DALLA SCANDIA ALLE AMBE

di Bruno d’Ausser Berrau

Es war einmal ein Volk …

Muoiono le città, muoiono i regni
copre i fasti e le pompe arena e erba,
e l’uomo d’esser mortal par che si sdegni:
oh nostra mente cupida e superba!
T. Tasso, La Gerusalemme Liberata; XV, 155-158

Udir come le schiatte si disfanno,
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.
Le vostre cose tutte han lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto; e le vite son corte.
Dante, Paradiso; XVI, 76-81

Corte sono le vite degli uomini, sicché la conoscenza degli eventi passati ̶ più questi sono lontani e più, nella memoria collettiva, la loro ritenzione difetta ̶si fa vaga, imprecisa sino a confondersi e perdersi del tutto. È inevitabile allora affidarsi a quell’alcunché di presente che di essi permane: impronte, tracce; massime nelle letterature tradizionali e nel linguaggio dove
nomi e toponimi molto possono rivelare, rendendo in qualche modo attuale e presente ciò che fu. In questo studio – accettando recenti ricerche che, per la nordica collocazione geografica dell’epica omerica, sempre meglio, con riscontri e verifiche, ne arricchiscono la congruenza – proponiamo la cosiddetta ipotesi baltica.1 Ed è proprio in virtù di tale ipotesi che questi, altrimenti assai oscuri e piuttosto enigmatici versi, possono illuminarsi di nuovo senso:

θεοὶ δ’ ἐλέαιρον ἅπαντες
νόσφι Ποσειδάωνος· ὁ δ’ ἀσπερχὲς µενέαινεν
ἀντιθέῳ Ὀδυσῆϊ πάρος ἣν γαῖαν ἱκέσθαι.
ἀλλ’ ὁ µὲν Αἰθίοπας µετεκίαθε τηλόθ’ ἐόντας,
Αἰθίοπας, τοὶ διχθὰ δεδαίαται, ἔσχατοι ἀνδρῶν,
οἱ µὲν δυσοµένου Ὑπερίονος, οἱ δ’ ἀνιόντος,
ἀντιόων ταύρων τε καὶ ἀρνειῶν ἑκατόµβης.2

Tutti gli dei ne avevano pietà,
ma non Poseidone ; questi serbava rancore violento
contro il divino Odisseo, prima che in patria arrivasse.
Ma se n’andò Poseidone fra gli Etiopi lontani,
gli Etiopi che in due si dividono, gli estremi tra gli uomini,
quelli del Sole che cade e quelli del Sole che nasce,
per esser presente a un’ecatombe di tori e d’agnelli.3

Essi trovano un singolare riscontro nella presenza nel Nord dell’attuale Norvegia di un grande fiordo – il Tanafjorden – estuario a sua volta di un omonimo fiume – il Tana – che, dopo aver avuto un corso Sud/Nord, si getta nel Mar Glaciale. Questo toponimo rimanda inevitabilmente al grande lago tra le Ambe 4 senza, in tal modo, perdere la congruenza della tipologia geografica, sia perché gli abitanti di quelle terre debbono aver sempre vissuto i rapporti rivieraschi, tra quei profondi bracci di mare, più in una Stimmung lacustre piuttosto che marittima, sia perché – in un remoto, comune ambito linguistico ellenico – l’attribuzione del nome potrebbe esser venuta, in tutta naturalezza, da ταναος, disteso, lungo, ampio; cfr. il nome greco del Don (e questo poi da quello): Ταναις. Un senso dunque, che ben si adatta a tutti e tre i casi: i due fiumi e il fiordo.

Lo studio attento delle mappe fornisce però ulteriori sorprese.

Quello in verde è tutto territorio norvegese: all’estrema dx. in basso c’è il confine con la Russia, mentre da sn. in basso sino quasi al centro c’è quello con la Finlandia. Il Tana scorre
da sn. dove segna appunto il confine con la Finlandia, poi passa sotto il ponte (Tana bru:bru, ponte) e si allarga nell’estuario. In alto a sn.è visibile la penisola di NordkinnhalvØya la cui parte terminale è meglio esaminabile qui

Infatti, come abbiamo letto, Omero afferma che:

gli Etiopi … in due si dividono … quelli del Sole che cade e quelli del Sole che nasce

Ebbene, parallelo al Tana c’è il Laksefjorden: entrambi, con il loro andamento, determinano la penisola di Nordkinhalvøya. Questa, in alto, è profondamente tagliata da due fiordi più piccoli, aventi l’ingresso nei due solchi principali e così, secondo un asse Ovest/Est, ne consegue una contrapposizione. L’incisione è tanto netta e profonda da far sì che, a collegare le due parti della penisola, non rimanga altro che un sottile istmo e questa lingua di terra è così affilata che, durante l’ultima guerra, i tedeschi occupanti ne progettarono il taglio per favorire la navigazione interna. Avrebbero così evitato il passaggio nel mare aperto settentrionale assai più esposto alla minaccia delle flotte nemiche. Il nome del solco occidentale (quelli del sole che tramonta) è Eidsfjorden, l’altro (quelli del sole che nasce) è chiamato Hopsfjorden: Eid-Hops dunque; se si pensa come l’etnonimo suoni αιθιοψ, aithiops, etiope, si rimane stupefatti tanto che è molto difficile ridurre tutto alla casualità di una qualche omofonia. Mentre la sequenza di lettura nella toponomastica e la concordanza con il testo dell’Odissea perfettamente si corrispondono, i due termini del composto appaiono invertiti nel nome del dell’istmo: Hopseidet.

A nostro parere questo è avvenuto perché le popolazioni germaniche, sopravvenute nell’area scandinava dopo l’emigrazione achea, avevano perso cognizione del reale significato della parola, conservando soltanto una vaga coscienza della necessità dell’assemblaggio. Tanto più che il nuovo composto, nel sopraggiunto contesto linguistico, suonava tutt’altro che privo di senso;
Hopseidet: eidet è, appunto, istmo in norvegese bokmål,5 mentre hops è luppolo. Quest’inversione dei componenti – nella fattispecie rispetto ad un originario αιθιοψ è fenomeno assai comune dell’interpretatio vulgaris, specialmente quando, nella lingua succeduta alla precedente, si venga in tal modo ad ottenere un nuovo, comprensibile e qualche volta accettabile significato.
In un’area toscana, già sede di arimannie longobarde (lgb. hari-mann, uomo dell’esercito, guerriero; per hari cfr.il td. das Heer) è presente, con significativa frequenza, il cognome Mannari (mann-hari). Nella fattispecie l’ambiente agricolo ha favorito in senso strumentale la suddetta interpretatio: i Mannari, ovvero quelli dalla † mannàra,6 una sorta di grossa roncola con lama larga, comunque un arnese atto al taglio della legna.

Sempre nella stessa zona, ma attribuito in modo assai incongruo alla cima di un colle, il toponimo Valberga; visto dunque che la valle non c’è, l’antico bergwald, per la solita inversione, si è, con evidenza, trasformato in waldberg(a) da wald, bosco, quest’ultimo ancora testimoniato, sulla cima, da una modesta copertura di querce e pini.
Gli Αιθιοπας traggono con immediatezza il loro nome da αιθιοπψ, dove αιθ(ω) è bruciare e οψ, faccia, ovvero faccia bruciata e questo parrebbe far propendere per un’appartenenza alla razza nera, ma l’etnonimo

…ait jamais été appliquée aux pays habités par des peuples appartenant proprement à la race noire. 7

In effetti, benché strano ciò possa sembrare, gli Etiopi si definiscono rosei e tali si rappresentano nell’iconografia tradizionale.

Del resto, numerosi sono i popoli che, in Africa, pur se scuri per il colore della pelle, però, a dispetto delle evidenti mistioni avvenute, negri da nessuno vengono considerati; alcuni di essi si trovano ai limiti meridionali della zona arabo-camito-cuscita settentrionale, con ciò determinando, come per i Dogon, che incontreremo in chiusura di questo studio, qualche incertezza classificatoria. In ogni caso, la composizione razziale del paese è assai complessa; non per niente l’altra designazione – Abissinia – proviene dall’ar. الحبشــــة ,alhabash e, a sua volta, dalla √ hbsh, che ha il senso di radunare, da cui l’accezione comunemente intesa di popoli misti. Appellativo confermato dalla presenza di circa 84 lingue (attualmente parlate: almeno 70). L’ultimo apporto etnico, di grande rilevanza per i tempi storici, è stato quello semitico sud-arabico (intorno al VI sec. a.C. i primi insediamenti sull’altipiano), vettore della lingua ግዕዝ, ge‘ez (sing. di Ag‘âziyân, una di quelle tribù) e dell’alfabeto ancor oggi in uso. Per complicare le cose,

les anciens donnèrent en fait le même nom d’Éthiopie à des pays très divers 8

in particolare all’India ma – oltre al luogo normalmente noto con tale nome –

l’Atlantide elle-même, dit-on, fut aussi appelée Éthiopie. 9

A questa luce, ci appare assai enigmatico un accenno geografico di Virgilio; è nei versi nei quali si manifesta la disperazione di
Didone per la fuga di Enea:

Oceani finem iuxta solemque cadentem
Ultimus Aethiopum locus est, ubi maximus Atlans
Axem umero torquet, stellis ardentibus aptum …10

Presso le rive d’Oceano e il sole cadente
c’è l’ultimo lembo d’Etiopia, dove il massimo Atlante
regge a spalla a spalla la volta d’ardenti stelle preziosa …11

Questo riferimento all’oceano è molto esplicito in senso extra-mediterraneo ancorché non necessariamente settentrionale, in tale accezione non vengono invece comunemente intesi quelli presenti nelle successive (vd. infra) citazioni omeriche, ma nell’Odissea c’è una ricorrente e assai enigmatica dizione

ποταµοιο Ωκεανοιο
il fiume Oceano

Se si prova ad attribuirla al Gulf Stream, un cui ramo giunge anch’oggi a lambire la Scandinavia spingendosi fino all’estremità artica della Norvegia, ecco che, specie per chi lo sorvoli, esso, diverso per temperatura, riflessi e colori, appare chiaramente percepibile, tanto che ben netto si staglia mentre, tra liquide pareti, scorre per migliaia e migliaia di chilometri nell’Atlantico. Superfluo aggiungere come questo implichi una testimonianza diretta e, per la sua evidenza, tale da diventare idiomatica.

Ma torniamo a ciò che ci suggerisce l’etimo: la √ aidh 12 ha il senso d’un luogo dove si fa fuoco. Infatti, ne derivano ædes che, in una specifica accezione, è anche un tempio, vd. Ædes Vestæ. Poi naturalmente æstus, ma anche, in senso più ampio, Æstas e – con un ancor più indiretto riferimento al ribollire delle acque – æstuarium; il che può, di nuovo, far pensare al Tanafjorden, estuario dell’omonimo fiume. Il derivato però più significativo della radice è, a mio parere, l’etere, αιθηρ, che nelle scienze pre-moderne non è soltanto il primus fons dei quattro elementi (la quinta essentia alchemica) ma, superando l’ambito cosmologico, proprio per questo suo ruolo, può – per analogia – essere preso tout court a simbolo del Principio stesso. Nell’Induismo, infatti, il centro vitale dell’essere umano è ritenuto risiedere nel più piccolo ventricolo del cuore

in questo soggiorno di Brahma c’è un piccolo loto, una dimora nella quale è una cavità occupata dall’Etere; si deve
cercare ciò che è in questo luogo e Lo si conoscerà …13

E per questa funzione del cuore ci si può confrontare anche con Dante:

dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore …14

Chi, dunque, avrà realizzato questa conoscenza del cuore – conoscenza che, con lo stesso nome nell’Esicasmo (ἡσυχασµός, da ἡσυχία, calma, pace …) dell’Ortodossia, è pure il fine di quella pratica ascetica – sarà nella luce del Sol Spiritualis e bruciato da quel fuoco superiore che è l’Etere del Cielo Empireo. Non a caso del resto

Αιθηρ, per il senso originario, richiama i “cieli templa” di Ennio e di Lucrezio 15

Ecco dunque perché nel nome etnico c’è quest’ambivalenza tra geografia e spiritualità: esso può essere inteso sia come nomen, sia come vocabolum. In quest’ultima accezione, ne deriva il riferimento ad un’intera classe di persone; la cui funzione, nell’ambito sociale – quando cioè esse, si trovano riunite in una collettività – viste le loro qualificazioni interiori, altra non può essere se non quella di dare vita ad un sodalicium spiritualis. A quel punto, il nostro vocabolum, si trasformerà nel nomen sodalicii diventando il titolo distintivo di un preciso collegium. A riprova, ci sembra rilevante ricordare come, nel Medio Evo, ma anche sino agli inizi dell’età moderna, fosse detto che il regno del Prete Gianni si trovasse, appunto, in Etiopia.

Immagine dell’etiope Prete Gianni in un atlante del 1558

Ovvero; tale era quindi la sopravvivente virtus, attinente al nome del paese, da potervi collocare quello che veniva inteso come l’irraggiungibile “centro” spirituale di questo nostro mondo; perché la fantasiosa denominazione di tanto occulto pontifex era, all’epoca, la designazione di ciò che gli indù chiamano ancora आगता, Agartha e Агaрти, Agarthi i mongoli. Pure significativo è constatare che, in ebraico, il biblico nome del paese sia Kush, da una √ כש che implica

l’idée d’un mouvement de vibration, qui agite l’air et la dilate 16

E da essa, appunto, כוש ,Kush,

ce qui est de la nature du feu, et communique le même mouvement. Au figuré, ce qui est spirituel, igné 17

In virtù dell’ambivalenza dei simboli, l’aspetto igné – implicito come abbiamo visto all’appellativo – ha determinato, pel rapporto temperamentale18 della razza nera con l’elemento fuoco, la sua attribuzione anche a essa. Infatti, dal racconto biblico – Kūsh era il primogenito di Cam – proviene il nostro Cusciti

peoples of southern Nile-valley, or Upper Egypt, extending from Syene indefinitely to the South 19

col quale s’intendono i numerosi popoli di quell’area nord-orientale dell’Africa e che costituiscono quindi un sottogruppo20 della famiglia linguistica camitica. È inoltre assai singolare come, ai suddetti derivati della √ aidh, sia affine እሳት, esât, che, in etiopico (ge‘ez), significa fuoco. Se tutto questo è vero, della particolare natura di questa remota comunità nordica, dalla lettura dei poemi omerici, dovremmo trarre un qualche riscontro. A mio parere, in tale direzione, ci sono oltre alla visita di Poseidone, citata all’inizio di questo studio 21 anche l’altra: 22

τὸν δ’ ἐξ Αἰθιόπων ἀνιὼν κρείων ἐνοσίχθων
Ma dagli Etiopi tornando il potente Enosícton …

Infine, nell’Iliade, troviamo due ulteriori passi assai significativi; nel primo è Θετις, Teti che parla: 23

Ζεὺς γὰρ ἐς Ὠκεανὸν µετ’ ἀµύµονας Αἰθιοπῆας
χθιζὸς ἔβη κατὰ δαῖτα, θεοὶ δ’ ἅµα πάντες ἕποντο·
Però che Zeus verso l’Oceano, verso gli Etiopi senza macchia
ieri partì, per un pranzo; e tutti gli dèi lo seguivano.

Nel secondo la parola è a Ιρις, Iri, Iride: 24

οὐχ ἕδος· εἶµι γὰρ αὖτις ἐπ’ Ὠκεανοῖο ῥέεθρα
Αἰθιόπων ἐς γαῖαν, ὅθι ῥέζουσ’ ἑκατόµβας
ἀθανάτοις, ἵνα δὴ καὶ ἐγὼ µεταδαίσοµαι ἱρῶν.
Non posso sedere: vado sulle correnti d’Oceano,
degli Etiopi alla terra, dove fanno ecatombi
ai numi, ch’io pure abbia parte alle offerte.

Da tutto ciò, sappiamo che gli Etiopi sono immacolati, eccellenti, 25 che la loro compagnia sia addirittura ambita dall’intero Olimpo così come – sempre per gli eterni – l’aver parte alle loro offerte sacrificali abbia la precedenza su qualsiasi altro impegno: non è sicuramente da popoli normali godere di un tale status e mi sembra pertanto di aver trovato, in questi versi dell’epica omerica, la cercata, interna conferma dell’assunto acquisito dai riscontri storici e linguistici.

Chiarito che siamo in presenza di un centro spirituale, di un collegium, più arduo è comprenderne il riferimento religioso. Nel maggior spazio che abbiamo dedicato all’argomento in un altro lavoro 26 abbiamo messo in evidenza i motivi per i quali l’attuale popolazione europea sia il frutto della fusione di due correnti principali: una – che nettamente prevalse – proveniva dall’estremo settentrione, ed era rappresentata dalla razza bianca o nordica che dir si voglia, l’altra, la razza rossa, quale residuo della tramontata civiltà atlantidea, si trovava e tuttora si trova stanziata grosso modo, su tutto l’arco occidentale del continente eurasiatico. Tracce mitiche di questo scontro/incontro, si trovano nell’epopea 27 del 6°Avatâra di Vishnu cioè Parushu-Râma: परश, ु parusho, ascia e राम, Rama, ossia Rama con l’ascia e la cui incarnazione (अवतार, avatâra, discesa, i.e. incarnazione) avrebbe avuto lo scopo di sconfiggere una dura classe di guerrieri che deteneva il potere. Sono riferimenti a eventi collocabili in un’epoca in cui il punto vernale 28 era in Cancer (♋️), ovvero – 8700/-6540, cioè al tempo delle storie dei Giganti e dei Titani nella tradizione classica e della lotte tra Asi e Vani nella tradizione norrena. In questa i Vani, come i guerrieri delle storie di Rama, sarebbero appunto gli eredi della sconfitta razza rossa: cfr. infra. A riscontro, per i giganti, c’è anche l’enigmatico passo biblico di Gen. 6:1-8 nel quale li si chiama נפלים ,Nefilim, da una radice che può significare sia giganti, sia caduti, i.e. sconfitti. C’è da tenere presente che le mummie del Xinjiang (vd. infra n. 31) hanno rivelato stature fuori del comune con medie di 2÷2.10 mt. per i maschi e di 1.90 per le femmine.

Un altro importante nucleo di rutilismo è in Russia dov’esso raggiunge la sua massima concentrazione (10% della popolazione) nella repubblica federata di Udmurtija (Удму́ртская респу́блика), sita nella zona centro-occidentale del paese e a ovest degli Urali. Per il passato (dal -2000 al + 600), sappiamo 29 che un prolungamento di questa presenza “occidentale” 30 assunse un importante ruolo eurasiatico insediandosi nell’area dell’attuale regione autonoma cinese del Xinjiang dove, nel bacino del Tarim, sono state trovate necropoli che hanno restituito corpi di individui di stirpe europea – sia biondi, sia rossi – tutti eccezionalmente ben conservati. 31 Non si deve però dimenticare nemmeno l’area mediterranea con i Berberi della Cabilia (ل القبائ ,(del Ma’greb (ربي الع (e delle isole Canarie dove i Guanci sono ormai completamente fusi con gli spagnoli.

Il fenotipo di questa

non fu certo meno bianco ed europoide della controparte tant’è che oggi, dopo millenni, il tipo rosso è percepito quasi semplice variante e non più certo quale razza a sé stante anche se, a suo riguardo, sussistono tutta una serie di curiosi, ma significativi pregiudizi. Pregiudizi che spesso si sovrappongono a quelli anti-ebraici e che, insieme ad altri numerosi fattori, stanno a testimoniare la lontana, ma diretta filiazione di questa tradizione da quella civiltà. Qualche esempio: אדם ,Adam è rosso: אדם ,come il sangue, דם ; le minime differenze ortografiche non inficiano né l’omofonia, né il senso; insomma Adamo è l’uomo rosso. E ancora: occidentale è מערבי ,ma’griby, e ebraico, עברי’ ,ibry. Del resto il rutilismo è assai diffuso in specie tra gli Ebrei askenaziti,32 per poi non dilungarsi sul noto concetto d’elezione e sullo spirito di separatezza che è ben presente in tutti. A conferma di precise dissomiglianze fisiche tra i rossi e gli altri, si sa che tra essi soli prevale nettamente una specie di melanina – la feomelanina – che ha diversa composizione dalla eumelanina, la quale è invece comune sia al tipo chiaro, sia a quello scuro e dove, tra i due, l’unica differenza è la quantità. 33 A nostro parere, la suddetta distribuzione dell’espansione coloniale del continente scomparso, suggerita, oltre un secolo fa da Ignatius Donnelly, 34 resta ancor oggi assai valida. Possiamo solo precisare, per evidenti ragioni connesse agli esiti del presente lavoro, che – a nostro avviso – tale insediamento dovesse comprendere anche la parte più settentrionale della Scandinavia, esclusa invece dallo studioso anglosassone. Gli Iperborei, eredi della tradizione primordiale, provenivano quindi da terre, in parte sommerse dopo il
cataclisma – circa 12000 anni fa – poste ancora più a Nord e a Est dell’Eurasia: con qualche approssimazione a 70° Est e 70° Nord, intorno all’attuale penisola Jamal (полуостров Ямал),35 alla foce dell’Ob nella Russia settentrionale.

La Jamal è la grande penisola che si sviluppa verso Nord a partire dal territorio contrassegnato dalla cifra 2.

Infatti,

…le siège de la tradition primordial …a pu devenir … occidental [la fase atlantidea] pour certaines périodes et oriental pour d’autres, et, en tout cas, sûrement oriental en dernier lieu et déjà bien avant le commencement des temps dits “historiques 36

Utilizzando un anodino le siège, Guénon sceglie, per necessità espositiva, di non addentrarsi nella complessità del problema. In effetti, dopo la caduta, la cacciata dal giardino, che Dante colloca in un altrove reso dagli antipodi, la vera sede de la tradition primordial è nelle valenze sottili (l’au-delà) del nostro mondo, 37 che spesso, in altri contesti, è adombrata dalla metafora della sotterraneità. Metafora che Dante utilizza per la collocazione dell’Inferno,38 mentre per tali valenze della Terra (in n. di sette sia nell’Induismo, sia nelle tradizioni iraniche), accessibili anch’esse solo nel post mortem, egli usa, quella degli antipodi dove colloca la montagna, appunto, dalle sette cornici (Purgatorio) culminata dal Paradiso Terrestre. Al presente, nella nostra modalità grossolana, non possono esservi che accessi e/o proiezioni 39 più o meno secondarie, com’è appunto il caso dell’ etiope sodalicium 40 in questione. A questo punto anche l’ormai nota specificazione di questi Etiopi omerici, i quali

in due si dividono … quelli del sole che cade e quelli del sole che nasce,

assume un senso che, senza negarla, travalica la semplice accezione geografica della loro distribuzione e ci suggerisce come potesse essere quello, uno dei centri in cui si operò la fondamentale giunzione – non solo razziale – tra le due correnti:

jonction dont devait résulter la constitution des différentes formes traditionnelles propres à la dernière partie du
Manvantara. 41

Nella complessa dottrina indù dei cicli cosmici,42 il Manvantara – मनवन् तर् , lett. ciclo di un’umanità – si suddivide in quattro ere di durata decrescente l’ultima delle quali – sarebbe l’attuale – è il क लयगु , Kaliyuga o età oscura. Età che, nell’apocalittica cristiana, corrisponde ai tempi ultimi. I testi indù riportano cifre straordinarie che debbono però essere decriptate. Per il particolare senso di riservatezza, dovuto all’interdetto che grava sul dedicarsi a calcoli intesi a conoscere la data della fine del ciclo e con il quale questi argomenti sono sempre affrontati negli originali, la chiave per farlo – almeno in via parziale – è il rapporto che, in queste scansioni, sussiste con la precessione degli equinozi e coi relativi tempi.

Ecco pertanto in chiaro e a mero titolo informativo, le rispettive durate:

Dalla suddetta jonction, oltre alle primarie conseguenze, cui allude il Guénon, dovevano scaturire, per le genti iperboree, alcune importantissime acquisizioni, presenti poi in proporzioni anche molto diverse da popolo a popolo ma che determinarono tutto il successivo svolgersi del ciclo sino ai giorni nostri: l’arte della navigazione, il commercio, il matrimonio esogamico e alcuni corollari comportamentali riassumibili nell’astuzia (caratteristico il personaggio di Ulisse), che erano estranei all’originario ηθος della stirpe vd. Emile Benveniste, 43 così come per il matrimonio endogamico dei primi i.e. 44 Trattasi del matrimonio tra cugini incrociati il cui scopo era la conservazione delle specificità psichiche e fisiche del clan: per esso un uomo può (deve) sposare la figlia della sorella di suo padre o del fratello di sua madre, ma mai (per ragioni legate al ruolo dello zio materno) la figlia del fratello di suo padre o della sorella di sua madre. Una degenerazione dell’endogamia si verificò nell’Iran preislamico dove – ab immemorabili – vigeva l’istituto del xvêdhvaghdas, ovvero dell’unione tra consanguinei immediati. Esso, dal Mazdeismo, era considerato segno di grande religiosità, ma motivo di mai sopito scandalo per ebrei, greci e romani.

Questa fase di sistemazione tradizionale, iniziata, come già accennato intorno al -6500, è proseguita molto a lungo. Due episodi d’estrema rilevanza – la nascita di quella che sarà la religione ebraica e della tradizione cinese – hanno quasi lo stesso starting point: il –3468 la prima e il –3760 la seconda. In tutti questi casi, la duplice componente iperborea/occidentale dà luogo a un apporto determinante se non costituisce il vero e proprio lievito per vivificare situazioni letargiche o di conclamata degenerazione.

In questa prospettiva, tornando al nostro caso, intorno all’inizio del II millennio a.C., si muovono, dalle loro sedi scandinave, quelle genti che, nel Mediterraneo, prenderanno il nome di popoli del mare mettendo a dura prova le capacità belliche degli autoctoni. Essi costituiranno la cultura micenea progenitrice di quella greca e – nel contempo – diventeranno in molti casi il “sale” delle più diverse popolazioni dell’area. A questa visione delle cose risulta fornire un apporto illuminante il lavoro del Prof. Giovanni Garbini: I Filistei. 45 Le considerazioni che seguiranno fanno in larga misura proprie le sue conclusioni e, a quell’esposizione, non resta che – per non troppo appesantire di citazioni il presente studio – rimandare il lettore. Ci sembra infine importante non dimenticare come allora, anche per le origini di Roma, alla luce di tutto ciò il racconto di Virgilio – il cui status di testimone di antiche tradizioni non può essere certo contestato – il ruolo di quest’apporto, si riveli fondamentale. A riprova,

nella zona settentrionale in cui la tradizione ebraica colloca definitivamente la tribù di [דן [Dan è stata trovata ceramica micenea. 46

Tribù questa, che avrebbe origine nei ∆αναοί, Danai, come quelle di רָכִָ י ,Issacar e אשר ,Aser proverrebbero dai Τευκρος,Teucri e זבולון ,Zabulon da Σαρδις, Sardi. Tutte e tre queste genti, citate appunto nella lista onomastica dei popoli del mare, fatta stilare dal Faraone Amenemope (circa X sec. a. C.), s’insediano nel Nord della terra di ןַעַנְ כּ ,Canaan

Dal punto di vista offerto da quest’ipotesi, significative e molto più logiche appaiono,:
• la “fronda” sull’unicità del luogo di culto, condotta con costanza dal Nord (ממלכת ישראל ,Regno d’Israele o שומרון ,Samaria dopo l’Esilio) contro il Sud ossia contro Gerusalemme (ממלכת יהודה ,Regno di Giuda);
• la “perdita” delle dieci tribù settentrionali non più tornate dall’Esilio (deportazione iniziata nel -722 per il Nord e nel -587 per il Sud),
• l’esclusione da ogni sentimento di comunanza etnica e l’odio verso i superstiti di queste rimasti in patria ossia verso i Samaritan considerati poi sempre quali stranieri.
Si stabiliscono a Sud i “connazionali” פלישתים ,Filistei, i quali – non assimilandosi invece al popolo ebraico – manterranno con esso
un lungo ed aspro rapporto conflittuale.
Ma cosa avvenne in quella terra che oggi conosciamo con il nome di Etiopia ?

Agli albori della storia … l’altopiano era abitato da popolazioni cuscitiche. Il Nilo Azzurro ed il suo spartiacque con il Hawash segnavano, all’incirca, la linea di separazione tra le genti (cuscitiche) degli Agau che tenevano la parte settentrionale … e le genti cuscitiche dei Sidama che occupavano la zona meridionale. Nel settore occidentale, sui declivi dell’acrocoro … verso il Sudan, nuclei di negri… si mantenevano indipendenti o assoggettati ad Agau e Sidama … [Gli] Agau che furono la popolazione dell’Abissinia propriamente detta prima della semitizzazione del paese. 47

Gli አገው, Agau o Agiw (ma anche Agaw48 all’uso inglese) rappresentano – da un punto di vista strettamente storiografico e per quanto ne possiamo oggi sapere – uno dei popoli più antichi del paese. Questo dovrebbe esserne anzi la sopravvivenza del vero e proprio primo nucleo non di razza nera giunto sull’altipiano. Inoltre, poiché abbiamo visto che i primi coloni semiti, provenienti dall’Arabia felix, il mitico regno di Saba, non arrivano in zona prima del VI sec. a.C. è dunque certo che, la presenza di quest’ultimi corrisponda ad una fase successiva del popolamento.

Agli Agiw o Agaw, la cui lingua fa appunto parte del gruppo cuscitico centro-settentrionale, appartengono le popolazioni dei ቅማንት, Qemant 49 e dei ፍልሽ, Falasha; 50 un nome che, in amarico, ha il significato di estraneo, straniero ed è stato, con evidenza, loro attribuito dai più tardi invasori sud-arabici; in effetti essi chiamano sé stessi ቤተ፡ እስራኤል, Beta Israel, la Casa d’Israele. Di questi ultimi, noti anche come Black Jews, è piuttosto conosciuta l’appartenenza ad un ebraismo pre-talmudico, ossia pre-esilico e pertanto dai tratti “settentrionali”; 51 un quadro che comporta un’immagine decisamente arcaica. Del resto la tradizione che li vuole discendenti di Dan ne è la conferma e – senza insistere su un tema inesauribile come quello delle differenze cultuali tra Israele e Giuda – è evidente quanto tutto ciò sia importante al fine di una datazione della presenza ebraica nel paese delle ambe. Le puntuali osservazioni di un ricercatore indipendente, quale Graham Hancock 52  ̶  ancorché presentate in una forma assai prossima allo scoop e quindi non la migliore per essere ascoltato in ambiente accademico ̶ sono a nostro parere nettamente condivisibili e ci permettono pertanto di fissare, a parte ante la costruzione del primo Tempio, ovvero intorno al – 931 l’arrivo dei loro antenati nei dintorni del lago Tana. Quanto ai Qemant, le peculiarità pre-ebraiche, 53 che li contraddistinguono, ci riportano, se possibile, ancor più indietro nel tempo: a quando la terra dei Cananei, quella dove scorrono latte e miele,54 era contesa tra gli Ebrei, che entravano da Sud e i popoli del mare, che sbarcavano insediandosi lungo le coste e nel Nord ( circa -1200).

La concomitanza di tutti questi fattori, ci permette di supporre uno scenario nel quale, l’ipotesi “baltica” e quella di Hancock diano luogo, integrandosi, ad un verosimile svolgimento di quegli eventi remoti. Nel momento in cui gli Achei, si mossero dalle sedi scandinave anche il collegium, dal quale traeva senso il nome degli Etiopi, si spostò oppure dette, a sua volta, luogo a una proiezione, la quale seguì o guidò i partenti o almeno quella loro compagine, che scelse di migrare sulle coste orientali del Mediterraneo. Il trasferimento – come fu per i Variaghi millenni più tardi – avvenne attraverso il sistema idrografico, ricco di fiumi, laghi e paludi, che tuttora mette in comunicazione il bacino del Baltico a quello del Mar Nero.55 Dopo una prima sosta nell’area delle sorgenti del Giordano nel cui nome c’è già il riferimento a una delle dieci tribù settentrionali: ירדן ,Giordano da ירד ,viene giù, scorre, discende e דן ,Dan, ossia la tribù di Dan; quindi proprio quella che si suppone originata dai Danai e che è considerata l’ancêtre dei Falasha. Difficile è stabilire se gli Eidhops/Αιθιοψ si siano ebraizzati in quella fase o in seguito, quando già si trovavano nella sede storica a contatto con gli stessi Falasha. In ogni caso, la sosta non fu però sufficiente ad una completa ebraizzazione e gli estremi tra gli uomini, decisero di rimanere tali anche nel nuovo contesto geografico, tant’è che senza voler dare eccessiva importanza alla cosa, è curioso come la distanza tra la sede nordica (la penisola di NordkinnhalvØya) e l’arcipelago danese (Dan-mark) e quella tra la sed africana e il territorio di Dan sia, in linea d’aria, pressoché identica. Pare qui il caso di ricordare come, nell’ “ipotesi baltica”, l’arcipelago danese viene ritenuto essere stato la patria achea. Sede dalla quale sarebbe partita la flotta per recarsi a Troia, a sua volta situata nel sud dell’attuale Finlandia. 56

Il tragitto dal vicino Oriente all’Africa fu lungo, ma approfittando pure qui di un fiume, i migranti seguirono il corso del Nilo fino al grande lago che lo alimenta ad oltre 1800 mt. di altitudine. In breve, su quel remoto acrocoro, si costituirono quale gruppo dominante e, col tempo, acquisirono la lingua cuscita degli indigeni, ma conservarono (vedremo tra poco come) il nome: Agaw o Agiw. Fenomeno non così raro se si pensa all’alto Medioevo europeo e a quanto si verificò per i Franchi (Francia) e i Variaghi detti Rus (i rossi, da cui poi Russi). Quanto all’appellativo di Etiopi – colporté jusque là – riteniamo che, in quella prima fase, fosse limitato – come già spiegato – ad un gruppo specifico, sì da ritenerlo, di fatto, un titolo: l’indicazione d’una funzione insomma. Un funzione che riteniamo – lato sensu – di ordine sacerdotale.

Secondo le ormai perdute leggi della geografia sacra, 57 un luogo santo non è tale ad arbitrio ma perché corrisponde a determinate condizioni: orografia, posizione relativa all’ambito religioso di competenza, correlazioni di geografia astronomica … Sgombrando il campo dalla patina sentimentale cui siamo abituati nel considerare quest’ordine di argomenti, si può quindi affermare che esso dovesse essere scelto in un’ottica strumentale e del tutto oggettiva; secondo criteri meramente tecnici e applicazione questi di una scienza della quale, oggi, emergono residue conoscenze e sorprendenti adattamenti all’urbanistica moderna, soltanto nei paesi di cultura estremo orientale.58 A riprova, è facilmente verificabile, sul piano archeologico, quanto frequente sia la constatazione della pluralità di forme tradizionali, testimoniate da una coerente e plurimillenaria stratificazione sacrale, presenti su uno stesso sito quand’esso appartenga appunto a quella specifica tipologia.

Per tali ragioni, è da supporre che la scelta non fosse avvenuta a caso e, in tal senso, anche il nome di Cusciti è rivelatore essendo, come abbiamo già indicato, 59 pressoché sinonimo di Etiopi con tutto quello che ciò comporta. Le motivazioni all’origine della costituzione di questo “polo” furono probabilmente sempre quelle inerenti alle tematiche della giunzione tra “correnti” spirituali: nello specifico, doveva trattarsi d’un compito correttivo ma anche assuntivo, destinato quest’ultimo a quanto rimaneva di una misconosciuta tradizione meridionale espressa dalla razza nera. Tradizione che, in epoche più remote, ebbe comunque a dare importanti contributi alla costituzione della civiltà egizia mentre, quasi in contemporanea con gli eventi in argomento (circa -1800), li stava trasferendo anche alla civiltà indù,60 essendo il popolo ario61 da poco sceso nel sub-continente dove, in quest’ultima fase del ciclo, avrebbe compiuto il suo destino storico.

Seguendo la ricostruzione dello Hancock, 62 lo stesso percorso verso le ambe fu seguito da un gruppo sacerdotale, che, per sottrarre l’Arca (ארון (alla contaminazione in animo dell’eretico e filo-assiro Re Manasse (-697/-642), riuscì a toglierla dalla מקדש בית ,casa del Santo, ovvero il Tempio e si mosse verso il Nilo dove, più tardi, raggiunto da gruppi di transfughi, cacciati dalla distruzione del Regno di Giuda e del Tempio gerosolimitano (-580), edificò nell’Alto Egitto e, precisamente, nell’isola nilotica di Elefantina, il Tempio detto di יהו ,Yaho63 (prob. pronuncia: Jèho). Quando poi nel -411, l’ostilità dei sacerdoti egiziani ebbe la meglio sulle riluttanze delle occupanti truppe persiane, reticenti ad intervenire, anche quel Tempio fu distrutto e l’Arca, scampata al disastro, fu portata ancora più a Sud, fino a raggiungere l’isola di ጣና ቂርቆስ, Tana Kirkos nel lago omonimo, circondato allora dalle fiorenti comunità ebraiche dei Beta Israel non ancora disprezzati come stranieri. Soltanto con l’avvento del Cristianesimo i nuovi invasori del paese ormai convertiti – i semiti sud-arabici, portatori della lingua ge‘ez – l’avrebbero tolta da lì per trasportarla nella cattedrale della loro capitale Axum. 64 Indipendentemente dall’improbabile, attuale permanenza dell’Arca in questa sede, come prospettato dall’avventuroso autore, è comunque significativo che le isole del lago conservassero, pur con questa perdita di status, i connotati sacrali e rimanessero luogo di pellegrinaggio anche per la nuova religione del paese. Del resto anche nel toponimo ቂርቆስ, Kirkos è rimasta traccia di tale sacralità; esso è il prodotto della stessa agnazione linguistica che, nel td. die Kirche e nell’ingl. Church, ha dato nome sia alla Chiesa, sia al luogo di culto. Tutti provengono dal greco volgare dell’ellenismo egizio κυρικη, attraverso il gr. neotestamentario kυριακή, domenica, perché è il giorno e anche il luogo nel quale si ascolta la parola de Ο Κύριος Ιησούς.

A nostro parere, di ciò, sono ancor oggi riscontrabili alcune tracce che, nel quadro delineato, assumono notevole rilevanza. Più sopra abbiamo affermato come l’etnonimo di riferimento sia Agiw/Agaw; ebbene, riteniamo ci siano i presupposti linguistici perché questo scaturisca dalla deformazione di Achei (Αχαιοι) e del resto, in conformità con il quadro che si è andato delineando, esso

désigne les Grecs de l’épopée homérique et de la civilisation mycénienne, dans divers documents attestés hors du monde
grec. 65

Il termine di partenza è Αχαιƒοι ma anche Αργαιƒοι, che, per l’opportunità offerta dal latino di formulare lezioni attestanti una fase antica della dictio greca, ritroviamo in Achivi e Argivi.66 A questo punto, un esito come Agiw o Agaw non ci sembra implichi forzature o difficoltà. S’impone qui una breve digressione che ci permetterà di ricollegarci con le posizioni scandinave di partenza: l’etimo greco riposa su una √ arg,, il cui senso di fondo è bianco splendente, brillante, lampeggiante (i.e. fulminis lux). Questo ha comportato – in ambito indoeuropeo – una serie di derivazioni, la gran parte delle quali è molto significativa per il punto di vista qui esposto: αργυρος, argentum, cfr. il tokarico A, ârki, il tok.B, arkui, l’ itt. harkiš e il skr. अजुन, arjuna, tutti col significato indicato dalla radice. Da essa vengono anche αρκτος (cfr. skr. ऋक्ष, [a]rkša, av. arša, lat. ursus, arm. arj), ovvero l’ orso, da intendersi quindi tout court – nell’accezione originaria, propria alla specie polare – come il bianco, preso in senso antonomastico. A riprova abbiamo sia che lo stesso termine possa indicare l’omonima costellazione boreale, sia αρτικος e quest’ultimo, per motivi climatici e paesaggistici, non necessita d’ulteriori commenti. Stessa derivazione ha la virgiliana Arcadia, che tanta parte ha nell’Eneide – “continuazione” dell’Iliade – dove Evandro, installato sul Palatino quale capo d’una colonia d’Arcadi (Αρκαδες 67), stabilisce con Enea quell’alleanza dimostratasi fondamentale per la riuscita dell’avventura dei Teucri nel Lazio e l’Arcadia, come l’Argolide e la Laconia, è un νοµος del Peloponneso, che con Sparta troveremo ancora. Per completare il quadro, si può aggiungere che, quale epiteto, poteva essere inteso come dagli occhi brillanti, e qui viene alla mente come i Romani, nei loro contatti con i popoli d’oltre Reno, che avevano ben conservate le originarie caratteristiche della razza, restassero impressionati dalla qualità dello sguardo: l’acies 68 germanica. Essa, nella sua chiarezza e, soprattutto, per una certa, caratteristica fissità, richiamava, infatti, l’acies divina. 69 In definitiva, riteniamo che, per le molteplici implicazioni di carattere razziale e geografico, connesse al nome di Achei, esso dia luogo a significative conferme degli assunti nordici di questo studio.

Ritornando al lago Tana, c’è un’ulteriore e non trascurabile traccia: l’isola Tana Kirkos non è la sola ad avere connotati religiosi; lì presso se ne trova un’altra chiamata Dag (o Daga) Stephanos, così dedicata per il monastero che ospita. Ed è proprio il nome dell’isola, per un altro di quegli indizi convergenti tanto frequenti in questa ricerca, a ricondurci ai popoli del mare. Ma andiamo con ordine: la tradizione propria a questi popoli, per le premesse dalle quali ci siamo mossi, non poteva essere diversa da una delle possibili articolazioni del mondo religioso acheo, quale c’è giunto attraverso i poemi omerici. Aggettivare però la tradizione classica come “religiosa” – ovvero accomunarla, per la colorazione storicamente assunta dall’aggettivo, alle forme e allo spirito delle tre religioni abraminiche – è pura comodità espositiva, ma forza la realtà. La sua natura, come ben vide il Dumezil, era tale da renderla più prossima alle complessità dell’Induismo che non alla univocità semitica.

Oltre alle diversità formali, inevitabili tra tribù e tribù, l’elemento ebraico nei primi Agaw – riscontrabile dalla vivente testimonianza dei più “arretrati” Qemant – doveva dipendere da una di quelle acquisizioni non infrequenti nel mondo antico e che noi ben conosciamo dalla facilità con la quale sappiamo essere penetrati in Roma gli esotici e apparentemente non assimilabili culti orientali.
In ogni caso, i rapporti in Palestina tra un Ebraismo arcaico, le forme proprie ai nativi e quelle degli invasori, che provenivano dal mare, debbono essere visti nella prospettiva d’una avvenuta coalescenza, insita del resto in quel concetto di giunzione, qui più volte evocato e che – non dimentichiamolo – esclude il caso, ma implica un preciso intento di adattamento. Nella fattispecie di quegli Etiopi del “dovunque”, si trattava del progetto che, in virtù della loro natura di centro spirituale, concepirono nella migrazione dall’artico ai tropici.

Presso i Filistei, i quali, fedeli invece alle loro origini, mantennero, nell’antagonismo con gli Ebrei, anche culti alternativi a quest’ultimi, il dio principale, come ci è stato tramandato dalla Bibbia,70 era Dagon (Dag-on). Poiché non si conoscono dèi di questo nome nel mondo greco, sembrerebbe d’esser finiti in una via senza uscita; invece un popolo molto lontano dai nostri Etiopi ma pur
sempre africano, ci fornisce utilissimi suggerimenti. Nell’Africa nord-occidentale, vive infatti una gente tenace, che ha mantenuto una tradizione assai complessa non cedendo alle proposte missionarie di cristiani e mussulmani: è il popolo dei Dogon da noi, precedentemente, 71 citato quale appartenente al novero di quei popoli coloureds, da considerare però d’incerta appartenenza alla négritude. A nostro giudizio, nel loro caso, i dubbi sono da limitare ad un remoto imprinting originario. Infatti, in precedenza, abbiamo parlato di “lievito” e “sale” per esprimere la funzione che la tradizione iperborea ebbe a compiere durante il presente ciclo nei confronti delle più diverse culture con cui venne a contatto; nel caso dei Dogon, l’impressione è che essa sia stata una greffe, un innesto remoto e che il tronco principale sia rimasto largamente dominato e in molte riprese implementato, da componenti ad essa allogene. Nel racconto che il vecchio e saggio dogon Ogotemmêli fa all’antropologo Griaule 72 c’è, comunque, un preciso riferimento a questa eterogeneità originaria:

…les hommes d’autrefois étaient dits “banu”, c’est-à-dire rouges, ainsi qu’on appelle encore les peaux claires. 73

Il richiamo è molto esplicito ed anche il riferimento al rutilismo è tutt’altro che trascurabile, perché, in quel termine banu, si può trovare il relitto linguistico di Vani (guerra Asi/Vani); il nome degli dei che, nella mitologia norrena, sono la rappresentazione della controparte rossa, occidentale. Quelli che, dopo il crollo della civiltà atlantidea (- 10.000), giunsero infine all’armistizio – sinonimo
bellico della giunzione più volte citata – con i seguaci degli Asi. Infatti, molto più tardi ( intorno al –2000), col repentino abbassarsi della temperatura e con tempeste di neve, si pervenne al collasso dell’optimum climatico e la Scandinavia iniziò a diventare germanica. Questo nuovo popolo – come assai prima fu per gli iperborei, antenati degli Achei – proveniva dal “serbatoio” del Nord siberiano: le terre intorno alla predetta penisola Jamal. Questi Germani erano quindi già tempratì a vivere nei freddi delle alte latitudini e furono queste le genti che alla paleo-antropologia sono note per le loro armi più caratteristiche, le asce da combattimento: in norr. breiðöx, ascia larga.

Nella nuova patria, essi si fusero con il consistente nucleo di coloro, ch’erano rimasti dopo la grande migrazione ellenica. Ciò determinò una continuità tradizionale che oggi giustifica la presenza dell’eventuale, suddetto relitto altrimenti anacronistico.

In tutta l’area dell’Alto Volta, compresa nella grande ansa del Niger, la diffusa presenza “chiara” è – nell’immediato – dovuta ad evidenti infiltrazioni berbere (Tuaregh) mentre, per un più remoto passato, il ruolo dei Garamantes (loro tracce sino al V sec.) della Phazania, sarebbe tutto da verificare, mentre di questa loro terra, oggi resta il زان ف ,Fezzan.

Per i Dogon però l’intero svolgersi delle loro vicende è nell’incertezza ed anche in merito a tempi relativamente più prossimi, non c’è concordanza di vedute tra gli studiosi:

• secondo M.Griaule avrebbero lasciato l’alto bacino del Volta Bianco intorno al 1480, dirigendosi verso le attuali sedi dei colli Badiangara per sfuggire alle incursioni dei cavalieri Mossi;
• secondo G.Dieterlen74 si sarebbero formati come popolo Dogon aggregando varie tribù intorno al XII sec. ed avrebbero abbandonato la stessa zona per non accettare la conversione all’Islam.

In ogni caso, sembra che – prima ancora di questi eventi, c’è chi dice nel V sec., sempre della nostra era – gli antenati dei Dogon siano venuti dall’Alto Egitto seguendo una via Est/Ovest percorsa, per altro, da molte popolazioni presenti ora in Africa Occidentale. A questo punto, si può supporre che, in virtù del nome così prossimo a quello del dio dei Filistei e del preciso riferimento razziale di Ogotemmêli, quello stesso primo nucleo o meglio, la gente di cui esso era la presente continuazione, avesse la sua origine nelle avventurose escursioni nilotiche dei popoli del mare. Del resto, quando il Sahara aveva altro clima da adesso, chi lo abitava ha lasciato sulle rocce incisioni e dipinti che mostrano un popolo biondo, europoide e molto diverso dalle popolazioni a noi contemporanee e che lì vivono.

Nella complessa cosmologia e nell’antropologia esposte a Griaule dal vecchio saggio, l’elemento minimo e primordiale, riconoscibile in quel complesso di materiale mitico, sarebbe il mitologema della gemellarità. Già per l’etimo di Achei – ma è questo, in ogni caso, fenomeno frequentissimo – abbiamo visto l’interscambiabilità dei suoni consonantici c (k) e g (j); allora, per tale motivo,

δοκανα, …. , simbolo di Castore e Polluce; i.e. due legni paralleli uniti da due trasversali; cfr. segno dei Gemelli [], Plut. M. 478.

è di fatto l’omofono del nome di questa popolazione e, semanticamente, prossimo al suo mondo culturale. Sorge adesso un problema; il dio Dagon, da ciò che si può leggere nelle Scritture, non ha un gemello e la sua statua, per quanto si sa, rappresenta una figura unica. C’è però l’episodio di Sansone: 75 in esso, vengono in evidenza due colonne e così ravvicinate tra loro da potervi esercitare, soltanto con l’estensione delle braccia, una forza notevolissima. L’immagine che viene alla mente ripete il segno astrologico  ed inoltre quest’azione, nella quale si trovano le componenti forza (שמשון ,Sansone) e stabilità (le due colonne, עמודות שתי ,(ci rimanda alle colonne poste all’ingresso del Tempio di Salomone chiamate appunto forza (Bo‘Z, בעז ( e stabilità (YaKYN, יכין.(76

Se poi

ricordiamo [che] il ciclo narrativo di Sansone, l’eroe della tribù di Dan, che vive in ambiente filisteo e che come un filisteo si comporta; il suo stesso nome [“solare”77]ne rivela l’origine non israelitica …. [comprendiamo come sia] … significativo che, quando l’eroe è stato fatto proprio dalla tradizione ebraica, egli sia stato assegnato alla tribù di Dan. 78

A questo punto, si precisa il già accennato, complicato intreccio che la presenza achea ha determinato in tutta l’area, rilevabile, del resto, dal ripetersi delle due emblematiche colonne anche in templi dei paesi posti a Nord e ad Oriente della Palestina. Ma c’è di più, questo legame viene espressamente dichiarato e la controparte è, per la fattispecie in esame, assai rilevante:

Gionata sommo sacerdote e il consiglio degli anziani del popolo e i sacerdoti e tutto il resto del popolo giudaico, agli Spartani loro fratelli salute. Già in passato era stata spedita una lettera ad Onia sommo sacerdote da parte di Areo, che regnava tra voi, con l’attestazione che siete nostri fratelli …; 79

eccone il testo:

Areo, re degli Spartani, a Onia sommo sacerdote salute. Si è trovato in una scrittura riguardante gli Spartani ed i Giudei, che essi sono fratelli e che discendono dalla stirpe di Abramo …; 80

Siamo comunque perfettamente consapevoli che, per tanti storici, siano queste dell’affermazione d’una comune ascendenza, soltanto antichi, ingenui vezzi diplomatici per ingraziarsi il possibile alleato (cfr. E.J. Bickerman , 81) così come l’Eneide sarebbe solo un’opera letteraria a nient’altro intesa se non al “bello” e all’adulazione del Principe: il criterio da cui parte questo lavoro è invece quello di prendere au sérieaux ciò che traditum est e attraverso un riscontro dell’interna coerenza dei dati e della loro rispondenza a questa prospettiva – appunto tradizionale – deciderne o meno l’accettabilità. Ma continuiamo nelle citazioni; qui il soggetto è Giasone, il sommo sacerdote ellenista cacciato dalla rivolta maccabaica:

… morì in esilio presso gli Spartani, fra i quali si era ridotto quasi a cercare riparo in nome della comunanza di stirpe. 82

Sparta è significativa non soltanto perché erede di una Weltanschauung sicuramente prossima al prisco ηθος acheo ma anche perché sede del culto dei sacri gemelli Castore e Polluce.

Gli Spartani rappresentano i Dioscuri con due travi di legno parallele unite da altre due travi trasversali. I loro co-re [geminale dunque anche la sovranità] portano sempre questo simulacro in battaglia, 83

che è appunto la predetta δοκανα . L’ “ipotesi baltica” per la collocazione dei poemi omerici, pone la Laconia originaria nell’isola danese di Sjælland, la più grande di quell’arcipelago.

Si può notare nel profilo dell’isola una qualche somiglianza con quello del Peloponneso

Ebbene, su questa, è reperibile un toponimo: Sparresholm (Sparr-es-holm) dove holm è isola (in questo contesto non ha rilevanza e inoltre la località è nell’interno), -es è un semplice suffisso è resta però Sparr, che ha il significato – sorprendente – di trave (td. der Sparren). In sv. spår, è il binario (i.e. ferroviario); il che rende, se possibile, ancor più evidente ed anche visivamente percepibile il senso – così significativo per noi – di gémelliparité.84 La √ √√ √ par, il prefisso s- è un durativo come nell’affine it. spartire,85 una dualità data da una parte e dal suo confronto con un tutto. ma bene rende, nella totale omofonia (spart-ire), la lettura del nome della città in argomento, con evidenza concettualmente identico al suo emblema e conforme al culto che la caratterizzava. Tale radice esprime in i.e. il concetto base di coppia, ma da questa base per ampliamento o specializzazione deriva una serie veramente imponente di vocaboli: ingl. pair, td. das Paar, coppia; td. der Spalt, spacco, fenditura: un qualcosa che si apre e diventa due e skr. पर, par: oltre, remoto, opposto; un qui e un là alternativo.

Non è in ogni caso questo l’unico toponimo su base Spar reperibile in Scandinavia, come del resto il ruolo fondamentale di una coppia gemellare, si ritrova anche a Tebe ed a Roma. Tant’è che, alla luce di queste considerazioni, non è assurdo ritenere anche i due capitani reggenti di San Marino eredi – attraverso le coppie consolari sia romane, sia medievali – dello stesso ancestrale mitologema, si pongono a vivente testimonianza del valore perenne e universale dei simboli. Questo studio è iniziato citando proprio l’enigmatica duplicità degli Etiopi omerici della quale abbiamo mostrato il sorprendente, attuale riscontro geografico. Esso si è poi sviluppato disvelando, di questa duplicità, anche il senso etnico e storico. Vorremmo ora sottolineare la pregnanza d’altre valenze ad essa sottese.

Nel momento dello scontro tra lo stanziamento atlantideo e la corrente iperborea – scontro che, come abbiamo visto, trova corrispondenza nell’epopea indù di Parushu-Râma che narra le lotte contro il potere di una proterva classe di guerrieri – pel moto precessionario, il punto vernale percorreva (-8700/-6540) l’asterismo oggi chiamato Cancer (♋️), ma che, al tempo, era rappresentato dal polipo

e, di questa sua diversa immagine, abbiamo testimonianze arcaiche (spesso come petroglifi) diffuse in una vasta area, che va, appunto, dalla Scandinavia alla Grecia micenea. Astrologicamente, questo segno è domicilio della Luna, alla cui sfera compete l’elaborazione delle forme sottili che andranno poi a manifestarsi concretamente in questo nostro mondo. Lo schema strutturale dell’ottopode si presta a mostrarsi in raggianti immagini solari o in disposizioni svastikoidi, ma ne esiste – com’è per tutti i simboli – anche una controparte tenebrosa data dalla Medusa con tutta la sua inquietante ambiguità:

Tis the tempestuous loveliness of terror… 86

Inoltre, per essa e per la natura dei citati riferimenti zoomorfi, l’elemento acqua è dominante e le Acque corrispondono ad analoga funzione poiché stanno a simbolizzare il principio passivo e plastico del cosmo: in effetti, tutto il periodo, caotico per gli eventi guerreschi che lo contraddistinsero, fu determinante per l’elaborazione e la definizione cultuale, ma anche razziale di quella parte del ciclo che, da allora, si estende sino ai nostri giorni. A tale momento embrionale fa riferimento la forma ovulare del corpo del cefalopode e, allo stesso contesto, è da ricondurre il mito di Leda e dell’uovo da cui nasceranno i Dioscuri; ripreso quest’ultimo, nella loro iconografia, dagli elmi, che ne rappresentano le due metà e dai corti mantelli vestigia della membrana. I riferimenti di carattere astrologico qui utilizzati, in virtù del loro rapporto con la precessione

Il cerchio precessionario disegnato sulla volta celeste dal “prillamento” dell’asse terreste, il quale fa sì che la Polare non sia sempre la stessa

sono tra quelli che davano giustamente un ruolo cosmologico a questa scienza tradizionale oggi dimenticata e ormai residuante nelle sue più banali, fantasiose e dubbie applicazioni divinatorie. Al termine di quest’epoca di remissione, ci sarà l’inizio del Kaly Yuga, la confusione delle lingue e l’ingresso nella parte ultima del Manvantara. La costellazione che segue nel cammino precessionario (-6540/-4380)76 è, appunto, quella dei Gemini () ed essa è coerente emblema di un’epoca nella quale le due grandi correnti si fusero facendo sì che i nemici, al termine di un periodo tormentato, diventassero fratelli. In questa corrispondenza, si manifesta una costante e verificabile proprietà ossia la proiezione – con congrua evidenza, nell’immagine dell’asterismo vernale – del quid caratterizzante lo spirito del tempo. Spirito ed immagine poi in mille modi ripresi nei miti, nei culti e nell’arte del periodo considerato.

Un esempio molto noto è la coincidenza tra il segno dei Pisces () ed il suo presentarsi nel Cristianesimo;87 ad es. Ι ΙΙ ΙησουΗ Χ ΧΧ ΧριστοΗ Θ ΘΘ Θηον Υ ΥΥ ΥιοΗ Σ ΣΣ Σωτηρ: ΙΧΘΥΣ ΙΧΘΥΣ ΙΧΘΥΣ ΙΧΘΥΣ, pesce, appunto.

Tale rapporto fa sì che l’era cristiana venga pressoché a coincidere col trascorrere del punto vernale (γ) attraverso tutta questa costellazione.

Qui giunti, ci sembra importante sottolineare come la prospettiva evemeristica di molte delle interpretazioni che abbiamo proposto nel presente studio, non voglia, in alcun modo, escludere gli altri piani – cosmologici e metafisici – impliciti in tutti i miti. Anche quello di Leda comporta chiari riferimenti storici agli eventi testé ricordati: Zeus, s’unisce a lei sotto forma di cigno

ed è questa, dell’Ottimo e Massimo, un’evidente personificazione della tradizione iperborea; infatti nell’Induismo è हासं, Hamsa, cigno, il nome della razza primordiale e polare all’origine di questa umanità.88 Inoltre, Leda (Ληδα) è chiamata anche Νεµεσις, oppure, con essa, che di fatto è un’astratta potenza divina tutrice dell’ordine ed equilibrio universali, è spesso scambiata. Tutto ciò che nelle cose, negli uomini e negli eventi usciva per teratologica dismisura dalla norma, dall’ineluttabile intervento di questa potenza era riportato a giusta dimensione, proporzione e rango. E ciò, per quel senso della ∆ικη, così consonante nella mente dei Greci con l’armonica moderazione d’ogni cosa. In definitiva, il mito ci dice che, la tradizione iperborea (il cigno) ‒ facendo giustizia, nello specifico unendosi alla Nemesi, della difforme e proterva grandezza, naturaliter di Titani e Giganti, ovvero degli Atlantidei, i biblici Nefelim, implicita nelle stesse cause delle epifanie nella storia della temibile partner del dio ‒ tale tradizione dunque ristabilì tra i (giusti dei) due popoli quel rapporto di fratellanza (gemelli) che abbiamo già citato.

Un riferimento a questo equilibrio lo ritroviamo nella versione architettonica della δοκανα: le due colonne Forza e Fermezza; infatti senza la seconda c’è solo eccesso. Non a caso, nelle ritualità delle gilde dei costruttori e, tuttora, in quelle dei loro tardi epigoni, il nome della prima corrisponde alla parola di passo degli apprendisti mentre, quello dell’altra è attribuito ai compagni, riproducendo nella sequenza gerarchica la corretta scala valori.

Approfondire però la misura in cui tutto questo, più ampiamente, si riverberasse in quella lontana filiazione che fu la società filistea e – per ciò che abbiamo constatato – in quella ebraica nonché nelle molte altre, solo accennate relazioni, è certo compito che supera la portata e gli scopi del presente lavoro. Lavoro che, partito dall’ ιδεα o meglio dall’υποθεσις di uno scenario baltico per i poemi omerici, ha cercato – attraverso il riscontro linguistico e quello con varie, connesse, ma anche lontane tradizioni – di dipanare l’ingarbugliata matassa di quei lontanissimi eventi sino alle presenti conseguenze, si da avere un quadro coerente di quanto avvenuto. Infatti un’ipotesi può essere vera, ma la sua verità può risultare soltanto dalla verifica delle sue conseguenze e, se il loro insieme costituisce un’immagine leggibile e dotata di senso, come ci appare essere quella proposta, riteniamo la sua conferma altamente probabile.

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Note

1 Felice Vinci, Omero nel Baltico, Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade, Fratelli Palombi Editori, Roma; ultima ediz. 2012 e il n. monografico della Rivista di Cultura Classica e Medioevale, F. Serra Editore, Pisa-Roma, 2014, pp. 356 con figure in bianco/nero n.t. (LV/2, 2013); vd. anche un recente articolo di Antonio Socci: http://www.antoniosocci.com/2014/03/se-ulisse-navigo-i-mari-delnord-una-tesi-che-rivoluziona-la-storia-della-civilta/. È in questa prospettiva che va inteso tutto il presente studio, il quale si avvale inoltre della fondamentale opera del Tilak, The Arctic Home in the Vedas, Poona Bombay, 1903, nonché dalle notizie in tal senso più volte fornite da René Guénon nella sua vasta produzione. 

2 Ὀδύσσεια/ α, 19-25 

3  Ibidem, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 1997. 

4 Per completezza si può aggiungere che, in un territorio sempre appartenente all’Africa orientale (Kenia), nascendo dai monti dell’Aberdare Nat. Park, scorre, in direzione SE e per circa 800 km, un fiume omonimo.

5 La Norvegia non ha, nell’accezione nostra, una lingua ufficiale; è più giusto dire che, sia la versione basata sul danese scritto – il bokmål – sia quella “costruita” nel XIX sec. sulla base di vari dialetti rurali, ossia il nynorsk siano, parimenti a qualsiasi dialetto, considerate norvegese a tutti gli effetti e pertanto usabili anche a livello ufficiale senza restrizione alcuna. Il bokmål è espressione dell’85% della popolazione, mentre del 15% lo è il nynorsk. 

6 Variante: mannaia, da*manuaria[m], agg. di manus; altro nome dell’attrezzo: pennato. 

7  da R.Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962; ch. XVI.  

8 Ibid. 

9 Ibid. 

10  P. Virgilio Marone, En. 4.480-482. 

11 Ibid. trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 1997. 

12 Cfr. skr. एध, édha, fuel. e irish, aodh, old high german, eit, ang. sax. âd. Vd. Sir Monier Monier-Williams, Sanskrit-English Dict., N.Delhi, 1995.

13  छा दोग्य उपनष , Chândogya Upanishad, 8.1. 

14 Dante, Vita Nova, 2.4. 

15 G.Semerano, Le Origini della Cultura europea, Diz. della Lingua Greca, Olschki, Firenze, 1994; s.v. αιθηρ. 

16 Fabre-d’Olivet, La Langue hébraïque restituée, L’Age d’Homme, Vevey, CH, 1985. 

17 Ibid.

18 Il riferimento è alle teorie tradizionali che abbinano i quattro temperamenti: il malinconico, il collerico, il flemmatico e il sanguigno alle razze ed esse ai quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco; da ciò risulta che la razza nera apparterrebbe al tipo sanguigno collegato al fuoco.

19  F. Brown, Hebrew English Lexicon of the Old Testament, Oxford Univ.Press, s.v. כוש 

20 Esso, a sua volta, ha ulteriori quattro suddivisioni linguistiche: 1) settentrionale, o begia, che comprende una sola lingua: il beḍawye, nella zona nord-occidentale dell’Eritrea e nelle vicinanze di Kassala; 2) centro-settentrionale, o agau, formato dalle lingue delle popolazioni dell’altopiano etiopico: il bilin, il khamta, il khamir, e parecchie lingue parlate da piccoli gruppi; 3) bassocuscitico o cuscitico sud-orientale, che comprende: il ṣaho (fra la Baia di Arafali e l’altopiano abissino), il ῾afar, parlato nella Dancalia (tra la baia di Adulis e il golfo di Tagiura), il ṣōmālī (tra il golfo di Aden e il Giuba), e il galla (dall’estremità settentrionale del Kenya e dell’Oltregiuba fino alle vicinanze del Lago Ascianghi e ai confini dell’Ogaden); 4) meridionale o sidama, formato dai dialetti parlati dalle popolazioni Sidama fra l’alta valle dello Scebeli e il Lago Zuai. 

21 Cfr. supra, nota 1. 

22 Ὀδύσσεια/ε, 282; trad. op. cit.; ἐνοσίχθων , è un attributo di Poseidone: scuotitore della terra; vd. L. Rocci, Vocab. GrecoItaliano, Soc. Ed. Dante Alighieri; 1985; s,v. Ποσειδων.

23 Ἰλιάς/ α, 423-424; trad. ibid.

24 Ἰλιάς/ψ, 206; trad. ibid. 

25 Cfr. L. Rocci, op. cit., s.v. α−µυµων, ma anche εσχατοι (cfr. supra Ὀδύσσεια/ α, 23: …gli estremi…) che può andar oltre l’accezione geografica: ibidem s.v. ἔσχατοι, traslato: il sommo, il più alto, il più grande. 

26  Il Nome e la Storia, in Episteme, n. 5, Perugia, 2002.

27 Nel रामायण, Ramayana e nel महाभारत, Mahabharata e in alcuni पुराण, Purana.

28 Il punto vernale (indicato con γ) è il momento in cui il moto apparente del Sole, all’interno della fascia zodiacale, incrocia l’equatore celeste determinando l’equinozio di primavera. In tale percorso il Sole, alla “velocità” di 1° ogni 72 anni, impiega 2160 anni a percorrere un segno e l’andamento è a ritroso, sicché si parla appunto di precessione degli equinozi. Ai tempi di Gesù il γ γγ γ stava entrando nel segno dei Pisces (), mentre il prossimo transito sarà nell’Aquarius (). Nell’astrologia comunemente intesa si considera γ γγ γ ancora in Aries () con un ritardo quindi di oltre duemila anni rispetto alla realtà astronomica..  

29 Più che una certezza è una convergenza di fattori. 

30 In effetti e per la precisione, il rutilismo, massimo tra gli Udmurti, è molto presente in tutto il settore permico del gruppo ugrofinnico, sicché le caratteristiche del tipo sono riscontrabili, con buone percentuali, anche tra i Komi, i Mari e i Mordvini. Senza naturalmente escludere i russi dell’area.  

31 Elizabeth Wayland Barber, The Mummies of Ȕrȕmchi, McMillan, 1999; J. P. Mallory , Victor H. Mair, Tarim Mummies: Ancient China and the Mystery of the Earliest Peoples from the West, Thames & Hudson, 2008, pp. 352. È stato fondatamente supposto che la lingua in prevalenza parlata da questa popolazione fosse il tocarico, appartenente, come il latino e il germanico, al gruppo kentum (vd. ill. blu) delle lingue i.e. mentre il russo è del gruppo satem (rosa-rosso). ), La straordinaria conservazione dei corpi è dovuta sia alla salinità del terreno, sia all’aridità del clima. 

32  Da , אשכנז askenaz, Germania, l’altro gruppo, i Sefarditi, proviene dalla penisola iberica, quindi , דרפס sefard, Spagna. 

33 Insomma, per il colore, tra un quasi albino e un negro c’è solo una differenza quantitativa, tant’è che è tra questi ultimi, per singolare contrappasso, che si ha la massima incidenza dei casi di albinismo. Sulla tematica del rutilismo: Valérie André, Réflexions sur la question rousse, Taillandier, 2007 ; Valérie André, La rousseur infamante, Académie royale de Belgique, 2014 ; Xavier Fauche, Roux et rousses : un éclat très particulier, Gallimard, 1997, coll. «Découvertes». Sempre sull’argomento ecco, in inglese, alcune opere non propriamente scientifiche, ma ricche d’informazioni: Cort Cass, Redhead handbook: A fun and comprehensive guide to red hair and more, Blue Mountain Arts, 2003; Stephen Douglas, The Redhead Encyclopedia Paperback, Stonecastle Literary Group, 1996; Jacky Colliss Harvey, Red: A History of the Redhead, Black Dog & Leventhal, 2015; Al Sacharov, The redhead book: A book for and about redheads, Word of Mouth Press, 1982. 

34 Atlantis: the antediluvian world, New York, London, 1882, first edition. Per una recente edizione in originale: Jazzybee Verlag Jürgen Beck, Altenmünster, Deutschland, 2014.

35  Nel Circondario Autonomo dei Nenets nella cui lingua (gruppo samoiedo delle lingue uraliche), Jamal è finis terrae. 

36 René Guénon, Formes traditionnelles et cycles cosmiques, Gallimard, Paris, 1970; p. 36. 

37 Vd supra a proposito di Agartha/Agarthi. 

38 L’Inferno, ovviamente, appartiene anch’esso al mundus subtilis, ma è infra-umano, infra-terrestre.

39 Accessi = da qua a là; proiezioni = da là a qua. 

40 Il sodalicium spiritualis, quel collegium che sarebbe la vera natura della comunità di quegli estremi tra gli uomini. Vd. Supra. In ogni caso quella migrazione non si sarebbe limitata a pochi individui, ma avrebbe comportato anche un normale seguito di popolo. 

41 R. Guénon, Formes traditionnelles et cycles cosmique, Gallimard, 1970, p. 36. 

42 Ibid. 

43 Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi, 1976. 

44 Ibid. vol. I, pp. 158-59, 175-76, 194. 

45 Rusconi Edit., 1997. 

46 Ibidem, p.67. 

47 Enciclopedia Italiana, s.v. Etiopia. Per i Cusciti vd. supra n. 20, mentre per i riferimenti l’elemento fuoco, collegato ai temperamenti tradizionali delle razze, vd. la n. 18. 

48 Robert Hetzron, The Agaw Languages. in Afroasiatic Linguistics 3,3. 1976, p. 31–37; Andreas Joswig & Hussein Mohammed, A Sociolinguistic Survey Report; Revisiting the Southern Agaw Language areas of Ethiopia. SIL International. SIL Electronic Survey Reports 2011-047; M. Paul Lewis edit., Ethnologue: Languages of the World, 16th Edition, 2009, SIL International.

49 Nordhoff, Sebastian; Hammarström, Harald; Forkel, Robert; Haspelmath, Martin, eds. “Qimant”. Glottology. Leipzig: Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, 2013; Frederick C. Gamst, The Qemant, Waveland Press, 1984, 128 pp. 

50 Steven Kaplan, The Beta Israel (Falasha) in Ethiopia: From Earliest Times to the Twentieth Century, New York Univ. Press, 1992. 

51 Il riferimento geografico è alla terra di Canaan. 

52 The Sign and the Seal. A Quest for the lost Ark of Covenant, W.Heinemann Ltd., London, 1992; trad. it. Piemme,1995. Anche in questo caso, per chi desideri approfondire l’argomento, si rimanda alla lettura – del resto piacevole – del saggio, 

53  Frederik C.Gamst, Op. cit. vd. supra n. 46. 

54 Es. 3.8, Lv. 20.24, Nm. 13.27, Sir. 46.8, Bar. 1.20. 

55 Con il nome Variaghi, altrove conosciuti anche coi nomi di Vichinghi o Normanni, si identificano quei popoli scandinavi che migrarono, specialmente dalla Svezia, verso sud/est. Essi erano apprezzati pel commercio, ma temuti per la pirateria; attività praticate anche in contemporanea; mentre, nei domini dell’Impero Romano d’Oriente, offrendosi come mercenari formarono lo scelto corpo della guardia variaga. In queste incursioni, si spinsero sino al Mar Caspio. Nell’attuale Ucraina, costruirono un sistema di fortezze e di stazioni commerciali dal quale si sviluppò il primo stato russo, la Rus’ kievana. 

56 Tali e tante sono le coincidenze geografiche riscontrabili tra il racconto omerico e i dintorni dell’attuale cittadina finlandese di Toja che i resti scoperti da Schlimann, privi di tali riscontri, perdono credibilità, risultando solo ciò che resta di uno dei tanti antichi centri di quella ricca area archeologica. 

57 Vd. http://www.academia.edu/6407369/Fiumi_venature_e_stelle_geografia_sacra_e_fengshui_nella_tradizione_cinese e https://connessionecosciente.wordpress.com/2015/05/10/dalla-geografia-sacra-alla-geopolitica/  

58 Il Feng Shui, conosciuta in Cina come la scienza “del vento e dell’acqua” e per l’Occidente: vd. Vincent Scully, The Earth, the Temple and the Gods, Trinity Univ. Press, 2013; Jean Richer, Geògraphie Sacrée dans le Mond Romain, Guy Trédaniel, 1985; Jean Richer, Geògraphie Sacrée dans le Mond Grec, Guy Trédaniel, 1983; John Michell, The new view over Atlantis. The Essential Guide to Megalithic Science, Earth Mysteries, and Sacred Geometry, Red Wheel/Weiser, 2013; John Michell, The Earth Spirit. Its Ways, Shrines, and Mysteries, 1975; Francis Hitching, Magia della Terra: il mistero dell’uomo megalitico e della sua civiltà perduta, Sonzogno, 1978; Blanche Merz, I luoghi alti, SugarCo edizioni, 1986.

59 Vd. supra e nn. 16, 17. 

60 Un importante contributo delle nere popolazioni indigene del sub-continente e che poi si sovrappose inserendosi in via definitiva alla tradizione degli Ari invasori tanto da essere definito il quinto Veda furono, appunto, i त त्र, Tantra.

61 Su questa denominazione esistono molti equivoci: con un approccio scientifico essa ha senso solo nel contesto della civiltà indù e della sua complessa stratificazione sociale. Delle quattro caste (वर्ण, varna, colore) che la compongono: ब्र&मन्, Brahman, sacerdoti; क्ष’#य, Kshatriaya, nobili o guerrieri; (वश् , Vaishiya, mercanti, borghesi; शूर, Shudra, servitori, popolo; sono आर्य, Ari solo i primi tre. C’è da aggiungere come l’aver chiamato colore questa classificazione sociale sia un evidente portato di quella remota invasione. Esistono poi innumerevoli sotto-caste (जाती, jāti, nascita, famiglia) che non ha qui importanza citare. Vd. Louis Dumont, Homo Hierarchicus, Adelphi, 1966. 

62 Op. cit. vd. supra n. 52. 

63 Sulle molto complesse ragioni di quest’insolita diminutio del Tetragramma (YHWH), cfr. d’Ausser Berrau, op. cit.

64 Nella ricostruzione dello Hancock l’unico punto che ci trova decisamente scettici è la sua convinzione che l’Arca, custodita ancora dalla locale chiesa copta, possa essere quella originale. 

65 Chantraine, op. cit. s.v. Αχαιος.

66 Poetico, per greco in genere, cfr. F.Calonghi, Diz. Latino-Italiano, s.v. Argos. 

67 Per il rapporto con αρτικος vd. F. Sommer, Ahhijawa-Frage und Sprachenwissenschaft, Ab. der Bayr. Akad. der Wiss. Munich, 1934, p. 63 e sg.

68 Acies, ei: pointe, faculté de pénétration (sens physique et morale), en particulier «faculté de pénétration du regard» ; s.v. ac- in A. Ernout, A. Meillet, Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, Klincksieck, Paris, 1959.

69 Priva del battito delle palpebre. 

70 Gdc. 16.23; 1 Sam. 5.2, 5.3-7; 1 Cr. 10.10; 1 Mac. 10.83-85, 11.4. 

71  Cfr. supra. 

72 M.Griaule, Dieu d’Eau, Fayard, 1966 ; tr. Giorgio Agamben, Dio d’acqua: incontri con Ogotemmeli, Milano: Bompiani, 1968; Milano: Garzanti, 1972 e a cura di Barbara Fiore, Torino: Bollati Boringhieri, 2002. Vd. anche Germaine Dieterlen, Les Dogon. Notion de personne et mythe de la création, éd, L’Harmattan, 2000. 

73 M. Griaule, Ibidem, p.88. È piuttosto curioso che un popolo dell’Etiopia orientale (Eritrea ma anche Somalia), i Danàkili (ma loro chiamano sé Afar o Adal), si suddivida in uomini rossi (asà ian mara, sono questi i nobili) ed uomini bianchi (adò ian mara e questi sono i commons): cfr. R.Biasutti, Razze e popoli della Terra, UTET, 1967, vol. III, p. 222. Quanto al nome fa pensare questo Dan-: l’assonanza con Danai è evidente e così le tracce di un culto preislamico affine a quello dei Qemant e la lingua cuscita rimandano agli Agaw. 

74 Vd. supra, op. cit. n. 64. 

75 Gdc. 16. 22-30. 

76 1 Re, 7. 21. 

77 Cfr. l’assonanza germanica: San-son, figlio del sole. 

78 G.Garbini, op. cit. p. 67. 

79 1. Mac. 12.5. 

80 Ibidem, 12.21. 

81 The Jews in the Greek Age, Harvard U.P. 1988, Chap. XX 

82 2Mac. 5.9. 

83 R.Graves, Greek Myths, trad it., Longanesi, 1977; Cap.74, § p. 

84  Neologismo coniato dal Graule per rendere le specificità dei miti dogon. 

85 Vd. Kluge, Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache, de Gruyter, Berlin, 1995; s.v. Sparta 

86 Percy Bysshe Shelley , On The Medusa of Leonardo da Vinci. 

87 Mt. 7.10, 12.40, 13.47, 14.17s, 17.27, Lc. 5.6, 24.42, Gv. 21.9s, 1Cor. 15.39. 

88 Come abbiamo già scritto (vd. supra n. 43) la durata di un ciclo di umanità (Manvantara) è di 64800 anni, ovvero 2½ la precessione che è di 25920 a. e il Manvantara si suddivide, a sua volta, in Yugas (युग/) la cui durata è secondo le proporzioni: 4+3+2+1 = 10 che corrispondono alla stessa scansione della pitagorica τετρακτύς. Sull’intero Manvantara si sovrappone, con diversa lettura temporale, la dominanza delle cinque razze: Hamsa (indifferenziata), Gialla, Nera, Rossa, Bianca. Dove, a ognuna, spetta un periodo che, nella civiltà classica, fu chiamato grande anno (µέγας ἐξιαυτός) e che Macrobio calcolò in circa 15000 a. ma che, in realtà, è di 12960 a, ½ cioè della stessa precessione. Su questa terminologia c’è comunque una certa confusione: con lo stesso nome, o con quello di anno platonico, sempre nel mondo classico, si designava la precessione. 

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Tutto il materiale riprodotto è tratto dal PDF: http://www.cartesio-episteme.net/ep8/Scandia-Ambe.pdf

 

 

 

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