INTRODUZIONE AL CICLO AVATARICO, DA MATSYA A KALKI

di Giuseppe Acerbi

Fig. A

Come abbiamo già delineato altrove, richiamandoci ad un assunto puranico (che pone il numero delle principali “Discese” di Vishnu in relazione alla dottrina degli Yuga, ossia indirettamente alle “Gambe” del Toro del Dharma, il Ciclo Avatarico vishnuita si conforma distributivamente nella sua cronologia allo schema manvantarico (1). Vi sono tre possibilità generali di interpretazione, a questo riguardo; una delle quali è però la sola veridica, a nostro avviso, a meno di ammettere un”illogicità nella linea mitologica dell’Induismo. Se noi presentiamo infatti graficamente la questione, tracciando un cerchio (di 360°) con dieci settori circolari di eguale ampiezza (36°), corrispondenti simbolicamente all’intero Caturyuga, constateremo che codesti dieci settori – individuanti ciascuno un singolo Avatâra – abbracciano dieci archi di circonferenza reciprocamente equivalenti (vedi fig. A). Tale espediente grafico ci offre l’idea approssimativamente della  manifestazione avatarica lungo tutta l’estensione temporale del Manvantara (2). Ma potremmo anche rappresentare diversamente la distribuzione delle principali “Discese” di Vishnu. Ad esempio, supponendo che gli Avatâra non abbiano a che fare con i 10 Emicicli di 6.480 anni, che sappiamo caratterizzare l’intero Manvantara (sui quali vide infrâ oltreché alla n. 2); bensì semplicemente con le grandi congiunzioni planetarie (ibid), che son dette apparire all’inizio ed alla fine di tali Cicli, ogni fine essendo simultaneamente un nuovo inizio. In questo modo, ciascuno dei Dieci Avatâra andrebbe ad individuare nel nostro cerchio supposto non un arco di circonferenza, ma un singolo punto di questa. Si dovrebbe allora intendere la loro “Discesa” non tanto in senso ontologico, quanto cosmologico; o meglio come presenza effettiva, storica, nel mondo manifestato. 

Fig. B

Senonché, a questo punto, sorgerebbe il problema della giusta collocazione di codesti personaggi mitici nell’ambito dei quattro Yuga. Infatti, se ponessimo per ipotesi che il Primo di essi (Matsya) segnasse l’inizio del Manvantara (vedi fig. B), si avrebbe necessariamente, osservando la relativa distribuzione degli altri Nove, che il Decimo (Kalki) andrebbe ad occupare un posto il quale in nessuna maniera potrebbe competergli; cioè l’inizio del Kaliyuga, vale a dire della nostra Era. Mentre, sappiamo bene dai testi scritturali induisti – pur promulgati in epoca relativamente recente, in accordo con le necessità della Quarta Età – che la manifestazione umana del Decimo Avatâra al momento della loro compilazione non era ancora avvenuta, essendo riservata a tempi futuri. Se d’altra parte facessimo finire il Kaliyuga con Kalki (vedi fig. C), ne deriverebbe uno spostamento conseguente dei Poli avatarici; onde sapremmo con chi inizierebbe il prossimo ed Ottavo Manvantara (dato che in tal modo la fine del vecchio Ciclo e l’inizio del nuovo verrebbero a coincidere), non però con chi sia iniziato il Settimo ed attuale di codesti Cicli. E la cosa non avrebbe in verità molto senso, in quanto è il numero 10, e non il 9, a definire interamente un Ciclo cosmico. Rimane dunque possibile, per esclusione delle altre, solo la prima ipotesi (fig. A), che tuttavia e ancora tutta da verificare. Vi sono però dei dati, all’interno della tradizione induista, i quali sono di per sé inconfutabili; sicché proveremo ora ad esaminare se la nostra prima ipotesi possa essere atta a spiegarli in maniera soddisfacente. 

Fig. C

Ora, è dichiarato nel Mhbh., Âdip. – ii. 3 che la contesa tra Paraçurâma e gli  Kshatriya, divenuti eccessivamente orgogliosi, sia avvenuta alla fine dell’Epoca Tretâ, ossia poco prima del passaggio alla Dvâpara; mentre quella tra i Kuruidi ed i Panduidi è assegnata alla fine della Dvâpara (verso 13), tanto che la morte di Krishna o di Parikshit segna, com’è noto, l’inizio della Kali.  Se vogliamo però comprendere approfonditamente la questione, dobbiamo altresì tener conto di una regola valida in campo astrologico e nota nella pratica oroscopica, applicandola ivi per analogia, su un piano più generale. Questa norma tiene conto del cd. “valore cuspidale”, secondo cui un determinato pianeta entrando in un Segno si esprime con maggiore :intensità all’inizio ed alla fine di esso, più che nel mezzo; con una differenza fondamentale, tuttavia; l’inizio caratterizza l’espressione dell’astro in sede sottile le la fine quella del medesimo sul piano sensibile (3).

Allo stesso modo, si potrebbe pensare che nell’arco del periodo di 6.480 anni l’apertura del Ciclo indichi il passaggio di dominio da un Avatâra ad un altro; il periodo intermedio la durata, per così dire, della carica di tale Avatâra ed il momento finale il termine del mandato celeste conferitogli. Per analogia con la regola suaccennata, ne dedurremo che si avrà dapprima l’esercizio della funzione sul piano sottile ed infine la manifestazione di codesta funzione a livello umano (praticamente, la vera e propria “Discesa”), con la quale il Ciclo determinato dall’entrata in carica di un dato Avatâra giunge a conclusione. Tornando alle figure B e C, osserviamo che queste sono accettabili solo a patto di considerarle in relazione all’inizio ed alla fine dei rispettivi Periodi Avatarici (4). Abbiamo già accennato al tema delle grandi congiunzioni planetarie, base astronomica della suddivisione denaria del Manvantara. Ci pare ora il caso di affrontarlo più da presso. Come attestato da varie parti, non solo in India ma pure nei paesi islamici, nell’antico Vicino Oriente e, per via indiretta, anche nell’Ellade classica e nella tarda latinità – senza volerci spingere più oltre, onde non suscitare questioni fuorvianti per l’argomento in discussione – si ha nozione nell’ambito della scienza cosmologica di congiunzioni astrali particolarmente potenti nelle loro influenze, per via della partecipazione alla loro formazione di tutti i pianeti visibili del sistema solare. Chi ha esperienza diretta di Astrologia sa quale importanza abbiano in codesto dominio le congiunzioni astrali, pur solo parziali di due o tre pianeti lenti (Marte, Giove, Saturno); e quale veicolo di potenti e decisivi influssi – malefici o benefici che siano – costituisca il cumulo planetario (stêllium) in una determinata Casa dello Zodiaco. 

Ragion per cui si può ben immaginare che fattore di squilibrio o di riequilibrio possa rappresentare l’unione (scr. yoga) di tutti e sette i pianeti in un arco di pochi gradi (la famosa “linea retta” di Beroso); ossia non più di 30°, vale a dire nell’ambito di un solo Segno zodiacale. È notizia nella letteratura cosmologica paleoccidentale, la quale fa capo idealmente all’antico Egitto, di un grave cataclisma avvenuto tempo addietro, circa dodicimila anni fa (esattamente, secondo il calcolo astrale, attorno al 10.960 a.C.), in area atlantica; esso avrebbe comportato, secondo quanto risulta in base ai molteplici dati fornitici dal folclore di vari paesi, cambiamenti della superficie terrestre simili che un intero continente sarebbe andato sommerso ed altri resi inospitali dal brusco mutamento di clima. Tanto che alcune ulteriori regioni, prima inabitabili, sarebbero divenute tutto d’un tratto favorevoli all’insediamento umano. La data precisa dell’avvenimento parrebbe registrata scrupolosamente in Egitto da una celebre pittura murale, lo Zodiaco di Dendera. Codesto dipinto mostra, infatti, uno Zodiaco che presenta al Punto Vernale non già l’Ariete, bensì il Leone (5). Come si rileva da un breve calcolo, tenuto conto che oggidì l’Equinozio di Primavera ricorre allorquando il Sole sorge a 0° nel Segno dei Pesci, il periodo astronomico questione risale a circa tredicimila anni fa (2.160 X 6 = 12.960) (6). Si potrebbe mettere in discussione l’accostamento tra lo Zodiaco di Dendera e l’immane calamità – “diluvio di Acqua”, dichiarano le più disparate tradizioni, di contro al “Diluvio di Fuoco” di là da venire, del quale è tracciata un’immagine potentissima pure nel V. Testamento (7). È probabile tuttavia, per ragioni che chiariremo in seguito, che almeno due cataclismi dei quali uno minore o parziale, siano avvenuti in questo enorme arco di tempo; onde le testimonianze riguardo codesti avvenimenti hanno finito per sovrapporsi nella memoria dei posteri. Sta difatto che, nella cosmologia cristiana medievale, identificava tout court il già trascorso “Diluvio di Acqua” delle tradizioni pagane con quello di Noè (8); ed una futura Conflagrazione (od Epìrosi), attribuita dagli antichi ad un avvenire imprecisato, con il “Diluvio di Fuoco” imminente del N. Testamento (9). Comunque sia, vi sono molti dati in altre tradizioni, soprattutto in quella indiana, che possono confermare la validità delle suddette identificazioni e della supposta collocazione cronologica dei due accadimenti descritti.

Dakshinaranjan Shastri parla infatti in una sua ricerca sul culto degli Antenati (10) di alcuni giorni speciali del calendario hindu, denominati Yaganta; ed indicanti, come spiega l’etimologia del vocabolo stesso (Yuga-anta = “Fine degli Yuga”), i Quattro Segni zodiacali i quali allorché trovansi al Punto Vernale presiedono al passaggio da un ciclo epocale all’altro. Formalmente tali giorni si presentano come momenti annuali e rituali, ma è ovvio che la cosa vada intesa in realtà quale aperto richiamo al trascorrere graduale del Caturyuga. l Quattro Segni in questione sono ad ogni modo quelli del Leone (Simha), dello Scorpione (Vriçcika), del Toro (Vriçabha) e dell,”Acquario (Kambha) (11); col quale ultimo dovrebbe iniziare, secondo la tradizione astrologica orientale, il nuovo Satyayuga (12). Codesti dati, estremamente precisi, ci offrono il mezzo per ricostruire lo schema zodiacale completo dell’inizio e della fine di tutte e quattro le Epoche cicliche. A cominciare dalla Prima Età, avremo così per essa la durata di un intero periodo processionale (dal Leone alla Vergine); per la Seconda Età – il Toro del Dharma perde una “Gamba” – solo i tre quarti del medesimo ciclo (dal Leone al Sagittario). Due quarti del ciclo sono invece attribuibili alla Terza Età, a propria volta caratterizzata dalla perdita di un’altra “Gamba” (con conseguente passaggio del Punto Vernale dallo Scorpione ai Gemelli); si deve alfine assegnare un quarto dell’intero ciclo alla Quarta Età, restando agibile un’unica “Gamba” (col passaggio terminale dal Toro ai Pesci) (13). Dallo schema di cui sopra applicato ai Cinque Mahâyuga (14) risulta che l’Età del Leone, il cui inizio ricorreva circa 13.000 anni fa, dovette segnare la fine del IV Grande Anno ed il principio del V. L’uno e l’altro sono simboleggiati rispettivamente dall’Elemento Acqua e dall’Elemento Terra ed, inoltre, dal prevalere tra i Punti Cardinali dell’Ovest e del Nord (15). O, tra i Pañcajana (16) – le mitiche “Cinque Generazioni”, secondo noi corrispondenti parzialmente alle Caste – dall’avvento prima del Varna dei Vaiçya (associato emblematicamente al Colore Blu), il cui apice dovrebbe essere rappresentato secondo la cosmografia induista dal sorgere ad Ovest del Mera (Vi. P. – ii. 2, 23) del Ketumâla-varsha identificabile secondo noi all’Atlantide platonica (17); e dal predominio poi del Varna degli Çudra (avente per emblema il Nero), la cui supremazia sembrerebbe invece essersi manifestata nelle plaghe settentrionali dell”Eurasia (vedi mito dell’Uttarâkuru, un Dvîpa da non confondere in questo caso con quello paradisiaco l’Illâvrita), all’interno dell’attuale distribuzione geografica delle terre emerse. Tale osservazione ci sarà di aiuto nell’esplicazione del fenomeno delle congiunzioni planetarie, precedentemente esaminato; ciò che è infatti il tema cosmologico fondamentale del Timeo platonico, più che non l’Atlantide stessa.

Fig. D

Peuckert (18) c’informa citando Seneca (Naturâles Quaestiônes iii. 29), che il “Diluvio di Acqua” (19) era avvenuto allorché i pianeti (visibili) si trovavano tutti allineati in Capricorno (simbolicamente nel Solstizio Invernale dell’Anno Cosmico, apportatore pertanto di un’inondazione); e che, viceversa, il “Diluvio di Fuoco” sarebbe sopravvenuto allorché i pianeti si fossero trovati tutti congiunti in Cancro (Solstizio Estivo dell’A.C., apportatore analogicamente di una Conflagrazione). A questo proposito e da sottolineare che la Smriti induista colloca in Cancro, approssimativamente a 0°, seppur mediante una congiunzione più ristretta (Surya, Candra e Brihaspati) la fine del Kaliyuga (20). Dovremmo or dunque ritenere che un’unica dottrina cosmologica si sia diffusa dall’Oriente all’Occidente o viceversa, magari con centro d’irradiazione la Mesopotamia sumerica (21). Se poi aggiungiamo che nelle “Centurie” di Nostradamus (il celebre sapiente ed astrologo di origine ebraica del XVI sec.; invero un siciliano dal nome latinizzato, dopo essersi trasferito in Francia) è il Solstizio Estivo che di nuovo è preso di mira (22), il quadro diviene completo. Anche la tradizione vicino e medio orientale, che prima ad opera di Eraclito e Platone indi di Beroso e Zenone è pervenuta sino a Seneca, arriva d’altronde alla medesima conclusione (23). Possiamo da tutto ciò dedurre che, secondo la sapienza tradizionale diffusa in area indomediterranea, allorquando i pianeti si trovano congiunti in Capricorno al principio del V Grande Anno (mentre al Punto Vernale spuntava il Leone) una grande inondazione abbia sconvolto la Terra quale frutto funesto delle tremende influenze planetarie. Se poi alla fine del nostro secolo, quando il Punto Vernale si troverà in Acquario, avverrà o meno la Conflagrazione pronosticata e temuta (24) non sono fatti che riguardano la direttamente la discussione della nostra tesi.  Ne consegue, però, che da siffatta pretesa evenienza sia deducibile in via teorica la nozione del regolare svolgersi di tali Grandi Congiunzioni e del loro ritmico rapporto con i numeri cosmologici prima esaminati. Per codeste Congiunzioni Planetarie è così teorizzabile uno schema progressivo sul tipo di quello già delineato per i Dieci Avatâra, ovverossia il seguente, in riferimento al nostro Caturyuga (vedi figg. D e E): 1) congiunzione (♂) in Capricorno () all’inizio del I G.A., 2) ♂ in Cancro (♋️)  all’inizio del II, 3) ♂ in ♑ all’inizio del III, 4) ♂ in ♋️all’inizio del IV, 5) ♂ in all’inizio del V. Il prossimo Manvantara invece, procedendo ad ordine inverso (25), dovrebbe cominciare con la ♂ in  ♋️ e terminare in   ♋️. In questo modo noteremo che, dei 14 Manvantara dei quali è formato il Kalpa, i 7 a numero dispari (I, III, V, VII, IX, XI e XIII) inizieranno con la ♂ in ;  mentre gli altri sette, a numero pari (II, IV, VI, VIII, X, XII e XIV), inizieranno con la ♂ in ♋️.

Fig. E

Nello schema avatarico dovremo tener conto pure delle congiunzioni di mezzo (26), che avvengono probabilmente – a giudicare dall’importanza loro data nei testi hindu – in Ariete () ed in Bilancia (♎), cioè negli altri due Segni Cardinali (oltre il ♑ ed il ♋️); sicchè il quadro ciclico generale già analizzato può essere così completato; I Avat.: ♂ in , Il Av.: ♂ in ♎, III Av.: ♂ in ♋️, IV Av.: ♂ in , V Av.: ♂ in , VI Av.: ♂ in ♎, VII Av.: ♂ in ♋️, VIII Av.: ♂ in , IX Av.: ♂ in ,  X Av.: ♂ in ♎.  Lo schema suddetto è compilato secondo il punto di vista (fisso) dell’Astrologia Tropicale. Secondo il punto di vista (mobile, ma altrettanto valido) dell’Astrologia Siderea, le Grandi Congiunzioni sopra analizzate ricorrono viceversa in relazione alle posizioni vernali. Vale a dire, seguendo lo stesso ordine e considerando la connessione dei Periodi Avatarici con i 4 Segni Cardinali (, ♎, ♋️, ♉), ciò significa in realtà che le Grandi Congiunzioni avvengono ai Solstizi ed agli Equinozi, secondo il normale simbolismo dei Segni (♑ = Solstizio Invemale, ♎ =  Equinozio Autunnale, ♋️ = Solstizio Estivo, ♉ =  Equinozio Primaverile). E dato che lo schema sidereo dei Segni non è fisso come quello tropicale, bensì varia di 3 Segni al Punto Vernale ogni 6.480 anni ovvero ogni singolo Periodo Avatarico, si deve arguire che le Settemplici Congiunzioni dei Sette Pianeti visibili finiscono per cadere costantemente nel Segno del Toro; precisamente attorno approssimativamente a 30° del Segno (equivalenti per convenzione 0° dei Gemelli), ma sempre comunque nell’ambito del medesimo, come ci potrà confermare un’occhiata alle posizioni planetarie dell’inizio del prossimo Manvantara (di cui abbiamo già offerto una datazione precisa e non e dunque il caso di ripeterci). L’unica precisazione da doversi fare riguardo il prossimo Manvantara è che sia lo schema dei Segni dominanti il Punto Vernale, sia quello simbolico dei Solstizi e degli Equinozi, risultano invertiti rispetto ai corrispondenti cicli del Manvantara attuale. Unico riferimento costante saranno, invece, le Grandi Congiunzioni in Toro. Ora, l’ultima decade del Segno del Toro appartiene secondo la suddivisione degli asterismi lunari ad Orione (scr. Mrigaçiras), più o meno; la mediana ad Aldebaran (Rohiní) e la prima, grosso modo, alle Pleiadi (Krittikâ). Si comprenderà, adunque, l’importanza assunta nella simbologia tradizionale di ogni tempo e luogo dalle tre costellazioni citate e soprattutto dalla prima; definita in India non per nulla Kâlapurusha, cioè “Signore dei Cicli Cosmici (27), secondo quanto si capisce dal quadro cosmologico che abbiamo appena ricostruito. La presenza di Orione nell’emisfero boreale è visibile nella porzione meridionale del cielo; mentre nell’emisfero australe, ov’è la Croce del Sud che funge attualmente da Polo Celeste al posto della Stella da noi definita appunto “Polare”, la situazione astronomica descritta appare ovviamente rovesciata. E noto peraltro attraverso gli studi di Tilak (vedi The Orion) che l’asterismo di Orione, insieme ad Aldebaran (la Settima Pleiade, considerata l’Occhio del Toro Celeste) ed alle Sei Pleiadi (sue mitiche “Sorelle”, nell’Induismo reputate assieme alla “Settima” le Saptamatrikâ ossia le “Sette Madri” della Manifestazione; le quali compaiono analogamente come mogli dei “Sette Saggi” o Saptarishi, presiedenti all’Orsa Maggiore, definita appunto in sanscrito Saptariksha = “Sette Orsi”), trovasi al Punto Vernale nel periodo tra il 4300 ed il 2500 a.C. circa. È questo il momento medesimo in cui, secondo i nostri dati esposti in precedenza, è cominciato realmente il Kaliyuga, la datazione letteraria dell”evento essendo invero fuorviante. Analizzando di poi il movimento celeste del suddetto Nakshatra di Mrigaçiras, in rapporto non solo alle Grandi Congiunzioni (nei Punti Cardinali) dei Periodi Avatarici, ma pure ai Segni presenti al Punto Vernale all’inizio ed alla fine delle suddivisioni interne del Caturyuga (Yuga e Mahâyuga), ci accorgeremo dell’influenza avuta da codesta costellazione – insieme ad altri grandi rivolgimenti cosmici – nella determinazione delle Epoche cicliche (28) Il tutto dà ragione perciò della presenza ossessiva del simbolismo del Cervo (e dell’Antilope) o del Toro, nonché del cacciatore o del Mandriano, nelle culture indoeuropee ed altrove. Si pensi al ruolo del “Selvaggio Cacciatore” (29) dall’India alla Grecia; od alle varie cavalcature cervine, nonché taurine, delle molteplici deità indomediterranee ed arioeuropee. Oppure a Nandin, il Toro di Mahâdeva che è del tutto eguale al Toro del Dharma; ora cavalcatura del “Fratello” di Yama, ora costui medesimo in altra forma.

Dharma, il dio dell’ordine e della Giustizia, è nell’induismo concepito d’altronde come identico a Kâla (cfr. con Krónos, il Nómos o Demone-antenato ellenico, quale nume argenteo ovvero Signore del Tempo e della Morte) e figlio di Yama (corrispettivo indiano del latino Iânus quale nume aureo e “ Signore degli Inizi”). Secondo la Ri.S – vi. 74, 4 per mezzo di Dharma, o più precisamente del Dharmapâça (Kâlapâça, cioè il “Laccio del Tempo”), Varuna (l’Urano indiano, ivi però demonizzato ed identificato a Kâla) tiene a bada gli Asura. La qual cosa ci fa ricordare il Crono ellenico, che domina i Titani. Vedi anche sulll’argomento il Mhbh., Udyogap. – cxxviii. 44-7. Al quadro astrale appena delineato dovremo, tuttavia, aggiungere che anche il Polo Celeste è mobile; e di ciò dovettero avere nozione ben presto, in India ed altrove, gli antichi saggi scrutatori del cielo (cfr. Mait. U. – i. 4). con il solito procedimento a ritroso si possono calcolare quindi i seguenti dieci mutamenti dei Poli (tenendo a riferimento lo schema precedente): I Avat. : Lira (30) , Il Av.: Testa del Dragone, III Av. : Orsa Minore, IV Av.: Testa del Dragone, V Av.: Lira, VI Av.: T. del Drag., VII Av.: O. Minore, VIII Av. : T. del Drag., IX Av.: Lira, X A1 T. del Drag. Ancora una volta, nel prossimo Manvantara, a causa del movimento oscillatorio dei Poli (31) le posizioni delle costellazioni circumpolari saranno differenti rispetto a quelle del nostro; pertanto a partire dall’O. Minore si arriverà alfine al Dragone. Ovviamente, schema ora presentato è valido anche per ogni altro Manvantara il numero dispari (I, III, V, e IX, XI, XIII); oltrechè per il nostro, il V. Al contrario, per i Manvantara sequenzialmente di numero pari (É IV, VI e X, XII, XIV) – oltre al prossimo, l’VIII – valgono posizioni polari opposte a partire dalla Stella Polare. Attualmente il Polo Celeste sarebbe teoricamente costituito dal Dragone” (32), seppur visibilmente sia la Polare ad averne già ereditato la funzione di perno centrale rispetto ai movimenti degli astri; dal momento che siamo molto prossimi alla fine di questo Manvantara e, conseguentemente, all’inizio del successivo. Si veda, per un riscontro mitico in Occidente di tipo motivo astronomico, la leggenda celtico-cristiana del ritorno di Artù – cfr., al riguardo, il celt. Arthos (“Orso”) con il gr. Arktos (“Orsa” particolarmente l’Orsa Minore) – alla “fine dei tempi’. Ossia alla fine di quella che i Romani appellavano “Età Ferrea” ed i Norreni “Eta del Lupo” (33):, insomma, per esprimerci in termini Hindu, alla fine dell’Era di Kali.

Da notare oltretutto che Artú nella saga graaliana è figlio di Uther Pendragon, l’eroe il cui nome significa infatti, letteralmente, “Testa del Dragone del Nord”. Si metta a confronto l”ingl. m. utter (“più in alto, più elevato”) col scr. urtara (id). Nell’antica lingua indiana troviamo altresì il termine Uttarâkuru, designante sia il Paradiso Terrestre sia più modestamente la leggendaria “Terra Settentrionale” di provenienza da parte degli Ârya; ove kuru (“terra, regione”) è sostantivo etimologicamente correlato  al gr. chôra (id.) ed uttarai un comparativo connesso all’ingl. m. utter, nel senso di “più elevato; esterno; nordico”. In ambito greco il ricordo di due Continenti mitici (scr. Dvîpa,) distinti, uno più artico e. l’altro semplicemente boreale, si è confuso ancor più che in India per riassorbimento dei tratti del del secondo mediante la celeberrima nozione di “Terra Iperborea”; inoltre si sono perse a tal proposito tutte le tradizioni concernenti i riferimenti astrali, onde poter collocare in modo cronologicamente preciso codesto mito, a parte un vago riferimento all’Età Aurea. Qualche lieve traccia è tuttavia perdurata, secondo quanto è lecito dedurre da leggende come quella di Astrea; una dea dal carattere virgineo la quale, avendo dimorato un tempo fra gli uomini, si tramanda si sia poi allontanata da essi in cielo prima dell’avvento dell’Età Argentea ormai delusa dal fatto che fosse venuta meno la giustizia sulla terra. È questa una chiara allegoria, onde significare che l’età dell”Oro (cfr. il scr. Kritayuga= “Età della giustizia”) sia giunta a termine allorché il Punto Vernale trovavasi nella costellazione zodiacale della Vergine (34). Il Ciclo Avatarico, preservatosi nell’Induismo (35) dalla letteratura epico-puranica, testimonia or dunque nelle sue dettagliate suddivisioni cronologiche che le Quattro Età mitiche di matrice indoeuropea si basano non su vaghe fantasie religiose, bensì sulla conoscenza di specifiche periodizzazioni dei moti astrali (36). Una prima delle quali concerne la situazione astronomica del Polo Artico, ed una seconda le precessioni delle costellazioni al Punto Vernale nello Zodiaco siderale; mentre una terza riguarda le Settemplici Congiunzioni planetarie nei vari Punti Cardinali dello Zodiaco tropicale.

In tutti questi cicli rinveniamo un’applicazione indiretta del principio ermetico che nel Pitagorismo ellenico è noto come “quadratura del cerchio”. Al primo di essi è riservata una periodizzazione completa dei suddetti moti (in 4/4); sia esso inteso con riferimento polare, precessionale o congiunzionale, fatto che corrisponde all’estendersi unitario del Satyayuga. Al secondo ciclo 3/4 della stessa periodizzazione, in relazione all’estendersi del Tretâ, cui vien meno 1/4 dell’intero moto; al terzo 2/4 in rapporto al Dvâpara, dimezzato nel moto ed all’ultimo 1/4, in corrispondenza al Kali, ridotto di 3/4 nel moto. Come a dire che il Tempo fugge sempre più di Età in Età, senza sosta; ma poi, tornando daccapo, riconverte inesorabilmente la propria corsa nel principio opposto a quello del moto. Vale a dire la stasi, che è difatti un emblema dell’Essere. Si consideri infine il simbolo del Kâlañjara, lett. il “Monte che trascende il Tempo” e che ne è quasi una condensazione in termini spaziali e paradisiaci; giacché detto “Monte” rappresenta in realtà una delle tante varianti del Meru la “Montagna Polare” per antonomasia, intesa in funzione di Axis Mundi (37). La stasi, del resto, non meno del moto è operata da quell’ente metafisico che si situa al di là di ogni antinomia ed è presente in noi tutti come Essere (Sar) Unico, trascendente il mondo fenomenico.

 

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Note

(1) Cfr. G. Acerbi, Kâlacakra. La Ruota cosmica – Tesi di laurea (con rielaborazione di futura pubblicazione), Venezia l985, P. ll, C.V, n. 50, pp. 502-13. Al problema si fa cenno in J. Gonda, Le religioni dell’India. Veda ed antico lnduismo – Jaca B., Milano 1980, P.ll, C.L, § 3, pp. 327-32; ed. or. Die Religionen Indies. Veda und alterer Hinduismus – Kohlhammer, Stoccarda 1960. Inoltre in D.A Soifer, Toward an Understanding of Vishnu’s Avatâras – Stoccarda Pur., Lug. 1976, Vol. XVIII, N° 2, pp. I43-4; e, più diffusamente, in R. M. Huntington, Avatâras and Yugas: an Essay in Purânic Cosmology –  Pur., Gen. 1964, Vol. VI, N° 1, pp. 33-5.  Quest’ultimo autore, tuttavia, nega che le “Discese” degli Avatâra avvengono secondo ritmi cosmici regolari; sicché e costretto, dalla sua incomprensione tecnica della questione, a percepire il numero decrescente delle stesse di Età in Età (4, 3, 2, 1) come un enigmatico paradosso, in contrasto con la crescente instabilità del Dharma (figurativamente del Toro del Dharma a reggersi sulle proprie “Quattro Gambe).

(2) Ci riferiamo al nostro Manvantara., ma lo schema può essere ritenuto valido anche per altri periodi manvantarici; anche se ci pare che la Tradizione non parli in modo specifico degli Avatâra di altri Cicli (cfr., a tal proposito, nel C.l della nostra ricerca segnalata alla n. 1 Kankâlamurti, un’icona riguardante però Mâhadeva piuttosto che Vishnu). Donde si trae la conclusione- che i “Dieci” (Dacâvatâra), normalmente elencati a parte dai testi, siano da considerare le figure avatariche per eccellenza. Tuttavia, bisogna pur sempre rarnmentare che in realtà tali figure sono di numero indefinito, giacché indefiniti sono i cicli temporali medesimi. Ed inoltre va sottolineato che e solo a titolo puramente illusorio, ossia sotto il profilo cosmologico, che viene affidato ad un essere il compito di provvedere al raddrizzamento spirituale di un’Epoca; infatti, sotto un profilo meno duale di quello vaishnava com’è per lo più quello çaiva, non si tiene conto degli Avatâra. O meglio, tutto ciò che esiste è considerato un’immagine perfetta e compiuta dell’Assoluto, per via della presenza interna in ogni essere del Divino (Antaryâmin). Vi sono, d’altronde, anche dei “Nomi di Potenza” (Vibhuti) di Çiva – ossia Yama o Varuna, Kâla o Kâma, Mrityu o Mâra, Vîrabhadra o Mahisha, etc – dei quali alcuni sono visibilmente in relazione con la suddivisione quaternaria del Manvantara (abbiamo affrontato in un altro scritto, ancora da pubblicare, la questione generale delle “Generazioni divine” indoeuropee); mentre altri costituiscono dei. ver.i. e propri paralleli shivaiti a certuni dei Daçâvatâra vishnuiti. Vedi ad esempio, tra questi ultimi, Matsyendranâth, Bhairava, Vâmadeva, Hanumat, e Mrigeçvara; secondo noi simbolicamente equivalenti, in modo rispettivo, a Matsya, Varâha, Vâmana, Râmacandra e Kalki (in cui l’Açva o la “testa di Açva”, corrisponde sacrificalmente al Mriga, od alla “Testa di Mriga”; ciò che è come dire Mrigaçiras, alias Brahmâ). È da notare, a questo proposito, che Bhairava è concepito talora dal punto di vista figurativo, allorquando è ritratto insieme a Kârttikeya e a Ganeça (a lui geneticamente antecedenti in tale raffigurazione), con il Cane per veicolo, anzichè colla ”Testa di Verro”; dato che egli svolge in codesto contesto la parte di terzo ed ultimo figlio di çíva, i quattro essendo in rapporto nel complesso con le quattro fasi principali del Caturyuga.  Per l’inserimento di Bhairava nella famiglia Shivaita cfr. la rara immagine di una pittura kangra del XIX sec. a. C., che illustra una sorta di “Viaggio Cosmico” (il Samsâra); ove Çiva-Mahâdeva è fiancheggiato dai suoi tre figli suddetti, in un ordine invertito rispetto a quello della loro rispettiva nascita culturale (S. Panthey, Iconography of Çiva in Pahâri paintings – Mittal P., Delhi 1987, tav. 53).  Circa le altre due citate filiazioni di Maheçvara è da rammentare che miticamente la prima di esse e quella di Skanda, benchè in realtà il loro significato possa essere benissimo ribaltato; in relazione questa volta con le tre fasi (sacrificali) del. Triyuga, ovviamente ponendo il capostipite divino non come “Signore dell’Eta Aurea” ma piuttosto quale “Signore dell’Età Argentea”, ruolo che d’alt’ronde è quello di norma più congeniale a Çiva. Si deve pure considerare il ruolo degli Avatâra minori (Vibhava = Emanazioni) di Vishnu (Dattatreya, Hayagriva, etc) ovvero quello delle manifestazioni parziali (Caturvyuha = “Quattro Porzioni”) sotto la dominazione generale di Paravâsudeva (= Vasudeva), l’Essere Supremo: vale a dire Krishna alias Vâsudeva (patronimico), uguale il fratello Baladeva o Balarâma alias Samkarshana, il figlio di Pradyumna ed il nipote Aniruddha). Codesti Vyuha sono unitamente chiamati Vaikunthamurti dal V. Dh.P. – iii. 85  e vengono rappresentati iconograficamente con una figura tetracefala, a quattro braccia; questa tetracefalia, ha verosimilmente, il medesimo valore di quella di Brahmâ,  a propria volta correlata sia con i quattro Yuga del Caturyuga, sia con i quattro Cicli minori del Satryayuga. Çiva stesso, per la verità, è talvolta raffigurato con i “Quattro Volti” (Caturânana), come mostrano le sue ipostasi di Kâla (cfr. il Vy.P. – i. 32,11-20, ove ai “Volti” menzionati corrispondono “Dieci Lingue”, ovviamente emblematicamente alle incarnazioni dei Daçâvatâra vishnuiti) o di Kâlacakra; una figura divina, questa seconda, la quale e strettamente apparentata alla prima, sebbene abbia avuto un particolare rilievo solo nel Buddhismo Tantrico.  Ora si rammenti, riguardo Paravâsudeva (non rappresentato nell’icona prima descritta), che egli equivale di per sé alla “Quinta Testa” di Brahmâ (ovvero al cd. Brahmaçiras per eccellenza, da intendere in senso trasposto ad indicare la forrma primordiale della Divinità durante la prima metà del Kritayuga), da Tilak identificata alla “Testa di Cervo” o “Testa di. Antilope” (Mrigaçiras) del Veda; la medesima che Çiva in quanto Kâla (tetracefalo), ha tagliato e sottratto a Brahmâ (pure lui tetracefalo, ma originariamente pentacefalo) sul Monte Meru, divenendo così il pentacefalo (Pancaânana) Mahâkâla. Tale pentacefalia ci rimanda, evidentemente, alla natura quinaria dei Mahâbhuta, i Grandi Elementi; determinanti i Cinque Mahâyuga (Grandi Anni) dei quali è formato il Manvantara (Eone), secondo una differente ripartizione ciclica rispetto a quella del Caturyuga. Ricordiamo ancora, infine, che oltre alla Caturvyuhamurti, Vishnu, Vasudeva possiede Dodici Vyuha secondari; probabilmente- identificabili ai “Dodici Soli” (Âditya) del Rigveda, presiedenti ai Segni zodiacali (Râçicakra) dell’Anno Sacrificale. Insomma, pure i numerosi Veicoli (Vâhana), gli attributi vari, le filiazioni molteplici, le diverse Forme (Murti) e persino le Armi più disparate (Disco,Tridente, etc.) delle quali un nume è dotato rientrano nella categoria generale delle manifestazioni cicliche di quel dio; onde le stesse possono, all’occorrenza, essere personificate separatamente. Parimenti tutte le deità hindu sono da concepirsi nella sorprendente vastità del loro insieme, quali raffigurazioni ipostatiche di una sola Divinità (il Brahmâ), dal carattere informe (Amurti) ed inqualificabile (Nirguna).

(3) Qualora si volesse mettere in dubbio la liceità dell’uso di tale concetto, converrebbe che ci si ricordasse che il vero problema nell’esame delle arti e delle scienze tradizionali e prima di tutto il comprenderle dall’interno, in base ai presupposti sui quali esse sono fondate, indipendentemente dal fatto che approvino o meno tali principi.

(4) Vi è in ciò una corrispondenza con lo spostamento dei corpi celesti e dell’asse equinoziale, dal momento che il grado 0° di un Segno è equivalente al grado 30° di quello precedente ( o susseguente, qualora si consideri la retrogradazione precessionale).

(5)  Per l’illustrazione dello Zodiaco di. Denderah cfr. E. Neumann, The Great Mother. An Analisis of The Archetype – Princeton U.P., 1974 (trad. dal ted. di R. Manheim, ed. or. n.c.), tav. 93. Si deve naturalmente tener conto che, per via della retrogradazione, il passaggio di un Segno al Punto Vernale  (entro 2. 160 anni) avviene da 30° a 0°. Ci sembra utile ora riportare un breve stralcio da un interessante libro del Tomas (A. Tomas, I segreti dell’Atlantide. Dalla leggenda alla scoperta delle tracce del continente misterioso – Mondadori, Milano 1976, C.I, p. 39; ed. fr. Le Secrets de l’Atlantide – R. Laffont, [ Luogo di ed. nc. ] 1969; tit. dell’ed. or. The Treasure of the Sphinx), in cu i. l’A. accenna a probanti testimonianze – tra cui lo Zodiaco suddetto – riguardo un cataclisma avvenuto circa 10-11 millenni av. l`E.V.: «Per generazioni il calendario di Dendera ha costituito per gli studiosi un enigma indecifrabile. I segni dello Zodiaco vi sono raffigurati a spirale e i simboli sono facili da riconoscere, ma il Leone si trova nell’equinozio primaverile. Tenendo conto della precessione degli equinozi, quest.o starebbe ad indicare una data tra il 10.950 e l’8.800 cioè proprio quel periodo nel corso del quale si produsse la catastrofe dell’Atlantide. Lo Zodiaco di Dendera e certo d’origine egiziana, ma potrebbe essere stato scolpito per commemorare un avvenimento lontano: latine dell’Atlantide e la nascita di un nuovo ciclo››, L’A. cita in precedenza (ibid cl., pp. 37-9) altri calcoli calendariali, dedotti dalle tradizioni indiane, persiane, mesopotamiche, egizie ed amerinde, i quali concorrerebbero nell’insieme ad indicare come possibile la datazione sopra proposta per il noto avvenimento descritto da Platone nel “Timeo” e nel “Crizia”. Il Tomas mostra inoltre di concordare con la studiosa sovietica E.F. Hagemeister nel ritenere che «la fine dell’era glaciale in Europa, la comparsa della Corrente del Golfo e l’inabissamento produssero simultaneamente, in modo approssimativo, verso l’anno 10.000 a.C.››. 

(6) Vale a dire, il Punto Vernale si è sino ad oggi spostato in retrogradazione, rispetto alla cronologia illustrata nello Zodiaco di Denderah, da 30° del Leone a 30° dell’Acquario; per quanto vi sia obiettivamente difficoltà nello stabilire l’esatta posizione in termini annuali e stagionali precisi. L’unica reale possibilità onde poter formulare una cronologia efficace e quella di far coincidere il ciclo precessionale con il ciclo delle Settemplici Congiunzioni planetarie, il quale per gli antichi era necessariamente limitato ai soli sette pianeti visibili. Si. consideri per il momento unicamente il punto d’arrivo del movimento precessionale, ossia il grado dello Zodiaco in cui si trova attualmente il Punto Vernale. La tradizione astrologica c’insegna che esso è a 0° dei Pesci. Ma come si son potuti stabilire in passato dei limiti celesti effettivi, che non fossero mera convenzione, bensì segnassero delle influenze reali? ‘Rimandando ad altra occasione futura una disquisizione approfondita sulla veridicità o meno di cotali influenze celesti e tenendo ora per buono, al di là di ogni pregiudizio modernistico, il punto di vista degli antichi al riguardo (il quale presenta nelle varie plaghe del globo un’omogeneità sconcertante, incomprensibile ai contemporanei), diremo solo che codesti limiti tra i Segni non sono che una semplice suddivisione duodenaria dell’unità in senso matematico, intesa cioè come un intero o meglio una totalità divisibile. Infatti, essendo il mondo fatalmente dominato secondo le credenze tradizionali più varie dalla legge di analogia, riflettentesi nei molteplici piani di esistenza, ne risulta necessariamente che l’unita matematica debba essere invero un’espressione sul piano numerico, vale a dire logico-razionale, dell’Unità metafisica dell’Essere. Parallelamente alla formula tardoermetica del primo verso del dodecalogo della Tavola Smeraldina (“Così in alto, come in basso”), abbiamo difatti in India un enunciato tantrico a proposito della legge di analogia che governa il cosmo; esso afferma viceversa, ma in modo specularmente complementare: “Come nel corpo, così nell’universo” (Yathâ pinde, tathâ Brahmânde).  La traduzione sommaria del sanscrito nei termini assai grossolani di una lingua europea moderna non rende abbastanza adeguatamente l’omologia tra l’Embrione sottile degli esseri individuali (‘Pinda) e l’Uovo del Brahma (Brahmânda); tuttavia, va da sé le due massime sopra menzionate rispecchino indubitabilmente uno sfondo culturale del tutto comune, di origine piuttosto arcaica. Nelle Scritture tantriche (Tantrasâravi)  si ha, d’altronde, una riflessione molto trasparente circa il senso simbolico dell’unita cronologica rappresentata dall’Anno Sacrificale (ossia dall’equivalente shivaita dello Yajña vedico) nei suoi sviluppi da un Segno zodiacale ad un altro, a partire dal Capricorno. Ivi la Ruota dei Segni (Râçicakra) – che allo Yajña s’identifica parzialmente, siccome il Râçicakra corrisponde per certi versi allo Yajñacakra, ossia al Kâlacakra – è intesa chiaramente quale passaggio del Sole, emblema dell’Unità metafisica, attraverso dodici stati (o stadi) simboleggianti dodici momenti di vibrazione della Coscienza Divina. Essi vengono così definiti (Abhinavagupta, Essenza dei Tantra, Tantrasâra  [2 voll.] – Boringhieri, Torino 1979  [ a cura di R. Gnoli], pp. 141-2; I ed. 1960): l. embrionalità, 2. desiderio di nascere, 3. tendenza alla nascita, 4. vicinanza alla nascita futura, 5. principio della nascita, 6. fatto di stare per nascere, 7. nascita, 8. esserci, 9. sviluppo, 10. maturità, 11. diminuzione, 12. dissoluzione. Tali stati sono certo presi a modello dalle fasi di sviluppo del seme vegetale, le quali fungono altresì da paradigmi di tutti ii movimenti ciclici di i manifestazione e dissoluzione ricorrenti nel cosmo. Le operazioni. astrologico-temporali (scr. Kal-ana, dal vr. kal = calcolare, come il lat. Cal-cul-us, da cal-cul-o = id.) sono difatti attribuite (ibid., iv.) da parte della tradizione tantrica. alla Dea del Tempo (Kâli=Annapürna), l’antica dea agraria che, sotto l’aspetto di Mâyâ, incanta magicamente il cosmo attraverso la molteplicità fenomenica. Mentre nell’aspetto terrifico Ella sopprime le forme create e, così, annullando il respiro degli esseri, li libera dalla loro soggezione alla Ruota Cosmica. Le stesse pratiche alchemiche dello Yoga sono da interpretare tal senso, al fine di annullare gli stati inferiori di coscienza, ovvero di nescienza, nello stato supremo. Anche le congiunzioni planetarie svolgono, a loro modo, un analogo compito. Sono, come nel caso dell’Illuminazione individuale, un mezzo autosacrificale attraverso cui il Signore si autorivela ciclicamente nelle proprie creature (ib.).
Ma torniamo al problema delle Settemplici Congiunzioni. Delucidato una volta per tutte il fondamento ontologico su cui si era basata l’Astrologia degli antichi – onde sgombrare eventuali pregiudizi nel campo – rimane da stabilire quali siano gl esatti punti di ripartizione tra i Segni zodiacali in sede spaziale celeste e, conseguentemente, quale sia il momento cronologico effettivo di partenza e di arrivo dei Cicli Avatarici. Abbiamo prima ammesso per ipotesi di scegliere come tempo provvisorio per misurare la durata effettiva dello spostamento precessionale di un Segno, in retrogradazione al Punto Vernale, il periodo ciclico in cui ricorre la Settemplice Congiunzione planetaria; ossia ogni 6.480 anni circa. Una conferma alla nostra ipotesi – in realtà una semplice deduzione – la possiamo trarre, del resto, attraverso una consultazione delle Effemeridi, constatando che in effetti l’attribuzione al momento presente del passaggio precessionale dai Pesci all’Acquario –  come avevamo sopra rilevato – si giustifica pienamente col fatto che il 3 maggio del Duemila tutte e Sette i Pianeti visibili si troveranno congiunti, sia pure in modo abbastanza largo, nel Segno del Toro (o del Cancro, qualora si consideri l’evento da un punto di vista tropicale, piuttosto che sidereo); ciò da ragione, quindi, della chiusura del vecchio ciclo precessionale e dell’apertura del nuovo. Siccome, ci tramanda indirettamente la Tradizione (tanto in Oriente, come in Occidente), codeste Settemplici Congiunzioni avverrebbero ogni 6.480 anni (ovvero all’inizio, nel mezzo ed alla fine del cosiddetto Mahâyuga o Magnus Annus Platônis; considerato a grandi linee della durata di 12-13.000 anni – si badi bene… Anni Sacrificali, non astronomici!), è evidente che l’Era zodiacale dei Pesci stia davvero per giungere a conclusione, cosi come vuole la Tradizione stessa. L’ aiuto di un buon astrologo al riguardo permetterà di comprendere meglio la nostra deduzione, senza dover scendere in ulteriori particolari.  Ma dato che molte, anzi tutte le profezie provenienti da più parti del globo – vide n.9 – sembrano convergere tra loro nell’indicizzare l’epoca odierna come il momento nel quale è destinato a terminare ciò che in India va sotto il nome di Kaliyuga ( il che vale pure per gli altri periodi ciclici equivalenti in ambito indoeuropeo e non) e, di conseguenza, l’intero nostro Manvantara (pigliando per buona la data attuale quale fine dell’Età Kali ed inizio dell’VIll Manvantara, dovremo ritenere prossimo un novello Satyayuga. In termini biblici potremmo parlare di fine della mitica Età inaugurata dalla Torre di Babele ed inizio di un successivo Ciclo Adamitico,  aperto da una nuova Era Paradisiaca; scopriremmo in tal modo, calcolando retrogradattivamente da 0° dei Pesci a 0° della Vergine (ossia, ciò che è la medesima cosa, da 30° dell’Acquario a 30° del Leone; secondo l’indicazione fornitaci appunto dallo Zodiaco di Denderah, con il Leone posto ad Est, ovvero nel luogo corrispondente all’Equinozio di Primavera), che l’evento supposto si è verificato, stando ai dati a nostra disposizione, attorno all’anno 10.960 a.C.
L’anno esatto e ottenibile moltiplicando 2.160 x 6. In questa operazione il moltiplicando dedotto dal numero di anni occorrenti a che il Punto Vernale si sposti di un intero Segno Zodiacale (30°). E dal momento che il fatto descritto sembra essere avvenuto attraverso 6 passaggi di Segno (dal Leone all’Acquario), in retrogradazione, il moltiplicatore risulta essere quindi 6. Un grado zodiacale trascorre retrogradattivamente durante 72 anni (cifra conosciuta nell’antichità forse per altra via rispetto alla nostra), per cui un Decano di Segno si sposta ogni 720 anni (72 x 10); e, di conseguenza, tre Decani di un intero Segno (720 x 3) trapassano nel Punto Vernale ogni 2.1.60 anni. La stessa cifra di 2.160 si ottiene più semplicemente moltiplicando il numero 20, indicante secondo lo schema geocentrico antico gli anni occorrenti alla congiunzione dei due pianeti visibili più lenti (cioè Giove e Saturno), per 108; vale a dire per il numero di congiunzioni che ricorrono nel periodo durante cui le stesse si spostano in progressione lungo le Triplicitates elementali (Terra, Acqua, Fuoco, Aria), fino a ritornare più o meno alla posizione iniziale. Nell’arco di una vita umana è possibile osservare questo ritorno, con uno scarto di circa 10° in 60 anni; donde si può facilmente calcolare che tale scarto sarà di 360° – ovvero 36 volte maggiore – allorché la congiunzione ritornerà al punto di partenza, dopo aver percorso a ritroso l’intero Cerchio Zodiacale attraverso i passaggi ventennali nelle varie Triplicità, entro 2.160 anni (60 X 36 = 2.160 oppure 20 X 108 = 2.160). Adesso sarà del tutto chiaro come la questione suaccennata degli esatti confini zodiacali tra i Segni nello spazio celeste sia un falso problema, da demandare alla ricerca sulle motivazioni dell’originaria decifrazione del calendario annuale; dobbiamo d’altra parte tener conto che non sono le costellazioni a generare le influenze, ma i Dodici Soli, o meglio le ipostasi del Sole stesso in funzione suprema. In altri termini, lo spirito divino (l’Âtmâ), che passando attraverso gli asterismi con il suo luminoso corpo visibile emette effluvi di luce eterea. Questi eflluvi, per così dire, sono trasmessi mediamente attraverso le costellazioni (non solo quelle zodiacali) o i pianeti, dalla sede suprema a quella infera, ed influenzando le vibrazioni psichiche di tutti gli esseri regolano armonicamente l’Ordine Cosmico. Le speculazioni di certi astronomi contemporanei sul fatto che in realtà le configurazioni degli asterismi presi in considerazione dagli astrologi antichi sarebbero formati da stelle non appartenenti alla medesima galassia, accomunate alle altre solo in prospettiva ottica umana e quindi fallace, non han dunque ragione di essere. Sono semplicemente da respingere come appropriazione indebita di un campo, l’Astrologia, che non è loro pertinente; poiché tale disciplina (scienza, arte o saggezza, o comunque la si voglia definire – ma tutte. e tre le definizioni sono valide) ha un carattere esoterico, che la rende del tutto estranea alla loro competenza.

(7) Siffatta cronologia postulata dallo Zodiaco di Denderah equivale più o meno a quella calcolata da Guénon per altra via. Infatti questi pone il “Diluvio di Acqua” della tradizione giudaico-cristiana 7.200 anni prima dell’anno 7.200 dell’Età mitica chiamata in India Kaliyuga. L’anno 270 di tale Era costituisce, al dire del ll’A., il momento di avvio del calendario ebraico. Siccome esso risale all’Equinozio Autunnale del 3.761 a.C., com’è risaputo, 7.200 anni prima (con uno scarto di tre mesi, ricorrente ciclicamente) corrisponderanno al Solstizio Invernale dell’anno 10.960 a.C. Il Guénon (cfr. la sua opera postuma sulle dottrine cosmologiche tradizionali) identifica senza mezzi termini il “Diluvio” noaico con quello atlantideo, .riferito da Platone; benché, nel caso dello scrittore greco, la cronologia da lui riportata nel “Crizia” lasci molto a desiderare, essendo colà indicata in termini addirittura di millenni (nove prima del millennio nel quale è composta l’opera). Ma ciò dovrebbe, a nostro avviso, essere inteso nel senso che tra il millennio della stesura del dato (I a.C.) e quello del’effettivo ricorrere  dell’avvenimento (XI a.C.) si erano inframezzati ben nove millenni. Si noterà, in aggiunta, come l’anno 720 prima dell’inizio del calendario ebraico, ossia il 4.480 a.C., venga a cadere esattamente in base al calcolo precessionale 6.480 (2. 160 X 3) anni fa, a 30° del Toro. Il che è come dire, nel linguaggio indiano, al principio del Kaliyuga (cfr. la teoria indù degli Yuganta alla n. 10); all’inizio cioè di un’Età che nella Gen. – xi. 4-9 si presenta sotto la metafora dell’edificazione della Torre di Babele da parte del gigante Nimrod, dai Persiani identificato ad Orione, tale leggenda adombrando cosmologicamente l’assunzione- dell’Axias Mundi (Punto Vernale) da parte dell’asterismo lunare di Orione, equivalente nello Zodiaco solare pressappoco all’ultima decade del Toro. Anche in tale occasione, vedremo, il calendario dei millenni ha segnato una data importante, a causa di insolite calamità cosmiche (vedi, n. seg.). L’anno 720 dopo l’inizio dell’Età designata con l’emblema della Babelica Torre coincide con il passaggio del Punto Vernale nella seconda decade del Toro, cui corrisponde dal punto di vista degli asterismi lunari il dominio di Aldebaran (la Settima delle Pleiadi, stelle particolarmente venerate da tutti i popoli antichi). Vorremmo ora menzionare un arcaico sigillo cilindrico mesopotamico (rinvenuto ad Ur), con incisi motivi iconografici stilisticamente apparentabili alle raffigurazioni dei sigilli della Civiltà dell’Indo. Esso compare in H. Mode, L’Antica India – Primato, Roma 1960, tav. 73, supera (ed. or. Das frühe Indien – G. Klipper, Stoccarda, data n.c.)  e presenta a nostro avviso l’immagine un po’inconsueta del Toro e dello Scorpione, evidentemente di valore zodiacale; dei quali il primo è collocato presso un albero, sicuramente l’Albero della Vita, con il sole ai propri piedi. Tutt’attorno stanno a far da cornice alcune serpi, emblemi palesi della ciclicità naturale; quasi a voler suggerire un’interpretazione cronologica del sigillo, insomma. ancora una volta l’inizio del Kaliyuga. (con il Segno del Toro al Punto Vernale). Purtroppo l’autore del libro, scambiando distrattamente il Sole raggiato per una mangiatoia (sic!), crede di trovarsi di fronte ad un qualsiasi ruminante e non aggiunge alcun altro commento signficativo. L’errore è qui talmente grossolano che, a considerare il ruolo negativo del punto di vista accademico nella cultura odierna, verrebbe quasi da rispolverare l’allegoria di un Vangelo Apocrifo; secondo la quale i falsi sapienti – ovvero i letteralisti – si porrebbero a guardia del sapere al modo dei cani che un tempo solevano adagiarsi all’ingresso delle stalle, non essendo in grado di nutrirsene essi stessi ed impedendo simultaneamente che altri – i buoi nel contesto, evidentemente i veri sapienti – si nutrissero al loro posto.

(8)  Cfr. sull’argomento il nostro art. La questione dei “Tre Diluvi” nella tradizione Ellenica – Algiza, Chiavari (di pross. Pubbl.), sgg.

(9)  G. Acerbi, Del preteso “milleranismo”. Profezie antiche e medievali sull’avvento dell’Età dell’Acquario – Algiza, Chiavari (in att. di pubbl.), § a.

(10) D. Shastri, Origin and Devlopment of the Rituals of Ancestor – Worship – J. Basu, Calcutta 1963 (tesi), p. 148

(11) Questi Quattro Segni ricorrono oltreché nella simbolica del Tetramorfo (vide n.4) pure in quella della Sfinge tebana, la nota “Figlia” di Tifone e di Echidna. L’essere composito da essa rappresentato ha infatti la natura simultanea del Leone (corpo), della Donna (capo e petto), della Serpe (coda) e dell’Aquila (ali). Cfr. in proposito il nostro art. Edipo e l’enigma della Sfinge tebana, già stampato su Heliodromos dell’Aut-Inv. 98-99.

(12) Su questo punto è certo d’accordo anche la Tradizione Occidentale. Cfr. G. Acerbi, Dante e Virgilio: profezie antiche e medievali sull’avvento dell’Età dell’Acquario –  Arthos (N.S., NN. 3-4, gen. – dic. 98), Pontremoli 1998, passim.

(13) Cfr. G. Acerbi, Note sullo sfondo cosmologico del Tetramorfo di Ezechiele – Bari (consegnato da tempo alla Riv. Nicolaus, Bari), passim.

(14) Vedasi il quadro cosmologico riassuntivo alla n. 19, confrontando inoltre la 7.

(15) Ibid.; per l’identificazione del Nord all’Elemento Terra cfr. a conferma R.J. Stewart, Le profezie di Mago Merlino. La predizione, la trasformazione psichica e il fondamento delle leggende del Graal in un’antica collezione di versi visionari – Meb, Padova 1989, P. II, C.VlI, p. 216, n. 17 (ed. or. The Prophetic Vision of Merlin – Routledge & Kegan Londra 1986). Nonostante il sottotitolo della traduzione italiana di questo ambiguo scritto ci sembri alquanto strampalato – ma la cosa non può andare del tutto a demerito dell’Autore – e finisca in definitiva per allontanare dalla lettura del testo il lettore serio, riteniamo tuttavia da parte nostra che il contenuto di codesto libro, dedicato agli aspetti magico-profetici dell”esoterismo britannico precristiano, risulti per certi versi pregevole; anche se talune improvvisate classificazioni, ivi riportate, e lo stile più in generale lasciano molto a desiderare. Si possono infatti ricavare dal testo dei dettagli tecnici come quello citato, che rivelano da parte dello Stewart sia la conoscenza corretta di dati cosmologici assai importanti, ancorché si trovino isolati in un contesto dispersivo; sia il contatto con fonti tradizionali autentiche, pur nei limiti indicati di una prospettiva realizzativa di natura semplicemente magica. Diversamente da lui invece il Georgel (G. Georgel, Les Quatre Âges de l’Humanité. Exposé de la Doctrine Traditionnelle des Cycles Cosmiques – Archè Milano 1976 [ II ed. riv. e compl. ], C.VlI, tav. a p. 232), quantunque sia dotato di uno stile più vigoroso e meno trascurato – insomma decisamente superiore – rispetto a quello dello scrittore anglosassone, nonchè di una prospettiva più chiara in campo esoterico (ma tendenzialmente soltanto speculativa), pone erroneamente l”Elemento Acqua anziché l”Elemento Terra in rapporto al Nord invertendo di conseguenza la loro collocazione anche nei confronti dell”Ovest.

(16)  G. Acerbi, I Pañcajana, “le cinque Razze” e i ‘Semi’ del Tarocco – Algiza, Chiavari, sgg (art. non ancora pubbl.).

(17) Id. La mitica terra dei Dravidi – Algiza, Chiavari, sgg (art. di prossima pubblic.).

(18) Cfr. W.E. Peuckert, L’Astrologia – Mediterranee, Roma 1960, (ed. or. Astrologie – Kohlhammer, Stoccarda 1973), p. 328.

(19) Nonostante qualche illustre parere contrario – cfr. Guénon, Il Re del Mondo – Atanòr, Roma 1952 (ed. or. Le Roi du Monde – Ch. Bosse, Parigi 1927), CC. VIII, p. 65, n. 1 e IX, p. 87, n. 5 [t. di riferim. compr.] – ed il fatto che la tradizione cristiana medievale affermi diversamente, riteniamo in base ad un esame personale dei testi che il Diluvio atlantideo non possa essere identificato a quello noaico se non a grandi linee, per la sovrapposizione che forzatamente debbono subire accadimenti similari con avvenimenti più recenti. Crediamo che il Diluvio noaico debba essere identificato, invece, a quello greco di Deucalione. Il simbolismo dell’Arca (degli Animali) di Noè può spiegarsi, d’altro canto, solo con la fine di quel periodo ciclico conosciuto classicamente come Età del Bronzo ed in India come Dvâparayuga; non altrimenti. Ed, a nostro parere, pure il Diluvio attestato nell’Epopea di Gilgamesh, sebbene anche nelle scritture mesopotamiche la medesima sovrapposizione debba aver avuto luogo, risale forse alla stessa epoca. È lecito tracciare un parallelo, infatti, tra le figure epico-eroiche di Noè, Deucalione ed Utnapishtim in quanto timonieri dell”Arca Zodiacale, il dio che li ispira è il “Signore dello Zodiaco” (rispettivamente Yahweh., Zeús, Ea). Solo per Yahweh occorrerebbe sviluppare un discorso particolare, in quanto la Bibbia non presenta apparentemente una controparte effettiva a Zeus ed Ea, avendo il dio ebraico di per sé un carattere uranico originario ignoto agli altri due dèi; anche se talvolta è descritto manifestarsi attraverso la voce del “Tuono”, come un normale Dio delle Piogge, di cui ha assunto effettivamente la funzione. Ciò per il ‘fatto che la genealogia biblica si limita a citare Yahweh ed Elohim riguardo le “Generazioni divine”, mancando colà ogni riferimento verbale esplicito alle divinità delle Età successive a quelle di Adamo (= Età dell”Oro) o di Caino e Abele (Età dell’Argento); ovvero le Età di Noè e di Nimrod (rispettivamente similari all’Età del Bronzo ed all’Età del Ferro della mitologia greco-latina) non hanno corrispettivi Nomi Divini, a parte ‘quelli sopra citati, essendo costantemente riproposti in alternativa a questi i primi due. Tuttavia, volendo approfondire la questione, si noterà che compaiono invero nel testo biblico altri due Nomi Divini; alludiamo, ovviamente, a quelli di Melki-Tsedeq, (Melchisedec) –  il quale ricopre una funzione analoga al ruolo svolto da Giove (cfr. con l’ebr. Tsedeq, denominazione del pianeta omonimo) tra i Latini ed è pertanto identificato intuitivamente da Guénon al Brihaspati indiano (ibid., C.VI, p. 52, n. 3) – e di Adhonay. Essi si riferiscono, a nostro avviso, proprio ai due cicli di Noè e di Nimrod, in riferimento ai quali abbiamo rilevato poco fa la mancanza di forme specifiche della Divinità nel mondo biblico; se, dunque, Melki-Tsedeq corrisponde – a Zeus o ad Ea, quale Signore delle Piogge (esotericamente, dello zodiaco) nell’ambito di un calendario solare (di natura tridenaria come quello trasmesso agli Esseni, che si dice appunto di origine noaica), a chi mai potrà corrispondere Adhonay? Tale nome è evidentemente apparentato a quello del dio greco Adôn o del siro-palestinese Tammuzzdanu, essendo tutte queste voci legate alla rad dm/dhm-; donde l’ebr. adhon (”signore”), ebl. adanu (id.), acc. dannu (“potente’), ugar. dan (id.) – cfr. G. Semerano, Le origini della cultura europea – L.S. Olschki, Firenze 1.984, Vol. I, C.Il [non num], § a [id.] p. 145, s.v Adhonay. Il Semerano fa però derivare la voce greca, erroneamente, da altra fonte (ibid., §[n.n.], p. 166, s.v. Adone). Mentre giustamente altri (W. Burkert, l Greci – Jaca B., Milano 1984 [ed or. Griechische Religion der Archaischen und Klassische Epoche – W. Kohlhammer, Stoccarda-Berlino-Colonia-Magonza 1977], Vol. ll, C. III, § 3.4, p. 261, n. 6 compr.), pur riconoscendo indubbia l’origine semitica di Adôn, c’informa che sia i grecisti sia gli orientalisti hanno messo in dubbio in passato l’etimo ora indicato; dal momento che non sarebbero documentati – egli asserisce – culti similari in ambiente semitico. Ma l’Autore si contraddice, poi, facendo menzione di Tammuzz: e Dumuzi, che evidentemente ritiene non omologabili al primo. Dobbiamo altresì rilevare che Adone è un personaggio mitico il quale costituisce di per sé una variante, secondo certuni (cfr. J. Fontenrose, Orion. The Myth of the Hunter and the Huntress – California U., Berkeley-L. Angeles-Londra 198.1, C.VIl.l., § b [non num] e S. Ribichini, Adonis. Aspetti “orientali” di un mito greco- C.N.R., Roma 1981, C..l., p. 24), del Cacciatore Celeste per antonomasia ovvero dell’ellenico Orione. Dunque sarà d’uopo considerare il biblico Nimrod, anch’egli rapportabile- allo stesso personaggio appena discusso (vide n. 27), il prototipo – dopo Adamo, Caino, e Noè – di una “Quarta Stirpe” umana; avente come esponente della rispettiva controparte divina proprio Adhonay, alternativamente a Shadday (Guénon., op. Cit. C.VI, p. 48) e di seguito ai più arcaici Yahweh, Elohim, Melki-Tsedeq. A conferma indiretta di ciò, il Semerano (ibid.) interpreta il culto di Adone quale culto primaverile ed il Burkert (ibid.) attribuisce al medesimo un carattere eminentemente femmineo. Ma se da una parte la Primavera, così come l’Aurora, è simbolicamente omologabile presso alcune tradizioni alla Quarta Età mitica (in una prospettiva retrograda ovviamente, dove il Solstizio d’Inverno e la Mezzanotte vengono rapportati alla Prima Età, l’Equinozio d’Autunno ed il Crepuscolo alla Seconda, il Solstizio Estivo alla Terza); dall’altra ecco che proprio gli aspetti femminili del culto sono parimenti associabili, tanto nel mondo indoeuropeo quanto in quello semitico-camitico, allo stesso momento ciclico. In proposito si consulti il nostro Kâma-Kâla. Érôs e Thanatos ovvero il motivo ierogamico – Heliodromos (n. 14, Estate ’98), Catania 1998, P.II, n. 13, pp. 43-4. Si tenga conto, tuttavia, circa la surriferita associazione della Quarta Epoca con la Primavera e l’Alba, che in una visuale completamente ribaltata, è la Seconda Epoca – o addirittura la Prima – a venir simboleggiata. Il precedente punto di vista, retrogrado allude alle quattro fasi della luce solare – la Luce essendo qui immagine della Manifestazione – ed è applicabile in modo particolare alla dottrina dei Colori e delle Caste (scr. Varna= “Colore”). Gli altri due invece hanno carattere progressivo, riferendosi nel primo caso alla crescita stagionale o alle fasi dirette dello sviluppo giornaliero, a partire dal momento culminante della notte; nel secondo, al sorgere della luce, primaverile od aurorale. Sulla tematica dell’Arca e del Diluvio va considerato infine G. Liggeri, Simbolismo dell’Arca– V.d.T., A..XX, Vo. XX, N°80, pp. 1.71-83 (Ott-Dic”90), Palermo 1991.

(20) ll Vi.P. – iv. 24, 79 dichiara espressamente: «Quando il Sole, la Luna, Giove e Tiçya si troveranno in un solo Segno (eka Râça), proprio allora il Kritayuga farà ritorno. E su ciò concordano sia il Bhâgavata Purâna sia il Mahâbhârata. Ma Tiçya è la stessa cosa dell’asterismo lunare denominato altrimenti Puçya (“Fiore”), corrispondente ai primi gradi del Cancro.

(21) L’unicità della dottrina è dimostrata dal fatto che pure in Mesopotamia (cfr. R. Guénon, Some Remarks on the Doctrine of the Cosmic Cycles – J.l.S.O.A., vol. V, .N°2 [Lug.-Dic.], 1937, p. 27) è presente il mito dei Dieci Avatâra, che compaiono colà un po’ confusamente sotto l’aspetto leggendario di “Nove Re” antidiluviani, più il “’Decimo”; il dominio (celeste) dei quali dura la bellezza di 64.480 anni, equivalenti al Regno di Xisouthros alias – secondo l’originale trascrizione fonetica – Khasisatra (sul conto di cui vedi la saga sumerica del Diluvio, nonché le “Babiloniche” di Beroso). L’art. di Guénon e stato tradotto in inglese dalla Kramrisch e pubblicato in onore del 60° compleanno di A.K. Coomaraswamy, ma poi ristampato in francese l’anno successivo in Études Traditionnelles; mentre la traduzione italiana, del testo, a cura di G. del Ninna, è reperibile in Id., Forme Tradizionali e Cicli Cosmici – Mediterranee, Roma 1970 (ed. or. Formes Traditionnelles et
Cycles Cosmiques– Gallimard, Parigi 1970), C.I, pp. 11-20. Per quanto concerne l’attestazione archeologica del Diluvio biblico in zona mesopotamica attorno all’inizio del III mill. av. l’E.V., giustamente rilevano il De Santillana e la Von Dechend (G. de Santillana. & H. von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito…- Adelphi, Milano 1983 [ed. or. Hamlet’s Mill. An Essay on Myth…-?1969], interm., pp. 87-8) che molti. studiosi si sono dati da fare per reperire dati al fine di limitare qua e là questa o quell’inondazione mitica, cercando senza riuscirvi di ridimensionare l’universalità degli eventi catastrofici a dei semplici fenomeni calamitosi locali. I 10 Cicli Avatarici erano noti ai Sumeri sotto forma di 10 Naros. Codesti semiperiodi di 6.480 sono conosciuti più genericamente nella tradizione biblica come 7 “Giorni” del Signore (il “Settimo” rappresentando un Sabbath, vale a dire un momento di rinnovamento temporale), dove Il “Giorno” corrisponde a 1.000 anni dell’Uomo. Di essi da pure notizia F. Giuseppe nelle “Antichità giudaiche” (i. 4). Anche in India il Manvantara è a volte ridotto di 1/1000, laddove si considerano gli “Anni” divini anziché quelli umani. Per un’ulteriore approfondimento della dottrina avatarica, si debbono analizzare altresì i Semicicli dei “Grandi Anni’ celtici e di quelli mesoamerindi. Senza trascurare che la stessa romanità non era estranea al tema degli Eoni. Non solo tramite l’apporto cosmologico dei sapienti greci, ma più direttamente attraverso le profezie della Sibilla cumana (se stiamo alla IV Ecloga virgiliana), in cui, è sottinteso che ciascuno dei 10 semiperiodi ciclici risulta caratterizzato emblematicamente da un Metallo.

(22) Cfr. n. 9, nella prima parte del presente saggio.

(23) Cfr. M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno. . .- Borla, Bologna 1968 (ed. or. Le mythe de l’eternel retour. . – Gallimard, Parigi 1949), CC. N.numm., p.116 segg.; inoltre, p. 147 segg. Come nota il grande scrittore rumeno, di cui però non condividiamo l’idea – espressa pure dal Von Wesendonk – che la dottrina cosmologica indiana sia stata strettamente influenzata da quella mesopotamica, la concezione della perƒezione degli inizí e della conseguente erosione spontanea delle forme fino alla dissoluzione finale implica la ripetizione perpetua nel tempo ciclico di un modello cosmico universale. Da questa prospettiva ci si libera solo, secondo la sapienza hindu, attraverso l’affermazione della propria libertà spirituale. Ossia negando l’Illusione Cosmica (Mâyâ) ed aspirando alla Liberazione da ogni condizionamento mondano (Mukti). Ma liberarsi dalla Mâyâ è oltremodo difficile, secondo quanto insegna il celebre apologo del saggio Nârada; che, nel tentativo di farsi spiegare tutti i segreti di essa da parte di Vishnu in persona, va a prendere un secchio d’acqua per il dio ma si dimentica poi del proprio sforzo metafisico. Fino a che, stanco delle tante gioie e sofferenze di un intera vita, si ricorda alfine della promessa fatta e torna dalla Divinità, presso la quale il tempo trascorso è solo un breve attimo di fronte all’Eternità. Altri, trattando dell’argomento di cui sopra (R. Mondolfo, Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di testi, con Intr. crit. e comm. di D. Pesce – La N. Italia, Firenze 1958, P.II, C.III, § 9 segg), mette in luce a tal proposito come la struttura di un Universo così fatalmente concepito sia quella di un seme. Nel senso che il futuro non è il regno del possibile, ma di un passato che ancora non è ed, altrettanto, il passato risulta essere ciò che in un tempo precedente era futuro. Insomma, mentre il Cristianesimo ha creduto di poter risolvere il problema del Male e dell’Esistenza nel mondo con la teoria agostiniana del Libero Arbitrio, parzialmente sostenuta dallo stesso Alighieri, a detta del pensiero antico – indoeuropeo e non – è la Catarsi conclusiva di ogni Ciclo (scr. Yuga) mediante Inondazione o Conflagrazione a determinare indirettamente la purificazione momentanea dell’umanità. Non la storia, come invece crede ingenuamente e definitivamente il pensiero positivo moderno, tutto teso ad una prospettiva linearistica anziché periodicistica. Siccome concepisce l’Universo non organicamente, bensì in termini caotici.

(24) Sull’interpretazione del “Gennaio tutto svernato” dantesco, in riferimento all’Acquario al P.V. cfr. l’art. cit. alla 3. Alla stessa data punta il “Vaticinio del Mandorlo Fiorito” (vide A. Volbden, Dopo Nostradamus. Le grandi’ profezie sul futuro dell’umanità – Mediterranee, Roma 1972, C.IX, § n.num., pp. 123-4), dovuto ad un monaco benedettino del secolo scorso e rinvenuto fra le macerie della Chiesa di S. Paolo a Berlino durante la II Guerra Mondiale. Infatti prevede per il 1999 l’avvento del “Nuovo Pietro”, il famoso Pietro II (l’Anticristo, almeno nella sua veste più grossolana, ma altre due ve ne sono più occulte) e per il 2000 il “Trionfo dell’Ulivo”; che, certo non sarà un fatto di attualità politica…

(25)  L’ordine delle Congiunzioni Planetarie è invertito in ogni Manvantara successivo. Per cui esse coincidono nel I, III, V, VII, IX, XI, XIII Catutyuga; altrettanto negli altri Sette (II, IV, VI, VIII, X, XII, XIV).

(26) Per “Congiunzioni di Mezzo” s’intendono quelle che avvengono agli Equinozi (in Ariete od in Bilancia, secondo lo schema a Segni Fissi), piuttosto che ai Solstizi. (Capricorno o Cancro). Ben altra cosa sono invece le “Congiunzioni Parziali’, tipo quella avvenuta dopo l’Anno Mille; in quel caso infatti trattavasi di una sestupla anziché settemplice congiunzione in Bilancia, che provocò l’invasione dei Mongoli a danno degli Arabi (vedi distruzione di Bagdad). Al tempo si prospettava teoreticamente una tempesta dell’Elemento Aria, ma si ragionava con l’oroscopo occidentale; mentre si sarebbe dovuto tener conto che nell’oroscopo cinese, allora probabilmente sconosciuto agli occidentali, la Bilancia equivale al Cavallo. Codesto Segno ci rimanda palesemente all’agile equino delle steppe dell’Asia Centrale, di cui effettivamente i Mongoli erano fieri possessori, e che utilizzarono nelle loro scorrerie verso l’Asia Meridionale quale ausilio strategico a fini bellici.

(27) Riguardo Orione quale “Signore dei Cicli Cosmici” vedi R. del Ponte, Gli dèi italici – Ecig, Genova 1985, C.II sgg; il Professore lo compara al dio Satumo, per certi versi. Sul soggetto cfr. anche L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda – Ecig, Genova 1991 , passim. (ed. or. The Orion. Researches into the Aniiquity of the Vedas– Shri J.S. Tilak, Poona 1893; n.ed Munshiram M., N. Delhi 1972). Il testo, benchè datato, sottolinea con probanti argomentazioni l’affinità delle tematiche orioniche greco-romane con quelle indiane relative alla figura di Brahmâ-Prajâpati, o meglio di Mrigaçiras. Del libro citato abbiamo personalmente curato la trad., con intre note; altre cose da parte nostra abbiamo inoltre scritto sul soggetto e ne stiamo tuttora scrivendo. Vedi ad es. G. Acerbi, La leggenda del Cervo, della Cerbiatta e del Cacciatore… V.d.T. (A. XXI, VOL. XXI, n° 83), Palermo 1992; due nostri ulteriori dattiloscritti, intesi a dimostrare il ruolo essenziale della figura di Orione e dei paralleli eurasiatici di questa quale “Signore degli Animali’, sono in una fase di stampa per “I Quaderni di Algiza’ di Chiavari – Le Vie di accesso al Paradiso, P. II – ed uno – Mrigeçvara. Some Notes on a Unique Teriomorphic Icon of Çiva in Nepâl and Its Connections with a Fabolous Deer (Unicorn and One-Footed) of the Varâha Purâna –  ancora in fase di stesura.Dobbiamo ancora aggiungere che l’asterismo di Mrigaçiras è chiamato nell’Astrologia popolare induista con l”appellativo di Kâlapurusha, vale a dire “Essenza del Tempo” (cfr. K.N. Mukherji, Popular Hindu Astronomy. Târâmandalas and Nakshatras – N. Mukherejea, Calcutta 1969, p. 33 et passim; ed. 1905); sia per il fatto di essere stato una volta il primo di tutti i Naskhatra e di aver avuto connessione con il P.V., sia pure per la questione delle Settemplici Congiunzioni poi evidentemente obliata. Vi sono in ogni caso altre leggende vicino e medio orientali che collegano la medesima costellazione con il motivo del trascorrere delle Ere, alle quali sembrerebbe presiedere ciclicamente. Così Nimrod, il biblico edificatore della “Torre di Babele”, personaggio mitico da un lato prossimo al Ninurta assiro nonché al Murudas cassita e considerato dall’altro figlio di Kashshu (cfr. con il Kush della Gen.-x. 8, il dio tribale dei Cassiti; si veda similmente presso gli Elleni ed i Latini il rapporto inverso di genitura da parte di Deucalione e Fauno nei confronti rispettivamente di Elleno e di Latino), è qualificato dal Chronicon Paschale [libro persiano del VII sec. D.C.] come la divinità preposta all’asterismo di Orione. Ciò è del resto confermato dal fatto che nell’iconografia monumentale egli fosse rappresentato come un cacciatore di tori, leoni o serpenti. Ma nella tradizione ebraica circa lo stesso Nimrod, figlio di Kush e nipote di Cam, si racconta che abbia costruito oltre alla mitica “Torre” vari “Troni”; tra i quali uno di Ferro, uno di Rame, uno d’Argento ed uno d’Oro. Cfr. R. Graves & R. Patai, I miti ebraici – Longanesi, Milano 1980, §22. b,p. 152 e nn. 2-3 di App., pp. 155-6; ed. or. Hebrew Myths. The Book of Genesis International Authors N.V. & R. Patai [luogo e data n.c.]. Anche la denominazione latina della costellazione di Orione quale Imbrifer od Aquôsus deve nascondere sicuramente un rimando, piogge stagionali a parte, al tema cosmologico dei Diluvi. Donde si comprendono benissimo i motivi dell’avvicinamento possibile della figura mitologica omonima da una parte a Saturno (Crono e Kâla), per una relazione palese della medesima sia col Divenire ciclico in generale sia con la Settima Sfera planetaria (attribuita a Saturno già in tempi assai remoti, crediamo), avendo la suddetta costellazione 7 stelle; e dall’altra a Fauno (Pan e Mrigaçiras), essendo Orione in quanto “signore degli Animali” il dominatore del primo asterismo dello Zodiaco lunare.

(28) Riassumendo il quadro celeste generale presenterà questi. abbinamenti nelle successive Età, considerando esclusivamente il nostro Caturyuga e per esso l entrata in carica di ogni Avatâra:

Segnaliamo che lo schema si riferisce, com’è naturale in Astrologia, agli inizi dei relativi periodi indicati; secondo la legge metafisica lo sviluppo di qualsivoglia ente, prima
di passare all’atto, è già contenuto in potenza nel principio che lo determina. Per le equivalenze con i termini della cosmologia occidentale, precisiamo a beneficio del lettore che i Mahâyuga corrispondono ai Grandi Anni – come suggerisce il termine sanscrito stesso (letteralmente “Grandi Cicli” o, più precisamente, “Grandi Cicli di Congiunzioni” ) – ed i periodi Avatarici alla loro metà (rispettivamente 12.960 e 6.480 anni); inoltre il Caturyuga è la medesima cosa delle Quattro Età, avendo ciascun Yuga una durata via via decrescente di Periodi Avatarici, secondo uno schema ritmico in Occidente definito come ermetica della “quadratura del cerchio” (6.480 x 4 = 25.480, 6.480 x 3 = 19.440, 6.480 x 2 = 12.960, 6,480 x 1 = 6.480 = 64.800 = 10). Per quel che riguarda la corrispondenza dei Segni astrali (Râçi), nello zodiaco solare indiano abbiamo: Meça, Uriça, Mithuna-, Karka, Simha, Kanyâ, Tulâ, Uriçicika, Dhanu, Makara, Kumbha, Mina; mentre l’Astrolog1a greco-romana presenta i seguenti Segni: Ariês (), Taurus (♉), Gemini (), Cancer (♋️), Leo (♌), Virgo (), Libra (♎), Scorpio (), Sagittarius (♐), Capricorn (), Aquarius (), e Pisces (). Facciamo infine notare che i Cinque Elementi dell’Ermetismo greco-egizio (Etere, Aria, Fuoco, Acqua, Terra) hanno la stessa funzione dei Mahâbhuta indiani riportati nello specchietto poco sopra (appunto Akâça, Vâyu, Agni, Ap e Bhumi), gli uni e gli altri avendo un corrispettivo abbinamento con le Classi o Varna nelle quali erano ripartite le società antiche, indipendentemente dal loro luogo geografico di appartenenza. Sulle correlazioni tra gli Hamsa, i Bráhmana, gli Kshatriya, i Vaiçya, gli Çudra della società indiana e le equivalenti categorie sociali di origine indoeuropea presso i Greci ed altri popoli ari cfr. G. Acerbi, Le “Caste” secondo Platone. Analisi e paralleli nel mondo indoeuropeo – Convivium (A.IV, NN. 12-3, Gen.-Giu. ’93), Scandiano/Borzano (RE) 1993, 2 PP., passim. Trattasi grosso modo di cinque diversi tipi umani, che possiamo intendere come originatisi ciascuno in un dato Mahâyuga – in senso discendente rispetto all’inizio del Manvantara – e che trovano un parallelo generico in Cinque Classi ideali così definibili; 1) Sovracasta originaria, 2) Sacerdoti, 3) Guerrieri, 4) Produttori, 5) Servi. Per quanto riguarda, invece, l’abbinamento dei Daçâvatâra con le Cinque o Dieci Ecumeni (Panca o Daça Dvipa), le Cinque Direzioni (Panca Diç) i Cinque Temperamenti e le Cinque Razze, proponiamo il seguente schema:

(29) Il “Cacciatore” Jara (“Vecchio”), che secondo il Vi.P – v. 37 avendo scambiato Krishna per un “Cervo” (cioè per Mrigaçiras = Orione) lo uccide colpendolo ad un
“Calcagno”, è un alter-ego, a nostro parere, di Mrigavyâdha (= Sirio). Infatti Krishna-Jagannâtha è l’Avatâra del IX Ciclo e Jara equivale a Rudra-Pâçupati, colui che
demiurgicamente presiede al Sacrificio cosmogonico. Tale atto non ha per niente la funzione d’introdurre il Kaliyuga.

(30) La Cetra di Apollo in Grecia così come la Víhâ di Sarasvati in India allude forse emblematicamente alla costellazione della Lyra, comprendente la Stella Vega, la quale si richiama a sua volta all’inizio dell’Età dell’Oro. Anche l’Aquila, una costellazione che sta nei pressi della prima, pare talvolta assumere codesta valenza.

(31) Il movimento oscillatorio dei Poli è di carattere pendolare. Non si tratta di slittamento o addirittura di un sovvertimento dell’Asse, come taluni erroneamente sembra
credere, deformando il presagio di una quartina delle “Centurie” di Nostradamus (V1.) proposito dell’onda pestifera proveniente dal Polo Artico.

(32) Ecco perché l’apocalisse di S. Giovanni ritrae un “Drago a Sette Teste”, che viene annientato nel “Secondo Avvento” dall’incarnazione del Verbo prima della fine dei tempi. Il “Cavallo” di siffatto Cavaliere che ha la natura dell’Unto è Canopo, Il Polo Sud. Altrimenti noto nella mitologia indoaria come Giumenta Sottomarina ed in quella indigena sotto l’aspetto di “Testa d”Asino”, in aggiunta alle altre Dieci Teste umane di Râvana. Cfr. con l’Asino Unicorne e Tripode dell’Avesta. L’equivalente Vishnuita del Verbo apocalittico cristiano è naturalmente Kalkyâvatâra, che a volte cavalca un Equino, a volte possiede lui medesimo Testa Equina. In ogni caso è l’intera Trimurti induista incarnarsi in Canopo: Râvana, Kalki e la Giumenta sono infatti trasposizioni funzionali di Pravâpati, Vishnu. e Rudra.
I Draghi Eptacefali corrispondenti di altre tradizioni, quali lo Yam cananeo, e il Serpente a Sette Teste edenico ( attestato presso il poeta medievale persiano F. Attâr), riferimento a posizioni cicliche precedenti della costellazione dl Dragone ne Centro della sfera celeste.  Le “Dieci Corna della Bestia” apocalittica cristiana sono invece da intendersi in rapporto ai Dieci Periodi Avatarici dell’Eone, personificati dalla potenza ferina Chrónos – Aiôn.  D’altronde in latino l’agg. hornus (“annuale, temporale”) derivato da Hora, è visibilmente apparentato a cornus (“corno”).

(33) Nell’Edda di Snorri e nel Völuspá è dichiarato che alla fine dei tempi due divoreranno il Sole (Sól) e la Luna (Máni) ed un terzo Lupo (Fenrir) inghiottirà il Cielo (Odhinn). Dopo molti incendi e devastazioni varie, la Terra sarà ricoperta da una gran massa d’acqua. E Surtr spargerà il Fuoco ovunque. Tale nume insieme a Loki (e il figlio Hel) costituisce la versione norrenica e demonica di Hêlios-Krónos, vale a dire il doppio volto saturnio-solare del Dio del Tempo, conosciuto dai Celti col nome di Bran. Successivamente averrà una palingenesi (Gylƒ.-liii): «la Terra si scuoterà di dosso il mare e ridiventerà verde e bella››; in essa, allora, <<cresceranno messi non seminate». Una coppia umana (Liƒ e Lezƒthrasir) rinnoverà la vita, nutrendosi di “Rugiada” (s’intende la “Bevanda d’Immortalità”, ovvero il Soma-Haoma degli Indoiranici).

(34) Sulla questione si analizzi la dottrina degli Yuganta prima esposta e lo schema simbolico tratteggiato alla n. 19.

(35) Numerosissime sono le immagini dei Dâçâvatâra vishnuiti sia nel loro complesso, sia nelle singole manifestazioni, per poterne dare un elenco sia pure sommario. Variano le rappresentazioni, siccome spesso variano i nomi, fermo restando però il numero di 10. Comunque il loro elenco ufficiale è il seguente: 1) Matsya, 2) Kūrma, 3) Varâha, 4) Narasimha, 5) Vâmana, 6) Paraçurâma, 7) Râmacandra, 8) Govardana (dhara)-Krishina o Balarâma, 9) Budha – anche Buddha, per erronea semplificazione o Jagannâtha-Krishna, 10) Kalki. Ogni manifestazione plenaria della Divinità sta in rapporto simultaneamente con una Direzione geografica del Sole (a partire dal Polo Artico), un’Ecumene, un Ciclo temporale, una Casta, una Razza, un Elemento simbolico, un Temperamento emblematico, una fase di civilizzazione dell’intero globo. Allorché il numero degli Avatâra nei testi risulta maggiore dobbiamo evidentemente ritenere che tale variante abbia un valore puramente allegorico, includendo senza dubbio dei doppioni. Ad es. un tipico rappresentante del gruppo, che tuttavia non compare nei principali elenchi, è Hamsa; da annoverare invero come un alter-ego di
Matsya, visto che l’Oca Selvatica è associata talvolta al Pesce in certe raffigurazioni tantriche. Del pari succede nel simbolismo erotico di Kâma e di Rati. Altrettanto avviene in Grecia con
Afrodite Anadiomene, affiancata per lo più dal Delfino, ma a volte a cavallo dell’Oca; e pure con Eros, normalmente a cavalcioni del Delfino, ma dotato di cignesche ali di poi ereditate dagli Angeli cristiani. 

(36) Per questo nella tradizione hindu ricorrono parecchi cataclismi, uno per ciascun Periodo Avatarico. A cominciare dal Diluvio del Miatsyâvatra all’inizio del Manvantara (o meglio, alla fine dei primi 6.480 anni, non – come altri sostiene – alla fine del precedente Eone), proseguendo dapprima con quello del Kurmâvatâra ( altrimenti noto come “Rimestamento dell’Oceano Lattico”, indi del Varâhâvatâra. Su Narasihma, ad esser sinceri, non ci è pervenuto nulla; ma è probabile che la “Colonna di Fuoco” con cui egli è associato, talora anche nell’iconografia (con un piede dentro ed uno fuori), testimoni una conflagrazione. Qui finisce l’Età Aurea. Troviamo un parallelo al IV Avatâra, forse, nel passo della Genesi giudaico-cristiana (iii. 24) che ritrae i cherubini con in mano la Spada Fiammeggiante la cui “Lama” ruota ad Oriente per custodire la Via dell’Albero della Vita in veste di Guardiani del Paradiso Terrestre. Altre connessioni con il III. ed il I.V Avatâra sono rintracciabili più apertamente in un personaggio fiabesco della letteratura popolare europea: la Bestia, innamorato della Bella, ora con la Testa di Cinghiale ora di Leone. Poco si sa, di nuovo, circa i miti diluviali del V e del VII Avatâra; mentre su quello del VI si può rinvenire qualcosa nei passi puranici i quali trattano della sommersione di Dakshinâ Gokarna, un tírtha – luogo sacro, che nasconde probabilmente la realtà di un intero Dvípa lungo la dorsale sudoccidentale dell’Oceano Indiano – della costa meridionale (Kerala). Il mito di Perseo e della lotta col Kétos (Mostro marino in forma dragonica od Orca secondo l’iconografia), per mezzo della pietrificante Testa di Medusa, illustra un parallelo greco di Par(a)çurâma. Altre poetiche leggende, come la storia dei pastori minacciati dalle piogge torrenziali inviate da Indra e protetti da Krishna sotto il nome di Monte Govardhana, rivelano un identico simbolismo in relazione all’VIII Ciclo. Il Diluvio del IX Ciclo, attinente allo sprofondamento nelle acque da parte di Dvârakâ – cui seguono la morte di Krishna (il Maestro di Arjuna, trasmettitore ai posteri della Bhagavad Gítâ, non il bucolico Govinda) è direttamente spiegato dal Mahâbhârata nei minimi particolari, essendo stato il più recente evento catastrofico. Un riscontro biblico dei due Diluvi krishnaiti potrebbero essere la leggenda di Noè ed il mito di Sansone, personaggio interpretato dal Fontenrose come un allotipo di quello greco di Orione. La fine del X Periodo Avatarico è naturalmente ancora da venire, seppure assolutamente imminente. Molti Diluvi sono attestati pure nella mitologia ellenica (vide n. 8, nella prima parte del presente saggio) ed in quella amerinda. A proposito di quest’ultima si tramanda che Cortéz, il famoso conquistatore spagnolo del XVII secolo, attribuisce ad una tradizione locale l’associazione fra le Pleiadi e la distruzione del mondo (Stew., op. cit., C.IX § n.num., p. 162; con rifer. a P. Lum, The Stars in Our Heavens). Persino nella cultura magica britannica (ibìd) si considera il suddetto asterismo la matrice simbolica dei Sette Pianeti. Ciò, indubbiamente, è una riprova che in effetti le Grandi Congiunzioni Planetarie avvengono sempre fra Orione e le Pleiadi ovverossia nel Segno del Toro. Donde si spiega l’universale relazione di codesto simbolico animale col Tempo e la Legge (dal Dharma alla Tôrâh).

(37) Vedi G. Acerbi, Il Sumeru, la Montagna Polare nella cosmografia hindu – Algiza (NN. 7-8, Apr./ Ago.), Chiavari 1997, 2 PP. sgg.

 

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(Articolo di Giuseppe Acerbi  – Introduzione al Ciclo Avatarico – Pubblicato originariamente in due parti ( N.16 e 17., Primavera 2000) sulla rivista Heliodromos.

 

 

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