TILAK E LA RISCOPERTA DELL’ANTICO CALENDARIO VEDICO

di Giuseppe Acerbi

Premessa

L.B.G. Tilak (1856-1920).

Non si può credere, come si usa fare in sede divulgativa (1), che i Babilonesi furono i primi a capire la periodicità dei fenomeni astronomici ed i primi ad applicare la matematica alle loro predizioni.  Ciò è completamente falso, anche pur intendendo per <babilonese> – come fa l’introduzione alla voce relativa all’astronomia in ‘Wikipedia’ – l’assieme di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi medesimi (2). Accettare tale affermazione sarebbe come asserire, essendo Dei e Titani strettamente legati vicendevolmente alle costellazioni zodiacali e ai pianeti, che l’Ebdomade Planetario, lo Zodiaco Solare e lo Zodiaco Lunare siano tutti e tre d’origine <babilonese>. Un’assurdità, insomma, che non vale neanche la pena di contestare!  Perché negherebbe validità gnoseologica all’intera mitologia di tutti i popoli e renderebbe la preistoria un mero avvicendamento di fatti materiali. Come si fa a pensare che all’improvviso, senza nessuna ragione valida, sia scoppiato l’interesse per il Cielo? Quasi che i culti preistorici fossero tutti ispirati alla Terra e, coll’inizio della civiltà urbana, immediatamente si accendessero i lumi della ragione umana. Troppo demenziale tale presupposto per prendere sul serio codesta tesi. Diciamo che è la vecchia teoria culturale pan-mesopotamica, d’evidente matrice biblico-abramitica, applicata all’astronomia; per cui, divinamente, da quella terra fra i due fiumi sarebbe nato tutto: caste, scrittura, astronomia e chi ne ha piú ne metta. Questo pan-babilonismo ha fatto ormai il suo tempo ed è ora di porlo da parte definitivamente, se vogliamo davvero indagare sui prodromi dell’astronomia. L’astronomia, d’altronde, anticamente non era distinta dall’astrologia, com’è avvenuto sino a tempi recenti in India.

Proprio le scoperte delle scienze contemporanee, unite alle nuove forme di culture ad esse associate, hanno dimostrato l’esatto contrario rispetto alla suddetta tesi pan-babilonese. Il paleantropologo svizzero Raphael Girard (1898-1982) in una sua celebre opera (3) ha spiegato anni fa come gli antenati dei Toltechi abbiano tramandato il loro passaggio culturale attraverso 4 o 5 Ere cicliche (4), che molto rassomigliano a quelle della letteratura indo-europea (5). Per questa ragione si rinvengono dati cosmologici non dissimili in tutta la zona indo-mediterranea e, piú in là, in Cina; ma in quest’ultimo caso abbiamo a che fare con una differente tradizione, parzialmente autonoma (6).

1. Gli studi di Tilak e Schlegel sul finire del XIX secolo

G.Schlegel (1840-1903).

Poiché non hanno avuto alcun rapporto tra di loro, che si sappia, affronteremo questo confronto fra i due grandi studiosi di Fine Ottocento in 2 articoli separati. Pigliamo in esame ivi in primo luogo l’autore indiano, poi ci occuperemo dello scrittore tedesco; in entrambi i casi pigliamo a pretesto una singola opera, The Orion or Researches on the Antiquity of the Vedasper quanto riguarda Tilak (1856-1920) ed Uranographie Chinoise per quel che concerne Gustave Schlegel (1840-1903).  Questi due scritti appaiono assai diversi nel contenuto, nella voluminosità e nello stile di scrittura.  L’opera di Schlegel è un ampio volume di 923 pagine, pubblicato a Leida nel 1875 da E.J. Brill; ed è stato ripubblicato a Milano, nel 1977, da parte della So-wen in una splendida edizione.  L’opera di Tilak conta invece soltanto 243 pagine, è uscito nel 1893 ed è stato ripubblicato in un’edizione modesta nel 1972 (7).

Era da qualche tempo che volevamo attuare un confronto, ma purtroppo la nostra precedente scarsa conoscenza personale del francese ce lo aveva impedito.  D’altronde, mentre dello scrittore marathi abbiamo approntato una traduzione con tanto di prefazione e commento, l’autore olandese (d’origine sassone) non l’avevamo quasi mai preso in considerazione nei nostri scritti.

2. Le osservazioni del Pingree negli Anni ’60 e quelle di Padre Heras un decennio prima

Il Pingree, studioso in sede accademica di Storia della Scienza e delle sue influenze culturali, in un suo articolo uscito all’inizio degli Anni Sessanta (8), notava giustamente come le interrelazioni fra il mondo greco, il mondo babilonese e quello indo-iranico fossero venute alla luce esclusivamente in anni allora recenti.  Quantunque, oggigiorno, non si possa piú dire altrettanto.  Il fattore che aveva determinato tale tipo di studi veniva indicato, sulla scorta dell’Aaboe (9), nella scoperta di tecniche mesopotamiche presenti tanto in Grecia nei testi astronomici od astrologici nonché nei papiri, quanto in India nei trattati sanscriti ovvero nelle tradizioni scritte delle lingue dell’India Meridionale.  Il Pingree, appoggiandosi a Neugebauer (10) e a Thibaut (11), segnalava in aggiunta come la perdita di familiarità col sanscrito nella prima metà del XX sec. avesse spinto qualcuno (12) ad ipotizzare erroneamente un ruolo intermediario del Periodo Sassanide nella trasmissione del pensiero astronomico greco in India, quando invece risulterebbe il contrario.  Sarebbe cioè la cultura sassanide ad aver attinto pienamente alle fonti indiane.

Varahamihira (499 oppure 505-587 d.C.)

Personalmente crediamo che le teorie diffusioniste abbiano fatto il loro tempo, seppure non nel senso che debbano esser criticate a tutti i costi: vi è certamente del vero nel fatto che la civiltà sumero-accadica prima e quella assiro-babilonese poi abbiano direttamente influenzato la Grecia da un lato e l’India dall’altro.  A livello di cultura generale, non solamente nel campo trattato da Pingree.  È pur vero, d’altronde, che la visione giudeo-centrica per cui tutto viene dalla Mesopotamia è superata da un pezzo. Come abbiamo già stabilito, piú addietro, nella nostra Premessa.  Gli studi paletnologici e paleoantropologici sull’intero globo hanno infatti suggerito che ci potrebbero esser stati in passato vari centri culturali di sviluppo, non un centro unico.  Basta pensare alla Cina, oppure alla Mesoamerica. Riguardo alla prima, secondo lo Schlegel (13), tutto sarebbe partito da là anziché dalla Mesopotamia; e se ciò è lecito affermare per altri elementi culturali quali il Tripode, perché non lo si potrebbe ipotizzare analogamente per l’argomento in questione?  Sennonché, in tal modo, si rientrerebbe nello schema del centro unico prima criticato.  Il fatto che le varie civiltà (cinese, indiana, amerinda) siano giunte a soluzioni diverse per quanto riguarda il calendario astrologico ed astronomico dell’ultima Era implica, indirettamente, che si siano prodotti centri di sviluppo culturale indipendenti tra di loro. Che esistano altresí delle influenze da parte del mondo indiano sull’intera area indo-mediterranea sono stati gli studi di Padre Heras a provarlo, anche se gli studiosi accademici tendono ad ignorarlo per partito preso, piú o meno come si fa con Tilak, illustri eccezioni a parte. Nei confronti di Padre Heras sono state fatte ingiuste accuse, che confondono le assunzioni valide da parte del monaco d’origine ispanica con la polvere inevitabile agglomerata in essa.  Pure la scuola mediterraneista del Pestalozza & C. mise in luce tali connessioni, benché in senso inverso; ma probabilmente bisognerebbe parlare di una koinè etnoculturale le cui aree si sono reciprocamente rapportate in varie epoche storiche a partire dai tempi preistorici, s’intende mesolitici e neolitici (14). Non sarebbe giusto dunque considerare lo incipit proprio diuna data regione, ma al di fuori di quest’area le cose cambiano; crediamo che la Cina (15) e la Mesoamerica (16) abbiano avuto uno sviluppo culturale indipendente, quantunque soltanto nel primo caso sia tracciabile un comune terreno coll’area indo-mediterranea (17). Giacché il calendario lunare non è mai esistito, se non a livello di conteggio di lune, in America Precolombiana.  Egualmente deve essere avvenuto in zona austronesiana (18).

3. Nostra critica a posteriori

Ciò precisato, occorre aggiungere che quanto ha cercato di dimostrare il Pingree nell’articolo sopra menzionato oltre a palesare i soliti preconcetti di tipo scolastico, non menzionando mai lo scrittore marathi, si basava su postulati falsi.  Innanzitutto, non è vero che “i primi testi indiani a noi noti – i Veda, I Brāhmaṇa e le Upaniṣad – trattino raramente i fenomeni astronomici se non i più ovvi; e quando li trattino davvero, ne parlino con un’oscurità di linguaggio e di pensiero (tali) da rendere impossibile un’adeguata esposizione delle nozioni riguardanti il materiale celeste cui gli autori si rifanno.” Come si fa poi a dir con sicurezza che l’Anno Sacro di 360° del Ṛgveda sia d’origine babilonese, quando il Ṛgvedacontiene nozioni – ormai è stato dimostrato – risalenti al tempo in cui era presente sul suolo del Deccan la Sarasvatī, il fiume rinsecchitosi c.5.000-6.000 anni fa?  Evidentemente per pregiudizio, quel pregiudizio che spingeva a far della Mesopotamia la casa-madre di tutte le idee del mondo contemporaneo.  Oggi sappiamo che non è piú lecito ragionare cosí.  In quanto al resto, ad esempio che la lista dei 28 Nakṣatra sarebbe stata elencata per la prima volta all’inizio del I mill. dell’E.V., nell’Atharvaveda e nei Brāhmaṇa, non regge.  Abbiamo dimostrato fin dalla nostra tesi di laurea (19) che il Kālavāda non è d’origine mesopotamica o zurvanita, secondo quanto pretendeva il Wesendonck, né tanto meno buddhista. Semmai è il buddhismo che ha tratto spunto dall’induismo, quantunque non esistano testi propriamente dedicati al Kālacakra nel mondo hindu. Se ne parla però diffusamente già nel Mahābhārata e non come di una novità, ma di qualcosa ben presente ed accettato dall’intero Bharatavarṣa (20). Notava d’altronde il Pingree stesso che non era mai stata reperita alcuna tavoletta cuneiforme sulla cui base si potesse formulare un parallelo babilonese della dottrina degli asterismi lunari, pur essendovi traccia viceversa di altre culture. Il Pingree, peraltro, confondeva la lista dei 27 Nakṣatra indiani con quella araba dei 28 Asterismi; tant’è che ne additava 28 anche in India (21), ma erano in realtà 27 (22). Avesse consultato Tilak (23), non sarebbe caduto in questo ed altri errori.

4. Il punto di vista di Tilak

Tilak infatti, in modo chiaro e netto, cominciava il penultimo capitolo della sua prima importante opera sul Veda (24) con queste sagge ed erudite parole: “Si dice non sia lecito supporre che i bardi vedici fossero esperti anche dei piú elementari movimenti dei corpi celesti.  L’asserzione, comunque, è troppo generale e vaga per essere criticata ed esaminata.  Se si intende interpretarla nel senso che il complesso meccanismo d’osservazione posseduto dagli astronomi moderni ed i risultati conseguenti da loro ottenuti fossero sconosciuti in quei lontani giorni, riteniamo dunque che di ciò non si possa dubitare. Ma se si vuole significare che i poeti vedici fossero inesperti riguardo ogni cosa, ad eccezione del sole e dell’aurora, inesperti dei Nakshatra, inesperti del mese, degli ayana (25), degli anni e cosí via, allora non vi è alcuna testimonianza in appoggio a tale supposizione nel Ṛigveda. Al contrario, …alcuni dei Nakshatra sono specificatamente nominati, come accade …nel Ṛig.- x. 85, 13, mentre lo stesso inno tratta in generale i Nakshatra, nonché i moti della luna e del sole,  che causano le stagioni. Nel Ṛig.- i. 164 abbiamo parecchi riferimenti alle stagioni, all’anno e ai giorni in esso contenuti (verso 48) e secondo Yâska forse pure agli ayana (Nirukta- vii. 24).” Alla seconda nota a piè pagina (26) abbiamo osservato, da parte nostra, che al vs. 2/b del Ṛig.- x. 85 Soma (Orione) viene considerato anche se non espressamente il conduttore dei Nakṣatra e al vs.2/a il sostenitore degli Āditya. Gli Āditya, in genere 7 0 12, non son altro a ben vedere che i Soli archetipali sui quali si modellano i 7 Pianeti e le 12 Costellazioni solari.  Questo significa in modo definitivo che in un solo inno rigvedico, anzi in un unico verso, sono contemplati tanto il Grāhamaṅḍala (‘Cerchio dei Pianeti’, donde la concezione dei 7 Daitya piglia le mosse) quanto il Rāśicakra (‘Ruota dei Segni’). Se in un verso del piú antico dei Veda, la cui stesura a livello orale va posta in base alla tradizione indiana poco prima dell’inizio del Kaliyuga e non com’è uso affermare müllerianamente 3.200 anni fa circa, come si può scientificamente pensare che il Veda non conoscesse l’astronomia se non in minima parte?  Ha già risposto Tilak a suo tempo, in maniera egregia, al quesito.  I testi vedici utilizzavano il Jyotiṣa (Astrologia ed Astronomiaindistinte), che è un vedaṅga (cioè un membro del Veda, al pari della Matematica, della Grammatica, della Logica e di altre due branche del sapere antico), per scopi spirituali.  È sulJyotiṣa, infatti, che poggia l’intero edificio vedico.  Del resto i nostri numeri derivano, per mediazione araba, dalla cultura indiana.  Lo Zero medesimo (27), su cui si basa l’uso scientifico che ne ha fatto l’Occidente dal Rinascimento in poi, risale alla concezione metafisica dell’Immanifesto (scr.Avyakta) come assenza di ogni forma di creazione; concetto non presente in Europa e nel Mediterraneo, nonché in Mesopotamia, donde l’utilizzo romano dei numeri dall’I al X, anziché dallo 0 al 9 (28). S’intravede nell’espressione grafica dei numeri d’origine indo-arabica, sebbene solamente lo zero sia rimasto eguale nel tempo, la volontà intrinseca di descrivere il Cielo in relazione allo spazio cosmico, sia pur inteso quale ‘Uovo Cosmogonico’ (29).  Serve a poco allora andare alla ricerca, storicisticamente, dei piú antichi testi astronomici indiani.  Giacché non vi è sapere in India che non sia modellato sul VedaTantra a parte.  Il Jyotiṣa, lo prova a chiare lettere il summenzionato concetto di vedaṅga, non è d’origine tantrica.  La principale ragione per cui non si accettano in sede accademica i ragionamenti di Tilak è perché si vuol continuare a disquisire in termini storicistico-eruditi, ma l’erudizione in un sapere che vale deve sempre apparire subordinata alla spiritualità.

5. Considerazioni al riguardo

La ribellione illuministica della Ragione al Cuore, il cuore spirituale in senso cristico e non quello degradato un secolo dopo sentimentalmente dal Romanticismo, ci ha condotto a tale atteggiamento di sofferenza verso quel che si ritiene irrazionale ed invece è sovrarazionale.  La deità presiedente a ciascun graharāshi o nakṣatra, è un’immagine plastica dell’Arché (Principio) corrispondente; vale a dire appunto del Sole archetipico, ipostasi di quell’<Unico Sole> che è la Divinità senza nome (anāma) e senza forma (arūpa).  Di qui tutta la serie di auspici, benefici e malefici che la cosa comporta, colla relazionabile sessione sacrificale, che è possibile siano state influenzate dai Babilonesi o da altri.  Ma si tratta di considerazioni d’ordine secondario, seppure siano queste che piacciono particolarmente agli storici delle religioni e della cultura.  Per quale motivo non è ivi il caso di ripetere. Non si ha a che fare con superstizioni, se non nel senso letterale del termine, ma piuttosto con dei presupposti o dei marchingegni magico-sacrali, mediante i quali si favoriscono le influenze positive del cosmo riducendo quelle negative. Palliativi culturali, insomma, i quali nei momenti storici di degenerazione spirituale divengono purtroppo i fattori determinanti d’un epoca.  Cosí è accaduto in tempi buddhisti, nonostante il buddhismo abbia cercato di per sé di riportarli al loro signifcato teurgico originario, come tende a fare ogni religione che si rispetti nei confronti di un’altra religione che per decadenza dei tempi stia venendo meno.

È indubbio però – come bene sostiene in tal caso il Pingree – che, allorquando Dario di Persia nel VI sec. a.C. invase la Valle dell’Indo e la conquistò, aprí la strada alle successive invasioni dei Macedoni, degli Sciti, dei Pahlava e dei Kuāna (30), favorendo in tal modo anche i contatti culturali fra Oriente e Occidente. Circa il fatto che ciò abbia spinto gli astrologi indiani ad adeguare i loro standard conoscitivi in materia astronomica a quelli babilonesi, giungendo ad osservazioni astronomiche piú significative di quelle precedenti sui nakṣatrarimaniamo scettici da parte nostra.  Lasciamo dunque codesto tipo di considerazioni a coloro che, al pari del Pingree, interpretano classicamente lo sviluppo del pensiero antico recenziore come il non plus-ultra del pensiero umano. Eppure, proprio nella cultura giudaico-cristiana che ci è propria, troviamo un mito (31) che da solo è sufficiente a smentire cotale asserzione.  Lo sfaldamento delle vetuste nozioni sui 27 Asterismi lunari (32), avrà pur portato l’India alle illustri vette del pensiero babilonese, ma simultaneamente l’ha condotta ad una dispersione delle proprie tradizioni.  Giacchéè sugli Āditya ed i Nakṣatra che si fonda la conoscenza vedica, non su altri accidenti della fenomenologia siderea. Il Pingree voleva metter in dubbio l’importanza del Veda, magari, colla scusa dell’ammodernamento del pensiero scientifico?  Temiamo proprio di sí, purtroppo, e ce ne dispiace.  Per lui ovviamente.  Tilak da parte sua ha mostrato l’esatto contrario ed è per questo che viene dai piú sottovalutato, per non dire osteggiato, a livello universitario (33). Non è vero, del resto, che il calendario luni-solare (34) compaia per la prima volta nel Jyotiṣa-vedāṅga di Lagadha nel V sec. a.C.  Come ha dimostrato Tilak, esso esisteva fin dalla preistoria neolitica, ossia dal 4.000 a.C. c.  È chiaro che i testi vedici non eran dei trattati di jyotiṣa.  Questo tipo di scritti fan parte di quella letteratura che il Botto (35) designava come post-vedica.  Non è neppure vero che le formulazioni astrologiche ed astronomiche del Veda siano andate definitivamente perdute nei meandri dell’ermetismo poetico. Anche in ciò Tilak ha dimostrato che si può esser esegeti di quei versi persino ai nostri tempi, basta non avere pregiudizi di sorta. 

6. Il problema delle Tithi

Altra inesattezza è che il preteso uso delle Tithi(tredicesimi del mese sinodico) risalga per forza a Lagadha.  La serie di 27 Nakṣatra lo prova, ma per errore il Pingree scriveva 28 ed i calcoli perciò non potevano tornare (36). Comunque anche il Pingree pareva dubbioso riguardo l’esatta origine del concetto.  Una precisa origine è assai difficile da definire, poiché dipende da quella dei Nakṣatra.  Come si constata i Babilonesi e Lagadha non sono andati molto oltre. Differentemente da quel che immaginava l’autore (37), in dissacordo con Kane (38). E, purtroppo, anche Tilak, il quale decretava che “un siffatto artificioso metodo potrebbe essere stato adottato in tempi piú recenti” rispetto alla suddivisione in asterismi (39). Dallo Schlegel deduciamo che la suddivisione era in 4 quadranti contenenti ciascuno 7 asterismi.  Dunque questo, contrariamente a quanto abbiamo sempre ritenuto, deve essere stato il piú antico calendario lunare.  Donde gli Arabi si sono abbeverati.  Il calendaro lunare indiano, però, facendo riferimento anch’esso ad Orione (40), dovrebbe essere un adattamento quasi simultaneo del calendario lunare cinese.  Altrimenti bisognerebbe pensare che i Sumeri (non i Babilonesi) ne abbiano inventato uno parallelo a quello della Cina, con una costellazione in meno (e perché mai?), e che sia stato trasmesso in seguito all’India.  Non è credibile, d’altronde, una trasmissione diretta delle proprie nozioni astrologiche ed astronomiche dalla Cina alla Mesopotamia. Difficimente si può pensare pure il contrario, a meno che il calendaro lunare indiano sia stata una creazione autonoma e abbia influenzato tanto l’Asia Orientale quanto quella Occidentale.  Disgraziatamente non esistono tradizioni che ne spieghino l’origine, accreditandola a qualche regione in particolare. È evidente, quindi, che l’ipotesi maggiormente probabile è la prima, vale a dire che l’India paleodravidica abbia mutuato il calendario lunare dalla Cina; ed avendo una matematica piú sviluppata (41), l’abbia adattato al proprio standard culturale.  Dopodiché esso è stato trasmesso in altre zone culturali, dall’Elam alla Mesopotamia.  Neanche in questo modo, tuttavia, si spiega la ragione per cui la Mesopotamia avesse 28 costellazioni e l’India 27.  Siamo sicuri che i camitici Sumeri avessero un calendario lunare simile a quello dei semitici Bailonesi?  Il calendario lunare deiSemiti (Ebrei, Arabi) è di origine cinese, non ci sono dubbi. Per questo la suddivisione in tithi non faceva parte del loro sistema, esattamente come in Cina.  In tutta questa congerie di ipotesi qual era il ruolo dell’Iran?  Prossimo evidentemente a quello dell’India, dell’Egitto e della Grecia, vista l’importanza della Stella Sirio (42) in queste quattro tradizioni, tutte basate su un inrocio etnoculturale fra il ceppo camitico e quello iafetico (43). Ciò significa che l’origine di tale tipo di calendario (44) è camitica e le culture iafetiche (di lingua indoeuropea) l’hanno semplicemente ereditato (45)

7. La vera datazione del Kaliyuga

Che le specuazioni del Pingree fossero inesatte, è dimostrato chiaramente dall’accostamento storicistico che egli faceva fra la dottrina indiana degli Yuga, che egli attribuiva assurdamente al Periodo Gupta, e la corrispondente dottrina ciclica babilonese del Periodo Seleucide (46). Come se la nozione del tempo ciclico non fosse esistita già presso Sumeri, Accadi, Assiri ed Elamiti.  E presso le etnie di lingua indoeuropea (47), oltreché fra i Pelasgi, i Cretesi, i Palestinesi e gli Ebrei.  In breve, presso tutti i popoli di origine noaica: Camiti, Semiti e Iafeti.  Le denominazioni di ‘Asianici’ e di ‘Indoeuropei’, attribuite con eccessiva spavalderiavicendevolmente a Camiti e Iafeti, non ha fatto che creare confusione disgregando il ricordo della loro comune derivazione da un continente oltreatlantico; di cui le Americhe attuali costituiscono ciò che rimane dopo lo scioglimento dei ghiacci e lo sprofondamento di un parte di litorale alla Fine del Paleolitico.

Oltretutto il Pingree non teneva minimamente conto dell’interpretazione dei dati cosmologici propugnata da Guénon (48), per cui pigliava sul serio quelli fuorvianti elencati nei testi.  E da tali dati ovviamente non ne ricavava nulla, se non il tentativo di formulazione d’una vaga teoria diffusionista.  Certamente il contatto coll’India, avvenuto prima e dopo l’inizio dell’E.V., ha prodotto risultati anche in campo astrologico ed astronomico. Sarebbe irrazionale pensare il contrario.  È il nome di testi quali il Romakasiddhānta a provarcelo, senz’ombra di dubbio.  Di qui a pensare che il Jyotiṣa prima di questo contatto non esistesse, o quasi, significherebbe ridurre di portata il significato dei Veda.  Il fatto che Pingree sia stato cosí presuntuoso da non citare gli studi di Tilak prova una cosa, il partito preso di tal tipo di ricerche unilaterali. Infatti il secondo è stato capace a differenza del primo di spiegarci la vera dimensione dei testi vedici, dimensione che – come insegna la dottrina induista – si basa sui quattro quarti della Parola. Non su un’unica accezione, donde è incluso pure il significato cosmogonico.  A riprova di quanto da noi sostenuto, come c’informa il Pingree, furono i buddhisti sotto i Sassanidi ad introdurre il calendario lunare in Iran e in Asia Centrale (49). Secondo quanto si deduce dal Bundahišn– ii. 2 (50).  In Iran si diffusero in questo periodo traduzioni di opere astrologiche greche e sanscrite sotto dei regnanti compiacenti. Dopodiché le opere indo-iraniche furono trasmesse a Bisanzio (VIII sec.) tramite gli scritti dello Pseudo-Stefano di Alessandria e Teofilo di Edessa (51). Solo dal XII sec. in poi raggiunsero la latinità cristiana.

L’ingenuità del prof.Pingree è ancora una volta evidenziata, nonostante l’indubbia erudizione accademica, dal fatto che menzioni l’inizio del Kaliyuga in base alla tradizione scritta, ossia il 3.101.  In tale data sarebbe avvenuta secondo l’induismo, una settemplice congiunzione planetaria a 0° dell’Ariete. La data ufficiale, lo aveva già spiegato il Guénon (52) prima dell’articolo del Pingree, è una data fasulla ovvero semplicemente letteraria; che non corrisponde a nulla di vero sul piano ciclico (53), poiché cade 1.380 prima dell’inizio reale. Quest’arco di tempo copre c.20° di regressione zodiacale del P.V., ma non è una datazione precisa come quella ebraica (54).  In piú, va precisato che i pianeti non possono mai congiungersi assieme se non nel Segno del Toro (55); per questo s’impiega in sanscrito l’espressione <Toro delDharma> e la Legge in altre lingue, ebraico compreso, ha a che fare col Toro (56).

La settemplice congiunzione ad un punto esclusivo dello Zodiaco – cosa astrologicamente impossibile sul piano astronomico letterale – indica semmai che la congiunzione è avvenuta all’Equinozio di Primavera.  È in effetti in Toro che si trovava il P.V. all’inizio (vero) del Kaliyuga (4.480 a.C.)(57). Può darsi che la data sopra indicata dagli Hindu equivalga ad un particolare punto del calendario lunare, ma non è su questo che si basano le Ere cicliche.  Corrispondendo ad una retrogradazione di quasi 20° rispetto a quella effettiva appena indicata, la data ufficiale cade a 11° del Toro, cioè in termini di calendario lunare indiano all’inizio dell’asterismo di Rohiṇī(Aldebaràn), la stella venerata in tutto il Vicino e Medio Oriente (58). Giacché la ripartizione delle Tithi si ha da 0°dell’Ariete in poi (59).  

Si noti altresí che il P.V. a 0°dell’Ariete (scr.Ayanāmśa) è caduto in epoca assai tarda, secondo Tilak quella di Varāhamihira (ufficialmente vissuto fra il 499 e il 587 d.C., al tempo del collega Āryabhaṭa(60), astrologo di discendenza iranica (pahlava) al dire di Pingree (61). Questo dato non pare però coincidere colla realtà storica, giacché il P.G. trovavasi al grado suddetto fra il  232 e il  160 a.C. (62). A meno d’intendere la cosa come un riferimento piuttosto vago, ad occhio nudo, giacché la seconda metà di Revatī è trascorsa retrograda vernalmente fra il160 a.C. e il 320 d.C.  Risulta difficile risolvere la questione in mancanza di dati maggiormente specifici. Varāhamihira  – come già rilevato  – discendeva ad ogni modo dalla tribú iranica dei Pahlava (63),presto integratisi nella societià indiana; ad essa va collegata probabilmente la dinastia dei Pallava, fiorita nell’India Meridionale fra il III e il IX sec. d.C.

8. Datazione del Diluvio e Settemplici Congiunzioni astrali

C’è una cosa però sulla quale Pingree ci pare possaesser preso sul serio, quando attraverso Abū Ma’sher, il maggior trasmettitore delle opere astrologiche indo-iraniche, pone il Diluvio nel 3101 a.C. (64).  A.M. attribuiva la notizia, a sua volta, al gr.Abydenos.  Non stiamo a criticare quel che aggiunge Pingree a proposito della presunta non-omogeneità dei dati sulla settemplice congiunzione equinoziale della tradizione indiana e quella solstiziale di cui parlava Beroso (65), il sacerdote greco-babilonese. Si tratta di sciocchezze, ad ennesima riprova che quando si ragiona per citazioni, senza capire come sia veramente strutturata un’antica dottrina, non si fa altro che dello storicismo filologico a vanvera. Il Pingree (66) tira inoltre fuori altre inesattezze, cercando di spiegare scolasticamente che avvenendo la grande congiunzione in Ariete (non può essere, come abbiamo sopra spiegato), essa determina una conflagrazione ignea, non un diluvio d’acqua.  Vero che questa è la visione dei testi, ma la cosa va presa cum grano salis, non troppo letteralmente.  In gergo astrologico si parla di diluvi di acqua e di fuoco, ma è evidente che i due fenomeni (piogge torrenziali, fenomeni vulcanici, scioglimenti di ghiacci) si sovrapongano nella memoria generale dei sopravvissuti; onde si può intendere la prevalenza di una data fenomenica in rapporto ai due solstizi, non ai due equinozi.  Le Triplicità delle quali scrive il Pingree (67) non c’entrano assolutamente nulla, sono altra cosa, poiché le grandi congiunzioni avvengono in un Segno solo.

E, diversamente da come ci fa presagire certa inadeguata teoria astrologica, non è durante la permanenza dei 7 Pianeti in codesto unico Segno, del resto piuttosto breve, che siffatta fenomenica diluviale ricorre ciclicamente; bensí in un periodo relativamente prossimo alla data della grande congiunzione ma successivo, variabile d’epoca in epoca, da zona a zona.  Insomma, la grande congiunzione astrale impartisce il comando, affinché il fenomeno avvenga, col ritardo che è necessario perché detto comando (di tipo geomagnetico) sia trasmesso col tempo dovuto alla fisicità terrestre.  Che le dottrine cosmologiche varie abbiano associato le due cose, il fenomeno geomagnetico e le conseguenze a lungo andare del fenomeno, è perfettamente comprensibile; si tratta di eventi riscontrabili in natura durante un lungo arco di tempo, eppure consequenziali, anche se solamente il trascorrere del tempo successivo li sovrappone nella memoria umana. 

Il Pingree conclude in bellezza (si fa’ per dire…), attestando il fatto che in India non vi sia traccia della settemplice congiunzione del 3.101 a.C.  Infatti si tratta di una data fasulla (68), come ha spiegato a suo tempo Guénon . Santi numi!  Né è corretto sostenere che i Greci non la conoscessero, dato che sapevano dell’Eone (il cd. Magnus Annus Platonis) e del Grande Eone (Aiṓn, identificato aChronos).  Semmai non conoscevano quella data, giacché a loro non diceva nulla, ma la Settemplice Congiunzione era nota ai cosmologi (69). Evidentemente Pingree era convinto, come molti studiosi d’un passato recente, che i Vedapoggiassero su idee del tutto fantastiche e non fossero per niente in relazione coi cieli delle epoche nelle quali i loro inni son stati stilati. 

9. L’apporto di Parpola al dibattito: nostre conclusioni finali

Asko Parpola (1941-)

Innanzitutto occorre chiarire che il finnico Asko Parpola (professore emerito di Indologia e Studi sull’Asia Meridionaleall’Università di Helsinki), essendo piú giovane di circa 8 anni rispetto al collega americano David Pingree, è molto piúaddentro alla questione del calendario vedico che non l’ormai scomparso insegnante della vecchia Brown University (Providence, Rhode Island).  Oltretutto Parpola è uno specialista in materia, non un semplice storico della scienza.  Le sue vedute sono maggiormente ampie, offrendo nuove soluzioni a vecchi problemi; non si ferma al già detto ma propone ricerche fatte di propria mano, sul campo, come si suol dire nell’ambito dell’Antropologia Culturale.  Ciononostante, come vedremo, il punto di vista del professore finlandese è nondimeno condizionato dall’ambiente accademico (70), che in vari punti egli cerca di assecondare piuttosto che criticare.  Onde le sue soluzioni vanno accettate quando propone il nuovo, ad es. la teoria sul Trifoglio (71) quale rimando alle 3 stelle di Mṛgaśīrṣa (72); ma vanno respinte allorché questi, rifacendosi ai canoni indoeuropeisti duméziliani d’origine ottocentesca (anche se pur intesi nelle varianti del secolo successivo), offre un quadro tutt’altro che “tradizionale” degli avvenimenti.  In questo gioco al massacro, non per niente, ignora validi contributi al problema calendariale indiano che non facciamo parte strettamente dell’ambiente universitario: Tilak è ignorato, Padre Heras menzionato di sbieco.  Ed è triste che in tale azione demolitrice sia stato approvato da colleghi italiani di matrice guénoniana, i quali non paiono avvedersi del pericolo che comporta l’accettazione delle sue tesi in campo indoeuropeistico. Certo, come detto, molti suoi spunti interpretativi risultano accettabili, o comunque logici, aprendo nuovo terreno alla ricerca.  Ma non tutto.

Ora analizzeremo in dettaglio quali sono gli aspetti del suo pensiero che ci hanno convinto maggiormente e quelli che ci convincono di meno.  Ovviamente qualcuno potrebbe asserire malignamente che i primi corrispondono alle nostre convinzioni in materia e gli altri no, ma questo è ovvio, essendo un atteggiamento comune a tutti gli studiosi.  Chiunque giudica corretto ciò che lo convince di piú e meno ciò che non lo convince affatto, è naturale.  Il nostro ego mentale si pone sempre inevitabilmente da filtro in un senso o nell’altro. 

In una sua validissima opera (73) l’autore affronta una disamina della situazione calendariale nel momento dell’incontro fra la cultura vedica e la cultura indica, stando ai Greci antichi; o vallinda che dir si voglia, rimanendo all’archeologia contemporanea.  Il capitolo cui facciamo riferimento è intitolato The astronomical and astrological background, ma il secondo attributo avrebbe dovuto esser messo per primo; non si deve infatti partire dal pregiudizio che nell’Antichità le cose stessero come ai nostri gorni, nei quali l’astrologia appare solamente come una cugina povera e senza credenziali dell’astronomia.  L’Astrologia (scrivendo in questo caso il termine al maiuscolo) è una scienza molto antica (74), non un ancella dell’Astronomia, intesa come scienza vera.  Filologicamente i due termini sarebbero dei sinonimi, tant’è che in sanscrito esiste unicamente una materia che le accomuna senza distinzione alcuna, il Jyotiṣa.  È il mondo greco classico e soprattutto ellenistico che ha finito per distinguerle, siccome le ha interpretate diversamente dal contesto tradizionale della Grecia arcaica, in cui il nómos non fungeva da semplice nomenclatura astrale; cui la scienza moderna e contemporanea a partire da Galileo in poi ha sovrapposto gli studi astrofisici, trasformandola completamente.  Anzi, se prima l’astrofisica era una branca dell’astronomia, oggi la prima ha fagocitato la seconda, riducendola ad uno dei 3 settori astrofisici: l’astrofisica osservativa, che fa pendant coll’astrofifisica teorica  e quella di laboratorio.  Per giunta, anche la vecchia cosmologia ha lasciato il posto alla moderna cosmologia, che è un semplice ramo dell’astrofisica teorica.   La vecchia Astronomia invece era di tipo qualitativo non meno dell’Astrologia, non quantitativo; e la voce nómos significava ‘legge’, riferendosi evidentemente non solo ai movimenti astrali ma pure alle loro influenze sul mondo, che sono appunto materia nel mondo odierno esclusivamente dell’Astrologia.  Eppure ancora ai tempi di Keplero e di Newton le due scienze, pur già distinte, erano ancora abbinate.

Ciò chiarito come premessa necessaria, entrando nel dibattito dal vivo sul culto degli astri in terra indiana, va segnalato il primo problema.  Gli studiosi vari si mostrano incerti nel considerare le origini del calendario solare zodiacale e del rispettivo calendario lunare.  Vi è chi spesso ritiene il secondo anteriore al primo, ma ciò è smentito dalla serie delle ‘Genealogie’ divine.  Dal momento che il Gigante Orione è chiaramente legato allo Zodiaco lunare, come gli studi di Tilak hanno apertamente dimostrato (75); segue tuttavia nel predominio mitico quello di Zeus, signore dei 12 Dei della Pioggia, latori delle influenze zodiacali solari.  Il passaggio di Orione al P.V., all’incirca attorno al 4.480 a.C. (76), segna l’inizio dell’Età del Ferro; mentre l’Età del Bronzo è caratterizzata dal culto dello Zodiaco Solare, prima a 8 Segni, poi a 12 Segni (77).

Un altro errore è quello di giudicare i due diversi calendari quale frutto di etnoculture differenziate, non in senso umano generale ossia paletnologico (il che sarebbe persino giusto), bensí in rapporto a diversi ceppi di popolazione.  Cosa che sconfina col razzismo.  Per la verità Parpola non commette il secondo errore, attribuendo infatti il calendario lunare alla civiltà vallinda (78) e nel contempo riconosce che la cultura vedica s’era appropriata di codesto sapere (79). Il problema relativo al fatto se quest’ultima già conoscesse un calendario lunare, suo proprio, è indissolubilmente legato a quello della data di arrivo nel Deccan di detta cultura.  Da parte nostra riteniamo di sí, ovvero che due calendari similari si siano sovrapposti.  Riguardo invece la presenza del calendaro solare siamo dell’opinione che questo fosse assai piú antico e già ritualmente inattuale.  Ecco la ragione per cui non compare se non in pochi versi del Rgveda e, per analogo motivo, nei reperti dell’antica Valle dell’Indo.  Ma ve n’è traccia in certi sigilli, di foggia indiana, rinvenuti in Mesopotamia.  Ove palesemente si nota il Sole, che qualcuno scambia per una mangiatoia (sic!), il Toro e lo Scorpione accanto all’Albero della Vita (80); i 2 Segni all’epoca emblematizzavano l’asse equinoziale primaverile-autunnale, cioè le due metà del Cielo, cui presiedevano a vicenda (Toro > Vita, Scorpione > Morte) in riferimento ai cambiamenti naturali annuali.  Insomma, i dueayana, per dirla all’indiana.

Nella tradizione hindu lo Zodiaco (Rāśicakra) è un attributo iconografico del Kṛṣṇāvatāra (81), o meglio della figura a lui annessa del Sudarśana-cakra, che è una variante del dioViṣṇu; il che significa che è stato scoperto – od inventato (82), se si vuole – a quell’epoca (10.960-4.480 a.C.). Almeno, lo Zodiaco a 12 Segni; quello a 8, naturalmente, risale allo yugaprecedente (17.440-10.960 a.C.) (83). Mentre il calendario lunare è tipicamente kaliyugico, visto che comincia col dominio di Orione (84); quantunque la presenza di tale costellazione al P.V. preceda, in realtà, l’inizio del Kaliyuga

10. La tesi del Parpola

Secondo Parpola il culto dei Pianeti occupa una posizione preminente nella vita religiosa indiana attuale. Nell’India Meridionale ci sarebbero tempietti dedicati ai Navagraha i tutti i templi shivaiti, con particolare venerazione per Saturno, ma ogni singolo graha riceverebbe particolare attenzione in un dato giorno della settimana od in certi momenti speciali. L’autore fa risalire le prime rappresentazioni monumentali di planetari dell’India Settentrionale al Periodo Gupta (V sec. d.C.), con diffusione posteriore (VIII sec.) nell’India Centrale ed Occidentale, spintasi tardivamente (XI sec.) fino all’India Meridionale.  Cosa che corrisponde alle descrizioni iconografiche di determinati Purāṇa (AgniViṣṇudharmottara), le parti piú antiche dei quali risalirebbero infatti al VI-VII sec.  I 9 Pianeti comprendono, ovviamente, anche i 2 Nodi Lunari. Ma di certo non si può pensare che la conoscenza planetaria sia posteriore alla rappresentazione, quindi se le date riportate sono valide ciò significa che la codificazione nei testi segue ad una trasmissione orale.  Dato che il culto planetario risale ad epoca titanica, è evidente che questa trasmissione orale debba risalire molto addietro nel tempo, secondo il nostro modesto parere all’epoca di Rāma-candra (lett. ‘Rama della Luna’, ossia il Rama della Dinastia Lunare, che crediamo abbia a che fare colla Stirpe Eroica); il quale equivale comparativamente nella tradizione biblica al secondo Lamek, il discendente di Seth e padre di Noāh (85). Mentre Sethcorrisponde al vedico Savitar, avente secondo Kerbaker (86) un doppione nel Sāturnus latino (var.Saviturnus).  Questo nome pare legato visibilmente alla scoperta del Settimo Pianeta, appunto Saturno, che nell’ordine planetario antico geocentrico opponevasi al Sole.  Successivamente i Pianeti sono diventati 9, comprendendo appunto i 2 Nodi.  Ciò è da riportare all’epoca in cui è nato lo Zodiaco a 8 Segni, 9 comprendendo il primo dell’anno a venire; come poi è successo coi 12 Segni, rispetto ai quali il 13° costituisce il rinnovo annuale del Sole. Giacché sono sempre i Soli archetipali che vanno considerati in primo luogo, non i Pianeti o le Costellazioni che ne stabiliscono semplicemente le stazioni calendariali. Il simbolismo solare implica, sia nel caso dei pianeti che delle Costellazioni, che il Sole è unico, al di là dei suoi aspetti settenari, novenari o duodenari e questo ha un profondo significato ontologico. Tant’è che in linguaggi primordiali quale il cinese la parola ‘Sole’ (Hi) è sinonimo del numero 1 (87). Quindi non ha senso andare a cercare le citazioni nei testi vari per dimostrare che i Pianeti erano di numero diverso in varie epoche, a meno di riferirsi ad epoche assai remote, prima dell’avvento di Savitar/ Rāmacandra (Šēt/ Lemek).In altre parole, antecedenti al VII Ciclo Avatarico, il Ciclo per l’appunto di Rama della Luna.  Il fatto che i Pianeti siano citati nei Vedae nel Mahābhārata prova che già nel Dvāparayuga erano noti, poiché è a quell’epoca che secondo la tradizione tali testi sacri risalgono.  Ma anche sul piano iconografico si trovano raffigurazioni dei Pianeti e delle Costellazioni già in Epoca Mesolitica e Neolitica in India ed altrove ed è probabile che incisioni su roccia, intagli in osso, avorio, legno od altro materiale deperibile abbiano preceduto quelle monumentali su pietra.

***

Note

(1)    Cfr. Wikipedia, l’enciclopedia libera, s.v.:Astrologia babilonese. 

(2)   Quel che Greci e Romani attribuivano ai Caldei, invero degli astrologi prima ancora che degli astronomi.

(3)   R.Girard, La Bibbia Maya: storia culturale di un popolo– Jaca Book, Milano 1979; ed.fr. Le Popol Vuh. Histoire culturelle des Maya-quichés- Payot, Parigi 1972 (ed.or. 1954).  Si tratta della divulgazione di un’opera in 5 voll. (Id., Los Chortis ante el problema Maya. Historia de las cultura indigenas de América, desde su orien hasta hoy- Editores Mexicanos Unidos, Città del Messico 1949).

(4)  D’altronde i cicli si ritrovano di pari passo nella letteratura semitica ed in quella camitica.  

(5)   Bisognerebbe sostituire al termine improprio indo-europeo il termine biblico-tradizionale iafetico e ci accorgeremmo che è tutta la cultura d’origine noaica (atlantidea) a tramandarne l’idea.

(6)   G.Acerbi, Gli studi ottocenteschi dello Schlegel sull’uranografia cinese– Alle pendici del Monte Meru (blog, pross.)

(7)   In Italia è uscita una traduzione dell’Arché nel 1989, in francese, a cura del prof. J.Varenne; nonché una nostra versione italiana, direttamente dall’originale in inglese, 2 anni dopo (G.Acerbi, Orione. A proposito dell’Antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991, pp. 1-263).. 

(8)    D.Pingree, Astronomy and Astrology in India and in Iran– Isis (Vol.94, P.II, N°176, giu. ’63), Baltimora 1963, pp. 229-46. 

(9)    A.Aaboe, On the Babylonian Origin of Some Hipparchan Parameters– Centaurus, N°4, 1955-6, pp. 122-5 (cit. dall’aut., ma non consult.).

(10)  O.Neugebauer, The Trasmission of Planetary Theories un Ancient and Medieval Astronomy– Scr.Math., N°22, N.York 1956, pp. 165-92 (id.).

(11)  G.Thibaut, Astronomie, Astrologie und Mathematik– Grundiss der Indo-Arischen Philologie und Altertumskunde, Vol.3, N°9, Strasburgo 1899, pp. 7-9 (id.).

(12)  Segnatamente B.L.van der Waerden, ma si potrebbe menzionare parimenti Wesendock, da noi altrove criticato  per analoghe ragioni.

(13)  G.Schlegel, Uranographie Chinoise– Milano, So-wen 1977 (ed.or. E.J. Brill, Leida 1875), Pref., p.x.

(14)  Vide n.16. 

(15)  Per la Cina debbono venir considerate, allo scopo, le attestazioni dello Schlegel; ed il fatto inoltre che la cultura tantrica, propria del Kaliyuga (4480 a.C.-2000 d.C.) sia d’origine cinese (paleotaoista).  

(16)  Da qualche tempo si sono messe in evidenza (noi l’avevamo fatto fin dalla nostra tesi di laurea alla metà degli anni ’80) le relazioni marittime durante il Periodo Pre-colombiano fra il Vecchio e il Nuovo Continente, sia a partire dall’Europa Occidentale che dall’Estremo Oriente.  Relazioni che rappresenterebbero un continuum rispetto all’Antichità, ossia dal tempo dei Greci e dei Romani, il che implicherebbe giocoforza connesiioni inverse. 

(17)  Per un opposto punto di vista, comunque ancora da delineare in toto, cfr. G.Acerbi, Kali, la dea-scorpione– Alle pendici del Monte Meru (blog, 8-11-14), §3, pp. 9-11. 

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/11/kali-la-dea-scorpione.html 

(18)  Dalla zona autronesiana, cosa che è accettata dallo stesso punto di vista accademico, sarebbe partita all’inicirca 40000 anni fa una corrente culturale che avrebbe prodotto in tempi anteriori i graffiti ed in tempi posteriori le culture megalitiche; gli uni gli altri sparsi un po’ dovunque nel tragitto costiero che portò quelle lontane popolazioni fino alle sponde dell’Atlantico in temi imprecisabili.   

(19)  G.Acerbi, Kālacakra,ovvero la ‘Ruota Cosmica’–  Univ. “Ca’ Foscari (Fac. di Lingue e Lett.Stran., Sez.Orientale), Venezia 1985, 2 voll., passim.

(20)   L’India propriamente detta.

(21)   Pin., art.cit., p.130.

(22)   L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’Antichità dei Veda– Ecig, Genova 1991 (ed.or. The Orion or Researches nto the Antiquity of the Vedas– Munshiram M., N.Delhi 1972), Cap.III, pp. 62-3.

(23)   La I edizione dell’opera (Shri J.S. Tilak, Poona) è infatti del 1893.

(24)   Til., op.cit., Cap.VI, pp. 183-4.  Abbiamo ivi menzionato il testo della nostra traduzione. 

(25)    Arco Ascendente e Discendente dell’Anno Sacro..

(26)   Ibid., p.184.

(27)   Lo Zero non era noto soltanto agl’indú.  Lo conosceva pure la Mesoamerica ed è proprio colà che se potrebbero rinvenire le vere origini ma se questa supposizione fosse giusta non si spiegherebbe come mai la cifra manca presso i popoli iafetici, semitici e camitici; mentre si trova in Estremo Oriente, ad es. in Cina.  Potrebbe essserci dunque stata una trasmissione diretta del concetto dalla Cina all’India oppure dall’Asia Centrale all’india.  La presenza in America si spiegherebbe, d’altra parte, come un prestito dell’Asia Nordorientale.

(28)   Una situazione analoga trovavasi nella cultura babilonese.

(29)   G.Acerbi, Metafisica dello Zero– Alle pendici del Monte Meru (blog, 3-11-14), sgg.

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/11/metafisica-dello-zero.html

(30)   Pin., art.cit., p.221.

(31)   Ci riferiamo alla leggenda della Torre di Babele (Gen.– xi sgg).

(32)   Ciascuno dell’estensione di 13°20′ dell’eclittica, o meglio del cerchio annuale di 360°. Vide Til., op.cit., Cap.III, p.63.

(33)  Ne abbiamo avuto testimonianza in proprio durante gli anni giovanili, nei quali facemmo un concorso di dottorato presso l’Università di Bologna e uno per Associati presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

(34)  “Un calendario lunisolare è un calendario lunare, in cui la durata media dell’anno lunare è uguale a un anno solare.”  La definizione è tratta da Wikipedia, l’Enciclopedia on line, s.v.Calendario lunisolare.

(35)    O.Botto, Letterature antiche dell’India– F.Vallardi, Milano 1969, P.Pri., Cap.Ter., p.43; apud AA.VV., Storia delle letture d’Oriente.  Ad essa seguirà, tardivamente, una vera e propria letteratura scientifica di tipo astronomico ed astrologico (ibid., P.Qui., Cap.Qua,. pp. 325-9).

(37)     Pin., art.cit., p.231, n.20.

(38)     P.V.Kane, History of Dharmashastra (Vol.5, P.I, Poona 1958, p.62 ss).

(39)    Til., op.cit., Cap.VII, pp. 183-4.  L’autore non teneva tuttavia conto del fatto che la Matematica era d’origine astrologica.  Cfr. G.Acerbi, I numi erano numeri. Carattere matematico dell’antica astrologia e della conseguente teogonia– Alle pendici del Monte Meru (blog, 24-07-11).

http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2011/07/i-numi-erano-numeri-il-carattere.htmlhttp:/

(40)    Ibid. come alla 32.

(41)  Non dimentichiamo che i nostri numeri europei provengono dall’India, tramite mediazione araba, non dalla Sumeria.

(42)    L’dentificazione araba di Allah a Sirio non rientra negli schemi consueti delle genti semitiche, è piuttosto un’influenza camito-iafetica; se è vero che il prototipo taurino semitico per eccelenza, il dio-toro cananeo El, era identificato alla costellazione del Toro, ed il suo Unico Occhio ad Aldebaran.  Analoga interpretazione andrebbe fatta nei confronti del biblico Elohim, dall’accentuato carattere taurino luni-solare.

(43)   Fa eccezione, naturalmente, l’Egitto, ove non c’è mai sta un’invasione di genti indoeuropee; ma, tutt’al piú di ‘popoli del mare’.  Cioè di re-pastori d’origine semitica (o hurrita secondo altri), i cd. Hyksos.

(44)     Il calendario con 28 astersmi lunari, checchè se ne dica, è un calendario maggiormente approssimativo dal punto di vista astronomico rispetto a quello con 27.  Infatti il primo corrisponde al tempo di rivoluzione siderea della Luna di 27 giorni, 7 ore e 43 primi; il secondo ad una media generica fra il tempo di rivoluzione siderea e quello di rivoluzione sinodica di 29 giorni, 12 ore, 44 primi e 3 secondi.  Quest’ultimo, naturalmente, è dovuto all’effetto della Terra.

(45)   Alludiamo, ovviamente, alle culture pre-indoeuropee (proto-elamita, paleo-dravidica, pale-oegizia e pelasgica).

(46)   Questa bislacca teoria deve essere stata infuenzata dalla lettura delle Βαβυλωνιακὰ di Beroso, o Berosso, vissuto secondo la tradizione all’epoca di Alessandro Magno.

(47)  Quelle nell’ambito delle quali non conosciamo niente in propsito è probabile fossero caratterizzate da tradizioni disperse, oppure non le conosciamo abbastanza.

(48)   R.Guénon, Some remarks on the doctrine of cosmic cycles- J.I.S.O.A. (lug.-dic. 1937), poi ripubblicato nella rivista É.T. l’anno dopo.

(49)   Pin., p.240.

(50)   Il riferimento è alla trad di E.West dei Pahlavi Texts, nella S.B.E., Vol.V, Oxford 1880, p.11.  Qualcuno (E.Albrile, com.or.) contesta tale attribuzione.  Il passo, in ogni caso, non fa alcun riferimento storico; si limita ad attribuirne la creazione, ovviamente, ad Auharmazd.

(51)    Ibid. come alla 49, p.241

(52)   Vide n.48.  L’articolo compare nella raccolta postuma R.Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici– Mediterranee, Roma 1974 (ed.or. Formes tradionnelles et cycles cosmiques– Gallimard, Parigi 1970), pp. 11-20.

(53)   A meno che tale data coincida con il Diluvio kaliyugico, che come i precedenti non avviene esattamente al momento della grande (settemplice) congiunzione, am come c’insegna Platone qualche millennio dopo.

(54)    Anche il calendario ebraico parte da una datazione successiva all’Epoca della <Torre di Babele>.  Infatti comincia nell’ottobre 3.760, il primo anno compiendosi nell’ottobre 3.761.  Tuttavia in questo caso trattasi di 720 anni, ossia esattamente 10° zodiacali successivi all’inizio dell’eone.

(55)  G.Acerbi, Introduzione al Ciclo Avatarico. Da Matsya a Kalki – Heliodromos, N°17 (P.Sec.), pp.20-1.

(56)  Facciamo notare che l’equivalente latino del norrenico Thor è Giove, come si deduce dal giorno settimanale a lui dedicato (Thursday = Giovedí), e Giove è il signore planetario che presiede alla legalità oltreché alla parola in senso religioso.  D’altra parte il suo martello Mjöllnir, immagine del Tuono non meno del Vajra indo-tibetano, essendo un emblema della Parola Divina è divenuto un allegorico trattato d’appoggio alla caccia alle streghe (il Malleus Maleficarum, 1486-9) presso la Santa Inquisizione ed il ‘Martello della Legge’ nel mondo giudiziario moderno.  Il Toro in iranico è Tōrā e Tōrāh in ebraico è la Legge, basata sulla tradizione biblica, ovvero la ‘Bibbia’ medesima.  La storia del culto del ‘Vitello d’Oro tradisce questa verità, ossia che prima del culto dell’Agnello era in vigore quello del Vitello, esattamente come fra Paleo-dravidi, Proto-iranici, Proto-elamiti, Sumeri ed Egizi.

(57)  Una discussione sulla data effettiva del Kaliyuga l’abbiamo abbozzata in forma di commento (29-03-16) a D. Dal Bosco, Considerazioni sulla datazione del Kali Yuga-Algiza (on line), 2-03-16.  

http://www.centrostudilaruna.it/considerazioni-sulla-datazione-del-kali-yuga.html 

(58)    A.Parpola, Deciphering the Indus Script– Cambridge Un.P., Cambridge 1994, passim.

(59)    Til., op.cit., Cap.III, p.66, n.1 (del T.).

(60)    Ibid., p.64.  Su codesta figura di astronomo vedi pure M.Sashithal, Varahamira: The Ancient Astrologer, Astronomer and Mathematician– The Free Press Journal, 3-10-15 (on line).

http://www.freepressjournal.in/mind-matters/varahamihira-the-ancient-astrologer-astronomer-and-mathematician/676984

(61)     Ibid. come alla 49.

(62)    Scrive l’autore (ibid. come alla 60), citando la propria fonte (il Pañcasiddhāntikā) ma non il passo specifico pur riportando in nota (ib., p.84, n.3) il doppio verso in questione: “È ben noto che Varāhamihira al tempo del quale il punto vernale coincideva con la fine di Revatî… e il solstizio estivo era in Punarvasû, distintamente fa riferimento in due passi all’antica posizione dei solstizî registrata dagli scrittori che lo hanno preceduto.”  Ossia a metà di Aśleṣâ (16°20-30° del Cancro).  Il che denota come Tilak avesse ragione, pur non rendendosi conto a quale epoca andava attribuendo la figura storica del brahmano.  Quindi si dà il caso che, o sono esistiti due astrologi collo stesso nome a distanza di c.200 anni, oppure la collocazione storica ufficiale non coincide con quanto tramandato da Varāhamihira stesso.

(63)    Varāhamihira apparteneva socialmente alla sottocasta brahmanica dei Maga(Magi).

(64)    Forse è davvero questa la ragione onde tanto la cultura ebraica, quanto quella hindu o greca (cfr. Platone), non fanno coincidere l’inizio dei cicli con il vero inizio astrale. 

(65)     Pin., art.cit., pp. 243-4. 

(66)     Cit., pp. 244-5.

(67)     Le Triplicitates non possono essere d’origine iranica, come pretendeva l’autore, visto che le conoscevano fin gli Amerindi.

(68)   A meno che siano occorsi, nella fattispecie, fenomeni locali di rilievo.  Tipo la scomparsa della Sarasvatī, il fiume che all’incirca a quell’epoca ha mutato il suo corso, in parte seccando. 

(69)   Per una sensata analisi della dottrina degli Yuga (‘Cicli’) si prega immodestamente di consultare G.Acerbi, Introduzione al Ciclo Avatarico. Da Matsya a Kalki– Heliodromos (Prim.2000-Prim.2002), Catania 2000-2, 2 PP., pp. 15-24 e 13-28.

(70)    Lo dimostra il fatto che non citi un eminente studioso come Tilak, guardacaso boicottato in tutti gli ambienti universitari; eppure il N. si era rifatto al Warren, nel suo Arctic Home, ovvero al fondatore dell’università americana.

(71)       La teoria già era stata esposta precedentemente in A.Parpola, XXXXXX

(72)      A.Parpola, Deciphering the Indus Script– Cambridge U.P., Cambridge 1994, Cap.12, p.218/ col.a.

(73)      Parp., op.cit., Cap.11 sgg.

(74)     Cfr. G. de Santillana & H.von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo– Adelphi, Milano 1983 (ed.or. Hamlet’s Mill. An essay on myth and the structure of time– Gambit, Boston 1969), App.xx, p.xxx. 

(75)     Tilak, op.cit.passim.

(76)     Non è esattamente cosí, poiché l’anno 4.480 rappresenta il passaggio del P.G. a 30° del Toro (= 0° dei Gemelli), mentre l’asterismo di Orione corisponde nello Zodiaco Lunare all’arco che va retrogradatamente da 6°40’ dei Gemelli a 23°20’ del Toro.

(77)     Cfr. il nostro art.cit. alla 39.

(78)     Parp., op.cit., x

(79)     Op.cit., x

(80)     H.Mode, L’India antica– Primato, Torino 19xx (ed.or. Xx), tav.xx.

(81)    G.Acerbi, I dieci Avatar e la mitologia induista– Hera (A.XII, N°122), mar. 2010, p.45/ col.b.

(82)  L’Astrologia è scoperta se la si ritiene di origine divina, è inventata se le si attribuiscono origini umane.

(83)     Ibid. come alla 69.

(84)    Ciò viene contestato da Parpola e da altri, che lo fanno cominciare in Aldebaràn (Rohiṇī).  Ed, onestamente, occorre aggiungere potrebbero anche essere dalla parte della ragione.  Nel senso che l’asterismo di Orione potrebbe aver funto da modello calendariale, senza avere tuttavia quella parte preponderante attribuitagli da parte di Tilak.  La nostra personale opinione, comunque, è che abbia ragione lo scrittore marathi; in quanto Orione rappresentava il Sacrificio, il Soma, e come tale era celebrato nel Veda.  Gli aspetti cosmologici per gli antichi, trattandosi d’un calendario sacrale e non civile, erano strettamente collegati al rituale; anzi, il rituale da essi diprendeva.  Non si può immaginare un calendaro svincolato dallo Yajñacakra, la Ruota Annuale dei Sacrifici.  Per quanto riguarda invece le costellazioni sorte al P.V. in precedenza (Sirio, Punarvasu), è probabile che esse abbia svolto un’azione di semplice richiamo equinoziale, senza connessioni col calendario lunare vero e proprio; che come tale, a nostro giudizio, è una creazione del Kaliyuga.

85)     G.Acerbi, L’America e l’enigma delle Due, anzi Tre, Atlantidi– Alle pendici del Monte Meru (blog, 30-12-16), §c, p.x.

(86)     M.Kerbaker, xxxxxx

(87)     Persino il grande letterato latino P.T. Varrone associava il lat.sōl sōlus.

 

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(Articolo di Giuseppe Acerbi pubblicato in due parti nel Blog: “http://allependicidelmontemeru.blogspot.it“)

 

Link 1 – http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2016/07/tilak-e-la-riscoperta-dellantico.html

Link 2 – http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2016/11/tilak-e-la-riscoperta-dellantico.html

 

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