LA VIA POLARE DEI CIGNI. I DESTRIERI DI APOLLO TRA PREISTORIA E ROMA AUGUSTEA (2° PARTE)

di Antonio Bonifacio

La grotta dello sciamano (Lascaux 16.500 a.C.)

“Non si ripeterà mai abbastanza quanto abbia danneggiato gli uomini del Paleolitico medio nello spirito moderno la leggenda dell’individuo che si ritirava nelle grotte al momento in cui il freddo si faceva pungente”.

(A.Leroi Gourhan: Il Gesto la parola, vol 1°, 122).

La grotta è il principale simbolo sonoro…ed è anche il posto nel quale possono trovarsi i massimi effetti acustici ambientali. Per questo motivo la grotta è la fonte dalla quale scaturisce l’universo, la bocca aperta degli dei cantori, la sede dei morti e dei suoni capaci di incantare. I Templi e le chiese, con la loro struttura sonora, ne sono un’imitazione.

(Walter Maioli, paleorganologo).

In questa seconda parte la nostra esposizione prende i binari di una trattazione vera e propria e principia con una riflessione che scaturisce dalla meditazione su reperti che si collocano al fondo di un abisso temporale, provenendo da un mondo davvero ormai lontanissimo dal nostro.

Di questo mondo radicalmente “religioso” il riconosciuto protagonista è lo sciamano. Questa è una figura particolarmente longeva nel contesto del panorama storico religioso universale e oggi ne scorgiamo pienamente i tratti anche in epoche davvero immerse nelle nebbie del tempo, dove, fino a pochi decenni fa, non ci saremmo certo attesi di trovarlo.

Infatti, se già la tradizione etnologica ed etnografica ce ne offriva testimonianza in ere comunque lontane, un ulteriore salto nel passato è stato oggi compiuto collocando la sua figura direttamente nel paleolitico superiore, come dimostrano gli studi e le scoperte più recenti che continuano a retrodatare la sua presenza nel mondo. (cfr. sul tema complessivo dell’arcaicità dello shamano il fondamentale volume di Jean Clottes e David LewisWilliams, Les chamans dans la préistoire).

Com’è noto il tratto distintivo del suo operare si concreta nell’estasi, in cui l’anima (comunque la si voglia intendere) distaccata dal corpo, si reca in prossimità dell’albero del mondo e li sale e/o discende nelle regioni celesti o in quelle infere, a seconda dei compiti (sempre pericolosi) che questo viaggiatore animico si è assunto presso la comunità in cui agisce. 

Questo albero traduce simbolicamente la Via Lattea, ovvero la Galassia. Percorrendo, estaticamente, le “stazioni” dell’uno (l’albero), per analogia simbolica è come se si percorresse l’Altro (la via della Galassia fino al polo celeste).

Di uno dei suoi compiti prioritari ci offre testimonianza esemplificativa Eliade che ne scrive: “I Goldi, i Dolgan e i Tungusi affermano che, prima della nascita, le anime dei bambini sostano come piccoli uccellini sui rami dell’Albero Cosmico e gli sciamani salgono a prenderle. Questo aneddoto mitologico non è riportato soltanto in Asia centrale settentrionale: è narrato, ad esempio, in Africa e Indonesia” (M. Eliade: 1974, 509-510).

E’ proprio dalla consultazione di alcune precocissime immagini rupestri, che possiamo intravedere sorprendenti scorci di un complesso mondo spirituale, sovrapponibile a quello appena prospettato da M. Eliade. Qui questo intermediario spirituale appare già pienamente operante e capace di agire secondo una sua lucida logica che era organizzata secondo la trasparente visione del mondo invisibile da questi percepita. 

Ciò ci conferma che il percorso di questo operatore sacrale appare pressoché immutato rispetto a ciò che già di lui si conosceva. Il suo agire sarebbe comunque stato finalizzato al compimento di un viaggio celeste la cui meta si concretava nel raggiungimento di un peculiare punto del cielo contrassegnato da un raggruppamento di stelle che rappresentano la catasterizzione pressoché ubiquitaria di un volatile.

Come evidenzia un ricercatore John North (J. North: 1997, 689-690, nota 3) nella circostanza saremmo di fronte a un arcaico processo di identificazione, tra specie animali e alcuni raggruppamenti stellari (già costellazioni?) di significativa collocazione spaziale, avvenuto ben prima di quanto finora si sospettasse.

Fig.1 – La grotta di Lascaux, oggetto della nostra breve disamina, è, come quasi la totalità degli ingressi delle grotte del paleolitico(122 su 130), orientata verso il sole. A Lascaux il sole penetra nell’antro solo al tramonto del solstizio estivo.

Fig.2 – La sala dei Tori della grotta si presenta come un meraviglioso planetario in cui le sagome degli animali troverebbero un’identificazione con le costellazioni la cui iconografia si è consolidata successivamente. Questo almeno secondo quanto prospettato dagli studi dei ricerca tori Chantal Jegues Wolkiewiez e Luis Antequera Congregato. I risultati delle loro ricerche e alcune delle loro irrefutabili osservazioni, sono, almeno in parte, riconosciuti dalla comunità scientifica.

Si tratta di arcaiche ideazioni simboliche, i cui meccanismi d’ordine spirituale continuarono a operare successivamente, sia nelle culture mediorientali, che in quelle europee, giungendo pressoché alle soglie della contemporaneità. Lo affermiamo a ragione veduta in quanto nel pieno dell’età scientifica si continuarono comunque a riprodurre sugli atlanti stellari gli esseri della mitologia, insieme a simboli nuovi e, a volte, assai bizzarri (es. Uranografia di Bode, del 1802).

Solo di recente il cielo è stato per sempre svuotato dei suoi soggetti e oggetti di meditazione e di essi, nelle 88 costellazioni più o meno arcaiche presenti negli atlanti, rimase solo il nome.

Uno di questi ci interessa con particolare fervore ed la ragione della stesura di queste osservazioni. Si tratta di un peculiare asterismo ben visibile alle nostre latitudini volgendo lo sguardo verso lo zenit del cielo nelle serate estive. Qui, insieme ad altre significative stelle, brilla il Cigno, una caratteristica costellazione a forma di croce. Questo gruppo di astri era indicato nell’Ellade arcaica con il nome di Ornis, “uccello”, ciò fino a quanto Eratostene qualificò più precisamente questo asterismo attribuendogli il nome specifico di Cigno.

Una costellazione che contiene bellissimi astri e che ha la sua stella di più forte magnitudine in Deneb (22° stella più luminosa del cielo). Essa, come si vedrà, è stata oggetto di una prolungata attenzione mitologica e sarà in qualche modo protagonista delle successive riflessioni.

Il Cigno, com’è noto dalla densità delle sue presenze mitologiche, è un volatile di ragguardevole complessità simbolica, diffusamente presente nella simbologia delle religioni arcaiche, ma anche in quelle storiche. E’ noto il suo carattere di volatile migratore che percorre annualmente le rotte congiungenti il nord e il sud del mondo. A questi uccelli si associavano altre varie specie e più specificamente oche e anatre selvatiche che, proprio per il loro identico comportamento migratorio, ricevettero anch’esse in tempi arcaici identica attenzione mitologica. Questi stormi, una volta composti da un numero sterminato di esemplari, formavano vere e proprie scie bianche nel cielo a volte di tale uniforme spessore da velarlo quasi completamente.

All’uomo di allora, questo meraviglioso e ininterrotto corteo celeste che percorreva i cieli come un candido fiume, congiungendo, con precisa periodicità, l’ineffabile Nord iperboreo con il Sud, accompagnato da una coltre fittissima di piume, abbondante come neve, apparve evidentemente come l’omologia più pregnante del fiume uranico che fungeva da mediatore di mondi.

Si parla, nella circostanza, dell’arco luminoso della Galassia che abbracciava i due emisferi congiungendo, senza soluzione di continuità, la grande Croce del Sud, con quella del Nord e che, intersecando l’eclittica in precisi momenti solari dell’anno, realizzava quel peculiare implesso armillare, che gli studi del
duo de Santillana-von Dechend, hanno mostrato come un mitologema costante, incastonato nelle mitologie conosciute e fonte di una retrostante rituaria salvifica di stupefacente complessità.

Le vie dei cieli erano tutt’altro che perennemente disponibili e perché le si potesse percorrere era necessario che varie “porte” fossero aperte. Lo sciamano, per conseguenza delle sue capacità di conduzione dell’anima, era in grado di porsi in interiore omologia con le geometrie spaziali suggerite dall’osservazione del cielo, sperimentando l’esistenza “di quel cielo interiore che ci portiamo dentro”, che è la fonte di ogni omologia.

Fig.3 – La mappa precessionale del cielo boreale e australe ripartita per semiperiodi del “grande anno”. Deneb fu la polare all’incirca 17.500 anni fa come può vedersi scorrendo idealmente l’orologio delle ere.

Possiamo immaginare che egli, come già detto, si appoggiasse visionariamente a un albero specifico, considerato l’albero del mondo, trasposizione dell’albero della galassia, e ne percorresse il tronco contrassegnato da 7 o 9 tacche, come se queste rappresentassero le porte dei cieli di un mondo spirituale essenzialmente geocentrico.

Ma 17.000 anni fa accadeva qualcosa di estremamente significativo, di cui tra poco si dirà. All’epoca, infatti, come già detto, un astro contrassegnava, con un certo margine di approssimazione il punto polare del cielo, il perno della macina del mondo. Si tratta appunto della già citata Deneb (coda di gallina secondo la lingua araba) che rappresenta l’occhio del Cigno in alcune mappe, e la coda del Cigno in altre. Essa, con lo scorrere delle ere, pur rimanendo circumpolare alle alte latitudini, perse il suo ruolo e altre stelle (a volte) la sostituirono, ma per ciò che c’interessa evidenziare essa all’epoca rappresentava la meta ultima di ogni viaggio celeste: da qui la sua assoluta importanza nei secoli.

Per effetto del lento vorticare della ruota celeste su sé stessa, l’asse terrestre, proiettato idealmente in cielo, forma, in un arco di tempo ben conosciuto già dall’antichità, un caratteristico cono spazio-temporale, rappresentante quel fenomeno astronomico denominato precessione degli equinozi. Precessione perché il movimento apparente delle stelle e quindi delle costellazioni è contro-solare.

In periodi di tempo assai vasti, questa ideale matita cosmica, che traccia un’ideale circonferenza ondulata nei cieli (per effetto del moto di nutazione) incontra una stella visibile dalla terra. Questa diverrà la polare di un’epoca, il segno identificativo del polo celeste. Odiernamente il polo poco si discosta dall’ultimo astro della coda dell’Orsa minore, che è la più luminosa dell’asterismo.

Questo astro, rimarcherà la posizione polare ancora per centinaia di anni e, naturalmente, dopo il periodo di ulteriore ravvicinamento odierno, se ne discosterà poi progressivamente nei millenni a venire.

Deneb e il Cigno non smisero però, alle alte latitudini, di partecipare alla qualità spirituale delle Imperiture, continuando comunque a esercitare in ogni caso la loro attrazione nella mentalità dei popoli. La costellazione era, infatti, collocata in un punto altrettanto significativo dell’immaginario simbolico, visto che era posta nella prossimità del suo grembo oscuro, il punto denominato dall’astronomia moderna Grande Fenditura del Cigno, la dove, come due fiumi celesti si dipartono due divaricazioni luminose, che si ricongiungono in prossimità della costellazione dello Scorpione.

Nelle religioni storiche traspare in diverse occasioni la circostanza che il raggiungere la stella polare rappresenti il compiuto decondizionamento per sfuggire agli effetti della “ruota degli inganni”, come nel paragrafo precedente si è tentato di evidenziare.

Vogliamo riprendere una riflessione di Snodgrass, relativa a questo ordine di considerazioni (sia pure riferite al sole stazionario come “uscita dal tempo”), che così si esprime sul tema: “II sole stazionario e istantaneo sta allo zenit della volta celeste, alla sommità dell’asse del mondo. Risalendo l’asse e passando attraverso il Sole all’apice si raggiunge la liberazione dal mondo sensibile e si accede al mondo intellegibile” (A. Snodgrass: 2008,96).

Ci si domanda: quanto ragionevolmente possiamo risalire indietro, per comprendere di quanto possono essere arcaici i tratti di questa psicocosmogeografia spirituale?

Evidentemente senza documenti e in assenza della macchina del tempo non sapremo mai quando l’uomo abbia manifestato questa strutturata nostalgia per il Nord, baricentro stazionario del cosmo, e, a specchio, anche dell’uomo, che, raggiunto il proprio nord interiore, non è più soggetto al mutamento.

Si tratta di un “luogo dell’essere” contrapposto al divenire ciclico, testimoniato dal solenne vorticare dei cieli, pur esso partecipe in forma indiretta dell’eternità decondizionata cui allude il Buddha.

Questo non impedisce però di indagare indietro nelle ere, tentando di scrutare i pensieri di un’umanità che ci ha preceduto millenni orsono, che riteniamo convintamente fosse più prossima all’esperienzialità del mondo spirituale di quella degli uomini dei millenni e dei secoli a loro successivi. Del resto non fu Le Corbusier ad affermare che non esiste l’uomo primitivo ma esistono dei mezzi primitivi?

Questa collocazione è di grande importanza e ora, grazie agli studi paleo- astronomici di Michael Rappenglueck e altri, siamo in grado di avvicinarci ad alcune manifestazioni di pensiero dell’uomo arcaico, con mentalità più aperta e affatto condizionata dall’ideologia progressista contemporanea che ha bisogna di vedere, nelle ere trascorse, la figura semiferina del “primitivo” per giustificare la barbarie spirituale del presente.

Lo scopo del nostro cenno riguarda il commento di una delle immagini più note della preistoria, ovvero lo sciamano rappresentato in quella peculiare zona di Lascaux, significativamente denominata abside.

Questo è l’evento straordinario accaduto 17.000 anni fa, cui si alludeva, straordinario per il valore di testimonianza che assume ai nostri occhi, sempre bramosi (in quanto moderni) di documentazione oggettiva da sceverare.

Che l’intera scena, pur carica di ambiguità, concerna un aspetto della pratica sciamanica è asseverato da diverso tempo. A tale proposito possiamo tranquillamente riferirci a Mircea Eliade, notissimo studioso delle religioni arcaiche, che ha proposto sul tema una sua brillante interpretazione e una convincente bibliografia aderendo, di massima, all’interpretazione sciamanica fornita da Horst Kirchner (M. Eliade, 1979, vol. 1° pag. 29-30)

Chi dice sciamano dice, evidentemente, estasi e chi dice estasi sa che, per questo operatore sacrale, l’estasi si concreta, non solo nella mera usci
ta da sé, ma nella possibilità della sua “anima” di procedere lungo un itinerario preciso, ossia di guadagnare le concentriche sfere celesti, superando di volta in volta i limiti di ogni cielo, spesso facendosi largo tra terribili ostacolatori, per raggiungere infine il polo. In altre parole, come qualcuno disse seccamente: le porte del cielo vanno violate.

Si tratta di un universo assolutamente geocentrico la cui esistenza non è frutto dell’ignoranza eliocentrica. Questa conformazione “tolemaica” è propria dell’astronomia arcaica in cui, come scrive H. Corbin: “non sono le sfere immaginate nei cieli astronomici l’essenziale per spiegarne i movimenti, ma il movimento interno del pensiero, anteriore alla genesi dei mondi, cioè il movimento dei Cieli invisibili conosciuti da un’astronomia spirituale in grado di sopravvivere alle vicissitudini di un’astronomia fisica nella quale si era espressa. Ancora il ricercatore scrive:E’ capitato che degli storici ridicolizzassero tale universo gerarchizzato in Sfere concentriche, senza percepire l’Imago mundi trascendente di cui questo sistema del mondo è la proiezione. (cfr. H. Corbin: 2011, 66-67).

Fig.4 – La celebre ed enigmatica immagine del pozzo (abside) di Lascux cui solo in tempi relativamente recenti è stato attribuito un carattere sciamanico. La sua interpretazione da parte degli studiosi ha fatto davvero scorrere i proverbiali fiumi d’inchiostro.

Fig.5 – Lo studioso tedesco Michael Rappenglueck non solo ha assorbito l’insegnamento di Eliade circa l’estasi come viaggio celeste, ma anche proposto una topografia spaziale per indicare il luogo di destinazione di questo longevo operatore sacrale, da ricercare nel “cielo che ci portiamo dentro” osservando il cielo di fuori. Qui, nel “fondo” dell’immagine, sarebbe presente una sotto-immagine, un metatesto simbolico ossia la topografia di una cosmologia sciamanica. I tre occhi (dell’uomo, dell’uccello e del bisonte ferito) congiunti idealmente insieme compongono il “triangolo estivo” che ha in Deneb la polare.

Se in Eliade riconosciamo uno dei più accreditati sostenitori dell’ipotesi sciamanica, altri autori, nel tempo, sono entrati ancora più in dettaglio nell’interpretazione di questa scena, ipotizzandone una soggiacente struttura “psicoastronomica”. Del resto le figure presenti in Lascaux sono, per molti ricercatori, espressione di simbolizzazioni astronomiche, rese in forma animalesca. Lascaux in altri termini sarebbe un gigantesco planetario preistorico.

Pertanto, quando la coppia de Santillana Von Dechend, al termine dei loro studi, raggiunse l’eclatante conclusione che nelle mitologie arcaiche gli animali sono stelle, tale risultato se assunto come assioma e quindi aderendo alla loro convincente dimostrazione, a maggior ragione si dovrebbe estendere anche all’arte rupestre, espressione veritiera di arcaiche catasterizzazioni.

Gli animali quali stelle e costellazioni dell’arte rupestre rappresentano, seguendo in ciò la logica della ‘evoluzione regressiva’ proposta dalla coppia di ricercatori, l’origine stessa delle mitologie conosciute che ne ereditano pienamente la pregnanza simbolica fino ai tempi storici.

Fig.6 – Una ulteriore esplicitazione del carattere sciamanico proprio dell’astronomia spirituale, quella degli uomini “che vedono il cielo non con gli occhi della carne, né con gli occhi del cielo, ma con gli occhi della propria visione interiore”

Nello specifico, il già citato Michael Rappenglueck, ha, in qualche modo, dato ancor più concretezza alle parole di Eliade e con felice intuizione ha sovrapposto i componenti della scena rappresentata nel pozzo con il cielo dell’epoca sottolineandone le significative coincidenze astronomiche. Vi sono, infatti, caratteristiche specifiche da osservare:

– Gli occhi dei tre soggetti (uccello, uomo, toro, compongono un caratteristico triangolo che vorrebbe rappresentare il triangolo estivo, dove l’occhio dell’uomo coincide con Deneb.

– Lo sciamano in trance è posto in un’angolazione apparentemente innaturale rispetto all’ipotetico orizzonte. La sua inclinazione richiama fortemente, in ambito storico religioso, quella assunta dal corpo di Osiride giacente sulla pendenza di un’elevazione. L’angolo dello sciamano-uccello di Lascaux, rappresenta, secondo gli studi dell’antropologa Felicitas Goodman, l’angolo tipico utilizzato da certe iniziazioni scia
maniche da lei studiate in varie regioni del mondo finalizzate al conseguimento di determinati stati coscienza, di cui questa specialista ha parlato in pubblicazioni dedicate.

– Anche il carattere itifallico accomuna le due immagini con una differenza però sostanziale. Il fallo di Osiride è posto sull’ombelico e quindi nel punto aureo della figura umana e suo “centro”, in una sorta di autorigenerazione (“il nascere di nuovo” giovanneo?), invece il fallo della figura di Lascaux sta dove esso deve stare.

– Un altro elemento che può portare un contributo utile alle considerazioni che si stanno esponendo in questa relazione è la deformazione antropologica che la figura subisce. L’uomo di Lascaux, infatti, è dotato di una testa che sta assumendo una forma d’uccello. Si tratta di una maschera? Oppure stiamo osservando il fotogramma di una pellicola ovvero il “momento” che concreta una transazione teriomorfica (o teriantropia, che significa animale selvaggiouomo, unione del termine greco therion con antrophos), così come è presente in molteplici immagini dell’arte rupestre?

In effetti, osservando le mani deformate ci si accorge che questa ipotesi sembra assumere un maggior valore rispetto alle precedenti interpretazioni. Non saremmo quindi di fronte a un individuo mascherato da uccello, quanto piuttosto dalla trasformazione di un uomo in un uccello, modificazione concepibile in un universo percepito e sperimentato come un’unità vibratile (cfr. M. Schneider:1970, 173).

Fig.7 – In questa immagine si noti il perfetto allineamento a nord ottenuto dai preistorici realizzatori in un pozzo difficilmente accessibile.

Non dimentichiamo il grande potere che offre il suono in merito a questi eventi, riferendoci alla possibilità di “essenziare” la forma fisica di un essere nel suono che la rappresenta, richiamando qui una celebre osservazione dell’etnomusicologo M.Schneider. Egli raccontava un significativo evento accadutogli durante le sue ricerche in piena foresta equatoriale. Qui si avvide che il canto dei suoi accompagnatori era capace di concretare, per mezzo di un modello ritmico straordinariamente lucido, le varie fasi del volo della cicogna, che il ricercatore poteva “vedere”, chiusi gli occhi, in tutti i suoi caratteristici movimenti di volo.

L’etnomusicologo precisa che non si trattava di una precisa imitazione onomatopeica, ma di altro. Il canto dei suoi accompagnatori era piuttosto il suono creatore di una forma dinamica in pieno movimento, ossia:“…la cicogna stessa in volo” (M. Schneider: 1970,159).

L’etnomusicologo precisa che non si trattava di una precisa imitazione onomatopeica, ma di altro. Il canto dei suoi accompagnatori era piuttosto il suono creatore di una forma dinamica in pieno movimento, ossia:“…la cicogna stessa in volo” (M. Schneider: 1970,159).

Esperienze dell’umanità arcaica, ormai forse per sempre perdute nel mondo moderno, come del resto sono del tutto inaccessibili nello studio del mondo preistorico. La loro sopravvivenza in piccoli gruppi umani residuali è solo un indizio della loro possibile esistenza nel remoto passato. 

Non tutto però è congetturale. Il ricorso al suono come elemento portante della scena di Lascaux e quindi della struttura stessa dell’ideologia sciamanica, non è peregrino. Il già citato Horst Kirchner ha interpretato un diffuso e controverso oggetto preistorico, battezzato con il nome “bastone di comando”, come se questi esemplari fossero le bacchette del tamburo sciamanico, la cui esistenza archeologica nella preistoria è comunque ben documentata. Queste bacchette sono da taluno ascritte al rango di strumenti di collimazione astronomica e ciò non sarebbe poi in contraddizione con l’ipotesi sciamanica, ma anzi la suffragherebbe ulteriormente.

I tamburi costituiscono strumenti privilegiati per l’estasi sciamanica in quanto sulla pelle distesa oggetto di percussione, sono rappresentate delle vere e proprie cartografie delle tappe spirituali da compiersi in estasi (M. Eliade: 1974, 391).

Non possiamo omettere di ricordare che le grotte preistoriche erano, in qualche modo, davvero le cattedrali dell’uomo delle origini. Le stalattiti e le stalagmiti costituivano dei veri e
propri litofoni primordiali, che recano ancora impresi i segni delle mani degli esecutori di “spartiti” che rimarranno per sempre sconosciuti e che sono tuttora disponibili a consegnarci i loro suoni primordiali (si “veda” il lavoro svolto dal paleo-organologo Walter Maioli in alcune grotte liguri, Toirano per la precisione).

Non si dimentichi che l’impiego di altri strumenti a osso è riconosciuto persino nell’orizzonte neandertaliano, con il ritrovamento del flauto di Divje Babe detto anche “flautino di Lubiana”, che risale al 45.000 a.C., il quale, insieme ad altri reperti, riporta l’esecuzione di “musica” indietro nel tempo a decine di migliaia di anni. La possibile relazione tra “suono” e “trasformazione” poggia quindi su solide basi.

Scrive A. Collins a proposito della scena di Lascaux: “L’uomo uccello può essere visto come uno sciamano che viaggia in stato di estasi attraverso le varie dimensioni del Cosmo lungo l’asse del mondo e la Via Lattea e raggiunge il reame dell’altro mondo, l’area delle stelle circumpolari e dell’asse del cielo nel Cigno che era situato all’interno della via Lattea nel 14.500 a. c. “. (A. Collins: 2011, 45 )

A tale proposito abbiamo un documento significativo che ci proviene da una fonte etnografica e che troviamo legittimo assorbire nelle presenti considerazioni. Si tratta di un racconto sciamanico tunguso che stabilisce uno strabiliante ponte temporale tra ere lontane, dal momento che si salda con il mito dell’Apollo iperboreo, sovrapponendosi ad esso pressoché perfettamente. 

Al contempo, si può identicamente sovrapporre alla smilza figura rappresentata nell’angusto pozzo della grotta di Lascaux.

Così si legge in questo testo che richiama esplicitamente il carattere di terra senza male degli Iperborei: ”In autunno i cigni migrarono, lo sciamano volò con i cigni oltre il mare (…) Da oltre il mare cominciò poi a dirigersi verso la propria terra dicendo (…) io farò ritorno curerò gli uomini, guarirò i morti”. (cfr. Marco Duichin in Abstracta n. 34).

Viene da commentare: quasi un impegno messianico!

-Infine, tra i molti elementi presenti nel dipinto osserviamo il pennuto posato al vertice di un piccolo palo, verosimile ideazione dell’axis mundi al cui vertice è collocato questo uccello celeste che nel suo viaggio congiunge il cielo con la terra e che rappresenta verosimilmente il compagno del viaggio celeste dello sciamano.

Fig.8 – L’associazione dell’anima con l’uccello posato sull’albero cosmico è ubiquitariamente diffusa presso i popoli antichi dimostrando la persistenza di un tema che affonda in una preistoria davvero irraggiungibile. Qui abbiamo l’esempio egizio, ricordando che nel Libro dei Morti si descrive il defunto come un falco che spicca il volo.

Fig.9 – Il tema è d’altronde parimenti presente in ambito mesopotamico dove lo si rinviene su questo kudurru (pietra confinaria) assiro.

Fig.10 – Un altro documento proposto da A. Collins. Si tratta di due manufatti Yezidi denominati sanjak.

Fig.11 – L’uccello sul palo del pozzo di Lascaux costituirebbe una delle prove più evidenti di una forma di sciamanesimo arcaico, in quanto reca evidenti similitudini simboliche con l’agire rituale dei mediatori sacrali di area siberiana.

Di questo pattern si hanno diverse testimonianze nei secoli fino a giungere alle soglie della contemporaneità. A tale proposito, accostiamo a quanto appena esposto una testimonianza offertaci da un gruppo umano della Manciuria, una tribù dell’etnia tungusa, che ha il suo centro cultuale nella foresta.

Qui gli sciamani hanno organizzato lo spazio del nemeton, secondo le loro esigenze rituali di carattere estatico per cui alcuni pali di betulla, evidentemente assimilati all’asse comico o altrimenti alla “galassia albero” recano alla cima le sagome stilizzate del cigno. Ciò rappresenta un’ulteriore forte similitudine con l’uccello sul palo di Lascaux ad essa posteriore di ben 17 millenni! La presenza di altari in questo spazio rappresenta l’ulteriore conferma della sottrazione ierofanica dei luoghi alla profanità. 

L’illustrazione di questi prodigiosi manufatti simbolici crediamo che valga più di qualsiasi descrizione.

 

La luce del nord (intermezzo)

Il nord come “terra di luce” merita una breve incursione comparativa a causa del carattere ubiquitario che assume la nostalgia della luce iperborea presso le più diverse tradizioni.

Questa rimembranza, appunto, rappresenta il forte tema unificante di svariate esperienze religiose, cronologicamente succedutesi nelle ere sullo stesso territorio. Esse in realtà sono cronosituate in una sorta di contemporaneità, proprio per effetto del tema unificante offerto dalla meditazione sulla luce del nord, che le coniuga tutte, al di là del tempo computato dagli orologi e delle osservazioni degli storici. Nella circostanza si vuole ricordare l’operazione di restaurazione e presentificazione delle antiche dottrine iraniche, compiuta da un grande filosofo iranicoislamico, il visionario Sorhavardi, che fu, in qualche modo, il ripristinatore della filosofia della luce nell’Iran islamico e che ha trovato il suo mentore moderno, quasi fosse un avatar del medesimo, in H. Corbin.

Scrive Corbin, descrivendo il paradiso posto nella terra celeste:” ..Vi sono delle luci increate: è un mondo che secerne la propria luce come quei mosaici bizantini il cui oro illumina lo spazio che essi racchiudono perché cubi di vetro sono armati da una lamina d’oro; ed è un paese senz’ombra, popolato da esseri di luce che hanno raggiunto altitudini spirituali inaccessibili ai terrestri: Sono esseri dell’aldilà; Là dove cessa l’ombra che tiene prigioniera la luce ha inizio l’aldilà, ed è questo il mistero cifrato dei simboli del Nord. Allo stesso modo gli iperborei simboleggiano l’uomo la cui anima ha raggiunto una completezza e un’armonia tali da essere priva di negatività e di ombra, anima che non è né dell’oriente né dell’occidente”. (Corbin: 1971, 48)

Questo stato di assoluta purezza lo si ritrova nella mitologia indiana nella descrizione che riguarda il popolo mitico degli Uttara Kuru. Costoro vivrebbero in un luogo dove brilla costantemente un diverso sole “il sole di mezzanotte”. Questa umanità si compone di coppie di gemelli che tipizzano, in questa loro condizione di “binomialità”, uno stato ontologico di completezza originaria (una sorta di uomini-palla platonici). La configurazione topografica del loro paese è ulteriore dimostrazione. Si tratta di un paradiso situato all’estremo Nord, la cui forma è un quadrato perfetto come il Var di Yama, come le città smeraldine di Jabalqa e Jabarsa, come la Gerusalemme celeste. 

Fig.12 – L’aurora boreale è il fenomeno fisico che simboleggia l’uscita dal pozzo e la risalita al proprio zenith interiore. E’ infine una luce che è fuori di ogni relativismo è il giorno che splende in piena notte e converte quella notte in giorno

In un contesto proprio del mondo iranico, ovvero della filosofia dell’antica Persia sulla cui profondità speculativa si innesta il ramo profondo dell’Islam si concepisce perché l’arcangelo ordini al profeta visionario di spogliarsi della propria veste, ovvero del corpo materiale e degli organi della percezione sensibile, se vuole raggiungere Il polo celeste.

Gli avvenimenti di Eran Vej (“località” del mondo sottile) hanno come sede e organo il corpo sottile di luce. (H. Corbin: 1971, 49). Anche nel buddismo si trova espresso il tema della luce del nord, narrato come una vicenda mitica che riguarda Siddharta.

Qui si narra che alla nascita il Buddha fece sette passi verso nord (uttara, la regione superiore). Al settimo passo si fermò e con una voce simile al ruggito del leone gridò: “Sono al vertice del mondo, sono il migliore del mondo, sono il primo nato del mondo, questa è la mia ultima nascita, per me non ci sarà più nessuna altra esistenza”. Infatti, con quest’ultimo passo Buddha aveva raggiunto la Stella polare a Nord, l’apice della volta celeste, il centro della rotazione della sfera celeste e Porta di uscita del cosmo. Con i suoi sette passi il Buddha si pone al vertice dell’universo, dopo aver percorso le sette direzioni dello spazio, qui immaginate soprapposte come i pioli di una scala sciamanica, coincidenti con le direzioni planetarie.

La settima direzione o settimo raggio è intesa parimenti come il passaggio attraverso la porta del Sole simplegade di cui si è accennato nelle considerazioni precedenti.

Raggiungendo la Stella Polare Egli ha trasceso le condizioni spaziali e temporali ed è tornato al centro originario dell’universo, secondo un programma rituale di revulsione dallo spazio-tempo, su cui Eliade ha portato più volte all’attenzione il lettore nelle sue pubblicazioni. Si tratta di un apparato rituale destinato a sconfiggere il tempo o quanto meno l’illusione del tempo.

Il Buddha è allo zenit dell’universo e anche nel “luogo più antico”, il punto che è all’origine del tempo e perciò può dichiarare di essere “il primo nato, il più antico del mondo”.

Raggiungendo la stella polare è contemporaneo all’inizio del mondo. “Ha abolito il tempo e la creazione, e si trova, ora nell’istante atemporale che precede la cosmogonia” (A. Snodgrass: 2009, 105).

Per concludere aggiungiamo due parole su come intendiamo sviluppare nel prosieguo il nostro discorso. Nelle successive pagine seguiremo la vicenda spirituale degli asterismi che hanno contrassegnato il “polo” cogliendo, nel corso delle ere e delle civiltà, alcuni significativi esempi della presenza del tema presso vari popoli.

Queste testimonianze saranno peculiarmente correlate alla relazione tra destino dell’anima post-mortem e il suo possibile percorso celeste. Un tragitto che l’elemento animico deve seguire per raggiungere il Nord, ritenuto il luogo paradisiaco cui, nostalgicamente, si aspira a fare ritorno. Tutto questo avverrà in una rapida, suggestiva carrellata che, senza rinunciare all’approccio simbolico, unito a un indispensabile contributo scientifico, ci condurrà, in uno snello percorso, dalle ulteriori testimonianze del mondo antico fino nel cuore della Roma augustea.

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(Articolo di Antonio Bonifacio, tratto da: http://www.simmetria.org/images/stories/pdf/rivista_28_2013_a5.pdf)

Indirizzo Internet: http://www.simmetria.org/

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