DIONISIO O LE BEATITUDINI RITROVATE

di Mircea Eliade

 

Epifanie ed occultamenti di un dio “nato due volte”

Fidia, Dioniso. Figura D del frontone est del Partenone (ca. 447-433 a.C.)

Dopo più di un secolo di ricerche, Dioniso resta ancora un enigma. Per l’origine, la sua natura, e il tipo di esperienza religiosa cui dà l’avvio, si distingue dagli altri grandi dèi greci. Secondo il mito, è figlio di Zeus e di una principessa, Semele, figlia di Cadmo, re di Tebe. Mossa dalla gelosia, Era le tende un tranello e Semele chiede a Zeus di poterlo contemplare nella sua vera forma di dio celeste. L’incauta viene incenerita, avendo partorito prima del tempo. Ma Zeus cuce il bambino nella sua coscia, e dopo qualche mese Dioniso viene al mondo. È proprio ‘nato due volte’. Molti miti delle origini fanno derivare i fondatori di famiglie reali dall’unione tra dèi e donne mortali. Ma Dioniso è nato la seconda volta da Zeus, perciò lui è solo dio [1].

P. Kretschmer ha cercato di spiegare il nome di Semele con il termine traco-frigio Semelo, che indica la dea Terra, e questa etimologia è stata accettata da studiosi di chiara fama come Nilsson e Wilamowitz. Ma tale etimologia, sia o non sia corretta, non aiuta affatto nella comprensione del mito. Innanzitutto è difficile concepire uno hieros gamos tra il dio celeste e la Terra Madre che si concluda con la combustione di quest’ultima. D’altra parte, e questo è il punto essenziale, le più antiche tradizioni mitologiche insistono sul fatto che Semele, mortale [2], abbia generato un dio. Era proprio questa dualità paradossale di Dioniso a interessare i greci, perché essa sola poteva spiegare il paradosso della sua natura.

Nato da una mortale, Dioniso non apparteneva di diritto al pantheon degli dèi olimpici; ma riuscì, nonostante questo, a farvisi accettare e alla fine ad introdurvi anche sua madre Semele. Omero lo conosceva, come dimostrano molti accenni nelle sue opere, ma né il rapsodo né il suo pubblico s’interessavano a questo dio ‘straniero’, così diverso dagli Olimpî. È stato tuttavia proprio Omero a trasmetteci la testimonianza più antica su Dioniso. Nell’Iliade (VI, 128-140) si riporta un celebre episodio: l’eroe tracio Licurgo insegue le nutrici di Dioniso, «e tutte insieme gettarono a terra gli strumenti del loro culto», mentre il dio «assalito da spavento, balzò nei flutti del mare e Teti lo ricevette nel suo seno tremante: un brivido terribile l’aveva colto alle urla del guerriero». Ma Licurgo «si attirò la collera degli dèi»: Zeus «lo rese cieco», ed egli non visse più a lungo «perché si era inimicato tutti gli dèi immortali».

Possiamo scorgere in questo episodio, in cui si parla di un inseguimento da parte di un ‘uomo lupo’ e di un tuffo nel mare, il ricordo di un antico sfondo iniziatico [3]. Tuttavia all’epoca in cui Omero lo cita, il senso e lo scopo del mito sono diversi. Esso ci rivela uno dei tratti specifici del destino di Dioniso, la sua ‘persecuzione’ da parte di personaggi antagonisti. Ma il mito testimonia anche che Dioniso è riconosciuto come membro della famiglia divina, perché non solo Zeus, suo padre, ma anche tutti gli altri dèi si sentirono lesi dal gesto di Licurgo.

La ‘persecuzione’ esprime in modo drammatico la resistenza contro la natura e il messaggio religioso del dio. Perseo si rivolse con il suo esercito contro Dioniso e contro le ‘donne del mare’ che l’accompagnavano; secondo un’altra tradizione, egli gettò il dio in fondo al lago di Lerna (Plutarco, De Iside, 35); e lo stesso tema della persecuzione si ritrova nelle Baccanti di Euripide. Si è tentato di interpretare tali episodi come ricordi mitizzati dall’opposizione incontrata dal culto dionisiaco. La teoria che ne sta alla base presuppone che Dioniso sia arrivato molto tardi in Grecia e che, implicitamente, sia un dio ‘straniero’. Dopo Erwin Rohde, la maggioranza degli studiosi considera Dioniso come un dio tracio introdotto in Grecia o direttamente dalla Tracia, oppure dalla Frigia. Walter Otto ha però insistito sul carattere arcaico e pan-ellenico di Dioniso, e il fatto che il suo nome -di-wo-nu-so-jo- si ritrovi in un’iscrizione micenea [4] sembra dargli ragione. D’altra parte non è meno vero che Erodoto (II, 49) considerava Dioniso come un dio «introdotto tardivamente»; e nelle Baccanti (v. 219) Penteo parlava di «quel dio venuto più tardi, chiunque esso sia».

Qualunque sia la storia della penetrazione del culto dionisiaco in Grecia, i miti e i frammenti mitologici che alludono all’opposizione da esso incontrata hanno un significato più profondo: ci ragguagliano allo stesso tempo sull’esperienza religiosa dionisiaca e sulla struttura specifica del dio. Dioniso doveva incontrare resistenza e persecuzioni, perché l’esperienza religiosa da lui propugnata minacciava tutto uno stile d’esistenza e un universo di valori. Si trattava certo della supremazia insidiata della religione olimpica e delle sue istituzioni, ma l’opposizione tradiva anche un dramma più intimo, e che è del resto ampiamente attestato nella storia delle religioni: la resistenza contro ogni forma di esperienza religiosa assoluta, che si può effettuare solo negando il resto (qualunque nome gli si dia: equilibrio, personalità, coscienza, ragione, ecc.).

Walter Otto ha colto molto bene la correlazione tra il tema della ‘persecuzione’ di Dioniso e la tipologia delle sue diverse epifanie. Dioniso è un dio che si mostra improvvisamente e che scompare poi in modo misterioso. Alle feste Agrionie di Cheronea, le donne lo cercavano invano, e ritornavano con la notizia che il dio era presso le Muse, che l’avevano nascosto (Otto, Dionysos, p. 79). Scompariva tuffandosi nel lago di Lerna o nel mare, e riappariva -come nella festa delle Antesterie- in una barca sui flutti. Le allusioni al suo ‘risveglio’ in culla (ibidem, p. 82 ss) indicano il medesimo tema mitico. Queste epifanie e questi occultamenti periodici collocano Dioniso tra gli dèi della vegetazione [5]. In effetti egli mostra una certa affinità con la vita delle piante; l’edera e il pino sono quasi diventati suoi attributi, e le sue feste più popolari s’inseriscono nel calendario agricolo. Ma Dioniso è in rapporto con la totalità della vita, come mostrano le sue relazioni con l’acqua e i germi, il sangue o lo sperma, gli eccessi di vitalità che si manifestano nelle sue epifanie animali (toro, leone, capro) [6]. Le sue comparse e scomparse inattese riflettono in certo qual modo l’apparizione e l’occultamento della vita e della morte e, in ultima analisi, la loro unità. Non si tratta però di un’osservazione ‘obiettiva’ di questo fenomeno cosmico la cui banalità non poteva suscitare nessuna idea religiosa, né produrre alcun mito. Attraverso le sue epifanie e le sue occultazioni, Dioniso rivela il mistero e la sacralità dell’unione tra la vita e la morte. Rivelazione di natura religiosa, perché si realizza grazie alla presenza stessa del dio. Infatti queste apparizioni e scomparse non sono sempre in relazione con le stagioni: Dioniso si mostra durante l’inverno, e scompare nella stessa festività primaverile in cui si realizza la sua epifania più trionfale.

‘Scomparsa’ e ‘occultamento’ sono espressioni mitologiche della discesa agl’Inferi, dunque della ‘morte’. In effetti a Delfi si mostrava la tomba di Dioniso e anche ad Argo si parlava della sua morte. D’altronde, quando nel rituale argolico Dioniso è richiamato dal fondo del mare (Plutarco, De Iside, 35), riemerge proprio dal paese dei morti. Secondo un inno orfico (n. LIII), quando Dioniso è assente si ritiene ch’egli si trovi presso Persefone. Ed infine il mito di Zagreus-Dioniso -di cui ci occuperemo tra poco- narra della morte violenta del dio; ucciso, smembrato e divorato dai Titani.

Tali aspetti, multipli, ma complementari di Dioniso, sono ancora percepibili nei suoi rituali pubblici, malgrado le inevitabili ‘purificazioni’ e reinterpretazioni.

L’arcaicità di alcune feste pubbliche

A partire da Pisistrato, si celebravano ad Atene quattro feste in onore di Dioniso [7]. Le ‘Dionisie campestri’, che si svolgevano in dicembre, erano feste dei villaggi e consistevano nel portare in processione un fallo di grandi dimensioni con accompagnamento di canti. Cerimonia tipicamente arcaica e ampiamente diffusa in tutto il mondo, la falloforia ha certamente preceduto il culto di Dioniso. Altri divertimenti rituali prevedevano gare e contese, e soprattutto sfilate di maschere o di personaggi travestiti da animali. Anche qui i riti hanno preceduto Dioniso, ma si può intuire come il dio del vino sia giunto a mettersi alla testa del corteo di maschere.

Molto di meno sappiamo invece sulle feste lenee, che si svolgevano in pieno inverno. Una citazione di Eraclito precisa che la parola Lenai e il verbo ‘far le Lenai’ venivano usati come equivalenti di ‘baccanti’ e di ‘fare la baccante’. Il dio era evocato mediante il daduchos. Secondo una glossa di un verso di Aristofane, il sacerdote eleusino, «con una torcia in mano, esclama: Chiamate il dio! e gli astanti gridano: Figlio di Semele, Iacchos [8], dispensatore di ricchezze!».

Le Antesterie erano celebrate approssimativamente in febbraio-marzo, e le ‘Grandi Dionisie’, d’istituzione più recente, in marzo-aprile. Tucidide (II, 15, 4) considerava le Antesterie la più antica festa in onore di Dioniso. Era anche la più importante. Il primo giorno si chiamava Pithoigia, apertura dei vasi d’argilla (pithoi) nei quali si conservava il vino dopo il raccolto autunnale. Si portavano i vasi al santuario di ‘Dioniso della palude’ per compiere le libagioni al dio, e in seguito si gustava il vino nuovo. Nel secondo giorno (Choes, le brocche) si svolgeva una gara di bevitori: erano forniti di una brocca che veniva riempita di vino e, al segnale, ne trangugiavano il contenuto il più velocemente possibile. Proprio come certe gare delle ‘Dionisie campestri’ (per esempio l’askoliasmos, in cui i giovani cercavano di mantenersi il più a lungo possibile in equilibrio su di un otre previamente oliato), anche questa competizione si articola nello scenario ben noto delle gare e dei giochi di ogni specie (sportivi, oratorî, ecc.) che tende al rinnovamento della vita [9]. Ma l’euforia e l’ebbrezza anticipano in un certo qual modo la vita di un aldilà che non assomiglia più al triste mondo omerico.

Lo stesso giorno delle Choes si formava un corteo che raffigurava l’arrivo del dio nella città. Poiché si riteneva venisse dal mare, il corteo comprendeva una barca trasportata su quattro ruote di carro, in cui si trovava Dioniso con un grappolo d’uva in mano e due satiri nudi che suonavano il flauto. La processione comprendeva parecchi personaggi probabilmente mascherati, e un toro sacrificale preceduto da un suonatore di flauto e da portatori di ghirlande che si dirigevano verso l’unico santuario aperto quel giorno, l’antico Limnaion. Là si svolgevano diverse cerimonie, a cui partecipavano la Basilimna, la ‘Regina’ cioè la moglie dell’Arconte-Re, e quattro dame di alto rango. A partire da questo momento, la Basilimna, erede delle antiche regine della città, era considerata la sposa di Dioniso. Saliva accanto a lui nel carro e un nuovo corteo, di tipo nuziale, si dirigeva verso il Boukoleion, l’antica residenza reale. Aristotele precisa (Cost. di Atene, 3, 5) che la ierogamia tra il dio e la regina si consumava nel Boukoleion (lett. ‘stalla del bue’) e la scelta di questo luogo indica che l’epifania taurina di Dioniso era ancora ben nota.

Si è cercato di interpretare quest’unione in senso simbolico, o supponendo che il dio venisse personificato dall’Arconte. Ma W. Otto sottolinea giustamente l’importanza della testimonianza di Aristotele [10]. La Basilinna riceve il dio nella casa del suo sposo, l’erede dei re – e Dioniso si rivela in quanto re. È probabile che questa unione simboleggi il matrimonio del dio con la città nel suo complesso, con le conseguenze faste che si possono immaginare. Ma è un atto caratteristico di Dioniso, divinità dalle epifanie brutali, che richiede la proclamazione pubblica della sua supremazia. Non si conosce nessun altro culto greco in cui si ritiene che un dio si unisca con la regina.

I tre giorni delle Antesterie, soprattutto il secondo, quello del trionfo di Dioniso, sono però giorni nefasti, perché segnati dal ritorno delle anime dei morti, e insieme a loro dei keres, portatori di influenze malefiche del mondo infero.

A loro era consacrato l’ultimo giorno delle Antesterie. Si pregava per i morti, si preparavano le panspermie, poltiglie di diversi grani cereali che dovevano essere consumate prima del cader della notte. E, arrivata la notte, si gridava: «Fuori i keres/ Finite le Antesterie!». Lo sfondo rituale è ben noto, ed è attestato un po’ ovunque nelle civiltà agricole. I morti e le potenze dell’oltretomba governano la fertilità e le ricchezze, e ne sono i dispensatori. «Dai morti -è scritto in un trattato ippocratico- ci vengono nutrimento, crescita e germe». In tutte le cerimonie a lui dedicate, Dioniso si rivela al tempo stesso il dio della fertilità e della morte. Eraclito (fr. 15) diceva già che «Ade e Dioniso […] sono un’unica e medesima persona».

Abbiamo già ricordato il rapporto di Dioniso con le acque, l’umidità e la linfa vegetale. E dobbiamo anche segnalare i ‘miracoli’ che accompagnano le sue epifanie, o le annunciano: l’acqua che sgorga dalla roccia, i fiumi che si colmano di latte e miele. A Teos, nel giorno della sua festa, una sorgente fa sgorgare vino in abbondanza (Diodoro Siculo, III, 66, 2). A Elide, tre scodelle vuote, lasciate durante la notte in una camera sigillata, all’indomani vengono ritrovate piene di vino (Pausania, VI, 2, 6, 1-2). ‘Miracoli’ di questo tipo sono attestati anche altrove; il più famoso tra questi era quello delle ‘vigne di un giorno’, che fiorivano e producevano uva in poche ore, ‘miracolo’ che avveniva in diversi luoghi, perché ne parlano parecchi autori [11].

Euripide e le orge dionisiache

Simili ‘miracoli’ sono specifici del culto sfrenato ed estatico di Dioniso che riflette l’elemento più originale, e probabilmente più antico, del dio. Nelle Baccanti di Euripide troviamo una testimonianza inestimabile di ciò che ha potuto rappresentare l’incontro tra il genio greco e il fenomeno delle orge dionisiache. Lo stesso Dioniso è il protagonista delle Baccanti, fatto senza precedenti nell’antico teatro greco. Offeso perché il suo culto era ancora ignorato in Grecia, Dioniso arriva dall’Asia con un gruppo di Menadi e si ferma a Tebe, città natale di sua madre. Le tre figlie del re Cadmo negano che la loro sorella, Semele, sia stata amata da Zeus e che abbia generato un Dio. Dioniso le rende ‘folli’ e le sue zie, con le altre donne di Tebe, corrono verso la montagna a celebrarvi riti orgiastici. Penteo, che era succeduto al trono a suo nonno Cadmo, aveva proibito il culto e, malgrado gli avvertimenti ricevuti, si ostinava nella sua intransigenza. Travestito da officiante del proprio culto, Dioniso è catturato e imprigionato da Penteo. Ma riesce miracolosamente a fuggire e persino a persuadere Penteo ad andare a spiare le donne durante le loro cerimonie orgiastiche. Le Menadi scoprono così Penteo e lo fanno a pezzi: sua madre Agave ne porta in trionfo la testa, credendo che si tratti della testa di un leone [12].

Qualunque fosse l’intento di Euripide nello scrivere le Baccanti, questo capolavoro della tragedia greca costituisce nello stesso tempo anche il documento più importante del culto dionisiaco, in cui il tema «resistenza, persecuzione e trionfo» trova la sua illustrazione più evidente [13]. Penteo si oppone a Dioniso perché è uno «straniero, un predicatore, un mago […] dai bei boccoli biondi e profumati, guance di rosa, con negli occhi la grazia di Afrodite. Con il pretesto di insegnare le dolci e seducenti pratiche dell’evoé, corrompe le fanciulle» (233 ss). Le donne vengono incitate ad abbandonare la loro casa e a correre, la notte, per i monti, danzando al suono dei timpani e dei flauti. E Penteo teme soprattutto l’influenza del vino, perché «con le donne, se il liquor d’uva figura sulla mensa, non promette nulla di buono in queste devozioni» (260-262).

Tuttavia non è il vino a provocare l’estasi delle baccanti. Un servo di Penteo, che le aveva sorprese all’alba sul Citerone, le descrive vestite di pelli di cerbiatto, coronate d’edera, cinte di serpenti, che recavano in braccio, allattandoli, cerbiatti o lupacchiotti selvatici (695 ss.). Abbondano i ‘miracoli’ tipicamente dionisiaci: le baccanti toccano la roccia con i loro tirsi e subito ne scaturisce l’acqua o ne sgorga il vino; grattano la terra e trovano polle di latte, mentre i tirsi cinti d’edera stillano gocce di miele (703 ss.) «Certo -continua il servo- se tu fossi stato là, questo dio che tu disprezzi, ti saresti convertito a lui, rivolgendogli le tue preghiere, dopo un tale spettacolo» (712-714).

Sorpreso da Agave, poco mancò che il servo e i suoi compagni venissero dilaniati. Le baccanti si gettarono allora sugli animali che pascolano nel prato e, «senza nessun ferro in mano» li fanno a brani. «Sotto l’opera delle mille mani delle fanciulle», tori minacciosi sono dilaniati in un batter d’occhio. Le Menadi si abbattono in seguito sulla pianura. «Vanno a strappar via i bambini dalle case. Tutto ciò che si caricano sulle spalle, pur senza esservi attaccato, vi aderisce senza cadere nel fango; anche il bronzo, anche il ferro. Sui loro boccoli il fuoco trascorre senza bruciare. Infuriati per essere stati assaliti dalle baccanti, si corre alle armi. Ed ecco il prodigio che tu, Signore, avresti dovuto vedere: le frecce che si lanciavano contro di loro non facevano sgorgare sangue, ed esse, scagliando il loro tirso, li ferivano…» (754-763).

Inutile sottolineare la differenza tra questi riti notturni, sfrenati e selvaggi, e le feste dionisiache pubbliche, di cui abbiamo parlato prima. Euripide ci presenta un culto segreto, specifico dei Misteri. «Che cosa sono, secondo te, questi Misteri?» s’informa Penteo. E Dioniso risponde: «La loro segretezza vieta di comunicarli a coloro che non sono baccanti». «Qual è la loro utilità per coloro che li celebrano?» – «Non ti è lecito apprenderlo, ma sono cose degne di essere conosciute» (470-474).

Il Mistero era costituito dalla partecipazione delle baccanti all’epifania totale di Dioniso. I riti vengono celebrati di notte, lontano dalla città, sui monti e nelle foreste. Attraverso il sacrificio della vittima per squartamento (sparagmos) e la consumazione della carne cruda (omofagia) si realizza la comunione con il dio, perché gli animali fatti a brani e divorati sono epifanie, o incarnazioni, di Dioniso. Tutte le altre esperienze -la forza fisica eccezionale, l’invulnerabilità al fuoco e alle armi, i ‘prodigi’ (l’acqua, il vino, il latte che scaturiscono dal suolo), la ‘dimestichezza’ con i serpenti e i piccoli delle bestie feroci- sono resi possibili dall’entusiasmo, dall’identificazione con il dio. L’estasi dionisiaca significa anzitutto il superamento della condizione umana, la scoperta della liberazione totale, il raggiungimento di una libertà e di una spontaneità inaccessibili ai mortali. Che tra queste libertà ci sia stata anche la liberazione dalle proibizioni, dalle regole e dalle convenzioni di tipo etico e sociale, sembra essere certo; e questo spiega in parte l’adesione massiccia delle donne [14]. L’esperienza dionisiaca però raggiungeva livelli più profondi. Le baccanti che divoravano le carni crude ritornavano a un coportamento rimosso da decine di migliaia di anni; sfrenatezze di questo tipo rivelavano una comunione con le forze vitali e cosmiche che si poteva interpretare soltanto come una possessione divina. E non stupisce che la possessione sia stata confusa con la ‘follia’, la mania. Dioniso stesso aveva conosciuto la ‘follia’, e la baccante si limitava a condividere le prove e la passione del dio, e questo era, in definitiva, uno dei mezzi più sicuri per comunicare con lui.

I Greci conoscevano altri casi di mania provocata da una divinità. Nella tragedia Eracle di Euripide, la follia dell’eroe è opera di Era: nell’Aiace di Sofocle è Atena a produrre lo sconvolgimento psichico. Il ‘coribantismo’, che gli antichi del resto accostavano alle orge dionisiache, era una mania provocata dalla possessione dei Coribanti, e tale esperienza sfociava in una vera e propria iniziazione. Ciò che tuttavia contraddistingue Dioniso e il suo culto non sono le crisi psicopatiche, ma il fatto che esse fossero valorizzate in quanto esperienza religiosa: sia come una punizione sia come una grazia del dio [15]. In ultima analisi, l’interesse di un confronto tra riti e movimenti collettivi apparentemente similari -per esempio certe danze sfrenate del Medioevo o l’omofagia rituale degli Aissaua, una confraternita mistica dell’Africa del Nord [16]- sta nel fatto che esso fa emergere l’originalità del dionisismo.

È raro che un dio giunga all’epoca storica pregno di un’eredità così arcaica; riti con maschere teromorfiche, falloforia, sparagmos, omofagia, antropofagia, maniaenthousiasmos. Il fatto più notevole è che, pur conservando quest’eredità, residuo della preistoria, il culto di Dioniso, dopo essersi integrato nell’universo spirituale dei Greci, non ha cessato di creare nuovi valori religiosi. Certo, la frenesia provocata dalla possessione divina -la ‘follia’- dava da pensare a molti autori, e spesso incoraggiava l’ironia e la derisione. Erodoto (IV, 78-80) riferisce l’avventura di un re scita, Skylas, che si era fatto «iniziare ai riti di Dioniso Baccheios» a Olbia sul Boristene (Dniepr). Durante la cerimonia (telete), posseduto dal dio, faceva «il baccante e il folle». Con molta probabilità si trattava di una processione in cui gli iniziati, «sotto il dominio del dio» si lasciavano trascinare da una frenesia che gli astanti, e anche gli stessi posseduti, consideravano come ‘follia’ (mania).

Erodoto si limitava a riferire una storia che gli era stata raccontata a Olbia. Demostene, con l’intenzione di mettere in ridicolo il suo avversario Eschine, ci rivela però in realtà, in un suo celebre passo (Sulla corona, 259), certi riti dei piccoli tiasi (Bacchein) celebrati, nell’Atene del IV secolo, dai fedeli di Sabazios, dio tracio omologo di Dioniso. (Gli antichi lo consideravano d’altra parte come Dioniso tracio nel suo nome indigeno) [17]. Demostene si riferisce ai riti seguiti da letture di ‘libri’ (probabilmente un testo scritto, contenente hieroi logoi); parla di ‘nebrizzare’ (allusione alla pelle del cerbiatto, la nebride; si trattava forse di un sacrificio con la consumazione dell’animale crudo), di ‘craterizzare’ (il bacile in cui si mescolavano l’acqua e il vino, la ‘pozione mistica’), di ‘purificazione’ (catharmos), consistente in specie nello sfregare l’iniziato con argilla e farina. Alla fine l’accolito faceva rialzare l’iniziato dalla sua posizione prona o supina, e questi ripeteva la formula: «Sono sfuggito al male e ho trovato il meglio». E tutta l’assemblea esplodeva in ololyge. All’indomani si svolgeva la processione degli adepti, col capo coronato di finocchio e di fronde di pioppo bianco. In testa camminava Eschine brandendo serpenti e gridando: «Evoé, misteri di Sabazios!», e danzando al grido di Hyés, Attés, Attés, Hyés. Demostene parla anche di un cesto di forma di vaglio, il liknon, il ‘vaglio mistico’, la culla primitiva di Dioniso bambino.

Sotto le forme più diverse si trova comunque, al centro del rituale dionisiaco, un’esperienza estatica di una frenesia più o meno intensa: la mania. Questa ‘follia’ costituiva in qualche modo la prova della ‘divinizzazione’ (entheos) dell’adepto. L’esperienza era certamente indimenticabile, perché si partecipava alla spontaneità creatrice e alla libertà inebriante, alla forza sovrumana e all’invulnerabilità di Dioniso. La comunione con il dio faceva esplodere per un certo tempo la condizione umana, ma non giungeva affatto a cambiarla. Non ci sono allusioni all’immortalità nelle Baccanti, neppure in un’opera tardiva come le Dionisiache di Nonno. Ciò è sufficiente a distinguere Dioniso da Zalmoxis, con cui lo si confronta, e a volte lo si confonde, in seguito agli studi di Rohde; infatti questo dio dei Geti ‘immortalizzava’ gli iniziati nei suoi misteri. Ma i Greci non ardivano ancora colmare la distanza infinita che, ai loro occhi, separava la divinità dalla condizione umana.

Quando i Greci riscoprirono la presenza del dio…

Pare ormai assodato il carattere iniziatico e segreto dei tiasi privati (v. supra, le Baccanti 470-474) [18], benché almeno una parte delle cerimonie (per esempio le processioni) siano state pubbliche. È difficile precisare quando, e in quali circostanze, i riti segreti e iniziatici dionisiaci abbiano assunto la funzione specifica alle religioni dei Misteri. Eminenti studiosi quali Nilsson e Festugière contestano l’esistenza di un Mistero dionisiaco, perché mancano precisi riferimenti alla speranza escatologica. Ma si potrebbe obiettare che, soprattutto per il periodo antico, disponiamo di scarsissime conoscenze dei riti segreti, per non dire poi del loro significato esoterico (che senza dubbio esisteva, dato che i significati esoterici dei riti segreti sono attestati ovunque nel mondo, a tutti i livelli di cultura).

Non si deve inoltre limitare la morfologia della speranza escatologica alle espressioni rese familiari dall’orfismo o dai Misteri dell’epoca ellenistica. L’occultamento e l’epifania di Dioniso, le sue discese agli Inferi (paragonabili a una morte seguita da risurrezione) e soprattutto il culto di Dioniso fanciullo [19], con riti celebranti il suo risveglio -pur tralasciando il tema mitico rituale di Dioniso-Zagreus, su cui ritorneremo tra breve- indicano la volontà, e la speranza, di un rinnovamento spirituale. Il fanciullo divino è pregno, in tutto il mondo, di un simbolismo iniziatico relativo al mistero di una ‘rinascita’ d’ordine mistico. (Per l’esperienza religiosa è più o meno indifferente che tale simbolismo sia o non sia ‘compreso’ intellettualmente). Ricordiamo che il culto di Sabazios, identificato con Dioniso, presentava già la struttura di un mistero («Sono sfuggito al male!»). È vero che le Baccanti non parlano d’immortalità, ma la comunione, anche se provvisoria, con il dio non mancava di influire sulla condizione post mortem del bacchos. La presenza di Dioniso nei Misteri d’Eleusi fa supporre il significato escatologico perlomeno di alcune esperienze orgiastiche.

Il carattere ‘misterico’ del culto si precisa soprattutto a partire da Dioniso-Zagreus. Il mito dello smembramento del fanciullo Dioniso-Zagreus ci è pervenuto soprattutto attraverso autori cristiani [20]. Come prevedibile, essi ce lo presentano evemerizzato, incompleto e in modo piuttosto tendenzioso. Ma proprio perché erano liberi dalla proibizione di parlare apertamente di cose sante e segrete, gli scrittori cristiani ci hanno comunicato molti particolari preziosi. Era invia i Titani, che attirano Dioniso-Zagreus con alcuni balocchi (ninnoli, crepundia, uno specchio, un gioco di aliossi, una palla, una trottola, un rombo), lo massacrano e lo fanno a pezzi. Fanno cuocere i pezzi in un calderone e, secondo certe versioni, lo divorano. Una dea -Atena, Rea o Demetra- riceve, o salva, il cuore e lo pone in un cofanetto. Venuto a sapere del delitto, Zeus folgora i Titani. Gli autori cristiani non accennano alla resurrezione di Dioniso, ma questo episodio era noto agli antichi. L’epicureo Filodemo, contemporaneo di Cicerone, parla delle tre nascite di Dioniso, «la prima da sua madre, la seconda dalla coscia e la terza quando, dopo lo squartamento da parte dei Titani, ritorna in vita dopo che Rea ne ha ricomposto le membra» [21]. Firmico Materno conclude aggiungendo che a Creta (dov’egli ambienta la sua storia evemerizzata) l’assassinio veniva commemorato da riti annuali, che ripetevano ciò che il «fanciullo aveva compiuto e subìto al momento della morte»: «nel profondo della foresta, emettono strani clamori e simulano la follia di un essere furioso», facendo credere che il delitto è stato compiuto in preda a follia e «dilaniano coi denti un toro vivo».

Il tema mitico-rituale della passione e risurrezione del fanciullo Dioniso-Zagreus ha suscitato interminabili controversie, soprattutto a causa delle sue interpretazioni ‘orfiche’. In questa sede è sufficiente precisare che le informazioni trasmesse dagli autori cristiani sono confermate dagli autori più antichi. Il nome di Zagreus viene menzionato per la prima volta in un poema epico del ciclo tebano, Alcmeone(VI secolo) [22] e significa ‘gran cacciatore’, in riferimento al carattere selvaggio e orgiastico di Dioniso. Per quanto riguarda il delitto dei Titani, Pausania (VIII, 37, 5) ci ha trasmesso un’informazione che resta preziosa, malgrado lo scetticismi di Wilamowitz e di altri studiosi: Onomacrito, che viveva ad Atene nel VI secolo, al tempo dei Pisistrati, aveva scritto un poema sul seguente soggetto: «Avendo desunto il nome dei Titani da Omero, aveva fondato alcune orgia di Dioniso, facendo dei titani gli autori delle sofferenze del dio». Secondo il mito, i Titani si erano avvicinati al fanciullo divino impiastricciati di gesso per non essere riconosciuti. Orbene, nei misteri di Sabazios celebrati ad Atene, uno dei riti iniziatici consisteva nel cospargere i candidati con una polvere o con del gesso [23] e questi due fatti sono stati accostati sin dall’antichità (cfr. Nonno, Dionys., XXVII, 228 ss.). Si tratta di un rituale arcaico d’iniziazione, ben noto nelle società ‘primitive’: i novizi si sfregano sul viso polvere o cenere, allo scopo di assomigliare ai fantasmi; in altri termini, subiscono una morte rituale. Per quanto riguarda i ‘balocchi mistici’, essi erano conosciuti già da tempo; in un papiro del II secolo a. C., trovato a Fayyûm (Gouroub), disgraziatamente mutilo, si citano la trottola, il rombo, gli aliossi e lo specchio (Orf. Fr., 31).

L’episodio più drammatico del mito -e cioè il fatto che, dopo aver squartato il fanciullo, i Titani ne abbiano gettato i pezzi in un calderone, dove li hanno fatti bollire e poi arrostire- era noto, in tutti i suoi particolari, già nel IV secolo e, fatto ancor più significativo, si ricordavano questi particolari in relazione con la ‘celebrazione dei Misteri’ [24]. Jeanmaire aveva opportunamente ricordato che la cottura in pentola o il passaggio attraverso il fuoco costituiscono riti iniziatici che conferiscono l’immortalità (cfr. l’episodio di Demeter e Demofonte) o il ringiovanimento (le figlie di Peleo fanno a pezzi il padre e lo cuociono in una pentola) [25]. Aggiungiamo che i due riti -smembramento e cottura o passaggio attraverso il fuoco- caratterizzano le iniziazioni sciamaniche.

Nel ‘delitto dei Titani’ si può dunque riconoscere un antico scenario iniziatico di cui si era perduto il significato originario. I Titani si comportano da Maestri d’iniziazione, vale a dire ‘uccidono’ il novizio, allo scopo di farlo ‘ri-nascere’ a un tipo superiore di esistenza (nel nostro esempio si potrebbe dire che essi conferiscono divinità e immortalità al fanciullo Dioniso). Ma, in una religione che proclamava la supremazia assoluta di Zues, i Titani potevano svolgere soltanto un ruolo demoniaco – e perciò furono fulminati. Secondo alcune varianti, gli uomini sono stati creati dalle loro ceneri – e questo mito ha svolto un ruolo considerevole nell’orfismo.

Il carattere iniziatico dei riti dionisiaci si può scorgere anche a Delfi, quando le donne celebravano la rinascita del dio. Infatti il vaglio delfico «conteneva un Dioniso smembrato e pronto a rinascere, uno Zagreus», come dice Plutarco (De Iside, 35), e questo Dioniso «che rinasceva come Zagreus era allo stesso tempo il Dioniso tebano, figlio di Zeus e di Semele» [26].

Diodoro Siculo sembra riferirsi ai Misteri dionisiaci, quando scrive che «Orfeo ha trasmesso nelle cerimonie dei misteri lo smembramento di Dioniso» (V, 75, 4). E in un altro passo Orfeo viene presentato come un riformatore dei Misteri dionisiaci: «È per questo che le iniziazioni dovute a Dioniso sono chiamate orfiche» (III, 65, 6). La tradizione trasmessa da Diodoro è preziosa in quanto conferma l’esistenza dei Misteri dionisiaci. Ma è probabile che già nel V secolo questi Misteri avessero mutuato alcuni elementi ‘orfici’, e in effetti Orfeo era proclmato «profeta di Dioniso» e «fondatore di tutte le iniziazioni» (v. cap. XIX, vol. II).

Più ancora degli altri dèi greci, Dioniso sorprende per la molteplicità e la novità delle sue epifanie, per la varietà delle sue trasformazioni. È in perenne movimento; penetra ovunque, in tutti i paesi, presso tutti i popoli, in tutte le religioni, pronto ad associarsi a divinità diverse, anzi perfino antagoniste (per esempio Demetra, Apollo). È, senza dubbio, l’unico dio greco che, rivelandosi sotto aspetti differenti, affascina e attrae tanto i contadini che le élites intellettuali, i politici e i contemplativi, gli orgiastici e gli asceti. L’ebbrezza, l’erotismo, la fertilità universale, ma anche le esperienze indimenticabili suscitate dal ritorno periodico dei morti, o dalla mania, dallo sprofondare nell’incoscienza animale o dall’estasi dell’enthousiasmos – tutti questi terrori e rivelazioni hanno un’unica origine: la presenza dei dio. La sua natura esprime l’unità paradossale della vita e della morte. Per questo, Dioniso costituisce un tipo di divinità radicalmente diverso dagli Olimpî. Era forse, tra tutti gli dèi, il più vicino agli uomini? In ogni caso ci si poteva avvicinare a lui, si giungeva a incorporarlo, e l’estasi della mania dimostrava che la condizione umana poteva essere oltrepassata.

Questi rituali erano suscettibili di sviluppi inattesi. Il ditirambo, la tragedia, il dramma satirico sono, in modo più o meno diretto, creazioni dionisiache. È appassionante seguire la trasformazione di un rito collettivo, il dithyrambos, implicante la frenesia estatica, in spettacolo e infine in genere letterario [27]. Se, da un lato, certe liturgie pubbliche sono diventate spettacoli e hanno fatto di Dioniso il Dio del teatro, altri rituali invece, segreti e iniziatici, si sono evoluti in Misteri. Perlomeno indirettamente, l’orfismo è debitore alle tradizioni dionisiache. Più di tutti gli altri dèi olimpici, questo dio giovane non cesserà di gratificare i suoi fedeli con nuove epifanie, messaggi inattesi e speranze escatologiche.

Note

[1] Pindaro, fr. 85; Erodoto, II, 146; EuripideLe Baccanti, 94 ss.; Apollodoro, Bibl., III, 4, 3, ecc.

[2] Iliade, XIV, 323, la definisce «una donna di Tebe», ed EsiodoTeogonia, 940 ss., una «donna mortale».

[3] Cfr. H. Jeanmaire, Dionysos, p. 76; su Licurgo e le iniziazioni di pubertà, cfr. id., Couroï et Courètes, p. 463 ss.

[4] Si tratta di un frammento di Pilo (X a 0 6) nella lineare B.

[5] Si è cercato di vedere in Dioniso un dio dell’albero, del ‘grano’ o della vite, e si è interpretato il mito del suo smembramento come un’illustrazione della ‘passione’ dei cereali o la preparazione del vino; già i mitografi citati da Diodoro, III, 62.

[6] Cfr. i testi e i riferimenti discussi da W. Otto, pp. 162-164.

[7] Il fatto che queste due feste portassero i nomi dei mesi corrispondenti -Lenaion e Antesterion- dimostra il loro arcaismo e il loro carattere panellenico.

[8] Fu il genio delle processioni dei Misteri eleusini ad essere assimilato a Dioniso; le fonti sono discusse da W. Otto, op. cit., p. 80; cfr. Jeanmaire, op. cit., p. 47.

[9] Ricordiamo che si tratta di uno scenario estremamente arcaico e diffuso ovunque, uno dei principali retaggi della preistoria che svolge ancora un ruolo privilegiato in ogni forma di società.

[10] Si tratta di un’unione completamente diversa da quella, per esempio, di Bel a Babilonia (la compagnia di una ierodula quando il dio si trovava nel tempio) o della sacerdotessa che doveva dormire nel tempio di Apollo a Patara, allo scopo di ricevere direttamente dal dio la saggezza che poi avrebbe rivelato attraverso l’oracolo; cfr. Otto, p. 84.

[11] Sofocle, Tieste (fr. 234) e le altre fonti citate da Otto, p. 98 ss.

[12] Si conoscono altri esempi di ‘follia’ provocata da Dioniso, quando non era riconosciuto come dio: ad esempio, le donne di Argo (Apollodoro, II, 2, 2; III, 5, 2); le figlie di Minia a Orcomeno, che dilaniarono e divorarono uno dei loro figli (Plutarco, Quaest. gr. XXXVIII, 299 e).

[13] Nel V secolo Tebe era diventata il centro del culto, perché là Dioniso era stato generato e là si trovava anche la tomba di Semele. Ciò nondimeno non si era scordata la resistenza dei primi tempi e uno degli insegnamenti delle Baccanti era senz’altro questo: che non si deve rifiutare un dio perché lo si considera ‘nuovo’.

[14] Tiresia difende però il dio: «Dioniso non obbliga le donne ad essere caste. La castità dipende dal carattere, e quella che è casta di natura parteciperà alle orge senza corrompersi» (Bacc., 314 ss.).

[15] Ricordiamo che ciò che distingue uno sciamano da uno psicopatico è il fatto che egli riesce a guarirsi e finisce poi col disporre di una personalità più forte e più creativa del resto della comunità.

[16] Rohde aveva confrontato l’espansione della religione estatica di Dioniso e le epidemie di danze convulsive del Medioevo. R. Eisler richiamò l’attenzione sugli Aissaua (Isawiya), che praticano l’omofagia rituale (chiamata frissa, dal verbo farassa, ‘sbranare’). Dopo essersi identificati misticamente nei carnivori, di cui portano il nome (sciacalli, pantere, leoni, gatti, cani), gli adepti fanno a brani, sventrano e divorano bovini, lupi, montoni, pecore, capre. La manducazione delle carni crude è seguita da una danza sfrenata di giubilo «per gioire ferocemente dell’estasi e comunicare con la divinità» (R. Brunnel).

[17] Secondo le antiche glosse, il termine saboi (o sabaioi) era l’equivalente, in lingua frigia, del greco bacckhos; cfr. Jeanmaire, Dionysos, pp. 95-97.

[18] Ricordiamo che durente la festa delle Antesterie, certi riti erano effettuati unicamente dalle donne, nel segreto più rigoroso.

[19] Il culto di Dioniso fanciullo era conosciuto in Beozia e a Creta, ma finì per diffondersi anche in Grecia.

[20] Firmico Materno, De errore prof. relig., 6; Clemente Alessandrino, Protrept., II, 17, 2; 18, 2; Arnobio, Adv. Nat., V, 19; i testi sono riprodotti in Kern, Orphica fragmenta, pp. 110-111.

[21] De piet., 44; Jeanmaire, p. 382.

[22] Fr. 3, Kinkel I, p. 77; cfr. anche Euripide, fr. 472; per Callimaco (fr. 171) Zagreus è un nome particolare di Dioniso; v. altri e sempi in Otto, p. 191 ss.

[23] Demostene, De cor., 259. Quando partecipavano alle feste dionisiache gli Argivi si impiatsricciavano il viso di gesso. Si sono sottolineati i rapporti tra il gesso (titanos) e i Titani (Titanes), ma questo complesso mitico-rituale fu occasionato proprio dalla confusione tra i due termini (cfr. già Farnell, Cults, V, p. 172).

[24] Cfr. il ‘problema’ attribuito ad Aristotele (Didot, Aristotele, IV, 331, 15), discusso, dopo Salomon Reinach, da Moulinier, p. 51. Nel III secolo, Euforione conosceva una tradizione analoga; ibid., p. 53.

[25] Jeanmaire, Dionysos, p. 387. V. altri esempi in Marie Delcourt, L’Oracle de Delphes, p. 153 ss.

[26] Delcourt, op. cit., pp. 155, 200. Plutarco, dopo aver parlato dello squartamento di Osiride e della sua risurrezione, si rivolge all’amica Clea, la leader delle Menadi di Delfi: «Che Osiride sia la stessa persona di Dioniso, chi potrebbe saperlo meglio di voi che dirigete le Tiadi, che siete stata iniziata da vostro padre e da vostra madre ai misteri di Osiride?»

[27] Il ditirambo, «girotondo destinato, in occasione del sacrificio di una vittima, a produrre l’estasi collettiva con l’aiuto dei movimenti ritmici e di acclamazioni e grida rituali, si è potuto -proprio nel periodo (VII-VI secolo) in cui nel mondo greco si sviluppa la grande lirica corale- evolvere in genere letterario per l’accresciuta importanza delle parti cantate dall’exarchon, per l’alternarsi di brani lirici su temi più o meno adattati alla circostanza e alla persona di Dioniso» (Jeanmaire, op. cit., p. 248 ss.).

da: Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. I: Dall’età della pietra ai Misteri Eleusini, tr. it. Sansoni, Firenze 1979, 388-403.

Tratto dal sito In Quiete di Gianfranco Bertagni.

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ARCHETIPI CELESTI DEI TERRITORI, DEI TEMPLI E DELLE CITTÀ

di Mircea Eliade

Secondo le credenze mesopotamiche, il Tigri ha il suo modello nella stella Anunlt, e l’Eufrate nella stella della Rondine. Un testo sumerico parla della “dimora delle forme degli dèi”, in cui si trovano “[le divinità] dei greggi e quelle dei cereali”.

Anche per i popoli altaici le montagne hanno un prototipo ideale nel cielo. I nomi dei luoghi e dei nomi egiziani erano dati secondo i “campi celesti”: si cominciava con il conoscere i “campi celesti”, poi li si identificava nella geografia terrestre. Nella cosmologia iranica di tradizione zervanita “ogni fenomeno terrestre, astratto o concreto, corrisponde a un termine celeste, trascendente, invisibile, a un’”idea” nel senso platonico. Ogni cosa, ogni nozione si presenta sotto un duplice aspetto: quello di menok e quello di getah. Vi è un cielo visibile: vi è quindi anche un cielo menok che è invisibile (Bundahishn, c. 1). La nostra terra corrisponde a una terra celeste. Ogni virtù praticata quaggiù, nel getah, possiede una controparte celeste che rappresenta la vera realtà… L’anno, la preghiera… insomma, tutto quello che si manifesta nel getah è contemporaneamente menok. La creazione è semplicemente sdoppiata. Dal punto di vista cosmogonico, lo stadio cosmico qualificato come menok è anteriore allo stadio getah“.

In particolare, il tempio – come luogo sacro per eccellenza – aveva un prototipo celeste. Sul monte Sinai, Jahvè mostra a Mosè la “forma” del santuario che dovrà costruirgli: “Costruirete il tabernacolo con tutti gli arredi, esattamente secondo il modello che ti mostrerò” (Es.25,8-9). “Guarda e costruisci tutti questi oggetti secondo il modello che ti ho mostrato sulla montagna” (25,403). E quando Davide dà a suo figlio Salomone la pianta delle fondamenta del tempio, del tabernacolo e di tutti gli arredi lo assicura che ” tutto ciò… si trova esposto in uno scritto opera della mano dell’Eterno, che me ne ha dato la comprensione ” (Cron. 1,28,19). Di conseguenza ha visto il modello celeste.

Il più antico documento concernente l’archetipo di un santuario è l’iscrizione di Gudéa che si riferisce al tempio innalzato da lui a Lagash. Il re vede in sogno la dea Nidaba, che gli mostra un pannello su cui sono elencate le stelle benefiche, e un dio, che gli rivela la pianta del tempio. Anche le città hanno il loro prototipo divino. Tutte le città babilonesi avevano i loro archetipi in costellazioni: Sippar nel Cancro, Ninive nell’Orsa Maggiore, Assur in Arturo, ecc. Sennacherib fa costruire Ninive secondo “il progetto stabilito da tempi remotissimi nella configurazione del cielo”. Non soltanto un modello precede l’architettura terrestre, ma si trova anche in una “regione” ideale (celeste) dell’eternità. Lo proclama Salomone: “Tu mi hai ordinato di costruire il tempio nel tuo santissimo Nome, e anche un altare nella città in cui tu abiti, secondo il modello della tenda santissima, che tu avevi preparato fin dall’inizio!” (Sap. 9,8).

Una Gerusalemme celeste è stata creata da Dio prima che la città di Gerusalemme fosse costruita dalla mano dell’uomo: a quella si riferisce il profeta nell’Apocalisse Siriaca di Baruch, 2,42, 2-7: “Credi che sia là la città di cui ho detto: “Nella palma delle mie mani ti ho fondata”? La costruzione che si trova attualmente in mezzo a voi non è quella che è stata rivelata in me, quella che era preparata dal tempo in cui mi sono deciso a creare il Paradiso, e che ho mostrato ad Adamo prima della sua colpa…”.

La Gerusalemme celeste ha infiammato l’ispirazione di tutti i profeti ebrei: Tobia (13,16), Isaia (59,11 ss.), Ezechiele (60) ecc. Per mostrargli la città di Gerusalemme, Dio rapisce Ezechiele in una visione estatica, e lo trasporta su di una montagna altissima (60,6 ss.). E gli Oracoli Sibillini conservano il ricordo della Nuova Gerusalemme, al centro della quale risplende “un tempio con una torre gigantesca che tocca le nubi ed è vista da tutti”. Ma la più bella descrizione della Gerusalemme celeste si trova nell’Apocalisse (21,2 ss.): “E io, Giovanni, ho visto la città santa, la nuova Gerusalemme, che discendeva dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa che si è adornata per il suo sposo”.

Ritroviamo la stessa teoria in India: tutte le città regali indiane, anche moderne, sono costruite sul modello mitico della città celeste in cui abitava nell’età dell’oro (in illo tempore) il sovrano universale. E, proprio come quello, il re si sforza di far rivivere l’età dell’oro, di rendere attuale un regno perfetto, idea che ritroveremo nel corso del presente studio. Così, per esempio, il palazzo-fortezza di Sihagiri, a Ceylon, è costruito sul modello della città celeste Alakamanda, ed è “di difficile accesso per gli esseri umani” (Mabavastu, 39,2). Anche la città ideale di Platone ha un archetipo celeste (Rep. 592b, cfr. ibid., 500e). Le “forme” platoniche non sono astrali, ma la loro regione mitica si situa tuttavia su piani sopra-terreni (Fedro, 247,250). Così, il mondo che ci circonda, in cui si sente la presenza e l’opera dell’uomo – le montagne sulle quali vive, le regioni popolate e coltivate, i fiumi navigabili, le città, i santuari – hanno un archetipo extraterreno, concepito sia come una “pianta”, come una “forma”, sia semplicemente come un “doppio” esistente precisamente a un livello cosmico superiore. Ma non tutto, nel “mondo che ci circonda”, ha un prototipo di questa specie. Per esempio, le regioni desertiche abitate da mostri, i territori incolti, i mari sconosciuti su cui nessun navigatore ha osato avventurarsi ecc. non dividono con la città di Babilonia o con il nomo egiziano il privilegio di un prototipo differenziato. Essi corrispondono a un modello mitico ma di un’altra natura: tutte queste regioni selvagge, incolte, ecc. sono assimilate al caos; esse partecipano ancora della modalità indifferenziata, informe, precedente la creazione. Per questo, quando si prende possesso di un determinato territorio, cioè quando si comincia ad esplorarlo, si compiono riti che ripetono simbolicamente l’atto della creazione; la zona incolta è prima di tutto “cosmizzata”, poi abitata.

Ritorneremo fra poco sul significato delle cerimonie di presa di possesso delle zone di nuova scoperta. Per ora vogliamo sottolineare che il mondo che ci circonda, civilizzato dalla mano dell’uomo, ha, come unica validità, quella dovuta al prototipo extraterrestre che gli è servito di modello. L’uomo costruisce secondo un archetipo; non soltanto la sua città o il suo tempio hanno modelli celesti, ma anche tutta la regione che abita, con i fiumi che la bagnano, i campi che gli dànno il nutrimento, ecc. La carta di Babilonia mostra la città al centro di un vasto territorio circolare circondato dal fiume Amer, esattamente come i sumeri si raffiguravano il paradiso: questa partecipazione delle culture urbane a un modello archetipico conferisce loro la realtà e la validità. Lo stanziamento in una zona nuova, sconosciuta e incolta, equivale a un
atto di creazione. Quando i coloni scandinavi presero possesso dell’Islanda, land-nàma, e la dissodarono, non considerarono questo atto né come un’opera originale né come un lavoro umano e profano. La loro impresa era per essi soltanto la ripetizione di un atto primordiale: la trasformazione del caos in cosmo per opera dell’atto divino della creazione. Lavorando la terra desertica, essi ripetevano infatti l’atto degli dèi che ordinavano il Caos dandogli forme e norme. O meglio: una conquista territoriale diventa reale soltanto dopo, o più esattamente, per mezzo del rituale di presa di possesso, che è solo una copia dell’atto primordiale della creazione del mondo. Nell’India vedica un territorio veniva preso legalmente in possesso per mezzo della costruzione di un altare dedicato ad Agni. “Si dice che ci si è stanziati (avasyati) quando si è costruito un garbapatya, e tutti quelli che costruiscono l’altare del fuoco sono stanziati” (avasitah), dice il Catapatha Brahmana (7,1,1,1-4). Ma l’erezione di un altare dedicato ad Agni è precisamente l’imitazione microcosmica della creazione. Anzi, un qualunque sacrificio è, a sua volta, la ripetizione dell’atto della creazione, come affermano espIicitamente i testi indù. I “conquistadores” spagnoli e portoghesi prendevano possesso, in nome di Gesù Cristo, delle isole e dei continenti che avevano scoperto e conquistato. Il piantare la croce equivaleva a una “giustificazione” e alla “consacrazione” della zona, a una “nuova nascita”, che ripeteva anche il battesimo (atto di creazione). A loro volta i navigatori britannici prendevano possesso delle regioni che avevano conquistato in nome del re d’Inghilterra, nuovo cosmocrator.

L’importanza dei cerimoniali vedici, scandinavi o romani ci apparirà più chiaramente quando esamineremo in particolare il senso della ripetizione della creazione, l’atto divino per eccellenza. Per ora consideriamo solo un fatto: ogni territorio occupato con lo scopo di abitarvi o di utilizzarlo come “spazio vitale” è prima di tutto trasformato da “caos” in “cosmos”; cioè, per effetto del rituale gli viene conferita una “forma” che lo fa così divenire reale. Evidentemente la realtà si manifesta, per la mentalità arcaica, come forza, efficacia e durata. Perciò il reale per eccellenza è il sacro, poiché soltanto il sacro è in un modo assoluto, agisce efficacemente, crea e fa durare le cose. Gli innumerevoli gesti di consacrazione – degli spazi, degli oggetti, degli uomini, ecc. – tradiscono l’ossessione del reale, la sete del primitivo per l’essere.

* * *

Brano tratto da Il mito dell’eterno ritorno e presente su http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/mirceaeliade/archecel.htm, da http://groups.google.it/groups?hl=it&lr=&ie=UTF-8&selm=1fgwpxv.pji81w1s7a5bxN%25diegocuoghi%40spamcop.net

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I CICLI COSMICI E LA STORIA

di Mircea Eliade

Il significato acquisito dalla «storia» nel quadro delle diverse civiltà arcaiche non ci è mai rivelato così chiaramente come nella teoria del «grande tempo», cioè dei grandi cicli cosmici, che abbiamo segnalato di passaggio nel precedente capitolo. Dobbiamo riparlarne, poiché proprio in questo caso si precisano per la prima volta due orientamenti distinti: l’uno tradizionale, presentito (senza mai essere stato formulato con chiarezza) in tutte le culture «primitive», quello del tempo ciclico che si rigenera periodi-camente ad infìnitum; l’altro, «moderno», del tempo finito, frammento (sebbene se ciclico anch’esso) tra due infiniti atemporali.

Quasi ovunque queste teorie del «grande tempo» si ritrovano in unione al mito delle età successive, poiché l’«età dell’oro» si trova sempre all’inizio del ciclo, vicino all’illud tempus paradigmatico. Nelle due dottrine – quella del tempo ciclico infinito e quella del tempo ciclico limitato – questa età dell’oro è recuperabile, in altri termini, è ripetibile per un’infinità di volte nella prima dottrina, una sola volta nell’altra. Non ricordiamo questi fatti per il loro interesse intrinseco, che è senza dubbio considerevole, ma per chiarire il significato della «storia» dal punto di vista di ciascuna dottrina. Inizieremo dalla tradizione indù, perché proprio in essa il mito della ripetizione eterna ha trovato la sua formulazione più audace. La credenza nella distruzione e nella creazione periodica dell’universo si trova già nell’Atharva Veda (10,8, 39-40).

La conservazione di idee simili nella tradizione germanica (conflagrazione universale, ragnarók, seguita da una nuova creazione) conferma la struttura indo-ariana di questo mito, che può quindi essere considerato come una delle numerose varianti dell’archetipo esaminato nel capitolo precedente (le eventuali in fluenze orientali sulla mitologia germanica non distruggono necessariamente l’autenticità e il carattere autoctono del mito del ragnarók. Sarebbe d’altronde difficile spiegare perché gli indo-ariani non hanno condiviso anch’essi, dall’epoca della loro comune preistoria, la concezione del tempo con gli altri «primitivi»).

La speculazione indù, tuttavia, amplifica e orchestra i ritmi che comandano la periodicità delle creazioni e delle distruzioni cosmiche. L’unità di misura del ciclo più piccolo è lo yuga, l’«età». Uno yuga è preceduto e seguito da una «aurora» e da un «crepuscolo» che uniscono tra loro le «età». Un ciclo completo, o mahàyuga, si compone di quattro «età» di durata ineguale, con l’età più lunga all’inizio e la più corta alla fine. Così la prima «età», il krìta-yuga, dura quattromila anni, più quattrocento anni di «aurora» e altrettanti di «crepuscolo»; seguono poi tretà-yuga, di tremila anni, dvàpara-yuga di duemila anni e kàli-yuga di mille anni (più, ovviamente, le «aurore» e i «crepuscoli» corrispondenti). Quindi un mahàyuga dura dodicimila anni (Manu, 1, 69 ss.; Mahàbhàrata, 3, 12, 826). Alle diminuzioni progressive della durata di ogni nuovo yuga corrisponde, sul piano umano, una diminuzione della durata della vita, accompagnata da un rilassamento dei costumi e da un declino dell’intelligenza. Questa decadenza continua su tutti i piani – biologico, intellettuale, etico, sociale, ecc. – acquista più particolarmente rilievo nei testi puranici (cfr. per esempio Vàyu Puràna, 1,8; Vishnu Puràna, 6,3). II passaggio da uno yuga all’altro avviene, come abbiamo visto, durante un «crepuscolo» che segna un decrescendo anche all’interno di ciascuno yuga, poiché ciascuno di essi termina con un periodo di tenebre. A misura che ci si avvicina alla fine del ciclo, cioè alla fine del quarto e ultimo yuga, le «tenebre» si infittiscono. Il kali-yuga, quello nel quale ci troviamo attualmente, è considerato proprio l’«età delle tenebre». Il ciclo completo termina con una «dissoluzione», un pralaya, che si ripete in un modo più radicale (mahàpra-laya, la «grande dissoluzione») alla fine del millesimo ciclo. H. Jacobi ritiene a ragione che, nella dottrina originale, uno yuga equivaleva a un ciclo completo comprendente la nascita, il «logoramento» e la distruzione dell’universo. Una tale dottrina era d’altronde più vicina al mito archetipico, di struttura lunare, che abbiamo analizzato in altra sede. La speculazione ulteriore ha soltanto ampliato e riprodotto all’infinito il ritmo primordiale «creazione-distruzione-creazione», proiettando l’unità di misura, lo yuga, in cicli sempre più vasti. I dodicimila anni di un mahàyuga sono stati considerati come «anni divini», ciascuno con la durata di trecentosessant’anni, e questo da un totale di 4.320.000 anni per un solo ciclo cosmico. Mille di questi mahàyuga costituiscono un kalpa; 14 kalpa formano un manvantàra . Un kalpa equivale a un giorno della vita di Brahma; un altro kalpa a una notte. Cento di questi «anni» di Brahma costituiscono la sua vita. Ma questa considerevole durata della vita di Brahma non giunge però ad esaurire il tempo, poiché gli dèi non sono eterni e le creazioni e le distruzioni cosmiche si susseguono ad infinitum (d’altra parte altri sistemi di calcolo ampliano ancora, in ben più larga misura, le corrispondenti durate). Di tutta questa valanga di cifre, è necessario ricordare soltanto il carattere ciclico del tempo cosmico. Infatti assistiamo alla ripetizione infinita del medesimo fenomeno (creazione-distruzione-ricreazione) presentito in ogni yuga («aurora» e «crepuscolo»), ma realizzato completamente da un mahàyuga. La vita di Brahma comprende così 2.560.000 di questi mahàyuga, e ognuno di essi riprende le stesse tappe (kritatretadvàparakali) e finisce con un pralaya, un ragnarók (la distruzione «definitiva», nel senso di una regressione di tutte le forme in una massa amorfa che avviene alla fine di ogni kalpa al tempo del mahàpralaya).

Oltre al deprezzamento metafisico della storia – che, in proporzione e per il solo fatto della sua durata, provoca una erosione di tutte le forme, esaurendo la loro sostanza ontologica – e oltre al mito della perfezione degli inizi, che ritroviamo anche qui (mito del paradiso che viene gradualmente perduto, per il semplice fatto che si realizza, che prende forma e che dura), merita di fermare la nostra attenzione, in questa orgia di cifre, l’eterna ripetizione del ritmo fondamentale del cosmo: la sua periodica distruzione e la ricreazione. Da questo ciclo senza inizio né fine l’uomo può staccarsi solamente con un atto di libertà spirituale (poiché tutte le soluzioni soteriologiche indù si riducono alla liberazione preliminare dall’illusione cosmica e alla libertà spirituale).

Le due grandi eterodossie, il buddismo e il giainismo, accettano nelle sue grandi linee la stessa dottrina panindù del tempo ciclico e lo paragonano a una ruota con dodici raggi (questa immagine è già utilizzata nei testi vedici, cfr. Atharva Veda, 10,8,4; Rig Veda, 1,164,115, ecc). Il buddismo adotta come unità di misura dei cicli cosmici il kalpa (pàli: kappa), suddiviso in un numero variabile di «incalcolabili» (asamkheyya, pàli: asankheyya). Le fonti pàli parlano in generale di quattro asankheyya e di centomila kappa (cfr. per esempio Jàtaka, 1, p. 2); nella letteratura mahàyànica, il numero di «incalcolabili» varia tra 3, 7 e 33, e sono messi in relazione con il cammino del Boddhisattva nei differenti cosmi. La progressiva decadenza dell’uomo è segnata nella tradizione buddistica da una continua diminuzione della durata della vita umana. Così, secondo Dighanikàya, 2,2-7, all’epoca del primo Buddha, Vipassi, che fece la sua comparsa 91 kappa or sono, la durata della vita umana era di 80.000 anni; a quella del secondo Buddha, Sikhi (31 kappa or sono) di 70.000 anni, e così via. Il settimo Buddha, Gotama, fa la sua comparsa quando la vita umana è soltanto ormai di cento anni, cioè è ridotta al suo limite estremo (ritroveremo lo stesso motivo nelle apocalissi iraniche e cristiane). Quindi, per il buddismo, come per tutta la speculazione indù, il tempo è illimitato; e il Boddhisattva s’incarnerà, per annunciare la buona novella della salvezza, per tutti gli esseri, in aeternum. L’unica possibilità di uscire dal tempo, di spezzare il cerchio di ferro delle esistenze, è l’abolizione della condizione umana e la conquista del Nirvana. D’altra parte, tutti questi «incalcolabili» e tutti questi eoni senza numero hanno anche una funzione soteriologica; la semplice contemplazione del loro panorama terrorizza l’uomo e lo forza a convincersi che deve ricominciare miliardi di volte questa stessa esistenza evanescente e sopportare senza fine le stesse sofferenze, e questo ha per effetto di esacerbare la sua volontà di evasione, cioè di spingerlo a trascendere definitivamente la sua condizione di «esistente».

Le speculazioni indù sul tempo ciclico mostrano con una sufficiente insistenza il «rifiuto della storia». Sottolineiamo tuttavia una fondamentale differenza tra queste e le concezioni arcaiche; mentre l’uomo delle culture tradizionali rifiuta la storia per mezzo dell’abolizione periodica della creazione, rivivendo così incessantemente nell’istante atemporale degli inizi, lo spirito indù, nelle sue supreme tensioni, svilisce e respinge anche questa riattualizzazione del tempo aurorale, che non considera più come una soluzione efficace del problema della sofferenza. La differenza tra la visione vedica (quindi arcaica e «primitiva») e la visione mahàyànica del ciclo cosmico è, per usare una formula sommaria, quella stessa che distingue la posizione antropologica archetipica (tradizionale) dalla posizione esistenzialistica (storica). Il karma, legge della causalità universale, che, giustificando la condizione umana e spiegando l’esperienza storica, poteva essere generatore di consolazione per la coscienza indù prebuddistica, diventa col tempo il simbolo stesso della «schiavitù» dell’uomo. Per questo, nella misura in cui si propongono la liberazione dell’uomo, tutte le metafisiche e tutte le tecniche indù ricercano l’annullamento del karma. Ma se le dottrine dei cicli cosmici fossero state solamente una spiegazione della teoria della causalità universale, saremmo dispensati dal ricordarle in questa sede. La concezione dei quattro yuga apporta infatti un nuovo elemento: la spiegazione (e di conseguenza la giustificazione) delle catastrofi storiche, della decadenza progressiva della biologia, della sociologia, dell’etica e della spiritualità umana. Il tempo, per il semplice fatto che è durata, aggrava continuamente la condizione cosmica e implicitamente la condizione umana. Per il semplice fatto che noi viviamo attualmente nel kali-yuga, quindi in un’«età di tenebre», che progredisce sotto il segno della disgregazione e deve finire con una catastrofe, il nostro destino è di soffrire di più degli uomini delle «età» precedenti.

Ora, nel nostro momento storico, non possiamo dedicarci ad altre cose: tutt’al più (e qui si intravede la funzione soteriologica del kali-yuga e i privilegi che ci riserba una storia crepuscolare e catastrofica) possiamo svincolarci dalla servitù cosmica. La teoria indù delle quattro età è di conseguenza rinvigorente e consolante per l’uomo terrorizzato dalla storia. Infatti: 1) da una parte le sofferenze che gli vengono assegnate, poiché è contemporaneo della decomposizione crepuscolare, l’aiutano a comprendere la precarietà della sua condizione umana e facilitano così la sua liberazione; 2) d’altra parte la teoria convalida e giustifica le sofferenze di chi non sceglie di liberarsi, ma si rassegna a subire la sua esistenza, e questo per il fatto che ha coscienza della struttura drammatica e catastrofica dell’epoca nella quale gli è stato dato di vivere (o, più precisamente, di rivivere). Ci interessa particolarmente questa seconda possibilità per l’uomo di situarsi in un’«epoca di tenebre» e di fine ciclo; infatti la si ritrova in altre culture e in altri momenti storici. Sopportare di essere contemporaneo di un’epoca disastrosa, prendendo coscienza del posto occupato da quest’epoca nella traiettoria discendente del ciclo cosmico, è un atteggiamento che doveva soprattutto mostrare la sua efficacia nel crepuscolo della civiltà greco-orientale.

Non dobbiamo occuparci qui dei molteplici problemi che sollevano le civiltà orientali-ellenistiche. L’unico aspetto che ci interessa è la situazione che l’uomo di queste civiltà si scopre di fronte alla storia, e più precisamente di fronte alla storia che gli è contemporanea. Per questo non ci attarderemo sull’origine, la struttura e l’evoluzione dei diversi sistemi cosmologici, in cui il mito antico dei cicli cosmici viene ripreso e approfanprofondito, né sulle loro conseguenze filosofiche. Ricorderemo questi sistemi cosmologici – dai presocratici ai neopitagorici – solamente nella misura in cui danno una risposta al seguente problema: qual è il senso della storia, cioè della totalità delle esperienze umane provocate dalle fatalità geografiche, dalle strutture sociali, dalle congiunture politiche, ecc?

Notiamo fin dal principio che questo problema aveva un senso soltanto per una piccolissima minoranza nell’età delle civiltà ellenistico-orientali, soltanto per quelli che si trovavano svincolati dall’orizzonte della spiritualità arcaica. La stragrande maggioranza dei loro contemporanei viveva ancora, soprattutto all’inizio, sotto il regime degli archetipi; ne uscirà soltanto molto tardi (e forse mai in modo definitivo, come è il caso, per esempio, per le società agricole), durante forti tensioni storielle provocate da Alessandro e che terminano soltanto con la caduta di Roma. Ma i miti filosofici e le cosmologie più o meno scientifiche elaborate da questa minoranza, che comincia con i presocratici, conosce con il tempo un’immensa diffusione. Quella che era nel secolo V a.C. una gnosi difficilmente accessibile, diventa, quattro secoli dopo, una dottrina che consola centinaia di migliaia di uomini, come testimoniano per esempio il neopitagorismo e il neostoicismo nel mondo romano.

Certamente ci interessano tutte quelle dottrine greche e greco-orientali, fondate sul mito dei cicli cosmici, per il «successo» che hanno ottenuto in seguito e non per il loro merito intrinseco. Questo mito era ancora trasparente nelle prime speculazioni presocratiche. Anassimandro sa che tutte le cose sono nate e ritornano all’apeiron. Empedocle spiega con la supremazia alterna dei due princìpi opposti philia neikos le eterne creazioni e distruzioni del cosmo (cicli in cui si possono distinguere quattro fasi, un poco analoghe ai quattro «incalcolabili» della dottrina buddistica). La conflagrazione universale, l’abbiamo visto, viene accettata anche da Eraclito.

Per quanto riguarda l’«eterno ritorno» – la ripresa periodica da parte di tutti gli esseri delle loro esistenze anteriori – vi è in esso uno dei rari dogmi di cui sappiamo, con una certa sicurezza, che appartenevano al pitagorismo primitivo (Dicearco, citato da PorfirioVita Pyth., 19). Infine, secondo recenti ricerche, mirabilmente condotte e sintetizzate da J. Bidez, sembra sempre più probabile che almeno determinati elementi del sistema platonico siano di origine irano-babilonese. Ritorneremo su queste eventuali influenze orientali; per ora ci soffermiamo sull’interpretazione data da Platone del mito del ritorno ciclico, più precisamente nel testo fondamentale, il Politico, 269c ss. Platone trova la causa della regressione e delle catastrofi cosmiche in un duplice movimento dell’universo, di «…questo universo, che è il nostro… talvolta la divinità guida l’insieme della sua risoluzione circolare, talvolta l’abbandona a se stesso, una volta che le rivoluzioni hanno raggiunto in durata la misura che spetta a questo universo; esso ricomincia allora a girare nel senso opposto, di suo proprio movimento…». Il cambiamento di direzione è accompagnato da giganteschi cataclismi: «Le distruzioni più considerevoli, sia fra gli animali in generale che nel genere umano, di cui, come è giusto, non sopravvive che un piccolo numero di rappresentanti» (270c). Ma questa catastrofe è seguita da una paradossale «rigenerazione». Gli uomini si mettono a ringiovanire; «i bianchi capelli dei vegliardi ritornano neri», ecc, mentre quelli che erano in pubertà cominciano a diminuire di giorno in giorno in statura, per ritornare alle dimensioni del fanciullo appena nato, fintanto che, «continuando ormai a consumarsi, si annienteranno totalmente. I cadaveri di quelli che allora morivano «scomparivano completamente, senza lasciare tracce visibili, in un piccolo numero di giorni» (270e). Allora nacque la razza dei «figli della terra» (gegeneis), il cui ricordo è stato conservato dai nostri antenati (27la). In quest’epoca di Cronos non vi erano né animali selvatici né inimicizie tra gli animali (27le). Gli uomini di quest’epoca non avevano né mogli né figli: «Nell’uscire dalla terra ritornavano tutti alla vita, senza aver conservato nessun ricordo delle condizioni anteriori della loro esistenza». Gli alberi davano loro frutti in abbondanza ed essi dormivano nudi sul suolo, senza aver bisogno di letti, perché allora le stagioni erano miti (272a).

Il mito del paradiso primordiale, evocato da Platone, trasparente nelle credenze indù, è conosciuto sia dagli ebrei (per esempio, illud tempus messianico in Is. 11,6,8; 65,25) che dalle tradizioni iraniche (Dinkard, 7,9,3-5, ecc.) e greco-latine. D’altronde esso si inquadra perfettamente nella concezione arcaica (e probabilmente universale) degli «inizi paradisiaci», che ritroviamo in tutte le valorizzazioni dell’illud tempus primordiale. Non è certo sorprendente che Platone riproduca tali visioni tradizionali nei dialoghi dell’epoca della sua vecchiaia; l’evoluzione stessa del suo pensiero filosofico lo costringeva a riscoprire le categorie mitiche. Aveva certamente a portata di mano il ricordo dell’«età dell’oro» di Cronos nella tradizione ellenica (cfr. per esempio le quattro età descritte da EsiodoErga, 110 ss.). Del resto, questa constatazione non ci impedisce affatto di riconoscere, anche nel Polìtico, certe influenze babilonesi; quando, per esempio, Platone imputa i cataclismi periodici alle rivoluzioni planetarie, spiegazione che alcune recenti ricerche fanno derivare dalle speculazioni astronomiche babilonesi, rese più tardi accessibili al mondo ellenico dalle Babiloniche di Beroso. Secondo il Timeo, le catastrofi parziali sono dovute alla deviazione planetaria (cfr. Timeo, 22d e 23e, diluvio ricordato dal sacerdote di Sais), mentre il momento della riunione di tutti i pianeti è quello del «tempo perfetto» (Timeo, 39d), cioè alla fine del «grande anno».

Come nota J. Bidez, «l’idea che sia sufficiente ai pianeti di mettersi tutti in congiunzione per provocare un capovolgimento universale è sicuramente di origine caldea». D’altra parte Platone sembra anche conoscere la concezione iranica, secondo la quale queste catastrofi hanno per scopo la purificazione del genere umano (Timeo, 22d). Gli stoici riprendevano per i loro fini le speculazioni sui cicli cosmici, insistendo sia sull’eterna ripetizione (per esempio, Crisippo, framm. 623-627), sia sul cataclisma, ekpyrosis, con il quale terminano i cicli cosmici (già secondo Zenone, framm. 98 e 109 von Arnim).

Ispirandosi a Eraclito, o direttamente alla gnosi orientale, lo stoicismo volgarizza tutte queste idee in relazione con il «grande anno» e con il fuoco cosmico (ekpyrosis), che pone fine periodicamente all’universo per rinnovarlo. Col tempo, i motivi dell’«eterno ritorno» e della fine del «mondo» finiscono per dominare tutta la cultura greco-romana. Il rinnovamento periodico del mondo (metacosmesis) era d’altra parte una dottrina favorita del neopitagorismo, il quale, come ha dimostrato J. Carcopino, divideva con lo stoicismo i suffragi della totalità della società romana dei secoli II e I a.C. Ma l’adesione al mito dell’«eterna ripetizione», e a quello dell’apokatastasis (il termine penetra nel mondo ellenico dopo Alessandro Magno), sono due posizioni filosofiche che lasciano intravedere un atteggiamento antistorico molto fermo, e anche una volontà di difesa contro la storia. Ci soffermeremo su ciascuno di essi.

Abbiamo osservato nel capitolo precedente che il mito dell’eterna ripetizione, come è stato reinterpretato dalla speculazione greca, ha il senso di un supremo tentativo di «statizzazione» del divenire, d’annientamento dell’irreversibilità del tempo. Poiché tutti i momenti e tutte le situazioni del cosmo si ripetono all’infinito, la loro evanescenza si rivela in ultima analisi come apparente; nella prospettiva dell’infinito, ogni momento e ogni situazione restano fermi e acquistano così il regime ontologico dell’archetipo. Quindi, fra tutte le forme di divenire, anche il divenire storico è saturo di essere. Dal punto di vista dell’eterna ripetizione, gli avvenimenti storici si trasformano in categorie e ritrovano così il regime ontologico che possedevano nell’orizzonte della spiritualità arcaica.

In un certo senso si può anche dire che la teoria greca dell’eterno ritorno è l’ultima variante del mito arcaico della ripetizione di un gesto archetipico, proprio come la dottrina platonica delle idee era l’ultima versione della concezione dell’archetipo, e addirittura la più elaborata. Vale la pena di sottolineare che queste due dottrine hanno trovato la loro espressione più completa all’apogeo del pensiero filosofico greco. Ma soprattutto il mito della conflagrazione universale ha ottenuto un successo notevole in tutto il mondo greco-orientale.

Sembra sempre più probabile che il mito di una fine del mondo per mezzo del fuoco, da cui i buoni usciranno incolumi, sia di origine iranica (cfr. per esempio Bundahishn, 30,18), almeno sotto la forma conosciuta dai «magi occidentali» che, come ha dimostrato Cumont, l’hanno diffuso in Occidente. Lo stoicismo, gli Oracoli sibillini (per esempio, 2,253) e la letteratura giudeo-cristiana fanno di questo mito la base stessa della loro apocalisse e della loro escatologia. Per curioso che possa sembrare, questo mito era confortante; infatti il fuoco rinnova il mondo, per mezzo suo verrà restaurato un «mondo nuovo, sottratto alla vecchiaia, alla morte, alla decomposizione e alla putredine, che vivrà eternamente, che crescerà eternamente, quando i morti risusciteranno, l’immortalità sarà data ai vivi e il mondo si rinnoverà, secondo i desideri» (Yasht, 19,14,89, trad. Darmesteter). Si tratta quindi di una apokatastasis da cui i buoni non hanno nulla da temere. La catastrofe finale porrà termine alla storia, e quindi reintegrerà l’uomo nell’eternità e nella beatitudine.

Le recenti ricerche di F. Cumont e di H.S. Nyberg sono giunte a rischiarare un poco l’oscurità dell’escatologia iranica e a precisarne le influenze sull’apocalisse giudeo-cristiana. Come l’India (e, in un certo senso, la Grecia), l’Iran conosceva il mito delle quattro età cosmiche. Un testo mazdeo andato perduto, il Sudkarnask (il cui contenuto è stato conservato in Dìnkart, 9, 8), parlava di quattro età: d’oro, d’argento, di acciaio e di «misto di ferro». Gli stessi metalli sono ricordati all’inizio del Bahman-yasht (1,3), che descrive tuttavia poco dopo (2,14) un albero cosmico a sette bracci (d’oro, d’argento, di bronzo, di rame, di stagno, d’acciaio e di un «miscuglio di ferro»), che corrisponde alla settuplice storia mitica dei persiani. Questa ebdomada cosmica è senza dubbio costituita in relazione con le dottrine astrologiche caldee in cui ciascun pianeta «domina» un millennio.

Ma il mazdeismo aveva proposto ben prima, per l’universo, una durata di 9000 anni (3×3000) mentre lo zervanismo, come ha mostrato Nyberg, ha portato il limite massimo della durata di questo universo a 12.000 anni. Nei due sistemi iranici – come d’altronde in tutte le dottrine dei cicli cosmici – il mondo terminerà per mezzo del fuoco e dell’acqua, per pyrosim et cataclysmum, come più tardi scriverà Firmico Materno (3,1). Che nel sistema zervanita il «tempo illimitato», zrvan akarana proceda e segua i 12.000 anni del «tempo limitato» creati da Ormazd; che in questo sistema «il tempo sia più potente delle due creazioni» {Bundahishn, c. l)15, cioè delle creazioni di Ormazd e di Ahriman; che di conseguenza Zrvan akarana non sia stato creato da Ormazd e non gli sia quindi subordinato – sono problemi che possiamo dispensarci dall’affrontare in questa sede. Vogliamo soltanto sottolineare che nella concezione iranica, sia o no seguita dal tempo infinito, la storia non è eterna; essa non si ripete, ma terminerà un giorno per opera di una ekpyrosis e di un cataclisma escatologici, poiché la catastrofe finale, che porrà fine alla storia, sarà nello stesso tempo un giudizio su questa storia. Allora – in illo tempore – tutti renderanno conto di quello che avranno fatto «nella storia» e soltanto quelli che non saranno colpevoli conosceranno la beatitudine e l’eternità.

Windisch ha mostrato l’importanza di queste idee mazdee per l’apologista cristiano Lattanzio. Il mondo fu creato da Dio in sei giorni, e il settimo si riposò; per questo, il mondo durerà sei eoni, durante i quali «il male vincerà e trionferà» sulla terra. Durante il settimo millennio il principe dei demoni verrà incatenato e l’umanità conoscerà mille anni di riposo e di giustizia completa. Dopo ciò il demonio si libererà dalle sue catene e riprenderà la guerra contro i giusti; ma infine sarà vinto e, all’inizio dell’ottavo millennio, il mondo verrà ricreato per l’eternità. Evidentemente questa suddivisione della storia in tre atti e in otto millenni era conosciuta anche dai chiliasti cristiani, ma non si può mettere in dubbio la sua struttura iranica, anche se una simile visione escatologica della storia è stata diffusa in tutto l’Oriente mediterraneo e nell’impero romano dalle gnosi greco-orientali. Una serie di calamità annuncerà l’avvicinarsi della fine del mondo e la prima tra queste sarà la caduta di Roma e la distruzione dell’impero romano, previsione frequente nell’apocalisse giudeo-cristiana, ma che era conosciuta anche dagli iranici. La sindrome apocalittica è d’altronde comune a tutte queste tradizioni. Lattanzio, proprio come il Bahman-yasht, annuncia che «l’anno verrà accorciato, il mese diminuirà, e il giorno si contrarrà», visione del deterioramento cosmico e umano che abbiamo ritrovato anche in India (in cui la vita umana passa da 80.000 a 100 anni) e che le dottrine astrologiche hanno resa popolare nel mondo greco-orientale. Allora le montagne crolleranno e la terra diventerà liscia, gli uomini desidereranno la morte, invidieranno i morti, e soltanto un decimo di loro sopravviverà. «È un tempo», scrive Lattanzio (Instit., 7,17, 9)21, «in cui la giustizia sarà rigettata e l’innocenza sarà odiosa, in cui i malvagi eserciteranno le loro ruberie ostili contro i buoni, in cui l’ordine, la legge e la disciplina militare non verranno più rispettati, in cui nessuno rispetterà i capelli bianchi, compirà i propri doveri di pietà, avrà compassione della donna o del fanciullo, ecc». Ma dopo questo stadio precorritore discenderà il fuoco purificatore che annienterà i malvagi e sarà seguito dal millennio di beatitudine che attendevano anche i chiliasti cristiani e che avevano già annunciato Isaia e gli Oracoli sibillini. Gli uomini conosceranno una nuova età dell’oro, che durerà sino alla fine del settimo millennio: infatti dopo quest’ultima lotta, una ekpyrosis universale riassorbirà l’intero universo nel fuoco e questo permetterà la nascita di un mondo nuovo, giusto, eterno e felice, non sottomesso agl’influssi astrali e liberato dal regno del tempo.

Anche gli ebrei limitavano la durata del mondo a sette millenni (cfr. per esempio Testamentum AbrahamiEthica Enochi, ecc), ma i rabbini non incoraggiarono mai la determinazione della fine del mondo con il calcolo matematico. Si accontentarono di precisare che una serie di calamità cosmiche e storiche (carestie, siccità, guerre, ecc.) annuncerà la fine del mondo. Poi verrà il Messia: i morti risusciteranno (Is. 26,19), Dio vincerà la morte e ne seguirà il rinnovamento del mondo (Is. 65,17; anche Jubil, 1,29, parla di una nuova creazione). Ritroviamo anche qui, come ovunque nelle dottrine apocalittiche ricordate sopra, il motivo tradizionale della decadenza estrema, del trionfo del male e delle tenebre, che precedono il cambiamento di Eone e il rinnovamento del cosmo.

Un testo babilonese tradotto da A. Jeremias, prevede in questo modo l’apocalisse: «Quando queste cose avverranno nel ciclo, allora quello che è limpido diventerà opaco e quello che è pulito diventerà sporco, la confusione si estenderà sulle nazioni, non si sentiranno più preghiere, gli auspici si mostreranno sfavorevoli…». «Sotto un tale regno gli uomini si divoreranno tra loro e venderanno i loro figli per denaro, lo sposo abbandonerà la sua sposa e la sposa il suo sposo, e la madre chiuderà la porta alla propria figlia». Un altro inno annuncia che allora il sole non sorgerà più, la luna non apparirà più, ecc.

Ma nella concezione babilonese questo periodo crepuscolare è sempre seguito da una nuova aurora paradisiaca. Spesso, come c’era da aspettarsi, il periodo paradisiaco si apre con l’intronizzazione di un nuovo sovrano. Assurbanipal si considera come un rigeneratore del cosmo, poiché «dopo che gli dèi, nella loro bontà, mi hanno posto sul trono dei miei padri, Adad ha mandato la sua pioggia…, il grano è spuntato…, il raccolto è stato abbondante…, le man drie si sono moltiplicate, ecc…». Nebuchadrezzar dice di se stesso: «Io faccio in modo che vi sia un regno di abbondanza, anni di esuberanza, di prosperità nel mio paese». In un testo ittita Murshilish si esprime così sul regno di suo padre: «…Sotto di lui tutto il territorio di Khatti prosperò, durante il suo regno si moltiplicarono la gente, il bestiame, le pecore».

La concezione è arcaica e universale; la si ritrova in Omero, in Esiodo, nell’antico Testamento, in Cina, ecc. Molto semplicemente si potrebbe dire che, sia per gli iranici che per i giudei e i cristiani, la «storia» assegnata all’universo è limitata e che la fine del mondo coincide con l’annientamento dei peccati, con la risurrezione dei morti e la vittoria dell’eternità sul tempo. Ma anche se questa dottrina diventa sempre più popolare nel secolo I a.C. e nei primi secoli d.C, non giunge a eliminare definitivamente la dottrina tradizionale della rigenerazione periodica del tempo per mezzo della ripetizione annuale della creazione.

Abbiamo visto nel capitolo precedente che vestigia di questa dottrina si sono conservate presso gli iranici fino a una data avanzata del medioevo. Dominante anche nel giudaismo premessianico, questa dottrina non è quindi mai stata totalmente abolita, poiché gli ambienti rabbinici esitavano a precisare la durata fissata da Dio al cosmo, e si accontentavano di affermare che l’ìllud tempus un giorno sarebbe certamente giunto. Nel cristianesimo, d’altra parte, la tradizione evangelica lascia già intendere che BASILEIA TOU TEOU è già presente «in mezzo» (ENTOS) a quelli che credono, e che di conseguenza l‘illud tempus è eternamente attuale e accessibile a chiunque, in qualsiasi momento, per metànoia. Siccome si tratta di una esperienza religiosa totalmente diversa dall’esperienza tradizionale, poiché si tratta della «fede», la rigenerazione periodica del mondo si traduce nel cristianesimo in una rigenerazione della persona umana. Ma per colui che partecipa a quell’eterno nunc del regno di Dio, la «storia» cessa in maniera totale, come per l’uomo delle culture arcaiche che l’abolisce periodicamente. Di conseguenza anche per il cristiano la storia può essere rigenerata da ogni credente in particolare e attraverso di lui, anche prima della seconda venuta del Salvatore, quando essa cesserà in un modo assoluto per tutta la creazione.

Un’adeguata discussione sulla rivoluzione introdotta dal cristianesimo nella dialettica dell’abolizione della storia e dell’evasione dal dominio del tempo, ci condurrebbe troppo al di là dei limiti di questo saggio. Notiamo solamente che, anche nel quadro delle tre grandi religioni iranica, giudaica e cristiana, che hanno limitato la durata del cosmo a un certo numero di millenni, e affermano che la storia cesserà definitivamente in illo tempore, sussistono tuttavia tracce dell’antica dottrina della rigenerazione periodica della storia. In altri termini, la storia può essere abolita, e di conseguenza rinnovata, un numero considerevole di volte prima della realizzazione dell’eschatonfinale. L’anno liturgico cristiano è infatti fondato su di una ripetizione periodica e reale della natività, della passione, della morte e della risurrezione di Gesù, con tutto ciò che questo dramma mistico comporta per un cristiano, cioè la rigenerazione personale e cosmica attraverso la riattualizzazione in concreto della nascita, della morte e della risurrezione del Salvatore.

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Tratto da http://etradizione.altervista.org/articoli/ciclicosmicistoria/ciclicosmicistoria.htm e http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/mirceaeliade/ciclistoria.htm

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(Fonte: http://www.centrostudilaruna.it)

LA SOFFERENZA DELLA TERRA: IL PROBLEMA DELLA SOVRAPPOPOLAZIONE NEI MITI INDIANI, IN IRAN E NELLA GRECIA ANTICA

di Rosa Ronzitti

1. Il motivo della “guerra di spopolamento” rappresenta un caso di concordanza greco-indiana da tempo noto agli studiosi (1): tanto le saghe di Troia e di Tebe quanto il grande scontro fra Pāṇḍava e Kaurava erano infatti motivati, sub specie divina, come interventi volti a riequilibrare il rapporto fra popolazione e ambiente. Sebbene in India tale motivo appaia ben sviluppato solo a partire dal Mahābhārata, passando poi, con vari adattamenti, ai Puraṇa, è stato opportunamente rilevato come la concezione di una terra (sop)portatrice del peso di uomini e cose sia già ben presente nel R̥gveda(RV) e nell’Atharvaveda (AV) . Qui gli elementi che gravano sulla terra sono “montagne” (RV V 84.1; AV-VI 17.3), “alberi” (RVX 60.9; AVIV 26.5; VI 17.2), “uomini” (AV IV26.5; XII 1.15), “colonne sacrificali”(RV X 18.12); la terra è inoltre “portatrice di tutto”, viśvaṃbharā́ (AV XII 1.6). Prevale, in questi passi, l’uso della radice bhar-, da intendersi nella triplice, pregnante accezione di “portare, generare, sopportare”. La differenziazione talora individuabile in vedico fra “terra divina, animata”(pr̥thivī́ ) e “suolo”(bhū́mi-) (2) rende possibile che la terra sopporti il peso di se stessa,come in RV VII 34.7:

úd asya śúṣmād bhānúr nā́rta bíbharti bhārám pr̥thivī́ nà bhùma//
“Come un raggio di sole [si irradia], così [il sacrificio] si è irradiato dalla sua energia; porta il peso come la terra il suolo”.

In questa stanza la sopportazione della terra è assunta come elemento topico di similitudine, non diversamente che in AV VI 17, un incantesimo per scongiurare l’aborto il cui refrain suona:

yátheyám pr̥thivī́ mahī́ dadhara ….
evā́ te dhriyatāṃ gárbho ánu sū́tuṃ sávitave
“Come questa grande terra porta saldamente [l’embrione, gli alberi, le montagne, gli esseri viventi], così il tuo embrione rimanga saldo [nel grembo] dopo il concepimento perché possa nascere!”.

Il passo più interessante è però offerto da AV XII.I,il celebre inno in cui la terra, dedicataria del componimento, viene definita “paziente” (str. 29):

vimŕ̥gvarīṃ pr̥thivī́m ā́ vadāmi/ kṣamā́ṃ bhū́miṃ bráhmaṇā vāvr̥dhānā́m//
“La terra pura invoco, il suolo paziente, accresciuto dalla formula sacra”.

Si tratta della prima attestazione in antico indiano dell’aggettivo kṣamá– “paziente, sofferente”, corradicale di kṣam- “soffrire”(RV+). La menzione di kṣamá- accanto a pr̥thivī́ e a bhū́mi- rivela la volontà di trovare un’etimologia per kṣám- (nom. kṣā́ḥ), il nome indoeuropeo della “terra”, qui assente ma in realtà suggerito dall’unione del significante kṣamā́m con i significati di pr̥thivī́ bhū́mi-. La “terra” porta quindi scritto nel suo stesso nome (kṣám-) quell’atteggiamento “paziente” (kṣamá-) che la caratterizza nella fatica, quotidiana ed eterna, di (sop)portare il peso di tutte le creature. Nella lingua classica, peraltro, molti epiteti sostitutivi del nome, quali dharaṇī, dharitrī, bhāratī, “la portatrice”, e lo stesso kṣamā si riferiscono al compito cui la terra è stata destinata.

2. Nel Mahābhārata il tema del delicato equilibrio fra popolazione e ambiente è centrale: la terra in persona si reca presso gli dèi per chiedere di essere alleggerita dal peso eccessivo degli uomini, cresciuti a dismisura; gli dèi le promettono allora di scatenare un sanguinoso conflitto che spopolerà il mondo. Il noto motivo, che è ritenuto già indoeuropeo se non addirittura indomediterraneo (vd. par. 6), assume molte implicazioni nella letteratura epica e puranica e si intreccia con il mito del diluvio.
Le testimonianze del Mahābhārata sono molteplici; si offre di seguito uno specimen dei luoghi significativi (3):

a. I.58: La terra, grazie all’opera di Rāma, prospera sotto il dharma. Gli uomini si moltiplicano, ma anche gli Asura, incarnatisi nelle più diverse creature, crescono di numero. La terra non può più sopportare il suo stesso peso e si reca da Brahmā chiedendo di essere alleviata. Brahmā esorta gli dèi a scendere sulla terra e a sterminare gli Asura;

b. III.42: Arjuna riceve la verga da Yama (il dio della morte) con il compito di alleggerire la terra;

c. III.141 (ed. Bombay) (4): Lomaśa racconta a Yudhiṣṭhira che Viṣṇu, in forma di cinghiale, riportò in superficie la terra, sprofondata nell’oceano a causa del peso delle troppe creature che avevano cessato di morire perché Yama, dio della morte, non esercitava il suo ufficio;

d. III.186: Mārkaṇḍeya narra che alla fine di ogni kalpa i costumi morali e religiosi decadono; troppi uomini nascono, un grande diluvio è necessario per purificare la terra (non si fa però esplicito accenno alla “sofferenza”);

e. VII.52-54(ed.Bombay)(5), XII.248-250: Bhīṣma spiegaa Yudhiṣṭhira l’origine della morte. In principio Brahmā dovette bruciare le creature moltiplicatesi in eccesso perché la terra in persona, oppressa dal loro peso, gli disse che aveva paura di affondare; in seguito il dio risolse ogni problema creando la morte, donna bellissima le cui lacrime di compassione verso gli esseri viventi generano disgrazie e malattie;

f. XI.8: Vyāsa consola Dhr̥tarāṣṭra, prostrato dalla guerra e dallo sterminio dei figli, spiegandogli che ciò avviene per una necessità superiore: la terra ha chiesto di essere alleviata dal peso degli uomini;

g. XII.202: Viṣṇu, incarnandosi in cinghiale, salva la terra oppressa dagli Asura e dai Dānava.

Dai numerosi accenni contenuti nel poema risulta che l’alleggerimento della terra non è solo motivazione contingente della guerra in atto sulla piana di Kuru: esso si è ripetuto all’inizio dei tempi, nella mitica età chiamata Kr̥ta(brano c) o quando ancora la morte non esisteva e Brahmā dovette crearla non per odio verso le creature ma per necessità di liberare il mondo (e). L’ineluttabilità della morte è argomento di consolazione per il re Anukampaka, incapace di accettare la scomparsa del figlio(e), e per Dhr̥tarāṣṭra(f), che, solo dopo aver ascoltato le sagge parole di Vyāsa, è in grado di inscrivere la propria disgrazia in un più vasto piano cosmico che il dolore gli impediva di riconoscere:

mahatā śokajālena praṇunno’ smidvijottama/ nātmānam avabudhyāmi muhyamāno muhurmuhuḥ 

“Sono spinto [a parlare così] dalla grande trappola del dolore (6), o supremo fra gli esseri nati due volte! Essendo sempre confuso non percepisco me stesso!” (XI.8.46).

In alcune versioni del mito la terra manifesta la paura di “sprofondare” nelle acque oceaniche:

iyaṃ hi māṃ sadā devī bhārārtā samacodayat/ saṃhārārthaṃ mahādeva bhāreṇāpsu nimajjati// 

“La dea terra, continuamente afflitta dal peso [delle creature], mi spinse, o Mahādeva, a distruggerle, poiché a causa del peso le sembrava di sprofondare nelle acque” (XII.249.4) (7);

oppure essa sprofonda e, dall’abisso oceanico, è costretta a chiedere l’aiuto di Viṣṇu, il quale, assunto l’avatāra del cinghiale (varāhā­vatāra) (8), scende sul fondo dell’oceano per salvarla riportandola in superficie (9):

idaṃ dvitīyam aparaṃ viṣṇoḥ karma prakāśate/ naṣṭā vasumatī kr̥tsnā pātāle caiva majjitā/ punar uddhāritā tena vārāhenaikaśr̥ṅgiṇā/

“Anche qui si vede un altro fatto di Viṣṇu. Una volta la terra, essendo andata perduta ed essendo sprofondata nelle regioni inferiori, fu riportata a galla da lui, che aveva la forma di un cinghiale con un solo corno” (III.141. rr. 56-57) (10).

Il lettore appena esperto di cose sanscrite non potrà non individuare alcuni punti di contatto fra il nostro mito e quello, assai celebre, del diluvio (11), che proprio nel Vana Parvan conosce una delle sue versioni più antiche ed estese (quella riportata in d): come il sovrappopolamento della terra, così il diluvio è una catastrofe che sancisce ciclicamente la fine di ogni grande epoca cosmica, una sorta di gigantesca opera di pulizia necessaria alla rigenerazione dell’universo; al pari del sovrappopolamento, anche il diluvio è un evento inevitabile, privo di motivazioni etiche, pur se preceduto da segnali di decadenza e corruzione. Al termine di ogni kalpa, narra infatti il Vana Parvan, il mondo appare capovolto: i bramani trascurano gli studi, i servi studiano i Veda, i malvagi governano la terra. La popolazione cresce in misura eccessiva: le donne hanno troppi bambini e troppo precocemente. Una grande siccità inizia a pervadere la terra e, subito dopo, un diluvio della durata di dodici anni la sommerge. Un solo uomo sopravvive, Manu (il Noè indiano), che, grazie alla guida di un pesce (poi rivelatosi essere Brahmā), porta l’arca (12) sulla sommità del Himālaya.

3. Un secondo punto di contatto fra i due miti si trova attestato nelle versioni puraniche del diluvio, laddove risulta che la motivazione per cui la terra è sprofondata nelle acque non è quella del moltiplicarsi delle creature (come nel passo testé citato di Mbh III.141), bensì il diluvio stesso. Pensiamo al lungo “discorso” del Bhāgavata Purāṇa (III.13), nel quale Manu chiede a Brahma di far riemergere la terra e il sommo creatore invia il cinghiale (Viṣṇu) affinché la riporti in superficie sulla punta del suo corno. Nel Matsya Purāṇa, poi, il pesce-Viṣṇu mostra a Manu una nave destinata a ospitare e a preservare dall’inondazione le quattro specie degli esseri viventi, nati dal sudore, dall’uovo, dal germoglio e dalla placenta. Secondo la convincente interpretazione di Paolo Magnone questa nave è la terra stessa. Si dice infatti nel Bhāgavata Purāṇa che Viṣṇu, durante il diluvio, assunse la forma di pesce e salvò Manu facendolo salire su una “nave tellurica” (naur mahīmayī, I.3.15). Il Viṣṇudharmottara Purāṇa, poi, narra che la terra, personificata nella dea Satī, divenne una nave e portò con sé i semi di tutte le cose, sfuggendo all’inondazione scatenata da Śiva (1.75.9-10). Giustamente, dunque, il Magnone conclude che “la nave non è un semplice manufatto umano, la nave è la terra stessa nella sua forma ‘diluviale”.
Ci chiediamo se le tradizioni epica e puranica non dipanino un intreccio già antico, che conteneva in nuce i fili dei due miti: quello della sovrappopolazione e quello del diluvio. Si pensi alla bella similitudine rigvedica che apparenta la terra a una nave carica e vacillante al soffio impetuoso dei venti, cfr.V 59.2ab:

ámād eṣām bhiyás ābhū́mir ejati naúr ná pūrṇā́ kṣarati vyáthir yatī́/
“Per l’impeto di quelli [i Marut], per la paura la terra si scuote, scivola come una nave carica che va vacillante”.

“Come una nave” è espressione destinata a ripetersi nella letteratura posteriore; cfr. Viṣṇu Purāṇa (I.4.45-46): evaṃ saṃstūyamāno ’tha paramātmā mahīdharaḥ/ ujjahāra kṣitiṃ kṣipraṃ nyastavāṃś ca mahārṇave// tasyopari samudrasya mahatī naur iva sthitā/ vitatatvāc ca dehasya na mahī yāti samplavam//

“L’essere supremo, sostenitore della terra, così lodato, la sollevò velocemente e la pose sul grande oceano; sulla cima del mare quella galleggia come una possente nave e grazie alla sua vasta superficie non sprofonda al di sotto delle acque”,

e ancora lo Skanda (II.2.3.9):

ekārṇave mahāghore naur iva kṣetram īkṣyate 

“Sull’unica, formidabile onda(13) la terra appare come una nave” (14).

3.1. Nella variante del Viṣṇudharmottara Purāṇa prima citata, la dea Satī, moglie di Śiva e personificazione della terra, racchiude in sé i semi di tutte le cose. La valenza generativa implicita in questa narrazione (la terra si prepara a ridare vita, dopo il diluvio, alle creature) è certo presente anche nell’episodio del varāhāvatāra: al contatto con la zanna del cinghiale il suolo pregno d’acqua viene fecondato (15). Di nuovo, non mancano punti in comune con il mito dell’alleviamento: secondo la versione del Kālikā Purāṇa, infatti, la terra, preso l’aspetto di una leggiadra cinghialessa, amoreggiò a lungo con Viṣṇu (capp. XXX e XXXl) (16). Dall’amore nacquero tre cinghialetti, ma la terra e l’intero universo non potevano sopportare più il peso di Viṣṇu: la terra cominciò a incrinarsi nel mezzo, squassata dai colpi degli zoccoli del cinghiale. Gli dèi corsero allora a supplicare Viṣṇu di non opprimere più la sua consorte. Non il peso degli uomini, ma il peso del dio (cioè la sua energia sessuale) concorre questa volta a turbare l’equilibrio cosmico.

4. La sorprendente somiglianza fra gli scolî ad Iliadem I 5 e i passi del Mahābhārata ha sollecitato da tempo l’attenzione degli studiosi in prospettiva della ricostruzione di una cultura indoeuropea e indomediterranea. I testi greci mettono in luce somiglianze e differenze fra la tradizione greca e quella indiana. La testimonianza più antica (VII sec. a. C.) è notoriamente l’incipit dei Cipria, conservato dallo scoliasta omerico a commento di Il. I 5. Spiegan­do il significato dell’espressione Διὸς δ᾽ἐτελείετο βουλή “volere di Zeus si compiva” (che è preceduta dall’accenno alla fine impietosa di molti eroi sul campo di battaglia), lo scolio del Venetus A racconta che il volere di Zeus consistette nella decisione di alleviare la terra:

ἄλλοι δὲ απὸ ἱστορίας τινὸς εἶπον εἰρηκέναι τὸν Ὅμηρον· φασὶγὰρ τὴνΓῆν βαρουμένην υπὸἀνθρώπων πολυπληθείας, μηδεμιᾶς ἀνθρώπων οὔσης εὐσεβείας, αἰτῆσαι τὸν Δία κουφισθῆναι τοῦ ἄχθους· τὸνδὲΔία, πρῶτον μὲν εὐθὺς ποιῆσαι τὸνΘηβαϊκὸν πόλεμον, δι᾽οὗ πολλοὺς πάνυ ἀπώλεσεν. ὕστερον δὲ πάλιν – συμβούλωι τῶι Μώμωι χρησάμενος. ἣν Διὸς βουλὴν Ὅμηρός φησιν – ἐπειδὴ οἷός τε ἦν κεραυνοῖς ἢ κατακλυσμοῖς πάντας διαφθείραι, ὅπερ τοῦ Μώμου κωλύσαντος, ὑποθεμένου δὲ αὐτῶι γνώμας δύο, τὴνΘέτιδος θνητόγαμίαν, καὶθυγατρὸς καλὴνγένναν, ἐξ ὧν ἀμφοτέρων πόλεμος Ἕλλησί τε καὶ Βαρβάροις ἐγένετο, ἀφ᾽οὗ συνέβη κουφισθῆναι τὴνΓήν, πολλῶν ἀναιρεθέντων. ἡ δὲ ἱστορία παρὰΣτασίνωι·

ἦν ὅτε μύρια φῦλα κατὰ χθόνα πλαζόμενα᾽ αἰεὶ
<ἀνθρώπων ἐπίεζε> βαρυστέρνου πλάτος αἴης,
Ζεὺς δὲ ἰδὼν ἐλέησε καὶ ἐν πυκιναῖς πραπίδεσσι
κουφίσαι ἀνθρώπων παμβώτορα σύνθετο γαῖαν,
ῥιπίσσας πολέμου μεγάλην ἔριν Ἰλιακοῖο,
ὄφρα κενώσειεν θανάτωι βάρος. οἱ δ᾽ἐνὶ Τροίηι
ἡρωες κτείνοντο, Διὸς δ᾽ἐτελείετο βουλή

“Altri sostengono che Omero abbia detto (ciò) seguendo un qualche racconto: dicono infatti che la terra, essendo appesantita dalla moltitudine degli uomini e non albergando fra gli uomini alcun sentimento religioso, chiese a Zeus di essere alleggerita dal peso: Zeus subito scatenò la guerra di Tebe, per mezzo della quale fece morire molti. Poi ancora, usando Momo come consigliere (cosa che Omero chiama “volere di Zeus”), poteva distruggere tutti con fulmini o con inondazioni. Ma Momo glielo impedì e gli suggerì due soluzioni: le nozze di Teti con un mortale e la bella progenie della figlia [Elena]; e da entrambe le cose scaturì guerra per i Greci e per i barbari e da ciò accadde che la terra fosse alleggerita a causa dell’uccisione di molti uomini. La storia si trova presso Stasino:

“Quando le moltitudini degli uomini che a migliaia erravano sempre sulla terra opprimevano la superficie della terra dal vasto petto, Zeus, vedendola, ne ebbe pietà e nella sua accorta mente stabilì di alleggerire la terra nutrice di tutti gli uomini fomentando la grande contesa della guerra di Ilio per alleggerire il peso con la morte. E gli eroi che erano a Troia venivano uccisi: volere di Zeus si compiva”.

Tra le somiglianze, veramente notevoli, del mito indiano con quello greco va rimarcato il fatto che in entrambe le tradizioni la terra, divinità raramente protagonista di iniziative personali, si reca al cospetto del dio (così nello scoliasta ma non nel brano di Stasino, in cui è Zeus a “vedere” la sofferenza della terra e a intervenire), che è preso da compassione per lei. Tuttavia il racconto greco sembra dare anche un valore etico alle motivazioni del conflitto: fra gli uomini è venuta a mancare la pietas religiosa, e per questo motivo essi meritano di essere puniti. L’intervento di Zeus non è diretto, bensì mediato da due avvenimenti: le nozze di Teti e la nascita di Elena. Le nozze di Teti con un mortale generano Achille, l’eroe che, con perfetta coerenza, chiama se stesso ἐτώσιον ἄχθος ἀρούρης (XVIII 104): nato per alleviare il peso della terra, ne è egli stesso un vano peso. Nella personale amarezza di Achille si riflette la condizione generale dell’uomo, destinato a gravare su colei che lo ospita e gli permette di vivere. Ciò è particolarmente evidente nell’Oreste euripideo, la più ricca di suggestioni tra le rievocazioni successive del mito, cfr. i vv. 1641-1642 (Apollo motiva la guerra di Troia):

θανάτους τ᾽ἔθηκαν, ὡς ἀπαντλοῖεν χθονὸς
ὕβρισμα θνητῶν ἀφθόνου πληρώματος.
“[Gli dèi] vollero le morti per eliminare dalla terra l’oltraggio della quantità smisurata dei mortali”.

La scelta del vocabolo ὕβρισμα “oltraggio” si mostra in tutta la sua pregnanza se ricordiamo che ὕβρισμα e βρίθω “opprimere” sono probabilmente corradicali, e che dunque è sottesa al passo una volontà etimologica: il “pesare” degli uomini si è trasformato in oltraggio, il loro sovraffollamento offende la terra. Ma ancora più sorprendente e certo allettante per un confronto è il vocabolo con il quale il poeta esprime l’azione dell’ “alleggerimento”: non il più usuale κουφίζω (17), bensì ἀπαντλέω. Si tratta di un verbo che contiene il nome della “sentina”, ἄντλος. Ci viene dunque implicitamente suggerito che l’azione di alleviare la terra è pari a quella di svuotare una nave dall’acqua di sentina: la nave (troppo) carica del R̥gveda, la nave tellurica dei Purāṇa. L’uomo, oltraggio e lordura della terra, deve essere eliminato da colei che minaccia di far affondare.

5. Se appena allarghiamo le strette maglie dei tratti su cui si basa la concordanza greco-indiana, possiamo più latamente parlare di concordanza greco-aria, in quanto neppure all’Avesta risulta estraneo il tema della sovrappopolazione. Il secondo Fargard del Vīdēvdād, interamente dedicato alla mitologia di Yima (l’uomo primordiale per molti aspetti sovrapponibile a Manu), mostra il profondo interesse che le popolazioni iraniche riservavano alla carenza di spazi per gli uomini e il bestiame, cfr. II,8-11 (18):

“Sotto il regno di Yima passarono trecento inverni, e la terra fu piena di greggi, mandrie, uomini, cani, uccelli e fuochi fiammeggianti e non c’era più spazio per le greggi, le mandrie e gli uomini. Allora io [Zarathustra] avvertii il gentile Yima dicendo: ‘O gentile Yima, la terra si è riempita di greggi, mandrie, uomini, cani, uccelli e fuochi fiammeggianti e non c’è più spazio per greggi, mandrie e uomini’. Allora Yima avanzò nella luce lungo il sentiero che porta a mezzogiorno e colpì la terra con il sigillo d’oro e la trapassò con il pugnale (19) dicendo: ‘Osanta Armaiti, apriti gentilmente e distenditi per portare greggi, mandrie e uomini!’. E Yima rese la terra più larga di un terzo ed ecco vennero greggi e mandrie di uomini a suo desiderio e piacere a causa della prolificità degli esseri”.

Ancora due volte la terra si popola in eccesso e ancora due volte Yima ripete la formula e il rito che gli permettono di estenderla (strr. 12-19).

L’aumento della popolazione, che nei testi indiani appare come ciclica e perniciosa necessità, è qui invece realizzato per volere divino. È Ahura Mazda in persona, infatti, a desiderare una terra brulicante di esseri. Sempre più numerosi, uomini, bestiame, uccelli e fuochi trovano posto grazie a un rimedio magico e non cruento alla penuria di spazio. La terra non si reca, oppressa, davanti agli dei; è Yima, anzi, a pregarla gentilmente di aprirsi e distendersi. Ora, sebbene nella lingua sanscrita la terra sia etimologicamente l’“estesa”(pr̥thivī), l’atto della sua estensione è soprattutto un atto creativo che non appare specificamente finalizzato allo scopo di procurare nuovo spazio agli esseri. In principio la terra venne srotolata a mo’ di tappeto e dunque, ipso facto, creata (20), ma non ulteriormente estesa con il crescere dei suoi abitanti. Neppure il mito di Emu, il cinghiale che espanse la terra portandola dalla dimensione di una spanna a quella di superficie abitabile (21), appare finalizzato a un’eventuale riduzione non cruenta della sovrappopolazione. Ciò va senza dubbio ricollegato al diverso atteggiamento della divinità rispetto al problema: mentre gli dèi indiani (e greci) percepiscono il moltiplicarsi delle creature come una minaccia all’equilibrio ecologico del pianeta, nel Vīdēvdād è Ahura Mazda in persona a esortare Yima al popolamento della terra e a fornirgli di conseguenza i mezzi per espanderla in modo pacifico. È possibile che anche la cultura indiana abbia conosciuto una simile strategia di risoluzione del problema? Ci sembra di poter dare una risposta positiva, cogliendo una pallida e isolata eco del mito avestico in RV I 52.11:

yád ín nv ìndra pr̥thivī́ dáśabhujir áhāni víśvā tatánanta kr̥ṣṭáyaḥ/ átrā́ha te maghavan víśrutaṃ sáho dyā́m ánu śávasā barháṇā bhuvat//

“Quando, o lndra, la terra fu dieci volte più grande e ogni giorno i popoli si estesero, allora davvero fu nota la tua forza, o generoso, pari al cielo per energia e potere”.

Già Karl F. Geldner, nel suo commento al R̥gveda, intendeva che Indra aveva associato l’espandersi delle stirpi arie a un’espansione della superficie terrestre e suggeriva in nota al passo un possibile raffronto con il capitolo secondo del Vīdēvdād avestico. In questo stesso capitolo è peraltro contenuta, immediatamente di seguito all’episodio del sovrappopolamento, anche la versione iranica del diluvio, che non viene però collegata da alcuna relazione di causa-effetto al mito precedente. Neppure si fa cenno a motivazioni etiche o a punizioni divine che scatenino la furia distruttrice delle acque: come nella cultura indiana, il diluvio è evento che non si assoggetta ad alcuna volontà. Ad Ahura Mazda spetta solo il compito di avvertire Yima affinché si costruisca un vara(“recinto”) per mettervi al sicuro i semi dei mortali (22). Più simile a quella biblica è invece l’attitudine di Ahura Mazda verso il popolamento del globo. Il dio degli Ebrei ordina infatti alle creature di “essere feconde, moltiplicarsi e popolare la terra” (Gen. I,22 e 28), ma il commento del Midrash al passo non manca di registrare la reazione offesa della terra: essa si reca dal creatore lamentandosi per il troppo peso di cui, inevitabilmente, si troverà caricata. La Bibbia contiene anche un riferimento alla necessità della morte come rinnovamento periodico del mondo: in Gen. VI,3 Yahweh fissa una durata massima alla vita dell’uomo, che sta velocemente popolando la terra. Subito dopo egli constata però che la malvagità dell’uomo è grande e i suoi pensieri sono volti al male. Segue dunque il diluvio, causato da quella mancanza di eusebeia (si può qui usare a mo’ di glossa lo scolio greco) che forse è dovuta all’eccessivo moltiplicarsi delle creature.

6. Che interpretazione dare alle concordanze greco-indiane che, pur non essendo sostenute da una doppia correlazione sul piano del contenuto e dell’espressione, mostrano contenuti non solo sorprendentemente simili, ma anche strutturati in modo tale da far ritenere insoddisfacente una spiegazione in termini di “universale tipologico”? Il concetto del “pesare” è ben radicato nella cultura greca e indiana, ma non è affatto esclusivo di queste o dei soli popoli indoeuropei. Uno sguardo che spazia dalle credenze eschimesi a quelle amerindie, dai Semiti ai Cinesi, rende evidente come certi temi appartengano, senza confini, allo spirito umano (23). La soluzione “genealogica” è quella preferita dagli indoeuropeisti, ma non si può escludere, per esempio, che il mito sia un’emergenza, in aree distanti, di un comune sostrato detto “indomediterraneo” (giusta l’ipotesi di Vittore Pisani) (24) frutto di una vivace rete di scambi commerciali (e dunque anche linguistici e culturali) tra popolazioni anteriori all’avvento nelle sedi storiche di Semiti e Indoeuropei (25), oppure che entrambi i popoli abbiano attinto a una fonte comune. Un approfondimento dei miti sumerici e babilonesi da parte di specialisti in materia porterebbe probabilmente a interessanti risultati. Per esempio il mito accadico di Atramḫasīs (l’uomo primordiale salvato dal diluvio), di epoca paleo-babilonese (1950-1530 ca. a. C.), è per buona parte incentrato sul problema della sovrappopolazione e contiene un esplicito riferimento alle lamentele della terra (26). È anche possibile (ma meno probabile) teorizzare un prestito diretto, la cui direzione non è dato precisare, tra India e Grecia: tale prestito sarà stato assunto quando ancora poteva essere inglobato nella tradizione epica del popolo che lo riceveva, non necessariamente, dunque, in epoca molto antica. Sull’antichità del motivo in se stesso non sembra però sussistere dubbio alcuno.

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Note

1 – Cfr. R. Köhler, Rheinisches Museum NF 13 (1858), pp. 316-317; J. Hertel, Die Himmelstore im Veda und im Awesta, Leipzig 1924; V. Pisani, “L’unità culturale indo-mediterranea anteriore all’avvento di semiti e indeuropei”, in Scritti in onore di A. Trombetti, Milano 1936, pp. 199-213, rist. in Lingue e culture, Brescia 1969, pp. 53-70, in part. pp. 64-65; Id., “lndisch-griechische Beziehungen aus dem Mahābhārata”, Zeitschrift für die deutsche morgenländische Gesellschaft 103 (1953), pp. 126-139; W. Kullmann, “Ein vorhomerisches Motiv im Iliasproömium”, Philologus 99 (1955), pp. 167-192; H. Schwarzbaum, “Tue Overcrowded Earth”, Numen 4 (1957), pp. 59-71; P. Horsch, Die vedische Gāthā- und die ŚlokaLiteratur, Bem 1966, p. 264; G. Dumézil, Mito e epopea. La terra alleviata, Torino 1992 (Paris 1968), pp. 94-95 e 154; M. Durante, Sulla preistoria della tradizione poetica greca, Roma 1976, vol. Il, p. 61, p. 29.

2 Cfr. R. Ronzitti, “Osservazioni sui nomi della ‘terra’ nel R̥gveda e nel- l’Atharvaveda”, Studi e Saggi Linguistici 35 (1995), pp. 45-115 e Ch. Orlandi, “La terra (RV. V,84 e AV. XII,1)”, in Scríbthair a ainm n-ogaim. Scritti in memoria di Enrico Campanile, a cura di R. Ambrosini et al., Pisa 1997, pp. 717-744

3 – I passi, salvo dove diversamente specificato, sono citati secondo l’edizione critica di Poona;

4 – Il brano, di notevole interesse, è espunto dall’edizione di Poona e riportato in appendice;

5 – Il brano, identico a XII.248-250, è espunto dall’edizione critica di Poona;

6 – Letteralmente “rete del dolore”: la polivalenza jālā- “rete” e “illusione” è qui certo utilizzata per suggerire al lettore che il dolore provato dal re non ha fondamento ma è solo una deformazione dovuta alla visione antropocentrica della morte;

7 – A parlare è Prajāpati, il sommo creatore;

8 – Su cui cfr. J. Gonda, Aspects of Early Visnuism, Utrecht 1969, pp. 129-145;

9 – Cfr. P. Magnone, “Avatāra. La discesa del signore”, Ab-stracta32 (dic. 1988), pp. 22-29. L’avatāra libera la terra dalla sua zavorra e ipso facto dall’adharma,, simboleggiato dal peso eccessivo degli esseri ;

10 – Un episodio analogo è narrato in XII,209: Viṣṇu si incarna nel cinghiale e salva laterra scendendo, parrebbe, nel sot-tosuolo infestato dalle creature maligne. Il diosconfigge i nemici con la forza dei suoi grugniti paralizzanti (cfr. il passo g);

11 – Si veda almeno P. Magnone, “Matsyāvatāra. Scenari indiani del diluvio”, Atti del Nono Convegno Nazionale di Studi Sanscriti (Genova, 23-24 ottobre 1997). Editi da Oscar Botto, a cura di Saverio Sani, Pisa, 1999, pp. 125-136;

12 – La nave che conduce Manu alla salvezza è già menzionata nella più antica versione a noi nota del diluvio indiano, Śatapatha BrāhmaṇaI.8.I.1-10;

13 – È l’onda del mare primordiale, che simboleggia l’uno indistinto nel cui seno tutte le forme create si sono nuovamente disciolte (cfr. Magnone, Matsyāvatāra, cit.). Cfr. anche la nota seguente;

14 – A questi passi bisogna aggiungere AV I.XII.59: yā́m anvaícchad dhavíṣā viśvākarmanāntár arṇavé rájasi práviṣṭām/ bhujiṣyàm pā́traṃ níhitaṃ gúhā yád āvír bhóge abhavan mātr̥mádbhyaḥ// “Visvakarman ricercò con l’oblazione colei che era entrata nello spazio fluttuante quale coppa destinata a nutrirci; nascosta in un luogo segreto divenne visibile per diletto a coloro che sono provvisti di madri”. Alla terra che è entrata nello spazio “fluttuante” (ancora l’arṇava- di Viṣṇu e Skanda Purāṇa) come “coppa (lignea) usata per bere” (tale è il significato di pā́tra-) soggiace forse l’immagine della nave, contenitore concavo che galleggia sull’acqua;

15 – Così esplicitamente nelle versioni del Viṣṇu (V.29.23-24) e del Kālikā Purāṇa (XXIX);

16 – Cfr. W. O’Flaherty (a cura di), Miti dell’induismo, Milano 1997 [1975], pp. 200-209 e 347;

17 – Così in Hel. 36-41 (analoga rievocazione del mito);

18 – Il testo originale si legge in H. Reichelt, Avesta Reader; Berlin 1968 [Strassburg 1911], pp. 38-39;

19 – I due oggetti che erano stati consegnati a Yima da Ahu-ra Mazda quali simboli di regalità;

20 – Cfr. RV I 65.1; 103.2; II 15.2; V 87.7; VI 72.2; VIII 89.5; X 82.1; AV IV 26.1; XII 1.2;

21 – Cfr. Taittirīya Saṃhitā VII,l,5,1. Il cinghiale venne in seguito assimilato al varāhāvatāra di Viṣṇu, ma nei testi precedenti ai Purāṇa ha una sua autonomia (cfr. Gonda, op. cit., pp. 134-139);

22 – Si tratta in ogni caso di un recinto “terroso”, minuziosamente misurato e delimitato, che rappresenta una porzione del suolo destinata a scampare al diluvio;

23 – Cfr. Schwarzbaum, art. cit., passim.;

24 – Pisani, L’unità, cit., ritiene questo mito una delle tante isoglosse culturali indomediterranee;

25 – Sul concetto di “indomediterraneo” e la sua evoluzione a partire dallo scritto pisaniano del 1936 cfr. D. Silvestri, La nozione di indomediterraneo in linguistica storica, Napoli 1974;

26 – 6 Cfr. i vv. 354-359 del testo nella traduzione-interpretazione di W. von Soden in AA. VV., Texte aus der Umwelt des Alten Testaments, Band III, Lieferung 4, Mythen und Epen II, Gütersloh 1994, p. 627.

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(Fonte: http://www.ereticamente.net)

IL VIAGGIO DEGLI ADAMITI ALL’EMISFERO AUSTRALE

di Hiranya Mriga

  Il Ciclo Adamico ed il Ciclo Evaico

La cosmografia biblica è assai limitata, adattando la storia dell’origine dell’uomo al mondo ebraico non ci spiega esattamente ove sia da collocare il Paradiso Terrestre, Arbor Vitae incluso.  Tanto che i devoti giudaico-cristiani hanno continuato a credere fino ad oggi, non meno dei musulmani, che esso fosse in Palestina o, tutt’al piú, in Mesopotamia (1). Parrebbe che in tale tradizione ne siano comprese in realtà due: una relativa alla mitica Terra Iperborea greco-romana e l’altra alla cd. ‘Atlantide Iperborea’ d’indoeuropea memoria, tramandata pure in termini non molto diversi dalla letteratura massonico-occultistica (2).  Benché la Genesi privilegi soprattutto Sem e i Semiti, a causa della discendenza ebraica da questo ceppo etnico, è evidente che il testo biblico incorpori tradizioni tramandate anche da Iafeti e Camiti principalmente – che possono venir incluse in quelle noaiche piú in generale – ed altre a queste precedenti.  Dal punto di vista cosmografico, la cd. ‘Atlantide Iperborea’ costituisce un riflesso invertito nell’ambito del V ‘Grande Anno’ (3) della Terra Iperborea nel I.  Nella Genesi oltretutto vige l’espediente di suddividere il tempo ulteriormente per 10, onde il ‘Grande Eone’ (scr.Manvantara) di 64.800 anni ha i tempi invero dell’Eone (scr.Yuga) di 6.480 anni, rispetto cui il ‘Grande Anno’ (scr. Mahāyuga) di 12.940 anni è ovviamente il doppio.  L’ultimo Eone, come insegna il calendario ebraico (che lo fa iniziare 720 anni dopo, per una ragione che non stiamo qui ad analizzare), è cominciato nel 4.480 a.C. ed è terminato nel 2.000 d.C.  Secondo quanto la tradizione popolare cristiana conferma (4).

In base a codesta semplice premessa, ne consegue indirettamente che se noi moltiplicassimo per 10 i 6.480 anni dell’Eone otterremmo il ‘Grande Eone’ per intero.  Dunque, è chiaro che aggiungendo uno zero ad ogni periodo indicato dalla Genesiacquisiremmo informazioni veritiere sulla durata effettiva – a grandi linee, s’intende – di quel dato periodo  A patto, naturalmente, di saper interpretare i simboli genesiaci in maniera adeguata.  Accettando d’intendere la descrizione della nascita dell’Uomo e della Donna come relazionata nel senso descritto all’inizio del ‘Grande Eone’ d’ellenica memoria, equivalente in tutto e per tutto all’ `Ōlām ebraico (5), ne potremmo ricavare alcune importanti deduzioni(6).  Ossia, la ‘Nascita di Adamo’ si riferisce a quello che in India è noto quale I Ciclo Avatarico, mentre la ‘Nascita di Eva’ al II; la ‘Vita beata nel Giardino delle Delizie’ al III e, logicamente, il ‘Peccato Originale’ al IV.

È lecito, anzi doveroso, fornire una spiegazione storico-religiosa a proposito di codesto assunto se si vuole realmente capire la reale portata delle affermazioni fatte.  La presenza solitaria di Adamo, in tutta evidenza, delinea la primordiale natura dell’essere umano, tutta compresa nel culto di Sé.  Il Sé ovviamente inteso non come ego, ma come intelletto trascendente la propria forma e contemplante la Luce Divina a livello interiore.  Questa perfezione assoluta, è ovvio, non può esser appartenuta a tutti; ma soltanto a colui che l’Islāmdefinisce Primo ‘Profeta’ (ar.Rasūl), ovvero Adamo (7). Cfr. col Matsyāvatāra hindu.  Agli esseri del I Ciclo Adamico si può esclusivamente attribuire una perfezione primigenia di tipo creaturale o sovrannaturale, se vogliamo cosí definirla; perfezione però che già vien meno in parte (di ¼) (8) nel II Ciclo Adamico, quello della consustanzialità di Adamo ed Eva, il fattore fondamentale che induce la prima forma di decadenza.  In parallelo, infatti, la Divinità si trasforma da oggetto della contemplazione dell’Uomo in senso assoluto in un ente duale.  Ciò non significa che entri in gioco alcuna reale dualità in senso esistenziale fra Creatore e Creatura, questo sarà opera purtroppo del Cainismo.  La dualità del secondo ciclo paradisiaco concerne  semplicemente la concezione del Divino, vale a dire la frammentazione fra Dio e l’Assoluto, nonché indirettamente fra Dio e il Divino Avversario.  Il che implica, indirettamente, l’assunzione di una terna di emblemi quale rinveniamo in Cina presso la figura di P’an-ku (9).  Nel ciclo successivo, il I Ciclo Evaico nascerà perciò una prefigurazione della forma trinitaria (10), onde risolvere il dilemma dell’Unicità Divina (11). Rimanendo al II Ciclo Adamico, ovvero il II Ciclo Avatarico hindu, non è a caso che il secondo avatara abbia la veste di Uomo-tartaruga (Kūrmāvatāra). Senza arrivare a tanto ma con analogo simbolismo, ossia affiancando per un verso la Tartaruga alla figura mitica del succitato P’an-ku o ponendola quale ispiratrice degli 8 Trigrammi nei confronti dell’alter-egoFu-hsi (12), la tradizione cinese celebra lo stesso evento mediante il II Ciclo Regale (Imperiale) o Ciclo del Nordovest.  P’an-ku presenta, talora, in codesta ottica testa di dragone e corpo di serpente (13).  In fondo, la storia di Adamo ci narra la medesima cosa quando ci racconta della prima conoscenza del Serpente Tentatore (14) da parte di Eva.

È da siffatto preambolo che prende le mosse, appunto, il I Ciclo Evaico; in cui è la femmina in senso lato, non esclusa la sua divina controparte, che passa a dominare sul maschio.  Sí da condurlo poco alla volta alla decadenza dei costumi – abbandono della dieta vegetariana, sino a questo momento predominante stando alla Genesi, con dedizione erotica concomitante ai piaceri della carne – che è tipica ancor oggi del crepuscolare mondo insulare oceaniano-meridionale (micronesiano-melanesiano), ove si ammette liberamente a sentire gli esperti viaggiatori che rispetto ai polinesiani essi hanno dapprima gustato il sangue degli animali uccisi e di conseguenza si sono poi dedicati ad un uso sfrenato del sesso (15). Decadenza che coincide alla fine, secondo le Scritture, colla ‘Cacciata dal Giardino’.  In altre parole, Eva (s’intende, le Donne di Epoca Evaica) vive in un primo tempo col compagno in una natura ancora esoticamente incontaminata, dedita ai piaceri naturali ma senza abusarne; in un secondo tempo invece ne abusa, trasformando cosí Adamo (s’intende, gli Uomini di Epoca Evaica) in suo complice, al servizio di lei e della sua peccaminosità.  Il ‘Peccato Originale’ della coppia umana del II Ciclo Evaico consiste per l’appunto, al di là dei simboli del Serpente Tentatore e del godimento del Frutto Proibito, nell’abbandono del vivere in quello stato di ‘sovrannatura’ in cui l’aveva messa il Creatore.  Sovrannatura nel senso di dominio sulla natura, che è la forma psico-fisica del cosmo.  La Donna, nella quale la Psiche tende a prevalere sullo Spirito (16), è stata l’artefice inconsapevole di questo mutamento in base all’insegnamento scritturale; mutamento consistente in un allontanamento graduale, come detto, dalla condizione primigenia. Venendo a prevalere la Donna sull’Uomo, e di conseguenza il principio passivo su quello attivo (17), non essendo piú sorretta da un’intellettualità trascendente (scr.buddhi) la vita degli esseri umani pian piano degenera verso la violenza e la sessualità fine a sé stessa.  In questo modo termina la storia del Paradiso Terrestre, della quale il Paradiso Iperboreo (18) ha rappresentato soltanto il primo dei quattro cicli che lo hanno determinato.  Adamo ed Eva s’accorgono a questo punto d’esser nudi, nudi nei confronti soprattutto del Bene e del Male, poiché hanno gustato il frutto dell’Albero della Vita, che in altra accezione è l’Albero della Conoscenza (19).

Ovverosia della Conoscenza del Bene e del Male, una metafora ad indicare l’Essere e il Divenire.  Ecco perché la filosofia greca, la quale stabilisce i confini fra la sapienza tribale d’origine preistorica e la razionalità dell’uomo dei tempi storici, parte dall’Essere e dal Divenire (20) quali principi basilari del cosmo.  Ma è solamente l’iniziazione ai Misteri che può permettere all’uomo edipico dell’Età Ferrea, per dirla ancora coi Greci, di ripercorrere a ritroso la strada che ci ha portato dall’Età Aurea alla corruzione dei tempi ultimi; o, se preferiamo, dallo stato adamico originario all’infernale (21) Babelica Torre.  In fondo il Divenire di cui qui si parla è quel portento negativo onde, com’è tratteggiato nel Cap.X del Lost Paradise di J.Milton, Adamo ed Eva esuli dal Paradiso Terrestre cercano invano di salire su per i tronchi d’una illusoria selva di alberi-della scienza per coglierne i frutti, ma li vedono ben presto tramutarsi in cenere.  Poiché, se la Conoscenza di Dio permuta in esclusiva scienza delle cose mondane, non ci rimane che polvere in mano e il Peccato Originale elargisce cosí i suoi malefici frutti.  

Il Ciclo Cainita 

Secondo la Bibbia, Eva concepisce 3 <Figli>: Caino, Abele e Seth.  Il secondo muore per mano di Qayin, ma al suo posto vien generatoLamech.  Interessante il fatto che codesto primo Lamech (corrispondente al primo Rama degli indú) non nasce da Abele (Hevel), bensí dalla stirpe cainita. Questo tuttavia non concorda colle fonti indiane, che fanno nascere viceversa la figura a lui corrispondente (Paraśu-rāma) da una famiglia brahmanica, quella diJamadagni.  Se Lamech corrisponde anche sul piano etimologico a Rama, a chi potrebbe corrispondere Hevel?  Senza dubbio a Jamadagni, il padre, di Parashurama, indipendentemente dalla diversa collocazione familiare fra la tradizione puranica e quella biblica.  Arma simbolica di Jamadagni è il Tridente, arma di Paraśu (var.Parśu, da cfr. col gr.Perseús, lat. Perseus/ Persēus) la Bipenne.  Perché proprio codeste corrispondenze lo vedremo piú avanti, al §c.  Per ora ci basti capire che Abele, non meno di Caino, dà vita ad un ciclo culturale.  Se la Genesi lo nega è per ragioni che dobbiamo ancora stabilire. Circa Qayin è giusto partire innanzitutto dal nome.  Un testo posteriore a quello biblico (22)  lo fa derivare daqaneh (‘canna, stelo’) e riteniamo, da parte nostra, sia la giusta etimologia.  In latino abbiamo un sostantivo analogo, cāla, e proprio tale nome può esser rapportato a càelus (‘cielo’); di cui il scr.kāla (‘tempo’) costituisce un parallelo in terra indiana, talora anche personificato non meno dell’arcaico termine latino (23).   Kāla, il tempo personificato, si richiama infatti al Kāladaa ovverosia l’Axis Mundi.  S’intende, che questo è l’Asse del Kālacakra, la ‘Ruota del Tempo’; ma è chiaro che la voce Kāla per un verso è relazionabile al concetto di assialità nel senso appena indicato, per un altro al concetto opposto e complementare di ciclicità.  Il che vale, evidentemente, anche per Càelus.  Tant’è che, come abbiamo dimostrato nella nostra prima tesi di laurea (24), il scr.kāla (‘tempo’) equivale nell’etimo al gr.ký-klos (‘ciclo’), raddoppiamento iniziale della prima consonante a parte.  Come avviene spesso in entrambe le lingue, greco e sanscrito, a livello del perfetto.  Un ciclo è per l’appunto una fase cronologica del tutto conchiusa. 

Se Caino è stato paragonato nella tradizione ebraica a Satana, non è infatti solamente per questioni etiche siccome personificazione del ‘Primo Omicida’; non meno del successivo Seth, nome avente il doppio significato di ‘fondamento’ e di ‘rovina’ (25), Caino è il prototipo umano di Crono, sia nel suo aspetto positivo che negativo.  E Crono è parallelo al dio semitico `Ēl secondo Filone di Biblo, scrittore greco del I-II sec. d.C., et al.  Il fenicio `Ēlveniva per questo ritratto cornuto (26), poiché incarnava un nume di tipo cieli-solare – vale a dire di natura ciclico-planetaria – e d’altra parte Krónossignifica non a caso ‘Cornuto’ (27).  L’umanità cainita, una singola figura leggendaria valendo per un intero ciclo umano tanto nella mitologia ebraica quanto in quella greco-latina, aveva in altre parole quale divinità-guida il dio El-Crono (28); parimenti a come l’umanità adamica possedeva quale vertice numinoso Yahweh, il Giano ebraico (29).  Lo sdoppiamento della figura divina, fra Càelus e Sōl in sostanza, oppure fraSōl e Lūnus (piú tardi fra Sōl e Sāturnus nell’Ebdomade planetario), è dovuto al fatto che la Divinità assume una fisionomia maggiormente complessa rispetto ai primordi e si viene a perdere in tal modo il senso dell’Unicità Divina (30)

Nella mitologia puranica al posto del biblico Qayin troviamo Vāmana, lett. il ‘Nano’, presiedente al V Ciclo Avatarico.  Vi sono molti particolari che potrebbero spingerci ad identificare le due figure, dato che per un popolo di agricoltori come quello autoctono indiano il fatto di rappresentare il primo signore agrario (sarebbe meglio dire “orticolo”) si presentava come fattore decisamente positivo, mentre per un popolo nomade quale quello israelitico era il signore della pastorizia a rivestire il medesimo ruolo.  Dunque nella Genesi vediamo Yahweh respingere, senza che ce ne sia spiegato bene il motivo (31), le “scarse” offerte di Caino.  Ciò che scatenerà l’ira di Caino contro il fratello, benedetto da Yahweh per l’offerta di primizie pastorali.  Ovvio che per i nomadi l’oblazione di giovani animali da pascolo fosse tenuta in maggior considerazione delle primizie orticole, o meglio dei semi vegetali (32), ma non è lecito attribuire gli stessi gusti alla Divinità.  In realtà Caino-Vamana è superiore a Lamech-Rama (o, se si vuole ad Abele), questo afferma esplicitamente la simbologia avatarica.  Sono d’altronde i Cainiti, e non tanto Caino in persona (33), a produrre negli Abeliti o Lamechiti che dir si voglia – nella tradizione induista sono praticamente quasi la stessa cosa, poiché Rama-Lamech è figlio di Jamadagni-Abele – quell’irritazione spirituale che li spingerà a combattere i primi.  

Stando alla tradizione induista, non esclusivamente a Gen.- iv. 23-4, l’uccisione di Qayinda parte di Lamech va concepita in codesta direzione; rappresenta cioè la fine del VI Periodo Avatarico, provocante l’inversione del simbolismo polare (34).  Il mitologema legato all’esaltazione di Vāmanāvatāra ci testimonia che il problema sorto nel ciclo successivo fra Brāhmaa (Sacerdoti) e Katriya (Guerrieri) era un problema già presente nel ciclo precedente.  È il ReBali colà a fungere da avversario dell’Avatara-fanciullo, così come il Re Kārtavīrya opprimerà poi la famiglia diRāma.  Poco ci dice invece la tradizione ebraica, dato che deriva da quella sethita per via noaico-semitica, sul Ciclo Cainita.  Asserisce addirittura nei testi apocrifi che Caino era stato generato in Eva da Satana (35), il che è impossibile, poiché la radice del nome dell’uno è di gran lunga antecedente a quella del nome dell’altro. Evidentemente la cosa risente della contesa fra Cainiti e Sethiti durante il Ciclo Sethita, ma si trattava in ogni caso d’un cainismo di riporto, non del vero cainismo.  Poco d’altronde è spiegato riguardo le due gemelle concepite da Adamo ed Eva, ricoprenti il ruolo di spose dei loro primi due figli, o gemelli secondo alcune versioni della leggenda post-paradisiaca (36).  Una versione fa di ciò il vero motivo dell’uccisione del fratello, colla scusa che Caino non voleva cedere la gemella Lebudha ad Abele siccome era più leggiadra di Qelimath, gemella dell’altro.  Sulla pretesa che i due figli siano stati concepiti prima della Cacciata non stiamo ad indagare.  Si ha qui a che fare con una trasposizione mitica, come quella che nell’Ermetismo fa di Saturno anziché di Giano il signore dell’Età dell’Oro.

Il Ciclo Abelita-Lamechita

Una delle conseguenze maggiori del Ciclo Cainita è stata, sicuramente, la nascita d’una primitiva orticoltura.  E i prodotti dei primi raccolti costrinsero quegli uomini ad adottare delle convenzioni, necessarie per il mantenimento dei possedimenti e lo scambio in natura.  Per questo a Caino è stata attribuita miticamente l’invenzione di pesi e delle misure (37).  Non solo, anche la costruzione dei primi villaggi cintati di rozze mura; uno dei quali aveva nome Enoch, forse per celebrare la nascita del figlio omonimo.  E la gente fu obbligata a stabilirvisi (Gen.- iv.17) (38).

Tale comportamento è conforme ad una tribalità di tipo orgiastico (39) ed ecco che allora Caino è descritto vivere lussuriosamente, commettendo atti peccaminosi.  La rapina fra una tribú e l’altra è l’ennesimo indizio che il male ha cominciato a regnare nelle associazioni antropiche.  Considerando ciò, Guènon (40) intravedeva nella forma cainita del vivere quell’indizio di “solidificazione” del mondo umano e sociale che avrebbe trovato l’esito finale nell’ultimo ciclo, relativo all’edificazione della Torre di Babele.  La meccanizzazione della vita attuale, ove tutto è calcolato, registrato e regolato dallo Stato come le macchine delle quali la tecnologia ci ha dotato, è cominciata coi provvedimenti adottati da Caino; insomma, dalla cultura austronesiana, per dirla in termini piú acconci all’erudizione antropologica.  La mania delle statistiche e dei censimenti, oggidí portate alle estreme conseguenze dal sondaggismo su fatti e personaggi di scarsa importanza, nasce da quel bisogno di tener la mente sempre occupata che è frutto d’una inquietudine interiore.  L’inquietudine che caratterizza appunto il mondo moderno e contemporaneo e che ha preso le mosse dai tempi cainiti.  In questo modo tutte le persone hanno cominciato a divenire popolo, uniformemente, fino ai tempi odierni nei quali il popolo si è trasformato fisicamente in massa.  Tanto che la cura delle anime ha assunto l’aspetto di un’amministrazione d’individui trattati quali elementi numerici poco differenziati.

La vittoria di Caino su Abele si manifesta, secondo Guénon (41), nell’impossibilità da parte delle ultime popolazioni nomadiche a svolgere la loro vita secondo le norme degli antenati, essendo costrette alla sedentarietà indipendentemente dalla loro volontà, giacché non trovano piú alcuno spazio libero attorno a sé.  È il caso ad es. degli Zingari, i quali non per niente affermano di discendere in parte da Abele ed in parte da Seth (42).  Si spiega cosí il loro internamento, non meno degli Ebrei, nei campi di concentramento costruiti dai Nazisti; i quali, manipolazioni culturali a parte, si presentavano ai loro occhi quali discendenti della cd. ‘Razza Ariana’ (43).  Cioè, in pratica, eredi della cultura degli antichi ‘aratori’ del suolo (gli Ari) (44); il che è come dire sedentari, spostamenti post-diluviali a parte.  Dietro la faccenda del Nazifascismo, sappiamo oggi, vi era il progetto sionista di “ricondurre” gli Ebrei in Palestina (45). Ma dietro alle persecuzioni degli Zingari che cosa vi stava (46)? Evidentemente quanto indicato in nota, in modo inconsapevole o meno, ovvero l’intendimento assurdo di delimitare numericamente i nomadi  in spazi ristretti.  Rilevava inoltre Guénon (47) che la pretesa dei paletnologi (48) di tratteggiare gli uomini dei primordi come cacciatori o pescatori non trovava riscontro nella realtà dei fatti, se non in situazioni di popolazioni particolari condizionate da fattori ambientali od altro.

Per capire in profondo il Ciclo Abelita-Lamechita, corrispondente al VI Periodo Avatarico induista, occorre rifarsi necessariamente alla definizione mai ben compresa di Tūrān.  Sempre Guénon (49) assegnava in sostanza ai Turi il ruolo di “allevatori nomadi”, poiché in effetti gli abitanti dell’Asia Centrale – in ispecie i Turco-mongoli – erano tali rispetto ai sedentari dell’antico Iran, o Airyana.  Almeno, dopo che costoro  riuscirono finalmente a stanziarsi in codesto territorio.  Per quanto riguarda gli Zingari, d’origine indiana a grandi linee in base al loro stesso nome (dal scr.sindhu =’scuro’, di pelle s’intende), va precisato che quella parte di costoro la quale dicesi etno-culturalmente discesa da Abele sottintende per forza di cose un passaggio del secondo figlio di Adamo nei paraggi dell’Indo durante il ciclo che lo ha vista protagonista umano.  E dato che essi identificano sul piano ciclico l’Adamo ebraico al Manu hindu (50), ponendo il Pardes biblico (vale a dire l’Ilāvta dei testi puranici) in Siberia (51), occorrerà trovare un equivalente induista pure per Abele.

Il nome Hebel/ var. Hevel (‘Abele’) viene rapportato (52) a Baal, il quale del pari al scr.Bali corrisponde al gr.Apollo ed anche al gemello Belo, celt.Belen, lig.Belin, norr.Bel.  Se Qayin è il prototipo umano del titano El-Kronos, o Elio-Crono se preferiamo, non vi è da stupirsi che Hebel sia il protipo umano di Apollo-Belo.  Si tratta di due figure solari distinte, entrambe demonizzate, risalenti ai primi due terzi dell’Età dell’Argento.  Quella dell’ultimo terzo sarà il fratello Seth, equivalente al Set-Sath egizio-fenicio od al Sāturnus latino.  Apollo, similmente al Rudra vedico, possiede una vetusta veste pastorale anziché proto-agraria come Elio-Crono.  Dunque è lecito affermare che gli Zingari, e chi come costoro (gli Ebrei ad es.) portano in seno una componente abelita (53), discendano dal Turan (54).  La loro attitudine nomadica lo conferma, seppur abbiano finito nella loro dispersione geografica per dedicarsi ad altri mestieri correlati a quello d’allevatori.  Gli Zingari di etnia rom sono diventati fabbri e calderai, poiché il fuoco aveva un particolare valore per i nomadi, che incenerivano le salme dei defunti anziché inumarle; mentre gli Ebrei di ceppo askenazita si sono trasformati da allevatori in commercianti, per il diretto rapporto esistente fra la moneta (lat.pecūnia) ed il bestiame d’allevamento (lat.pecus).  È significativo d’altronde che gli Zingari, o meglio una porzione di essi (55), vengano chiamati Rom; il termine sicuramente va collegato alla voce hindi Rām (56), ma Parśu, non Candr.  Il personaggio – s’intende, l’etnia connettentesi al ciclo che lo riguarda – è giunto in Persia dopo esser rimasto per un certo tempo nel Turan (57), cioè in Asia Centrale.

Ed è interessante che lo stesso Guénon rilevava l’attitudine dei massoni occultisti (la definizione è nostra) facenti capo a Fabre d’Olivet a confondere i due Rama, vale a dire ad identificarli, trasformando l’intera sequenza dei Dāśāvatāra in una di Navāvatāra.  Un errore grave, quantunque commesso da certi massoni ancor oggi.  In realtà Paraśurāma incarna il VI Periodo Avatarico, che come tradisce il nome (Paraśu, o Parśu, è il corrispettivo hindu di Perseo) si è svolto dall’Asia Centrale in direzione della Persia, sia pur una Persia allargata sino all’India Settentrionale; in altre parole, tale vago nome geografico è probabile designasse un tempo l’intera zona medio orientale fino all’Indo ed al Gange.  Che il puranico m-a equivalga al biblico Lem-ek (Lamech) lo indica chiaramente l’etimo, tanto più che il sostantivo attributivo Paraśu/ Parśu secondo le scritture indiane è un’aggiunta posteriore alla sua nascita; che quest’ultimo appellativo corrisponda inoltre al titano greco Perseús è immediatamente accertabile; che Perseús rimandi infine a Lemek è dimostrato dall’affinità delle loro leggende (58). Tutte e tre le figure hanno del resto hanno a che fare, dal punto di vista cosmologico, coll’asterismo antartico di Canopo (59).

Forse non apparirà evidente nel personaggio biblico, ma negli altri due è un fatto acclarato.  Perseo, nome a parte, non è solamente l’uccisore di Medusa, la cui testa serpentina altro non è a livello astrale che la Testa del Drago del Nord; ma funge pure nella leggenda greca da doppione di Pegaso, emblema equino di Canopo, ovvero l’opposto di Caput Draconis.  Il tema della Doppia Ascia di cui Rama è portatore allude senza dubbio ai due Assi Polari, ovvero all’inversione dei Poliproprio come l’agone fra Perseo e Medusa.  D’altronde la madre Reukā, cui il figlio taglia la testa, è l’equivalente indiano di Medusa al di là dei ruoli precisi nei rispettivi drammi.  Perciò Perseo corrisponde in toto a Parshu.  Il vendicatore Lamech, annientando Caino, funge da alter-ego d’entrambi (Parshu-rama e Perseo); cosí come la vittima Abele fa da allotropo di Jamadagni (60), il padre assassinato di Rama.  In Grecia non c’è in apparenza una figura di vittima eguale ad Abele o Jamadagni.  Se non il pescatore Acrisio, nonno di Perseo e sostituto del padre;  sicuramente esisteva però in principio una figura titanica di tipo abelita-apollineo fungente da padre del figlio di Danae, figura poi sostituita da Zeus per rendere Perseo pari ad un eroe.  Dato che Perseo uccide il nonno Acrisio (61) con un disco di evidente significato ciclico-solare, può darsi che tale figura paterna fosse lo stesso Acrisio (62) e che questi non venisse ammazzato dal figlio Perseo, bensí dal gemello Preto (63).  Per cui in seguito Preto, lo zio di Perseo, come ci tramanda Ovidio andava incontro per contrappasso ad un’analoga sorte procuratagli dal nipote (64); ma in questo caso l’atto era paragonabile a quello subito da parte di Caino, poiché Proîtos è Pthu, l’inventore indiano di tipologia cainita della coltivazione dei campi e Perseo – abbiamo visto sopra – è Lamech.  Nel pastore Lamech (65), come abbiamo già premesso, non appaiono chiari riferimenti a Canopo e ciò rende la figura un po’ diversa da Parashu-rama e da Perseo; ma anche Lamech, nella tradizione ebraica (66), appare come un grande guerriero non meno degli altri due (67).  Il fatto tuttavia che compaiano 2 apparenti versioni della leggenda (Gen.– iv. 19-22 e v. 28-31), peraltro non ben amalgamate, prova che i Lamech ebraici almeno in origine erano 2, non meno dei Rama induisti.  

Vi è un ulteriore problema da chiarire, la natura gigantesca di Parshu, che non ha parallelo apparente in Perseo.  Eppure la storia di Perseo è la storia d’un titano, che come tale viene raffigurato pure nell’iconologia astrale, alla maniera del Gigante Orione.  Bisogna far attenzione a non confondere il Ciclo dei Giganti vero e proprio, sinonimo in India del VI Periodo Avatarico e come tale contrapposto al Ciclo dei Nani ossia il V Periodo Avatarico (il Ciclo Abelita-Lamechita per gli Ebrei), coi Giganti della ‘Gigantomachia’ ellenica; questi ultimi sembrerebbero traendo spunto interpretativo dalla tradizione ebraica, ma la tradizione greca li confonde parzialmente cogli altri, dei discendenti di Seth ibridatisi colle donne cainite.  Orione e Perseo, diversamente, paiono riferirsi per a loro natura titanica rispettivamente al V ed al VI Ciclo Avatarico (68). Una differenza fondamentale fra i Pigmei-orticoltori e i Giganti-allevatori era il tipo d’offerta sacrificale, vegetale da parte degli uni ed animale da parte degli altri.  Pure sul piano espressivo, nota Guénon (69), i sedentari si sono dedicati alle arti plastiche ed i nomadi alle arti sonore.  Dato che le prime esigono spazi indefiniti, ma tempi determinati; viceversa le altre si sviluppano in spazi angusti, sebbene in tempi indeterminati.  Una sorta di contrappeso vicendevole per coloro che restringono volontariamente i loro spazi di vita e quelli che invece li ampliano irrimediabilmente. 

Prima di terminare il discorso sul Ciclo Abelita-Lamechita vorremmo citare un personaggio della mitologia iranica che, a giudizio dell’Albrile (70), potrebbe esser paragonato a Perseo; ossia Ferēdūn, il quale sembrerebbe rimandare al Danaide persino nella base  (*Per– = *Pher-) del nome.  Ciò implicherebbe, di conseguenza, un parallelismo analogo con Parashu-rama.  Avendo fatto una breve ricerca in proposito, ci siamo accorti che tale intuizione recava buoni frutti anche dal punto di vista mitologico ed antropologico.  Infatti Ferēdūn (pahl. e m.pers. Frēdōn, n.pers. Fereydūn o Farīdūn) è concepito quale Primo Mandriano (71), capace per giunta di utilizzare il bovino quale cavalcatura, alla maniera dei cinesi e dei sud-estasiatici.  Il che lo riporterebbe per forza di cose ad Abele, tanto piú che i suoi antenati tribali portano il suff. -gaw (‘vacca’).  Nello Šāhnāma è riportato il racconto dell’uccisione del padre Ābtīn da parte del drago Dahāk, dopodiché la madre Farānak conduce Ferēdūn nella foresta, ove lo allatta la vacca Barmāya/ var.Barmāyūn; la quale rammenta sotto certi aspetti Surabhi, la Vacca dell’Abbondanza, ossia la preda per cui i Kārtavīrya (figli di Re Ktavīrya, sovrano degli Haihaya) combattevano contro i Bhārgava di Jamadagni (72).

A lui viene attribuito persino l’incrocio fra cavalli ed asini per ottenere i muli, cosa la quale certifica in modo indiretto che l’allevamento del cavallo avveniva già a quell’epoca.  Anzi prima, poiché è evidente che deve essere intercorso un certo periodo fra l’allevamento delle singole specie di equini e i loro incroci.  Ferēdūn è stato il primo inoltre a domare l’elefante a scopo bellico.  Va aggiunto che, similmente a Perseo in ciò (vedi decapitazione di Medusa), il titano persiano ebbe modo di uccidere (73) il mostro tricefalo Aži Dahāk (Żaḥḥāk); corrispettivo iranico di Triśiras (74), figlio di Tvast (il Demiurgo) e talora denominato Viśvarupa.  A compiere il gesto fatidico in India è stato Trita Āptya (75), omologo del Thrita avestico (vide infra); nell’Avestā in luogo di Ferēdūn compare Thraētaona (lett. il ‘Figlio di Thrita’), un Āthwiyāni, cioè un ‘discendente della famiglia Āthwiya’.  Dunque, se Thrita Athwiya alias Abtin equivale a Trita Aptya, il figlio Thraetaona (76) corrisponde senza dubbio a Parshu-rama (77) ed il padre a Jamadagni (78). E se a volte però, secondo lo Šāh-nāma, egli shamanicamente assume la veste di drago onde metter alla prova i 3 <Figli> (vide infra), non vi è da stupirsi.  Anche Perseo è concepibile, in alternativa al ruolo sauroctono, quale alter-ego del ‘Vecchio del Mare’ ovvero del ‘Mostro del Mare’, sua primitiva incarnazione (79). Poiché, se è vero che il Kêtos inviato dal ‘Sovrano del Mare’ (80) quale proprio messaggero  contro Andromeda per adempiere al sacrificio fa le veci d’un allotropo, è pur vero nel contempo che nonostante Perseo venga accreditato quale figlio di Zeus non poteva risultare tale in origine data la sua natura titanica; ma doveva di necessità esser figlio di Poseidone (cioè del ‘Vecchio del Mare’, il vetusto Forco) e perciò fungere da doppione del Kêtos-Trítôn, analogo a Thraetaona sauromorfico.  Un’altro mitologema che comprova la reale identità di Ferēdūn e Perseús è la battaglia del primo contro i Māzarand, a nostro parere i Negritos (81) paleoindonesiani.  I poteri magico-shamanici del titano persiano venivano esplicati anche a livello taumaturgico.  Ferēdūn fu inoltre l’inventore persiano della cosmologia e della metafisica.  Ebbe 3 <Figli>, non meno di Perseo: a Salm venne lasciato il Rūm (Asia Minore, Egitto, Grecia ecc.), a Tōz il Tūr (Turkestan, Mongolia ecc.) e a Ēriz/ var.Īraj l’Iran e l’India, ma il terzo figlio fu assalito ed ucciso dagli altri due.  Secondo il Mēnōg ī xrad il titano divenne immortale, ma successivamente Ahriman in base ad altri testi lo trasformò in un mortale a causa del disprezzo verso Ohrmazd oppure per il fatto d’aver preferito il terzo figlio.  Inutile aggiungete che in tempi islamici il personaggio è stato equiparato a figure biblico-coraniche quali Noè od Abramo, che tuttavia non gli corrispondono per nulla.

Il Ciclo Sethita

A causa della naturale inclinazioneumana ed animale in genere all’espansione territoriale, il terzo figlio di Adamo compie l’ennnesimo viaggio verso l’emisfero australe, ugualmente agli altri due.  In questo caso però Seth, o per meglio dire i Sethiti, si sono incrociati con gli eredi occidentali di Caino.  Per questo la Genesi fa derivare il primo Lamech da Caino, anziché da Abele, o direttamente da Adamo come Seth.  La linea di trasferimento di alcuni guppi cainiti verso occidente, dopo aver raggiunto i Mari del Sud passando a poco a poco dalla zona subartico-orientale a quella sud-orientale attraverso il Pacifico, è da cercare infatti in direzione pacifico-atlantica per il tramite dell’Oceano Indiano.  Ciò è potuto avvenire solamente sfruttando una situazione geografica alquanto differente rispetto a quella odierna, principalmente per via dell’esistenza da un lato d’un continente intra-oceaniano, secondo quanto testimoniano i miti insulari locali medesimi (82).

 Passando da quella contrada del mondo in Sudamerica attraverso la suddetta direzione pacifico-atlantica, dato che la via era facilitata dalla presenza geografica d’un altra seconda grande ecumene di cui perfino gli scienziati moderni hanno ipotizzato l’esistenza chiamandola ‘Lemuria’ in base alla diffusione dei Lemuri sulle terre bagnate dall’Oceano Indiano, la prima corrotta umanità ha dato luogo alla prima perdita della purezza razziale.  Prima di allora esistevano unicamente 3 Razze: la Bianca (gli Adamiti), la Gialla (gli Evaici) e la Nera (Cainiti e Lamechiti).  A questo punto (83) è avvenuta un’ibridazione fra Sethiti (84) e Cainiti, dalla quale è provenuta una razza mista, considerata dagli antichi giustamente impura (85). Del pari la discesa di Lamech ha segnato il passaggio d’un flusso migratorio uralo-altaico dalla Siberia all’Asia Centrale (il Tūrān propriamente detto) e dall’Asia Centrale alla Persia od  all’India preistoriche (86), entrambe queste terre spingendosi una volta molto piú a sud di quelle odierne (87).  Il flusso legato alla figura di Seth (88) coincide invece col popolamento delle Americhe (89), o delle Atlantidi(90) stando alle antiche leggende.  Seth è ritratto da Giuseppe Flavio come uomo virtuoso e pacifico, capace di perfezionare le conoscenze degli astri (91). Tali conoscenze sarebbero state scritte su 2 Colonne, una delle quali sarebbe sopravvissuta (92)

Il Vishnuismo assegna del pari a Rāma-candra, dominatore del VII Ciclo Avatarico, attribuzioni non troppo dissimili da quelle di Seth; d’altra parte, il biblico Seth corrisponde sul piano etimologico al vedico Savitar (post-ved.Savitr), che il Kerbaker (93)paragonava una volta correttamente al lat.Sāturnus, var.Saviturnus.  Il dio solare Savitar non è diverso peraltro da quel ‘Sole-dai-mille-petali’ che nellla pratica tantrica il sādhaka incontra sul sommo capo nell’atto supremo di realizzazione spirituale, benché in questo caso l’appellativo numinoso cui si fa ricorso sia quello di Śiva (94). Chiudendo il cerchio, non si può allora non ravvisare nella figura del secondo Rama, il cd. ‘Rama-della Luna’ (o meglio del Lunus, perchéCandra in sanscrito è maschile), un doppione a livello settario – è appunto ossequiato dai vaisnava – di Savitar. Tant’è che la consorte del secondo Rama vien denominata Sītā (lett.‘Solco’, identificato microcosmicamente colla Yoni, a dimostrazione che Rama rappresentava in principio un’incarnazione delLinga shivaico), nome il quale oltre ad esser l’anagramma di Satī (95) per inversione vocalica a parte una lunga, risulta strettamente apparentato sia all’ebr.Seth (fen.Sath, eg.Set) che al lat.Sāt-urn-us (96) o – abbiamo visto sopra – al scr.Savit-r.  Qualcuno potrebbe pensare che si tratti esclusivamente d’una convergenza fonetica, ma i fattori concordanti fra le voci menzionate sono troppi per negare un’etimo comune ad esse, anche se non è qui la sede per analizzarlo compiutamente.  Ad ulteriore prova della veridicità della nostra deduzione sta il fatto che Sītā funga da dea dell’agricoltura (97) e che il suo consorte sia descritto e dipinto tradizionalmente con pelle di color verde (98), in ciò rispecchiando tratti tematici simbolicamente affini a quelli dei personaggi della serie mitica di Seth-Saturno.

Nel Rāmāyana Sita viene rapita da Rāvancoll’aiuto di Mārīca, ministro del Regno deiRāksasa (Lankā, attuale Shri-Lanka), il quale con un artificio si trasforma in un Aureo Cervo attirando dietro di sé l’attenzione del principe Rāma.  L’antefatto di questo rapimento però è l’innamoramento di Śūrpanakhā prima per Rāma e poi per Laksmana, in entrambi i casi non ricambiato.  La qual cosa spinge la sorella di Ravana ad aggredire indispettita i due fratelli insieme a Sita ed allora Lakshmana, costretto a difendersi e nel contempo infastidito da quest’interesse per loro, le taglia addirittura naso ed orecchie; ciò che muove la povera Shurpanakha orrendamente mutilata a rivolgersi a suo fratello Ravana, re dei Rakshasa, chiedendogli d’intervenire contro i due uomini e per vendetta ghermire Sita.  Ciò avvenuto, si scatena la guerra contro il sovrano di Lanka, ove Rama è aiutato dal luogotente Hanumat a debellare i demonici nemici.  

Al di là delle localizzazioni rispettive dei miti e delle leggende prese in considerazione, siamo convinti che il vero teatro delle imprese appena narrate sia stato in ogni caso la primitiva Atlantide(99), cioè l’America Meridionale del Tardo Paleolitico (c.23.920-17.440 a.C.).  Se Rāmacandra è costretto a combattere contro il Regno di Lanka e le sue asuriche truppe, nei confronti delle quali ha alfine la meglio; nondimeno Seth alias Lamech (il secondo Lamech, tratteggiato emblematicamente quale <padre> di Noè) deve battersi contro i Cainiti, quasi certamente ibridati coi lamechiti (del primo Lamech). Quest’ultima congettura è deducibile dal parallelo indiano, l’avversario del principesco marito di Sita avendo in mezzo alle sue 10 Teste una Testa d’Asino; dettaglio questo che, oltre a rimandare al Gigante Tifone di greca memoria ed al mito della Gigantomachia, appare un chiaro rimando all’asterismo canopico.  Ma Canopo fungeva da perno polare nel ciclo precedente a quello di Rāmacandra,ossia nel Ciclo dell’Ariete, dominato da Paraśurāma; orbene, Parśu era nipote di Aurva, personificazione del <Fuoco> della Cavalla Sottomarina secondo il De Santillana (100).  Perciò ne deduciamo ulteriormente che Parshu-Perseo non fosse, in fin dei conti, molto diverso da Ravana-Tifone dalla Testa d’Asino; questo per il fatto che ogni avatara, terminato il suo mandato celeste, alla chiusura del ciclo successivo fa da immancabilmente da avversario finale all’avatara susseguente.  In parallelo anche a livello umano la contesa fra i divini (od angelici) Sethiti ed i Giganti, nati dalla commistione fra alcuni sethiti sulla via della corruzione e le belle cainite, chiude il ciclo con gran danno dei secondi dai primi sconfitti.  L’unica differenza è che, in tal caso, gli sconfitti appartengono al V anziché al VI Ciclo Avatarico; benché si debba tener conto che, rimanendo agl’insegnamenti biblici, anche il primo Lamech discendeva in parte da Caino e quindi il ceppo cainita non poteva che risultare ibrido. Probabilmente codesto fattore fu addirittura determinante nella corruzione del ceppo, poiché l’ibridazione – tanto animale quanto vegetale – non produce il lussureggiamento bensí la sterilità (101).

I Sethiti fisicamente erano molto alti (102), come gli Abeliti, ed eran eran denominati ‘Figli di El’ poiché dimoravano “ai cancelli del Paradiso”; praticamente, sul limitare della zona circumpolare. Dopo l’unione colle discendenti di Caino sul suolo americano finirono per perdere la loro aura luminosa, venendo meno alla loro vita spirituale.  Un’ultima cosa rimane da aggiungere su Seth.  Si tramanda nella ‘Questua del Santo Graal’ (103), la IV Parte del voluminoso Lancelot-Graal, che Seth fu l’ultimo uomo a contemplare il Graal: da intendere ivi come la percezione intima dell’unità dello Spirito umano e dello Spirito divino.  Il che significa che il Paradiso Terrestre non poté piú esser <visto> (104) da occhi umani nei cicli seguenti, quasi a dire che lo sguardo degli uomini dopo la ‘Caduta’ fu reso cieco ed estraneo alla verità persino sul piano strettamente cosmografico.  I Sethiti appaiono pertanto come gli ultimi esuli del Paradiso e il IV Grande Anno è il loro periodo di dominio.  Esiodo attribuisce tale periodo cronologico agli Eroi, ciò coincidendo colle vicende spirituali dapprima di Seth (il secondo Lamech, ossia il secondo Rama) e poi di Noè (il primo Noé, vale a dire il primo Krishna od il primo Eracle se preferiamo) (105), ritenuto il <figlio> e cioè il successore di Seth prima del <Diluvio Universale> di cui parla la Genesi.  Ovvio che s’intenda, come per gli altri patriarchi antidiluviani, oltre alle loro eminenti figure le fortunate genti che vissero accanto a loro e ne videro o ne narrarono le gesta.  Queste gesta, ripetiamo, dovettero svolgersi nel caso di Seth in America (o nell’Atlantide) Meridionale e nel caso di Noè nell’America (o nell’Atlantide) Centrale; la quale, quantunque oggi si sia ridotta ad una lingua di terra non molto estesa in superficie, doveva prima della Grande Inondazione tramandata da Platone estendersi in varie grandi isole dislocate nella zona andino-caraibica.  Per Platone l’accadimento risalirebbe ad una data posteriore a quella della fine del IV Grande Anno, ossia il 10.960 a.C.  Questi 1.400 di differenza non son facili da spiegare, ma come possiamo constatare oggidí col senno del poi neanche nel 2.000 d.C. si sono verificati gli eventi catastrofici previsti dalle profezie varie per la fine ciclica del Grande Eone. Che significa questo, che le profezie sono soltanto delle favole?  No, di certo.  In fondo, proprio la testimonianza di Solone appresa dagli Egizi e trasmessa al suo discendente, postula che gli eventi diluviali si verificano; ma non nella data prevista, qualche tempo dopo insomma. Ciò che si può spiegare cosí in termini astrologici, senza scadere nell’irrazionale o nel miracolistico: le arcidiscusse settemplici congiunzioni planetarie determinano sconvolgimenti tali nel nostro pianeta allorché accadono alla fine dell’eone (ogni 6.480 anni) da provocare le catastrofi tramandate dagli antichi; sennonché, per fattori geomagnetici quasi imponderabili, tali calamità slittano in avanti in una data difficile da pronosticare.  Con tutta probabilità lo scioglimento dei ghiacci per fattori astronomici difficili da individuare con precisione (maggiore esposizione ai raggi solari per via d’un avvicinamento periodico del globo terrestre al sole, o qualcosa del genere) provoca inondazioni, le quali a lungo andare si ripercuotono sulle terre ricoperte dalle acque facendole sprofondare e determinando in tal modo uno sconquasso a catena della superficie terrestre, che alterando le correnti oceaniche, fa di volta in volta raggelare alcune lande disgelandone altre.

C’informa il solito Guénon (106) che, dopo il Diluvio che distrusse la Terra Iperborea, i discendenti degli uomini iperborei si siano rifugiati in una terra adiacente ove “il giorno piú lungo era il doppio di quello piú corto”.  In temini numerici, dobbiamo ritenere dunque che il giorno piú lungo fosse di 16 h e quello piú corto di 8.  Dato che nell’Italia Settentrionale (107) la differenza oraria fra i due solstizi è di appena 4 h, durando la giornata al massimo 14h ed al minimo 10, si può calcolare vagamente a quale latitudine si trovassero quegli uomini.  Questa terra, esaminando la cartina geografica, doveva trovarsi ad una lat. di c.65°N, pressappoco dove è oggi la Groenlandia; la quale circa mille anni fa era molto piú verde di oggi, tanto che nel sud dell’isola si praticava l’agricoltura e l’allevamento, come testimoniano i Vichinghi nel loro passato (vedi esilio di Erik il Rosso).  L’Atlantide Iperborea non era forse nient’altro che questa landa, abituata a condizioni climatiche probabilmente addirittura migliori che nel Medioevo, a causa della Corrente del Golfo; che, deviata un tempo dall’Atlantide andino-caraibica, andava a lambire l’America Settentrionale lasciando l’Islanda (lett. ‘Terra dei ghiacci’) in condizioni simili a quelli dell’attuale Groenlandia o qualcosa del genere. Tale ecumene non può esser annoverata nell’ambito del IV Grande Anno, il Ciclo della Razza Rossa, dato che rientra già nel V; e tantomeno nel I, inquantoché sia cosmograficamente sia cronologicamente essa si situa al di fuori della cultura artica.  La definizione di ‘Atlantide Iperborea’ è appropriata, provenendo questa cultura subartica dall’incontro di due componenti etniche, una boreal-orientale e l’altra centro-atlantidea.  Quivi si collocano le origini dell’etnia iafetica, che Guénon ad esser sinceri non ha colto appieno (108).

***

Note

(1)                L’identificazione colla Mesopotamia nasce dal fatto che, oltre al Tigri e all’Eufrate, la Bibbia si riferisce a due altri fiumi che secondo certi studiosi un tempo attraversavano quella terra e poi si sono essicati.  Ma in ogni caso, trattasi d’una identificazione simbolica, non può esser presa sul serio cosmograficamente parlando.

(2)                R.Guénon in Forme tradizionali e cicli cosmici- Mediterranee, Roma 1974 (ed.or. Formes Traditionnelles et cycles cosmiques– Gallimard, Parigi 1970), pp. 43-5, interpreta la storia narrata nella Genesi, per via dell’argilla di cui è costituito l’Uomo, come un’allusione al sorgere della ‘Razza Rossa’.  Ovviamente si tratta d’un riferimento corretto, dato che analogamente gli Africani utilizzano il simbolismo del ferro. 

(3)                I 5 ‘Grandi Anni’ della tradizione ellenica corrispondono ciascuno ad un dio nella prima metà e ad una dea nella seconda.  Platone, ad es., nel Tim.- xiii. 40 e/ 41a pone la doppia serie quinaria : 1) Urano-Gea, 2) Oceano-Teti, 3) Crono-Rea, 4) Zeus-Era e 5) i figli di questi ultimi non specificati (come Apollo-Diana ecc.).  Sono, inoltre, in relazione con tutta una serie di fattori cosmografici quali le Direzioni, i Climi, i Venti, le Classi sociali, le Ecumeni e via dicendo.  Non esiste alcun trattato che specifichi queste corrispondenze in Grecia, ma anche in India avviene la stessa cosa e del resto le suddivisioni grosso modo concordano, essendo basate le une e le altre sui ‘Grandi Elementi’ (scr.Mahābhūta).

(4)                G.Acerbi, Brevi considerazioni sulla tematica apocalittica e il preteso ‘Millenarismo’ – Algiza, N° 10, Chiavari [Ge]1998, passim.

(5)                G.Acerbi, La nozione di ‘Olam’ nella cultura ebraica ed il culto solare giudaico-cristiano, da Noè a Hebron– Alle pendici del M.Meru (blog, pross.)   

(6)                Per un’esegesi maggiormente completa cfr. Manu e la leggenda adamica del ‘Peccato Originale’– Alle pendici del M.Meru (blog, pross.).  In una forma incompleta era stato pubblicato in parte nel precedente blog quasi omonimo ‘Alle pendici del Meru’, 27-12-07.

(7)                Si faccia attenzione a non confondere l’Adamo terreno con quello celeste.  Per es. quando un sufi quale M.Shabistarî (S.H. Nassr,Ideali e realtà dell’Islam– Rusconi, Milano 1974, p.76; ed.or. Ideals and Realities of Islam– G.Allen & Unwin- Londra 1966) afferma nel suo ‘Roseto’ del mistero’ che il dono profetico è apparso per la prima volta in Adamo, ma fu perfetto nel ‘Sigillo dei Profeti’, intende dire che il compimento della profezia per l’umanità adamitica è avvenuto con Muhammad.  Non che Maometto fosse piú perfetto 
di Adamo, il che sarebbe assurdo.  A meno di confrontare il Profeta coll’Adamo terreno, che ovviamente è inferiore.  Come fece una volta in modo sacrosanto lo stesso Maometto, il quale dichiarò di essere stato già profeta quando Adamo si trovava ancora fra l’acqua e l’argilla”.  Perché, altrimenti, sarebbe esplicitare una bestemmia; in quanto, in ultima analisi, è dall’Adamo Celeste che trae la sua profezia ogni profeta successivo (Zoroastro, Siddharta, Mosé, Gesù ecc.).

(8)                La frazione indicata piglia come intero tutto il Ciclo Paradisiaco propriamente detto, ma se si volesse prendere per intero il Grande Eone è ovvio che la frazione simbolica di decadenza sarebbe diversa, cioè di 1/10.

(9)                I 3 emblemi sono: la Fenice (Cielo), il Dragone (Atmosfera) e la Tartaruga (Terra).  Cfr. G.Acerbi, Sulla questione essenziale dell’Unicità Divina– Herakles, N°1, Feb. 2015 (Digibu, on line), §6, p.27, n.54; inoltre, fig.5.

(10)              Nell’induismo la prima forma trinitaria prende corpo infatti col Varāhāvatārasignore del III Ciclo Avatarico; che, letteralmente, possiede una solla zanna.  Ma, in realtà ne ha tre ossia una in piú rispetto alle due normali dell’animale in senso biologico, su un piano meno elevato la prima ha valore trascendente, le altre semplicemente fenomenico.  Quantunque l’iconografia, in generale, non rispetti tale concetto.

(11)                Ac., art.cit., §3, pp 5-7.

(12)              C.A.S. Williams, Outlines of Chinese Symbolism & Art Motives– Dover P., N.York 1976 (rist. della III ediz.rived. di Outline of Chinese Symbolism– Kelly and Walsh, S
hangai 1941; II ediz. 1932; I 1931 con altro edit.), ss.vv.  P’AN KU, p.314 e  FU HSI, p.203.

(13)              Will., op.cit., s.v. P’AN KU, p.314 (ultime righe).

(14)              Nel II Ciclo Adamico il Dragone del Nord trovavasi al perno polare, ciò che spiega l’arrotolamento del Serpente attorno all’Albero della Vita, insomma l’Axis Mundi.  Che poi tale Serpente rappresenti il Diavolo lo abbiamo già detto, è la prima incarnazione dell’Avversario Divino.  Vi è, tuttavia, anche un aspetto positivo e demiurgico in tale presenza, quantunque non ben messa in risalto nella tradizione giudaico-cristiana.  Si ricordi, d’altra parte, della Caduta di Lucifero, prima il piú bello degli Angeli.  Il che significa 
che coincideva col Santo Spirito, il cui dominio rendeva il Paradiso unsanctum regnum per dirla alla Guénon.  La tradizione giudaico-cristiana non ci spiega quando sia avvenuta la Caduta degli Angeli Ribelli, ma è evidente che abbiamo a che fare con una discesa agl’inferi di tipo titanico, quindi conseguente alla fine del Ciclo Paradiasiaco nel suo insieme.  Per quanto appaia immersa, illusoriamente in un’aura pre-temporale, la trasformazione d Lucifero in Satana è la controparte metafisica del passaggio di consegne da Adamo a Seth, passando per Caino.  Sarà infatti nel Ciclo Sethita che avverrà il crollo  definitivo dei Cainiti (e parzialmente pure degli Abeliti) attraverso l’incontro-scontro coi Sethiti, la parziale corruzione di costoro a base di feste orgiastiche nonchè pasti cannibalici a scopo sacrificale per imitazione cainita – come è avvenuto sino a tempi recenti nella zona selvaggia della Nuova Guinea, al dire degli antropologi o degli storici delle religioni – per poi giungere ad una ribellione finale da parte dei ‘Figli di Dio’ (chiamati, in alternativa, ‘Angeli’…).  La mitologia greca ricorda questi fatti sotto il doppio aspetto della Titanomachia, il primo scontro; e della Gigantomachia, in cui ai cainiti superstiti parrebbero essersi uniti senza successo degli abeliti venuti chissà da dove.  Sulla questione vedi H.Mriga, La Patagonia, terra di giganti– Webly, pross. online.   

(15)              In tutta evidenza, tale decadenza etica è simile a quella cui si è accennato nella n.prec., ma ne è solamente un’anticipazione di grado minore in tempi ancora paradisiaci seppure prossimi a quelli della Caduta; in questo caso è sempre la femmina a dominare come nel I Ciclo Evaico, non il maschio come nel Ciclo Sethita.  Inoltre, non è ancor vigente il sacrificio e la crudeltà che inevitabilmente l’accompagna; né è subentrato al momento il fattore orgiastico, ispirato piú tardi al culto tribale tanto della fecondità umana ed animale in genere (legato indissolubilmente all’ossequio verso gli antenati) quanto della fertilità vegetale (propiziazioni rituali di stampo orticolo-primitivo).

(16)              Per questo taluno, scioccamente, tende a concepirla come inferiore all’Uomo.

(17)              In termini cinesi lo Yin sullo Yang, il che è come dire la Virtù dell’Uno (cin.Tē) – equivalente alla ‘Presenza’ della tradizione ebraica od alla ‘Potenza’ di quella indiana – sull’Uno (cin.Tao), sebbene lo Yin sia anche l’emblema dello Zero metafisicamente parlando oppure del Due.  Detto in termini cinesi, nel II Ciclo Regale prevale il senso del Tao inteso come la Madre (lo Zero, la Bruma); nel III Ciclo il Tao scade a Principio Unico, o Soffio Creatore se preferiamo, nel IV domina invece la Tē.  Ed è solo nel V Ciclo Regale che lo Yin e lo Yang si contrappongono dualmente come il Due e l’Uno (non dualisticamente!), poiché la simbologia dello Yin e dello Yangtende a scadere a livello cosmologico.  

(18)              Un nostro scritto intitolato Il Paradiso Iperboreo quale Terra di Luce e di Tenebre è in preparazione quale primo capitolo, a sé stante, d’una raccolta d’articoli vari (G.Acerbi, Viaggio nella Luce e nelle Tenebre, pross.).

(19)              Cfr. G.Filoramo, L’attesa della Fine. Storia della Gnosi– Laterza, Bari, Cap.VI sgg.  Quanto riferisce il Professore a proposito del ‘Dio Antrhropos’ posto al centro del cosmo dagli gnostici, bisogna capire che costui è l’equivalente del Rāmacandra hindu, omologo indiano (parziale) di Seth.  Entrambi questi personaggi dal risvolto umano paiono legati al numero 7, ovvero l’uno per il fatto che è il Settimo Avatar, l’altro per l’etimo medesimo; che l’apparenta per un verso al lat.Sāt-urn-usSa[vi]t-urn-us (scr.Sa[vi]t-ar) in quanto dio proto-agrario e, per il resto, al Settimo Pianeta’ dell’ebdomade planetario nella simbologia ermetica.  Inoltre, come Seth funge da erede di Adamo, cosí Rāma (corrispettivo etimologico del secondo Lamech biblico) funge da erede di Manu, l’Uomo-dio delle origini. Da notare che questo Lamech (il padre di Noè, cit. in Gen.v. 25-31) è figlio di Metušelah, a differenza del primo Lamech (l’uccisore di Caino, cit. in IV. 18-24), figlio del quasi omonimo Metušael; il quale ha molto in comune con il primo Rāma, chiamato Paraśurāma.

(20)              Ciò non è avvenuto unicamente in Grecia con Eraclito e Parmenide.  In India, egualmente, il tema di fondo di tutta la sapienza vedica  fino alle Upanisad non è altro che la dicotomia KālaAkāla.

(21)               Ricordiamo che la Lama XVI dei Tarocchi, ovvero la Torre, altro non è che la Torre di Babele e non a caso a volte in certe specie di carte è chiamata l’Enfer.  Cfr. O.Wirth, I Tarocchi– Mediterranee, Roma 1973 (ed.or. Les Tarots des imagiers du Moyen Age, C.Tchou Ed., Parigi 1966), P.<Sec., XVI, p.223.  Ed è effigiata alternativamente da un’immagine di Orione, dietro cui campeggia il Serpente ad indicare un’opposizione astrale, confermata dallo Scorpione che come nel mito punge il piede del gigante; oppure dalla Bocca del Mostro dal muso maialino che inghiotte i dannati al ritmo del Tamburo, portato a tracolla e scandito dal Diavolo (ibid., p.222, figg. accluse).

(22)              Grav. & Pat., op.cit., p.108, n.6; cfr. anche §14.d, p.105.

(23)              Se il vocabolo è arcaico, la personificazione sembrerenbbe tarda, del tempo imperiale; ma personalmente siamo convinti che se ne sia perduta storicamente una analoga, poiché il velo che avvolge il capo del nume è un rimando di tipo preistorico e persino shamanico.

(24)              G.Acerbi, Kālacakra. La Ruota Cosmica– Univ.St. di Venezia (Ca’ Foscari) 1985, Cap.I, pp. 2-3.

(25)              R.Guénon, Simboli della Scienza sacra– Adelphi, Milano 1975 (ed.or. Symboles fondamentaux de la Science Sacrée– Gallimard, Parigi 1962), §20, p.128.

(26)              G.Garbini, Le religioni della Siria antica, §3, p.204, ill. n.num.; apud Storia delle religioni– Utet, Torino 1971, Vol.sec.      

(27)              G.Acerbi, Le arcaiche figure tricorni nella glittica della Civiltà dell’Indo e nell’arte rupestre del subcontinente indiano- Valcamonica Symposium ‘93 ( Prehistoric and Tribal Art- SYMBOL AND MYTH ), Temù (BS) 6-11 ott. 1993, §b. 4.i. p.32.  In tale scritto facevamo riferimento a Guen., op.cit., §28, pp. 170-1. 

(28)               Volendo distinguere fra i due, è chiaro che Crono alludeva al Cielo, ed il fenicio  ’Ēl (var. Hel in lingua siro-palestinese s enon andiamo erratidove l’h è una trascrizione in caratteri latini dello spirito aspro, come dal greco) al Sole.  Difatti, Elio (gr.Hēlios) ciclicamente s’identifica a Crono, appellativo 
designante più un ente celeste e temporale che non solare e luminosa.  La loro identificazione è dovuta al fatto che entrambi erano delle ipostasi del nume settenario dell’Età dell’Argento.  Crono, si dirà per contro, è però figlio di Urano; mentre El subentra all’oceanico Yam, il che è una maniera drammatica per sostenere la sua discendenza divina.  Yam d’altronde sostiene un ruolo nella mitologia siro-palestinese non troppo dissimile da quella di Yama nella mitologia indiana e se, all’interno di questa, costui svolge un ruolo analogo a quello dell’oceanico Varua altrettanto si può affermare dello Yam siro-palestinese nei confronti dell’Ouranós greco. L’unica differenza è che in area medio orientale Oriente è Varua ad aver a che fare colle Acque e non Yama, mentre in area 
mediterraneo-vicino orientale è Yam al posto di Urano.  Ciò si spiega facilmente, poiché l’oceano veniva anticamente concepito per la sua vastità come il mondo della morte, tant’è vero che i morti venivano nei primordi posti su zattere od imbarcazioni lasciate galleggiare sulle acque senza meta.  Di qui l’affinità fra il dio delle acque marine od oceaniche (Urano, Varuna) ed il Primo Morto, divenuto in seguito il dio della morte (Yam, Yama).

(29)              H.Mriga, L’etimo di Yahweh– Nel nido del Simorgh, blog (in prep.).

(30)              Si distingua fra Unicità Divina, concetto primordiale, ed Unità Divina, concetto tardo.  In proposito si veda il nostro scritto indicato nella P.I dell’art., alla n.9 (§1, pp. 1-2).

(31)              Una spiegazione per la verità è data (Grav. & Pat., op.cit., §16.b, pp. 110-15), ma è debole, sebbene in sostanza dipinga Caino come un reo miscredente, egoista e negatore dell’Eternità e della Misericordia Divina.  Nella storia si presenta addirittura la Divinità come vogliosa di sterminare Caino e, per il rifiuto di Abele, finisce per pagare il mancato omicidio l’altro fratello.  Ma, persino in mezzo a codeste trame leggendarie, s’intravede la verità: Abele è rimasto maggiormente fedele ai costumi adamici, Caino è piú prossimo a quelli evaici.  Difatti è Caino che pentito inventa la meditazione, allorché Yahweh gli pone un Corno sulla fronte (ibid., §i, p.115) a sua difesa – cfr. col   ṣ ś ṛ  g a  hindu – e torna in gloria.  Dal momento che la meditazione è il mezzo per ripristinare interiormente le condizioni primeve.

(32)              Op.cit., p.108, n.6.

(33)              Quanto di negativo attribuisce al personaggio la tradizione ebraica può essere accreditato ai Cainiti solamente nella loro degenerazione successiva al Cainismo originario, di cui la tradizione indiana esalta infatti gli indubbi aspetti positivi nella mitologia dello Shivaismo meridionale.  Del resto anche la tradizione ebraica, in fin dei conti, finisce per riscattare Caino.  Cfr. n.prec.

(34)              G.Acerbi, Il mito del Gokarna ed il drammatico agone fra Perseo e Medusa– Alle pendici del M.Meru, blog (17-01-13), pp. 14-5, n.27.

(35)              Grav. & Pat., op.cit., § 14. a-b, p104.  Il Demonio in effetti è presente nel Paradiso Terrestre, almeno nel Ciclo Evaico, ma non ha il nome di Satana.  Ne è un prototipo, chiamato talora Samaele; in questo caso, allora, la diversa genealogia è lecita, giacché è chiaro che Caino non proviene dal Ciclo Adamico, bensí da quello Evaico.

(36)              Op.cit., §§ f-g, pp. 105-6. 

(37)              Cit., § 16.8, p.115.

(38)              Oltre a questa, gli autori citano altre fonti (Pat. & Gr., op.cit., p.116, n.12).

(39)              La doppia tendenza, l’una tribal-orgiastica con costruzioni in legno ricoperto di paglia o di frasche e l’altra pagano (in senso letterale)-megalitica è propria della cultura d’origine austronesiana, se è vero che in tempi paleolitici (ltre 40.000 anni fa) un flusso migratorio di tale secondo genere culturale ha raggiunto dapprima l’India, poi l’Asia minore ed il Mediterraneo.

(40)              R.Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi- Studi Tradizionali, Torino 1969 (Le Régne de la  Quantité et les signes des Temps– Gallimard, Parigi 1945).

(41)              Guén., op.cit., Cap.XXI, p.174.

(42)              Sulla doppia discendenza degli Zingari vedi R.Guénon, Il Compagnonaggio e gli Zingari presso Scritti sulla Massoneria ed altre iniziazioni artigianali– R.d.S.T. (Gen.-Dic. ’81), Studi Tradizionali, Torino 1981, p.16.  Lo scrittore francese era convinto che anche il doppio raggruppamento di Ebrei e Compagnoni avesse a che fare con una doppia origine etnolinguistica e rituale.  Gl’indù, egualmente, riconoscono una Dinastia Solare rispetto ad una Lunare; nella prima potremmo riconoscere il ceppo turanico e nell’altro quello ario.  Cfr. in proposito G.Acerbi, L’Isola Bianca e L’Isola Verde– Simmetria on line (N°41, Apr. 2016), pross.  Gli unici autori che sono stati capaci di riconoscere tale doppia origine, anche se un po’ confusamente, sono Evola e Guénon.  Da parte da nostra abbiamo elaborato alcune ipotesi per cercare di chiarire meglio il problema, cercando di smentire le tesi accademiche od occultiste, che sfiorano la verità ma non sanno coglierla in pieno.

(43)              Abbiamo spiegato altrove (Ac., art.cit., passim) che tal razza non è mai esistita, però indubbiamente il termine va inteso come sinonimo – sia pur scorretto – di ‘stirpe’.  Soltanto questo modo essa diviene una denominazione pienamente tradizionale, facente capo alla ‘Quarta Stipe’, che Esiodo e la Genesi congiuntamente definiscono ‘Eroi’.  Questi Eroi altro non sono che gli Ari (scr.Ār-y-a, ir.Air-y-a), cioè gli ‘Aratori’ (scr.ar-y-a =’aratore, apritore del solco’, lat.ar-at-or = id.), secondo quanto mostra la comparazione con altre lingue indoeuropee (celt.ar = ‘campo, suolo coltivato’; lat.ar-v-us= id.).

(44)              Guén., op.cit., p.175, n.2.  Gli studi accademici in questo caso concordano, benché ogni tanto qualcuno ci provi a sfornare altri etimi, che paiono in realtà probabilmente collegati a quello principale per vie spesso difficili da delineare in maniera del tutto chiara.

(45)              Da notare che Guénon  (cit., p.174, n.1) non si fa prender la mano dal complottismo, che pure ha una sua ragione d’essere considerando la Dichiarazione Balfour e tutto il resto che si collega ad essa, ma vede in tale progetto un danno nei confronti degli Ebrei per ridurli al sedentarismo colla scusa d’offrir loro una patria.

(46)              Egualmente Guénon (ibid. come alla n.prec.) rammenta che nei confronti degli Zingari fu fatto un tentativo, in tal senso, di ridurli a certe regioni dell’Europa Orientale (Montenegro ecc.).

(47)               P.175.

(48)               L’autore usava ancora i termini di ‘etnologi o ‘preistorici’, oggi superati.

(49)               Passim.

(50)               Facciamo notare che persino il Mannus germanico aveva secondo il mito 3 simbolici <Figli>, ossia 3 diramazioni etnoculturali, non meno dell’Adamo biblico.

(51)               A. di Nola, s.v.:ZINGARI, Religione degli; presso AA.VV., Enciclopedia delle Religioni, Vallecchi, Firenze 197x, Vol.6, p.xxx.

(52)               Grav. & Pat., op.cit., Cap.16p.117, n.5.

(53)               I Rom fra gli Zingari e gli Askenaziti fra gli Ebrei.

(54)               La parola Thor-ah (‘Legge’) viene generalmente accostata al scr.Dhar-m-a (Id.), oppure al gr.Taûr-os (‘Toro’), in riferimento all’Era del Toro; venerato anticamente dagli Ebrei parimenti agli altri popoli del Vicino Oriente, come mostra l’episdio del ‘Vitello d’Oro’.  Potrebbe tuttavia aver avuto a che fare, in principio, con Tūrān.

(55)               Quelli d’origine iperborea.

(56)               I.Hud, Gli Zingari nella storia– Child of the Light & Friends, blog (16-06-2015), passim.  Il capostipite leggendario è chiamato Ròmano, chiaramente derivato da Rām (scr.Rāma).

(57)              F. d’Olivet, Storia filosofica del genere umano– Atanòr, Roma 1973, L.Sec., Cap.X, p.158.

(58)              Grav. & Pat., op.cit., Cap.19, p.133, n.1.  I due autori citano oltre a Perseo anche Atamante, scambiato per un bianco cervo.  Lamech annienta involontariamente l’avo Caino (in un passo apocrifo avente un corno sulla fronte), come Perseo uccide inintenzionalmente il nonno Acrisio, mentre nel caso di Rama l’uccisione dei Kārtavīrya è volontaria.

(59)               Ac., Il mit., passim.

(60)               Da notare che il nome rimanda da un lato a Yama, un Adamo demonizzato, avente per emblema il Toro; e dall’altro ad Agni, signore del fuoco, tale elemento risultando un fattore vitale per i nomadi allevatori di bestiame e costretti a continui spostamenti a causa delle mandrie.

(61)               J.Fontenrose, Python. A Study of Delphic Myth and Its Origin– Univ. of California P., Berkeley-L.Angeles-Londra 1959, Cap.XI, p.291.

(62)               Fontenrose (ibid. come alla 60) tratteggia la profezia sul nipote uccisore del nonno come una tipica storia sul modello di Crono e Zeus, o Laio ed Edipo (entrambe le coppie sono padre e figlio), quindi un passaggio ciclico da un’era ad un’altra.  E dato che Acrisio è un <Pescatore> ed anche un re, peraltro costruttore dell’Arca su cui sono rinchiusi figlia e nipote, potrebbe rimandare di per sé ad un mito diluviale concernente il Re Pescatore e la sua Arca di Traghettatore delle Anime da o per l’Altro Mondo.

(63)              Preto in effetti cominciò a litigare col gemello – anche Caino in una versione della leggenda ebraica (Grav. & Pat., op.cit., Cap.14, p.105, §f) è gemello di Abele anziché fratello – già nel ventre materno.  La cosa ricorda da presso la lite fra Viśvamitra e Jamadagni, collo scambio dei ‘Vasi’ contenenti il Soma.  Facile dunque paragonarli vicendevolmente a Preto ed Acrisio.  In questo caso i Vasi alludono ai Poli, ma non nel senso del Polo Artico ed Antarico, come la Doppia Ascia; ci pare che, più modestamente, abbiano ad indicare il passaggio pendolare del perno polare antartico da un asterismo (Sirio) ad un altro (Canopo).

(64)              Font., op.cit., p.292, n.31.

(65)              G.Acerbi,  Il Capricorno nel Bene e nel Male. La simbologia solstiziale dei ‘Tre Figli’ d’Adamo, con un’indagine sull’origine dei culti demonici in rapporto al Cainismo, all’Abelismo e al Sethismo– Nel nido del Simorgh, blog (10-02-15), p.10, n.7.  Quantunque la Genesi, facendone un discendente di Caino, lo abbia trasformato in cacciatore.

(66)              Wikipedia. The FreeEncyclopedia, s.v. Lamech (descendant of Cain).

(67)              Gli è attribuita difatti l’invenzione della Spada (ibid. come alla n.prec.), onde si può ipotizzare che alla maniera del Cavaliere su Cavallo Bianco dell’Apocalisse di S.Giovanni (Ac., Il mit., p.14, n.27), la sua Spada alluda cosmologicamente all’Asse Polare.  E siccome la vittima di Lamech è Caino, caratterizzato da tratti fisici similari a quelli di Agastya dai chiari connotati canopici (ib., p.5), ecco dimostrata la quasi perfetta equivalenza di Lamech a Parshu-rama e Perseo anche simbolicamente e non solo nel nome.

(68)              Non c’è da stupirsi che il Gigante Orione faccia riferimento al V Periodo Avatarico (avente perno polare più precisamente in Sirio), poiché anche per i Turi è trascorso tale periodo, nonostante il dominio dei Pigmei (Cainiti, Kartavirya); proprio come durante il periodo avatarico successivo è avvenuto il contrario, vale a dire al simbolismo di Rishyashringa (cfr. coll’immagine del Caino Unicorne, alla fine del suo ciclo ucciso da Lamech) è subentrato per i Kartavirya quello di Agastya, in parallelo con Parashu-rama ed il dominio dei Giganti.

(69)              Guén., op.cit., pp. 178-9.

(70)              Com.or.

(71)              Per questo e gli altri dati a seguire cfr. Encyclopaedia Iranica on line a c. di A.Tafażżolî, s.v.FERĒDŪN.  Nella forma cartacea la voce è presente nel Vol.IX della stessa (I ed.  1999, aggiorn. nel 2012), fasc.5, pp. 531-3.

(72)              M. & J. Stutley, Dizionario dell’Induismo– Astrolabio-Ubaldini, Roma 1980 (ed.or. A Dictionary of Hinduism– Routledge & Kegan- Londra 1977), s.v.PARAŚURĀMA, p.320/ col.b.

(73)              Nei testi medio-persiani rimane confinato in una grotta del Monte Damāvant, fino alla ‘Fine dei Tempi’; proprio nel 2000 d.C., difatti, il perno del Polo Nord si è spostato dal Dragone all’Orsa Minore.

(74)             Il tricefalismo in un caso e nell’altro allude cosmologicamente allo spostamento periodico (ogni 6.480 anni) del perno polare dalla Lira al Dragone del Nord e dal Dragone del Nord all’Orsa Minore, con movimento opposto al ritorno.  Inoltre, indica trattarsi d’un nume titanico, relativo al Tretāyuga  (la classica Età dell’Argento).  Cfr. col Tritone greco, pure tricefalo.

(75)              La locuzione nominale significa il ‘Terzo delle Acque’, con allusione forse ad Agni, che sorse primieramente da esse e fu seguito poi dai suoi 3 fratelli: Ekata (il ‘Primo’), Dvita (il ‘Secondo’) e Trita (il ‘Terzo’).

(76)              Etimologicamente è da apparentare al gr.Trítôn, benché quest’ultimo sia un drago marino, non l’uccisore del drago.

(77)              Sul piano astrale Parshu-rama rimanda a Canopo quale perno polare, sul piano ontologico al VI Avatāra.  Quindi anche Thraetaona ha il medesimo significato.

(78)              L’identità fra Jamadagni e Trita non è facilmente tracciabile, se si esclude il Tridente posto solitamente in testa al brahmano, ma è evidente persino dal nome che il padre di Rama debba esser assimilato al ‘terzo fratello’ di Agni.

(79)              Ac.,  art.cit., p.8.  Scrivevamo in proposito: “La relazione fra Parçu-Perseo, nonché della controparte femminile Medusa-Renuka, e Canopo vien in tal modo palesemente chiarita.  In certo senso la coppia Parçu-Renuka appare un doppione di Varuna e della propria figlia-consorte Vârunî-Varunânî (Urano ed A.Urania), i numi indiani preposti alla sovranità delle acque cosmiche; mentre la coppia corrispettiva Perseo-Medusa si richiama alla omologa coppia Forco-Keto.  Il Ketos dal suo canto, essendo il messaggero per eccellenza del signore del mare, ne è il veicolo esclusivo o se si vuole la forma primigenia; parimenti, in India il Makara è il vâhana di Varuna.”

(80)              Poseidone non è che un sostituto in tempi recenti dello Hálios Gerôn ed in quanto tale un doppione di Tritone, che ne è il figlio, vale a dire un’allomorfia.

(81)              L’interpretazione di queste tribù semi-mostruose descritte nel Dēnkard quali tribù negroidi attiene ad A.Tafażżolî (vide n.71), noi l’abbiamo solamente riadattata alle nostre necessità.  Di esse è detto che hanno invaso la regione di Xvanērah (av.Xaniratha) e che poi sono state tramutate in pietra dalla magia, s’intende attraverso operazioni shamaniche, di Ferēdūn.

(82)              In particolare quelli relativi alla ‘pesca delle isole’ da parte d’un nume, dopo che un continente era sprofondato in precedenza; è evidente che tali isole sono quindi una riemersione di dorsali oceaniche dapprima sprofondate, ragion per cui ha poco senso la datazione di arrivo in esse delle attuali popolazioni che le abitano.  Sicuramente il ripopolamento insulare non ha potuto concretarsi senza l’apporto di dati tradizionali ancestrali, non facili da distinguere tuttavia da quelli che si sono sovrapposti successivamente.  L’esistenza di terre paradisiache orientali ormai orrimediabilmente perdute, proprio come in Occidente, è attestata abbondantemente nella tradizione cinese e limitatamente anche in quella giapponese.  Per una visione d’insieme vide G.Acerbi, La saga universale del Pesce e del Re Pescatore. Indagine iconologica e cosmografica sugli sviluppi ciclici della Rivelazione Primordiale– Quaderni di Simmetria, Roma (programmato per la primavera del 2017), Capp. III-IV passim.

(83)              Ciclicamente trattasi della prima metà del IV Grande Anno, detto in termini greci (il IV Mahāyuga in termini induisti).

(84)              Da ciò si può dedurre, indirettamente, che prima dell’ibridazione i Sethiti appartenevano ancora alla Razza Bianca, benché al secondo ramo (nordorientale) della stessa; ecco il motivo per cui la tradizione apocrifa ebraica li definisce ‘Figli di El’, in altre parole una divina progenie.  E li descrive alti, intellettivamente ispirati e dediti alla meditazione.  Non bisogna dimenticare, a tal proposito, che l’etnia di provenienza dei Sethiti non è tanto la Razza Gialla secondo quel che si sostiene in genere, quanto la razza Bianca;  con riferimento, precisamente, al ceppo paleoasiatico oppure a quello mongoloide.  Questi ceppi, risultando sul suolo americano prevalenti rispetto all’altro pigmeo-negroide d’origine pacifico-atlantica, han determinato tutto quel che si osserva comunemente (caratteri fisico-mentali, costumi, linguaggi) nella Razza Rossa.  Ancor oggi, per influenza certamente dalle teorie etnologiche moderne, la tipologia amerinda dagli ‘occhi a mandorla’ viene localmente chiamata «cinese»; di contro all’altra, pigmeo-negroide, di cui dicevasi sopra e che non trova riscontro alcuno (anzi, ne è apertamente negato il ruolo) nelle teorie antropiche contemporanee.  Tuttavia va precisato che, oltre alla mancanza d’una teoria antropologica che spieghi il contrasto fra codeste due tipologie fondamentali presso le popolazioni indigene amerinde (apporti etnici d’origine europea a parte), va rilevato che pure gli abitanti della Cina sono soltanto per un terzo dei ‘gialli’ di lontana origine pacifica; un altro terzo è rappresentato da vetusti discendenti del ceppo paleoasiatico ed un altro terzo ancora da genti di provenienza altaica, protomongolide insomma.  Sia gli Altaici che i Paleoasiatici appartengono al ramo nordorientale della Razza Bianca, mentre i Proto-oceaniani discendono dal ramo orientale della Razza Gialla.

(85)              Non è questione di razzismo.  Come insegnano gli Zingari (G.Acerbi, Pañcajana, le ‘Cinque Razze’ degli Zingari e i ‘Semi’ del Tarocco– Algiza, N°12, Chiavari [Ge] 1999, pp. 16-9), che sono d’origine indiana, solamente le prime 3 Razze (la Bianca, la Gialla e la Nera) possono venir reputate pure ossia non ibridate; le altre 2 (la Rossa e la Bruna) sono spurie, siccome commiste.   La commistione delle razze e delle caste è un fenomeno verificatosi in piccole dimensioni a cominciare dal IV Grande Anno (23.920-10.960 a.C.), estrapolando dai testi sacri di varie tradizioni; praticamente, detto in termini archeologici, nella fase finale del Tardo Paleolitico.  In grandi dimensioni si è verificato, invece, a partire dal V Grande Anno; cioè in tempi post-diluviali (post-mesolitici), con aumento del fenomeno in tempi post-babelici (post-neolitici).  Sebbene nella Bibbial’accento dell’azione corruttiva nimrodica sia posto sulle lingue, anziché sulle etnie, ma è in sostanza la stessa cosa, poiché non esiste etnia senza linguaggio.  La cosmologia mitica indiana, in parallelo, pone la corruzione finale del genere umano nel Kaliyuga, la ‘Quartà Età’ ciclica.

(86)              È la tradizione zingara – probabilmente la componente rom di questa – a dichiararlo (Ac., art.cit., pp. 16-7), ma pure l’Ermetismo occultista sorto fra l’inizio del XIX sec. e l’inizio del XX, la cosa essendo stata trasmessa persino a Guénon.  Gli studiosi del Novecento però hanno finito per confondere siffatta tradizione turanica con quella d’origine degli Indoeuropei (sarebbe meglio tornare a chiamarli Iafeti), che è veramente altra cosa; giacché non ha niente a che fare coll’Asia Centrale, se non per un periodo cronologico assai limitato.

(87)              Circa l’estensione maggiore a sud dell’Asia Meridionale vi sono tradizioni popolari dravidiche ed altre letterarie puraniche a suggerrilo.

(88)              In base a quel che abbiamo stabilito alla 84, è chiaro che per i Sethiti durante la loro primitiva espansione in ambito nord-americano si potrebbe realmente parlare di «idiovariazione» nei confronti del ceppo di razza bianca originario, come pretendevano un tempo il Wirth ed Evola (cfr. Ac., L’Is. B. sgg.).  Pur di considerare quale archetipo primevo non il ramo artico della Razza Bianca, bensí il ramo subartico-nordorientale della medesima, disceso al pari delle genti turaniche dal mitico  Śākadvīpa ed a propria volta formato da due suddivisioni etniche: il ceppo altaico (proto-mongoloide) e quello paleoasiatico, quest’ultimo probabilmente derivato da un’ibridazione degli Adamiti coi Pre-adamiti.  Il primo parrebbe connesso alla vera e propria discesa di Seth (s’intende, i Sethiti) verso Sud, databile pressappoco fra il 30.000 e il 20.000 a.C.; il secondo, entrato sul suolo americano in tempi maggiormente recenti ovvero attorno al 10.000 a.C. ed esteso dall’Alaska alla Costa Nordocciodentale della California, parrebbe rispecchiare a differenza dell’altro la cultura primitiva dei cacciatori di grossi cetacei diffusa nelle zone circumpolari asiatiche.

(89)              A meno che esistessero già dei pre-adamiti di tipo neanderthaliano anche nel Nuovo Continente (vedi n.prec.), cosí come nell’Eurasia ed in Africa.

(90)              L’idea di piú Atlantidi è stata proposta da P. Le Cour ed accettata – sia pur con riserve – da Guénon, ma è implicita nelle etnogenesi tradizionali narrate da popoli quali i Toltechi o gli Aztechi, i quali affermavano di discendere da una primordiale Tullàn o Aztlàn.  Da notare che l’etimo di questi nomi suggerisce un’analogia della seconda parte di tali termini con l’ingl.land (‘terra’).  Le antiche cosmografie, dalla Grecia all’India, implicavano d’altronde il trasferimento <a staffetta> della Tradizione da un’ecumene mitica (dvīpa per gl’indú) ad un’altra successiva secondo il percorso solare; quindi, partendo dall’Artide il flusso culturale si è diretto dapprima a NO, poi nelle seguenti direzioni: E, SE, S, Antartide, SO, O, NO ed infine al N.  Si vedrà come la direzione occidentale comprende, perciò, 3 Ecumeni: una meridionale, una centrale ed una settentrionale, disposte piú o meno a livello geografico (estensione territoriale a parte) ove sono dislocate oggi le 3 Americhe.  Al riguardo cfr. G.Acerbi, L’America e l’enigma delle 3 Atlantidi– Alle pendici del Monte Meru, blog (pross.).  Circa l’Azt-lan, il nome significava ‘Terra Bianca’ a giudizio di Evola e sembra pertanto riferirsi alla Tula Iperborea; mentre ilTul-lan è probabile faccia riferimento alla Tula dell’America Settentrionale ossia la ‘Terza Atlantide’, che il Le Cour chiamava ‘Atlantide Iperborea’ (definizione parzialmente accettata anche da Guénon).  A meno che vi sia stata una sovrapposizione di contenuti fra la prima e la seconda, onde si utlizzava il nome della prima per indicare la seconda e viceversa, come è successo in Grecia colla nozione di Thule ed in India con quella di Uttara Kuru. 

(91)              A Caino (il Vamana vishnuita) si deve la nozione di Anno Sacrificale (scr.Yajña) e la Ruota dei Sacrifici (Yajñacakra) ad esso connessa.  Al V Ciclo Avatarico dobbiamo inoltre la tripartizione del cosmo, il culto dei solstizi e degli equinozi, nonché forse la scoperta del pianeta Mercurio – il Budha indú, ritratto come un nano e identificato in questo modo a Vāmana – oltre ai 4 già noti (Marte, Venere e i due luminari); a Lamech (Parshu-rama) la conoscenza dei 2 Poli e l’inversione del simbolismo adamico (artico), oltre alla scoperta probabilmente del pianeta Giove; a Seth la scoperta del pianeta Saturno, cosa che comportava l’acquisizione della conoscenza completa dell’Ebdomade planetario e quindi indirettamente la prima forma d’Alchimia. 

(92)              Sul piano alchemico le 2 Colonne richiamano quel che nel Templarismo massonico ha nome di Jakin e Boaz, insomma le 2 Colonne del Tempio di Salomone, emblema della polarità che è necessario coagulare per poter ottenere interiormente la Luce Astrale.  L’unica colonna rimasta è ciò che in India chiamasi Suumnā, vale a dire la nā(‘corrente’) centrale del corpo sottile – detta per eccellenza Brahma-nā– nella quale occorre sciogliere alfine la coagulazione psichica prima ottenuta onde realizzare spiritualmente la ‘Grande Opera’; tantricamente è ritenuta contenere in nuce l’intero universo, essendo la strada (dal Mulādhāra al Sahasrāra) su cui scorre la Kuḍalinī.  Sul piano semplicemente astrologico le 2 Colonne, una delle quali sparisce (è la cultura artica che vien meno), posssono riferirsi ai Poli; siccome il periodo cronologico cui si allude in codesto simbolismo è il VII Ciclo Avatarico, durante il quale è ancora parte del Polo Sud a dominare (si esamini negli studi di C.H. Hapgood e dei suoi seguaci Rand e Rose Flem-Ath l’importanza della cd. ’Antartide Anteriore’), sebbene la cultura sethita si estenda a tutto il Sudamerica.   Ma, sfortunatamente, costoro, hanno confuso il VII e l’VIII Ciclo Avatarico fondendoli in uno solo; cfr. in proposito R. & R. Flem-Ath, La fine di Atlantide. Alla ricerca della civiltà misteriosamente inabissata sotto i ghiacci dell’Antartide– Piemme, Casal Monferrato [Al] 1997 (ed.or. When the Sky Fell. In search of Atlantis– Weidenfeld & Nicolson [Orion-books], Londra 1995), passim.  Vero che i due cicli appartengono entrambi a quello della Razza Rossa, corrispondendo al IV Grande Anno, e che anche Guénon li unifica sul piano culturale attribuendoli parimenti all’Atlantide; ma una distinzione va comunque fatta, dato che l’uno è il Ciclo Sethita e l’altro il Ciclo Noaico (del ‘primo Noah’).

(93)              M.Kerbaker, Saturno-Savitar e la leggenda dell’Età dell’Oro- Regia Univ., Napoli 1890, pp. 11-2.

(94)              Non si dimentichi che il Ciclo di Seth, cosí come quello di Ramacandra, rientra nell’Età dell’Argento (il Tretā degli Indù) e che è perciòŚiva a signoreggiarlo in tutta la sua triplice suddivisione.  Tanto per capirsi meglio, i 3 Avatāra tratayugici – che la Genesi designa come i 3 <Figli> di Adamo – sono delle incarnazioni shivaiche (assimilabili alle 3 Teste di Śiva) applicate al mondo australe ed in seguito vishnuizzate, esattamente come i 4 Avatāra satyayugici sono personificazioni brahmaniche (assimilabili alle 4 Teste di Brahmā) adattate al medesimo scopo.  In pratica soltanto i 2Avatāra dvaparayugici incarnano davvero il dio Visnu, volendo proprio dire la verità;  mentre l’ultimo, kaliyugico, non è che una manifestazione diDurgā-Kālī (o, se si preferisce, del suo paredro Kāla, cioè della Śakti).

(95)              Figlia di Daka (incarnazione di Brahmā) e promessa sposa aRudra-Śiva immolatasi nel fuoco dopo che codesto nume non era stato invitato al sacrificio allestito dal padre, onde era sorto Vīrabhadra(manifestazione terrifica di Shiva) al fine di farlo fallire.  L’immolazione nel fuoco delle vedove è stato in passato ritenuto un costume vedico proprio della casta guerriera, ma oggi si crede che sia pre-vedico e che nel Ṛgvedasi sia opportunamente cambiato l’ablat.agre (‘in principio’) con agne (‘nel fuoco’) per dare una sanzione vedica a questo tipo diffuso di ritualità.

(96)              A.F. d’Olivet, Storia filosofica del genere umano– Atanòr, Roma 1973 (ed.or. Histoire philosophique du genre humain…, 2 voll., 1824 ; I ried. Edit.Traditionnelles, Parigi 1966).

(97)              M. & J. Stut., op.cit.s.v.S¦T}, p.404/ coll. a-b.

(98)              Vedi G.Acerbi, I numi erano numeri: carattere matematico della vetusta astrologia e della conseguente teogonia- Alle pendici del M.Meru, blog (24-07-11), fig.23/b. Questa sua pelle ha a che fare colla vetusta natura proto-agraria di Saturno, che nei miti e nei riti dell’America Precolombiana era associata ad un analogo Dio-Verde o Dio-Sette, distinto dal piú recente Dio-Giallo (var. il Dio-Rosso) o Dio-Tredici.  Cfr. R.Girard, La Bibbia maya. Il Popol-Vuh : storia culturale di un popolo- Jaca Book, Milano 1976 (ed.or. Le popol-vuh. Histoire culturelle des maya-quichés- Payot, Parigi 1972), Introd., pp. 26-7.  Il Dio-Verde era appaiato al computo calendariale basato sulle fasi lunari mensili e sulla conoscenza dei 7 Pianeti, il Dio-Giallo al computo basato sulle fasi solari annuali e sulla conoscenza delle 12 Stelle Zodiacali (analoghe seppur non perfettamente coincidenti colle costellazioni dei 12 Segni dello Zodiaco eurasiatico).  Cfr. in proposito G.Acerbi,Kali, la dea-scorpione- Alle pendici del M.Meru, blog (8-11-14),§3, pp. 9-10.  Rama e Krishna, rispettivamente con pelle verde e veste gialla-zafferano, costituiscono le forme induizzate dei due numi amerindi antidiluviani (in una parola, atlantidei).

(99)              Per ‘Atlantide primitiva’ s’intenda ivi la fisionomia geografica ancestrale del Nuovo Continente, soprattutto nel versante meridionale, caratterizzata di certo da una conformazione orografica e da un quadro di terre emerse necessariamente distanti da quelli attuali.

(100)            G. de Santillana & H. von Dechend, Il Mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo– Adelphi, Milano 1983 (ed.or.Hamlet’s Mill. An essay on myth and the frame of time, 1969), App.18, pp.449-51.

(101)             Vedi l’incrocio fra l’asino e il cavallo, da cui si ha il mulo, che è un animale sterile.  Quando non sia in gioco la specie, ma una semplice varietà, si produce lo stesso un effetto simile.  Difatti gl’ibridi vegetali vengono utilizzati nell’agricoltura industrializzata odierna per rendere infeconde i prodotti per la semina e costringere i consumatori, niente piú di questo essendo diventati ormai gli agricoltori attuali, a ricomprare ogni anno i semi per l’inseminazione. 

(102)             Gr. & Pat., op.cit., §18. n, p.125.

(103)             Passim.

(104)             La tematica graaliana del ‘vedere’ per conoscere equivale a quella amerinda del popol-vuh, cioè la visione popolare del sacro in senso tradizionale.

(105)             La morte di Adamo (Grav. & Pat. , op.cit., §19.d, p.132) coincide secondo i testi ebraici apocrifi colla nascita di Noè.  Si può interpretare codesto dato nel senso del passaggio tradizionale dal I Ciclo Avatarico all’VIII, in altri termini della trasmissione della Rivelazione Primordiale dalla Terra Iperborea all’Atlantide propriamente detta, quella noaico-platonica.

(106)             Guén, Form., p.29.

(107)            Siccome l’italia si estende da una Latitudine Nord di c.47° ad una di c.35°, in media sta attorno ai 40°, invece il Canada fra c.83° e c.41° e la Groenlandia fra c.83° e c.59° (la parte migliore insomma attorno ai 65°); mentre il Polo Artico, ovviamente, si trova a c.90°N.  Facendo una media fra i 40° dell’Italia e i 90° dell’Artide, è chiaro che atttorno ai 65° la differenza d’ore fra i due solstizi sarà di 8h anziché di 4 come da noi.

(108)             Bisogna aggiungere che l’autore francese, nell’intento di determinare il punto di congiungimento della tradizione iperborea con quella atlantidea (una vera ossessione di Guénon e della scuola guénoniana), al pari degli studi accademici non teneva conto dell’apporto cainita sul suolo americano.  Onde si comprende bene dal suo testo chi sarebbero questi discendenti degl’Iperborei, che lui vedeva amalgamati fra le genti celtiche.  Sicuramente, però, il dato è indiscutibile.  Si trovano nel Druidismo rimandi indubbi alla Rivelazione Iperborea (noi preferiamo questo temine a quello di Tradizione): vedi ad es. le figure di Bran e diManannan, due fratelli nei quali non è difficile ravvisare qualcosa di analogo alla non dualità brahmanica primeva fra l’Uomo (Manu) e la Divinità (ilBrahma).  Per un approfondimento del tema vedi G.Acerbi, Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro– Quaderni di Simmetria, Roma (in corso di pubblic., dopo una ricerca pluriventennale, per la pross.primav.).  Tuttavia Guénon è stato messo fuori-pista dagli studi di Tilak, che in apparenza hanno dato quel retroterra geografico-culturale mancante all’Indo-europeismo di maniera accademico, in gran parte basato sugli studi duméziliani; ma in realtà hanno aumentato la confusione nel settore, dal momento che non vi erano né testimonianze letterarie né reperti archeologici umani a testimonianza di quella tesi.  Da parte nostra abbiamo cercato di chiarire il punto in un nostro scritto (Ac., L’Is. B., passim), distinguendo una assai arcaica discesa turanica dall’Asia Nordccidentale da una aria relativamente piú recente proveniente per via oceanica dall’America Settentrionale.  Il problema cosí reimpostato, ad ogni modo, ci pare non sia tanto il momento (crediamo, l’età proto-storica) ed il luogo d’incontro di codesti due flussi migratori (l’Asia Centrale); quanto, piuttosto, il fatto che l’elemento iafetico fosse strettamente congiunto a quello semitico e camitico  – come ci tramanda il racconto noaico – o meno.

 

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(Articolo originariamente pubblicato in quattro parti sul blog “http://nelnidodelsimorgh.blogspot.it“)

 

Link 1 http://nelnidodelsimorgh.blogspot.it/2015/08/il-viaggio-degli-adamiti-allemisfero.html

Link 2 – http://nelnidodelsimorgh.blogspot.it/2015/09/il-viaggio-degli-adamiti-allemisfero.html

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Link 4 – http://nelnidodelsimorgh.blogspot.it/2015/12/il-viaggio-degli-adamiti-allemisfero.html

 

 

ASPETTI SHAMANICI NEL CULTO DI GANESHA, IL NUME DALLA TESTA ELEFANTINA, CON PARALLELI IN IRAN, IN GIAPPONE E IN AMERICA

di Giuseppe Acerbi

3. Id., var. (disegno da una pittura n.c.).

Tutto cominciò da Airāvata, l’Elefante Celeste (delle Nuvole), bianco pachiderma nato dallo sbattimento dell’Oceano di Latte.  Cosa fosse tale oceano non è mai stato ben chiaro agli studiosi d’induismo, ma affrontando il tema senza la solita pregiudiziale accademica – come hanno fatto a suo tempo certuni (1)– arriveremmo a scoprire che il leggendario sbattimento altro non sarebbe in realtà che la trasposizione mitica d’un fenomeno di spostamento dei poli il quale, pigliando in prestito un’espressione del Grossato, potremmo definire “pendolarismo polare”.  Senza però limitarci al parziale riduzionismo astronomico dei due autori citati, che pur ottimi nella loro analisi testuale peccavano di scientismo; infatti, nonostante il riconoscimento dell’importanza nell’antichità dell’astrologia, non facevano di conseguenza lo sforzo necessario per distinguerla dall’astronomia.  Il pendolarismo polare, ha messo ben in evidenza la scuola hancockiana con efficaci e documentate videoregistrazioni, è strettamente connesso alla precessione equinoziale; un fenomeno di retrogradazione che, a sua volta, fa retrocedere lo Zodiaco Solare (o Lunare che sia) di 1° ogni 72 anni e che quindi può essser facilmente preso ad indice del trascorrere dei millennî.  Il problema, tuttavia, è che nemmeno dopo aver aggiunto tale spiegazione le cose finiscono qui.  Ossia, la dinamica astrale – usiamo questa terminologia neutra per non accreditare ad Ipparco, presunto scopritore ellenico della legge processionale attorno al 130 a.C. secondo gli storici della scienza, ed all’astronomia greca la scoperta d’un fenomeno celeste già invero lungamente noto tanto al Veda quanto all’Ermetismo – non aveva in passato un senso puramente descrittivo; ma era invece collegata a determinati cicli temporali, che la delimitavano appropriatamente e ne evidenziavano l’intrinseca potenzialità simbolica, atta a sollecitare una vasta conoscenza del cosmo.  In altre parole, l’intera vicenda dello sbattimento oceanico inerisce ad un quadro d’eventi primordiale che è precisamente il II Ciclo Avatarico.  Vedi al riguardo il nostro articolo sull’argomento (2). Se in essa è coinvolto il serpente Vāsuki, var. di Ṣeṣa-Ananta, è per implicito rimando al Dragone del Nord, l’asterismo circumpolare dominante il perno artico della volta celeste in quel ciclo e posto in generale al centro del suddetto movimento pendolare. Secondo quanto si può dedurre da un semplice calcolo astronomico. All’esaurimento di detto ciclo, cosí com’è avvenuto ai tempi nostri nel Duemila (quantunque l’apparenza c’inganni), vi è stato un passaggio di dominio dal Dragone alla Polare. Ovviamente, con tutte le implicazioni mitiche relative.

6. La Bestia apocalittica venuta dal Mare, a 7 teste e 10 Corna, immagine di Chrónos-Aiôn (arazzo, dett., J. de Bruges, Angers, Francia, XIV sec.).

La base cosmologica nell’Apocalisse giovannea del sorgere della Bestia a 10 Corna, incarnazione di Chrónos-Aiôn, è tutta qui. Benché la fuorviante interpretazione allegorica del testo stesso alluda a 10 città. Fuorviante, è naturale, per i miscredenti oppure per i profani quali i semplici credenti; che, se sanno andar oltre la lettera, lo fanno solamente su questo piano. Se Vasuki era appunto il Dragone, l’Oceano non poteva esser che l’Artico. Come e dove fosse possibile la vita colà o nei paraggî e quali fossero le terre emerse in quei millennî (il II ciclo fa riferimento al Nordest del mondo, non alla Terra Iperborea, ovvero ad un arco geografico ideale che va grossolanamente dalla Siberia Orientale sin quasi alla Polinesia e da quella zona fino all’Alaska) non è nostro compito ivi stabilire. Il periodo di datazione da tenere in considerazione, astralmente calcolato, corrisponde all’incirca a 56-50.000 anni a. l’E.V.  Né si possono manipolare i temi scritturali a proprio piacimento: l’essenziale è cercare d’intenderli nei loro profondi significati, pur attenendosi formalmente alla lettera. Il tema che qui affrontiamo è dunque semplicemente uno, la cronologia natale di Airavata e quindi del simbolo elefantesco. Abbiamo spiegato altrove (3) che ciò che appare in India quale attribuzione peculiare di quella terra costituisce al di là d’ogni illusorio etnocentrismo un motivo dotato indubbiamente d’una valenza generale.  Visto che si riferisce a tempi nei quali ancora non esistevano gli stati territoriali e, secondo quanto ci confermano tanto lo studio filologico della Bibbia quanto quello moderno della Preistoria, non era ancora avvenuta la “confusione delle lingue”; in altre parole, traducendo il tema in termini a noi comprensibili, l’eclissamento parziale del linguaggio simbolico universale.  

13. Evidenza della presenza di pachidermi sul suolo americano (dis. da scult. maya, Centro America )

È ad una cultura shamanica generalizzata nell’intero globo (4) che, naturalmente, ci riferiamo. In base all’assioma avatarico nell’ambito d’ogni ciclo vi sarebbe una data Direzione dominante, che si sposterebbe di volta in volta in senso solare. Ripetiamo, la Direzione in questo caso sarebbe quella Nordorientale. Se vogliamo capire i miti dobbiamo attenerci alla logica ad essi inerente anziché stabilire se corrispondano a verità o meno, il che uno studioso serio dovrebbe sempre dare per scontato. Non a caso gli antichi concepivano il mito quale storia vera, seppur condita d’elementi fantastici. A riprova della veridicità di siffatto mitologhema del Rimestamento Oceanico sta il fatto che una mitologia affine sia rintracciabile in aree attigue a quella sommariamente delineata: Medio Oriente, Asia Centro-meridionale, Asia Orientale ed America Settentrionale. Basta pensare al dīv Akvān neoiranico (av. Aka Manah), demone dalla testa elefantina e dalle molte zanne, nonostante le miniature persiane lo ritraggano come generico mostro (5); del Deccan abbiamo già detto, ma anche in area nipponica e nordamericana si conoscono da tempo dei racconti che rammentano da presso il corrispondente mito indiano (6). Sennonché in quest’ultimo caso era stata scambiata maldestramente da parte degli studiosi della cultura pre-colombiana una testa elefantina per una testa di tapiro, non essendo ancora avvenuto in America il rinvenimento di fossili di mammuth, sicuramente trasmigrati colà per vie artiche. Dopodiché l’enigma è stato chiarito senza piú bisogno di ricorrere all’Atlantide, argomento che in un primo tempo aveva pregiudicato il dovuto riconoscimento della presenza di pachidermi nell’arte maya.  Il sol fatto d’essere entrata nel dibattito sull’ubicazione e l’esistenza del continente perduto aveva sino ad allora impedito alla questione d’essere risolta con senno (7)

L’Elefante Bianco nell’induismo e nel buddhismo

11. La Grande Tartaruga (id., Quirigua, id.).

In India la leggenda del Samudra e dell’Amṛtama(n)thana, il Rimestamento oceanico e la conseguente produzione d’Ambrosia da parte del Kūrmavatāra, compare dapprima nei Brāhmaṇa, poi nell’epica ed in numerosi purāṇa. È il Serpente (Vāsuki) a svellere il Merumandara, la Montagna Cosmica adoperata da zangola per frullare l’oceano come se fosse latte onde ottenere burro, e la Tartaruga (Kūrma) a far da perno inferiore. Il primo funge altresí da corda nello sbattimento, mentre Deva (Costellazioni) ed Asura (Pianeti) ne tengono rispettivamente capo e coda.  Il significato cosmologico essendo già stato elementarmente chiarito, risulta evidente quale possa essere il senso spirituale dell’operazione al di là della lettera; visto che Kurma è il II Avatara, avente il compito di mantenere quasi intatto il Dharma nonostante lo scombussolamento generale.  Meno facile invece è comprendere quale sia il senso dei doni secondarî, Ambrosia a parte.  Ossia la venuta alla luce del Cavallo Bianco, Uccaiḥśravas, di certo in origine un onagro simile all’<asino> avestico a giudicare dall’espressione.  Il riferimento vicendevole va comunque a Canopo, quale polo antartico opposto al Dragone.

19. Indra su Airavata Tricipite ( bassoril., Mus.Naz. Guimet d’Arti Asiatiche, Parigi).

Airavata, il Bianco Mastodonte a 4 Zanne, allude viceversa ai solstizî e agli equinozî, divenuti allora per la prima volta evidentemente oggetto di culto. Altri doni, che non stiamo ivi a discutere per brevità, sono infatti: il Sole, la Luna, la Vacca dell’Abbondanza (Surabhi, immagine probabile d’una nuova terra, primo tesoro uscito dal Rimestamento), la paradisiaca Dea dell’Abbondanza (Śrī, la Dea delle Acque (Vāruṇī, cioè Venere) e le Apsaras (Sirene, in quanto essenze delle acque). Oltre ovviamente, come surriferito, all’Amṛta (Immortalità) o Soma (Luce) che dir si voglia ed al Kaustubha (la Gemma dei Desiderî = Cuore).  Ciò indica la prima forma, attiva, di meditazione e conseguente contemplazione.  Per contro simultaneamente spunta fuori il Kālakūta, un terribile veleno recante la distruzione dell’intero universo se non fosse bevuto da Śiva; tale veleno, secondo J.Gonda, non sarebbe altro che “il mortale principio della vita naturale”. In concomitanza i testi parlano d’una conflagrazione con venti pieni di fumo e di fiamme, che oggi diremmo piroplastici, solo in seguito temperata da abbondanti piogge; e, conseguentemente, d’una notevole moría d’animali terrestri ed acquatici. Ricordiamo a scanso d’equivoci che la cosmologia hindu prevede eventi del genere ogni 6.480 anni circa, cioè alla fine degli Yuga (Eoni), allorché i Sette Pianeti (Saptagraha) si riuniscono tutti nel segno zodiacale del Toro. Com’è avvenuto, di recente, nel Duemila.  In Giappone si ha una versione del mito ricalcante quella indiana, forse giunta per via buddhista; ma pure nel contesto shintoista, vedi Ko-ji-ki e Nihon-gi, troviamo la coppia demiurgica IzanagiIzanami intenta a  rimestare le acque primeve affinché caglino e formino la terra. Trattasi anche qui della tipica leggenda illustrante una creazione secondaria. Presso i Toltechi, come palesa il Codice Cortes, appare lo stesso scenario mitico; però il ruolo della Tartaruga e della Serpe è direzionalmente invertito (l’una in alto e l’altra in basso), a dimostrazione che il vero senso originario si era irrimediabilmente perduto (8). Capo e coda della serpe, a mo’ di corda, sono tenuti per l’occasione da un nume a testa d’elefante (Chac, dio della pioggia) da un lato e da due divinità oscure dall’altro. Alla corda è connesso un simbolo solare (Kin). Nei miti degli Zuni, tribú pellerossa del New Mexico di stirpe pueblo, è una dea madre a frullare l’oceano colla sua mano. Colla differenza che la montagna, non diversamente dalla pianta-del latte (in Messico identificata all’agave), è in tal caso un’assunzione di forma da parte di lei e persino l’oceano-di latte è una sostanza vitale da costei emanata colla propria saliva sputando in un vaso.  Altri codici maya presentano d’altronde varianti mitiche che associano la suddetta pianta alla tartaruga ed al dragone.

19. Indra su Airavata Tricipite ( bassoril., Mus.Naz. Guimet d’Arti Asiatiche, Parigi).

Nell’Avesta (Yt– xix. 46) un’analoga battaglia coinvolge da un lato Aka ManahAshma DævaAzhi Dahāka (accoliti di Aṅgra Mainyu) e dall’altro Vohu ManahAsha Vahishta ed Atār (accoliti di SpƏnta Mainyu) per il possesso della XvarƏnah (‘Gloria’) (9). In quanto all’Akvān-e-dīvfirdusiano, occorre precisare che la trasformazione demonica avvenuta a carico di cotale figura dalla testa elefantina ricalca l’attitudine avestica a scambiar di ruolo dæva ed ahura.  Spiega l’Albrile che siffatta fisionomia segue ad altre quali l’assunzione di testa d’onagro (l’iconografia lo rende del tutto teriomorfico), fatto che in base alla nostra interpretazione di cui sopra, si chiarisce esaurientemente. Oltretutto, Akvān viene decapitato da Rostam (10); e ciò richiama alla mente direttamente Gaṇeśa, il secondo figlio di Śiva. Sebbene in parallelo si sia diffusa nel continente indiano una mitologia concernente Airāvata (var.Airāvaṇa), con caratteri elefantini anziché mastodontici.  Questa leggenda dell’Elefante Bianco ha finito per esser associata ad Indra (Pico Marzio), il re degli dèi, che in virtú di dio delle piogge è subentrato all’anziano dio delle acque Varuṇa (Urano). E dall’induismo è passata al buddhismo.  Quivi il Bianco Elefante, privato del suo orizzonte mitico originario, è stato assunto ad emblema deiCakravarti; figure di sovrani universali originariamente ispirate nelle steppe centro-asiatiche dalla visione notturna della St.Polare e di poi tramutatesi nei millennî a noi prossimi in modelli imperiali che hanno influenzato le corti d’Asia e d’Europa, dalla Persia alla Macedonia.  Come insegna Shakespeare nel suo Julius Caesar, ove si paragona Cesare alla Polare.  Dal nome del primo imperatore romano derivano letteralmente sia l’idea austro-asburgica di Kaiser che quella russo-ortodossa di Czar.  L’Elefante Bianco ha funto inoltre da contrassegno dei Bodhisattva, personaggî salvifici affiancati ai Buddha e svolgenti compiti analoghi a quelli avatarici.

Gaṇeśa, il dio decapitato

32. La normale famiglia shivaita con i 2 figli (immagine popolare contemporanea).

Di norma è Skanda il primo figlio di Mahādeva e Gaṇeśa fa da secondo, ma in certe icone familiari piú complete vien aggiunto Bhairava, che precede in linea ereditaria entrambi. Assieme le 5 divinità rappresentano i 5 Mahāyuga (‘Grandi Anni’, il doppio dei comuni Yuga), ciascun nume presiedendo ad uno di essi. La serie ciclica è aperta da Mahadeva e chiusa dalla consorte.  Con in mezzo i 3 figli a far da tramite fra l’inizio e la fine delManvantara.  Perciò Gaṇeśa, fungendo da terzo figlio, di norma si richiama al IV Grande Anno; coincidente cronologicamente col G.A. atlantideo, conclusosi nel 10.960 a.C.  Quel che in termini vishnuiti va sotto la denominazione di VII ed VIII Ciclo Avatarico rispettivamente dominati da Rāma e Kṛṣṇa).   Orbene in tal veste Gaṇeśa si presenta ai fedeli quale dio monodono ispiratore delle arti, letteratura compresa, e dei commercî.  Il Dumézil parlerebbe di “terza funzione”, benché in tal caso si possa constatare d’esser al di fuori del tipico ambito un po’ forzatamente definito indoeuropeo. L’assimilazione a Giano Bifronte da parte della Getty (11) è tuttavia pertinente, tanto piú che a volte pure il figlio di Śiva iconograficamente assume doppio volto.  Il Courtright (12) ha tuttavia mostrato l’indubbia connessione del Signore degl’Inizî e Rimotore degli Ostacoli con altri personaggî affini della mitologia indiana, vale a dire il demone Gajāsura/ Gajendra/ Gajānana ed il succitato Airavata, i quali si rifanno apparentemente a tempi maggiormente arcaici.  In sintesi, è possibile affermare che Gaṇeśanasce dall’El.Etere e che quindi raffigura anch’egli un nume primordiale.  L’Elefante era una volta la cavalcatura di Iśvara, che l’ha ceduta a Śiva; quest’ultimo indossa testa e pelle di pachiderma avendo sconfitto Gajāsura in qualità di Gajāntaka, dopodiché dona una delle 2 zanne a Gaeśa e l’altra gliela concede quale scettro. Ecco perché il figlio del Gran Dio ha una zanna soltanto.  Le 2 Zanne, sinceramente, ci paiono un’allusione al microcosmo ed al macrocosmo, oltreché ai 2 Poli Celesti.  La medesima sorte di Gajasura capita a Gajendra o ad Airavata, che viene decapitato da Nandin (luogotenente shivaico talora in forma taurina) oppure daViṣṇu, ed anche in questo frangente la testa è offerta a Gaṇeśa.  Piú direttamente è Iśvara talvolta che riporta in vita il dio decapitato offrendogli la testa del proprio elefante, cioè la propria (per l’identità originaria del nume col proprio veicolo, principio valido in tutta l’iconologia religiosa), e qua il cerchio si chiude.  Letteralmente Gaṇeśa significa infatti ‘Signore dei Genî’, la cosa rimandandoci chiaramente all’epoca preistorica in cui tutti gli enti delle foreste o delle acque erano attribuiti ad un genio. Il capo dei genî aveva giurisdizione su ogni altro ed era dunque il signore di tutti.  Ora il termine Īśa, donde la voce Gaṇeśa deriva (<Gaṇa-īśa) per contrazione vocalica, è a sua volta collegata ad Īś (Spirito od Essere Supremo); la base da cui proviene con aggiunta del suff. –vara (giardino, recinto) il nome Īśvara (‘Signore’), paragonabile all’Ys (‘Signore’) siberiano. Come si può allora non identificare Gaṇeśad Īśvara?  Non solo, la funzione semiparadisiaca svolta da Airavata è pari a quella svolta da Gaṇeśa, dato che l’uno ha la testa dell’altro. Richiamandoci al parallelo nume romano, faremo notare che il primo compito di Giano, antecedentemente al riadattamento a terzo elemento del triregnum capitolino (in veste di Quirino), era la reggenza primeva.  Proprio come per il vero Gaṇeśa, il quale non per nulla in ambito hindu – vedi Mahābhārata – è associato all’Au, il sacro monosillabo richiamantesi in segreto all’attitudine contemplativa delle genti paradisiache. L’Aum, del resto, è ottenuto ancor oggi colla piú segreta e primordiale delle tecniche di meditazione indiane. Che non è bene rivelare a chiunque, perché, come dice il Veda, gli Dei amano il segreto.  Sebbene, in realtà, essa sia citata nelle Upaniṣad.

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Note

(1)                G. De Santillana&  H. von Dechend, Il Mulino di Amleto- Adelphi, Milano 1983 (ed.or. Hamlet’s Mill. An Essay On Myth and the Frame Of Time– Harvard U.P., Harvard 1969).

(2)                G.Acerbi, I dieci Avatar e la mitologia induista– Hera (A.XI, N°122, 7-03-10, Binasco [Pv] 2010, pp. 42-5.

(3)                Ibîd.

(4)                E.Anati, Origini dell’arte e della concettualità- Jaca B., Milano 1989, passim.

(5)                Il tema è stato qualche anno fa oggetto di studî (E.Albrile, Trame celesti. La malinconia del cosmo nei suoi inferni siderali- Laurentianum, N°51, 2-010, pp. 137-54).

(6)                D.Mackenzie & C.Squire, Encyclopaedia of Myths and Legends in Art, Religion, Culture and Literature- Caxton P., Delhi 1992, Vol.VII, Cap. XI, pp. 190-2.

(7)               Mack. & Sq., op.cit., Cap.III sgg

(8)               Op.cit., Cap.XI, passim.

(9)               Apud  ‘ Wikipedia’, s.v.CHURNING OF THE OCEAN.  

(10)              Il passo è citato nell’Encyclopaedia Iranica, on line, dallo Šāh-nāma (ed.Mohl, Vol.3, p.270 ss).

(11)              A.Getty, Gaṇeśa. A Monograph on the Elephant-faced God– Munshiram M., N.Delhi 1971 (I ed. Clarendon P., Oxford 1936), Cap.II, p.14.

(12)              P.B. Coutright (Gaṇeśa Lord of Obstacles, Lord of Beginnings- Oxford U.P., Oxford 1985, passim.

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(Articolo di Giuseppe Acerbi, tratto dal Blog: “ http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2015/06/aspetti-shamanici-nel-culto-di-ganesha.html“)

 

TILAK E LA RISCOPERTA DELL’ANTICO CALENDARIO VEDICO

di Giuseppe Acerbi

Premessa

L.B.G. Tilak (1856-1920).

Non si può credere, come si usa fare in sede divulgativa (1), che i Babilonesi furono i primi a capire la periodicità dei fenomeni astronomici ed i primi ad applicare la matematica alle loro predizioni.  Ciò è completamente falso, anche pur intendendo per <babilonese> – come fa l’introduzione alla voce relativa all’astronomia in ‘Wikipedia’ – l’assieme di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi medesimi (2). Accettare tale affermazione sarebbe come asserire, essendo Dei e Titani strettamente legati vicendevolmente alle costellazioni zodiacali e ai pianeti, che l’Ebdomade Planetario, lo Zodiaco Solare e lo Zodiaco Lunare siano tutti e tre d’origine <babilonese>. Un’assurdità, insomma, che non vale neanche la pena di contestare!  Perché negherebbe validità gnoseologica all’intera mitologia di tutti i popoli e renderebbe la preistoria un mero avvicendamento di fatti materiali. Come si fa a pensare che all’improvviso, senza nessuna ragione valida, sia scoppiato l’interesse per il Cielo? Quasi che i culti preistorici fossero tutti ispirati alla Terra e, coll’inizio della civiltà urbana, immediatamente si accendessero i lumi della ragione umana. Troppo demenziale tale presupposto per prendere sul serio codesta tesi. Diciamo che è la vecchia teoria culturale pan-mesopotamica, d’evidente matrice biblico-abramitica, applicata all’astronomia; per cui, divinamente, da quella terra fra i due fiumi sarebbe nato tutto: caste, scrittura, astronomia e chi ne ha piú ne metta. Questo pan-babilonismo ha fatto ormai il suo tempo ed è ora di porlo da parte definitivamente, se vogliamo davvero indagare sui prodromi dell’astronomia. L’astronomia, d’altronde, anticamente non era distinta dall’astrologia, com’è avvenuto sino a tempi recenti in India.

Proprio le scoperte delle scienze contemporanee, unite alle nuove forme di culture ad esse associate, hanno dimostrato l’esatto contrario rispetto alla suddetta tesi pan-babilonese. Il paleantropologo svizzero Raphael Girard (1898-1982) in una sua celebre opera (3) ha spiegato anni fa come gli antenati dei Toltechi abbiano tramandato il loro passaggio culturale attraverso 4 o 5 Ere cicliche (4), che molto rassomigliano a quelle della letteratura indo-europea (5). Per questa ragione si rinvengono dati cosmologici non dissimili in tutta la zona indo-mediterranea e, piú in là, in Cina; ma in quest’ultimo caso abbiamo a che fare con una differente tradizione, parzialmente autonoma (6).

1. Gli studi di Tilak e Schlegel sul finire del XIX secolo

G.Schlegel (1840-1903).

Poiché non hanno avuto alcun rapporto tra di loro, che si sappia, affronteremo questo confronto fra i due grandi studiosi di Fine Ottocento in 2 articoli separati. Pigliamo in esame ivi in primo luogo l’autore indiano, poi ci occuperemo dello scrittore tedesco; in entrambi i casi pigliamo a pretesto una singola opera, The Orion or Researches on the Antiquity of the Vedasper quanto riguarda Tilak (1856-1920) ed Uranographie Chinoise per quel che concerne Gustave Schlegel (1840-1903).  Questi due scritti appaiono assai diversi nel contenuto, nella voluminosità e nello stile di scrittura.  L’opera di Schlegel è un ampio volume di 923 pagine, pubblicato a Leida nel 1875 da E.J. Brill; ed è stato ripubblicato a Milano, nel 1977, da parte della So-wen in una splendida edizione.  L’opera di Tilak conta invece soltanto 243 pagine, è uscito nel 1893 ed è stato ripubblicato in un’edizione modesta nel 1972 (7).

Era da qualche tempo che volevamo attuare un confronto, ma purtroppo la nostra precedente scarsa conoscenza personale del francese ce lo aveva impedito.  D’altronde, mentre dello scrittore marathi abbiamo approntato una traduzione con tanto di prefazione e commento, l’autore olandese (d’origine sassone) non l’avevamo quasi mai preso in considerazione nei nostri scritti.

2. Le osservazioni del Pingree negli Anni ’60 e quelle di Padre Heras un decennio prima

Il Pingree, studioso in sede accademica di Storia della Scienza e delle sue influenze culturali, in un suo articolo uscito all’inizio degli Anni Sessanta (8), notava giustamente come le interrelazioni fra il mondo greco, il mondo babilonese e quello indo-iranico fossero venute alla luce esclusivamente in anni allora recenti.  Quantunque, oggigiorno, non si possa piú dire altrettanto.  Il fattore che aveva determinato tale tipo di studi veniva indicato, sulla scorta dell’Aaboe (9), nella scoperta di tecniche mesopotamiche presenti tanto in Grecia nei testi astronomici od astrologici nonché nei papiri, quanto in India nei trattati sanscriti ovvero nelle tradizioni scritte delle lingue dell’India Meridionale.  Il Pingree, appoggiandosi a Neugebauer (10) e a Thibaut (11), segnalava in aggiunta come la perdita di familiarità col sanscrito nella prima metà del XX sec. avesse spinto qualcuno (12) ad ipotizzare erroneamente un ruolo intermediario del Periodo Sassanide nella trasmissione del pensiero astronomico greco in India, quando invece risulterebbe il contrario.  Sarebbe cioè la cultura sassanide ad aver attinto pienamente alle fonti indiane.

Varahamihira (499 oppure 505-587 d.C.)

Personalmente crediamo che le teorie diffusioniste abbiano fatto il loro tempo, seppure non nel senso che debbano esser criticate a tutti i costi: vi è certamente del vero nel fatto che la civiltà sumero-accadica prima e quella assiro-babilonese poi abbiano direttamente influenzato la Grecia da un lato e l’India dall’altro.  A livello di cultura generale, non solamente nel campo trattato da Pingree.  È pur vero, d’altronde, che la visione giudeo-centrica per cui tutto viene dalla Mesopotamia è superata da un pezzo. Come abbiamo già stabilito, piú addietro, nella nostra Premessa.  Gli studi paletnologici e paleoantropologici sull’intero globo hanno infatti suggerito che ci potrebbero esser stati in passato vari centri culturali di sviluppo, non un centro unico.  Basta pensare alla Cina, oppure alla Mesoamerica. Riguardo alla prima, secondo lo Schlegel (13), tutto sarebbe partito da là anziché dalla Mesopotamia; e se ciò è lecito affermare per altri elementi culturali quali il Tripode, perché non lo si potrebbe ipotizzare analogamente per l’argomento in questione?  Sennonché, in tal modo, si rientrerebbe nello schema del centro unico prima criticato.  Il fatto che le varie civiltà (cinese, indiana, amerinda) siano giunte a soluzioni diverse per quanto riguarda il calendario astrologico ed astronomico dell’ultima Era implica, indirettamente, che si siano prodotti centri di sviluppo culturale indipendenti tra di loro. Che esistano altresí delle influenze da parte del mondo indiano sull’intera area indo-mediterranea sono stati gli studi di Padre Heras a provarlo, anche se gli studiosi accademici tendono ad ignorarlo per partito preso, piú o meno come si fa con Tilak, illustri eccezioni a parte. Nei confronti di Padre Heras sono state fatte ingiuste accuse, che confondono le assunzioni valide da parte del monaco d’origine ispanica con la polvere inevitabile agglomerata in essa.  Pure la scuola mediterraneista del Pestalozza & C. mise in luce tali connessioni, benché in senso inverso; ma probabilmente bisognerebbe parlare di una koinè etnoculturale le cui aree si sono reciprocamente rapportate in varie epoche storiche a partire dai tempi preistorici, s’intende mesolitici e neolitici (14). Non sarebbe giusto dunque considerare lo incipit proprio diuna data regione, ma al di fuori di quest’area le cose cambiano; crediamo che la Cina (15) e la Mesoamerica (16) abbiano avuto uno sviluppo culturale indipendente, quantunque soltanto nel primo caso sia tracciabile un comune terreno coll’area indo-mediterranea (17). Giacché il calendario lunare non è mai esistito, se non a livello di conteggio di lune, in America Precolombiana.  Egualmente deve essere avvenuto in zona austronesiana (18).

3. Nostra critica a posteriori

Ciò precisato, occorre aggiungere che quanto ha cercato di dimostrare il Pingree nell’articolo sopra menzionato oltre a palesare i soliti preconcetti di tipo scolastico, non menzionando mai lo scrittore marathi, si basava su postulati falsi.  Innanzitutto, non è vero che “i primi testi indiani a noi noti – i Veda, I Brāhmaṇa e le Upaniṣad – trattino raramente i fenomeni astronomici se non i più ovvi; e quando li trattino davvero, ne parlino con un’oscurità di linguaggio e di pensiero (tali) da rendere impossibile un’adeguata esposizione delle nozioni riguardanti il materiale celeste cui gli autori si rifanno.” Come si fa poi a dir con sicurezza che l’Anno Sacro di 360° del Ṛgveda sia d’origine babilonese, quando il Ṛgvedacontiene nozioni – ormai è stato dimostrato – risalenti al tempo in cui era presente sul suolo del Deccan la Sarasvatī, il fiume rinsecchitosi c.5.000-6.000 anni fa?  Evidentemente per pregiudizio, quel pregiudizio che spingeva a far della Mesopotamia la casa-madre di tutte le idee del mondo contemporaneo.  Oggi sappiamo che non è piú lecito ragionare cosí.  In quanto al resto, ad esempio che la lista dei 28 Nakṣatra sarebbe stata elencata per la prima volta all’inizio del I mill. dell’E.V., nell’Atharvaveda e nei Brāhmaṇa, non regge.  Abbiamo dimostrato fin dalla nostra tesi di laurea (19) che il Kālavāda non è d’origine mesopotamica o zurvanita, secondo quanto pretendeva il Wesendonck, né tanto meno buddhista. Semmai è il buddhismo che ha tratto spunto dall’induismo, quantunque non esistano testi propriamente dedicati al Kālacakra nel mondo hindu. Se ne parla però diffusamente già nel Mahābhārata e non come di una novità, ma di qualcosa ben presente ed accettato dall’intero Bharatavarṣa (20). Notava d’altronde il Pingree stesso che non era mai stata reperita alcuna tavoletta cuneiforme sulla cui base si potesse formulare un parallelo babilonese della dottrina degli asterismi lunari, pur essendovi traccia viceversa di altre culture. Il Pingree, peraltro, confondeva la lista dei 27 Nakṣatra indiani con quella araba dei 28 Asterismi; tant’è che ne additava 28 anche in India (21), ma erano in realtà 27 (22). Avesse consultato Tilak (23), non sarebbe caduto in questo ed altri errori.

4. Il punto di vista di Tilak

Tilak infatti, in modo chiaro e netto, cominciava il penultimo capitolo della sua prima importante opera sul Veda (24) con queste sagge ed erudite parole: “Si dice non sia lecito supporre che i bardi vedici fossero esperti anche dei piú elementari movimenti dei corpi celesti.  L’asserzione, comunque, è troppo generale e vaga per essere criticata ed esaminata.  Se si intende interpretarla nel senso che il complesso meccanismo d’osservazione posseduto dagli astronomi moderni ed i risultati conseguenti da loro ottenuti fossero sconosciuti in quei lontani giorni, riteniamo dunque che di ciò non si possa dubitare. Ma se si vuole significare che i poeti vedici fossero inesperti riguardo ogni cosa, ad eccezione del sole e dell’aurora, inesperti dei Nakshatra, inesperti del mese, degli ayana (25), degli anni e cosí via, allora non vi è alcuna testimonianza in appoggio a tale supposizione nel Ṛigveda. Al contrario, …alcuni dei Nakshatra sono specificatamente nominati, come accade …nel Ṛig.- x. 85, 13, mentre lo stesso inno tratta in generale i Nakshatra, nonché i moti della luna e del sole,  che causano le stagioni. Nel Ṛig.- i. 164 abbiamo parecchi riferimenti alle stagioni, all’anno e ai giorni in esso contenuti (verso 48) e secondo Yâska forse pure agli ayana (Nirukta- vii. 24).” Alla seconda nota a piè pagina (26) abbiamo osservato, da parte nostra, che al vs. 2/b del Ṛig.- x. 85 Soma (Orione) viene considerato anche se non espressamente il conduttore dei Nakṣatra e al vs.2/a il sostenitore degli Āditya. Gli Āditya, in genere 7 0 12, non son altro a ben vedere che i Soli archetipali sui quali si modellano i 7 Pianeti e le 12 Costellazioni solari.  Questo significa in modo definitivo che in un solo inno rigvedico, anzi in un unico verso, sono contemplati tanto il Grāhamaṅḍala (‘Cerchio dei Pianeti’, donde la concezione dei 7 Daitya piglia le mosse) quanto il Rāśicakra (‘Ruota dei Segni’). Se in un verso del piú antico dei Veda, la cui stesura a livello orale va posta in base alla tradizione indiana poco prima dell’inizio del Kaliyuga e non com’è uso affermare müllerianamente 3.200 anni fa circa, come si può scientificamente pensare che il Veda non conoscesse l’astronomia se non in minima parte?  Ha già risposto Tilak a suo tempo, in maniera egregia, al quesito.  I testi vedici utilizzavano il Jyotiṣa (Astrologia ed Astronomiaindistinte), che è un vedaṅga (cioè un membro del Veda, al pari della Matematica, della Grammatica, della Logica e di altre due branche del sapere antico), per scopi spirituali.  È sulJyotiṣa, infatti, che poggia l’intero edificio vedico.  Del resto i nostri numeri derivano, per mediazione araba, dalla cultura indiana.  Lo Zero medesimo (27), su cui si basa l’uso scientifico che ne ha fatto l’Occidente dal Rinascimento in poi, risale alla concezione metafisica dell’Immanifesto (scr.Avyakta) come assenza di ogni forma di creazione; concetto non presente in Europa e nel Mediterraneo, nonché in Mesopotamia, donde l’utilizzo romano dei numeri dall’I al X, anziché dallo 0 al 9 (28). S’intravede nell’espressione grafica dei numeri d’origine indo-arabica, sebbene solamente lo zero sia rimasto eguale nel tempo, la volontà intrinseca di descrivere il Cielo in relazione allo spazio cosmico, sia pur inteso quale ‘Uovo Cosmogonico’ (29).  Serve a poco allora andare alla ricerca, storicisticamente, dei piú antichi testi astronomici indiani.  Giacché non vi è sapere in India che non sia modellato sul VedaTantra a parte.  Il Jyotiṣa, lo prova a chiare lettere il summenzionato concetto di vedaṅga, non è d’origine tantrica.  La principale ragione per cui non si accettano in sede accademica i ragionamenti di Tilak è perché si vuol continuare a disquisire in termini storicistico-eruditi, ma l’erudizione in un sapere che vale deve sempre apparire subordinata alla spiritualità.

5. Considerazioni al riguardo

La ribellione illuministica della Ragione al Cuore, il cuore spirituale in senso cristico e non quello degradato un secolo dopo sentimentalmente dal Romanticismo, ci ha condotto a tale atteggiamento di sofferenza verso quel che si ritiene irrazionale ed invece è sovrarazionale.  La deità presiedente a ciascun graharāshi o nakṣatra, è un’immagine plastica dell’Arché (Principio) corrispondente; vale a dire appunto del Sole archetipico, ipostasi di quell’<Unico Sole> che è la Divinità senza nome (anāma) e senza forma (arūpa).  Di qui tutta la serie di auspici, benefici e malefici che la cosa comporta, colla relazionabile sessione sacrificale, che è possibile siano state influenzate dai Babilonesi o da altri.  Ma si tratta di considerazioni d’ordine secondario, seppure siano queste che piacciono particolarmente agli storici delle religioni e della cultura.  Per quale motivo non è ivi il caso di ripetere. Non si ha a che fare con superstizioni, se non nel senso letterale del termine, ma piuttosto con dei presupposti o dei marchingegni magico-sacrali, mediante i quali si favoriscono le influenze positive del cosmo riducendo quelle negative. Palliativi culturali, insomma, i quali nei momenti storici di degenerazione spirituale divengono purtroppo i fattori determinanti d’un epoca.  Cosí è accaduto in tempi buddhisti, nonostante il buddhismo abbia cercato di per sé di riportarli al loro signifcato teurgico originario, come tende a fare ogni religione che si rispetti nei confronti di un’altra religione che per decadenza dei tempi stia venendo meno.

È indubbio però – come bene sostiene in tal caso il Pingree – che, allorquando Dario di Persia nel VI sec. a.C. invase la Valle dell’Indo e la conquistò, aprí la strada alle successive invasioni dei Macedoni, degli Sciti, dei Pahlava e dei Kuāna (30), favorendo in tal modo anche i contatti culturali fra Oriente e Occidente. Circa il fatto che ciò abbia spinto gli astrologi indiani ad adeguare i loro standard conoscitivi in materia astronomica a quelli babilonesi, giungendo ad osservazioni astronomiche piú significative di quelle precedenti sui nakṣatrarimaniamo scettici da parte nostra.  Lasciamo dunque codesto tipo di considerazioni a coloro che, al pari del Pingree, interpretano classicamente lo sviluppo del pensiero antico recenziore come il non plus-ultra del pensiero umano. Eppure, proprio nella cultura giudaico-cristiana che ci è propria, troviamo un mito (31) che da solo è sufficiente a smentire cotale asserzione.  Lo sfaldamento delle vetuste nozioni sui 27 Asterismi lunari (32), avrà pur portato l’India alle illustri vette del pensiero babilonese, ma simultaneamente l’ha condotta ad una dispersione delle proprie tradizioni.  Giacchéè sugli Āditya ed i Nakṣatra che si fonda la conoscenza vedica, non su altri accidenti della fenomenologia siderea. Il Pingree voleva metter in dubbio l’importanza del Veda, magari, colla scusa dell’ammodernamento del pensiero scientifico?  Temiamo proprio di sí, purtroppo, e ce ne dispiace.  Per lui ovviamente.  Tilak da parte sua ha mostrato l’esatto contrario ed è per questo che viene dai piú sottovalutato, per non dire osteggiato, a livello universitario (33). Non è vero, del resto, che il calendario luni-solare (34) compaia per la prima volta nel Jyotiṣa-vedāṅga di Lagadha nel V sec. a.C.  Come ha dimostrato Tilak, esso esisteva fin dalla preistoria neolitica, ossia dal 4.000 a.C. c.  È chiaro che i testi vedici non eran dei trattati di jyotiṣa.  Questo tipo di scritti fan parte di quella letteratura che il Botto (35) designava come post-vedica.  Non è neppure vero che le formulazioni astrologiche ed astronomiche del Veda siano andate definitivamente perdute nei meandri dell’ermetismo poetico. Anche in ciò Tilak ha dimostrato che si può esser esegeti di quei versi persino ai nostri tempi, basta non avere pregiudizi di sorta. 

6. Il problema delle Tithi

Altra inesattezza è che il preteso uso delle Tithi(tredicesimi del mese sinodico) risalga per forza a Lagadha.  La serie di 27 Nakṣatra lo prova, ma per errore il Pingree scriveva 28 ed i calcoli perciò non potevano tornare (36). Comunque anche il Pingree pareva dubbioso riguardo l’esatta origine del concetto.  Una precisa origine è assai difficile da definire, poiché dipende da quella dei Nakṣatra.  Come si constata i Babilonesi e Lagadha non sono andati molto oltre. Differentemente da quel che immaginava l’autore (37), in dissacordo con Kane (38). E, purtroppo, anche Tilak, il quale decretava che “un siffatto artificioso metodo potrebbe essere stato adottato in tempi piú recenti” rispetto alla suddivisione in asterismi (39). Dallo Schlegel deduciamo che la suddivisione era in 4 quadranti contenenti ciascuno 7 asterismi.  Dunque questo, contrariamente a quanto abbiamo sempre ritenuto, deve essere stato il piú antico calendario lunare.  Donde gli Arabi si sono abbeverati.  Il calendaro lunare indiano, però, facendo riferimento anch’esso ad Orione (40), dovrebbe essere un adattamento quasi simultaneo del calendario lunare cinese.  Altrimenti bisognerebbe pensare che i Sumeri (non i Babilonesi) ne abbiano inventato uno parallelo a quello della Cina, con una costellazione in meno (e perché mai?), e che sia stato trasmesso in seguito all’India.  Non è credibile, d’altronde, una trasmissione diretta delle proprie nozioni astrologiche ed astronomiche dalla Cina alla Mesopotamia. Difficimente si può pensare pure il contrario, a meno che il calendaro lunare indiano sia stata una creazione autonoma e abbia influenzato tanto l’Asia Orientale quanto quella Occidentale.  Disgraziatamente non esistono tradizioni che ne spieghino l’origine, accreditandola a qualche regione in particolare. È evidente, quindi, che l’ipotesi maggiormente probabile è la prima, vale a dire che l’India paleodravidica abbia mutuato il calendario lunare dalla Cina; ed avendo una matematica piú sviluppata (41), l’abbia adattato al proprio standard culturale.  Dopodiché esso è stato trasmesso in altre zone culturali, dall’Elam alla Mesopotamia.  Neanche in questo modo, tuttavia, si spiega la ragione per cui la Mesopotamia avesse 28 costellazioni e l’India 27.  Siamo sicuri che i camitici Sumeri avessero un calendario lunare simile a quello dei semitici Bailonesi?  Il calendario lunare deiSemiti (Ebrei, Arabi) è di origine cinese, non ci sono dubbi. Per questo la suddivisione in tithi non faceva parte del loro sistema, esattamente come in Cina.  In tutta questa congerie di ipotesi qual era il ruolo dell’Iran?  Prossimo evidentemente a quello dell’India, dell’Egitto e della Grecia, vista l’importanza della Stella Sirio (42) in queste quattro tradizioni, tutte basate su un inrocio etnoculturale fra il ceppo camitico e quello iafetico (43). Ciò significa che l’origine di tale tipo di calendario (44) è camitica e le culture iafetiche (di lingua indoeuropea) l’hanno semplicemente ereditato (45)

7. La vera datazione del Kaliyuga

Che le specuazioni del Pingree fossero inesatte, è dimostrato chiaramente dall’accostamento storicistico che egli faceva fra la dottrina indiana degli Yuga, che egli attribuiva assurdamente al Periodo Gupta, e la corrispondente dottrina ciclica babilonese del Periodo Seleucide (46). Come se la nozione del tempo ciclico non fosse esistita già presso Sumeri, Accadi, Assiri ed Elamiti.  E presso le etnie di lingua indoeuropea (47), oltreché fra i Pelasgi, i Cretesi, i Palestinesi e gli Ebrei.  In breve, presso tutti i popoli di origine noaica: Camiti, Semiti e Iafeti.  Le denominazioni di ‘Asianici’ e di ‘Indoeuropei’, attribuite con eccessiva spavalderiavicendevolmente a Camiti e Iafeti, non ha fatto che creare confusione disgregando il ricordo della loro comune derivazione da un continente oltreatlantico; di cui le Americhe attuali costituiscono ciò che rimane dopo lo scioglimento dei ghiacci e lo sprofondamento di un parte di litorale alla Fine del Paleolitico.

Oltretutto il Pingree non teneva minimamente conto dell’interpretazione dei dati cosmologici propugnata da Guénon (48), per cui pigliava sul serio quelli fuorvianti elencati nei testi.  E da tali dati ovviamente non ne ricavava nulla, se non il tentativo di formulazione d’una vaga teoria diffusionista.  Certamente il contatto coll’India, avvenuto prima e dopo l’inizio dell’E.V., ha prodotto risultati anche in campo astrologico ed astronomico. Sarebbe irrazionale pensare il contrario.  È il nome di testi quali il Romakasiddhānta a provarcelo, senz’ombra di dubbio.  Di qui a pensare che il Jyotiṣa prima di questo contatto non esistesse, o quasi, significherebbe ridurre di portata il significato dei Veda.  Il fatto che Pingree sia stato cosí presuntuoso da non citare gli studi di Tilak prova una cosa, il partito preso di tal tipo di ricerche unilaterali. Infatti il secondo è stato capace a differenza del primo di spiegarci la vera dimensione dei testi vedici, dimensione che – come insegna la dottrina induista – si basa sui quattro quarti della Parola. Non su un’unica accezione, donde è incluso pure il significato cosmogonico.  A riprova di quanto da noi sostenuto, come c’informa il Pingree, furono i buddhisti sotto i Sassanidi ad introdurre il calendario lunare in Iran e in Asia Centrale (49). Secondo quanto si deduce dal Bundahišn– ii. 2 (50).  In Iran si diffusero in questo periodo traduzioni di opere astrologiche greche e sanscrite sotto dei regnanti compiacenti. Dopodiché le opere indo-iraniche furono trasmesse a Bisanzio (VIII sec.) tramite gli scritti dello Pseudo-Stefano di Alessandria e Teofilo di Edessa (51). Solo dal XII sec. in poi raggiunsero la latinità cristiana.

L’ingenuità del prof.Pingree è ancora una volta evidenziata, nonostante l’indubbia erudizione accademica, dal fatto che menzioni l’inizio del Kaliyuga in base alla tradizione scritta, ossia il 3.101.  In tale data sarebbe avvenuta secondo l’induismo, una settemplice congiunzione planetaria a 0° dell’Ariete. La data ufficiale, lo aveva già spiegato il Guénon (52) prima dell’articolo del Pingree, è una data fasulla ovvero semplicemente letteraria; che non corrisponde a nulla di vero sul piano ciclico (53), poiché cade 1.380 prima dell’inizio reale. Quest’arco di tempo copre c.20° di regressione zodiacale del P.V., ma non è una datazione precisa come quella ebraica (54).  In piú, va precisato che i pianeti non possono mai congiungersi assieme se non nel Segno del Toro (55); per questo s’impiega in sanscrito l’espressione <Toro delDharma> e la Legge in altre lingue, ebraico compreso, ha a che fare col Toro (56).

La settemplice congiunzione ad un punto esclusivo dello Zodiaco – cosa astrologicamente impossibile sul piano astronomico letterale – indica semmai che la congiunzione è avvenuta all’Equinozio di Primavera.  È in effetti in Toro che si trovava il P.V. all’inizio (vero) del Kaliyuga (4.480 a.C.)(57). Può darsi che la data sopra indicata dagli Hindu equivalga ad un particolare punto del calendario lunare, ma non è su questo che si basano le Ere cicliche.  Corrispondendo ad una retrogradazione di quasi 20° rispetto a quella effettiva appena indicata, la data ufficiale cade a 11° del Toro, cioè in termini di calendario lunare indiano all’inizio dell’asterismo di Rohiṇī(Aldebaràn), la stella venerata in tutto il Vicino e Medio Oriente (58). Giacché la ripartizione delle Tithi si ha da 0°dell’Ariete in poi (59).  

Si noti altresí che il P.V. a 0°dell’Ariete (scr.Ayanāmśa) è caduto in epoca assai tarda, secondo Tilak quella di Varāhamihira (ufficialmente vissuto fra il 499 e il 587 d.C., al tempo del collega Āryabhaṭa(60), astrologo di discendenza iranica (pahlava) al dire di Pingree (61). Questo dato non pare però coincidere colla realtà storica, giacché il P.G. trovavasi al grado suddetto fra il  232 e il  160 a.C. (62). A meno d’intendere la cosa come un riferimento piuttosto vago, ad occhio nudo, giacché la seconda metà di Revatī è trascorsa retrograda vernalmente fra il160 a.C. e il 320 d.C.  Risulta difficile risolvere la questione in mancanza di dati maggiormente specifici. Varāhamihira  – come già rilevato  – discendeva ad ogni modo dalla tribú iranica dei Pahlava (63),presto integratisi nella societià indiana; ad essa va collegata probabilmente la dinastia dei Pallava, fiorita nell’India Meridionale fra il III e il IX sec. d.C.

8. Datazione del Diluvio e Settemplici Congiunzioni astrali

C’è una cosa però sulla quale Pingree ci pare possaesser preso sul serio, quando attraverso Abū Ma’sher, il maggior trasmettitore delle opere astrologiche indo-iraniche, pone il Diluvio nel 3101 a.C. (64).  A.M. attribuiva la notizia, a sua volta, al gr.Abydenos.  Non stiamo a criticare quel che aggiunge Pingree a proposito della presunta non-omogeneità dei dati sulla settemplice congiunzione equinoziale della tradizione indiana e quella solstiziale di cui parlava Beroso (65), il sacerdote greco-babilonese. Si tratta di sciocchezze, ad ennesima riprova che quando si ragiona per citazioni, senza capire come sia veramente strutturata un’antica dottrina, non si fa altro che dello storicismo filologico a vanvera. Il Pingree (66) tira inoltre fuori altre inesattezze, cercando di spiegare scolasticamente che avvenendo la grande congiunzione in Ariete (non può essere, come abbiamo sopra spiegato), essa determina una conflagrazione ignea, non un diluvio d’acqua.  Vero che questa è la visione dei testi, ma la cosa va presa cum grano salis, non troppo letteralmente.  In gergo astrologico si parla di diluvi di acqua e di fuoco, ma è evidente che i due fenomeni (piogge torrenziali, fenomeni vulcanici, scioglimenti di ghiacci) si sovrapongano nella memoria generale dei sopravvissuti; onde si può intendere la prevalenza di una data fenomenica in rapporto ai due solstizi, non ai due equinozi.  Le Triplicità delle quali scrive il Pingree (67) non c’entrano assolutamente nulla, sono altra cosa, poiché le grandi congiunzioni avvengono in un Segno solo.

E, diversamente da come ci fa presagire certa inadeguata teoria astrologica, non è durante la permanenza dei 7 Pianeti in codesto unico Segno, del resto piuttosto breve, che siffatta fenomenica diluviale ricorre ciclicamente; bensí in un periodo relativamente prossimo alla data della grande congiunzione ma successivo, variabile d’epoca in epoca, da zona a zona.  Insomma, la grande congiunzione astrale impartisce il comando, affinché il fenomeno avvenga, col ritardo che è necessario perché detto comando (di tipo geomagnetico) sia trasmesso col tempo dovuto alla fisicità terrestre.  Che le dottrine cosmologiche varie abbiano associato le due cose, il fenomeno geomagnetico e le conseguenze a lungo andare del fenomeno, è perfettamente comprensibile; si tratta di eventi riscontrabili in natura durante un lungo arco di tempo, eppure consequenziali, anche se solamente il trascorrere del tempo successivo li sovrappone nella memoria umana. 

Il Pingree conclude in bellezza (si fa’ per dire…), attestando il fatto che in India non vi sia traccia della settemplice congiunzione del 3.101 a.C.  Infatti si tratta di una data fasulla (68), come ha spiegato a suo tempo Guénon . Santi numi!  Né è corretto sostenere che i Greci non la conoscessero, dato che sapevano dell’Eone (il cd. Magnus Annus Platonis) e del Grande Eone (Aiṓn, identificato aChronos).  Semmai non conoscevano quella data, giacché a loro non diceva nulla, ma la Settemplice Congiunzione era nota ai cosmologi (69). Evidentemente Pingree era convinto, come molti studiosi d’un passato recente, che i Vedapoggiassero su idee del tutto fantastiche e non fossero per niente in relazione coi cieli delle epoche nelle quali i loro inni son stati stilati. 

9. L’apporto di Parpola al dibattito: nostre conclusioni finali

Asko Parpola (1941-)

Innanzitutto occorre chiarire che il finnico Asko Parpola (professore emerito di Indologia e Studi sull’Asia Meridionaleall’Università di Helsinki), essendo piú giovane di circa 8 anni rispetto al collega americano David Pingree, è molto piúaddentro alla questione del calendario vedico che non l’ormai scomparso insegnante della vecchia Brown University (Providence, Rhode Island).  Oltretutto Parpola è uno specialista in materia, non un semplice storico della scienza.  Le sue vedute sono maggiormente ampie, offrendo nuove soluzioni a vecchi problemi; non si ferma al già detto ma propone ricerche fatte di propria mano, sul campo, come si suol dire nell’ambito dell’Antropologia Culturale.  Ciononostante, come vedremo, il punto di vista del professore finlandese è nondimeno condizionato dall’ambiente accademico (70), che in vari punti egli cerca di assecondare piuttosto che criticare.  Onde le sue soluzioni vanno accettate quando propone il nuovo, ad es. la teoria sul Trifoglio (71) quale rimando alle 3 stelle di Mṛgaśīrṣa (72); ma vanno respinte allorché questi, rifacendosi ai canoni indoeuropeisti duméziliani d’origine ottocentesca (anche se pur intesi nelle varianti del secolo successivo), offre un quadro tutt’altro che “tradizionale” degli avvenimenti.  In questo gioco al massacro, non per niente, ignora validi contributi al problema calendariale indiano che non facciamo parte strettamente dell’ambiente universitario: Tilak è ignorato, Padre Heras menzionato di sbieco.  Ed è triste che in tale azione demolitrice sia stato approvato da colleghi italiani di matrice guénoniana, i quali non paiono avvedersi del pericolo che comporta l’accettazione delle sue tesi in campo indoeuropeistico. Certo, come detto, molti suoi spunti interpretativi risultano accettabili, o comunque logici, aprendo nuovo terreno alla ricerca.  Ma non tutto.

Ora analizzeremo in dettaglio quali sono gli aspetti del suo pensiero che ci hanno convinto maggiormente e quelli che ci convincono di meno.  Ovviamente qualcuno potrebbe asserire malignamente che i primi corrispondono alle nostre convinzioni in materia e gli altri no, ma questo è ovvio, essendo un atteggiamento comune a tutti gli studiosi.  Chiunque giudica corretto ciò che lo convince di piú e meno ciò che non lo convince affatto, è naturale.  Il nostro ego mentale si pone sempre inevitabilmente da filtro in un senso o nell’altro. 

In una sua validissima opera (73) l’autore affronta una disamina della situazione calendariale nel momento dell’incontro fra la cultura vedica e la cultura indica, stando ai Greci antichi; o vallinda che dir si voglia, rimanendo all’archeologia contemporanea.  Il capitolo cui facciamo riferimento è intitolato The astronomical and astrological background, ma il secondo attributo avrebbe dovuto esser messo per primo; non si deve infatti partire dal pregiudizio che nell’Antichità le cose stessero come ai nostri gorni, nei quali l’astrologia appare solamente come una cugina povera e senza credenziali dell’astronomia.  L’Astrologia (scrivendo in questo caso il termine al maiuscolo) è una scienza molto antica (74), non un ancella dell’Astronomia, intesa come scienza vera.  Filologicamente i due termini sarebbero dei sinonimi, tant’è che in sanscrito esiste unicamente una materia che le accomuna senza distinzione alcuna, il Jyotiṣa.  È il mondo greco classico e soprattutto ellenistico che ha finito per distinguerle, siccome le ha interpretate diversamente dal contesto tradizionale della Grecia arcaica, in cui il nómos non fungeva da semplice nomenclatura astrale; cui la scienza moderna e contemporanea a partire da Galileo in poi ha sovrapposto gli studi astrofisici, trasformandola completamente.  Anzi, se prima l’astrofisica era una branca dell’astronomia, oggi la prima ha fagocitato la seconda, riducendola ad uno dei 3 settori astrofisici: l’astrofisica osservativa, che fa pendant coll’astrofifisica teorica  e quella di laboratorio.  Per giunta, anche la vecchia cosmologia ha lasciato il posto alla moderna cosmologia, che è un semplice ramo dell’astrofisica teorica.   La vecchia Astronomia invece era di tipo qualitativo non meno dell’Astrologia, non quantitativo; e la voce nómos significava ‘legge’, riferendosi evidentemente non solo ai movimenti astrali ma pure alle loro influenze sul mondo, che sono appunto materia nel mondo odierno esclusivamente dell’Astrologia.  Eppure ancora ai tempi di Keplero e di Newton le due scienze, pur già distinte, erano ancora abbinate.

Ciò chiarito come premessa necessaria, entrando nel dibattito dal vivo sul culto degli astri in terra indiana, va segnalato il primo problema.  Gli studiosi vari si mostrano incerti nel considerare le origini del calendario solare zodiacale e del rispettivo calendario lunare.  Vi è chi spesso ritiene il secondo anteriore al primo, ma ciò è smentito dalla serie delle ‘Genealogie’ divine.  Dal momento che il Gigante Orione è chiaramente legato allo Zodiaco lunare, come gli studi di Tilak hanno apertamente dimostrato (75); segue tuttavia nel predominio mitico quello di Zeus, signore dei 12 Dei della Pioggia, latori delle influenze zodiacali solari.  Il passaggio di Orione al P.V., all’incirca attorno al 4.480 a.C. (76), segna l’inizio dell’Età del Ferro; mentre l’Età del Bronzo è caratterizzata dal culto dello Zodiaco Solare, prima a 8 Segni, poi a 12 Segni (77).

Un altro errore è quello di giudicare i due diversi calendari quale frutto di etnoculture differenziate, non in senso umano generale ossia paletnologico (il che sarebbe persino giusto), bensí in rapporto a diversi ceppi di popolazione.  Cosa che sconfina col razzismo.  Per la verità Parpola non commette il secondo errore, attribuendo infatti il calendario lunare alla civiltà vallinda (78) e nel contempo riconosce che la cultura vedica s’era appropriata di codesto sapere (79). Il problema relativo al fatto se quest’ultima già conoscesse un calendario lunare, suo proprio, è indissolubilmente legato a quello della data di arrivo nel Deccan di detta cultura.  Da parte nostra riteniamo di sí, ovvero che due calendari similari si siano sovrapposti.  Riguardo invece la presenza del calendaro solare siamo dell’opinione che questo fosse assai piú antico e già ritualmente inattuale.  Ecco la ragione per cui non compare se non in pochi versi del Rgveda e, per analogo motivo, nei reperti dell’antica Valle dell’Indo.  Ma ve n’è traccia in certi sigilli, di foggia indiana, rinvenuti in Mesopotamia.  Ove palesemente si nota il Sole, che qualcuno scambia per una mangiatoia (sic!), il Toro e lo Scorpione accanto all’Albero della Vita (80); i 2 Segni all’epoca emblematizzavano l’asse equinoziale primaverile-autunnale, cioè le due metà del Cielo, cui presiedevano a vicenda (Toro > Vita, Scorpione > Morte) in riferimento ai cambiamenti naturali annuali.  Insomma, i dueayana, per dirla all’indiana.

Nella tradizione hindu lo Zodiaco (Rāśicakra) è un attributo iconografico del Kṛṣṇāvatāra (81), o meglio della figura a lui annessa del Sudarśana-cakra, che è una variante del dioViṣṇu; il che significa che è stato scoperto – od inventato (82), se si vuole – a quell’epoca (10.960-4.480 a.C.). Almeno, lo Zodiaco a 12 Segni; quello a 8, naturalmente, risale allo yugaprecedente (17.440-10.960 a.C.) (83). Mentre il calendario lunare è tipicamente kaliyugico, visto che comincia col dominio di Orione (84); quantunque la presenza di tale costellazione al P.V. preceda, in realtà, l’inizio del Kaliyuga

10. La tesi del Parpola

Secondo Parpola il culto dei Pianeti occupa una posizione preminente nella vita religiosa indiana attuale. Nell’India Meridionale ci sarebbero tempietti dedicati ai Navagraha i tutti i templi shivaiti, con particolare venerazione per Saturno, ma ogni singolo graha riceverebbe particolare attenzione in un dato giorno della settimana od in certi momenti speciali. L’autore fa risalire le prime rappresentazioni monumentali di planetari dell’India Settentrionale al Periodo Gupta (V sec. d.C.), con diffusione posteriore (VIII sec.) nell’India Centrale ed Occidentale, spintasi tardivamente (XI sec.) fino all’India Meridionale.  Cosa che corrisponde alle descrizioni iconografiche di determinati Purāṇa (AgniViṣṇudharmottara), le parti piú antiche dei quali risalirebbero infatti al VI-VII sec.  I 9 Pianeti comprendono, ovviamente, anche i 2 Nodi Lunari. Ma di certo non si può pensare che la conoscenza planetaria sia posteriore alla rappresentazione, quindi se le date riportate sono valide ciò significa che la codificazione nei testi segue ad una trasmissione orale.  Dato che il culto planetario risale ad epoca titanica, è evidente che questa trasmissione orale debba risalire molto addietro nel tempo, secondo il nostro modesto parere all’epoca di Rāma-candra (lett. ‘Rama della Luna’, ossia il Rama della Dinastia Lunare, che crediamo abbia a che fare colla Stirpe Eroica); il quale equivale comparativamente nella tradizione biblica al secondo Lamek, il discendente di Seth e padre di Noāh (85). Mentre Sethcorrisponde al vedico Savitar, avente secondo Kerbaker (86) un doppione nel Sāturnus latino (var.Saviturnus).  Questo nome pare legato visibilmente alla scoperta del Settimo Pianeta, appunto Saturno, che nell’ordine planetario antico geocentrico opponevasi al Sole.  Successivamente i Pianeti sono diventati 9, comprendendo appunto i 2 Nodi.  Ciò è da riportare all’epoca in cui è nato lo Zodiaco a 8 Segni, 9 comprendendo il primo dell’anno a venire; come poi è successo coi 12 Segni, rispetto ai quali il 13° costituisce il rinnovo annuale del Sole. Giacché sono sempre i Soli archetipali che vanno considerati in primo luogo, non i Pianeti o le Costellazioni che ne stabiliscono semplicemente le stazioni calendariali. Il simbolismo solare implica, sia nel caso dei pianeti che delle Costellazioni, che il Sole è unico, al di là dei suoi aspetti settenari, novenari o duodenari e questo ha un profondo significato ontologico. Tant’è che in linguaggi primordiali quale il cinese la parola ‘Sole’ (Hi) è sinonimo del numero 1 (87). Quindi non ha senso andare a cercare le citazioni nei testi vari per dimostrare che i Pianeti erano di numero diverso in varie epoche, a meno di riferirsi ad epoche assai remote, prima dell’avvento di Savitar/ Rāmacandra (Šēt/ Lemek).In altre parole, antecedenti al VII Ciclo Avatarico, il Ciclo per l’appunto di Rama della Luna.  Il fatto che i Pianeti siano citati nei Vedae nel Mahābhārata prova che già nel Dvāparayuga erano noti, poiché è a quell’epoca che secondo la tradizione tali testi sacri risalgono.  Ma anche sul piano iconografico si trovano raffigurazioni dei Pianeti e delle Costellazioni già in Epoca Mesolitica e Neolitica in India ed altrove ed è probabile che incisioni su roccia, intagli in osso, avorio, legno od altro materiale deperibile abbiano preceduto quelle monumentali su pietra.

***

Note

(1)    Cfr. Wikipedia, l’enciclopedia libera, s.v.:Astrologia babilonese. 

(2)   Quel che Greci e Romani attribuivano ai Caldei, invero degli astrologi prima ancora che degli astronomi.

(3)   R.Girard, La Bibbia Maya: storia culturale di un popolo– Jaca Book, Milano 1979; ed.fr. Le Popol Vuh. Histoire culturelle des Maya-quichés- Payot, Parigi 1972 (ed.or. 1954).  Si tratta della divulgazione di un’opera in 5 voll. (Id., Los Chortis ante el problema Maya. Historia de las cultura indigenas de América, desde su orien hasta hoy- Editores Mexicanos Unidos, Città del Messico 1949).

(4)  D’altronde i cicli si ritrovano di pari passo nella letteratura semitica ed in quella camitica.  

(5)   Bisognerebbe sostituire al termine improprio indo-europeo il termine biblico-tradizionale iafetico e ci accorgeremmo che è tutta la cultura d’origine noaica (atlantidea) a tramandarne l’idea.

(6)   G.Acerbi, Gli studi ottocenteschi dello Schlegel sull’uranografia cinese– Alle pendici del Monte Meru (blog, pross.)

(7)   In Italia è uscita una traduzione dell’Arché nel 1989, in francese, a cura del prof. J.Varenne; nonché una nostra versione italiana, direttamente dall’originale in inglese, 2 anni dopo (G.Acerbi, Orione. A proposito dell’Antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991, pp. 1-263).. 

(8)    D.Pingree, Astronomy and Astrology in India and in Iran– Isis (Vol.94, P.II, N°176, giu. ’63), Baltimora 1963, pp. 229-46. 

(9)    A.Aaboe, On the Babylonian Origin of Some Hipparchan Parameters– Centaurus, N°4, 1955-6, pp. 122-5 (cit. dall’aut., ma non consult.).

(10)  O.Neugebauer, The Trasmission of Planetary Theories un Ancient and Medieval Astronomy– Scr.Math., N°22, N.York 1956, pp. 165-92 (id.).

(11)  G.Thibaut, Astronomie, Astrologie und Mathematik– Grundiss der Indo-Arischen Philologie und Altertumskunde, Vol.3, N°9, Strasburgo 1899, pp. 7-9 (id.).

(12)  Segnatamente B.L.van der Waerden, ma si potrebbe menzionare parimenti Wesendock, da noi altrove criticato  per analoghe ragioni.

(13)  G.Schlegel, Uranographie Chinoise– Milano, So-wen 1977 (ed.or. E.J. Brill, Leida 1875), Pref., p.x.

(14)  Vide n.16. 

(15)  Per la Cina debbono venir considerate, allo scopo, le attestazioni dello Schlegel; ed il fatto inoltre che la cultura tantrica, propria del Kaliyuga (4480 a.C.-2000 d.C.) sia d’origine cinese (paleotaoista).  

(16)  Da qualche tempo si sono messe in evidenza (noi l’avevamo fatto fin dalla nostra tesi di laurea alla metà degli anni ’80) le relazioni marittime durante il Periodo Pre-colombiano fra il Vecchio e il Nuovo Continente, sia a partire dall’Europa Occidentale che dall’Estremo Oriente.  Relazioni che rappresenterebbero un continuum rispetto all’Antichità, ossia dal tempo dei Greci e dei Romani, il che implicherebbe giocoforza connesiioni inverse. 

(17)  Per un opposto punto di vista, comunque ancora da delineare in toto, cfr. G.Acerbi, Kali, la dea-scorpione– Alle pendici del Monte Meru (blog, 8-11-14), §3, pp. 9-11. 

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/11/kali-la-dea-scorpione.html 

(18)  Dalla zona autronesiana, cosa che è accettata dallo stesso punto di vista accademico, sarebbe partita all’inicirca 40000 anni fa una corrente culturale che avrebbe prodotto in tempi anteriori i graffiti ed in tempi posteriori le culture megalitiche; gli uni gli altri sparsi un po’ dovunque nel tragitto costiero che portò quelle lontane popolazioni fino alle sponde dell’Atlantico in temi imprecisabili.   

(19)  G.Acerbi, Kālacakra,ovvero la ‘Ruota Cosmica’–  Univ. “Ca’ Foscari (Fac. di Lingue e Lett.Stran., Sez.Orientale), Venezia 1985, 2 voll., passim.

(20)   L’India propriamente detta.

(21)   Pin., art.cit., p.130.

(22)   L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’Antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991 (ed.or. The Orion or Researches nto the Antiquity of the Vedas– Munshiram M., N.Delhi 1972), Cap.III, pp. 62-3.

(23)   La I edizione dell’opera (Shri J.S. Tilak, Poona) è infatti del 1893.

(24)   Til., op.cit., Cap.VI, pp. 183-4.  Abbiamo ivi menzionato il testo della nostra traduzione. 

(25)    Arco Ascendente e Discendente dell’Anno Sacro..

(26)   Ibid., p.184.

(27)   Lo Zero non era noto soltanto agl’indú.  Lo conosceva pure la Mesoamerica ed è proprio colà che se potrebbero rinvenire le vere origini ma se questa supposizione fosse giusta non si spiegherebbe come mai la cifra manca presso i popoli iafetici, semitici e camitici; mentre si trova in Estremo Oriente, ad es. in Cina.  Potrebbe essserci dunque stata una trasmissione diretta del concetto dalla Cina all’India oppure dall’Asia Centrale all’india.  La presenza in America si spiegherebbe, d’altra parte, come un prestito dell’Asia Nordorientale.

(28)   Una situazione analoga trovavasi nella cultura babilonese.

(29)   G.Acerbi, Metafisica dello Zero– Alle pendici del Monte Meru (blog, 3-11-14), sgg.

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/11/metafisica-dello-zero.html

(30)   Pin., art.cit., p.221.

(31)   Ci riferiamo alla leggenda della Torre di Babele (Gen.– xi sgg).

(32)   Ciascuno dell’estensione di 13°20′ dell’eclittica, o meglio del cerchio annuale di 360°. Vide Til., op.cit., Cap.III, p.63.

(33)  Ne abbiamo avuto testimonianza in proprio durante gli anni giovanili, nei quali facemmo un concorso di dottorato presso l’Università di Bologna e uno per Associati presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

(34)  “Un calendario lunisolare è un calendario lunare, in cui la durata media dell’anno lunare è uguale a un anno solare.”  La definizione è tratta da Wikipedia, l’Enciclopedia on line, s.v.Calendario lunisolare.

(35)    O.Botto, Letterature antiche dell’India– F.Vallardi, Milano 1969, P.Pri., Cap.Ter., p.43; apud AA.VV., Storia delle letture d’Oriente.  Ad essa seguirà, tardivamente, una vera e propria letteratura scientifica di tipo astronomico ed astrologico (ibid., P.Qui., Cap.Qua,. pp. 325-9).

(37)     Pin., art.cit., p.231, n.20.

(38)     P.V.Kane, History of Dharmashastra (Vol.5, P.I, Poona 1958, p.62 ss).

(39)    Til., op.cit., Cap.VII, pp. 183-4.  L’autore non teneva tuttavia conto del fatto che la Matematica era d’origine astrologica.  Cfr. G.Acerbi, I numi erano numeri. Carattere matematico dell’antica astrologia e della conseguente teogonia– Alle pendici del Monte Meru (blog, 24-07-11).

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2011/07/i-numi-erano-numeri-il-carattere.htmlhttp:/

(40)    Ibid. come alla 32.

(41)  Non dimentichiamo che i nostri numeri europei provengono dall’India, tramite mediazione araba, non dalla Sumeria.

(42)    L’dentificazione araba di Allah a Sirio non rientra negli schemi consueti delle genti semitiche, è piuttosto un’influenza camito-iafetica; se è vero che il prototipo taurino semitico per eccelenza, il dio-toro cananeo El, era identificato alla costellazione del Toro, ed il suo Unico Occhio ad Aldebaran.  Analoga interpretazione andrebbe fatta nei confronti del biblico Elohim, dall’accentuato carattere taurino luni-solare.

(43)   Fa eccezione, naturalmente, l’Egitto, ove non c’è mai sta un’invasione di genti indoeuropee; ma, tutt’al piú di ‘popoli del mare’.  Cioè di re-pastori d’origine semitica (o hurrita secondo altri), i cd. Hyksos.

(44)     Il calendario con 28 astersmi lunari, checchè se ne dica, è un calendario maggiormente approssimativo dal punto di vista astronomico rispetto a quello con 27.  Infatti il primo corrisponde al tempo di rivoluzione siderea della Luna di 27 giorni, 7 ore e 43 primi; il secondo ad una media generica fra il tempo di rivoluzione siderea e quello di rivoluzione sinodica di 29 giorni, 12 ore, 44 primi e 3 secondi.  Quest’ultimo, naturalmente, è dovuto all’effetto della Terra.

(45)   Alludiamo, ovviamente, alle culture pre-indoeuropee (proto-elamita, paleo-dravidica, pale-oegizia e pelasgica).

(46)   Questa bislacca teoria deve essere stata infuenzata dalla lettura delle Βαβυλωνιακὰ di Beroso, o Berosso, vissuto secondo la tradizione all’epoca di Alessandro Magno.

(47)  Quelle nell’ambito delle quali non conosciamo niente in propsito è probabile fossero caratterizzate da tradizioni disperse, oppure non le conosciamo abbastanza.

(48)   R.Guénon, Some remarks on the doctrine of cosmic cycles- J.I.S.O.A. (lug.-dic. 1937), poi ripubblicato nella rivista É.T. l’anno dopo.

(49)   Pin., p.240.

(50)   Il riferimento è alla trad di E.West dei Pahlavi Texts, nella S.B.E., Vol.V, Oxford 1880, p.11.  Qualcuno (E.Albrile, com.or.) contesta tale attribuzione.  Il passo, in ogni caso, non fa alcun riferimento storico; si limita ad attribuirne la creazione, ovviamente, ad Auharmazd.

(51)    Ibid. come alla 49, p.241

(52)   Vide n.48.  L’articolo compare nella raccolta postuma R.Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici– Mediterranee, Roma 1974 (ed.or. Formes tradionnelles et cycles cosmiques– Gallimard, Parigi 1970), pp. 11-20.

(53)   A meno che tale data coincida con il Diluvio kaliyugico, che come i precedenti non avviene esattamente al momento della grande (settemplice) congiunzione, am come c’insegna Platone qualche millennio dopo.

(54)    Anche il calendario ebraico parte da una datazione successiva all’Epoca della <Torre di Babele>.  Infatti comincia nell’ottobre 3.760, il primo anno compiendosi nell’ottobre 3.761.  Tuttavia in questo caso trattasi di 720 anni, ossia esattamente 10° zodiacali successivi all’inizio dell’eone.

(55)  G.Acerbi, Introduzione al Ciclo Avatarico. Da Matsya a Kalki – Heliodromos, N°17 (P.Sec.), pp.20-1.

(56)  Facciamo notare che l’equivalente latino del norrenico Thor è Giove, come si deduce dal giorno settimanale a lui dedicato (Thursday = Giovedí), e Giove è il signore planetario che presiede alla legalità oltreché alla parola in senso religioso.  D’altra parte il suo martello Mjöllnir, immagine del Tuono non meno del Vajra indo-tibetano, essendo un emblema della Parola Divina è divenuto un allegorico trattato d’appoggio alla caccia alle streghe (il Malleus Maleficarum, 1486-9) presso la Santa Inquisizione ed il ‘Martello della Legge’ nel mondo giudiziario moderno.  Il Toro in iranico è Tōrā e Tōrāh in ebraico è la Legge, basata sulla tradizione biblica, ovvero la ‘Bibbia’ medesima.  La storia del culto del ‘Vitello d’Oro tradisce questa verità, ossia che prima del culto dell’Agnello era in vigore quello del Vitello, esattamente come fra Paleo-dravidi, Proto-iranici, Proto-elamiti, Sumeri ed Egizi.

(57)  Una discussione sulla data effettiva del Kaliyuga l’abbiamo abbozzata in forma di commento (29-03-16) a D. Dal Bosco, Considerazioni sulla datazione del Kali Yuga-Algiza (on line), 2-03-16.  

http://www.centrostudilaruna.it/considerazioni-sulla-datazione-del-kali-yuga.html 

(58)    A.Parpola, Deciphering the Indus Script– Cambridge Un.P., Cambridge 1994, passim.

(59)    Til., op.cit., Cap.III, p.66, n.1 (del T.).

(60)    Ibid., p.64.  Su codesta figura di astronomo vedi pure M.Sashithal, Varahamira: The Ancient Astrologer, Astronomer and Mathematician– The Free Press Journal, 3-10-15 (on line).

http://www.freepressjournal.in/mind-matters/varahamihira-the-ancient-astrologer-astronomer-and-mathematician/676984

(61)     Ibid. come alla 49.

(62)    Scrive l’autore (ibid. come alla 60), citando la propria fonte (il Pañcasiddhāntikā) ma non il passo specifico pur riportando in nota (ib., p.84, n.3) il doppio verso in questione: “È ben noto che Varāhamihira al tempo del quale il punto vernale coincideva con la fine di Revatî… e il solstizio estivo era in Punarvasû, distintamente fa riferimento in due passi all’antica posizione dei solstizî registrata dagli scrittori che lo hanno preceduto.”  Ossia a metà di Aśleṣâ (16°20-30° del Cancro).  Il che denota come Tilak avesse ragione, pur non rendendosi conto a quale epoca andava attribuendo la figura storica del brahmano.  Quindi si dà il caso che, o sono esistiti due astrologi collo stesso nome a distanza di c.200 anni, oppure la collocazione storica ufficiale non coincide con quanto tramandato da Varāhamihira stesso.

(63)    Varāhamihira apparteneva socialmente alla sottocasta brahmanica dei Maga(Magi).

(64)    Forse è davvero questa la ragione onde tanto la cultura ebraica, quanto quella hindu o greca (cfr. Platone), non fanno coincidere l’inizio dei cicli con il vero inizio astrale. 

(65)     Pin., art.cit., pp. 243-4. 

(66)     Cit., pp. 244-5.

(67)     Le Triplicitates non possono essere d’origine iranica, come pretendeva l’autore, visto che le conoscevano fin gli Amerindi.

(68)   A meno che siano occorsi, nella fattispecie, fenomeni locali di rilievo.  Tipo la scomparsa della Sarasvatī, il fiume che all’incirca a quell’epoca ha mutato il suo corso, in parte seccando. 

(69)   Per una sensata analisi della dottrina degli Yuga (‘Cicli’) si prega immodestamente di consultare G.Acerbi, Introduzione al Ciclo Avatarico. Da Matsya a Kalki– Heliodromos (Prim.2000-Prim.2002), Catania 2000-2, 2 PP., pp. 15-24 e 13-28.

(70)    Lo dimostra il fatto che non citi un eminente studioso come Tilak, guardacaso boicottato in tutti gli ambienti universitari; eppure il N. si era rifatto al Warren, nel suo Arctic Home, ovvero al fondatore dell’università americana.

(71)       La teoria già era stata esposta precedentemente in A.Parpola, XXXXXX

(72)      A.Parpola, Deciphering the Indus Script– Cambridge U.P., Cambridge 1994, Cap.12, p.218/ col.a.

(73)      Parp., op.cit., Cap.11 sgg.

(74)     Cfr. G. de Santillana & H.von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo– Adelphi, Milano 1983 (ed.or. Hamlet’s Mill. An essay on myth and the structure of time– Gambit, Boston 1969), App.xx, p.xxx. 

(75)     Tilak, op.cit.passim.

(76)     Non è esattamente cosí, poiché l’anno 4.480 rappresenta il passaggio del P.G. a 30° del Toro (= 0° dei Gemelli), mentre l’asterismo di Orione corisponde nello Zodiaco Lunare all’arco che va retrogradatamente da 6°40’ dei Gemelli a 23°20’ del Toro.

(77)     Cfr. il nostro art.cit. alla 39.

(78)     Parp., op.cit., x

(79)     Op.cit., x

(80)     H.Mode, L’India antica– Primato, Torino 19xx (ed.or. Xx), tav.xx.

(81)    G.Acerbi, I dieci Avatar e la mitologia induista– Hera (A.XII, N°122), mar. 2010, p.45/ col.b.

(82)  L’Astrologia è scoperta se la si ritiene di origine divina, è inventata se le si attribuiscono origini umane.

(83)     Ibid. come alla 69.

(84)    Ciò viene contestato da Parpola e da altri, che lo fanno cominciare in Aldebaràn (Rohiṇī).  Ed, onestamente, occorre aggiungere potrebbero anche essere dalla parte della ragione.  Nel senso che l’asterismo di Orione potrebbe aver funto da modello calendariale, senza avere tuttavia quella parte preponderante attribuitagli da parte di Tilak.  La nostra personale opinione, comunque, è che abbia ragione lo scrittore marathi; in quanto Orione rappresentava il Sacrificio, il Soma, e come tale era celebrato nel Veda.  Gli aspetti cosmologici per gli antichi, trattandosi d’un calendario sacrale e non civile, erano strettamente collegati al rituale; anzi, il rituale da essi diprendeva.  Non si può immaginare un calendaro svincolato dallo Yajñacakra, la Ruota Annuale dei Sacrifici.  Per quanto riguarda invece le costellazioni sorte al P.V. in precedenza (Sirio, Punarvasu), è probabile che esse abbia svolto un’azione di semplice richiamo equinoziale, senza connessioni col calendario lunare vero e proprio; che come tale, a nostro giudizio, è una creazione del Kaliyuga.

85)     G.Acerbi, L’America e l’enigma delle Due, anzi Tre, Atlantidi– Alle pendici del Monte Meru (blog, 30-12-16), §c, p.x.

(86)     M.Kerbaker, xxxxxx

(87)     Persino il grande letterato latino P.T. Varrone associava il lat.sōl sōlus.

 

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(Articolo di Giuseppe Acerbi pubblicato in due parti nel Blog: “http://allependicidelmontemeru.blogspot.it“)

 

Link 1 – http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2016/07/tilak-e-la-riscoperta-dellantico.html

Link 2 – http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2016/11/tilak-e-la-riscoperta-dellantico.html

 

I MISTERI DI ERACLE, DAI ‘COLLEGIA FABRORUM’ ALL’ANTICA MASSONERIA

di Giuseppe Acerbi

 

L’uomo ha sempre cercato di costruire verso il cielo, incarnando il suo sogno nella pietra 
(J. Fort Newton).

Presentazione del tema

Parlando del binomio greco-latino Eracle-Ercole, un dossier pubblicato su una rivista divulgativa alla metà circa degli anni ‘90 (1) tratteggiava la situazione degli studi sul personaggio in quel momento. L’articolo spiegava che non si era trovata traccia dell’eroe nel Lineare B (2), a differenza di quanto è avvenuto per gli Dei classici (3). Una diversità d’atteggiamento che  in effetti dà da pensare. Naturalmente è impossibile che nella civiltà micenea, di cui il Lineare B costituisce l’unica traccia scritta, non conoscesse Hēraklês; né Euristeo, re di Micene. Giusta è d’altronde l’ipotesi, formulata dalla Bonnet-Xella (4), a proposito della difficile gestazione del Dōdékatlos (il ‘Duodenario’ delle Fatiche) da un insieme di materiale solo orale e poi anche scritto e figurato (5). L’autrice rileva nelle metope del Tempio di Zeus ad Olimpia (metà del V sec. a.C.) le prime tracce iconologiche delle ‘Fatiche’ (6), sennonché il materiale decorativo è corrotto e non si può capire esattamente – a suo dire – quante ve ne fossero raffigurate (7). Vengono menzionate (8) di seguito le Nove Fatiche del Tempio di Efesto ad Atene (9), sempre del V sec.; e le Undici delle metope del Tempio di Eracle a Tebe, scolpite da Prassitele durante il IV sec. e testimoniate da Pausania (II sec.) nellaPeriegesi. In certo senso si può pensare, stando alla sintesi della studiosa belga, che certe Fatiche non rientrassero nel canone ufficiale, ammesso che ve ne fosse uno. Non si può tuttavia utilizzare il termine ‘apocrifo’ in greco, come fa lei alla maniera protestante (10); poiché il vocabolo significa ‘segreto’, non ‘falso, e comunque in quest’ambito nessuna delle due accezioni risulterebbe valida.

La verità, però, è che le Fatiche di Eracle erano già raffigurate in epoca arcaica, non soltanto in quella classica. Vedi l’annientamento di Nesso ritratto dall’omonimo pittore (ultimo quarto del VII sec. a.C.) in un’anfora di modello proto-attico recente in una terracotta conservata al Mus.Naz. di Atene, o l’inseguimento ai Centauri in uno scifo (vaso a terracotta a due anse) di stile corinzio medio (c.590-80 a.C.), ora al Louvre (11). Ed ancora l’uccisione del tricipite Gerione, munito di triplice scudo decorato coll’Aquila (emblema aquariano), in un’anfora a figure nere della Bibl.Naz. di Parigi; attribuita al “pittore delle iscrizioni” ed appartenente all’arte calcidese dell’Italia Meridionale (c.540 a.C.), ma rinvenuta a Cere, in Etruria (12). Oppure l’idria etrusca a figure nere (vaso in ceramica usato dalle donne per attingere acqua) di modello ionico-italico (c.540 a.C.) ritraente, da parte del “Pittore delle idrie di Cere”, l’episodio di Busiride (Mus. di St. dell’Arte, Vienna); nonché da parte dello stesso artista in un’analoga idria (c.530 a.C.) del Louvre, l’adduzione del tricipite Cerbero presso Euristeo, ritiratosi in una giara per lo spavento (13). Per non parlare di altre imprese, quali la cattura del Cervo di Cerinea (14), sostituite a volte per sineddoche da illustrazioni di personaggi da esse tratte (Nereo, Alcioneo ecc.) (15).

Il fatto che tali Fatiche compaiano singolarmente non significa che queste fossero considerate imprese isolate, ma esclusivamente che non c’era bisogno di ricordarle tutte assieme per capire che il riferimento di ciascuna era al Duodenario Solare annuale, oltreché alla precessione equinoziale. Evidentemente invece in Epoca Ellenistica, vale a dire nel momento di passaggio dall’Era dell’Ariete all’Era dei Pesci (precisamente nel 160 a.C., ma si deve intendere in tal senso tutta l’epoca indicata), il paesaggio culturale cambiò radicalmente; da un lato ci si trovò dinanzi a nuove grandi speranze e dall’altro ad una confusione incredibile, il progetto ideale di fusione etnica fra Macedoni e Persiani e d’instaurazione d’una moneta unica nell’Impero Macedone da parte di Alessandro Magno lo testimoniano apertamente (16). Il Bengston ha visto in tale piano riorganizzativo un fenomeno storico che, pur nel rispetto delle identità etno-religiose varie (17), ha influenzato non solamente il IV ed il III sec. a.C.; bensí addirittura quel sincretismo (noi preferiremmo definirlo sincresi, anche ammettendo l’intervento possibile – anzi, inevitabile – in tale ambito di elementi degenerativi di molteplice natura) dell’epoca imperiale romana all’inizio dell’E.V., donde ebbero modo di trovar terreno fertile e svilupparsi prima il Cristianesimo e poi tardivamente perfino l’Islamismo.

Le Dodici Fatiche e i Misteri di Eracle

Non è lecito attribuire la formazione de lDōdékatlos all’inizio dell’Epoca Volgare, quantunque l’enunciazione scritta del canone risalga realmente al principio dell’Era Cristiana; cioè al I od al II sec. d.C., pigliando per buona l’attribuzione di esso allo Pseudo-Apollodoro (18). Il che non significa che il numero delle ‘Fatiche’ (equivalenti ai Labores massonici) non fosse già stabilito in anticipo. Sarebbe altrimenti come attribuire la riformulazione del ‘Vecchio Testamento’ al periodo in cui, per imitazione cristiana, è stato stilato dagli scribi giudaici. Tanto è evidente in entrambi i casi l’intento di salvare dall’estinzione, o dalla degradazione in cui inevitabilmente lo conduce l’abbinamento di poetica ed arte, il patrimonio spirituale tramandato dagli antenati. No, si tratta unicamente d’una canonizzazione scritta.  Il materiale a contenuto esoterico, e non semplicemente exoterico, è stato tramandato dappertutto dapprima in forma orale; poiché, come insegnavano un tempo le tradizioni indiane, “gli Dei amavano il segreto”. Quindi, trattandosi d’un credo pagano pre-cristiano, nel cercare d’intenderlo dobbiamo ragionare alla stessa maniera. 

Le 12 ‘Fatiche di Ercole’ – ha sottolineato qualcuno – ricalcano per certi aspetti le 12 ‘Avventure’ dell’Epopea di Ghilgamesh, ma sfortunatamente non ci risulta sia mai stata compilata alcuna opera in merito. Non si può pensar diversamente, sennò salta tutto l’impianto costruttivo; il quale c’induce a ritenere che esse abbiano a che fare collo Zodiaco Solare duodenario, secondo quanto sospettato da alcuni autori antichi. A dimostrazione che lo spirito arcaico, il quale le aveva create, era ormai andato quasi irrimediabilmente perduto per via della civiltà urbana. Quando la Bonnet-Xella (19) parla di arbitrarietà delle redazioni finali di Diodoro Siculo e di Apollodoro Ateniese (20) ha certamente ragione da vendere. Ciò però non significa che la mitologia eraclea sia “plastica e vivace” (tutta la mitologia, se vogliamo, è tale), sí che si abbia l’impudica licenza di mettere e togliere come si vuole. Semmai, l’insicurezza con cui artisti, storici ed eruditi (non veri mitografi in senso moderno) dopo di loro hanno provato a ricostruire l’Epopea di Eracle, non giuntaci in un canone ortodosso al pari di quella mesopotamica di Ghilgamesh (21), tradisce la particolare situazione storica in cui trovavasi la Grecia derlla pólis (22); insomma, la Grecia classica. Se noi osserviamo l’arte greca del periodo arcaico e la paragoniamo a quella del periodo classico, ci accorgiamo della profonda perdita di significati e di contenuti interiori che essa subisce nel passaggio da forme rozze ma ieratiche ad altre tanto levigate quanto ridotte al puro campo allegorico ed estetico (23), o quasi. Non a caso ad un nume fondamentale quale Apollo, il dio della luce dai trascorsi iperborei, in quel momento vien meno il suo attributo principale: il Cerbiatto, che invece era presente in precedenza (24). Cosí diviene in sostanza un’insulsa ed efebica espressione di muscolarismo virile, benché densa di valenze allegoriche concernenti il il Bello e il Buono (Καλόν-κἀγαθόν) in senso platonico. Questo non è che un passaggio dal sacro, con rimandi numinosi, alla semplice nobiltà d’animo e di lignaggio in termini aristocratici.  Mentre prima, non meno dello Mga (‘Cervo, Antilope’) (25) di Śiva (corrispettivo nume indiano, pure questo venerato quale modello di bellezza fisica), l’apollineo Cerbiatto alludeva alla costellazione di Orione quale sede della luce, tanto in senso cosmologico quanto ontologico. Sarebbe stato come se in India avessero trasformato Śiva o Mgeśvara (26) in un signor-nessuno adatto unicamente a far sospirare ragazzi e ragazze che lo veneravano in veste di modello erotico mascolino, o giú di lí, sia pur con aggiunta di qualità morali intrinseche.

Se vogliamo ricostruire per bene il senso delle ‘Fatiche’ dobbiamo pigliar per buono almeno il numero canonico. Che poi non fosse quello il numero originario lo pensiamo pure noi, stando a quanto asserito dal viaggiatore (e paletnografo ante-litteram) Erodoto nel Capitolo Secondo delle Storie; laddove (§§ 42-5) stabilisce il doppio culto di Eracle quale dio olimpio ed eroe, testimoniando peraltro in un passo (ii. 43, 4) che gli Dei erano diventati 12 dagli 8 che erano in precedenza ben 17.000 anni prima del Regno di Amasi (569-525 a.C.). Il Regno cioè durante cui l’Egitto cominciò a svolgere una politica marittima nel Mediterraneo, intrattenendo rapporti a vario livello colla Grecia. La datazione, in tutta evidenza, è di carattere ciclico. Ossia considerando che l’Età del Bronzo della cosmologia mitica è durata 12.960 anni ed è venuta prima dell’Età del Ferro, che è durata solo la metà (6.480 anni, vale a dire 1 Magnus Annus Platonis), fatte le somme fra l’una e l’altra si giunge ad un computo nel complesso di 19.440; se togliamo gli anni che vanno dal Regno di Amasi al 2.000 d.C., in pratica 2.570 anni, otteniamo la data indicata dallo scrittore di Alicarnasso (Asia Minore) quale fine dello Zodiaco Ottonario ed inizio di quello Duodenario. Insomma, 17.000 c. prima di Erodoto. La qual cosa significa che Greci ed Egizi attribuivano comunemente alla prima metà dell’Età del Bronzo (17.440-10.960) l’inizio del culto dello Zodiaco Solare Duodenario.

Forse anche i prolungamenti storici di questo doppio culto hanno creato confusione nei devoti di esso, per inevitabile sovrapposizione delle due storie mitiche. Ciò a dire il vero è accaduto parimenti fra indú ed ebrei, considerando gli omologhi di Eracle in campo induista ed ebraico. Esistono infatti parimenti alla Grecia 2 Kṣṇa, quello dello Harivaṁśae l’altro del Mahābhārata, così come vi è un duplice Noè nella Genesi, prima e dopo il Diluvio Universale. Sono due personaggi distinti, che per qualche ragione a noi moderni non del tutto manifesta, sono stati in un primo tempo sovrapposti e poi identificati. Guardacaso Kṛṣṇa (s’intende,il periodo avatarico che gli corrisponde) è l’inventore dello Zodiaco Solare. Si può supporre dunque che l’invenzione sia avvenuta in 2 stadi: a) lo stadio dello Zodiaco a 8 Segni, attribuibile a Kṛṣṇa Gopāla (‘Bovaro’); b) quello dello Zodiaco a 12 Segni, attribuibile a Kṛṣṇa Jagannātha, il signore delle piogge, identificato all’eroe-aurigamahabharatiano. Per comprendere come anche Noè abbia a che fare col medesimo simbolo, basta rammentare che la sua è un’<Arca degli Animali>; a meno di voler continuare a rispettare il testo alla semplice lettera, credendo a mo’ di fanciulli che gli <Animali> (gr.Ζα) interpellati fossero gli stessi raccolti dal patriarca intorno a sé come nel celebre film di J.Huston (27), peraltro assai grazioso. Pure nel Vecchio Testamento distinguonsi palesemente un patriarca antidiluviano ed uno post-diluviano, i quali avendo avuto fra di loro una distanza epocale di c.6.840 anni (quel che gl’Indú conoscono come ‘periodo avatarico’).

(2 pagine di manoscritto mancanti, per il momento perdute)

per tentarne una ricostruzione in chiave massonica.  Visto che, di certo, vi è stata una staffetta nella consegna di dati fra la cultura pagana e quella cristiana avvenuta durante l’Età Tardo-antica.  Macrobio è un utile autore per ricostruire tale consegna.

Le origini della Massoneria antica

Naturalmente questo è un articolo sui generis. Non stiamo a menzionare caterve di scrittiper dimostrare la nostra tesi, che ha bisogno di riflessioni piú che di citazioni autorevoli. Per chi volesse approfondire rimandiamo ad un nostro scritto assai piú elaborato (35), il quale benché non si occupi dell’argomento diffusamente tuttavia pone le basi per la comprensione di esso a piú largo respiro. Giacchénessun mistero antico nasce per caso, essendo la trasmissione semmai d’una sapienza primevatramandata in segreto per via orale e giunta sino ad epoca storica, per essere tardivamente riordinata e riorganizzata in una serie di atti rituali e di pratiche meditative sviluppate al fine di tener viva la fiamma conosciuta dai nostri Antenati. Gli studiosi accademici tendono a snobbare o fraintendere il segreto oppure, qualora ne vengano in possesso casualmente, s’ingeniano a frammentarlo in una serie di scritti eruditi adatti piú agli ‘specialisti’ profani che non a quelli che dovrebbero essere i giusti destinatari di esso. 

Quali sono i giusti destinatari se non coloro che al di là della loro veste mondana, eruditi o meno che siano, hanno rispetto per gli antichi insegnamenti artigianali delle confraternite varie e sono proni tendenzialmente a metterli in pratica?  Ad ogni modo, se ci avviamo a far ricerche su quanto resta dell’antica Massoneria, possiamo ottenere qualche risultato concreto. In codesto settore 2 libri hanno particolarmente attratto la nostra attenzione: uno del duo ormai scomparso M.Baigent & R.Leigh (The Temple and the Lodge, 1991), sebbene maggiormente famoso per il suo testo sul Graal (compilato assieme allo sceneggiatore H.Lincoln); l’altro di R.Gardner, anch’egli famoso per successive e piú approfondite ricerche nello stesso campo (36).

Siccome qui ci occupiamo dell’antica Massoneria (operativa) e non di quella moderna (speculativa), i dati che ci servono non riguardano gli avvenimenti che vanno dall’assassinio di Alessandro III del 1.286, dopodiché l’Inghilterra s’intromise negli affari interni della Scozia celtica, fino alla rifondazione della confraternita nel Settecento. A noi per codesta ricerca interessano semmai i dati che vanno dal tempo dell’istituzione dei Collegia Fabrorum, ossia le antiche Logge, fino al Periodo Tardo-antico e piú oltre. Ovvero, passando per i Maestri Comacini (corporazione edile itinerante del Comasco ed in genere della Lombardia, VII-VIII sec.) sino alla morte del re scozzese di cui sopra.  Poiché è evidente che la Massoneria moderna ha i suoi veri natali nel Trecento, vale a dire nella presa di posizione anti-anglosassone dello scomunicato re Robert Bruce (37). L’assassinio dell’ultimo re celtico è palese funga da spartiacque fra il mondo medievale e quello moderno, anche se gli oltre 200 anni che vanno dal 1.286 al 1.492 sarebbe meglio definirli “pre-moderni”. Cosí come la scoperta ufficiale dell’America avviene piú tardi con Colombo, ma era già in cantiere, se stiamo alla notizia dei viaggi nascosti dei Templari verso le coste dell’Oltreatlantico (preceduti da quelli dei Vichinghi alla volta della Groenlandia)(38), egualmente l’Epoca Moderna è fatta cominciare dopo dagli storici, seppur dipenda dalla fine dell’ultimo vero regno celtico. Il tentativo di Bruce è un tentativo di restaurazione fallito, che tuttavia ha lasciato in eredità alla Massoneria cristianizzata, fino alla trasformazione ultima in Massoneria protestante. Come scriveva il duo menzionato (39), “la Massoneria assomiglia ad un gomitolo di filo ingarbugliato da un gattino giocoso” ed è compito dello studioso sbrogliare “le numerose matasse” prima che si possano individuare le origini della medesima. 

Ben detto, è proprio cosí!  Ad ogni modo, essendo la Massoneria nell’Occidente europeo l’equivalente sul piano iniziatico di quel ch’è nell’Oriente indiano il Karmayoga, potremmo intendere le origini della Libera Muratoria grosso modo in parallelo alle origini dello Yoga di tipo karmico. Dunque, dando per scontato che in Europa si è avuta una cristianizzazione – piú o meno forzata – della Massoneria antica (cioè eraclea) (40), il Karmayogadovrebbe essere in teoria lo sviluppo del culto krishnaita.  Cosí è infatti.  In Oriente il ruolo del Buddhismo è stato pari a quello de Cristianesimo in Occidente, per cui si è originato un Karmayogabuddhista, anche se ha assunto altro nome.  La via di trasmissione è stato il Tantrismo, la cui Via Mediana (41) corrisponde appunto al Karmayoga induista. Benché l’accento etico-sociale sia meno forte nel Tantrismo buddhista (volgarmente chiamato ‘Buddhismo tantrico’) rispetto all’Induismo, l’intero Buddhismo al pari del Vishnuismo e del Cristianesimo può esser comunque considerato una ‘via di centro’, le altre due correnti essendo unicamente diverse dalla ‘Via Mediana’ tantrico-buddhista solamente per questioni di sfumature. Diversamente nel Tantrismo induista prevalgono le due vie opposte, tanto che si parla in genere solamente di Dakiṇāmārga eVāmāmārga, ma vi è pure l’Uttarāmārga.  In altre parole la Massoneria pagano-cristiana, l’Essenismo ebraico, il Karmayoga hindu e il Sahajayāna buddhista hanno una lontana comune origine dottrinale, al di là del corpus tradizionale in cui sono state successivamente incorporate e rielaborate; quest’origine risale al triplice personaggio del quale abbiamo già trattato per sommi capi, quel Krishna-Eracle-Noè (42), che era in realtà un’unica figura variamente ritratta da una tradizione all’altra. Su questo filone principale si sono innestate evidentemente altre scuole dottrinali, kenite o sethite, se è vero che certi rami massonici di discendenza ermetica fanno capo a Crono o a Saturno, allotipi pagani del Caino e del Seth biblici.

Collegia Fabrorum altro non erano che reminiscenze in epoca storica (dal periodo repubblicano a quello imperiale, durante cui passarono ad essere controllati dal Senato Romano) degli antichi sodalizi (lat.sodalitates) di derivazione eraclea (43). Il pastore battista nonché massone Fort Newton (1876-1950) sosteneva (44) che l’antica architettura era strettamente connessa alla religione e gli arnesi di lavoro del costruttore erano emblemi di verità etiche. Esistevano infatti mezzi segreti onde utilizzare il dramma sacro a fini d’iniziazione rituale. Ad essi corrispondeva un dottrina segreta, illustrata solo a coloro che se ne dimostravano degni. Naturalmente non vi sono prove di quanto affermato, il tutto perdendosi nella notte dei tempi.  È stato tramandato, però, lo spirito di quei lontani costruttori.  Asserisce del resto Guénon (45) che il mestiere di carpentiere, vale a dire di coloro che fungevano da costruttori in tempi nei quali si costruiva col legno e col ferro, è piúantico di quello dei muratori, quantunque oggi i carpentieri siano ridotti a loro servitori. La muratura denoterrebbe un maggior grado di solidificazione, e quindi indirettamente di sedentarietà, onde rappresenterebbe una tappa posteriore nel corso del processo ciclico cui è sottoposto il genere umano(46).  Dal mestiere di fabbro (47), cui è strettamente legato in origine quello di carpentiere (48), si sarebbeo sviluppati i mestieri maggiormente recenti di falegname, carratore, muratore e costruttore navale. Il concetto di ‘architetto’, in sostanza, consisteva in un semplice punto d’arrivo del carpentiere nei panni di maestro.

Appendice – Addenda sui Collegia Fabrorum

Il mestiere del carpentiere era insomma quello d’un costruttore, ma è chiaro che il primo uso della pietra e del metallo in generale risale ad epoche maggiormente remote. Per la pietra non per nulla si parla di Paleolitico come di ‘Età della Pietra Antica’; perciò, è al Paleolitico che ne risale l’uso. Circa i metalli, ammesso che il loro utilizzo nelle età archeologiche corrispondenti equivalga al vero (e non ne siamo del tutto sicuri), per studiarne lo sviluppo e la diffusione dobbiamo rifarci al mestiere dei fabbri, che è assai piú vetusto di quanto le varie età archeologiche non lascino credere.  Essendo degli artigiani, o meglio  degli artigiani per eccellenza donde dipendeva l’invenzione delle armi, non possiamo collocare la nascita dei forgerons piú lontano del Mesolitico.  Poiché ad essi è legato il sapere alchemico, nonché la conoscenza del fuoco in tutti i suoi aspetti magico-sacrali. E il Fuoco risale a Prometeo, figlio di Giapeto, il Pra-jāpati greco.  Dato che la pena mitica cui è sottoposto il primo designa in realtà un periodo ciclico assai lontano (pressappoco l’inizio del Mesolitico)(49), se ne deve dedurre che sia quella l’epoca d’inizio del culto del Fuoco, dell’Alchimia e delle forgerie di metalli.  In India invece Agni appare quale figlio di Tvastar (50), cioè del Carpentiere; dal che è possibile arguire che carpentiere e fabbro fossero un unico mestiere in principio oppure che il mestiere di fabbro come gli altri menzionati sopra rientrasse in quello di carpentiere. Il Fort Newton (p.74) fa notare che anche le scienze e le arti, non solamente la materia propriamente religiosa, venivano ritenute sante.  La costruzione del Tempio di Salomone, non per niente, faceva da modello per Templari e Massoni. Salomone e Hiram fungono a vicenda da ‘Grande Architetto’ e ‘Demiurgo’, sostituendo nel ruolo iniziatico Eracle e Ificle. La dottrina d’origine salomonica s’incontra e si fonde, dopo il diffondersi del Cristianesimo, colla sapoenz dei Collegia; i quali, molti secoli prima, avevano costruito delle corporazioni lavorative. Coll’avvento del Cristianesimo schiere di costruttori vennero effettivamente in Europa dalla Palestina, passando per Costantinopoli e diffondendosi in Grecia e a Roma (p.79). Esse avevano per emblema il Triangolo, ad insegna della loro Fratellanza.

La trasmissione del segreto non concerneva esclusivamente gli aspetti esoterici, ma pure le conoscenze scientifco-tecniche e le prezisità del lavoro artigianale.  Naturalmente è difficile dimostrare il passaggio dalle confraternite eraclee ed erculee a quelle massoniche, dal momento che ad Eracle-Ercole non era attribuita alcuna arma che possa richiamarsi in qualche modo agli attrezzi del lavoro muratorio. Bisogna comunque far presente che immagini delle chele del Cancro e dello Scorpione venivamo mostrate in Grecia a mo’ d’insegne del mestiere, sulla facciata esterna delle officine ove si adoperavano le pinze e le tenaglie.

Collegia si diffusero durante l’Era Volgare lungo tutto l’Impero Romano. Tracce della loro esistenza sono state scoperte in Inghilterra fin dalla metà del I sec. d.C.  Fort Newton (p.80) dimostra che fra le confraternite dionisiache di Tiro (era Strabone a definirle tali, facendole provenire dalla Siria, dalla Persia e dall’India) e i Collegia romani. Pur attraverso molti vuoti in mezzo, è lecito tracciare un connubio.  Vi è chi fa risalire a codeste confraternite persino la fondazione delle città.  Non si può negare d’altronde che vi sia fra Eracle e Romolo una certa omologia. Entrambi sono dei gemelli.  Romolo corrisponde aBalarāma o a Melchisedeq, Eracle a Kṛṣṇa o a Noé. Entrambi, d’altronde, sono signori zodiacali. Sta di fatto che, dopo la fusione con membri dei Collegiaromani, i costruttori d’origine asiatica ispirantisi al Tempio di Salomone da loro eretto “seguirono le legioni romane nei posti più disparati, edificando città, ponti e templi” (p.80).  Il Fort Newton parla anche d’influenze provenienti dal culto di Mithra, praticato dai soldati imperiali, su di loro. Un esempio di tale sincresi è da vedere, secondo il Fort Newton, nei resti dell’antica villa romana a Morton (Isola di Wight).  Col crescere dell’Impero si moltiplicarono, di conseguenza, anche i Collegia.  Le iscrizioni, sotto la direzione delleArtes et Opificia (p.81), ossia Arti e Fabbriche, rivelano la presenza di abili manufatti ed una specializzazione molto spinta. Sicché ogni mestiere sembrerebbe abbia avuto il suo ordine segreto, divenuto presto talmente potente da costringere l’Imperatore ad abolire il diritto di libera associazione, ma l’editto rimase inefficace col tempo (p.81). La maggior parte dei Collegia divenenero funerari e caritatevoli nei loro lavori, sí da venir incontro al senso d’orrore e solitudine che suscitavano le tombe in tempi nei quali lavita a causa delle guerre e delle malattie era divenuta piuttosto precaria.  Ogni collegiumdisponeva di servizi funebri e segnava le tombe col proprio marchio, che conferiva loro un segno d’eternità.

***

Note

(1)                C. Bonnet-Xella, Le grandi fatiche di Ercole– Archeo (A.IX, N°107), Gen. ’94.

(2)                Il Lineare B è una forma arcaica di greco miceneo rinvenuto a Creta in tavolette risalenti al XIV-XIII sec. a.C. da A.Evans, scopritore della civiltà cretese, all’inizio del XX sec.; è derivato dal Lineare A (XVIII-XV sec. a.C.), la lingua minoica, che aveva a sua volta sostituito la precedente scrittura geroglifica.  Il primo è stato decifrato nel 1952-3 da M.Ventris e J.Chadwick, il secondo rimane indecifrabile nonostante le varie ipotesi; vi è stato chi l’ha avvicinato ad una lingua anatolica, il luvio, chi all’indoiranico od al fenicio, ma l’ipotesi piú probabile (avvalorata dall’approvazione del Ventris) è la parentela coll’etrusco.  Il motivo per cui le tavolette del Linerare B sono state trovate a Creta è per il fatto che nel XV sec., quindi non molto prima della Guerra di Troia, i Micenei hanno invaso e conquistato l’isola assoggettandola al loro dominio.

(3)                Bon.-X., doss.cit., p.63/ col.b.

(4)                Doss.cit., p.62/ col.b.

(5)                Cit., pp. 61/ col.b e 62/ col.a.

(6)                Per l’esame di alcune metope cfr. J.Charbonneaux-R.Martin-F.Villard, La Grecia classica– Rizzoli, Milano 1970 (ed.or. Grèce classique– Gallimard, Parigi 1969), P.sec., figg. 136-40.  Il Charbonneaux, scomparso purtroppo tragicamente poco prima della pubblicazione del libro, fa presente nella sezione dedicata alla scultura (ibid., pp. 128-9) che 12 sono le metope dedicate al leggendario fondatore dei Giochi Olimpici antichi; ad esse avrebbero lavorato, secondo Pausania, Peonio e Alcamene.  E ribadisce (ib., p.133) che 12 sono pure quelle analoghe del Tempio E di Selinunte realizzate poco dopo, seguendo l’esempio dell’architetto Libone, che aveva operato ad Olimpia. 

(7)                Nella rappresentazione dei 10 Avatāra la scultura hindu talora non si sofferma sulla raffigurazione di tutti e 10, ma sembra accennare ad essi solamente con quelli oggetto del culto in una determinata area di realizzazione artistica od in un dato periodo storico. Ciò non significa che a seconda delle zone, o dei tempi, il numero avatarico variasse rispetto a quello canonico.  Certamente nei testi puranici ci si trova spesso dinanzi all’aggiunta di avatara minori, senza distinzione rispetto agli altri maggiori per cui appaiono molti di più, ma non accade mai che se ne debbano intendere di meno anche quando ne sono citati solo alcuni.  Per un semplice fatto.  Gli Avatara non sono delle figure cultuali a sé stanti, visto che implicano nel loro insieme la durata dell’intero Manvantara, ossia le manifestazioni di Manu durante i 10 Yuga di cui il ciclo è composto.  Per le 12 Fatiche valga lo stesso discorso, non possono consistere in un numero diverso, facendo capo allo Zodiaco Solare Duodenario.  A meno d’intenderle in riferimento ad un antico Zodiaco Ottonario, di cui sembra esservi traccia persino nella natura differente di qualche Segno rispetto a quella di altri. La cosa è peraltro testimoniata da Erodoto, allorché nelle Storie (ii. 46) disserta sull’Eracle egizio.

(8)                Bonn.-X., doss.cit., pp. 61/ col.b e 62/ col.a.

(9)                Per un’occhiata all’Efesteio cfr. dapprima Charb.-Mart.,op.cit., P.Pri., p.37, fig.32 e P.sec., p.167, fig.179; riguardo almeno uno degli episodi mitici indicati (forse le Esperidi), vedi invece sempre nello stesso testo p.169, fig.182.

(10)              Doss.cit., p.63/col.a.      

(11)              J.Charbonneaux-R.Martin-F.Villard, La Grecia arcaica– Rizzoli, Milano 1969 (ed.or. Grèce archaïque– Gallimard, Parigi 1968), P.Pri., pp. 47, fig.50 e 45, fig.47.

(12)              Charb.-Mart., op.cit., P.sec., p.81, fig.86.

(13)              Op.cit., p.97, figg. 107 e 106.

(14)              Cit., P.ter., p.285, fig.329.

(15)              Pp. 316, fig.362 e 320, fig.368.     

(16)              AA.VV., Greci e Persiani– Feltrinelli, Milano 1967 (ed.or.Grichen und Persier– Fischer Bhch. KG, Francoforte s.M. 1965), Cap.15, pp. 284-6.

(17)              A questa tesi è meglio porre dei limiti.  Certo è comprensibile l’entusiamo degli studiosi tedeschi quali il prof. H.Bengston (appartenente all’Univ. di Monaco di Baviera) nei confronti di Alessandro Magno ed il pargone con Federico il Grande (Federico II di Prussia), ma il modello di Alessandro non può che esser stato quello eracleo.  Se è vero che il condottiero recava sempre seco una statuetta di bronzo di Eracle Epitrapezio, ideata da Lisippo, bronzista del IV sec. e suo ritrattista ufficiale.  Eracle combatteva dovunque, dovunque riorganizzava territori ed edificava città, sopprimendo vecchi modelli tribali ed abolendo i sacrifici umani; ciononostante, non si può affermare che in precedenza regnasse il caos e con lui sia risorta l’umanità.  Se questo è avvenuto in parte, occorre ammetterlo, sotto un altro aspetto la decadenza ciclica sottostante all’intera storia umana procedeva spedita inesorabilmente.  Gli arcaici costumi tribali sono venuti meno colla fondazione di strutture urbane piú solide da parte del semidio dorico, i nuovi positivi costumi borghesi di carattere eroico-produttivo adombrati nelle Fatiche secondo Servio (canalizzazioni, bonifiche ecc.) non erano però sufficienti a compensare la perdita della vecchia cultura aristocratica di carattere titanico-venatorio. Coll’eroe macedone è avvenuto, in parvo, la stessa cosa.  Lo dimostra il fatto che un generale di Alessandro stia all’origine della disintegrazione del regno indiano donde sono stati costretti a vagabondare nomadicamente senza meta gli Zingari, ossia quell’insieme di popolazioni di differente origine che si suole distinguere principalmente in comunità rom e sinti.  Cfr. in proposito I.Hud, Gli Zingari nella storia– C.O.T.L. & F., blog (16-05-15).

(18)              Non entriamo nella questione se l’autore fosse davvero il grammatico ateniese del II sec. Apollodoro, ritenuto compilatore d’una opera omonima in versi, oppure il romano Castore l’Annalista del secolo precedente.   Cfr. in proposito Wikipedia, Enc. on lines.v.Bibliotheca (Pseudo-Apollodoro).  La voce è basata sugli studi dei manoscritti greci da parte di A.Diller (Amsterdam 1983).

(19)              Bonn.-X., doss.cit., p.63/ col.a.

(20)              Su costui, autore della Bibliotheca (un’opera considerata indispensabile allo studio dei miti greci), vide n.18.

(21)              Per una visione approssimativa del tema cfr. T.H. Gaster, Le piú antiche storie del mondo– Einaudi, Torino 1960 (ed.or. The Oldest Stories in the World- The Viking P., N.York 1958), Cap.1; ma per analizzare compiutamente l’epos babilonese nelle sue XII tavolette classiche e confrontarlo colle versioni babilonesi piú antiche oppure sumeriche, nonché quelle accado-ittite, ittite ed elamite è necessario G.Pettinato (in coll. con S.M. Chiodi e G. del Monte, La saga di Gilgamesh– Rusconi, Milano 1992).

(22)              Si noti che la vera πόλ-ις, etimologicamente parlando (scr.pur-is, var. di pura-s), era una città fortificata e circondata da un fossato.  Si può anche argomentare che in principio fosse rotonda (cfr. il gr.πόλ-ος = ‘polo’, da p£llw= ‘metter in rapido moto; muoversi avanti e indietro, oscillare’, scr..pur = ‘andare innanzi, precedere, guidare’) e difesa da una palizzata (lat.pālus// –um = ‘palo, chiodo’) conficcata nel terreno.

(23)              L’estetica classica non è puramente epidermica, sensoriale;presenta immancabilmente dei richiami etici, ma non è piú ieratica.  In altre parole, manca di vera profondità.

(24)              Cfr. L.Charbonneau-Lessay, Le Bestiaire du Christ– L.J. Thot, 1940 (diff. Arché, Milano 1974), P.Quinta, Cap.Trentesimo, §III, pp. 246-7, tavv. VII-VIII.  Ciò valeva in un’estensione di territorio che partiva dalla Grecia ed arrivava fino all’Asia Minore.  L’autore fa presente che l’emblema del dio della luce poteva pure venir effigiato ai piedi del nume oppure a sé stante, secondo quanto si deduce dalla numismatica antica (ibid., p.247, tavv. IX-X); mentre nel Tardo Medioevo e al principio del’Evo Moderno compariva la sola Testa di Cervo, sormontata da una stella oppure dai due luminari, come si nota rispettivamente in un quadrello del lastrico (XV secolo) d’un ospizio francese e su un sigillo viennese (d’incerta datazione) di proprieta dell’autore (ib., p.248, tavv. XI-XII).  D’altronde, di tali raffigurazioni prendeva atto, a suo tempo, il viaggiatore Pausania.

(25)              Questi due animali lo rappresentano entrambi, sebbene il Cervo tendenzialmente appaia nei reperti piú antichi.  Quantunque i cervidi dimorino sia nell’India Settentrionale che Meridionale, da ciò si può dedurre che vi è stato in passato uno spostamento geografico verso sud da parte di genti che ne facevano oggetto di culto ed erano stanziate in zone maggiormente settentrionali dell’India, presumibilmente l’Asia Centrale.

(26)              Cfr. G.Acerbi, Mrigeçvara. Ricognizioni su un’eccezionale icona del tempio di Pâçupatinâtha in Nepâl– Alle pendici del Monte Meru,blog (10-05-14).  Sicuramente esisteva un tempo anche in Grecia per Apollo od il suo alter-ego (il Gigante Orione), proprio come in India perŚiva-Mahādeva, una forma cervina al modo di quella di Atteone.  Vide n.24.

(27)              La Bibbia, prodotto in Italia nel 1966 da Dino De Laurentiis.

 (ci scusiamo col lettore, ma le nn. 28-34 sono andate momentaneamente perdute) 

  
(35)              G.Acerbi, Il Re Pescatore e il Pesce d’oro…– Quaderni di Simmetria, Roma? (N.B.-  Il testo – che stiamo scrivendo da ben 23 anni – è in fase di ristesura ultima, anche se purtroppo qualche hacker ha pensato bene di manipolarcelo per ragioni a noi ignote, poi deve esser presentato all’editore, che lo sottoporrà preventivamente ad una Commissione.)
(36)               L.Gardner, I segreti della Massoneria– Newton C., Roma 2009.

(37)               Summa dell ruolo avuto dal Bruce in tale compito

(38)               Citare qualche fonte in proposito

(39)              M.Baigent-R.Leigh, Origini e storia della Massoneria. Il Tempio e la Loggia– Newton C., Roma 19xx, P.II, Cap.9, p.134.

(40)             Si potrebbe pensare che la Massoneria sia nata direttamente col Cristianesimo, ma non è cosí.  Non vi è soluzione di continuità fra iCollegia Fabrorum e la Libera Muratoria.

(41)         Ac., La Fenomenologia Evoliana– Simmetria on line (N°36, 15-11-14), p.xx, n.xx.

(42)             L’Antichità identificava esclusivamente i primi due, ma anche il terzo personaggio ha tratti comuni ad essi.  

(43)              Su questo punto vedi art. on line (xxxx).

(44)             J. Fort Newton, The Builders. A Story and Study of Freemasonry- The Torch Press, Cedar Rapids (Iowa) 1914, Cap.V, p.73.

(45)             R.Guénon, Muratori e carpentieri; presso Scritti sulla Massoneria, p.61.

(46)             Guén., op.cit., p.81

(47)            Non per nulla è il mestiere di San Giuseppe, popolarmente conosciuto quale falegname, e del demiurgo indiano Tvastar (germ.Tuisto)

(48)             Cit., p.82.

(49)              G.Acerbi, L’Isola Bianca e l’Isola Verde– Simmetria (N.41, Apr. 2016), p.15.

(50)              Guén., art.cit., p.85.

P.S.-  Per i culti astrali nelle varie Epoche, vedi:
http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2011/07/i-numi-erano-numeri-il-carattere.html

 

(Articolo di Giuseppe Acerbi tratto dal Blog: “http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2016/10/i-misteri-di-eracle-dai-collegia.html“)

 

IL RACCONTO DEL GRAAL, ALIÂS IL MISTERO DELLE ORIGINI

di Giuseppe Acerbi

Non è molto logico commentare la Presentazione di un libro, tanto più se il volume altrove presentato da altri è il proprio. Ma vale la pena di fare un’eccezione per la premessa scritta dal dott. E. Albrile, redattore di codesta Rivista e nostro gentile patrocinatore presso questa ed altre pubblicazioni semestrali e non, ad un opuscolo del sottoscritto, attualmente in bozze presso un editore pugliese. Facciamo ciò, naturalmente, non allo scopo di farci pubblicità; benché ne avremmo sinceramente bisogno, trattandosi del nostro primo scritto di un certo formato, a parte il volume in corso di pubblicazione presso questo stesso editore.

L’Albrile è dell’opinione, sulla scorta del Rigbom e del Corbin, che la descrizione del Castello del Graal apparsa attorno al 1275 nel Der jüngerer Titurel di Albrecht von Scharffenberg sia stata occultamente influenzata da una conoscenza dell’architettura emblematica di un antico tempio iranico, il cd. ‘Trono degli Archi’ (Taxt-i Taqdis). Da ciò, oltreché da altre corrispondenze rilevabili nel Parzival di Wolfram von Eschenbach (scritto compilato fra il 1200 ed il 1210), è deducibile senz’ombra di dubbio un’influenza persiana nella misteriosofia graaliana. Tale influenza non può essere messa in dubbio e si può ritenere motivatamente che essa sia stata trasmessa da parte degli Assassini, i famosi Guardiani ismailiti della Terra Santa. Probabilmente attraverso i Templari, che raggiunsero Gerusalemme un ventennio dopo (1119) la conquista della Città Santa da parte della Prima Crociata (1099). Anche i Templari fungevano da Custodi del luogo sacro, con le medesime prerogative ed una gerarchia iniziatica approssimativamente parallela, nel versante cristiano. Orbene siamo del parere, non meno di un noto scrittore attuale, che anche le idee proprie dei Templari sul Tempio di Salomone e l’Arca dell’Alleanza abbiano influenzato notevolmente il simbolismo graaliano. Vediamo dunque in che maniera le due linee di azione s’intersechino nel raggiungere l’Occidente tardomedievale. Naturalmente qui si parla d’influenze, poiché è chiaro che la letteratura graalica rientra nell’esoterismo cristiano e come tale va intesa. Qualcuno in passato ha espresso però l’opinione che la tradizione celtica non sia finita con la cristianizzazione della Gallia, ma che abbia continuato a sopravvivere attraverso la copertura exoterica della Chiesa culdea (altri lo definisce ‘monachesimo kuldeo’). Ragion per cui ad un certo punto, allorché i tempi erano evidentemente maturi, si sarebbero prodotti un incontro ed una fusione a livello esoterico fra la tradizione cristiana e quella celtica. Ci si può chiedere quale fosse la confraternita cristiana coinvolta. A giudicare dalle citazioni di Wolfram, sembrerebbe che la parte intervenuta sia quella dei Templari.

Ripercorrendo la storia di codesto Ordine, dalla fondazione nel 1119 sotto l’egida di S. Bernardo (nipote di uno dei Nove Cavalieri fondatori e redattore quasi un decennio dopo della Regola loro imposta, dietro il riconoscimento ufficiale della Chiesa) sino alla distruzione del medesimo nel 1306 ad opera del Re di Francia (Filippo IV, altrimenti noto quale Filippo il Bello) e di Clemente V (un papa del periodo avignonese), si arriva a capire quale importante ruolo esso debba aver svolto in ambito esoterico nel corso dei due secoli circa nei quali ha potuto agire liberamente. A giudicare dalle accuse intentate all’Ordine del Tempio durante il processo che ha condannato al rogo i Templari, vale a dire il fatto di praticare culti osceni e venerare il Serpente sethiano , pare lecito affermare che si trattava di una confraternita di tipo gnostico. Ma in che modo è giunta la Gnosi in Europa nel Tardo Medioevo? Gli Gnostici, com’è risaputo, costituivano a loro dire i trasmettitori delle conoscenze segrete degli Apostoli; in altre parole, erano i veri conoscitori dei Misteri cristici.

Dopo la persecuzione perpetrata a loro danno in epoca tardoantica da parte della Chiesa dei primi secoli (II-IV sec.), le loro dottrine ed i loro riti potrebbero essere stati ripresi occultamente dai Catari, nonostante s’intraveda in costoro una certa influenza manichea. In un’interessante trasmissione televisiva di qualche tempo fa sono state mostrate visivamente in una cartina le tappe percorse dal movimento gnostico durante l’espansione dal Vicino Oriente in Europa. Le tappe considerate sarebbero state le seguenti: dalla Palestina alla Siria e da qui all’Armenia; indi, passando attraverso l’impero bizantino, esso si è trasferito nei Balcani ed in seguito in Bosnia, assumendo attorno al X sec. la denominazione di Bogomilismo. Alla metà del XII sec., sotto il nome di Catarismo, ha conquistato l’Italia Centro-settentrionale e la Francia Meridionale (Provenza, Linguadoca), diffondendosi anche nel resto della Francia ed in Renania. Sul piano pratico il radicalismo cataro propugnava un rigoroso ascetismo, condannando la pratica cattolica dei sacramenti e minando in tal maniera le basi religiose della società feudale. Pur tuttavia nella Francia Meridionale esso è riuscito a diffondersi presso l’aristocrazia. Il suddetto documentario supponeva inoltre che il movimento cataro abbia in tal modo stimolato la nascita della saga del Santo Graal. In particolare sarebbe stato il vate tedesco Wolfram a subire codesta influenza. Altri ha invece supposto che l’epica in questione sia servita a mobilitare la cavalleria del nord contro i Catari. Ma questa seconda tesi francamente non regge. Sta di fatto che è indiscutibile l’influenza dei Templari su von Eschenbach, e da dove hanno tratto i Templari il loro culto e la loro dottrina se non attraverso quelle propaggini della Gnosi che hanno raggiunto l’Europa all’inizio del X sec.? Una volta raggiunta l’Europa l’esoterismo cristiano deve essersi congiunto con certi depositi della tradizione latina serbati dalle associazioni dei mestieri (Collegia Fabrôrum), poiché si deve supporre che anch’essa non si sia estinta nel 391 dopo il proclama di Teodosio, il quale giungeva a vietare le pratiche pagane di culto.

Guénon, basandosi su uno scritto di H. Martin (storico francese), ha a suo tempo dichiarato indirettamente che in seguito alla distruzione dell’Ordine del Tempio la Cavalleria del Graal è divenuta la Massenia del San Graal, da cui sembra in parte discendere la stessa Massoneria moderna. I membri di tale confraternita chiamavansi i Templisti. Nel Titurel (1215-1220) di Wolfram, composto dal templare svevo precedentemente al Titurel recenziore del poeta bavarese Albrecht, è il personaggio stesso di Titurel a fondare il Tempio del Graal – nella Gallia Meridionale, ai confini con la Spagna – e la costruzione viene diretta secondo i dettami di Merlino; che è stato iniziato da Giuseppe d’Arimatea al piano del Tempio per antonomasia, vale a dire il Tempio di Salomone. L’opera di Albrecht pone invece il sacro edificio con la preziosa reliquia a Salvaterre in Spagna. Ed infine il Santo Vasello, al fine di essere sottratto alla profanazione da parte degli uomini ingiusti e corrotti del tempo, viene trasportato dagli Angeli agli estremi confini del mondo, in una località attigua al Paradiso Terrestre.

Ragion per cui, potremmo arguire da tutto ciò, i due fratelli della storia del Parzival di Von Eschenbach (il primogenito Feirefiz ed il secondo nato, appunto Parsifal medesimo) rappresentano in realtà due correnti esoteriche parallele ed ugualmente valide dell’ambiente tardomedievale. Il loro affratellamento spirituale si basava sull’origine comune delle dottrine alle quali i seguaci dell’una e dell’altra parte si ispiravano. È chiaro che alludiamo qui agli Assassini ed ai Templari, i quali fungevano entrambi da Guardiani della Terra Santa. La Terra Santa era un’immagine visibile del Centro del Mondo ossia del Paradiso Terrestre, che le antiche e recondite leggende situavano cosmograficamente al Polo Boreale. Ma la Terra Santa stessa aveva a sua volta un proprio centro ed era esattamente il colle ove era un tempo collocato il Tempio di Salomone. Non è certo un caso che i Templari abbiano stabilito la loro residenza nella Città Sacra, durante la loro permanenza ivi prima della riconquista di Gerusalemme da parte di Saladino nel 1187, nei pressi delle fondamenta di tale distrutto edificio. Il cuore del Tempio era stato in passato l’Arca dell’Alleanza (ebr. Tebah, palaaram. Tebuta Tebota, et. Tabot), una specie di quadrilatero simbolico che rifacendosi emblematicamente all’Arca di Noè costituiva un simulacro terreno della Gerusalemme Celeste dalle Dodici Porte. Dodici come gli Apostoli di Gesù o le Tribù d’Israele. Tutte immagini terrene dello Zodiaco Celeste, come del resto i Dodici principali Cavalieri della Tavola Rotonda. Ciò spiega perché nel Parzival è scritto che il ‘pagano’ Flegetanis abbia contemplato il Graal in cielo.

Orbene, siccome il Graal era custodito secondo l’opera di Albrecht nella Terra del Prete Gianni , il Sacerdos-rex in cui il Tardo Medioevo ha incarnato il Sovrano Universale ossia il Cakravarti, per dirla con gli Indú, ecco che si spiega in tal modo il rapporto d’identità tra il Graal e l’Arca dell’Alleanza giustamente ipotizzato da Graham Hancock, che ha il solo torto di non aver mai letto Guénon. Infatti l’Arca dell’Alleanza, come c’insegna il brillante autore di best-seller mondiali, era stata trafugata dal Tempio di Salomone secondo il Kebra Nagast etiope ad opera di Menelik I, il figlio che il saggio israelita aveva avuto dalla Regina di Saba. È d’altronde innegabile che esista un certo rapporto fra il meticcio Feirefiz di Wolfram e cotal Menelik, così come fra la nera Regina Madre Belacane e la Regina di Saba. Dato che Gianni era il nome del figlio generato a Feirefiz da Repanse de Schoye, tutti i sovrani discesi da quella nobile famiglia avrebbero da allora in poi assunto il nome simbolico, in quanto custodi del Graal (cioè, mutatis mutandis, dell’Arca dell’Alleanza gelosamente custodita dai sovrani etiopi discesi dinasticamente da Menelik), di Prete Gianni. La cosa è apertamente suggerita da Von Scharffenberg, il quale non era che un mero discepolo di Von Eschenbach, come abbiamo già visto.

Nel contempo possiamo dichiarare che Parsifal, divenuto alla fine della saga graaliana il novello Re Sacro capace di avvicendarsi a Re Anfortas (il Re Pescatore, in altre parole l’Uomo in senso adamitico) dopo che per il proprio valore di puro cavaliere dedito alla ricerca della Verità ultima lo ha guarito dall’insanabile male (provocato dal Tempo corruttore), rappresenta una figura strettamente equivalente a quella di Feirefiz. Nel senso che il cavaliere cristiano incarna l’ideale gnostico dei Templari, mentre il cavaliere ‘pagano’ impersona l’ideale ismailita degli Assassini. Per cui non sarebbe errato stabilire parallelamente una connessione da un lato fra Re Anfortas ed il Gran Maestro dell’Ordine Templare, dall’altro fra il Prete Gianni ed il Veglio della Montagna. Se è vero allora che il Tempio del Graal risale tramite il Tempio di Salomone e l’Arca dell’Alleanza, venerata dai Patriarchi ebraici, al simbolismo noaico e quindi si rifà per ciò stesso alla tradizione atlantidea, è pur vero che esso per via delle sue implicazioni con l’esoterismo celtico ci rimanda viceversa alla tradizione iperborea. Egualmente l’antico tempio persiano di cui parlavasi al principio della nostra argomentazione (su segnalazione dell’Albrile) deve essere ricollegato per via ario-indoiranica alla Tradizione primigenia, proveniente direttamente dal Paradiso Terrestre; e per via islamica alla Città Santa, al Tempio di Salomone, all’Arca e all’Atlantide. Tra le due tradizioni menzionate non ci può essere dunque contraddizione, ma solo accordo armonico.

Appendice

Trattando dei rapporti del Graal coi Rosacroce, Evola cita un enigmatico personaggio come capo dell’Ordine, l’Imperâtor; il cui nome e la cui sede dovevano rimanere sconosciuti, in quanto il personaggio non esercitava la propria funzione in sede temporale, bensì sul piano spirituale. Basta dire che nell’elenco di Imperatôres succedutisi nel corso del tempo figurava persino la figura gnostica di Seth. Dal punto di vista rosicruciano il Papa non era che un usurpatore, siccome si presentava come il capo spirituale per eccellenza di tutta la comunità cristiana, cosa che normalmente non poteva spettare ad un’autorità che esercitava il suo dominio sul piano exoterico. È chiaro che l’Imperatore di cui parlavano i Rosacroce altri non è che il Jagadguru degli Smrti (Tradizione) hindu, venerato dagli Smârta, l’Ordine fondato da Çankaracârya. Si diceva infatti che egli avrebbe esercitato uno speciale ruolo alla ‘Fine dei Tempi’. Questo tuttavia non è altro che il compito del Re del Mondo, la cui funzione necessariamente si richiama al mistero delle origini, poiché essa non è molto diversa da quella del Re del Graal. La differenza tra l’una e l’altra consiste nel fatto che la figura del Re del Graal ha un carattere esclusivamente primordiale e costituisce per così dire un punto di riferimento ideale, a livello iniziatico; giacché il Re Sacro è in realtà solo un simulacro e rappresenta l’Uomo Universale (o alternativamente l’Uomo Vero) nella sua dimensione sovrannaturale; mentre la figura del Re del Mondo ha un significato perenne, che va al di là delle Età cicliche ed è strettamente legata ad una particolare vocazione umana. Insomma, rifacendoci a scopo comparativo al simbolismo hindu, potremmo spiegare tale differenza di ruolo paragonando il Re del Graal al I Avatâra; vale a dire a Manu aliâs il Re Pescatore, il quale è più o meno identificabile al Pesce Divino, a seconda che ci si riferisca al Paradiso Terrestre oppure a quello Celeste. Invece il Re del Mondo corrisponde all’Avatâra eterno, che la tradizione islamica conosce sotto il nome di Seyidnâ El-Khidr e tratteggia come un essere di color verde, detentore perpetuo di una sapienza superiore a quella stessa dei Profeti. Tornando alla questione della ‘Fine dei Tempi’, è chiaro che il magistero esercitato dal Re Mondo, ossia dall’Imperâtor di rosicruciana memoria, ha lo scopo di favorire il recupero dello stato primordiale; ma tale azione si svolge in segreto, non alla luce del sole, come invece è il caso del X Avatâra (denominato Kalkyâvatâra).

Quest’ultimo, viceversa, si richiama direttamente a Manu; cioè al Re Pescatore, di cui è un’incarnazione (il termine evoca precisamente l’idea di una ‘Discesa terrena’) nei tempi ultimi. Kalki è presentato dalle Scritture hindu come una sorta di cavaliere che discende dal Cielo per sconfiggere i Fuori-casta, ma ciò non deve essere preso troppo letteralmente. Piuttosto dovremmo dire che egli giunge tra noi per rammentarci la nostra vera natura. Per questo l’azione di siffatto personaggio non può essere circoscritta all’ambiente indiano, ma deve evidentemente esercitarsi a livello universale. Il che sottintende la riunificazione di tutte le tradizioni e la loro subordinazione alla Rivelazione primeva. Cosmologicamente Kalki, figurativamente descritto con la Testa Equina o addirittura come un Cavallo Bianco , è identificabile all’asterismo di Canopo, che ha retto il Polo Sud nel X Ciclo Avatarico (4.480 a.C.-2000 d.C.); per contro il Jagadguru (lett. ‘Maestro del Mondo’), in termini ebraici il ‘Re del Mondo’, identificasi alla costellazione del Dragone, reggente nello stesso periodo indicato il Polo Nord. Ora, a ben vedere, nel 2000 c’è stato un passaggio di consegne ai due Poli; nel senso che a Nord l’Asse è passato dal dominio ciclico del Dragone a quello della Stella Polare ed a Sud, parimenti, al presidio di Canopo è subentrato quello della Croce del Sud. Dalla qual cosa dobbiamo dedurre che la svolta spirituale di cui si parlava più addietro c’è già stata in effetti, dal momento che secondo la cronologia tradizionale ci troviamo a vivere nell’Alba di una novella Età dell’Oro. Ed è stata una svolta tutta interiore, della quale purtroppo la maggior parte dei contemporanei non ha avuto ancora coscienza, tanto che non ha aggiornato il calendario. Ma, sebbene il freddo della notte appena trascorsa prevalga tuttora, il sorgere di un nuovo Sole – da Virgilio preconizzato in una famosa Ecloga come la nascita di un innocente Puer dai tratti apollinei – è ormai prossimo e non mancherà ben presto di produrre i suoi frutti.

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Tratto da Algiza 15, pp. 6-11. La presente versione è stata pubblicata priva delle note a pié di pagina.

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(Fonte: http://www.centrostudilaruna.it)

IL RE PESCATORE, SOVRANO UNIVERSALE DELLE ACQUE, NELLA LETTERATURA INDO-EUROPEA

di Giuseppe Acerbi

Paralleli fra Bran e Brahma, nonché Varuna e Urano

Vi è un personaggio particolarmente significativo seppure un po’ desueto nella letteratura di lingua indoeuropea, tanto importante quanto misconosciuto, o meglio semiconosciuto.  Nel senso che solamente la letteratura tardo-medievale nord-europea lo riconosce come tale. Per il resto o è ignoto, oppure compare sotto altra forma e non è quindi inteso nel giusto senso. Questi è il Re Pescatore. Ufficialmente appartiene esclusivamente alla letteratura graaliana, ma in realtà codesta figura – come ebbe già modo di segnalare a suo tempo Coomaraswamy (1) – ricorre tanto nel mondo celtico quanto nel mondo indiano, sebbene non in quelli affini iranico e germanico. In quest’ultimo era rappresentato in origine dal dio celtico Bran, designato per trasposizione mitologica signore dell’età aurea, non meno di Crono e Saturno presso i Greci e i Latini. L’epica medievale cristiana, di stampo franco-merovingico, ne ha fatto però un discendente di Giuseppe d’Arimatea. Cioè, secondo la libera interpretazione di qualcuno (2), del fratello maggiore di Gesú; altrimenti noto col nome di Giacomo e fondatore della prima comunità ecclesiastica, la Chiesa di Gerusalemme (3), equivalente terreno di quella ‘Nuova Gerusalemme’ cui allude S.Giovanni nell’Ap.– xxi. 1-4 (4). Brillantemente però l’esimio autore britannico ha dimostrato, in suo successivo saggio (5),che la linea dinastico-rituale dei possessori del Santo Vasello – vale a dire del  Graal – si salda da un lato con quella di Giuseppe, figlio di Giacobbe e detentore d’una famosa ‘Coppa Oracolare’; dall’altro attraverso Mosé ovvero Akhenaton (leggi Ekhnatón), secondo quanto hanno dimostrato gli studî della seconda metà del XX sec., con la tradizione egizia del Vaso Sacrificale o Canopo (6).  Nel mondo iranico viceversa la ‘Coppa’ è stata attribuita a Jamšīd, versione tarda di Yima Kšaēta, ad un tempo ‘Primo Uomo’ in senso archetipico – fungente da aureo re-sacerdote, eroe civilizzatore nonché istitutore delle quattro caste (7) –  e ‘Primo Dio’ (Creatore).  Il che ci fa rammentare come anche Manu Rāja (il Settimo Manu, detto anche Satyavrata o Vaisvasvata), alter-ego dell’equivalente indiano Yama Rāja, disponga sostanzialmente d’analoghe attribuzioni (8). Compreso l’emblema della Coppa, seppure mascherato dal mitologhema della crescita a dismisura del contenuto (9). Alludiamo ovviamente al contenitore, ogni volta variante di forma, in cui egli raccoglie il Pesciolino d’Oro e che è costretto a sostituire man mano che il Pesce dall’Aureo Corno aumenta di dimensioni (10).

Nell’iconografia il Matsya Avatāra è quasi sempre in parte umano e in parte pescino (solo variano le proporzioni da icona ad icona delle due componenti) allorché è opposto a Bali, l’Avversario avatarico, oppure principia la serie dei Dāśavatāra. Sono piuttosto infrequenti al contrario le rappresentazioni interamente teriomorfiche della incarnazione umana di Viṣṇu, com’è d’altronde logico capire, poiché questa costituiva in realtà la forma originaria di Brahmā. Quando in alcune occasioni il IAvatāra compare invece assieme a Manu, assistiamo allora ad una raffigurazione teriomorfica del Pesceche però non presenta mai neanche in tal caso alcun corno a livello figurativo, fungendo semplicemente da cavalcatura del primo uomo. Si tratta in sostanza d’una composizione piuttosto rara, che i testi riportano unicamente in due esemplificazioni. L’una, reperita dal Rev. Heras (11), varia comunque rispetto all’altra segnalata da Iyer (12) per una minor complessità. Nell’immagine di Naurangi Darwaza (un rilievo forse a tutto tondo, dal contesto che la riporta non si comprende bene)Manu è, diversamente da come ricorre nella saga letteraria, a cavalcioni del Pesce. Mentre in quella di Bhatkal, formulata in doppia sequenza sebbene in un singolo riquadro, dopo una presentazione del tema – Manu ritto in piedi, con la mano destra alla bocca (non si capisce bene cosa regga) e la sinistra sul mitico ‘Fiasco’ – si assiste ad una speciale bipolarizzazione fra Manu e l’Avatara Pescino, che in tutta chiarezza è mostrato esserne il ‘Messaggero’.  Cosí interpretata l’icona darebbe tuttavia a Manu un significato brahmanico, che non pare qui adeguato, trattandosi d’una scultura avatarica e dunque vishnuita. Quest’ultima immagine parrebbe a prima vista una ripetizione della medesima formula iconografica precedente di Forte Raichur (di datazione incerta), sennonché la figura umana del Tempio diKetaparanārāyaṇa (XVII-XVIII sec.) non cavalca quella pescina, ma semplicemente le sta sul dorso. O forse piú probabilmente, se la duplice sequenza scultorea in bassorilievo non c’inganna costituendo una semplice ripetizione del personaggio stesso di Manu, trattasi d’uno sdoppiamento ulteriore fra il mitico Matsya – evidentemente la Divinità in Sé, cioè Viṣṇu nel contesto – e l’Avatāra nella sua ‘Prima Discesa’ in veste antropomorfica. Fatto peraltro piú unico che raro nell’ambito dell’iconografia induista. Normalmente il Matsyāvatāra compare infatti in veste semi-ittiomorfica, a volte quasi una figura umana che esce dalla ‘Bocca del Pesce’ sino alla cintola.  Oppure è ritratto solamente il Pesce del Diluvio, con accanto i Quattro Veda in forma di Ṛṣi (13). In questo caso, è problematico capire se si tratta di Viṣṇu o d’un emblema della sua prima manifestazione plenaria. La nostra seconda interpretazione è quindi sicuramente piú corretta della prima, visto che il riquadro ove sono contenute le due icone è unico. Una duplice scena realmente sequenziale avrebbe richiesto, evidentemente, due riquadri separati.  La prima interpretazione non è in ogni caso del tutto scorretta, dato che Manu a parte la sua connotazione umana primeva non è in realtà diverso da Brahmā, da cui discende secondo il V.P.– i. 7 per bipolarizzazione inSvāyambhuva (14) e Śatarūpā (lett. ‘dalle ‘Cento Forme’) aliâs Sāvitrī. Onde, il suddetto ‘Vaso’ contenente il Matsyāvatāraaltro non è che è il ‘Vaso della Saggezza’, di cui è considerato portatore Brahmā in persona (15).

D’altra parte sappiamo che la dimora delBrahmapura è in Cielo, ossia sulla <Vetta> del Merupārvata; equivalente alla <Vetta> del Monte Sion, situato all’Estremo Nord – del globo e non della Palestina, come intendono certuni, cosa che non avrebbe senso alcuno se non d’un rimando geografico indiretto al vero ‘Estremo Nord’ – ed ospitante la cd. ‘Gerusalemme Celeste’ (16).  Cfr. la figura di Brahmā, anche etimologicamente, col Bran celtico.  Il Vaso, che secondo certuni (17) non meno dell’Uovo del Mondo costituiva primordialmente una raffigurazione schematica dell’intero Universo (in cui il Divino è ubiquitariamente contenuto, in senso trascendente e non panteistico), è posto giustamente in relazione (18) con i maṇḍala vedici nei quali è stata racchiusa dai veggenti primordiali la fruizione della Sapienza Divina.  Sta di fatto che Manu nella scultura di Bhatkal  tiene in mano davvero il leggendario ‘Fiasco’, quasi fosse il suo cuore.  La spiegazione degli Stutley non è però a nostro parere del tutto convincente.  L’Universo non può esser concepito come ‘Cuore della Divinità’, perché questa sarebbe una forma di panteismo, a meno d’intendere il Tutto in modo ermetico quale forma vivente dell’Uno.  Insomma secondo la formula classica dello ῍Εν-τὸ-πᾶν, nella quale l’intero mondo è dinamizzato come ūni-versus, in rapporto a quel principio unitario donde esso è dominato.  Semmai dovremmo parlare del ‘Vaso’ quale ‘Cuore dell’Universo’ e, perciò, contrassegno della Divinità.  Un attributo iconografico corrisponde infatti per intero all’immagine raffigurata, non ne è una connotazione parziale (19).  In base a codesta spiegazione si può allora concepire la ‘Brocca di Manu’ quale variante iconologica del ‘Vaso di Brahmā’.  In altre parole, Manu può esser concepito quale detentore della Sapienza Universale, essendo totalmente identificato a quel Divino che percepiva spontaneamente nel suo cuore di uomo.  Non per nulla la leggenda afferma che è dopo aver fatto gli arghya, le libagioni a base d’acqua (nel senso ovviamente metaforico dell’Acqua di Vita, se vogliamo intendere esotericamente, con allusione cioè alla meditazione sull’Au), che egli è venuto in contatto col Matsya.  Ossia dopo aver annullato mentalmente la presenza della Manifestazione.  E, di conseguenza, può esser considerato – perché no? – un pantocratore. Manu  è inoltre associato all’Arca, oltreché alla Coppa; tale duplice contrassegno non può non rammentarci l’analogo simbolismo rispettivamente di Melchisedeq e Noè, i leggendarî fratelli biblici (associati per l’appunto l’uno alla Coppa e l’altro all’Arca, ma distintintamente), seppure in questo caso il riferimento sia a tempi non piú primordiali.

Una volta stabilita l’affinità indubbia fra Brahmā eBran, potrà a tal punto parere strana la concordanza filologico-tematica sopra supposta fra Re Bran e Re Krónos, visto che nel contempo abbiamo paragonato fin dal titolo Bran a Varuae ad Ouranós; ma in realtà anche il nume celtico presenta caratteri agrarî similmente a Crono, accanto a quelli piscatorî di tipo brahmanico e a quelli marini di tipo uranico.  Cfr. nel primo caso l’ipostasi celto-cristiana alternativa di Re Ban, l’epico ‘Cavaliere Verde’ graalico; padre di Lancelot du Lac e consorte della ‘Dama del Lago’, identificabile a propria volta all’antica Morrigan, la ‘Regina del Mare’.  Egli viene chiamato altrove Uther Ben, o Uther Pen-dragon, allorché funge da padre di King Arthur.  Il Drago (lett. l’appellativo significa al completo ‘Testa del Dragone del Nord’, con allusione all’asterismo circumpolare che funge alternativamente all’Orsa Minore e alla Stella Vega da perno boreale), non meno del Serpente, è d’altronde in genere un emblema agrario; giacché a differenza del Pesce, primevo contrassegno dell’Unità Divina, indica la moltiplicazione dapprima quinaria e poi settenaria dei Nomi della Divinità, conseguente all’avvenuta conoscenza a livello tradizionale delle principali fasi temporali. Sebbene esistano da un lato una’effigie intermedia di Drago Marino, che in zona estremo orientale s’identifica al Coccodrillo (donde l’immagine cinese del Tao T’ien); ed in area europea, dall’altro, un meno informe Mostro del Mare rappresentato dal serpente cornuto Achelóo o dal Kraken nordico.  Nel secondo caso si esamini inoltre la storia culturale della figura di Poseidone (20), presso cui – come dimostriamo in una nostra opera che speriamo di pubblicare prossimamente (21) – delle Corna primarie d’origine titano-ciclopica e di valenza ciclico-ctonia si trasformano secondariamente in Tridente di valore marino-piscatorio.

Egualmente Kāla, in forma di Śiva, rappresenta nell’induismo il  ‘Cornuto’ per eccellenza al pari di Crono. Dei reperti mesolitici rinvenuti da Frobenius in area afro-mediterranea c’insegnano indirettamente che le Corna e le Gambe di Toro (cfr. in questo secondo caso colla tesi del Parpola) (22) erano infatti considerate fin dalla preistoria umana un attributo del Signore del Tempo, poiché esse costituivano emblematicamente una stilizzazione grafica delle due fasi temporali di crescita e decrescita della vegetazione.  Ciò spiega la reale affinità etimologica e concettuale in greco – seppur in passato negata –  fra Κρόνος e Χρόνον, come prova indirettamente il significato del lat. hornus  La ragione semplice è che  persino a livello faunistico, e non solo grafico quindi, i palchi dei cervidi seguono l’andamento ciclico annuale.  Ecco perché sono emblemi atavici del nume temporale.   Non per nulla il Cervo costituisce, a livello iconografico, un emblema tanto di Crono-Saturno quanto di Shiva nell’arte medievale (rispecchiante sicuramente un passato assai lontano) rispettivamente europea ed indiana.  Tuttavia nei culti indonesiani pre-islamici vi è parallelamente un omonimo Kāla, che non è un demone agrario, ma al modo di Poseidone (23) funge da nume oceanico.  Dato che parallelamente al mondo greco-pelasgico (i Pelasgi erano i corrispettivi mediterranei dei Paleo-dravidi indiani, d’origine occidentale) (24) le corna taurine del Proto-Shiva – o meglio Proto-Kala – si sono trasformate nell’India pre-vedica esattamente come nella Grecia pre-omerica in un Tridente (Triśūla), è da supporre che al di là del rituale corrispondente tale arma fosse utilizzata nella pesca entro una vasta koiné indo-mediterranea.

La cosa ovviamente suggerisce che un Signore delle Acque (marine e fluviali) postumo, ossia post-agrario e posto in rapporto con le vie commerciali, si sia originato da un primordiale Signore del Mare pre-agrario attraverso una fase intermedia propriamente agraria, secondo quanto postula il mito aureo druidico-dravidico ed egizio-pelasgico del Re Pescatore e della leggendaria Coppa.  L’ascendenza camitica di tale figura, anziché iafetica, spiega in modo palese la sua presenza in certa letteratura indoeuropea e non in altra.  Presso cioè quei ceppi iafetici quali Celti, Greci ed Indiani, mescolatisi con ceppi camitici; ma non invece presso altri (sono la maggioranza) quali Germani, Latini ed Iranici, fra i quali questi due simboli o non compaiono in nessun caso o non coesistono (25).  In siffatta interpretazione s’inserisce allora anche la vecchia definizione etimologica coniata da Padre Heras dei Dravida quali ‘Figli delle Acque’ (non stiamo qui a riportare per brevità l’intera ricostruzione dell’etimo fatta altrove) (26), vale a dire dediti al commercio oceano-fluviale nonché alla pesca.  Egli riconobbe giustamente una fondamentale componente etno-culturale camitica sia nei Dravidi sia nei Pelasgi (detti alternativamente Termili o Minî) (27), nonché fra i Sumeri ( chiamati un tempo Caldei) ed i Celti (28). Circa costoro sono direttamente le tradizioni irlandesi a confermarcelo attraverso il mito dei Fomori, venuti da sud. Altrimenti non si spiegherebbe come mai delle tribú di guerrieri nomadi provenienti da est e praticamente indistinguibili da quelle germaniche abbiano fondato in breve una civiltà tanto importante, assai stimata persino dai Romani, e radicata sul territorio. Anche il De Vries ha ipotizzato a suo tempo assennatamente che i culti druidici  fossero pre-indodeuropei.  L’etimo del termine ‘druido’ dal gr. drys = ‘quercia’ e dalla rad.ie. *wid = ‘conoscere’ è peraltro visibilmente un misto fantasioso fra l’ermeneutica latina, che faceva derivare comprensibilmente quasi tutto dal greco, e la glottologia moderna.  Non è avvenuta la stessa cosa nell’Egeo, in Anatolia ed in Mesopotamia, o nella Persia e nel Deccan? Pure colà una casta nomade prevalentemente guerriera e dedita alla razzia siccome addestrata all’uso del cavallo delle steppe, di pelle piú chiara e di lingua affine al latino (genti acheo-omeriche, hittito-mitanniche e avestico-vediche), hanno occupato zone camitiche abitate da agricoltori sedentarî e commercianti-pescatori semi-sedentarî assimilandone a lungo andare la cultura.

Resta ora da esaminare piú approfonditamente la comparazione fra il dio greco Urano, ovvero il Signore dell’Asse Cosmico dal cui ‘Fallo’ immerso nelle ‘Acque Celesti’ si genera Afrodite Urania, e l’indiano Varuṇa (29). Cominciamo col rilevare che la nascita di Afrodite nella mitologia ellenica non avviene diversamente da come Eva è generata da Adamo secondo certe leggende ebraiche apocrife, le quali postulano quale elemento fecondante dell’uomo per antonomasia la ‘Coda’ anziché una ‘Costola’.  A. Urania possiede altresí come alter-ego iconologico  A. Anadiomene, la quale a differenza della prima detiene per paredro non il padre-sposo Urano, bensí il figlio-sposo Eros, ossequiato dagli orfici.  Fra i due vi è la differenza che passa in India fra Varuṇa e Kāma, aventi entrambi per veicolo il Pesce (Matsya) o il Drago Marino/ Fluviale (Makara, animale composito traente elementi simbolici tanto dal coccodrillo o dal gaviale gangetico quanto dal pescecane o dal delfino) (30). Ed è significativo, a tal proposito, che proprio Eros in Grecia sia accompagnato parallelamente o dal Delfino – che è in realtà un Kétos, cioè un’immagine del Mostro del Mare (31) – o dal Coccodrillo.  Cosa che è stata trasmessa, attraverso il Cristianesimo, persino all’iconografia dei nostri cimiteri monumentali.  Il ‘Fallo’ di Urano – non a caso l’organo maschile di riproduzione dicesi anche ‘verga’ nella nostra lingua – corrisponde d’altra parte a quel che in India è il Kāladaṇḍa (lett. la ‘Verga del Tempo, insomma l’Axis Mundi), un simbolo contrapposto sul piano complementare alKālapāśa (chiamato, piú semplicemente, pāśa), vale a dire il ‘Laccio’ che permette al Cielo in forma di Varuṇa (Rgv.- vi. 74. 4) o di Yama di riacchiappare le anime perdutesi nella Manifestazione.  In una funzione che potremmo cioè definire di ‘Traghettatore’, sebbene altre mitologie usino a tal uopo l’immagine meno cruda del ‘Nocchiero’ con tanto d’imbarcazione (32). Per la verità questa è presente persino nella cultura hindu, se è vero che lo stesso Satyavrata appare come tale nel Mahābhārata, pur sotto celato nome (33).  

La ‘Barca’ in questione, benché intesa nel contesto dichiarato in funzione opposta rispetto all’altra precedente (ovvero in senso creativo anziché dissolutivo) (34), non è diversa dall’Arca del Diluvio, in cui si riassumono entrambe le funzioni.  Infatti Manu Satyavrata da un lato traghetta ciò che è salvabile del Caturveda e della vita intera dal I Ciclo Avatarico al II, dall’altra porta a consumazione l’intero primo ciclo di manifestazione.  In altre parole, quel che resta è la Tradizione Primordiale, la quale a causa della parziale perdita cui è andata soggetta rispetto alla corrispettiva precedente Rivelazione (vale a dire, l’Au puramente inteso) (35), rappresenta già una prima ‘Caduta’.  La Bibbia non offre testimonianza di questo momento ciclico se non attraverso la frammentazione dell’Uomo Androginico in una coppia umana. Analogamente, del resto, alla tradizione iranica.  Con la conseguente scoperta della polarità e di tutto quel che ad essa concerne.  Vedi leggenda dell’Albero Gnostico (del Bene e del Male), dove il Serpente svolge un ruolo simile a quello diVāsuki – intermediatore fra Deva e Dānava nonché procacciatore del Soma – nel mito sub-artico del Samudramathana (‘Rimestamento dell’Oceano’), di cui è rilevabile altresí una traccia significativa pure nell’America Pre-colombiana.
Probabilmente tale racconto di creazione secondaria rispecchia cosmologicamente il passaggio periodico del Polo Artico dalla Stella Vega (36) alla costellazione del Dragone.  Non a caso dal ‘Rimestamento’ nasce Vāruṇī, la figlia di Varuṇa; che altri non è se non V.Urania, cioè Afrodite.  O, se preferiamo Eva (ebr. Hawwā)(37).  Altra progenie sono le Apsaras, cioè le Sirene (38); nei confronti delle quali Vāruṇī può sicuramente esser considerata sovrana, cosí come il padre Varuṇa è signore dei Gandharva (39)

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Note

(1) A.K. Coomaraswamy, Yakṣas- Munshiram M., N.Delhi 1971 (ed.or. Smithsonian Institute, Washington 1928), P.II, Cap.II, §§ 2, p.35 e 3, p.37 ss.

(2) L.Gardner, La linea di sangue del Santo Graal.  La storia segreta…-Newton & Compton, Roma 1997 (ed or. Bloodline of the Holy Graal– Chev. Labhràn, U.K. 1996; rev. edita da H.Collins, U.K. 2002), C.VII, pp. 86-7.

(3) Sicuramente tale εκκλησία, in origine una semplice adunanza di devotinon deve essere interpretata come una delle varie chiese che poi si opposero l’una all’altra in area mediterranea nel tentativo ognuna d’imporre il proprio predominio culturale sulle consorelle tramite i loro vescovati, ma semmai è da intendere in senso gnostico quale assemblea eletta degli uomini di luce che facevano capo agl’insegnamenti del Nazareno.  E quindi può esser reputata, checché se ne possa dire, come la prima vera Chiesa Apostolica o –  se preferiamo – Gnostica.

(4) I vv. 5-9 successivi alludono al Padre Celeste (Colui-che siede-sul Trono) come all’Alpha e all’Omega, poiché un “nuovo cielo” e una “nuova terra” subentrano al “vecchio cielo” e alla “vecchia terra” (vs.1); Egli costituisce una Fonte dispensatrice dell’Acqua della Vita’ per gli “assetati” (gli eletti), chiamati i ‘Figli di Dio’.  Cose entrambe che invece nei ‘Vangeli’ sono attribuite a Gesú.  Da notare che nella mitologia sumerica sono Anu (il Cielo personificato in senso uranico) e la sua paredra a svolgere tale funzione di dispensatori dell’acqua di grazia.  Sempre nello stesso passo, al vs.9, si menzionano i ‘Sette Angeli’ (cfr. con gli ‘Arconti’ gnostici) con le ‘Sette Coppe’; fornitori al contrario di equivalenti flagelli e contrapposti ai ‘Dodici Angeli’ del vs.12, presiedenti alla ‘Città Santa’, discesa dal Cielo sul Monte Sion (vs.10).  In questo caso abbiamo a che fare colla <Vetta> della Terra Paradisiaca, ma altre volte in analogia col Monte Meru della tradizione indiana la cima di Sion indica alternativamente la <Vetta> dell’Empireo.  La ‘Nuova Gerusalemme’ ha 12 perle come <Porte> e possiede mura fatte di pietre preziose  (vv. 11-4).  La piazza centrale e tutta la città è d’oro, ma d’un oro trasparente come cristallo (vv. 15-21).  L’Angelo della visione, identificabile crediamo all’Arcangelo Michele, tenendo in mano una Canna D’Oro traccia la misura della ‘Città’, che è quadrangolare: 12.000 stadî (vs.16).  Poiché, a parte l’idea di stabilità connessa ad una forma relativamente perfetta, 4 sono gli Eoni (cicli di 6.480 anni) che formano l’Età Aurea e 12.000 a grandi linee gli anni che la dimezzano, vale a dire intercorrenti nel I Grande Anno di platonica memoria.  In xxii.1-2 il concetto si amplia ed allora si comprende che la ‘Sorgente della Vita’ discende dal <Trono> di Dio e dell’Agnello, precedentemente descritti come la <Lampada> della ‘Nuova Gerusalemme’.  Tale <Fiume di Vita>, che sotto un certo aspetto può anche esser concepito in senso temporale, è però di acqua cristallina e fulgente al pari della cd. ‘Acqua-che brucia’ di certe tradizioni pre-colombiane, e lambisce l’<Albero della Vita>, posto in mezzo alla piazza della ‘Città Santa’.  Da quest’albero provengono 12 raccolti mensili.  Ciò significa che esso altro non è che l’Axis Mundi, cioè il perno polare dello Zodiaco Solare, le cui stazioni annuali sono date dalle 12 <Porte> della ‘Nuova Gerusalemme’.  Di per sé non diversa dal Liber Vitae, in cui sono iscritti i Giusti.  E il ‘Libro’ suddetto può anche esser considerato infatti similmente al Graal (vedi la relazione etimologica fra i termini medievali gradale e grasale) una Sacra Coppa, giacché rappresenta l’ennesima metafora del Paradiso Celeste o se vogliamo del Paradiso Terrestre.  Talvolta nell’esoterismo cristiano la Suprema Realtà è adombrata, per contro, nel simbolo d’un Sacro Fiore.  Trasferendo il simbolismo cosmologico apocalittico su un piano ontologico, bisogna viceversa interpretare l’Arbor Vitae e l’Aqua Vitae quali emblemi rispettivamente dell’Unità di Dio e della Luce Divina.  Da notare che pure in India vi è un’identificazione concettuale sul piano emblematico fra il Sacro Calice, il Sacro Veda (in senso celestiale), il Sacro Loto, la Civitas Dei  o Brahmapura/ Brahmapurī  (‘Rocca del Brahma’) e il Brahmacakra (la Ruota del Brahma; i quali tutti sul piano microcosmico sono un immagine del Cuore, il centro spirituale a livello umano, mentre sul piano macrocosmico indicano il ‘Centro dell’Universo’.

(5) L.Gardner,  Le misteriose origini dei Re del Graal– Newton & Compton, Roma 2000 ( ed.or. Genesis of the Grail Kings – Bantam B., ? 1999 ), passim.

6) Certamente il Vaso del Sacrificio egizio, detto ‘Canopo’, ha a che fare – non fosse che per il nome – con l’asterismo omonimo circumpolare antartico.  Tale asterismo si riporta periodicamente in sede polare ogni 6.480 anni, al modo della Stella del Dragone nell’altro emisfero.  Ossia, trovandosi in linea mediana piú o meno con Sirio e la Croce del Sud, di cui grosso modo costituisce il mezzo (per quanto non si debba pretendere la precisione assoluta da questo tipo di assunzioni simboliche, come d’altronde succede anche col cerchio zodiacale solare), raggiunge con movimento pendolare il Polo Antartico all’inizio di ben 5 cicli avatarici (o giorni divini) su 10.  Ossia al principio del II, del IV, del VI, dell’VIII e del X.  Non essendo propriamente regolare la linea di spostamento ciclico, ma leggermente concava, si può concepire vagamente l’intero movimento come racchiuso in un triangolo con la punta in basso; ovvero piú sommariamente, tracciando un segmento immaginario che congiunga gli estremi di detta linea tripuntata, in una coppa.  Da tale circostanza astronomica è probabile sia derivata la simbologia a livello cosmologico del Vaso Sacrificale, che caratterizza le tradizioni rifacentesi ai poli.  Per questo i Canopi in Egitto come in India gli equivalenti Kalaśa, appartenenti ai Ṛṣi Vaṣiṣṭha e Viśvāmitra, erano due.  Nelle tradizioni del nord invece il Vaso è uno solo, con riferimento artico, non essendovi mai state presso di esse relazioni storiche precise con l’Antartide.  Ma anche in questo caso, se proprio volessimo, potremmo tracciare benissimo un analogo rapporto col Polo Sud, non solo attraverso la relazione storica fra l’antico Israele e l’antico Egitto; ma piú direttamente, considerando che la figura profetica di Gesú rappresenta una prefigurazione non meno di altre associate al monoteismo dei tempi storici (Mosè, Zoroastro, Buddha, Maometto) – sebbene con circoscrizione piú limitata – del ‘Maestro’ apocalittico.  Gl’indiani direbbero di Kalki Avatāra.  D’altra parte il Cristo del ‘Secondo Avvento’ presenta chiaramente caratteri corrispondenti a quelli del X Avatara indú.  Infatti la ‘Testa di Cavallo’ di cui si fregia Kalki in certa iconografia od il ‘Cavallo Bianco’, ch’egli talora monta non meno del Cristo escatologico giovanneo o del Mahdī islamico, sono attributi che ci rimandano alla costellazione di Canopo.  Cfr. G.Acerbi, Il mito del Gokarna ed il drammatico agone fra Perséo e Medusa– Alle pendici del Monte Meru (blog, 17-01-13), p.14, n.27.

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2013/01/il-mito-del-gokarna_17.html 

(9) Per la verità, a parte la corrispondenza arcinota presso la cultura indo-iranica fra i gemelli androginici (di nome e di fatto) Yama e Yima, che ha peraltro un parallelo in Europa – non segnalato o segnalato solo parzialmente dagli storici delle religioni – presso la cultura latino-germanica nell’Ymír norrenico e nello Iānus latino (entrambi, guardacaso, androgini), ne esiste un’altra meno facilmente rilevabile fra Manu e il tardo Mašyē.  Quest’ultimo termine iranico (pahlavico) è forse connesso filologicamente all’ir. mas (‘pesce’), scr. matsya (‘pesce’).  Si potrebbe ipotizzare una lontana provenienza elamita del termine.  Difficile dirlo, solo un esperto d’iranistica potrebbe confermare o meno la nostra tesi.  Però sicuramente il sinonimo mīna, di probabile origine dravidica, sta alla base d’un éthnos che gli storici greci (cfr. n.24) chiamavano Minýai e facevano evidentemente risalire al capostipite mitico Minýas, padre di Atamante.  I Minî altro non erano in realtà che i Pelasgi, dai quali sarebbero discesi secondo l’attestazione indiretta di Erodoto (Hist.– i. 171-3) – attraverso una migrazione nell’Asia Minore (Licia), dove erano chiamati Termili – i Dravidi.  Ora è chiaro che stando cosí le cose, siccome al di là delle nostre supposizioni etimologiche è indubbia l’affinità etnica di tipo camitico fra gli egeo-pelasgi, i minoico-cretesi, gli egizio-nilotici, gl’irano-elamiti e gl’indo-dravidi (i neologismi delle nostre definizioni sono tesi semplicemente ad evidenziare la natura marittimo-fluviale delle summenzionate civiltà), non risulta difficile trarre un ulteriore parallelo fra i personaggî greci di Mīnōs / Minýas e quelli indiani di Manu / Mīnanātha (nome del primo iniziato shivaico in quanto primevo Signore dello Yoga, disceso nel ‘Ventre del Pesce’ per portare al mondo il Jñana ovvero la la Gnosi).  Notiamo altresì all’interno della sfera induista una stretta relazione, sia dal punto di vista mitologico che filologico, fra l’Uomo-re satyayughico nonché il suo erede tretayughico (Manu, Mīnanātha) ed il Pesce (Matsya o Mīna che dir si voglia, l’uno in rapporto al <padre> Brahmā, l’altro al <figlio> Śiva).  Anche in Egitto del resto si racconta (ii. 4, 2) d’un primo re denominato Mīn, lo stesso cui Manetone attribuisce il nome di Menes.   A tale nume, ossequiato a Chemmi, l’iconografia attribuisce similmente allo Shiva indú tre caratteri fra di loro solidali: unicornía, itifallismo e unipedía.  Ecco perché i Greci lo equiparavano a Egipan (figlio di Amaltea, la Capra Unicorne), omologo dell’Ajaikapāda indiano, ennesima forma di Śiva.  Erodoto (ibid., 46 ) cita ancora il Dio-capra di Mendes – uno dei vetusti ‘Otto Dei’, prototipi di quei ‘Dodici Dei’ coltivati dai Pelasgi medesimi (ib., 52-3) ma raffigurati in forme scultoree primieramente in Egitto – come altro equivalente diretto.  E forse non a caso gli egizî veneravano pesci sacri filiformi quali il Lepidòto e l’Anguilla (72).  Tanto per chiudere il cerchio, rammentiamo che nella mitologia germanica è attestato da Tacito un dio primordiale Mannus, che evidentemente doveva fare il paio fra i Proto-germani con il succitato Ymír.  Che dire poi dei Latini?  Possibilmente Numa, il “lunare Numa” come lo definiva non a caso Evola, a sillabe invertite costituirebbe una figura di sovrano assai precedente a quella di Rōmulus e del gemello Rēmus; nomi questi ultimi derivati rispettivamente, per via troiana (la loro madre latina Ilia è allegoricamente una personificazione di Ilium, cioè di Troia), dal gr. Rhōmos-Rhēmos.  Invertendo l’ordine dei nomi, costoro non sono altro in termini indú che Rāmacandra (‘Rama della Luna’) e Balarāma (‘Rama-fanciullo’), ossia i due Lamech del culto biblici. Insomma, il VII e l’VIII Avatāra, stando all’induismo.  Benché nel contempo il mito romano dei Gemelli al di là dei nomi utilizzati costituisca la trasposizione in forma latina dei gemelli vishnuiti Balarāma e Kṛṣṇa del ciclo successivo (IX Ciclo Avatarico), assunti in tale veste allorché la costellazione dei Gemelli  dominava il Punto Vernale (6.640-4.480 a.C.).  Ed è a questa lontana data, piú che non al Segno Gemelli del ciclo annuale, che paiono richiamarsi nell’iconografia relativa riportata dal Cook – vedi l’ampio materiale del suo studio su Zeus, che non stiamo qui a citare – le due stelle poste sulla capanna ove sono stati affidati dopo l’abbandono materno i Gemelli latini.  Codesto abbandono è di sicuro un’altra allusione ad una mitica Troia immediatamente precedente all’Età del Ferro, cui pare d’altro canto andare colla memoria non a caso Esiodo, poiché in tutta evidenza il vate non si riferisce alla vicenda storica della seconda metà del II mill. a.C.   Il nome del ‘Secondo Re’ romano può diversamente essere riportato di per sé al gr. Nómos, in tal caso risultando un doppione della figura saturnio-lunare di Remo; la quale si contrappone planetariamente al simbolismo saturnio-solare di Romolo, chiaro corrispondente in base a codesta interpretazione oltreché del  Balarāma indú anche del Melchisedeq biblico.  Cosí come Remo, sulla stessa base logica, sarebbe da riportare vicendevolmente non solo a Rāmacandra, ma pure a Seth.  Ora, dato che i ‘Sette Re’ di Roma sono una evemerizzazione spinta e deformata all’uopo di ciò che nella mitologia induista raffigurano i ‘Sette Manu’, possiamo tranquillamente affermare in sintesi che il ‘II Re’ di Roma (Numa) non funge solo da Manu del VII Manvantara(l’Uomo-re dell’Età dell’Oro); bensí pure da signore dell’Età del’Argento, esattamente come il ‘I Re’ impersona ad un tempo l’VIII ed il IX Avatāra.  In altre parole Remo, coi suoi 7 Avvoltoi (cfr. con Pico Feronio), ha funto analogamente a Balarāma da Signore dello Zodiaco per identificazione ad Ercole (cfr. con Pico Marzio).  In India una equivalente identificazione è possibile da un lato fra Rāmacandra e Agni (nel senso asurico-planetario di titanico nume della vegetazione), dall’altro fra Balarāma e Kṛṣṇa-Jagannātha (alter-ego devaico-zodiacale di Indra, il capo dei Marut, in qualità di nume pluviale del precedente ciclo avatarico).

(10) Ciò, ovviamente, è suscettibile di varie interpretazioni, tutte d’altronde lecite, seppure su diversi piani.  Sotto un certo aspetto l’aumento di dimensioni del Pesce, emblema delltmā, indica la riproposizione della stessa in forme diverse, via via più complesse.  Al riguardo però bisognerebbe offrire ulteriori spiegazioni, che solo in uno scritto a sé  –  rimandiamo perciò a G. Acerbi, I numi erano numeri: carattere matematico della vetusta astrologia e della conseguente teogonia- Alle pendici del Monte Meru (blog, 24-07-11).

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(11) H.Heras, Studies in Proto-Indo-Mediteranean Culture- I.H.R.I.- Bombay 1953, C.IV, p.415, fig.276.

(12) K. Bharatha Iyer,  Animals in Indian Sculture– Taraporevala, Bombay 1977 C.IX, tav.132 ( a mezzo fra le pagg. 56 e 57 ). L’autore purtroppo non spiega nei dettaglî le immagini, limitandosi esclusivamente nel C.XI ( p.73) a commentare il motivo iconografico su base leggendaria.

(13) Iyer, op.cit., tav.131.

(14) Svāyambhuva , il I Manu, è figlio di Svāyambhū.  Ossia l’<Esistente-di per Sé>, che è un epiteto evidentemente di Brahmā.  Cfr. con Yahweh, il quale afferma nell’apparizione a Mosé (Akhenaton) sul Sinai (Ex.- iii. 13-6) “Io sono Colui che sono!”.  Nella lingua ebraica l’espressione  suona: Ehyē Asher Ehyē.  Cfr. al riguardo la discussione in nota ai versi posta in E.Galbiati et al. (a c. di), Antico Testamento– Utet, Torino 1973, Vol.I, pp. 86, col.a e 87, col.b., seppure troppo teologizzante e riduttiva; il curatore, in tutta evidenza, confonde il piano ermeneutico con quello etimologico.  Anche nella tradizione egizia precedente a Mosé compariva d’altronde un nume autogeneratosi, con le stesse prerogative demiurgiche (separanti Cielo e Terra), sotto forma di Ptah.  I buddhisti mahayanici l’hanno chiamato invece Ādibuddha o semplicemente Svabhāva.  Il termine Svāyambhūnātha, impiegato dal buddhismo tantrico  o tantrismo buddhista che dir si voglia), parrebbe di primo acchito esserne un altro equivalente.  Ma probabilmente i tre termini ora citati non si equivalgono esattamente  ed allora i primi due si riferiscono al principio metastorico, mentre il terzo è forse un equivalente di quello del I Manu.  Tant’è che il vr. nāth, donde deriva il s.m. nāth-a (‘maestro’), significa ‘possedere, aver maestria su’.  Quindi, è logico dedurne che quest’ultimo termine indichi il Puruṣa e non Puruṣottama.  Di qui ha preso nome il grande tempio-monastero sorto in un colle presso Kāthmaṇḍu, dato che ogni tempio è per gl’indiani un simbolo del Puruṣa.  Da notare che sullo harmikā(plinto, ovvero la base cubica al di sopra della cupola emisferica reggente la piramide a 13 cerchî concentrici degradanti, omologa alla medesima a gradini del Tempio di Bodhinātha) dello stūpa sono sommariamente dipinti 4 volti, ma se ne deve immaginare un quinto invisibile e trascendente, alla maniera della testa verticale dello Śiva Pañcamukha.  Che tali volti abbiano a che fare con i 5 Dhyāni-buddha della Scuola Vajrayāna lo dimostra il fatto stesso che siffatte figure della meditazione (dhyāna) siano presenti simultaneamente nel contesto segnalato entro appositi pannelli cuspidati posti in direzione dei 5 Punti Cardinali (i quattro nostri, nonché il loro centro comune in funzione quintessenziale).  Cfr. M.Bussagli, Architettura Orientale– Electa, Venezia 1973, p.269 (cap. sulla regione himalayana, a c. della prof.sa C. Silvi Antonini Colucci).  Indubbiamente i 4 ‘Volti’ orizzontali – suggerenti nell’ordine decrescente luni-solare Amoghasiddhi (Verde), Ratnasambhava (Giallo), Amitābha (Rosso), Akṣobya (Blu) – rappresentano l’onniveggenza dell’Ādi-Buddha, cosí come accade nell’induismo con le 4 ‘Teste’ di Brahmā.  Mentre l’Unico Volto centrale, relativo a Vairocana (Bianco), allude al Puruṣain sé.  Ed è significativo, a questo proposito, che in realtà il potere creativo di codesta forma non originata della Mente Universale si esplichi attraverso la manifestazione di 7 Dhyāni-buddha, anche se solitamente ne vengono considerati soltanto 5 in rapporto agli Elementi (Bhūta).  Ai 7 Buddha celesti, sicuramente corrispettivi dei 7 Manucelesti ed in relazione segreta coll’Ebdomade planetario, corrispondono del resto 7 Dhyāni-bodhisattva; che ne costituiscono l’aspetto attivo ed a loro volta emanano i 7 Buddha umani nell’ambito delle 7 Sovrarazze, radici della nostra umanità.  Anche in tal caso il paragone coi Manu terreni è doveroso.  I Bodhisattva, invece, vanno paragonati agli Avatāra.  Pure gli Avatāra d’altronde erano 7 in origine e non 10, visto che venivano equiparati ai Pianeti; in altre parole avevano relazione coll’aspetto sottile dei Manu, quantunque poi siano passati a designare la forma terrena dei medesimi.  E, siccome nell’ambito d’ogni manvantara i varî avatāra non sono che forme via via progressive del Manu presiedente ad esso, ecco che la precedente applicazione si è rivolta al manvantara stesso.  Il Settimo Avatāra, cioè l’ultimo di essi, era considerato Rāmacandra ovvero Balarāma; avente molti tratti comuni col Set/Seth egizio-ebraico, analogo al Saturno latino.  Poi sono stati aggiunti due altri avatāra, aventi lo stesso nome, come i Nodi Lunari.  Ciò ha peraltro portato ad una certa confusione nelle interpretazioni cicliche, giacché ha spinto taluni ad identificare erroneamente il I al X Avatāra, con la scusa dei Navagraha (i 7 Pianeti piú i 2 nodi Lunari).  Infine ne è stato aggiunto un decimo, prima della sua venuta terrena, in riferimento non si sa bene a cosa.  Nell’astrologia moderna dopo la scoperta di altri 3 pianeti, checché ne pensino i tradizionalisti letterali, il suddetto problema è stato risolto.  Giacché i Pianeti sono diventati 10 di numero, come gli yuga d’ogni manvantara.   E vane sarebbero le argomentazioni sulla presenza possibile di altri pianeti trans-plutoniani in base agli studî astronomici recenti, quasi certamente sbagliati.  Il Manvantara dopo il 2000 è già terminato.  Vale comunque il precedente stato di cose.  Risulta lecito pertanto ipotizzare che il numero degli avatāra, non possa essere soggetto a ulteriori variazioni, dato che i cicli periodici sub-manvantarici sono effettivamente 10.  La presenza dei 3 pianeti trans-plutoniani, al contrario, concorda con i risultati empirici delle speculazioni degli antichi, inserendosi perfettamente nel quadro delle influenze da loro teorizzate in passato.  Visto che Urano, Nettuno e Plutone hanno preso sul piano nominale – nonostante l’incongruenza dei nomi, il primo dal greco e gli altri due dal latino – il posto vicendevolmente del Saturno aquariano, del Giove pescino e del Marte arietino.  Altra cosa è viceversa l’aggiunta nell’oroscopo delle stelle fisse o degli asteroidi.  La loro influenza non può che essere minima e quindi il loro valore simbolico risulterà assolutamente secondario, in ispecie quello dei pianetini.  Chi nega gli aggiornamenti astrologici crede solamente al valore emblematico dei simboli, ma la verità è maggiormente profonda.  Il Tantrismo afferma non per nulla: yathā pinde, tathā Brahmāṇḍe.  Ciò fa il paio con la nota formula dell’Ermetismo: cosí in alto, cosí in basso.

(15) M. & J. Stutley, Dizionario dell’Induismo– Ubaldini, Roma 1980 (ed.or. A Dictionary of Hinduism– Routledge & Keegan, Londra 1977), s.v. kalaśa, p.199, col.b.

(16) Cfr. G.Acerbi, Note sullo sfondo cosmologico del Tetramorfo di Ezechiele-on line (http://allependicidelmeru.blogger.com), Alle pendici del Meru (17-04-06), n.12  Ripubblicato, riveduto, in Alle pendici del Monte Meru (blog, 25-08-15).

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2015/08/note-sullo-sfondo-cosmologico-del.html

(17) tutl., op.cit., col.a

(18) p.cit, coll.ab.

(19) Esattamente come avviene col Vaso Eucaristico, che è un vaso di grazia riposto nel Tabernacolo, essendo ripieno del Liquor Vitae.

(20) D’origine libica secondo Erodoto, cretese (il Tridente almeno) secondo altri.          

(21) G.Acerbi, Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro– Simmetria, Roma 2017? (pres. alle Ed. ‘Il Cinabro’ di Catania nel ‘99, ma rimasto inedito per problemi editoriali ed ora in fase di rimodellamento), Cap.-VII sgg.

(22) A.Parpola, Sanskrit kāla- «time», Dravidian «kāl» leg and the mythical cow of the four yugas- Ind.T. (Vol.  III-IV, 1975-6), P.Two, pp. 361-78.

(23) L’equiparazione è solamente formale, visto che il ruolo del nume oceanico indonesiano è maggiormente arcaico; risale al II Mahāyuga, ovvero Magnus Annus, ciclicamente parlando.  Mentre il dio greco appartiene al IV.

(24) Attestazione da parte dello storico Pausania (II sec. d.C.) nel Quarto Libro del suo Periegeo  o ‘Descrizione della Grecia’, compilato nel periodo 170-80 d.C.  Vide, per una discussione del problema, Ac., op.cit., C.IV, n.10.  Cfr. inoltre n.9.  Erodoto (i. 146) aveva parlato invece precedentemente dei Minî Orcomeni come di una delle stirpi pelasgiche scacciate dagli Elleni, essenzialmente i Dori, in Miliade (la terra anatolica prima abitata dai Solimi).  Che Pelasgi e Minî fossero però la stessa cosa dei Termili ai quali si è sopra accennato, ossia degli antenati egei dei Dravid, è provato dal fatto che avessero costumi materlineari (ibid., 173) del tutto simili a quelle riscontrabili presso le genti dravidiche in India.  Lo storico dorico del V sec. a.C. ci narra pure della loro discendenza cario-cretese, descrivendo la cacciata in Asia di Sarpedone e della propria stirpe da parte del fratello Minosse.  A questo primo contingente se ne aggiunse un altro formato dai discendenti di Lico, figlio di Pandione (assimilabile a livello onomastico al Pāṇḍuindú, anch’egli noto nella mansione di leggendario fratello), mitico re ateniese scacciato pure lui dal fratello Egeo.  I Carî, discendenti di Care, erano anch’essi d’origine cretese prima di stabilirsi in Attica e svolsero un ruolo dominante nella Grecia arcaica (ib., 171).  Da Lico furono poi chiamati Lici (173).  Altre tribú loro affini erano i Cauni, pur esse provenienti da Creta (172); nonché i Misi ed i Lidi, in quanto Miso e Lido erano fratelli di Care (171 ).  Naturalmente, bisogna ricordare che la superficie insulare di Creta prima del Diluvio di Deucalione era assai pid estesa di quella odierna geograficamente parlando.  

(25) Il fatto che i tre simboli del Pesce, della Coppa e del Re Pescatore compaiano unicamente presso quelle genti iafetiche che hanno avuto contatti con quelle camitiche, prova che la loro presenza nella letteratura indo-europea non è strettamente legata al ceppo maggioritario.  Ecco la ragione per cui non si trovano fra i Latini, dove Giano – il primo uomo-dio – detiene contrassegni equivalenti agli emblemi di Yama e di Yima, ma non a quelli di Manu ; né fra i Germani, presso i quali si ha un primevo Mannus, di cui però non conosciamo alcun particolare attributo.  Quasi la stessa cosa si può dire nonostante la loro probabile parentela culturale cogli Elamiti degli Iranici (cfr. n.9), che hanno Coppa e Pesce, peraltro distinti e non in relazione vicendevole, ma non il Re Pescatore.  A meno che si ritenga valido quanto postulato a proposito di Masye.  Mentre invece troviamo tutti e tre i simboli in Egitto, con Mīn-Menes (ad un tempo Pesce Unicorne, nume primordiale della pesca nonché primo re) ed il Vaso Canopico (raddoppiato o meno che sia). 

 (26) G.Acerbi, La mitica terra dei Dravida– Algiza ( N°13, nov. ‘99 ), Chiavari 1999, pp. 12.

(27) Her., op.cit., C.V sgg.

(28) Ac., art.cit., p.11.

(29) Questi due nomi sono sul piano strettamente filologico visibilmente apparentati al celt. Bran, se si considera che in alcune lingue indo-europee la consonante labiale tematica b si sovrappone facilmente alla semiconsonante v.  Nel gr. Ουρανός si può immaginare la caduta del digamma iniziale, con trasformazione della suddetta semiconsonante nel ditt. Ου– ed aggiunta del suff. –ος (nel celtico con compare mai alcuna desinenza); mentre nel scr. Varuṇa la metatesi vocalica fra le due prime sillabe del nome (Vu- e ra-) determina uno sdoppiamento fra la semiconsonante v- e la vocale u, con suff. finale in –a tipico delle lingue ‘satəm’.  Tuttavia è chiaro che gli stessi termini Κρόνος Kāla posseggono, al di là delle apparenze, un etimo assolutamente equivalente.  In quanto la gutturale K- ha sostituito ciclicamente nel passaggio di riferimento dall’Età dell’Oro a quella dell’Argento la semiconsonante velare.  La vocalizzazione della prima sillaba e la perdita della terza consonante tematica -n-con trasformazione della liquida -r- in -l-nell’antica lingua indiana è solo un fatto eufonico; come dimostra il gr.Krόn-os, seppure in questo caso si abbia la var.voc. a>o.  Circa il sost. Brahmā possiamo postulare una derivazione dalla rad. *bram= ‘rivolgimento di stelle’, donde i verbi brahm (‘andare, muovere verso’) e bhram (‘’volger attorno, causar moto, produrre rivolgimento’) – connessi a loro volta rispettivamente a bhr (‘generare, produrre, mantenere in equilibrio’) e brh/ brnh (‘espandere’) – nonché il sost.m. bhram-a (‘rivolgimento, rotazione  di astri, cerchio’).  È chiaro che i concetti di Varuṇa (un tempo dio delle Acque celesti) e di Urano (che i Greci definivano ¢στερόentoς = ‘ricoperto di stelle’) vanno di pari passo con quello di un Brahmā similmente inteso.  Altrettanto dicasi per Kāla e Crono.

(30) Coom, op.cit., tavv. XV ( fig.2 ), XVI ( fig.3 ), XLIII ( fig.7 ) e XLV ( fig.3 ). Nella prima immagine (Amarāvatī) menzionata il ‘Mostro del Mare’ ha corpo, coda e scaglie pescine (forse di delfino), ma gambe e muso da coccodrillo e testa taurina; viceversa, nella seconda (Mathurā), la testa allungata e gli occhi prominenti sono da gaviale.  Nel terzo caso (Bodhgayā) invece  la bocca è da coccodrillo, il muso proboscidato elefantino ed il corpo a spire dragonico; ma nel quarto (Besnagar) l’intera sagoma è da squalo.     

(31) Il kētos (mostro del mare, grosso pesce; delfino, squalo, balena), donde il lat. cētus/ cētos (id.) e per dissimilazione di significato il nostro termine ‘cetaceo’, non indicava per nulla una categoria riproduttiva in senso biologico come oggi noi la intendiamo; ma, piuttosto, faceva distinzione fra i pesci di piccole dimensioni ed i grandi.  Tanto che anche il tonno era classificato come ‘kétos’.  Il termine, inteso invece in senso archetipico, non si riferiva ad una particolare classe biologica.  Designava al contrario il capostipite mitico dei pesci, il quale secondo le concezioni arcaico-tribali di molti popoli era rappresentato da un grosso animale delle acque con tratti variegati.  Si può notare infatti ancor oggi che il classico Delfino delle fontane, si accompagni ad Eros o a Nettuno o ad altre figure marine come i Tritoni ecc., è reputabile un delfino soltanto nella forma; nella dentatura, al contrario, è un pescecane o tutt’al piú un’orca.  Un’ultima considerazione valga per l’etimo, che appaia da un lato le suddette voci greco-latine e dall’altro il lat. squal-us all’ingl. shark.  Si nota chiaramente che nell’ultima voce latina indicata la gutturale finale del tema indo-europeo (-k) è stata retratta per fondersi eufonicamente colla sibilante iniziale ( s-), la quale però ha perso la propria aspirazione (-h-) e l’ha rilasciata alla gutturale cui si è associata, sR da formare il nuovo gruppo sq-.  La liquida (-r- > -l-), invece,  è rimasta invariata.  Ciò denota tra l’altro a livello glottologico – sia detto per inciso – che il segno greco χ equivale al lat. q, oltreché alla gutturale aspirata kh di altre lingue indo-europee quale il sanscrito.  Infatti la base originaria di tutte le parole citate è sicuramente *k(h)ar, secondo quanto mostrano nella filologia iranica i termini avestici kara (pesce mitico, in origine probabilmente monodono) e khara  (asino unicorne a 3 gambe).  La trasformazione della liquida in dentale (l > t), col passaggio concomitante da vocale forte in media, appare dunque tardivo in latino (cet-) ed in greco (ket-).

(32) Vedi ad es. la figura di Caronte nella tradizione etrusca, trasmessa per via della letteratura tardo-medievale in volgare ( tramite l’Alighieri ) anche a quella cristiana.

(33) Ciò lo si deduce indirettamente, oltreché da altri fattori che sarebbe al momento impossibile spiegare in breve spazio, dal personaggio d’una fiaba kashmira; ove ricorre sebbene in un contesto abbastanza diversificato il medesimo Dāśarāja; ossia il ‘Re Pescatore’, ma si potrebbe altrettanto correttamente definirlo ‘Re Traghettatore’, apparso assai prima nel Mahābhārata.  Cfr. in proposito G.Acerbi, La figura del Re Pescatore in India e nel Nordeuropa– Hera (A.XI,N°121, 7-02-10), Binasco [Pv] 2010, pp. 54-6.   Riproposto successivamente, in forma completa, in Alle pendici del Monte Meru (blog, 19-12-12).

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2012/12/la-figura-del-re-pescatore-in-india-e.html

 

(34) Yahweh sacrifica il Leviatan (ebr. Līwejātān ) nel Giardino di Eden (AA.VV., Enciclopedia delle Religioni, Vallecchi, Firenze 1970, Vol.III, s.v.: GIUDAISMO, a c. di A.Toaff, p.351), concedendolo in pasto ai Giusti, al modo in cui il suddetto Dāśarāja sacrifica il Matsya (un’Apsaras) pescato nella Yamunā.  Nel primo caso si tratta d’un pesce maschio, nel secondo d’una femmina; ma la sostanza non cambia di molto, dato che anche nella tradizione assiro-babilonese una figura analoga, la Tiāmat (ebr. Tëhōm = ‘Caos’), è affine all’uno e all’altra.  Infatti è la sposa di Apsu, sum. Abzu = ‘Abisso’.  Codeste due figure oceaniche primordiali sono d’altronde la stessa cosa dei due Leviatan, maschio e femmina (probabilmente alludenti alla Balena, la piú grande creatura marina), che in seguito sono stati ridotti simbolicamente a rettili.  Il Leviatan (ibîd.s.v.: Libro di GIOBBE, a c. di V.Mannucci,p.217) è concepito giustappunto in Is- xxvii. 1 e nei Ps.– lxxiv. 13-4 come un emblema mostruoso del Caos Primigenio in forma di Serpente o di Drago Marino, con allusioni ai Nodi Lunari.  Non è in quanto tale diverso (ib., s.v. Religione degli EBREI, a c. di A. di Nola, p.834) da quella creatura chiamata Ltn – da leggere forse Lotan ) – che Ba’al sopprime in un poemetto rinvenuto a Ras Shamra nel 1930 ed appartenente alla mitologia ugaritica, al modo come Yahweh decapita il Leviatan con la Spada.  Il suddetto passo della letteratura cananea corrisponde vagamente alla citazione in Giob.– iii. 8.  In Ez.– xxix. 1-4 e xxxii. 2  il mostro (tannīn) è identificato invece al Coccodrillo nilotico, contrassegno egizio dei Faraoni.  In origine, comunque, il Leviatan era un Grosso Pesce secondo J.C. Cooper, An Illustrated Encyclopaedia of Traditional Symbols- Thames and Hudson, Londra 1982, s.v.: FABOLOUS BEASTS, p.64, col.a.  Assumendo veste draco-serpentina, assume Sette Teste alla maniera dello Yam cananaico, di certo in rapporto con le sette stelle di Drâco.  VI è chi lo identifica pertanto al Setticipite Mostro raffigurato nell’arte sumera, babilonese e hittita.  Cfr. R.Graves & R.Patai, I miti ebraici– Longanesi, Milano 1969 ( ed.or. Hebrew Myths. The Book of Genesis – International Authors N.V. & R.  Patai  ), § 5, p.61, n.9. 

(35) G.Acerbi, La metafisica dello Zero– Alle pendici del Meru (blog, 6-10-06).  Un rifacimento dell’art. è stato pubblicato, il 3-11-14, nel blog apparentato ‘Alle pendici del Monte Meru’. http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/11/metafisica-dello-zero.html

(36) Vega è parte della costellazione della Lira, la quale pare fosse raffigurata da Arione, il musico che con tanto di strumento musicale omonimo viene salvato dal Delfino.  Sul tema polare si è evidentemente sovrapposto per interferenza successiva quello del Delfino Salvatore, che ha a che fare viceversa con un’altra costellazione (extrazodiacale, ma non circumpolare), appunto del Delfino; prossima al Capricorno, emblema del Solstizio Invernale e quindi del Nord. 

(37) Ancora nel Rinascimento Eva era raffigurata con una mela in mano non diversamente da Venere, dato che il mito ellenico della ‘Contesa’ equivale mutatis mutandis alla leggenda evaica della ‘Mela’, frutto in cui sono adombrati nel contempo la Gnosi ed il Cosmo.

(38) Che le Apsaras siano le Sirene, ovvero delle ninfe-pesci, è dimostrato oltreché dall’etimo (lett. il termine significa ‘essenza delle acque’) da quanto riportato alla n.29.  Ufficialmente esse sono note quali ‘Danzatrici’.  Tuttavia l’allegoria delle Sirene come ballerine nel Palazzo del Re del Mare situato sul ‘Fondo delle Acque’ doveva essere un tempo ben nota in area indo-mediteranea, visto che ricorre persino in una fiaba pugliese intitolata da Calvino La sposa sirena.  L’autore confessa d’averla raccolta da G.Gigli, riplasmandola in lingua popolare, ma essa nell’originale – la tarantina Storia d’una sirena – apparteneva ad un linguaggio piú aulico.  Ed un particolare come la ‘Scopa’ su cui ella volava via alla fine una volta liberata dal maleficio, purtroppo cambiato arbitrariamente dallo scrittore toscano in ‘Aquila’, ne connotava la natura fondamentalmente erotica.  In relazione ovviamente all’Eros Protogeno.  Non meno della surriferita ninfa-pesce del Mah~bh~rata, che accoglie in bocca il seme d’un re-sacro.  Ad esser sinceri, nel passo  di riferimento del poema epico indiano l’episodio è collegato anch’esso con l’Aquila, o meglio qualche simile rapace quale l’Avvoltoio (Garuḍa); tuttavia  occorre aggiungere a tal proposito che la trasformazione da cetacei (scr. mat-sy-a, gr. kēt-os, lat. cēt-os) in rapaci (scr. vih-a-ga, gr. o[v]i[s]ōnós, lat. a-vis) delle due equivalenti categorie divine indiane e greco-latine delle Apsaras e delle Sirene è legata al passaggio del simbolismo umorale dalle Acque Celesti (soggette quintessenzialmente all’Etere) alle Piogge (connesse invece elementalmente all’Acqua).  Dato che anche i Deva indiani, cosí come gli Dei greco-romani, è noto fossero rappresentati in aspetto oionomorfico, se ne deduce che le ‘essenze delle acque’ (superiori) non potessero esser altro che stelle del cielo; o meglio le costellazioni, dapprima intese in senso extra-zodiacale (pisciforme) e poi zodiacale (aviforme).  Ciò non significa ovviamente che le Sirene siano passate a rappresentare le stelle zodiacali, cosa impossibile se non al massimo per le sirene bicaudate; ma, semplicemente che, per affinità colla mitologia pluvial-zodiacale, le Sirene siano addivenute emblemi delle stelle extrazodiacali anziché delle stelle in generale come in origine.   

(39) Pure i Gandharva sono associati alle acque, vale a dire al Soma Celeste.  La loro natura di ‘Musici’ – in relazione al ‘Suono Primordiale’ – equivale a quella etero-uranica del musicante greco Arione, non per niente appaiato al Pesce.  Cfr. n.36.  Come le ‘Danzatrici’ costoro è possibile abbiano mutato ad un certo punto (probabilmente al tempo dei Deva) la loro fisionomia simbolica in uccelli, ma è da ritenere che fossero in origine creature interamente o parzialmente ittiomorfiche.  Come il veicolo del loro sovrano, Re Varuṇa.  Sebbene non se ne abbia alcuna prova sul piano iconologico.  A meno che esistesse, tanto per le Apsaras quanto per i Gandharva, un doppio modo simbolico di rappresentazione; ittico ed aviario, il che tenendo conto di altri fattori paralleli quali la denominazione delle genti dell’Età Aurea, è la cosa tutto sommato più credibile.  Si consideri in tal ottica il rapporto in India, reperibile grosso modo anche in Grecia ed in Egitto, fra il scr.Manu (‘Uomo’) e l’omofona voce Mīna (‘Pesce’); nonché fra il nome della sovracasta primordiale (Haṁsa) e quello degli omonimi uccelli facenti da vāhana del dio primevo Brahmā.

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(Articolo di Giuseppe Acerbi, tratto dal Blog “http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/12/il-re-pescatore-sovrano-universale_15.html“)