IL CULTO DEL TORO NEL MEDITERRANEO ANTICO

Uno dei bisonti raffigurati nelle grotte di Altamira, in Spagna

 

Nell’antico bacino del Mar Mediterraneo, in un’epoca ormai dimenticata dall’uomo, gli Dèi erano venerati, adorati e rappresentati nelle più svariate forme e modalità. Quasi sempre erano raffigurati in sembianze antropomorfe, cioè simili agli uomini, altre volte in forma di animali.

In questo periodo molti culti e simboli religiosi cominciarono a circolare tra le culture umane, e tra questi uno in particolare fu oggetto di venerazione e adorazione da parte di quasi tutte le culture del Mediterraneo antico.

Si tratta del toro, considerato animale divino e sacro da quasi tutte le culture dell’antichità, e fu anche un simbolo associato alla Luna, alle costellazioni, alla fertilità, alla rinascita e persino al potere dei Re.

Le prime rappresentazioni dell’arte paleolitica e l’enigmatica venerazione del toro in Anatolia (l’attuale Turchia) influenzarono una varietà di culti sacri e religiosi che si estesero in ogni luogo del mondo antico.

Dal toro sacrificato nella Creta minoica al culto del toro Apis in Egitto al ritratto sacrificale presente nel mitraismo romano, il toro era parte integrante di moltissime e importanti tradizioni religiose e di diverse culture, distanziate tra loro dal tempo e dallo spazio.

Prove del culto del toro sono state trovate in varie zone del mondo, come l’Europa, l’Africa e l’India.

Il toro era oggetto di venerazione e il culto dedicatogli cominciò a diffondersi intorno a 15.000 anni fa, alla fine del periodo del Paleolitico superiore.

Una delle prime testimonianze archeologiche che riguardano la raffigurazione del toro nel Paleolitico superiore la si può trovare nelle pitture rupestri presenti nelle Grotte di Altamira (18.500-14.000 anni fa), nel nord della Spagna.

Il soffitto delle grotte di Altamira raffigurante una mandria di bisonti

Il soffitto della grotta è coperto da imponenti dipinti che rappresentano una mandria di grossi bisonti di una razza oggi estinta.

Anche se non è stata trovata alcuna prova che possa far pensare alla presenza di rituali e sacrifici riguardanti il toro ad Altamira, è interessante notare come le cerimonie iniziatiche di alcune religioni dell’Asia Minore e della Grecia avvenivano proprio all’interno di grotte.

È possibile quindi che l’adorazione del toro  abbia avuto inizio con queste pitture presenti nelle grotte e si sia successivamente sviluppata per migliaia di anni, influenzando le radici dei rituali religiosi che si svolgevano nelle grotte e nei templi.

La prima testimonianza del culto del toro è stata trovata nel vicino Oriente antico, a Çatal Hüyük in Anatolia, intorno al 7000 a.C..

Pitture rappresentanti i tori sono state rinvenute sulle pareti settentrionali dei santuari che sono assimilabili alle grotte del Paleolitico.

Teste di tori in gesso provenienti da Çatal Hüyük in Anatolia, conservate al museo di Ankara

Molti dipinti raffigurano anche giovani acrobati che giocano e saltano sulle spalle dei grossi animali.

Oltre a queste antiche pitture, nei santuari furono rinvenute anche teste di tori realizzate in gesso.

Alcuni tori sono raffigurati come partoriti da una “dea” della fertilità, indicando con ciò anche una forte connessione tra il toro e l’antico culto preistorico della Dea Madre.

I teschi e le corna di questi animali furono usati anche per decorare i santuari dove si svolgevano i culti. Le pitture della dèa e del toro, così come le pitture raffiguranti grandi avvoltoi, mostrano le credenze religiose degli abitanti di Çatal Hüyük che si concentravano sul concetto ciclico di morte e di rinascita.

Pitture di enormi avvoltoi indicano una pratica religiosa in cui i corpi dei tori morti venivano lasciati all’aperto per poi venire scarnificati dagli uccelli, così da lasciare solo i resti degli scheletri.

La migrazione di uomini e commercianti di Çatal Hüyük potrebbero averli portati ad “esportare” le proprie pratiche rituali e religiose anche in altre aree abitate nei millenni a seguire.

IL CULTO DEL TORO NELLA MEZZALUNA FERTILE

Sfinge di toro con testa umana proveniente dalla città sumera di Girsu, 2.140 a.C. (Museo del Louvre di Parigi)

In Mesopotamia il toro, più che oggetto di culto e di venerazione, veniva considerato come un simbolo associato ad alcune divinità e simboleggiava potenza e regalità.

In particolar modo tra i sumeri esso era associato a due tra le più importanti divinità di tutto il loro vasto “Pantheon”, ossia gli Anunna ENKI ed ENLIL, che in alcuni poemi sarebbero stati definiti anche come il “grande toro”, ed erano onorati con canti e rituali.

A volte Enki ed Enlil erano ritratti anche con fattezze di toro nei sigilli e in alcune statue.

Sono state trovate anche scene di sacrifici di tori incise finemente su sigilli sumeri. Ci sono scene che rappresentano rituali in cui un toro viene pugnalato alla gola e  potrebbero costituire le prime testimonianze di sacrifici del toro a scopo rituale.

 

Sigillo sumero con la raffigurazione di tori

Su sigilli d’argilla sono state trovate anche raffigurazioni di personaggi antropomorfi con corpo di toro e testa umana e viceversa. Queste strane ed enigmatiche rappresentazioni ibride, secondo alcuni studiosi, potrebbero simboleggiare il dominio degli uomini sugli animali selvatici o il potere dell’intelligenza umana che soggiòga gli istinti animaleschi insiti da sempre nell’uomo stesso.

Nella mitologia mesopotamica, in particolare nell’epica babilonese di derivazione sumerica conosciuta come “l’epopea di Gilgameš” (2600-2500 a.C.), il toro è rappresentato da Gugalanna (letteralmente “Grande toro del cielo”, dal sumero gu=”toro”, gal=”grande”, an=cielo” e -a “del”), che era una divinità sumera – così come anche una costellazione conosciuta oggi come costellazione del Toro appunto – e rappresentava uno dei dodici segni dello Zodiaco.

Gugalanna era stato il primo marito della dea Ereshkigal, la dea del “regno dei morti”.
Venne inviato dalla dea Inanna, sorella di Ereshkigall, per vendicarla di Gilgameš, che aveva rifiutato le sue proposte sessuali.

Gugalanna, “i cui piedi fanno tremare la terra”, venne trafitto a morte nello scontro dalla spada di Gilgameš e smembrato da Enkidu. La dea Inanna osservò la scena dall’alto delle mura della sua imponente città ed Enkidu, sfidando la dea, prese le cosce di Gugalanna e le mostrò agitandole dinanzi alla dea, minacciandola che avrebbe fatto lo stesso con lei se fosse riuscito a catturarla.
Per la sua empietà e sfrontatezza, Enkidu morirà, durante il viaggio che svolse insieme all’amico di mille avventure Gilgameš, quando partirono insieme alla ricerca dell’immortalità.

Dopo questa periodo caratterizzato dal culto in simbiosi con quello della Dea Madre, l’adorazione del toro si è poi evoluta a comprendere i simboli della primavera e della rigenerazione.

Molti culti successivamente avrebbero usato il toro come oggetto principale dei sacrifici rituali, specialmente quelli legati al Sole, come nel mitraismo romano.

Nelle successive culture mesopotamiche, il toro assunse significati simbolici secondari.

Il toro e il leone sono stati spesso rappresentati come creature alate che simboleggerebbero il potere reale, e venivano posti solitamente a guardia dei palazzi imperiali.
Per i babilonesi in particolare, le corna del toro venivano messi in correlazione con il simbolo della mezzaluna.

A sinistra: il sigillo assiro su agata marrone del 7° secolo a.C. raffigurante Gilgamesh ed Enkidu che uccidono Gulaganna; a destra: Gilgamesh sconfigge Gulaganna

LA STORIA BIBLICA DEL VITELLO D’ORO

Nicolas Poussin, “L’adorazione del vitello d’oro” (1633-37)

Il vitello d’oro (in ebraico: עֵגֶּל הַזָהָב‎, ‘ēggel hazâhâv) secondo la Torah Ebriaca fu un idolo fabbricato da Aronne – fratello di Mosè – con l’oro preso in Egitto dal Faraone, per compiacere gli ebrei durante l’assenza di Mosè quando questi salì sul Monte Sinai per ricevere dalla mano del dio Yahwèh le tavole della legge.

In ebraico l’episodio è noto come ḥēṭ’ ha‘ēggel (חֵטְא הַעֵגֶּל) o “Il peccato del Vitello”, e viene citato per la prima volta nel libro dell’Esodo (Esodo 32:4).

Il culto del toro come abbiamo visto era comune in molte culture.

In Egitto, da dove secondo la narrazione dell’Esodo provenivano all’epoca gli ebrei, il Toro Apis era un simile oggetto di culto, e alcuni studiosi ritengono che gli ebrei abbiano fatto rivivere questo culto nell’episodio della forgiatura del toro d’oro.

Altri credono che Yahwèh, il Dio di Israele, fosse associato e rappresentato a volte come una divinità  dalle sembianze di vitello o di toro per via di un processo di assimilazione ad altri culti religiosi presenti nello stesso periodo.

Il toro nella cultura egizia veniva usato anche per rappresentare la dea Hathor che diffonde abbondanza e benedizioni

Tra i popoli limitrofi agli egiziani e agli ebrei nell’antico Vicino Oriente e nel Mar Egeo, l’uro – il toro selvatico – era largamente adorato e indicato spesso come simbolo lunare (per via della forma delle corna a disegnare una U simile alla Luna in fase crescente), ed era la raffigurazione propria di EL, la divinità suprema di tutti gli antichi popoli del Medio Oriente.

Nel libro dell’Esodo (cap. 32) si narra che, dopo l’uscita degli ebrei dall’Egitto, mentre Mosè era salito sul Monte Sinai a parlare con il suo Dio e ricevere da esso i dieci comandamenti (Esodo 24:12-18), gli israeliti, credendo che il profeta non sarebbe più sceso nell’accampamento, chiesero ad Aronne di fabbricare loro un dio per poterlo adorare (Esodo 32:1): “Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto“.

Aronne dunque raccolse i loro gioielli d’oro che avevano ottenuto dal Faraone prima di uscire dall’Egitto, li fuse assieme poi forgiando una grande statua raffigurante un vitello, ed essi la adorarono dichiarando: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!” (Esodo 32:4).

Aronne costruì anche un grande altare davanti al vitello e proclamò che il giorno successivo sarebbe stata una giornata di festa dedicata al Signore.

Il giorno dopo quindi tutti si alzarono presto offrendo “olocausti” e presentando sacrifici di comunione. “Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento” (Esodo 32:6). Dio allora disse a Mosè ciò che gli israeliti stavano facendo giù all’accampamento: “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata!. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione” (Esodo 32:9-10). Mosè supplicò Il suo Dio di risparmiare gli israeliti e di perdonarli, ed “il Signore abbandonò il proposito di nuocere al Suo popolo” (Esodo 32:11-14).

In seguito Mosè ridiscese dal monte, ma vedendo il vitello d’oro andò su tutte le furie e, preso da impeto, gettò a terra le tavole della Legge su cui erano incisi i comandamenti, frantumandole, e rimproverò fortemente Aronne e tutti gli israeliti. Mosè dunque prese il vitello, lo gettò nel fuoco bruciandolo e riducendolo in polvere, poi sparse la polvere nell’acqua e costrinse gli israeliti a berla. Infine si mise alla porta dell’accampamento e disse: “Chi sta con il Signore venga da me!”. Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi.
Gridò loro: “Dice il Signore, il Dio d’Israele: ‘ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente’. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo” (Esodo 32:26-28).

IL CULTO DEL TORO NELLA CRETA MINOICA

Una zona in cui gli elementi del culto della Dea Madre e del culto del Toro sono assimilabili è quella rappresentata dall’isola greca di Creta durante la dominazione di Minosse, nel secondo millennio a.C.. Ci sono prove che Creta sia stata abitata da popoli migranti provenienti dall’Anatolia (Turchia) e forse anche proprio dalla città già citata di Çatal Hüyük. Lo storico delle religioni e filologo tedesco Walter Friedrich Max Burkert (Neuendettelsau, 2 febbraio 1931 – Zurigo, 11 marzo 2015) nel suo libro “La religione Greca” pubblicato nel 1985 afferma che: “i reperti ritrovati nella città neolitica di Çatal Hüyük rendono quasi impossibile dubitare che il simbolo cornuto che Evans chiamava ‘le corna della consacrazione’ derivi effettivamente da vere corna di toro“.

Ricostruzione delle “corna della consacrazione” nel Palazzo di Cnosso

L’archeologo inglese Arthur Evans effettuò importanti scavi nell’isola di Creta, riportando alla luce le rovine dell’antico palazzo di Cnosso, eretto dalla popolazione che egli stesso definì “minoica”, dal nome del mitologico re cretese Minosse. Sulle pareti di quel tempio furono ritrovate, dipinte, delle grandi corna di toro poi ribattezzate “Corna della consacrazione”.

Sono stati rinvenuti anche notevoli affreschi in ceramica ancora perfettamente intatti – oggi custoditi al museo archeologico di Candia – che rappresentano scene di giochi con i tori, processioni ecc.. I muri erano ricoperti da intonaci affrescati con soggetti marini, combattimenti con tori e motivi geometrici datati intorno al 2.000 a.C.. Le stesse tinte accese che troviamo in questi affreschi le ritroviamo, nello stesso periodo, sui pilastri dei vari palazzi cretesi eretti a Cnosso.
Famoso in questo senso è il cosiddetto “Affresco della taurocatapsia“, un dipinto a secco su stucco raffigurante una scena di taurocatapsia appunto (nome di una lotta rituale con un toro che si teneva in occasione di festività in Tessaglia, a Smirne e a Sinope), risalente ad un periodo che va dal Medio Minoico III al Tardo Minoico B (XVII-XV secolo a.C.); esso venne scoperto sopra un muro nel lato est del palazzo di Cnosso, nel cortile della “bocca in pietra”. Questo affresco è esposto oggi al Museo Archeologico di Heraklion.

L’affresco della taurocatapsia nel Grande Palazzo di Cnosso, a Creta

Il Museo Archeologico di Herakleion contiene anche una collezione unica di oggetti antichi provenienti da scavi effettuati in tutte le zone dell’isola, tra cui i siti archeologici di Cnosso, Festo, Gortina e molti altri. Gli oggetti ivi esposti provengono principalmente dal periodo preistorico minoico che prende appunto il nome dal leggendario re di Creta Minosse. Il museo è diviso in 20 gallerie e contiene reperti di palazzi, case, tombe e grotte, disposti in gruppi in base al periodo e alla provenienza. Tra i tanti ritrovamenti notevoli spiccano in particolare alcune sorprendenti asce di bronzo dall’aspetto gigantesco, rinvenute nei pressi del sito archeologico di Megaron di Nirou, sempre a Creta. Le doppie asce secondo la tradizione venivano utilizzate a Creta come strumenti “rituali” per sacrificare il toro sacro, che appunto era il simbolo religioso principale dei Cretesi. Quello che impressiona sono le loro dimensioni gigantesche, che potrebbero alludere all’altezza fuori norma degli utilizzatori delle medesime (ne abbiamo parlato nell’articolo dedicato ai “giganti”).

Le pratiche religiose cretesi possono affondare a loro volta le proprie radici nel culto della Dea dell’Anatolia, come suggerisce anche l’istituzione dell’epoca della Governante, che era prevalentemente di sesso femminile.

Oltre che nelle già citate località di Çatal Hüyük e Creta, scene che raffigurano “giochi con i tori” possono essere osservate anche in Egitto nell’antica città di Tell el-Daba’a, l’attuale città di Avaris (un tempo capitale dei sovrani del popolo hyksos). Anche se il toro era chiaramente molto importante per la cultura cretese, non vi è alcuna prova che vi sia stato adorato come un dio, come ad esempio avveniva invece per il toro Apis in Egitto il quale, nel periodo della XX dinastia egizia nel cosiddetto “Nuovo regno”, era considerato l’incarnazione vivente del Dio Ptah.

A Creta, in un sarcofago situato ad Aghia Triada, sembrerebbe rappresentato un sacrificio rituale con un toro. Da un lato del sarcofago il toro è mostrato sdraiato su un tavolo con la gola tagliata mentre il sangue sgorga raccolto in un vaso. L’altro lato del sarcofago mostra una donna che versa quello che è probabilmente il sangue del toro in un altro vaso per un’offerta. Questa scena secondo gli studiosi potrebbe rappresentare un rituale in cui il sangue del toro fu usato come simbolo della rinascita per un defunto. In Grecia, successivamente continuarono alcuni aspetti del culto del toro  connesso alla civiltà cretese.

IL TORO NELLA MITOLOGIA GRECA

La mitologia greca abbonda di antichissime storie e tradizioni in cui vengono citati i tori e altre figure antropomorfe dalle caratteristiche ibride tra il toro e l’uomo, come il mitologico e potentissimo “Minotauro“. Le storie narrate attraverso il linguaggio mitologico di “Teseo e il Minotauro”, “Teseo e il toro di Maratona” e di Zeus ed Europa affondano le proprie radici appunto nella cultura cretese.

MEDEA E IL TORO DI MARATONA

Teseo doma il toro di Maratona, di Charles André Van Loo

L’eroe Teseo, figlio di Etra ed Egeo, divenuto adulto quando giunse ad Atene, non volle rivelare subito la propria identità.
Medea però lo riconobbe immediatamente come figlio di Egeo e temette che potesse sostituire suo figlio Medo – il figlio che lei aveva dato al re di Atene – nella successione al trono, e tentò così di provocare la morte di Teseo chiedendogli di sottoporsi ad una difficilissima prova, quella di catturare il temibile Toro di Maratona, uno dei simboli del dominio cretese.

Teseo accettò, poiché in qualità di grande eroe e abile guerriero non si sarebbe mai tirato indietro di fronte ad una sfida, anche se questa potesse apparire quasi impossibile.
Lungo la strada che portava a Maratona Teseo trovò riparo durante una grande tempesta nella capanna di una donna anziana di nome Ecale, che giurò di fare un sacrificio in onore di Zeus se l’eroe fosse riuscito nella sua impresa.

Teseo così si mise in viaggio e sconfisse e catturò il toro ma, tornato alla capanna della vecchia Ecale, la trovò morta. In suo onore allora l’eroe decise di dare il suo nome ad una delle zone dell’Attica, rendendo i suoi abitanti in un certo senso figli adottivi dell’anziana Ecale.

Quando tornò trionfante nella città di Atene ed ebbe sacrificato il toro agli dèi, Teseo prese parte a un banchetto nella dimora di Egeo. Medea allora tentò di avvelenarlo, ma prima che egli potesse bere dal calice all’ultimo momento suo padre Egeo lo riconobbe per via dei sandali e della particolare spada che portava sempre con sé e strappò la coppa di vino avvelenato dalle sue mani. Così padre e figlio riuscirono finalmente a riunirsi.

TESEO E IL MINOTAURO

Teseo sconfigge il Minotauro e libera i giovani ateniesi

Nel mito di Teseo e del Minotauro il Re di Creta Minosse aveva vinto la guerra contro Atene.
Ordinò allora agli ateniesi che ogni nove anni (secondo alcune versioni ogni anno) inviassero sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi a Creta, dove sarebbero stati sacrificati al Minotauro nel Labirinto.

Il leggendario eroe Teseo, divenuto re di Atene, quando arrivò il momento di effettuare la terza spedizione sacrificale si offrì subito volontario per fermare questo abominio ed andare ad uccidere il mostro. Quando arrivò a Creta incontrò la bella Arianna, figlia del re Minosse, che si innamorò subito di lui e lo aiutò a ritrovare la via d’uscita dal labirinto donandogli una matassa di filo che, srotolata, gli avrebbe permesso di seguire a ritroso le proprie tracce, e una spada avvelenata che sarebbe servita all’eroe per uccidere il terrificante mostro.
Trovato il Minotauro, Teseo lo uccise liberando così i ragazzi ateniesi che guidò fuori dal labirinto.

IL MITO DI ZEUS E EUROPA

Europa e Zeus incarnato nel toro

Europa era la figlia di Agenore, re di Tiro, un’antica città fenicia. Quando Zeus arrivò a Creta la vide mentre raccoglieva fiori insieme ad altre sue coetanee vicino ad una spiaggia, e se ne innamorò. Allora il Dio inventò uno dei suoi stratagemmi: ordinò al dio Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia. Zeus quindi prese le sembianze di un bellissimo toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi. Europa salì sul dorso del toro, e questi la portò attraverso il mare fino all’isola di Creta. Zeus rivelò quindi la sua vera identità e tentò di violentarla, ma Europa resistette. Zeus si trasformò quindi in aquila e riuscì a sopraffare la donna in un boschetto di salici o, secondo altre versioni della storia, sotto un platano. Agenore il padre di Europa preoccupato mandò i suoi figli alla ricerca della sorella. Il fratello Fenix, dopo varie e infruttuose ricerche, divenne il capostipite dei Fenici. Un altro fratello, Celix, si installò in un’area sulla costa sudorientale dell’Asia Minore, a nord di Cipro, e divenne il capostipite dei Cilici. Cadmo, il più famoso dei fratelli, arrivò fino in Grecia dove fondò l’antica città di Tebe. Europa divenne dunque la prima regina di Creta. Ella ebbe da Zeus tre figli: Minosse, Radamanto e Sarpedonte, che vennero in seguito adottati da suo marito Asterione re di Creta. Dopo la morte di Asterione, Minosse diventò re di Creta e fu l’iniziatore della civiltà minoica. In onore del padre e della madre di quest’ultimo, i Greci diedero il nome di “Europa” al continente che si trova a nord di Creta.

Radamanto, secondo Omero (Odissea, IV, 563-564) dimorando nei Campi Elisi (Isole dei Beati) divenne il Signore del mondo ultraterreno. Sarpedonte, dopo la morte del padre putativo Asterione, entrò in conflitto con il fratello Minosse per la successione al trono di Creta. Non riuscendo a divenire re di Creta, emigrò in Caria, una regione storica nell’ovest dell’Anatolia, dove fondò l’antica città di Mileto.

I riti del culto del toro nelle zone rurali greche erano sacrificali e spesso avevano luogo all’interno di grotte. Il toro era spesso identificato con un dio, di solito Dioniso, Zeus o Poseidone, e il sacrificio dell’animale simboleggiava la morte e la successiva rinascita della divinità. Dioniso era a volte anche rappresentato in forma di uomo-toro con le corna alte in testa, e veniva onorato nelle “feste della fertilità”. Un sacrificio del toro è stato incluso anche come parte integrante del culto misterico Elusino di Demetra e Persefone.

IL CULTO DEL TORO NELL’ANTICO EGITTO

Il Bue Api presente nel Serapeum di Saqqara, in Egitto. L’animale spesso veniva raffigurato con un disco solare tra le corna. Gli israeliti ne crearono una copia e la adorarono durante l’assenza di Mosé (episodio narrato nell’Esodo)

L’antico Egitto come noto era il centro più importante per il culto del toro di tutta l’antichità, e questo comprendeva un’ampia varietà di aspetti, tra cui riti sacrificali, l’identificazione del toro con le divinità e con il simbolo del dominio del Faraone e il suo stesso potere reale.

La prima testimonianza del culto del toro in Egitto risale al periodo pre-dinastico e si trova in una tomba situata a Hierakonopolis. La tomba “100” – purtroppo oggi distrutta – fu scoperta dall’archeologo Frederick W. Green nell’inverno del 1898 in una necropoli situata nell’antica città egizia di Nekhen chiamata successivamente dagli ellenici “Hierakonpolis”, ovvero la “città del falco”.

Oggi la si può osservare solo nei disegni: essa era costituita da una tomba in cui erano stati sepolti un toro, una vacca e un vitello coperti da un baldacchino.

Tori selvaggi sono dipinti sulle pareti delle tombe, così come vengono rappresentate svariate scene di caccia e di guerra, anche se – al dire il vero – non è ancora del tutto chiaro il significato di tali disegni. Questi dipinti sono ancor oggi dibattuti da stoici e accademici poiché i frammenti originali sono stati occultati e relegati in una sperduta sala al piano superiore del Museo Egizio del Cairo, lontano dalla vista di curiosi, visitatori e turisti appassionati, e per questo per anni non è stato possibile studiarli in maniera approfondita. Quando il leggendario sovrano egizio Narmer unificò l’Alto e il Basso Egitto, il toro divenne la personificazione stessa del Re e divenne un simbolo associato al suo potere reale.
La “Tavoletta di Narmer”, chiamata anche La “Paletta dei Tori” associata al re egizio Narmer, raffigura in ogni suo lato il re come un toro che calpesta i suoi nemici.

Il toro è stato utilizzato anche come decorazione funeraria durante la prima dinastia egizia. Le tombe classificate come “3504” e “3507” scoperte nella città di Saqqara presentavano le teste dei tori che circondavano il perimetro della tomba. La tomba 3504 in particolare comprendeva circa 300 di queste teste. In ogni sito le teste dei tori sono fatte di argilla, e sono state adornate con corna vere di tori, del tutto simili alle teste in gesso trovate a Çatal Hüyük.

Anche a Saqqara è stato trovato un vero cranio di toro sepolto sotto un altare nel complesso funerario della Piramide. Dunque Il cranio del toro aveva chiaramente un significato speciale per gli antichi egizi della prima dinastia. Anche il famoso culto del toro Apis ha origine nella città di Saqqara sia nella prima che nella seconda dinastia. L’Apis fu adorato come l’incarnazione del potente dio Ptah.

Lo storico greco Erodoto descrive così l’Apis nelle sue “Storie”: “Api è un giovane toro la cui madre non può avere altri parti; gli egiziani la credono fecondata da un raggio mandato dal cielo mediante il quale produce Api. Il segno della divinità lo si trovava in molti dettagli: è nero, ma ha sulla fronte una specie di triangolo bianco e sulla schiena l’immagine di un’aquila, e nella coda peli doppi e l’immagine di uno scarabeo sotto la lingua”. 

Quando un toro Apis moriva, i sacerdoti cercavano un altro giovane toro che avesse gli stessi segni particolari; trovatolo, lo facevano diventare il nuovo “Apis”.
Il nuovo Apis sarebbe stato portato a Memphis dove sarebbe stato mantenuto nel lusso dal sacerdozio. Il toro dopo la morte e la conseguente imbalsamazione veniva infine trasporto tramite un’imbarcazione lungo la via sacra di Memphis a Saqqara, per poi venire portato in processione e infine sepolto nel tempio sotterraneo di Serapide. Sotto i Tolomei – la dinastia greca dei Faraoni del III secolo a.C. – l’Apis fu messo in correlazione con Osiride, il dio dell’Oltretomba, per formare il dio ibrido antropomorfo influenzato dal greco Serapide. Serapide era un dio greco-egizio il cui culto fu introdotto ad Alessandria d’Egitto da Tolomeo I, che fece costruire nella città il Serapeo, e fu adorato fino alla caduta del paganesimo nel IV secolo a.C..

Il toro Apis viene portato in processione

Oltre agli Apis, c’erano anche altre due coppie di tori adorati in Egitto. Si tratta del toro sacro di Buchis, identificato nel dio Montu e il dio-falco della guerra, incarnazione della vitalità conquistatrice del Faraone, adorato soprattutto nel distretto di Tebe, presso le attuali città di Karnak e Luxor. Il toro veniva scelto a partire dalla XI dinastia egizia, il toro selvatico era bianco e col muso nero e fungeva da incarnazione di Buchis.

Quando poi questi tori e le loro madri (considerate personificazioni della dea Hathor) morivano di vecchiaia, venivano mummificati e collocati in un cimitero speciale conosciuto come il “Bucheum”.
Ci sono prove che questi tori sacri furono sepolti nel Bucheum fin dal 340 a.C.. L’altro era il toro sacro Mnevis (nella trascrizione greco-latina) e fu adorato nella città di Eliopoli. Mnevis era un toro nero con “spighe” sul corpo che ne costituivano i segni distintivi. Come Api, possedeva una mandria sacra. Anche se questo toro era chiaramente fondamentale per molte pratiche religiose egizie, non c’è alcuna rappresentazione di un dio come il toro così come molti altri dèi che secondo gli egizi erano viventi e in carne e ossa, e facevano parte del loro vastissimo Pantheon.

IL CULTO DI MITRA

Mithra

A Roma il toro era una vittima sacrificale ma anche un simbolo di rigenerazione. Il mitraismo romano può aver avuto le sue origini in Persia e successivamente divenne molto popolare tra i soldati romani nel primo secolo d.C.. È stato un culto misterico incentrato sulla figura del dio Mitra, dove viene spesso raffigurato come colui che uccide il toro, e i credenti partecipavano a rituali d’iniziazione tenuti in un “Mitræo”, un santuario che ricordava una grotta. La grotta era un aspetto importante nel mitraismo poiché fu lì che il dio, secondo la tradizione, uccise il toro. Il filosofo neoplatonico ellenico Porfirio (greco: Πορφύριος; Tiro, 233-234 – Roma, 305 circa) riguardo le radici dei riti mithraici nella caverna ebbe a dire: “non solo hanno fatto della grotta un simbolo del cosciente percorso, ma hanno anche usato la grotta come simbolo di tutti i poteri invisibili in quanto le grotte sono scure, e ciò è l’essenza dei poteri e dell’invisibile”. Molto poco si sa sui riti effettivi di questo culto. Potrebbe essere stato un adattamento di Mitra mentre uccide il toro, il quale busto dell’animale copriva il tavolo su cui gli iniziati partecipavano ad un banchetto.

L’atto di uccidere il toro, la cosiddetta “taurotonia”, è stato raffigurato sui rilievi che si trovano in ogni mitræo e la sua trasformazione simbolizzata. Manfred Clauss (1945), professore di Storia antica alla Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte, nel suo libro “Il culto romano di Mithra” pubblicato nel 1990, descrive così l’uccisione del toro sacro da parte del dio:

«Sotto la volta ad arco della grotta Mithras, con una facile grazia piena di vigore giovanile, costringe a terra la potente bestia, inginocchiandosi in trionfo poggiando il ginocchio sinistro sulla schiena o sul fianco dell’animale e costringendo il suo tronco contro il proprio, quasi afferrando le narici dell’animale con la mano sinistra e tirando la testa verso l’alto per ridurre la sua forza; così il dio immerge il pugnale nel collo del toro con la mano destra: la gola dell’animale si ferma, la coda sbatte: esso infine muore». 

Nel mithraismo il toro rappresenta la Luna, simbolo della morte e della rinascita. Mithra rappresenta il “Sol Invictus”, il Sole invincibile, a cui il sacrificio del toro porta luce e creazione.

CONCLUSIONE

Quindi, come possiamo vedere, il culto del toro era chiaramente parte integrante di molte pratiche religiose nell’antico Mediterraneo. La domanda è: perché proprio il toro tra tutti gli animali è rimasto un simile simbolo potente per oltre 15.000 anni?

Di tutti gli aspetti del culto del toro, il sacrificio era sicuramente l’evento centrale. Anche in Egitto, dove il toro Apis era adorato e trattato con riverenza, il sacrificio era molto diffuso. Il toro era un animale molto apprezzato al punto tale da venire addirittura divinizzato e veniva ucciso con l’aspettativa che gli dèi sarebbero stati compiaciuti e, una volta soddisfatti, avrebbero concesso loro prosperità. Spargere il sangue di questo animale era un atto considerato sacro che avrebbe portato rinascita e salvezza ai partecipanti al rituale.

Quindi abbiamo ripercorso le origini del culto del toro, e abbiamo visto che le prime traccia di esso possono essere ritrovate nelle grotte dell’Europa paleolitica.
Le pitture rupestri del tardo periodo paleolitico raffiguranti mandrie di tori come quelle rinvenute ad Altamira avrebbero trovato continuità in una forma simile nei santuari di Çatal Hüyük. Le rappresentazioni dei giochi e delle battaglie che si trovano a Çatal Hüyük saranno poi scoperte successivamente in Egitto e nella Creta minoica.
Il toro poi avrebbe poi assunto maggiore importanza nelle tradizioni letterarie della Mesopotamia antica, nella fattispecie nell'”Epopea di Gilgamesh”, e successivamente nella mitologia greca attraverso le storie narrate da Omero di Teseo, Zeus ed Europa.

A partire da Sumer, il toro sarebbe stato associato addirittura alle più importanti divinità, e questa pratica sarebbe poi continuata nella cultura greca ed egizia.

Nella cultura egizia il toro raggiungerà la massima espressione del culto. Dalle somiglianze delle decorazioni delle tombe influenzate dal culto di Çatal Hüyük al culto del toro Apis come rappresentazione vivente del dio Ptah, l’Egitto era senza dubbio il centro più importante del culto del toro nell’antico Mediterraneo. Il sacrificio del toro è stato praticato in tutta l’antichità e il suo simbolismo era centrale anche nel Mitraismo romano. Il toro divino dunque era un simbolo associato alla fertilità, alla Luna e agli antichi e potenti dèi, ma soprattutto era il simbolo della rinascita e della salvezza.

Un “toro sulle nuvole” sormonta la città di Trypillia; opera dal pittore russo Vsevolod Ivanov 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*