MIGUEL SERRANO SU ATLANTIDE, IPERBOREA, MU, GONDWANA, E GLI DÈI BIANCHI D’AMERICA

di Miguel Serrano

 

Iperborea ed Atlantide

 

Miguel Serrano: Il cordone dorato, hitlerismo esotericoNel Crizia e nel Timeo Platone ci narra di tre sorelle che sorvegliavano il Giardino delle Esperidi: una nera, una bianca ed un’altra rossa. II Giardino si trovava in Atlantide. I colori dell’alchimia sono il nero, il bianco ed il rosso. Nel Timeo si trova questa frase misteriosa: “Uno, due, tre, pero dov’è il quattro”? Anche da Montségur, quattro cavalieri fuggono col tesoro, con il Graal, si conoscono solo i nomi di tre. E dove è il quarto? Nel procedimento alchemico c’è un colore giallo, che sta tra il bianco ed il ros­so e che in realtà viene ad essere il bianco stesso, o il rosso, e lo stato dall’indeterminatezza. In questo modo, il terzo e il quarto. Dovrebbe essere, pertanto, cercato il quinto, la Pietra Filosofale, la Quintessenza, il Graal. Quale colore ha il quinto? Forse blu, co­lore che i re atlantidei usavano nelle loro cerimonie sacre, in ricordo (Minne) di qualcosa o qualcuno perduto, qualcosa che è andata via, che non si possiede più, che ormai non è più li. Dove si trovava quel blu, quella razza blu, di quegli esseri blu? Nella Thule di Iper­borea. Forse su Venere!

Secondo Juergen Spanuth, nel suo libro Atlantide, il continente affondato, la patria degli ariani, si troverebbe la, dove è oggi Hel­goland, nel Mare del Nord, e non nelle Antille e neppure nelle isole Canarie. Si sarebbe sommerso definitivamente 1300 anni prima della nostra era.

Platone ci riferisce che da Atlantide si “raggiungeva il con­tinente che si trova sull’altro lato del mare”. Cioè, la nostra America. In nessun altra parte del mondo si sente così tanto la presenza di Atlantide come in Sudamerica; perché questo era pu­re atlantideo.

Ercole, nome latino di Eracle, va a rubare i pomi d’oro del Giar­dino delle Esperidi e lotta col gigante Anteo. Quest’ultimo può es­sere nome generico forse per una razza o una comunità. Li dove si trova la radice “an” di Anteo, era, secondo Charpentier, Atlantide. Era dunque nelle Ande, nelle Antille, in Andalusia. Dopo l’affondamento nel mare, niente e restato, all’infuori del ricordo di un Gi­gante, che può essere stato un eroe o un dio. Lo ricordano i Liguri, nelle terre dell’Europa riemerse dall’acqua. La parola gigante contiene del resto anche la sillaba radicale di Atlantide!

Le leggende antichissime ci riferiscono di Iperborea, continente abitato da giganti, da una comunità di superuomini, situato nel più lontano Nord polare, con una città “come di vetro trasparente”. La pelle bianca di quegli esseri era quasi blu, i loro capelli avevano il colore di oro pallido, come di lana. Le donne iperboree erano di bellezza divina, erano Maghe e sacerdotesse, che potevano mettersi in comunicazione con i più lontani mondi celesti mediante un organo spirituale, o energia, chiamato Vril (Hvareno, quel Mana, con cui si sollevavano i Moai dell’isola di Pasqua). Coltivavano l’Amore Magico.

Iperborea si sarebbe collegato con tutti i continenti rimanenti, estendendosi nelle zone dell’Artico, prima della modificazione dell’Asse Terrestre che produsse la seconda epoca glaciale generale. I resti di quel continente favoloso sarebbero Islanda, Groenlandia e Spitzberger. Atlantide sarebbe stata una specie di penisola, un prolungamento, che permetteva l’unione diretta di Iperbo­rea al continente oggi chiamato America. Da questo fatto si spiega anche la menzione a Tula o Thule da parte dei toltechi, olmechi e maya, che dicevano di provenire da Thule.

Certuni hanno pensato che Iperborea e Atlantide erano uno stesso continente, localizzando l’Atlantide di Platone nelle regioni artiche attuali. L’alchimista islandese del XVI secolo, Arne Saknussen, avrebbe così creduto, secondo Serge Hutin, ritenendo l’lslanda un resto del continente sparito. Affermava che cataclismi che inondarono quel mondo, mescolarono tutte le terre sconvolte, cosicché l’unico luogo, dove sarebbe possibile trovare ancora oggi le rovine di quel mondo di allora, sarebbe nel centro della terra. L’alchimista avrebbe conosciuto anche la via che conduce la.

Questo continente enormemente grande era ancora esistente, du­rante l’epoca glaciale preistorica del quaternario, sull’altro lato dei grandi ghiacciai europei, i cui imponenti resti erano visibili all’inizio dei tempi storici. Queste sarebbero state “le mura come di vetro” di cui ci riferiscono gli antichi, la gigantesca muraglia.

I viaggiatori dell’anno 4500 avanti la nostra era avrebbero potuto anco­ra contemplare questi resti dell’epoca glaciale, “più di qua del dio Borea”. Secondo i caldei, Iperborea si poteva raggiungere unicamente attraverso un tunnel segreto nel ghiaccio, che arrivava fino all’Eufrate. Dopo il quarto millennio i ghiacciai si fusero velocemente ed un mare di fango rese impossibile ogni contatto con Iperborea, sommersa nella catastrofe. Sopravvissero le isole dell’Islanda e Groenlandia, su cui alcuni Iperborei si rifugiarono, cosi come “L’lsola dei Morti”, Albione, la Bianca. Monaci irlandesi visitarono le prime due nel Medioevo e le trovarono disabitate.

Solo nelle saghe dell’Edda si scoprono ancora resti del Cordone Dorato. Anche i vichinghi trovarono le isole disabitate.

 

Dove si trovano gli iperborei?

 

Il pensatore indù Tilak afferma che gli ariani discesero dall’ Artico, prima al Gobi e di lì all’India. Altri rami discesero nel Caucaso; dopo, in Europa. Ma non erano altro che scampoli di colonie iperboree. Quegli Stati divini erano spariti. Tutta la saggezza dell’induismo, la sua filosofia, il suo yoga, il suo Pantheon, è un ricordo balbuziente di una scienza, di un potere tremendo, la cui chiave è svanita dalla superficie della terra. Quel potere extraterrestre che possedevano gli iperborei, l’organo del Vril, Hvareno, Urna, Soma, uniti ad una tecnica e scienza differente nella sua essenza a quella del Kaliyuga, rendeva possibile “andare più rapidi dei pensieri, in barche aeree senza pilota né timone”. Nel Mahabharata, si racconta di una guerra che non si riferisce ai tempi storici, questi veicoli erano chiamati Vimana e Dhurakhapalam. Erano “spinti da un suono, come una musica sottile” e “captavano il pensiero e le emozioni degli uomini.”    

In Iperborea, le donne erano maghe, specialmente le quinte nasciture in una famiglia. Il numero cinque è il polo, quello di Iperborea.    

L’alchimia orientale ed occidentale, la saggezza egiziana e cinese, l’astrologia, l’astronomia, la scienza e la tecnica grossolane del presente corrispondono ad un’altra realtà, non esistono paragoni. Le chiavi di una scienza astrale, cosmica, si sono perse irrimediabilmente, si sono immerse. Resta solo un tenue Cordone Dorato nel Mito e la Leggenda che si dovrà istruire, percorrendolo all’inverso, all’indietro, ‘destrogiricamente’.  

L’Islanda dei vichinghi ebbe una civiltà molto avanzata, con una scienza nascosta ed un’alchimia superiori, in ogni caso. Lì quasi si stava ritornando al punto delle origini. L’Islanda possedette un magnetismo solare e terrestre speciali, trovandosi vicino ad Ogigia, la favolosa. In essa si ricorda meglio il segreto della ‘ Città Celeste dei Quattro Maestri, marcata nella sua entrata da Dodici Croci Nere Girevoli’, della quale ci parla Josef Land, ‘quella che riceverà il Signore Supremo, al termine della Sesta Età Vera.’  

Ma che fu dei sopravvissuti degli Iperborei, di quelli che si rifugiarono in Islanda e Groenlandia, la Greenland, la Terra Verde di altri tempi? Perirono? Ritornarono all’astro di origine, ad un’altra costellazione più vicina al sole Nero, riflesso del Raggio Verde, nelle loro Vimanas volanti che ‘vanno più rapidi del pensiero’, spinti dalla musica cosmica delle sfere? Sappiamo che alcuni rimasero qui sulla terra, per continuare a guidare la mutazione dell’uomo, coi loro poteri tremendi. Ma non fuori, bensì dentro. Le leggende dicono che essi andarono nella terra interna, nelle città di Agarthi e Shamballah.   

Di Iperborea ci parlano gli antichi come abbiamo visto già; Deodoro di Sicilia si riferisce ai discendenti del Dio Borea che abitano alcune isole del lontano nord, la misteriosa Ogigia, scoperte magari e mantenute nel segreto dai cartaginesi. Erano queste isole quelle che cercava Pitea di Marsiglia? Si parla di una caverna in Islanda che porta ad un’epoca molto lontana; forse il cratere del vulcano spento, Snaeffelsjokull. Antionio Diogene scrive su Tule, la capitale di Iperborea, poco dopo della morte di Alessandro. Si dice che il maestro di Pitagora, Ferecide di Siro, era un iperboreo, o possedeva ricordi della sua saggezza.   

I testi sacri più antichi sono sempre nostalgici. Lo è anche il “Popol Vuh”: gli iperborei,gli dei bianchi, usciranno un giorno dalla terra interna, o ritorneranno dalle stelle su di un Serpente Alato, su di un’Aquila di Oro, nell’Età del Condor, su di un Cavallo Bianco. Verranno a giudicarci realizzandosi i tempi del Kaliyuga, del ritorno dell’Età Dorata, quando l’Asse della terra tornerà alla sua posizione giusta, dopo la catastrofe che chiuderà il Manvantara. I poli saranno riuniti in un asse esatto, come nel Satyayuga, o prima dell’Età del mondo.

 

Vennero da altri mondi

 

Come Jurgen Spanuth, Hermann Wirth sostiene una concezione neoiperborea di Atlantide, ubicandola in latitudini più alte, dovuto al grado di civiltà superiore, qualcosa che Charpentier ignora, degli antichi abitanti delle regioni artiche, specialmente della Groenlandia. J. Gorsleben afferma che il precristianesimo nordico ancestrale è vestigia della saggezza  Iperborea-Atlantidea. I suoi dei e simboli sono gli scampoli di una conoscenza che bisognerebbe assemblare ed interpretare.    

L’iniziazione del Cordone Dorato ci rivela che gli iperborei arrivarono dal cielo. Erano dei o semidei. Apollo-Lucifero era un iperboreo. Ogni diciannove anni abbandonava la Grecia per risiedere in Iperborea, ritornando ringiovanito. Dopo, nell’Era di Pesci, ci si informa che Lucifero-Apollo è stato incatenato nei ghiacci del Polo Nord. Il sole ha abbandonato il mondo, la saggezza extraterrestre si è immersa.    

È Lucifero-Apollo che inizia nel segreto delle Mele di Oro nel Giardino dell’Atlantide, nella sua conoscenza, nella sua gnosi. Lucifero è il Portatore della Luce della Conoscenza. È stato anche chiamato Siva, Abraxas e Quetzalcóatl. E è un Serpente Alato, il Serpente del Paradiso. Nell’Era dei Pesci, il mondo cade nel pozzo dalla conoscenza profana, senza contatto col mondo trascendente, discendendo nel canale di scolo dal ‘illuminismo’ razionalista, di una tecnologia senza anima, nel più profondo Kaliyuga che ancora vive, nella nostra epoca del Ferro, dell’Atomo, verso la quale ci ridurremo. E tutto questo perché Lucifero-Apollo è stato torturato e calunniato.  

Chi venne originariamente ad insegnare agli uomini? Senza dubbio, gli dei. Lo dicono anche le leggende. Dopo il grande sprofondamento solo la leggenda perdura; ogni scienza antica, ogni tecnologia raffinata e superiore, basata sulla magia trascendente, si è persa. Ci rimane unicamente quella nebbia dorata.    

Chi sono allora gli uomini? Gli antropologi hanno trovato resti ossei umani di più di un milione di anni, in Etiopia. L’uomo sarebbe esistito sulla terra fa milioni di anni. Che cosa accadde con la civiltà? Ha solo seimila anni? Portò periodicamente alla barbarie l’uomo? In qualsiasi caso, la conoscenza gli sarebbe giunta da fuori. Gli dei portarono il Gral, il Tesoro. Gli Angeli vinti rimasero qui per custodirlo. Hanno perso una guerra cosmica. Un Angelo vinto si innamora di una donna terrestre e procrea una razza di semidei. Quindi va via. Si chiama Osiride-Lucifero l’Angelo? La moglie rimane vedova. I discendenti semidivini sono i Figli della Vedova. È interessante ricordare che Parsival, o Parsifal, era figlio di una vedova, l’opera di Wolfram von Essenbacg è del 1210. Allevato da sua madre nel bosco come ‘un matto puro’, ha ‘perso le valli’, il patrimonio, è Perlesvau. Nella Tavola Rotonda del Re Artù, la dodicesima sedia era vuota, era ‘la sedia pericolosa’; aspettava il cavaliere che avrebbe trovato il Gral. Nell’antica Irlanda la pietra si chiamava Tara. È il nome della Stella del Mattino, di Venere-Lucifero. Gral verrebbe anche da gradalis, in lingua occitana, cioè ‘graduato’, progressione per gradi, come nella ricerca di Parsifal che arriva un giorno alle ‘terre desolate’, alla landa. T.S Elliot diede alla sua opera capitale il titolo “The Waste Land”, la “Terra Rifiutata”, la “Terra Desolata”. Potremmo pensare ad un simbolismo preso dal ciclo del Gral, il cielo celtico ed arturiano, attribuito nel poema di Eliot allo stesso tempo moderno, ad una terra che bisogna rigenerare come a quella in cui arriva Parsifal, grazie al recupero del misterioso Gral. Non dimentichiamo che il poema di Elliot fu ispirato, corretto e, in gran parte, modificato e scritto da Ezra Pound. La Terra Spenta è stata devastata da una maledizione magica. Lì non cresce niente. Il Re è malato, zoppo, ferito. Parsifal, il ‘matto puro’, ed il Figlio della Vedova, trovando il Gral nel ‘castello di Montsalvage, dovrà fare la domanda giusta, dire la parola’, il mantram della Cabala iperborea. Più ancora, dovrà abbandonare la Madre, la Vedova, la Gran Madre che divora. Allora, il Re malato, Anfortas, migliora. Parsifal lo rimpiazza ed occupa la Sedia Pericolosa nella Tavola Rotonda che ha il numero Dodici. L’Epoca dei Pesci, sarà rimpiazzata da quella dell’Acquario, quella dello Spirito sacro, di Parakletos, la Colomba, che è femminile, la Stella del Mattino, di luce increata, Venere-Lucifero. La Vecchia Terra sarà rimpiazzata dalla Nuova Terra che ha iniziato la sua trasfigurazione. Si sarà superato il regresso del Kaliyuga.    

Wolfranm von Essenbach crede che il Gral si trova in Montsalvage. Otto Rahn dice che questo nome è simbolico, significando il Monte della Salvazione. È sicuro che il Gral si custodiva nel castello cataro di Montsegúr. Gérard  pensa che questo ultimo nome viene da egu, parola celta che significa sole. Fernand Niel, nel suo minuzioso e documentato studio sul Castello di Montsegúr, sostiene che non fu mai una fortezza bensì un tempio solare iniziatico, edificato sulle rovine di un altro monumento della più remota antichità che si alzava sulla cima di quel Monte Magico, ricostruito secondo leggi astronomiche ed ermetiche dagli iniziati catari.  

Il monte del Gral può essere Montsalvage, Montsegúr, o il Monte Thabor, nei Pirenei; il Monte Meru, o il Kailas, nell’Himalaya; il Milimoyu, nelle Andes in Patagonia. In realtà, è il Monte Polare dell’Ultima Rivelazione, nella più profonda Mezzanotte. Può, per ciò, essere tutti i monti e nessuno, perché è il Centro inubicable, il Self, il Fiore Inesistente, il Chakra Sahasrara, dentro, sopra, alla base della crosta invisibile della Terra.   

Per chi possa dubitare dei riferimenti all’ Hitlerismo Esoterico poco conosciuto, diremo loro che questi sono riprodotti qui nella maggioranza da autori opposti all’hitlerismo, affinché così l’analisi e la revisione diano, fino a dove sia possibile, un regno alla credibilità. Il bilancio favorevole lo raggiungeremo coi nostri commenti. Gerard di Séde, per esempio, nella sua opera “Il Tesoro Cátaro”, perde sensatezza scrivendo che Oto Rahn fu decapitato con l’ascia dai nazisti. Dovrà essere ribattuto, che Otto Rahn era un SS.   

Otto Rahn ha pensato, e gli iniziati SS con lui che il Gral si sarebbe trovato nei Pirenei, perché è lì dove i re visigoti scoprirono un tesoro, un segreto, una Pietra indecifrabile, che essi misero in salvo in tutti i combattimenti. Dopo, la trasportarono in Spagna. Anche i catari, come abbiamo visto, occultarono il loro Tesoro, il loro Gral. Lo trasportarono i quattro cavalieri iniziati ed annunciano che era già in salvo, sollevando delle fiamme sulla cima del Bidorta. L’annunciarono col fuoco.  

 

I continenti Mu e Gondwana

 

I discendenti terreni semidivini di quegli angeli caduti sono i Figli della Vedova. Uno di loro è A-bel, il Non-Bello). Sua madre si chiama hide ed è nera, ha il colore della terra egiziana, della ma­teria alchemica ed anche del cielo della notte. È adorata dai Catari e dai Templari. Oggi è, come abbiamo visto, la Vergine Nera di Montserrat e di altri santuari dell’Età dei Pesci. Tuttavia i Catari e i Templari sapevano che era necessario passare da quel colore agli altri, fino a sviluppare l’oro alchemico, l’oro bevibile per ritornare ed essere, più che un semidio, un dio, più che un Atlantideo, un Iperboreo. Gli Iperborei non si mescolarono coi figli del­la terra, o con i superstiti mutati, involuzionati dai grandi cataclismi che distrussero anche Iperborea, sommergendo i vecchi con­tinenti Mu, Gondwana ed Atlantide. C’è già noto dove si trovava Atlantide. Mu avrebbe occupato la zona nota oggi come deserto del Gobi, parte dell’India, la Mongolia, la Malesia, 1’isola di Pasqua esistente ancora e Tahiti. Gondwana circondava il Sudamerica, l’Antartide, una parte di Africa, Australia, cosi come parti dell’India, che sono, con ogni probabilità, resti di Mu.

Come già abbiamo detto, è in alcuni frammenti del Crizia e del Timeo che Platone parla di Atlantide. Crizia ricorda che nella sua infanzia suo nonno gli aveva raccontato una storia che aveva sentito da Solone, che da parte sua 1’aveva sentita da un sacerdote del tempio egiziano di Sais. Solone diceva:“Quando gli dei purificarono la Terra con le acque, solo i pastori delle montagne si salvarono e le onde risparmiarono solo gli incolti e gli ignoranti. In questo modo voi tornerete ad essere di nuovo giovani, senza sapere intorno a questo avvenimento, né quale fu il vostro mondo in quei tempi primitivi”.

Un’enorme onda causo, in un’unica notte, la sommersione di Atlantide. Da questa catastrofe rimase sconvolto anche “il con­tinente sulla riva di fronte a quel mare”. Tiahuanaco, che fu un porto di mare, si sollevo a migliaia di metri sull’acqua. La scienza dei nostri giorni parla della precessione degli equinozi. A causa di quel fenomeno, ogni 26.000 anni un polo conosce una primavera, un’estate, un autunno ed un inverno. I ghiacci si accumulano li d’inverno e aumenta il peso in una delle estremità della terra, cosa che ha come conseguenza lo spostamento di masse di acqua verso Tequatore e l’accelerazione della velocità di rotazione planetaria nelle zone medie. All’arrivo dell’estate polare, il ghiaccio si scioglie e le masse d’acqua scorrono verso l’equatore, per forza centrifuga, passando da una velocità ad un’altra, producendo la catastrofe smisurata.

Oltre a questa spiegazione meccanicistica,esisterebbe un fenomeno di natura ignota, per così dire, sincronistico, che avrebbe fuso i ghiacci quasi immediatamente. Un indizio di quell’aumento di velocità nella rotazione della terra e “l’accelerazione del corso del tempo storico”. Vediamo oggi fenomeni che fino a poco tempo fa impiegavano 20 anni per prodursi, hanno bisogno di non più di cinque anni di tempo nell’attualità. E questa accelerazione va ad aumentare. È un segno.

La Thule iperborea avrebbe avuto la sua fioritura nell’estate polare. Ristabilitosi poi l’equilibrio, con una nuova velocità di rota­zione della terra, le acque ricoprono le regioni estreme, ed anche l’Ultima Thule sparisce.

Solone ci riferisce che solo gli ignoranti ed i pastori delle alte cime si salvarono. Nel Caucaso si salvo Noè, nelle Ande, Tamanduare, Nala e sua moglie Neua, forse sul monte Casuati. Secondo i Patagoni fu Sueca, ed è possibile che egli si rifugiasse sulla cima del Milimoyu. Con essi non si salvano né la scienza né la saggezza né le tecniche remote. Solo la leggenda sopravvive, una sorta di Cordone Dorato.

II lasso di tempo di 26.000 anni è per gli indiani un Kalpa, un’età cosmica. Giorni e Notti di Brahma. Distruzioni cicliche, distruzioni successive. Per la preservazione del Cordone Dorato, non si può indubbiamente contare unicamente sui pastori e sugli ignoranti, che trovarono rifugio sulle cime. II loro compito era probabilmente di assicurare la sopravvivenza fisica della specie affinché non si estinguesse. La Tradizione si conserverà nelle città sotterranee della leggenda: Agarthi e Shamballah. Anche Tiahuanaco sareb­be stata una città sotterranea. La Porta del Sole si apre, oggi, a tutto un mondo invisibile, sparito. Ormai è la porta sul nulla.

 

“Tutti gli uomini sono uomini”?

 

Ma, quello che qui desideriamo sottolineare è che sulla terra si troverebbero tre razze, o specie di esseri distinti: la divina, non mischiata, degli iperborei, la razza polare, guida suprema dell’umanità; la semidivina dei figli della Vedova, di Iside, Belisema, delle Vergini Nere, e la razza dei terrestri, propriamente tale. Questa divisione, per essere tradizionale, delle origini auree, corrisponderebbe precisamente ai tre gunas del sistema filosofico dualista Samkhya, dell’induismo: tamas, raja, sattva ed alle tre categorie in cui il tantrismo kaula divide l’umanità: pasu, virya e divya; cioè, animale-uomo, eroe e siddha divino. L’ultima categoria corrisponde alla famiglia iniziatica kula, dei kaulas tántrici, iperborei, e gli è riservato il rito iniziatico segreto di Panchatattva. Il siddha, o uomo-dio, è quello liberato (ancora dall’influenza degli astri; per lui non conta l’astrologia); è Shakravarti, Re del Mondo; Maxa-Jaun, o signore mago, nella lingua basco-atlantidea. In un senso di iniziazione alchemica, di mutazione magica, sarebbe possibile passare da una razza ad un’altra, e solo per aiutare questo si manterrebbero gli iperborei e le città mitiche di Agarthi e Shamballah, ascendendo ed anche discendendo. Nel nostro tempo si è scesi, andando ancora più sotto alla materia umana terrena, come succede nei paesi del collettivismo materialista. Nello stesso modo potrebbe andare più su della cosa divina. Per questo, non tutti gli uomini di questo pianeta sono uguali. Novalis si domandava: “Sono tutti gli uomini essere umani”?. “Bene può darsi che ci siano esseri con apparenza umana, completamente differenti dagli uomini”, aggiungeva. 

Ercole-Heracles, il protogreco, l’eroe, l’argonauta, andava a rubare il segreto della mutazione nel Giardino delle Hespérides dell’Atlantide. La Mela d’Oro, il Vello d’Oro, il Gral, che gli avrebbe permesso di divinizzarsi vicino al suo paese. Trovò il segreto Heracles? Sembra di sì, perché proprio i greci cominceranno a riferirsi alla Misura Aurea, sulla quale costruiranno la loro civiltà. Al principio c’è un furto, qualcosa che fu sottratto con la forza. Anche Mosè rubò un Arca d’Oro in Egitto ed i templari, un grande segreto nel Tempio di Salomone. Su questo furto si costruirono i mondi. A sua volta, Parsifal conquista il Gral con la forza, con la sua ‘rabbia’, senza l’aiuto di Dio e ‘solo in compagnia del pensiero della sua Dama’. Per questo fu un eroe ed anche un ladro-mago.    

La Tule Iperborea sarebbe esistita simultaneamente con Atlantide. Erano lì dove andavano ad iniziarsi i superiori atlantidei, dove risiedevano i Maestri. Da quel centro polare ricevevano l’informazione extraterrestre. Tule non è una nazione, un paese; è un Tempio, una chiesa come direbbero i catari, una comunità di maghi, di saggi immortali, di esseri divini. È anche la Città dei Cesari della leggenda andina del Polo Meridionale. In Iperborea si mantiene la purezza del ‘sangue azzurro’, della razza azzurro-bianca del Polo Nord, degli accoliti di Lucifero, dei Vigilanti dell’Alba, dei Guardiani della Stella del Mattina. 

 

Il mistero degli Dei Bianchi d’America



Nei tempi aurei, vicino agli uomini esistevano le Guide Istruttrici. Quelle di quel misterioso popolo del sud del mondo, dei canali patagonici, oltre lo Stretto di Magellano, quelli dei selcnam, erano i maghi Jon. Essi venivano dalle Oasi antartiche ed ad esse ritornarono. Il Jon è immortale, non ha anima, bensì huaiyuhuen, una specie di fantasma incorruttibile, col quale si può viaggiare a volontà sui ghiacci della Tule del Polo Meridionale. Il huaiyuhuen è di colore bianco latteo. 

Una volta ascoltai in Cile le dichiarazioni di un araucano. Affermava che erano di razza bianca. Il nome araucano è di coniazione tardiva. Non credo che i mapuches fossero bianchi. Ma, pensando all’affermazione di Hans K. F. Gunther che l’elemento nordico superiore si trova in ogni gran civiltà, perfino nella Cina antica, è anche possibile che si trovasse tra i mapuches, strappati da chi sa quale tronco distante e leggendario. Keyserling ha creduto di aver scoperto similitudini con le tribù di mongoli finogourianos, di quelli che conobbero il Re del Mondo. Ma se i mapuches non erano bianchi, di sicuro lo furono le loro Guide, nel più remoto passato, quelle Divinità Bianche che venivano dalle Oasi del ghiaccio, delle cime dell’Altra Terra, e che ad essi ritornarono. 

Il cronista Francisco López di Gomara afferma, nella sua “Storia Generale delle Indie” che in Cile, o Chilli, c’erano due grandi regni, quello del Capo tribù indiano Leuchengorma, con una città centrale vicino ad un lago circondato da sette vulcani. Nel mezzo del lago, in un’isola, si alzava un tempio di duemila sacerdoti. Più al sud si trovava il regno delle amazzoni tributarie di Leuchengorma. La cui regina si chiamava Gaibomilla. Il matriarcato la cui sostanza perdura in Cile, sarà un retaggio di quel leggendario regno delle amazzoni? 

Attirano l’attenzione i nomi di Leuchengorma e Gaibomilla; sembrano inventati, come quello di Fresia in “l’Araucana”, di Alonso di Ercilla, la donna di Caupolicán che ricorda quello della dea germanica Freya che abitava all’interno del Monte Elbruz. Ercilla non può avere scelto questo nome per caso, e nemmeno López di Gomara che di sicuro raccoglie una leggenda viva in quei tempi. 

Il professore Jacques de Mahieu, nei suoi libri “Il Gran Viaggio del Dio Sole” e “L’Agonia del Dio Sole” affermava che i vichinghi vennero a stabilirsi in America a partire dall’anno 967 della nostra Era. Il primo si chiamava Ullman – Uomo di Ull -. Perso nel mare, la sua barca di strana forma e brillante al sole a causa delle placche di metallo nei suoi fianchi, è catturato in Messico da un Serpente con piume di fuoco. Da ciò è soprannominato Quetzalcótal. Ma è più probabile che l’arrivo di questo uomo bianco ricordi ai nativi la venuta di un’altro Quetzalcóatl molto anteriore che certamente è arrivato dal cielo su di un disco di fuoco. Lo conferma quello che si è trasformato in leggenda coi millenni. Il nuovo Quetzalcóatl dominava i toltechi con facilità, come più tardi lo avrebbe fatto Hernán Cortés, approfittando di un’identica leggenda. Rimase lì più di venti anni. Richiesto dai Maya, va a Yucatan dove fonda Chichen-Itza. Lì è chiamato Kukulkán. Rimane due anni, estendendo la civiltà. Poi parte. I vichinghi scesero fino in Bolivia, Perù e Cile, dove per centocinquanta anni mantennero un poderoso Impero civilizzatore, col al suo centro la città di Tiahuanaco. Il primo vichingo era chiamato Virakocha, nome quasi danese, o Huirakocha, Kontiki-Virakoche. Era sbarcato in quella che è oggi Arica, sulla costa cilena. Fino al 1290 si mantiene l’Impero. Quindi fu attaccato dagli araucani diaguitas, secondo il Professore de Mahieu, diretti dal Capo tribù indiano Cari, ed i vichinghi persero la città di Tiahuanaco (Tutto questo alla fine del fatidico Secolo XIII, testimone del dramma cátaro e templare in Europa). I sopravvissuti si rifugiarono sull’Isola del Sole, nel centro del lago Titicaca. Sarà questa l’Isola dei duemila sacerdoti, di López di Gomara? Tuttavia, “i vulcani che la circondano” descrivono meglio il paesaggio del sud del Cile, dell’estremo polare. Vinti lì, i vichinghi, o alcuni di essi, possibilmente le sue guarnigioni periferiche, nelle rotte che portano ai porti dell’Atlantico, si ritirano nella selva paraguaiana. I loro discendenti degenerati sarebbero oggi gli indigeni bianchi guayakis, quasi nani, di un metro e cinquantasei di statura che conservano ancora i tratti fondamentali ariani. Per preservare i loro riti solari, il loro culto ad Odino, o Wotan, quando si stabilì in Paraguay l’ ‘Impero dei Gesuiti’, abbandonarono la vita sedentaria per la nomade. Alla fine, si produsse un meticciato con gli indio guaranì, di ascendenza mongolica. 

Altri vichinghi dell’Impero di Tiahuanaco scapparono sulle loro barche per il Pacifico ed arrivarono all’Isola di Pasqua. Il Professore de Mahieu trova similitudini tra iscrizioni trovate nelle terre dei guayakis e le ‘Bacheche Parlanti’ rongo-rongo, benché non con le rune nordiche conosciute. Per questo stesso motivo, i vichinghi arrivati a Pasqua non potevano essere gli uomini bianchi e biondi che abitarono l’isola precedentemente ai suoi attuali occupanti indigeni. Come neanche sembra probabile che siano stati gli araucani che sconfissero i vichinghi di quel grande Impero del Titicaca e del Perù, non sia che tutto questo si riferisca, come abbiamo insinuato, a qualcosa che si realizzò più a sud, dove si sarebbe situato il centro di una superiore civiltà, anche di origine iperborea. La leggenda ci racconta che è in Cile dove arrivarono i giganti, in seguito allo sprofondamento di un continente glorioso, di fronte alle sue attuali coste nel Pacifico. Arrivarono anche dall’Ecuador. Solo questi giganti bianchi avrebbero potuto sconfiggere quei guerrieri vichinghi. E solo essi sarebbero stati gli antenati dei pascuenses. Cioè, il Cile fu una terra abitata da giganti, con una civiltà di giganti, scomparsi oggi dalla sua superficie ( la vera origine del nome Cile o Chilli dovrebbe essere cercato in quel tempo) perché si sarebbe immerso nella Terra Interna, da dove dava la Porta del Sole di Tiahuanaco, o nella Città dei Césari, nascosta nelle Ande, in un mondo analogo. Cioè, quella battaglia, se di battaglia si trattò – e non della catastrofe prodotta da uno sprofondamento i cui ‘riflessi condizionati’ sono i terremoti e maremoti in tutto l’Arco di Fuoco del Pacifico -, fu tra esseri della stessa origine, la qual cosa ci sembra improbabile. La catastrofe tellurica e cosmica ci sembra più convincente, se si tiene in conto i suoi segni, precisamente nel Tiahuanaco. 

Per tutto questo, le dichiarazioni dell’araucano sulla sua discendenza si confermano nella leggenda, o nella tradizione leggendaria. 


Le date non coincidono 

 

In ciò che il Professore de Mahieu si sbaglia è nelle date. Tiahuanaco non è tanto recente e le sue conclusioni passano oltre le figure in rilievo della Porta del Sole ed il suo calendario venusiano. Ci sono lì esseri alati e la tradizione racconta che Huirakoche e Mamakocha, arrivarono su veicoli aerei da Venere. Tiahuanaco è il Tempio, o Città Andina, dedicato alla Stella del Mattino, quella dell’Amore e della Luce di Lucifero. Cioè, il Messaggero che annuncia la Luce del Raggio Verde, come dell’Esmeralda di Venere, dietro il Sole Nero, del Sole Polare di Mezzanotte. I Maya giungevano da Tula, o Tule, da dove vennero i loro antenati, gli Dei Bianchi, i primi iperborei. Ed anche gli antenati dei vichinghi. Quelle linee scoperte sugli altopiani andini, come gigantesche rune simboliche, scritte lì da giganti, e che sembrano essere state tracciate per segnalare posti di atterraggio ad imbarcazioni venute da altri mondi o tempi, ci riportano ad età incommensurabili, non sognate da De Mahieu. 

Immergendosi l’Atlantide del Mare del Nord, la Heligoland di Spanuth, diede inizio a quell’altro Esodo degli ultimi sopravvissuti polari, per meglio dire, dei discendenti molto lontani degli iperborei. E questi dovranno essere quei divini iperborei, come oggi i guayaquis ai vichinghi di Di Mahieu, esseri involuzionati, degenerati in paragone con l’ascendenza divina. Si estendono per il mondo alla ricerca di terre dove sopravvivere, cercando quei punti – come America – Albania -, dove si rifugiarono gli Dei Bianchi,i loro ancestrali, in tempi già senza memoria. Vanno anche in Asia Minore e sono i Re Pastori ittiti, o heteos. Saranno vinti ed espulsi da Ramsés II. Ma tutto questo accadde nei 1700 – 1300 anni prima della nostra Era, secondo Spanuth. E sarà in questa data che vennero i nordici alla Hvétramannaland dei vichinghi, cioè, all’America. Iperborea ha cominciato a sparire molto prima. È anche possibile che trentamila anni fa, come crede O. Menghin, un’altra ondata di bianchi, discendenti dalla razza promongoloide che occupò l’Asia Centrale prima dell’arrivo dei gialli, sia venuta in America. Menghin afferma che per lo Stretto di Berhing. I loro discendenti attuali sarebbero i caiguas bianchi, predecessori dei guayakis del Paraguay, i guarayos di Santa Croce, in Bolivia, i chachapoyas del Brasile. Di quella razza bianca leggendaria dell’Asia Centrale, di quegli ariani della civiltà del Gobi, discendono i dropas bianchi dal Tibet, i giganti hainos del Giappone, i toudas dell’India. Razza di giganti bianchi, a loro volta discendenti dagli iperborei divini, quando sparì, immergendosi, la parte centrale del Continente Polare, con la sua capitale Tule.

 

I cristiani distruggono le tracce degli Dei Bianchi



Dopo i vichinghi, verranno in America i normanni e, anche, gli irlandesi. Prima erano arrivati druidi e i celti, Colombo e gli spagnoli verranno dopo. E qui trovarono Cristo e la tradizione degli apostoli bianchi che avevano predicato il Vangelo. I loro nomi sono Pay Zumé, in Brasile e Paraguay, e Thunupa, in Perù. 

L’Impero degli Inca ha avuto la sua origine dagli Dei Bianchi e dall’Impero Vichingo, secondo de Mahieu. Se così lo fosse, perché gli Inca hanno fatto sparire le tracce di questi antenati – antenati a loro volta degli aimarás – all’estremo di proibire la scrittura? Che segreto hanno voluto ignorare, cancellare? Che appropriazione indebita hanno fatto di un potere e di un mistero? Dopo, gli spagnoli e la loro Chiesa ufficiale contribuirono a distruggere gli ultimi segni del segreto iperboreo, dei giganti e dell’Albania delle Divinità Bianche, con la loro grandiosa civiltà extraterrestre, in contatto con gli stranieri. 

Quando Iperborea affondò, le Divine Guide immortali, entrarono nel mondo sotterraneo (quelli che non ritornarono ad un mondo parallelo, alla stella di origine). Significativamente, la leggenda guayaqui ci racconta che gli antenati uscirono da dentro la terra, seguendo il corso di un fiume sotterraneo (forse attraverso la Porta del Sole di Tiahuanaco). È la stessa leggenda degli eschimesi che ridussero la loro statura, come i guayaquis di oggi. I loro antenati uscirono dagli antipodi, per il Polo Meridionale. 

La catastrofe alla quale si riferisce Spanuth coincide con l’apparizione della cometa Faetón, nel 1600 – 1300 A.C., più o meno. Ma gli iperborei hanno inviato già, in enormi lontananze di tempo, nelle Epoche Solari, le loro Colombe Bianche – in Vimanas – trasportando il ramo del Soma sacro, la Quercia sacra, fino all’altro Polo. I loro Delegati-Maghi hanno stabilito centri in quei punti chiave del pianeta, di particolare sensibilità tellurica, nelle Porte di entrate ed uscite, specialmente nella Colonna vertebrale Andina, dove – in una Cordigliera Analoga – esistono le Città della Vita Eterna. E nelle Oasi dell’Antartide, continente abitato fino ad oggi da essi, nella sua parte interna, nel suo Doppio. 

L’arrivo di bianchi nordici in secoli già storici, discendenti sempre più involuzionati dei lontani iperborei, dopo l’Esodo della Svástica Levógira e del Ritorno della Svástica Destrogira (una delle cui ultime ondate sarebbero quelle dei vichinghi, dopo quella delle guide segrete dei templari, e, nei tempi presenti, quella degli hitleriani esoterici) ha come aspirazione profonda la speranza di un reincontro con la razza primordiale dei giganti, col ceppo atlánte-iperboreo, che si nasconde nel sud-polare ed andino, preservandosi. Le entrate in quel Mondo Interno si trovano nelle Ande e nella selva delle Amazzoni (nome che fa riferimento alle Walkirie mitiche di López di Gomara). Nel mondo sotterraneo e parallelo delle Divinità Bianche, con una realtà maggiore, tuttavia, di quella della superficie. 

Le razze chiamate aborigeni, che si incontrano in America, sono prodotte dal regresso,

Il regresso è come un incubo. Esseri qui lasciati in età molto remote, introdotti volontariamente, o per caso, da altri mondi e tempi paralleli, sono discesi fino all’animale, magari fino al vegetale, il minerale ed ancora più sotto nella vibrazione dell’energia. I colori differenti delle razze hanno a che vedere con un’alchimia cosmica. Nell’attuale processo dei miscugli, di ibridismo totale delle razze, favorito dalle oscure potenze che si muovono nel nadir del Kaliyuga, diventa sempre  più difficile poter raggiungere il numero necessario di mutazioni che renderebbero possibile superare il dramma del regresso, avvicinandoci sempre di più, al contrario, all’eterno ritorno da Atlantide la cui catastrofe spaventosa fu prodotta, secondo Platone, precisamente dal miscuglio delle razze, dei semidivini con l’animale uomo, magari con gli animali e perfino con i robot. Cioè, per il Peccato Razziale, che colpisce e distrugge allo stesso modo tutti i colori alchemici, producendo gli intoccabili, i mostri, come in India, dove il miscuglio delle caste non favorì nessuna, distruggendo le loro particolari iniziazioni, per confusione della memoria akhásika, della ‘iniziazione cromosomática’, perdendosi la Minne, la nostalgia dell’Amore Eterno. 

I frati spagnoli ed il fanatismo di una religione e concezione lunari, fecero sparire dall’America-Albania le ultime vestigia delle Divinità Bianche, dalle pagine della loro storia. Tuttavia, non tutti qui i venuti con la Conquista spagnola ignoravano il Grande Tema e più di uno pretese di attraversare il mare esplorabile che separa l’estremo meridionale dalle Oasi spettrali dell’Antartico, trovandosi, magari, col Gigante Bianco di Arthur Gordon Pym e potendo bere l’aurum potabile della Vita Eterna. 

Tratto dal libro: Il cordone dorato di Miguel Serrano

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