IL VIAGGIO DEGLI ADAMITI ALL’EMISFERO AUSTRALE

di Hiranya Mriga

  Il Ciclo Adamico ed il Ciclo Evaico

La cosmografia biblica è assai limitata, adattando la storia dell’origine dell’uomo al mondo ebraico non ci spiega esattamente ove sia da collocare il Paradiso Terrestre, Arbor Vitae incluso.  Tanto che i devoti giudaico-cristiani hanno continuato a credere fino ad oggi, non meno dei musulmani, che esso fosse in Palestina o, tutt’al piú, in Mesopotamia (1). Parrebbe che in tale tradizione ne siano comprese in realtà due: una relativa alla mitica Terra Iperborea greco-romana e l’altra alla cd. ‘Atlantide Iperborea’ d’indoeuropea memoria, tramandata pure in termini non molto diversi dalla letteratura massonico-occultistica (2).  Benché la Genesi privilegi soprattutto Sem e i Semiti, a causa della discendenza ebraica da questo ceppo etnico, è evidente che il testo biblico incorpori tradizioni tramandate anche da Iafeti e Camiti principalmente – che possono venir incluse in quelle noaiche piú in generale – ed altre a queste precedenti.  Dal punto di vista cosmografico, la cd. ‘Atlantide Iperborea’ costituisce un riflesso invertito nell’ambito del V ‘Grande Anno’ (3) della Terra Iperborea nel I.  Nella Genesi oltretutto vige l’espediente di suddividere il tempo ulteriormente per 10, onde il ‘Grande Eone’ (scr.Manvantara) di 64.800 anni ha i tempi invero dell’Eone (scr.Yuga) di 6.480 anni, rispetto cui il ‘Grande Anno’ (scr. Mahāyuga) di 12.940 anni è ovviamente il doppio.  L’ultimo Eone, come insegna il calendario ebraico (che lo fa iniziare 720 anni dopo, per una ragione che non stiamo qui ad analizzare), è cominciato nel 4.480 a.C. ed è terminato nel 2.000 d.C.  Secondo quanto la tradizione popolare cristiana conferma (4).

In base a codesta semplice premessa, ne consegue indirettamente che se noi moltiplicassimo per 10 i 6.480 anni dell’Eone otterremmo il ‘Grande Eone’ per intero.  Dunque, è chiaro che aggiungendo uno zero ad ogni periodo indicato dalla Genesiacquisiremmo informazioni veritiere sulla durata effettiva – a grandi linee, s’intende – di quel dato periodo  A patto, naturalmente, di saper interpretare i simboli genesiaci in maniera adeguata.  Accettando d’intendere la descrizione della nascita dell’Uomo e della Donna come relazionata nel senso descritto all’inizio del ‘Grande Eone’ d’ellenica memoria, equivalente in tutto e per tutto all’ `Ōlām ebraico (5), ne potremmo ricavare alcune importanti deduzioni(6).  Ossia, la ‘Nascita di Adamo’ si riferisce a quello che in India è noto quale I Ciclo Avatarico, mentre la ‘Nascita di Eva’ al II; la ‘Vita beata nel Giardino delle Delizie’ al III e, logicamente, il ‘Peccato Originale’ al IV.

È lecito, anzi doveroso, fornire una spiegazione storico-religiosa a proposito di codesto assunto se si vuole realmente capire la reale portata delle affermazioni fatte.  La presenza solitaria di Adamo, in tutta evidenza, delinea la primordiale natura dell’essere umano, tutta compresa nel culto di Sé.  Il Sé ovviamente inteso non come ego, ma come intelletto trascendente la propria forma e contemplante la Luce Divina a livello interiore.  Questa perfezione assoluta, è ovvio, non può esser appartenuta a tutti; ma soltanto a colui che l’Islāmdefinisce Primo ‘Profeta’ (ar.Rasūl), ovvero Adamo (7). Cfr. col Matsyāvatāra hindu.  Agli esseri del I Ciclo Adamico si può esclusivamente attribuire una perfezione primigenia di tipo creaturale o sovrannaturale, se vogliamo cosí definirla; perfezione però che già vien meno in parte (di ¼) (8) nel II Ciclo Adamico, quello della consustanzialità di Adamo ed Eva, il fattore fondamentale che induce la prima forma di decadenza.  In parallelo, infatti, la Divinità si trasforma da oggetto della contemplazione dell’Uomo in senso assoluto in un ente duale.  Ciò non significa che entri in gioco alcuna reale dualità in senso esistenziale fra Creatore e Creatura, questo sarà opera purtroppo del Cainismo.  La dualità del secondo ciclo paradisiaco concerne  semplicemente la concezione del Divino, vale a dire la frammentazione fra Dio e l’Assoluto, nonché indirettamente fra Dio e il Divino Avversario.  Il che implica, indirettamente, l’assunzione di una terna di emblemi quale rinveniamo in Cina presso la figura di P’an-ku (9).  Nel ciclo successivo, il I Ciclo Evaico nascerà perciò una prefigurazione della forma trinitaria (10), onde risolvere il dilemma dell’Unicità Divina (11). Rimanendo al II Ciclo Adamico, ovvero il II Ciclo Avatarico hindu, non è a caso che il secondo avatara abbia la veste di Uomo-tartaruga (Kūrmāvatāra). Senza arrivare a tanto ma con analogo simbolismo, ossia affiancando per un verso la Tartaruga alla figura mitica del succitato P’an-ku o ponendola quale ispiratrice degli 8 Trigrammi nei confronti dell’alter-egoFu-hsi (12), la tradizione cinese celebra lo stesso evento mediante il II Ciclo Regale (Imperiale) o Ciclo del Nordovest.  P’an-ku presenta, talora, in codesta ottica testa di dragone e corpo di serpente (13).  In fondo, la storia di Adamo ci narra la medesima cosa quando ci racconta della prima conoscenza del Serpente Tentatore (14) da parte di Eva.

È da siffatto preambolo che prende le mosse, appunto, il I Ciclo Evaico; in cui è la femmina in senso lato, non esclusa la sua divina controparte, che passa a dominare sul maschio.  Sí da condurlo poco alla volta alla decadenza dei costumi – abbandono della dieta vegetariana, sino a questo momento predominante stando alla Genesi, con dedizione erotica concomitante ai piaceri della carne – che è tipica ancor oggi del crepuscolare mondo insulare oceaniano-meridionale (micronesiano-melanesiano), ove si ammette liberamente a sentire gli esperti viaggiatori che rispetto ai polinesiani essi hanno dapprima gustato il sangue degli animali uccisi e di conseguenza si sono poi dedicati ad un uso sfrenato del sesso (15). Decadenza che coincide alla fine, secondo le Scritture, colla ‘Cacciata dal Giardino’.  In altre parole, Eva (s’intende, le Donne di Epoca Evaica) vive in un primo tempo col compagno in una natura ancora esoticamente incontaminata, dedita ai piaceri naturali ma senza abusarne; in un secondo tempo invece ne abusa, trasformando cosí Adamo (s’intende, gli Uomini di Epoca Evaica) in suo complice, al servizio di lei e della sua peccaminosità.  Il ‘Peccato Originale’ della coppia umana del II Ciclo Evaico consiste per l’appunto, al di là dei simboli del Serpente Tentatore e del godimento del Frutto Proibito, nell’abbandono del vivere in quello stato di ‘sovrannatura’ in cui l’aveva messa il Creatore.  Sovrannatura nel senso di dominio sulla natura, che è la forma psico-fisica del cosmo.  La Donna, nella quale la Psiche tende a prevalere sullo Spirito (16), è stata l’artefice inconsapevole di questo mutamento in base all’insegnamento scritturale; mutamento consistente in un allontanamento graduale, come detto, dalla condizione primigenia. Venendo a prevalere la Donna sull’Uomo, e di conseguenza il principio passivo su quello attivo (17), non essendo piú sorretta da un’intellettualità trascendente (scr.buddhi) la vita degli esseri umani pian piano degenera verso la violenza e la sessualità fine a sé stessa.  In questo modo termina la storia del Paradiso Terrestre, della quale il Paradiso Iperboreo (18) ha rappresentato soltanto il primo dei quattro cicli che lo hanno determinato.  Adamo ed Eva s’accorgono a questo punto d’esser nudi, nudi nei confronti soprattutto del Bene e del Male, poiché hanno gustato il frutto dell’Albero della Vita, che in altra accezione è l’Albero della Conoscenza (19).

Ovverosia della Conoscenza del Bene e del Male, una metafora ad indicare l’Essere e il Divenire.  Ecco perché la filosofia greca, la quale stabilisce i confini fra la sapienza tribale d’origine preistorica e la razionalità dell’uomo dei tempi storici, parte dall’Essere e dal Divenire (20) quali principi basilari del cosmo.  Ma è solamente l’iniziazione ai Misteri che può permettere all’uomo edipico dell’Età Ferrea, per dirla ancora coi Greci, di ripercorrere a ritroso la strada che ci ha portato dall’Età Aurea alla corruzione dei tempi ultimi; o, se preferiamo, dallo stato adamico originario all’infernale (21) Babelica Torre.  In fondo il Divenire di cui qui si parla è quel portento negativo onde, com’è tratteggiato nel Cap.X del Lost Paradise di J.Milton, Adamo ed Eva esuli dal Paradiso Terrestre cercano invano di salire su per i tronchi d’una illusoria selva di alberi-della scienza per coglierne i frutti, ma li vedono ben presto tramutarsi in cenere.  Poiché, se la Conoscenza di Dio permuta in esclusiva scienza delle cose mondane, non ci rimane che polvere in mano e il Peccato Originale elargisce cosí i suoi malefici frutti.  

Il Ciclo Cainita 

Secondo la Bibbia, Eva concepisce 3 <Figli>: Caino, Abele e Seth.  Il secondo muore per mano di Qayin, ma al suo posto vien generatoLamech.  Interessante il fatto che codesto primo Lamech (corrispondente al primo Rama degli indú) non nasce da Abele (Hevel), bensí dalla stirpe cainita. Questo tuttavia non concorda colle fonti indiane, che fanno nascere viceversa la figura a lui corrispondente (Paraśu-rāma) da una famiglia brahmanica, quella diJamadagni.  Se Lamech corrisponde anche sul piano etimologico a Rama, a chi potrebbe corrispondere Hevel?  Senza dubbio a Jamadagni, il padre, di Parashurama, indipendentemente dalla diversa collocazione familiare fra la tradizione puranica e quella biblica.  Arma simbolica di Jamadagni è il Tridente, arma di Paraśu (var.Parśu, da cfr. col gr.Perseús, lat. Perseus/ Persēus) la Bipenne.  Perché proprio codeste corrispondenze lo vedremo piú avanti, al §c.  Per ora ci basti capire che Abele, non meno di Caino, dà vita ad un ciclo culturale.  Se la Genesi lo nega è per ragioni che dobbiamo ancora stabilire. Circa Qayin è giusto partire innanzitutto dal nome.  Un testo posteriore a quello biblico (22)  lo fa derivare daqaneh (‘canna, stelo’) e riteniamo, da parte nostra, sia la giusta etimologia.  In latino abbiamo un sostantivo analogo, cāla, e proprio tale nome può esser rapportato a càelus (‘cielo’); di cui il scr.kāla (‘tempo’) costituisce un parallelo in terra indiana, talora anche personificato non meno dell’arcaico termine latino (23).   Kāla, il tempo personificato, si richiama infatti al Kāladaa ovverosia l’Axis Mundi.  S’intende, che questo è l’Asse del Kālacakra, la ‘Ruota del Tempo’; ma è chiaro che la voce Kāla per un verso è relazionabile al concetto di assialità nel senso appena indicato, per un altro al concetto opposto e complementare di ciclicità.  Il che vale, evidentemente, anche per Càelus.  Tant’è che, come abbiamo dimostrato nella nostra prima tesi di laurea (24), il scr.kāla (‘tempo’) equivale nell’etimo al gr.ký-klos (‘ciclo’), raddoppiamento iniziale della prima consonante a parte.  Come avviene spesso in entrambe le lingue, greco e sanscrito, a livello del perfetto.  Un ciclo è per l’appunto una fase cronologica del tutto conchiusa. 

Se Caino è stato paragonato nella tradizione ebraica a Satana, non è infatti solamente per questioni etiche siccome personificazione del ‘Primo Omicida’; non meno del successivo Seth, nome avente il doppio significato di ‘fondamento’ e di ‘rovina’ (25), Caino è il prototipo umano di Crono, sia nel suo aspetto positivo che negativo.  E Crono è parallelo al dio semitico `Ēl secondo Filone di Biblo, scrittore greco del I-II sec. d.C., et al.  Il fenicio `Ēlveniva per questo ritratto cornuto (26), poiché incarnava un nume di tipo cieli-solare – vale a dire di natura ciclico-planetaria – e d’altra parte Krónossignifica non a caso ‘Cornuto’ (27).  L’umanità cainita, una singola figura leggendaria valendo per un intero ciclo umano tanto nella mitologia ebraica quanto in quella greco-latina, aveva in altre parole quale divinità-guida il dio El-Crono (28); parimenti a come l’umanità adamica possedeva quale vertice numinoso Yahweh, il Giano ebraico (29).  Lo sdoppiamento della figura divina, fra Càelus e Sōl in sostanza, oppure fraSōl e Lūnus (piú tardi fra Sōl e Sāturnus nell’Ebdomade planetario), è dovuto al fatto che la Divinità assume una fisionomia maggiormente complessa rispetto ai primordi e si viene a perdere in tal modo il senso dell’Unicità Divina (30)

Nella mitologia puranica al posto del biblico Qayin troviamo Vāmana, lett. il ‘Nano’, presiedente al V Ciclo Avatarico.  Vi sono molti particolari che potrebbero spingerci ad identificare le due figure, dato che per un popolo di agricoltori come quello autoctono indiano il fatto di rappresentare il primo signore agrario (sarebbe meglio dire “orticolo”) si presentava come fattore decisamente positivo, mentre per un popolo nomade quale quello israelitico era il signore della pastorizia a rivestire il medesimo ruolo.  Dunque nella Genesi vediamo Yahweh respingere, senza che ce ne sia spiegato bene il motivo (31), le “scarse” offerte di Caino.  Ciò che scatenerà l’ira di Caino contro il fratello, benedetto da Yahweh per l’offerta di primizie pastorali.  Ovvio che per i nomadi l’oblazione di giovani animali da pascolo fosse tenuta in maggior considerazione delle primizie orticole, o meglio dei semi vegetali (32), ma non è lecito attribuire gli stessi gusti alla Divinità.  In realtà Caino-Vamana è superiore a Lamech-Rama (o, se si vuole ad Abele), questo afferma esplicitamente la simbologia avatarica.  Sono d’altronde i Cainiti, e non tanto Caino in persona (33), a produrre negli Abeliti o Lamechiti che dir si voglia – nella tradizione induista sono praticamente quasi la stessa cosa, poiché Rama-Lamech è figlio di Jamadagni-Abele – quell’irritazione spirituale che li spingerà a combattere i primi.  

Stando alla tradizione induista, non esclusivamente a Gen.- iv. 23-4, l’uccisione di Qayinda parte di Lamech va concepita in codesta direzione; rappresenta cioè la fine del VI Periodo Avatarico, provocante l’inversione del simbolismo polare (34).  Il mitologema legato all’esaltazione di Vāmanāvatāra ci testimonia che il problema sorto nel ciclo successivo fra Brāhmaa (Sacerdoti) e Katriya (Guerrieri) era un problema già presente nel ciclo precedente.  È il ReBali colà a fungere da avversario dell’Avatara-fanciullo, così come il Re Kārtavīrya opprimerà poi la famiglia diRāma.  Poco ci dice invece la tradizione ebraica, dato che deriva da quella sethita per via noaico-semitica, sul Ciclo Cainita.  Asserisce addirittura nei testi apocrifi che Caino era stato generato in Eva da Satana (35), il che è impossibile, poiché la radice del nome dell’uno è di gran lunga antecedente a quella del nome dell’altro. Evidentemente la cosa risente della contesa fra Cainiti e Sethiti durante il Ciclo Sethita, ma si trattava in ogni caso d’un cainismo di riporto, non del vero cainismo.  Poco d’altronde è spiegato riguardo le due gemelle concepite da Adamo ed Eva, ricoprenti il ruolo di spose dei loro primi due figli, o gemelli secondo alcune versioni della leggenda post-paradisiaca (36).  Una versione fa di ciò il vero motivo dell’uccisione del fratello, colla scusa che Caino non voleva cedere la gemella Lebudha ad Abele siccome era più leggiadra di Qelimath, gemella dell’altro.  Sulla pretesa che i due figli siano stati concepiti prima della Cacciata non stiamo ad indagare.  Si ha qui a che fare con una trasposizione mitica, come quella che nell’Ermetismo fa di Saturno anziché di Giano il signore dell’Età dell’Oro.

Il Ciclo Abelita-Lamechita

Una delle conseguenze maggiori del Ciclo Cainita è stata, sicuramente, la nascita d’una primitiva orticoltura.  E i prodotti dei primi raccolti costrinsero quegli uomini ad adottare delle convenzioni, necessarie per il mantenimento dei possedimenti e lo scambio in natura.  Per questo a Caino è stata attribuita miticamente l’invenzione di pesi e delle misure (37).  Non solo, anche la costruzione dei primi villaggi cintati di rozze mura; uno dei quali aveva nome Enoch, forse per celebrare la nascita del figlio omonimo.  E la gente fu obbligata a stabilirvisi (Gen.- iv.17) (38).

Tale comportamento è conforme ad una tribalità di tipo orgiastico (39) ed ecco che allora Caino è descritto vivere lussuriosamente, commettendo atti peccaminosi.  La rapina fra una tribú e l’altra è l’ennesimo indizio che il male ha cominciato a regnare nelle associazioni antropiche.  Considerando ciò, Guènon (40) intravedeva nella forma cainita del vivere quell’indizio di “solidificazione” del mondo umano e sociale che avrebbe trovato l’esito finale nell’ultimo ciclo, relativo all’edificazione della Torre di Babele.  La meccanizzazione della vita attuale, ove tutto è calcolato, registrato e regolato dallo Stato come le macchine delle quali la tecnologia ci ha dotato, è cominciata coi provvedimenti adottati da Caino; insomma, dalla cultura austronesiana, per dirla in termini piú acconci all’erudizione antropologica.  La mania delle statistiche e dei censimenti, oggidí portate alle estreme conseguenze dal sondaggismo su fatti e personaggi di scarsa importanza, nasce da quel bisogno di tener la mente sempre occupata che è frutto d’una inquietudine interiore.  L’inquietudine che caratterizza appunto il mondo moderno e contemporaneo e che ha preso le mosse dai tempi cainiti.  In questo modo tutte le persone hanno cominciato a divenire popolo, uniformemente, fino ai tempi odierni nei quali il popolo si è trasformato fisicamente in massa.  Tanto che la cura delle anime ha assunto l’aspetto di un’amministrazione d’individui trattati quali elementi numerici poco differenziati.

La vittoria di Caino su Abele si manifesta, secondo Guénon (41), nell’impossibilità da parte delle ultime popolazioni nomadiche a svolgere la loro vita secondo le norme degli antenati, essendo costrette alla sedentarietà indipendentemente dalla loro volontà, giacché non trovano piú alcuno spazio libero attorno a sé.  È il caso ad es. degli Zingari, i quali non per niente affermano di discendere in parte da Abele ed in parte da Seth (42).  Si spiega cosí il loro internamento, non meno degli Ebrei, nei campi di concentramento costruiti dai Nazisti; i quali, manipolazioni culturali a parte, si presentavano ai loro occhi quali discendenti della cd. ‘Razza Ariana’ (43).  Cioè, in pratica, eredi della cultura degli antichi ‘aratori’ del suolo (gli Ari) (44); il che è come dire sedentari, spostamenti post-diluviali a parte.  Dietro la faccenda del Nazifascismo, sappiamo oggi, vi era il progetto sionista di “ricondurre” gli Ebrei in Palestina (45). Ma dietro alle persecuzioni degli Zingari che cosa vi stava (46)? Evidentemente quanto indicato in nota, in modo inconsapevole o meno, ovvero l’intendimento assurdo di delimitare numericamente i nomadi  in spazi ristretti.  Rilevava inoltre Guénon (47) che la pretesa dei paletnologi (48) di tratteggiare gli uomini dei primordi come cacciatori o pescatori non trovava riscontro nella realtà dei fatti, se non in situazioni di popolazioni particolari condizionate da fattori ambientali od altro.

Per capire in profondo il Ciclo Abelita-Lamechita, corrispondente al VI Periodo Avatarico induista, occorre rifarsi necessariamente alla definizione mai ben compresa di Tūrān.  Sempre Guénon (49) assegnava in sostanza ai Turi il ruolo di “allevatori nomadi”, poiché in effetti gli abitanti dell’Asia Centrale – in ispecie i Turco-mongoli – erano tali rispetto ai sedentari dell’antico Iran, o Airyana.  Almeno, dopo che costoro  riuscirono finalmente a stanziarsi in codesto territorio.  Per quanto riguarda gli Zingari, d’origine indiana a grandi linee in base al loro stesso nome (dal scr.sindhu =’scuro’, di pelle s’intende), va precisato che quella parte di costoro la quale dicesi etno-culturalmente discesa da Abele sottintende per forza di cose un passaggio del secondo figlio di Adamo nei paraggi dell’Indo durante il ciclo che lo ha vista protagonista umano.  E dato che essi identificano sul piano ciclico l’Adamo ebraico al Manu hindu (50), ponendo il Pardes biblico (vale a dire l’Ilāvta dei testi puranici) in Siberia (51), occorrerà trovare un equivalente induista pure per Abele.

Il nome Hebel/ var. Hevel (‘Abele’) viene rapportato (52) a Baal, il quale del pari al scr.Bali corrisponde al gr.Apollo ed anche al gemello Belo, celt.Belen, lig.Belin, norr.Bel.  Se Qayin è il prototipo umano del titano El-Kronos, o Elio-Crono se preferiamo, non vi è da stupirsi che Hebel sia il protipo umano di Apollo-Belo.  Si tratta di due figure solari distinte, entrambe demonizzate, risalenti ai primi due terzi dell’Età dell’Argento.  Quella dell’ultimo terzo sarà il fratello Seth, equivalente al Set-Sath egizio-fenicio od al Sāturnus latino.  Apollo, similmente al Rudra vedico, possiede una vetusta veste pastorale anziché proto-agraria come Elio-Crono.  Dunque è lecito affermare che gli Zingari, e chi come costoro (gli Ebrei ad es.) portano in seno una componente abelita (53), discendano dal Turan (54).  La loro attitudine nomadica lo conferma, seppur abbiano finito nella loro dispersione geografica per dedicarsi ad altri mestieri correlati a quello d’allevatori.  Gli Zingari di etnia rom sono diventati fabbri e calderai, poiché il fuoco aveva un particolare valore per i nomadi, che incenerivano le salme dei defunti anziché inumarle; mentre gli Ebrei di ceppo askenazita si sono trasformati da allevatori in commercianti, per il diretto rapporto esistente fra la moneta (lat.pecūnia) ed il bestiame d’allevamento (lat.pecus).  È significativo d’altronde che gli Zingari, o meglio una porzione di essi (55), vengano chiamati Rom; il termine sicuramente va collegato alla voce hindi Rām (56), ma Parśu, non Candr.  Il personaggio – s’intende, l’etnia connettentesi al ciclo che lo riguarda – è giunto in Persia dopo esser rimasto per un certo tempo nel Turan (57), cioè in Asia Centrale.

Ed è interessante che lo stesso Guénon rilevava l’attitudine dei massoni occultisti (la definizione è nostra) facenti capo a Fabre d’Olivet a confondere i due Rama, vale a dire ad identificarli, trasformando l’intera sequenza dei Dāśāvatāra in una di Navāvatāra.  Un errore grave, quantunque commesso da certi massoni ancor oggi.  In realtà Paraśurāma incarna il VI Periodo Avatarico, che come tradisce il nome (Paraśu, o Parśu, è il corrispettivo hindu di Perseo) si è svolto dall’Asia Centrale in direzione della Persia, sia pur una Persia allargata sino all’India Settentrionale; in altre parole, tale vago nome geografico è probabile designasse un tempo l’intera zona medio orientale fino all’Indo ed al Gange.  Che il puranico m-a equivalga al biblico Lem-ek (Lamech) lo indica chiaramente l’etimo, tanto più che il sostantivo attributivo Paraśu/ Parśu secondo le scritture indiane è un’aggiunta posteriore alla sua nascita; che quest’ultimo appellativo corrisponda inoltre al titano greco Perseús è immediatamente accertabile; che Perseús rimandi infine a Lemek è dimostrato dall’affinità delle loro leggende (58). Tutte e tre le figure hanno del resto hanno a che fare, dal punto di vista cosmologico, coll’asterismo antartico di Canopo (59).

Forse non apparirà evidente nel personaggio biblico, ma negli altri due è un fatto acclarato.  Perseo, nome a parte, non è solamente l’uccisore di Medusa, la cui testa serpentina altro non è a livello astrale che la Testa del Drago del Nord; ma funge pure nella leggenda greca da doppione di Pegaso, emblema equino di Canopo, ovvero l’opposto di Caput Draconis.  Il tema della Doppia Ascia di cui Rama è portatore allude senza dubbio ai due Assi Polari, ovvero all’inversione dei Poliproprio come l’agone fra Perseo e Medusa.  D’altronde la madre Reukā, cui il figlio taglia la testa, è l’equivalente indiano di Medusa al di là dei ruoli precisi nei rispettivi drammi.  Perciò Perseo corrisponde in toto a Parshu.  Il vendicatore Lamech, annientando Caino, funge da alter-ego d’entrambi (Parshu-rama e Perseo); cosí come la vittima Abele fa da allotropo di Jamadagni (60), il padre assassinato di Rama.  In Grecia non c’è in apparenza una figura di vittima eguale ad Abele o Jamadagni.  Se non il pescatore Acrisio, nonno di Perseo e sostituto del padre;  sicuramente esisteva però in principio una figura titanica di tipo abelita-apollineo fungente da padre del figlio di Danae, figura poi sostituita da Zeus per rendere Perseo pari ad un eroe.  Dato che Perseo uccide il nonno Acrisio (61) con un disco di evidente significato ciclico-solare, può darsi che tale figura paterna fosse lo stesso Acrisio (62) e che questi non venisse ammazzato dal figlio Perseo, bensí dal gemello Preto (63).  Per cui in seguito Preto, lo zio di Perseo, come ci tramanda Ovidio andava incontro per contrappasso ad un’analoga sorte procuratagli dal nipote (64); ma in questo caso l’atto era paragonabile a quello subito da parte di Caino, poiché Proîtos è Pthu, l’inventore indiano di tipologia cainita della coltivazione dei campi e Perseo – abbiamo visto sopra – è Lamech.  Nel pastore Lamech (65), come abbiamo già premesso, non appaiono chiari riferimenti a Canopo e ciò rende la figura un po’ diversa da Parashu-rama e da Perseo; ma anche Lamech, nella tradizione ebraica (66), appare come un grande guerriero non meno degli altri due (67).  Il fatto tuttavia che compaiano 2 apparenti versioni della leggenda (Gen.– iv. 19-22 e v. 28-31), peraltro non ben amalgamate, prova che i Lamech ebraici almeno in origine erano 2, non meno dei Rama induisti.  

Vi è un ulteriore problema da chiarire, la natura gigantesca di Parshu, che non ha parallelo apparente in Perseo.  Eppure la storia di Perseo è la storia d’un titano, che come tale viene raffigurato pure nell’iconologia astrale, alla maniera del Gigante Orione.  Bisogna far attenzione a non confondere il Ciclo dei Giganti vero e proprio, sinonimo in India del VI Periodo Avatarico e come tale contrapposto al Ciclo dei Nani ossia il V Periodo Avatarico (il Ciclo Abelita-Lamechita per gli Ebrei), coi Giganti della ‘Gigantomachia’ ellenica; questi ultimi sembrerebbero traendo spunto interpretativo dalla tradizione ebraica, ma la tradizione greca li confonde parzialmente cogli altri, dei discendenti di Seth ibridatisi colle donne cainite.  Orione e Perseo, diversamente, paiono riferirsi per a loro natura titanica rispettivamente al V ed al VI Ciclo Avatarico (68). Una differenza fondamentale fra i Pigmei-orticoltori e i Giganti-allevatori era il tipo d’offerta sacrificale, vegetale da parte degli uni ed animale da parte degli altri.  Pure sul piano espressivo, nota Guénon (69), i sedentari si sono dedicati alle arti plastiche ed i nomadi alle arti sonore.  Dato che le prime esigono spazi indefiniti, ma tempi determinati; viceversa le altre si sviluppano in spazi angusti, sebbene in tempi indeterminati.  Una sorta di contrappeso vicendevole per coloro che restringono volontariamente i loro spazi di vita e quelli che invece li ampliano irrimediabilmente. 

Prima di terminare il discorso sul Ciclo Abelita-Lamechita vorremmo citare un personaggio della mitologia iranica che, a giudizio dell’Albrile (70), potrebbe esser paragonato a Perseo; ossia Ferēdūn, il quale sembrerebbe rimandare al Danaide persino nella base  (*Per– = *Pher-) del nome.  Ciò implicherebbe, di conseguenza, un parallelismo analogo con Parashu-rama.  Avendo fatto una breve ricerca in proposito, ci siamo accorti che tale intuizione recava buoni frutti anche dal punto di vista mitologico ed antropologico.  Infatti Ferēdūn (pahl. e m.pers. Frēdōn, n.pers. Fereydūn o Farīdūn) è concepito quale Primo Mandriano (71), capace per giunta di utilizzare il bovino quale cavalcatura, alla maniera dei cinesi e dei sud-estasiatici.  Il che lo riporterebbe per forza di cose ad Abele, tanto piú che i suoi antenati tribali portano il suff. -gaw (‘vacca’).  Nello Šāhnāma è riportato il racconto dell’uccisione del padre Ābtīn da parte del drago Dahāk, dopodiché la madre Farānak conduce Ferēdūn nella foresta, ove lo allatta la vacca Barmāya/ var.Barmāyūn; la quale rammenta sotto certi aspetti Surabhi, la Vacca dell’Abbondanza, ossia la preda per cui i Kārtavīrya (figli di Re Ktavīrya, sovrano degli Haihaya) combattevano contro i Bhārgava di Jamadagni (72).

A lui viene attribuito persino l’incrocio fra cavalli ed asini per ottenere i muli, cosa la quale certifica in modo indiretto che l’allevamento del cavallo avveniva già a quell’epoca.  Anzi prima, poiché è evidente che deve essere intercorso un certo periodo fra l’allevamento delle singole specie di equini e i loro incroci.  Ferēdūn è stato il primo inoltre a domare l’elefante a scopo bellico.  Va aggiunto che, similmente a Perseo in ciò (vedi decapitazione di Medusa), il titano persiano ebbe modo di uccidere (73) il mostro tricefalo Aži Dahāk (Żaḥḥāk); corrispettivo iranico di Triśiras (74), figlio di Tvast (il Demiurgo) e talora denominato Viśvarupa.  A compiere il gesto fatidico in India è stato Trita Āptya (75), omologo del Thrita avestico (vide infra); nell’Avestā in luogo di Ferēdūn compare Thraētaona (lett. il ‘Figlio di Thrita’), un Āthwiyāni, cioè un ‘discendente della famiglia Āthwiya’.  Dunque, se Thrita Athwiya alias Abtin equivale a Trita Aptya, il figlio Thraetaona (76) corrisponde senza dubbio a Parshu-rama (77) ed il padre a Jamadagni (78). E se a volte però, secondo lo Šāh-nāma, egli shamanicamente assume la veste di drago onde metter alla prova i 3 <Figli> (vide infra), non vi è da stupirsi.  Anche Perseo è concepibile, in alternativa al ruolo sauroctono, quale alter-ego del ‘Vecchio del Mare’ ovvero del ‘Mostro del Mare’, sua primitiva incarnazione (79). Poiché, se è vero che il Kêtos inviato dal ‘Sovrano del Mare’ (80) quale proprio messaggero  contro Andromeda per adempiere al sacrificio fa le veci d’un allotropo, è pur vero nel contempo che nonostante Perseo venga accreditato quale figlio di Zeus non poteva risultare tale in origine data la sua natura titanica; ma doveva di necessità esser figlio di Poseidone (cioè del ‘Vecchio del Mare’, il vetusto Forco) e perciò fungere da doppione del Kêtos-Trítôn, analogo a Thraetaona sauromorfico.  Un’altro mitologema che comprova la reale identità di Ferēdūn e Perseús è la battaglia del primo contro i Māzarand, a nostro parere i Negritos (81) paleoindonesiani.  I poteri magico-shamanici del titano persiano venivano esplicati anche a livello taumaturgico.  Ferēdūn fu inoltre l’inventore persiano della cosmologia e della metafisica.  Ebbe 3 <Figli>, non meno di Perseo: a Salm venne lasciato il Rūm (Asia Minore, Egitto, Grecia ecc.), a Tōz il Tūr (Turkestan, Mongolia ecc.) e a Ēriz/ var.Īraj l’Iran e l’India, ma il terzo figlio fu assalito ed ucciso dagli altri due.  Secondo il Mēnōg ī xrad il titano divenne immortale, ma successivamente Ahriman in base ad altri testi lo trasformò in un mortale a causa del disprezzo verso Ohrmazd oppure per il fatto d’aver preferito il terzo figlio.  Inutile aggiungete che in tempi islamici il personaggio è stato equiparato a figure biblico-coraniche quali Noè od Abramo, che tuttavia non gli corrispondono per nulla.

Il Ciclo Sethita

A causa della naturale inclinazioneumana ed animale in genere all’espansione territoriale, il terzo figlio di Adamo compie l’ennnesimo viaggio verso l’emisfero australe, ugualmente agli altri due.  In questo caso però Seth, o per meglio dire i Sethiti, si sono incrociati con gli eredi occidentali di Caino.  Per questo la Genesi fa derivare il primo Lamech da Caino, anziché da Abele, o direttamente da Adamo come Seth.  La linea di trasferimento di alcuni guppi cainiti verso occidente, dopo aver raggiunto i Mari del Sud passando a poco a poco dalla zona subartico-orientale a quella sud-orientale attraverso il Pacifico, è da cercare infatti in direzione pacifico-atlantica per il tramite dell’Oceano Indiano.  Ciò è potuto avvenire solamente sfruttando una situazione geografica alquanto differente rispetto a quella odierna, principalmente per via dell’esistenza da un lato d’un continente intra-oceaniano, secondo quanto testimoniano i miti insulari locali medesimi (82).

 Passando da quella contrada del mondo in Sudamerica attraverso la suddetta direzione pacifico-atlantica, dato che la via era facilitata dalla presenza geografica d’un altra seconda grande ecumene di cui perfino gli scienziati moderni hanno ipotizzato l’esistenza chiamandola ‘Lemuria’ in base alla diffusione dei Lemuri sulle terre bagnate dall’Oceano Indiano, la prima corrotta umanità ha dato luogo alla prima perdita della purezza razziale.  Prima di allora esistevano unicamente 3 Razze: la Bianca (gli Adamiti), la Gialla (gli Evaici) e la Nera (Cainiti e Lamechiti).  A questo punto (83) è avvenuta un’ibridazione fra Sethiti (84) e Cainiti, dalla quale è provenuta una razza mista, considerata dagli antichi giustamente impura (85). Del pari la discesa di Lamech ha segnato il passaggio d’un flusso migratorio uralo-altaico dalla Siberia all’Asia Centrale (il Tūrān propriamente detto) e dall’Asia Centrale alla Persia od  all’India preistoriche (86), entrambe queste terre spingendosi una volta molto piú a sud di quelle odierne (87).  Il flusso legato alla figura di Seth (88) coincide invece col popolamento delle Americhe (89), o delle Atlantidi(90) stando alle antiche leggende.  Seth è ritratto da Giuseppe Flavio come uomo virtuoso e pacifico, capace di perfezionare le conoscenze degli astri (91). Tali conoscenze sarebbero state scritte su 2 Colonne, una delle quali sarebbe sopravvissuta (92)

Il Vishnuismo assegna del pari a Rāma-candra, dominatore del VII Ciclo Avatarico, attribuzioni non troppo dissimili da quelle di Seth; d’altra parte, il biblico Seth corrisponde sul piano etimologico al vedico Savitar (post-ved.Savitr), che il Kerbaker (93)paragonava una volta correttamente al lat.Sāturnus, var.Saviturnus.  Il dio solare Savitar non è diverso peraltro da quel ‘Sole-dai-mille-petali’ che nellla pratica tantrica il sādhaka incontra sul sommo capo nell’atto supremo di realizzazione spirituale, benché in questo caso l’appellativo numinoso cui si fa ricorso sia quello di Śiva (94). Chiudendo il cerchio, non si può allora non ravvisare nella figura del secondo Rama, il cd. ‘Rama-della Luna’ (o meglio del Lunus, perchéCandra in sanscrito è maschile), un doppione a livello settario – è appunto ossequiato dai vaisnava – di Savitar. Tant’è che la consorte del secondo Rama vien denominata Sītā (lett.‘Solco’, identificato microcosmicamente colla Yoni, a dimostrazione che Rama rappresentava in principio un’incarnazione delLinga shivaico), nome il quale oltre ad esser l’anagramma di Satī (95) per inversione vocalica a parte una lunga, risulta strettamente apparentato sia all’ebr.Seth (fen.Sath, eg.Set) che al lat.Sāt-urn-us (96) o – abbiamo visto sopra – al scr.Savit-r.  Qualcuno potrebbe pensare che si tratti esclusivamente d’una convergenza fonetica, ma i fattori concordanti fra le voci menzionate sono troppi per negare un’etimo comune ad esse, anche se non è qui la sede per analizzarlo compiutamente.  Ad ulteriore prova della veridicità della nostra deduzione sta il fatto che Sītā funga da dea dell’agricoltura (97) e che il suo consorte sia descritto e dipinto tradizionalmente con pelle di color verde (98), in ciò rispecchiando tratti tematici simbolicamente affini a quelli dei personaggi della serie mitica di Seth-Saturno.

Nel Rāmāyana Sita viene rapita da Rāvancoll’aiuto di Mārīca, ministro del Regno deiRāksasa (Lankā, attuale Shri-Lanka), il quale con un artificio si trasforma in un Aureo Cervo attirando dietro di sé l’attenzione del principe Rāma.  L’antefatto di questo rapimento però è l’innamoramento di Śūrpanakhā prima per Rāma e poi per Laksmana, in entrambi i casi non ricambiato.  La qual cosa spinge la sorella di Ravana ad aggredire indispettita i due fratelli insieme a Sita ed allora Lakshmana, costretto a difendersi e nel contempo infastidito da quest’interesse per loro, le taglia addirittura naso ed orecchie; ciò che muove la povera Shurpanakha orrendamente mutilata a rivolgersi a suo fratello Ravana, re dei Rakshasa, chiedendogli d’intervenire contro i due uomini e per vendetta ghermire Sita.  Ciò avvenuto, si scatena la guerra contro il sovrano di Lanka, ove Rama è aiutato dal luogotente Hanumat a debellare i demonici nemici.  

Al di là delle localizzazioni rispettive dei miti e delle leggende prese in considerazione, siamo convinti che il vero teatro delle imprese appena narrate sia stato in ogni caso la primitiva Atlantide(99), cioè l’America Meridionale del Tardo Paleolitico (c.23.920-17.440 a.C.).  Se Rāmacandra è costretto a combattere contro il Regno di Lanka e le sue asuriche truppe, nei confronti delle quali ha alfine la meglio; nondimeno Seth alias Lamech (il secondo Lamech, tratteggiato emblematicamente quale <padre> di Noè) deve battersi contro i Cainiti, quasi certamente ibridati coi lamechiti (del primo Lamech). Quest’ultima congettura è deducibile dal parallelo indiano, l’avversario del principesco marito di Sita avendo in mezzo alle sue 10 Teste una Testa d’Asino; dettaglio questo che, oltre a rimandare al Gigante Tifone di greca memoria ed al mito della Gigantomachia, appare un chiaro rimando all’asterismo canopico.  Ma Canopo fungeva da perno polare nel ciclo precedente a quello di Rāmacandra,ossia nel Ciclo dell’Ariete, dominato da Paraśurāma; orbene, Parśu era nipote di Aurva, personificazione del <Fuoco> della Cavalla Sottomarina secondo il De Santillana (100).  Perciò ne deduciamo ulteriormente che Parshu-Perseo non fosse, in fin dei conti, molto diverso da Ravana-Tifone dalla Testa d’Asino; questo per il fatto che ogni avatara, terminato il suo mandato celeste, alla chiusura del ciclo successivo fa da immancabilmente da avversario finale all’avatara susseguente.  In parallelo anche a livello umano la contesa fra i divini (od angelici) Sethiti ed i Giganti, nati dalla commistione fra alcuni sethiti sulla via della corruzione e le belle cainite, chiude il ciclo con gran danno dei secondi dai primi sconfitti.  L’unica differenza è che, in tal caso, gli sconfitti appartengono al V anziché al VI Ciclo Avatarico; benché si debba tener conto che, rimanendo agl’insegnamenti biblici, anche il primo Lamech discendeva in parte da Caino e quindi il ceppo cainita non poteva che risultare ibrido. Probabilmente codesto fattore fu addirittura determinante nella corruzione del ceppo, poiché l’ibridazione – tanto animale quanto vegetale – non produce il lussureggiamento bensí la sterilità (101).

I Sethiti fisicamente erano molto alti (102), come gli Abeliti, ed eran eran denominati ‘Figli di El’ poiché dimoravano “ai cancelli del Paradiso”; praticamente, sul limitare della zona circumpolare. Dopo l’unione colle discendenti di Caino sul suolo americano finirono per perdere la loro aura luminosa, venendo meno alla loro vita spirituale.  Un’ultima cosa rimane da aggiungere su Seth.  Si tramanda nella ‘Questua del Santo Graal’ (103), la IV Parte del voluminoso Lancelot-Graal, che Seth fu l’ultimo uomo a contemplare il Graal: da intendere ivi come la percezione intima dell’unità dello Spirito umano e dello Spirito divino.  Il che significa che il Paradiso Terrestre non poté piú esser <visto> (104) da occhi umani nei cicli seguenti, quasi a dire che lo sguardo degli uomini dopo la ‘Caduta’ fu reso cieco ed estraneo alla verità persino sul piano strettamente cosmografico.  I Sethiti appaiono pertanto come gli ultimi esuli del Paradiso e il IV Grande Anno è il loro periodo di dominio.  Esiodo attribuisce tale periodo cronologico agli Eroi, ciò coincidendo colle vicende spirituali dapprima di Seth (il secondo Lamech, ossia il secondo Rama) e poi di Noè (il primo Noé, vale a dire il primo Krishna od il primo Eracle se preferiamo) (105), ritenuto il <figlio> e cioè il successore di Seth prima del <Diluvio Universale> di cui parla la Genesi.  Ovvio che s’intenda, come per gli altri patriarchi antidiluviani, oltre alle loro eminenti figure le fortunate genti che vissero accanto a loro e ne videro o ne narrarono le gesta.  Queste gesta, ripetiamo, dovettero svolgersi nel caso di Seth in America (o nell’Atlantide) Meridionale e nel caso di Noè nell’America (o nell’Atlantide) Centrale; la quale, quantunque oggi si sia ridotta ad una lingua di terra non molto estesa in superficie, doveva prima della Grande Inondazione tramandata da Platone estendersi in varie grandi isole dislocate nella zona andino-caraibica.  Per Platone l’accadimento risalirebbe ad una data posteriore a quella della fine del IV Grande Anno, ossia il 10.960 a.C.  Questi 1.400 di differenza non son facili da spiegare, ma come possiamo constatare oggidí col senno del poi neanche nel 2.000 d.C. si sono verificati gli eventi catastrofici previsti dalle profezie varie per la fine ciclica del Grande Eone. Che significa questo, che le profezie sono soltanto delle favole?  No, di certo.  In fondo, proprio la testimonianza di Solone appresa dagli Egizi e trasmessa al suo discendente, postula che gli eventi diluviali si verificano; ma non nella data prevista, qualche tempo dopo insomma. Ciò che si può spiegare cosí in termini astrologici, senza scadere nell’irrazionale o nel miracolistico: le arcidiscusse settemplici congiunzioni planetarie determinano sconvolgimenti tali nel nostro pianeta allorché accadono alla fine dell’eone (ogni 6.480 anni) da provocare le catastrofi tramandate dagli antichi; sennonché, per fattori geomagnetici quasi imponderabili, tali calamità slittano in avanti in una data difficile da pronosticare.  Con tutta probabilità lo scioglimento dei ghiacci per fattori astronomici difficili da individuare con precisione (maggiore esposizione ai raggi solari per via d’un avvicinamento periodico del globo terrestre al sole, o qualcosa del genere) provoca inondazioni, le quali a lungo andare si ripercuotono sulle terre ricoperte dalle acque facendole sprofondare e determinando in tal modo uno sconquasso a catena della superficie terrestre, che alterando le correnti oceaniche, fa di volta in volta raggelare alcune lande disgelandone altre.

C’informa il solito Guénon (106) che, dopo il Diluvio che distrusse la Terra Iperborea, i discendenti degli uomini iperborei si siano rifugiati in una terra adiacente ove “il giorno piú lungo era il doppio di quello piú corto”.  In temini numerici, dobbiamo ritenere dunque che il giorno piú lungo fosse di 16 h e quello piú corto di 8.  Dato che nell’Italia Settentrionale (107) la differenza oraria fra i due solstizi è di appena 4 h, durando la giornata al massimo 14h ed al minimo 10, si può calcolare vagamente a quale latitudine si trovassero quegli uomini.  Questa terra, esaminando la cartina geografica, doveva trovarsi ad una lat. di c.65°N, pressappoco dove è oggi la Groenlandia; la quale circa mille anni fa era molto piú verde di oggi, tanto che nel sud dell’isola si praticava l’agricoltura e l’allevamento, come testimoniano i Vichinghi nel loro passato (vedi esilio di Erik il Rosso).  L’Atlantide Iperborea non era forse nient’altro che questa landa, abituata a condizioni climatiche probabilmente addirittura migliori che nel Medioevo, a causa della Corrente del Golfo; che, deviata un tempo dall’Atlantide andino-caraibica, andava a lambire l’America Settentrionale lasciando l’Islanda (lett. ‘Terra dei ghiacci’) in condizioni simili a quelli dell’attuale Groenlandia o qualcosa del genere. Tale ecumene non può esser annoverata nell’ambito del IV Grande Anno, il Ciclo della Razza Rossa, dato che rientra già nel V; e tantomeno nel I, inquantoché sia cosmograficamente sia cronologicamente essa si situa al di fuori della cultura artica.  La definizione di ‘Atlantide Iperborea’ è appropriata, provenendo questa cultura subartica dall’incontro di due componenti etniche, una boreal-orientale e l’altra centro-atlantidea.  Quivi si collocano le origini dell’etnia iafetica, che Guénon ad esser sinceri non ha colto appieno (108).

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Note

(1)                L’identificazione colla Mesopotamia nasce dal fatto che, oltre al Tigri e all’Eufrate, la Bibbia si riferisce a due altri fiumi che secondo certi studiosi un tempo attraversavano quella terra e poi si sono essicati.  Ma in ogni caso, trattasi d’una identificazione simbolica, non può esser presa sul serio cosmograficamente parlando.

(2)                R.Guénon in Forme tradizionali e cicli cosmici- Mediterranee, Roma 1974 (ed.or. Formes Traditionnelles et cycles cosmiques– Gallimard, Parigi 1970), pp. 43-5, interpreta la storia narrata nella Genesi, per via dell’argilla di cui è costituito l’Uomo, come un’allusione al sorgere della ‘Razza Rossa’.  Ovviamente si tratta d’un riferimento corretto, dato che analogamente gli Africani utilizzano il simbolismo del ferro. 

(3)                I 5 ‘Grandi Anni’ della tradizione ellenica corrispondono ciascuno ad un dio nella prima metà e ad una dea nella seconda.  Platone, ad es., nel Tim.- xiii. 40 e/ 41a pone la doppia serie quinaria : 1) Urano-Gea, 2) Oceano-Teti, 3) Crono-Rea, 4) Zeus-Era e 5) i figli di questi ultimi non specificati (come Apollo-Diana ecc.).  Sono, inoltre, in relazione con tutta una serie di fattori cosmografici quali le Direzioni, i Climi, i Venti, le Classi sociali, le Ecumeni e via dicendo.  Non esiste alcun trattato che specifichi queste corrispondenze in Grecia, ma anche in India avviene la stessa cosa e del resto le suddivisioni grosso modo concordano, essendo basate le une e le altre sui ‘Grandi Elementi’ (scr.Mahābhūta).

(4)                G.Acerbi, Brevi considerazioni sulla tematica apocalittica e il preteso ‘Millenarismo’ – Algiza, N° 10, Chiavari [Ge]1998, passim.

(5)                G.Acerbi, La nozione di ‘Olam’ nella cultura ebraica ed il culto solare giudaico-cristiano, da Noè a Hebron– Alle pendici del M.Meru (blog, pross.)   

(6)                Per un’esegesi maggiormente completa cfr. Manu e la leggenda adamica del ‘Peccato Originale’– Alle pendici del M.Meru (blog, pross.).  In una forma incompleta era stato pubblicato in parte nel precedente blog quasi omonimo ‘Alle pendici del Meru’, 27-12-07.

(7)                Si faccia attenzione a non confondere l’Adamo terreno con quello celeste.  Per es. quando un sufi quale M.Shabistarî (S.H. Nassr,Ideali e realtà dell’Islam– Rusconi, Milano 1974, p.76; ed.or. Ideals and Realities of Islam– G.Allen & Unwin- Londra 1966) afferma nel suo ‘Roseto’ del mistero’ che il dono profetico è apparso per la prima volta in Adamo, ma fu perfetto nel ‘Sigillo dei Profeti’, intende dire che il compimento della profezia per l’umanità adamitica è avvenuto con Muhammad.  Non che Maometto fosse piú perfetto 
di Adamo, il che sarebbe assurdo.  A meno di confrontare il Profeta coll’Adamo terreno, che ovviamente è inferiore.  Come fece una volta in modo sacrosanto lo stesso Maometto, il quale dichiarò di essere stato già profeta quando Adamo si trovava ancora fra l’acqua e l’argilla”.  Perché, altrimenti, sarebbe esplicitare una bestemmia; in quanto, in ultima analisi, è dall’Adamo Celeste che trae la sua profezia ogni profeta successivo (Zoroastro, Siddharta, Mosé, Gesù ecc.).

(8)                La frazione indicata piglia come intero tutto il Ciclo Paradisiaco propriamente detto, ma se si volesse prendere per intero il Grande Eone è ovvio che la frazione simbolica di decadenza sarebbe diversa, cioè di 1/10.

(9)                I 3 emblemi sono: la Fenice (Cielo), il Dragone (Atmosfera) e la Tartaruga (Terra).  Cfr. G.Acerbi, Sulla questione essenziale dell’Unicità Divina– Herakles, N°1, Feb. 2015 (Digibu, on line), §6, p.27, n.54; inoltre, fig.5.

(10)              Nell’induismo la prima forma trinitaria prende corpo infatti col Varāhāvatārasignore del III Ciclo Avatarico; che, letteralmente, possiede una solla zanna.  Ma, in realtà ne ha tre ossia una in piú rispetto alle due normali dell’animale in senso biologico, su un piano meno elevato la prima ha valore trascendente, le altre semplicemente fenomenico.  Quantunque l’iconografia, in generale, non rispetti tale concetto.

(11)                Ac., art.cit., §3, pp 5-7.

(12)              C.A.S. Williams, Outlines of Chinese Symbolism & Art Motives– Dover P., N.York 1976 (rist. della III ediz.rived. di Outline of Chinese Symbolism– Kelly and Walsh, S
hangai 1941; II ediz. 1932; I 1931 con altro edit.), ss.vv.  P’AN KU, p.314 e  FU HSI, p.203.

(13)              Will., op.cit., s.v. P’AN KU, p.314 (ultime righe).

(14)              Nel II Ciclo Adamico il Dragone del Nord trovavasi al perno polare, ciò che spiega l’arrotolamento del Serpente attorno all’Albero della Vita, insomma l’Axis Mundi.  Che poi tale Serpente rappresenti il Diavolo lo abbiamo già detto, è la prima incarnazione dell’Avversario Divino.  Vi è, tuttavia, anche un aspetto positivo e demiurgico in tale presenza, quantunque non ben messa in risalto nella tradizione giudaico-cristiana.  Si ricordi, d’altra parte, della Caduta di Lucifero, prima il piú bello degli Angeli.  Il che significa 
che coincideva col Santo Spirito, il cui dominio rendeva il Paradiso unsanctum regnum per dirla alla Guénon.  La tradizione giudaico-cristiana non ci spiega quando sia avvenuta la Caduta degli Angeli Ribelli, ma è evidente che abbiamo a che fare con una discesa agl’inferi di tipo titanico, quindi conseguente alla fine del Ciclo Paradiasiaco nel suo insieme.  Per quanto appaia immersa, illusoriamente in un’aura pre-temporale, la trasformazione d Lucifero in Satana è la controparte metafisica del passaggio di consegne da Adamo a Seth, passando per Caino.  Sarà infatti nel Ciclo Sethita che avverrà il crollo  definitivo dei Cainiti (e parzialmente pure degli Abeliti) attraverso l’incontro-scontro coi Sethiti, la parziale corruzione di costoro a base di feste orgiastiche nonchè pasti cannibalici a scopo sacrificale per imitazione cainita – come è avvenuto sino a tempi recenti nella zona selvaggia della Nuova Guinea, al dire degli antropologi o degli storici delle religioni – per poi giungere ad una ribellione finale da parte dei ‘Figli di Dio’ (chiamati, in alternativa, ‘Angeli’…).  La mitologia greca ricorda questi fatti sotto il doppio aspetto della Titanomachia, il primo scontro; e della Gigantomachia, in cui ai cainiti superstiti parrebbero essersi uniti senza successo degli abeliti venuti chissà da dove.  Sulla questione vedi H.Mriga, La Patagonia, terra di giganti– Webly, pross. online.   

(15)              In tutta evidenza, tale decadenza etica è simile a quella cui si è accennato nella n.prec., ma ne è solamente un’anticipazione di grado minore in tempi ancora paradisiaci seppure prossimi a quelli della Caduta; in questo caso è sempre la femmina a dominare come nel I Ciclo Evaico, non il maschio come nel Ciclo Sethita.  Inoltre, non è ancor vigente il sacrificio e la crudeltà che inevitabilmente l’accompagna; né è subentrato al momento il fattore orgiastico, ispirato piú tardi al culto tribale tanto della fecondità umana ed animale in genere (legato indissolubilmente all’ossequio verso gli antenati) quanto della fertilità vegetale (propiziazioni rituali di stampo orticolo-primitivo).

(16)              Per questo taluno, scioccamente, tende a concepirla come inferiore all’Uomo.

(17)              In termini cinesi lo Yin sullo Yang, il che è come dire la Virtù dell’Uno (cin.Tē) – equivalente alla ‘Presenza’ della tradizione ebraica od alla ‘Potenza’ di quella indiana – sull’Uno (cin.Tao), sebbene lo Yin sia anche l’emblema dello Zero metafisicamente parlando oppure del Due.  Detto in termini cinesi, nel II Ciclo Regale prevale il senso del Tao inteso come la Madre (lo Zero, la Bruma); nel III Ciclo il Tao scade a Principio Unico, o Soffio Creatore se preferiamo, nel IV domina invece la Tē.  Ed è solo nel V Ciclo Regale che lo Yin e lo Yang si contrappongono dualmente come il Due e l’Uno (non dualisticamente!), poiché la simbologia dello Yin e dello Yangtende a scadere a livello cosmologico.  

(18)              Un nostro scritto intitolato Il Paradiso Iperboreo quale Terra di Luce e di Tenebre è in preparazione quale primo capitolo, a sé stante, d’una raccolta d’articoli vari (G.Acerbi, Viaggio nella Luce e nelle Tenebre, pross.).

(19)              Cfr. G.Filoramo, L’attesa della Fine. Storia della Gnosi– Laterza, Bari, Cap.VI sgg.  Quanto riferisce il Professore a proposito del ‘Dio Antrhropos’ posto al centro del cosmo dagli gnostici, bisogna capire che costui è l’equivalente del Rāmacandra hindu, omologo indiano (parziale) di Seth.  Entrambi questi personaggi dal risvolto umano paiono legati al numero 7, ovvero l’uno per il fatto che è il Settimo Avatar, l’altro per l’etimo medesimo; che l’apparenta per un verso al lat.Sāt-urn-usSa[vi]t-urn-us (scr.Sa[vi]t-ar) in quanto dio proto-agrario e, per il resto, al Settimo Pianeta’ dell’ebdomade planetario nella simbologia ermetica.  Inoltre, come Seth funge da erede di Adamo, cosí Rāma (corrispettivo etimologico del secondo Lamech biblico) funge da erede di Manu, l’Uomo-dio delle origini. Da notare che questo Lamech (il padre di Noè, cit. in Gen.v. 25-31) è figlio di Metušelah, a differenza del primo Lamech (l’uccisore di Caino, cit. in IV. 18-24), figlio del quasi omonimo Metušael; il quale ha molto in comune con il primo Rāma, chiamato Paraśurāma.

(20)              Ciò non è avvenuto unicamente in Grecia con Eraclito e Parmenide.  In India, egualmente, il tema di fondo di tutta la sapienza vedica  fino alle Upanisad non è altro che la dicotomia KālaAkāla.

(21)               Ricordiamo che la Lama XVI dei Tarocchi, ovvero la Torre, altro non è che la Torre di Babele e non a caso a volte in certe specie di carte è chiamata l’Enfer.  Cfr. O.Wirth, I Tarocchi– Mediterranee, Roma 1973 (ed.or. Les Tarots des imagiers du Moyen Age, C.Tchou Ed., Parigi 1966), P.<Sec., XVI, p.223.  Ed è effigiata alternativamente da un’immagine di Orione, dietro cui campeggia il Serpente ad indicare un’opposizione astrale, confermata dallo Scorpione che come nel mito punge il piede del gigante; oppure dalla Bocca del Mostro dal muso maialino che inghiotte i dannati al ritmo del Tamburo, portato a tracolla e scandito dal Diavolo (ibid., p.222, figg. accluse).

(22)              Grav. & Pat., op.cit., p.108, n.6; cfr. anche §14.d, p.105.

(23)              Se il vocabolo è arcaico, la personificazione sembrerenbbe tarda, del tempo imperiale; ma personalmente siamo convinti che se ne sia perduta storicamente una analoga, poiché il velo che avvolge il capo del nume è un rimando di tipo preistorico e persino shamanico.

(24)              G.Acerbi, Kālacakra. La Ruota Cosmica– Univ.St. di Venezia (Ca’ Foscari) 1985, Cap.I, pp. 2-3.

(25)              R.Guénon, Simboli della Scienza sacra– Adelphi, Milano 1975 (ed.or. Symboles fondamentaux de la Science Sacrée– Gallimard, Parigi 1962), §20, p.128.

(26)              G.Garbini, Le religioni della Siria antica, §3, p.204, ill. n.num.; apud Storia delle religioni– Utet, Torino 1971, Vol.sec.      

(27)              G.Acerbi, Le arcaiche figure tricorni nella glittica della Civiltà dell’Indo e nell’arte rupestre del subcontinente indiano- Valcamonica Symposium ‘93 ( Prehistoric and Tribal Art- SYMBOL AND MYTH ), Temù (BS) 6-11 ott. 1993, §b. 4.i. p.32.  In tale scritto facevamo riferimento a Guen., op.cit., §28, pp. 170-1. 

(28)               Volendo distinguere fra i due, è chiaro che Crono alludeva al Cielo, ed il fenicio  ’Ēl (var. Hel in lingua siro-palestinese s enon andiamo erratidove l’h è una trascrizione in caratteri latini dello spirito aspro, come dal greco) al Sole.  Difatti, Elio (gr.Hēlios) ciclicamente s’identifica a Crono, appellativo 
designante più un ente celeste e temporale che non solare e luminosa.  La loro identificazione è dovuta al fatto che entrambi erano delle ipostasi del nume settenario dell’Età dell’Argento.  Crono, si dirà per contro, è però figlio di Urano; mentre El subentra all’oceanico Yam, il che è una maniera drammatica per sostenere la sua discendenza divina.  Yam d’altronde sostiene un ruolo nella mitologia siro-palestinese non troppo dissimile da quella di Yama nella mitologia indiana e se, all’interno di questa, costui svolge un ruolo analogo a quello dell’oceanico Varua altrettanto si può affermare dello Yam siro-palestinese nei confronti dell’Ouranós greco. L’unica differenza è che in area medio orientale Oriente è Varua ad aver a che fare colle Acque e non Yama, mentre in area 
mediterraneo-vicino orientale è Yam al posto di Urano.  Ciò si spiega facilmente, poiché l’oceano veniva anticamente concepito per la sua vastità come il mondo della morte, tant’è vero che i morti venivano nei primordi posti su zattere od imbarcazioni lasciate galleggiare sulle acque senza meta.  Di qui l’affinità fra il dio delle acque marine od oceaniche (Urano, Varuna) ed il Primo Morto, divenuto in seguito il dio della morte (Yam, Yama).

(29)              H.Mriga, L’etimo di Yahweh– Nel nido del Simorgh, blog (in prep.).

(30)              Si distingua fra Unicità Divina, concetto primordiale, ed Unità Divina, concetto tardo.  In proposito si veda il nostro scritto indicato nella P.I dell’art., alla n.9 (§1, pp. 1-2).

(31)              Una spiegazione per la verità è data (Grav. & Pat., op.cit., §16.b, pp. 110-15), ma è debole, sebbene in sostanza dipinga Caino come un reo miscredente, egoista e negatore dell’Eternità e della Misericordia Divina.  Nella storia si presenta addirittura la Divinità come vogliosa di sterminare Caino e, per il rifiuto di Abele, finisce per pagare il mancato omicidio l’altro fratello.  Ma, persino in mezzo a codeste trame leggendarie, s’intravede la verità: Abele è rimasto maggiormente fedele ai costumi adamici, Caino è piú prossimo a quelli evaici.  Difatti è Caino che pentito inventa la meditazione, allorché Yahweh gli pone un Corno sulla fronte (ibid., §i, p.115) a sua difesa – cfr. col   ṣ ś ṛ  g a  hindu – e torna in gloria.  Dal momento che la meditazione è il mezzo per ripristinare interiormente le condizioni primeve.

(32)              Op.cit., p.108, n.6.

(33)              Quanto di negativo attribuisce al personaggio la tradizione ebraica può essere accreditato ai Cainiti solamente nella loro degenerazione successiva al Cainismo originario, di cui la tradizione indiana esalta infatti gli indubbi aspetti positivi nella mitologia dello Shivaismo meridionale.  Del resto anche la tradizione ebraica, in fin dei conti, finisce per riscattare Caino.  Cfr. n.prec.

(34)              G.Acerbi, Il mito del Gokarna ed il drammatico agone fra Perseo e Medusa– Alle pendici del M.Meru, blog (17-01-13), pp. 14-5, n.27.

(35)              Grav. & Pat., op.cit., § 14. a-b, p104.  Il Demonio in effetti è presente nel Paradiso Terrestre, almeno nel Ciclo Evaico, ma non ha il nome di Satana.  Ne è un prototipo, chiamato talora Samaele; in questo caso, allora, la diversa genealogia è lecita, giacché è chiaro che Caino non proviene dal Ciclo Adamico, bensí da quello Evaico.

(36)              Op.cit., §§ f-g, pp. 105-6. 

(37)              Cit., § 16.8, p.115.

(38)              Oltre a questa, gli autori citano altre fonti (Pat. & Gr., op.cit., p.116, n.12).

(39)              La doppia tendenza, l’una tribal-orgiastica con costruzioni in legno ricoperto di paglia o di frasche e l’altra pagano (in senso letterale)-megalitica è propria della cultura d’origine austronesiana, se è vero che in tempi paleolitici (ltre 40.000 anni fa) un flusso migratorio di tale secondo genere culturale ha raggiunto dapprima l’India, poi l’Asia minore ed il Mediterraneo.

(40)              R.Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi- Studi Tradizionali, Torino 1969 (Le Régne de la  Quantité et les signes des Temps– Gallimard, Parigi 1945).

(41)              Guén., op.cit., Cap.XXI, p.174.

(42)              Sulla doppia discendenza degli Zingari vedi R.Guénon, Il Compagnonaggio e gli Zingari presso Scritti sulla Massoneria ed altre iniziazioni artigianali– R.d.S.T. (Gen.-Dic. ’81), Studi Tradizionali, Torino 1981, p.16.  Lo scrittore francese era convinto che anche il doppio raggruppamento di Ebrei e Compagnoni avesse a che fare con una doppia origine etnolinguistica e rituale.  Gl’indù, egualmente, riconoscono una Dinastia Solare rispetto ad una Lunare; nella prima potremmo riconoscere il ceppo turanico e nell’altro quello ario.  Cfr. in proposito G.Acerbi, L’Isola Bianca e L’Isola Verde– Simmetria on line (N°41, Apr. 2016), pross.  Gli unici autori che sono stati capaci di riconoscere tale doppia origine, anche se un po’ confusamente, sono Evola e Guénon.  Da parte da nostra abbiamo elaborato alcune ipotesi per cercare di chiarire meglio il problema, cercando di smentire le tesi accademiche od occultiste, che sfiorano la verità ma non sanno coglierla in pieno.

(43)              Abbiamo spiegato altrove (Ac., art.cit., passim) che tal razza non è mai esistita, però indubbiamente il termine va inteso come sinonimo – sia pur scorretto – di ‘stirpe’.  Soltanto questo modo essa diviene una denominazione pienamente tradizionale, facente capo alla ‘Quarta Stipe’, che Esiodo e la Genesi congiuntamente definiscono ‘Eroi’.  Questi Eroi altro non sono che gli Ari (scr.Ār-y-a, ir.Air-y-a), cioè gli ‘Aratori’ (scr.ar-y-a =’aratore, apritore del solco’, lat.ar-at-or = id.), secondo quanto mostra la comparazione con altre lingue indoeuropee (celt.ar = ‘campo, suolo coltivato’; lat.ar-v-us= id.).

(44)              Guén., op.cit., p.175, n.2.  Gli studi accademici in questo caso concordano, benché ogni tanto qualcuno ci provi a sfornare altri etimi, che paiono in realtà probabilmente collegati a quello principale per vie spesso difficili da delineare in maniera del tutto chiara.

(45)              Da notare che Guénon  (cit., p.174, n.1) non si fa prender la mano dal complottismo, che pure ha una sua ragione d’essere considerando la Dichiarazione Balfour e tutto il resto che si collega ad essa, ma vede in tale progetto un danno nei confronti degli Ebrei per ridurli al sedentarismo colla scusa d’offrir loro una patria.

(46)              Egualmente Guénon (ibid. come alla n.prec.) rammenta che nei confronti degli Zingari fu fatto un tentativo, in tal senso, di ridurli a certe regioni dell’Europa Orientale (Montenegro ecc.).

(47)               P.175.

(48)               L’autore usava ancora i termini di ‘etnologi o ‘preistorici’, oggi superati.

(49)               Passim.

(50)               Facciamo notare che persino il Mannus germanico aveva secondo il mito 3 simbolici <Figli>, ossia 3 diramazioni etnoculturali, non meno dell’Adamo biblico.

(51)               A. di Nola, s.v.:ZINGARI, Religione degli; presso AA.VV., Enciclopedia delle Religioni, Vallecchi, Firenze 197x, Vol.6, p.xxx.

(52)               Grav. & Pat., op.cit., Cap.16p.117, n.5.

(53)               I Rom fra gli Zingari e gli Askenaziti fra gli Ebrei.

(54)               La parola Thor-ah (‘Legge’) viene generalmente accostata al scr.Dhar-m-a (Id.), oppure al gr.Taûr-os (‘Toro’), in riferimento all’Era del Toro; venerato anticamente dagli Ebrei parimenti agli altri popoli del Vicino Oriente, come mostra l’episdio del ‘Vitello d’Oro’.  Potrebbe tuttavia aver avuto a che fare, in principio, con Tūrān.

(55)               Quelli d’origine iperborea.

(56)               I.Hud, Gli Zingari nella storia– Child of the Light & Friends, blog (16-06-2015), passim.  Il capostipite leggendario è chiamato Ròmano, chiaramente derivato da Rām (scr.Rāma).

(57)              F. d’Olivet, Storia filosofica del genere umano– Atanòr, Roma 1973, L.Sec., Cap.X, p.158.

(58)              Grav. & Pat., op.cit., Cap.19, p.133, n.1.  I due autori citano oltre a Perseo anche Atamante, scambiato per un bianco cervo.  Lamech annienta involontariamente l’avo Caino (in un passo apocrifo avente un corno sulla fronte), come Perseo uccide inintenzionalmente il nonno Acrisio, mentre nel caso di Rama l’uccisione dei Kārtavīrya è volontaria.

(59)               Ac., Il mit., passim.

(60)               Da notare che il nome rimanda da un lato a Yama, un Adamo demonizzato, avente per emblema il Toro; e dall’altro ad Agni, signore del fuoco, tale elemento risultando un fattore vitale per i nomadi allevatori di bestiame e costretti a continui spostamenti a causa delle mandrie.

(61)               J.Fontenrose, Python. A Study of Delphic Myth and Its Origin– Univ. of California P., Berkeley-L.Angeles-Londra 1959, Cap.XI, p.291.

(62)               Fontenrose (ibid. come alla 60) tratteggia la profezia sul nipote uccisore del nonno come una tipica storia sul modello di Crono e Zeus, o Laio ed Edipo (entrambe le coppie sono padre e figlio), quindi un passaggio ciclico da un’era ad un’altra.  E dato che Acrisio è un <Pescatore> ed anche un re, peraltro costruttore dell’Arca su cui sono rinchiusi figlia e nipote, potrebbe rimandare di per sé ad un mito diluviale concernente il Re Pescatore e la sua Arca di Traghettatore delle Anime da o per l’Altro Mondo.

(63)              Preto in effetti cominciò a litigare col gemello – anche Caino in una versione della leggenda ebraica (Grav. & Pat., op.cit., Cap.14, p.105, §f) è gemello di Abele anziché fratello – già nel ventre materno.  La cosa ricorda da presso la lite fra Viśvamitra e Jamadagni, collo scambio dei ‘Vasi’ contenenti il Soma.  Facile dunque paragonarli vicendevolmente a Preto ed Acrisio.  In questo caso i Vasi alludono ai Poli, ma non nel senso del Polo Artico ed Antarico, come la Doppia Ascia; ci pare che, più modestamente, abbiano ad indicare il passaggio pendolare del perno polare antartico da un asterismo (Sirio) ad un altro (Canopo).

(64)              Font., op.cit., p.292, n.31.

(65)              G.Acerbi,  Il Capricorno nel Bene e nel Male. La simbologia solstiziale dei ‘Tre Figli’ d’Adamo, con un’indagine sull’origine dei culti demonici in rapporto al Cainismo, all’Abelismo e al Sethismo– Nel nido del Simorgh, blog (10-02-15), p.10, n.7.  Quantunque la Genesi, facendone un discendente di Caino, lo abbia trasformato in cacciatore.

(66)              Wikipedia. The FreeEncyclopedia, s.v. Lamech (descendant of Cain).

(67)              Gli è attribuita difatti l’invenzione della Spada (ibid. come alla n.prec.), onde si può ipotizzare che alla maniera del Cavaliere su Cavallo Bianco dell’Apocalisse di S.Giovanni (Ac., Il mit., p.14, n.27), la sua Spada alluda cosmologicamente all’Asse Polare.  E siccome la vittima di Lamech è Caino, caratterizzato da tratti fisici similari a quelli di Agastya dai chiari connotati canopici (ib., p.5), ecco dimostrata la quasi perfetta equivalenza di Lamech a Parshu-rama e Perseo anche simbolicamente e non solo nel nome.

(68)              Non c’è da stupirsi che il Gigante Orione faccia riferimento al V Periodo Avatarico (avente perno polare più precisamente in Sirio), poiché anche per i Turi è trascorso tale periodo, nonostante il dominio dei Pigmei (Cainiti, Kartavirya); proprio come durante il periodo avatarico successivo è avvenuto il contrario, vale a dire al simbolismo di Rishyashringa (cfr. coll’immagine del Caino Unicorne, alla fine del suo ciclo ucciso da Lamech) è subentrato per i Kartavirya quello di Agastya, in parallelo con Parashu-rama ed il dominio dei Giganti.

(69)              Guén., op.cit., pp. 178-9.

(70)              Com.or.

(71)              Per questo e gli altri dati a seguire cfr. Encyclopaedia Iranica on line a c. di A.Tafażżolî, s.v.FERĒDŪN.  Nella forma cartacea la voce è presente nel Vol.IX della stessa (I ed.  1999, aggiorn. nel 2012), fasc.5, pp. 531-3.

(72)              M. & J. Stutley, Dizionario dell’Induismo– Astrolabio-Ubaldini, Roma 1980 (ed.or. A Dictionary of Hinduism– Routledge & Kegan- Londra 1977), s.v.PARAŚURĀMA, p.320/ col.b.

(73)              Nei testi medio-persiani rimane confinato in una grotta del Monte Damāvant, fino alla ‘Fine dei Tempi’; proprio nel 2000 d.C., difatti, il perno del Polo Nord si è spostato dal Dragone all’Orsa Minore.

(74)             Il tricefalismo in un caso e nell’altro allude cosmologicamente allo spostamento periodico (ogni 6.480 anni) del perno polare dalla Lira al Dragone del Nord e dal Dragone del Nord all’Orsa Minore, con movimento opposto al ritorno.  Inoltre, indica trattarsi d’un nume titanico, relativo al Tretāyuga  (la classica Età dell’Argento).  Cfr. col Tritone greco, pure tricefalo.

(75)              La locuzione nominale significa il ‘Terzo delle Acque’, con allusione forse ad Agni, che sorse primieramente da esse e fu seguito poi dai suoi 3 fratelli: Ekata (il ‘Primo’), Dvita (il ‘Secondo’) e Trita (il ‘Terzo’).

(76)              Etimologicamente è da apparentare al gr.Trítôn, benché quest’ultimo sia un drago marino, non l’uccisore del drago.

(77)              Sul piano astrale Parshu-rama rimanda a Canopo quale perno polare, sul piano ontologico al VI Avatāra.  Quindi anche Thraetaona ha il medesimo significato.

(78)              L’identità fra Jamadagni e Trita non è facilmente tracciabile, se si esclude il Tridente posto solitamente in testa al brahmano, ma è evidente persino dal nome che il padre di Rama debba esser assimilato al ‘terzo fratello’ di Agni.

(79)              Ac.,  art.cit., p.8.  Scrivevamo in proposito: “La relazione fra Parçu-Perseo, nonché della controparte femminile Medusa-Renuka, e Canopo vien in tal modo palesemente chiarita.  In certo senso la coppia Parçu-Renuka appare un doppione di Varuna e della propria figlia-consorte Vârunî-Varunânî (Urano ed A.Urania), i numi indiani preposti alla sovranità delle acque cosmiche; mentre la coppia corrispettiva Perseo-Medusa si richiama alla omologa coppia Forco-Keto.  Il Ketos dal suo canto, essendo il messaggero per eccellenza del signore del mare, ne è il veicolo esclusivo o se si vuole la forma primigenia; parimenti, in India il Makara è il vâhana di Varuna.”

(80)              Poseidone non è che un sostituto in tempi recenti dello Hálios Gerôn ed in quanto tale un doppione di Tritone, che ne è il figlio, vale a dire un’allomorfia.

(81)              L’interpretazione di queste tribù semi-mostruose descritte nel Dēnkard quali tribù negroidi attiene ad A.Tafażżolî (vide n.71), noi l’abbiamo solamente riadattata alle nostre necessità.  Di esse è detto che hanno invaso la regione di Xvanērah (av.Xaniratha) e che poi sono state tramutate in pietra dalla magia, s’intende attraverso operazioni shamaniche, di Ferēdūn.

(82)              In particolare quelli relativi alla ‘pesca delle isole’ da parte d’un nume, dopo che un continente era sprofondato in precedenza; è evidente che tali isole sono quindi una riemersione di dorsali oceaniche dapprima sprofondate, ragion per cui ha poco senso la datazione di arrivo in esse delle attuali popolazioni che le abitano.  Sicuramente il ripopolamento insulare non ha potuto concretarsi senza l’apporto di dati tradizionali ancestrali, non facili da distinguere tuttavia da quelli che si sono sovrapposti successivamente.  L’esistenza di terre paradisiache orientali ormai orrimediabilmente perdute, proprio come in Occidente, è attestata abbondantemente nella tradizione cinese e limitatamente anche in quella giapponese.  Per una visione d’insieme vide G.Acerbi, La saga universale del Pesce e del Re Pescatore. Indagine iconologica e cosmografica sugli sviluppi ciclici della Rivelazione Primordiale– Quaderni di Simmetria, Roma (programmato per la primavera del 2017), Capp. III-IV passim.

(83)              Ciclicamente trattasi della prima metà del IV Grande Anno, detto in termini greci (il IV Mahāyuga in termini induisti).

(84)              Da ciò si può dedurre, indirettamente, che prima dell’ibridazione i Sethiti appartenevano ancora alla Razza Bianca, benché al secondo ramo (nordorientale) della stessa; ecco il motivo per cui la tradizione apocrifa ebraica li definisce ‘Figli di El’, in altre parole una divina progenie.  E li descrive alti, intellettivamente ispirati e dediti alla meditazione.  Non bisogna dimenticare, a tal proposito, che l’etnia di provenienza dei Sethiti non è tanto la Razza Gialla secondo quel che si sostiene in genere, quanto la razza Bianca;  con riferimento, precisamente, al ceppo paleoasiatico oppure a quello mongoloide.  Questi ceppi, risultando sul suolo americano prevalenti rispetto all’altro pigmeo-negroide d’origine pacifico-atlantica, han determinato tutto quel che si osserva comunemente (caratteri fisico-mentali, costumi, linguaggi) nella Razza Rossa.  Ancor oggi, per influenza certamente dalle teorie etnologiche moderne, la tipologia amerinda dagli ‘occhi a mandorla’ viene localmente chiamata «cinese»; di contro all’altra, pigmeo-negroide, di cui dicevasi sopra e che non trova riscontro alcuno (anzi, ne è apertamente negato il ruolo) nelle teorie antropiche contemporanee.  Tuttavia va precisato che, oltre alla mancanza d’una teoria antropologica che spieghi il contrasto fra codeste due tipologie fondamentali presso le popolazioni indigene amerinde (apporti etnici d’origine europea a parte), va rilevato che pure gli abitanti della Cina sono soltanto per un terzo dei ‘gialli’ di lontana origine pacifica; un altro terzo è rappresentato da vetusti discendenti del ceppo paleoasiatico ed un altro terzo ancora da genti di provenienza altaica, protomongolide insomma.  Sia gli Altaici che i Paleoasiatici appartengono al ramo nordorientale della Razza Bianca, mentre i Proto-oceaniani discendono dal ramo orientale della Razza Gialla.

(85)              Non è questione di razzismo.  Come insegnano gli Zingari (G.Acerbi, Pañcajana, le ‘Cinque Razze’ degli Zingari e i ‘Semi’ del Tarocco– Algiza, N°12, Chiavari [Ge] 1999, pp. 16-9), che sono d’origine indiana, solamente le prime 3 Razze (la Bianca, la Gialla e la Nera) possono venir reputate pure ossia non ibridate; le altre 2 (la Rossa e la Bruna) sono spurie, siccome commiste.   La commistione delle razze e delle caste è un fenomeno verificatosi in piccole dimensioni a cominciare dal IV Grande Anno (23.920-10.960 a.C.), estrapolando dai testi sacri di varie tradizioni; praticamente, detto in termini archeologici, nella fase finale del Tardo Paleolitico.  In grandi dimensioni si è verificato, invece, a partire dal V Grande Anno; cioè in tempi post-diluviali (post-mesolitici), con aumento del fenomeno in tempi post-babelici (post-neolitici).  Sebbene nella Bibbial’accento dell’azione corruttiva nimrodica sia posto sulle lingue, anziché sulle etnie, ma è in sostanza la stessa cosa, poiché non esiste etnia senza linguaggio.  La cosmologia mitica indiana, in parallelo, pone la corruzione finale del genere umano nel Kaliyuga, la ‘Quartà Età’ ciclica.

(86)              È la tradizione zingara – probabilmente la componente rom di questa – a dichiararlo (Ac., art.cit., pp. 16-7), ma pure l’Ermetismo occultista sorto fra l’inizio del XIX sec. e l’inizio del XX, la cosa essendo stata trasmessa persino a Guénon.  Gli studiosi del Novecento però hanno finito per confondere siffatta tradizione turanica con quella d’origine degli Indoeuropei (sarebbe meglio tornare a chiamarli Iafeti), che è veramente altra cosa; giacché non ha niente a che fare coll’Asia Centrale, se non per un periodo cronologico assai limitato.

(87)              Circa l’estensione maggiore a sud dell’Asia Meridionale vi sono tradizioni popolari dravidiche ed altre letterarie puraniche a suggerrilo.

(88)              In base a quel che abbiamo stabilito alla 84, è chiaro che per i Sethiti durante la loro primitiva espansione in ambito nord-americano si potrebbe realmente parlare di «idiovariazione» nei confronti del ceppo di razza bianca originario, come pretendevano un tempo il Wirth ed Evola (cfr. Ac., L’Is. B. sgg.).  Pur di considerare quale archetipo primevo non il ramo artico della Razza Bianca, bensí il ramo subartico-nordorientale della medesima, disceso al pari delle genti turaniche dal mitico  Śākadvīpa ed a propria volta formato da due suddivisioni etniche: il ceppo altaico (proto-mongoloide) e quello paleoasiatico, quest’ultimo probabilmente derivato da un’ibridazione degli Adamiti coi Pre-adamiti.  Il primo parrebbe connesso alla vera e propria discesa di Seth (s’intende, i Sethiti) verso Sud, databile pressappoco fra il 30.000 e il 20.000 a.C.; il secondo, entrato sul suolo americano in tempi maggiormente recenti ovvero attorno al 10.000 a.C. ed esteso dall’Alaska alla Costa Nordocciodentale della California, parrebbe rispecchiare a differenza dell’altro la cultura primitiva dei cacciatori di grossi cetacei diffusa nelle zone circumpolari asiatiche.

(89)              A meno che esistessero già dei pre-adamiti di tipo neanderthaliano anche nel Nuovo Continente (vedi n.prec.), cosí come nell’Eurasia ed in Africa.

(90)              L’idea di piú Atlantidi è stata proposta da P. Le Cour ed accettata – sia pur con riserve – da Guénon, ma è implicita nelle etnogenesi tradizionali narrate da popoli quali i Toltechi o gli Aztechi, i quali affermavano di discendere da una primordiale Tullàn o Aztlàn.  Da notare che l’etimo di questi nomi suggerisce un’analogia della seconda parte di tali termini con l’ingl.land (‘terra’).  Le antiche cosmografie, dalla Grecia all’India, implicavano d’altronde il trasferimento <a staffetta> della Tradizione da un’ecumene mitica (dvīpa per gl’indú) ad un’altra successiva secondo il percorso solare; quindi, partendo dall’Artide il flusso culturale si è diretto dapprima a NO, poi nelle seguenti direzioni: E, SE, S, Antartide, SO, O, NO ed infine al N.  Si vedrà come la direzione occidentale comprende, perciò, 3 Ecumeni: una meridionale, una centrale ed una settentrionale, disposte piú o meno a livello geografico (estensione territoriale a parte) ove sono dislocate oggi le 3 Americhe.  Al riguardo cfr. G.Acerbi, L’America e l’enigma delle 3 Atlantidi– Alle pendici del Monte Meru, blog (pross.).  Circa l’Azt-lan, il nome significava ‘Terra Bianca’ a giudizio di Evola e sembra pertanto riferirsi alla Tula Iperborea; mentre ilTul-lan è probabile faccia riferimento alla Tula dell’America Settentrionale ossia la ‘Terza Atlantide’, che il Le Cour chiamava ‘Atlantide Iperborea’ (definizione parzialmente accettata anche da Guénon).  A meno che vi sia stata una sovrapposizione di contenuti fra la prima e la seconda, onde si utlizzava il nome della prima per indicare la seconda e viceversa, come è successo in Grecia colla nozione di Thule ed in India con quella di Uttara Kuru. 

(91)              A Caino (il Vamana vishnuita) si deve la nozione di Anno Sacrificale (scr.Yajña) e la Ruota dei Sacrifici (Yajñacakra) ad esso connessa.  Al V Ciclo Avatarico dobbiamo inoltre la tripartizione del cosmo, il culto dei solstizi e degli equinozi, nonché forse la scoperta del pianeta Mercurio – il Budha indú, ritratto come un nano e identificato in questo modo a Vāmana – oltre ai 4 già noti (Marte, Venere e i due luminari); a Lamech (Parshu-rama) la conoscenza dei 2 Poli e l’inversione del simbolismo adamico (artico), oltre alla scoperta probabilmente del pianeta Giove; a Seth la scoperta del pianeta Saturno, cosa che comportava l’acquisizione della conoscenza completa dell’Ebdomade planetario e quindi indirettamente la prima forma d’Alchimia. 

(92)              Sul piano alchemico le 2 Colonne richiamano quel che nel Templarismo massonico ha nome di Jakin e Boaz, insomma le 2 Colonne del Tempio di Salomone, emblema della polarità che è necessario coagulare per poter ottenere interiormente la Luce Astrale.  L’unica colonna rimasta è ciò che in India chiamasi Suumnā, vale a dire la nā(‘corrente’) centrale del corpo sottile – detta per eccellenza Brahma-nā– nella quale occorre sciogliere alfine la coagulazione psichica prima ottenuta onde realizzare spiritualmente la ‘Grande Opera’; tantricamente è ritenuta contenere in nuce l’intero universo, essendo la strada (dal Mulādhāra al Sahasrāra) su cui scorre la Kuḍalinī.  Sul piano semplicemente astrologico le 2 Colonne, una delle quali sparisce (è la cultura artica che vien meno), posssono riferirsi ai Poli; siccome il periodo cronologico cui si allude in codesto simbolismo è il VII Ciclo Avatarico, durante il quale è ancora parte del Polo Sud a dominare (si esamini negli studi di C.H. Hapgood e dei suoi seguaci Rand e Rose Flem-Ath l’importanza della cd. ’Antartide Anteriore’), sebbene la cultura sethita si estenda a tutto il Sudamerica.   Ma, sfortunatamente, costoro, hanno confuso il VII e l’VIII Ciclo Avatarico fondendoli in uno solo; cfr. in proposito R. & R. Flem-Ath, La fine di Atlantide. Alla ricerca della civiltà misteriosamente inabissata sotto i ghiacci dell’Antartide– Piemme, Casal Monferrato [Al] 1997 (ed.or. When the Sky Fell. In search of Atlantis– Weidenfeld & Nicolson [Orion-books], Londra 1995), passim.  Vero che i due cicli appartengono entrambi a quello della Razza Rossa, corrispondendo al IV Grande Anno, e che anche Guénon li unifica sul piano culturale attribuendoli parimenti all’Atlantide; ma una distinzione va comunque fatta, dato che l’uno è il Ciclo Sethita e l’altro il Ciclo Noaico (del ‘primo Noah’).

(93)              M.Kerbaker, Saturno-Savitar e la leggenda dell’Età dell’Oro- Regia Univ., Napoli 1890, pp. 11-2.

(94)              Non si dimentichi che il Ciclo di Seth, cosí come quello di Ramacandra, rientra nell’Età dell’Argento (il Tretā degli Indù) e che è perciòŚiva a signoreggiarlo in tutta la sua triplice suddivisione.  Tanto per capirsi meglio, i 3 Avatāra tratayugici – che la Genesi designa come i 3 <Figli> di Adamo – sono delle incarnazioni shivaiche (assimilabili alle 3 Teste di Śiva) applicate al mondo australe ed in seguito vishnuizzate, esattamente come i 4 Avatāra satyayugici sono personificazioni brahmaniche (assimilabili alle 4 Teste di Brahmā) adattate al medesimo scopo.  In pratica soltanto i 2Avatāra dvaparayugici incarnano davvero il dio Visnu, volendo proprio dire la verità;  mentre l’ultimo, kaliyugico, non è che una manifestazione diDurgā-Kālī (o, se si preferisce, del suo paredro Kāla, cioè della Śakti).

(95)              Figlia di Daka (incarnazione di Brahmā) e promessa sposa aRudra-Śiva immolatasi nel fuoco dopo che codesto nume non era stato invitato al sacrificio allestito dal padre, onde era sorto Vīrabhadra(manifestazione terrifica di Shiva) al fine di farlo fallire.  L’immolazione nel fuoco delle vedove è stato in passato ritenuto un costume vedico proprio della casta guerriera, ma oggi si crede che sia pre-vedico e che nel Ṛgvedasi sia opportunamente cambiato l’ablat.agre (‘in principio’) con agne (‘nel fuoco’) per dare una sanzione vedica a questo tipo diffuso di ritualità.

(96)              A.F. d’Olivet, Storia filosofica del genere umano– Atanòr, Roma 1973 (ed.or. Histoire philosophique du genre humain…, 2 voll., 1824 ; I ried. Edit.Traditionnelles, Parigi 1966).

(97)              M. & J. Stut., op.cit.s.v.S¦T}, p.404/ coll. a-b.

(98)              Vedi G.Acerbi, I numi erano numeri: carattere matematico della vetusta astrologia e della conseguente teogonia- Alle pendici del M.Meru, blog (24-07-11), fig.23/b. Questa sua pelle ha a che fare colla vetusta natura proto-agraria di Saturno, che nei miti e nei riti dell’America Precolombiana era associata ad un analogo Dio-Verde o Dio-Sette, distinto dal piú recente Dio-Giallo (var. il Dio-Rosso) o Dio-Tredici.  Cfr. R.Girard, La Bibbia maya. Il Popol-Vuh : storia culturale di un popolo- Jaca Book, Milano 1976 (ed.or. Le popol-vuh. Histoire culturelle des maya-quichés- Payot, Parigi 1972), Introd., pp. 26-7.  Il Dio-Verde era appaiato al computo calendariale basato sulle fasi lunari mensili e sulla conoscenza dei 7 Pianeti, il Dio-Giallo al computo basato sulle fasi solari annuali e sulla conoscenza delle 12 Stelle Zodiacali (analoghe seppur non perfettamente coincidenti colle costellazioni dei 12 Segni dello Zodiaco eurasiatico).  Cfr. in proposito G.Acerbi,Kali, la dea-scorpione- Alle pendici del M.Meru, blog (8-11-14),§3, pp. 9-10.  Rama e Krishna, rispettivamente con pelle verde e veste gialla-zafferano, costituiscono le forme induizzate dei due numi amerindi antidiluviani (in una parola, atlantidei).

(99)              Per ‘Atlantide primitiva’ s’intenda ivi la fisionomia geografica ancestrale del Nuovo Continente, soprattutto nel versante meridionale, caratterizzata di certo da una conformazione orografica e da un quadro di terre emerse necessariamente distanti da quelli attuali.

(100)            G. de Santillana & H. von Dechend, Il Mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo– Adelphi, Milano 1983 (ed.or.Hamlet’s Mill. An essay on myth and the frame of time, 1969), App.18, pp.449-51.

(101)             Vedi l’incrocio fra l’asino e il cavallo, da cui si ha il mulo, che è un animale sterile.  Quando non sia in gioco la specie, ma una semplice varietà, si produce lo stesso un effetto simile.  Difatti gl’ibridi vegetali vengono utilizzati nell’agricoltura industrializzata odierna per rendere infeconde i prodotti per la semina e costringere i consumatori, niente piú di questo essendo diventati ormai gli agricoltori attuali, a ricomprare ogni anno i semi per l’inseminazione. 

(102)             Gr. & Pat., op.cit., §18. n, p.125.

(103)             Passim.

(104)             La tematica graaliana del ‘vedere’ per conoscere equivale a quella amerinda del popol-vuh, cioè la visione popolare del sacro in senso tradizionale.

(105)             La morte di Adamo (Grav. & Pat. , op.cit., §19.d, p.132) coincide secondo i testi ebraici apocrifi colla nascita di Noè.  Si può interpretare codesto dato nel senso del passaggio tradizionale dal I Ciclo Avatarico all’VIII, in altri termini della trasmissione della Rivelazione Primordiale dalla Terra Iperborea all’Atlantide propriamente detta, quella noaico-platonica.

(106)             Guén, Form., p.29.

(107)            Siccome l’italia si estende da una Latitudine Nord di c.47° ad una di c.35°, in media sta attorno ai 40°, invece il Canada fra c.83° e c.41° e la Groenlandia fra c.83° e c.59° (la parte migliore insomma attorno ai 65°); mentre il Polo Artico, ovviamente, si trova a c.90°N.  Facendo una media fra i 40° dell’Italia e i 90° dell’Artide, è chiaro che atttorno ai 65° la differenza d’ore fra i due solstizi sarà di 8h anziché di 4 come da noi.

(108)             Bisogna aggiungere che l’autore francese, nell’intento di determinare il punto di congiungimento della tradizione iperborea con quella atlantidea (una vera ossessione di Guénon e della scuola guénoniana), al pari degli studi accademici non teneva conto dell’apporto cainita sul suolo americano.  Onde si comprende bene dal suo testo chi sarebbero questi discendenti degl’Iperborei, che lui vedeva amalgamati fra le genti celtiche.  Sicuramente, però, il dato è indiscutibile.  Si trovano nel Druidismo rimandi indubbi alla Rivelazione Iperborea (noi preferiamo questo temine a quello di Tradizione): vedi ad es. le figure di Bran e diManannan, due fratelli nei quali non è difficile ravvisare qualcosa di analogo alla non dualità brahmanica primeva fra l’Uomo (Manu) e la Divinità (ilBrahma).  Per un approfondimento del tema vedi G.Acerbi, Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro– Quaderni di Simmetria, Roma (in corso di pubblic., dopo una ricerca pluriventennale, per la pross.primav.).  Tuttavia Guénon è stato messo fuori-pista dagli studi di Tilak, che in apparenza hanno dato quel retroterra geografico-culturale mancante all’Indo-europeismo di maniera accademico, in gran parte basato sugli studi duméziliani; ma in realtà hanno aumentato la confusione nel settore, dal momento che non vi erano né testimonianze letterarie né reperti archeologici umani a testimonianza di quella tesi.  Da parte nostra abbiamo cercato di chiarire il punto in un nostro scritto (Ac., L’Is. B., passim), distinguendo una assai arcaica discesa turanica dall’Asia Nordccidentale da una aria relativamente piú recente proveniente per via oceanica dall’America Settentrionale.  Il problema cosí reimpostato, ad ogni modo, ci pare non sia tanto il momento (crediamo, l’età proto-storica) ed il luogo d’incontro di codesti due flussi migratori (l’Asia Centrale); quanto, piuttosto, il fatto che l’elemento iafetico fosse strettamente congiunto a quello semitico e camitico  – come ci tramanda il racconto noaico – o meno.

 

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(Articolo originariamente pubblicato in quattro parti sul blog “http://nelnidodelsimorgh.blogspot.it“)

 

Link 1 http://nelnidodelsimorgh.blogspot.it/2015/08/il-viaggio-degli-adamiti-allemisfero.html

Link 2 – http://nelnidodelsimorgh.blogspot.it/2015/09/il-viaggio-degli-adamiti-allemisfero.html

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Link 4 – http://nelnidodelsimorgh.blogspot.it/2015/12/il-viaggio-degli-adamiti-allemisfero.html

 

 

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