutta l’Europa dell’Ovest.

La presenza dell’incinerazione in questa seconda e risolutiva ondata indoeuropea ci introduce a un nuovo avvenimento spirituale che si colloca sempre nel solco del simbolismo solare e della «negazione della Madre».

L’incinerazione ha antiche radici nell’Europa-Centrale, ma solo alla fine dell’età del bronzo raggiunge quella espansione e quella compattezza che ci metton di fronte a una nuova visione della vita. È un rituale tipicamente uranico, orientato verso il cielo e la luce. La purificazione dello spirito dal peso della terra e la sua liberazione in pura sostanza di fuoco trovano un’eco precisa in una nuova fioritura del simbolismo celeste.

Incisioni rupestri di Tanum, Bohuslän, Svezia.

Il cerchio solare, la croce celtica, il disco puntato, la ruota raggiata traversano tutta l’Europa tra quei due grandi centri di riferimento che sono le incisioni rupestri del Bohuslän e quelle della Valcamonica. Allo stesso modo, dalla Svezia all’Italia – partendo da un focolare mitteleuropeo – fa la sua comparsa il motivo del cigno astrale, destinato a perpetuarsi fino alla leggenda di Lohengrin e del Graal. Il motivo dei due cigni affiancati che tirano la nave del sole, le protome di cigno stilizzate a 5, sono una delle più caratteristiche manifestazioni della cultura dei campi d’urne e ne accompagnano l’espansione giù giù, fin nel Lazio.

Il cerchio solare, la croce celtica, il disco puntato, la ruota raggiata traversano tutta l’Europa tra quei due grandi centri di riferimento che sono le incisioni rupestri del Bohuslän e quelle della Valcamonica. Allo stesso modo, dalla Svezia all’Italia – partendo da un focolare mitteleuropeo – fa la sua comparsa il motivo del cigno astrale, destinato a perpetuarsi fino alla leggenda di Lohengrin e del Graal. Il motivo dei due cigni affiancati che tirano la nave del sole, le protome di cigno stilizzate a 5, sono una delle più caratteristiche manifestazioni della cultura dei campi d’urne e ne accompagnano l’espansione giù giù, fin nel Lazio.

Il carro solare – questa volta trainato da un cavallo – è emerso in una palude della Danimarca a confermare la veridicità del mito ellenico dell’Apollo dimorante nel paese degli Iperborei.

Significativamente, nelle incisioni rupestri della Svezia e della Valcamonica, accanto al moltiplicarsi degli standars solari e di divinità maschili, vi è una rimarchevole assenza delle figurine femminili:

«Manca la fanciulla, così come la madre e la partoriente; manca l’immagine del piccolo animale che sugge il latte, immortalato sia a Creta che in Egitto in indimenticabili figurazioni. È un’anima radicalmente diversa quella che si esprime in queste incisioni rupestri nordiche e italiche. All’antico mondo mediterraneo, col suo naturalismo femminile, si contrappone una cultura tipicamente virile. Essa si apre una via verso il Sud» (Altheim, Italien und Rom, Amsterdam und Leipzig 1940, S. 25-26).

Un’assenza che ha un preciso valore indicativo circa il contenuto spirituale della «migrazione dorica». È un contenuto che verrà presto alla luce sia nel pantheon olimpico che nello stile di vita asciutto e severo del doricismo e della romanità.

Intorno al 950 circa, la grande migrazione è finita: nel Peloponneso ci sono ormai i Dori e sui Colli Albani i Latini. L’ethnos italico ed ellenico, saturo di elementi nordici, si prepara alla grande stagione della civiltà classica. Dalla Grecia all’Italia si diffonde una nuova costellazione simbolica la cui stella polare è la svastica – ripetuta centinaia di volte sia sui vasi del cosidetto « periodo geometrico », sia sulle urne a capanna del Lazio.

La preistoria è finita. Sull’Ellade albeggia l’aurora omerica. Significativamente, quando il primo popolo indoeuropeo d’Europa incomincia a parlare, il suo messaggio è quello della religione olimpica.

Di duemilacinquecento anni di preistoria religiosa europea, una parola ci è rimasta: *dyeus.

È il nome della Divinità: Juppiter – da Dius-pater (gen. Iovis, dat. Iovii) tra i Latini; Zeus (gen. Diòs) tra gli Elleni; Dyaus in India; Tyr o Ziu nel mondo germanico. È il nome del dio supremo e – al tempo stesso – quello del cielo divino in tutta la sua luce e tutto il suo splendore.

È questa una importante scelta spirituale: gli Indoeuropei, la razza nordica, gli europei sono il popolo di *dyeus, il popolo della luce. Il popolo destinato a portare il lògos, la legge, l’ordine, la misura. Il popolo che ha divinificato il Cielo di fronte alla Terra, il Giorno di fronte alla Notte, la razza olimpica per eccellenza.

È una scelta destinata a segnare un orientamento di millenni: l’ordine, nel mondo, è opera dell’uomo bianco.

Ma il Giorno, *dyeus, è – al tempo stesso – il Padre. Juppiter, Zeus patér, Dyaus pitàr sono termini che si pronunciano l’uno nell’altro.

L’ordine della luce è un ordine maschile. Non l’ordine della Madre – confondente tutto e tutti in una pacifica promiscuità, e che sta al di qua della civiltà come noi la concepiamo:

«Dal principio della maternità generatrice scaturisce il senso della universale fratellanza di tutti gli esseri, senso che declina e non trova più risuonanze con l’avvento del principio della paternità. La famiglia incentrata nel patriarcato è conchiusa come un organismo individuo, quella matriarcale conserva invece quel carattere tipicamente universalistico che si ritrova nei primordi. Da esso procede quel principio di universale eguaglianza e libertà, che noi spesso ritroviamo come tratto fondamentale dei popoli ginecocratici, insieme alla filoxenìa (simpatia per gli stranieri) e ad una decisa insofferenza per ogni specie di limiti e restrinzioni; infine, non diversa origine ha l’esaltazione del sentimento d’una generale parentela e di una simpatia, synpàtheia – che non conosce limiti… » (Bachofen, Le madri e la virilità olimpica, Milano 1949, pg. 34-35).

Il genio spirituale indoeuropeo – quale si manifesta fin nei primordi, sta appunto nel rifiuto di questa fratellanza promiscua del regno della Madre. Contro la promiscuità stanno la Famiglia e lo Stato, contro la fratellanza universale e bastarda la stirpe e la razza.

Contro il livellamento sta l’Ordine – come principio di differenziazione luminoso. L’Ordine solare del giorno, l’ordine di *dyeus, quale si trova simboleggiato nella svastica, primordiale simbolo della luce .

(Fonte: Centro Studi La Runa)

I CAPELLI BIONDI NELLA GRECIA ANTICA

di Adriano Romualdi

E’ stato Reche a osservare che mai i Greci avrebbero adoprato la parola “arcobaleno” (iris) per designare l’iride della pupilla (come i Tedeschi:Regenbogenhaut = iride) se avessero avuto occhi scuri. Solo un popolo con occhi azzurri, o grigi, o verdi può chiamare l’occhio “arcobaleno”: il prisco ceppo degli Elleni apparteneva perciò alla razza nordica.

Apollo del Belvedere. Particolare.

Frequenti nelle fonti greche sono gli aggettivi xanthòs e xoutòs “biondo”, pyrrhòs “fulvo” e chrysoeidés “aureo”, riferiti ai capelli di uomini o Dei, aggettivi che corrispondono perfettamente al latino flavusfulvus e auricomus. Diffuse anche espressioni come chrysokàrenos “testa bionda”, o chrysokóme “chioma d’oro”. Lo stesso progenitore degli Ioni e degli Achei sarebbe stato Xoutòs, “il biondo”, fratello di Doro e figlio di Elleno, mitico capostipite della stirpe greca. Che xanthòs significhi veramente “biondo” è rilevabile da Pindaro che chiamaxanthos il leone, Bacchilide il colore del grano maturo (III, 56) mentre Platone nel Timeo (68 b) ci spiega che xanthòs (il giallo) si ottiene mescolando “lo splendente col rosso e col bianco” e Aristotele (Dei colori, I, I) afferma che il fuoco e il sole van detti xanthòs.

Che i bambini dei Germani ai Greci già snordizzati apparissero “canuti” non sorprenderà se si tiene presente quel biondo platino quasi bianco di cui sono spesso i capelli dei bambini di pura razza nordica. Il significato di xanthòscome “biondo” ci è dato da qualunque dizionario greco. Come è stato spesso notato, gli eroi e gli dei d’Omero sono biondi: Achille, modello dell’eroe acheo, è biondo come Sigfrido, biondi sono detti Menelao, Radamante, Briseide, Meleagro, Agamede, Ermione. Elena, per cui si combatte a Troia, è bionda, e bionda è Penelope nell’Odissea. Peisandro, commentando un passo dell’Iliade (IV, 147), descrive Menelao xanthokòmes, mégas én glaukòmmatos“biondo, alto e con gli occhi azzurri”.

Karl Jax ha osservato che tra le dee e le eroine d’Omero non ce n’è una che abbia i capelli neri. Odisseo è l’unico eroe omerico bruno, ma l’abitudine a ritrarre gli eroi biondi è così forte che in due passi dell’Odissea (Xlll, 397, 431) anche lui è detto xanthòs. E, d’altronde, Odisseo si differenzia anche per i suoi caratteri psicologici, segnatamente per la sua astuzia: Gobineau vedeva in lui l’eroe “nella cui genealogia il sangue dei guerrieri achei si è fuso con quello di madri cananee”. In genere però, il disprezzo dei Greci d’epoca omerica per il tipo levantino, è scolpita dal loro disprezzo per i Fenici, bollati come “uomìni subdoli”, “arciimbroglioni” (Iliade XIX, 288). Tra gli dei omerici, Afrodite è bionda, come pure Demetra. Atena è, per eccellenza, “l’occhicerulea Atena”. Il termine adoperato è glaukopis, che certo è in relazione anche col simbolismo della civetta, sacra alla dea (glaux = civetta: occhi scintillanti, occhi di civetta), ma che in senso antropomorfico vale “occhicerulea”: Aulo Gellio (Il, 26, 17) spiega glaucum con “grigio-azzurro” e traduce glaukopis con caesia “die Himmelbluaugige“. Pindaro completa il ritratto omerico della dea chiamandola glaukopis e xanthà. Apollo è phoibos“luminoso, raggiante” e anche xoutòs. Era, sposa di Zeus e modello della matrona ellenica, è leukòlenos, “la dea dalle bianche braccia”, tipico tratto della bellezza femminile della razza nordica.

Acropoli, Atene.

Bianche braccia, piedi d’argento, dita rosate, e altri caratteristici aggettivi che rimandano a un colorito chiaro, sono frequenti nei poemi omerici. Anche Esiodo ci parla d’eroi e di dei biondi: biondo è Dioniso, bionda Arianna, bionda Iolea. La connessione dei canoni estetici d’età arcaica con l’ideale nordico si ricava anche dall’importanza attribuita all’altezza: kalos kai mégas sono due aggettivi che van sempre insieme. Nella descrizione di Nausicaa e di Telemaco nell’Odissea, si sente che l’alta statura è quasi sinonimo di nobile nascita. E’ lo stesso modo di sentire del nostro Medioevo, che ha dipinto tutte le donne bionde e che poneva come condizione della loro bellezza la grandezza della persona (“grande, bianca e fina”), anch’esso per l’influenza d’una aristocrazia d’origine nordica, germanica. In epoca classica, nomi come Leukéia, Leukothea, Leukos, Seleukos (da leukòs “Bianco”) alludono al colorito chiaro, così come Phrynos e Phryne a pelli bianche e delicate, come anche i nomi Miltos, Miltìades, e Milto. Galatéia (da gàla-gàlaktos =latte) è “quella dalla pelle di latte”. Rhodope e Rhodopìs quelle dalla “pelle di rosa”. Non rari i nomi Xanthòs, Xuthìas, Xanthà, come anche Phyrros “fulvo” (da pur = fuoco) e Pyrrha sposa di Deucalione e mitica progenitrice del genere umano.

Verosimilmente le stirpi doriche, ultime venute dal settentrione, e in particolare gli Spartiati, rigorosamente separati dal popolo, dovettero serbare a lungo caratteri nordìci. Ancora nel V secolo, Bacchilide loda le “bionde fanciulle della Laconia”; due secoli prima Alcmane, nel famoso frammento (54) aveva cantato la fanciulla spartana Agesicora “col capo d’oro fino e dal volto d’argento”. Anche le abitudini sportive delle Spartane, il loro costume di fare ginnastica insieme con gli uomini, ci parlano d’una femminilità acerba e atletica che meglio s’immagina in fanciulle di razza nordica che in quelle di razza mediterranea. Eustazio, (IV, 141) vescovo di Salonicco, commentando un passo dell’Iliade, ricordava come la biondezza avesse fatto parte dell’essere spartano. La cosiddetta “fossa dei Lacedemoni” ci ha restituito gli scheletri di 13 Spartani appartenenti alla guarnigione messa in Atene alla fine della guerra del Peloponneso: tre sono quelli di uomini molto alti (1,85; 1,83; 1,78), gli altri di statura superiore alla media, il più piccolo misura 1,60. Breitinger, che ha studiato questi resti scheletrici, rinviene in essi, “almeno una forte impronta nordica”. Ricorderemo che Senofonte segnalava l’alta statura dei Spartani.

Anche le stirpi ioniche, nonostante risiedessero da più tempo sulle rive del Mediterraneo – fatto che aveva condotto a una notevole mescolanza dell’elemento nordico con quello occidentale-mediterraneo – dovettero serbare, specie nell’aristocrazia, un certo ideale nordico. Nel cimitero del Dypilon, in età geometrica, si nota un incremento di brachicefali centroeuropei a spese dei dolicocefali mediterranei. Non si dimentichi che il geometrico nasce in Attica, esattamente come il gotico nasce in Francia, e così come sarebbe incauto affermare che la Francia non sia stata germanizzata solo perché la lingua è rimasta latina, così sarebbe azzardato sostenere che la migrazione dorica non abbia penetrato l’Attica. Nel VII secolo Solone ci parla d’un Crizia – antenato di Platone – coi capelli biondi, xantothrix, e Platone stesso nel Liside e nella Repubblica ci parla della biondezza come qualcosa di non particolarmente raro. I tragici d’età classica, e particolarmente Euripide, ci mostrano una quantità d’eroi e d’eroine bionde. Nelle Coefore di Eschilo (v. 176, 183, 205) la bionda Elettra rinviene un capello biondo presso il sepolcro del padre, e, poco più in là, ravvisa un’orma del piede particolarmente grande e ne deduce che debba trattarsi di suo fratello. Ridgeway per primo suppose che la saga d’Elettra serbasse un’eco della contrapposizione d’una aristocrazia nordica molto più alta delle plebi mediterranee . Nell’Elettra di Euripide (v. 505 e sgg.) apprendiamo che la biondezza è caratteristica degli Atridi, e nell’Ifigenia in Tauride Ifigenia (52/53) ricorda il padre Agamennone “col crine biondo ondeggiante sul capo”. Lo stesso Euripide ci mostra biondi Eracle, Medea, Armonìa.

Il Sieglin ha notato che nei livelli dell’Acropoli inferiori alla distruzione persiana si trovano costantemente statue con capelli dipinti d’ocra gialla o rossa e occhi in verde pallido: è noto il famoso “efebo biondo”. In genere, in tutta l’epoca classica, si mantenne l’usanza di dipingere di biondo i capelli delle statue: Filostrato, nel suo libro sulla pittura (Eikones), scrive che “la pittura dipinge un occhio grigio, l’altro azzurro o nero, i capelli gialli, o rossi, o fulvi”.

Atena Lemnia, attribuita a Fidia

Anche la grande Athena Parthenos che sorgeva accanto al Partenone era bionda, ed è stato osservato che l’arte crisoelefantina sorge per ritrarre un’umanità fondamentalmente chiara. Il tipo ritratto dalla plastica ellenica è essenzialmente nordico: “Nelle figure maschili, la grandezza d’animo (megalopsychìa) d’un tipo umano superiore e capace d’una contemplatività spassionata, in quelle femminili il nobile ritegno, l’acerba e pudica ritrosia d’un’anima nobile di razza nordica”. Anche le statuette di Tanagra, analizzate dal Sieglin, si rivelano bionde al 90%, il che non ci sorprenderà gran ché se Eraclido Critico ancora nel III secolo scriveva delle donne della beotica Tebe: “Sono per la grandezza dei corpi, l’andatura e i movimenti, le donne più perfette dell’Ellade. Hanno capelli biondi che portano annodati sul capo” (Bios Hellados, 1, 19).

Una particolare biondezza delle tebane non meraviglia se si considera la penetrazione tracia nell’area eolica, successiva alla migrazione dorica e connessa all’introduzione della cavalleria, le cui tracce linguistiche si avvertono anche oltre l’Adriatico, tra gli Iapigi. Teodorida di Siracusa (Antologia Palatina, VII, 528 e) ci descrive le fanciulle della beotica Larissa che si tagliano le bionde chiome per la morte d’una concittadina. Anche la colonizzazione eolica avrà diffuso caratteri nordici se si pensa che Saffo chiama la figlia Cleide chryseos (frammento 82). La stessa Saffo è chiamata da Alceo (framm. 63) ioplokos, “col crine di viola”, che viene comunemente tradotto “bruna”. In realtà, come ha mostrato il Sieglin, prima del IV secolo, epoca che segna il disseccamento dell’Ellade e la scomparsa dei boschi, in Grecia esisteva solo la specie gialla della viola (viola biflora), quella stessa che oggi cresce in Baviera e in Tirolo. Ióplokos va tradotto perciò con “bionda”: che Saffo fosse “piccola e nera” (mikrà kai mélaina) è una tarda leggenda.

Che anche la grecità di Sicilia avesse con sé caratteri nordici potrebbero suggerirlo quelle fonti che ci descrivono Dionigi, tiranno di Siracusa, biondo e con le lentiggini. In genere, la menzione di tanti biondi tra le figure d’un certo rango, convalida l’idea del Sieglin che blond galt als vornehm. In genere, nel V secolo la biondezza doveva esser ancora sentita come qualcosa di tipico per il vero elleno se Pindaro, nella nona Ode Nemea (v. 17), rivolto agli Argivi presenti, celebra i “biondi Danai”. D’altronde. ancora Callimaco (Inni V, 4), due secoli dopo, poteva esortare le donne di Argo: “affrettatevi, affrettatevi o bionde pelasghe!”. Bacchilide, nell’ode a un vincitore degli stessi giochi nemei, loda i mortali, uomini dell’Ellade tutta, che “con la triennale corona velano le teste bionde”. Lo stesso Bacchilide, in un frammento (V, 37 e sgg.), menziona dei “biondi vincitori” xanthotricha nikasanta.

La grande arte classica, che data da questo secolo, ha ritratto quel tipo alto, con tratti fini e regolari, che è proprio della razza nordica, e quale oggi si può trovare compattamente solo in alcune regioni contadine della Svezia. Anche la razza mediterranea ha tratti regolari, ma è di piccola statura, e quell’impronta più fiera, quel modellato più energico del naso e del mento che fanno la fisionomia classica, sono da ricondursi alla razza nordica: “Ancora Aristotele scrive nella sua Etica Nicomachea che per la bellezza si richiede un corpo grande, di un corpo piccolo sì può dire che sia grazioso e ben fatto ma non propriamente bello. Questo corpo piccolo e grazioso è essenzialmente quello mediterraneo, come appare a uomini di sentire nordico. Per la sensibilità nordica il contenuto fisico e spirituale della razza mediterranea non è sufficiente ad attingere la vera ‘bellezza’, perché qui per la bellezza si richiede una certa gravità interiore, una grandezza d’animo che dai Greci di sensibilità nordica fu sintetizzata nel concetto della megalopsychìa… La figura mediterranea agli occhi dell’uomo nordico apparirà sempre troppo leggera e troppo inconsistente perché i suoi tratti fisici siano ammirati come “belli”.

Prassitele, Afrodite Cnidia. Glyptothek, Monaco (Germania).

Nordiche sono la metriótes, la misurata dignità, la enkrateia, la padronanza di sé, la sofrosyne, la coscienziosa ragionevolezza, in cui lo spirito greco ravvisò la sua essenza profonda. L’apollineo e il dionisiaco, questi due poli della civiltà ellenica esplorati da Nietzsche, altro non sono che l’anima nordica delle élitesindoeuropee e la sensibilità spumeggiante delle plebi mediterranee.

Dionisiaco è l’entusiastico, lo spumeggiante, il piacere chiassoso e l’indomita ferocia dell’antico Mediterraneo; apollineo il tono sublime, la saggia ponderazione, la pronta decisione del Nord. Ma è proprio nel V secolo, estremo equilibrio dello spirito greco, che la bilancia s’inclina. La crisi delle aristocrazie maturava già da almeno un secolo e Teognide – che in un frammento ricorda la sua gioventù, quando “i biondi riccioli gli cadevan dal capo” – aveva già maledetto la mescolanza del sangue, rovina delle antiche schiatte. Il ceto dirigente ateniese andava incontro alla snordizzazione per l’afflusso di sangue meteco, plebeo, levantino. La conseguenza ne era il volgersi dei migliori ateniesi al modello spartano. Senofonte addirittura si trasferì a Sparta. Platone laconeggiava nella sua Repubblica, dove l’élite dei capi è educata come gli Spartiati, e dove il nuovo stato poggia sull’eugenetica (unire i migliori ai migliori, sopprimere i minorati, etc.) sì che l’ideale finale si configura come allevamento di fanciulli secondo il modello dell’uomo perfetto, e guida dello Stato da parte di un gruppo scelto per un tale compito.

Eretteo, Atene. Cariatide. Particolare

Ma anche Sparta non superò indenne il conflitto peloponnesiaco, che ferì a morte la sua nobiltà guerriera non meno di quel che la seconda guerra mondiale non abbia logorato quella tedesca. E’ un fatto facilmente constatabile che all’eliminazione del sangue più nobile – e da parte lacedemone era il sangue, preziosissimo, dei nordici Spartiati – abbia considerevolmente contribuito la guerra del Peloponneso. Alla battaglia di Leuttra, gli Spartiati finirono col dissanguarsi completamente, sì che quello spartano poteva rispondere ai soldati tebani entrati in Sparta che chiedevano “Dove sono dunque gli Spartani”: “Non ve ne sono più, se no voi non sareste qui adesso”. Il IV secolo è ancora un’epoca di splendore. Ma c’è nella sua luce qualcosa di più caduco e raffinato che sta come la grazia morbida dell’Hermes di Prassitele alle figure acerbamente eroiche dell’arcaismo e a quelle maturamente solari del secolo V. In esso è l’elemento mediterraneo che torna a parlare. In tutti questi caratteri, è stata giustamente ravvisata la presenza di una specie umana più leggera e più leggiadra.

Di fronte a un’Ellade così fortemente snordizzata, non meraviglia che alla fine del IV secolo l’egemonia sia passata alle regioni periferiche, alla Macedonia. I Macedoni, consanguinei dei Dori, il cui nome dovrebbe significare “gli alti”, dovevano conservare, accanto a una monarchia e a un contadinato patriarcali, l’acerbità nordica delle origini. Alessandro, coi suoi occhi azzurri scintillanti, con la pelle così rosea e delicata che lo si poteva vedere arrossire anche sul petto, è una figura nordica. I Macedoni costituirono l’estrema riserva della grecità, che permise nella fase declinante della sua cultura – di espandere la sua civilizzazione per tutto l’Oriente. Una certa fisionomia nordica dovette conservarsi a lungo nell’aristocrazia macedone. Stratonica, figlia di Demetrio Poliorcete e moglie di Seleuco I, era bionda, biondo era Tolomeo Filadelfo, come pure la sorella Arsinoe, “simile all’aurea Afrodite”. In tutta l’epoca ellenistica, l’ideale femminile continuò ad incentrarsi sulla xanthótes, sulla biondezza. Ce lo ricordano i poeti (Apollonio Rodio, l’Antologia Palatina etc.), il famoso epigramma “Eros ama lo specchio e i biondi capelli”, come pure il fatto che tutte le etere d’alto rango d’epoca ellenistica (Doride, Calliclea, Rodoclea, Lais) erano bionde. La frase… ‘i signori preferiscono le bionde’ vale anche per il mondo maschile delle città ellenistiche.

Wilhelm Sieglin, che si è preso la pena di andare a scovare tutti i passi delle fonti greche dove si parli del colore degli occhi e dei capelli, ha potuto dimostrare che dei 121 personaggi della storia greca di cui gli autori ci descrivono i caratteri fisici, 109 sono biondi, e solo 13 bruni. Lo stesso Sieglin ha raccolto le descrizioni dei personaggi della mitologia: delle divinità, 60 hanno capelli biondi, e solo 35 capelli scuri (di cui 29 numi del mare o degli inferi); degli eroi delle saghe, 140 sono biondi e 18 han capelli neri; dei personaggi poetici, 41 biondi e 8 neri. Da tutto ciò sarebbe eccessivo dedurre che in tutte le epoche della storia greca i biondi siano stati in così schiacciante maggioranza. Certo è però che erano numerosi e, soprattutto, davano il tono alla classe dirigente.

Apollo di Fidia. Particolare. Museo del Louvre, Parigi.

Che un certo ideale nordico contrassegnasse il vero elleno fino ai tempi più tardi, potrebbe confermarlo questa notizia del medico ebreo Adimanto, vissuto all’epoca dell’Impero Romano. Egli scrive (Physiognomikà, 11, 32): “Quegli uomini di stirpe ellenica o ionica che si son conservati puri, sono di statura abbastanza alta, robusti, di corporatura solida e dritta, con pelle chiara e biondi… La testa è di media grandezza, la pelosità corporea inclinante al biondo, fine e delicata, il viso quadrato, gli occhi chiari e lucenti … “. E tuttavia, il romano Manilio ormai ascriveva i Greci alle coloratae gentes. Con la scomparsa della biondezza naturale, erano divenuti di moda i mezzi artificiali di colorazione dei capelli, i xanthìsmata. Il verbo xanthìzestai, “tinger di biondo”, passò ad indicare l’adornarsi, il “farsi belli” per eccellenza. Ma non eran questi mezzi che potevano arrestare il processo di snordizzazione del mondo ellenico. Il tipo dell’elleno si avviava ormai ad estinguersi. Ad esso succedeva il graeculus, lo schiavo astuto o lo scaltro retore, il trafficante o la guida turistica, segnato dal marchio di quella furbizia levantina che lo fecero sentire dai Romani come “inferiore”.

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Tratto dal libro Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar, Padova 1978. Pubblicato sul sito http://scicli.splinder.com/

(Fonte: Centro Studi La Runa)

I POPOLI DEL NORD E LA «CIVILTÀ DELLA MADRE»

Figurine della “Dea Madre”, Sha’ar Hagolan e Munhata, calcare e basalto, cultura Yarmukiana, di 8000 anni

 

di Adriano Romualdi

 

Ceramica cordata, ca. 3000 a.C.

L’affiorare d’una fisionomia europea dalle nebbie dell’alta preistoria ha luogo nel quarto millennio a. C. È un avvenimento che si accompagna ad una scelta già spiritualmente significativa: il rifiuto della «civiltà della madre» e l’affermazione dell’Urvolk indoeuropeo come comunità essenzialmente virile e patriarcale.

Il neolitico – l’età della prima agricoltura e dei primi villaggi, l’età in cui le famiglie diventano tribù e le tribù popoli — si inaugura sul continente europeo con una penetrazione dell’elemento orientale e mediterraneo. Sono le cellule tessale di Sesklo-Dimini — eredi delle comunità medio-orientali — che, risalendo il corso del Danubio, prolificano in tutta l’Europa centrale e balcanica. È la cosidetta cultura danubiana, con la sua ceramica a nastro (Bandkeramik) , le rozze zappe di legno e le grandi case collettive. Questa cultura ci trasmette il suo messaggio spirituale attraverso le figurine rappresentanti una divinità femminile nuda. È la madre terra — gê metér — la gran madre delle messi, dispensatrice di fecondità che tiene le chiavi della vita e della morte. È la dea nuda, il cui regno si estende dalla Mesopotamia fino all’Asia Minore, a Creta, a Malta e oltre. Anche in tutta l’Europa occidentale e atlantica, dalla Spagna alle Isole Britanniche, ricorre, nelle incisioni megalitiche, la dea armata di pugnale. È il cielo euroasiatico ed euroafricano della Madre che — attraverso la razza mediterranea, nelle suo prolificazioni libiche, liguri, iberiche, pelasgiche penetra fin nel cuore del continente europeo.

Ascia da battaglia. Gotland (Svezia). Fonte: Nordisk familjebok (1917), vol.26 Till art. Stenålder. I (via Wikipedia).

Dalla dominazione della Madre resta intatta l’Europa Settentrionale. E’ la regione intorno al Baltico meridionale, l’area del faggio, del tasso, della betulla, dell’abete; l’area del lupo, dell’orso, del salmone, del castoro; il territorio che la geografia linguistica presuppone per la Urheimat indoeuropea. E’ altresì il territorio della razza nordica dove — fin dalla metà del quarto millennio — i gruppi locali di cacciatori e pescatori, eredi delle comunità magdaléniane d’epoca glaciale, si riorganizzano in una nuova cultura agricola che resta estranea al mondo dei Danubiani e della Grande Madre.

La cultura nordica megalitica, con le grandi tombe di pietra attestanti una salda struttura politica e gentilizia, e le sue due emanazioni — la cultura delle anfore globulari e quella della ceramica cordata — sono la matrice originaria delle lingue indoeuropee e — con esse — d’una violenta trasformazione che investirà l’Europa e vaste regioni dell’Asia. A partire dal 2500 a., C., tutta l’Europa centrale, orientale e balcanica subisce le incursioni dei popoli del Nord. La cultura delle anfore globulari, quella della ceramica cordata — partendo dalle loro sedi nel bassopiano germanico — investono, con le loro asce-martello, le pacifiche comunità della Madre, trasformando il quadro archeologico fino alla Grecia e all’Ucraina.

E’ significativo che questa irruzione s’accompagni alla comparsa di simboli solari. Nasce la svastica — il più antico esemplare è su una ceramica della cultura delle anfore globulari rinvenuta in Polonia — nascono la croce raggiata, il cerchio riquadrato, il disco puntato e quello radiante.

E’ tutta una vasta gamma simbolica che trova la sua massima fioritura a Troia, città di confine tra l’Europa e l’Asia e che marca il passaggio di ceppi indoeuropei in Asia Minore. La svastica — il primordiale simbolo della generazione e della resurrezione della luce — è associata al primo apparire dei popoli indoeuropei nel cuore del terzo millennio, e solo millecinquecento anni più tardi raggiungerà l’India e la Cina.

Nel cuore dell’Anatolia, le tombe di Alaja Huyuk — preludenti ai futuri splendori del reame ittita — ci mostrano, insieme agli spilloni a testa di martello dei barbari del Nord — gli stendardi ornati di svastiche e altri simboli solari. Uno di questi stendardi ci mostra un grande cervo in mezzo a  due tori più piccoli. Assistiamo qui al rovesciamento del simbolismo tellurico, meridionale, materno.

Capo di Ponte – Valcamonica, Parco Nazionale delle incisioni rupestri.

Al toro — simbolo della cieca forza generatrice, connesso con la ideologia della fecondità, rozzamente raffigurato insieme con la Dea Nuda nelle più antiche culture agricole europee — si contrappone il cervo, I’animale dei cacciatori del Nord, Seelentier des nordischen Menschen, e, secondo Weisweiler, «animale della civiltà artica».

Il cervo è significativamente associato col simbolismo del sole e della luce:

«Den Sonnenhirsch sah ich von Süden her gehen
Seine Füsse standen auf der Erde
aber die Hörner reichten zum Himmel».

Questi versi dell’Edda ci vengono illustrati da una quantità di figurazioni preistoriche — prime tra tutte quelle della Valcamonica — in cui le corna del cervo sono stilizzate in forma di disco solare.

È altresì significativo che, in Irlanda — quando l’elemento celtico si scontra con gli aborigeni di stirpe iberica — il cervo e il toro giocano un ruolo centrale nelle saghe, là dove le parole ossdag ag, che nella saga del Leinster indicano il cervo, in quella dell’Ulster sono passati a significare «toro».

Dietro a questo urto di simboli, dietro alla espansione dei popolidell’ascia da combattimento e alla diffusione dei linguaggi indoeuropei, si cela un avvenimento di grande importanza spirituale.

È il principio paterno che si urta contro la «civiltà della Madre»; la virilità olimpica contro il mito taurino e materno della fecondità; l’ethos delle «società degli uomini» contro la promiscuità entusiastica dell’antico matriarcato.

L’eco se ne spande per tutta l’Europa dove, mille anni più tardi, la migrazione dorica e latina creerà le premesse della visione classica della vita. Ma, prima ancora, gli effetti di questa subitanea ascesa della stirpe nordica, bianca e indoeuropea si fanno avvertire nei più lontani centri d’irradazione: sugli altipiani della Persia e alle soglie dell’India.

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Tratto da Sul problema di una Tradizione europea, Edizioni di Vie della Tradizione, Palermo 1973, pp. 8-12.

(Fonte: Centro Studi La Runa)

COSTRUZIONI MEGALITICHE SOTTOSTANTI AD ARCHITETTURE MINOICHE, MICENEE E DELLA CLASSICITÀ GRECA E ROMANA.

di Roberto Mortari

1. Introduzione.

Spesso avviene che costruzioni molto antiche vengono assimilate ad architetture più recenti senza che se ne riconosca la corretta paternità. Lo riconosceva Louis Charles François Petit Radel in un suo lavoro, pubblicato postumo nel 1841. Per 40 anni, dal 1792, egli aveva compiuto osservazioni in varie località d’Italia e Grecia rimanendo colpito da una parte dalla identità della tecnica costruttiva dell’opera poligonale e dall’altra dalla grande differenza esistente tra tale tecnica e le tecniche costruttive adottate successivamente nei due Paesi. Non a caso l’opera poligonale, come fa rilevare Giulio Magli (2009), non è rinvenibile né nella zona urbana di Roma né nelle colonie greche in Italia e non era in uso nel mondo romano al tempo di Vitruvio, l’autore dell’unica opera sull’architettura dell’antica Roma (Rovetta, 2002). Allo scopo di chiarire tale situazione Petit Radel descriveva per esempio la condizione della cinta difensiva di Fondi, che nella sua parte inferiore mostra un muro a secco in opera poligonale, mentre nella parte superiore è costituita da un opus incertum caementicium, di sicura età romana.

Più approfonditamente ed acutamente Giovanni Battista Giovenale (1900) faceva osservare che, quando i Romani creavano una nuova colonia, come ad esempio a Segni, volendo rialzare le mura costruivano in opera quadrata sopra all’opera poligonale, arrivando a portare da lontano blocchi di peperino già squadrati anziché completare il muro esistente con lo stesso stile e lo stesso tipo di pietra locale, di natura calcarea. Riportava anche il caso di Alba Fucens: per ricostruire un breve tratto di mura demolito durante un assedio, i Romani “usarono i massi caduti, ma collegandoli con malta di calce e rivestendoli con grosso strato di opera cementizia.” Si chiedeva infine “Ma se poi l’opera poligonale è romana, dove sono, di grazia, le mura degli Ernici, dei Volsci, dei Sabini, che tanto tempo hanno resistito ai Romani?”

Il tema che sto affrontando si basa quindi innanzitutto su questa evidenza: che, tra i muri in opera poligonale e le opere più recenti, di cui conosciamo con certezza la paternità, vi è un importante salto qualitativo.

Vi è poi una seconda evidenza, già sfiorata da Petit Radel: che nelle varie regioni in cui i muri in opera poligonale sono presenti si ha una stessa successione di tecniche costruttive. Quando la successione è completa, in effetti si possono distinguere sei tipi di murature, che descrivo qui di seguito, dal più semplice al più avanzato tecnicamente.

Primo tipo. Le pietre, generalmente di grandi dimensioni, cioè spesso superiori a 1 m, sono allo stato naturale e sono state semplicemente accatastate cercando di non lasciare grandi spazi vuoti, come si vede al centro di Amelia, in Figura 1.

Secondo tipo. Sono state scelte pietre che avessero almeno una superficie abbastanza piana, da esporre all’esterno, in modo da avere un paramento del muro il più possibile uniforme. Gli spazi vuoti venivano riempiti con pietre di piccole dimensioni, eventualmente spezzate per adattarsi meglio agli spazi da occupare. Nelle Figure 2 ÷ 5 sono rappresentati i casi di Norba, Roselle, Borg in Nadur (Malta) e Ollantaytambo (Perù).

 

 

 

 

 

 

 

 

Terzo tipo. Le pietre, dopo essere state selezionate, venivano ampiamente ritoccate per non lasciare ampi spazi liberi. Tra il secondo e il terzo tipo vi è un enorme salto tecnologico poiché per ottenere i nuovi risultati sono stati necessariamente impiegati, per la prima volta, strumenti di bronzo. Muri di questo tipo sono, ad esempio, a Machu Picchu, in Perù, (Figure 6 e 7), a Cori (Figura 8), Ferentino (Figura 9) e Norba (Figura 10).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quarto tipo. La forma delle pietre è stata ampiamente ritoccata: è stata resa piana non solo la faccia a vista ma anche quelle a contatto con le pietre adiacenti. Non sono stati lasciati spazi vuoti, e la faccia esterna di ogni elemento del muro ha la forma di un poligono irregolare. È un primo tipo di opera poligonale.

Nelle Figure 11 ÷ 13 ne vediamo tre esempi ad Amelia, Orbetello e Ferentino, mentre la Figura 14, che si riferisce alla fortezza di Ollantaytambo (Perù), mostra una variante, ricca di lati curvi, come è avvenuto in Grecia con la cosiddetta “opera lesbia”.

Quinto tipo. È una derivazione dal tipo precedente, con una tendenza sempre più marcata a disporre le pietre con allineamenti orizzontali e ridurre a quattro i lati dei poligoni, fino ad avere perfetti rettangoli; lo possiamo osservare nelle Figure 15 ÷ 21, relative a Pyrgi, Alatri, Spoleto, Machu Picchu e Cusco (Perù), Nikko e Tokyo (Giappone), Vicovaro. È un tipo più tardo di opera poligonale. Nella figura 21 si può osservare la presenza di facce con forma di trapezio, le quali nei corsi della parete si intercalano sporadicamente a facce di forma rettangolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sesto tipo. I contorni delle pietre sono rettangolari, e si distinguono da quelli che appartengono alle forme più evolute del tipo precedente per i bordi più netti; ciò è dovuto all’impiego di una sega e non più di un martello e uno scalpello. È presente, per esempio, all’acropoli di Ferentino (Figura 22) fra un quarto tipo e la base delle finestre con arco, al Templo do Sol di Machu Picchu e ai giardini imperiali di Tokyo (Figure 23 e 24).

Vi è infine una terza evidenza, più sottile, che ci può guidare validamente a chiarire a chi potremmo attribuire i muri più antichi: oltre alla identità delle soluzioni tecniche, vi è una identica, grande precisione con cui le opere del quarto e del quinto tipo sono state realizzate, anche in aree molto lontane tra loro. Infatti il contatto tra le facce degli elementi di un’opera poligonale tende ad essere sempre perfetto. Questo risultato è possibile solo se fattori soggettivi sono intervenuti il meno possibile; tali fattori avrebbero avuto un grande peso se forme e dimensioni delle pietre impiegate fossero state determinate, come si è generalmente supposto, tramite riporti delle lunghezze dei lati e delle aperture degli angoli. Il minimo di soggettività si ha invece quando le lunghezze o le aperture vengono determinate tramite misura.

Era da verificare dunque se le lunghezze dei lati costituiscono una successione continua di valori, a causa del riporto di lunghezze casuali, o discontinua, nel caso venisse impiegato un sistema di misura: in tale caso le lunghezze dei lati non possono che risultare multiple di una determinata unità o di una sua frazione. Occorre tenere presente che non tutti i lati si prestano alla verifica: deve essere usata l’accortezza di scegliere pietre che dovevano occupare uno spazio obbligato, come avviene se la forma è quella di un trapezio rovesciato isoscele o scaleno; inoltre è necessario che le facce laterali siano ortogonali rispetto a un piano verticale passante per una delle basi, condizione che spesso non troviamo rispettata.

Misure della lunghezza di basi minori di tali trapezi sono state compiute dapprima in Italia e hanno mostrato che effettivamente era stata impiegata una unità di misura di 1,536 cm, che, come sarà giustificato più avanti, è stata chiamata “dito pelasgico” (Mortari, 2012a); essa ha la particolarità di essere nettamente diversa dalle unità di misura note dell’antichità.

Figura 25

Altre misure sono state poi effettuate dapprima in Grecia (Mortari, 2012b), dando analoghi risultati, e successivamente in Perù e Bolivia (Mortari, 2013a, 2013b). Dei siti sudamericani sono riportate nella ascisse d della Figura 25 le due prime cifre decimali dei valori ottenuti, una volta che sono stati tradotti in dita pelasgiche; in ordinate è la loro frequenza N. I dati provengono precisamente da Ollantaytambo (1), Sachsayuaman (2), Cusco (3), MachuPicchu (4), Sillustani (5) e Tiwanaku (6). Il diagramma dimostra che le misure effettuate riflettono l’unità pelasgica e sue frazioni (1/2 e 1/4), con una predilezione per i valori interi.

Le misure suggeriscono dunque che vi è stata un’unica regia nella costruzione dei muri in opera poligonale. Dato che l’unità di misura riscontrata è nettamente diversa dalle unità di misura adottate dalle varie civiltà del mondo antico, si rivela errata la tendenza ad attribuire la costruzione di tali muri a tempi relativamente recenti, come quando si sostiene che le opere in questione siano attribuibili ai Romani in Italia e agli architetti del periodo classico in Grecia. Di chi era dunque quella regia?

Poiché non sono state trovate mura di difesa del quarto e del quinto tipo costruite utilizzando altre unità di misura, possiamo affermare che la popolazione che stiamo cercando di identificare era l’unica a costruire mura del genere; dovrebbe essere stata l’unica anche ad erigere difese dei primi tre tipi considerando che, quando questi sono presenti, sono strettamente associati al quarto e al quinto.

Possiamo escludere che chi stiamo cercando fossero i Micenei, anche se, come vedremo, a Micene sono rappresentate opere murarie del secondo, quarto, quinto e sesto tipo. I Micenei sono vissuti nella tarda età del bronzo e non possono assolutamente avere elevato muri del secondo tipo, che sono stati costruiti senza l’uso di strumenti metallici. Inoltre non è pensabile che i Micenei abbiano costruito gli stessi tipi di muri in Sudamerica e, come viene descritto altrove (Mortari, 2014), in Giappone: i Micenei hanno una storia, ben nota, relativamente recente e non risulta che essi potessero compiere traversate oceaniche.

Analogo discorso vale per i Minoici. Alcuni autori tuttavia hanno espresso una convinzione contraria (Pincherle, 1990). Vedremo meglio nel seguito le ragioni per escludere tale ipotesi.

Dobbiamo quindi andare ancora più indietro nel tempo e dare credito a quanto riferisce Tucidide, per il quale le più antiche mura dell’acropoli di Atene erano state costruite dai Pelasgi. I Pelasgi, come ha spiegato Erodoto, costituivano la popolazione che abitava la Grecia prima dell’arrivo da nord degli invasori di lingua ellenica, tanto che allora la Grecia veniva chiamata “Pelasgia”. Ad Atene si trovano non solo parti di mura difensive del secondo tipo nella parte alta dell’acropoli, ma anche due eleganti muri di sostegno: il primo, del quarto tipo, corre parallelamente al peripatos che congiunge il teatro di Dioniso e l’odeon di Erode Attico ed è stato già descritto (Mortari, 2012b); il secondo, del quinto tipo, circonda il podio della Pnice, poco a sud dell’agorà. Cinque misure di lati di pietre lungo il peripatos e tre misure alla Pnice hanno fornito valori che sono in accordo con quelli ottenuti in Italia, ovvero sono multipli di 1,536 cm o sue frazioni. La compresenza di muri del secondo, quarto e quinto tipo ci consente di attribuire tutte queste opere ai Pelasgi seguendo l’affermazione di Tucidide.

Il nome dei Pelasgi non era limitato al solo territorio greco: infatti, ad esempio, Ellanico di Lesbo considerava tali anche gli Etruschi, o Tirreni, che secondo Erodoto provenivano dalla Lidia, e Strabone asseriva che l’etrusca Cere era di origine pelasgica. Va tenuto presente che Ellanico e Strabone erano di cultura greca e perciò impiegavano termini propri del loro mondo, ma occorre anche riconoscere che il nome dei Pelasgi veniva ad indicare una derivazione comune di diversi popoli, che abitavano, oltre alla Grecia, anche la penisola italiana e quella anatolica. L’origine anatolica del popolo presso il quale si è sviluppata la civiltà etrusca è stata recentemente dimostrata dalle ricerche sul DNA mitocondriale (Pellecchia et al., 2007; Achilliet al., 2007; Ghirotto et al., 2013). Inoltre, poiché la lingua etrusca è molto simile all’albanese (Vlora-Falaschi, 1989), possiamo aggiungere l’Albania alle regioni abitate dalla popolazione in questione; d’altra parte, anche qui troviamo delle mura megalitiche: a Butrinto (Curuni, 2012) e Fenice. Mura megalitiche sono segnalate in Siria a Ugarit, nell’arcipelago maltese, in Spagna a Tarragona, in Israele a Gerusalemme, in Turchia a Hattusa e varie altre località, in Marocco a Volubilis e a Lixus, in Tunisia a Dougga.

Pertanto i Pelasgi, intesi nel senso lato che ho suggerito, in forma di sineddoche, hanno popolato un’ampia area intorno al Mediterraneo e possono essere considerati i costruttori delle mura difensive a secco dei diversi tipi descritti. È possibile che il loro nome fosse diverso in altri Paesi diversi dalla Grecia e dall’Italia. Come gli Etruschi, che si denominavano Tirreni o Tirseni e compaiono con un loro proprio nome, così è possibile che molti altri popoli con la stessa origine fossero conosciuti fin dall’antichità con nomi diversi. Potrebbe essere il caso, ad esempio, degli Hatti, che vivevano nell’Anatolia centrale prima ancora dell’arrivo degli Ittiti, anch’essi, come gli Achei, di lingua indoeuropea. Ritengo dunque che il nome dei Pelasgi possa accomunare, per comodità, molti popoli che parlavano una stessa lingua e vivevano nell’area mediterranea prima che i loro territori venissero conquistati da popolazioni indoeuropee.

2-Osservazioni.

Il presente lavoro si riferisce prevalentemente all’area greca, e in particolare a Beozia, Argolide e Creta. Mancheranno foto e misure, poiché non ho ancora dalle autorità competenti greche un’autorizzazione a pubblicarle: infatti nei siti archeologici della Grecia, per misurare le dimensioni di una pietra o anche solo per fotografare un metro appoggiato contro un muro antico occorre chiedere il rilascio di un permesso. Per l’area italiana riporterò alcuni dati che riguardano Palestrina e Cosa.

2a – CRETA

A Creta i luoghi che ho visitato sono Knossos, Festos, Aghia Triada, Gournià, Kato Zakros, Mallia, Palaikastro, Itanòs. Inizio da Gournià poiché qui si trovano i muri più antichi, del primo tipo, che sono stati impiegati abbondantemente per la costruzione di ambienti di piccole dimensioni, diversamente da ciò che nelle aree archeologiche è più frequente trovare, cioè muri del primo tipo con funzione di difesa o di contenimento del terreno. Muri del secondo tipo compaiono qui soprattutto ai lati delle strette strade e nella parte sommitale, spianata, della collina, dove si trovano intorno allo spiazzo della corte e formano elementi principali dell’architettura, come scale, anche se di pochi e bassi gradini. Nel contorno della stessa corte abbondano pietre squadrate del sesto tipo.

Kato Zakros prevalgono muri del primo tipo, ma a differenza di Gournià gli edifici sono più grandi e lo sono anche gli spazi tra di essi. Vi sono due resti di scale, a dimostrazione che vi erano anche secondi piani. Siamo in presenza dunque di palazzi, costruiti però quando sono state adottate successive tecniche costruttive. Nella parte più bassa compaiono anche, come aggiunta periferica, edifici con murature del secondo tipo. Si passa poi a un sesto tipo, soprattutto nella parte centrale, intorno alla corte.

Mallia. I muri più antichi qui sono del secondo tipo, con pietre di dimensioni piuttosto grandi. Vi è un settore dove si riconoscono bene muri del quinto tipo ottenuti da una calcarenite facilmente lavorabile, chiamata “poros”, mentre tutt’intorno all’ampia corte compaiono resti di muri del sesto tipo, spesso come base di muri legati con malta. Spiccano due tribune su un lato maggiore della corte.

Palaikastro. La massima parte degli edifici sono stati costruiti con muri del secondo tipo. Sono ben presenti muri del sesto tipo e poi muri legati con malta, in cui sono state impiegate frequentemente pietre riciclate.

Aghia Triada. La lunga scala da cui si scende dall’ingresso del sito, con oltre venti gradini, ha ai fianchi muri del sesto tipo. Sono stati conservati diversi muri del sesto tipo, che sembrano strettamente connessi ad una rielaborazione del sito ovvero ad una ristrutturazione urbanistica, con scale, piazze, edifici, pavimentazioni, canalizzazioni dell’acqua. Spiccano sette pilastri a base quadrata nell’agorà. In più punti il quinto tipo sta sopra ad un secondo tipo, che è piuttosto frequente nell’area.Le pietre dei muri più recenti sono tenute insieme da un legante, probabilmente di gesso, e sono disposte seguendo allineamenti orizzontali; sono conservati fino a due o tre metri di altezza contro un metro circa di quelli del sesto tipo.

Festos. Diversamente da Aghia Triada, le scalinate qui sono molto ampie, ma sono ancora affiancate da muri del sesto tipo, che è ben rappresentato e relativamente ben conservato intorno alla corte e un po’ ovunque, formando pilastri e gli stipiti delle porte. Abbondano anche i muri legati con malta, che sono generalmente sovrapposti a quelli a secco. In pochi punti, muri del secondo tipo si trovano direttamente sotto al sesto.

Knossos. Muri del sesto tipo sono più abbondanti e meglio conservati rispetto agli altri siti. Essi hanno dato una impronta nuova, e definitiva, alla struttura urbanistica del sito, dopo che una prima sistemazione era avvenuta con muri del secondo tipo: questi, con funzione soprattutto di contenimento e con uno spessore di circa due metri, erano stati impiegati per delimitare l’area principale sui lati a est, nord e ovest. Una sistemazione intermedia nel tempo si è avuta con altri muri di contenimento, questa volta del quinto tipo; essi hanno la particolarità di presentarsi con due tecniche costruttive ben distinte, che indicano l’intervento di due squadre di lavoro diverse. Una delle due tecniche si contraddistingue perché i blocchi hanno la forma di un parallelepipedo nella parte della faccia a vista mentre sono a forma di cuneo nella parte interna; essa si trova anche a Palaikastro. La seconda tecnica ricorda l’opera lesbia in quanto i lati sia verticali che orizzontali possono presentarsi ondulati. Si mostra con evidenza sia a nord, presso il “bastione occidentale” che a sud, presso il negozio degli orci giganti.

Il bastione occidentale, che il restauro di Evans ha reso uno dei punti più fotografati per le sue colonne rosse e un affresco dai colori vivaci, è costituito dalla sovrapposizione di due piani costruiti con due stili molto diversi. Il muro, a secco, del piano inferiore è fatto di blocchi perfettamente squadrati del sesto tipo, mentre il muro del piano superiore è formato da pietre arrotondate e di modeste dimensioni, unite da un legante.

Itanòs. L’opera più rilevante è una sostruzione costituita da un terrapieno delimitato da un muro del quinto tipo; la misura di due pietre indica la sua origine pelasgica. Più a est, la soglia dell’ingresso di sinistra della “basilica”, è formata da un blocco di un bel calcare grigio, perfettamente squadrato, le cui tre dimensioni indicano di essere state stabilite, con precisione, utilizzando l’unità di misura del dito pelasgico. Più in alto, a strapiombo sul mare, la cima della collina è stata modellata come un’intiwatana; purtroppo molto recentemente è stata ritoccata alla base.

2b – ARGOLIDE

La cinta muraria di Micene è quasi interamente del secondo tipo, con una scelta accurata delle pietre, fatta in modo da minimizzare il ricorso alle inzeppature. A metà del lato sud-occidentale vi è un breve tratto di un quarto tipo mediamente avanzato, mentre nei pressi dell’ingresso principale vi è un tratto, più esteso, in cui è presente sia il quarto tipo che il quinto tipo, questo di una fase molto avanzata. La porta secondaria che si apre a nord è costruita con due piedritti e un doppio architrave e può essere assegnata al quinto tipo.

All’interno della cittadella i vari muri di terrazzamento sono del secondo tipo, con zeppe più frequenti e più grandi rispetto a quelle delle mura esterne.

Le pietre dei muri delle parti abitate, compreso il megaron, sono più piccole e unite da un legante, forse di calce. Vi sono alcuni elementi, come nelle soglie, che derivano da una lavorazione del quinto tipo; scarsi altri elementi del quinto tipo sono stati inglobati nei muri legati con malta, formati in genere con pietre prese da precedenti costruzioni.

Nel cosiddetto Tesoro di Atreo il dromos è rivestito da due muri del quinto tipo, mentre la tholos è interamente del sesto tipo; gli spigoli degli elementi sono visibilmente arrotondati nel primo caso, molto netti nel secondo. Ho misurato l’altezza di un blocco appartenente al terzo filare della tholos; il valore risultante, tradotto in dita pelasgiche, è di xx,02 e indica con grande probabilità un’origine pelasgica.

Tirinto. Le mura difensive appartengono al secondo tipo. Sulla spianata che comprende il megaron e la sua grande corte troviamo bassi resti di muri del secondo tipo, pietre segate del sesto tipo e muri di pietre tenute insieme da un legante. Il cortile e il megaron sembrano essere stati eseguiti fin dall’inizio, quando ancora vi era solo il secondo tipo, anche se sono poi state aggiunte parti determinanti, come basi di pilastri, del sesto tipo.

Un kilometro a sud della città fortificata si trova un tomba a tholos di modeste dimensioni ma molto interessante perché sia il dromos che la tholos sono costruiti con muratura del secondo tipo.Ancora al secondo tipo è attribuibile il ponte di Kazarma, o di Arkadiko, detto anche “ponte miceneo”, che si trova a 15,9 km da Nauplia presso l’attuale strada diretta ad Epidauro. Viene attribuito indebitamente all’età del bronzo.

2c – BEOZIA.

Tra tutti i muri di Delfi il più conosciuto è sicuramente quello in opera lesbia che circonda il terrazzo su cui si ergeva, con la sua alta fondazione, la struttura templare dedicata ad Apollo. Esso non ha funzione di sostegno del terreno retrostante, ma di semplice rivestimento di un muro più rozzo che propriamente è parte della sostruzione. L’opera lesbia è stata impiegata anche per due muri molto modesti e per la patte più antica del muro perimetrale del santuario; possiamo considerarla con buona probabilità una variante del muro del quarto tipo praticata in un momento imprecisato della lunga permanenza di questa tecnica.Vi sono poi almeno quattro muri di una fase precoce del quinto tipo e tre di una fase medio-tarda dello stesso tipo. Su uno dei primi muri ho appena fatto in tempo ad effettuare una misura su un blocco, quando sono stato ripreso dal personale di controllo, che mi ha invitato a chiedere la relativa autorizzazione. La misura, tradotta in unità pelasgiche di 1,536 cm, risultava di xx,76 dp, un valore in linea con quanto trovato sulle mura pelasgiche esaminate finora. Per avere la certezza servirebbero altri dati.

Tra gli ultimi tre muri segnalati merita attenzione un muro alto un paio di metri che fa parte della sostruzione dello stadio. Esso inizia in corrispondenza della linea di partenza, ma si interrompe una ventina di metri prima della linea di arrivo.

2d – LAZIO.

In appendice alle osservazioni nell’area greca ve ne sono alcune relative all’Italia.Per l’affinità con il sito di Delfi è stata scelta Palestrina, dove, nel II secolo a.C., è stato edificato un santuario, dedicato alla dea Fortuna Primigenia. Ciò che non è stato forse mai detto è che esso deve essere sorto sulle rovine di un precedente luogo di culto. Due lunghi muri di contenimento in opera poligonale sottostanno ad altrettante terrazze che facevano parte della sistemazione originaria del sito (Figura 26). Sono state prese cinque misure su uno di questi muri. Le immagini relative sono, da sinistra a destra, nelle Figure 27 ÷ 31. Le basi inferiori dei rispettivi poligoni sono di 91,8 26,1 92,2 84,1 e 97,9 cm, corrispondenti a 59,77 16,99 60,03 54,75 e 63,74 dp. Questi valori suggeriscono l’origine pelasgica del muro.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il secondo sito del Lazio preso in esame è Ferentino. Mi soffermo dapprima ad esaminare alcuni tratti delle mura perimetrali della città. Presso la porta Sant’Agata si può riconoscere un terzo tipo (Figura 32) per via di contatti non naturali tra varie pietre, che lo fanno distinguere dal secondo tipo. Poco a destra della porta Sanguinaria (Figura 33) i blocchi sono ancora del terzo tipo ma vistosamente più elaborati, senza però arrivare ad avere contatti così precisi come immediatamente vicino alla stessa porta (Figura 34), dove si trova un classico poligonale del quarto tipo.

Ci portiamo ora nella zona dell’acropoli e precisamente sotto il vistoso avancorpo della base del palazzo vescovile: la sua parete rivolta a sud-ovest (Figura 35) ostenta nella parte inferiore un muro, formato da grandi pietre, che possiamo classificare come quinto tipo; esso continua in alto con altre caratteristiche, essendo le pietre di minori dimensioni e tagliate a squadro. Osservando più attentamente, vediamo che il paramento del quinto tipo è stato ben spianato dal quinto corso in su a contare dal basso; i primi quattro corsi sono stati lasciati con una faccia piuttosto grezza, e questo si spiega col fatto che in origine erano al disotto della superficie del terreno e facevano quindi parte della fondazione, interrata, dell’opera. Per quanto riguarda il muro di pietre squadrate, ci dobbiamo soffermare su una iscrizione in latino che è stata incisa negli due corsi immediatamente sottostanti le sei piccole finestre con arco, occupando tutto l’ultimo corso e la parte centrale del penultimo, come si può vedere bene nella fotografia di pag. 210 di Latium di Daniele Baldassarre (2011). La stessa iscrizione è ripetuta sulla facciata del palazzo rivolta a sud-est. Per le diverse interpretazioni che ne sono state date rimando a Giulio Magli (2009). Prima di dare una mia versione, devo dire che la sola cosa su cui non si può dissentire è che la parte di muro che sovrasta l’iscrizione è romana, non tanto per l’iscrizione quanto per la presenza delle finestre con archi e, in aggiunta, per l’uso di malta, che al contrario nei corsi sottostanti alle finestre sembra mancare. A sottolineare la discontinuità, il primo corso sopra l’iscrizione è leggermente sporgente e forma perciò una debole cornice. Lungo la rampa che fiancheggia il lato nord-ovest dell’avancorpo i corsi squadrati inferiori sono accessibili, e se ne può misurare l’altezza (Figura 36). Il primo corso è di altezza variabile e perciò è fuori gioco; le altezze del secondo e del terzo corso sono uniformi e sono risultate rispettivamente di 42,2 e 33,8 cm, che, tradotte in dita pelasgiche, sono di 27,47 e 22,01 dp. Se traduciamo gli stessi dati in dita romane (che corrispondono a 1,85 cm), si hanno i valori di 22,81 e 18,27. Anche se si tratta solo di due dati, essi parlano in favore di una paternità pelasgica del muro in questione, che non abbiamo difficoltà ora a riferire al sesto tipo delle mura megalitiche. La certezza al riguardo ce la fornisce il contenuto dell’iscrizione, che secondo la mia interpretazione suona così: “I censori A. Irzio e M. Lollio si sono presi cura di ciò che occorreva fare per le fondazioni e per il muro e hanno effettuato un controllo anche sotto la superficie del terreno. La fondazione si eleva in altezza per 33 piedi. Il materiale utilizzato sotto la superficie è lo stesso di quello che si trova al disopra di essa.”

Continuando la mia interpretazione, i due funzionari romani non solo hanno seguito la costruzione del muro ma hanno anche verificato l’efficienza della fondazione, tenendo pertanto distinte le due parti. Della fondazione essi hanno dato una misura precisa, corrispondente a 33 x 0,2965 = 9,8 m, che dobbiamo ritenere valida (e quindi costante) sui due lati di sud-ovest e di sud-est su cui l’iscrizione è stata incisa. Tale misura non può comprendere la parte di fondazione sotto terra in quanto che è stato dimostrato da sondaggi relativamente recenti che essa era di profondità variabile tra un massimo di 7,6 e un minimo di 0,6 m (v. Magli, 2009). Confrontando la figura 35 con la figura 36 (questa ritrae un doppio metro appoggiato al muro di sud-ovest), possiamo valutare l’altezza del muro – in parte appartenente al quinto tipo e in parte al sesto tipo – che si estende dalla risega che in basso segnava la posizione della superficie del terreno fino alla base della cornice delle finestre con arco: essa è di circa 10 m. Questa dunque è la fondazione di cui parlano i due censori, essendo ciò su cui essi hanno fatto erigere il muro sovrastante, e la sua età è certamente preromana in considerazione della sua condizione a secco e delle altezze dei suoi corsi che non sono state determinate sulla base delle unità di misura in vigore a Roma. L’uso di una unità di misura pelasgica ci deve indurre a ritenere che la parete sottostante la cornice abbia interamente un’origine pelasgica.

2e – TOSCANA.

L’antica città di Cosa, presso Ansedonia, è circondata da mura lunghe 1,5 km e munite di 18 torri sui lati rivolti al mare; sono state elevate a secco e possono essere riferite al quinto tipo (Figura 37) per i frequenti allineamenti orizzontali. Con la stessa tecnica delle mura esterne troviamo parte delle pareti di una cisterna (Figura 38) e, sull’arce, il muro di sostegno appartenente ad una sostruzione (Figura 39) a pianta rettangolare, allungata in direzione N 75° E.

La Figura 40, ripresa da un quadro esplicativo in sito, la rappresenta con una espansione di una estremità del lato maggiore rivolto a nord: l’espansione in realtà non c’è, come si nota nella Figura 41, che ritrae l’estremità in questione da lontano.

Sulla sostruzione troviamo i resti di un tempio in opera cementizia (Figura 42), certamente rivestita in origine da un paramento, andato perduto, in pietra o in marmo; esso era dedicato alla triade capitolina di Giove, Giunone e Minerva. La figura precedente e la Figura 43, che ritraggono rispettivamente l’angolo più orientale e il lato minore più occidentale, mostrano che intorno a questa struttura ci sono i resti di un altro tempio, ben distinguibili perché, tra l’altro, costituiti da blocchi segati di “panchina”, una calcarenite giallastra contenente conchiglie fossili di origine marina. I blocchi non sono tenuti insieme da malta.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’archeologia ufficiale suggerisce che il tempio più antico potesse essere dedicato a Giove, facendolo risalire ai tempi della fondazione della città, quando, nel 273 a.C., i Romani vi stabilirono una colonia, mentre il più recente Capitolium sarebbe stato costruito circa un secolo dopo. Se però ci mettiamo a misurare l’altezza delle pietre di panchina, ne traiamo dati che ci permettono di dare al primo tempio una diversa attribuzione di età. Di queste pietre sono rimasti solo quattro corsi, che sono disposti sopra alla base livellata della sostruzione: il secondo corso ha una modanatura (Figure 44 e 45) che obbliga i corsi superiori ad essere arretrati rispetto al primo di un valore variabile tra 30,7 cm (Figura 46) e 35 cm circa. Anche il primo corso si trova ad essere arretrato, di 9 cm, rispetto alla parete della sostruzione. L’altezza del secondo corso è risultata di 46,1 cm nei tre casi in cui è stata misurata; il valore corrisponde a 30,01 dp. Il primo corso invece non ha un’altezza di valore costante: essa è di 38 ÷ 39 cm nel lato più occidentale (la media, di 38,5 cm, è di circa 25 dp) mentre sul lato più meridionale cresce da sinistra a destra fino a 44,5 cm, probabilmente per conseguire una livellazione migliore di quella della sottostante sostruzione. Il terzo corso è di 46,1 cm come il secondo, e il quarto di 49,5 cm, pari a 32,22 dp.

 

 

 

 

Anche la pianta rettangolare della sostruzione ha qualcosa di particolare interesse. Dei lati maggiori, quello rivolto a sud è il solo facilmente misurabile; esso è di 46,34 m, pari a 3017 dp. I due lati minori misurano quasi esattamente la metà del valore precedente: ad ovest la lunghezza è di 23,53 m, pari a 1532 dp, mentre il lato opposto è di 23,15 cm, pari a 1507 dp. Sembra possibile che nelle intenzioni di chi ha progettato la sostruzione le lunghezze dovessero essere prossime a 1500 e 3000 dp.

Un valore ancor più significativo è quello della larghezza della porta principale delle mura, rivolta a nord-ovest (Figura 47). Il valore determinato alla base (per non risentire dell’influenza degli spostamenti subiti nel tempo dai blocchi superiori) è di 353,3 cm, pari a 2300,13 dp.

Infine ci sono le misure effettuate sui lati inferiori di sei blocchi appartenenti al muro di cinta nella sua porzione ad est della suddetta porta. Tali misure riguardano le pietre delle Figure 48 ÷ 59, che riportano gli inquadramenti da lontano e da vicino dei sei casi; esse sono rispettivamente di 69,15 72,95 141,7 87,55 86,0 e 52,2 cm, corrispondenti a 45,02 47,49 92,25 57,00 55,99 e 33,98 dp.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 – Considerazioni

Le osservazioni compiute a Creta hanno messo in evidenza che i siti palaziali sono stati strutturati in tre tempi distinti: la prima volta con muri del secondo tipo, la seconda volta con muri del quinto e sesto tipo e la terza volta con muri con legante. Ma l’impianto urbanistico è avvenuto soltanto le prime due volte; la terza volta si è trattato soprattutto di sopraelevazioni e di completamento di ciò che sembra fosse rimasto incompleto nella volta precedente: lo si nota ad esempio, a Festo, lungo il corridoio tra l’ampia scalinata e la grande corte, dove gli stipiti delle porte sono di pietre ben tagliate del quinto tipo ma poi i muri che si appoggiano agli stipiti sono fatti di piccole pietre irregolari legate da malta.

Il primo impianto urbanistico dei luoghi palaziali, avvenuto durante la vita del secondo tipo di muri, lo si vede nei resti di palazzi di Kato Zakro, come pure nelle ampie corti con scalinate create a Gournià, Tirinto, molto probabilmente anche a Knosso e Kato Zakro, forse a Micene, Festo e Aghia Triada.

Il secondo momento di ristrutturazione delle aree palaziali, allorché vengono eretti muri del quinto e sesto tipo, è ben osservabile a Knosso, Festo, Aghia Triada, Mallia, Kato Zakro e Gournià.

Il terzo ed ultimo periodo di edificazione è caratterizzato dall’impiego di pietre che risultano in alcuni casi grezze (sia ciottoli arrotondati raccolti negli alvei dei corsi d’acqua che pietre di cava), sia sgrossate. Ribadisco l’osservazione, importante, che tale periodo non corrisponde a una ristrutturazione del sito, ma semplicemente a un completamento delle strutture preesistenti.

Degno di rilievo è il fatto che la tecnica del secondo tipo è stata protagonista in alcune importanti innovazioni architettoniche, come è dimostrato dalla tomba a tholos presso Tirinto e dal ponte di Kazarma. Per inciso, questo ponte viene assegnato all’età del bronzo, quando al contrario è evidente che il bronzo non è stato affatto impiegato per correggere più o meno intensamente la forma degli elementi lapidei, che è rimasta essenzialmente quella naturale; per un’opera del genere, che ha sfidato i millenni, una modellazione delle pietre sarebbe stata opportuna se fossero stati a disposizione strumenti di bronzo.

Figure 60

È sorprendente quanto poco sia rappresentata la tecnica poligonale del quarto tipo: la si trova in minima parte a Micene e poi più abbondante a Delfi. È più frequente invece il quinto tipo, presente a Knosso, Mallia e soprattutto Micene, dove risalta intorno alla Porta dei Leoni (Figura 60) e nel dromos del Tesoro di Atreo.

Tutte queste strutture vengono considerate micenee o minoiche, ma in realtà, quando Minoici e Micenei costruirono le loro dimore sui resti di quelle precedenti, lo fecero con murature più povere o, almeno, meno avanzate tecnicamente, grazie all’artificio di legare gli elementi murari con una malta.

Come già fatto notare per il ponte di Kazarma, i Micenei, che sono vissuti nella tarda età del bronzo, non hanno edificato le mura del secondo tipo. Lo stesso dicasi per i Minoici, la cui civiltà si è sviluppata interamente nella prima e nella media età del bronzo.

Per quanto riguarda l’Italia, Cosa presenta una situazione molto eloquente di due momenti costruttivi: i muri più antichi sono messi insieme a secco mentre quelli più recenti sono legati con malta; per questi l’età è evidentemente romana, mentre per i primi gli elementi geometrici inducono ad attribuire alla popolazione pelasgica la loro elevazione.

La nuova tecnica di segare le pietre in perfetti parallelepipedi ha consentito, nei siti di Creta, di affiancare, forse per la prima volta, pilastri a colonne; in alcuni casi i primi sostituiscono completamente le seconde grazie alla loro maggiore durata se le colonne erano fatte di legno. Per quanto riguarda le colonne, esse hanno cominciato a comparire almeno da quando venivano costruiti muri della tarda fase del quinto tipo, come si vede a Micene sopra alla Porta dei Leoni.

Un’ultima considerazione riguarda la tecnica di legare le pietre con una malta a base generalmente di calce o gesso, ma a volte anche di terreno argilloso. Tra i primi casi dell’impiego di un legante vi sono opere della Mesopotamia che risalgono alla cultura di Uruk (Forest, 1991), sviluppatasi all’incirca tra il 3800 e il 3000 a.C.. Poiché Cicladici, Minoici, Micenei ed Egizi conoscevano questa tecnica ed hanno sviluppato altrettante civiltà che sono nate contemporaneamente all’uso del bronzo, è possibile che essa si sia diffusa insieme a questa lega. L’adozione di un legante si è accompagnata generalmente all’uso di intonacare i muri.

4 – Conclusioni

Nei siti archeologici esaminati si presentano opere murarie con due diverse caratteristiche essenziali e due distinte posizioni stratigrafiche. Al disotto troviamo muri a secco, al disopra muri con malta. I muri a secco possono essere di sei tipi, che si riconoscono perché lo stile di ciascuno è ben determinato; spicca tra di essi il quarto tipo, in prima opera poligonale, che dimostra di essere stato elevato misurando lati ed angoli delle facce a vista. L’unità di misura usata per determinare la lunghezza di lati è sempre la stessa in varie aree del pianeta anche molto lontane tra di loro, e ciò dimostra che un’unica popolazione l’aveva adottata. Dando credito alla voce di Tucidide, secondo cui le mura più antiche dell’area dell’acropoli di Atene sono state edificate dai Pelasgi, un popolo presente in Grecia prima dell’arrivo delle prime popolazioni di lingua indoeuropea, possiamo dire che i Pelasgi erano la popolazione che costruiva mura in opera poligonale, anche se localmente essi possono avere assunto nomi diversi, come è il caso degli Etruschi.

Le opere murarie dotate di un legante sono invece riferibili a varie popolazioni, che hanno in comune un ostentato uso del bronzo; esse hanno occupato territori che in precedenza erano abitati da coloro che vengono chiamati Pelasgi e ad esse purtroppo vengono comunemente attribuiti i resti di molte opere che preesistevano all’occupazione: emblematico è il caso della Porta dei Leoni di Micene.

5 – Lavori citati

Achilli A., Olivieri A., Pala M., Metspalu E., Fornarino S. et al. (2007) Mitochondrial DNA variation of modern Tuscans supports the near eastern origin of Etruscans. American Journal of Human Genetics 80: 759–768.

Baldassarre D. (2011) Latium vetus et adiectum – Architetture megalitiche. Pars prima. Arti grafiche Tofani. Frosinone.

Curuni S.A. (2012) Le mura poligonali (megalitiche): i casi del Paleòcastro di Nisyros (Grecia) e dell’acropoli di Butrinto (Albania). In Attenni L. e Baldassarre D. (a cura di) Quarto Seminario Internazionale di Studi sulle mura poligonali. Aracne. Roma. p 9-20.

Forest J.D. (1991) Le grandi acquisizioni dell’antica Mesopotamia. In Carretto G., Corm G., Crespi G., Forest J.D., Forest Ch., Ries J. Dalla Mesopotamia all’Iraq. Jaca Book. Milano.

Giovenale G.B. (1900) I monumenti preromani del Lazio. Tipografia Vaticana, Roma.

Ghirotto S., Tassi F., Fumagalli E., Colonna V., Sandionigi A., Lari M., Vai S., Petiti E., Corti G., Rizzi E., De Bellis G., Caramelli D., Barbujani G. (2013) Origins and evolution of the Etruscans’ mtDNA. PLoS ONE doi:10.1371.

Magli G. (2009) Il tempo dei Ciclopi. Civiltà megalitiche del Mediterraneo. Pitagora Editrice. Bologna.

Mortari R. (2012a) 2012 –Dalla profezia Maya alle previsioni della scienza. www.prevederecatastrofi.it / www.terradegliuomini.com.

Mortari R. (2012b) Confronto tra mura poligonali d’Italia e Grecia. www.terradegliuomini.com.

Mortari R. (2013a) Opere megalitiche dell’area mediterranea e del Sudamerica. Identità e differenze.www.terradegliuomini.com.

Mortari R. (2013b) Civiltà megalitiche del Mediterraneo e del Sudamerica. Un confronto.www.terradegliuomini.com.

Mortari R. (2014) Le mura megalitiche di Tokyo, Nikko e Kamakura. www.terradegliuomini.com.

Pellecchia M., Negrini R., Colli L., Patrini M., Milanesi E., Achilli A., Bertorelle G., Cavalli Sforza L.L., Piazza A., Torrini A., Ajmone Marsan P. (2007) The mistery of Etruscan origins: novel clues from Bos taurusmitochondrial DNA. Proc. R. Soc. Biol. Sc. Vol. 274 no 1614, p. 1175-1179.

Petit Radel L.C.F. (1841) Recherches sur les monuments cyclopéens et description de la collection des modèles en relief composant la Galérie Pélasgique de la Bibliotèque Mazarine. Imprimérie Royal. Paris.

Rovetta R. (a cura di) (2002) Vitruvio. De architectura: Libri II-IV : i materiali, i templi, gli ordini. Vita e Pensiero. Milano.

Vlora Falaschi N. (1989) L’etrusco lingua viva. Scienze e Lettere. Roma

 

(Fonte: Terra Degli Uomini, pubblicato il 19 Dicembre 2014)

LA MISURA DEL TEMPO, EVIDENZA DI UN’ANTICA CIVILTÀ SUPERIORE

di Flavio Barbiero

tudiando le civiltà passate ci si trova continuamente di fronte a realizzazioni e conoscenze che risultano inspiegabili in base al livello scientifico e tecnologico di quel tempo e che quindi presuppongono necessariamente l’esistenza di un’antichissima civiltà di livello paragonabile al nostro.
Tanto per citare uno dei numerosi esempi possibili, l’esistenza di carte nautiche, portolani e planisferi medioevali e rinascimentali (Piri Reis, Oroteus Finaeus, Mercatore ecc) con precisioni in longitudine impossibili a quell’epoca e la rappresentazione dell’Antartide quale si presentava alla fine del pleistocene, ha indotto uno scienziato come Hapgood a postulare che sia esistita 8 o più mila anni fa una civiltà in grado di cartografare il mondo intero, con metodi e conoscenze paragonabili a quelli attuali.

Ma non è necessario scomodare conoscenze del passato per trovare prove del genere. Anche cognizioni universalmente in uso nella realtà quotidiana dei nostri giorni denunciano una origine da un’ignota civiltà di livello tecnologico avanzato. Una di queste è l’unità di misura del tempo, il minuto secondo. E’ l’unità di misura di impiego più universale, che entra in ogni manifestazione della nostra vita ed è una grandezza fondamentale per la descrizione di un qualsivoglia fenomeno fisico. Nonostante la sua importanza, tuttavia, noi ignoriamo quale sia l’origine ed il significato di questa unità di misura, ereditata dagli antichi senza indicazioni circa l’autore, l’epoca e le ragioni di questa scelta.
Il minuto secondo costituisce una minuscola frazione del giorno (1/86400) ed è quindi evidente che si tratta di una grandezza legata a osservazioni di carattere astronomico, aventi lo scopo di stabilire i criteri per la misura del trascorrere del tempo. Fin da quando l’uomo ha cominciato a porsi questo problema, si è rivolto al moto degli astri, cercando di determinare la relazione esatta che esiste fra la durata del giorno e l’anno solare. E’ questo infatti il grande problema che sta alla base di ogni calendario. Il nostro calendario attuale non è certamente il più razionale e tanto meno il più preciso dei calendari che si possano immaginare; tutt’altro: da un punto di vista strutturale è certamente fra i meno logici e funzionali che siano mai stati concepiti, e quanto a precisione lascia alquanto a desiderare, dal momento che sono sufficienti 3.300 anni per accumulare una differenza di 1 giorno. 
Varie civiltà del passato hanno fatto calendari assai più razionali e precisi, essendo basati sul ciclo astronomico dei 128 anni, il più preciso che si possa immaginare. Il fatto strano, però, è che esse non possedevano i mezzi tecnologici e matematici per determinare questo ciclo. Esso è stato scoperto, infatti, soltanto nell”800 dall’astronomo Glasenapp, quando il progresso nei mezzi di osservazione ha consentito di misurare la durata dell’anno solare con una precisione fino alla quarta cifra decimale (era ignoto al tempo della riforma gregoriana del calendario).
La lunghezza dell’anno solare (misurata alla quarta cifra decimale) è di 365,2422 giorni. Per mantenere il fasamento fra calendario e anno solare, normalmente si aggiunge un giorno ogni quattro anni. Si ha quindi un anno (detto giuliano) di durata media di 365,25 giorni, che è 0,0078 giorni più lunga di quella reale. Pertanto, dopo 1/0,0078 = 128,205 anni, si ha un eccesso di 1 giorno intero. Sarebbe sufficiente, quindi, saltare un anno bisestile ogni 128 anni per ottenere un calendario perpetuo avente un errore medio annuo rispetto all’anno solare dell’ordine di 1 secondo. (Dovrebbero trascorrere 80.000 anni prima che si accumulasse uno sfasamento pari ad 1 giorno. Il calendario attuale, invece, è basato sul ciclo Liliano, che prevede di saltare 3 anni bisestili ogni 400 anni. Lo scarto medio rispetto all’anno solare risulta 25 volte superiore che nel primo caso).

L’unità naturale di misura del tempo
E’ qui che entra in ballo l’unità di misura del tempo. Se volessimo stabilire razionalmente una unità di misura del tempo, la cosa più logica e immediata sarebbe di legarla a queste grandezze. Il procedimento è semplice ed intuitivo:
In un ciclo di 128 anni ci sono esattamente 46751,0016 giorni (=128 x 360 ,2422).
Poiché 1/0,0016=625, in ogni ciclo di 128 anni si ha 1 seicentoventicinquesimo di giorno in più, per cui si avrebbe un’eccedenza di un giorno esatto dopo 625 x 128 = 80.000 anni. In media, quindi, si avrebbe un errore di 1/80.000 giorni ogni anno. Questa grandezza è il candidato naturale ad essere adottata come unità di misura del tempo, dal momento che è anche il massimo comune divisore di entrambi, giorno e anno solari. La chiamerò perciò “unità naturale di misura del tempo”, U. 
Il suo valore è: U = 0,0000125 giorni solari, per cui 1 giorno contiene esattamente 80.000 U. Pertanto, con un calendario in cui si aggiunga 1 giorno ogni quattro anni, tranne che ogni 128 anni fino al 625.mo, si avrebbe un errore medio annuo nullo in un ciclo di 80.000 anni (tanti quante sono le unità U in un giorno). Altra particolarità notevole di questa unità di misura, U, è che 1 anno ne contiene un numero esattamente uguale al numero dei giorni contenuti in 80.000 anni.
Inoltre il numero 80.000 si presta in modo perfetto per la suddivisione del giorno in unità più piccole, ad esempio in 20 “ore” di 4000 unità U ciascuna. Poiché 80.000 = 10.20^2, viene favorito il sorgere di un sistema di conteggio su base vigesimale, che si rifletterebbe in modo naturale sul calendario, con una suddivisione dell’anno in mesi di 20 giorni ciascuno (+ 5 di resto) e così via.

Il minuto secondo attuale
La praticità di impiego è il requisito primario di una unità di misura. L’unità naturale U, con la conseguente divisione del giorno in 80.000 parti, non è la migliore in assoluto, perché divisibile soltanto per 2 e per 5. L’ideale per un calendario è avere una grandezza divisibile anche per tre. Questo si può ottenere facilmente dividendo l’unità naturale U per 1.08; si ha così una nuova unità di misura del tempo: s = U / 1,08 
In un giorno si vengono ad avere quindi 80.000 U x 1,08 = 86.400 secondi (cioè esattamente i secondi attuali), numero che consente una maggior flessibilità di suddivisione, per la misura delle grandezze che ci interessano, quali frazioni di giorno, giorni, settimane, mesi, anni ecc..
Si stabilisce così un ciclo di 86.400 anni, che è l’esatto equivalente del ciclo naturale di 80.000 anni, dove tutte le grandezze caratteristiche di quest’ultimo vengono moltiplicate per 1,08, o se si preferisce multipli o sotto multipli, come 108, 54, 27 ecc. 
Così in un ciclo di 128 anni, la differenza fra l’anno medio e l’anno solare risulta di 1,08 secondi; dopo 86400 anni si ha un eccesso di 1,08 giorni e così via per tutte le grandezze caratteristiche del ciclo. I riflessi sulla struttura del calendario e il sistema di conteggio sono notevoli, perché viene favorito l’impiego di un sistema sessagesimale: il giorno viene diviso in due parti di 12 ore, di 60 minuti e ciascuno di 60 secondi, l’anno in 12 mesi di 30 giorni e così via. Per inciso, giova notare che entrambi questi numeri, 80.000 e 86400 e le reciproche relazioni, sono di un’estrema eleganza formale, che li rende oltremodo suggestivi da un punto di vista matematico e numerologico. Infatti:
80.000 = 128 x 625 = 27^7 x 54^4 = 1600 x 50 ecc. 
86.400 = 128 x 675 = 27^7 x 33^3 x 52^2 = 1600 x 54; 
675 = 625 x 1.08 = 54^4 x 1,08 = 33^3 x 52^2
e così via in un intreccio impressionante. 

I numeri sacri delle civiltà antiche
Cosa c’entra tutto questo con le civiltà antiche? Ci si chiederà. C’entra eccome. Chi ha un poca di familiarità con i calendari antichi, con i sistemi numerali e con i numeri sacri ad essi collegati, si sarà già reso conto che nei numeri sopra riportati c’è tutta la scienza matematica e astronomica e la numerologia del mondo antico, sia del vecchio come del nuovo mondo. In due aree nettamente distinte: l’America appartiene all’area dell’unità di misura del tempo naturale, avendo sviluppato un calendario e sistemi di conteggio interamente basati sul numero 20; nel blocco euroasiatico, invece, è prevalso il sistema basato sul minuto secondo attuale, con il conteggio in base sessagesimale, mesi di 30 giorni e così via. Lo stanno a testimoniare un complesso impressionante di numeri tramandatici dagli antichi, molti dei quali tutt’ora in uso.
Per esempio: il 108 e tutti i suoi multipli e sottomultipli (216, 432, 648, 54, 36, 27, 12, ecc.) compaiono in continuazione da un estremo all’altro del continente eurasiatico e nei contesti più disparati. Vengono impiegati ricorrentemente nell’architettura sacra (esempi: Angkor Vat, in Cambogia, ha 54 torri, 108 statue ai lati del viale di accesso; 540 statue di divinità Deva e Asura e così via ; il tempio di Baalbek, in Fenicia, aveva 54 colonne; nella città santa di Lasha, in Tibet, c’erano 108 templi; 108 erano le cappelle del tempio di Padmasambhava e così via); nella letteratura (il re sumero Enlil regalò 108 aromi ad Aadamu; Gudea impiegò 216.000 operai per costruire il tempio a Ningirsu; offriva agli dei 108 diversi tipo di cibo ecc.); nei cicli cosmici di varie mitologie (il ciclo temporale indiano, detto di Manvantara, è di 64.800 anni; il ciclo di Kalga, anch’esso indiano, corrisponde a 4320 milioni di anni; la durata del regno antidiluviano nella mitologia babilonese è di 432.000 anni, quella sumera di 108.000 e così via) ed in una miriade di altri contesti legati alla religione e alla mitologia (i rosari buddista e indù hanno 108 grani; i libri sacri tibetani del Khagiur consistono di 108 volumi; i Rig Veda hanno 10.800 versetti, con 40 sillabe per versetto, per un totale di 432.000 sillabe; il mitico Valhalla delle saghe nordiche aveva 540 porte, da ciascuna delle quali uscivano 800 guerrieri, per un totale di 432.000).
Tutti questi numeri sono legati al ciclo dei 128 anni, tramite le unità di misura del tempo da esso derivate. Come dimostrazione basterà citare una fonte autorevole ed alla portata di tutti, la Bibbia. In Numeri 31, 32-47 si legge:
“Or la preda, cioè quel che rimaneva del bottino fatto da quelli che erano stati alla guerra, consisteva in 675.000 pecore , 72.000 buoi, 61.000 asini e 32.000 persone, ossia donne, che non avevano avuto relazioni carnali con uomini. La metà, cioè la parte di quelli che erano andati alla guerra, fu di 337.500 pecore, delle quali 675 per il tributo all’Eterno; 36.000 bovi, dei quali 72 per il tributo all’Eterno; 30.500 asini, dei quali dei quali 61 per il tributo all’Eterno; e 16.000 persone, delle quali 32 per il tributo all’Eterno…La metà che spettava ai figlioli d’Israele…..fu di 337.500 pecore, 36.000 buoi, 30.500 asini e 16.000 persone. Da questa metà, che spettava ai figlioli di Israele, Mosé prese uno su 50….”
Numeri come 360, 72 e varie combinazioni di essi, sono chiaramente derivati dal calendario solare e li incontriamo continuamente in ogni cultura del mondo. Ma la loro connessione con il ciclo dei 128 anni non è immediatamente evidente. Numeri come 32 e 675 sono invece strettamente associati con il calendario basato sul ciclo astronomico di 128 anni. Anche cifre come il 61, che apparentemente non gli appartengono, sembra che siano funzionali per determinare numeri collegati ad esso. 
Per esempio: 30.500+16.000+72+61+50+36+32=46751, e cioè esattamente i giorni contenuti in un ciclo di 128 anni. Semplice coincidenza casuale? Fosse un caso isolato potremmo essere tentati di pensarlo, anche se le probabilità sono estremamente basse; ma abbiamo visto che la presenza di questi numeri è la norma in tutti i contesti più o meno sacri di tutte le civiltà antiche, per cui il caso è da escludersi categoricamente. L’ignoto sacerdote ebreo che ha scritto questi versi, certamente più di duemilacinquecento anni fa, conosceva il calendario basato sul ciclo di 128 anni ed ha voluto utilizzare questo passo come “promemoria”; molto probabilmente, criptate nel testo, ci sono altre informazioni relative a questo calendario ed al suo impiego.
Questo semplice passo della Bibbia, da sempre sotto gli occhi di tutti, costituisce una prova certa che i sacerdoti antichi avevano conoscenze scientifiche di livello superiore a quello che riteniamo proprio del loro periodo e che venivano mantenute rigorosamente segrete, ed è per questo quindi che sono andate perdute. Sono sopravvissute ovunque, però, le tracce certe di queste conoscenze, costituite dai numeri da esse derivati, applicati nei contesti più vari.
Possiamo escludere che queste conoscenze siano state sviluppate autonomamente (e con gli stessi risultati) da tutti i popoli antichi, anche perché non possedevano i mezzi strumentali e matematici per farlo. Per arrivare a queste unità di misura del tempo e a tutte queste grandezze è necessario infatti conoscere la lunghezza dell’anno con una precisione fino alla quarta cifra decimale, e di qui risalire al ciclo dei 128 anni, che in occidente era ancora ignoto ai tempi della riforma gregoriana.

IL CALENDARIO CENTROAMERICANO


Esse, quindi, sono state trasmesse da una qualche civiltà in grado di effettuare osservazioni astronomiche di grande precisione ed effettuare calcoli matematici complessi, che sta all’origine sia delle civiltà euroasiatiche che di quella americane. La connessione con il ciclo dei 128 anni, infatti, è ancora più eclatante e stupefacente nel calendario centroamericano.
Gli Aztechi, i Maya, i Toltechi, e prima di loro gli Olmechi, avevano in comune un calendario che era basato su un anno ausiliario di 260 giorni (che veniva chiamato “Tzolkin” e veniva considerato sacro), diviso in 20 settimane di 13 giorni (e 13 mesi di 20 giorni), che definiva un periodo secolare di 52 anni. L’anno solare era diviso a sua volta in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, per un totale di 360 giorni, a cui venivano aggiunti 5 giorni finali che venivano considerati infausti. 
Straordinaria importanza veniva attribuita a tutte le combinazioni di numeri risultanti dall’intreccio dell’anno solare (considerato di 360 + 5 giorni) con quello ausiliario di 260 all’interno di un periodo secolare di 52 anni. Per esempio: 365 x 52 = 260 x 73; 360 x 52 = 260 x 72 ; 360 x 13 = 260 x 18 e così via, in un complesso talmente impressionante da far gridare di meraviglia i primi studiosi occidentali che hanno studiato questo calendario. 
Questo calendario aveva una importanza fondamentale nelle società centroamericane, perché ne regolava l’esistenza giorno per giorno in modo assolutamente rigido. Esso ha ovviamente esercitato un fascino enorme su generazioni di studiosi, che hanno riempito centinaia di volumi nella sua descrizione. Ma fino ad ora nessuno si è accorto della sua relazione con il ciclo dei 128 anni e perciò nessuno è mai riuscito a spiegare perché e come le popolazioni del Centro America abbiano potuto “inventare” qualcosa di una complicazione e precisione così incredibili. 
La sua origine è sempre rimasta avvolta nel mistero. La spiegazione di questo calendario si trova immediatamente se si considera il ciclo dei 128 anni e l’unità di misura del tempo naturale.

Essendo il numero 128 uguale a 2^7 (elevato alla settima potenza), l’adozione di questo ciclo offre la possibilità di concepire intere famiglie di calendari perpetui, tutti con la medesima precisione.
Il procedimento è il seguente:

  • Si considera la lunghezza dell’anno solare di 365 giorni esatti per tutta la durata di un periodo costituito da S = 4n anni (che chiamerò “periodo secolare”).
  • Al termine di ogni periodo secolare si aggiungono n giorni
  • Al completamento di un ciclo C = 128n, pari a 32 periodi secolari, non si aggiungono gli n giorni.

Ciascuna famiglia di calendari sarà poi caratterizzata dalla suddivisione in mesi e/o settimane che si vuole attribuire ai 365 giorni dell’anno solare. Per quanto riguarda la suddivisione in mesi ci sono varie possibilità: 12 mesi di 30 giorni ciascuno (più 5 giorni finali); 13 mesi di 28 giorni ciascuno (più 1 giorno), oppure 18 mesi di 20 giorni ciascuno (più 5 giorni finali).
L’elemento determinante per la costruzione di un calendario razionale, però, è la suddivisione in settimane, necessaria per spezzare il mese in periodi più corti. Questa presenta un problema: qualunque sia la durata prescelta per la settimana, non avremo mai un numero intero di settimane in un anno solare (anche scegliendo una settimana di 5 giorni si avrebbe uno sfasamento di 1 giorno ogni 4 anni). Per ovviare a questo inconveniente si può ricorrere all’impiego di un “anno ausiliario”, formato da un numero intero e fisso di settimane, e di durata tale che il numero di anni solari e di anni ausiliari in un periodo secolare sia costante.
Per esempio, si può ottenere una famiglia di calendari di questo tipo considerando l’anno solare diviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più 1 mese finale di 5 giorni, ed utilizzando una settimana di lunghezza n da 1 a 18 giorni, che si ripete all’infinito, e un anno “ausiliario” di lunghezza pari a 20 settimane.
I parametri caratteristici di questa famiglia di calendari sono sintetizzati nella seguente tabella:

n
durata settimana (giorni)
T = 20 n
durata anno ausiliario (giorni)
S = 4 n
per. secolare (anni solari)
C = 128 n
durata di un ciclo (anni solari)
1 20 4 128
2 40 8 256
3 60 12 384
4 80 16 512
5 100 20 640
6 120 24 768
7 140 28 896
8 160 32 1024
9 180 36 1152
10 200 40 1280
11 220 44 1408
12 240 48 1436
13 260 52 1664
14 280 56 1792
15 300 60 1920
16 320 64 2048
17 340 68 2176
18 360 72 2304

L’anno ausiliario è sempre formato da 20 settimane di n giorni e reciprocamente da n mesi di 20 giorni ciascuno.
Inoltre fra l’anno solare e l’anno ausiliario c’è uno straordinario intreccio di numeri, che può addirittura apparire magico, ma che è dovuto in realtà al fatto che tra loro esistono le seguenti relazioni:

1) 360 x 4n = T x 72
2) 72T + (5x4n) +n = (72+1)T + n = 1461 n = (360 + 5) 4n + n

La formule 2) esprimono il numero di giorni e settimane contenuti in ognuno dei 32 periodi secolari di un ciclo completo (ad eccezione dell’ultimo, che ha una settimana in meno degli altri).
1461 è il numero di giorni contenuti in 4 anni giuliani ((365,25 x 4= 1461) e rappresenta un rapporto ricorrente nei calendari. Si chiama anche “numero sotico”, dal nome del “periodo sotico” egizio, che durava appunto 1461 anni. 
Il ciclo completo, pari a 128 n anni, contiene (1461×32)-1 = 46751settimane di n giorni (altro numero caratteristico di questo ciclo, perché è il numero esatto di giorni contenuti in 128 anni).

E’ evidente che il calendario centroamericano appartiene alla famiglia di calendari descritti nella tabella e precisamente quello avente una lunghezza della settimana pari a 13 giorni. 
Qualsiasi altra durata prescelta per la settimana darebbe luogo ad un calendario del tutto analogo e agli stessi “magici” intrecci di numeri (che sono dovuti alle relazioni delle formule 1) e 2), per cui ci si può domandare se esista una ragione particolare per preferire questa durata. La risposta è senz’altro affermativa. La scelta del 13 non è dovuta a ragioni scaramantiche, ma risponde ad un preciso criterio utilitaristico. Infatti, l’anno ausiliario risultante di 260 giorni è quello che consente meglio di ogni altro di tenere sotto controllo altre grandezze astronomiche, oltre all’anno solare, come per esempio i cicli lunari e i periodi sinodici di Marte e Venere. Per esempio, l’anno sinodico di Marte è di circa 780 giorni, pari a 3 anni ausiliari di 260 giorni (780=260×3). L’anno sinodico di Venere è di circa 584 giorni, pertanto ci sono esattamente 5 anni venusiani in 8 anni di 365 giorni (5 x 384 = 8 x 365). Inoltre, poiché 584×65=260×146=365×104, si stabilisce un ciclo di 104 anni (pari a 2 periodi secolari di 52 anni) in cui anno solare, venusiano e tzolkin formano un intreccio davvero singolare.
E infatti le società centroamericane davano una enorme importanza ai periodi sinodici di Venere e Marte. 
Al termine di ogni periodo secolare di 52 anni risultava un ritardo del calendario di 13 giorni (52/4), e cioè proprio una settimana dello tzolkin. Questi, aggiunti ai 5 giorni infausti finali di ogni anno, formavano un mese aggiuntivo di 18 giorni, che chiudeva il periodo secolare all’insegna del terrore e della morte. Era il mese durante il quale, secondo le tradizioni, doveva verificarsi la fine del mondo, e per scongiurarla i sacerdoti aztechi effettuavano in quei giorni delle vere e proprie ecatombi umane. Migliaia di prigionieri venivano sacrificati, mentre la popolazione si chiudeva terrorizzata nelle proprie case. Erano giorni talmente infausti che non venivano mai nominati e neppure conteggiati, come se non esistessero.

L’OROLOGIO ASTRONOMICO PERENNE


Rimane da capire a quale scopo una civiltà avanzata avrebbe dovuto inventare un calendario del genere e come poteva usarlo in modo semplice, alla portata di tutti e non soltanto di una ristretta casta di sapienti. La risposta a questa domanda ci fornisce la conferma che il calendario azteca è stato inventato da una civiltà avanzata non solo da un punto di vista astronomico e matematico, ma anche tecnologico. 
L’interesse di questa famiglia di calendari, infatti, non sta tanto nella sua eleganza formale, quanto piuttosto nel fatto che essa è caratterizzata da una settimana di n giorni che “gira” all’infinito ed è un sottomultiplo intero rispetto sia all’anno ausiliario, che al periodo secolare e al ciclo. Ciò consente di realizzare un vero e proprio “orologio” astronomico, valido per l’intera la famiglia, di facile impiego e in grado di conteggiare gli anni indefinitamente, mantenendo lo scarto annuo medio rispetto all’anno solare nell’ordine di 1 secondo.
L’orologio si basa sulle relazioni 1) e 2); la sua realizzazione, pertanto, è pressoché obbligata.
Il meccanismo base consiste in una ruota centrale, che avanza di uno scatto al giorno e compie un giro completo dopo n scatti, cioè una settimana. 
All’esterno c’è una ghiera circolare, divisa in 20 parti, lungo la quale si muovono due lancette, una lunga ed una corta. La lancetta lunga conta i giorni e avanza di una unità ad ogni scatto della ruota centrale. La lancetta corta conta le settimane ed avanza di una unità ogniqualvolta la ruota centrale completa un giro.

Fig. 1

Un giro completo della lancetta lunga rappresenta un mese di 20 giorni.
Un giro completo della lancetta corta rappresenta 20 settimane, cioè 1 anno ausiliario completo (T=20n).
Per le relazioni 1) e 2) si ha che:

  • la lancetta lunga compie 73 giri completi ogni 4 anni di 365 gg. ;
  • la lancetta corta compie 73 giri completi ogni periodo secolare (4n anni di 365 gg)

Al termine del periodo secolare, quindi, le due lancette si vengono a trovare in fase sullo zero, avendo la lancetta lunga effettuato n volte i giri della corta.
A questo punto per rifasare il calendario con l’anno solare bisogna aggiungere n giorni, cioè una settimana. Ciò si ottiene arrestando momentaneamente la lancetta lunga e facendola avanzare soltanto al termine della settimana, assieme alla lancetta corta. Il nuovo periodo secolare inizia perciò con le due lancette in fase sull’1, che diventa il nuovo zero di riferimento.
L’operazione si ripete identica per 31 periodi secolari. Al termine del 32.mo periodo secolare il meccanismo deve provvedere ad azzerare il tutto, senza aggiungere la solita settimana, ed ha inizio un nuovo ciclo di 32 periodi secolari. E così via indefinitamente.

Come si vede, si tratta di un meccanismo molto semplice, ma per farlo funzionare in modo automatico è necessario disporre di “contatori”, che tengano il computo dei giri delle lancette e facciano scattare i meccanismi di autoregolazione al momento opportuno. Si vede subito che sono necessari 3 contatori, che effettuino il conteggio rispettivamente di:

  • numero di giri della lancetta lunga (proporzionale agli anni solari)
  • numero di giri della lancetta corta (proporzionale agli anni ausiliari)
  • numero dei periodi secolari trascorsi.

Cominciamo con il contatore dei periodi secolari. Il fatto che 32 = 2^5, suggerisce di utilizzare un contatore binario, costituito da quattro registri in cascata, ognuno in grado di contare fino a 4. 

Fig. 2

che potranno essere posizionati sul quadrante nel seguente modo:

Fig. 3

Quando il primo registro ha completato il conteggio di 4 unità, il secondo registra 1. Il terzo registro inizia a contare soltanto dopo che il secondo è arrivato a 4 e così via. Poiché il conto finale deve essere 32 periodi secolari di 4n anni ciascuno, il contenuto dei registri sarà, a partire dal più alto:
– 32 S (128n anni) – 8 S (32n anni) – 2S (8n anni) – ½ S (2n anni) 
L’ingresso al primo registro è costituito dall’uscita del contatore di giri della lancetta corta (contatore degli anni ausiliari). Un periodo secolare è indicato da 72+1= 8×9 +1 giri; per ragioni di controllo, conviene conteggiare i giri a gruppi di 3, a loro volta raggruppati in gruppi di 9 (3×3), conteggiati infine in due gruppi di 4, ciascuno rappresentante mezzo periodo secolare (2x4x3x3 – il 73.mo giro non viene conteggiato e può servire per predisporre gli automatismi di fine periodo secolare). Questa modalità di conteggio consente all’utilizzatore del calendario di avere il miglior controllo possibile delle durate astronomiche di qualche interesse.
Infine viene il contatore di giri della lancetta lunga, indispensabile perché indica il trascorrere degli anni solari. Dovendo conteggiare 72+1 giri ogni 4 anni, sarà l’esatta replica del precedente e indicherà il trascorrere del tempo di 9 mesi in 9 mesi (mezzo anno).
Il quadrante del contatore, pertanto, sarà propriamente rappresentato nel seguente modo:

Fig. 4

L’orologio astronomico completo avrà un aspetto grosso modo come quello della figura 5.

Fig. 5

Il fatto di registrare i periodi secolari in contatori in cascata consente di rappresentare il loro contenuto graficamente mediante cerchi concentrici: il primo cerchio rappresenta il contenuto del registro più alto e quindi dell’intero ciclo calendariale, di 32 periodi secolari, ed è suddiviso in 4 settori di 8 periodi secolari ciascuno. Ogni settore contiene per intero il terzo registro ed è quindi a sua volta suddiviso in 4 settori, ciascuno contenente 2 periodi secolari. Il cerchio più esterno, infine, rappresenta i 64 mezzi periodi secolari che costituiscono l’uscita del primo registro.
Da notare che la scala dei tempi dell’orologio cambia al cambiare di n. Dovrà esserci pertanto un meccanismo che consenta di variare la lunghezza n della settimana, ed il valore impostato dovrà comparire sul quadrante.
L’aspetto finale dell’orologio astronomico, quindi, risulterà quello di fig. 6.

Fig. 6

La rappresentazione in cerchi concentrici consente di visualizzare altri fenomeni astronomici o astrologici che siano in rapporto costante con la durata dell’anno solare. Per esempio, i mesi lunari, gli anni sinodici di Venere e Marte e così via. All’esterno, poi, si possono rappresentare costellazioni e segni zodiacali e tenere quindi sotto costante controllo anche la precessione.
Questo tipo di calendario, quindi, consente di costruire un orologio astronomico perenne, in grado di controllare in maniera semplice, su di un unico quadrante, praticamente tutte le durate astronomiche di un qualche interesse. Questa anzi sembra l’unica ragione che giustifichi l’invenzione di una famiglia di calendari così complicati come quello descritto e dobbiamo quindi presumere che meccanismi del genere siano stati costruiti e che fossero in possesso di sacerdoti del Centro America.

LA PIETRA DEL SOLE

 

C’è da osservare che la struttura di un orologio astronomico basato sulla famiglia di calendari ora descritta è praticamente obbligata (a parte varianti stilistiche), per cui se mai dovessimo vedere una sua rappresentazione, dovremmo essere in grado di riconoscerla immediatamente e con certezza. Ed in effetti basta dare un’occhiata alle varie incisioni di calendari ritrovate nel Messico, per rendersi conto che il meccanismo centrale di questo orologio è rappresentato in un gran numero di essi.
La rappresentazione più chiara e completa è quella che si può osservare sulla cosiddetta Piedra del Sol, Pietra del Sole, un grande disco del diametro di circa due metri, scolpito dagli Aztechi a Tenochtitlan nel 1492.

Fig. 7 – Piedra del Sol

Si osserva innanzitutto il fatto che al centro della fascia più esterna, in alto, compare in bella evidenza il numero 13, che stabilisce la scala dei tempi del calendario. Nel mezzo del disco è chiaramente riconoscibile il meccanismo dell’orologio astronomico, con la ruota centrale che conta i giorni della settimana (il sole che gira 13 volte) e due lancette, una lunga e una corta, puntate su una ghiera circolare che rappresenta i 20 giorni del mese. Si riconoscono bene i due contatori dei giri delle lancette, con associati gli indicatori dei semianni solari e dei semiperiodi secolari. Inconfondibili, infine, i 4 registri binari che tengono il conteggio dei periodi secolari di 52 anni. 
All’esterno della ghiera dei giorni c’è un primo cerchio, suddiviso in 40 rettangoli, ciascuno rappresentante 5 unità. Vengono definiti quindi 200 periodi che dovrebbero rappresentare i 200 anni sinodici di Marte compresi in 600 anni ausiliari di 260 giorni. 
Il cerchio successivo è suddiviso in 8 settori, ciascuno diviso in 10 parti. Tenuto conto che un giro completo rappresenta un ciclo di 1664 anni (32×52), ognuna delle 80 divisioni viene ad avere un valore di 20,8 anni e cioè esattamente 13 anni sinodici di Venere, cifra molto significativa, vista la coincidenza con la “scala” di questo calendario
Nei cerchi successivi sono rappresentati i 32 periodi ed i 64 semiperiodi secolari del ciclo. Interessante è il simbolo che compare periodicamente lungo il cerchio esterno, formato da un rettangolo contenente 5 unità sormontato da 3 “tacche”. Sembra logico interpretarlo come la rappresentazione (una sorta di “zoom” sulla scala dei tempi) dei 3×33 mesi lunari e 5 anni di Venere contenuti in 8 anni solari. Tutto combacia.
Non c’è dubbio, quindi, che su questa pietra sia scolpita la rappresentazione di un oggetto meccanico reale, che lo scultore azteca ha riprodotto in maniera fedele, quasi fotografica, al punto che sarebbe facile costruire un orologio astronomico basato sul ciclo dei 128 anni perfettamente funzionante e funzionale, in tutto identico alla rappresentazione della pietra.
Questo orologio costituisce una delle tante prove che si stanno accumulando a favore dell’esistenza di una civiltà molto avanzata, che sarebbe esistita in un lontano passato da qualche parte nel mondo.
Il marchio di Atlantide
La domanda che sorge immediatamente è: “Chi fece questo orologio astronomico e quando?” Una risposta precisa e attendibile potrebbe essere data dalla rappresentazione stessa.
Di solito sugli oggetti del tipo di quello rappresentato c’è una firma, un’etichetta o un marchio che identifica in qualche modo l’autore e/o il paese da cui provengono. Qualcosa del genere potrebbe essere rappresentato nella parte inferiore della “Pietra del Sole”, dove è illustrata una scena che non è funzionale nel meccanismo dell’orologio e sembra piuttosto strana.

Fig. 8

L’interpretazione convenzionale di questa immagine è che rappresenti due “serpenti piumati” che ingoiano due uomini. Ci sono, però, alcuni dettagli in esso che non hanno senso con questa interpretazione. E’ evidente che l’artista azteca ha scolpito la pietra osservando direttamente l’orologio meccanico, od una sua riproduzione fedele. Sembra però che non abbia capito cosa fosse rappresentato nel modello da cui stava copiando e, quindi, che abbia introdotto alcune piccole modifiche per ottenere una rappresentazione che avesse senso per lui. Se noi potessimo scoprire che cosa rappresentava veramente il suo modello, avremmo delle indicazioni sull’origine del dispositivo meccanico rappresentato sulla Pietra del Sole. 
Possiamo risolvere il problema esaminando l’immagine pezzo per pezzo, cominciando dalle due figure umane. Se le isoliamo dal resto della rappresentazione otteniamo un’immagine chiaramente definita, che ha di per se stessa un senso completo.

Fig. 9

Essa rappresenta due persone, con alcuni attributi significativi che li caratterizzano come due “dei”, o comunque due personaggi di altissimo rango. Gli orecchini, o meglio i piatti auricolari, per esempio, sono un attributo tipico degli “dei” in tutta l’America Centrale (notare che anche il Dio-sole al centro della pietra ha orecchini dello stesso tipo), India, Cina e Sud-est asiatico. Anche il loro “copricapo” è tipico degli “Dei” nelle stesse aree. 
Il soggetto è chiaro e coerente e quindi possiamo ritenere, per questa parte, che non sia stata introdotta nessuna modifica significativa dallo scultore, rispetto al suo modello. Eventuali modifiche, quindi, dovrebbero essere state introdotte nella restante parte della rappresentazione. 
Esaminando la figura 2, identifichiamo chiaramente una prima possibile modifica nei “copricapi” dei due supposti serpenti. Sembra evidente che nel modello originale dovessero avere una forma simmetrica e che una delle due estremità sia stata leggermente modificata dallo scultore per rappresentare le “narici” dei due mostri. Una seconda ovvia modifica, poi, fu fatta per dar loro degli occhi. 
Se ripristiniamo la forma originale dei copricapi e cancelliamo gli occhi dei serpenti, otteniamo un’immagine che dovrebbe essere molto vicina a quella del modello originale

Fig. 10

La nuova immagine è chiara, coerente ed ha perfettamente senso per noi: invece di due improbabili “serpenti” che ingoiano due teste umane, essa rappresenta due elefanti ben riconoscibili, del tipo indiano, con la proboscide alzata, che fanno da sfondo a due “Dei”. Questa era, con tutta probabilità, l’immagine rappresentata nel modello che lo scultore della “Pietra del Sole” stava ricopiando. Era un’immagine, però, che non poteva avere senso per un azteca, il quale non conosceva nulla che assomigliasse ad un elefante. Quindi, egli dovette cambiare alcuni dettagli, in modo da ottenere una rappresentazione che avesse senso per lui.

“Un marchio di fabbrica” costituito da due “dei” con sullo sfondo due elefanti, da dove mai può venire? La prima risposta che viene in mente è dal sud-est asiatico, India o Indocina. La civiltà indiana possedeva conoscenze molto avanzate nel campo dell’astronomia e della matematica ed era in grado di costruire congegni meccanici piuttosto complicati e ha lasciato numeri sacri collegati al ciclo dei 128 anni. Ma non abbiamo prove che fosse in grado di costruire meccanismi del genere, né che avesse mai elaborato un calendario sul tipo di quello centroamericano, basato sull’unità di misura naturale del tempo. Fra l’altro non ci sono prove che abbia mai avuto contatti con l’America.
L’India, però, non è il solo posto dove esistessero nei tempi antichi elefanti del tipo rappresentato nella Pietra del Sole. Un fatto a cui viene data poca pubblicità dagli studiosi è che anche in Sud America esistevano elefanti fino alla fine del Pleistocene, circa 11.500 anni fa. Non si trattava di mammuth, che erano diffusi nel nord America ed in tutta l’Asia e l’Europa. Erano veri e propri elefanti, di aspetto simile a quello indiano, da cui però gli scienziati tengono a distinguerli, chiamandoli col nome di “mastodonti”. 
Di dove venissero non si sa; sta di fatto che le loro ossa si trovano ovunque, anche in relazione con l’uomo, come nel famoso sito archeologico di Monte Verde, in Cile, i cui occupanti vivevano 12.500 anni fa proprio cacciando il mastodonte. Elefanti e antiche civiltà misteriose fanno del Sud America un candidato più convincente dell’India come luogo d’origine del calendario meccanico azteca. Ma in tal caso la data si sposta a prima della fine del Pleistocene, quando i mastodonti scomparvero dal Sud America. La stessa epoca in cui Platone sostiene esistesse Atlantide. Anche quest’isola, la patria per eccellenza degli “dei”, a detta di Platone pullulava di elefanti, al punto che se dovessimo immaginare un “marchio” per l’Atlantide, quello rappresentato dalla Pietra del Sole sarebbe tra i più indicati e suggestivi. L’orologio meccanico riprodotto sulla pietra dall’ignoto scultore azteco era un prodotto di quella civiltà, costruito per misurare i millenni, con materiali in grado di durare per tutto il tempo necessario.
Sarebbe quindi Atlantide la misteriosa e antichissima civiltà che per prima ha misurato la lunghezza dell’anno solare con una precisione della quarta cifra decimale e che ha concepito quelle unità di misura del tempo da cui sono derivati i calendari ed i sistemi numerici di tutto il mondo antico.

di Flavio Barbiero
flbarb@tin.it

NASCITA E DIFFUSIONE DELLA CIVILTÀ. LO SCENARIO ATLANTIDEO

di Flavio Barbiero

 

Gli scenari scientifici in campo archeologico

 

Prima dell’avvento della datazione al radiocarbonio 14, ogni questione relativa all’origine ed alle caratteristiche di una qualsiasi cultura antica veniva risolta sulla base dello scenario diffusionista, che nella sua formulazione più essenziale era il seguente: l’agricoltura si è sviluppata per la prima volta nel Medio Oriente, in quella fascia di terra denominata Mezzaluna Fertile; qui sono sorte le prime culture neolitiche, e successivamente, tra il quinto ed il quarto millennio a.C., le prime civiltà superiori, che si sono diffuse poi in tutto il resto del mondo. 
Campo obbligato di ricerca era allora lo studio comparato delle civiltà, delle loro mitologie, tradizioni, usi e costumi, conoscenze scientifiche e tecnologiche, che forniva ampio supporto alla teoria diffusionista, mostrando temi comuni ed in molti casi una sostanziale identità da un capo all’altro del pianeta.

Dopo l’introduzione delle datazioni al radiocarbonio 14, la teoria diffusionista è crollata. Si è scoperto, infatti, che l’agricoltura è nata contemporaneamente in almeno sei aree del mondo senza alcuna relazione apparente fra loro: il Centro e Sud America, la Mezzaluna Fertile, l’Africa Centrale, la Cina orientale ed il Sud-Est asiatico (Fig. 1).

Fig 1. – Aree del mondo dove ha avuto inizio l’agricoltura

Sono saltate anche la maggior parte delle relazioni temporali fra civiltà diverse, stabilite in base ai presupposti della teoria diffusionista. Nel Mediterraneo, ad esempio, le civiltà megalitiche di Malta e dell’Europa nord-occidentale si sono rivelate più antiche dei loro presunti modelli mesopotamici ed egizi.

Per reazione al diffusionismo si è venuto consolidando nel mondo scientifico uno scenario diametralmente opposto, secondo cui le culture antiche sarebbero nate e si sarebbero sviluppate contemporaneamente in più parti del mondo, senza contatti e influenze reciproche. In questo scenario, ovviamente, l’esame comparato delle civiltà è divenuto anatema.
Questo scenario, che chiamerò spontaneista (germinazione spontanea di tutte le civiltà antiche, senza interdipendenze reciproche), già poco credibile in partenza, anche se obbligato, sta diventando oggi sempre più improponibile, alla luce di nuovi studi e scoperte archeologiche, che mettono in evidenza da un lato la sempre maggior antichità dell’origine di alcune civiltà, dall’altro l’esistenza di una superciviltà antichissima all’origine di tutte le civiltà conosciute.

Le ragioni per cui la teoria diffusionista ebbe tanta fortuna ed era ritenuta a suo tempo incrollabile sono ancora tutte là ed hanno mantenuto intatto il loro peso e la loro validità. Le analogie ed anche vere e proprie identità fra civiltà diverse e lontane appaiono troppo sorprendenti perché si possano ritenere casuali. Gli stessi miti, tradizioni, costruzioni e così via si ritrovano in Polinesia come nel Nord Europa, in India come in America, nella civilissima Grecia come fra i “selvaggi” dell’Amazzonia. Essi costituiscono un complesso veramente formidabile di elementi a favore di una origine comune delle civiltà. Quello che le rende incompatibili con le datazioni accertate è soltanto il fatto di voler porre tale origine nel quarto millennio e nel Medio Oriente. Ma se si sposta l’origine nel tempo, alla fine del Pleistocene, e in posizione centrale rispetto a tutti i continenti, ogni incompatibilità svanisce.
Perché questa operazione sia credibile, occorre creare uno scenario globale che tenga conto e integri in maniera coerente tutti i dati del problema, sia quelli geologici che storici, archeologici e mitologici
Le “crisi” geologiche ricorrenti
Punto di partenza per costruire un tale scenario è lo’esame della situazione geologica della terra nel nostro passato.
La storia della Terra è caratterizzata da lunghissimi periodi di stabilità, inframmezzati da crisi brevissime e violente, durante le quali si hanno da un lato eruzioni vulcaniche imponenti, orogenesi, cambi climatici, inversioni del campo magnetico, variazioni del livello marino ecc; dall’altro estinzioni di massa, emergenza di nuove specie, cambio radicale degli equilibri ecologici. Nella storia della Terra si contano cinque grandi estinzioni animali, a livello planetario, ed innumerevoli altre minori, o anche totali ma a livello più o meno locale.
Le geologia non è ancora in grado di fornire una spiegazione di queste crisi ricorrenti. Negli ultimi anni si sta facendo strada l’ipotesi che siano dovute a catastrofici impatti con comete o asteroidi, perché per alcune di esse, come ad esempio quella del cretacico superiore, che vide l’estinzione in massa dei dinosauri e preparò l’avvento dei mammiferi, si è potuto appurare la coincidenza con la caduta di un asteroide; il che lascia presupporre che fra i due fenomeni esista una relazione di causa ed effetto. Ma innanzitutto non è affatto chiaro come corpi relativamente minuscoli, quali comete ed asteroidi, possano innescare fenomeni geologici ed estinzioni di massa a livello planetario; in secondo luogo la contemporaneità di un impatto è stata accertata soltanto in un numero limitato di crisi geologiche e ambientali.
A tutt’oggi, quindi, nessuno è in grado di dire quale ne sia la vera causa e che cosa accada in realtà nel loro breve svolgimento. Vale a dire che la scienza moderna non è ancora in grado di capire uno dei processi fondamentali dell’evoluzione delle specie viventi.
La crisi pleistocenica nella storia dell’uomo
Questo si verifica anche per quel che riguarda la storia dell’uomo. Essa, infatti, è caratterizzata da almeno una crisi del tutto analoga, accaduta 11.500 anni or sono. Fu precisamente in questo periodo che le grandi culture paleolitiche, che avevano prosperato per più di trenta millenni, scomparvero improvvisamente, lasciando il posto ad una umanità nuova. Non sappiamo né perché, né come accadde. L’unica cosa certa è che questa transizione è avvenuta in coincidenza di una delle solite crisi inspiegate, tanto grave da costituire lo spartiacque fra due ere geologiche, il Pleistocene e l’Olocene. L’era pleistocenica giunge al suo termine, segnato da un imponente risveglio dell’attività vulcanica, da terremoti spaventosi, testimoniati dal crollo delle volte nella maggior parte delle caverne del mondo, e da immani alluvioni, che travolgono milioni di animali. In tutto il mondo ci sono testimonianze di ecatombi agghiaccianti. Anche il campo magnetico attraversa un periodo di forti perturbazioni che portano quasi alla sua inversione. Per non parlare poi del regime climatico terrestre, che proprio allora subisce un rapido e radicale cambiamento. Decine di specie animali scompaiono.
Non è possibile capire cosa è accaduto all’uomo durante questa crisi e gli avvenimenti immediatamente seguenti, se non si riesce a scoprire cosa sia realmente successo in quell’occasione.
Vediamo allora, in estrema sintesi, qual era la situazione nel mondo prima di quella data fatidica. Tra i 50 e i 12 mila anni or sono una enorme calotta glaciale, spessa oltre tre chilometri, si era irradiata dall’area di Hudson, nel Canada orientale, fino a raggiungere verso sud l’attuale latitudine di New York e verso ovest i ghiacciai che scendevano dalle montagne rocciose, in Alaska. Nello stesso periodo il Nord Europa era coperto da calotte glaciali che al culmine della loro espansione raggiunsero le latitudini di Londra e Berlino. La quantità di acqua congelata sulla terraferma era talmente grande, che il livello del mare era sceso di oltre 100 metri rispetto ad oggi. (Fig. 2)

Fig 2 – distribuzione delle calote glaciali nel pleistocene

Le teorie attuali, numerose e spesso in contrasto tra loro, cercano di spiegare l’esistenza di queste masse di ghiaccio, eccentriche rispetto ai poli odierni, con il fatto che il clima fosse allora assai più freddo su tutta la Terra. L’ipotesi, però è contraddetta dall’assenza di calotte glaciali in Siberia, che anzi era popolata fin nelle sue regioni più settentrionali, ben addentro nel mare Artico, da una delle più imponenti comunità zoologiche mai esistite sulla Terra dal tempo dei dinosauri. 40 milioni di mammut vagavano per le pianure della Siberia e dell’Alaska, ed insieme ad essi c’erano renne, rinoceronti, cavalli, ippopotami, orsi, leoni, leopardi, castori, bradipi giganti, cervi dalle grandi corna, cammelli, tigri dai denti a sciabola e molti altri ancora. Prova certa che il clima siberiano era allora di gran lunga più mite e costante di quanto lo sia attualmente.
Per contro, nell’altro emisfero il clima era più freddo in Australia ed in Nuova Zelanda, allora coperta da grandi ghiacciai. Ma ci sono prove che l’Antartide, oggi interamente coperta da una spessa coltre di ghiaccio, ne fosse parzialmente libera, almeno sul versante atlantico.

 

 

 

Spostamenti dei poli terrestri

C’è un’unica ipotesi in grado di spiegare in maniera coerente questa situazione, e cioè che i poli geografici si trovassero allora in posizione diversa da quella attuale e che l’inclinazione dell’asse terrestre fosse inferiore. 11.500 anni fa l’asse terrestre si sarebbe improvvisamente inclinato ed i poli spostati nella posizione attuale.
Non si tratta di un’ipotesi fantasiosa. Nessuno mette più in dubbio il fatto che i poli abbiano cambiato sovente la loro posizione sulla superficie terrestre nel corso delle passate ere geologiche. I segni lasciati dalle calotte glaciali in Africa e India, il magnetismo residuo nelle rocce, la distribuzione di antiche barriere coralline e dei depositi di carbone e così via, costituiscono nel loro insieme una prova assoluta che i poli hanno girovagato dall’equatore fino alla posizione attuale.
Quelli che non sono affatto chiari, invece, sono i meccanismi e le modalità dello spostamento dei poli. Un’ipotesi avanzata fin dal secolo scorso dal grande astronomo Schiapparelli attribuisce questi spostamenti a movimenti superficiali di grandi quantità di materiali, dovuti ai processi di erosione e sedimentazione, che sarebbero in grado di produrre lentissimi spostamenti dei rigonfiamenti equatoriali; pochi centimetri all’anno al massimo, ma che in milioni di anni possono diventare migliaia di chilometri. 
Schiapparelli, però, ignorava l’esistenza di una enorme quantità di testimonianze geologiche, che sembrano indicare invece che i poli si muovono per “salti” praticamente istantanei, almeno nella scala dei tempi geologica. Fu lo studioso americano Charles Hapgood a metterle in evidenza, ma il meccanismo da lui proposto per spiegare il fenomeno, lo “scorrimento” della crosta terrestre, oltre ad incontrare insormontabili difficoltà di carattere geologico, non è in grado di spiegare proprio la velocità con cui sembra si sia verificato lo spostamento dei poli: a giudicare dal rapidissimo processo di congelamento dei mammut, conservati intatti con ancora cibo non digerito nello stomaco, si tratterebbe addirittura di giorni.
Questa possibilità, tuttavia, è decisamente rifiutata per una ragione del tutto analoga a quella che portò al rifiuto iniziale della teoria di Wegener sulla deriva dei continenti: non si conosce un meccanismo in grado di provocare un fenomeno del genere. L’ipotesi che l’inclinazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica e che la posizione dei poli rispetto alla Terra possano variare rapidamente è stata presa in considerazione fin dal secolo scorso da scienziati del calibro di J.C. Maxwell, ma è stata scartata sulla base di calcoli energetici circa l’effetto stabilizzante dei rigonfiamenti equatoriali terrestri. Solo una “collisione planetaria” sarebbe in grado di produrre un effetto del genere.
I calcoli, ovviamente, sono corretti, ma purtroppo non tengono conto di un fattore di instabilità nel sistema giroscopico Terra, costituito dalla presenza di masse liquide sulla sua superficie e dalla plasticità della crosta terrestre, nonché da uno strato liquido ed un nucleo solido al suo interno. In uno studio matematico pubblicato dall’Università di Bergamo e dalla rivista canadese Aeon, che sarebbe troppo lungo riportare in questa sede, io dimostro (1)che l’impatto di una cometa o di un asteroide di dimensioni relativamente modeste (anche inferiori al chilometro) è in grado di innescare un processo che nel giro di pochi giorni porta la Terra a ruotare intorno ad un asse diverso, provocando quindi uno spostamento permanente dei poli ed una variazione dell’inclinazione dell’asse rispetto all’eclittica. 
Fenomeni che si verificano durante un “salto” di poli
Questo processo comporta una serie di fenomeni catastrofici chiaramente identificabili, quali: innalzamento temporaneo fortissimo del livello del mare sulla maggior parte delle coste del mondo, dell’ordine delle centinaia di metri ed in alcune zone probabilmente migliaia; uno spaventoso uragano di vento e piogge torrenziali su tutto il pianeta, ininterrotto per giorni e giorni; terremoti devastanti in tutte le aree interessate ad un riaggiustamento dell’ellissoide terrestre; un risveglio improvviso e violento dell’attività vulcanica; fluttuazioni del campo magnetico terrestre. Il tutto seguito da un temporaneo irrigidimento del clima su tutta la terra, dovuto all’effetto combinato di questi fenomeni.
Oltre ai fenomeni temporanei, si ha una serie di cambiamenti climatici permanenti, dovuti allo slittamento delle fasce climatiche e alla variazione dell’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica. Tali variazioni, unite agli effetti distruttivi immediati, comportano cambiamenti profondi degli ecosistemi, con la sparizione di specie non adattate al nuovo andamento climatico. Un salto di polo, quindi, comporta la possibilità di estinzioni di massa e lo stabilirsi di nuovi equilibri ecologici.
Questo, in estrema sintesi, è quanto accade durante un “salto” di poli; tutti fenomeni che si sono puntualmente verificati al termine del Pleistocene. Ci sono anche indicazioni, evidenziate dagli astronomi A. Tollman e V. Clube (2), che un asteroide, o più probabilmente una cometa, abbia colpito la Terra in quella circostanza. I motivi per ritenere che la fine del Pleistocene sia stata provocata da un “salto” di poli sono quindi impellenti.

I miti sul diluvio universale e la fine del mondo

I fatti in questione sarebbero accaduti all’incirca 11.500 anni fa, e cioè in epoca relativamente recente, appena il doppio del cosiddetto periodo “storico”. Non è verosimile che nel bagaglio culturale dei popoli, discesi direttamente dai superstiti di quella immane catastrofe, non sia sopravvissuto il ricordo di avvenimenti di tale portata. Ed infatti quasi tutti i popoli del mondo possiedono miti relativi al diluvio universale. Elemento costante di questi miti è che il diluvio fu provocato da un innalzamento del livello marino, accompagnato da piogge torrenziali prolungate e da venti uraganici. Sono proprio i fenomeni più avvertibili e con il maggior impatto distruttivo durante un salto di polo.
Anche tradizioni antiche relative alla distruzione di un grande impero marittimo, che dominava gli oceani in un remoto passato, sembrano riferirsi a quegli stessi avvenimenti. La più circostanziata di queste tradizioni, quella riferita da Platone nei suoi dialoghi “Crizia” e “Timeo”, riporta con precisione anche la data dell’avvenimento: 9.000 anni prima del suo tempo, e cioè esattamente in coincidenza con la fine del Pleistocene (fatto che Platone ignorava, ovviamente). Esistono infine numerose tradizioni, come ad esempio il “ragnarok” delle mitologie nordiche, l’Apocalisse di S. Giovanni ecc, che descrivono (al passato) la “fine del mondo”, attribuendola ad avvenimenti coincidenti con quelli descritti. 
Situazione nel mondo alla fine del Pleistocene
I miti sul diluvio, sulla scomparsa di Atlantide e sulla fine del mondo, costituiscono un complesso formidabile di testimonianze a favore di un salto di poli alla fine del Pleistocene. Ma nel contempo pongono un problema apparentemente insormontabile per l’archeologia classica. Dato costante di tutte queste tradizioni, infatti, è l’esistenza di una civiltà evoluta “prima” del diluvio universale. Il Noè biblico, come quello sumero e praticamente ogni altro nel mondo, è membro di una popolazione che pratica l’agricoltura, costruisce città e grandi navi. Appartiene quindi ad una società evoluta, certamente non paleolitica.
Secondo tutti i dati archeologici disponibili, invece, la fine del Pleistocene costituisce lo spartiacque fra il paleolitico e le culture successive. L’agricoltura, infatti, sembra svilupparsi in tutto il mondo soltanto dopo la sua fine. E’ ovvio che tale situazione archeologica abbia imposto una ben determinata interpretazione di quei miti, che vengono ritenuti privi di contenuto informativo storico e completamente ignorati.
La situazione cambia radicalmente se si esaminano questi miti alla luce del nuovo scenario appena tratteggiato. Si scoprono infatti l’esistenza di spazi mai presi in considerazione, che dovevano rivestire nel Pleistocene un ruolo fondamentale, prima fra tutti l’Antartide.
Se il polo nord si trovava nel Canada nord-orientale, il polo sud, di conseguenza, era spostato di oltre 20 gradi in direzione dell’Australia. Tutta la parte dell’Antartide rivolta verso l’Oceania, e cioè la Terra di Marie Byrd, le terre Adelie, di Wilkes e della Regina Mary, erano coperte di ghiacci come lo sono ora, o anche di più. Ghiacci che dovevano spingersi bene addentro fin nel cuore del continente e dovevano anche interessare le zone montagnose dell’isola, indipendentemente dalla loro latitudine (Fig. 3). La fascia costiera che si affaccia verso l’America, l’Africa e l’Asia, invece, vale a dire la penisola di Palmer, l’area di Weddell, la terra della Regina Maud ecc. fino alla baia di Mackenzie, doveva essere sgombra dai ghiacci. La sua latitudine era all’incirca uguale a quella odierna dell’Europa e doveva godere quindi di un clima mite.

Popolamento dell’Antartide in epoca pleistocenica

Fig. 3- Profilo dell’Antartide nel Pleistocene

Se si osserva un mappamondo, ci si rende conto che l’Antartide si trova esattamente al centro dei tre oceani, circondata da tutti gli altri continenti a distanze di gran lunga inferiori a quelle che separano l’Europa dal Nord America e questo dall’Asia.
Nella situazione geografica esistente durante il Pleistocene, con il polo sud spostato, i venti alisei soffiavano dall’area indonesiana in direzione del Sud America, per cui necessariamente doveva esistere una corrente oceanica che dal sud est asiatico attraversava l’oceano Indiano, lambendo il sud Africa, per raggiungere poi la punta estrema del Sud America, incunearsi nello stretto di Drake, fra la Terra del Fuoco e l’Antartide, seguirne a lungo la costa occidentale, per disperdersi infine nell’immensità del Pacifico. Pertanto un qualunque oggetto natante, sfuggito dalle coste asiatiche, sud-africane o del sud America, veniva inesorabilmente sospinto verso l’Antartide.
Le popolazioni paleolitiche che abitavano l’area indonesiana avevano inventato qualche forma di imbarcazione già cinquantamila anni or sono. Risale a quest’epoca, infatti, il popolamento dell’Australia, che anche allora poteva essere raggiunta soltanto via mare. Nei quarantamila anni trascorsi tra la costruzione accertata delle prime imbarcazioni paleolitiche e la fine del Pleistocene è inevitabile che gruppi di persone provenienti dalle coste asiatiche e dal Sud America abbiano raggiunto l’Antartide.
Lo studio dei più antichi teschi umani trovati nel sud America, databili ad oltre 12 mila anni fa, hanno dimostrato oltre ogni possibile dubbio che i primi abitanti del Sud America appartenevano allo stesso gruppo razziale degli aborigeni australiani.
Evidentemente essi erano giunti non via terra, ma lungo la corrente equatoriale che dal Sud-est asiatico si dirigeva verso il Sud America e l’Antartide. Con gli australoidi è probabile che altri gruppi razziali siano arrivati dall’India meridionale, dal Sud Africa e dal Sud America.
Ed è assai verosimile che siano stati proprio questi naufraghi, capitati su una terra fertile e dal clima mite, ma priva di quelle specie vegetali su cui essi erano abituati a contare per il proprio sostentamento, a tentare i primi esperimenti di agricoltura, piantando semi o vegetali di cui avevano caricato l’imbarcazione alla partenza. L’invenzione dell’agricoltura comportò la costruzione di nuovi strumenti di lavoro, nuovi tipi di abitazione, nuova organizzazione sociale e così via: i primi passi verso la civiltà tecnologica.

Fig. 4 – Popolamento dell’Antartide nel Pleistocene

Una peculiarità geografica dell’Antartide di allora, facilmente verificabile su una carta, è che vi potevano essere trascinati natanti praticamente da tutto il resto del mondo, ma non viceversa. Una qualunque imbarcazione sfuggita alle coste Antartiche sarebbe stata trascinata inesorabilmente al centro del Pacifico. La civiltà agricola si è quindi sviluppata in Antartide in completo isolamento dal resto del mondo, perché nessuna imbarcazione poteva lasciare l’isola per esportare altrove le sue prime fondamentali conquiste sulla via della civiltà.
Soltanto quando la civiltà fu sviluppata al punto da consentire la costruzione di grandi navi oceaniche, come quelle descritte dai miti, fu in grado di raggiungere le coste dei continenti circostanti; ma a quel punto dobbiamo presumere che il gap tecnologico con le popolazioni paleolitiche che li abitavano fosse diventato troppo grande perché fossero possibili reciproche influenze.
E’ probabile che siano state impiantate colonie lungo le coste per lo meno del Sud America. Essendo però il livello del mare di allora 130 metri più basso di quello attuale, i loro resti sono al di fuori dell’interesse e della portata della moderna prospezione archeologica. Quanto alle città e altre opere costruite nell’Antartide, esse sono state sepolte e spazzate in mare dai ghiacci che a partire dalla fine del Pleistocene hanno investito anche questa parte del continente. Ciò spiegherebbe l’assenza di resti archeologici non-paleolitici prima della fine del pleistocene. 
L’Antartide, quindi, si identificherebbe con l’Atlantide di Platone, il grande impero marittimo posto al centro dei tre oceani e con il resto dei continenti disposti a corona all’intorno. E corrisponde in pieno alla sua descrizione
Il diluvio universale e la distruzione di Atlantide
In sintesi, la situazione alla fine del Pleistocene doveva essere la seguente: nella fascia atlantica dell’Antartide esisteva un clima mite e si era sviluppata una civiltà evoluta, di livello non inferiore a quello delle più avanzate civiltà antiche a noi note. Su tutto il resto del mondo continuavano a prosperare indisturbate le culture paleolitiche. A questo punto un asteroide, o più probabilmente una cometa, avrebbe colpito la Terra (3) , innescando il processo che nel giro di alcuni giorni provocò un ampio slittamento dei poli, con conseguenze catastrofiche sull’intero pianeta.

Nell’Antartide, posta al centro dell’intera massa oceanica terrestre, l’innalzamento del livello marino deve essere stato imponente, tale sommergere tutte le città. Se ci furono dei superstiti, furono sepolti poi dalla neve, che dovette cadere ininterrottamente nei mesi seguenti. Si salvarono soltanto gruppi di persone che avevano trovato scampo a bordo delle navi, che stando ai miti dovevano esistere in gran numero. La maggior parte naufragarono nella tempesta, ma un certo numero riuscirono a reggere la furia scatenata degli elementi e a riparare sulle coste del Sud America, dell’Africa e dell’Asia. Qui gli occupanti delle navi superstiti – a cui si unirono i sopravvissuti paleolitici locali – dovettero dare origine ciascuna ad una popolazione che introdusse nella regione le pratiche agricole della patria di origine.

Fig. 5 – Dispersione dei superstiti di Atlantide durante e dopo ilo diluvio universale

Il diluvio universale, quindi, avrebbe fatto esplodere la civiltà che fino ad allora era confinata alla sola Antartide, proiettandone i “frammenti” in ogni parte del mondo. Frammenti da cui sarebbero poi derivate le civiltà antiche. Tutte le culture non paleolitiche della Terra, pertanto, avrebbero avuto origine, in ultima analisi, da gruppi di superstiti di Atlantide, che avevano in partenza lo stesso livello di civiltà e lo stesso bagaglio culturale, scientifico e tecnologico, ma che si svilupparono in completo isolamento gli uni rispetto agli altri.
Il gap cronologico
Questa ricostruzione dei fatti, necessariamente teorica, è compatibile coi dati disponibili, sia geologici che archeologici, tranne che per un problema apparentemente insolubile. La sopravvivenza di tradizioni e conoscenze, come quelle in possesso delle civiltà antiche, presuppone una continuità di cui non c’è alcuna evidenza archeologica. Le più antiche città conosciute, come Ugarit e Gerico, risalenti a diecimila anni fa, mostrano un livello tecnologico e culturale troppo basso per ritenere che siano state depositarie di una civiltà di tipo superiore. C’è quindi un gap cronologico di almeno 4 millenni fra la supposta distruzione di Atlantide e l’avvento delle più antiche civiltà superiori conosciute. 
Anche per questo, però esiste una spiegazione logica. Le prime comunità si dovettero sviluppare lungo le coste. Dovettero passare secoli prima che ci fosse una ripresa della popolazione tale da provocare una espansione verso l’interno. Ma in ogni caso soltanto in vicinanza del mare dovevano esistere le condizioni per lo sviluppo di società di livello superiore a quello di Ugarit e Gerico, che necessariamente dovevano esistere anche nei millenni immediatamente successivi al diluvio. I resti archeologici di queste civiltà si stanno scoprendo soltanto ora, un poco alla volta. La spiegazione di questo fatto è molto semplice.
Prima del diluvio, come si è visto, esistevano due grandi calotte glaciali nel Nord Europa e nel Nord America, che avevano sottratto tanto acqua dagli oceani da farne scendere il livello di almeno 130 metri rispetto ad oggi. Questa immensa quantità di ghiaccio non impiegò certo un anno a sciogliersi e neppure un secolo. Ci vollero sei millenni. Il processo di smaltimento dei ghiacci fu molto lento e procedette tra fasi alterne. Ci vollero più di duemila anni perché la calotta glaciale europea si riducesse entro i confini della Scandinavia. Più di quattro perché sparisse del tutto; ed era quella, delle due, di minor spessore ed estensione.

Fig. 6 – Variazione del livello del mare negli ultimi 53 mila anni

Da ciò discende una conclusione lapalissiana: durante i sei millenni successivi al diluvio, il livello del mare crebbe lentamente, ma inesorabilmente, di alcuni metri ogni secolo. Cinquemila anni fa, quando il fenomeno poteva dirsi praticamente concluso, era ancora cinque metri al di sotto dell’attuale livello. L’archeologia e la storiografia di questo lunghissimo periodo ignorano completamente tale fenomeno, che pure dovette avere una influenza enorme sullo sviluppo delle culture di quel periodo.
I primi millenni dopo la fine del pleistocene, infatti, furono caratterizzati da un fenomeno grandioso, a cui gli studiosi sembrano non attribuire alcuna importanza: la crescita del livello del mare, che pur tra fasi alterne, si innalzò di ben 130 metri, stabilizzandosi soltanto verso la fine del quarto millennio a.C. Se dovesse accadere una cosa del genere oggi, la quasi totalità delle città del mondo andrebbe sommersa. Lo stesso dovette accadere allora: la quasi totalità dei resti delle comunità sorte dopo il diluvio è andata sommersa e si dovrebbe trovare ora in fondo al mare.

Costruzioni sommerse

Merita di essere citata, a questo proposito, una struttura a zigurrat scoperta recentemente nell’isola di Yonaguni in Giappone, che è la più antica struttura del genere che si conosca, dal momento che risale all’ 8000 a.C. La datazione è stata ottenuta non sulla base di reperti materiali, ma per il fatto che si trova in fondo al mare ad una profondità che risultava al di sopra del livello del mare soltanto prima di quella data. Questa straordinaria struttura costituisce una prova importante a favore di quanto prospettato poco fa, di popolazioni di civiltà avanzata che hanno costruito le proprie città e monumenti in quella fascia costiera che è stata sommersa dal mare nei millenni successivi alla fine del pleistocene.
Resti di costruzioni sommerse sono stati trovati anche al largo di Cadice e nei Caraibi (Bimini); ma si potrebbero trovare anche altrove se si facessero ricerche ad hoc. Ad esempio ad Harappa e Mohenjo Daro sono state portate alla luce città che rispondono a criteri urbanistici di sorprendente modernità, con strade diritte e spaziose, servite da una rete di scarichi e fognature, case ben costruite, con bagno interno ed acqua corrente calda e fredda centralizzata; piazze spaziose, servizi accentrati, grandi magazzini e mercati. Come molte altre città “moderne” risalenti al terzo millennio a.C., non vi sono strati inferiori che mostrino una progressiva evoluzione urbanistica da un primitivo villaggio neolitico. Anzi, molto spesso si verifica proprio il contrario, e sono gli strati superiori che mostrano caratteri più primitivi. Sono civiltà che sembrano scaturire dal nulla già adulte e perfettamente formate, senza una adeguata e lunga preparazione evolutiva. Una ricerca al largo delle coste antistanti dovrebbe portare alla scoperta delle città da cui provenivano. Ed infatti, è notizia recente (luglio 2001) quella della clamorosa scoperta nel Golfo di Cambay, in India, di ben due grandi città sommerse. 
Anche per queste città, come già per Yonaguni, Cadice e le Bermude, si è parlato di Atlantide, per la verità in maniera assai confusa, perché ne emerge l’immagine di una nazione sparsa contemporaneamente su tutte le coste del globo, che non concorda affatto con le tradizioni. In realtà, la quota a cui si trovano, circa 40 metri, indica chiaramente che si tratta di città sorte dopo la distruzione di Atlantide, originate quindi da navi superstiti riparate sulle coste asiatiche. Ed infatti, le datazioni al radiocarbonio effettuate su un frammento ligneo recuperati da queste città, riportano una data di ben 9500 anni fa; sono più o meno contemporanee di Yonaguni.
Atlantide era una nazione marinara, situata esattamente in mezzo ai tre oceani, con innumerevoli imbarcazioni. Dai resoconti di quel disastro (diluvio, Platone ecc.) sappiamo che su quelle navi imbarcarono tutti coloro che poterono trovarvi posto. La maggior parte dovettero naufragare nella tempesta; le rimanenti vagarono alla cieca per giorni o settimane, fino a che non incapparono in qualche costa. Partite da tutti i porti dell’Antartide, esse si sparpagliarono in ogni direzione e approdarono lungo le coste che si affacciano sui tre oceani. Giunsero così contemporaneamente in America, in Africa, in Asia e, secondo una leggenda locale, anche nell’isola di Pasqua.
L’Atlantide fu distrutta. Stando al racconto di Platone anche i monti furono sommersi. La maggior parte degli occupanti dell’isola devono essere stati spazzati via dalle acque. Se superstiti ci furono sulle montagne più alte, essi andarono incontro ad una sorte ancora più tragica subito dopo; ben presto, infatti una bianca coltre gelata seppellì definitivamente l’Antartide.
I superstiti scampati sulle navi, invece, si trovarono sparsi lungo tutte coste del mondo. Centinaia di chilometri separavano ciascun gruppo dagli altri; nessuno aveva notizia di altri scampati, e comunque nessun contatto fu possibile fra di essi, per lungo tempo a venire. Ciascuno dovette risolvere per proprio conto il problema impellente della sopravvivenza, sfruttando soltanto le risorse ed il potenziale umano, intellettuale e tecnologico di cui era in possesso, senza potersi avvalere delle risorse di gruppi magari poco lontani.
Gli occupanti delle navi si trovarono di fronte gruppi di superstiti paleolitici locali, terrorizzati ed affamati, e momentaneamente privi della risorsa della caccia (non va dimenticato, infatti, che le evidenze archeologiche dimostrano che fino al termine del Pleistocene tutti i continenti furono occupati da popolazioni paleolitiche, che scomparvero proprio in quell’occasione). Gli indigeni si unirono ai nuovi arrivati e insieme affrontarono e superarono i primi terribili anni. Ogni singola nave dette in tal modo origine ad una cultura proporzionata al patrimonio di conoscenze in possesso dei suoi occupanti e condizionata dal minore o maggior contributo delle popolazioni locali, di diversa razza e cultura. Ne dovette scaturire una vastissima gamma di culture. Tutti i gruppi di superstiti, però, avevano una base culturale comune, quella atlantide. E’ per questo che ritroviamo nei vari continenti civiltà che hanno una grande quantità di elementi in comune, pur non avendo mai avuto contatti reciproci fra loro. Secondo questa teoria, infatti, tutte le civiltà antiche del mondo hanno avuto origine da gruppi più o meno numerosi di superstiti di Atlantide.

Vorrei concludere con l’osservare che la teoria presentata in questa relazione è l’unica spiegazione che non è in contrasto con alcun fatto accertato, sia in campo geologico, glaciologico, paleontologico, geografico, climatologico, storico, archeologico, letterario, mitologico, cartografico o altro ancora. “Asso pigliatutto”, l’ha definita un giorno lìarcheologo Valerio Manfredi. Essa tiene conto della situazione geologica alla fine del Pleistocene e degli avvenimenti che gli posero fine. Avvenimenti che sono entrati nella memoria ancestrale dell’umanità con i miti sul diluvio universale e le varie leggende sulla fine del mondo e sulla distruzione di mitici imperi marittimi. Tiene conto anche di quanto appurato dall’archeologia, che non ha trovato alcuna traccia di civiltà antidiluviane (nell’Antartide, infatti, ogni traccia è stata cancellata dai ghiacci), che per il periodo pleistocenico trova soltanto resti di culture paleolitiche, e che non ha trovato indizi di contatti reciprochi fra le civiltà americane e quelle del vecchio mondo, pur esistendo profonde affinità fra di esse.
Vengono infine spiegati perfettamente i ritrovamenti di resti di città o di costruzioni megalitiche nella piattaforma continentale dei più disparati punti del mondo.
Ogni tassello del grande puzzle che costituisce la nostra storia passata viene ad assumere in questo scenario una posizione logica e coerente, tanto che ritengo inevitabile che prima o poi venga universalmente accettato.


(1)
 F . Barbiero. “On the possibility of very rapid shifts of the poles”, Quaderni del dipartimento di matematica, statistica ,informatica ed applicazioni, Università di Bergamo
(2) Hera, n. 2, pag. 66
(3) Secondo Alexander Tollman (Università di Vienna) e Victor Clube (Università di Oxford), i frammenti di una grossa cometa colpirono la Terra fra il 10.000 ed il 9.600 a.C.

di Flavio Barbiero
flbarb@tin.it

TRACCE DI UN’ANTICHISSIMA ERA NUCLEARE?

di Joseph Robert Jochmans

Il concetto dell’atomo ha origine in un’antichità sconosciuta. Lo studioso romano Lucrezio, nel sec. I a.C., scrisse di particelle di materia “che si nmuovono in ogni direzione attraverso tutto lo spazio”. Epicuro (sec. IV a.C.) e Leucippo (sec. V a.C.) accettarono entrambi la teoria atomica, che attribuirono al greco Democrito. Egli parlò di un’organizzazione della materia che solo nel corso dell’ultimo secolo è stata accettata veramente dai fisici moderni. 
“Non esiste null’altro che gli atomi e il vuoto”.
Ma il filosofo greco creò una confusione, dichiarando che gli atomi fossero l’essenza più piccola e indivisibile della materia. Democrito riprese la propria concezione dal fenicio Mosco, che a sua volta riportò una tradizione ancor più antica, nella quale si affermava in modo più preciso che gli atomi, base della materia, erano a loro volta divisibili, il che è stato provato solo nell’ultima metà dello scorso secolo, con la scoperta d’una miriade di particelle subatomiche. 
La tradizione di Mosco può essere derivata dall’India, ove si trova il più profondo studio della teoria atomica, ricordato da fonti antiche. Il saggio indù Uluka, oltre 2500 anni fa, affermava che ogni cosa è composta di paramanu ossia “semi di materia”. La Tavola Varahamira, datata al 550 a.C., cercò di misurare i singoli atomi e la figura che propose è simile a quella che oggi conosciamo per l’atomo d’idrogeno. 
Alcuni testi sanscriti contengono riferimenti a unità di misura temporali che coprono uno spettro molto ampio. Ad un’estremità, secondo i testi cosmologici indù, c’è il kalpa o “giorno di Brahma”, che equivale a 4,32 miliardi di anni. 
All’altro estremo, come si dice nel Brihath Sathaka, troviamo il kashta, e quando operiamo sui vari rapporti di multipli e sottomultipli ci rendiamo conto che corrisponde a 300 milionesimi di un secondo. 
Gli studiosi moderni del Sanscrito non hanno idea del perché nell’antichità si ricorresse a tali suddivisioni del tempo, tanto grandi e tanto minuscole. Tutti loro però sanno che quelle suddivisioni erano in uso e sono obbligati a conservarne la tradizione. 
Ogni tipo di divisione del tempo presuppone però che la durata di un’unità potesse essere misurata. La sola cosa che esista in Natura, che possa essere misurata in tempi di miliardi di anni ad un estremo o di qualche centinaio di milionesimi di secondo all’altro estremo, è il dimezzamento di disintegrazione dei radio–isotopi atomici. Questi intervalli spaziano dall’uranio 238, che ha un dimezzamento di 4,51 miliardi di anni, alle particelle sub–atomiche, come i mesoni K e gli iperioni, il cui dimezzamento si misura in centinaia di milionesimi di secondo. 
Lo spettro della divisione del tempo presso gli antichi Indù coincide con i periodi di disintegrazione degli isotopi radioattivi. Se gli antichi Indù, o una civiltà ancor più antica della loro, dalla quale essi poterono ereditare la misura del tempo, possedevano una tecnologia che poteva scoprire e misurare la materia nucleare e sub–atomica, ciò significa che avevano accesso all’energia nucleare. 
Ci sono molti indizi che la radioattività fosse non solo misurata, ma usata per fini pratici che possiamo solamente supporre. Robert Charroux scoprì che la collina piramidale di epoca megalitica di Couhard, in Francia, era stata costruita con malta radioattiva. La struttura era alta in origine una trentina di metri ed era composta di grandi blocchi di pietra (fillite). L’intonaco, ortase o argilla e soda caustica, agisce sulla roccia come un elettrolito alcalino, e la reazione causa l’emissione di raggi gamma K41, che possono ancor oggi essere misurati. Un corridoio conduce all’interno della massa piramidale, dove esisteva una camera, come un accumulatore. Forse gli uomini preistorici venivano qui a ricevere le radiazioni per curarsi dalle malattie? 
L’uranio radioattivo e il torio esistono in piccole quantità nei giacimenti d’oro, e gli antichi Egizi erano ben familiari con tali elementi nelle loro miniere d’oro in Nubia, il moderno Sudan. Lo scienziato nucleare Professor Luis Bulgani era convinto che gli Egizi utilizzassero i materiali radioattivi come una forma di protezione. Egli scrisse nel 1949: 
“Credo che gli antichi Egizi afferrassero le leggi del decadimento atomico. I loro sacerdoti e i loro saggi erano familiarizzati con l’uranio. Infine, è possibile che usassero le radiazioni per proteggere i loro luoghi sacri. I pavimenti delle tombe potevano essere stati rifiniti con roccia radioattiva, capace di uccidere un uomo o almeno di danneggiarne la salute”.
Molti famosi egittologi e archeologi, che esplorarono per primi le antiche tombe lungo la valle del Nilo, morirono di mali misteriosi. Essi furono colti da improvvisi collassi circolatori, con sintomi di affaticamento estremo, difficoltà respiratorie o danni cerebrali e sintomi di follia, tutti sintomi di possibili avvelenamenti da radiazioni. 
Gli antichi Egizi possono aver conosciuto ciò che Madame Joliot–Curie riscoprì solamente nel 1934, che il bombardamento di particelle di materiali non–radioattivi può renderli radioattivi. Potrebbe essere stupefacente, ma diversi amuleti e altri gioielli curiosi, avvolti tra le mende delle mummie, fossero più che simbolici, e costituissero invece veri e propri guardiani, che contaminavano in modo fatale coloro che avessero disturbato la quiete delle mummie. 

Spesso, leggende criptiche o antichi testi nascondevano possibili allusioni ad armi nucleari e ai loro effetti. In Cina, l’opera letteraria Feng–Shen–I conteneva il racconto d’una guerra dei Quattro Giganti Celesti di Ching–chang con Chiang–Tzu–ya e il Generale Huang–fei–hu di Hsich’I. E. T. C. Werner riferisce come, durante la guerra, uno dei Giganti, Mo–li ch’ing, usasse una lancia magica chiamata “Nuvola Blu”, e quali fossero le conseguenze. 
“Generò un vento nero che produsse decine di migliaia di lance che perforarono i corpi degli uomini e li trasformarono in polvere. Il vento fu seguito dalla ruota di fuoco, che riempì l’aria di feroci serpenti. Il denso fumo si chiuse sugli uomini bruciati e nessuno poté sfuggire”.
Non appare questa, in un racconto mitizzato, come la descrizione di un’esplosione nucleare? 
I Pangive, una tribù bantu dell’Africa, raccontano questa strana storia: 
“Il fulmine della vita è avvolto in un uovo speciale. La prima madre ne ricevette il fuoco. Quando l’uovo si ruppe e si aprì, ne uscirono tutte le cose visibili. La metà superiore si aprì in una grande albero a forma di fungo, che salì alto nel cielo”.
O.E. Gurney riferì un’antica iscrizione degli Hittiti, che diceva: 
“Nubi di polvere salgono alla finestra celeste, le case s’incollano come ceneri ardenti d’un cuore. Gli dèi sono soffocati nei loro templi. Le pecore muoiono negli ovili, i buoi nelle stalle. La pecora abortisce l’agnello, la vacca il vitello. L’orzo e il grano non crescono più. Buoi, pecore, uomini cessano di concepire, e le femmine pregnanti abortiscono”.
Si trova una delle testimonianze letterarie più sorprendenti della distruzione compiuta dall’uomo, presso le antiche culture tibetane, nelle Stanze di Dzyan, tradotte alla fine del sec. XIX. Le Stanze raffigurano un olocausto che coinvolge due nazioni in guerra, con l’uso di veicoli volanti e di terribili armi. 
“Il Gran Re delle Facce Risplendenti, il capo di tutte le Facce Gialle, si adirò nel comprendere le malvagie intenzioni delle Facce Scure. Mandò i suoi mezzi volanti con persone animate da buone intenzioni a tutti i capi, suoi fratelli, per dire loro: preparatevi e muovetevi, uomini di legge, e scappate prima che la terra non sia travolta dal crescere delle acque”.
“I Signori della Tempesta stavano pure arrivando. I loro veicoli di guerra si avvicinavano alla terra. Entro una notte e due giorni, il Signore delle Facce Scure sarebbe arrivato, ma la terra era stata protetta prima che le acque scendessero a coprirla. I Signori dagli Occhi Oscuri avevano predisposto le loro armi magiche. Erano esperti nell’alta magia Ashtar, e volevano usarla”.
“Che ciascun Signore delle Facce Risplendenti investa l’aereo di ciascun Signore delle Facce Scure e alla fine tutti loro fuggiranno”.
“Il Gran Re cadde sopra la sua Faccia Risplendente e pianse. Quando i re erano riuniti, le acque della terra erano già state disturbate. Le nazioni attraversarono le terre asciutte. Si mossero davanti al fronte d’acqua. I re allora raggiunsero le terre sicure con i loro aerei e arrivarono nella terra del Fuoco e dei Metalli”.
“Missili stellari esplosero sulle terre delle Facce Scure mentre essi dormivano. Le bestie parlanti rimasero silenziose. I Signori aspettavano ordini, che non vennero, perché i loro comandanti dormivano. Le acque crebbero a coprire le vallate. Nelle terre alte si rifugiarono i sopravvissuti, gli uomini dalle facce gialle e dall’occhio diritto”. 

Anche se la traduzione di questi testi risale a più d’un secolo fa, essi descrivono forme di distruzione nucleare che ci sono divenute familiari solo negli ultimi cinquant’anni. È significativo anche la distruzione attuata da mani umane qui descritta sia accoppiata a movimenti cataclismici delle acque oceaniche. Le inondazioni massicce possono essere state casualmente coincidenti con l’olocausto, ma appare più probabile che l’inondazione sia stata il risultato di un improvviso cambiamento del livello del mare, causato dall’improvviso sciogliersi dei ghiacciai dell’Età Glaciale. Se i Signori delle Facce Gialle” fossero stati Mongoli preistorici, abitanti della regione del Gobi, il diluvio descritto potrebbe essere stato una grande onda di marea che spazzò l’Asia orientale e la Siberia alla fine del Pleistocene. Se ciò è vero, tuttavia, significa che la dimenticata guerra nucleare e la distruzione causata dall’acqua avvennero oltre dodicimila anni fa. 
Si trova un interessante riscontro di un olocausto nucleare nella remota antichità sull’isola di Rapa Nui in mezzo al Pacifico, conosciuta anche come Isola di Pasqua. A parte le sue grandi statue monolitiche e la strana forma di scrittura, questa terra isolata è famosa anche per l’esclusiva forma di sculture in legno chiamate maoi–kavakava. Esse raffigurano sempre uomini menomati, con una cura inusuale per riprodurre raccontarono che gli indigeni consideravano quelle statuette come se non appartenessero alla loro cultura. Anche oggi, gli uomini in miniatura sono considerati dagli isolani come qualcosa di spaventoso e di alieno, un ricordo di qualcosa che non appartiene alla loro esperienza, ma che tuttavia incute orrore. 
La leggenda locale attribuisce quelle statuette al Re Tu–ukoiho. Una notte, il re ricevette la visita di due piccoli esseri come sirene, metà uomini e metà pesci, ritenuti gli spiriti degli ultimi membri d’una razza che aveva abitato l’isola in tempi antichi, molto prima dei Polinesiani. Egli li vide solo per un momento e poi scomparvero per sempre, ma fu tanto forte l’effetto che quegli esseri deformi fecero sul re, che immediatamente li volle fare raffigurare in immagini scolpite. 
Le moderne statue kavakava sono copie fedeli degli originali di quel Re. Lo stile di queste sculture non è proprio dei Polinesiani, e le fattezze delle immagini (naso adunco, occhi sbarrati e barbette quadrate) li fanno apparire di razza semitica. Le peculiarità più interessanti, però, sono nell’aspetto del corpo, emaciato, con gozzi e tumori, la bocca deformata, vertebre cervicali collassate e una frattura ben evidente tra le vertebre lombari e quelle dorsali. Si tratta in ogni caso di sintomi medici di un’esposizione ad un alto livello di radiazioni. 
Leggende di grandi battaglie con armi terribili, avvenute in una remota antichità, si trovano attraverso tutto il mondo. I mitologi dell’antica Grecia raccontavano la storia di una guerra durata dieci anni tra i Titani e gli Dèi dell’Olimpo, conclusasi con una gran violenza. Allora Zeus “non trattenne più la propria anima, la sua mente divenne furiosa ed egli mostrò tutta la propria forza”. Egli fece uso delle sue “armi divine”, prese ai Ciclopi e agli Hekatoncheires. Innanzitutto il Re degli Dèi “avvolse nelle proprie mani la sacra fiamma”, e infine “i fulmini scaturirono dalle sue mani”. La terra che dava la vita “si ruppe e si bruciò, e tutte le foreste bruciarono nel fuoco”. Gli oceani bollirono e i vulcani urlarono, eruttando migliaia di massi. I Titani furono presto sconfitti, fatti prigionieri per sempre e confinati nel Tartaro. 
L’etnologo R. Baker, in uno studio sul folklore dell’antico popolo canadese dei Piute, raccolse una leggenda dal capo Mezzaluma, che parla d’un tempo “prima che il freddo scendesse dal Nord”, quando la tundra canadese era ricca di vegetazione. 
“Nei giorni in cui qui c’erano grandi foreste e verdeggianti paludi, vennero i demoni e resero schiava la nostra gente e mandarono i giovani a morire tra le rocce sotto terra (nelle miniere?). Ma allora arrivò il tuono e la nostra gente fu liberata. Imparammo che esistevano città meravigliose del tuono, sotto i grandi laghi e i fiumi del sud. Molti della nostra gente partirono per andare in quelle scintillanti città e testimoniarono delle grandi case e del mistero degli uomini che stavano lassù nei cieli. Poi però i demoni ritornarono e ci fu una terribile distruzione. Coloro dei nostri che erano andati a sud, ritornarono a dichiarere che tutta la vita nelle città era morta, e non rimaneva altro che silenzio”.
Questo è ciò che sapevano i Piute. Non conoscevano altri dettagli riguardo a tali eventi, sapevano solo questa storia, ripetuta per generazioni. In modo significativo, la citazione di “foreste e paludi” che crescevano sugli attuali territori di tundra del Canada, al tempo in cui questi eventi accaddero, punta ad un’epoca precedente l’ultima Era Glaciale, oltre 50.000 anni fa. 
Gli Hopi del sud–ovest degli attuali USA hanno una tradizione molto simile, che offre un altro scorcio di storia non documentata. La storia si chiama Kuskurza, la Terza Era del Mondo degli Anziani Perduti, ed è stata raccolta da Frank Waters: 
“Alcuni, nel Terzo Mondo, fecero un potuwvotas, o scudo volante, e con i loro poteri magici lo fecero volare attraverso il cielo. Molti di loro volarono su di esso verso la grande città, l’attaccarono e poi ritornarono con una tale velocità che non si ricordavano neppure dove fossero stati. Presto altri, di altre nazioni, si misero a fare altri potuwvotas, e volarono e si attaccarono gli uni contro gli altri. Così la corruzione e la distruzione colpirono la gente del Terzo Mondo, come era accaduto agli stranieri. 
Nell’antica India, il testo del Karna Parva raccontava la storia della “Guerra degli Dèi e degli Asura” con il gran condottiero Sankara Mahadeva che combatté contro i suoi nemici, i Daitya e i Danava. Il condottiero si spostava nel suo “raggiante veicolo celestiale” e attaccò la tripla città di Tripura, distruggendola completamente con la sua “arma divina” e mandando “tutte le razze ribelli a bruciare, in fondo all’Oceano d’Occidente”. Il testo del cap. XXXIV del Karna Parva dice: 
“L’illustre divinità partì veloce, e il suo mezzo, che rappresentava il centro dell’intero universo, penetrò nella tripla città. Grandi urla di dolore furono lanciate da tutti quelli colpiti, che cominciavano a cadere. Allora la tripla città fu bruciara e gli Asura furono bruciati, e i Danava sterminati dagli Dèi”.
Altri due antichi testi indiani, il Drona Bhisheka (cap. XI) e lo Harivamsa (cap. LVI), offrono descrizioni di altre terribili distruzioni avvenute durante la stessa guerra, in cui città intere furono “consumate in un inferno che tutto abbracciava“ e “mandate giù nelle acque profonde”.
Nei poemi epici indù del Mahabharata e del Ramayana vi sono descrizioni ancor più dettagliate, di migliaia d’anni fa, quando grandi re–dèi si spostavano nei loro Vimana (macchine volanti) e guerreggiavano lanciando armi micidiali contro i loro nemici. Le descrizioni di quelle armi negli antichi versi — la loro forza, le loro caratteristiche distruttive e gli effetti — suonano incredibilmente moderni. 
I testi affermano: 

*L’arma fulminante di Indra era dotata della forza del tuono di Indra dai mille occhi. 
*La mortale arma lancia–saette misurava tre cubiti per sei. Era l’arma sconosciuta, di ferro, di Indra, il messaggero di morte. 
*Il proiettile era carico dell’energia di tutto l’Universo. 
*All’arma Agneya nessuno poteva resistere, neppure gli stessi dèi. 
*Il Brahma–danda o bastone di Brahma era ancor più potente. 
*Benché potesse colpire una volta sola, sterminava interi paesi e intere razze, da una generazione all’altra. 
*Adwattan perse un missile splendente dal fuoco fumante. 
*Il missile bruciava con l’energia d’un fulmine. 
*Il missile giunse volando e distrusse intere città con tutte le loro difese. 
*Le tre città dei Vrishni e degli Andhaka furono distrutte tutte insieme, in un solo istante. 
*Una colonna di fumo e fuoco incandescente, brillante come diecimila soli, si innalzò in tutto il suo splendore. 
*Le nubi lassù roteavano facendo piovere polvere e ghiaia. 
*Dense frecce di fiamma, come una gran pioggia, generata dalla stessa creazione, circondarono il nemico da ogni parte. 
*Il cielo scintillò e i dieci punti dell’orizzonte si riempirono di fumo. 
*Meteore esplosero lampeggiando giù dal cielo. 
*Venti fortissimi cominciarono a soffiare e disturbarono tutti gli elementi. 
*Il sole sembrò vacillare nei cieli. 
*La terra e tutte le sue montagne e i mari e le foreste presero a tremare. 
*Il vento soffiò come un fiero uragano e la terra s’incendiò. 
*Nessuno vide il fuoco, perché era invisibile, ma consumò ogni cosa. 
*Cadde una specie di pioggia, che si asciugava a mezz’aria per l’intenso calore. 
*Gli uccelli impazzirono e gli animali furono sterminati dalla distruzione. 
*Gli animali caddero a terra, con le teste rotte, e morirono tutti su una vasta regione. 
*Gli elefanti bruciarono tra le fiamme, correndo impazziti qua e là per cercare una protezione. 
*Le acque dei fiumi e dei laghi bollirono e le creature che vivevano in esse perirono. 
*Migliaia di macchine da guerra caddero da entrambe le parti. 
*Interi eserciti furono abbattuti come alberi in una foresta che brucia, quando furono investiti dal fuoco rabbioso. 
*I corpi erano talmente bruciati da non essere più riconoscibili. 
*Lo sguardo dell’arma Kapilla era talmente potente da bruciare e ridurre in cenere migliaia di uomini. 
*Il fulmine ridusse in venere le intere razze dei Vrishni e degli Ankhaka. 
*Per sfuggire al respiro di morte, i guerrieri si gettarono nei fiumi per lavarsi e seppellire le loro armature. 
*Capelli e unghie caddero. 
*I bambini che dovevano nascere morirono nel ventre della madre. 
*Gli uccelli nacquero con piumaggio bianco e zampe rosse, a forma di testuggini. 
*La ceramica si ruppe senza causa apparente. 
*Tutti i cibi si avvelenarono e rimasero non commestibili. 
*La terra fu afflitta da siccità, che durò per dieci lunghi anni. 

Ci sono troppi dettagli simili, in modo impressionante, al racconto d’un testimone oculare di un’esplosione nucleare: la brillantezza dell’esplosione, la colonna di fumo e di fuoco che sale, il fallout, calore intenso e onde d’urto, l’aspetto delle vittime e gli effetti velenosi della radiazione. Sino a settant’anni fa queste antiche descrizioni erano considerate mera fantasia, ma con l’avvento dell’era nucleare, nel 1945, improvvisamente i testi dell’antica India poterono essere compresi nel loro pieno significato. 
Ci sono tracce che suggeriscono con forza che guerre nucleari possano essere avvenute in un lontano passato. Secondo il Mahabharata, durante la Grande Guerra Bharata i Vimana volanti e terribili armamenti furono usati, coinvolgendo gli abitanti dell’India settentrionale, lungo il fiume Gange, nel periodo preistorico. Nella regione tra il Gange e le montagne di Rajmahal, ci sono numerose rovine carbonizzate, che aspettano ancora d’essere esplorate e scavate. 
Le osservazioni svolte nel sec. XIX indicarono che le rovine non erano stata bruciate da un fuoco ordinario. In molti casi apparivano come grandi masse fuse insieme, con superfici profondamente bucherellate, come stagno colpito da acciaio temprato. 
Alcuni studiosi sono dell’opinione che l’orribile guerra scoppiasse nel periodo alla caduta dell’impero preistorico Rama, in India, e fosse dapprima combattuta nella regione dell’attuale Kashmir. 
Appena fuori di Srinagar ci sono le massicce rovine d’un complesso di templi chiamato Parshaspur, i cui blocchi di pietra, pesanti diverse tonnellate, sono sparsi su una grande superficie. La configurazione dei blocchi suggerisce che una tremenda esplosione abbia distrutto il sito. Non è privo di significato karmico il fatto che oggi le due potenze nucleari dell’Asia meridionale, India e Pakistan, siano accanite rivali, e che uno degli elementi della loro contesa sia proprio la disputa sulla regione del Kashmir. 
Più lontano, verso il Sud, le dense foreste del Deccan contengono molte rovine simili che possono anche essere più antiche, e suggeriscono una guerra precedente quella del Mahabharata, e che può aver coinvolto un’area ben più ampia. I muri sono vetrificati, corrosi e sciolti da un tremendo calore. Alcuni edifici rimasti in piedi presentano le pietre dei muri vetrificate, come se la loro superficie si fosse fusa e poi solidificata di nuovo. 
Nessuna fiamma d’origine naturale, nessuna eruzione vulcanica avrebbe potuto produrre un calore abbastanza intenso da causare un tale fenomeno. Solo un forte calore radiante potrebbe aver causato un tale danno. Nella stessa regione di questo secondo gruppo di rovine, il ricercatore russo Alexander Gorbovsky riferì nel 1966 di avere scoperto uno scheletro umano contaminato da radiazioni cinquanta volte superiori all’ordinario. 
Nel gennaio del 1992 fu pubblicata la notizia della scoperta nel Rajasthan di un’area di tre miglia quadrate di ceneri radioattive, dieci miglia ad ovest di Jodhpur. Un progetto di urbanizzazione in quest’area fu abbandonato a causa dell’alta incidenza di casi di cancro e di malattie alla nascita. 
Una centrale nucleare, costruita recentemente nella regione, fu ritenuta la causa di tutto ciò, ma una commissione di cinque scienziati, diretta dal presidente del progetto Lee Hundley, inviata a studiare il mistero, identificò una fonte ben diversa. Essi disseppellirono i resti carbonizzati di edifici che risalivano almeno a 12000 anni fa, ed erano stati abitati un tempo da circa mezzo milione di persone. 
La città preistorica, oltre alla quantità di radiazioni residue, rivelava nel suo aspetto una distruzione causata dall’esplosione di un’arma nucleare e gli scienziati stimarono che l’ordigno dovesse avere la stessa potenza di quello che distrusse Hiroshima nel 1945. 
L’archeologo Francis Taylor, in una prosecuzione di questa iniziale scoperta, trovò muri storici scolpiti, recanti testi iscritti, in un tempio vicino. Essi mostravano la gente del luogo che pregava d’essere risparmiata dalla “gran luce” che veniva a distruggere la città. Sembra che le iscrizioni siano state ricopiate da fonti più antiche, che risalgono a parecchie migliaia d’anni fa. È stata citata questa espressione di Taylor: 
“E’ molto sconvolgente immaginare che qualche civiltà possedesse una tecnologia nucleare, tanto prima di noi. La cenere radioattiva aggiunge credibilità agli antichi racconti indiani che descrivono una guerra atomica”.
Per proteggere la popolazione locale, la cenere e le rovine sono stata accuratamente coperte e schermate contro la diffusione delle radiazioni residue, e oggi si può vedere soltanto una lunga striscia di calcestruzzo che attraversa l’area. 
Può non essere soltanto una coincidenza il fatto che, al tempo in cui la misteriosa città del Rajasthan fu distrutta, circa 12000 anni fa, ci fosse anche un incremento delle tracce di rame, stagno e piombo nei ghiacciai che circondavano il mondo, indici di una gran massa di prodotti inquinanti liberata di colpo nell’atmosfera e circolati con le alte correnti d’aria intorno al globo, così come un incremento drammatico delle concentrazioni d’uranio nel corallo che cresceva, da 1,5 parti per milione sino ad oltre 4 parti per milione. I paleo–climatologi non sono mai stati capaci di spiegare questi eventi con eventi di origine naturale. 
Se gli Antichi usarono l’energia nucleare a scopi distruttivi, la usarono anche per scopi pacifici, come si usa oggi? 
Il 25 settembre del 1972, il Dr. Francis Perrin, ex presidente dell’Alta Commissione francese per l’energia nucleare, presentò un rapporto all’Accademia Francese delle Scienze sulla scoperta di resti di un impianto nucleare preistorico. 
Le prime constatazioni di Perrin risalgono a quando i lavoratori del centro francese per l’arricchimento dell’uranio osservarono che il giacimento d’uranio di una miniera ad Oklo, 70 km ad ovest di Franceville nel Gabon, in Africa occidentale, era sensibilmente povero di uranio 235. Tutti i giacimenti d’uranio nel mondo contengono oggi 0,715 per cento di U235, mentre la miniera di Oklo mostrava livelli notevolmente più bassi: 0,621 per cento. 
L’unica spiegazione possibile poteva essere che esso fosse stato “bruciato” in una reazione a catena. L’evidenza a favore di tale supposizione emerse quando i ricercatori del Centro Atomico di Cadarache trovarono quattro elementi rari—neodimio, samario, europio e cesio—in forme tipiche dei residui di una fissione nucleare dell’uranio. 
Il Dr. Perrin concluse il suo rapporto con l’ipotesi che l’uranio di Oklo avesse subito una reazione nucleare, scatenata spontaneamente da cause naturali. Poiché l’antichità dei depositi d’uranio di Oklo è databile a 1,7 miliardi di anni, il Dr. Perrin suggerì che la reazione fosse avvenuta in quel periodo, e che in quel periodo l’uranio dovesse essere puro. 
A seguito della pubblicazione del rapporto del Dr. Perrin, tuttavia, serie questioni sulle conclusioni sono state sollevate da altri esperti. Glenn T. Seaborg, ex capo della United States Atomic Energy Commission e premio Nobel, sottolineò che, perché l’uranio “bruci” in una reazione, occorrono condizioni esattamente dosate. Occorre acqua per rallentare la velocità dei neutroni rilasciati e far proseguire la reazione a catena in modo non esplosivo. L’acqua deve essere estremamente pura. Bastano poche parti per milione di qualsiasi agente contaminante per “avvelenare” la reazione e interromperla. Ebbene, l’acqua pura non esiste in natura da nessuna parte, in tutto il mondo. Una seconda obiezione riguardava l’uranio stesso. Diversi specialisti nell’ingegneria dei reattori notarono che mai, nella storia geologica dei depositi di Oklo, il giacimento era stato abbastanza ricco di U235 per potere scatenare una reazione spontanea. 
Anche quanto si suppone che il giacimento si formasse, considerando il basso tasso di disintegrazione radioattiva dell’U235, il materiale disponibile per una fissione avrebbe costituito solamente il 3% del giacimento, ben lontano da un livello di “autoincendio”. Eppure la reazione c’è stata, il che suggerisce che l’uranio fosse in origine ben più ricco di quanto avvenga in una formazione naturale. 
Quanto rimane è evidente prova di una reazione nucleare che non può essere spiegata con cause naturali. Se la natura non ne è stata responsabile, la reazione può solo essere stata prodotta in maniera artificiale. È possibile che l’uranio di Oklo sia il residuo di un reattore nucleare preistorico, prodotto da una civiltà sconosciuta, che seppellì in modo deliberato i propri rifiuti nell’Africa occidentale, molto tempo fa? 
In modo significativo, l’uranio “bruciato” di Oklo non si trova in nessuna delle tredici diverse “zone” o giacimenti posti alla distanza di un miglio, con una configurazione che suggerisce che qualcuno, in un ignoto passato, abbia seppellito il materiale di scarto con un progetto specifico. Il sito stesso è bene scelto per una discarica di materiale di scarto perché, per quanto possa essere estremamente antico, il sedimento non si è mai mosso ed è stato contenuto saldamente dalla disposizione geologica degli strati circostanti. 
Il fisico Frederick Soddy ha fatto questa significativa constatazione nel 1920 sull’uso pacifico della fisica atomica, come può trasparir dagli antichi miti e leggende: 
“Si è tentati di chiedersi quanto lontano l’insospettabile attitudine ad alcune scoperte che riteniamo recenti sia il risultato del caso o pura coincidenza, e quanto lontano possa spingersi l’evidenza di un’antica civiltà, del tutto sconosciuta e insospettabile, della quale siano scomparse tutte le testimonianze”. 
“E’ curioso per esempio riflettere sulle importanti leggende sulla pietra filosofale, una delle più antiche ed universali credenze, l’origine della quale, tuttavia, è penetrata da molto lontano nei rcocndi del passato, e probabilmente non troveremo mai nessuna testimonianza reale di essa”. 
“Alla pietra filosofale si attribuiva il potere non solo di trasmutare i metalli, ma di agire come elisir di vita. Ora, qualunque possa essere stata l’origine di questa leggenda apparentemente insensata, si tratta di una perfetta e solo lievemente allegorica espressione delle attuali opinioni e dei punti di vista della fisica atomica. Non si richiede molto sforzo d’immaginazione per vedere nell’energia la vita dell’universo fisico e la chiave della fonte primaria di tutto l’universo, come la fisica attuale lo conosce, è la trasmutazione. Questa antica associazione del potere di trasmutazione con l’elisir, può allora essere una mera coincidenza? Preferisco credere che possa essere stata un’eco proveniente da una o più epoche antiche, nella storia non scritta del mondo, di un’epoca dell’uomo che già percorse la via che noi siamo percorrendo oggi, in un passato forse talmente remoto che persino i più minuscoli atomi di quella civiltà abbiano letteralmente avuto il tempo di disintegrarsi”.
Ogni scienza ha i suoi aspetti oscuri, e Soddy ha aggiunto queste parole: 
“Non possiamo leggere in quelle leggende una certa giustificazione per la credenza che qualche antica dimenticata razza di uomini abbia raggiunto non solo le conoscenze che per noi sono recenti, ma anche la potenza che non è ancora stata raggiunta? Credo che possano esserci state civiltà nel passato che avevano familiarità con l’energia atomica, e che usandola malamente si possano essere totalmente distrutte”.

La differenza fra due tipi di eventi e l’epoca in cui si sono verificati
Una certa confusione fatta da certi ricercatori, che hanno confuso vari siti che sono stati colpiti da distruzioni nucleari in un lontano passato, deriva dal fatto che, in realtà l’evidenza di roccia fusa e rivetrificata può derivare da due tipi diversi di cause, di due nature ben distinte. 
La prima, intorno all’undicesimo millennio a.C., corrisponde al conflitto globale nucleare che pose fine a un certo numero di antiche civiltà progredite, e sconosciute, in un terribile olocausto. 
La seconda, verso la fine del quarto e l’inizio del terzo millennio a.C., fu quando qualcuno cercò di attivare un accumulatore di energia solare, il che causò un grave incidente elettrico tra la ionosfera e la superficie terrestre, bruciando letteralmente e fondendo parte della griglia energetica del pianeta, in punti geometricamente ben identificabili. 
Il solo modo per distinguere tra i due tipi di siti consiste nelle risposte a tre questioni, relative alle sue caratteristiche: 
1. Il residuo radioattivo era presente, o no? 
2. Può il sito essere datato come preistorico (decimo millennio a.C.) o antico (quarto millennio a.C.)?
3. Come si poneva il sito geografico in coordinazione con la griglia planetaria di Cristallo icosa–dodecaedrica? 
Per cominciare con un valido esempio, ricorderemo quei siti dell’India centrale e meridionale che presentano elevati livelli di radioattività. Quei luoghi erano indicati nel Mahabharata come luoghi coinvolti in un grande conflitto, chiamato la Grande Guerra Bharata, in cui era descritto l’uso di armi nucleari, un evento che dovrebbe risalire a 12000 anni fa. 
In contrasto, le rovine semifuse nel Nord della cittadella di Mohenjo–Daro, nell’attuale Pakistan, non furono il risultato d’un conflitto nucleare, ma furono causate da violente scariche elettriche, durante la guerra che ebbe luogo settemila anni dopo la Guerra Bharata. 
Sappiamo ciò, innanzitutto, perché le rovine fuse della cittadella della città harappana sono datate agli anni compresi tra il 3200 e il 2800 a.C. In secondo luogo, Mohenjo–Daro è un punto nodale fondamentale nella griglia energetica del Cristallo della Terra. Terzo, nonostante ciò che alcuni ricercatori hanno erroneamente riferito, non ci sono tracce di radioattività residue in questo sito. Sembrerebbe che taluni autori abbiano confuso per errore Mohenjo–Daro con le località veramente radioattive dell’India preistorica, che sono ben diverse, visti i millenni che intercorrono tra l’una e le altre. 
Lop Nor e altri siti fusi o ricoperti di vetro, nell’Asia centrale, sono estremamente antichi e mostrano segni di residui radioattivi. Se si dà credito alla guerra devastante e alle conseguenze di distruzione totale di alcune razze, descritte nel Libro di Dzyan, quei siti furono coinvolti nel conflitto nucleare preistorico. 
Nella stessa regione vi sono i resti della città di Khora–Khota, circa mille km ad ovest di Hohot, la capitale della Mongolia Interna, presso i margini del Deserto di Gobi, dove si trova un altro nodo energetico maggiore. I muri di questa città sono rimasti vetrificati e di color blu, a causa di qualche forma tremenda di calore radiante, ma non si riscontra nessun livello di radiazione. 
Le leggende locali specificano che questo fenomeno fu causato non da un lampo accecante, né da un’esplosione ma piuttosto da “una corrente continua di lampi luminosi, che cadeva dal cielo”.
Questa barriera di lampi fu tanto lunga e tanto intensa che gli effetti vetrificanti si sono diffusi in profondità, con una specie di maglia, nel terreno, su un’area col raggio di diverse centinaia di metri. L’effetto è diverso da quelli di un’esplosione nucleare, il cui calore colpisce la superficie e rimbalza immediatamente su una grande superficie, ma rimane superficiale. Invece, come un singolo fulmine, che colpisce insieme un albero e il suolo, l’antica cascata elettrica è penetrata in profondità ed ha lasciato una traccia creata dall’elettricità, aprendosi il cammino attraverso le masse a più bassa resistenza. 

In modo simile, i resti fusi trovati nel Medio Oriente, nell’area dell’Egeo, nella Piramide bruciata di Meidun in Egitto, i forti vetrificati della Scozia, le superfici rocciose fuse scoperte della Valle della More e a Kenko e Sacsayhuaman in Perù, tutti questi possono essere datati intorno al quarto millennio a.C., e sono collegati con punti nodali, disposti geometricamente nella maglia dell’energia planetaria, e sono privi di qualsiasi traccia radioattiva. 
Non fu un evento nucleare ma piuttosto una valanga elettrica globale, come si legge nell’Antico Testamento e nella più antica versione sumerica dell’Epica di Gilgamesh, in cui la distruzione è così descritta: 
“I cieli ruggivano e scricchiolavano [rumori scricchiolanti e forti schiocchi accompagnavano lo sbarramento di fulmini], la terra era percorsa da sordi boati [il tuono continuo è un effetto conseguente, come avviene nelle tempeste con molti fulmini]. Improvvisi lampi di luce [in catena, gli uni dietro gli altri] come se piovesse una gragnuola di morte. Poi l’esplosione di fuoco celeste si fermò e tutto ciò che era stato ridotto in cenere si trasformò in croste [fuso, vetrificato, e solidificato quando la superficie della pietra di raffreddava].” 
Il secondo più famoso racconto babilonese era la storia della Torre di Babele, nel corso della quale, secondo il libro ebraico della Genesi, si ebbe la “confusione delle lingue”. Essa fu il risultato della valanga di fulmini elettrici, che distrusse i centri della parola nei cervelli di tutti i costruttori della Torre, i quali potevano soltanto “balbettare” in modo incoerente e temporaneamente avevano perduto la comunicazione verbale, degli uni con gli altri. Abbiamo qui un’altra evidenza che questo fenomeno avvenne verso il quarto millennio a.C.
In contrasto, altri resti diffusi, come il grande campo di rocce vetrificate nel deserto egiziano occidentale, o le rovine fortemente vetrificate di Sete Cidades in Brasile, sono impregnati di radioattività e indicano riferimenti a distruzioni nucleari avvenute in tempi remoti. 
Nel Nord America, scienziati associati al Lawrence Berkeley Nuclear Laboratory in California hanno scoperto evidenze geologiche che molti depositi sedimentari, che coprono l’intera regione dei Grandi Laghi, erano stati sottoposti ad una breve bruciatura derivata da una forte irradiazione nucleare e ad un bombardamento di particelle, correlati con la presenza di quantità anomale di uranio e di plutonio, che si trovano in abbondanza nella zona. Qual era la data di tale improvviso e drammatico evento? Circa 12500 anni fa, quando anche in altre parti del mondo ebbe luogo il conflitto nucleare, lasciando residui simili a questi. 
Ci sono casi in cui le poche tracce rimaste possono essere interpretate in entrambi i modi. Per esempio, troviamo tracce di fusione in alcuni luoghi di Rapa Nui, persino tra le superfici di pietra delle piattaforme sacre (ahu) sulle quali sorgono gli enigmatici giganti di pietra. Sappiamo che la data delle statue è piuttosto recente, e inoltre l’Isola di Pasqua è un nodo maggiore nella griglia d’energia del pianeta. 
Inoltre, poiché nessuna radioattività si trova associata, l’evidenza della distruzione da parte di radiazioni di calore deve essere attribuita alla valanga elettrica avvenuta 6000 anni fa.
Tuttavia, l’unica anomalia è la presenza delle figurine maoi–kavakava, che ritraggono accuratamente uomini sofferenti degli effetti dell’avvelenamento da radiazioni. 
Può trattarsi d’una memoria singolare, rimasta dopo una prima distruzione causata da una guerra nucleare, che abbia coinvolto anche una popolazione molto antica dell’isola?
Occorre considerare un altro aspetto sorprendente. Circa 400 km a nord–est di Mumbai (Bombay) c’è un lago quasi circolare, che riempie un cratere del diametro di 2,5 km e di 700 m di profondità, chiamato Cratere Lonar. È l’unica traccia conosciuta d’impatto in una formazione basaltica, con eiezione dei frammenti rocciosi sino a 1,5 km di distanza, e contiene diverse colate di roccia fusa, spesse sino a 30 m. Il fondo del lago contiene noduli vetrificati di basalto, effetto di una pressione che deve aver superato le 600000 atmosfere.
Il vero mistero consiste nell’assenza di ferro meteoritico o di tracce di nickel, in tutta l’area, il che suggerisce che il forte impatto non fosse di origini naturali o celesti, oltre il fatto che diverse fonti indipendenti datano l’evento a 50000 anni fa. 

Inoltre, la regione del Lonar presenta differenze stridenti per l’acidità delle acque e per la flora e la fauna che le distinguono, con piccole anomalie genetiche, e tutto ciò indica che un tempo la regione deve essere stata sottoposta ad un breve ma intenso effetto di radioattività.
Stiamo considerando la possibile conseguenza di un ancor più antico conflitto nucleare, che risale a 40 millenni prima di tutte le precedenti tracce?
In modo molto significativo, nella storia esoterica–occulta, il 50000 a.C. corrisponde alla fine della perduta civiltà di Mw nel Pacifico e alla fine della Prima Fase della civiltà di Atlantide nella regione dell’Atlantico. Potrebbero i due antichi popoli progrediti aver combattuto una primitiva guerra mondiale, nella quale entrambi soccombettero alla catastrofe, e tale guerra potrebbe aver coinvolto l’attuale India nel fuoco incrociato nucleare?
È degno di nota il fatto che gli Hopi ed altri Popoli Nativi degli USA e del Canada abbiano conservato leggende sull’esistenza di un’antica Età del mondo, in cui gli antenati costruirono grandi città attraverso l’emisfero occidentale e conoscevano come volare per superare grandi distanze.
Le divisioni e la guerra, però, spinsero quei popoli preistorici ad attaccarsi l’un l’altro nei cieli, distruggendo tutto il loro ambiente e costringendo i sopravvissuti alla schiaviù e all’esilio, senza che mai più potessero ricostruire le loro civiltà. 
È notevole il fatto che queste vecchie leggende concordino sul periodo in cui si verificarono gli eventi: “prima che ci fossero le montagne di ghiaccio, quando invece le terre dell’estremo Nord erano coperte da grandi foreste”.
Ora sappiamo, su basi geologiche, che ci furono tra distinti periodi in cui si ebbero tali condizioni di libertà dal ghiaccio alle latitudini boreali, quando le vaste foreste crescevano al di sopra del circolo polare artico: durante il periodo interglaciale Sangamoniano, tra 110000 e 138000 anni fa, nel periodo interglaciale Yarmouth tra 200000 e 380000 anni fa, e nel periodo interglaciale Aftoniano tra 455000 e 620000 anni fa.
Forse i Nativi Americani hanno un ricordo di tempi in cui una civiltà scomparsa si distrusse da sola, centinaia di migliaia d’anni fa, in un’!epoca incredibilmente remota? 
Come altri esempi, alcuni ricercatori stanno cominciando a mettere in dubbio l’asserzione che molti estesi giacimenti di tektiti (piccoli noduli vetrosi di silicati terrestri misti) ritrovati in vari luoghi e di diverse epoche, fossero il puro risultato di impatti meteoritici naturali. Essi potrebbero essere l’opera artificiale dell’azione umana, il risultato di mega–guerre combattute da civiltà sconosciute in lontanissime epoche?
Alcuni di questi campi di tektiti sono stati geologicamente a 750.000 anni fa, e anche di più. La loro presenza fornisce forse la testimonianza di diversi cicli di cataclismi nucleari, nel lontano passato? 
Quante volte i conflitti totali possono avere imperversato e distrutto l’umanità nel remoto passato? Possiamo noi, oggi, commettere nuovamente lo stesso terribile errore?

Fonte: http://www.forgottenagesresearch.com/lost-knowledge-series/Have-We-Shattered-the-Atom-BeforeSigns-of-a-Former.htm 
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(Fonte: Liutprand)