OGIGIA ORIGINE E SIGNIFICATO DI UN NOME

di Bruno d’Ausser Berrau

 

… ἀλλά µοι ἀµφ’ Ὀδυσῆϊ δαΐφρονι δαίεται ἦτορ,
δυσµόρῳ, ὃς δὴ δηθὰ φίλων ἄπο πήµατα πάσχει
νήσῳ ἐν ἀµφιρύτῃ, ὅθι τ’ ὀµφαλός ἐστι θαλάσσης,
νῆσος δενδρήεσσα, θεὰ δ’ ἐν δώµατα ναίει,

… ma il mio cuore si spezza per Odisseo cuore ardente,
misero! Che lunghi dolori sopporta lontano dai suoi,
nell’isola in mezzo alle onde, dov’è l’ombelico del mare:
isola ricca di boschi, una dea v’ha dimora
Οδύσσεια/α, 48-51

 

l toponimo omerico ‘Ωγυγια ha dato luogo a diverse interpretazioni, ma tutte non hanno illuminato granché sul senso che esso potrebbe avere avuto. Resta in ogni caso la concordia degli antichi sul suo estremo arcaismo; in altri termini esso appare remoto già all’epoca dei due poemi omerici. A conferma c’è appunto l’aggettivo ωγυγιος, che ne deriva assumendo il significato di vecchio, antico, vetusto; dai contesti, ne traspare in sostanza qualcosa di lontano nel tempo, con un di più di potente e temibile quale ben si addice alla sede dell’infida Καλυψω, che tutto mette in atto per convincere Οδυσσευς a rimanere con lei:

τον µεν εγω φιλεον τε και ετρεφον, ηδε εφασκον θηεσειν αθαναταον και αγηραον ηµατα παντα1
E io lo raccolsi, lo nutrii e promettevo di farlo immortale e senza vecchiezza per sempre.

E ribadendo nel rivolgersi direttamente a lui:

ἀθάνατός τ᾿εἴης2
immortale saresti

Si deve comunque riconoscere che l’offerta non era da poco e che sfidava la nota ostilità degli dei nei riguardi delle loro consimili che si univano ai mortali, mentre il rifiuto di lui resta nel vago come a conferma dell’intrinseca finitezza della nostra natura.

A riprova dei significati sottesi all’aggettivo ωγυγιος, lo troviamo, infatti, in Esiodo,3 a qualificare l’acqua dello Stige, il fuoco in Empedocle, la forza in Sofocle e certe descrizioni di montagne in Pindaro. La ninfa, già nel nome, kaly-, rivela la sua parentela i.e. con l’oscura, omonima dea indù: काल, Kaly,“la Nera”. Del resto, i greci la consideravano un’ipostasi di Afrodite nel suo aspetto µελαινις 4, la signora dei cimiteri, cui erano cari il cipresso, il mirto, il melograno e il loto: amore e morte, associazione meno paradossale di quanto possa apparire:
Spectarunt nuptas hic se Mors atque Voluptas – Unus (fama ferat), quem quo, vultus erat.5
Del resto anche Lucrezio:

Osculaque adfigunt, quia non est pura voluptas, Et stimuli subsunt, qui instigant laedere id ipsum Quodeumque est, rabies unde illaec germina surgunt.6

Quindi è tutto in perfetto pendant col tenebroso fascino di दौगा, Durga, la seducente e alternativa manifestazione della stessa Kaly. Insomma le scelte aggettivali sembrano bene addirsi all’ardua collocazione geografica, suggerita da Plutarco,7

Ὠγυγίη τις νῆσος ἀπόπροθεν εἰν ἁλὶ κεῖται», δρόµον ἡµερῶν πέντε Βρεττανίας ἀπέχουσα πλέοντι πρὸς ἑσπέραν
Un’isola, Ogigia, che si trova lontana nel mare, a cinque giorni di navigazione verso occidente dalla Britannia

e pertanto convenire all’inquietante aspetto dell’isola delle Fær Øer e all’intero ambiente di quella selvaggia natura boreale: une beauté qui naît du trouble et qui inquiète. Quanto al nome attuale Stora Dimun, stora (stórur) nella lingua locale – affine all’islandese – significa grande

intendendo contrapporsi all’altra, la piccola ossia lítla. Inaccessibile e pertanto mai abitata. Nella prima, in passato, sono vissute sino a 25 persone, mentre la chiesa locale è stata dismessa nel 1922.

Le immagini ci mostrano soltanto precipiti rocce, scoscesi declivi ed erbose praterie sommitali, che oggi sembrano contrastare la descrizione di un’isola ricca di boschi (δενδρήεσσα)8 quale ci perviene da Omero. Non si deve però dimenticare che nelle Fær Øer, in Islanda e in buona misura anche in Scozia e Irlanda, le passate esigenze di legname per la navigazione hanno distrutto gran parte e, in certi casi totalmente, la copertura arborea.

Le due isole, insieme, formano quindi una coppia, un duo, cioè dímun come appare essere l’interpretazione più ragionevole. Di per sé, dímun non ha un preciso riscontro germanico, ma il dí- è, in ogni caso, un prefisso che, secondo un processo molto naturale in i.e., nel lessico colto di molte lingue attuali e nei composti derivati dal greco, sta a significare due, doppio. Parimenti dí è due in celtico e, nelle isole, numerose sono le testimonianze storiche e linguistiche di una precedente presenza di quell’etnia; inoltre – sempre a conferma della verosimiglianza del suddetto processo – c’è pure il passaggio da वे, dvá a द, dí nell’evoluzione dal skr. all’hindi. Sia l’ipotesi celtica, sia il senso del prefisso si devono al linguista faroese Jacob Jacobsen (1864-1918).

Riepilogando, e ferma restando la nostra prospettiva storica dei luoghi, si può esporre così la successione dei popoli che furono presenti in queste terre: proto-Elleni, Celti e, ormai da molto, Germani. Quanto di documentato e di più prossimo alla lingua dei primi è il miceneo (- 1600/ -1200) la cui trascrizione è nota come Lineare B e che, nel 1952, fu tradotto da Michael Ventris, il quale riuscì a dimostrare trattarsi, appunto, di una forma arcaica di greco. In miceneo, mujomeno è un participio che sta per iniziato, a sua volta riferibile a un verbo µυιοµαι o µυεοµαι, entrambi riconducibili a µυω il cui senso generico sottintende il chiudere, il chiudersi verso l’esterno e pertanto anche alla vista, all’ascolto e alla comunicazione, ossia attraverso il mutismo … insomma un’espressione di tutto ciò che è segreto, occulto, indicibile e interdetto ai più. Le assonanze e le omofonie contribuirono all’accettazione da parte dei Celti, per i quali màm era, appunto, una collina, mentre per i subentrati Germani quei suoni rimandarono a un contesto più prossimo all’originale: nell’ant. norv. mon è dovere, mentre nel presente isl. mun è volontà. Il vb. got. munan sta per pensare, credere, comprendere. Siamo quindi in un ambito alto, spirituale qual è appunto quello degli sviluppi della radice *men che ha dato mens in lt. e मनस् , manas in skr. In quest’ultima lingua c’è un altro risultato stimolante: मुन, múni, che indica chi è mosso da un impulso interiore, una persona ispirata e anche un santo, un saggio, un eremita che abbia fatto voto di silenzio9. Dal risultato di quest’analisi, scaturisce, per l’impervia coppia insulare, un’antica ed assai evidente attribuzione sacrale. Tale aura di mistero è confermata dal nome stesso della ninfa: Καλυψω viene da καλύπτω, coprire, dissimulare, occultare che, secondo il Μέγα Ἐτυμολογικὸν10 significa καλύπτουσα το διανοούμενον ovvero dissimulare la conoscenza. Tutto ciò – collazionato con l’epiteto di δολόεσσα, elusiva, misteriosa, ma anche astuta con il quale la gratifica Omero – il quadro è completo.

Qui giunti, non si deve dimenticare che, nei tempi omerici, il nome dell’isola era ‘Ωγυγια, Ogigia e che pertanto quel –mun, sul quale abbiamo sinora indagato e che oggi ha un ruolo toponomastico maggiore, era solo l’aggettivo che la qualificava. Il monte Høgoyggj che la culmina è quello che più ci richiama all’originale; merita dunque analizzarlo con attenzione. In un primo momento, dato che, in faroese, esso ha un preciso significato, ogni ravvicinamento ellenico sembra illusorio. Infatti, si tratta di un nome composto: høg-oyggj, alta isola, dove høg, alto è la contrazione di høgur. La faccenda strana è che oyggj col significato di isola non abbia un soddisfacente riscontro in alcuna altra lingua del gruppo scandinavo e neppure nel celtico; è quindi come se in faroese l’assunzione di oyggj all’attuale corrispondenza per isola fosse dovuta a un processo di antonomasia. Quanto al celtismo non si deve dimenticare che

… nel vero Occidente le favole celtiche collocano la terra nota come il Tir na-nOg [oppure Tír na hÓige],11 la Terra della Gioventù, la Ogygia invisibile che il mito irlandese ricorda ancora con il nome di Tir fo Thuinn, la Terra sotto le Onde, immersa nel mare dell’esistenza ma da esso non maculata. 12

In tale contesto Og- / hÓige appare interpretato come gioventù, id est l’eterna gioventù ossia un pardes.13 La temperie spirituale del luogo pertanto non muta neppure per il popolo che precedé i germani nelle Fær Øer.

Og- / hÓige però suona assai simile al gr.οικος, dimora, il posto dove si abita, la patria ed è singolare notare questa coincidenza in un arcipelago dove, ovviamente, la patria è sempre un’isola. A questo punto risalta però come ‘Ωγυγια si avvicini, in palese congruenza con l’ambiente marino, all’altra lettura di Ωκεανός ossia quella probabilmente originaria di Ωγενός e non sfugge che tale dizione fosse, per la sua prossimità a γενεσις, considerata particolarmente significativa essendo, per Aristotele, ciò che è umido e liquido nutrimento e origine di tutto. Inoltre, l’agg. ωγενιός ci rimanda ancora come per ωγυγιος14 1144 14 al senso di αρχαιος. Quest’impressione di lontananza ed al fondo di vera e propria estraneità, si può spiegare col fatto che, dal lessico dei popoli i.e., si evince come, ab origine, il mare fosse per essi sconosciuto, tant’è che l’etimo di Ωκεανός/Ωγενός viene, molto ragionevolmente, collocato o nel gruppo semitico (accadico) o comunque sempre fuori dall’area i.e (sumero) dove, appunto, trova un preciso riscontro sia nel sum. agienna, acqua alta, sia nell’accad. agû, acqua profonda, scura. La circostanza che Ωκεανός sia un fiume non è dovuta solo alla mancanza originaria del concetto di mare, ma nel contesto atlantico di quell’arcipelago, è chiaro che Omero voglia fare riferimento a quel grande fiume marino che è la corrente del golfo. La quale, appunto come un fiume, sia per riflessi e sia per cromatismi, mostra la sua traccia sulla superficie marina. Il sumero è stata una lingua ergativa come lo è il basco e agglutinante come lo sono le lingue uraloaltaiche; mentre la collocazione geografica, al pari della fama di navigatori che li distingue, danno quindi un certa credibilità all’ipotesi dei proto-Baschi quale ulteriore e più profondo sostrato. Prima ancora quindi degli stessi proto-Elleni e ciò in conformità alla supposizione che vorrebbe i Baschi come la sopravvivenza di preistorici abitanti del nostro continente. Una traccia di questa più ampia, antica relazione dei Baschi con le isole atlantiche si trova forse nel nome dato all’Irlanda dai Romani: Hibernia. L’unico appiglio e molto ipotetico in heuskara è il nome dell’acqua di mare, urgazi (ur, acqua; gazi, sale: acqua salata ) dalla quale, con un processo fonetico non impossibile, si potrebbe essere pervenuti a‘Ωγυγια/Ogigia. Quindi, l’isola, quell’isola come sinonimo del mare aperto, lontano.

In ogni caso, tale alterità linguistica di fondo non è però sufficiente − pel successivo gioco delle assonanze con le lingue dei popoli sopravvenuti, come accade appunto con γενεσις − ad escludere il sovrapporsi di un’etimologia greca15, sicché la struttura del nome attuale suggerisce che pure ‘Ωγυγια sia un composto: Ωγ−υγι−α, quindi υγι ← οικος. Insomma si può affermare che quell’isola fosse un ωγυγιος οικος. un’antica dimora o, se si vuole, un ωγενιός οικος, il quale, nelle successioni alloglotte che l’hanno abitato,16 è poi divenuto Høgoyggj. Resta allora solo da comprendere il prefisso Ωγ− (Ωγ−υγια), che rimarrebbe insondabile se non lo s’intendesse quale contrazione del vb. ογκοω, nella sua accezione di alzarsi, quindi qualcosa come *ογκυγια→ωγυγια, l’isola (la patria) alta. È dunque da qui che sarebbe nata la pedissequa trasposizione nel faroese Høgoyggj. Intrigante infine, per la sua vicinanza al suesposto significato sotteso a –mun e sempre per ογκοω l’accezione traslata esaltare, da intendersi per nascita, nobiltà e quindi, in virtù di anagogia, nella fattispecie sacrale delle funzioni che vi venivano svolte.

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Note

1 Οδύσσεια/ε, 135. Traduzione Rosa Calzecchi Onesti.

2 Ibidem 209.

3 Esiodo, nella Teogonia, definisce Stige, che presiedeva all’infernale fiume omonimo, la più illustre delle Oceanine in quanto fu la prima a schierarsi con Zeus nella guerra contro i Titani, per questo motivo l’amerà accogliendo i suoi figli e legando al suo nome il giuramento sacro agli dei.

4 Evangelia Anagnostou-Laoutides, Eros and ritual in ancient literature: singing of Atalanta, Daphnis, and Orpheus, Gorgias Dissertations, 11. Classics Volume 3. Piscataway: Gorgias Press, 2005; p. 31, n. 84. Per un’analisi della complessa figura di Calipso, vd. : T. Van Nortwick, The unknown Odysseus. Alternate worlds in Homer’s Odyssey, Ann Arbor, 2009, p. 13-19 e G. Crane, Calypso. Backgrounds and Conventions of the Odyssey, Frankfurt am Main, 1988, p. 31-60.

5 G.d’Annunzio; Le vergini delle rocce, Meridiani Mondadori; dall’iscrizione su una fontana.

6 Rer. Nat. IV. 1081.

7 È stato questo lo starting point, che ha poi permesso al Vinci di elaborare la sua ipotesi baltica per l’ambientazione di entrambi i poemi: F. Vinci, Omero nel Baltico, F.lli Palombi Ed., Roma, 1ª ed. 1995. Si nota inoltre un certo parallelismo tra lo schema geografico seguito da Plutarco e quello di Platone in Timeo 24 E-25A per la collocazione di Atlantide.

8 Vd. supra in esergo.

9 Cfr. Rig-veda; vii, 56.8.

10 Vd. F. Lasserre and N. Livadaras (eds.), Etymologicum Magnum Genuinum, Symeonis Etymologicum una cum Magna Grammatica, Etymologicum Magnum Auctum, vol. 1 (Rome 1976); 2 (Athens 1992)

11 Vd. http://en.wikipedia.org/wiki/T%C3%ADr_na_n%C3%93g .

12 Vd. AA. VV. L’Orientalista guerriero. Omaggio a Pio Filippani-Ronconi, a cura di Angelo Iacovella, Il Cerchio, Rimini 2011, pp. 55-62; cfr. James MacKillop, A dictionary of Celtic mythology, OUP, 1988.

13 Vd. http://www.celticworld.it/sh_wiki.php?act=sh_art&iart=730.

14 Vd. supra per ‘Ωγυγια e n. 3.

15 Vd. P. Chantraine, Dictionnaire éthymologique de la langue grecque ; s.v. Ωκεανός.

16 In successione; ignote: proto-basche? proto-elleniche, celtiche, germaniche.

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Tutto il materiale riprodotto è tratto dal PDF: http://www.cartesio-episteme.net/ep8/Ogigia-2.pdf

 

 

 

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