LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (3° PARTE)

di Antonio Bonifacio

Gobekli Tepe (la collina del ventre o dell’ombelico)

“A mio parere, quindi, la vista è alla base dei nostri più grandi benefici poiché non avremmo potuto dire nulla sull’universo se non avessimo mai veduto il sole, le stelle e il cielo. Inoltre, è la percezione del giorno e della notte, dei solstizi e degli equinozi, dei mesi e degli anni che si susseguono, ad aver originato l’invenzione dei numeri e ad averci dato la nozione del tempo e della natura della realtà, da cui abbiamo tratto ogni filosofia, un dono celeste più grande del quale l’uomo non ha mai avuto né avrà.”

(Platone: Timeo)

Il ritrovamento che ha sparigliato alcune delle consolidate cronologie preistoriche è il sito archeologico di Gobekli Tepe, situato in Turchia e precisamente vicino Sanliurfa nella prossimità dei confini con la Siria. Siamo di fronte a un luogo scavato piuttosto di recente da un team di archeologi tedeschi sotto la direzione di Klaus Schmidt. Il sito si trova collocato su una collina artificiale (tell) alta circa 15 m, ed ha un diametro di circa 300 metri. Esso è quindi situato sul punto più alto di un’elevazione di forma allungata, che domina la regione circostante, tra la catena del Tauro, il Karaca Dağ e la valle dove si trova la città di Harran da cui dista una quarantina di chilometri. Questa vicinanza ad Harran appare particolarmente significativa in relazione al quanto conosciamo della religione dei Sabei, che si esprime in forme dal carattere congiuntamente visionario e astronomico, come meglio si dettaglierà nel prosieguo. Il complesso delle edificazioni è stato posto in essere in un passato assai remoto da un gruppo umano che lo ha realizzato a prezzo di evidenti gravosissime difficoltà operative. Esso consiste essenzialmente nella realizzazione di una serie di enigmatici recinti ed è stato scavato solo per circa un quarto dei suoi 9000 mq. di superficie. Naturalmente ci si attendono molte ulteriori sorprese oltre a quelle già da tempo documentate. 

La “novità” di questo sito è presto detta. Siamo di fronte a un complesso archeologico di grandissima complessità strutturale, che non si è mai prestato per funzioni abitative, bensì esclusivamente cultuali. Ciò, in epoche più vicine ai tempi nostri, non avrebbe certo costituto un’eccezione. Invece se si tiene conto della data della sua edificazione, che dagli ar
cheologi è stato individuata nel 9.500 a.C., allora si può affermare che la cosa, non solo è sorprendente, ma è ben di più: senza alcuna enfasi si può dire che è addirittura rivoluzionaria. Come misteriosamente Gobekli Tepe è stato edificato, altrettanto misteriosamente il luogo è stato abbandonato diversi millenni dopo. Questo accadde proprio in coincidenza con il sorgere delle prime civiltà neolitiche nell’8000 a.C. (si pensi a Gerico ad esempio).

Fig.2 – Ricostruzione al computer dei tre recinti scavati sui quattro portati alla luce. Come può ben notarsi si tratta di strutture complesse senza alcuna finalità utilitaristica, ma solo sacrale. Gobekli Tepe sembra non essere altro che un “santuario”

Non si trattò però un semplice abbandono. Il santuario, perché di questo si tratta, fu volontariamente interrato, quasi a volerne cancellare la memoria nei secoli. Esso quindi si trova cronologicamente collocato tra la fine del mesolitico e l’inizio del neolitico preceramico, in un ambito di civiltà che si pone alle estreme propaggini del nomadismo, proprio dei gruppi di cacciatori raccoglitori, evidentemente non ancora stabilizzati in un centro urbano, ma comunque in grado di progettare e realizzare un polo di assoluto rilievo cultuale, ben settemila anni prima della costruzione delle prime piramidi.

Fig.3-4-5 – I grandi triliti di contorno, quasi convitati di pietra sono sempre decorati con immagini animali caratteristiche presenze di un luogo allora lussureggiante. Queste colline, ora aride, offrivano ai cacciatori-raccoglitori la possibilità di contare su abbondanti mezzi di sussistenza residuando molto tempo per attività cultuali. Naturalmente anche la caccia nelle popolazioni etnologiche riveste caratteristiche sacrali, non sussistendo alcuna frattura tra la sfera laica e quella religiosa.

Il sito è stato scoperto negli anni ‘60 ma è stato attenzionato dall’archeologia solo a partire dagli anni 90. Per conseguenza della sua cospicua estensione, esso, allo stato, risulta solo parzialmente scavato, solo un quarto del complesso è stato portato alla luce. Per questo il capo archeologo sostiene, tra il serio e il faceto, che sarà obbligato a trascorre
re il resto della sua vita su questa collina polverosa. Quello che emerge dal terreno liberato, si concreta in quattro recinti al cui centro sono presenti una coppia di enigmatici pilastri a T, circondati, come fosse un’assemblea di convitati di pietra, di altri pilastri a T di più modeste dimensioni. Questi alti pilastri centrali (circa cinque metri), finemente lavorati e di cui, su alcuni, si individuano dei tratti indiscutibilmente antropomorfi, quasi a richiamare la possanza dei giganti biblici, sono di indubbia importanza sacrale.

Infatti, su di essi, sono altresì presenti numerosi bassorilievi (quando non prodigiosi altorilievi, anzi vere e proprie strutture a tutto tondo) che si concretano nella rappresentazione di soggetti scelti quasi esclusivamente nel variegato mondo animale presente in questo territorio, una volta lussureggiante giardino. Questi animali ci offrono l’opportunità di conoscere quello che si configura come una sorta di zoo “cultuale” dell’epoca.

Tali rappresentazioni sono state congetturalmente ricondotte da taluno a raffigurazioni di asterismi celesti, secondo modalità di rappresentazione che in alcuni casi si sono mantenute fino ai nostri giorni e di questo argomento si parlerà appena dopo.

Sebbene solo in uno dei quattro recinti si sia raggiunto lo strato sterile del terreno, il sito non solo non mostra l’esistenza di tracce dell’abitato umano, ma in esso non paiono neanche essere collocati esempi di sepoltura. 

Fig.6-7 Alcuni pilastri centrali recano dei tratti antropomorfi com’è evidente dalle immagini che qui si presentano. La loro altezza è assai cospicua: 5 metri. Il richiamo delle loro sagome ai giganti biblici è istintivo. Si noti il perizoma di una pelle animale che copre uno di essi

Come detto, la realizzazione di questo santuario preistorico impegnò fortemente delle popolazioni non stanziali in cui però si coglie, in forma già evoluta, la presenza di maestranze dedicate a compiti di artigianato specializzato. Abbiamo così scavatori, scalpellini, scultori etc, oltre che, naturalmente, un sacerdozio in grado di ideare e portare avanti il complesso progetto, e questo, a parere dell’archeologia, rappresenta un dato insieme stupefacente ma assolutamente incomprensibile, costituendo un vero e proprio paradosso storico.

Si parla, infatti, a volte di oggetti “fuori posto”, perché irrelati rispetto alla cronologia in cui sono rinvenuti (es. l’incredibile meccanismo di Antikitira), qui però c’è di più, c’e un’intera civiltà fuori posto.

Infatti, la templarità organizzata è propria dell’insediamento umano già consolidato, che ormai basa la propria stanzialità sulla possibilità di approvvigionarsi a fonti di sussistenza di autonoma produzione. In sostanza, l’uomo non dipende più passivamente dall’ambiente per la sua alimentazione piuttosto lo doma, convertendolo alle sue esigenze. In altre parole, l’uomo del neolitico, contrariamente all’uomo del paleolitico e del mesolitico (il nostro caso), non regola la propria esistenza alimentare adeguandosi alle abitudini comportamentali animali (che si spostano per nutrirsi) o sulla raccolta occasionale di complementi di alimentazione (bacche, frutti, radici etc.) ma condiziona l’esistenza di animali e dei prodotti vegetali alle proprie nuove esigenze. L’uomo del neolitico non segue il cibo nei suoi spostamenti, ma fa si che il cibo “segua” lui, là dove egli decide di permanere (allevamento, coltivazione).

La comunità organizzata che ha eretto Gobekli Tepe doveva essere un gruppo umano sicuramente numeroso e fortemente coeso che, in maniera stupefacente e, per molti versi, incomprensibile, è riuscito a porre in essere un’opera grandiosa, nonostante l’assenza di ogni traccia di sedentarizzazione, come si conviene a quest’epoca così distante da noi.

Per dare un’idea del lavoro compito ricordiamo che, secondo le prudenti stime dei ricercatori, questi uomini estrassero da cave piuttosto lontane, lavorarono e “adornarono” un complesso formato da circa 300 monoliti, alti circa 3 metri dal peso di circa 5 tonnellate ciascuno (oltre una quarantina sono stati portati alla luce mentre l’indagine geomagnetica suggerisce che altri 250 giacciono sepolti nel terreno realizzando uno spostamento di pietre pari a circa 1.000 tonnellate).

Fig.8-9 – Immagini dei recinti. Le loro dimensioni offrono un’idea dell’enorme lavoro di scavo e sistemazione dei luoghi. Ricordiamo che siamo approssimativamente nel 9.500 a.C.

Ci si domanda: se si sommano insieme il tempo dell’escavazione, della lavorazione delle pietre, e quello della costituzione dei recinti unitamente al lavoro di scultura, quante
ore uomo occorrevano alla bisogna? Ci si chiede inoltre: quanti lavoratori specializzati erano presenti in questa società che assume, via via che i dati si illuminano a vicenda, il carattere di un’anfizionia spirituale, un’associazione di differenti gruppi umani, uniti da una fortissima motivazione religiosa e da una cosmovisione condivisa del mondo, che mostra dei tratti spiccatamente sciamanici? Anfizionia, se tale è stata, che comunque non doveva costituire un unicum, essendosi trovato un sito gemello ancora non scavato ma già datato. Si sta parlando di Kaharan Tepe in cui si rinvengono sepolti, anche qui volontariamente, alcuni megaliti a forma di T identici a quelli di Gobekli, dimostrando con ciò che questa località è tutt’altro che un unicum. Karahan Tepe, si trova a 63 chilometri ad est di Urfa sui monti Textex, è merita la medesima attenzione riservata al sito di cui si sta parlando. Scoperto nel 1997 e sondato dall’archeologo Bahattin Çelik della Società di storia turca, è stato datato tra il 9.500-9.000 a. C. Anche qui sono presenti un certo numero di pilastri a T, così come compaiono degli altorilievi di un serpente e altre sculture simili a quelle di Göbekli Tepe. Coprendo una superficie di 325.000 mq, Karahan Tepe è molto più grande di Göbekli Tepe ed è quindi il risultato di un progetto ancora più grandioso. Qui i pilastri di pietra sono distanziati ad 1,5 a 2,0 metri e sporgono appena dal terreno aspettando che una missione archeologica li porti del tutto alla luce e con essi riveli il mondo spirituale in essi codificato e rappresentato attraverso gli animali scolpiti.

Fig.10 – L’immagine di un recinto nella suggestione della luce notturna

Dopo questo inciso torniamo al sito oggetto delle nostre riflessioni. Le stime del peso del materiale lavorato che, antecedentemente abbiamo evidenziato per valorizzare l’importanza del lavoro eseguito, seguono un criterio prudenziale. Infatti, non tutte le pietre utilizzate e ancora sepolte sono tra loro, se pur in via di approssimazione, uguali. E’ stata, infatti, rinvenuta una pietra a forma di T, estratta solo a metà dalla cava posta a circa 1 km dal sito. Essa ha una lunghezza di circa 9 m. e una larghezza di 3 m. Era verosimilmente destinata al san
tuario, ma la sua rottura costrinse ad abbandonare il lavoro. Non speculiamo sulle possibilità di trasporto del pesantissimo manufatto in considerazione dell’epoca della sua escavazione, si tratta di conclusioni che lasciamo formulare direttamente al lettore di queste note.

Fig.11 – Gli artigiani di Gobekli Tepe sapevano scolpire ben più che altorilievi sui pilastri. Questa scultura, a tutto tondo, ben proporzionata ci dimostra la qualità delle maestranze che prestarono la loro opera alla realizzazione del santuario stellare. Della loro abilità siamo certi, sul significato delle loro realizzazioni possiamo solo congetturare

Fig.12 – I quattro recinti finora scavati mostrati in pianta. Si noti la posizione dei pilastri centrali la cui inclinazione differisce leggermente da un recinto all’altro. Ciò concreterebbe il risultato di un accurato lavoro di progettazione. La coppia dei pilastri registrerebbe il variare, nel corso di un migliaio d’anni di osservazione, della posizione di Deneb al tramonto

Diverse (e ipotetiche) le possibili funzioni cultuali della struttura. Un dato tuttavia emerge fra tutti, almeno se ci si basa sulla morfologia dei quattro recinti finora scavati. Essi, infatti, a un’analisi condotta da competenti ricercatori, il team dell’ing. Rodney Hale, che è specialista nella ricerca dei puntamenti astrali dei siti preistorici, mostrano di possedere un orientamento ben preciso. I due pilastri centrali dovrebbero essere stati posti in essere per inquadrare, a seconda del periodo di costruzione di ciascun recinto, la costellazione del Cigno e nello specifico la stella Deneb, che cominciò a “tramontare” in coincidenza della costruzione della prima struttura. Siccome intercorre un millennio complessivo tra le datazioni dei quattro manufatti (dal primo al quarto), ogni allineamento realizzato tra le due pietre, aderendo alla convincente ipotesi di Rodne Hale, appare lievemente “ruotato” rispetto al precedente. Lo scorrimento è di qualche grado rispetto al punto di estinzione della stella che lentamente si sposta all’orizzonte per effetto del lento moto precessionale nei cieli. 

Un esame un poco più dettagliato merita senz’altro la cosiddetta “pietra dell’avvoltoio” posta nel recinto D, numerata come Pilastro 43. Essa è stata così denominata perché tra i molti enigmatici bassorilievi si evidenzia quello di un bizzarro avvoltoio. Un’altra particolarità del recinto che circonda i due monoliti è costituito dalla presenza di una sorta di “pietra di mira”. Si tratta di una bassa pietra forata posta appena all’esterno del recinto che si suppone consentisse di osservare il passaggio di Deneb e di cui poi si vedrà la possibile relazione con il pilastro 43. 

Del resto il comportamento celeste di Deneb doveva davvero “ossessionare” le menti delle genti dell’epoca, al meno a quelle latitudini. Alludiamo ad altri edifici appartenenti al neolitico pre-ceramico (8800-8000 a.C.) individuati in una località nei pressi della moderna Diyarbakir, che sono identicamente allineati sulla linea di tramonto di questa stella, secondo le osservazioni compiute dal già citato Rodney Hale.

Fig.13 – Ricostruzione al computer del recinto D. Secondo una convincente ipotesi la pietra forata di sfondo sarebbe stata utilizzata per raccogliere la luce di Deneb al suo passaggio all’orizzonte, mentre l’intera costellazione del Cigno sarebbe stata inquadrata tra le due colonne. Il passaggio “attraverso le colonne” dei templi di costellazioni significative è ampiamente attestato per la costellazione di Orione. Il biblico Sansone abbatté le colonne del tempio dei Filistei e ciò rappresenterebbe una trasposizione di questo antico mitologema di Orione

Per quanto detto la sintassi composita che presiede lo straordinario racconto sotteso da questo complesso manufatto, che si è denominato recinto D, non è certo di agevole lettura pur se, in qualche modo, si sono stabilite certe relazioni peculiari con la stella Deneb. Due elementi specifici ci agevolano nella possibile interpretazione complessiva del manufatto e contribuiscono a fornire elementi verosimili in ordine ad un possibile inquadramento del sito in un orizzonte di ritualità sciamanica.

Vediamoli

Nella parte bassa del Pilastro 43 troviamo raffigurato un grande scorpione che occupa quasi integralmente il pannello inferiore, mentre nella parte superiore, tra altre raffigurazione di uccello, è presente lo strano avvoltoio che dona il nome alla stele e che tiene “zampe” e “ali” in posizione completamente innaturale da far pensare a un’impersonizzazione rituale. Inoltre, l’avvoltoio sembra quasi soppesare sulla sua ala una sfera. In questa sfera gli archeologi riconoscono la simbolizzazione di una testa umana, ricavando questa conclusione dalla presenza di una concezione assai diffusa nell’antico vicino Oriente antico, per la quale si riteneva che l’anima del defunto risiedesse nella testa (il “culto dei crani” comunque offre numerose testimonianze preistoriche).

Infatti, in epoche molto remote, ma comunque piuttosto vicine ai tempi nostri, celebri siti di questa regione del mondo, per es. Chatal Huyuk, hanno mostrato il ripetersi di questa iconografia, ovvero l’associazione tra avvoltoio e corpi senza testa e/o avvoltoi e teste. Inferire la presenza di questo motivo ad un’identica volontà rappresentativa, costantemente presente nell’orizzonte spirituale dei luoghi, non costituisce certamente un’illazione. 

Fig. 14 – Una delle composizioni su pilastro a più complesso contenuto simbolico. La proposta interpretativa nel nostro caso è limitata all’avvoltoio con la sfera (testa). Esso rappresenterebbe, per l’innaturale posizionamento delle ali, la costellazione del Cigno, mentre sotto la linea di cintura in basso sarebbe rappresentata la costellazione dello Scorpione.

In questo modo la pietra ci racconterebbe la modalità secondo la quale lo sciamano-avvoltoio si prenderebbe cura di questa testa-anima al fine di condurla in qualche luogo celeste. Si è detto (ed è facilmente verificabile) che il supposto sciamano-avvoltoio assuma nella raffigurazione una posizione assurda, quasi “clownesca”, tuttavia, a ben vedere, se si sovrap
pone l’immagine del cigno celeste con quella che compare sul pilastro 43, si può osservare che la forzatura posturale indotta nell’uccello non è affatto gratuita. Infatti, in questo modo si sovrappongono perfettamente i contorni dell’uccello con quelli della costellazione; qui la testa del volatile occupa la posizione di Deneb.

Per inciso non ci si stupisca dell’interfungibilità dei due animali. Come già detto all’inizio un uccello c’è sempre stato nel cielo a contrassegno della croce, i Greci, per quanto ne conosciamo, furono generici nel denominare questo raggruppamento di stelle chiamandolo semplicemente “uccello”, prima che Eratostene precisasse con quale voltatile dovesse identificarsi il raggruppamento stellare.

Questo consente di speculare, senza evidenti forzature logiche, circa l’eventualità che, a latitudini diverse, sia stato questo avvoltoio psicopompo a condurre l’anima verso questa costellazione circumpolare, visto anche il già ricordato contesto storico successivo che ne offre convincente dimostrazione.

Rimane da interpretare la presenza del grande Scorpione in basso e verificare se esso possa assumere una correlativa funzione astronomica.

Fig.15 – Atlante di Bode. Qui si può agevolmente osservare come proprio in coincidenza del cigno la via Lattea si biforca individuando un settore del cielo che per molti popoli della terra assunse per interi millenni pregnante significato mitologico.

Fig.16 – Quest’altra figura mostra la “grande fenditura del cigno” come appare visivamente ai tempi nostri in luoghi ragionevolmente bui.

Per far ciò ci serviamo di alcune osservazioni della coppia de Santillana/Von Dechend che, nel loro classico lavoro, avevano già compiuto un’illuminante disamina dell’insolita locuzione “madre-scorpione”, presente nelle tradizioni di molti popoli. Che lo Scorpione possa avere ricevuto attenzione mitologica in quanto “madre” è naturalisticamente assai poco comprensibile (la femmina di scorpione non ha nulla di particolarmente “materno”, anche se su ciò ci permettiamo di esprimere delle riserve), e per questo, almeno secondo la convincente interpretazione degli autori del “Mulino di Amleto” la spiegazione della bizzarra caratterizzazione andava ricondotta in ambito astronomico e quindi nel cielo che contemplavano i creatori di questa locuzione.

In astronomia accade che lo Scorpione incroci l’eclittica per nove giorni all’anno e allo stesso tempo si trova con Antares (una gigante rossa, “antiMarte”) all’estremità meridionale della Via Lattea. Così configuratasi la vicenda, si può assumere, in un’ottica appunto sciamanica, che questa collocazione indichi una via celeste che apra la possibilità di compiere alle anime un percorso “meridionale”, grazie all’intersezione dei due tracciati celesti che consentono un immaginifico “cambio di corsia”.

I Cherokee ci suggeriscono elementi sbalorditivi per appoggiare questa in terpretazione dell’iconografia presente del Pilastro 43. 

Leggiamo questa frase che riassume le loro convinzioni sul destino dell’anima post-mortem: ”Le anime dei morti sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea, la dove essa si biforca; essa indirizza i guerrieri lungo il sentiero fioco e difficile e le donne e coloro che muoiono di vecchiaia lungo il sentiero più luminoso e più facile. Le anime viaggiano dunque verso sud; alla fine del sentiero sono accolte dalla Stella degli Spiriti e la dimorano”. Giorgio de Santillana commenta a sua volta: “potremmo aggiungere in sordina: per un po’ di tempo”, oppure “e li si accampanoperché la stella degli Spiriti è Antares. Questa dea scorpione ha un corrispettivo in molte entità di pantheon arcaici.

Nello specifico, per citare i più noti, nel mondo ittita troviamo Ishara tamtin, ovvero Ishara del mare, mentre in Egitto v’è la precisa corrispondenza con la dea-scorpione egizia Selkis. Queste “dee-scorpione” sono immaginate abitare in fondo alla via Lattea, dove ricevono le anime dei morti e sono rappresentate nella circostanza come esseri multimammelle. Esse attendono al loro compito facendo poppare le anime dei bambini che hanno ripreso il cammino di ritorno (sul tema: G. De Santillana, Von Dechend: 1983, 353; Alfredo Cattabiani;1998, 184).

Fig.17 – Atlante di Bode La “stella spirito” Antares pressoché collocata sul pungiglione dello Scorpione, proprio nel punto in cui la grande fenditura del cielo si riunifica.

Rimarchiamo le localizzazioni del brano. Per primo si legge “Le anime sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea” e questa può tranquillamente identificarsi con Deneb che è posta sulla Via Lattea proprio la dove essa si biforca (ovvero la grande fenditura) per poi estendersi verso sud.

Qui giunti ci troviamo presso Antares, la coda dello Scorpione, dove, come detto, le anime sostano e/o si accampano. L’inizio del percorso fluviale quindi è situato presso la grande fenditura dei cieli, una sorta di vagina cosmica che gli Egizi verosimilmente rappresentarono precisamente in un’illustrazione che raffigura la dea del cielo Nut.

Fig.18 – L’interpretazione della stele 43 impone ulteriori comparazioni. La grotta Chauvet con i suoi straordinari affreschi può contribuire alla comprensione dell’intero miogramma. Per introdurci a quest’arte straordinaria osserviamo ciò che l’artista di allora (32.000 anni fa!) seppe realizzare. Esso, prescindendo dai contenuti, mostra il dominio completo del suo mezzo espressivo, indice di un’arte pienamente matura, che deve far supporre anche capacità mentali altrettanto complete. Ci domandiamo: Cezanne è forse la reincarnazione di questo “cavernicolo”?

Questa regione settentrionale è uno dei punti più misteriosi del cielo e, in forma di parentesi, vogliamo aggiungere che tale fenditura è stata collegata da Andrew Collins a una delle più impressionanti manifestazioni dell’arte rupestre europea, un affresco presente nella grotta Chauvet che, benché sia, allo stato, l’espressione più arcaica dell’immaginario preistorico (circa 32.000 anni fa), al contempo ci ha consegnato una delle manifestazioni stilisticamente più “evolute” dell’arte rupestre. Si tratta di un’immagine talmente complessa che è persino difficile darle un nome, ancorché si tratti di espressione figurativa. Mai come in questo caso vale la lezione del preistoricista A. Leroi Gourain, per il quale, gli animali che “animano” le grotte preistoriche, “non sono buoni da mangiare ma buoni per pensare”.

Fig.19 – Questa rappresentazione composita evidenzia una vulva. Dal bacino si dipartono due esili gambe che rappresenterebbero, secondo la proposta di A Collins, i bracci della galassia.

Fig 20 – Le corna del bisonte così collocate potrebbero raffigurare, secondo una consolidata interpretazione di Marjia Gimbutas, l’apparato interiore delle tube di Falloppio. Si noti l’evidente forma a bucranio dell’apparato genitale femminile. Di questi bucrani è cosparsa l’iconografia neolitica

Fig.21 – La medesima interpretazione proposta per la dea egizia Nut. Siamo consapevoli che queste indicazioni, in questa fase dell’esposizione possono apparire notevolmente congetturali, ci limitiamo qui a riferire osservazioni presentate da accreditati storici delle religioni.

Leggiamo, a commento dell’immagine, questo brano proposto da Graham Hancock: “Questa enigmatica figura è dipinta a carboncino su una sporgenza di roccia li
scia che fuoriesce dal soffitto del’’ultima galleria di Chauvet, quella più profonda, opportunamente chiamata Camera Finale. Piegata rigidamente in avanti all’altezza dell’addome, come se fosse in preda a fitte di dolore, la figura combina la testa cornuta, il torace e la gobba tipici di un bisonte, con gambe umane in posizione eretta e leggermente flessa, unitamente a un braccio e una mano indubbiamente umani con dita lunghe e penzolanti. Inoltre, sebbene sia già abbastanza strano, l’uomo bisonte di Chauvet appare ancora più bizzarro quando ci si abitua all’oscurità e ci si rende conto che la figura sembra cavalcare il fianco sinistro e il triangolo pubico prominente di una gigantesca femmina umana. Quest’ultima è dipinta senza testa: ma il braccio destro troncato, sembra essersi trasformato, per compensazione nella testa di un grande felino, forse un leone delle caverne…” (G. Hanckock: 2006, 75).

Di questa figura composita spicca la vulva che, se ricondotta alla possibile interpretazione paleo-astronomica suggerita da Andrew Collins, starebbe proprio a indicare un settore del cielo significativo per la sosta delle anime, interpretazione supportata dalla precisa, ma innaturale, forma delle esili gambe, che in realtà sembrano davvero confondersi con i bracci separati della galassia nel punto che si approssima alla grande fenditura. La commissione con l’utero sarebbe rappresentata dalla testa del giovane bovino, che si sovrappone al corpo, esso rappresenterebbe le tube di Falloppio, secondo una similitudine morfologica proposta già da tempo da Maria Gimbutas nel suo celebre classico Il linguaggio della dea e piuttosto condivisa dal mondo scientifico. 

Ciò del resto appare in perfetta concordanza con la “psicoastronomia” dei nativi nord americani che si è richiamata nelle pagine precedenti, e il punto dove viene condotta l’anima dopo l’uscita dal corpo. Un passo che forse val la pena de leggere ancora:” Le anime dei morti sono accolte da una stella all’estremità settentrionale della via Lattea, la dove essa si biforca…

Parentesi su Harran.

La torre di Harran è posta a circa 40 Km. da Gobekli Tepe. Essa è un luogo di osservazione astrale straordinario che in qualche modo richiama la costruzione cinese denominata Ming Tang (la sala di luce che è allo stesso tempo tempio e osservatorio astronomico). Si tratta di una costruzione posta in essere dai Sabei, un gruppo umano che per lungo tempo fu considerato
appartenere alla comunità dei “popoli del libro”. 

I Sabei oltre a essere grandi astronomi che “veneravano” i sette pianeti e i dodici segni dello Zodiaco, celebravano altresì i loro principali riti religiosi in onore di un’entità, non ben definita, che denominavano Mistero del Nord. Questi era considerato una sorta di causa prima della manifestazione proveniente da Dio stesso. Da questa sorta di nicchia di luce, prima creata, emanavano tutte le “esistenze cosmiche”, che da essa irraggiavano per poi divenire principi divini.

I Sabei assumevano il Nord come se questo fosse l’apice metafisico di una concezione gerarchica dell’universo astrale, verosimile copia dell’invisibile, e tale apice rappresentava la fonte di luce e potere, così come il luogo di ritorno delle anime dopo il passaggio terreno.

Esso è quindi anche la dimora splendente dei morti. Per questo la stella polare era considerata anche la loro kiblah, o direzione della preghiera, verso cui erano in grado di fissare l’attenzione alla Stella del Nord, o Stella polare (A. Collins: 2011,19).

Con ciò si vuole richiamare l’attenzione di chi legge sul carattere polare di alcuni edifici religiosi che si sono citati all’esordio di questo lavoro, per la precisione nella prima parte, per riflettere su una possibile continuità di culto.  

Dai Sabei però veniamo a conoscere un altro particolare assai importante che riguarda lo specifico legame che collega Deneb, quindi la costellazione del cigno, a un uccello (ricordiamo l’uccello sul palo del pozzo di Lascaux). Nel mese di settembre si celebrava appunto un rito in cui un sacerdote, entrando nel tabernacolo, rendeva omaggio a una “certa stella del nord”. Questa stella polare era considerata come il paradiso degli eletti e la dimora dei pii, dopo la morte. Con l’occasione veniva consumato un pasto rituale utilizzando pane e la carne di animali sacrificati (una pecora e una colomba) mentre un’altra colomba veniva liberata. Scrive J, North, a commento delle osservazioni sopra riportate, tratte da un articolo comparso su un quotidiano londinese (lo Standard): “l’associazione tra una stella del nord e un uccello, forse mal interpretata, potrebbe far pensare a un coinvolgimento di Deneb in questo rituale a quel tempo o in periodi più antichi” (J.North: pag. 689,690 nota 3).

Del resto la religione sabea sembrava costantemente volta al cielo e non c’è ragione per non ritenere che essa stessa ereditasse da un passato ancestrale questa lettura astrale della manifestazione divina. Riprendiamo un brano di H. Corbin già citato altrove perché in questa sintesi ci appare magnificamente espressa tutta la relazione dei Sabei con “l’alto dei cieli”, in quanto essi potrebbero essere sono coloro: “…che vedono il cielo non con gli occhi della carne, né con gli occhi del cielo, ma con gli occhi della propria visione interiore”.

Le forme architettoniche che discendono da questa impostazione sono conseguenti a questo assunto.

Tutta la templarità sabea si esprimeva in caratteristiche forme geometriche associando il tempio a un pianeta e, al pianeta, un angelo. In sintesi siamo di fronte ad angelofanie architettoniche espresse in forma geometrica, manifestazioni di potenze viventi su un altro piano di esistenza e rese presenti sul piano “umano”per mezzo di acconci siti e riti.

Di questi templi costruiti a immagine degli astri le testimonianze storiche conservano qualche preziosa traccia. Per enumerare le loro architetture ricordiamo che i Sabei avrebbero avuto templi a pianta circolare dedicati a ognuno dei cinque principi cosmologici supremi: Il Demiurgo, l’anima del mondo, la Materia eterna, lo Spazio e il Tempo.

I templi dei pianeti invece assumevano caratteristiche forme poligonali ed erano così ripartiti: Saturno era realizzato in forma esagonale, Giove triangolare, Marte veniva rappresentato da un rettangolo, il Sole da un quadrato; infine Venere si configurava come un triangolo iscritto in un quadrato e Mercurio un triangolo in un rettangolo, mentre la Luna era rappresentata da un ottagono (cfr. H. Corbin: 1983,17).

I tumuli (Long Barrow) di Wayland’s Smithy I, II e gli altri

Fig.22 – La pianta di Wayland’s Smithy . Si tratta di un tumulo arcaico (c.3800 a.C.) ma non dei più remoti. Esso è di dimensioni piuttosto modeste ( 50 metri di lunghezza), rispetto ad altri esemplari di medesima tipologia ma è ottimamente costruito e ben restaurato. Impressionante è la quantità di moti stellari che le sue strutture riescono a tenere sotto control lo. Il lato destro della pianta è puntato su Deneb, stella piuttosto stabile in relazione al punto di estinzione all’orizzonte dell’epoca. La camera funeraria cruciforme apre invece alle stelle del sud.

Non si può omettere, in questa veloce cavalcata attraverso i secoli, di spendere qualche pertinente parola sul tema delle relazioni stellari della costellazione del Cigno con la ritualità arcaica, soffermandoci, stavolta, sulla cultura dei tumuli. Fonte principale delle informazioni qui riferire sarà il lavoro del ricercatore inglese J. North e contenute nel suo lavoro dal titolo italiano piuttosto fuorviante “I misteri di Stonehenge”, derivato dall’originale, quasi altrettanto fuorviante e cioè “Stonehenge”.

Titoli entrambi ad effetto perché il celebre sito inglese non rappresenta certo l’oggetto focale delle speculazioni di North.

In queste pochi cenni ci si sofferma brevemente in un periodo della preistoria che ebbe nei manufatti megalitici l’espressione saliente, anche se questi non sono appannaggio privilegiato dell’Europa settentrionale.

Le funzioni di queste realizzazioni appaiono a carattere quasi esclusivamente funerario, in quanto, all’interno dei tumuli, sono stati ritrovati spesso i resti (parziali) di diversi individui, ivi intenzionalmente sepolti, come al contempo è evidente la relazione che mostrano queste edificazioni con alcuni degli asterismi su cui ci si è soffermati nelle pagine precedenti.

In effetti, questo è il carattere che più contraddistingue l’accuratissimo lavoro di ricerca di North, che ha individuato il carattere spiccatamente e finemente astronomico con il quale i tumuli furono costruiti che, oltre all’allineamento generale della struttura, erano in grado di far sapientemente penetrare la luce al loro interno in circostanze “calendariali” ben determinate.

Per conseguenza di quanto sopra descritto si può ipotizzare che la funzione funeraria si esplicasse in relazione a quella astronomica, intesa come orientazione e collegamento luminoso tra le “spoglie”, con alcuni (per loro) significativi astri del cielo.

Questo interesse all’apparenza spasmodico per le stelle copre un lungo periodo della preistoria megalitica che scorre dal V° millennio a.C. all’età del ferro (e anche oltre in alcune circostanze) e, in qualche modo, si salda con quanto si è detto in precedenza a proposito del paleolitico e con il mesolitico di Gobekli Tepe. 

Gli astri del cielo per una lunghissima epoca rimangono il tema costante di ogni realizzazione umana relativa al religioso. Pertanto, a proposito della coniugazione di queste cospirazioni umano-siderali, quanto mai pertinenti ci appaiono le parole che Stuart Piggeon formulò a proposito delle possibili funzioni che potessero assumere tali manufatti nell’orizzonte speculativo dell’umanità arcaica. Si tratta di considerazioni cui Michael Hoskin ha conferito una grande rilevanza, evidenziandole nella presentazione del suo libro: Stele e stelle. Le riproduciamo anche nella circostanza: ”Credo che non sia improprio considerare questi monumenti preistorici alla stessa maniera delle chiese della cristianità o delle moschee dell’Islam, con la differenza che sono scomparse completamente dalla nostra conoscenza le religioni che hanno prodotto queste testimonianze architettoniche” (Per inciso il libro citato propone un’ampia sintesi degli oltre 3.000 allineamenti di reperti monumentali neolitici -tombe e templi preistorici- censiti nel Mediterraneo).

Esse, d’altronde, si saldano perfettamente con quanto affermato da W. Maioli sullo stesso tema, dimostrando una continuità d’intenti che verosimilmente si è interrotta solo nel tardo periodo rinascimentale. Affianchiamo quindi le parole che il singolare paleorganolo ha rilasciato in un‘intervista, esse non suonano estranee al lettore che ci ha seguito fino a questo punto, tuttavia è bene ribadirle: “…Per questo motivo la grotta è la fonte dalla quale scaturisce l’universo, la bocca aperta degli dei cantori, la sede dei morti e dei suoni capaci di incantare. I Templi e le chiese, con la loro struttura sonora, ne sono un’imitazione” (dal sito di W. Maioli). 

Non può, infatti, sfuggire che molteplici chiese della cristianità osservano gli stessi criteri d’orientamento dei monumenti preistorici, quasi fossero espressioni di una continuazione nei millenni della medesima “ideologia”. L’esempio di San Tomé, riprodotto sinteticamente nella prima parte, n’è un esempio particolarmente eloquente e conferisce alle parole di Piggeon e Maioli un carattere di eloquente veridicità.

Sempre in via generalizzazione, evitando ogni pur necessario distinguo, si può constatare che questi tumuli di forma allungata hanno preceduto la fase delle realizzazioni circolari (Newgrange, Stonehenge, Brodgar, Avebury etc. comunque-essi stessi – affatto estranei a implicazioni “cignesche”) che sono monumenti noti anche al pubblico meno specializzato e di cui una parte cospicua si trova ospitato in terra albionica.

Da un punto di vista astronomico, diversamente dai monumenti circolari, che paiono più dedicati all’osservazione del sole e della luna, tali grandiosi manufatti sono sorprendentemente puntati sui più remoti astri del cielo (un’ideologia che ha quindi preceduto la fase solare solstizialeequinoziale, similarmente a quanto è accaduto in Egitto dove alla fase stellare è seguita quella solare) concretando la volontà di determinare questo orientamento nord-sud, con deposizioni secondarie, anch’esse significativamente allineate secondo la linea meridiana, mentre la testa appare volta ora all’est, ora all’ovest.

A questo proposito vogliamo incastonare in questa nostro discorso una illuminante osservazione della ricercatrice Chiara Nejrotti. Ella ricordava come nell’orizzonte di quel grande creatore di fiabe, non a caso fieramente anglosassone, quale è stato J.R.R, Tolkien, vi sia descritta una precisa cronologia delle età del mondo in relazione all’importanza degli astri conferita ai medesimi nella cultualità dell’umanità arcaica. Per conseguenza la luce solare e lunare illuminano il mondo successivo alla caduta, il mondo che conosciamo, mentre le stelle richiamano in noi la nostalgia per il paradiso perduto. Si rifletta sul fatto che desiderare deriva etimologicamente da de-sidera, ossia dalle stelle (Chiara Nejrotti: Antares, Prospettive antimoderne, n: 3, pag. 41). 

Il dato è sorprendente perché, tra il mesolitico e il primo neolitico, le comunità non paiono particolarmente interessate al Sole e alla Luna. Gli sforzi di questi gruppi umani si concentrano piuttosto nel costruire e nel manutenere, durante i secoli, se non i millenni, strutture assai impegnative la cui stessa sagoma esterna deriva dal contenere la forma entro i limiti di precisi traguardi stellari. Scrive Jonh North: “E’ stato riscontrato come gli esempi considerati in questo capitolo fossero diretti verso le stelle luminose, e ci sono poche prove che permettono di stabilire che a quel tempo si prestasse altrettanta attenzione al sole e alla luna. Esistono in altri luoghi delle tombe a camera con allineamenti solari, ma queste sono di epoca relativamente più recente: l’esempio più antico precedentemente menzionato, Newgrange in Irlanda, è di un secolo più recente di Beckhampton Road” (J. North: 1997, 176).

C’è da domandarsi: quali siano state le motivazioni speculative che spinsero le popolazioni dell’Inghilterra meridionale ad impegnarsi in maniera così totalizzante in un lavoro sicuramente estenuante che può richiamare lo sforzo compiuto in Europa all’epoca delle cattedrali, uno sforzo prolungatosi addirittura per millenni?

Risponde indirettamente J. North che, dopo aver ricostruito la davvero complessa geometria del tumulo di Wayland’s Smithy II, afferma:” …Se questa ricostruzione è plausibile, allora risulta chiaro che le credenze religiose giocavano un ruolo più importante delle osservazioni astronomiche” (J. North: 1997, 80, didascalia figura 16).

Conclusione basilare!

A dispetto quindi delle etichette pseudo razionaliste apparecchiate da molti specialisti della preistoria per spiegare funzionalmente la finalità di tali realizzazioni, qui si hanno concreti indizi che non ci si trova di fronte a una comunità che indirizza i suoi sforzi cultuali per finalità non utilitaristiche. Si esprime piuttosto la volontà di produrre significativi ancoraggi con il mondo celeste, individuando alcune stelle particolarmente significative, secondo un rapporto che ci è ben testimoniato anche nell’arcaico mondo greco, dove i grandi santuari sono stati progettati per essere orientati sulla levata eliaca di determinate stelle. 

Pertanto Olimpia era associata a Aldebaran, Sparta ai Gemelli. Delo alla Spiga della Vergine e l’elenco potrebbe proseguire. Tutto ciò, quindi, non appare affatto dissimile da ciò che era accaduto già millenni prima (sul tema cfr. J. Richer:1989, 8). Può affermarsi, quindi, conclusivamente che gli scopi di tutto ciò, appaiono quindi appartenere esclusivamente alla dimensione religiosa, qualsiasi contenuto voglia darsi al termine.

Ciò perché, con ogni verosimiglianza, si riteneva che senza un qualche collegamento animicospirituale con il “cielo”, la vita spirituale sulla terra si sarebbe spenta, (il che ci sembra un’idea affatto errata).

Fig. 23 – Le due fessure della tomba di Wayland’s Smithy permettono alla luce delle due stelle più brillanti della costellazione della Croce del Sud di entrare nella tomba che appare così mirabilmente e congiuntamente ancorata con la luce della stella più settentrionale e con quella delle stelle più meridionali.

La luce stellare era mirata da operatori sacrali, che sono da reputare altamente specializzati nell’osservazione dei movimenti celesti, sacerdoti astronomi che si ponevano in fossati scavati accanto ai tumuli per individuare i corretti traguardi di puntamento da cui derivavano i limiti della sagoma delle loro “navi celesti”. i tumuli erano quindi realizzati, per contenere la forma esterna della costruzione entro precisi reticoli luminosi traguardati pazientemente da
terra, Queste linee guida erano individuate attraverso l’osservazione di momenti specifici del moto della stella (alla sua levata o al suo tramonto ad es.) coniugando l’occhio dell’osservatore con essa, costituendo così la dima, entro cui contenere il tumulo.

Correlativamente si stabiliva un’altra relazione, stavolta con l’interno del tumulo. Nella struttura si progettavano gli ingressi della luce di alcuni specifici astri, realizzando accuratissime fessure nella costruzione. Queste aperture, che erano poste in essere con singolare precisione e magistrale perizia da questo quasi ignoto “popolo delle stelle”, completavano una complessa macchina funeraria (o rituaria in senso lato) di cui riusciamo a intravedere solo pochi incerti elementi che comunque ci riempiono di meravigliato stupore.

Gli studi e le misurazioni accuratissime di North e di altri ricercatori succedutesi nel tempo, hanno comunque conferito a queste testimonianze litiche un significato certo (tra i molti altri ancora da decrittare) stabilendo una relazione tra i corpi dei morti e le fessure delle pietre di costruzione che, in un’ottica di lettura religiosa dei manufatti, ha permesso di affermare: “….se le linee di cui abbiamo parlato erano delle visuali e non solo una teorizzazione: i raggi raggiungevano i corpi dei morti, che ormai non avevano più la facoltà della vista. La pietra massiccia serviva a sigillare ciò che era contenuto nella tomba, ma non segnava la fine della sua funzione rituale” (J. North:1997,109).  

Fig.24 – In questa immagine si evidenzia la Croce del Sud invisibile odiernamente alle nostre latitudini. Nella costruzione si rendeva possibile la compresenza delle due croci del cielo

Si deve supporre, infatti, che la “Tomba”, intesa come sepolcro, costituiva solo una parte degli scopi del tumulo. Esso doveva essere considerato un edificio indipendente con una funzione più ampia di quella funeraria (cfr. J. North: 1997,61). Affermazione che viene data quasi per scontata nei tumuli inglesi ma che, se applicata alle piramidi, scuote l’indignazione degli egittologi.

Il trapasso dall’ancoraggio dei tumuli dalle “Imperiture” (e altre stelle comunque significative), ai due luminari del cielo, sembra intervenuto dopo che alcune circumpolari d’osservazione caddero sotto l’orizzonte o, magari, per altre circostanze di cui possiamo fare solo delle supposizioni. In altre parole il mutamento rivoluzionario si verificò quando alcune stelle… “morirono”. Deneb, e la correlativa costellazione, costituivano una singolarità. L’elevato numero di tumuli che alla luce di questa stella facevano riferimento ne è evidente dimostrazione. Come scrive North: “Sarà solo brevemente fatto notare, in relazione all’architettura funeraria, che una linea approssimata nord- sud era associata al corso della stella Deneb…” (J.North: 1997,42). 

Deneb, infatti, doveva costituire un oggetto privilegiato per offrire un aggancio alla sfera celeste alle anime come si è tentato di suggerire nelle precedenti osservazioni. Se questa stella da tempo (10.000 circa) non poteva reclamare il suo ruolo di polo celeste, tuttavia il suo comportamento era tutt’ora in qualche modo “polare” perché fissava stabilente la direzione del Nord, rimanendo costante nei millenni la sua posizione al tramonto.

Per dare solamente un’idea di quanto apparisse immobile la stella nel suo estinguersi all’orizzonte, basti dire che nel 4.200 a.C. la sua declinazione (distanza angolare) dall’equatore celeste era quasi di 37° e mantenne questa posizione pressoché immutata per millenni, variando di pochi decimi di grado in un largo lasso temporale, per infine discostarsene di una quantità apprezzabile solo nel 200 a.C. (a 39°). Ciò accadde quando gli ideatori della cultura dei tumuli non esistevano più. La stabilità di questa stella e della relativa costellazione consente di supporre che i rituali ad essa connessi, fossero praticati per diversi millenni da gruppi umani piuttosto consistenti, anche nella considerazione Wayland’s Smithy si trova in prossimità di centri che furono sede di un’intensa e costante attività umana. Il folclore locale, che ci preserva l’essenza della dottrina, pur a distanza di millenni, è in grado di evocare la persistenza di questi eventi nella memoria delle genti mantenendoli relativamente integri.

Così un’associazione diretta tra i cigni e la trasmigrazione delle anime verso nord può essere rinvenuta dalla tradizione della popolazione delle Isole scozzesi occidentali che considerava i cigni urlatori (ma anche le oche selvatiche), che ogni primavera dall’Irlanda migravano verso nord nelle loro terre d’origine, come trasportatori delle anime dei morti verso il paradiso iperboreo.

Il nord è quindi la direzione del cigno, nella sua funzione di uccello psicopompo, che conduce le anime verso il compimento del loro destino ultraterreno.

Per questo il cigno rappresentava per questi popoli settentrionali l’emblema congiunto del polo celeste (inteso come costellazione che comunque partecipa delle virtù della polarità anche in epoca successiva alla sua dislocazione strettamente polare) e del viaggio celeste dell’anima in un paradiso comunque “reversibile” (quello che abbiamo indicato in precedenza come sid), dal quale provenivano i messaggeri celesti.

In questo contesto si inserisce il tumulo di Wayland’s Smithy di cui si è accennato in precedenza), uno dei monumenti meno appariscenti ma meglio conservati dell’originaria cultura dei tumuli del Wessex, che fa parte di una sorta di gotha di tumuli che furono costruiti e mantenuti per lo scopo che si è precedentemente precisato. Il puntamento su Deneb coinvolge altre strutture come già detto. Scrive North a proposito dei tumuli gemelli di Skendleby 1 e 2:”Questi tumuli gemelli ci comunicano un insegnamento oggettivo sull’importanza della precisione, che può essere illustrata meglio dal fatto che, mentre i tumuli differiscono nella loro direzione di soli pochi gradi e hanno le stesse forme e dimensioni, la stella Deneb era implicata nel progetto dell’uno ma non dell’altro”(J. North: 1997, 137).

Il tumulo di Wayland’s Smithy, da cui siamo partiti, ci offre un esempio di come furono messe in atto queste concezioni “primitive” (ma perfettamente persistenti anche nelle religioni evolute) circa il dinamico destino del viaggio dell’anima nell’aldilà. Come appena detto esso è concepito con grande precisione facendo in modo che, in maniera del tutto magistrale, esso possa imbrigliare la luce delle stelle di entrambi gli emisferi, il boreale e l’australe. In ordine al funzionamento di questa macchina stellare, si può osservare che per quanto riguarda l’emisfero boreale, essa appare stabilmente ancorata a Deneb, attraverso l’allineamento di tre pilastri della struttura del tumulo, mentre, per quello australe, i pertugi litici permettevano il passaggio della luce delle stelle più luminose della Croce del Sud, vera controparte simbolica dell’allineamento boreale. Queste stelle sono poste all’estremo opposto della galassia, ed erano visibili all’epoca nel sud della Gran Bretagna.

Forse questi asterismi e tutti gli altri che il sito tiene sotto controllo formano un sistema di riferimenti in direzione di due diverse collocazioni delle anime, come singolarmente si verificava anche presso gli Inca.

Infatti, benché essi alle loro latitudini non vedessero affatto le stelle dell’emisfero boreale, nutrivano grande devozione per il nord celeste e nello specifico per la costellazione del Cigno, immaginando che vi fosse l’alternativa per le anime di raggiungere due luoghi attraverso due passaggi diversi (quasi una “ricollocazione” stile porfiriano- delle due porte celesti) di cui una situata una all’estremo nord e l’altra all’estremo sud, in coincidenza delle due fessure cosmiche settentrionali e meridionali.

Scrive North, nella sua sintesi sulla rete di allineamenti stellari individuati dal tumulo di Wayland’s’Smithy di cui abbiamo selezionato solo una parte:

Se si considera l’importanza di Deneb, possiamo azzardare la supposizione che fosse connessa al fatto che nessun’altra stella più brillante di lei sorgeva e tramontava più vicino al punto più settentrionale dell’orizzonte. Allo stesso modo nessun’altra stella più luminosa di Alpha Crucis (cioè la stella più luminosa della Croce del Sud), sorgeva e tramontava più vicina al punto più meridionale dell’orizzonte fino a quando smise definitivamente di sorgere nel cielo di Wayland’s Smithy”. (J. North:1997 691, nota 6)

Questo elemento, puramente astronomico, riceve un importante contributo chiarificatore se relazionato al patrimonio etnografico locale sviluppato intorno al tema del cigno. Per ragioni di spazio, saltiamo subito alla sintesi di un lungo racconto folklorico proposta da A. Collins e che riguarda le vicende connesse all’edificazione del luogo. Il protagonista di tale racconto è un fabbro mitico (i fabbri sono anche sciamani), singolare ladro rituale di piume di cigno. Ecco quindi in che cosa si ravvisi l’essenza della vicenda:”Quindi la connessione fra Wayland (o Voland il fabbro mitico ndr) e Wayland’s Smithy costruito circa 4000 anni prima dell’arrivo degli anglosassoni, esemplifica la relazione tra le fanciulle-cigno e il volo magico e suggerisce che l’allineamento del sito verso Deneb fosse indicativo di riti sciamanici durante l’era neolitica.” (A. Collins 2011:146-147).

A seguito di ciò è necessario richiamare il tema di questo paradiso e dei suoi messaggeri in una sintesi che unisce, in maniera coerente, Miranda, la protagonista di Picnic ad Hanging Rock, i tumuli inglesi con i loro allineamenti “paradisiaci” e infine il tema celtico del sid, e questo sarà il tema della successiva sezione in cui è diviso questo intervento.

Si tratta di un complesso di idee di fortissima pregnanza che trovano il punto di giunzione tra Paleolitico e Neolitico in alcuni tumuli mesolitici, quali la tomba posta nel cimitero neolitico di Bogebakken a Vedbaeck in Danimarca. Qui i corpi di una giovane donna e di un neonato sono sepolti con un orientamento secondo l’asse nord-sud e sono avvolti da una possente ala di cigno esplicando così il volatile un’evidente funzione di psicopompo.

Uno specialista dell’archeologia danese, Steven Mithen scrive: “Fra le popolazioni Saami dell’Europa settentrionale del XIX secolo, i cigni e gli uccelli selvatici erano i messaggeri degli dei. Essi, dopo tutto, potevano camminare sulla terra, nuotare nell’acqua e volare nel cielo- perfettamente capaci di muoversi tra mondi differenti. Forse le popolazioni del mesolitico riverivano i loro cigni nello stesso modo lasciando che uno di loro accompagnasse quel povero bambino nell’ultramondo dove poteva vivere la vita negatagli sulla Terra” (A. Collins: 2011, 141).

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(Articolo di Antonio Bonifacio tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_29_2013_a5.pdf)

Indirizzo internet: http://www.simmetria.org/
 

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