I GIGANTI NELLA BIBBIA… E NON SOLO

I Nephilim (esseri giganteschi) descritti nel libro della Genesi

 

La storiografia antica di tutto il mondo è piena di leggende e racconti in cui si narra l’esistenza dei Giganti.
Non esiste un solo Paese la cui cultura antica non li menzioni. Lungo le coste del bacino del Mediterraneo, nel cuore dell’America del Nord e del Sud, nel Tibet, in Oceania, e persino tra gli eschimesi, in tutti questi luoghi così lontani i giganti sembrano aver lasciato traccia della loro esistenza.
La mitologia e la genesi sulla loro origine è molto varia, e presenta spesso enormi differenze. Tra tutte le antiche tradizioni in cui vengono citati questi giganteschi esseri quella ebraica, attraverso il testo biblico, presenta sicuramente la più grande e densa raccolta scritta che sia arrivata fino ai nostri giorni.
Il testo biblico infatti, come si sa, è pieno di importanti e dettagliati riferimenti che riguardano antiche e potentissime popolazioni di “giganti”.
All’interno del Pentateuco vengono narrati in maniera dettagliata alcuni straordinari eventi che coinvolsero il popolo ebraico e antichissime tribù (alcuni addirittura reduci dall’era antidiluviana) dalla statura colossale, com’è il caso degli Amorrei, gli Emim, dei Refaim, gli Anakim e gli Zamzummim.
Ma procediamo con ordine.

Il racconto più noto si trova sicuramente nel libro della Genesi (Genesi 6:1-4) in cui viene narrata la storia dei “Nephilim”, i giganti che abitarono la Terra in un tempo parallelo al famoso evento in cui i “bənê hāʼĕlōhîm” (i figli di Dio) decisero di scendere sulla Terra per accoppiarsi con le donne terrestri, generando quelli che venivano definiti uomini “famosi”, ovvero gli eroi dell’antichità (anche se, ad onor del vero, esistono tante diverse interpretazioni sul significato effettivo del termine ebraico “Nephilim” poiché espressioni simili sono ricorrenti nella Bibbia dove ad esempio viene utilizzata anche per definire i “caduti” o gli “aborti”. In questo senso però la natura di “angeli decaduti” attribuita ai Nephilim coinciderebbe con il senso degli altri significati appunto di “caduti” o di “aborti”, ad indicare cioè un errore o una disobbedienza rispetto al progetto della Creazione così come Dio lo aveva pensato).
Di riferimenti ai “giganti” dunque nella Bibbia ce ne sono tanti, e riguardano eventi che si verificarono nel corso di svariati millenni, partendo addirittura dall’era antidiluviana (precedente cioè al 12.000 a.C.) fino ad arrivare alla conquista della “terra promessa” da parte degli eserciti degli Israeliti.

Gli esploratori israeliti inviati nella terra degli Anakiti (da notare i frutti enormi ritratti nell’immagine e che nascevano all’epoca in quei luoghi)

Uno di questi passi dalla notevole valenza si trova nel Libro dei Numeri (Nm 13:32-33) in cui si racconta che dodici spie furono inviate da Mosè per esplorare il Paese di Canaan e, di ritorno dal viaggio esplorativo, queste spiegarono così ciò che videro:
“Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese che divora i suoi abitanti; tutta la gente che vi abbiamo vista è gente di alta statura; e vi abbiamo visto i giganti, figli di Anac, della razza dei giganti. Di fronte a loro ci pareva di essere cavallette; e tali sembravamo a loro”.

Il Libro dei Giudici (Gc 1, 10) così riporta: “Giuda marciò contro i Cananei che abitavano a Ebron, che prima si chiamava Kiriat-Arba, e sconfisse Sesai, Achiman e Talmai”. Riportiamo questo passo perché Arba è il nome del padre dei giganti: gli Enachim. Su ordine di Dio gli Anachiti sono sfidati e sterminati dal popolo di Israele per mano di Giosuè: “In quel tempo, Giosuè si mosse per eliminare gli Anachiti dalle montagne, da Hébron, da Dabir e da Anab, da tutte le montagne di Giuda e da tutte le montagne di Israele; Giosuè li votò allo sterminio con le loro città. Non rimase un Anachita nel paese dei figli di Israele; solo ne rimasero a Gaza, a Gat e ad Asdod”(Giosuè 11, 21-22).
Come i Refaïm, gli Emim erano una terribile razza di giganti, e li troviamo anche in Genesi (Gen 14, 5) e Deuteronomio (Dt 2, 10).
Fu nella Septuaginta, cioè la traduzione greca dell’Antico Testamento, chiamata anche “Bibbia dei Settanta”, che la parola ebraica “Emim” venne tradotta con “Gigas” (giganti) e “Titanes”
 (titani).

Va fatto notare inoltre che i giganti citati nei libri della Bibbia diversi dalla Genesi non sono discendenti appunto di quelli citati nel libro stesso, al capitolo 7 versetto 8. Si tratta invece di appartenenti a popoli diversi che abitarono in epoca antica la Palestina, come ad esempio i Refaïm. Questi erano abitanti della Palestina in epoca antidiluviana, tra quelli che Kedorlaomer vinse:
“Nell’anno quattordicesimo arrivarono Chedorlaomer e i re che erano con lui e sconfissero i Refaim ad Astarot-Karnaim…” (Genesi 14, 5). Si trattava di esseri di grande statura: “Anche questo Paese era reputato Paese di Refaim: prima vi abitavano i Refaim e gli Ammoniti li chiamavano Zanzummim: popolo grande, numeroso, alto di statura come gli Anakiti…” (Deuteronomio 2, 20 – 21). Nel Salmo 88 (87), 11, il nome è reso con «defunto» e si applica forse agli antichi abitanti del Paese, morti da molto tempo. Sono designati nella Bibbia anche come il popolo degli Emim: “Prima vi abitavano gli Emim: popolo grande, numeroso, alto di statura come gli Anakiti” (Deuteronomio 2, 10) e gli Zamzummin.

La Bibbia attribuisce parecchi discendenti al popolo dei Refa’im. Uno di loro veniva chiamato “Jesbi-Benob”, e possedeva una lancia molto pesante: “I Filistei mossero di nuovo guerra ad Israele e Davide scese con i suoi sudditi a combattere contro i Filistei. Davide era stanco e Isbi-Benòb, uno dei figli di Rafa, che aveva una lancia del peso di trecento sicli di rame ed era cinto di una spada nuova, manifestò il proposito di uccidere Davide…” (2 Samuele 21, 15-16).

Il gigante Golia provoca il giovane Davide

Il primo Libro delle Cronache (1 Cr 20, 5), descrive un’altra lancia molto grande: “Ci fu un’altra guerra con i Filistei, nella quale Elcanan figlio di Iair uccise Lacmi, fratello di Golia, di Gat, l’asta della cui lancia era come un subbio di tessitore”, e poi: “Dall’accampamento dei Filistei uscì un campione, chiamato Golia di Gat; era alto sei cubiti e un palmo. Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo. Portava alle gambe schinieri di bronzo e un giavellotto di bronzo tra le spalle. L’asta della sua lancia era come un subbio di tessitori e la lama dell’asta pesava seicento sicli di ferro; davanti a lui avanzava il suo scudiero” (1 Samuele 17, 4-7).
Tradotto in misure attuali, il gigante Golia misurava 3,12 metri, la sua corazza pesava tra 55 e 80 kg. e le punte della sua lancia tra 6,6 e 9,6 chili.

Il testo biblico ci parla anche di un altro gigante, Saf, un discendente di Rafa: “Dopo, ci fu un’altra battaglia contro i Filistei, a Gob; allora Sibbecài il Cusatita uccise Saf, uno dei figli di Rafa” (2 Samuele 21, 18). Alcuni commentatori avanzano l’idea che gli Anachiti ed i Refaim discendessero dalla stessa razza di giganti i cui superstiti avrebbero potuto mescolarsi con l’ultima razza di giganti presenti ai tempi della Bibbia, ovvero i Filistei.

Illustrazione del letto di Og

L’Antico Testamento descrive anche un gigante che aveva sei dita per mano e per piede: “Ci fu un’altra battaglia a Gat, dove si trovò un uomo di grande statura, che aveva sei dita per mano e per piede, in tutto ventiquattro dita: anch’egli era nato a Rafa” (2 Samuele 21, 20).
Lo stesso passaggio è poi ripreso in 1 Cronache 20, 6. Il Re Og di Bašan, uno dei re degli Amorrei: “Perché Og, re di Bašan, era rimasto l’unico superstite dei Refaim. Ecco, il suo letto, un letto di ferro… è lungo nove cubiti secondo il cubito di un uomo” (Deuteronomio 3, 11). 
Egli avrebbe fatto parte dei re vinti, il cui territorio sarebbe stato occupato successivamente dai figli d’Israele (Giosuè 12, 4).

La letteratura rabbinica, stando alla “Jewish Encyclopedia”, riporta che Og non morì durante il Diluvio (Talmud di Babilonia, tratto da Niddah p. 61 foglio a). Le acque bagnarono solamente le sue caviglie (Midrash Petirat Mosheh I-128, in Jellinek, “B. H.” II).
Un’altra tradizione talmudica spiega che egli fuggì in Palestina, dove non vi fu nessun Diluvio (Rashi to Niddah, ad loc.). Secondo una terza leggenda, Og sfugge al Diluvio seduto sul gradino di una scala all’esterno dell’Arca. Avendo promesso a Noè e ai suoi figli di divenire il loro schiavo, egli ricevette ogni giorno del cibo per un buco fatto nell’Arca (Pirqe Rabbi Eliezer XXIII).
Il giudaismo, più precisamente il Talmud e la Torah, spiegano che i giganti sono rappresentati da Si‘hon e Og.
Essi erano due fratelli, figli di A‘hia, il cui padre, Cham‘hazaï era un «angelo decaduto» (Nidda 61a), e la madre la donna di ‘Ham (Yalqout reouvéni sur Berèchith 7, 7).
Og era nato prima del Diluvio ed era stato salvato da Noè sulla sua promessa che lui e i suoi discendenti sarebbero per sempre rimasti i suoi schiavi (Pirkei de-rabbi Eliézèr 23).

Altri riferimenti importanti sparsi per il testo biblico si possono trovare in Amos 2,9, dove vengono descritti titani di oltre 3 metri di statura (1 Samuele 17:4), alti 2.50 metri (1 Cronache 11:23) o intere popolazioni dalla statura colossale come in (Deuteronomio 9:1-2).
Impossibile dunque credere che la presenza di questi esseri giganteschi nel testo biblico sia solo frutto di leggende mitologiche, di allegorie, da non mescolare con antichi eventi storici realmente accaduti in una lontanissima epoca.
Pochi però sanno che la tradizione ebraica custodisce testi in cui si riportano diverse interpretazioni sulla genesi stessa di alcuni di questi antichi esseri dall’aspetto gigantesco.
Nel Tanach e nel Talmud si parla ad esempio di frutti e esseri giganteschi, che la tradizione attribuisce a opere “umane”.

Davide espone vittorioso la testa del gigante Goliath

Nel Tanach, i giganti guerrieri alti oltre tre metri come i già citati Og Re di Bašan (vissuto nell’era antidiluviana) e Ğoliyāț, il noto campione dei Filistei (famoso soprattutto per aver affrontato Davide) vengono definiti in ebraico “yelide harefaim” (i “nati dai medici”): Refa’im, vocalizzato anche come Rofim, significa appunto “medici”.
In alcuni passi vengono definiti anche come “yelide harafa” (i “nati dal gemello”).
Ci sono molte interpretazioni e tradizioni diverse sulla natura di questi giganteschi guerrieri.
Per molti esegeti del testo biblico, il gigante Ğoliyāț fu una creatura “ricostruita nei suoi organi” grazie alla lavorazione e combinazione di diversi tipi di “semi”. Semi che erano concepiti come la parte più piccola che conteneva informazioni per poter sviluppare animali e vegetali (potremmo dire il nostro moderno Dna).
Secondo altre interpretazioni, questi giganti erano stati assemblati con organi prelevati da altri esseri umani o animali.
A tal proposito, in alcuni specifici capitoli del Talmud, come nel caso del trattato “Sotah”, si legge un’altra versione, più vicina alla concezione moderna di ingegneria genetica.
Si parla di una “spirale” o “catena” ricostruita dal popolo dei Rofim/Refa’im, ovvero i “medici” appartenuti all’era antidiluviana.
Questi “medici” esperti nella lavorazione di tessuti biologici e di un qualche tipo di manipolazione genetica, selezionarono da cento uomini cento diversi tipi di semi (scegliendone i migliori) e uno di tipo animale, che servirono a donare la forza militare necessaria alla costruzione guerriera che ne veniva fuori.
Questi semi furono poi fecondati in un ovulo e successivamente impiantato in una sorta di “madre”.
Questa “madre”, definita “Harafa”, molto probabilmente non era tecnicamente nemmeno una vera madre (ovvero una madre umana biologica), poiché era descritta come la “madre” di tutti i giganti.

Il gigante Og si aggrappa alla tevah per sopravvivere al mabul

Il gigantesco Og re di Bašan invece, come riporta la “Haggadah”, fu addirittura una “costruzione” dell’epoca antidiluviana.
In un capitolo del Tanach in cui si narrano le vicende che si susseguirono durante il diluvio, venne messo per iscritto che Og si aggrappò alla “Tevah” (una parte dell’arca di Noah) per sopravvivere al “Mabul”.
Per la tradizione ebraica, il Mabul non era il classico diluvio d’acqua come viene generalmente narrato nella Bibbia, ma fu un evento globale causato dalla caduta di due meteoriti che impattarono sulla crosta terrestre. Tutto ciò causò grandissime eruzioni vulcaniche al punto tale da oscurare completamene l’atmosfera terrestre fino a non permettere nemmeno ai raggi del sole di penetrarvi.
Visto il completo oscuramento dell’atmosfera terrestre, Noah per sapere se era giorno o notte dentro l’arca avrebbe usato, secondo la tradizione, un qualche oggetto tecnologico frutto dell’era antidiluviana.

PER QUALI CAUSE I GIGANTI SCOMPARVERO DALLA TERRA?

Nel famoso magazine francese de “Le monde de l’inconnu” (n° 278 del novembre 1999), il ricercatore Jean-Philippe Camus ci dà una spiegazione inedita e alquanto particolare di questo avvenimento. Egli riferisce che nel libro biblico di Baruc (contenuto nella Bibbia greca dei Settanta e anche in quella canonica cattolica), al capitolo 3° c’è uno stupefacente quadro che descrive una civiltà ancestrale che si stanziò sulla Terra in un tempo riconducibile all'”età dell’oro”.
L’umanità avrebbe avuto quindi inizio da una particolare razza di “giganti” dalle doti sensazionali, evoluta intellettualmente, artisticamente e psichicamente, capace di controllare attraverso una misteriosa forma di telecinesi gli uccelli, e più in generale tutti gli animali presenti sulla Terra.
Dio però decise di punirli per la loro cattiva condotta e ne causò il completo annientamento, sostituendoli successivamente con l’attuale umanità. Baruc descrive quindi un’antichissima civiltà globale, ma non ci dà alcuna indicazione sul paese d’origine di questa particolare genìa di giganti altamente civilizzati. Qui di seguito il brano (Baruc 3,16-28):
«Dove sono i capi delle nazioni, quelli che dominano le belve che sono sulla terra? Coloro che si divertono con gli uccelli del cielo, quelli che ammassano argento e oro, in cui confidano gli uomini, e non pongono fine ai loro possessi? Coloro che lavorano l’argento e lo cesellano senza rivelare il segreto dei loro lavori? Sono scomparsi, sono scesi negli inferi e altri hanno preso il loro posto. Nuove generazioni hanno visto la luce e sono venute ad abitare il paese, ma non hanno conosciuto la via della sapienza, non hanno appreso i suoi sentieri; neppure i loro figli l’hanno raggiunta, anzi, si sono allontanati dalla sua via. Non se n’è sentito parlare in Canaan, non si è vista in Teman. I figli di Agar, che cercano sapienza terrena, i mercanti di Merra e di Teman, i narratori di favole, i ricercatori dell’intelligenza non hanno conosciuto la via della sapienza, non si son ricordati dei suoi sentieri. Israele, quanto è grande la casa di Dio, quanto è vasto il luogo del suo dominio! È grande e non ha fine, è alto e non ha misura! Là nacquero i famosi giganti dei tempi antichi, alti di statura, esperti nella guerra; ma Dio non scelse costoro e non diede loro la via della sapienza: perirono perché non ebbero saggezza, perirono per la loro insipienza”.

* * *

Questo per quanto attiene i dati scritturistici biblici e della tradizione ebraica, che riportano indirettamente racconti di popoli, giganti e processi che potrebbero appunto confermare l’ipotesi del popolamento della Terra da parte di esseri dall’altezza fuori dalla norma.

Ma di questi esseri è rimasta una qualche traccia materiale che non sia stata consumata dal trascorrere del tempo, di un’epoca poi così remota e lontana da noi? Sì, potremmo dire, stando alle cronache storiche e a veri e propri ritrovamenti di scheletri giganteschi un po’ in tutto il mondo.

Per finire con le ipotesi, potremmo dire che la stessa mole e difficoltà costruttiva di molti siti antichi presenti sul pianeta (si pensi alle piramidi egizie e mesoamericane o a moltissimi luoghi che presentano mura megalitiche, o megaliti come quelli di Baalbek in Libano) sono di dimensioni spropositate per l’altezza degli uomini dell’epoca (che, ricordiamolo, erano in media molto più bassi di noi oggi, arrivando al massimo a 1,40 metri), e quindi richiamerebbero indirettamente alla necessità che siano state costruite e fruite da “uomini” molto più grandi di noi.

Fece scalpore, ad esempio, il ritrovamento nei pressi del castello di Chaumont in Francia, dove già si parlava della presenza di un “campo del gigante”, nel 1613 di un’enorme tomba contenente i resti di un corpo umano alto 25,5 piedi e largo 10 piedi alle spalle (un piede corrisponde a 30,48 cm, dunque era alto 7,77 metri e largo alle spalle 3 metri). La tomba riportava l’iscrizione “Theutobochus Rex” (dunque si trattava del re Teutoboco dei Teutoni e dei Cimbri dello Jutland).

Sempre in riferimento a sovrani di epoca medievale, va menzionato sicuramente il fatto che l’imperatore franco Carlo Magno era un gigante, alto 8 piedi (cioè 2 metri e 43 centimetri). Un certo Eginhard, che lo conosceva bene, si limitò a dire – riportano le fonti – che era “di una taglia elevata, senza niente di eccessivo: 7 piedi”. Doveva inoltre avere un buon piede, poiché è sulla sua misura che viene definita l´unità di misura del «piede del re»: 32,5 cm! Ecco ciò che ha scritto, nel XVI secolo, Jehan de Bourdigné nelle sue “Chroniques d´Anjou et du Maine”: “La sua statura era alta otto piedi, ed aveva le spalle larghe, e i reni ben incrociati, il ventre di buona grandezza (…). La sua faccia era lunga un palmo e mezzo, e la sua barba avanzava di un palmo sotto il mento, e aveva la fronte della larghezza di un piede, e gli occhi aspri come un leone, scintillanti e rossi come carboni vivi e ardenti (…). E il suo sguardo era tale che non v´era uomo tanto sicuro che non provasse molto spavento e timore quando lui lo guardava nel suo furore (…). Al pasto, era un piccolo consumatore di pane, ma mangiava molta carne, perché divorava un quarto di pecora, o due polli, o un´oca, una spalla o una gamba di maiale, o un pavone, o una gru, o una lepre (…). Egli aveva una potenza tale che con un sol colpo di spada trapassava il cavallo e il cavaliere (…); apriva quattro ferri di cavallo forgiati di fresco, allargandoli con le due mani. Alzava da terra sul palmo della mano un cavaliere tutto armato, e lo sollevava fin sopra il suo capo”. Si racconta che Carlo Magno avrebbe conosciuto un gigante, Jan den Houtkapper, fiammingo biondo dagli occhi blu, dotato di forza erculea, che era molto abile nei mestieri di tessitore, di taglialegna e calzolaio. Le sue grandi competenze in quest´ultimo mestiere fecero sì che Carlo Magno andasse a Steinfort. Jan den Houtkapper gli fabbricò un paio di scarpe così solide e ben fatte che resistevano ancora 4 anni dopo, quando l´imperatore guerreggiava in Spagna contro i Mori. In testimonianza della sua riconoscenza, Carlomagno inviò a Steinfort suo nipote Roland per offrire a Jan den Houtkapper una corazza, un elmo e una spada larga come 2 mani e lunga 5 cubiti. Vent´anni più tardi, dopo la morte dell´imperatore, i Normanni invasero la regione saccheggiando tutto al loro passaggio. Quando gli uomini del nord si avvicinarono a Steinfort, Jan den Houtkapper rivestì la sua corazza, mise in testa l´elmo e prese la sua pesante ascia piuttosto che la spada offertagli da Carlo Magno. Si vide nello Steinfort un spettacolo indimenticabile: Jan den Houtkapper faceva dei mulinelli terribili con la sua ascia come mai ne fecero i mulini a vento di Cassel! I Normanni cadono uno sull´altro, Jan colpisce, abbatte e i Normanni fuggono…”.

Anche in epoca romana sono attestati imperatori dalle dimensioni gigantesche: ad esempio Massimino il Trace, che fu imperatore dal 235 al 238 d.C., è famoso per essere uno di essi. Nell'”Historia Augusta” si racconta che era alto 8 piedi e 6 pollici (cioè 2 metri e 60 centimetri) e forte tanto da tirare da solo carichi molto pesanti. I suoi piedi erano famosi per essere lunghissimi, tanto che l’espressione “gli scarponi di Massimino” entrò nel gergo popolare per indicare i “big foot”. Se ne conserva un busto presso il Museo del Louvre di Parigi che mostra la sua consistente muscolatura. 

I GIGANTI IN ITALIA

La scoperta da parte del cap. Allen dello scheletro di un gigante (da “Tongue of Time” di Joseph Comstock, 1838: qui trovate il testo; da pag. 85 c’è il racconto del ritrovamento).

Ci sono stati ritrovamenti di giganti anche in Italia, in Sicilia in particolare: a Mazzarino nel 1515 (un corpo alto 30 piedi, cioè 9,14 metri), nel 1548 (sempre di 30 piedi) e nel 1550 (33 piedi cioè 10 metri di altezza) nella Val di Mazzara nei pressi di Palermo (fonte). 
Sempre in Sicilia, ad Agrigento, fu ritrovato da parte di un capitano Allen, nella primavera del 1807, ad alcune miglia dal porto della città, uno scheletro umano di grandi dimensioni: ricomposto, risultò essere alto quasi 3 metri e 40 centimetri; ne erano stati ritrovati altri, sepolti in una miniera di zolfo (fonte: qui).

I GIGANTI DELL’ISOLA DI PASQUA

In un luogo ben distante, l’isola di Pasqua al largo delle coste cilene dell’Oceano Pacifico, famosa per le enigmatiche statue raffiguranti busti che scrutano l’orizzonte, il suo scopritore occidentale nel 1722 Jacob Roggeveen riportò il resoconto degli incontri che aveva avuto con gli abitanti dell’isola, raccontando che questi erano costituiti da due “razze”: quella “dagli Orecchi Corti” e quella “degli Orecchi Lunghi”. I “Lunghi” erano così descritti da Roggeveen: “Questi selvaggi sono proporzionalmente alti e grossi, con una statura di circa tre metri e mezzo. Per quanto possa sembrare sorprendente, l’uomo più alto che abbiamo a bordo riusciva a passare in mezzo alle gambe di questi figli di Golia senza dover piegare la testa” (fonte: “L’impronta divina” di Freddy Silva).

ORME FOSSILI IN AUSTRALIA

Il Dr. Rex Gilroy, un’archeologo australiano, direttore del “Mount York Natural History Museum”, rinvenne a Mount Victoria delle impronte fossili di piedi di giganti da 60 x 18 cm, la cui autenticità non può essere messa in dubbio.
L’umanoide che impresse queste orme doveva raggiungere l’altezza di oltre 4 metri.

ASCE GIGANTESCHE A CRETA

Il Museo Archeologico di Herakleion (sull’isola greca di Creta) contiene una collezione unica di oggetti antichi provenienti da scavi effettuati in tutte le zone dell’isola, tra cui i siti archeologici di Cnosso, Festo, Gortina e tanti altri.
Gli oggetti ivi esposti provengono principalmente dal periodo preistorico minoico che prende appunto il nome del leggendario re di Creta Minosse. Il museo è diviso in 20 gallerie e contiene reperti di palazzi, case, tombe e grotte, disposti in gruppi in base al periodo e alla provenienza.

I reperti coprono un arco temporale di 5.000 anni, dal neolitico al periodo greco-romano, e comprendono utensili di vario genere come strumenti in ceramica, sculture di pietra, incisioni su sigilli (una delle arti in cui i minoici eccellevano), l’oreficeria, notevole sopratutto per l’eccellente tecnica di lavorazione e la varietà e diversità dei soggetti ritratti, tra cui utensili domestici, armi, e inoltre numerosissimi affreschi.
Tra i ritrovamenti notevoli spiccano in particolare alcune sorprendenti asce di bronzo dall’aspetto gigantesco, rinvenute nei pressi del sito archeologico di Megaron di Nirou, sempre a Creta.
Le doppie asce secondo la storiografia ufficiale venivano utilizzate a Creta come strumenti “rituali” per sacrificare il cosiddetto “toro sacro”, uno dei principali simboli religiosi (se non il principale) dei Cretesi.
Il nome minoico per la doppia ascia è “labrys”, ed è altamente probabile che la parola “labirint” in origine significasse “La casa della doppia ascia”.
Essi vengono fatti risalire al periodo del cosiddetto “secondo palazzo” (1700-1300 a.C.) e sono conservate nel Museo Archeologico di Herakleion. Qui mostriamo due foto con la presenza di visitatori odierni: immaginate di che altezza dovevano essere gli “uomini” che le hanno effettivamente utilizzate, seppur per motivi rituali!

I GIGANTI DELLA PATAGONIA

Una descrizione dei Giganti della Patagonia

La prima descrizione sui giganti della Patagonia (una regione del Sudamerica corrispondente all’attuale Argentina) deriva da un documento sul viaggio del famoso esploratore portoghese Fernão de Magalhães meglio conosciuto come Ferdinando Magellano. Magellano però non mise mai per iscritto personalmente il resoconto del suo viaggio, poiché fu ucciso in una battaglia nel 1521 a Mactan nelle Filippine, molto tempo prima che la sua nave ritornasse in Europa. Dei 260 uomini che partirono con lui nel 1519, ne ritornarono solo 18. E, tra questi, ci fu l’italiano Antonio Pigafetta, che si occupò di mettere per iscritto una descrizione del viaggio.

Ed è proprio nel suo libro “Relazione del primo viaggio intorno al mondo”, pubblicato nel 1524, che Pigafetta scrive queste parole a proposito dei giganti della Patagonia (il testo è nell’italiano-veneto dell’epoca):

“…Partendo de qui arrivassemo fino a 49 gradi a l’Antartico. Essendo l’inverno le navi intrarono in uno bon porto per invernarse. Quivi stessemo dui mesi senza vedere persona alcuna. Un dì a l’improvviso vedessemo un uomo, de statura de gigante, che stava nudo ne la riva del porto, ballando, cantando e buttandose polvere sovra la testa. Il capitano generale mandò uno de li nostri a lui, acciò facesse li medesimi atti in segno di pace, e, fatti, lo condusse in una isoletta dinanzi il capitano generale. Quando fu nella sua e nostra presenzia, molto se meravigliò e faceva segni con un dito alzato, credendo venissemo dal cielo. Questo era tanto grande che li davamo alla cintura e ben disposto: aveva la faccia grande e dipinta intorno de rosso e intorno li occhi de giallo, con due cuori dipinti in mezzo delle galte. Li pochi capelli che aveva erano tinti de bianco: era vestito de pelle de animale coside sottilmente insieme; el quale animale ha el capo et orecchie grande come una mula, il collo e il corpo come uno camello, le gambe di cervo e la coda de cavallo; e nitrisce come lui: ce ne sono assaissimi in questa terra. Aveva alli piedi albarghe de la medesima pelle, che coprono li piedi a uso de scarpe, e nella mano uno arco curto e grosso, la corda alquanto piú grossa di quella del liúto, fatta de le budelle del medesimo animale, con uno mazzo de frecce de canne non molto longhe, impennate come le nostre. Per ferro, ponte de pietra de fuoco bianca e negra, a modo de frezze turchesche6, facendole con un’altra pietra…”.

Altre descrizioni sui giganti della Patagonia sono state fatte dal resoconto del viaggio di Sir Thomas Cavendish: “… Qui i selvaggi ferirono due uomini della compagnia con le loro frecce, che erano fatte di canna, e armate con pietre focaie. Erano una sorta di creature rudi e selvagge; e, a quanto pareva, una razza di giganti, la cui misura di uno dei loro piedi era di 18 pollici di lunghezza [45 cm.], che, calcolando con la normale proporzione, darà circa 7 piedi e mezzo per la loro statura… [2,28 metri, ndr]”.

Un altro che parla dei giganti della Patagonia è Charles Debrosses, che nel suo libro “Historie des navigations aux terres australes”, pubblicato nel 1756, li descrive in questo modo: “La costa del Porto Desire è abitata da giganti alti da 15 a 16 palmi. Io stesso ho misurato l’impronta di uno di loro sull’argine, che era quattro volte più lunga di una delle nostre. Ho misurato anche i cadaveri di due uomini sepolti recentemente presso il fiume, che erano lunghi 14 palmi. Tre dei nostri uomini, che successivamente furono presi dalla Spagna sulla costa del Brasile, mi hanno assicurato che un giorno dall’altra parte della costa dovettero navigare a mare perché i giganti cominciarono a gettare grandi blocchi di pietre di dimensioni sorprendenti dalla spiaggia vicino alla loro barca. In Brasile ho visto uno di questi giganti che Alonso Díaz aveva catturato a Port Saint Julien: era solo un ragazzo, ma era già alto 13 palmi. Queste persone andavano in giro nude e avevano lunghi capelli; quello che ho visto in Brasile era sano all’apparenza e ben proporzionato per la sua altezza. Non posso dire niente sulle sue abitudini, non avendo passato del tempo con lui, ma il Portoghese mi disse che il gigante non è meglio di altri cannibali lungo la costa de La Plata”.

Anche il capitano Cook scrisse nel suo giornale di bordo di una razza di giganti che abitavano la Patagonia. Affermò anche di aver catturato uno dei giganti, però purtroppo questo riuscì a scappare rompendo le corde che lo tenevano legato all’albero della nave e buttandosi nel mare.
Inoltre in un altro passo Cook scrisse nel giornale di bordo che lui stesso era alto 6 piedi e 3 pollici, che era una cosa insolita in un tempo in cui l’altezza media di un uomo era di 5 piedi e 4 pollici, e che poteva stare facilmente sotto il braccio di uno dei di questi giganti.

Nel 1767 il capitano John Byron e la sua H.M.S. Dolphin tornarono al porto ed egli pubblicò “Voyage Round the World in His Majesty’s Ship the Dolphin”, in cui scrive:

“… ponendo fine alla disputa che per due secoli e mezzo è viva tra geografi, in relazione alla realtà in cui vi fosse una nazione di persone di una tale stupefacente statura, della quale la concomitante testimonianza di tutti a bordo della nave Dolphin e Tamer ora non può lasciare dubbi”.
In una successiva pubblicazione il capitano Byron, per precauzione, decise di regalare una serie di bigiotterie, collane, perline, nastri ai Patagoni, per convincerli del loro pacifico carattere, e il modo per darli a questi fu di fare sedere a terra i Patagoni in modo da facilitare la disposizione delle collane di perline attorno al collo, però “tale fu la loro stazza, che in questa situazione erano alti quasi quanto il Commodore in piedi”.

I GIGANTI “SAO” IN AFRICA

Statuette antropomorfe che raffigurano i giganti “Sao”

Anche in Africa ci sono molti racconti che i capi tribù si tramandano da secoli e riguardanti una particolare razza di giganti civilizzati chiamati “Sao”.

“I Sao erano talmente alti di statura che i loro archi erano costruiti con interi tronchi di palma e le loro ciotole erano grandi come giare funerarie; esse potevano contenere due uomini seduti. Essi pescavano senza reti, sbarrando il corso dei fiumi con le mani; prendevano gli ippopotami a mani nude e, quando parlavano, la loro voce rintronava come il brontolio del tuono… Essi avevano la pelle bianca…” (tratto da: Marcel Griaule, “Les Sao légendaires”, Gallimard 1943).

Ci sono anche ritrovamenti archeologici che riguardano i Sao: negli anni Trenta del secolo scorso furono rinvenute effettivamente tracce archeologiche di questi giganti.
La spedizione più proficua fu quella capeggiata dall’antropologo ed etnologo Marcel Griaule e dai coniugi Lebeuf (Jean Paul e la moglie Annie Masson Detournet, entrambi appunto etnologi) negli anni che vanno dal 1936 al 1939, spedizione che interessò la zona del Ciad.
In questa regione furono rinvenuti sepolcri di dimensioni fuori del comune nonché monili di bronzo raffiguranti ibridi completamente diversi dalla nostra razza.
Oggi, a quanto pare, gli appunti e le risultanze di questa spedizione sono praticante introvabili.

RITROVATI SCHELETRI GIGANTI NEGLI STATI UNITI A INIZIO NOVECENTO

Uno scheletro gigante rinvenuto in Wisconsin (Usa) nel 1912

Anche in America del Nord, ufficialmente “scoperta” dagli occidentali a partire dalla fine del XV secolo, è attestato il ritrovamento in epoca contemporanea di scheletri di “giganti” – assieme, detto per inciso, a numerose antiche mura e perfino “città sotterranee” che non ci sarebbero dovute stare, stando al racconto ufficiale della storia. Questi scheletri sono poi “spariti” regolarmente – come accade a molti ritrovamenti strani che non coincidono con il racconto ufficiale degli eventi, tranne quando i dati di realtà fanno irruzione nella nostra quotidianità (come nel caso recentissimo  del ritrovamento della statua egizia di un faraone dal “bizzarro” cranio oblungo; ma questa è un’altra storia).

Famoso appunto è il ritrovamento di 18 scheletri “giganti” (di cui riportiamo una foto esemplificativa) nello Stato del Wisconsin nel 1912, di cui parlò abbondantemente la stampa dell’epoca, come ad esempio il “New York Times”, che riportò anche il particolare secondo cui i crani degli scheletri giganti ritrovati erano stranamente allungati, proprio come quelli di alcuni faraoni oppure del tipo di quelli che tuttora vengono esposti in alcuni musei del Perù. 

Si ricordi inoltre, per tornare in Italia, alla tradizione (?) dei “giganti” che avrebbero abitato a lungo l’isola della Sardegna come anche ai Ciclopi (o ai Lestrigoni, che abitarono anch’essi la Sicilia ma che si differenziavano dai Ciclopi perché provenivano da un’altra genìa), che avrebbero costruito molte serie di mura megalitiche (nostro articolo) oppure modellato le nostre coste, come spesso abbiamo la sensazione che sia accaduto, quando non ci troviamo di fronte ad antichissime “sfingi” di fattezza chiaramente artificiale. 

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