UBINAM GENTIUM SUMUS? UN EDEN ED UN POPOLO O PIÙ LUOGHI E PIÙ GENTI?

di Bruno d’Ausser Berrau

Profondo è il pozzo del passato.
O non dovremmo dirlo imperscrutabile?
Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli: incipit

Prima Parte

Per chi, a vario titolo, si occupa delle incerte origini della presente umanità, sarà accaduto, a proposito della localizzazione della sede primitiva, di trovarsi spesso a confronto con proposte tra loro contrastanti e questo può essere indifferentemente avvenuto sia se il suggerimento è scaturito da un approccio mitico / tradizionale affine al nostro,(1) sia pur anco da uno di carattere scientifico. Tanto più si può essere indotti a perplessità se tutte queste proposte si presentano supportate da apparenti, obiettivi riscontri. Dati dunque questi ultimi, dov’è allora la ratio che, da tali – a nostro avviso – spesso insussistenti contraddizioni, possa far emergere un ordine e un significato?

La risposta, per essere esauriente, deve abbandonare, com’è già avvenuto in nostri precedenti scritti, sia i cammini consueti della preistoria, sia quelli della cosmologia contemporanea. Cammini la cui visuale è di una civiltà fatta di pochi, recenti millenni mentre il paesaggio umano, pur avendo orizzonti che si perdono nelle lontananze di un passato indefinito, appare segnato da deprimenti connotati belluini.

È sufficiente una qualche confidenza con la geografia per rendersi conto della frequenza con la quale, attraverso le più disparate contrade (abbiamo in mente soprattutto l’Eurasia e l’Africa), si ripresentano gli stessi nomi di luogo e che questo debba essere un semplice attributo del caso, pare – data anche la molteplicità delle lingue e delle genti coinvolte e quindi sul piano della stessa eventualità statistica – davvero improponibile. L’origine più contingente di questo fenomeno è quella che, in tempi recenti, trova esempio nelle terre oggetto dell’imponente migrazione europea, susseguente alle grandi scoperte geografiche: le Americhe e le terre australi sono, infatti, territori saturi di richiami alla toponomastica del vecchio continente, talvolta aggettivati con un nuovo ma tutti, inevitabilmente, collegati o a mere nostalgie, o a più pregnanti congruenze geografiche tra l’insediamento oltremare e quello perduto. In tali esempi, la motivazione è dunque psicologica, ma in altri – e qui torniamo al vecchio mondo – nei quali il nome implica significati di diversa e più complessa natura, la giustificazione si colloca, per l’opera di remote élites, sul piano di una meditata scelta di carattere intellettuale. In tutti i casi, c’è dunque un prototipo la cui replica scaturisce da ragioni profondamente radicate nella tradizione del popolo
vettore.

A questo punto, tornando al problema della sede originaria, alla mente viene spontanea una domanda: quale, degli Eden ( עדן גן ,gén édèn, lett. giardino di delizia) (2) propostici, è il giardino primevo o, piuttosto, non sono tutti, di quel remoto prototipo, soltanto la pallida, approssimativa replica?

In effetti, è l’ultima ipotesi quella che più s’avvicina al vero, con la precisazione che quell’approssimazione, quella lontananza dal modello debba intendersi in un’accezione estrema. E, nel racconto biblico, tale profonda alterità è resa dal precipitare dei nostri mitici progenitori in tuniche di pelle,עור כתנות 3 Qui si deve capire essere quelle l’epidermide, עור` wôr, ovvero skin,(4) e non, come si legge in qualche interpretazione una pelliccia, fur, per meglio dire a fur coat.

«au début, il y a une tunique de lumière à la ressemblance de l’en-haut, après qu’ils fautèrent, il y a une tunique de peau.» (5)

Quindi l’essere stati prima nudi ha solo il senso di non avere avuto un corpo, per noi, sensibile come quello di adesso, ma uno di materia sottile: una tunica di luce. Naturalmente un corpo altrettanto reale e concreto per coloro che si trovavano in quella condizione. Pertanto, che la Caduta, הקדמוֹןֺ החטא ) lett. peccato originale) sia il transito da tale status (materia subtilis) al presente mondo sensibile è detto con chiarezza pure da Origene, (6) ripreso, agli inizi della Scolastica, da Scoto Eriugena (7) e, per rendersi meglio conto della pregnanza dei
termini utilizzati dalla Scrittura, si può aggiungere come il vb.-עור – il quale si differenzia dal precedente sostantivo per la diversa vocalizzazione, `awar – abbia anche il senso di make blind, un rendere ciechi che ben esprime l’avvenuta decadenza spirituale, parimenti nell’altra accezione dig, (8) lavorare la terra, vangare c’è un preannuncio della successiva condanna:

Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. (9)

Per riassumere; il presente ciclo d’umanità, iniziatosi, al pari di quelli che l’avevano preceduto, nello stato sottile, era poi transitato o meglio era – allo scadere di un determinato periodo – caduto nella condizione grossolana e questa nozione di un corpo sottile, non è esclusiva delle tradizioni giudeo-cristiane, ma con Proclo, si trova anche nel neoplatonismo, dov’egli parla dell’οχηµα superiore (lett. veicolo), detto anche συµφυης (lett. congenito), un corpo luminoso che è poi quello in cui, agli inizi, il Demiurgo ha posto l’anima e che si conserverà oltre la morte, mentre l’ οχηµα inferiore o πνευµατικον con questa sparirà. Fare però riferimento a un ciclo d’umanità rende opportuno ricordare questa specifica natura (la ciclicità) del tempo. Infatti, tralasciando ogni altra considerazione, per asseverarla basta avere presente come il concetto sia, di per sé, insito anche nella terminologia; infatti, annus e anulus hanno lo stesso etimo. Ciò comporta che il sistema di misura a esso più appropriato sia, naturalmente, quello sessagesimale impostato sui 360° gradi del cerchio, mentre il sistema decimale è il più consono alla dimensione rettilinea. Sempre riguardo al cadere, si deve, di fatto, intendere anche il prodursi dell’attuale inclinazione dell’asse, che, non più perpendicolare all’eclittica, determinò così le attuali alternanze stagionali e pertanto il venir meno di quell’eterna primavera caratteristica della fase edenica. Ulteriore modifica fu la polarizzazione dell’orbita in due fuochi, sicché questa da circolare che era, divenne ellittica e, da qui, due Soli:10 quello grossolano (il nostro) e quello ormai nascosto (il sottile) che, prima della Caduta, si trovava unico (solus) al centro:

cette lumière, le Saint béni soit-il l’a dissimulée : quand au commencement elle était apparue, elle brillait d’un bout du monde à l’autre, lorsqu’Il tourna ses regards sur….tous les pécheurs, Il dissimula cette lumière .., (11)

La primordialità del cerchio è anche intimamente connessa alle condizioni geo-astronomiche di quella prima fase in cui un anno era di 360gg.netti, mentre con la successiva inclinazione dell’asse e l’orbita ellittica la durata si modificò negli attuali 365gg 5h 48’ 46” e, sempre sul tema, cfr. il frammento del fenicio Σαγχουνιάθων, Sanchoniaton ( l’originale suona SKNYTN, vocalizzato Sanchun-yaton, [le dieu] Sanchun [l’]a donné):

Prima figura fuit longe perfectior, eheu!
Orbem non orbem me grave fecit onus
Ante rotundus eram nunc sum depressus in ovum
Criminis hoc opus est Numinis illud erat … (12)

Ciò, a scanso d’equivoci, facilmente generati da un avventato, astratto spiritualismo, non significa che la nostra umanità abbia avuto il suo immediato inizio sul piano di una vaga, indefinibile trascendenza: no, nella modalità sottile non solo siamo ancora all’interno della manifestazione ma, per la precisione, ci troviamo nella manifestazione formale (uomini in forma d’uomini insomma),(13) ossia ben addentro al dominio della φυσις come parimenti, ma a un grado diverso e inferiore, lo siamo adesso. È nel tentativo di ricostituire questa specifica condizione paradisiaca sì d’annullare in sé i nefasti effetti della Caduta che, nei millenni, innumeri asceti hanno indirizzato, quacumque ratione, il loro duro lavoro interiore. Questo sul piano individuale mentre, su quello macrocosmico, la Terra con tutti gli esseri che essa contiene, al compimento di questo ciclo, secondo gli Atti degli Apostoli,(14) sarà restituita alla condizione originaria:

ὃν δεῖ οὐρανὸν µὲν δέξασθαι ἄχρι χρόνων ἀποκαταστάσεως πάντων ὧν ἐλάλησεν ὁ θεὸς διὰ στόµατος τῶν ἁγίων ἀπ᾽ αἰῶνος
αὐτοῦ προφητῶν
Egli deve essere accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per
bocca dei suoi santi profeti.

Tale restaurazione prende nome di Aποκατάστασις, Apocatastasi e, a meno che non si voglia cadere nell’omonima eresia, essa non implica un’indiscriminata assoluzione di chiunque, ma solo il ripristino di una situazione cosmologica generale e, all’interno della quale, varranno comunque le realizzazioni o i fallimenti del predetto lavoro interiore di ognuno. In questo senso il Concilio di Costantinopoli del 553 fu molto chiaro:

Si quis dicit aut sentit, ad tempus esse daemonum et impiorum hominum supplicium, eiusque finem aliquando futurum, sive restitutionem et redintegrationem esse (fore) daemonum aut impiorum hominum, anathema sit. (15)

In ogni caso il problema è complesso e ampissimamente dibattuto in tutte le articolazioni della Cristianità; basti qui precisare come il nostro discorso sia ristretto a quello che è lo svolgersi di un ciclo di umanità, mentre le predette discussioni investono invece il destino dell’intero cosmo.

Per comprendere cosa, nella cosmologia antica, tutto questo abbia voluto significare, dobbiamo però rendere, alla medesima φυσις, un’ampiezza che, soltanto concependola secondo l’indefinita propagazione di un movimento di natura vibratoria e d’andamento sferoidale, faccia di questi due stati – il sottile ed il grossolano – nient’altro che due momenti successivi della stessa appartenenza cosmica. È la contiguità e interdipendenza tra le due posizioni, che pone la più prossima ragion sufficiente della modalità grossolana in quella sottile ma, nel frattempo, la cesura, provocata dalla Caduta, rende il distacco tra questo mondo e l’altro – com’anco nel comune linguaggio si definisce – quanto di più netto possa darsi essendo le due collocazioni ormai separate dall’abisso di ciò cui noi attribuiamo nome di morte. A tal proposito anche la tradizione cinese, utilizzando una metafora impostata sulla geografia nazionale, esprime lo stesso
concetto:

Lao-Tze parle notamment d’un «abîme immense» et sans fond situé a à l’est du golf du Ho-pei [Hé-bĕi, 河北 , a nord del fiume (giallo)], «à l’endroit où le ciel se sépare de la terre» et que l’on appelle «le confluent universel…» (16)

San Tommaso specifica come Adamo, prima del peccato, non conoscesse la morte17 e come tale pristino stato sia paragonabile al presente post mortem, ovvero alla condizione attinente il corpus resurrectionis.18 C’è d’aggiungere che, nella discesa ciclica, avviene anche una proporzionale solidificazione dell’ambiente, rendendo sempre più ardui ed incerti i rapporti tra le due realtà. In altri nostri precedenti articoli, abbiamo fatto ripetuto riferimento all’ubicazione polare del primo centro d’irradiazione della presente umanità. Il perché ciò, nei racconti delle più diverse scritture tradizionali, non sia sempre presente e perché quand’anche lo sia, non sempre l’accenno appaia trasparente, attiene alla suddivisione del ciclo e alle leggi che lo reggono: la ripartizione è complessa poiché e quella degli Yugas,यग ु , e quella dei Grandi Anni aggettano l’una sull’altra. Infatti, la divisione in Yugas, ha carattere eminentemente qualitativo e si compone di quattro periodi scanditi secondo quello che, in Occidente, è noto come il τετρακτυς pitagorico 10 = 4+3+2+1: (19)

Essi, com’è evidente, hanno – secondo i suddetti rapporti pitagorici – durate decrescenti, mentre i Grandi Anni partiscono il Manvantara in conformità a cinque intervalli temporali tra loro eguali sicché, a ognuno, viene a essere assegnata una durata pari ad un semiperiodo della precessione degli equinozi, pertanto 25.920 / 2 = 12960 anni. Questa è la cifra esatta, mentre Macrobio nel suo In Somnium Scipionis calcola il µέγας ἐξιαυτός20 pari 15000 a. C’è, per la Dante Society of America della Princeton University, un’interessante studio di Alberto Pimpinelli, (21) dove si dimostra come Dante, con i versi 37-40 di Inf. I, sollevi in realtà un singolare problema astronomico; infatti, affermando che, al momento, il Sole si trovava con quelle stelle con le quali già si trovò congiunto al momento della Creazione, egli – nel mezzo del cammin di nostra vita – riallaccia, alla fase iniziale di questa umanità, l’inizio del suo viaggio e dimostra come da ciò scaturisca una valutazione del Grande Anno pari a 13000 anni e pertanto – pel confronto con la nostra correzione – già più esatta dei 15000 di Macrobio. È in ogni caso necessario avere presente che, nei testi tradizionali indù, al fine di evitare che si effettuino calcoli intesi a determinare la fine dei tempi – conoscenza da sempre interdetta – le varie ere sono espresse con enormi multipli del valore effettivo. Qui, col preciso riferimento precessionario, le durate sono ricondotte alla loro più precisa entità e ciò senza che varianti astronomiche, sempre difficilmente computabili, siano però da escludere.

A questo punto può apparire abbastanza evidente come l’esordio di ogni frazionamento – esito di un passaggio sempre traumatico – venga proposto quale inizio del ciclo principale: è da quest’ambiguità che nasce la fuorviante molteplicità degli “Eden”, mentre per un retto intendere è necessario tenere conto della subordinazione gerarchica e della diversa collocazione cronologica di questi molteplici inizi e tutti afferenti i rispettivi periodi. Alcuni di essi, sono stati fulcro d’intere civiltà, altri invece solo il punto di riferimento di ambiti culturali assai più modesti ma, nondimeno, a un’attenta indagine, tutti si mostrano costituiti nel rispetto di una serie significante di precisi parametri geografici e linguistici.

Quello che però, rispetto a questi, fa la differenza con il prototipo è l’invalicabile cesura che adesso si frappone. Cesura che spesso viene resa con la metafora della sotterraneità mentre, in Dante – expressis verbis – il Paradiso Terrestre è, ora, nell’Oltretomba, ovvero nella dimensione sottile del nostro mondo.

Nella rappresentazione che, nella Commedia, se ne fa, ci sono però diverse importanti indicazioni; vediamone alcune: la localizzazione è antartica e si sottintende semplicemente il (un) Polo senza specificazione del segno rispetto all’Equatore, ma la diversità modale (i.e. la condizione sottile), e solo quella, è resa qui con gli antipodi. Nel frattempo, è lo stesso orbe terracqueo l’ambiente nel quale continua a svolgersi il viaggio, anzi, rispetto alla sotterranea condizione infernale, in quel momento (e quindi uscimmo a riveder le stelle.) (22) ci si trova proprio sulla superficie; dunque nella parte del globo normalmente abitata da tutti noi. Ma allora, in quale modalità si stanno svolgendo gli avvenimenti narrati?

La contraddizione con ciò che doveva essere una peregrinatio nel regno dei morti, è solo fittizia. L’effettivo riferimento è a quanto più sopra accennato, vale a dire la continuità cosmica tra la valenza grossolana e la sottile. La Terra totale abbraccia l’una e l’altra modalità. In tal senso è davvero esplicito Platone quando, nel Fedone, (23) descrive, appunto, la vera struttura della Terra. Altri suoi riferimenti alla cosiddetta geografia sacra, si trovano nel Timeo. Quindi, se le cose stanno così, la completezza dovrà includere anche aspetti adesso non percepibili. Tale particolare, nel poema, è sotteso alla struttura della montagna del Purgatorio sulla cui sommità, ricordiamolo, si trova quel Giardino che corrisponde sia all’Olimpo della tradizione classica, sia all’iranico الــــبرز ,Alburz, all’acc. Arallû e al मे, Meru indù; in ordine alla predetta metafora della sotterraneità, è interessante rilevare come Arallû derivi dal sumerico monte Aral ← arala, arali: the netherworld.

L’australe e purgatoriale monte-isola di Dante, ha sette balze, le quali sono poi soltanto un modo per rappresentare sette differenti condizioni d’esistenza. Specularmente anche l’Inferno ha sette cerchi, il tutto in analogia con i sette cieli ma, con essi però, pur permanendo nella φυσις, siamo fuori dell’ambito terrestre e dal dominio dell’uomo. Analoga orografia a balze ha, in Cina, la mitica montagna K’ouen-louen, 焜倫 sede degli Immortali. E sette, secondo una quantità di miti e tradizioni, sono le העולמים שבעה ,sette terre della Qabbalah, i ورکش اب تھف ,sette keshvar iranici24…. In altri termini, la terra, sulla quale si svolge il ciclo della presente umanità (Manvantara), è solo un settimo della terra totale e, nelle dottrine cosmologiche indù, le sette terre prendono nome di dwipas, वशस् che letteralmente significa continenti Perché tali essi sono se le sette valenze (la grossolana + le sottili) debbano essere intese soltanto quali parti di un’unica Terra, la Terra totale. I loro nomi sono: Jambu, नब, ् l’attuale Terra grossolana; Plaksha, ला; Shalmali, शामल; Kusha, कस: Krouncha, ौ”चा; Shaka, शाखा e Pushkara, प%कर ु . (25) Tutte e sette, all’interno di un ciclo d’ordine superiore – il Kalpa, काप – fungono da supporto per i quattordici Manvantaras che lo costituiscono. In questo modo, ognuna di esse, nello sviluppo completo, viene a essere utilizzata due volte.

La montagna, in quella prima era (Krita o Satya), proprio per l’evidenza del suo imporsi (satya, verità), è un preciso riferimento all’evidenza del vero, sicché la vetta, sede del pardes, (26) ne diventa l’eccelso luogo di verità o satyaloka, सयलोक. Secondo Platone (27) era lì, in quello stato, che l’uomo contemplava la verità a faccia a faccia. Parimente s’esprimono Plotino (28) e i Padri della Chiesa orientale. Del resto è la conoscenza – nonostante il susseguente, progressivo allontanamento dal privilegiato status degli inizi – a essere il धम), Dharma dell’uomo: essa è quindi natura e dovere. Infatti, con Dharma s’intende la natura essenziale di un essere o di una specie; il termine proviene da una √dhri, to hold, bear, carry, maintain, preserve, keep, possess, have…….Il Dharma è dato a ogni umanità dal मनु, Manu (mánu → मानव, mānavá, a human being, man), ossia il legislatore primordiale. Nell’insieme del Kalpa tali legislatori sono quattordici come i Manvantaras. Il Manu del nostro tempo ha nome वैव+वत, Vaivasvata (attribute of the planet Saturn) oppure सय,त, Satyavrata (devoted to a vow of truth) la cui assonanza sempre con Saturno, (29) ritenuto colui che introdusse in Italia la civiltà e l’ordine sociale (i Saturnia regna, la classica età dell’oro) è notevole per congruità funzionale. Ma anche manu, in virtù delle comuni origini indoeuropee, non è privo di analoghe concordanze: a Roma il primo re, Numa, ne è l’anagramma, mentre in greco, il νοµος è la lex. Così re-legislatori sono sia Μινως a Creta, sia Menes in Egitto, mentre in certi racconti celtici Menw is Merlin the wizard.

Questa posizione di vertice di quel primo centro, unita al fatto che sette sono le terre, fa sì che la struttura del satyaloka venga a corrispondere, per usare l’espressione di Corbin, (30) a qualcosa come a un huitième climat veso il quale convergono sette vette. E ciò con un’importantissima ricaduta sulla tipologia del successivo riprodursi del modello originale: pressoché tutte le città sante ovvero i centri secondari, scaglionati nel tempo e nello spazio, sono costruite su sette colli o, almeno, affermano di esserlo.

La montagna, graficamente, nell’estrema semplificazione, è resa da un triangolo. È questa una figura la quale ben evidenzia il carattere assiale della culminazione polare; col farla ruotare sulla base se n’ottiene un’immagine speculare: un triangolo rovesciato. Esso sarà allora in evidente opposizione a ciò che il monte, concettualmente, ha rappresentato. È per tale motivo che la caverna diventa un modo per alludere ad una condizione d’occultamento, d’inattingibilità; in via di metafora, la precitata sotterraneità. È per questo che – ne vedremo poi la ragione – nell’Induismo, il Centro del nostro mondo è designato col nome di आगता), Agartha e, su tutti questi nomi, correlati al centro supremo, merita diffondersi con una certa ampiezza.

Intanto è necessario fare una premessa; nonostante che quella tradizione sia la più diretta erede della prima umanità, nonostante ciò dunque, non solo gli indù non sono ormai, fisicamente, quelli che erano quando arrivarono nel sub-continente, ma né loro, né alcun’altra popolazione attuale, appartengono, per evidenti ragioni, alla razza del primo Grande Anno. Il nome tramandato, di questa popolazione, a livello razziale ancora indifferenziata, è, in sanscrito, हंस, haņsá, swan, goose. Nell’Induismo, il cigno, quale veicolo di 01म, Brahmā, è anche un emblema dello Spirito Divino alitante – in stretta analogia con le immagini cosmogoniche della Bibbia – sulle acque primordiali. Parimenti, nella mitologia classica la patria del cigno è nel paese degli Υυπερβοροι, Iperborei (31 ) è infatti là, sulle rive dell’oceano artico, ancora più a nord della Terra del Vento del Nord, quella Βορεας da noi chiamata bora, che i cigni, trainando il carro di Apollo, vi conducono il dio (32) al quale questi uccelli rimarranno sempre sacri.

A questo punto sembra opportuno precisare come l’uso, che in questo studio viene fatto del termine razza, sia motivato da ragioni di fedeltà alle relative tradizioni, e pertanto in disaccordo con le attuali posizioni scientifiche e non. Queste ultime, per un atteggiamento di mera ideologia e per ipercorrettivismo politico, ne disconoscono l’attribuzione alla specie umana. L’unicità della specie, essendo questa basata sul genotipo ossia sul corredo genetico, è per noi fuori discussione: infatti, essa fa riferimento all’insieme dei geni contenuti nel DNA che ogni specie eredita insieme alle loro combinazioni, così ottenendone la propria singolarità. In tale contesto, ogni gene contribuisce in maniera diversa allo sviluppo e alla fisiologia dell’organismo e l’interazione dei prodotti genici è responsabile della formazione dell’intera struttura e di tutte le sue caratteristiche. Il fenotipo, che è poi quello che appare (φαινότυπο da φαινοµαι, apparire) e che determina la razza, è ovviamente il risultato sia delle combinazioni genetiche, sia in misura minore dalle loro interazioni con l’ambiente. La sua palese evidenza è quella che, in epoche nelle quali era ignota la biologia molecolare, ne determinò la preminenza pel concetto di razza. Razza che comunque è un’assurdità negare sia perché è un concetto tutt’altro che privo di peculiari contenuti caratterizzanti, sia perché resta pur sempre anche un valido elemento classificatorio. Pertanto, l’uso del termine non ha, per noi, un senso discriminatorio e serve semplicemente a designare i vari tipi umani di base le cui indubitabili differenze formali e temperamentali, stante l’appartenenza alla comune umanità, non possono, in via di principio, giustificare alcuna inciviltà. Questo detto, sia ben chiaro che nemmeno vediamo alcun vantaggio nell’incoraggiare sia un facile e sprovveduto irenismo, sia un universale meticciato.

Tornando al cigno, la primordialità connessa alla sua simbologia è ben resa dal nome e un haņsá (33) è a aquatic bird, in particolare è un uccello dei fiumi, (34) quei quattro fiumi che sono una costante edenica (35) tant’è che sul monte Meru – il quale

is the residence of Brahmā, and a place of meeting for the Gods, Ŗishis, Gandharvas36 & c. (37) – on its summit, the river Ganges falls from heaven and flows thence to the surrounding worlds in four streams. (38)

Mercator’s Map of the North Pole (39)

La specificità di Meru, fondamento dello status primordiale, è rimasta nell’agg. lt. merus, pur, sans mélanges: …antiqui dicebant solum…at nunc merum purum appellamus. (40) Quanto al Meru come luogo d’incontro per Gods, Rishis, Gandharvas e altri personaggi di quella mitologia, nel Mahabharata è detto:

that the stars of the Ursa Maior were the seven sages called Rishis. They were happily married to seven sisters named Krttika.
They originally lived all together in the northern sky. But one day, the god of fire, Agni, fell in love with the seven Krttika.
Trying to forget his love, Agni wandered in the forest where he met Svaha, the star Zeta Tauri. Svaha was at once infatuated
with Agni. To conquer Agni’s love, Svaha disguised herself as six of the seven Krttika. Agni who believed he had conquered the
attractive wives of the seven Rishis. Svaha had a child. Rumors began to spread that six of the Rishis’ wives were his mother.
The seven Rishis divorced their wives. Arundhati was the only one that remained with her husband as the star Alcor. The other
six Krttika went away to become the Pleiades.

Riguardo a questa leggenda, che troppo lungo sarebbe compiutamente analizzare, è qui sufficiente capire come vi sia sottinteso il passaggio da un centro settentrionale a quello d’altra collocazione e le Pleiadi (le sette sorelle) sono, infatti, figlie di Atlante. La cronologica scansione anche geografica di questi centri è ciò che ha appunto determinato quella molteplicità di eden della quale ci stiamo occupando.

Anche il nome ebraico del cigno ברבור ,bēre bûr, ricondotto alle sue componenti consonantiche BRBWR, contiene un indubbio suggerimento di settentrionalità: intanto, BR è son,
(41) da intendere quindi – lato sensu – nell’accezione di filiazione, appartenenza. Vediamo poi BWR; qui l’omofonia con boréas è davvero impressionante ma passiamo ai suoi significati: in ebr. abbiamo cleaness ma anche purify, select. Ancora più esplicito, nella conformità alle caratteristiche attribuite alla prima umanità, il senso connesso al correlato ar.بر , barr, he was pious, good, virtuous, honest, true. (42) Di conseguenza, nel suo insieme, BRBWR esprime sia la stretta relazione con quell’habitat, sia la conformità alle caratteristiche antropologiche della primordiale ecumene boreale.

Inoltre, sempre nell’ambito delle relazioni linguistiche, lo stesso rapporto (i quattro fiumi) si rivela anche nei riferimenti idrici: BWR nell’accadico būru, diventa uno specchio d’acqua mentre, nel sumero, si precisa decisamente verso l’accezione fluviale con bura, dove bu è to rush around e ra, to flood, overflow, tant’è che Buranun è il nome sumero (bura- e -nun, great, noble) dell’Eufrate (uno dei quattro fiumi edenici del racconto biblico), giunto a questa forma attraverso, il parsi, per una modifica dell’acc. Purātu. Nella stessa espressione pairi-daeza, walled around, è coerentemente sottinteso che the wall is originally made of clay e l’argilla, il fango sono, sia a earthy moistsubstance, quale espressione di un ambiente alluvionale, sia the human character regarded as serving the purpose of a divine creator ossia la plasticità. L’accadico è una lingua agglutinante avente strette affinità

with the family of languages made up of the Uralic [Ural è nome di origine sumera, cfr. infra a proposito dei monti Urali] languages, comprising the Finno-Ugric group (which includes Finnish, Estonian, and Hungarian in Europe) and Samoyedic (in
Europe and Asia), and the Altaic languages, comprising the Turkic, Mongolian, and Tungusic languages, spoken from southeastern
Europe to the northern Pacific coast of Asia. Korean and Japanese are sometimes tentatively included in the family.

Per meglio rendersi conto della complessità dei movimenti di popolazioni che ci hanno preceduto nel corso dei millenni è bene ricordare come, a dette famiglie linguistiche, debba aggiungersi il gruppo dravidico. I Dravidi sono quella popolazione ricacciata nel sud dell’India, dopo le invasioni i.e. Per questo è ipotizzabile un’antica continuità culturale, caratterizzata, sul piano delle tecniche rituali, da ciò che ha oggi nome di Sciamanesimo. È però singolare che in skr. सुमे, sumeru, essendo un nome composto da सू- , sú-, corresponding in sense to Gk. ευ−, eu-,43 bene e da -मे, –meru, la montagna polare, si possa quindi rendere con l’espressione beata sede iperborea; il che, riguardo al ruolo – a suo tempo svolto dall’omonima civiltà – non è sicuramente da sottovalutare. E sempre in questo contesto migratorio e per i riferimenti idrici c’è, per l’appunto in Italia, e precisamente nelle Marche, un affluente del Metauro che ha nome Burano il quale, vorticoso scende dalla Serra omonima. Si possono inoltre aggiungere: il paese di Burana sito nei pressi di un’ansa del Po, in provincia di Ferrara ed anche per le località di Burano e Murano, site su isole dell’ampia laguna veneta, non si può pretendere che tale nome sia un caso e così pure per l’oasi naturalistica di Burano, posta di fronte al Tirreno, nel Parco dell’Uccellina, in provincia di Grosseto.

Burano nel Parco dell’Uccellina

In greco, la prossimità tra κύκνος, cigno e κύκλος, cerchio, anello, because interchanges between the consonants of this series occur in various languages and those involving n and l are especially frequent fanno sì che, proprio per la forma arrotondata assunta, mentre nuota, dalla parte anteriore dell’uccello, questo sia anche le nom d’un bateau (44) la cui prora, appunto, ne ricorda la linea. E come allora non pensare a quelle concave, veloci navi, che, nel corso dei millenni e in varie ondate, dall’estremo settentrione d’Europa, con le loro alte e sinuose prore hanno solcato l’oceano per scendere nel Mediterraneo o, dal Baltico, hanno percorso le interne vie d’acqua che, attraverso laghi e fiumi, conducono sino al Mar Nero e al Caspio? Come tanti reperti dell’età del bronzo nordica ci testimoniano, spesso si associava il cigno al disegno delle rituali barche solari e, del resto, anche le vere navi s’ispiravano a quella forma elegante tanto confacente all’idrodinamica. L’assonanza κύκνος / κύκλος, si ripete negli etimi, dove per κύκνος abbiamo il skr. श ु , shúkrá, clear, bright, white mentre κύκλος ci manda a चक्, cākrá, wheel, circular. In entrambi i casi, sia la figura geometrica, sia il colore (vd. che, anche per il romancio, il cigno è alva, weiss) si collegano ai primordiali concetti di completezza e purità. Per l’ambito semitico c’è l’ebr. לַלגַג ,gilgal, weel ma anche תֶגוּלגוֹל , golgolth, skull, mentre è dall’aramaico (la lingua di Gesù) תאֶגוּלגוֹל ,golgothā, che è venuto il ns. Golgota, ovvero il monte del cranio, il quale è sia tondeggiante, sia biancastro.45 In queste confluenze semantiche non può mancare l’accadico con kulūlu, der Kranz, corona. La primordialità del cerchio è anche intimamente connessa alle già citate condizioni geoastronomiche del primo Grande Anno: orbita terrestre circolare + asse perpendicolare all’eclittica e anno di 360 giorni.

Vediamo ora un altro aspetto del conferimento, nell’Induismo, di un nome d’uccello a quella prima razza umana. Ancor oggi, in svariate tradizioni, è questione di un’enigmatica lingua degli uccelli e s’attribuisce, a chi ne possieda la conoscenza, un livello spirituale46 non comune: infatti, per il loro muoversi nell’aria è connesso ai volatili un simbolismo che ne fa un tramite tra cielo e terra ovvero tra questo piano d’esistenza e gli stati superiori dell’essere. Pertanto, con l’affermare che gli uomini della prima età fossero cigni, si voleva sottintendere che ne possedessero la lingua e, con la lingua, anche siffatta privilegiata facoltà; è ciò che al-Qōran (47) attribuisce a Salomone:

…noi siamo stati istruiti nel linguaggio degli uccelli (يرالط قالمنط (e ricolmati di tutto…, (48)

significandone così la sua piena reintegrazione nello stato dell’uomo prima della Caduta. Quello stato pel quale tutto era parlante e vivente. Una condizione unitiva che, insomma, intrinsecamente fruiva della chiave dei simboli. Il fatto poi che si parli di un canto del cigno sta proprio in relazione con quell’aspetto ritmato ed armonico, che è la più alta espressione del linguaggio, tale, quale
compiutamente si dovrebbe esprime nella poesia. Ritmi, le cui vibrazioni e frequenze sono in grado di corrispondere e interagire con quella più intima natura del Cosmo cui, or ora, abbiamo fatto cenno. In tale prospettiva, cfr. la prossimità tra il lt. carmen, il fr. charme ed il skr. kārma, ritual action. Si può anche aggiungere come, il dare per scontato che questo canto sia mera leggenda, risulti parzialmente smentito dall’esistenza di quel tipo di cigno selvatico noto come Cygnus musicus, (49) in grado d’emettere un verso singolare ma assai armonico, a volte vicino ad un rintocco di campana ed altre al suono di un indefinibile strumento a fiato.

Whooper Swan (Cygnus cygnus or Olor cygnus or Cygnus musicus)

Questo vale per il linguaggio inteso secondo il criterio più generale ma – se si vuole precisare quale fosse, di fatto, quella prima lingua, evidentemente comune a tutta l’umanità – si viene a toccare un problema strettamente connesso con la constatazione della paradossale pluralità degli Eden; ambigua impasse che ha motivato questo nostro tentativo di chiarificazione. Il pregiudizio di primordialità, in ambiente giudaico-cristiano, favorisce l’ebraico ma, parimenti, in civiltà diverse, lo troviamo suggerito anche per altre lingue, cosa che, con evidenza implica, incompatibilità. Ad esempio, detta preferenza, in ambito mussulmano, s’indirizza, naturalmente, verso l’arabo ma quest’opinione popolare è contraddetta da  

le véritable enseignement traditionnel de l’Islam, suivant lequel la langue « adamique » était la « langue syriaque » sûryâniyah50 loghah] ] لغة السريانية] (50)

Ora, com’afferma lo stesso Guénon, il paese citato non ha niente a che vedere con la Siria dei nostri giorni ma è, invece, quella terra del sole il cui nome è connesso alla √sur, to rule, possess supreme or superhuman power, to shine, la quale, in una lingua storica come il sanscrito, ha dato luogo a सरु, sura, god, divinity, deity ed a सय) ू , sūrya, the sun. E la terra del sole non è tra quelle dove esso esprime tutta la sua forza, ma è in quelle pallide zone circumpolari nelle quali, durante l’annuale fase notturna, la sua lunga assenza produce la spasmodica attesa del primo apparire dell’aurora che, come una tenue fiaccola sorge sopra l’orizzonte e poi, nel suo moto giornaliero, che tutto lo percorre, sempre più splendente, danza secondo l’espressione vedica, sino a che, dopo un tempo variabile in rapporto alla latitudine, è lo stesso disco solare che, per dare inizio alla lunga stagione diurna, comincia a emergere fino ad innalzarsi compiutamente. Nel Rig Veda, queste sono le danze di उषस,्Uşas, the dawn (51) e, negli stessi termini s’esprime Omero: (52)

Αὐτὰρ ἐπεὶ ποταµοῖο λίπεν ῥόον Ὠκεανοῖο
νηῦς, ἀπὸ δ’ ἵκετο κῦµα θαλάσσης εὐρυπόροιο
νῆσόν τ’ Αἰαίην, ὅθι τ’ Ἠοῦς ἠριγενείης
οἰκία καὶ χοροί εἰσι καὶ ἀντολαὶ Ἠελίοιο,

Ma come dal fiume Oceano lasciò la corrente
la nave, giunse all’onde del mare ampie vie
e all’isola Eèa, dove l’Aurora nata di luce
ha la casa e le danze, dov’è il levarsi del sole

Resta dunque impossibile conoscere quale fosse la prima lingua dell’umanità. Le notizie assai vaghe concernenti l’alfabeto watan, supposta fonte degli alfabeti contemporanei, lo attribuiscono all’eredità atlantidea e pertanto esso e la lingua che doveva servire risalgono ad un’epoca molto lontana dalle origini, tuttavia determinante per l’immediata continuità con il presente e ultimo grande anno.

Queste notizie le dà Saint-Yves d’Alveydre. 53 È storicamente certo che, di fatto, le forme alfabetiche esistenti siano tutte riconducibili ad un’origine semitica54 e quindi, in rapporto con la discendenza occidentale di quella cultura, questo dovrebbe essere il prototipo di tale sistema di segni. Del resto in ar. وطنلل ,al watan, sta, con coerenza, a significare la madrepatria, mentre in turco – evidente cessione dall’arabo – vatan è casa. Presa quindi per buona la versione fornita da questo autore, il disegno delle lettere trova riscontri sia nel gruppo linguistico semitico, sia in quello i.e. fruitore del prestito: vd. l’alfabeto greco, da cui quello latino e poi tutti i loro derivati, più il 0ा1मी, brāmī che, in India, precedé il देवनागर8, devanāgarī e inoltre, naturalmente, quest’ultimo. Con certezza, notiamo come l’attribuzione di primordialità, nei vari contesti storici e culturali, segua un processo analogo a quello sotteso al transfert toponomastico; cosicché possiamo cominciare a comprendere quali debbano essere le linee guida per orientarci in ciò che è stata l’articolata costituzione dei centri spirituali secondari, relati sia a differenti fasi temporali, sia – quando sincroni – a diversificazioni di popoli e civiltà, ma tutti immagini o riflessi di un archetipo ormai inconoscibile ed inaccessibile.

Ma, per adesso, torniamo a occuparci dell’Agartha, आगता), detta Агaрти, Agarthi dai mongoli. È con qualche probabile accento di contestazione nei confronti della nota esposizione di Guénon, (55) che qualcuno ha obiettato come essa non sia parola sanscrita. In effetti, ove si vada a controllare sul MMW, tale lemma non appare, c’è però गता), gárta; hole, cave, grave, entrance. Inoltre, in tale lingua, esiste l’α− privativo, nella fattispecie आ- del quale possiamo trovare un esempio in una modifica del composto गत)मत, ्gartamit, buried in a hole (-मथ,्–mit, deriva da una √mi, to fix or fasten in the earth): अगत)मत, ्ágartamit diventa, infatti, not buried in a hole. Da questo, pel nostro agartha, è facile ricavare il valore come di un qualcosa privo d’aperture o, viceversa, trovarvi l’essenza della chiusura.

Siamo perciò di nuovo all’idea di nascondimento, d’intangibilità e, di conseguenza, di luogo nascosto, protetto. È dunque da questo archetipo che provengono sia il simbolo della caverna, sia la metafora della sotterraneità. L’altra accezione di gárta è a high seat, throne (of Mitra and Varuna) or the seat of war-chariot e qui, in conformità con ciò che – secondo tutte le apparenze, dovendo designare the Holy See of the King of the World – noi siamo a confrontarci, in piena congruità, con la maestà, l’eccellenza e lo spirito di comando. Per questo monarca universale, appaiono singolari sia l’assonanza che in ebr. si ha tra il Giardino – עדן) גן) , (gan)‛êden, Eden – e tale suo Signore: אדון‘,adôn, Signore, reso in it. da Adonai e, nella mitologia greca, l’abbinamento tra la figura di Αδον, Adone (o Αδωνις) e i giardini: i ben noti Αδονιδος κηποι. Per questa versione ellenica, c’è però da precisare come le coincidenze tra due tradizioni apparentemente lontane, si spieghino col fatto che Αδον fosse inizialmente un dio fenicio: Adon Tammouz di Gublu [originally a earthwall, serving as defense], la biblica גבל ,Gebal,56 per i greci Βυβλος e adesso per gli arabi لجبي ,Jubayl: la prima località dell’insediamento fenicio e quindi già appartenente ad un ambito culturale semitico. Inoltre, Nina Jidejian, scrive che

Some of the inhabitants of Byblos maintain that the Egyptian Osiris is buried in their town, and that the public mourning and secret rites are performed in memory not of Adonis but of Osiris; (57)

per di più, Luciano di Samosata (58) afferma esplicitamente che Adone è Osiris. Tutto ciò è, in questa fattispecie, di notevole interesse perché, nel ns. De verbo mirifico,(59) abbiamo mostrato, attraverso Plutarco, le inaspettate relazioni che intercorrono tra il Dio biblico e l’egizio Osiride. Si può anche aggiungere che

Byblos also gave its name to the Bible and it was here that the first linear alphabet, ancestor of our alphabet, was invented. In 1922 the oldest alphabetic inscription was found on the 13th century B.C. coffin of King Ahiram: (60)

Una bara ha fatto di Tobaal, figlio di Ahiram, il re di Byblos, per Ahirom suo padre; ecco guarda: così egli lo ha escluso. Ora, se un re tra i re
e un governatore tra i governatori o un comandante di esercito dovesse venire contro Byblos; quando poi scoprisse questa bara – [allora :]
può togliergli lo scettro della sua potestà di giustizia e può essere ribaltato il trono del suo regno, e la pace e la tranquillità possono fuggire
da Byblos. E quanto a lui, dovrebbe essergli annullato il suo diritto alla coppa di libagione per il sacrificio memoriale.

Non privo di significato è il nome della madre di Adone; Μυρρα, Mirra, dall’acc. murrânu, a tree or shrub, presente – con fortiassonanze boreali – anche nella forma burrânu.61 Essa corrisponde all’ambrosia greca (αµβροσια) ed all’ आ;ात, amritâ indù ed è, pertanto, il nutrimento d’immortalità: anche qui l’a- ha funzione privativa आ- ;ात, ovvero a-morte, immortale. Essa, non a caso, è
proprio quella mirra, che è uno dei doni portato a Gesù dai Tre Re; quindi quello che lo consacra per la sua più alta missione redentrice: la salvezza dalla morte dell’anima. D’altra parte, nell’Epifania, tale triplice presenza appare in perfetta sintonia con le tre supreme gerarchie dell’Agarttha: मन, Brahâtmâ, ् महा मन, ्Mahâtma, महानाग, Mahânga.

Die „heiligen drei Könige”

Sempre per i raffronti col Cristianesimo, è ancora Luciano,62 che racconta come gli abitanti di Βυβλος celebrassero i funerali del dio al modo di un’effettiva morte, per poi, il giorno dopo, affermare ch’egli fosse, in realtà, vivo e asceso al cielo. Infine, oltre alle differenti personæ, le quali ne sottendono il ruolo pontificale nelle più diverse tradizioni (Prete Gianni, Imam Nascosto….), di lui, di questo monarca universale, ci sono anche non pochi avatars laici tutti titolabili sotto la comune divisa du roi caché, come, in Portogallo, le leggende sullo scomparso Re Sebastiano e in Germania, la storia del Barbarossa dormiente in Thuringia nel castello sotterraneo del Kyffhäusergebirge; in Russia, l’apparizione dei falsi Dimitri oppure, in Francia, il preteso François de Valois63 … emersioni folkloriche che attengono a uno psichismo collettivo alimentato dalla stessa nascosta radice.

Il Kyffhäuserdenkmal intorno al 1900

Per tutto questo e qui giunti, si può prendere atto che, se Agartha non è parola sanscrita, col sanscrito essa si spieghi benissimo e quindi ciò prova gli stretti rapporti e tutto quanto le attiene con la civiltà indù. Inoltre non è che ci si debba limitare all’Induismo perché, dal nucleo concettuale originario, promanano tutta una serie di ricadute. In ambito i.e. Asgaard è der Garden des Asen, il giardino degli dei; quel giardino che ritroviamo anche nella virgiliana, idilliaca e pastorale Arcadia. La speciale condizione dell’earthly paradise è sottesa anche alla stessa terminologia biblica: l’ebr. עדן’ ,êden proviene dall’acc. ēdēnu che, potendosi rendere con alone, einfach, solo n’esprime sinteticamente tutta la singolarità. Del resto, nella mitologia greca, il regno d’Oltretomba è, com’attesta Omero, la casa di Ade. (64)

χαῖρέ µοι ὦ Πάτροκλε καὶ εἰν Ἀΐδαο δόµοισι
«Siimi felice, o Patroclo, anche nella dimora dell’Ade»

Πηλεΐδης δ’ ἐπὶ θινὶ πολυφλοίσβοιο θαλάσσης
κεῖτο βαρὺ στενάχων πολέσιν µετὰ Μυρµιδόνεσσιν
ἐν καθαρῷ, ὅθι κύµατ’ ἐπ’ ἠϊόνος κλύζεσκον·
εὖτε τὸν ὕπνος ἔµαρπτε λύων µελεδήµατα θυµοῦ
νήδυµος ἀµφιχυθείς· µάλα γὰρ κάµε φαίδιµα γυῖα
Ἕκτορ’ ἐπαΐσσων προτὶ Ἴλιον ἠνεµόεσσαν·
ἦλθε δ’ ἐπὶ ψυχὴ Πατροκλῆος δειλοῖο
πάντ’ αὐτῷ µέγεθός τε καὶ ὄµµατα κάλ’ ἐϊκυῖα
καὶ φωνήν, καὶ τοῖα περὶ χροῒ εἵµατα ἕστο·
στῆ δ’ ἄρ’ ὑπὲρ κεφαλῆς καί µιν πρὸς µῦθον ἔειπεν·
εὕδεις, αὐτὰρ ἐµεῖο λελασµένος ἔπλευ Ἀχιλλεῦ.
οὐ µέν µευ ζώοντος ἀκήδεις, ἀλλὰ θανόντος·
θάπτέ µε ὅττι τάχιστα πύλας Ἀΐδαο περήσω.
τῆλέ µε εἴργουσι ψυχαὶ εἴδωλα καµόντων,
οὐδέ µέ πω µίσγεσθαι ὑπὲρ ποταµοῖο ἐῶσιν,
ἀλλ’ αὔτως ἀλάληµαι ἀν’ εὐρυπυλὲς Ἄϊδος δῶ.
καί µοι δὸς τὴν χεῖρ’· ὀλοφύροµαι, οὐ γὰρ ἔτ’ αὖτις
νίσοµαι ἐξ Ἀΐδαο, ἐπήν µε πυρὸς λελάχητε.
«Tu dormi Achille e ti scordi di me:

mai, vivo, mi trascuravi, ma mi trascuri da morto.
Lontano mi tengono l’anime, fantasmi di morti
Non vogliono che tra loro mi mescoli di là del fiume,
ma erro così, per la casa larghe porte dell’Ade.
E dammi la mano, te ne scongiuro piangendo: mai piiù

Verrò fuor dall’Ade, quando del fuoco m’avreste fatto partecipe».

L’omofonia di Eden con Αδον è rafforzata dalla congruenza etimologica; Αιδης, è infatti d’avvicinare al vb. οραω: aor.2 ειδον, ειδοµεν, guardai, e pf. οιδα, io so. C’è poi ειδον, vedere (√vid, cfr. il lt. video) dove l’inf. è ιδειν, dal quale, per l’α priv., si giunge a αιδηες, invisibile, occulto, ma anche eterno. Pertanto, tutto questo fa di Ade l’epiteto di un qualcosa caché, invisibile, ormai disparu, ma che permane. Altra importante considerazione da fare è quella che attiene all’analisi radicale: in ebr. la √’D (עד (è strettamente connessa al senso del tempo e della durata mentre, come suffisso, -N (ן (esprime accrescimento, sviluppo. Risulta quindi significativo che, con tale vocabolo עדן‘ ,DN, Eden si stia a indicare la fase sorgente di un ciclo temporale.

Il centro supremo è conosciuto anche sotto il nome di Tule, che – come toponimo – troviamo nelle più diverse aree geografiche65 e il cui significato è rinvenibile nel skr. तला ु , tulấ, a balance; infatti, il nome Lybra solo in più tarda epoca è passato a un asterismo zodiacale (♎) poiché, in principio, esso stava a designare l’insieme di due costellazioni costituite dall’ Orsa Maior e da un’altra combinazione di stelle cui faceva parte l’attuale Cassiopea. È noto, infatti, come il disegno delle costellazioni sia ottenuto dall’arbitraria unione di punti rappresentati dalle stelle e quindi senza alcuna reale corrispondenza dei corpi celesti tra loro. Tant’è che, transitando il nome di Bilancia nella fascia zodiacale, il ruolo dei “piatti” della medesima – lo testimoniano i nomi delle sue stelle più brillanti – originariamente era svolto dalla costellazione dello Scorpione (♏) nella quale essi costituivano le “chele”. Quindi, Orsa Maior e Cassiopea allargata, facendo basculla sulla Polaris, producevano, pel moto della volta celeste, una rivoluzione completa ogni ventiquattro ore. Il senso di questo moto, segnato dall’opposta direzione dei due “piatti” della bilancia, è all’origine del segno dello Swastika;

http://it.wikipedia.org/wiki/Stella_polare Cliccare qui per l’animazione

un termine sanscrito, +वि+तक che, in India e ancor oggi, è ritenuto fare riferimento a una kind of mystical cross or mark made on persons and things to denote good luck. (66)

La voce, una volta scomposta, spiega il perché di questa credenza: si tratta della sostantivazione di una brevissima frase, सु- अि+त, swasti, è buono, è giusto. (67) Inoltre, se essa è scritta con i caratteri di Asoka (272/273 a. C.), ovvero con i geometrici tratti della scrittura brâhmî diventa, a conferma, un geometrico monogramma a forma, appunto, di swastika e la geometrica scrittura brâhmî ben si presta a questo tipo di composizioni. Altro elemento interessante è la sua antichità; l’inizio del suo uso viene, infatti, collocato intorno al V sec. a.C. ma potrebbe risalire assai più indietro poiché, sia da.Cunningham e Dowson,68 sia da J.G.Février69 è stata autorevolmente congetturata: 

l’existence d’une vieille écriture indigène, ancêtre de la brâhmî

Inoltre sw-/su- è un prefisso che, come in greco ευ−, sta per buono, giusto … Ecco che così compare ancor più evidente – nel rapporto sotteso all’evidente assonanza iovis/yahweh – un’inaspettata convergenza di due tradizioni oggi lontane. Infatti, come nel cielo, dopo ogni rivoluzione giornaliera, si legge su asti, nel Genesi, al termine di ogni giorno della creazione – E fu sera e fu mattina – c’è l’icastico ebraico טוב כי ,ki tôb, è buono,70 con cui Dio afferma che l’opera delle sue mani è buona e giusta: טוב םי אלהים ויא ,and God saw that it
was good. È facile immaginare come, nell’estremo Nord – pertanto molto in alto rispetto all’orizzonte – e con inoltre la limpidezza del cielo di quegli anni lontani e la completa rotazione della volta ogni ventiquattro ore, tale spettacolo dovesse produrre un notevole impatto psicologico.

The Arcadian or Pastoral State di Thomas Cole, 1834.

Del resto è già il Fiat Lux iniziale che determina, col transito dal χαος al κοσµος, il fondamentale passaggio all’ordine. Per χαος (71) ιl senso originario è quello di cavo, vuoto e pertanto si deve supporre una forma *χαƒος, mentre κοσµος, (72) exprime originellement la notion d’ ordre, de mise en ordre; l’etimo è incerto; forse in κοσµ [−ος], si può ritrovare il pref. ζυν−, insieme, cfr. lt. simul, che proviene dal miceneo (1500-1200 a.C.) kusu, insieme e, nello stesso tempo, ipotizzare un *kosum[os], ciò che è messo insieme, sottinteso ordinatamente. Quel primigenio ordine universale, quello stato di grazia nel quale, 

Tutte le dimensioni della vita dell’uomo erano potenziate dall’irradiamento di questa grazia. Finché fosse rimasto nell’intimità divina l’uomo non avrebbe dovuto né morire, (73) né soffrire. (74 ) L’armonia interiore della persona umana, l’armonia tra l’uomo e la donna, infine l’armonia tra la prima coppia e tutta la creazione costituiva la condizione detta «giustizia originale». (75)

Da lì, per li rami, si arriverà a quell’ordine sociale, a quell’etica naturale che, come afferma San Tommaso:

«Unde patet quod lex naturalis nihil aliud est quam partecipatio legis aeternae in rationalis creatura» (76)

La legge naturale è quindi definibile come una partecipazione razionale dell’uomo al piano ordinativo stabilito da Dio-Creatore e fissato ἀπ’ αἰῶνος, da tutta l’eternità per l’intero universo. Riguardo alla morte si ritornerà alla primigenia sua assenza solo alla fine dei tempi, quando Dio

µε’αντων εσται, και εξαλειψει παν δακρυον εκ των οφταλµων αυτον, και ο θανατος ουκ εσται ετι, ουτε πεντος ουτε
κραυγη ουτε πονος ουκ εσται ετι, ουτε πενθος ουτε κραυγη ουτε πονος ουκ εσται ετι οτι τα πρωτα απηλθον. Και
ειπεν ο καθηµενος επι τω θρονω ιδου καινα ποιω παντα. (77)

«… tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono
passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «ecco io faccio nuove tutte le cose». (78)

Naturalmente mentre per tutti, o alla fine dei tempi, oppure con la fine individuale, ci sarà il transito dal mondo grossolano a quello sottile o animico che dir si voglia – attuato dal passaggio a una valenza adesso occulta della Terra – coloro che, in termini cristiani, saranno salvi, risiederanno nel terrestre παραδεισος dove, in attesa di conseguire una più alta e celeste condizione, godranno di un’indefinita permanenza, mentre per gli altri, in analogia con quanto avviene in questa vita, a una certa scadenza, seguirà la mors secunda. Secondo le
dottrine indù con essa ci sarà l’annichilimento dell’individualità e il rischio maggiore sarà quello della perdita della condizione umana e anche per la Chiesa la locuzione seconda morte designa la dannazione eterna, quella che segue al giudizio finale. Per i Padri, nella fattispecie Lattanzio: (79)

Primam [mortem] sic definimus: Mors est naturæ animantium dissolutio, vel ita: Mors est corporis animæque seductio. Secundum vero sic: Mors est æterni doloris perpessio; vel ita: Mors est animarum pro meritis ad æterna supplicia damnatio. (80) Sicuti duæ vitæ praæpositæ sunt homini, quarum alter est animæ, altera corporis: ita et mortes duæ propositæ sunt, una pertinens ad corpus, quæ cunctus secundum naturam fungi necesse est, altera pertinens ad animam, quæ scelere acquiritur, virtute vitatur. (81)

Perché – e qui tutte le tradizioni concordano nel definire centrale questa nostra condizione di uomini – essa ci permette la realizzazione di quegli stati superiori dell’essere che, nel Cristianesimo, sono rappresentati dalle corti angeliche.

Allo stesso etimo di Arcadia, e a conferma che quel mito bucolico discende proprio dalla memoria ancestrale del Paradiso boreale, si rifanno pure articus e arctos mentre arcanus unisce la sacralità al nascondimento. Gaard è allora l’hortus conclusus e ben guardato: l’it. guardia proviene dal germanico, cfr. l’ing. ward ed il td. warten, custodire e die Warte, sentinella In ambito semitico e sul piano della stretta affinità etimologica, abbiamo l’accadico ĥarādu, to wake up, to keep watch; ĥardattu, alertness; ĥardu, wachsam. Questo luogo privilegiato e protetto è posto al culmine di quella terra subtilis cui, dall’epoca della Caduta, è sempre più arduo l’accesso ai viventi. Accesso loro negato anche riguardo le sfere più basse dell’altro mondo, tant’è che, nella Commedia, quando il Poeta si trova tra i sodomiti e incontra tre illustri concittadini e lo scalpiccio dei suoi piedi sulle rocce ne rivela l’inusitata condizione di vivente, qualcuno di loro esclama:

la fama nostra il tuo animo pieghi,
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi.(82)

Dante e i tre fiorentini; anonimo del XIV sec.

Adito che, dall’inizio del Kaly Yuga, secondo concordanti tradizioni, si è reso ancora più difficile così da ben giustificare la meraviglia di quei trapassati. (83) L’espressione sanscrita letteralmente significa l’età oscura; inizio: – 448084. È intorno a tale data che si può collocare anche l’episodio biblico della Torre di Babele e della confusione delle lingue. Quest’insorgente, reciproca incomprensione non è però da prendere alla lettera perché, all’epoca, la lingua unica primordiale era ormai lontanissima, ma qui lingue va letto nell’accezione che, pur oggi è in uso in ambito islamico, ovvero nel senso di forme tradizionali. Quella capacità insomma, ancora presente nel mondo classico di “tradurre” nei propri personaggi mitologici e senza tante ansie, gli dei stranieri con i quali esso entrava in contatto. Attitudine non solo mancante ma della quale, per l’esclusivistica forma mentis delle tre religioni abraminiche, a esse ripugna anche soltanto il prenderne in considerazione la possibilità. Sempre per il paradiso boreale è molto interessante un verso di Isaia (85)

… dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione …

Tale monte, in ebraico è esattamente מועד הר ,hèr mô´ēd, ovverosia:

the mount of meeting or assembly (of the gods; the mountain of the gods in the extreme north, the oriental Olympus, persian Alborg, hindu Meru, babylon.[accadico] Arallû). (86)

Il fiume Ob e i Monti Urali

Inoltre, per Arallû, poiché in accadico the vowel a and u often alternate, è chiaro come, in quel contesto, può avere avuto un ruolo anche la catena degli Urali (Урал, Ural). Gli Assiri ritenevano che the Arallû mountains containing gold ( the red gold) (87) e tale particolare ci rimanda al paese di חוילה ,Avila del Genesi, (88) una terra sabbiosa come suggerisce חול , ḥol, noted for eccellent gold, bdellium and shoham-stones, ovvero una resina odorosa e pietre di onice. (89) Inoltre Arallû è anche the abode of dead. (90) Infine, è molto singolare l’assonanza che si ha tra Avila ed il skr. इवला, ilvala, f. pl. name of the five stars in Orion’s head. E la costellazione di Orione è quella che assegna il nome al periodo (orionico) della fase “edenica” centro-asiatica, cfr. infra. Appare inoltre importante mettere in evidenza la stretta connessione etimologica rilevabile – tramite lo slavo gora e appunto boréas – tra il monte ed il Nord.

In particolare settentrione è צפון ,tzaphon, da una √TzPhN, il cui significato è nascondere con un riflesso di nascondere qualcosa di prezioso. Tant’è che in Ezechiele91 tzaphon ha il senso di cherished place sottintendendo Gerusalemme. Il Nord (tzaphon) è anche uno degli attributi della principale divinità Cananea: בעל ,Baal, da una √Ba΄L, rule over. Poi, dalla forma di צפון בעל ,Ba΄l-tzaphon, god of the nord, a motivo del sempre presente processo di demonizzazione degli antichi dei, siamo giunti – anche per assonanza – alla derisoria
trasformazione in זבובים בעל ,Ba΄l-z e bubim, (il ns. Belzebù) lord of flies. Tale damnatio memoriæ si legge anche in Matteo: (92)

οι δε φαρισαιοι ακουσαντες ειπον ουτος ουκ εκβαλλει τα δαιµονια ει µη εν τω Βεελξεβουλ αρχοντι των
δαιµονιων (93)

Ma i farisei udendo questo, presero a dire: Costui scaccia i demoni in nome di «Beelzebul, principe dei demoni».

Si può aggiungere che the name is found as a prefix to place-names (e.g. Baalbek) and as the last element in Phoenician names such as Hannibal and Jezebel. E la città – santa per eccellenza – cfr. l’ar. al-Muqaddas, دسمق آل ,o più brevemente, دسالق ,al-Quds, la Santa – è, appunto, un’immagine dell’Eden ossia – in altri termini – immagine di quel tesoro ora nascosto, cioè l’Agarttha, che sta a Nord, sul Monte Meru e corrisponde al precitato hèr mô´ēd, ovvero al Monte dell’Assemblea di Isaia.

Dopo la Caduta e nel corso del Manvantara, dalla prima umanità haņsá, seguendo la scansione dei Grandi Anni (GG.AA.), si differenziano le razze e, a ognuna – in successione: haņsá, gialla, nera, rossa, bianca – passa la “reggenza” di questi ampi periodi. È in tal modo che, sul piano geografico, si verificano le principali proiezioni, i suddetti riflessi dell’archetipo boreale così chiarendo la logica sottesa alla loro integrante molteplicità. Più in dettaglio e avendo presente lo schema prima riportato, si può aggiungere che ogni razza è poi in relazione con un temperamento, fatto che – rispettando la precedente sequenza – dà questa successione: equilibrato, nervoso, sanguigno, bilioso, flemmatico. Parimenti corrispondono i tradizionali elementi: etere, aria, fuoco, terra, acqua. I cataclismi, che segnano i transiti da un GA all’altro, sono provocati dallo scatenamento del relativo elemento antagonista: l’etere che contraddistingue lo stato sottile non può essere “vinto” (la Caduta) che da se stesso, pertanto la serie sarà: l’etere dall’etere, l’aria è soffocata dalla terra, il fuoco è spento dall’aria, la terra sommersa dall’acqua mentre l’acqua non potrà essere fatta evaporare che dal fuoco. C’è infine anche una relazione tra razze e punti cardinali:

1. Nord, Polo Artico. Razza haņsá.
2. Est, ambito eurasiatico. Razza gialla.
3. Sud, emisfero australe. Razza nera.
4. Ovest, nord-atlantico. Razza rossa.
5. di nuovo Nord, ambito eurasiatico, zona boreal-centrale. Razza bianca.

Bal Gangadhar Tilak

Riguardo al punto 1 è necessario ricordare come quel Nord non sia di questo mondo, ma appartenga a una delle valenze sottili della Terra totale, consistente a sua volta di sette condizioni o Terre che dir si voglia. Da quell’inizio, con la Caduta, siamo stati precipitati nella Terra presente e grossolana e quindi è necessario avere ben chiaro come l’originaria dimora settentrionale della razza bianca (punto 5) sia solo una riproposizione, in altro ambito cronologico, dell’effettivo habitat, che ha invece inaugurato il Manvantara. A complicare la situazione, bisogna aggiungere che, centri secondari (i vari “Eden”) si sono creati, all’inizio d’ogni GA, sulla falsariga del modello iniziale e sempre seguendone in qualche modo le caratteristiche e ciò anche per cicli assai più ristretti, svolgentisi in fasi intermedie dei singoli GG.AA. Allo stato attuale dei fatti, orientarsi in tale intreccio non appare facile, si possono però stabilire alcuni punti fissi. Il primo e il più importante è che, in prevalenza, pur rapportandosi a un incipit assoluto, ossia alla cosmogenesi, le più diverse tradizioni, riducono poi tutta la narrazione all’avvio di quest’attuale umanità e spesso lo fanno in termini ancor più ristretti, ossia riferendosi a situazioni che appartengono solo alle fasi iniziali del nostro, ultimo GA. (94) Anche la tradizione indù, nella ricostruzione del Tilak, col fornirci indicazioni sulla sede originaria della razza, s’esprime secondo parametri che hanno attinenza ai diretti antenati di quel popolo, da intendersi però nell’estensiva accezione degli i.e. indivisi e alla collocazione boreale di tutti questi e non certo all’originaria dimora degli haņsá. Il Tilak propende per una zona prossima alle coste del Mar Glaciale Artico e posta intorno al 70° di long. Est, designata nel nostro elenco come boreal-centrale: id est la Penisola Jamal e, solo più a Est, la Penisola di Tajmyr, quindi nel settentrione dell’Eurasia. Pertanto, in merito alla distanza cronologica dai giorni nostri, non si superano i valori connessi alla durata del presente, quinto GA.

L’altro punto da prendere in considerazione concerne la lingua e già abbiamo visto cosa si debba, correttamente, intendere per loghah sûryâniyah; però, in anni recenti, con gli approfondimenti nello studio dell’accadico o lingua assira (stesso etimo di sûryâniyah), si è visto come quest’affermazione tradizionale corrisponda anche a qualcosa di più contingente e, nel tempo, a noi più prossima. Nel modo in cui anche i precedenti numerosi rimandi etimologici stanno dimostrando, essa ci appare quasi un momento di giunzione tra le lingue semitiche e quelle indoeuropee. E questo è, appunto, il risultato dell’incontro avvenuto tra le due grandi correnti culturali, le quali hanno segnato tutte le vicende dell’ultimo GA: l’una, erede dei dominatori del precedente GA ovvero la razza rossa occidentale e marittima e l’altra, costituita dalla discesa proto-indeuropea dal suo habitat continentale sito nell’estremo settentrione dell’Eurasia.

Luoghi privilegiati di questi contatti sono stati, intorno al –8000/-6000, il Nord scandinavo (95) e, in seguito nel periodo “orionico” (96) intorno al –4500/-3500 l’Asia Centrale.97 Naturalmente le curiose caratteristiche “meticce” (semitico/indoeuropee) dell’accadico risalgono, in gran parte, a quest’ultimo momento, nel quale, infatti, si colloca anche lo starting point della tradizione ebraica, ossia il –3760, data d’inizio del suo calendario. Per la Scandinavia, s’intende l’ipotesi edenica del Vinci, essendo la sua altra, l’omerica, relativa ad un periodo assai più tardo, ovvero collocabile intorno al –2000, allorquando l’incontro tra le due grandi correnti si era già verificato con fusioni su tutti i piani (razziale, culturale, linguistico) e quando quella branca degli indoeuropei, che erano gli Achei, ancora sostava nell’area.

Bisogna precisare come, così stando le cose, sia assai difficile, per chi non abbia conoscenza del retroterra preistorico qui sommariamente esposto, non vedere, nelle numerose coincidenze etimologiche del lessico i.e. con quello semitico dell’accadico, la prova del ruolo principiale di quest’idioma e tale è, appunto, l’equivoco del Semerano,(98) che fa della κοινη semitica, intesa poi limitatamente alla sua storica accezione mediorientale, la fonte prima di ogni espressione linguistica della cultura europea, con la conseguenza di negare qualsivoglia originalità e autonomia all’insieme degli idiomi di matrice i.e.

Il dominio accadico

Resta da fare un’ulteriore precisazione riguardo alla prossimità tra lo stesso periodo orionico e l’inizio della tradizione cinese, la quale, basandoci come abbiamo fatto per l’ebraismo sul calendario (quello antico), è collocabile nel – 3468, ovvero con la tradizionale data di nascita del primo mitico Imperatore, 伏羲, Fo-hi, il cui regno corrisponde però ad un vero e proprio periodo storico della durata di alcuni secoli. Siamo, con tutta evidenza, in una fase sorgiva delle civiltà determinanti tutti quei successivi sviluppi storici, che giungono sino ai nostri giorni.

È proprio intorno a quel periodo che possono esser fatte risalire le più antiche mummie tra le numerose che, di recente, sono state scoperte, nel bacino del Tarim, nella Cina occidentale. Il fatto singolare è che queste mummie, (99) oltre a essere straordinariamente ben conservate, presentano caratteristiche fisiche nettamente nord-europee: biondismo e rutilismo, dolicocefalia, altezze intorno a m. 1,80 ÷ 1,90 per le donne e spesso oltre i 2 m. per gli uomini; particolari i quali fanno pensare alle leggende dei giganti che, a nostro avviso, appartengono appunto alla prima fase di scontro, nel Nord-Europa, tra la corrente occidentale e quella boreale, ma da quell’epoca siamo qui lontani alcune migliaia di anni. Sono le guerre che, nell’Induismo, si dicono condotte da परशुराम, Parashu Rama (परश parashu ु , ascia; periodo: -8700/-6540, punto vernale in , Cancer) mentre l’assai più tardo momento bellico, condotto quando l’invasione aria giunse nel sub-continente (-1800/-1500) e si scontrò coi nativi di razza nera, è sotteso alle vicende attribuite all’altro Rama, il protagonista del रामायण, Ramayana, ovvero राम च, Rama Candrá; dove च, candrá è glittering, shining as gold……said of gods, kings…il ns. illustre insomma. Tornando alle necropoli del Tarim, si suppone che l’ultima traccia linguistica di quella remota comunità sia stato il
tocarico, lingua appunto i.e. i cui reperti documentali, rinvenuti in area centro-asiatica, ci hanno poi permesso di accertarne, da alcune palesi influenze lessicali, i sicuri rapporti con il mondo cinese. In particolare

…the transmission of terms in the sphere of cattle-breeding from IE (mostly Tokharic) to Chinese: terms for dog, horse, cow, milk, honey. This doesn’t add new information on the Urheimat question but neatly confirms the long-suspected presence of Tokharic in Western China since at least the 2nd millennium BC. (100)

Da alcuni elementi dell’abbigliamento, tra l’altro spesso perfettamente conservato, l’insieme rammenta il costume lappone con tratti del celtico (il tartan), del tirolese (i copricapo) e del russo (i Валенки, valenki, gli stivali di feltro), mentre per una specifica cintura ci si potrebbe spingere sino al Giappone dove tratti della cultura nazionale e i lineamenti europoidi degli Ainu troverebbero così una possibile spiegazione. (101) A tutto ciò si può aggiungere una presenza della razza bianca sul continente americano testimoniata dal ritrovamento del cosiddetto uomo di «Uomo di Kennewick» dal nome della località dello stato di Washington nella quale, nel 1996 fu scoperto uno scheletro risalente a circa 12000 anni fa, con evidenti caratteristiche europee. Sembra però che le successive (2015) analisi del DNA abbiano ridimensionato questa attribuzione. In ogni caso, se così stanno le cose, siamo al solito discutibile rapporto tra fenotipo e genotipo. (102)

Mummia maschile del Tarim

Un paziente lettore di questo studio, ricordando le ns. cronologie, potrebbe adesso domandarsi: ma non è della razza gialla la dominanza del secondo GA mentre qui siamo ben al quinto GA del Manvantara? In effetti, la civiltà cinese da noi conosciuta è, dopo un lunghissimo periodo d’oscuramento, la risorgenza di un remoto retaggio latente in alcune regioni centrali dell’Asia. E, per tale risveglio, è molto probabile sia stato decisivo proprio il contribuito di quelle popolazioni provenienti da Occidente, reduci, a loro volta, da quel primo incontro/scontro nel precedente “Eden” scandinavo. Del resto qualcosa della tradizione primordiale, nel corso dei tre GG.AA. successivi alla Caduta, era rimasta in sonno nell’estremo settentrione mantenendo, soprattutto in quello che è poi stato l’Induismo, certi suoi elementi essenziali.

Rimane a dire che, in ogni caso, qualche incertezza indubitabilmente sussiste su cosa potesse significare che, dalle medesime indicazioni bibliche, sia risultato possibile individuare due distanti, ma parimenti ammissibili sedi edeniche. (103) La nostra ipotesi di una diacronia tra le due, dove quella scandinava preceda, appare, per certi versi, la più razionale: alla fine della fase di scontro tra le due predette correnti subentrò un periodo di pace; infatti, dovrebbe esserci questo significato (i.e. l’affratellamento dei due popoli: razze rossa e bianca) nell’aver dato nome di Gemini ( ) alla costellazione in cui, allora, sostò il punto vernale (-6540/-4380). Poi, mantenendosi a latitudini ancora piuttosto elevate, ci fu una migrazione verso Oriente – del resto anche nel Genesi (104) si legge di un giardino posto a Oriente – dove, gli elementi in prevalenza occidentali (i proto-semiti, i rossi) nel suddetto –3760 dettero origine a quella che sarà la tradizione ebraica propriamente detta e, in seguito, si sposteranno verso sud, nelle regioni site nella parte più alta della Mesopotamia (fase accadica) mentre, come abbiamo visto, all’incirca alla stessa epoca (-3468, appunto) l’incontro tra Tocarici e proto-Cinesi dovrebbe aver dato inizio a quest’ultima civiltà o, quanto meno, alle sue caratterizzazioni storicamente note e giunte poi sino a noi. In ogni caso, l’accertatacollocazione storica dell’accadico, non esclude che, in una certa misura, le sue coincidenze con le lingue i.e. risalgano anche al primo contatto tra le due correnti avvenuto nel Nord dell’Europa.

La vera e propria nascita dell’Israele storico implica però un nuovo rapporto con coloro che, caratterizzati in senso più nettamente i.e., nel frattempo, erano rimasti nel primo “Eden” scandinavo. Quelle che seguono l’arrivo dei popoli del mare (105) sono, infatti, guerre ma anche mistioni, soprattutto per le settentrionali tra le dodici tribù, ad es. Dan, la cui affinità con i ∆αναοι, Danai è evidente. La loro non facile presenza accanto a Israele, ci è nota sotto il nome di Filistei: nome dal quale viene quello attuale di Palestina e dei suoi nativi ormai arabofoni. Per tutte queste interessanti relazioni L’epoca è quella della prima metà del secondo millennio a. C., nella quale i proto-Greci, ossia i Micenei e tutte le altre genti i.e. tra cui i proto-romani, cominciano a popolare i paesi intorno al Mediterraneo. Ma, a questo punto, l’intrico delle complesse relazioni precedenti è ormai velato dal mito e incomprensibile ai più.

Seconda Parte

Nella parte precedente, abbiamo elencato le razze egemoni succedutesi in questo ruolo nel corso del Manvantara ma, a proposito di tale lista (haņsá, gialla, nera, rossa, bianca), appare necessario fare alcune considerazioni. Intanto, mentre per quattro di loro l’abbinamento a un colore – sebbene meritevole di maggiori spiegazioni – è esplicito, la prima, traendo titolo da un uccello, rimane d’apparenza meno raffigurabile.

A tal proposito, riteniamo che uno dei significati, in varie lingue sottesi al nome del cigno, ovverosia il candore, sia rivelatore. Ma di quale candidezza si tratta se l’ultima razza del ciclo è, a sua volta, definita bianca? Allo scopo d’evidenziare una qualche differenza, è bene subito chiarire come, per la sensibilità cromatica della cultura islamica, il tipo umano dagli anglosassoni chiamato caucasico e nordico in altri contesti, sia – a ragione della trasparenza del sangue venoso – quello degli uomini blu. Il blu che, per la scarsa presenza di pigmento nell’epitelio, in varie tonalità, ritroviamo, quale caratteristica di questo stesso fenotipo, anche nell’iride. Inoltre e in linea di massima, la pelle è rosea ma spesso suscettibile di dorarsi al sole mentre il biondo, sempre a causa del pigmento, non può certo essere totalmente assimilato al bianco.

Quel bianco che – nella cromia luminosa additiva e pertanto per quanto concerne l’aspetto – come risultante della sovrapposizione di tutti i colori, diventa il colore massimo e principiale rispetto alla serie che, per differenziazione, da esso, in seguito, si produrrà. Sul piano strettamente fisiologico, per il medesimo, vale invece il criterio della cromia sottrattiva e infatti, causa l’assenza delle cellule melanofore, diviene difetto di colore ed è ciò che, appunto, si ritrova nell’albinismo totale. Nel suo caso, l’assoluta trasparenza produce una pupilla caratteristica con nuances che possono variare dal roseo al rosso vivo mentre quelle dell’iride trascolorano dall’azzurro pallido ad un tenue viola.

A questo punto, spontanea, sorgerà in molti un’obiezione: allora la razza haņsá sarebbe stata una razza di albini, com’è però possibile se l’albinismo non è una razza ma un’anomalia congenita ed ereditaria, un handicap che, appunto, può manifestarsi presso tutte le etnie anche le più scure? Intanto, il fatto che esso sia presente ovunque starebbe, semmai, a confermarne la principialità rispetto ad ogni successiva differenziazione. Inoltre, certe sue precise caratteristiche – quali l’intolleranza alla luce, sia a livello della vista, sia della cute – sono evidenti tracce della predisposizione ad una vita in ambienti con una differente qualità luminosa come può trovarsi o in zone boreali, o in quello status sottile dove, per una serie di narrazioni mitiche sappiamo che la luce splende, ma non disturba.

È la lux victorialis o l’iranico xvarnah, che permea di sé i mondi superiori (nel linguaggio dantesco i cieli), ma il cui attenuato riflesso illumina le valenze attualmente non sensibili della Terra: (106)

le Var de Yima comprend en effet, à la façon d’une cité, des maisons, des réserves, des remparts. Il a portes et fenêtres luminescentes qui sécrètent d’elles-mêmes la lumière à l’intérieur, car il est illuminé à la fois par des lumières incréées et par des lumières créées (107)

e a quelle latitudini dove

une fois seulement chaque année, on voit se coucher et se lever les étoiles, la lune et le soleil ; c’est pourquoi une année ne semble qu’un jour: (108)

Terre di penombra e di raggi obliqui e non certo d’accecanti meriggi. La connessione, dei tardi epigoni degli haņsá, con l’elemento eterico (109) ne fa, nel folklore di molti popoli, un tramite privilegiato con l’altro mondo e con le sue inquietanti irruzioni in questo:

Kennst du die Blassen in Heideland,
Mit blonden flächsenen Haaren?
Mit Augen so klar, wie an Weihers Rand
Die Blitze der Welle fahren?
O, sprich ein Gebet, inbrünstig, echt,
Für die Seher der Nacht, das gequälte Geschlecht. (110)

Conosci, alla brughiera, certi tipi slavati
dai capelli di stoppa
dagli occhi chiari
come luccica l’acqua ai bordi dello stagno?
Di’ una preghiera, allora, accesa e schietta
per chi vede nella notte, razza tormentata.,

Anna Elisabeth (Annette) Freiin von Droste zu Hülshoff e il natale, tipico wasserschloβ westfalico a Havixbeck

Così comincia la ballata Vorgeschichte (Second sight) che Annette von Droste-Hülshoff, dedica all’episodio in cui, un albino di ceppo falico, un membro della casa baronale dei von Kerkering zu Borg, in una notte di luna piena, avrebbe avuto la visione del suo funerale, sicché, preso atto della premonizione:

Dann hat er die Lampe still entfacht
Und schreibt sein Testament in der Nacht. (111)

Accende la sua lampada in silenzio
e scrive nella notte il testamento..

Ma la chiave di tutto sta nella gequälte Geschlecht., in quella stirpe tormentata dove la patologia dell’albinismo, quale elemento biologico e concreto, trascendendo le effettive intenzioni e conoscenze dell’autrice, serba la possibilità di portare a soluzione i nodi complessi di un destino legato a situazioni remote e strettamente connesse alle radici profonde della decadenza.

Decadenza o Caduta che coinvolse la prima razza e che, di età in età, si ripeté per le successive nella staffetta dei GG.AA. L’ultima a manifestarsi è quella adombrata dai נפלים ,Nephilim, i caduti del Genesi (112) dove, parimenti, pur con stimmate albine, è della razza rossa che si sta parlando quando, lo stesso Noè, alla nascita, rischia, da parte del padre, per la sua somiglianza con coloro, i quali erano ormai giunti alla conclusione della loro vicenda, il rifiuto:

Dopo del tempo, mio figlio [è Enoc che parla] Matusalemme prese una moglie per suo figlio Lamek e costei rimase incinta da lui e generò un figlio. Ed era la sua carne, bianca come neve e rossa come rosa e i capelli del suo capo e la sua chioma erano come bianca lana e belli erano i suoi occhi e, quando li apriva, illuminava tutta la casa come il sole, e tutta la casa risplendeva assai. E quando suo padre, Lamek, ebbe paura di lui, fuggì. E venne da suo padre Matusalemme. (113)

Riguardo all’aspetto di Noè, si deve considerare la frequenza dello pseudo-albinismo neonatale nei rossi e – tratto indicativo della monogenesi della specie umana – esso è costante presso i neri aborigeni australiani. La specifica caratteristica del profeta, quantunque rintracciabile in un testo di non larga diffusione, ha determinato la scelta – con l’acrostico NOAH – della sigla relativa alla propria associazione, dagli statunitensi affetti da questa sindrome: National Organisation for Albinism and Hypopigmentation.

E così, è sempre il rifiuto dell’albinismo che mette a repentaglio la vita di un protagonista della teosofia iranica ishrâqî ma, nel contempo, ne segna l’eccezionalità:

Sam, the son of Nariman, was the lord of Zabol and the preeminent champion of Iran, but he had no sons, and this was a source
of great grief to him. At last a beautiful woman of his entourage became pregnant by him and she gave birth to a handsome son.
But although the baby had rosy cheeks and black eyes and a fine face, his hair was as white as snow. His mother was very
distressed by this. No one dared go to Sam and say that he had a son whose hair was as white as that of an old man. Finally the
boy’s wet nurse, who was a courageous woman, conquered her fear and went to Sam and said, «My lord, I bring good news.
You have a handsome, healthy son as splendid as the sun. And if he has white hair, well, this was your Destiny fated by God.
You must rejoice and not grieve about this» (114)

Parimenti, si racconta dello stupore generato dai capelli bianchi del neonato Lao-Tze ed in tal modo, si potrebbe continuare citando le innumerevoli tradizioni, nelle quali angeli ed eroi hanno la stessa scioccante singolarità.

A questo punto, appare evidente come l’abbandono della materia subtilis, propria allo stato edenico e l’assunzione della condizione grossolana sia stata segnata, sul piano geo-astronomico, dall’inclinazione dell’asse (la Caduta) e dal passaggio dal cerchio all’ellisse per quello che riguarda l’orbita, mentre su quello corporeo, c’è stata la comparsa del pigmento che è poi ciò che dà senso a quella categoria formale rappresentata dalle razze. Tutto questo non esclude altre importantissime conseguenze sul piano più strettamente qualitativo ma qui c’importava metterne in luce aspetti che, di norma, non vengono affrontati.

La razza haņsá, ma, visto come stanno le cose, sarebbe più giusto definirla una pre-razza, è quindi letteralmente immacolata, sine labe originali concepta, (115) secondo la definizione cattolica della Vergine e labes, la quale è

tache, sens physique et moral…..a identité complète de forme avec labes « chute », puis « ce qui cause la chute » ou « ruine » (116)

C’è da aggiungere come l’accezione di chute sia, rispetto alle testimonianze di tache,117 quella più anticamente attestata. (118) Del resto, l’origine è nel vb. labo (-as, -aui, -atum, -are), tomber, s’écruler dal quale viene anche labor quale logica conseguenza della Caduta. (119) Tâche mongolique, mongolian spot, mancha mongólica, , cinese e giapponese [stessa grafia] 蒙古斑, cin., meng guban, giapp., mou kohan. Ha un diametro variabile ma, in genere, è intorno ai 10 cm. È di un colore blu-ardesia (it is a particular type of blue naevus) e risulta posizionata all’altezza dell’osso sacro e nella parte alta delle natiche, raramente altrove. Piatta e pigmentosa, dai bordi nebulosi e dalla forma irregolare, non è nient’altro che una concentrazione, nel derma, di melanociti. In seguito, essi migreranno distribuendosi nell’epidermide; infatti, il colore vira, gradatamente, al rosaceo ed infine, già dopo il primo anno, la macchia scompare completamente
esaurendo così la sua funzione di deposito. È solo in casi molto rari che permane anche in età adulta. Essa fu documentata per la prima volta nel 1885 dall’antropologo tedesco Baelz col nome, appunto, di mongolische Flecken. Interessante è l’osservazione fatta dal Prof. Spedicato, (120) con la quale egli mette in relazione la macchia con il passo del Genesi (121)

…il Signore impose a Caino un segno …

e ricorda il caso di Gengis Khan che l’ebbe per tutta la vita ed in una posizione rara: sulla mano.

In effetti, la realtà del drammatico mito di Caino e Abele, sottende una fase della progressiva “solidificazione” del mondo iniziatasi, appunto, con la Caduta. Nella fattispecie, verso la fine del Manvantara, i popoli nomadi, allevatori di bestiame, sono sempre più costretti a sedentarizzarsi dai popoli praticanti l’agricoltura e le arti urbane. Di ciò si ha una traccia linguistica: Abele (nomade), in ebr. הבל ,Hèbèl, la √HBL dà lightness, vapour, breath, vanity; mentre Caino (sedentario), קין ,Qèîn e in ebr. la √QYN dà fit together, fabricate, forge: is a descriptive appellation rather than a real personal name . La macchia, attribuita quindi al popolo che ha inaugurato la fase di solidificazione e al personaggio biblico che la rappresenta, è del tutto congrua con quanto andiamo esponendo in assegnazioni etniche e cronologia. La sedentarietà è così connaturata all’umanità successiva alla Caduta che ogni sua perdita è vissuta come tribolazione. La diaspora ebraica, che del nomadismo è una peculiare variante, riflette tale sofferenza nella costanza con la quale quel popolo, quanto meno in prospettiva escatologica, se ne è sempre proposto la rettifica. Anche per gli zingari l’erranza è solo apparentemente connaturata, infatti, la si vuole scaturita dal drammatico allontanamento da un centro spirituale e la sua nostalgia è evidente in questi versi del poetarrom Eslam Drudak, sicché dietro quella che può anche sembrare solo un’immagine letteraria, c’è l’aspirazione e il rimpianto per una stabile patria perduta:

– Motho, manqe, Rromela
Kaj si amari phuv,
Amare plaja, amare lenă
Amare umala.
Thaj amare veśa?
Kaj si amare limóra?
– And – e lava tane,
and – e lava a mare čhibăqere! (122)

Dimmi, dimmi tu Rrom,
dov’è la nostra terra,
dove le nostre montagne,
i nostri fiumi, i nostri campi e le nostre foreste?
E dove sono le nostre tombe?
Tutto è nelle parole,
nelle parole della nostra lingua!

Zingari nomadi e islamici del Kashmir

Del resto la loro stessa designazione in francese, bohèmiens, che parrebbe fare banale riferimento a uno dei tanti loro insediamenti europei – nella fattispecie la Boemia – trova invece, un curioso riscontro sanscrito: बोहम, bohami, vai via da me, quasi a conferma di un’antica cacciata.

Per esprimerci, in sintesi, due sono gli elementi distintivi, che contrassegnarono la decadenza spirituale di questa umanità. Su quello astronomico – la Caduta – ci siamo già dilungati. Resta quello fisiologico: il segno, la macchia di Caino; mettiamo ora in evidenza quest’ultimo. La macchia è, appunto, la macchia mongolica che caratterizza, pur nella loro relativa chiarità, molti individui di questa razza, la quale, non a caso, ne è l’eponimo avendo inaugurato, col secondo GA, dopo la cacciata dal Giardino, i tempi dell’umanità contraddistinta da un colore. Del resto, nell’Induismo è con il colore (वण), varna) che si dà una struttura gerarchica alla società: vd. infra. Gerarchia che, per l’appunto, si definisce qualitativa. Nonostante che nel nome ci sia un’esplicita attribuzione nazionale, la macchia è invece assai più presente tra i neri come se, col terzo GA, l’allontanamento dallo stato primevo si fosse consolidato. In ogni caso, sebbene nettamente minoritaria, essa non manca tra gli europei dell’area mediterranea.

Eccone la distribuzione:

• Neri, 96%
• Asiatici, 80%
• Bianchi, 9.5%, però num estudo realizado numa maternidade portuguesa, a mancha mongólica foi encontrada em 22% dos recém-nascidos; insomma, per un paese europeo, davvero non poco.
• Latinos, 46%. Per avere un’idea del peso che il problema razziale ha sempre avuto, basti considerare come, al tempo della dominazione spagnola, nelle Antille, allo stato civile, il grado d’ibridismo, fosse contrassegnato da nomi specifici intesi a limitare i diritti civili dei titolari: terceron ¾ bianco e ¼ nero, quarteron 4/5 bianco, quinteron 5/6 bianco. Solo il sesteron (6/7 bianco) ritornava nella pienezza dei diritti.

In Brasile, alla nascita, sul neonato, con ansia, si cerca a mancha proprio perché è intesa quale un sigillo di contaminazione ossia come la non gradita testimonianza di un magari remoto vulnus alla limpeça do sangre. Nel ricollegarci al suddetto aspetto di decadenza, si può rilevare che, così come un handicap è oggi l’albinismo, anche la macchia accompagna un’alterazione genetica gravemente inabilitante: la sindrome di Down. Questo però, sia chiaro, avviene senza compromettere la piena normalità fisica e psichica a tutti gli altri portatori. Nella letteratura brasiliana, si mettono spesso in relazione le caratteristiche dell’appartenenza etnica (bianco/nero) con le gerarchie sociali (padrone/schiavo). L’argomento è così degno d’attenzione che l’IBGE (Istituto Brasileiro de Geografia e Estatística) elenca ben 135 colori di pelle espressamente dichiarati dalla popolazione e rileva che il 90% degli intervistati si autoclassifica in 6 di questi: bianco,
bruno chiaro, bruno, bruno scuro, mulatto, nero. È allora il caso di ricordare come, per due anni (1850-52), prima di scrivere il suo famoso saggio, (123)
il Conte De Gobineau fosse stato ambasciatore in quel paese. Anche tra alcune tribù degli indiani d’America – i Navajos ad esempio – a conferma della loro probabile origine asiatica, la macchia è presente mentre tra gli Ainu, la popolazione davvero indigena del Giappone, a ulteriore dimostrazione delle loro non mongoliche ascendenze, tale particolarità non si presenta.

Per meglio rendere il rapporto non facile che, in relazione al colore, si stabilisce tra i non europei e quest’ultimi, ci sembra opportuno riprodurre per intero questo brano del giapponese Junichiro Tanizaki:

Mi sono spesso chiesto quale influenza abbia esercitato, sulla nostra civiltà, il colorito della pelle. Sempre, ai giapponesi, la pelle chiara è piaciuta più della scura. Del resto esistono, fra noi, individui con pelli più chiare dell’occidentale medio. Vi sono anche, in Occidente, uomini più scuri della media giapponese. Non credo che la differenza profonda stia nel maggiore o minor
grado di bianchezza; a distinguere veramente la nostra carnagione è una certa tonalità. Tempo fa, quando abitavo nella zona alta di Yokohama, dov’è il quartiere degli stranieri, mi accadeva di recarmi, la sera, nei ristoranti o nelle sale da ballo frequentati dagli occidentali. Partecipavo alle loro feste, e avevo agio di osservare la loro pelle da vicino: non era poi così bianca! Ma, se appena mi scostavo, subito il contrasto con la pelle giapponese appariva evidente. V’erano delle giapponesi là, che esibivano abiti da sera all’occidentale, non diversi da quelli delle straniere, e carnagioni chiarissime. Perché dunque, da lontano, erano immediatamente distinguibili dalle occidentali? Per qualcosa di denso e di intorbidito, che v’era nella loro carnagione. Benché si fossero sforzate di schiarire le schiene, le braccia, persino le ascelle, insomma tutte le parti esposte del corpo un pigmento d’ombra continuava a ristagnare sotto l’epidermide. Osservarle era come scoprire, dall’alto, sul fondo di un limpido specchio d’acqua, un sudiciume lungamente accumulato. Il trucco pesante non riusciva a celare chiazze, scurimento, cerchiature, alla base delle dita, intorno alle narici, in fondo alla nuca, lungo la spina dorsale. La pelle degli occidentali, anche quando è particolarmente bruna, conserva tuttavia una bianchezza e una purità sottocutanee; in nessuna parte del corpo appaiono le nostre opacità dubbie, le nostre untuosità. Fra gli occidentali, un giapponese si sente come una macchia di inchiostro diluito, su un foglio candido. È una sensazione vaga, incongrua, sgradevole. (124)

È in queste radici ancestrali, che ovviamente affondano nello psichismo collettivo, che trova spiegazione l’importanza data al colore nei rapporti tra etnie diverse e nella conseguente classificazione sociale degli individui.

In India, वण), varna, colore, è il nome col quale si definiscono le quattro grandi suddivisioni che riguardano solo il popolo degli Ari. In origine i varnas:

देवदेव, Brahmani, sacerdoti.
क्षत्रिय, Kshatriya, nobili, guerrieri.
वश, Vaishya, terzo stato.
@ू, Shudra, plebe.

Gli Ari sono nei twice born groups perché, con la maggiore età, hanno ricevuto, secondo il varna di appartenenza la rispettiva iniziazione: sacerdotale, cavalleresca, artigianale.

erano categorie funzionali secondo le quali, in ordine alle più pregnanti caratteristiche individuali, ognuno assumeva il proprio ruolo sociale. È solo nel proseguimento del tempo che il sistema si è sclerotizzato nella जाती, jati, la casta, essa ha poi proliferato una miriade (letteralmente) di sottoripartizioni: il concetto è che ogni combinazione generativa di varna abbia prodotto una specifica jati, ma la cosa, nei fatti, è stata resa ancor più complicata e costrittiva. Pertanto, è la jati che lega indissolubilmente a una condizione, un’attività o a un mestiere specifico. (125) Gli ultimi degli ultimi, coloro i quali, fondamentalmente, non appartengono al popolo indù che conquistò il paese, essi sono i अमेCयम, ्amedhyam o intoccabili. La loro situazione è così penosa che, per designarli, spesso, si ricorre a eufemismi e, per iniziativa di Gandhi, oggi, va molto हDरजन, harijan, figlio di हDर, Hari, che potremmo anche meglio rendere con il nostro creatura di Dio e qui, nella fattispecie, s’allude a विष्णु, Vishnu.

Dopo la razza mongolica, a testimonianza di una completa affermazione della corporeità che, non a caso, investe il GA posto esattamente al centro del Manvantara, la pigmentazione giunge – come abbiamo già accennato – a piena affermazione con i neri. Per loro, situandosi in ambito meridionale (126) il punto d’irradiazione, l’inversione, rispetto alle condizioni iniziali del ciclo, essendo segnata dal passaggio all’altro polo, risalta, nella sua estremizzazione, anche sul piano geografico.

Questa specularità arriva financo a concretamente riflettersi negli stessi elementi simbolici: bianca ed immacolata è la specie di cigno che vive nelle regioni boreali, mentre è nera – the black swan la Chenopis atrata dei naturalisti – quella indigena dei mari del Sud.

Cosa assai curiosa, quest’opposizione delle due varietà, come riporta Louis Charbonneau – Lassay (127) è resa anche in un artistico monogramma del Cristo (IHS), impresso quale super libris nella rilegatura dei volumi della biblioteca personale di Henri III, Re di Francia: tralasciando la descrizione dell’altrettanto elaborato disegno della I e della H, colpisce che la S sia formata da due colli di cigno contrapposti; bianco quello in alto e – naturalmente – nero il secondo. Henri III ha regnato dal 1574 al 1589 e la conoscenza del mondo australe inizia con certezza nel secolo successivo mentre, pel XVI sec., ci possono essere state solo vaghe notizie recepite da qualche navigatore portoghese. Altra curiosa constatazione è che, come avviene per i neri aborigeni i cui figli nascono biondi, così i piccoli del cigno australe nascono bianchi.

In tali popolazioni assai più che in altre, la remota perdita della condizione di privilegio e assai prima del sorgere dei tempi moderni, è stata segnata dalla forte incidenza nella stirpe dello status degenerativo di selvaggi nonché, per la conseguente diminuita capacità di reazione, rispetto a popolazioni culturalmente meglio attrezzate, al flagello della schiavitù: cfr. il Genesi: (128)

Sia maledetto Cam! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!

Sembra opportuno fare presente che le culture tradizionali abbiano sempre considerato il selvaggio non come un primitivo, ma solo come un decaduto: di fatto, esso è un residuo di quelle popolazioni, le quali, a seguito dei cataclismi che hanno segnato il transito dei GG.AA, essendo rimaste isolate e inoltre, già prive di un sufficiente supporto culturale,129 sono poi scivolate in condizioni sempre più precarie sino a giungere alla penosa situazione che conosciamo. Altro che le moderne fantasie sulla felicità del buon selvaggio; quella condizione è solo una delle forme più estreme della degenerescenza.

Per tutte queste ragioni, nei neri, nonostante i molti, attuali, insistiti tentativi, di organizzazioni e di singoli intellettuali, tutti intesi a ribaltare il pregiudizio con la polemica affermazione di una supremazia (black is beautiful, la negritude…), il disagio del colore – così sottilmente espresso da Tanizaki – ha raggiunto il massimo con vere, interne gerarchie, nelle quali l’accettabilità sociale è inversamente proporzionale all’intensità presente nei toni dell’incarnato. Tra le tante manifestazioni dell’imbarazzo per il colore è la frequenza con la quale i neri americani, per dissimularsi, oscurano i vetri delle loro auto.

Non si deve però credere che – dal marchio e dal pesante destino di vinti, provocato dalla ciclica riproposizione della Caduta – sfuggano le altre razze. Singolare è il caso dei rossi, signori del precedente GA. La specificità del tipo reddish, sul piano biologico, è data dal fatto che i capelli fulvi derivano dalla presenza di un tipo particolare di melanina, la feumelanina mentre il capello biondo è determinato solo da una scarsa attività dei melanociti ossia di quelle eumelanine, le quali, quando sono presenti in maggior quantità, producono anche i capelli
castani o neri. Inoltre, la pelle, sebbene molto chiara, forse la più bianca in assoluto dopo quella degli albini, ha spesso, a sua volta, lo stigma della labe in quella forma sporadica rappresentata dalle efelidi. Esse compaiono solo nelle zone esposte alla luce, soprattutto nel volto e nella parte alta del tronco; esse, nonostante siano caratteristiche dei rossi, non sono infrequenti neppure nei biondi. La loro formazione è stimolata da un processo d’ossidazione scatenato dai raggi UVA, che colpiscono la pelle e pertanto sono più evidenti nel periodo estivo, mentre in inverno, s’attenuano o scompaiono. La differenza con le lentiggini (dal lt. lens, lente e precisamente dal dim. lenticula), con le quali non devono essere confuse, è che queste ultime sono forti accumuli di melanina la cui intensità non dipende dall’irraggiamento. Tali addensamenti sono molto superficiali e possono apparire ovunque comprese le zone nascoste alla luce e le mucose. In certe circostanze, sono presenti fin dalla nascita o insorgono nell’infanzia e, con la pubertà, possono aumentare di numero e d’intensità.

Dei pregiudizi nei confronti dei rossi è pieno il folklore, tant’è che, nel mondo anglosassone, esistono associazioni di tutela (vd. supra il NOAH) da una delle quali, per meglio rendere gli estremi del disagio, riproduciamo la perorazione che segue:

Ask yourself now, are red-haired people any different from the rest of society? Should they be discriminated against in the same
way that black people have similarly been oppressed in the past? Our society has a duty to this minority group which has been
ignored for longer than Jewish or Black people. This prejudice is as old as the human race, and today is the moment when we
should recognize that it should be eliminated from our so-called “just and democratic society”. (130)

Non a caso, conformemente alla collocazione nord-occidentale della civiltà atlantidea, nell’Europa occidentale la massima incidenza della presenza reddish si ha in Scozia con un valore di circa il 10%, parimenti elevata è presso altri popoli d’origine celtica o, comunque, di habitat atlantico come, ad esempio, gli irlandesi e i norvegesi. Tale colorazione è egualmente significativa tra gli ebrei, in specie tra gli ashkenaziti mentre, le rimanenti popolazioni europee hanno una media che s’aggira intorno all’1%. Nell’Europa orientale (Russia) molto forte è la presenza rossa tra Komi, Mari, Mordvini e Udmurti, i quali non parlano lingue i.e., ma uralo-altaiche. Per tutti questi ultimi popoli e in ordine alla loro collocazione geografica, si può interpretare tale traccia di colore come un lascito del movimento verso Est la cui più antica e orientale testimonianza è nella predetta necropoli del bacino del Tarim. Pare comunque accertato che la lingua di tale popolazione fosse il tocarico ovvero una lingua appartenente al gruppo occidentale kentum (come il latino e il germanico) delle lingue i.e. In epoche relativamente più recenti i Tocari divennero buddisti e scrivevano usando l’alfabeto (anche indù) brahmi antecedente al devanagari.

Distribuzione e percentuali del rutilismo

Nel paragone con gli altri gruppi discriminati è interessante la relazione con gli ebrei essendo, quella coi neri, fatto di mera sociologia. Rivelatore è che molti dei pregiudizi avversi ai rossi siano ricorrenti topoi dell’antisemitismo (131) e la ragione sta nel diretto rapporto esistente tra la tradizione ebraica a quella atlantidea. Uno degli indici è il nome stesso di Adamo (אדם ,Adam) che, sebbene utilizzato nell’accezione più estesa di progenitore della presente umanità, è, per i significati che sottende, anche il mitico capostipite della razza rossa e quindi di quella specifica tradizione nonché dei prolungamenti di essa nel presente ed ultimo GA. Entrando negli interni dispositivi della lingua, vediamo come דם ,dam, sangue – il suo colore è noto – sia parola comune all’ebraico e all’arabo (دم (ma la radice è √’DM il cui significato è fondamentalmente esprimibile col lt. rubere, da qui proviene anche un’altra voce che è adoym (אדום חימר (con la quale si designa la caratteristica argilla rossa, quella terra usata, per la sua plasticità, dai vasai e che pertanto ben simboleggia la materia plasmata dal Primo Artefice.

Nel caso della pregiudiziale discriminazione e del diffuso disprezzo per l’individuo di razza nera, l’intera questione è talmente conosciuta che non è questa l’occasione di soffermarsi sulla casistica mentre appare diverso e meno comprensibile il negativo atteggiamento che investe la tipologia del rosso anche perché, per la fusione (in , Gemini: -6540/-4380) citata in precedenza, l’interazione etnica tra i protagonisti del penultimo GA e quelli dell’ultimo e attuale è stata, da molti millenni, totale.

Per meglio rendere però i termini del problema, è bene entrare in qualche più concreto particolare: l’idea più diffusa, ovunque in Europa, era che, in primis, i capelli rossi ma anche voglie e segni, fossero l’indizio di un concepimento avvenuto durante le regole. È da qui, che origina la locuzione popolare, riferita a qualche individuo dal particolare destino: era segnato! A tutto questo s’associava: un malsano calore corporeo che avrebbe generato una libido incontenibile, un alito pesante e un particolare odore fisico che, per gli ebrei, diventava il preteso fœtor iudaicus. Altro marchio considerato negativo era quella forma che l’orecchio assume quando, spesso accompagnandosi al rutilismo, si presenta privo del lobo. In questo dettaglio, si voleva fosse messa in evidenza la relazione esistente tra ebrei, lebbrosi e maiali: il morbo di Hansen porta alla caduta di parti del corpo e il maiale – colpito da una specifica forma ulcerosa,132 volgarmente assimilata alla ben più pericolosa patologia umana, al fine d’interdirne la commestibilità – veniva segnato dal taglio dell’orecchio. Inoltre, in certe legislazioni anche al ladro, si tagliava l’orecchio. Chi commette furto, detto in italiano, è un ladro mentre la ladrerie, in fr., designa la suddetta patologia suina; entrambi i vocaboli derivano e sempre per questa curiosa relazione con il taglio dell’orecchio, da una deformazione del nome proprio ebr. אלעזר‘ ,Èleazar, il cui senso è con l’aiuto di Dio da cui il lt. eccl. Lazarus. Il protagonista, secondo una popolare aneddotica anche iconica e del quale si narra nella parabola del Vangelo di Luca, (133) è appunto coperto di ulcere.

Il senso della ricerca e della messa in evidenza di queste tracce fisiognomiche sta nel paragone con la temutissima lebbra, che subdola si trasmette nella stirpe, cosicché le testimonianze di una tabe ancestrale, si crede che mai manchino di palesarsi nella razza. È importante verificare come una malattia, che incomincia col manifestarsi in segni, qual è il caso appunto della lebbra, sia ricollegata all’area semantica qui indagata; il lt. lepra è un calco del gr. λεπρα ma, poiché non ci sono etimi i.e. certi, è ancora una volta l’ambito semitico con l’accadico a darcene la chiave: infatti, la’bu, a skin disease; la’abum, be infected, ma, e qui il cerchio si chiude, ecco anche – ben evidente – l’etimo della stessa labes come predetto. Del resto, la sua accezione di caduta, si ritrova anche in accadico con lābat, to fall, to be thrown down. A questo punto, diventa intrigante supporre come, in virtù di tutte queste interconnessioni,, proprio la congenita mancanza o il taglio (punizione), di quella parte dell’orecchio (gr. λοβός) che pende (lt. labat dal vb. labo, cadere, vacillare), sia uno degli stigmi della labes originalis. Non per caso allora, la presenza invece del lobo è sottolineata e impreziosita da orecchini o enfatizzata allungandolo come in alcune culture e com’avveniva nell’Isola di Pasqua: vd. i Moai e tutta quella tragica storia insulare.

Un singolare gruppo umano, presente in Bretagna, in tutta la Francia del Sud-Ovest, nel Béarn, nel Paese Basco e nelle vallate pirenaiche, che accolsero anche i rifugiati dalla persecuzione contro i Catari, vittima per secoli di pesantissime discriminazioni, fu quello che ebbe nome di Cagots. Ecco come vengono descritti:

Los agotes eran rubios, de piel blanquecina, con el lóbulo de las orejas pegado y de mal aliento; incluso se dice que tenían rabo. Al considerárseles portadores del pecado original, se recomendaba mantenerse alejado de ellos por su mala sangre. (134)

In effetti, questi poveretti, in niente si distinguevano dai loro simili se non per la prevalenza delle suddette caratteristiche, ma erano i veri paria di quelle regioni: sebbene cattolici, in quanto

race maudite à vie, leur condition était mentionnée dès la naissance dans l’acte de baptême, célébré à la nuit tombée, sans
carillons. Ils ne portaient pas de nom mais un prénom suivi du terme Chrestiaa, Cagot, Gézitain. Une fois morts ils étaient
inhumés à l’écart des ” vrais chrétiens “. Parmi la longue liste des interdits on peut citer : le mariage avec des non cagots,
l’exercice de certains métiers en rapport avec l’eau, la terre, le feu, les aliments, porter une arme ou un objet tranchant… (135)

Processione di Cagots

Entravano in chiesa, dove avevano uno spazio riservato e modesto, da una porta laterale e loro dedicata, ricevevano inoltre l’eucaristia per mezzo di una pertica. I villaggi che li ospitavano sorgevano spesso su antichi lebbrosari. Erano costretti a portare sugli abiti una zampa d’oca di stoffa rossa e mestieri permessi o tollerati erano, in prevalenza, quelli di muratori, tessitori e carpentieri: infatti, il legno era ritenuto non suscettibile d’essere un veicolo di trasmissione delle supposte patologie dalle quali erano ritenuti infetti, tra esse, ovviamente, primeggiava la lebbra. Curiosamente perché in contraddizione con il supposto rischio di contagio ma, di nuovo, in similitudine con il trattamento riservato agli ebrei – che spesso erano medici – si trovavano anche tra loro chirurghi e levatrici. Aleggiava inoltre una diffusa fama di guaritori. L’etimo popolare del nome voleva che cagots venisse da cangots ovvero da un insulto: cani di goti. In ogni caso, l’espressione appare oscura; in bretone caqueux sta per cattivo. Ci può essere prossimità al gr. κακος, spregevole, sordido che, privo d’etimo i.e., rimanda al solito accad. kakku, ominoso. Anche la zampa d’oca che li contraddistingueva e della quale, scioccamente, si favoleggiava avessero i piedi era, insieme al cigno un ben illustre, tradizionale rimando al mondo boreale. Sciocchi ma non bonari i loro persecutori: la trafittura dei piedi, era, infatti, la punizione per un cagot, che fosse stato colto a trasgredire uno dei numerosi interdetti cui era ristretto.

Ci siamo dilungati sull’assai singolare caso dei Cagots, sia perché poco conosciuto in Italia, sia perché ci permette, con l’arricchirla, di meglio definire la problematica della decadenza. L’aspetto fisico e molte leggende, li volevano, non senza plausibilità, discendenti appunto o di Goti, o di Normanni. Quanto dunque di più “ariano” (136) fosse reperibile nella zona, ma tant’è; la loro difficile benché enigmatica condizione di paria sta allora a dimostrare come, nella prevalenza dei casi di emarginazione sociale, sia quello stesso status a generare un comportamento morale, vero o presunto, particolarmente basso e pertanto dovuto non a speciali, congenite disarmonie psichiche e, men che meno, alla dominanza di supposti caratteri razziali inferiori (tutte le caratteristiche “nordiche” erano prevalenti), ma sul piano etico e nel generale stile di vita, il rischio per la vittima di lasciarsi andare scaturisce allora dall’impossibilità – per l’altrui costrizione – di condurre una normale vita pubblica.

Intere civiltà, nel corso dei millenni, sono scomparse senza lasciare tracce apparenti e il processo d’obnubilamento dei loro tardi e dispersi epigoni c’è stato descritto, con brevità ed efficacia, da Platone, (137) ma talvolta qualcosa della loro grandezza e dell’antico ruolo può permanere sotto altre vesti e, in qualche modo, trasparire.

Una parte della classe sacerdotale della cancellata civiltà atlantidea, quella parte che, nel sottrarsi al proscenio della storia, seppe mantenere fedeltà al deposito sapienziale avuto in consegna. In tal senso non fu vinta, ma proprio col dare prova d’aver saputo rispondere all’arduo invito del destino, mostrò la sua forza o meglio, per esprimersi nei suoi stessi termini ( יêm−se
gulāh, עם־סגלה (la sua elezione. Fu insomma quello e ante litteram il primo e più significativo resto d’Israele. (138) La coscienza di questa missione universale di popolo prescelto a sacerdote e maestro delle nazioni, nel filum che darà poi vita alla forma religionis dell’Ebraismo storico, risale quindi a epoca assai più remota di quella testimoniata dal mito del Patto sul Sinai.

In un altro nostro contributo, abbiamo mostrato le relazioni esistenti tra caldei, ebrei (Abramo esce da Ur dei caldei) e celti, presso questi ultimi era il cinghiale a simboleggiare la casta sacerdotale druidica (l’orso faceva riferimento ai guerrieri), (139) mentre, tra le accuse infamanti del pregiudizio antisemita, la Fabre-Vessas (140) riporta, come abbiamo già scritto, l’assimilazione dell’ebreo a tale bête intesa nella sua versione domestica. Il motivo, occultato da strati di millenaria ignoranza, sta, con evidenza, nel suddetto rapporto simbolico tra il popolo sacerdotale e il cinghiale (dal lt. singularis): da qui, con ogni probabilità le avverse disposizioni della כשרות ,kashruth verso l’edibilità dell’intera famiglia dei suidæ. Inoltre, nell’Induismo – che non ha questo specifico problema – l’attuale कल्प, Kalpa (il ciclo superiore al Manvantara) è lo वेत वराह का?प, swêta varâha kalpa, il kalpa del cinghiale bianco.

Per questo ciclo merita spendere qualche spiegazione: esso rappresenta lo sviluppo totale di un mondo e, nella fattispecie, quello della nostra Terra nella sua totalità, ovverosia nelle sue precitate sette componenti (sensibili e non) o द्वीपज, Dwîpas nel corso di successive umanità. Tali ere di umanità – i Manvantaras – sono quattordici, divise in due serie settenarie, e sono rette ognuna da un मन, Manu, che presiede al धम), Dharma, ossia l’attributo, il compito o il dovere specifico di quella stessa umanità. L’attuale Manvantara è l’ultimo della prima serie e pertanto, dato che le Terre sono solo sette, nell’intero processo, ognuna di esse dovrà “emergere” due volte alla condizione sensibile, nel frattempo le altre, da qua, pel mondo grossolano, restano latenti e non possono essere percepite che eccezionalmente, o in certe particolari condizioni. (141) L’elemento fisso su cui ruota tutto il sistema è il  मेरु, Meru e i Dwîpas possiamo immaginarli come disposti
secondo le sei direzione dello spazio, ovvero secondo la croce solida, più il centro della medesima. Il centro, di volta in volta, spetta al
Dwîpa divenuto sensibile, il quale prende nome di जम्बुद्वीप, Jambudvîpa, ossia la nostra presente Terra. La montagna del Meru, nella ronda due volte settenaria, resta pertanto immota e costituisce quindi quella che, nella gnosi iranica, come riporta Henry Corbin,(142) è noto come huitième climat. È quindi da lì che, in luogo inaccessibile, il Manu regge le sorti del nostro mondo. Luogo designato dagli Indù come la già citata, irraggiungibile आगता), Agartha.

Prima della Caduta – ma ancor’oggi l’Agartha nelle valenze sottili – il Pardes ossia il centro degli haņsá (il “giardino dei cigni”), era situato sul monte polare (Meru): il monte-isola coassiale al fulcro della rotazione terrestre. Dopo tale evento, nella Terra grossolana, l’intera area appare vuota ed occupata dall’Oceano Artico, mentre the Arctic Home degli eredi della Tradizione Primordiale (i bianchi), per innumeri millenni, non poté che esser posta in un ambito circumpolare, prospiciente a quello che, tuttora, se riprodotto secondo una confacente proiezione, appare quale un vero e proprio mediterraneo iperboreo.

È per la precitata simmetria strutturale del ciclo che, dopo la Caduta, ai poli, le disposizioni dei “vuoti” e dei “pieni” s’invertono, cosicché adesso, in contrapposizione alla situazione dell’emisfero settentrionale, c’è al Sud, il vasto continente Antartico. Alternante distribuzione geografica che fa da interno corrispettivo con quella ben più radicale dell’apocalittica inversione dei poli, da cui il conseguente sconvolgimento del moto apparente degli astri. Sconvolgimento affermato anche dai Vangeli (143)

… και αι δυναµεις των ουρανων σαλευθησονται …
… et virtutes cælorum commovebantur …
… e le potenze dei cieli saranno sconvolte …

e che si colloca a suggello (inizio e fine / fine e inizio) d’ogni transito tra un Manvantara e l’altro. Abbiamo già visto come il prefisso su (स-ू) abbia valore positivo e che pertanto, aggiunto al nome della montagna polare मेरु, –meru: समे , sumeru, connota favorevolmente l’Artico, mentre il suo opposto, l’Antartico è chiamato kumeru, dove invece कु-, ku- is a prefix implying deterioration, depreciation, deficiency e quindi il luogo è a region of the demons (144)… Altra simmetria è quella che vede, in ( ), Aquarius, sia l’inizio (dopo la Caduta) della fase precessionaria, sia la sua fine al termine dell’intero ciclo.

Riguardo ancora ai neri, nella stessa Thorà e nel precitato brano del Genesi, (145) se si continua la lettura, il testo prosegue inesorabile (146)

Benedetto il Signore, Dio di [םֵ שׁ [Sem, [םָח [Cam sia suo schiavo! Dio dilati Iafet [אפט’ג [e questi dimori nelle tende di Sem, Cam sia suo schiavo!

E dove si preannuncia – oltre all’addirittura iterato, duro futuro di Cam – sia l’espansione indoeuropea di Iafet, sia il fatto che poi egli, prevalentemente, verrà ad abitare le tende – ovverosia farà sua la religio – di Sem; quello che, con la parziale eccezione dell’India, è poi puntualmente avvenuto con la germinazione, dallo stesso tronco, prima del Cristianesimo e poi dell’Islam. Riguardo alle filiazioni dell’Ebraismo, più che di dispersione dovremmo parlare di una presenza che, in forme più o meno palesi, continuerà ad agire per disseminazione.

La differenza tra le due razze è data appunto dalla presenza del pigmento che, come abbiamo visto, nel tipo nordico la dissomiglianza rispetto a quello presente nei neri e nei mongolici è mera questione di quantità mentre ha sue specifiche caratteristiche solo nei rossi. Quale sigillo del ciclo, l’ultima stirpe boreale (la c.d. razza nordica) non soltanto, in modo attenuato, ha mantenuto e poi riproposto l’imago corporis di coloro che l’avevano inaugurato ma, durante tutto il suo svolgimento, ha conservato nel nord dell’Eurasia un habitat attiguo a quello originario e, elemento ancor più importante, ha veicolato nel corpus induista ciò che di più prossimo sia dato d’incontrare rispetto alla formulazione di quella prisca sapientia la cui ricostituzione dovrebbe essere lo scopo d’ogni uomo di conoscenza. In particolare, nell’India non islamizzata, pur tra mille intrusioni e deformazioni, si è salvaguardata la parte più significativa di quel deposito ancestrale.

C’è nella struttura del Manvantara una qualche simmetria, infatti, mentre nel centro cronologico, si colloca il GA, che vede la massima espansione e dominanza dei neri, i bianchi si partiscono i due estremi: l’inizio, nella condizione sottile, è appannaggio degli immacolati haņsá e la chiusura, nel mondo grossolano, appartiene ai loro remoti ma, dalla labe, in qualche misura contaminati eredi: gli uomini della razza bianca. In quel centrale punto di equilibrio del Manvantara, al quale – per la precitata piena assunzione della corporeità – possiamo anche dare l’attributo della gravità tant’è che, infatti, si “scende” sino all’altro Polo. In questo senso, non si deve però dimenticare un’importante riserva: sul piano di quella che potremmo definire solidificazione, ovvero con la chiusura sia verso il mondo sottile e sia, soprattutto, verso gli stati superiori dell’essere, la situazione non è poi, all’epoca, così decaduta. In realtà, per la partizione qualitativa del Manvantara, col terzo GA, ci si trovava soltanto nella prima metà del Têtrâ Yuga o, in termini classici, nell’età dell’argento.

In analogia al modo col quale la prisca sapientia, d’età in età, si è diffusa e trasmessa attraverso tutto il Manvantara, parimenti le caratteristiche fondamentali, che sono state gli elementi distintivi d’ogni GA, hanno influenzato quello seguente e, in misura ridotta, anche i successivi. Similmente, per questo presente GA, di gran rilevanza è, come abbiamo visto, la funzione che è venuta ad assegnarsi agli esiti della civiltà atlantidea. Esiti i quali vengono a sommarsi con il ruolo di suggello dell’intero ciclo che la nostra epoca riveste. Poiché, durante la discesa verso la conclusione, c’è una progressiva dispersione della conoscenza originaria e una perdita progressiva sia della metafisica, sia della percezione dell’effettiva natura e struttura del cosmo, in parallelo con il lascito positivo sopra citato, dalla stessa antica civiltà, ci sono pervenuti anche i germi scaturiti invece da una qualche degenerazione avvenuta prima che tutto quel mondo fosse travolto.

Per quest’argomento vd. anche PRIMA PARTE, e in particolare sul tema giganti, si trascrive quanto ne riporta la Jewish Enciclopedia: (147)

The giants of the Bible are not monsters; they are rather the children of evil than perpetrators of evil. In the later literature they
appear as bereft of reason (Bar. iii. 26-28); of an insolent spirit, rebelling against God (Wisdom of Solomon xiv. 6; III Macc. ii.
4; Ecclus. [Sirach] xvi. 7). The Hebrew text has םקד נסיכי” , the princes of olden days”, which may be a reference to the chief
angels enumerated in Enoch; and these are described as עולם המורי” ,that guided the world”. But the final ם in the fragments
as reproduced by Schechter looks like a possible ש followed by the line for abbreviations, which would give the reading [ ש , ים
],המוריש , meaning “who ruined the world” (by their violence, כנכורהם ;comp. Enoch vii. 3, 4). These giants are descended
from the fallen angels…….the original giants, who begot the Nefilim, to whom in turn were born the Eliud (Book of Enoch, vii.
2; and the Greek Syncellus [Charles, “Book of Enoch,” p. 65]). In the Book of Jubilees the last-mentioned are called “Elyo” (vii.
22). These three classes correspond to the three names employed in Gen. vi. 4 = “Nephilim,” “Gibborim” and “Anshe ha-Shem”
(i.e., “Anakim”; “Elyo” is certainly a misreading for the abbreviation א׳ה.

Il lascito positivo è simbolizzato dal mito dell’Arca (נח−תבת ,(nella quale, ciò che appunto di valido la civiltà condannata possedeva, attraverso una navigazione sui flutti della cataclismatica cesura, si congiunge al mondo nascente.

In negativo ci sono invece pervenuti anche i germi vettori di quella patologia dell’intelligenza, che dovrà trovare un effimero trionfo, prima della chiusura e raddrizzamento finali come

testet David cum Sybilla … (148)

La trasmissione di tale malattia dello spirito ha – nei “contaminati” ma soprattutto qui intendiamo riferirci al “gruppo operativo” – se così si può chiamare, tagliato le radici dell’intelletto, chiudendo ogni possibilità di effettiva comprensione metafisica. Nel contempo, non ha però danneggiato la possibilità d’accedere e di penetrare a fondo le conoscenze d’ordine cosmologico. Per esse, pur con il limite dell’ignoranza delle più intime relazioni esistenti tra sostanza ed essenza e di questa con il non manifestato, (149) si è semmai verificato un rafforzamento, dando, a tutto ciò che investe la valenza corporea e parti di quella sottile, anche sul piano applicativo, una crescita inusitata. Evoluzione il cui pallido e parziale riflesso sono gli attuali, palesi sviluppi tecnologici mentre di quant’è celato si può tutt’al più parlare von Dingen, die am Himmel gesehen werden (150) e non solo in cielo. Il riferimento alla nota opera di Carl Gustav Jung (151) non comporta, pel complesso fenomeno, una nostra condivisione della sua spiegazione psicologica. Inoltre, pur con molte perplessità, in merito a tutto un certo approccio interpretativo, inficiato da una notevolissima dose di sue personali fantasie, si può suggerire la bibliografia del francese Jean Robin,(152) ma soprattutto l’esposizione non tecnologica, né “astronautica” che ne dà Jacques Vallée, il quale colloca in provenienza dal mondo sottile (la magonie) tutta quella strana fenomenologia.(153) Vorremmo aggiungere come, a nostro avviso, ale fenomenologia abbia tutte le stigmate di una provenienza dai livelli più bassi e pericolosi, diremmo infestanti, di tale mondo. 

Del resto, l’impoverimento conoscitivo – segnato, agli albori dell’età moderna, da un lascito tradizionale isterilito sul piano dottrinario e, su quello sociale, in strutture di una grettezza incapacitante – non molto offriva a chi avesse voluto recuperare e ricostruire in un puzzle coerente ciò che una sconosciuta storia plurimillenaria ha sparso e disperso in frammenti innumeri e spesso di sconnessa apparenza, ma del resto anche San Paolo ci esorta a tentare:

παντα δε δοκιµαζετε, το καλον κατεχετε (154)
vagliate tutto e trattenete ciò che vale

Il frullone. Inoltre l’emblema poggia su uno staccio. Logo dell’Accademia della Crusca

Dove, appunto, quanto traditum est appare fondamentale per ricollegarsi alla prisca sapientia, avendo però ben presente in qual misura, questo tesoro risulti oggi disperso in mille rivoli e, per di più, velato e spesso stravolto da forme mitologiche, folkloriche ed evemeristiche nonché sovraccarico di risvolti etici e contingenti preoccupazioni sociali che, a loro volta, generano costruzioni pseudo-teologiche spesso irrispettose del fondamento metafisico da cui, per avere piena legittimità, dovrebbero scaturire. L’importanza del deposito tradizionale era però molto chiaro anche ad alcuni insospettabili fondatori del pensiero moderno: in Leibniz, per i suoi legami rosacrociani e in Newton, per espresse convinzioni, le quali, solo ora, appaiono in tutta la loro portata come si evince d’assai recenti studi, quale quello notevole di Betty Jo Teeter-Dobbs. (155) Importanza però che i loro epigoni non hanno compreso o hanno volutamente dimenticata.

Questo studio è stato pertanto condotto non su personali teorie e supposizioni, ma su dati tradizionali o, come tali, pervenuti e riportati; di nostro c’è quindi soprattutto la loro raccolta e naturalmente l’esposizione. A lavoro concluso, ne riteniamo probante la notevole coerenza del quadro che, così ricomposto, ne è scaturito, ben consapevoli inoltre di quanto esso contrasti, sia per le scienze e sia per la preistoria, con l’imago mundi contemporanea. Da parte nostra, tutto ciò non implica adesione allo stucchevole scolasticismo “tradizionale” di certuni, i quali, di questo punto di vista, hanno fatto, svilendolo, non un metodo ma un rigido e sterile protocollo dal quale dedurre stereotipate lezioncine e col quale, soprattutto, nutrire astiosissime, sebbene insondabili ai più, controversie settarie. Non parliamo poi dell’incongruo uso politico (assolutamente estremista) da altri usurpato e dal quale siamo, se possibile, ancor più lontani. Riteniamo pertanto la modernità un momento riepilogativo nel quale, in parallelo a un oscuramento della metafisica e cosmologia tradizionali, si sono presentate delle opportunità di effettiva conoscenza (intendiamo anche – senza voler essere paradossali – in senso sapienziale) del tutto impensabili nel mondo asfittico ed ormai irrigidito delle cosiddette società tradizionali. Ci preme infine fare presente che la scelta di non avere affrontato qui il tema della natura intima della colpa o peccato originale che dir si voglia, ma di esserci volutamente mantenuti nei limiti dei suoi riflessi cosmologici e fenotipici, proprio perché, nel corso di millenni di studi teologici, l’aspetto spirituale della medesima è stato già ampiamente indagato e illustrato da schiere di competenti studiosi, mentre altrettanto non può dirsi di quello nel quale ci siamo provati.

***

Note

1 Cfr. ad es. gli articoli di Felice Vinci e Emilio Spedicato nel n. 6, parte I di Episteme: HTTP://ITIS.VOLTA.ALESSANDRIA.IT/EPISTEME/EP6/EP6-I.HTM

2 Gen. 2,8-14, pare che, nell’ebraico, il termine sia transitato dal sumero, dove aveva il significato di pianura, steppa, mentre l’Eden
biblico è collocato su un monte.

3 Gen. 3.21

4 Cfr. s. v. עור ,Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, by F. Brown, S. R. Driver, G. A. Briggs, Clarendon Press, Oxford,
1951. In seguito HEL.

5 Le Zohar, Le Livre de Ruth, trad. Charles Mopsik, Verdier, 1987, p. 84.

6 De principiis. II. 9. 2.

7 De divisione naturae, II.25.

8 Ibidem in Hebrew and English Lexicon

9 Gen. 3. 23.

10 Pur se la cosa sembra abbastanza ovvia, ci appare opportuno fare presente che la presenza di più Terre non può limitarsi alle medesime, ma che, per ognuna di esse, ci sarà anche un ambiente cosmico analogo a quello del mondo grossolano. Ci rendiamo conto che quest’affermazione, sebbene ben altrimenti contestualizzata, può trovare un contemporaneo riscontro nelle teorie fisiche le quali affrontano qualcosa di analogo con la dizione universi paralleli, o col neologismo multiverso. Vd. Brian Greene, La realtà nascosta, trad. Simonetta Frediani, Saggi, Einaudi, 2012, pp. 436; Martin Rees, Prima dell’Inizio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998; Fred Alan Wolf, Universi paralleli, Geo, 1991; Max Tegmark, L’universo matematico, 2014, Bollati Boringhieri; Hugh Everett III, in The Many-Worlds Interpretation of Quantum Mechanics, B. S. DeWitt & N. Graham, The Hidden Reality: Parallel Universes and the Deep Laws of the Cosmos (eds.),Princeton Univ. Press, 1973.

11 Miqets § 35, Le Soleil caché dal Tome III de Le Zohar, Verdier, 1991.

12 Cit. da Johann Malfatti von Monteregio, Studien über Anarchie und Hierarchie des Wissens mit besonderer Beziehung auf die Medicin. Leipzig 1845, Paris 1849.

13 Cfr. Rm, 8.11 e Conc. Lateranense IV, Cap. I, De fide catholica: DS 801.

14 Atti, 3.21.

15 Vd. Denzinger, 402.411, 211, Can. 9.

16 Cit. da X. Yvanoff, La Chair des Anges, Paris, 2002.

17 Summa C.G., IV, 83. II, § 1 e del resto il Gen. 3. e 3.21 è molto chiaro.

18 ibidem, IV, 83, III, § 1.

19 Per quanto attiene la teoria dei cicli nell’Induismo vd. René Guénon, Formes traditionnelles et cycles comique, Gallimard, 1970. Srisa Chandra Vasu, et al., The Matsya Puranam, Part II, Delhi, Oriental Publishers, 1972. M. Eliade, Myth of the Eternal Return: Cosmos and History, Princeton University Press, 2005. A. Daniélou, While the Gods Play: Shaiva Oracles and Predictions on the Cycles of History and the Destiny of Mankind, Inner Traditions, 1987. The Rig Veda, Penguin Classics, 2005. Ludo Rocher, The Purāṇas, Otto Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 1986.

20 Con l’uso di ἐξιαυτός e non di έτος se ne vuole sottolineare la periodica ripetizione.

21 http://www.princeton.edu/~dante/ebdsa/pimpinelli010112.html .

22 Inf. 34.139

23 58 e ss.

24 Vd. Henry Corbin, En Islam iranien, Gallimard, 1971, tom. I,II,III, IV; Corps spirituel et Terre céleste, Buchet/Chastel, 1979; Temps cyclique et gnose ismaélienne, Berg International, 1982; L’immagination créatrice dans le soufisme d’Ibn ‘Arabi, Flammarion, 1977; G. Messina, I Magi a Betlemme e una predizione di Zoroastro, Roma, 1933; Libro Apocalittico persiano Ayâtkâr i Zâmâspîk, Roma, 1939; A.V.W. Jackson, Zoroastrian Studies, New York, 1928.

25 La traduzione e la spiegazione dei termini sanscriti, qui riportata, s’intende tratta, anche in seguito e salvo diversa indicazione, da Sir Monier Monier-Williams, A Sanskrit-English Dictionary, Delhi, 1995, abbr. MMW.

26 Dal medo pairi-daeza, walled around: an enclosed garden, s’arriva al nostro paradiso. E anche l’it. giardino, che viene dall’ antico alto td. garto (vd. ingl. garden e td., der Garten ), ci riconduce comunque al senso di hortus conclusus.

27 Fed. 248a e ss.

28 Enn. VI. 9. 9.

29 Saturnus ← Sateurnus, qui figure sur un fragmant d’œnochœ (C.I.L. I, I, 449 – C.I.L. XI, 2, 6708, 9: Saeturni pocolom.), graphie également attestée par le passage de Festus, 432.17: qui deus in Saliaribus Sateurnus nominatur…Vd. Raymond Bloch, Recherches sur les religions de l’Italie antique, Librairie Droz, Geneve, 1976.

30 Vd. supra n. 21, H. Corbin, opere cit.

31 Da cui deriva uno degli attributi Apollo: Απόλλων Υπερβορείων.

32 Alceo, Framm. 142 p.

33 Cfr. il lt. anser o anche hanser, oca.

34 S.v. anser, Dizionario [etimologico] della lingua latina, in vol. II de Le Origini della Cultura Europea, quattro volumi, Firenze, 1994 di G. Semerano.

35 Cfr. il Gen. 10-14; dove si narra che, da un unico corso, si dividono, per irrigare il Giardino, il Tigri, l’Eufrate, il Pison e il Ghihon.

36 Dei dell’amore e della musica.

37 Cfr. infra la ns. citazione di IS. 14.13

38 MMW, s.v. मे, meru

39 Questa mappa è di Mercatore disegnata nel 1595, sicché risulta curiosa l’analogia con le descrizioni indù del Meru e della sua collocazione polare; oltre ai quattro fiumi, al centro è collocata una vetta d’apparenza dolomitica con questa iscrizione: Rupes tagra (†) et altissima, purtroppo non meglio leggibile.

40 Festus, 111.12.

41 Vd. HEL; s. v. בּר .

42 S.v, בּוּר BWR →בּרר BRR, in HEL.

43 Neutro di ευς, ηυς, buono, prode, valente, nobile.

44 P. Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue greque, Klinckesieck, Paris, 1990, s.v. κύκνος.

45Vd. Dr. Jacob Barth, Die Nominalbildung in den semitischen Sprachen, J. C. Hinrichs Verlag, Leipzig, 1891.

46 È in questo senso che l’intelletto (sinonimo di spirito) è il più veloce tra gli uccelli: mano javişţham patayatsv antah; Ŗig Veda, 6.9,5.

47 Corano 27.16: ulimma mantiqat-tayri, istruiti nel linguaggio degli uccelli.

48 In René Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Ch. 7, Paris, 1962. In seguito, tale autore sarà indicato con RG.

49 Mark Brazil, The Whooper Swan, A & C Black Publisher Ltd, London, 2003.

50 RG, testo citato, vd. supra n. 48, Ch. 6.

51 Cfr. B. G: Tilak, The arctic home in the Vedas, Poona, 1905; ingiustamente molto meno citato, quand’anche non trascurato dallo stesso Tilak (vd. la sua n. 20, Ch. IV), ma altrettanto importante è l’ampio studio di Sir George W. Cox, The Mythology of the Aryan Nations, Reprint. 1999, 2 volumes, New Delhi (first edition; UK, 1870).

52 Ὀδύσσεια, Ῥαψωδία µ (12), 1- 4. La trad. è di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, 1996.

53 L’Archéomètre, Ed. Dorbon, 1901.

54 James G. Février, Histoire dell’Écriture, Payot, 1984.

55 In Le Roi du Monde, Gallimard, 1950.

56 Ez. 27.9.

57 Byblos Through the Ages, UCD, 2000, ISBN: 2-84289-293-3.

58 Luciano di Samosata, Tutti gli scritti, traduzione di Luigi Settembrini. Milano, Bompiani, 2007, testo greco a fronte.

59 Episteme, n. 6.

60 Barry Cunliffe, The Celtic World, New York: St. Martin’s Press, 1993. ISBN: 031209700X.

61 cfr supra per boréas, Burano et alia.

62 De Dea Syria, 6.

63 vd. Yves-Marie Bercé, Le Roi Caché, Paris, 1990.

64 Ἰλιάς, Ῥαψωδία Ψ (23).19 e 69-76. La trad. è di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, 1996.

65 C’è una Tula (SS) anche in Sardegna.

66 MMW; op. cit.

67 Vd. Thomas Wilson, The Swastika, Oriental Publisher, Darya Gani, Delhi, India, 1973; ch. V.

68 J. Dowson, Journal Royal Asiatic Society, 1881, p. 119, A. Cunningham, Corpus Inscriptionum Indicarum, I, p. 52 e ss.

69 J.G.Février, Histoire de l’Écriture, Éd. Payot, Paris, France,1984, p.340.

70 Gen. 1.4.10.12.18.21.25 in HEL, op. cit., s.v. טוב

71 Vd. Werner Karl, Chaos und Tartaros in Hesiods Theogonie, [s.n.], München, D, 1967. Riscontri semitici: accad. ḫašȗ, to become dark; vd. Jeremy Blak, Andrew George, Nicholas Postgate, A Concise Dictionary of Accadian, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, D, 2000 e ebr. חשוך ,obscure, somber, vd. Marc M. Cohn, Nouveau Dictionnaire Français – Hebreu / Hebreu – Français, Librairie Larousse, Paris, F, 1988.

72 Vd. P. Chantraine, op. cit. vd. supra n. 19.

73 Cfr. Gen. 2.17, 3.19.

74 Cfr. Ge. 3.16.

75 Catechismo della Chiesa Cattolica, Libr. Editrice Vaticana, 2015: rif. 376.

76 Summa Th. I – II, q. 91, a. 3.

77 Vd. Novum Testamentum Graece et Latine (NTGL), ex Typographia P.U.G. Roma, 1984.

78 Ap. 21.4.5.

79 Divin. Inst. II. XIII Patrol. Lat.

80 Ibidem, VI 321 A.

81 Ibid. VII. X. 769 A.

82 Inf. 16.33

83 Questo però non esclude che tra questo mondo e l’altro ci siano varchi, infiltrazioni, inferenze.

84 Vd. supra lo schema cronologico.

85 IS. 14.13

86 Come specifica lo HEL. s.v. . Vd. F. Lenormand, מועד Les Horigines de l’Histoire et les Traditions des Peuples Orientaux, 1880,

87 Vd. Chicago Assyrian Dictionary (CAD), s.v. Arallû, e).

88 Gen. 2.10 e 10.7.

89 Es, 25.1-7.

90 Vd. CAD, s.v. Arallû , b).

91 Ez. 7.22

92 Mt. 12.24

93 NTGL

94 In una lettera a Gaston Georgel – facendo riferimento a quale fine del mondo tratti la tradizione cristiana – RG ha modo d’affermare come essa non vada al di là del presente Manvantara. Dobbiamo la segnalazione all’Amm. Licio Zuliani.

95 Vd. Vinci, supra n.1.

96 Cfr. B. G. Tilak, The Orion or researches into the antiquity of the Vedas, New Delhi, 1972.

97 Vd. Spedicato, supra n. 1.

98 Cfr. supra n. 34.

99 Elizabeth W. Barber, The Mummies of Ürümchi, MacMillan, 1999; J. P. Mallory, Victor H. Mair, The Tarim Mummies: Ancient China and the Mystery of the Earliest Peoples from the West, Thames & Hudson, 2008; Julie Lee Wei, Counting and Knotting: Correspondences Between Old Chinese and Indo-European, University of Michigan, Sino-Platonic papers no. 162, 2008.

100 Koenraad Elst, Update on the Aryan Invasion Debate, Aditya Prakashan, New Delhi, s.d.

101 cfr. SECONDA PARTE

102 James C. Chatters, Ancient Encounters: Kennewick Man & the First Americans, Simon & Schuster, 2002; Jean-Pierre Payot, La Guerre des Ruines : Archéologie et géopolitique, Choiseul, 2010; David H. Thomas, Skull Wars Kennewick Man, Archaeology and the Battle for Native American, Basic Books, 2000.

103 Il ns. riferimento è sempre agli articoli di Felice Vinci e Emilio Spedicato nel n. 6 di Episteme.

104 Gen. 2.8.

105 Vd. Giovanni Garbini, I Filistei, Milano, 1997.

106 In un diverso contesto, ma suo modo pur sempre esperienziale, ci sono gli innumeri racconti relativi a questa particolarissima luce da parte di chi è passato per una OBE: out of body experience.

107 H. Corbin, Terre céleste et corps de résurrection, Paris, 1960, p. 47 e inoltre vd. Hans Jonas, Mandaean text in The Gnostic Religion, Beacon Press, p.88; Andrew Harvey, The Way of Passion, A Celebration of Rumi, Souvenir Press, 1994, p. 59; Vladimir Lossky. The Vision of God, The Faith Press, American Orthodox Book Service, 1963, p.118; Georgos Mantzaridis, The Deification of Man, St. Vladimir s Seminary Press,New York, 1984, p.100.

108 H. Corbin, Ibidem.

109 Cfr. supra PRIMA PARTE a proposito di temperamenti e cataclismi.

110 Trad. it. Giorgio Culatelli in Annette von Droste-Hülshoff, La casa nella brughiera, Milano, 1988.

111 Ibidem

112 Gen.6.1-4

113 Libro di Enoc, 106.1-4 in Apocrifi dell’Antico Testamento, vol. 1°, Torino, 1981. Il Libro di Enoc etiopico – qui citato – è posto, in quel canone, prima del Libro di Giobbe: quindi, significativamente, tra i Libri Sapienziali.

114 The Birth of Zal, in Ehsan Yar-Shater, Dick Davis, Firdawsī, The lion and the throne, Volume 1 di Stories from the Shahnameh of Ferdowsi, Mage Publishers, 1998, pp. 84-88.

115 È uno degli attributi presenti nelle Litanie Lauretane.

116 S.v. labes in A. Ernout et A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la Langue latine, Paris, 1959. GEN. 3. 19. Per gli sviluppi del tema vd. infra a proposito dei Cagots e della lebbra.

117 Plotino, Enn.

118 Cicerone e altri in epoca imperiale.

119 Gen. 3. 19.

120 al § 10 del suo già citato articolo su Episteme.

121 Gen. 4.15.

122 1905 – 1943.

123 Traité sur l’inégalité des races, trad. it. Edizioni di Ar, Padova, 1964, 2010.

124 da Libro d’Ombra, trad. dal giapp. di Atsuko Ricca Suga, Milano, 1982.

125 Vd. Louis Dumont, Homo Hierarchicus, Il sistema delle caste e le sue implicazioni, Adelphi, 1991.

126 Cfr. supra la relazione tra razze e punti cardinali.

127 Le Bestiaire du Christ, Archè, Milano, 1975, s.v. le Cygne.

128 Gen. 9.25.

129 cfr. Timeo, 22C e ss.; Crizia, 109D-110C

130 Da http://www.redheadsunited.com/ Per tutta questa tematica, ci siamo ampiamente espressi anche nel ns. De Verbo mirifico sul n. 5 di Episteme e nel più recente Dalla Scandia alle Ambe.

131 Per tutti questi temi vd. Claudine Fabre-Vassas, La bête singulière, Paris, 1994.

132 Ulcere e cisti che si presentano, nei muscoli o sotto la lingua dell’animale, per lo sviluppo delle larve di un tenia.

133 Lc. 16. 20.

134 Da Euskonew & Media: Ainara Iraeta Usabiaga, Los Agotes; vd. http://suse00.su.ehu.es/euskonews/0070zbk/gaia7004es.html

135 Le Grand guide des Pyrénées, édit. Milan et Rando-Editions

136 L’uso più proprio del termine ariano è quello già qui citato a proposito della denominazione collettiva dei tre varnas superiori dell’Induismo.

137 Cfr. supra n. 129

138 Per il concetto teologico di quest’accezione di resto, vd. Is, 4. 2-3, 7.3, 10. 19-22, 11. 11-16, 28. 5-6, 37, 4.31-32.

139 Michel Pastoureau, L’Ours. Histoire d’un roi déchu, Seuil, 2015.

140 vd. supra n. 131.

141 vd. supra n. 83.

142 vd. supra op. cit.

143 cfr. Mt. 24. 29 e Mc. 13. 24-25, Lc. 21. 25-26: nei tre testi citati quest’espressione è ripetuta identica.

144 vd. MMW

145 vd. supra n. 118.

146 Gen. 9.26.

147 Isidore Singer, Cyrus Adler, The Jewish Encyclopedia: A Descriptive Record of the History, Religion, Literature, and Customs of the Jewish People from the Earliest Times to the Present Day, Volume 3, Funk & Wagnalls, 1907, s.v. Giants.

148 Tommaso di Celano (?), Dies Iræ.

149 In termini danteschi ciò che qui chiamiamo non manifestato è quanto si colloca (non fisicamente, ma secondo logica) oltre il primum mobile, ovvero oltre il cosmo e la φυσις.

150 delle cose che vengono vedute in cielo.

151 C. G. Jung, Ein moderner Mythus: von Dingen, die am Himmel gesehen werden, Rascher-Verlag, 1958.

152 Jean Robin, UFO, la grande parodie, Trédaniel, 1984 ; Le Royaume du Graal, Trédaniel, 1992.

153 J. Vallée, Visa pour la Magonie, Les Autres Mondes et Leurs Énigmes, Robert Laffont, 1969. Vd. inoltre supra n. 83.

154 1Ts. 5.21.

155 The Janus faces of Genius, Cambridge, 1991.

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Tutto il  materiale riprodotto è tratto dal PDF: http://www.cartesio-episteme.net/ep8/Eden.pdf

 

 

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