I GIGANTI BIANCHI NELLE LEGGENDE DEI NATIVI AMERICANI

Diverse tribù di nativi americani nel corso dei secoli hanno tramandato antiche leggende riguardanti un’antica razza di giganti – oggi estinta – dalla pelle bianca e dalle caratteristiche eccezionali. Ripercorriamo insieme alcune di queste antiche leggende, dalle tradizioni dei Choctaw ai Comanches degli Stati Uniti fino ai Manta del lontano Perù.

I CHOCTAW

Un indiano Choctaw intento a giocare a stickball, un gioco simile all’attuale baseball, raffigurato da George Catlin (1834).


Lo scrittore e ricercatore americano Horatio Bardwell Cushman ha scritto nel suo libro pubblicato nel 1899 dal titolo “Storia degli Indiani di Choctaw, Chickasaw e Natchez”: “La tradizione dei Choctaws… si racconta di una razza di giganti che una volta abitava l’attuale Stato del Tennessee e con i quali gli antenati degli attuali abitanti avevano combattuto quando arrivarono in Mississippi provenendo da ovest. …Le loro tradizioni affermano che i “Nahullo” (questa razza di giganti) era di un’incredibile statura “.

Cushman ha anche detto che il termine “Nahullo” veniva usato per descrivere tutte le persone dalla pelle bianca, ma originariamente veniva usato per indicare una specifica razza bianca di giganti con cui i Choctaw erano entrati in contatto quando attraversarono per la prima volta il fiume Mississippi. I Nahullo erano descritti come cannibali e i Choctaw li uccidevano ogni qualvolta ne hanno avuto l’occasione.

 

 

 

 

 

I COMANCHE

Il capo “Rombo di Tuono” della tribù dei Comanche, una famosa tribù di nativi abitanti delle Grandi Pianure, ha dato il seguente resoconto di un’antica razza di giganti bianchi, nel 1857: “Molte lune fa [molto tempo fa] una razza di uomini bianchi, alta 10 metri e molto più ricca e potente di tutti i bianchi che vivono oggi, abitava [su questa Terra] in una vasta gamma di campagne, che si estendevano dall’alba al tramonto [nello spazio dell’orizzonte che va dall’alba al tramonto]. Le loro fortificazioni coronavano le vette delle montagne, proteggevano le loro popolose città che erano situate nelle valli interne”. “Essi superavano ogni altra nazione che era fiorita prima o dopo di essa in ogni forma di artigianato complesso; erano uomini coraggiosi e guerrieri, dominavano la terra che avevano strappato ai suoi antichi possessori con piglio altero e altezzoso. Rispetto a loro, [gli uomini bianchi di oggi] appaiono essere pigmei [cioè sembrano nani], sia nelle arti che nelle armi…”.

Il capo spiegò che quando questa razza dimenticò la giustizia e la misericordia e divenne sempre più orgogliosa e sprezzante, “il Grande Spirito” li spazzò via, e tutto ciò che è rimasto della loro civiltà sono i monti ancora visibili sugli altopiani americani.
Questo resoconto è stato minuziosamente documentato dal Dott. Donald “Panther” Yates, ricercatore e autore di diversi testi su storia e tradizioni dei nativi americani.

Yates scrive anche del popolo degli “Starnake” citati nelle leggende della tribù Navajo, descrivendoli come “una razza regale di giganti bianchi dotati di tecnologia di estrazione mineraria che ha dominato l’Occidente, schiavizzato le tribù più piccole e che aveva fortificazioni in tutta l’America. Essi si sono estinti oppure ‘sono tornati in cielo'”.

 

I MANTA

Nel 1553 Pedro Cieza de León scrisse nel suo famoso testo “Cronaca del Perù” la storia di un’invasione di giganti, raccontata dagli indigeni “Manta” di Sant’Elena, nell’attuale Ecuador, che a loro volta gli era stata raccontata dai loro antenati in tempi remotissimi tramite una precisissima tradizione orale: “Dal mare arrivarono su delle barche di balsa e di paglia grandi come vascelli degli uomini così immensi che un uomo ordinario di buona statura raggiungeva l´altezza delle loro ginocchia. I loro arti erano tutti in proporzione al loro corpo gigantesco, ed era una cosa mostruosa vedere le loro teste con i capelli che arrivavano alle spalle. I loro occhi erano grandi come piccoli piatti.
[…] Siccome non avevano donne con loro e non volevano quelle degli indigeni a causa della loro taglia, praticavano la sodomia tra loro, senza vergogna né timor di Dio…”.

I Manta affermano che Dio inflisse loro una punizione adeguata all’enormità del loro crimine: “mentre erano insieme, dandosi alle loro pratiche omosessuali, un terribile fuoco scese dal cielo con grande rumore, ed apparve un angelo splendente con una spada aguzza e brillante nella mano. D’un tratto li uccise tutti e il fuoco li consumò”.

Ritroviamo, ancora una volta, la soppressione della razza dei giganti per intervento divino conseguente a una condotta giudicata riprovevole.
Possiamo far notare che anche il filosofo Platone spiega che la fine di Atlantide sarebbe da ricercarsi primariamente per cause di tipo morale.

I PAIUTE

Anche i Paiute, una popolazione nativa del Nord America, tramandano da secoli la loro tradizione orale riguardo questa misteriosa razza scomparsa di giganti alti circa 10 metri, dalla pelle bianca e dai capelli rossi, che praticavano il cannibalismo.
Questa enigmatica e gigantesca genìa viveva vicino alla grotta conosciuta come la “Caverna di Lovelock”, una miniera di guano del Nevada.

In questa grotta all’inizio dell’Ottocento furono rinvenuti alcuni resti mummificati di questi giganteschi uomini dai capelli rossi. Secondo alcune cronache dell’epoca i corpi erano alti tra i 2 e i 2,5 metri. Questi giganti erano senza dubbio quelli citati nelle leggende narrate dai Paiute.
Infatti furono proprio i Paiute a raccontare ai minatori la storia di antiche battaglie avvenute con i giganti che per generazioni chiamarono “Si-te-cahs”. I Paiute raccontarono che i loro avi intrappolarono i giganti nella grotta, lanciandogli frecce e poi appiccarono un grosso incendio all’interno della caverna, in modo da essere sicuri così della loro morte.

Come in molti casi analoghi la documentazione dell’epoca – compresi i presunti ritrovamenti di questi giganteschi corpi mummificati – è andata purtroppo perduta, ma alcuni reperti furono recuperati e conservati al museo di Winnemucca nella Humboldt County. Alcuni dei teschi conservati al museo di Winnemucca, ad uno sguardo poco attento possono sembrare del tutto normali, tuttavia se confrontiamo la mandibola con il calco di quella di un maschio adulto, notiamo che sono enormi, la differenza è molto evidente.

Teschi di giganti e una loro mandibola paragonata ad una normale arcata inferiore di un uomo; la differenza di dimensioni è evidente

Non è completamente chiaro se quest’antica tradizione orale su questi cosiddetti “Si-te-cahs” sia arrivata ai nostri giorni intatta, oppure se si tratti di un’esagerazione o di una distorsione dei racconti dopo che il popolo dei Paiutes era stato quasi del tutto ucciso e cacciato dai propri territori nel 1833 da una spedizione capitanata dall’esploratore Joseph Walker.

L’autore americano Brian Andrew Dunning di Skeptoid, appassionato da sempre di questa vicenda, ha indagato le leggende dei Paiute, esplorando più volte i luoghi dove abitavano e trovando soltanto alcuni resti di ossa, ma di grandezza umana.

Dall’esame di questi resti sembra però che ci sia stato un popolo che praticava il cannibalismo e che abitava nella Grotta di Lovelock, proprio come narrato nelle leggende dei Paiute. In alcuni di questi scheletri si trovano tracce della rimozione del midollo, suggerendo che questo sia stato mangiato. Tuttavia, il cannibalismo sembra essere una pratica assolutamente assente tra questi popoli di natura umana, e questa potrebbe essere una prova che le antichissime tradizioni orali abbiano davvero un fondamento di verità, poiché i giganti “Si-te-cahs” secondo le leggende erano soliti praticare invece il cannibalismo, a differenza dei Paiute e degli altri antichi popoli di nativi americani.

GLI DÈI CHE COSTRUIRONO IL SUD AMERICA

Una rappresentazione artistica ed un dipinto Inca di Viracocha

In Sud America, sulla Cordigliera delle Ande, possiamo ammirare, tra le ancestrali vestigia della città di Tiahuanaco e Puma Pumku, dei muraglioni costruiti con splendide pietre di sessanta tonnellate ciascuna collocate su blocchi di gres a loro volta di cento tonnellate ciascuno.

L’insieme, malgrado l’inevitabile erosione dovuta al trascorrere del tempo, presenta una superficie talmente liscia da rasentare la perfezione, come se una pialla abbia smussato ogni irregolarità.

A questo lavoro, di un’incredibile precisione, si aggiunge l’incomprensione relativa alle modalità di trasporto di tali blocchi, estratti, secondo gli archeologi “mainstream”, da una cava lontana oltre 300 chilometri.

Quali tecniche utilizzarono i misteriosi costruttori in un’epoca in cui, come per le costruzioni egizie, erano del tutto sconosciute sia la leva che la ruota? Mancavano cioè i requisiti minimi per considerare una società abbastanza “civilizzata” da poter portare a compimento una qualsiasi opera di edilizia, figuriamoci delle costruzioni dal così alto livello ingegneristico.
Gli indigeni boliviani della tribù degli Aymara che abitano in questa regione delle Ande dicono che le maestose rovine di Puma Punku, così come la città di Tiahuanaco, sono stati costruiti prima del Diluvio da una prodigiosa razza di giganti che viveva a stretto contatto con gli uomini del posto.

Questi uomini, descritti come molto intelligenti, dalla pelle chiara e dai capelli rossi o biondi, sarebbero stati i discendenti dei “figli del Sole”.
Uno di questi enigmatici “figli del Sole”, che secondo la tradizione costruì proprio Puma Punku, era l’eroe civilizzatore delle Ande, il gigante dai capelli biondi e degli occhi azzurri e navigatore del mare “Con-Tiki-Viracocha“.

Nelle Ande circolano delle leggende riguardo alcuni scavi avvenuti ad inizio Novecento che hanno permesso di estrarre dei resti di ossa, di crani e di scheletri di uomini alti quasi tre metri, tutti dai capelli rossi e dal cranio dolicocefalo (allungato).

Ma la scoperta più impressionante ed affascinante, oserei dire, è quella del ritrovamento di enormi gallerie sotterranee lunghe chilometri e che portano a maestose sale grandi come hangar di aerei.

Gli indiani spiegano che questi sotterranei furono costruiti dai loro “dèi” per percorrere sotterraneamente una gran parte dell’America del Sud.

Pizarro, quando arrivò insieme ai conquistadores in Bolivia, chiese agli Aymara chi erano gli uomini bianchi con i crani allungati e i capelli rossi che vivevano in mezzo a loro.
Gli indigeni risposero che erano gli ultimi discendenti dei Viracocha.
Gli indigeni raccontarono che i Viracocha erano una razza divina di uomini bianchi con barba e capelli biondi venuti dal mare portando la “civiltà”.
Erano così somiglianti agli Europei conquistadores che, quando questi arrivarono nell’impero Inca, furono scambiati proprio per i “Viracocha” dagli indigeni.
Gli Inca pensavano che i Viracocha dopo millenni di assenza erano finalmente ritornati nelle Ande dal mare attraverso il Pacifico (cit. Heyerdahl). 
Secondo le leggende e le tradizioni Inca, prima dell’inizio della prima civiltà Inca il dio delSsole, Con-Ticci Viracocha, era arrivato in Perù e vi aveva costruito il suo regno, per poi andar via a bordo di una nave, con cui aveva attraversato il Pacifico con il seguito dei suoi seguaci.

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